RENZI SI DIMETTE

renzi40% per il sì e 60% per il no. Questo il risultato definitivo uscito dalle urne sul referenedum constituzionale. Altissima l’affluenza alle urne, oltre il 68%; il 30% nel voto all’estero. Il Sì vince solo in Emilia Romagna, Toscana, Alto Adige e all’estero.

In conferenza stampa a Palazzo Chigi il premier si assume “tutte le responsabilità” di una sconfitta “straordinariamente netta” e si commuove ringraziando moglie e figli. “Ha vinto la democrazia, subito al voto con l’Italicum”, afferma Grillo. “Pronti a votare con qualsiasi legge elettorale”, gli fa eco Salvini.

“Questa riforma – detto Renzi – è stata quella che abbiamo portato al voto, non siamo stati convincenti, mi dispiace, ma andiamo via senza rimorsi. Come era chiaro sin dall’inizio l’esperienza del mio governo finisce qui”, ha detto ancora Renzi. “Nel pomeriggio riunirò il consiglio dei ministri e poi salirò al Quirinale per consegnare al presidente della Repubblica le dimissioni”. Mercoledì alle ore 15 si svolgerà la direzione del Pd.

“Discorso coraggioso e non ipocrita”. È il commento di Riccardo Nencini, segretario del PSI, alle parole del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi . “Vanno protetti la Legge di Bilancio e il decreto sul terremoto” ha aggiunto. “Sono provvedimenti fondamentali quindi bisogna garantirgli un percorso sicuro”. “Dopo la legge di bilancio, la priorità è legge elettorale”- ha concluso Nencini.  Nencini si aspetta un un confronto col Quirinale. Bisogna prendere atto e rispettare il voto popolare e mi auguro che il presidente del Consiglio lo faccia con il capodello Stato”.E ancora: “Non so se la legge elettorale la farà questo governo o un altro, ma ora diventa la priorità delle priorità dopo la legge di Bilancio”, ha aggiunto.

Il premier è salito al Colle per un colloquio con il Presidente della Repubblica. Secondo quanto si apprende, l’incontro al Colle sarebbedurato circa un’ora.  Il colloquio è stato definito ‘informale’ e ad esso ne dovrebbe seguire un altro nel pomeriggio subito dopo la riunione del Consiglio dei ministri.

“L’Italia e’ un grande Paese con tante energie positive al suo interno. Anche per questo occorre che il clima politico, pur nella necessaria dialettica, sia improntato a serenità e rispetto reciproco”,  ha affermato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.  “Vi sono di fronte a noi impegni e scadenze dicui le istituzioni dovranno assicurare in ogni caso il rispetto, garantendo risposte all’altezza dei problemi del momento” ha detto ancora Mattarella, in una dichiarazione resa nota dal Quirinale. “L’alta affluenza al voto, registratasi nelreferendum di ieri, è la testimonianza di una democrazia solida, di un Paese appassionato, capace di partecipazione attiva” ha aggiunto.

Gli esponenti del centrodestra e i Cinque stelle hanno già fatto pervenire a Renzi l’auspicio di elezioni anticipate, magari dopo un breve periodo per fare la legge elettorale. Ma è ancora il Pd a detenere il gruppo parlamentare più nutrito e resta dunque il Partito democratico, di cui Renzi resta al momento segretario, lo snodo decisivo. Il leader Pd ha chiarito che davanti ad un risultato così netto tocca ai capi dell’opposizione “l’onere” di avanzare una proposta sulle modifiche all’Italicum. Parole che suonano come una sfida, davanti all’eterogeneità dei partiti di minoranza. Difficile comunque che qualsiasi intervento sarà fatto prima di fine gennaio o inizio febbraio, quando la Consulta si pronuncerà sull’Italicum.

Il capo dello Stato, d’altra parte, ha già fatto trapelare nelle scorse settimane la sua contrarietà a sciogliere le Camere, senza una legge elettorale omogenea per Camera e Senato. Il primo problema che si pone, però, superato lo scoglio della manovra, è quale governo possa traghettare il Paese verso le elezioni. Davanti all’inamovibilità di Renzi, Mattarella non potrà che aprire le consultazioni con i gruppi parlamentari ed individuare un presidente del Consiglio che abbia la maggior condivisione possibile. Presto per fare i nomi. Da vere con quale proposta il Pd si presenterà al Quirinale. La direzione del Pd è convocata per martedì. Sarà quello il momento per capire come cambieranno gli equilibri interni al partito dopo la sconfitta referendaria.

