SENZA PACE

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Non c’è ancora un’intesa tra M5s e Lega sul decreto fiscale. Il condono o pace fiscale a dir si voglia, fa salire la tensione tra Lega e Cinque Stelle. Alle preoccupazioni del governo sui due miliardi di euro, nonostante il deficit al 2,4%, che ancora mancano alla manovra di bilancio, che dovrà essere presentata oggi al consiglio dei ministri in programma nel pomeriggio, ci sono diversi ostacoli che il governo deve ancora superare. Tra questi il decreto fiscale ancora avvolto nel buio. Nella mattina i due vicepremier avevano disertato il vertice, un chiaro segno della distanza dei due sulla questione. Nel pomeriggio in due hanno invece preso parte al vertice su dl fiscale e manovra con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il ministro dell’Economia Giovanni Tria, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, i due viceministri al Mef Laura Castelli e Massimo Garavaglia.

Ma a Palazzo Chigi è stato finora braccio di ferro. Fino a metà pomeriggio, il ministro del Lavoro e capo politico dei 5 Stelle si trovava infatti al lavoro nella sede del governo, senza tuttavia prendere parte alla riunione. Inoltre, con Salvini sarebbe sceso il gelo: fra contatti interrotti da ore, nella giornata di oggi i due vicepremier non si sarebbero mai sentiti fino alla partecipazione al vertice. Di Maio, spiegava chi gli è vicino, assicurava infatti che non avrebbe messo piede alla riunione finché non si fosse fatta chiarezza sul capitolo della cosiddetta ‘pax fiscale’.

I due restano divisi sulle basi del provvedimento: “Agli amici del M5S dico: saldo e stralcio delle cartelle di Equitalia, per chi ha fatto la dichiarazione dei redditi ma non è riuscito a pagare tutto, è nel contratto di governo. E per me quello vale”, ha detto il vicepremier. “Sono convinto – ha spiegato Salvini – che ci sia bisogno di un nuovo rapporto tra italiani e Equitalia. Gli evasori totali, quelli che non hanno mai compilato la dichiarazione dei redditi, per me devono marcire in galera fino alla fine dei loro giorni, ma l’artigiano, il piccolo imprenditore o il commerciante che è schiavo di una cartella da 40mila euro da una vita, deve poter tornare a vivere e quella cartella va stracciata. Ne sono straconvinto e questo c’è nel contratto di governo”.

Al centro del braccio di ferro tra Di Maio e Salvini, viene spiegato da autorevoli fonti 5S, c’è infatti il capitolo della pace fiscale con il vicepremier e ministro del Lavoro deciso a chiedere un ‘tetto’ come limite della possibilità, per ogni contribuente, di mettersi in regola. Oltre alla assicurazione che la pace fiscale venga circoscritta a tutti quei cittadini che non hanno pagato le tasse dovute, ma in ogni caso hanno segnalato in modo fedele il proprio debito al fisco, ovvero hanno effettuato correttamente tutte le dichiarazioni. Il ‘nero’, per il M5S, deve essere lasciato fuori. Anche perché – il timore che serpeggia nelle file grilline – quando si entra nel piano scivoloso del ‘non dichiarato’ può trovare spazio qualsiasi forma di condono, compreso lo scudo per chi detiene capitali all’estero.

Ma se il Movimento punta i piedi sul capitolo fisco, dichiarandosi “irremovibile” sulla questione, i leghisti avrebbero dato l’altolà a una norma imprescindibile per il Movimento, ovvero la cosiddetta misura Bramini (dal nome dell’imprenditore brianzolo fallito per un credito inevaso dallo Stato) per rendere impignorabile la prima casa. Oltre a fare muro su un pacchetto di misure per la ‘sburocratizzazione’ realizzato e voluto da Di Maio in persona per favorire le piccole imprese.

“Nel governo – afferma il segretario del Pd, Maurizio Martina – si stanno scannando tra Lega e Cinque Stelle ma la cosa incredibile è che alla fine stanno sostenendo gli evasori fiscali contro i contribuenti onesti e il lavoro nero contro il lavoro nelle regole”.

PATTI CHIARI

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Nuovo doppio attacco all’Italia. Bce e Fondo monetario mettono in guardia il nostro paese dai rischi a cui la manovra lo sottopone. Rischi che derviano essenzialmente dal nuovo deficit previsto dalla legge di bilancio – circa 22 miliardi su una manodra da 37 – in un Paese che ha già un debito pubblico superiore al 130% del Pil, secondo solo alla Grecia nell’area euro. È una giornata in cui la borsa recupera dopo gli affanni di tutta le settima sostanza. Lo spread rimane però sotto pressione poco sopra a quota 300.

“Per i Paesi dell’Eurozona ad alto debito – ha detto il presidente della Bce Mario Draghi nell’intervento a Bali in occasione della riunione del Fondo monetario internazionale – è di particolare importanza la piena adesione alle regole del Patto di stabilità e crescita per la salvaguardia di solide posizioni di bilancio”. Un riferimento implicito all’Italia. Più esplicito ancora l’intervento di Poul Thomsen, capo del Dipartimento europeo del Fmi, secondo il quale la manovra del governi italiano “va in direzione opposta rispetto ai suggerimenti del Fmi”. “Credo seriamente che per diverso tempo non sia stato seguito il consolidamento di bilancio che ha portato l’Italia a crescere sotto il suo potenziale” ha aggiunto Thomsen. “Non è il momento – ha concluso – di allentare le politiche di bilancio”, ha aggiunto Thomsen, per il quale un gruppo di Paesi, tra cui l’Italia, ha “margini limitati”

Al fuoco incrociato contro il nostro paese si aggiunge un nuovo attacco del presidente della commissione europea che nelle ultime settimane non era stato tenero verso l’Italia, ottenendo come risultato l’adirata risposta del vicepremir leghista che lo aveva  definito un ubriacone. L’ultimo attacco di Juncker arriva in un’intervista a Le Monde in cui accusa l’Italia di “non rispettare la parola data”, invitando quindi l’esecutivo a “non mettere in pericolo la solidarietà europea”. “Non ho nulla contro l’Italia, tutto il contrario”.

