CASTELLO DI CARTA

Genova - via XXV Aprile - sede centrale palazzo Banca Carige

Genova – via XXV Aprile – sede centrale palazzo Banca Carige

Stessa storia, banca diversa, stavolta si teme il destino dell’Istituto genovese, Banca Carige. Il gruppo bancario ieri ha convocato un consiglio di amministrazione straordinario per “informare consiglieri e sindaci della situazione e valutare i prossimi passi” e oggi ha informato che la Malacalza Investimenti e il consorzio di garanzia non sono riusciti a trovare l’accordo per l’aumento di capitale da 560 milioni di euro.
Terminato l’incontro, il consiglio è rimasto aperto e Fiorentino ha continuato a mediare tra azionisti e consorzio. Dopo che a metà pomeriggio indiscrezioni di stampa hanno rivelato che le banche non hanno concesso garanzia perché manca “il commitment formale dei grandi azionisti, la famiglia Malacalza, Gabriele Volpi e Aldo Spinelli”, la risposta di Malacalza Investimenti ha confermato lo scontro. La holding di famiglia che raccoglie Vittorio e i figli Davide e Mattia dichiara di aver presentato “in data 26 ottobre istanza per essere autorizzata a incrementare la propria partecipazione in Carige fino a una quota pari al 28%”. Quindi definisce “sconcertante il contesto della vicenda” e conferma “la propria attitudine di sostegno”, aggiungendo però che la “disponibilità di Malacalza Investimenti non può tradursi in una impropria supplenza della funzione del consorzio di garanzia”.
L’azionista di riferimento Malacalza Investimenti che detiene il 17,59% di Carige (e ha già chiesto alla Bce di poter salire al 28%), ha accusato le banche del consorzio di garanzia (Deutsche Bank, Credit Suisse e Barclays) di aver fatto mancare il proprio sostegno in questo delicato momento. Dal canto loro, gli istituti coinvolti nell’operazione dicono che l’empasse sarebbe legata alla mancata firma da parte di Malacalza Investimenti dell’impegno scritto e non condizionato di sottoscrivere la sua quota dell’aumento di capitale nel corso del Cda di ieri.
L’amministratore delegato, Paolo Fiorentino, come rende noto un comunicato diramato al termine dell’incontro, “verificherà nelle prossime ore l’esistenza dei presupposti per il proseguimento del piano di risanamento della Banca e per una eventuale proroga dei termini dell’operazione di aumento di capitale, dice il comunicato. Intanto mentre mercoledì il titolo Carige ha perso l’11% ai minimi di sempre, nella giornata di ieri il titolo Carige è stato sospeso in via cautelativa dalla Consob, come successe tempo fa con Mps.

Poche ore fa Mattia Malacalza, amministratore delegato di Malacalza Investimenti, ha firmato questa mattina gli impegni della famiglia a sottoscrivere l’aumento di capitale di Carige per la quota, pari al 17,6%, attualmente detenuta. Lo ha dichiarato all’agenzia di stampa Radiocor Plus lo stesso imprenditore. «Oggi sono venuto a Milano per confermare ulteriormente anche di persona e direttamente alle banche del consorzio l’impegno di Malacalza Investimenti già esplicitato domenica scorsa attraverso i legali che ci rappresentano», ha esordito il secondo figlio di Vittorio Malacalza. «I miei legali, che sono in contatto con quelli di Carige e le banche del consorzio, hanno nelle loro mani per la consegna la documentazione impegnativa da me firmata relativa alla sottoscrizione del diritto di opzione legato alla quota detenuta ad oggi da Malacalza Investimenti». Sulle prospettive di riuscita della trattativa in corso con le banche del consorzio, Malacalza ha poi concluso «continuiamo ad attendere fiduciosi la conferma degli impegni da parte delle banche del consorzio che ci hanno preannunciato per la serata».
L’alternativa esiste, ma ha bisogno della luce verde della Bce. Se non si farà avanti un nuovo consorzio di garanzie fatto da banche, potrebbe essere il ministero dell’Economia a venire in soccorso di Carige mettendo mano al fondo di salvataggio bancario varato lo scorso anno per salvare Mps, un bacino da 20 miliardi di euro di cui finora sono stati utilizzati circa 10 miliardi (5,4 miliardi per Mps e 5,224 per le banche venete).
E mentre a Genova si sta con il fiato sospeso, l‘Anac l’Autorità anticorruzione guidata da Raffaele Cantone – fa sapere di aver ricevuto 1695 richieste di arbitrato da parte dei possessori di bond subordinati emessi da Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti, le quattro banche finite in risoluzione a fine 2015. I risparmiatori hanno chiesto un ristoro complessivo pari a 79,4 milioni di euro. Si tratta delle richieste dei risparmiatori che hanno perso soldi con le obbligazioni delle banche messe in liquidazione. Il collegio arbitrale, istituito lo scorso aprile per volontà del governo, si rivolge ai risparmiatori dei quattro istituti che non hanno accettato gli indennizzi forfettari disciplinati per decreto dal governo. Dato l‘elevato numero di istanze presentate all‘autorità, il presidente, Raffaele Cantone, ha deciso di costituire due collegi arbitrali. La prima udienza è fissata per il 19 dicembre.

NESSUN OSTACOLO

bergoglio disabiliSul fine vita arriva un segnale importante dal Pontefice che apre ancora di più a una legge erroneamente considerata intralciata dalla Chiesa romana. “Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona”. È quanto afferma Papa Francesco nel messaggio inviato questa mattina al Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, monsignor Vincenzo Paglia, e a tutti i partecipanti al meeting della World Medical Association sulle questioni del cosiddetto “fine-vita”, organizzato presso l’Aula Vecchia del Sinodo in Vaticano. Parole importanti dal Pontefice che rimettono in primo piano la ‘dignità del malato’. “D’altra parte – ricorda Papa Francesco – oggi è anche possibile protrarre la vita in condizioni che in passato non si potevano neanche immaginare”. Per questo la richiesta di un “supplemento di saggezza” e la rinuncia ai mezzi terapeutici quando non c’è proporzionalità.
Il nostro Paese è ancora uno dei pochi dove manca una legge che garantisca il diritto di ciascuno a vedere rispettate le proprie volontà sull’interruzione delle cure, diritti violati per quanto riguarda il malato terminale.
Per il segretario del Psi, Riccardo Nencini, si tratta di parole rivoluzionarie: “Poco fa ho sentito parlare l’uomo Francesco. Non il papa. Parlo delle cure da somministrare quando la vita non ti sorride più da un bel pezzo, quando desideri altro, quando la morte è ogni giorno. Il linguaggio è scarno, diretto. Rivoluzionario”.
Aprendo alla possibilità di interrompere le cure, Papa Francesco lancia un messaggio ‘misericordioso’ verso i malati terminali e sdogana definitivamente l’idea che l’unico intralcio all’approvazione del biotestamento del disegno di legge sul consenso informato e sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat) sia dovuto all’ostruzionismo degli ambienti cattolici.
“Non possiamo che essere d’accordo con le profonde riflessioni del Papa sul tema del fine vita: questa apertura non può che contribuire a far sì che la legge sul testamento biologico, già approvata dalla Camera, passi anche al Senato entro la fine della legislatura”. Lo ha detto Pia Locatelli, capogruppo PSI alla Camera e coordinatrice dell’Intergruppo per il fine vita. “Ci auguriamo che coloro che hanno ostacolato e stanno ostacolando in ogni modo l’approvazione della legge, accolgano le parole di Papa Francesco e lascino che anche l’Italia si doti di questo strumento di civiltà. A questo punto non ci sono più alibi”.
Nonostante i numerosi appelli, dai senatori, ai medici, fino ai sindaci, il testo è finito nel pantano delle contrattazioni pre elettorali delle coalizioni, anche se gli italiani sono ormai pronti per questa legge (oltre 122 mila cittadini firmatari). Lo ricorda bene la Portavoce del Psi, Maria Cristina Pisani: “Le parole di Papa Francesco sono straordinarie. Sul fronte dei diritti è riuscito a sdoganare, all’interno della Chiesa, battaglie che noi socialisti conduciamo da sempre, come quella sulla difesa della libertà di scelta e la dignità dell’essere umano”. La portavoce de socialisti ha poi puntualizzato: “Resta solo da liberare il Parlamento e chi fa la politica dei finti moralismi e dal bigottismo che impera in tutto il Paese così come in alcuni gruppi parlamentari” ha aggiunto Pisani che ricorda come “oggi il disegno di legge è ancora fermo al Senato. Siamo al termine della legislatura, i tempi sono stretti. Ci appelliamo a tutte le forze parlamentari affinché l’Italia, ultima in Europa, riconosca il diritto di ogni persona a decidere con dignità e autonomia sul proprio corpo, sulla propria vita e sul proprio fine vita. Una legge servirebbe proprio a questo. C’è ancora tempo e modo di approvarla”, ha concluso la portavoce socialista.
Tuttavia resta fermo il no di alcuni rappresentanti politici dell’ala conservatrice che non vede nessuna ‘apertura’ del Papa. “Prima di leggere nelle sue parole l’assenso all’autodeterminazione – afferma Maurizio Lupi, AP – come ho letto in alcune sintesi stampa, ci andrei cauto, e inviterei a leggerle fino in fondo, quando parla di dialogo con i medici, di prossimità responsabile, di amore e vicinanza, di cure palliative e dell’imperativo categorico di non abbandonare mai il malato. Sono parole che mi confermano nel mio no all’attuale legge sul Biotestamento, proprio perché in essa vedo una deriva eutanasica. Come dice il Papa, serve un supplemento di saggezza, più pacatezza nel discutere di questi temi, più riflessione e soluzioni normative il più possibile condivise”. Di tutt’altro avviso Fabrizio Cicchitto per il quale invece il Papa ha detto sul fine vita cose di grande buon senso che dovrebbero far riflettere anche alcuni cattolici”.
Sicuramente Papa Francesco non si è schierato per l’eutanasia, ma contro l’accanimento terapeutico, ed è già un passo importante. Marco Cappato infatti ricorda che in Italia “manca una legge persino sulla questione di minimo rispetto dei diritti del malato, garantiti anche dalla Costituzione, ma sistematicamente violati, che ora è stata posta anche dal Papa”.
“L’unica persona che può decidere quale sia il momento in cui le cure vanno abbandonate è il malato stesso – ovviamente sentito il medico e beneficiando del massimo di assistenza possibile – ed ha diritto a farlo nelle forme che garantiscano di ridurre al minimo la sofferenza”. Poi conclude: “Ecco perché è necessario legalizzare sia il testamento biologico, che l’interruzione delle terapie che l’eutanasia in senso stretto. L’approvazione della legge sul Biotestamento ferma al Senato sarebbe comunque un primo indispensabile passo avanti dopo 32 anni di inerzia parlamentare”.

