ASSALTO AL PARLAMENTO

londraLondra sotto shock, a un anno esatto dall’attentato di Bruxelles, una serie di spari sono stati uditi davanti al palazzo di Westminster che ospita il Parlamento britannico. L’edificio è attualmente in stato di ‘lockdown’.
Questo pomeriggio, poco prima delle 16, un Suv ha travolto la folla sul ponte di Westminster per poi schiantarsi contro il cancello del Parlamento. Secondo le ricostruzioni della polizia l’assalitore è poi sceso dal veicolo con un coltello e ha ferito un agente nel cortile di Westminster .

La polizia britannica ha aperto il fuoco contro l’uomo che avrebbe aggredito con un coltello l’agente davanti nell’immediata prossimità di Westminster Bridge, prima di andare ad urtare contro le balaustre l’auto sarebbe piombata sulla folla. Le persone falciate dall’auto sarebbero almeno 12, mentre sarebbero 2 le persone colpite dalla polizia. Altre fonti ancora riferiscono di un poliziotto ferito. L’aggressore morto sarebbe un uomo di circa 40 anni, asiatico. Anche una donna è morta negli attacchi di Westminster Bridge a Londra. Lo riferisce l’associazione stampa parlamentare britannica, citando una fonte medica del St Thomas Hospital​.
Il vice speaker Lindsay Hoyle ha sospeso la seduta che era in corso e ha ordinato ai deputati presenti di rimanere all’interno dell’Aula parlamentare. La vicina stazione della metropolitana è stata immediatamente chiusa.
Ancora nessun comunicato ufficiale sulle ragioni dell’attacco o sull’identità dell’assalitore.

Secondo i servizi britannici, è presto per parlare di atto terroristico.

Tuttavia Scotland Yard ha riferito che tratterà il caso come “attacco terroristico, finché non emergerà altro”.

Un portavoce ha dichiarato che la premier Theresa May “è in salvo”. Il leader della Camera dei Comuni, David Liddington, ha confermato che “un uomo è stato colpito dalla polizia”, ma ha anche aggiunto che “arrivano notizie di violenti incidenti nelle vicinanze”, presumibilmente in riferimento alle persone ferite su Westminster Bridge.

FUTURO EUROPEO

europaUna strana Europa, quella che nel giro di pochi giorni celebrerà i 60 anni dei Trattati di Roma e subito dopo affronterà il divorzio con la Gran Bretagna. Sabato prossimo i 27 disegneranno il futuro per i prossimi anni dell’Europa. Un futuro senza Londra, ma che dovrà essere ancora fondato sull’unità pena “l’emarginazione dalle dinamiche globali”, come è scritto nella bozza della Dichiarazione di Roma analizzata dagli ‘sherpa’ dei governi riuniti a Bruxelles. Un gran lavoro, con continue limature e modifiche al testo, che alla fine ha portato i suoi frutti. Infatti le trattative per stendere il testo della dichiarazione che sarà siglata il 25 marzo al Campidoglio si sono concluse positivamente: è stato raggiunto un compromesso per riavvicinare i Paesi dell’Est Europa del gruppo di Visegrad, scettici sulla formula dell”Ue a più velocità.

Era stata ancora una volta la Polonia a puntare i piedi e ad uscire dal coro. Jaroslaw Kaczynski, leader del partito populista al governo ‘Diritto e Giustizia’ (Pis), in un’intervista ad un settimanale polacco aveva ribadito che il governo di Beata Szydlo si sarebbe opposto al progetto di un’Europa a più velocità lanciato due settimane fa da Francia, Germania, Italia e Spagna a Versailles. Ma Varsavia, che già aveva subito un 27 a 1 nello scontro per la rielezione di Tusk, si è trovata nuovamente isolata. Ma secondo Kaczynski la Polonia deve “difendere i propri interessi in modo deciso”. Ma alle fine il rappresentante polacco ha confermato che anche Szydlo firmerà la Dichiarazione di Roma.

Il testo conferma la formula che prevede di “agire insieme ogni qualvolta possibile, a ritmi e intensità diversi dove necessario, come fatto in passato nell’ambito del quadro del Trattato”. Permane quindi una doppia velocità. Anche se la formula ne lima la portata.

Invece il sottosegretario agli Affari Europei Sandro Gozi parla di unione sociale: “L’unione sociale è scritta nei trattati ma nessuno di noi ha preso l’impegno politico. Questo deve essere il nostro obiettivo vero”. Il sottosegretario agli Affari Europei inoltre invita a cogliere l’opportunità della Brexit. “Usiamo i 73 seggi che saranno lasciati dalla Gran Bretagna per eleggere deputati transnazionali così da cominciare a colmare il divario tra le decisioni europee e i dibattiti a livello nazionale”. Londra ha infatti annunciato che la notifica della richiesta di divorzio, ovvero la lettera di Theresa May che ufficializzerà la richiesta del governo britannico di attivare l’art.50 per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, sarà inviata il 29 marzo. Non rovinerà le celebrazioni, ha osservato Angela Merkel, consapevole che l’Unione europea è “pronta a cominciare il negoziato”, come è tornato a sottolineare oggi il portavoce della Commissione Ue, mentre il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, da poco riconfermato, ha ribadito che “entro 48 ore” dal ricevimento della lettera britannica potrà presentare ai 27 le “linee guida” e convocare il vertice straordinario che formalizzerà il mandato negoziale per Michel Barnier.

Rientrato il dissenso della Polonia, a minacciare di non siglare dichiarazione di Roma è Atene. Fonti citate dal quotidiano “Kathimerini” infatti evidenziano questa possibilità, dopo che i creditori internazionali hanno detto chiaramente che dalla Grecia non sono stati fatti progressi sufficienti e che quindi il piano di salvataggio sarebbe a rischio. Secondo le fonti citate dal quotidiano ellenico, gli esponenti del governo di Atene coinvolti nei negoziati per predisporre la bozza della dichiarazione di Roma sulla riforma del progetto europeo hanno dichiarato che non possono siglare un tale documento mentre la Grecia viene messa sotto pressione da domande completamente “irrealistiche” da parte del Fondo monetario internazionale. Insomma appena chiusa una crepa se ne apre un’altra.

Scheda. Le tappe di 60 anni di storia

Nata nel 1957 con i trattati di Roma, l’Unione Europea ha cambiato la nostra storia e il nostro modo di vivere, regalandoci un lungo periodo di pace e prosperità economica. Una storia scandita da una serie di tappe importanti che ne hanno segnato l’allargamento, ma anche da una rottura come la Brexit:

25 marzo 1957: i Trattati di Roma istituiscono la Comunità Economica Europea. I sei paesi fondatori – Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Olanda e Germania ovest – sono gli stessi che dal 1951 erano già riuniti nella Comunità europea del carbone e dell’acciaio. La seconda guerra mondiale è finita da appena 12 anni, ma l’Europa è già divisa dalla cortina di ferro della guerra fredda. L’ideale europeo si ispira al manifesto di Ventotene, scritto nel 1944 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, ed è stato portato avanti da statisti come Alcide De Gasperi, Robert Schumann, Jean Monnet, Konrad Adenauer e Paul Henry Spaak.