Ma gli avvertimenti sembrano cadere nel vuoto. “La manovra è stata elaborata, meditata e studiata” è la risposta del premier Conte, nel percorso in Parlamento “potremmo valutare qualche intervento ma è stata costruita in termini integrali e pensare di modificare qualcosa di significativo lo escluderei”.

EQUILIBRISTI D’EUROPA

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Un’altra giornata difficile per le Borse europee. Milano in affanno è arrivata a cedere l’1,5%. Ma il termometro che meglio segna il clima di questi giorni è quello dello spread che rimane a livelli record così come il rendimento dei Btp. Segnali chiari della difficoltà di piazzare i titoli italiani in perdita di credibilità. In Italia gli occhi sono puntati sui conti pubblici con la nota di aggiornamento al Def che arriva in Parlamento dopo la legnata ricevuta ieri sera da Fitch. In questo contesto, lo spread BTp/Bund è salito fino a 310 punti, per poi ripiegare in area 306. Nelle aste di oggi il Tesoro si è visto costretto ad alzare i rendimenti. Per trovare un valore più alto bisogna risalire all’emissione inaugurale del BTp a 7 anni nell’ottobre 2013.

“Il documento economico e finanziario rappresenta la prova generale del governo per aprire uno scenario nuovo in Europa. Non si tratta di modificare l’Unione nel nome di maggiori investimenti e di una maggiore uguaglianza, come noi abbiamo proposto”. Lo afferma Riccardo Nencini, segretario del Psi, mentre è in corso nell’aula del Senato la discussione della nota di aggiornamento al Def che prevede l’innalzamento del rapporto deficit/Pil.

“Si tratta – continua Nencini – di distruggere l’esistente per creare equilibri che vedano la Russia di Putin al centro del nostro interesse. Per mezzo secolo lo scontro è stato tra società aperta e società solidale, tra socialdemocrazia/cattolicesimodemocratico e liberalismo. Oggi quello scontro ha cambiato di segno. È il nazionalismo etnico il competitore più agguerrito. E il suo esordio ufficiale in Italia è stato oggi. Pochi investimenti, appena 3.5 miliardi, zero fondi in scuola e cultura, interventi redistributivi e basta, condono fiscale, nessun taglio di tasse per stipendi e pensioni. Non c’è dubbio: di errori la sinistra ne ha commessi e l’U.E. che abbiamo conosciuto non si è fatta proprio benvolere.

È il momento di rimboccarsi le maniche – ha concluso Nencini – unire storie e esperienze per non essere travolti”. I socialisti hanno presentato ieri le proprie proposte per modificare la manovra presentando una vera e propria contromanovra poggiata su pilastri bene precisi. Ovviamente il governo ha respinto ogni ipotesi di modifica rimanendo incastrato nella propria gabbia di spesa assistenzialistica senza investimenti per crescita e sviluppo. Riccardo Nencini ha presentato la proposta socialista al Documento di Economia e Finanze 2018 con particolare riferimento alle misure infrastrutturali.

Le preoccupazioni che l’Italia suscita non sono solo interne ma oltrepassano i i confini nazionali. “C’è preoccupazione, più per quello che è stato detto che per quello che è stato fatto, finora. Aspettiamo di vedere la manovra” afferma il direttore generale dell’Fmi, Christine Lagarde, rispondendo alla domanda sull’Italia dell’editorialista del Financial Times, Martin Wolf nel corso dei lavori del meeting annuale dell’Fmi e della Banca mondiale. Facendo riferimento agli obiettivi di finanza pubblica fissati dal Governo, con il deficit pubblico al 2,4% del Pil, Lagarde ha sottolineato che “quando si entra in un club, come quello della Ue, se ne devono rispettare le regole”. Poco prima, nel più formale clima di una conferenza stampa, Lagarde aveva detto: “La nostra posizione sull’Italia è abbastanza ben conosciuta: l’Italia deve continuare il consolidamento fiscale e ci aspettiamo che tutti i Paesi membri della Ue ne rispettino le regole”.

“Stiamo aspettando la manovra nei dettagli, arriverà la prossima settimana e poi la valuteremo con le regole comuni” ha aggiunto il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici. “Non è interesse o volontà della Commissione europea – ha aggiunto – entrare in conflitto con l’Italia ma non è interesse dell’Italia fare una manovra che non riduca significativamente il debito che alla fine dovrà essere pagato dagli italiani”.

ISOLATO

tria soloNelle stanze del Governo sale la tensione e aumentano malumori e dissidi tra il vicepremier Salvini e il ministro dell’economia Tria che sempre procedere solitario.  Ieri la manovra è stata criticata da Banca d’Italia, Corte dei Conti, e in serata a Borse chiuse è arrivata anche la bocciatura dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, l’organo indipendente che ha il compito di validare le previsioni macroeconomiche del governo. Previsioni che, per quanto riguarda il cosiddetto scenario programmatico, cioè quello che incorpora le misure del governo nella prossima Manovra, vengono definite “eccessivamente ottimistiche”.