NULLA DI NUOVO

0422_migrants-detained-1000x666Il Sogno europeo si è trasformato in un vero e proprio incubo non solo per chi ha rischiato la vita durante gli sbarchi, ma anche di chi nel passaggio in Libia è stato ‘trattato’ come uno schiavo. Aste di esseri umani, come all’epoca della tratta degli schiavi: avvengono in Libia, secondo la Cnn, che in un reportage in esclusiva mostra un filmato in cui due ragazzi vengono venduti dai trafficanti.
Grazie a telecamere nascoste, la Cnn ha ripreso una vendita a Tripoli, in cui si vende “uno scavatore, qui abbiamo uno scavatore, un omone forte, in grado di scavare”, secondo quanto dice il ‘venditore’. Dopo che l’agghiacciante transazione è conclusa, i giornalisti avvicinano due dei ragazzi ‘venduti’, che appaiono “traumatizzati.. intimoriti da qualsiasi persona”. I filmati sono stati consegnati dalla Cnn alle autorità libiche, che hanno promesso un’indagine.
Adesso l’opinione pubblica inorridisce di fronte a queste notizie, eppure era stato già tutto anticipato e denunciato. La prima a farlo è stata la leader radicale Emma Bonino che già agli inizi di settembre dichiarava: “Il modello Minniti ci si ritorcerà contro. L’accordo rafforza le milizie libiche e chiude gli occhi sui lager dei migranti”
Oggi torna tristemente sull’argomento e in un’intervista rilasciata a La Stampa afferma “Si sapeva tutto e da tempo. Ma gli ispettori erano pochi e io passavo per una visionaria. Poi è arrivato il rapporto di Médecins Sans Frontières e poi il ministro Minniti ha dichiarato che i campi in Libia erano la sua ossessione e che l’Oim e l’Unhcr ne avrebbero “migliorato” le condizioni. Il risultato è che la Libia permette a mala pena di visitare di tanto in tanto qualcuno dei 29 centri ufficiali di detenzione, quelli di cui abbiamo letto i reportage giornalistici. Il resto, a cominciare dai centri illegali, è terra di nessuno”. Inoltre punta il dito contro l’Ue e un accordo giudicato peggio di quello con la Turchia: “Per quanto io sia critica con Erdogan e il suo Stato autocratico è pur sempre uno Stato e ha il controllo del territorio. In Libia ci siamo accordati con un governo che non controlla neppure i suoi uffici e, direttamente o indirettamente, ha appaltato la questione alle milizie. Abbiamo anche assistito a una cruenta guerra tra bande per la gestione dei migranti”. Ma Bonino difende anche l’Italia: “Gentiloni ha ragione nel ripetere che l’Italia ha avuto, rispetto ai migranti, la politica più decente d’Europa. Ad eccezione della Grecia e un po’ della Germania tutti gli altri sono rimasti indifferenti o hanno fatto ostruzionismo”.
Adesso anche l’organizzazione delle Nazioni Unite mette sotto accusa l’Unione Europea e l’Italia, che hanno frenato gli arrivi di immigrati in Europa finanziando le autorità della Libia per bloccarli o riaccettarli sul suo territorio. Per l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, il giordano Zeid Raad al-Hussein, il concreto sostegno accordato da Bruxelles (e dall’Italia che vive in prima linea la cronica emergenza della migrazione verso le proprie coste meridionali) alla Guardia costiera di Tripoli si risolve in “un oltraggio alla coscienza dell’umanità”, perché è noto che le condizioni di vita nei centri di detenzione libici sono “terrificanti”. Definendo “disumana” la politica della Ue e dell’Italia di finanziare le autorità libiche, perché “rischia di condannare molti migranti a una prigionia arbitraria e senza limiti di tempo, esporli alla tortura, allo stupro, costringerli al lavoro, allo sfruttamento e al ricatto”. L’invito è a “non essere testimoni silenti della schiavitù moderna, di stupri e altre violenze sessuali, di uccisioni fuorilegge per evitare che persone disperate e traumatizzate raggiungano le coste dell’Europa”.
Alle pesanti accuse dell’Onu all’Italia ha replicato il viceministro degli Esteri Mario Giro dai microfoni di Radio Anch’io, su Radio Uno. “Queste notizie mettono in imbarazzo l’Onu perché è una cosa che si sapeva da tempo. Non è una novità. Non è perché adesso lo scrivono i giornali anglosassoni o lo dice un responsabile Onu che non sapevamo quale fosse il problema – afferma Giro, che ha la delega alla Cooperazione -. Già l’8 agosto scorso ho definito la Libia un inferno”. L’Onu non ha il permesso di entrare nei campi perché interviene solo se il Consiglio di sicurezza trova un accordo, ha aggiunto Giro: “L’Italia è l’unico paese che sta cercando di mediare tra le forze libiche che sono fortemente contrapposte perché l’Onu possa entrare. È un po’ ipocrita scoprire adesso ciò che sappiamo da tempo”, ha concluso il viceministro .
Prima dell’emittente americana Cnn, la situazione libica era stata denunciata anche dai media italiani, tra questi l’Avvenire sul quale l’11 aprile 2017 Daniela Fassini scriveva: “L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) in Libia e in Niger ha raccolto orribili storie accadute lungo le rotte migratorie del nord Africa, veri e propri racconti che parlano di un ‘mercato degli schiavi’ che affligge centinaia di giovani africani che si recano in Libia”. Nel dettaglio si legge: “Non solo casi di detenzione, violenze e ricatti. Un migrante senegalese che tornerà a casa dal Niger dopo mesi di prigionia in Libia racconta anche di un vero e proprio ‘mercato degli schiavi’ a Sahba, nel sud ovest della Libia. Qui il giovane, proveniente dal deserto – viaggio per cui aveva già pagato 250 dollari – è stato accusato dal conducente del pick-up di non aver mai pagato la somma pattuita dal trafficante, ed è stato portato insieme a tutti gli altri compagni di viaggio in un’area di parcheggio. ‘In quel luogo migranti subsahariani erano venduti e comprati da libici, con il supporto di persone di origine ghanese e nigeriana che lavoravano per loro’, spiega il senegalese allo staff Oim”.
Nonostante tutto, l’Europa sembra non essersene mai accorta. La Commissione europea ha chiesto la chiusura di queste prigioni e il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani ha annunciato per oggi la costituzione di una delegazione di eurodeputati da inviare in Libia per verificare le violazioni dei diritti umani.
Oggi poi la Guardia costiera libica ha chiesto maggiori aiuti all’Europa per organizzare la sua flotta ormai obsoleta, avvertendo che altrimenti nel 2018 non sarà più in grado di soccorrere i migranti nel Mediterraneo.”La Guardia costiera libica ha salvato oltre 80mila migranti clandestini dal 2012 e circa 15mila solo quest’anno” ha dichiarato il generale Ayub Kacem, portavoce della Marina libica. “L’anno prossimo non saremo in grado di organizzare missioni di ricerca e soccorso nella acque territoriali libiche se dovremo impiegare la stessa flotta”, ha avvertito il colonnello Abu Ajila Abdel Bari, comandante della prima brigata della Marina libica. “Le nostre navi hanno grossi problemi e devono essere sottoposte a complesse operazioni di manutenzione” ha concluso.