1 gennaio 1973: primo allargamento di quella che si chiama ancora la Cee. Con l’adesione della Danimarca, dell’Irlanda e del Regno Unito, il numero degli Stati membri sale a nove.

7-10 giugno 1979: per la prima volta i cittadini europei possono eleggere direttamente i deputati del Parlamento europeo.

1 gennaio 1981: La Grecia aderisce alla Cee. I paesi membri sono ormai dieci.

1 gennaio 1986: Portogallo e Spagna aderiscono alla Cee. I paesi membri diventano 12.

1987: nasce il progetto Erasmus. Il programma di mobilità studentesca fra le università europee diventerà uno dei simboli più popolari dell’Europa unita.

3 ottobre 1990: dopo il crollo del muro di Berlino il 9 novembre 1990, la Germania torna ad essere unita e l’ex Ddr entra quindi nella Cee. E’ l’inizio di una nuova fase storica che porterà all’estensione dell’Unione in quasi tutto il continente.

7 febbraio 1993: viene firmato il trattato di Maastricht nell’omonima città olandese, che sancisce la nascita dell’Unione Europea. Si passa dall’unione economica a quella politica, ponendo le basi per il nuovo assetto istituzionale comunitario che conosciamo oggi e che verrà ulteriormente definito nei trattati di Amsterdam. (1997), Nizza (2000) e Lisbona (2007). Vengono definite le tappe e i parametri dell’Unione monetaria.

1 gennaio 1995: Austria, Finlandia e Svezia aderiscono all’Unione europea. I paesi membri diventano 15.

26 marzo 1995: in Francia, Belgio, Lussemburgo, Olanda, Germania, Spagna e Portogallo entrano in vigore gli accordi di Schengen per la libera circolazione dei cittadini. In Italia entrano in vigore il 6 ottobre 1997. Oggi lo spazio Schengen comprende 26 stati (22 stati membri dell’Ue oltre a Islanda, Norvegia, Svizzera e Liechtenstein).

1 gennaio 2002: L’euro diventa la valuta corrente di dodici paesi dell’Unione, oltre che di San Marino, Vaticano, Monaco e Andorra. Dal primo giugno 1998 è in attività la Banca centrale europea (BCE). Oggi i paesi della zona euro sono 19.

1 gennaio 2003: L’Unione Europea succede all’ONU, in Bosnia ed Erzegovina, alla guida del contingente di pacificazione della regione.

1 maggio 2004: Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria aderiscono all’UE. I paesi membri diventano 25.

1 gennaio 2007: Bulgaria e Romania aderiscono all’UE. I paesi membri diventano 27.

12 ottobre 2012: L’UE riceve il Nobel per la pace.

1 luglio 2013: La Croazia entra nell’Unione europea. I paesi membri arrivano a 28.

23 giugno 2016: i cittadini della Gran Bretagna approvano in un referendum l’uscita dall’Unione Europea. La richiesta di avvio dei negoziati per la Brexit, in base all’articolo 50 del trattato di Lisbona, sarà presentata il 29 marzo. (Fonte AdnKronos)

UNA COMUNITA’ NEL RISPETTO

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Si è concluso il Congresso straordinario del Partito socialista italiano. Riccardo Nencini  è stato riconfermato segretario del Psi a larghissima maggioranza. Tre i voti contrari e nessun astenuto.“Dirò delle cose – ha detto prendendo la parole dopo il voto che lo ha nuovamente portato a guidare il Partito – che non o detto ieri. Ma sono cose che in chiusura devo dire. Siamo nel 2017 e dal Congresso di Venezia del 2013 portiamo avanti le stesse proposte. Avevamo in quella sede già individuato le ragioni della crisi della sinistra continentale. Lo avevamo detto 4 anni fa. E quello che avevamo detto si è verificato”. E si chiama populismo. “Inutile augurarsi che la Raggi governi male. Questo non avrà affetto sul consenso: i populismi continueranno ad avere successo e voti. Ecco perché dobbiamo riconvocare a Milano una rilettura dei meriti e dei bisogni. Ma gli strumenti di 35 anni fa non vanno più bene. Vanno rivisti. Ci sono – ha continuato – 4 nodi che saranno davanti a noi. L’Alitalia è il primo nodo. Prima di licenziare bisogna vedere dove si produce la perdita. Le altre aziende oggi assumono, da noi si licenzia. Secondo tema i voucher: se il decreto che votiamo per abolirli non prevede una soluzione alternativa dico che sarà un decreto che non va votato. Bisogna trovare uno strumento per non ricadere nel nero”.

Il terzo punto è la manovra. Voglio ringraziare il Presidente Gentiloni che guarda con attenzione a noi. Vediamo quanto compre la tassazione sul gioco d’azzardo. Lì bisogna intervenire con l’aumento della tassazione. Ultimo punto: l’Europa. Sono 60 anni di Europa. Abbiamo usato tutti lo stesso linguaggio, serve il coraggio e le ragioni che si ebbero allora. La Ue nacque sul carbone e l’acciaio ma sotto, ancor prima di questo, c’era una ragione politica: questa era il creare una barriera allo stalinismo sovietico. Oggi non vi è più questo pericolo ma ve ne è un altro, quello di presidiare le forntiere dai populismi. I governi fascisti, ricordiamolo, sono arrivati grazie a voti popolari. Vedi l’Italia e la Germania. Ecco perché non va sottovalutato quello che potrà succedere. Potrebbe esserci un accordo parlamentare successivo al voto tra Meloni, Lega e 5 Stelle. E loro usano lo stesso linguaggio del 1920-21”.

Infine Nencini è tornato sulle questioni interne al Partito. “Questo congresso – ha detto – è stato indetto per 2 motivi. Siamo stati per sei mesi legati al lavoro degli avvocati, che voglio ringraziare. Una rilettura del post 4 dicembre la avremmo fatta senza un congresso. Ma è stato necessario questo appuntamento per rimettere in ordine una comunità. In questi mesi mi sono preso molti insulti. Ma io non farò lo stesso. Ma non si può consentire a Bobo Craxi di dire che questo Congresso sia una farsa. Questo congresso non è una farsa e per rispetto al suo cognome mi fermo qui”.

“In ultimo un augurio. Lo faccio a noi. Inizia una fase complicata. Un tracciato oggi lo abbiamo stabilito con l’obiettivo di tornare in tante amministrazioni comunali. A Bari a giugno festeggeremo i 125 anni del partito, ma sarà tutto tranne che un ricordo. Bari deve servire per capire cosa si possa aggiungere ai deliberati congressuali”. Infine un appello ai compagni affinché tengano i congressi per “fare le cose in continuità e per darsi una regola”.