Lo spread dopo aver raggiunto nei giorni scorsi il record di 315 punti è ora in quota 290. Insomma i numeri della manovra continuano a far discutere. Il ministro Tria non nasconde che qualche preoccupazione c’è, ma sottolinea anche che si tratta di una manovra ragionata e non è di un salto nel buio. “La salita dei rendimenti sui titoli di stato desta certamente preoccupazione ma voglio ribadire che si tratta di una reazione eccessiva e non giustificata rispetto ai fondamentali dell’economia italiana” spiega. L’allusione è ai titolo di Stato a un anno che sono stati venduti con tasso record . Infatti nell’asta dei Bot a un anno il Tesoro ha venduto tutti i 6 miliardi di titoli con il rendimento medio salito a 0,949% (massimo da 5 anni), contro lo 0,436% de collocamento di settembre. Un aumento notevole che fa capire il calo della fiducia degli investitori anche nel breve termine.

La manovra di bilancio per il 2019 vale circa 37 miliardi. Le coperture 2019 ammontano a 15 miliardi di euro, di cui 6,9 di tagli e 8,1 di più entrate. Nel 2020 le coperture sono di 7,8 miliardi con un importo analogo di tagli e aumenti di entrate pari a 3,9, nel 2021 4,7 i miliardi dovuti ai tagli e 5,2 miliardi alle maggiori entrate. L’impatto sul tasso di variazione del Pil è di 0,6 punti percentuali. ‘Faremo di tutto per recuperare la fiducia dei mercati’, ha detto Tria secondo il quale Tria, l’attuale volatilità dei mercati non deve offuscare le valutazioni e previsioni.

Tria è passato poi a illustrare la flat tax: secondo il ministro gli interventi previsti avranno un costo nel primo anno di soli 600 milioni, per poi salire a 1,8 miliardi nel 2020 e a 2,3 miliardi nel 2021: in totale 4,7 miliardi in tre anni. Ma su questo punto – a stretto giro – è arrivo la brusca correzione di Matteo Salvini che della flat tax ha fatto una bandiera: “Il costo per la flat tax sarà di 1,7 miliardi di euro e non di soli 600 milioni”. E parlando dell’ipotesi se fosse ipotizzabile una modifica alla manovra se lo spread arrivasse a 400, come detto dal ministro Savona ha aggiunto che “noi tiriamo dritti fino a che i giovani italiani non smetteranno di emigrare per trovare lavoro”. Savona infatti ieri aveva messo in campo l’ipotesi che la manovra potesse essere cambiata in caso lo spread si impennasse ancora. Parole che hanno indirettamente messo in dubbio l’intero impianto della manovra. Parole di peso in quanto dette da un economista che doveva essere ministro al posto di Tria e poi dirottano agli affari europei. Una uscita che non è stata per nulla apprezzata. E il nervosismo si taglia con un coltello.

“La manovra economica proprio non regge”. È il commento del segretario del Psi Riccardo Nencini. “21 miliardi finanziati in deficit – ha continuato – con previsioni di crescita molto più basse del previsto. A fine ottobre le agenzie di rating esprimeranno il loro giudizio sull’Italia. Se scendiamo di scala, nessuno vorrà più comprare i nostri i titoli. Un bel problema: mutui che rincarano, minori investimenti, meno lavoro, instabilità finanziaria. Servono provvedimenti diversi: detassare le buste paga, fondi più alti per battere la povertà (almeno 6 miliardi sul reddito di inclusione), almeno 1 miliardo l’anno per realizzare nuovi alloggi popolari, minori tasse per piccola e media impresa, investire in cultura e istruzione. Questi – ha concluso Nencini – i pilastri della contromanovra” che i socialisti hanno presentato oggi in Senato. “Esco ora dal Senato – ha aggiunto successivamente Nencini -. Proposte PSI su manovra economica bocciate dal governo. Tutte. Anche le proposta di mettere fondi per continuare la realizzazione di case popolari. Non hanno messo un euro. Nemmeno uno. Io ne avevo fatto una battaglia”.

La manovra non piace neanche a Forza Italia. “Con Conte – affermano in una nota i capigruppo di Camera e Senato – non abbiamo registrato alcuna convergenza. Siamo molto preoccupati da una manovra insostenibile che mette a rischio i conti pubblici, ma anche la tenuta del Paese, visto che può impattare con i mutui, le case, i risparmi degli italiani”.

UN CICLO NUOVO

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“La politica italiana è di fronte a un cambio di passo imponente. Sono passati 10 anni dalla mia elezione a segretario del Psi al Congresso di Montecatini. Bisogna preparare un ciclo nuovo che governi una fase nuova e diversa dalle precedenti. Quando io presi il partito da Boselli eravamo ancora dentro quella che è stata definita impropriamente la seconda Repubblica. Era nato da poco il Pd, aleggiava ancora lo spettro del berlusconismo che in Italia aveva appena vinto le elezioni con la maggioranza più ampia mai vista. Era il 2008. È una storia che è tramontata. Non c’è più il berlusconismo; e se viene meno il berlusconismo viene meno anche il Pd che era stato concepito in funzione anti Berlusconi. Insomma quei due pilastri di 10 anni fa non ci sono più”.