OMBRE EUROPEE

katneinPierre Moscovici giovedì scorso aveva escluso che le deviazioni previste dal percorso di riduzione del deficit strutturale possano avere “conseguenze procedurali” per l’Italia, nella valutazione sui conti pubblici che Bruxelles presenterà mercoledì prossimo. Ma oggi è la tirata d’orecchie del vicepresidente della Commissione europea, Jyrki Katainen, responsabile per crescita, lavoro e investimenti. “Decideremo la prossima settimana. Ma il fatto che la situazione in Italia non stia migliorando possono vederlo tutti dalle cifre”, ha detto Katainen, rispondendo ai giornalisti durante il resoconto della riunione odierna della Commissione a Strasburgo. Il collegio dei commissari, in effetti, ha discusso oggi in modo preliminare, senza prendere decisioni, delle proposte di bilancio presentate dai diversi paesi Ue. Katainen peraltro non è il vicepresidente direttamente competente della linea della Commissione sui conti pubblici dei Paesi, questo compito è invece supervisionato dal lettone Valdis Dombrovskis.

A un giornalista che chiedeva a quali cifre si riferisse Katainen, visto che proprio oggi i dati Istat indicano il Pil in crescita dello 0,5% nel terzo trimestre 2017, rispetto al trimestre precedente, e dell’1,8% rispetto allo stesso periodo del 2016, il vicepresidente della Commissione ha risposto: “Mi riferisco alle cifre delle previsioni economiche della Commissione (pubblicate il 9 novembre scorso, ndr) e alla deviazione in termini di deficit strutturale” da parte dell’Italia. Infine, a chi chiedeva se fosse d’accordo con il collega Moscovoci, sulle assicurazioni da lui date secondo cui “la deviazione” prevista per l’Italia non avrà conseguenze procedurali, Kakainen ha risposto ripetendo che “adotteremo la nostra decisione la settimana prossima. Ma il nostro orientamento di base – ha concluso – è che dobbiamo essere onesti e far sapere ai cittadini qual è la situazione effettiva”.

Parole a cui ha replicato il sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi: “Noi diciamo sempre la verità agli italiani, non so cosa volesse dire Katainen, e siamo anche fiduciosi che il progetto di legge di bilancio vada nella giusta direzione: la nostra posizione è conforme agli obiettivi comuni e agli impegni perseguiti dall’Italia. Come sempre – ha aggiunto Gozi – il dialogo con la Commissione andrà avanti e arriveremo a una soluzione positiva”.

Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan difende la legge di Bilancio: “E’ una legge solida, utile al Paese e conforme alle regole”. E sui rilievi del commissario Europeo Jyrki Katainen afferma: “Non rispondo a Katainen ma rispondo con quanto ho già detto molte volte in passato: con la commissione c’è un rapporto di collaborazione continua, se ci saranno osservazioni sulla legge di Bilancio, ne terremo conto. Ma comunque ripeto che è una buona legge”.

Intanto la manovra continua il suo percorso in Parlamento. Domani, 15 novembre, alle ore 17.30 si terrà presso la sala stampa della Camera dei deputati una conferenza stampa del Psi per presentare un emendamento alla Legge di Bilancio, depositato a prima firma del capogruppo socialista al Senato, Enrico Buemi. L’emendamento “è volto a garantire un piano di superamento del precariato negli Enti Pubblici di Ricerca (EPR) vigilati dal Miur e prevede la possibilità di trasformare rapporti lavorativi a tempo determinato istituiti su fondi ordinari in contratti a tempo indeterminato, senza oneri aggiuntivi per la spesa pubblica. Non essendo stata consentita per anni un’adeguata pianificazione a medio-lungo termine delle attività di ricerca, il precariato rappresenta una barriera alla capacità di imporsi nel panorama della ricerca internazionale e allo sviluppo di un’economia basata sulla conoscenza. Stabilizzare il personale precario consentirebbe di invertire questa tendenza e di rilanciare il ruolo degli EPR”. Alla conferenza stampa parteciperanno: Enrico Buemi, capogruppo Psi al Senato, Pia Locatelli, Capogruppo del Psi alla Camera dei deputati; Oreste Pastorelli, deputato e Tesoriere del Psi. Interverrà anche una delegazione del gruppo PU-CNR composta da: Marco Girolami, Danilo Durante, Principia Dardano, Giovanna Occhilupo.

TEMPO DI COALIZIONE

pd mdpUna coalizione ampia che dalla sinistra arrivi fino a comprendere i moderati che hanno condiviso il lavoro del governo di questi anni. Un confine largo, insomma, un centrosinistra inclusivo che miri ad unire. È in sintesi quanto detto dal segretario del Pd Matteo Renzi della direzione del partito a pochi giorni dalle elezioni Siciliane. “Partiamo dalla situazione politica e lasciamo gli altri punti all’ordine del giorno ad una prossima riunione” ha esordito Renzi sottolineando che serve uno sforzo unitario “a partire dal sottoscritto”. Un cambio di linea a cui diversi fattori hanno contribuito nel tempo. Dalle legge elettorale che premia le coalizione alla consapevolezza che il Pd da solo non è in grado di accentare su di sé quei voti che gli mancano per diventare, da solo, maggioranza. Quel 40% alle europee suona sempre più come un lontano ricordo. Da qui la consapevolezza che è essenziale il contributo di tutti. “Dobbiamo rivendicare con forza – ha detto ancora Renzi – ciò che abbiamo fatto”. “Con la coalizione che faremo – ha aggiunto – siamo già oggi avanti agli altri”. “Dobbiamo – ha detto ancora – avere un progetto vero con chi vuole condividerlo. Vogliamo o non vogliamo aprire un dibattito serio al nostro centro e alla nostra sinistra?, si chiede il segretario dem che poi ha sottolineato: il jobs act ha fatto oltre 900 mila posti di lavori, nei primi anni, con gli incentivi, si è trattato di posti di lavoro indeterminato. Ora siamo disponibili ad una lotta ulteriore al precariato. Renzi ha poi parlato dell’immigrazione: gli sbarchi sono diminuiti, 50mila in meno di un anno. Poi tutti noi sappiamo che c’è bisogno di una grande scommessa su Libia e Africa. Infine sulle tasse: “Qualcuno di voi può pensare che gli 80 euro siano stati un errore? Se si vuole fare un dibattito alto e serio – ha argomentato l’ex premier – noi ci siamo”.