Al termine del congresso è stato nominato:

Il Consiglio Nazionale

La Commissione Nazionale di Garanzia

I Revisori dei conti


Gli interventi precedenti

La relazione di apertura di Riccardo Nencini

L’intervento di Pia Locatelli

L’intervento di Emma Bonino

L’intervento di Mauro Del Bue

L’intervento di Maurizio Turco

Interventi della seconda giornata

Interventi della prima giornata

Il Congresso integrale su Radio Radicale

Prima giornata

Seconda giornata

CONGRESSO STRAORDINARIO

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Quello che inizia al Marriott di Roma è un congresso straordinario del Psi, reso necessario per mettere in sicurezza il partito dopo la sospensiva (non la sentenza, che purtroppo è destinata a tardare) del tribunale a seguito del ricorso di alcuni socialisti. Ma può diventare uno straordinario congresso se verrà riempito di idee, di proposte, di confronti utili e costruttivi. Le idee che mi auguro saranno al centro della due giorni di Roma dovranno rispondere innanzitutto alla esigenza di difendere una storia oggi cancellata e non mi riferisco solo a quella degli anni ottanta, cancellazione di una violenza inusitata e alla quale si sono colpevolmente adoperati quasi tutti i soggetti della seconda repubblica mai nata. Siamo un partito storico e identitario, l’unico, per quanto piccolo, rimasto in piedi. E a noi soprattutto spetta il compito di rinverdire e diffondere la storia del socialismo italiano. Non si può infatti essere socialisti europei, vedasi il Pd, democratici in Italia e dotati di una tradizione comunista e democristiana.

L’esigenza politica parte di qui. La fine del Pd uno potrebbe consentire la nascita del Pd due coi radicali, non solo la Bonino, i Verdi, i laici. Un Pd che superi il suo carattere post comunista, in parte attenuato dalla scissione di Dp, e post democristiano e acquisisca anche caratteri liberalsocialisti non è per ora all’orizzonte. Altro non vedo che un’intesa sempre più stretta nell’area socialista, aperta a tutti i socialisti sia ben chiaro, radicale e ambientalista che si proponga con un programma innovativo ed eventualmente si apra anche al cosiddetto campo progressista di Pisapia, che però pare oggi una sorta di araba fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. Poi i contenuti, che già le tesi espongono con chiarezza. Parlo dell’Assemblea costituente che è pero più lontana e non più vicina dopo la bocciatura della riforma costituzionale, la cogestione sul modello tedesco, un piano massiccio di opere pubbliche in particolare rivolto alla messa in sicurezza del nostro territorio, sulla quale si sta impegnando l’on. Pastorelli, e che transitoriamente ci porti anche fuori dai parametri europei rientrandovi anche grazie a un Pil al 2 per cento e a una disoccupazione in media con l’Europa.

Poi i diritti civili, in particolare la legge sul fine vita sulla quale in prima fila si trova oggi la nostra Pia Locatelli, vice presidente dell’Internazionale socialista, ma anche la proposta di amnistia finanziaria relativa ad alcune categorie oggi segnalate dalla Centrale rischi delle Banche, proposta quest’ultima già depositata dal sen. Buemi, su sollecitazione della associazione Interessi comuni e non da ultima la legge per la separazione delle carriere dei magistrati e lo sdoppiamento del Csm, sulla base di una vecchia proposta della Rosa nel pugno rilanciata in questi giorni dalla Marianna di Giovanni Negri. L’associazione musulmani laici, in prima fila nel combattere l’integralismo e non solo la violenza, sarà con noi, dopo la sua separazione dal Pd e questo non può che inorgoglirsi. La sua presidente e la sua vice si sono iscritte al Psi. Su tutto questo ci confronteremo coi nostri ospiti, dalla Bonino a Turco, da Negri a Cicchitto, da Bonelli a tutti gli altri. Il congresso sarà straordinario se sarà una fucina d’idee e di proposte e una grande e stimolante occasione di confronto. Dipende, soprattutto, da noi.

INDIETRO TUTTA

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Via libera dal consiglio dei ministri all’abolizione dei voucher. “Useremo le prossime settimane per rispondere ad una esigenza che certamente l’eliminazione dei voucher non risolve, per una regolazione seria del lavoro saltuario e occasionale”, ha detto il premier Paolo Gentiloni, al termine del Cdm. “Abbiamo abrogato le norme su voucher e appalti – ha aggiunto il premier – nella consapevolezza che l’Italia non aveva certo bisogno nei prossimi mesi di una campagna elettorale su temi come questi e nella consapevolezza che la decisione è coerente con l’orientamento che è maturato nelle ultime settimane in Parlamento”. Per Gentiloni, “dividere il paese tra chi demonizza lo strumento dei voucher e chi ne voleva circoscrivere i limiti sarebbe stato solo un errore per l’Italia. Ora si libera il tavolo da una discussione ideologica che non ci avrebbe aiutato e che conferma il nostro impegno per regolare il mercato del lavoro”.

Ieri Patrizia Maestri del Pd, relatrice della proposta di legge sui voucher aveva già annunciato che la Commissione lavoro della camera avrebbe votato per l’abrogazione totale dei voucher. “Ci sarà un periodo di transizione fino al 31 dicembre 2017 per permettere di utilizzarli a chi li ha già acquistati”, ha continuato Maestri sottolineando che l’abrogazione “va bene, è un risultato inatteso ma positivo, speriamo però che il governo non li faccia poi rientrare sotto altre forme”, ha concluso.

Insomma sui voucher si è imboccata la strada più drastica. Non più quella di una revisione della normativa per eliminare le storture che stava creando. In un primo momento per limitarne il massiccio utilizzo si era pensato legarne l’uso solo alle famiglie. Ora la strada sembra quella della totale soppressione che fa venir meno un pezzo della riforma del jobs act. A spingere su questa soluzione anche la volontà di superare il referendum proposto dalla Cgil, che così cadrebbe nel vuoto. Un referendum che il ministro del lavoro Poletti vede come fumo negli occhi e che già in passato gli è costato qualche scivolone di stile.

Attraverso il confronto con il governo – riferisce la relatrice Patrizia Maestri – sceglieremo la strada dell’emendamento che li abroga”. “Noi – ha spiegato la deputata Pd – saremmo stati favorevoli a mantenere i voucher per le famiglie ma a seguito del confronto con il governo andremo verso l’abrogazione”. “Chiediamo – conclude Maestri – che si tenga conto anche del tema appalti”, su cui pende l’altro referendum voluto della Cgil”. “Il governo sceglierà la strada più veloce e adatta”. “L’importante – aggiunge – è che  non pensi di far rientrare i voucher sotto altra forma”.