Lo afferma il segretario del Psi Riccardo Nencini in una intervista all’Avanti! pochi giorni dopo la segreteria del Partito del 3 ottobre. “L’Italia – continua Nencini – è l’unico Paese in Europa che ha un governo populista e sovranista. La sinistra non ha ancora iniziato la sua traversata nel deserto. È la ragione per la quale i socialisti devono mantenere in vita la loro comunità, organizzarla autonomamente e partecipare alla costruzione di una sinistra completamente nuova rispetto a quella tradizionale del ‘900. Va costruita una sinistra che torna a incontrare il popolo; una sinistra molto più vicina a quella di fine ‘800 che a quella di fine ‘900”.

Insomma una sinistra che torni alle origini…
Vedo segnali molto forti di diciannovismo. Segnali causati dalla crisi economica che si è abbattuta in Italia più che altrove e che hanno provocato la crisi del ceto medio che era la colonna portante dell’Italia. La reazione è stata di rabbia e di paura con l’idea che non c’è più futuro con un conseguente chiudersi in se stessi. Però i problemi sollevati sono veri. Carenza di lavoro; chi era più ricco si è arricchito mentre chi era povero è precipitato nella miseria. L’Italia di mezzo si lagna in una condizione di apatia perché non vede ancora un nuovo treno che passa.

Torniamo al Psi.
Tutto questo questo giustifica l’apertura un ciclo nuovo. Bisogna arrivarci attraverso un Congresso straordinario da convocare prima delle elezioni europee. Il fatto che la Segreteria abbia all’unanimità fissato questo percorso che poi il Consiglio Nazionale a novembre formalizzerà, il fatto che lo abbia deciso in maniera unitaria, porta a considerare possibile l’apertura di un ciclo nuovo. Bisogna cogliere  l’occasione per fare un Congresso aperto, preceduto dai Congressi provinciali e Regionali e facendo partecipare al Congresso Nazionale anche chi non è iscritto, consegnandogli una tessera provvisoria perchè possa offrire un contributo al dibattito.

Ma per ricostruire il centrosinistra serve anche il Pd che però al momento non riesce neanche a fare  un congresso…
Sono fossilizzati e colpevoli. Chi è più grosso ha anche maggiore responsabilità. E i ritardi in cui si dibatte il Pd hanno senza dubbio una influenza negativa nel campo della sinistra riformista italiana. Ora bisogna tornare per davvero al primo motto craxiano del primum vivere. In questi anni sono nati e morti moltissimi partiti, noi invece abbiamo continuato a vivere. Soffriamo ancora gli effetti del ‘92 – ‘93. Ma oggi abbiamo ancora una presenza locale diffusa. Dobbiamo mettere in salvo questa scialuppa per partecipare al ridisegno della sinistra italiana. Il Pd che nasce come la somma dell’anima comunista e di quella democristiana temo non abbia più ragione di essere così come è nato. Servirebbe oggi più sinistra per strappare dalle mani di Lega e Grillini alcune bandiere che vengono manipolate o in maniera minacciosa o in maniera bugiarda.

Per esempio?
Pensiamo al reddito di cittadinanza di 780 euro. Non vi è la copertura per i 6 milioni e mezzo di donne di uomini in difficoltà. Quindi le battute ironiche di Di Maio che dice di aver azzerato la povertà sono una straordinaria presa in giro. Ecco perché serve una sinistra: per smascherare le bugie e per fare delle proposte credibili.

Il Psi ha lanciato un Manifesto per l’Europa. Quali sono i  punti principali?
Primo punto: la sinistra italiana tutta assieme e non solo chi sta nel Pse, dai sindaci civici a un pezzo di Leu fino all’esperienza Radicale, scelga il candidato alla presidenza della Commissione europea. Secondo, serve un appello delle tre grandi case che hanno fondato l’Unione europea: i popolari, i socialisti e i liberali per mettere in guardia l’Europa dal pericolo che crolli quanto abbiamo costruito. Terzo punto: per l’Italia l’ideale sarebbe un fronte europeista nella sinistra riformista in grado di opporsi a uno schieramento con le caratteristiche del populismo più greve e radicale.

Prodi ha recentemente parlato della necessità di una alleanza in Europa tra Socialisti, Liberali e Verdi…
Prodi conserva una grande lucidità e buonissime relazioni.

Un sondaggio recente afferma che gli elettori che credono al progetto europeo sono il 68% in Germania, il 53% in Francia, il 51% in Spagna, il 72% in Olanda l’80% in Svezia. Da noi questa percentuale è del 47%. Come leggi questo dato?
Sono preoccupato perché è una percentuale più bassa rispetto al passato. Però compiaciuto perché quel 47% è quasi la metà dell’elettorato potenziale ed è molto più alto rispetto ai numeri che nei sondaggi prenderebbero Lega e Grillini. Però a questo mondo va data una identità politica che ancora non c’è. Non esiste ancora l’attaccapanni per rappresentare i loro desideri e i loro problemi.

Si può dire che Roma si candida a diventare l’epicentro per distruggere l’Europa? O è una esagerazione?
Non è una esagerazione. È nel comportamento del governo. È nel filo putinismo dichiarato, è negli attacchi quotidiani che fanno alla UE. L’Europa così com’è  non piace neppure a me. Ma una cosa è distruggerla, altra cosa è cambiarla. Bisogna lavorare per cambiarla e farlo rapidamente. Il trattato di Maastricht è figlio di una stagione che è quella dell’Illuminismo e che ha come visione quella di un progresso continuo e costante. Con la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica si è dimostrato invece che non è cosi. Ecco perché quel trattato va revisionato inserendo al primo posto il tema di come si affrontano le crisi.