Renzi ha assicurato che “non metteremo alcun paletto a una coalizione più larga possibile. Anzi, sarà nostra cura allargare la coalizione il più possibile”. Per Renzi bisogna tenere un confronto aperto anche con l’ala moderata e centrista affinché non venga risucchiata da Berlusconi. E poi su chi si è allontanato dal Pd: “Nessun veto su Mdp, sul movimento di Civati e su SI ma chi vuole rompete non troverà da noi nessuna sponda. Renzi ha poi spiegato che deve esserci un dialogo aperto con tutti. Con i Verdi, con i socialisti, con l’Italia dei Valori e in primis con Pisapia.

Insomma un fronte “aperto” ad una coalizione larga del centrosinistra con il Psi, Radicali , Mdp, Cp, Si e altri: “Il segretario del Pd – ha detto il segretario del Psi Riccardo Nencini commentando l’intervento di Matteo Renzi alla direzione – è stato chiaro: alle prossime elezioni politiche ci sarà una coalizione di centro sinistra. Ora non ci sono più alibi per nessuno. Mettersi al lavoro subito è la strada maestra”. E in riferimento all’intervento di Pisapia al convegno di Campo Progressista Nencini ha aggiunto: “Ho ascoltato con attenzione l’intervento di Pisapia. C’è spazio per allargare il fronte della sinistra riformista, c’è l’interesse comune a fermare derive populiste e di destra. Mi aspetto che il Pd colga questa opportunità con l’urgenza che il tempo richiede”.

Interesse alla arriva anche dai radicali: “La nostra lista europeista – ha detto Riccardo Magi, segretario di Radicali italiani, dopo l’incontro con Renzi al Nazareno – nasce come opzione prima di ogni apparentamento, perché questa legge promuove apparentamenti non coalizioni. Con il Pd abbiamo avuto un incontro serio: è l’apertura di un percorso che richiedera’ altri passaggi”.  Benedetto Della Vedova, di Forza Europa, ha aggiunto: “Oggi si è avviato un percorso franco, serio, mi auguro utile ma che dovrà avere nelle prossime settimane uno sviluppo. Ci sono punti col Pd di contiguità e altri di diversita’”.

Un sostengo convinto e immediato è arrivato dal ministro della Cultura, Dario Franceschini favorevole alla necessità di una coalizione ampia e critico alla visione “solitaria” del Pd. “Un applauso convinto alla relazione di Matteo Renzi che apre alla costruzione di una alleanza di tutto il centrosinistra” è la sua risposta su twitter. Ma da Mdp le prime reazioni sono state fredde: “Una maggiore sintonia possibile fra il Pd ed Mdp?. Non lo so – ha risposto Pierluigi Bersani – bisogna vedere cosa dice sul resto perché lui si preoccupa sempre di rivendicare quello che s’è fatto. Purtroppo c’è qualche milione di elettori che non è d’accordo. Non è Bersani o Speranza, sono gli elettori che non sono d’accordo; che hanno un giudizio critico su tante cose che si sono fatte e che vedono che a dispetto delle affermazioni che siamo usciti dalla crisi, abbiamo dei problemi, a cominciare da quello del lavoro. E quindi staremo a vedere, seguiamo il resto della discussione. Basta che si sappia che le chiacchiere stanno a zero, ci vogliono dei fatti”.

MERITO E BISOGNO
DI SOCIALISMO

quadro-pellicciari-quarto-stato
Si è conclusa a Milano la due giorni sui “Meriti e Bisogni 2.0”, organizzata dal Psi per discutere del programma di governo e poi coalizioni future.
“I socialisti lavorano incessantemente alla formazione di una coalizione alleata del Pd, europeista, che raccolga il voto degli indecisi”- ha detto il Segretario durante la relazione di chiusura. “Ma spetta al Pd prendere l’iniziativa convocando urgentemente un tavolo dove si discuta un Patto con gli Italiani e lo si riempia di contenuti partendo dalle buone cose fatte dai governi in questa legislatura”, ha aggiunto.
“C’è un preoccupante ritardo. Gli italiani ancora non sanno ne’ come la sinistra riformista si presenterà alle prossime elezioni ne’ con quale programma. Del centro destra e dei grillini, invece, sanno tutto”- ha proseguito. Per Nencini “serve una “Forza Tranquilla e Rassicurante”. È questa la priorità. Non la Leopolda e nemmeno la rottamazione. Quanto al programma – ha detto ancora Nencini – sono quattro le priorità: riforme istituzionali – dell’elezione diretta delle città metropolitane alle macroregioni al voto ai sedicenni nelle amministrative – da affrontare con una Assemblea Costituente; inserire la casa tra i pilastri del nuovo welfare tassando la rendita fondiaria per migliorare i servizi nelle città e costituendo un fondo per un piano casa più ampio; misure perché il lavoro a tempo indeterminato costi meno del lavoro parziale; Europa federale ed un unico ministro del tesoro europeo”, ha concluso.


L’alleanza tra il merito e il bisogno per l’affermazione del socialismo liberale

L’intervento di Claudio Martelli

Rivolgo un sentito ringraziamento agli organizzatori di questo incontro per avere tolto dagli armadi impolverati un’idea, quella che lanciai alla conferenza di Rimini del 1982. Mi interrogo spesso sulle ragioni della sopravvenuta longevità di questa intuizione sul merito e il bisogno (che vanno usati al singolare perché fenomeni sociali) che rappresentano un criterio per leggere la società e per intraprendere un cammino. Il punto di novità non era tanto la rappresentazione dell’esistenza del merito e del bisogno, ma la proposta di un’alleanza tra il merito e il bisogno per un governo riformista. Si trattava in realtà di una suggestione di carattere liberale (tipica di questa cultura era la categoria del merito) e socialista (caratteristica dii questa tradizione é quella del bisogno). La mia proposta era di connetterli in una prospettiva comune, unificando dunque politicamente il meglio delle due culture.

Una società come la nostra vive sul mercato, ma non può vivere solo di mercato, che non è certo di per sé un regolatore di giustizia. Occorre una misura e un equilibrio tra il dinamismo delle società di mercato (in Germania si é parlato di economia sociale e la Spd ha praticato la cogestione delle aziende) e la sua regolazione a fini di giustizia e di responsabilità dei lavoratori. Certo se noi volessimo rifarci alle esperienze delle socialdemocrazie e in particolare di quella tedesca, dovremmo ricordare che il cancelliere Schroeder, nelle sue proposte (Agenda 2010) contemplò la richiesta di due ore in più di lavoro sul comparto pubblico senza retribuzione. Pensate a cosa sarebbe successo in Italia. La verità é che la sinistra italiana non è mai stata socialdemocratica. Se non all’inizio del secolo passato, quando i riformisti di Turati erano alla guida del Psi e dialogavano coi liberali di Giolitti. Quel Psi amministrava i comuni, però. Non governava l’Italia. Proprio in questi giorni ho lettp che il Pd ha deciso di riappropriarsi della tradizione riformista. Tuttavia nella tradizione del Pd c’é in massima parte quella comunista e non mi pare che i comunisti siano mai stati riformisti. Oggi dobbiamo chiarire la natura dell’incontro tra socialisti e democratici. Discutere insieme é un bene. Erigere steccati oggi é inutile. Ciascuno conserva le sue memorie. Ma questo non può evitare l’incontro.