ADESSO MEGLIO UN SÌ

referendum_costituzionaleOrmai il tour elettorale sta finendo. Ho incontrato Riccardo ad Arezzo dove eravamo impegnati insieme in una iniziativa politica referendaria promossa dal Psi locale, poi via, lui a Barberino e poi a Roma, io a Reggio e poi a Parma. Sappiamo di aver dato tutto, di aver fatto, il segretario in primis, il nostro dovere. Di avere dato riscontro a decisioni prese dal nostro partito e dai nostri parlamentari all’unanimità. Nencini ci tiene a sottolineare la coerenza del nostro comportamento. Poi, vada come vada.

Cominciamo l’intervista dalla nuova incredibile, scoppiettante sequela di accuse scriteriate di parte della magistratura italiana…
“Be’, rientra nel canone della magistratura militante, in Italia non è una novità”, sottolinea Nencini. “Colpiscono il tenore delle affermazioni, la falsificazione storica, la sostituzione dell’oggettività con la strumentalità. E meno male che sono magistrati. Dovrebbero rileggersi San Buonaventura: ‘la giustizia si pasce di silenzio’ e invece usano il megafono”.

Insieme cerchiamo di costruire un percorso di coerenza con l’elaborazione socialista negli ultimi 40 anni. Il segretario del Psi osserva: “I socialisti non hanno mai sostenuto che la costituzione fosse intoccabile. Magari la prima parte, quella dei valori attorno a cui si è formata la Repubblica, ma non i meccanismi di funzionamento delle istituzioni. Nenni si presentò alla Costituente con uno schema diverso da quello che venne poi approvato, e Craxi, a partire dal 1979, si pone la domanda di come riformare il sistema per renderlo più efficace. Sulla riforma costituzionale, se c’è un partito che ha sollevato il velo, quello è stato il PSI, per anni solo come un cane”.

Spiega bene perché il Psi ha chiesto a più riprese l’elezione di una Assemblea costituente. E perché poi vi ha dovuto rinunciare.
“Abbiamo chiesto l’elezione di una Assemblea costituente perché ogni forza politica avesse il giusto peso su un tema centrale come quello della Costituzione, perché la riforma andava liberata dalla zavorra del lavoro parlamentare, perché l’Esecutivo se ne tenesse più lontano. Abbiamo presentato una proposta al Senato che ha ottenuto solo i nostri voti. Si è scelta un’altra strada e allora erano tutti d’accordo. Poi solo dopo, molto dopo, qualcuno ha parlato di Costituente. Era un po’ tardi.”

Caro Riccardo, questo tema del bicameralismo paritario è stato oggetto di riflessione da parte dei socialisti. Non è la prima volta che esce dalle nostre proposte….
“Il bicameralismo paritario”, mi risponde Nencini, “non è mai stato un totem per i socialisti. Mai, fino dal 1946, tanto che Massimo Severo Giannini aveva preparato una proposta con la Camera eletta direttamente e un Senato delle Regioni”

Poi c’è la questione della riforma del Titolo V che si occupa del rapporto tra Stato e Region. Tu sei stato assessore regionale in Toscana e sei attualmente al governo. Conosci meglio di altri i difetti e le contraddizioni dell’attuale normativa.
La risposta qui è ancora più netta: “Ci sono e sono evidenti. Il 45% del lavoro della Corte nasce dai conflitti di attribuzione. Prima del 2001 rappresentava solo il 5%. Se penso alle infrastrutture, la ripartizione ambigua genera ritardi e dunque aumento dei costi. La riforma riporta chiarezza su chi sia il decisore finale”

Caro Riccardo, il Psi e ancor più l’Avanti, concedimelo, hanno contestato l’Italicum almeno sul premio di lista e poi anche sul doppio turno. Adesso nel Pd è stato firmato, anche da Cuperlo, un documento che accoglie le nostre osservazioni. Ma il Pd non è il Parlamento. C’è da fidarsi che poi quell’intesa verrà tradotta in legge?
“Si, c’è da fidarsi”, mi risponde sicuro Nencini. “L’accordo raggiunto dal Pd ricalca il nostro disegno di legge presentato nel gennaio scorso. Via il ballottaggio, premio di maggioranza alla coalizione, apertura ai collegi. L’Italia è tripolare, piaccia o non piaccia”.