Maestri ha spiegato che l’emendamento propone l’abrogazione dei tre articoli del Jobs Act (decreto legislativo 81 del 2015), cioè gli articoli 48, 49 e 50, gli stessi di cui chiede l’abrogazione il quesito referendario della Cgil. I tre articoli rientrano nel capitolo VI sul lavoro accessorio: il 48 su “definizione e campo di applicazione”; il 49 su “disciplina del lavoro accessorio” e il 50 su “coordinamento informativo a fini previdenziali”.  Maestri ha precisato che sarà previsto un periodo di transizione per permettere di utilizzare i voucher a chi li ha già acquistati.

Per il segretario del Psi Riccardo Nencini i “voucher sono da regolamentare e non da eliminare. Famiglie, imprese a zero dipendenti, lavoretti stagionali. Se li togli per tutti, non aiuti il lavoro”.

Contrario alla cancellazione il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia per il quale “è meglio fare il referendum piuttosto che cancellare i voucher con un provvedimento di legge, senza alcun dibattito”. Boccia, a margine di un convegno alla Luiss ha aggiunto che “non ci piace nemmeno il modo: se proprio s’ha da fare, si faccia il referendum”.

LA CONTROFFERTA

pd-si-referendum-ettore-rosato-civitanova-5Il Governo cerca di giocare d’anticipo sui due referendum abrogativi su appalti e voucher che si terranno il prossimo 28 maggio. Dopo aver annunciato la data ieri, oggi il Pd è già a lavoro per trovare una soluzione che eviti il campo ‘minato’ delle urne e ne sta discutendo in una riunione convocata per oggi. Il lavoro di coordinamento nella maggioranza è affidato al capogruppo dem Ettore Rosato con l’obiettivo di approvare il testo domani in commissione e trasformarlo in un decreto da approvare già venerdì in consiglio dei ministri. La tabella di marcia dovrebbe procedere celermente: entro oggi i dem in commissione presenteranno emendamenti che recepiscono le nuove indicazioni del governo; il testo poi modificato sarà fatto proprio dal governo e poi la parola passera alla Camera e al Senato per la conversione. A quel punto la Commissione potrebbe annullare il referendum perché, di fatto, ne cadrebbe la sua motivazione.

Per il segretario del Psi Riccardo Nencini i “voucher sono da regolamentare e non da eliminare. Famiglie, imprese a zero dipendenti, lavoretti stagionali. Se li togli per tutti, non aiuti il lavoro”.

Per il presidente della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, è ancora possibile evitare il referendum sui voucher: “Naturalmente la possibilità esiste – spiega – ma non dipende assolutamente da noi. Sarà la Corte a decidere se di fronte a una soluzione legislativa, questa sarà adatta a evitare la consultazione. Già oggi – annuncia – adotteremo un testo che non è solo una riverniciatura. Si torna a definire i voucher come destinati solo a ‘lavori occasionali’ cioè lavoretti. È un abbattimento secco di quello che può essere l’abuso. Non è un maquillage legislativo, incide nel profondo”.
In realtà le possibilità sono due: restringere la validità solo alle famiglie o arrivare all’abolizione totale con l’obiettivo di affrontare nuovamente il tema di uno strumento flessibile per l’occupazione in un momento più favorevole, sicuramente dopo le amministrative. Lo stesso Rosato ha avanzato questa proposta in una riunione del Pd. Per quel che riguarda la responsabilità negli appalti, ci sarebbe la possibilità di recepire totalmente il testo del referendum promosso dalla Cgil. In questo ultimo caso, di abolizione dei voucher e di recepimento del quesito referendario sugli appalti, il referendum sarebbe completamente superato. Per quel che riguarda tempi e forme dell’intervento, l’obiettivo sarebbe quello di approvare un testo già domani in commissione alla Camera. Testo che il governo potrebbe recepire venerdì prossimo in Cdm.
Sui voucher “noi abbiamo detto un cosa precisa: siamo disponibili a ragionare della loro permanenza se questa riguarda solo le famiglie, se non sostituisce lavoro e non riguarda le imprese e la Pa. Quando ci sarà un’ipotesi vedremo se questa corrisponde” al quesito referendario. Così ha risposto il segretario generale della
Cgil, Susanna Camusso, rispetto alla modifica dei voucher e alla possibilità che il governo ricorra ad un decreto legge. Comunque, ha aggiunto, “il referendum è superabile a fronte di una legge già approvata. Il giudizio si dà alla fine”.
Il referendum presentato infatti dalla Cgil propone di cancellare del tutto i buoni lavoro istituiti dalla legge Biagi nel 2003. Erano stati creati per retribuire i lavoretti occasionali (come pulizie, ripetizioni scolastiche, giardinaggio) svolti da casalinghe, studenti e pensionati (fino a un massimo di 5mila euro di compensi all’anno) ma sono stati via via liberalizzati nel corso degli anni e dalla legge è stata eliminata la dizione «di natura meramente occasionale». Attualmente possono essere usati per remunerare qualsiasi attività entro un tetto di 7mila euro l’anno per lavoratore. Il secondo quesito praticamente chiede che ci sia una uguale responsabilità (responsabilità solidale) tra appaltatore e appaltante nei confronti di tutto ciò che succede nei rapporti di lavoro. Si richiede invece l’abrogazione di parte dell’art. 29 della Legge Biagi.
A controbattere alla leader della Cgil, il presidente dell’Inps, Tito Boeri, che non si è detto d’accordo all’ipotesi avanzata dalla Camusso a limitare l’uso dei voucher alle sole famiglie, anzi per Boeri significa di fatto cancellare questo istituto. “Penso – ha detto Boeri a margine di una iniziativa al Senato per ricordare la figura di Marco Biagi, il giuslavorista assassinato dalle brigate Rosse – che il dibattito si debba concentrare sui numeri. Per esempio leggo che si vuole restringere l’uso dei voucher alle sole famiglie. È opportuno essere consapevoli che oggi solo il 3% dei voucher viene utilizzato direttamente dalle famiglie. Essendo poi che i voucher sono lo 0,40% del lavorato in Italia, se noi circoscrivessimo l’uso dei voucher alle sole famiglie si ridurrebbe l’incidenza dei voucher sulle ore lavorate dello 0,001%. Di fatto vuol dire cancellare questo istituto e bisogna essere consapevoli di questo”. Boeri ha ricordato che se questa sarà la scelta del Governo “vuol dire che i voucher, di fatto, non esistono più. Ci sarebbe un arretramento anche rispetto a quando sono stati introdotti (con la Legge Biagi, ndr)”. Boeri vede comunque anche un altro rischio: l’abolizione dei voucher potrebbe far ritornare quel lavoro nero emerso proprio grazie a questo istituto. “C’è un rischio di questo tipo – ha detto – anche se abbiamo studiato il fatto che i voucher sembrano aver dato un contributo relativo e molto limitato all’emersione del lavoro nero. Probabilmente bisognerà trovare un altro strumento. Sto dicendo: guardate che se fate questo cancellate i voucher. Allora tanto varrebbe cancellarli del tutto. È evidente che c’è stato un abuso – ha concluso – però ci sono tanti modi per tenerli sotto controllo. Ci siamo anche candidati a fare noi i controlli perché abbiamo i dati. Ma ribadisco che le proposte che leggo vogliono dire cancellare i voucher”.
Sempre a margine del convegno su Marco Biagi è intervenuto anche Carmelo Barbagallo, segretario generale Uil: “Bisogna drasticamente limitare l’uso dei voucher. Bisogna tornare alla legge Biagi. Abbiamo chiesto al governo di confrontarci prima dell’ultimo atto. Se non si trova l’accordo, per colpa del governo o del Parlamento, noi siamo per abolire i voucher” e quindi per votare sì al referendum promosso dalla Cgil.
Nel frattempo, mentre il Pd cerca una soluzione, l’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, cerca di mettere le mani avanti e punta il dito contro l’ex minoranza dem, “diciamoci la verità, i voucher non sono stati una mia invenzione, non c’entrano niente col Jobs Act”, afferma Renzi: “Sono stati un’invenzione dei precedenti governi di centrosinistra sostenuti da quelli che ora vorrebbero cancellare i buoni”. Bersani, D’Alema e i loro seguaci.