Chiediamoci piuttosto se non stiamo facendo di tutto per far vincere il centro-destra. Partiamo dal tema più sentito e cioè quello dell’immigrazione. Occorre molta chiarezza. Ho ascoltato Salvini dichiarare in tv: “I migranti regolari sono miei fratelli e li accoglierei in casa mia”. Affermazione nuova, perfino sconvolgente. Dal fronte sinistro silenzio. Non si ricorda neppure che sull’immigrazione irregolare Napolitano, per cinque anni ministro dell’Interno, ha varato provvedimenti duri su questa materia, cosi come la mia legge prescriveva modalità precise di controllo. La verità é che in questi anni è svanito il tema del controllo e gli immigrati arrivano in numero sempre maggiore. Certo in Germania sono di più. Ma a parte il fatto che la Germania ha 84 milioni di abitanti e non 60, ricordiamo anche che questo paese ha assunto ben 10mila addetti per l’integrazione e poi ha varato un provvedimento per il rimpatrio volontario e assistito. Non è vero che tutti gli immigrati si trovino bene, anzi una parte di loro, dopo alcuni mesi, è a disagio e sfrutta la possibilità di un rientro a casa magari utilizzando un gruzzolo per poter ricostruirsi una vita. Secondo i dati sono circa 400mila i rimpatri volontari. E noi continuiamo a parlare della favola dell’accoglienza. Cosi andiamo a sbattere. Se in un piccolo centro arrivano cento senegalesi si sconvolge il senso di una comunità. Vivere un disagio non è razzismo.

La sinistra che ha approvato il Wto, ha celebrato la globalizzazione, ha esaltato l’immigrazione, o cambia strada o deraglia. Non c’é da pescare revisioni e coerenze nell’area che, penso a Prodi, ha enfatizzato il tema dell’allargamento dell’Unione europea. Prima si doveva riformare il sistema di governo e poi eventualmente allargare. Invece prima si è allargato e non si é riformato nulla. Non c’è da pescare lì e nemmeno nell’area massimalista. Ogni volta che la sinistra ha tentato di governare i massimalisti hanno prodotto una scissione. Dalle divisioni politiche si sono poi sempre sviluppate divisioni personali. E’ la prima volta, oggi, invece, che dalle divisioni personali sono nate divisioni politiche. Ho letto questa frase di Bersani: “Grasso ci va da Dio”. Ricordo di avere avuto Grasso al Ministero della Giustizia. Lo rammento come bravo magistrato. Non avrei mai immaginato avesse queste doti taumaturgiche. Ho letto una dichiarazione di Emma Bonino che sollecita di riaprire i flussi legali. Giusto, ma contemporaneamente bisognerebbe chiudere quelli illegali. Vogliamo una sinistra senza popolo? Se la sinistra ha perso il popolo non sarà perché non ha affrontato all’inizio i rischi della globalizzazione e dell’immigrazione? E non ha poi saputo governarli? Avevamo di fronte a noi il caso Francia, dove Marine Le Pen aveva già sottratto fette di popolo alla sinistra. Potevamo trarne conseguenze. Niente. Adesso tutti concentrati sullo ius soli. Lo chiamano ius soli, ma in realtà si tratta di ius nativitatis, diritto di nascita. In Europa non esiste. Esiste negli Stati uniti. Ma non c’entra con l’immigrazione. Esiste perché nonostante gli unionisti avessero vinto negli stati del Sud non si concedevano diritti ai neri. Lo ius nativitatis era dunque per gli americani, non per gli immigrati. Qui la cittadinanza, invece, precede l’integrazione. E il buon senso se ne sta in disparte. Ho parlato con Minniti e l’ho sostenuto. Qualche risultato ha prodotto. Certo è complicato dopo aver preso a bastonate l’alveare libico. Ma era giusto rivedere il ruolo delle Ong. Se vai a prendere gli immigrati vicino alla costa non operi per salvarli e addirittura commetti un reato. Tutti argomenti di buon senso lasciati alla destra.

Sono invece molto netto sul referendum lombardo-veneto. Bisognava denunciare l’imbroglio e invece il Pd ha balbettato. Si doveva spiegare una contrarietà e invece si é manifestata una quasi condivisione, un sì però. Un po’ di ipocrisia. Come quella dell’accoglienza secondo Alfano. Noi siamo accoglienti con gli immigrati che poi vanno in casa d’altri. Fino a che gli altri minacciano poi di chiudere le frontiere.

Avevo in mente il partito democratico già negli anni ottanta. Ne parlai con Craxi che osservava che si sarebbe dovuto intervenire a livello internazionale. Pensava all’Internazionale democratica, che comprendesse il partito degli Stati Uniti. Ne parlò con Mitterand e Gonzales che respinsero l’idea, forti dei loro trenta per cento. Io insistetti. Pensavo a un partito democratico che nascesse sull’incontro tra socialisti, ex comunisti, radicali, laici. Poteva essere questa una meta più gradita anche dagli ex comunisti che a varcare la frontiera che li separava dal Psi non erano troppo propensi. E cosi per i laici che non volevano diventare socialisti. Le cose sono andate come sappiamo. E si é creata una frattura. In Italia si é proceduto sempre con fratture. Prima il Risorgimento, poi i liberali, i fascisti, l’8 settembre, la morte della patria, che determinò la frattura con la destra che viene sanata solo quando Berlusconi la reinventa, dando nel contempo accoglienza anche ai partiti della Prima repubblica. E mette insieme i leghisti al Nord e i post fascisti al Sud in nome di una rivoluzione liberale irrealizzata, anche per la congiura di Bossi. Una parte di elettori socialisti scelse Berlusconi per difesa dall’aggressione dei post comunisti. La ferita non si è più sanata. Il Psi era l’incontro tra la sinistra storica e i ceti poi berlusconiani. Le cose, oggi, sono cambiate. Manca un partito di frontiera e il Pd non lo é diventato.

Ho avuto modo di definire il Pd il partito Frankestein. Mettere insieme una parte dell’ex Pci e una parte della Dc era cosa complicata. Veltroni è stato costretto alle dimissioni. Renzi é nelle condizioni che conosciamo. All’inizio mi ispirava simpatia. Poi ho formulato critiche. Sapevo che nell’incontro tra comunisti e democristiani alla lunga avrebbero vinto i democristiani. D’altronde non hanno voluto diventare socialisti, che altro potevano diventare visto che non erano più comunisti? Anzi, se dai del comunista a un ex comunista, questo si offende. A me se danno del socialista fa piacere. A La Russa hanno gridato “fascista”, e lui ha risposto: “Lei mi sta lusingando”. Almeno ha un’identità. Renzi mi pare che oggi vada difeso. Non vedo di meglio. D’Alema é meglio? Lasciamo perdere.

La via giusta è liberalsocialista. Inventammo le società di mutuo soccorso, le leghe, le cooperative, i sindacati, quel sistema riformista che si fa stato nella società. Tutte cose che ancora sopravvivono. Anche a Milano e questo avvenne grazie a quel grande sindaco che fu Caldara e che sperimentò una sua particolare e costruttiva attenzione ai poveri e ai meno garantiti e che fu definito fuori linea dalla maggioranza del Psi per avere ospitato i reduci di Caporetto. Prima che ci fossero i comunisti sperimentammo i danni del massimalismo.

Non riesco a capire cosa si debba chiedere a Renzi per offrigli l’unità. L’abolizione del job act? L’articolo 18? Mi sembra di tornare molto indietro nel tempo. Anche sulle banche ha ragione Renzi, non ha senso la difesa della Banca d’Italia, che é diventata una banca privata, quasi fosse l’altare della patria.

Noi, alla fine degli anni ottanta, riprendendo un’intuizione di Craxi di fine anni 70, lanciammo la proposta di una riforma dello stato presidenziale, federale, con sistema elettorale uninominale e maggioritario. Lo vogliamo rimuovere questo tabù sul presidenzialismo cari amici del Pd? E ristabilire un’autorità eletta dal popolo che rilanci il potere democratico della politica? Quando leggo che l’ufficio del ministero del Bilancio prende posizione sulla riforma delle pensioni trasecolo. Noi costoro li avremmo fatti volare dalla finestre. Ognuno doveva fare il suo.

Insisto sull’Europa dove vedo solo alcune luci che traspaiono dalla Francia, ove tra la triste trimurti dei repubblicani e le follie dei socialisti, almeno si é fatto largo Macron. Era meglio avesse vinto la destra, magari con le bandiere e gli slogan debordanti della sinistra in piazza? Questo Macron che ha dichiarato di non essere socialista, ma di essere di sinistra perché liberale, non riesco a capire dove andrà a finire. Però affermare che l’origine del liberalismo é di sinistra é apprezzabile. Come sostenere che il meglio del socialismo è liberale.