Il governo dopo lunghi balletti di cifre ha approvato il Def. Ne è susseguita la sceneggiata del balcone. Qual è il tuo commento.
C’è un surplus di comunicazione travolgente. Vendono cose che nel Def non sono scritte. Anche io, fossi stato al governo, avrei osato. Non avrei fatto dell’1,6% una linea di confine invalicabile. Ma avrei ragionato con l’Europa. Non mi sarei portato oltre il 2% ma avrei sempre ragionando con l’Europa con l’atteggiamento di chi vuole cambiarla e non distruggerla. Se si vuole distruggerla ci si comporta esattamente come Salvini e Di Maio, ossia mettendo ogni giorno un dito nell’occhio di chi poi deve darti il placet sulle operazioni economiche finanziarie. Ma c’è di più.

Cosa?
Bisogna fare attenzione a quello che succederà a fine ottobre, perché verranno rivisti i parametri di rating per l’Italia e per gli altri paesi europei. Noi siamo già in fascia tripla B, se scendessimo a livello inferiore, avremmo grande difficoltà a piazzare i nostri titoli. Due gradini sotto e arriveremmo in classe spazzatura. Ci sono molte grandi compagnie e istituti che negli statuti hanno scritto in maniera chiara che non possono acquistare titoli di paesi che si trovano in questa fascia. Immaginiamo cosa potrebbe succedere. Ecco perché è colpevole l’atteggiamento della Lega e dei grillini.

Anche il tema dell’immigrazione è usato come grimaldello. Basta vedere l’episodio dell’aereo tedesco…
Di nuovo la comunicazione. Guardiamo i numeri: il basso afflusso dei migranti è figlio del lavoro del governo Gentiloni e del ministro Minniti. Per chi non crede può vedere i dati di giugno. Il Governo Conte eredita i frutti positivi di quella stagione. Aggiungo: siccome noi siamo al governo in molti Comuni e Regioni, dovremmo prevedere immediatamente delle misure. Se un immigrato ha diritto di vivere da noi e percepisce 35 euro al giorno dallo Stato per vivere dignitosamente, ha anche il dovere di fare qualcosa per la comunità che lo ospita. Questa è una iniziativa che non prende il governo di destra, non prendono le amministrazioni locali e regionali di centrodestra ma che dovrebbe prendere la sinistra dove ha la possibilità ancora di decidere.

Daniele Unfer

TRECENTO

spread

Si riaprono i mercati e torna a correre lo spread che ha superato quota 310 punti base rispetto al Bund contribuendo a un ulteriore peggioramento di Piazza Affari, dove il Ftse Mib cede il 2,48%, travolto dal crollo dei bancari, con Carige che cede il 6,8%, Banco Bpm il 6,5% e Mps il 5,4%. Debole anche l’euro che scambia a 1,147 sul dollaro.  Venerdì lo spread aveva chiuso a 279. Quello raggiunto è il nuovo massimo da aprile 2013. Il rendimento si è spinto fino al 3,626%, come non accadeva da febbraio 2014. Un bel balzo indietro. La performance di Milano è decisamente la peggiore tra i listini europei: Francoforte segna -0,84%, Londra -0,34% e Parigi -0,74%. Tra i titoli milanesi a maggiore capitalizzazione, pesanti le banche con lo spread BTp-Bund che torna in area 300 punti base: Banco Bpm perde il 6,16%, Ubi Banca il 4,56%, Mediobanca il 4,5%, Bper il 3,79%, Intesa Sanpaolo il 3,84% e UniCredit il 3,66%. Resiste sulla parità solo Luxottica (+0,04%), che attende l’ops che chiuderà la maxi aggregazione con Essilor. Pesanti invece Azimut (-4,31%) e Leonardo (-3,75%). Nel resto del listino continua a correre Astaldi (+9,84%), giù Tisali (-9,59%). Sul mercato dei cambi, l’euro è sceso sotto quota 1,15 punti base ed è indicato a 1,1480 (1,1524 venerdì in chiusura). La moneta unica vale anche 130,16 yen (131,00), mentre il dollaro/yen è a 113,38 (113,72). In calo, infine, il prezzo del petrolio: il future novembre sul Wti cede l’1,24% a 73,42 dollari al barile, mentre la consegna dicembre sul Brent si attesta a 82,84 dollari (-1,57%).

Anche le Borse europee hanno aperto in calo dopo l’esito del voto in Brasile. Sullo sfondo anche le incertezze legate allo scontro commerciale tra Cina e Usa, i timori di nuovi rialzi dei tassi da parte della Fed e le vicende italiane legate alla manovra.

Ma il ministro Salvini non si preoccupa. Mentre il costo del rialzo del differenziale si scarica sugli italiani il vicepremier incontra la Le Pen in cerca di sponde sovraniste  in preparazione delle elezione europee. La colpa dei rialzi per Salvini è tutta di ipotetici grandi manovratori. Ovviamente per il leader leghista il Def del governo che prevede una manovra in debito che fa acqua da tutte parti, non c’entra nulla. “A fine maggio – ha detto ancora – avremo la rivoluzione del buon senso” aggiungendo che con Le Pen “condividiamo la stessa idea dell’Europa”. “Siamo contro i nemici dell’Europa che sono Juncker e Moscovici, chiusi nel bunker di Bruxelles”.

Ribatte il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker:  “Opero un distinguo tra gli euroscettici, che hanno delle domande, ed i populisti limitati con i nazionalisti stupidi. Non sono la stessa cosa. Dobbiamo ostacolare questa marcia verso la non Europa ispirata dai populisti stupidi e dai nazionalisti limitati”.  “Bisogna rispettare coloro che sono scettici, che nutrono un certo scetticismo nei confronti dell’Europa, e questo deve alimentare un dibattito”.