LA SFIDA

Poletti, sindacati? Non facciamo niente contro nessunoI referendum su voucher e appalti si terranno domenica 28 maggio. Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto e la Cgil si prepara alla “sfida”, mentre la Camera continua a lavorare su un testo di modifica alla normativa in vigore. Per il segretario del Psi Riccardo Nencini non bisogna perdere tempo perché ci sono i margini “per rivedere le norme sui voucher” ed evitare così il referendum.

Le opposizioni bocciano la proposta di legge adottata dalla Commissione Lavoro e preparano gli emendamenti che potranno essere presentati fino alle ore 16 di domani. La segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, insiste sull”election day’, richiesta sostenuta anche da Sinistra italiana, M5s e alcuni esponenti del Pd come Michele Emiliano, secondo cui votare nello stesso giorno per referendum e amministrative consentirebbe un risparmio di 300 milioni. Favorevole all’accorpamento anche il presidente del Veneto, Luca Zaia, che chiede di unire il referendum sull’autonomia della sua Regione.

La Cgil sostiene che indicare un’unica data per le elezioni amministrative e per i referendum sarebbe “una scelta oculata in un’ottica di finanza pubblica” e nega un calcolo politico: i Comuni al voto, spiega, “non sono tantissimi” e non vi è la preoccupazione di mancare il quorum. Da oggi inizia quindi la “campagna elettorale”, giudicata “molto impegnativa”, ma non tale da spaventare il sindacato, che ha già indetto una manifestazione nazionale a Roma l’8 aprile. Agli elettori sarà chiesto di dire sì o no all’abrogazione delle disposizioni sul lavoro accessorio e sulla responsabilità solidale in materia di appalti, tema – dice Camusso – considerato “meno rilevante” e invece cruciale quanto i voucher per garantire i diritti e un lavoro di qualità.

Cose che, secondo la sindacalista, la proposta di legge all’esame della Commissione Lavoro non garantirebbe: “Vedremo la proposta finale – afferma Camusso – ma se è quella del Comitato ristretto non svuota il referendum perché i voucher restano uno strumento di precarietà”.

Il testo presentato dalla relatrice Patrizia Maestri limita l’utilizzo dei buoni lavoro ma lascia che siano usati dalle imprese senza dipendenti, fissando una serie di ‘paletti’, tra cui il tetto massimo per committente di 3.000 euro l’anno. Potranno svolgere le prestazioni di lavoro accessorio i disoccupati, i pensionati, gli studenti, i lavoratori extracomunitari che hanno perso il lavoro, i soggetti in comunità di recupero e i disabili. L’inserimento dei disabili ha suscitato le critiche della Cgil, ma Damiano ha fatto notare che sono sempre stati previsti dalla normativa.

In agricoltura potranno essere pagati in voucher solo pensionati e studenti nei periodi di raccolta. Le famiglie potranno scegliere chiunque ma per piccoli lavori occasionali, spendendo al massimo 3.000 euro l’anno. Limiti più stringenti anche per il lavoratore che potrà essere pagato in voucher da più committenti sino a 5.000 euro l’anno.

Damiano ha fatto sapere che oggi la Commissione Lavoro della Camera esaminerà il testo unificato sui voucher approvato dal Comitato ristretto, per “votarlo entro giovedi’”. Quanto alla definizione della data del referendum, fissata il 28 maggio, Damiano ritiene che “sia un fatto molto positivo”: “era la richiesta avanzata da tempo  dalla Cgil”. “Stiamo andando – ha concluso – nella giusta  direzione”. Entro domani alle ore 16 i deputati potranno presentare gli emendamenti al testo

Per la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, bisognerebbe escludere dall’uso dei voucher interi settori come agricoltura, edilizia e industria manifatturiera e tornare alla legge Biagi, che prevedeva casi del tutto eccezionali, di lavori assolutamente discontinui e saltuari: in questo modo il referendum si potrebbe ancora evitare. Anche il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, invita a “impiegare queste prossime settimane per cambiare radicalmente la disciplina dei voucher, oltre che quella degli appalti: considerata la data del referendum, abbiamo il tempo per trovare una soluzione. Bisogna tornare allo spirito originario”, sottolinea, “i voucher devono essere utilizzati solo per situazione specifiche e ben individuate, da ricondurre prevalentemente alle esigenze delle famiglie, e solo per studenti, pensionati e disoccupati. Noi crediamo che ci siano le condizioni politiche per varare un provvedimento che abbia tali caratteristiche e, attraverso il confronto in corso al Ministero del lavoro, spingeremo nella direzione indicata. Se si ottenesse questo risultato, il referendum non sarebbe più necessario; e sarebbe un bene, perché i rischi conseguenti a un eventuale insuccesso della consultazione sono troppo alti. Se, viceversa, per responsabilità del Governo o del Parlamento, non si riuscisse a varare un efficace e utile provvedimento correttivo, coerentemente con le nostre immutate posizioni di merito, non potremmo che sostenere le ragioni del  referendum”.