Leggi l’intervento di Luigi Covatta

MERITI E BISOGNI

gente-persone-italiani

“Insisto: se non vogliamo consegnare l’Italia ad un fronte antieuropeo oppure a un centro destra egemonizzato da Salvini, urge la formazione di una lista che si richiami al riformismo europeo, laica, aperta alla buona tradizione del civismo democratico. Spetta al Pd assumere immediatamente l’iniziativa per convocare un tavolo con tutti i suoi alleati”. Lo ha detto a Milano il segretario del PSI, Riccardo Nencini, a margine dell’evento “Meriti e Bisogni 2.0”, la kermesse socialista dove si discute di programmi di governo e coalizioni future.

“Sarà l’occasione – ha aggiunto Nencini – per presentare la proposta politica dei socialisti: una formazione laico-riformista, di taglio europeo, per non consegnare l’Italia alla destra”. Alla due giorni socialista si parlerà di nuovo welfare, immigrazione, capitale umano, occupazione, innovazione e riforme e per fare il punto sulle alleanze elettorali possibili a sinistra dopo i risultati in Sicilia e in vista delle elezioni politiche. I lavori si svolgeranno nella sede Fast (piazzale Rodolfo Morandi, 2) e si apriranno il 10 novembre con la relazione di Luigi Covatta ‘Governare il Cambiamento’ e con l’intervento, tra gli altri, di Claudio Martelli. I lavori della prima giornata si chiuderanno alle ore 19 con contributi di parlamentari e amministratori del Psi, intellettuali, docenti universitari, rappresentanti di associazioni e imprese.

L’evento proseguirà l’11 novembre, a partire dalle 9.30,e si concluderà con l’intervento del segretario del Psi previsto per le 17. Tanti gli ospiti che arricchiranno la kermesse di contributi e analisi, il vice segretario del Pd Maurizio Martina, il vice ministro al Mef Enrico Morando, il segretario dei Radicali Italiani Riccardo Magi.

In attesa di conferma la presenza del ministro dell’Interno Marco Minniti, del leader di Campo progressista Giuliano Pisapia e del capogruppo S&D al Parlamento europeo Gianni Pittella. Il titolo del convegno richiama i contenuti della sintesi che Martelli fece nel corso della storica conferenza programmatica del Psi di Rimini del 1982, quando il gruppo dirigente del partito ebbe modo di confrontarsi pubblicamente con molti degli uomini di cultura che negli anni precedenti avevano proposto il tema della modernizzazione del Paese.

Il Psi invitò la sinistra a dare vita ad una “alleanza riformatrice fra il merito e il bisogno”, cioè fra “coloro che possono agire” mettendo a frutto i propri talenti e “coloro che devono agire” per uscire dall’emarginazione. Una lettura che oggi il Psi ripropone in chiave contemporanea. È possibile seguire i lavori dell’evento con ladiretta Facebook e su www.partitosocialista.it.


I meriti e i bisogni oggi

di Mauro Del Bue

Due giorni dedicati a progettare il futuro, partendo dalle intuizioni di quella conferenza programmatica di Rimini di 35 anni fa. Allora il perno su cui ruotò l’assise fu l’intuizione di Martelli sull’alleanza tra il merito e il bisogno, così eretica rispetto a tutte le clausole della sinistra del tempo, così poco ortodossa rispetto ai crismi del marxismo a cui erano ancora largamente affidate le letture della società italiana. Martelli propose due categorie, non due classi, che si ritenevano punti di riferimento fondamentali di una moderna cultura riformista. Ricordo che al riformismo il Psi era pervenuto solo l’anno prima col congresso di Palermo. Quel riformismo aveva bisogno di un contenuto, che a Rimini si elaborò con intelligenza e successo. Molti intellettuali parteciparono a quella conferenza, seguitissima dai giornali e dalle televisioni. Da due anni il Psi era divenuto forza di governo, dopo il tramonto delle maggioranza di unità nazionale. Da qui l’idea di “governare il cambiamento”, tema della conferenza.

Martelli pensò non solo all’esistenza del bisogno a prescindere da una specifica classe, ma anche al merito, categoria inusuale a sinistra. E, di più, a un’alleanza tra merito e bisogno, anticipando la crisi del welfare pubblico e lanciando un’idea di nuova società solidale. Il ragionamento di Martelli era teso a declinare il concetto di uguaglianza in quello di equità. Eravamo all’uscita di anni bui, in cui i dogmi avevano indotto alcuni ad imbracciare le armi e altri a sbattere la testa contro il muro dello statalismo e dell’egualitarismo. Martelli non parlò, se non ricordo male, di previdenza (anche se più tardi lanciò primo di tutti l’idea
di un patto tra le generazioni intuendo l’avvento di una società di anziani garantiti e di giovani senza speranze). Avrebbe potuto citare il paradosso delle pensioni baby. Parlò dei servizi gratuiti per tutti, in una società disuguale, invero dagli effetti contraddittori. Chi ha la possibilità non paga, e quel che non paga viene pagato anche da chi non ha alcuna possibilità. Così l’uguaglianza diventa iniqua. Il messaggio di Rimini fu una ventata di salutare rifondazione culturale versato sulle stanche membra di un Pci e di un sindacato (con l’eccezione della Uil di Benvenuto) incapaci ormai di leggere la società che da industriale si era ormai trasformata in post industriale. Molte di quelle intuizioni, sui meriti, sulla uguaglianza iniqua, sulla società solidale, sono stati successivamente presi a prestito da altri e oggi paiono patrimonio comune, se non di tutti, almeno di molti.

Son passati 35 anni e una nuova Rimini, un aggiornamento della teoria e dell’alleanza merito-bisogno, appare interessante, se non opportuna. Iniziamo a farlo, sinteticamente e annunciando i nuovi temi che nel 1982 o non esistevano nella realtà o erano appena accennati. Quasi tutto è cambiato. Non ci sono i partiti di allora, non ci sono più i leader di allora, e non voglio soffermarmi sulla rassegna infinita di cose perdute. Mi concentro su tre temi. Il primo é quello della nuova equità. Allora si parlava di nuove povertà. Oggi siamo alle prese con le povertà tradizionali. Quelle del primum vivere. Allora non si parlava di globalizzazione, di finanziarizzazione, di immigrazione. Questi sono oggi, invece, i temi fondamentali in cui leggere la nuova categoria del bisogno.

Ma c’è una nuova risposta e cioè l’Europa, che allora faceva piú da sfondo alle nostre identità (l’eurosocialismo e l’eurocomunismo) che non da scudo del nostro sviluppo. Bisogna passare dall’Europa monetaria e dei vincoli all’Europa politica, dai tanti governi statali europei all’unico governo europeo, magari agli Stati uniti d’Europa, e il primo passaggio dev’essere, come propone Macron, la nomina di un ministro dell’economia e di un ministro degli Esteri europei. La terza novità, rispetto al 1982, é l’esplosione della questione ambientale. Sono convinto che le tre E (equità, Europa, ecologia) saranno la base su cui costruire una proposta elettorale all’altezza. I due giorni di Milano serviranno ad approfondire questi ed altri temi con ospiti di riguardo e dibattiti tematici. Le conclusioni di Nencini, dopo la mia relazione del primo pomeriggio e il seguente dibattito, sono previste le 17 e 30 di sabato. Poi inizierà il percorso per dare alla nostra presenza un significato non solo identitario, ma di proposte concrete, facendo della proposta della nuova lista socialista, radicale, verde, progressista, una scommessa di futuro.