“Sale lo spread, oltre quota 300 (noi lo avevamo portato sotto quota 100). Salvini dice che è colpa di Soros e che lui va avanti. Il danno economico di questa Manovra del Popolo lo pagheranno le famiglie, il ceto medio, i bisognosi ma lui ripete orgoglioso ‘Me ne frego'”. così su twitter Matteo Renzi attacca il governo.

RIMANDATI

commissione europaIl Def alla Commissione Ue proprio non è piaciuto. Due pagine per bocciare il Documento di economia e finanza appena approvato. Eppure solo pochi giorni fa il governo, nella persona di Di Maio, si affacciava festante dalla finestra di Palazzo Chigi per annunciare che i finalmente i problemi dell’Italia erano finiti e la povertà abolita per decreto. Dalla Ue il messaggio al governo è chiaro: i numeri scritti nel Def non vanno inseriti nella manovra, altrimenti l’Europa sarà costretta a respingerla. Così la Commissione europea dopo giorni di schermaglie con un primo atto formale indica a Di Maio e Salvini che finanziare in deficit reddito di cittadinanza e flat tax è contrario alle regole del Patto di stabilità. Lo fa con la lettera di risposta alla missiva con la quale ieri Giovanni Tria aveva illustrato all’esecutivo comunitario i cardini del Def.

“Il Def – scrivono il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis e il titolare agli Affari economici Pierre Moscovici – a prima vista sembra costituire una deviazione significativa dal percorso di bilancio indicato dal Consiglio Ue il che è motivo di seria preoccupazione. Chiediamo alle autorità italiane di assicurare che la manovra sia in linea con le regole fiscali comuni”.

Dombrovskis e Moscovici chiedono al governo di assicurare che il progetto di legge di bilancio, che dovrà essere presentato entro il 15 ottobre, sia “in conformità con le regole fiscali comuni”.  Se così non sarà la Commissione boccerà la manovra e aprirà una procedura su debito e deficit. Ai primi di settembre la Ue aveva concesso all’Italia uno sconto sul risanamento, facendo sapere che si sarebbe accontentata di un deficit pari all’1,6% del Pil, comunque 9 miliardi in meno di correzione del deficit strutturale da spendere nella finanziaria. Il governo però si è spinto oltre e ha deciso di portare l’indebitamento al 2,4% nel 2019, andando oltre le regole dei patti europei della zona euro.

Ora la Commissione Ue aspetta la manovra, poi inizierà l’esame concreto. “Non c’è stata alcuna bocciatura da parte dell’Ue – spiega in serata in Governo, che ribadisce la bontà della propria manovra – anche perché non è stata ancora avviata, né poteva esserlo, alcuna interlocuzione formale”. Si conta, invece, su un “dialogo costruttivo”. “Sono ottimista”, assicura il ministro Tria, che si dice convinto che si aprirà un “confronto costruttivo”. Anche perché “i deficit fanno parte degli strumenti di politica economica consentiti dalla prassi”. E Di Maio, che ancora una volta dimostra di non avere capito la lezione, va subito all’attacco e aggiunge: “Nessun piano B” sulla manovra da far scattare in caso di un’emergenza spread a 400, e “deve essere chiaro” anche a Bruxelles, perché sulla manovra “il Governo non arretrerà”.

GUERRA DI CIFRE

pallette

È guerra di cifre sul Def. Lega e Cinque Stelle sembrano parlare di cose diverse, di documenti diversi. Ognuno ha i suoi conti e i sui numeri nel cassetto nel giorno della presentazione del Def in Parlamento. “Immagino abbiano bisogno di fare le verifiche dei numeri, perché ieri hanno cambiato il deficit” commenta il sottosegretario pentastellato alla presidenza Stefano Buffagni. “Certo è un lavoro non facilissimo, ci auguriamo arrivi stasera alle Camere” afferma interrogato sui tempi di arrivo della Nota di aggiornamento al Def. Un documento che i due vicepresidenti del consiglio avevano definito con enfasi immodificabile. Invece i cambiamenti si sono susseguiti più volte. In nottata Lega e M5s hanno specificato che le misure della prossima manovra partiranno a inizio 2019 e saranno finanziate con 20 miliardi di euro: 10 per il reddito di cittadinanza, 7 per riformare la Fornero, 2 per la flat tax e 1 per assunzioni straordinarie. Il rapporto deficit/pil sarà fissato al 2,4% nel 2019, al 2,1% nel 2020 e all’1,8% nel 2021.

Secondo il ministro dell’Interno Matteo Salvini, intervenuto a Radio Anch’io, i numeri della manovra dovrebbero essere leggermente diversi rispetto a quanto illustrato. Il vicepremier ha detto che “ci saranno 16 miliardi per i due interventi principali, reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero”. Alla domanda se ci fossero 10 miliardi per il reddito, come era stato annunciato, ha risposto che “se la matematica non è un’opinione, se ce ne sono 7-8 per la Fornero, ce ne sono 8 per il reddito”, e non 10 come precedentemente proposto. “Non faremo marcia indietro sulla manovra se lo spread continua a salire”, ha precisato Salvini aggiungendo che “se tagli le tasse aiuti la crescita, noi puntiamo a un’Italia che non cresce dello zero virgola, ma del 2, del 2,5%”.