OLTRE IL LIMITE

ambasciata olandese turchiaUna decisione mai presa prima dalla Seconda guerra mondiale, un Paese alle porte dell’Europa che spaventa e un Vecchio Continente che cerca di tenere duro di fronte alle provocazioni di chi ha superato ogni limite invalicabile.
È tutto pronto, Erdogan prepara da tempo di fare della Turchia una Repubblica presidenziale, garantendogli per legge lo strapotere che esercita già di fatto da oltre due anni. Il prossimo 16 aprile gli elettori turchi sono chiamati a pronunciarsi su un referendum costituzionale che dovrebbe consegnare tutti i poteri nelle mani del presidente. E anche se la popolarità di Erdogan è altissima, l’esito della consultazione non è così scontato. Il presidente vuole il plebiscito popolare, e ha bisogno (visto che non sempre le elezioni politiche sono state a lui favorevoli quanto avrebbe voluto) anche del voto dei turchi all’estero, inoltre in patria nei sondaggi il no alla riforma è in netto vantaggio sul sì.
Erdogan punta sull’Europa e in particolare su quei Paesi in cui vive una grande comunità turca: la Germania e l’Olanda hanno rispettivamente un milione e 240mila turchi con diritto di voto ed è lì che si è consumata la più grande crisi diplomatica, soprattutto nei Paesi Bassi, già in difficoltà per via delle delicate elezioni di mercoledì 15 marzo e non voleva alimentare tensioni. La destra xenofoba preme per divenire il primo partito, l’asse di tutta la politica si è spostato a destra e nessuno par disposto a sembrare cedevole di fronte a chi è sì alleato Nato, ma soprattutto Paese d’origine di immigrati musulmani.
La disputa diplomatica tra Ankara e Amsterdam è nata dal proposito dei ministri turchi di fare campagna elettorale tra gli emigranti turchi. Le autorità turche hanno fatto chiudere l’ambasciata olandese ad Ankara e il consolato olandese a Istanbul, in cima al quale un uomo non identificato ha issato la bandiera turca al posto di quella olandese, mentre gruppi di dimostranti gridavano in strada “Allahu Akbar” e insulti contro la “maledetta e razzista Olanda”.
Ma a stupire è anche la sfrontatezza di Ankara: il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha annunciato l’intenzione di comiziare a Rotterdam due ore prima di prendere il volo da Ankara. Così come la ministra per la famiglia Fatma Betül Sayan che ha raggiunto l’Olanda in auto dalla Germania. Il sindaco di Rotterdam Ahmed Aboutaleb ha subito fatto sapere che il console generale turco era colpevole di uno ”scandaloso inganno”, dal momento che aveva negato che la ministra stesse arrivando. Il primo ministro Mark Rutte si è detto “scioccato” soprattutto dalla decisione della ministra Fatma Betul Sayan Kaya di voler raggiungere la sede del comizio di Rotterdam in auto nonostante il governo olandese avesse fatto capire come l’iniziativa fosse ritenuta inopportuna. Non solo, ma il Primo ministro Rutte ha provato anche ada abbassare i toni. “Vogliamo frenare, ma se i turchi insistono ad alzare la tensione risponderemo adeguatamente”, ha affermato ieri Rutte, rendendo noto di aver parlato oggi per otto volte al telefono con il premier turco per “cercare di giungere a una soluzione”. Come risposta invece ha ottenuto che il presidente turco aizzasse ancora di più i suoi connazionali. ”L’Europa ha detto qualcosa? No. Perché? Perché non si danno fastidio a vicenda. L’Olanda sta agendo come una repubblica delle banane”, ha detto Erdogan in un discorso tenuto nella provincia nordoccidentale di Kocaeli. ”Chiedo alle organizzazioni internazionali in Europa e ovunque di imporre sanzioni sull’Olanda”, ha detto. Intanto in Olanda la polizia ha proceduto all’arresto di 12 persone che ieri hanno inscenato davanti al consolato turco di Rotterdam una nuova protesta degenerata in disordini. La portavoce della polizia ha dichiarato che gli arresti sono conseguenti alle violenze e all’attentato all’ordine pubblico imputabili ai turco-olandesi – una comunità di 500mila persone, molte delle quali con doppia nazionalità – che armati di bottiglie e sassi si sono scontrati con gli agenti in assetto antisommossa. Inoltre  la polizia e le forze speciali olandesi sono state costrette a blindare l’area attorno al Consolato di Ankara perché migliaia di dimostranti turchi che vivono in Olanda, che impugnavano bandiere con l’effigie di Erdogan, stavano cercando di raggiungere la sede consolare per protestare contro la decisione del governo dell’Aja.
Ma in realtà l’Europa non è rimasta a guardare. Sul tono e il contenuto delle accuse rivolte dal Presidente turco Erdogan e dal governo di Ankara contro l’Olanda sono intervenuti anche il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker e il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg. “Sono in contatto con i governo turco e olandese. Il mio messaggio è stato lo stesso: robusti dibattiti sono importanti per la democrazia, ma anche il rispetto reciproco”, ha detto Stoltenberg durante la conferenza stampa di presentazione del suo rapporto 2016, che ha chiesto un “approccio misurato per contribuire a fermare l’escalation di tensioni”. “Come ha detto Juncker in un’intervista la scorsa settimana, questo tipo di commenti sono una vergogna”, afferma il portavoce del presidente della Commissione a chi gli chiedeva quale fosse la posizione di Bruxelles sulle parole di Erdogan che ha chiamato “nazisti e fascisti” le autorità olandesi. Juncker una settimana fa si riferiva ai commenti dello stesso tenore fatti da Erdogan nei confronti della Germania. Dopo un weekend di consultazioni con diversi leader europei, la Ue ha deciso di rispondere: “La Ue chiede alla Turchia di astenersi da commenti eccessivi e da azioni che possano esacerbare la situazione, che può essere risolta solo mantenendo un buon canale di comunicazione aperto”, ha detto il portavoce del presidente della Commissione Juncker. Il portavoce ha anche spiegato che l’autorizzazione o meno di manifestazioni o incontri e le eventuali conseguenze legali come fermi o arresti “sono una questione per gli stati membri coinvolti”, e questo “in accordo con il diritto nazionale e internazionale”. Dal canto suo la Commissione europea ha ricordato oggi che “gravi preoccupazioni” sono state espresse dalla Commissione Venezia del Consiglio d’Europa per la proposta di modifiche costituzionali in Turchia che rischiano una “concentrazione eccessiva di potere in una sola funzione, con gravi conseguenze sulle necessarie garanzie contro gli abusi dei potere esecutivo (‘checks and balances’) e sull’indipendenza del sistema giudiziario”. Inoltre, secondo la Commissione, “è preoccupante che questo processo di modifica costituzionale avvenga durante lo stato di emergenza” instaurato dopo il tentativo di colpo di Stato del 15 luglio scorso. Lo affermano in una dichiarazione congiunta pubblicata a Bruxelles l’Alto rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza comune dell’Ue, Federica Mogherini, e il commissario all’Allargamento dell’Unione e la politica di Vicinato, Johannes Hahn.
“Pieno sostegno e solidarietà” all’Olanda sono stati espressi oggi dalla cancelliera Angela Merkel, che si è schierata a fianco del paese nella controversia che lo oppone alla Turchia e che ha visto il presidente Recep Tayyip Erdogan tacciare le autorità olandesi di essere residui del nazismo. “I Paesi Bassi hanno particolarmente sofferto sotto il nazionalsocialismo. Pertanto questo è del tutto inaccettabile”, ha dichiarato la cancelliera durante una conferenza a Monaco. I paragoni con il nazismo “sono totalmente fuorvianti”, ha concluso.
Il primo ministro danese Lars Lokke Rasmussen ha “proposto” al suo omologo turco Binali Yildirim di rimandare una visita in Danimarca prevista per fine marzo a causa dell’escalation” tra Ankara e l’Olanda.
Ma anche in questa occasione l’Europa sembra divisa sulla politica da tenere con la Turchia. Il primo ministro danese Lars Lokke Rasmussen ha “proposto” al suo omologo turco Binali Yildirim di rimandare una visita in Danimarca prevista per fine marzo a causa dell’escalation” tra Ankara e l’Olanda. Il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, ha detto che è difficile continuare a lavorare con Ankara. Mentre Parigi ha permesso i comizi sul referendum per i cittadini turchi residenti in Francia. Tutti i maggiori candidati all’Eliseo hanno attaccato la decisione delle autorità francesi di aver autorizzato la manifestazione. La leader del Front National Marine Le Pen ha chiesto via Twitter “perché dovremmo tollerare sul nostro territorio discorsi che altre democrazie rifiutano?”. Il conservatore Francois Fillon ha accusato il presidente Hollande di aver “tradito gli alleati tedesco e olandese”. Emmanuel Macron, in una nota ufficiale: “Il governo turco ha fatto affermazioni inaccettabili, mettendo in discussione in maniera grave i valori europei e i nostri partner più vicini, in particolare la Germania e l’Olanda. Non ci può essere alcuna debolezza di fronte a questi attacchi. Per questo condanno in modo fermo tali provocazioni. L’Unione europea deve reagire unita”.