Mauro Del Bue

FINE PENA MAI

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse12-09-2014 RomaWalk around a Piazza Montecitorio per l'eutanasia con Mina WelbyNella foto la manifestazionePhoto Fabio Cimaglia / LaPresse12-09-2014 RomaWalk around in Piazza Montecitorio for euthanasia with Mina WelbyIn the photo the demonstration

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse12-09-2014 

“Spero che l’attenzione su questo processo aiuti a far approvare dal Parlamento una legge sul fine vita di cui si discute da 32 anni”, così Marco Cappato all’uscita dall’Aula dal processo che lo vede imputato per aiuto al suicidio per la morte in una clinica svizzera di Fabiano Antoniani, dj Fabo.
Nonostante gli appelli, la raccolta firme e un’opinione pubblica favorevole, la legge è ferma nei cassetti del Parlamento. Dopo numerose discussioni, finalmente il 20 aprile la Camera dei deputati ha approvato la cosiddetta “legge sul fine vita” o sul “testamento biologico”, una norma che permette – entro alcuni limiti – di esprimere in anticipo quali trattamenti medici ricevere nel caso di gravi malattie, ma da allora nessun passo in avanti è stato compiuto. Dopo le difficoltà al Senato, alla fine la presidente della Commissione Sanità del Senato e relatrice del provvedimento sul biotestamento, Emilia Grazia De Biasi, si è dimessa da relatrice del ddl, dando mandato alla conferenza dei capigruppo per valutare l’invio del provvedimento in Aula senza relatore. “Non ci sono le condizioni – ha detto De Biasi – per continuare il lavoro in Commissione. Quindi rimetto il mio mandato di relatore”. La competenza sul provvedimento è passata alla conferenza dei capigruppo del Senato, che devono calendarizzare la discussione in aula.
Pochi giorni fa l’ex relatrice è tornata sul biotestamento affermando: “È stato impossibile andare avanti in commissione. Più di questo non potevo fare”, ha spiegato. “A fronte degli oltre 3.000 emendamenti ne sono stati ritirati soltanto 300 e per una Commissione è tecnicamente impossibile esaminare 2700 emendamenti, metà dei quali con un taglio ostruzionistico. Bisogna dare priorità allo ius soli e al biotestamento – ha proseguito – un fine legislatura che porta a casa provvedimenti molto attesi dalla popolazione, come questi, è un bel modo per chiudere una legislatura che non è stata sempre perfetta”.
Una legge che ce la chiede anche l’Europa: secondo l’art. 8 della Convenzione europea dei diritti umani, la libertà di scelta terapeutica sulle questioni di fine vita rientra nel campo del diritto fondamentale al rispetto della propria vita privata.
È una legge che la società civile chiede a gran voce, in 4 anni infatti sono state raccolte oltre 67 mila firme a sostegno della legge di iniziativa popolare EutanaSia Legale presentata dai Radicali Italiani insieme all’Associazione Luca Coscioni.
Rispetto a diversi anni fa, “oggi l’opinione pubblica è bene informata. È l’inerzia del legislatore che ci preoccupa”, ha detto Beppino Englaro riguardo al biotestamento, a margine di un evento organizzato a Milano dall’Associzione Luca Coscioni. “Un tempo – ha continuato Englaro – ho trovato il deserto anche nell’opinione pubblica, rispetto alla libertà e al diritto di Eluana di autodeterminarsi”. Per Englaro “ci sono tutte le premesse, se vogliono” affinché il provvedimento sia approvato in Senato, “manca solo la volontà”.
Nel frattempo stamani si è aperto alla Corte d’Assise di Milano il processo a Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni ed esponente dei Radicali, con l’ammissione delle prove testimoniali e documentali davanti alla Corte d’Assise di Milano e potrebbe arrivare a sentenza già tra gennaio e febbraio, dopo due udienze, il 4 e il 13 dicembre, dedicate all’ascolto dei pochi testimoni, tra cui anche il medico-anestesista Mario Riccio che seguì il caso Welby, la madre e la fidanzata di Antoniani (non erano in aula oggi), e alla proiezione del video choc dell’intervista del 40enne a ‘Le Iene’. La proiezione avverrà per dimostrare le condizioni fisiche in cui si trovava Fabiano Antoniani, ed è stata chiesta e ottenuta dai pm Tiziana Siciliano e Sara Arduini nella prima udienza del processo.
Sempre i Pm di Milano Tiziana Siciliano e Sara Arduini avevano chiesto nei mesi scorsi di archiviare l’inchiesta su Cappato, scattata dopo la sua autodenuncia, o di sollevare una questione di costituzionalità della norma sull’aiuto al suicidio. Il gip Luigi Gargiulo, però, ha ordinato l’imputazione coatta: avendo prospettato a Dj Fabo una dolce morte qualora si fosse rivolto a alla struttura svizzera, Cappato, secondo il gip, non solo lo avrebbe aiutato a morire ma avrebbe anche rafforzato il suo “proposito di suicidio”. Per la Procura, invece, avrebbe semplicemente aiutato una persona ad esercitare il diritto di morire con dignità. Dopo l’imputazione coatta, Cappato ha scelto di andare direttamente a processo con rito immediato saltando l’udienza preliminare.
Per Filomena Gallo, avvocato e segretario dell’associazione Luca Coscioni, “i giudici in Italia sono costretti a sopperire all’immobilità del legislatore intervenendo e confermando di volta in volta tutele costituzionali fondamentali in assenza di leggi specifiche sul tema del fine vita”. L’incapacità della politica ufficiale, prosegue Gallo, “a legiferare su questi argomenti, evidenzia sempre di più la crisi della nostra democrazia. Oggi il processo a Cappato rappresenta – aggiunge – un altro momento fondamentale per tentare di affermare la prevalenza dei principi costituzionali sul codice penale risalente al periodo fascista”.
Nel frattempo parte anche una campagna sul web intorno all’hashtag #ConCappato, per quanti “vorranno sostenere simbolicamente sui social o più concretamente con una
donazione sul sito concappato.associazionelucacoscioni.it la coraggiosa azione legale”. Lo spiega la stessa associazione Coscioni in un comunicato. Si tratta di “una chiamata civile ai cittadini italiani che vogliono essere liberi” e di “una battaglia di tutti – si legge – ma che avrà bisogno del supporto di tutti quelli che si vorranno schierare al fianco del tesoriere di Associazione Luca Coscioni, esposto in prima persona con un atto di disobbedienza civile per accelerare la regolamentazione sul fine vita in Italia, un tema attualmente affossato nelle aule del Senato”. All’esterno di Palazzo di Giustizia a Milano i Radicali Italiani hanno organizzato per la giornata di oggi un presidio a sostegno di Marco Cappato.

RIMBOCCARSI LE MANICHE

sicilia cartina

Finito il conteggio delle schede, il Movimento cinque stelle si conferma il primo partito in Sicilia. Lo era anche cinque anni fa con circa il 15% dei consensi, ma questa volta ha quasi raddoppiato i suoi voti ora ufficializzati dall’Ufficio elettorale, certificando un 26,67% (513.359 voti); da sottolineare che il consenso al candidato Giancarlo Cancelleri è ben superiore, pari al 34,65% e 722.555 preferenze, avendo calamitato buona parte del voto disgiunto. La coalizione del centrodestra che ha spinto la vittoria di Nello Musumeci (39,8%) vale il 42% (809.121), con Forza Italia a guidarla e che è il secondo partito all’Ars con il 16,37%. Il campo del centrosinistra vale il 25,4% (488.939 voti; ben oltre il risultato di Fabrizio Micari, al 18,6%, che, a differenza di Cancelleri, ha pagato il voto disgiunto); a guidarlo il Pd (13%)

“Inutile girarci intorno. È una battuta d’arresto, anche se la lista di socialisti e civici, Sicilia Futura-Psi, ha raggiunto il 6 % dei voti”. È il commento del segretario del PSI, Riccardo Nencini, ai risultati delle elezioni siciliane. “C’è solo da rimboccarsi le maniche – ha aggiunto – rafforzando la coalizione riformista. È urgente che il Segretario del Pd convochi un tavolo con tutti gli alleati per discutere un patto con gli italiani”- ha proseguito. “Sin da venerdì prossimo a Milano – ha detto Nencini riferendosi alla kermesse socialista “Meriti e bisogni 2.0″ del 10 e 11 novembre – i socialisti chiameranno al confronto i partiti della sinistra di governo. È il momento di aprirsi – ha proseguito – abbandonando rancore e nostalgia del passato per sottoporre quanto prima agli italiani, attraverso primarie delle idee, un programma che abbia come priorità la frontiera europea e la lotta al bisogno”- ha concluso il segretario del Psi.