La pace fiscale “non è nella manovra, sarà in un decreto ad hoc”. Lo ha spiegato Salvini sottolineando come il provvedimento non premierà “i furbi ma quelli che non ce l’hanno fatta, che hanno fatto la dichiarazione dei redditi e non sono riusciti a pagare tutto quel che hanno voluto o dovuto: chi scommette del suo, chi è partita iva, rappresentante del commercio ad esempio, si alza la mattina non ha garanzie, non ha maternità, non ha ferie. Se lei avesse la cartella esattoriale di 10mila euro perché si è rotto una gamba e non è riuscito a vendere camicie, io o la rovino e le tengo cartella sul groppone per tutta la vita, costretto a pagare in nero, oppure la convoco e le chiedo: quanto mi può dare, mi dà 2mila euro?”.

Ma il punto dolente è il reddito di cittadinanza. Dopo le varie precisazioni dei due vicepremier, fonti M5s ribadiscono che per il reddito di cittadinanza le risorse sono pari a 10 mld, 9 per il reddito e 1 per i centri per l’impiego e non 8 come aveva detto questa mattina il ministro dell’Interno Matteo Salvini. E, ospite di Mattino 5, anche il sottosegretario Stefano Buffagni ribadisce lo stesso concetto commentando: “Ho qui la tabella. Salvini? Era mattino presto forse era confuso…”. Non si fa attendere la risposta della Lega:.”Dispiace che esponenti degli alleati di governo vadano in giro con tabelle non ufficiali e che sono mere simulazioni. Confermiamo che la quota 100 per le pensioni partirà al massimo entro il mese di febbraio, anche se faremo di tutto per renderla operativa già dal 1 gennaio 2019, e che prevede una spesa di 7 miliardi di euro per il prossimo anno” precisa  il viceministro all’economia Massimo Garavaglia sulle ipotesi che circolano sulla nota di aggiornamento al Def che farà da cornice alla prossima manovra.

In mezzo ai due duellanti il presidente del Consiglio non sa da che parte stare. Il reddito di cittadinanza “contribuirà a sollevare dalla soglia della povertà oltre 5 milioni di persone” ha affermato elencando gli obiettivi della misura contenuta nella manovra le cui risorse a copertura sono tutte da stabilire. . Gli riponde a stretto giro il sottosegretario agli affari regionali Stefano Buffagni: “Per il reddito di cittadinanza le risorse sono pari a 10 miliardi, 9 per il reddito e 1 per i centri per l’impiego. È quanto ribadiscono fonti del M5s replicando al vicepremier Salvini. Ospite di Mattino cinque, anche il sottosegretario Stefano Buffagni ribadisce lo stesso concetto commentando: “Ho qui la tabella. Salvini? Era mattino presto forse era confuso…”.

Il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, in un’intervista rilasciata a Radio Radicale, ha cercato di fare chiarezza: “Ho visto che in queste ore ci sono un po’ di dibattiti su quanto ci sia per il reddito di cittadinanza e quanto ci sia per la Fornero. La misura che abbiamo messo in piedi prevede che tutta la platea abbia il reddito di cittadinanza e che si superi la legge Fornero, che si permetta con quota 100 vera di andare in pensione. Quindi si sta semplicemente giocando sui numeri ma ci sono i soldi per tutte le misure che abbiamo appena detto”.

Intanto fonti della commissione Ue hanno smentito che sia “già pronta” una lettera di bocciatura della manovra italiana da parte della Commissione europea, come riportato da alcuni organi di stampa. La Commissione redigerà la sua valutazione solo quando riceverà la bozza della legge di Bilancio a metà ottobre e il focus sarà sui dati relativi al 2018 e sugli obiettivi per il 2019.

IL SORRISO

di maio sorriso

Marcia indietro di Tria con il tentativo di far scendere la tensione con la commissione arrivata alle stelle nella giornata di ieri. Da una parte il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, aveva evocato la fine dell’Euro e lo spettro della Grecia e dall’altra il vicepremier Matteo Salvini aveva replicato accusandolo di essere il responsabile della reazione sfavorevole dei mercati al Def.

Dopo una notte passata a discutere del Def e un lungo e rassicurante intervento di Tria lo spread aveva beneficiato delle indiscrezioni su una possibile apertura del governo, dopo i rilievi della Ue sulla manovra, che dovrebbe portare a una riduzione progressiva del deficit/Pil dal 2,4% (confermato) nel 2019, al 2,2% nel 2020 e al 2% nel 2021 (contro il 2,4% in tutti e tre gli anni inizialmente previsto nella Nota di aggiornamento al Def). Però il differenziale di rendimento che aveva iniziato la giornata a 289 punti base, è tornato sul livello dei 300 punti base segnati martedì in chiusura. Ci ha pensato Di Maio con la strategia del sorriso. Di Maio fino a ieri aveva detto che nulla era modificabile e che il governo sarebbe andato dritto per la sua strada, oggi si era dimostrato più possibilità. “La cifra del 2,4% – ha detto – è confermata nel 2019: per quanto riguarda il 2020 e il 2021 stiamo pensando all’abbassamento del debito e la crescita del Pil con tagli massicci a sprechi”.

Tagli generici contro i quali nessuno potrebbe opporsi che vengono evocati ogni qualvolta non si ha molto da proporre. Un taglio allo spreco non si nega a nessuno. Ma è la strategia dell’alternanza Di Maio. Dire una cosa e smentirla il giorno dopo.

Poi l’uscita finale del vicepremier ha tolto ogni dubbio ai mercati: “Stiamo investendo sul sorriso degli italiani”, ha detto a Montecitorio: “Investiamo sulla felicità dei cittadini, sulla voglia di spendere e sulla voglia di vivere con una qualità della vita migliore”, ha aggiunto, sottolineando che “se torna il sorriso, l’economia si rimette in moto”. Mentre, “se continuiamo invece a chiedere sacrifici, l’economia tornerà a deprimersi”. E lo spread ha subito invertito la rotta tornando ai livelli della chiusura di ieri. “Siamo davvero alle comiche – scrive il segretario Pd, Maurizio Martina, su Twitter – ma di mezzo purtroppo c’è l’Italia”.