LA NUOVA EUROPA

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“Il messaggio da parte nostra sull’Europa a più velocità è molto semplice: non stiamo parlando di un’Europa ‘a’ la carte’, stiamo parlando di una realtà che è già in atto. E’ una direzione di marcia necessaria perché consente di fare passi in avanti a gruppi di Paesi, qualora ci sia tra loro un’intesa. Ma è una scelta che si fa nell’ambito dei Trattati, consentendo a tutti di aderire e senza alcuna logica di esclusione”. Così il premier Paolo Gentiloni al termine del vertice di Bruxelles. L’Unione europea a più velocità, ha insistito il premier Paolo Gentiloni al termine del vertice europeo è una “direzione di marcia necessaria”. L’unione a più velocità, ha proseguito Gentiloni, “è  già la realtà dell’Europa ma è un messaggio che dice l’Europa deve rispondere alle richieste cittadini e lo deve fare con una flessibilità e rapidità che non può dipendere dal fatto che uno o due paesi abbiano il potere di impedirlo”.

Il vertice di Roma
Gentiloni si è detto ottimista. “Esco da questa riunione con un relativo ottimismo perché, pur essendo consapevole delle difficoltà dell’Unione europea che la giornata di ieri ha messo plasticamente in evidenza, penso ci sia anche la consapevolezza comune del fatto che l’incontro di Roma” il prossimo 25 marzo “possa essere un’occasione di rilancio per l’Ue”. Al vertice di Roma ci sarà l’indicazione di quattro grandi priorità con una prospettiva di dieci anni per il futuro dell’Europa. Le 4 priorità sono un’Europa della Difesa e della sicurezza nella gestione dei flussi dei migranti, della crescita e dello sviluppo sostenibile e del lavoro, un’Europa sociale e un’Europa che abbia un ruolo nel mondo di scambi e di mercato.

Ottimista anche la cancelliera tedesca Angela Merkel:  “Se guardo agli input arrivati” da Italia, Malta, Juncker e Tusk “sono ottimista che avremo una buona dichiarazione di Roma”, che indicherà “la direzione generale” per l’Ue ma “non vogliamo scrivere un nuovo Trattato”. Merkel, che ha precisato che oggi non è stato discusso il testo ma i principi generali. “Il motto” resta “che siamo uniti nella diversità” e questo deve essere assicurato “dando spazio a creatività e innovatività” nei vari settori, ha aggiunto.

L’Europa a due velocità
Di Europa a due velocità ha parlato anche il presidente della Commissione Juncker. “Ho constatato non senza sorpresa che per qualcuno” l’idea di una Europa a diverse velocità marcherebbe “una linea di divisione tra est e ovest” come “una nuova cortina di ferro”. Ma “non è questa l’intenzione”, che invece è quella di permettere che “chi vuole fare di più possa fare di più”. Questo perché secondo Jean Claude Juncker “ l’Europa a più velocità esiste già”. Sullo stesso argomento la Cancelliera Angela Merkel ha aggiunto: “È già prevista dai Trattati: per esempio abbiamo l’euro e l’area Schengen di cui non fanno parte alcuni Stati membri, e ci sono già le regole di opt-out per giustizia e affari interni, e cooperazioni rafforzate su brevetto, divorzio e ora anche il Procuratore europeo”. “Non vogliamo escludere nessuno, non ci sono cerchi chiusi, gli Stati membri possono decidere”, ha sottolineato.

Il presidente del Consiglio europeo appena riconfermato, Donald Tusk, intende proporre ai capi di Stato e di governo che l’Europa a due velocità sia la seconda scelta da subordinare all’obiettivo dell’unità dei 27 Stati membri che resteranno dopo la Brexit. “L’Europa a più velocità non può essere un obiettivo in sé, ma uno strumento”, ha spiegato una fonte europea. Agli occhi di Tusk, l’Europa a più velocità può essere solo “la seconda scelta”, ha detto la fonte, sottolineando che già oggi è possibile ricorrere alle cooperazioni rafforzate.

Nella discussione in corso tra i capi di Stato e di governo sulla bozza della dichiarazione di Roma sul futuro dell’Europa, diverse delegazioni hanno espresso la loro opposizione all’Europa a più velocità. Sono soprattutto i paesi dell’Est a essere ostili, per il timore di essere marginalizzati dai vecchi Stati membri.