Anche il senatore socialista Enrico Buemi ha parlato delle prospettive del centrosinistra. “Il contributo dei socialisti è indispensabile per ampliare la capacità di coinvolgimento dei cittadini da parte delle forze politiche del centrosinistra, in modo da interpretare con obiettivi unitari le diverse sensibilità che hanno caratterizzato nel passato e nel presente la politica nella Regione e nel Paese” ha detto Buemi nel corso della Conferenza regionale del partito che lo ha confermato segretario regionale del Piemonte Psi, mentre il già senatore ugenio Bozzello è stato chiamato alla presidenza onoraria.

“L’apporto della cultura di governo e di sensibilità verso le problematiche sociali e i diritti individuali dei cittadini, da sempre caratteristica dell’impegno politico dei socialisti, si ritiene indispensabile per un rilancio del centrosinistra, che sta vivendo una difficile fase politica – ha concluso Buemi – e che ha bisogno di recuperare senso unitario, pur nella diversità delle proprie radici e della capacità di interpretare le esigenze del cambiamento”. E la portavoce del Partito Maria Cristina Pisani ha aggiunto: “Nonostante lo scenario complessivo, in Sicilia, la lista supera il 6% e Nino Oddo raggiunge un ottimo risultato. Chapeau a lui, alle compagne e compagni siciliani per la passione, la determinazione, l’entusiasmo con cui hanno lavorato. Bravo Nino, andiamo avanti con la tenacia e il coraggio di sempre!”.

Intanto resta l’attesa per gli appuntamenti di questa settimana: tra sabato e lunedì, infatti, si riuniranno Campo progressista e Pd, già oggi l’assemblea dei parlamentari e degli eletti. Archiviate le elezioni in Sicilia e registrata la sconfitta di tutte le anime del centrosinistra si rimette mano alle alleanze. I pontieri sono già all’opera per evitare che una divisione porti alla sconfitta anche a livello nazionale. Per questo nel Pd si è deciso di non alzare lo scontro interno e Dario Franceschini ha avanzato un suo ‘lodo’: una “alleanza con le forze che ci stanno nel campo del centrosinistra”, “ognuno con il proprio simbolo e il proprio leader” senza prefigurare fin da ora il candidato premier in caso di vittoria, visto che il Rosatellum non lo prevede. Un ‘lodo’ che sarà valutato nelle prossime ore e nei prossimi giorni: lo stesso Renzi ha ipotizzato che non si indichi il premier fin da ora. Domenica si terrà la convention di Campo progressista e i pontieri si attendono già da quell’appuntamento un segnale di apertura e altrettanto sperano possa venire da Mdp, a maggior ragione dopo l’incontro di ieri di Pietro Grasso con Giuliano Pisapia. Certo, si dovranno posare le polveri dopo gli scontri anche personali degli ultimi giorni, ma il risultato siciliano è sotto gli occhi di tutti e potrebbe avere convinto più d’uno che alimentare le divisioni porta alla sconfitta, tanto più che a fronte si un centrodestra che si sta ricompattando. Lunedì poi si terrà la direzione Pd, il segretario indicherà la sua road map e a quel punto saranno in campo tutti gli elementi per decidere.

IL RITORNO DEL CAVALIERE

regionali-sicilia-2017

I sondaggi avevano ampiamente previsto le difficoltà del centrosinistra. In Sicilia lo spoglio per le elezioni Regionali è ancora in corso ma il candidato del centrodestra Nello Musumeci attualmente mantiene il primo posto nella corsa, seguito da Giancarlo Cancelleri. Sono state scrutinate oltre la metà delle sezioni, il dato è di 3.207 su 5.300, il candidato del centrodestra, ha il 39,2%, il candidato del M5s Giancarlo Cancelleri 34,9%. Seguono Fabrizio Micari con il 18,9%, Claudio Fava con il 6,2 e Salvo La Rosa, con lo 0,72 %. A vincere è però “partito del non voto”: solo il 46,76% ha votato per l’elezione del presidente della Regione e dell’Assemblea, mentre il 53,23% ha disertato le urne. Rispetto al 2012 quando aveva votato il 47,41%, il dato dell’affluenza è in calo dello 0,65%.

L’effetto non è arrivato smorzato nelle stanze del Nazareno. Parla chiaro il Presidente del Pd, Matteo Orfini. Su Fb non nasconde le difficoltà, dopo un primo grossolano tentativo del Pdi siciliano di accollare la colpa della delusione elettorale a Pietro Grasso reo di essere uscito dal Pd dopo l’approvazione della legge elettorale. “In Sicilia e nel Municipio X di Roma – afferma Orgini – il Pd arriva terzo. Sono oggettivamente due sconfitte. E quando si perde si deve riflettere e capire gli errori per correggerli. Ma anche distinguere le legittime strumentalizzazioni politiche dai numeri e dalla storia di queste due elezioni”. “In Sicilia – prosegue Orfini – vincemmo con Crocetta perché la destra si divise. Oggi la destra è di nuovo unita e vince. Il Pd ha provato a lavorare sullo schema di una coalizione larga, guidata da una personalità della società civile. Non siamo riusciti fino in fondo a raggiungere questo obiettivo perché Mdp e Sinistra Italiana hanno scelto di candidare Fava con il solo obiettivo di far perdere il Pd e vincere la destra. E perché anche parte del mondo moderato rispetto a cinque anni fa ha scelto la destra”. E sulle elezioni del decimo Municipio di Roma aggiunge: “Il Pd è il secondo partito con circa il 14 per cento. Si e’ votato dopo lo scioglimento per mafia e dopo l’interruzione di un’amministrazione da noi guidata. A far dimettere l’allora Presidente fui io, quando non era indagato (o almeno non era noto che lo fosse). Successivamente fu arrestato e poi condannato in primo grado. Capite bene che con queste premesse il Pd sarebbe potuto scomparire”.

“Ma dove è la novità? – si difendono i renziani – la scorsa volta si è vinto con il 13 per cento del Pd, con l’11 dell’Udc e il 6 della sinistra di Crocetta e perchè la destra era divisa”. Una lettura che sembra un pò assolutoria ma è in realtà mirata a sostenere che “siamo in partita se c’è una coalizione”. E soprattutto ad evitare lo scontro interno e a convincere Dario Franceschini, Orlando e Michele Emiliano a non andare all’attacco del segretario condannando il Pd a sconfitta certa alle elezioni del 2018 a favore del centrodestra o di M5S. I dirigenti del Pd, però, non sembrano intenzionati a fare sconti al leader. “La sconfitta è pesante ed è l’ultima di una serie di risultati presi sotto gamba”, è l’analisi diffusa. Ora o Renzi dimostra di voler decidere insieme su tutto, a partire dalla definizione delle liste elettorali, e di impegnarsi davvero a costruire “senza veti” una coalizione o, come dice un big della minoranza, “parte il cinema”.

I big Pd non vorrebbero dare per perso fino all’ultimo anche un confronto con Mdp, ipotesi che Renzi vede remota “non per colpa sua”, dicono i suoi. Il leader è pronto, attraverso il coordinatore Lorenzo Guerini, ad aprire da domani il confronto con i possibili alleati. Mettendo sul piatto anche la disponibilità a primarie di coalizione se qualcuno le chiedesse. “Per il centrosinistra serve un nuovo inizio. Il Pd è pronto a confrontarsi senza veti con tutte le forze progressiste, europeiste, moderate, interessate a costruire unità e non divisione”, ribadisce, ancora a urne aperte, Maurizio Martina. Un messaggio rivolto oltre ma soprattutto dentro il Pd per scongiurare un tutti contro tutti e per invitare i dem a concentrarsi sui veri rivali: i grillini.

Intanto si prepara la resa dei conti. La direzione del Pd è convocata per il 13 pomeriggio. Il leader del Pd si chiude nel silenzio. “Evitiamo qualsiasi dichiarazione, facciamo domani il confronto, o quello che sarà” si limita a dire Matteo Renzi entrando nella sede fiorentina della Stanford University dove tiene un corso rivolto agli studenti americani.