L’intervento di Tria insomma ha provato a dare un poco di ottimismo all’Europa sulle prospettive future della situazione italiana. “Il fatto che la traiettoria pluriennale sul deficit sia stata rivista è un buon segnale”, dice il commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici. In precedenza aveva parlato di manovra anche Salvini: “Sarà coraggiosa per mantenere gli impegni con gli elettori, negli anni futuri deficit e debito scenderanno”.

Ma lo scenario è più incerto che mai. Le stime di crescita del Centro studi di Confindustria sono al ribasso: il Pil “all’1,1% nel 2018 e allo 0,9% nel 2019” in “ribasso di 0,2% punti” per entrambi gli anni rispetto alle previsioni di giugno. Tra i vari fattori “pesano” anche “l’aumento dello spread” e “l’incertezza sulla capacità del governo di incidere sui nodi dell’economia e sulla sostenibilità del contratto di governo che causa meno fiducia negli operatori”. Per gli economisti di Confindustria “l’aumento del deficit” previsto dal governo “è poca cosa rispetto agli impegni politici assunti: se le coperture non saranno ben definite – avvertono – si rischia ex post un rapporto deficit/Pil più alto”.

Per il CsC “l’aumento del deficit serve per avviare parti del contratto di governo di sostegno al welfare”, come su reddito di cittadinanza o pensioni, poi “molto difficili da cancellare se non in situazioni emergenziali. Ciò potrebbe portare a più tasse in futuro e ad aumentare il tasso di risparmio già oggi”. Il Centro studi di Confindustria sostiene poi che non si debba “smontare le riforme pensionistiche perché ciò renderebbe necessario aumentare il prelievo contributivo sul lavoro. Se il meccanismo di ‘quota 100’, per permettere l’anticipo della pensione, venisse introdotto, andrebbe invece nella direzione opposta”.

 

FUORI DALLE REGOLE

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La seduta odierna a Piazza Affari rappresenta plasticamente la situazione di instabilità del Paese. Alti e bassi per tutta la giornata con Milano che prende una boccata d’ossigeno dopo le dichiarazioni di Giuseppe Conte, costretto a rassicurare i mercati dopo il botta e riposta con Bruxelles. Lo spread Btp/Bund ha toccato quota 300. Mai così alto dal 2014.

La manovra del governo gialloverde, dunque, ha sconquassato la finanza europea, che non crede alle misure promesse nella legge di Bilancio. L’Europa si è fatta sentire con Juncker, Dombrovskis e Moscovici. Tutti compatti nell’affermare che le disposizioni contenute nella finanziaria sono in contrasto con le regole comuni. Dall’Ecofin, il consiglio dei ministri europei delle finanze, hanno invitato il ministro dell’Economia Tria ad un ripensamento sul deficit al 2,4 per cento. “Siamo una famiglia chiediamo che l’Italia rispetti le regole” le parole del presidente di turno, l’austriaco Loeger.

Malgrado le avvisaglie, l’Esecutivo pentastellato non arretra. E mette in atto la solita macchina comunicativa: l’individuazione e l’attacco frontale al nemico di turno. L’Europa, come spesso accade, è il bersaglio preferito. “Qualcuno sta sperando che su questa manovra il governo italiano stia tornando indietro – sottintende Di Maio – ma noi sul deficit/Pil al 2,4% fino al 2021 non arretriamo di un millimetro e se ce ne sarà bisogno spiegheremo la manovra sulle piazze”. “Le parole e le minacce di Juncker e di altri burocrati europei continuano a far salire lo spread, con l’obiettivo di attaccare il governo e l’economia italiane? Siamo pronti a chiedere i danni a chi vuole il male dell’Italia” l’affondo di Salvini su Twitter che va oltre: “Io parlo con persone sobrie che non fanno paragoni che non stanno nè in cielo nè in terra”. Ha risposto, intervistato dal programma Tagadà su La7, ad una domanda sulle affermazioni del presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, che aveva ipotizzato un rischio Grecia per l’Italia.

I danni, intanto, ha rischiato di causarli Claudio Borghi, il presidente leghista della commissione Bilancio che con le sue dichiarazioni antieuro continua a far ballare i mercati. “Sono più che convinto – aveva detto in mattinata a Radio Anch’io – che l’Italia, con una sua moneta, sarebbe in grado di risolvere gran parte dei suoi problemi, ma non tutti”. Apriti cielo. Dichiarazioni incaute che hanno obbligato il premier Conte a gettare acqua sul fuoco: “L’Italia è un Paese fondatore dell’Unione Europea e dell’Unione Monetaria e ci tengo a ribadirlo: l’euro è la nostra moneta ed è per noi irrinunciabile”.

Questa trafila di dichiarazioni appare solo l’inizio di un duro confronto tra Roma e Bruxelles. L’esito dell’incontro di ieri tra Mattarella e il ministro Tria non è piaciuto alla Commissione Europea, che auspica un intervento del Colle se non dovesse cambiare la situazione. Salvini e Di Maio sembrano decisi ad andare avanti. Per quanto ancora è difficile dirlo. L’impressione, però, è che sia un bluff per far intervenire il presidente della Repubblica così da addossargli tutte le colpe di una manovra bocciata prima di vedere la luce.

Francesco Glorialanza