Lo scontro con la Polonia
Scambio di punture tra Francia e Polonia al termine dei lavori. ”Si può prendere seriamente il  ricatto di un presidente che ha solo il 4% di sostenitori e che  presto lascerà suo incarico? La Polonia non ha paura di alcun ricatto di alcun Paese. I Paesi dell’Est hanno lavorato duro per  costruire l’Ue, abbiamo stessi diritti e obblighi. Queste sono cose che approfondiscono le divisioni”. Così la premier polacca Beata Szydlo alla conferenza stampa di fine vertice commenta la  battuta del presidente francese Hollande che, rivolto alla premier polacca, aveva detto: “Voi avete i principi e noi i  fondi strutturali” E sull’Europa a due velocità inevitabilmente ha la premier polacca ha marcato la propria posizione: “I Paesi del V4 non saranno mai  d’accordo a parlare di un’Europa a più velocità”.  “La condizione che noi poniamo è l’unità”, afferma Szydlo, ricordando la dichiarazione congiunta dei V4 dei giorni scorsi, che suggerisce come “base per la dichiarazione di Roma”. Tra le “linee rosse” evidenziate: “non approveremo cambiamenti che  possano portare peggioramenti a mercato unico o a Schengen”.  E aggiunge: “la dichiarazione di Roma avrà un senso solo se  punterà al futuro e se sarà firmata da tutti”. Intanto in Polonia il partito di opposizione Piattaforma civica (Po) ha chiesto oggi il voto di sfiducia al  governo del premier Beata Szydlo, dopo la “brutta figura” fatta  ieri a Bruxelles, nell’ambito della votazione per il rinnovo del  mandato del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. Il governo ha agito “contro le ragioni di Stato”, ha detto, e ha  “rovinato l’immagine della Polonia sull’arena internazionale”,  rendendo “ridicolo” l’operato della diplomazia polacca. “Szydlo  ci ha screditati”, ha detto.

TUTTI INCLUSI

povertà1“Approvata la legge sulla povertà. Un passo avanti per venire incontro alle famiglie in difficoltà. Impegno sociale priorità del Governo”. Lo scrive su twitter il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, commentando l’approvazione definitiva, da parte del Senato, del disegno di legge delega per il contrasto della povertà che introduce il reddito di inclusione. I sì sono stati 138, 71 i no, gli astenuti 21. Contrari i 5 Stelle che con il loro voto contrario confermano il rifiuto pregiudiziale di offrire un contributo costruttivo ai lavori parlamentari. Anche sui provvedimenti che riguardano le fasce più disagiate della società.

L’articolo unico del ddl, che è collegato alla manovra finanziaria, delega il governo ad adottare entro sei mesi più decreti legislativi per introdurre una misura di contrasto della povertà assoluta, denominata reddito di inclusione. Per riordinare le prestazioni di natura assistenziale e per rafforzare e coordinare gli interventi dei servizi sociali garantendo in tutto il territorio nazionale i livelli essenziali delle prestazioni.

Entusiasta il Ministro del lavoro e delle politiche sociali Giuliano Poletti,  per  il quale con questo passaggio “si compie un passo storico: per la prima volta il nostro Paese si dota di uno strumento nazionale e strutturale di contrasto alla povertà. Il Reddito di inclusione (REI) ci consente di introdurre progressivamente una misura universale fondata sull’esistenza di una condizione di bisogno economico e non più sull’appartenenza a particolari categorie (anziani, disoccupati, disabili, genitori soli, ecc.)”. “Il REI – prosegue il ministro – rappresenta il pilastro fondamentale del Piano nazionale per la lotta alla povertà e colma un vuoto annoso nel sistema italiano di protezione degli individui a basso reddito, che ci vedeva come l’unico Paese, insieme alla Grecia, privo di una misura strutturale di contrasto alla povertà”.

La proposta, sottolinea il segretario del Psi Riccardo Nencini, “ricorda da vicino la proposta fatta in Campania dai socialisti guidati da Fausto Corace. Una bella giornata”.

Per Pia Locatelli, presidente del gruppo Psi alla Camera, questo è un provvedimento con il quale si fa un “passo nella direzione giusta: lo facciamo certo in maniera insufficiente e selettiva, lo facciamo in ritardo, ultimi, insieme alla Grecia, a prevedere questa misura, ma per la prima volta ci andiamo a dotare di uno strumento di contrasto alla povertà assoluta, non più in forma sperimentale o provvisoria. Chi legifera – ha aggiunto – deve fare i conti con le risorse a disposizione e questa è una proposta realistica e attuabile da subito: una base di partenza che in futuro potrà essere, ci auguriamo, incrementata”.

“Per la prima volta in Italia – aggiunge il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro – esiste una misura universale di contrasto alla povertà. Non è solo un dovere nei confronti dei nostri connazionali più in difficoltà, ma anche la conferma della priorità data dal Governo ai temi sociali”. “La legge delega contiene già in sé la previsione di un’estensione della misura, sia in termini di risorse economiche che del numero dei beneficiari. Si tratta quindi di un primo, per quanto fondamentale passo, al quale dare concretezza approvando rapidamente i decreti legislativi”, conclude Finocchiaro.

Il reddito di inclusione è previsto per 400mila famiglie che avranno circa 500 euro al mese. Il via libera definitivo di Palazzo Madama al ddl introduce il reddito di inclusione: una norma che, di fatto, farà partire il Piano nazionale contro la povertà, che quest’anno conterà su una dote di 1,6 miliardi che diventeranno strutturali e pari a 1,8 miliardi dal 2018. Si tratta della prima misura nazionale destinata ad assicurare un sostegno economico al 24,5% dei nuclei familiari che risultano al di sotto della soglia di povertà. Tra gli obiettivi, il riordino delle misure per l’assistenza agli indigenti e l’introduzione del reddito di inclusione (Rei), finalizzato a sostenere le famiglie in povertà assoluta.

Il reddito di inclusione prenderà il posto del Sia, il sostegno per l’inclusione attiva sotto forma di carta prepagata, operativo da settembre 2016, che finora ha raggiunto circa 65 mila famiglie per un totale di 250 mila persone. A breve sarà emanato un decreto del ministero del Lavoro che amplierà la platea di beneficiari raggiungendo oltre 400 mila nuclei familiari, per un totale di 1 milione e 770 mila persone, e eleverà da 400 a 480 euro il tetto massimo.

Il Rei è uno strumento che verrà caratterizzato come livello essenziale di prestazione e che sarà dunque unico a livello nazionale e soggetto a un monitoraggio stretto da parte di una “cabina di regia” nazionale. La misura è articolata in un beneficio economico e in una componente di servizi alla persona, assicurati dalla rete dei servizi e degli interventi sociali. Per la componente economica, è previsto un limite di durata, con possibilità di rinnovo, subordinato alla verifica del persistere dei requisiti, ai fini del completamento o della ridefinizione del percorso previsto dal progetto personalizzato.

Sarà il decreto attuativo a stabilire la soglia del sostegno e se sarà erogato sotto forma di carta prepagata o in altre modalità.  A fine 2017 il Rei dovrebbe arrivare a una prima platea di 400mila  famiglie e avere un valore simile al Sia: fino a un massimo di 480  euro al mese.

Uno strumento certamente innovativo, ma per la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, “bisogna fare ancora molto di più per alleviare la condizione drammatica di tante famiglie italiane che vivono in condizioni di povertà assoluta e promuovere il reinserimento nella società e nel mondo del lavoro di coloro che ne sono oggi esclusi”.

Edoardo Gianelli