Adesso anche Prodi ha dichiarato che voterà sì mentre Claudio Martelli sul ‘Quotidiano Nazionale’ ha attaccato il fronte del no e in particolare la posizione dei dissidenti del Pd che metterebbero in discussione l’unico governo di sinistra esistente al mondo.
“La posizione di Martelli”, precisa Nencini, “riunifica quasi interamente la cultura socialista. È l’anello di congiunzione con la Conferenza di Rimini. Come Covatta, Acquaviva e molti altri, storici e giuristi. Quanto a Prodi, molto bene. Toglie acqua a certa sinistra del No con la memoria troppo corta”

E che dire anche dei nostri dissidenti, che contrariamente alle posizioni assunte dal partito indicano di votare no?
“La posizione è espressa soprattutto da non iscritti al partito se leggo gli interventi nei convegni e sulla rete”, sostiene il segretario. “Almeno non la giustifichino appellandosi alla storia del socialismo italiano. Si rileggano atti e documenti. E comunque, fino dalla prossima settimana, la cosa migliore da fare sarà ricucire gli strappi. Anche verso chi ha usato toni esagerati”.

Non stiamo giocando al totocalcio, che peraltro non c’è più. Sembra che il sì sia in forte recupero. Azzarda una previsione, dai….
“La previsione”, dichiara Nencini, “è complicata: ancora troppi sono indecisi e nessuna valutazione possiamo fare sul voto dall’estero, ma il SÌ è in recupero. In molti si chiedono cosa succederebbe dopo il 4 in caso di sconfitta. Temo non basteranno gli exit poll a sciogliere il nodo.

Vuoi invitare i socialisti al voto con uno slogan?
“Chiudo così: la riforma è necessaria e perfettibile. Più che ‘basta un Sì’, ‘meglio un Si'”

Mauro Del Bue

SCEGLIERE CON LA TESTA

referendum_costituzionaleAlla fine Prodi si è deciso e ha scelto di andare alle urne per votare al Sì al referendum. “E’ stata una decisione sofferta – ha detto -.  Certo, da tempo avevo deciso come votare, ma stamattina correndo sotto i portici a Bologna, ho definitivamente maturato la convinzione che fosse giusto rendere pubblico il mio voto, anche se da diversi anni ormai non prendevo posizione su temi di politica italiana”.  Una posizione che il premier Renzi giudica come “un passettino avanti”. “Credo che Prodi – ha detto – con la sua metafora abbia voluto dire di non essere convinto che sia la riforma più bella ma che comunque è un passettino in avanti ed è questo il metodo che io dico di usare alle persone di sinistra e destra”.

Felice della dichiarazione di Prodi si è detto il segretario del Psi Riccardo Nencini.  “Prodi toglie acqua al bacino dei No di una certa sinistra che non vuole cambiare e ha la memoria troppo corta”. Nencini era oggi a Firenze per un’iniziativa referendaria in sostegno del Sì al referendum, organizzata dalla federazione toscana del Partito Socialista Italiano. Nencini, ha concluso la sua campagna nazionale in sostegno della riforma della Carta Costituzionale e ha rivolto un invito agli italiani affinché si rechino alle urne. “Non bisogna perdere l’occasione – ha detto – di modificare insieme la Costituzione. L’affluenza sarà il fattore decisivo per il successo del Sì. Nelle 48 ore che ci separano dal voto è importante leggere la riforma nel merito. Scegliere con la testa e non con la pancia”. “Ci sono 3 buoni motivi per votare Sì e rendere l’Italia un Paese più moderno: parità di genere tra uomo e donna inserita in Costituzione tra i valori della comunità nazionale; superamento del bicameralismo paritario per una velocizzazione dell’iter di approvazione delle leggi; e ripartizione delle competenze di Stato e Regioni per superare i rallentamenti, la burocrazia e velocizzare il completamento delle opere infrastrutturali di cui necessita il Paese” – ha concluso Nencini, spiegando le ragioni dei socialisti in favore della riforma.

Renzi è poi tornato su un argomento a lui molto caro: l’Europa. “La prima cosa che voglio fare la prossima settimana se toccherà a noi governare il Paese – ha detto – è chiedere al Parlamento di mettere il veto sul bilancio Ue”. E ha aggiunto: “Se non passa la riforma si metterà una pietra tombale sulle riforme almeno per un decennio, anche in passato è stato così”.

Per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti “il voto referendario è un voto sulla riforma costituzionale che è una riforma del Parlamento italiano coerente con il disegno complessivo di una rimessa in moto del Paese. Sono convinto che gli italiani voteranno per un passo avanti, quella marcia avanti che propone questa riforma. Poi, le conseguenze del voto prima di tutto le trarrà il presidente della Repubblica”. E sull’Italicum ha aggiunto che “è una buona legge elettorale ma abbiamo dato un segnale forte e impegnativo di disponibilità a migliorarlo in modo che ci sia una condivisione più generale”. Il punto è “come conciliare ancora meglio il principio di rappresentanza proporzionale, che è giusto, con la stabilità delle maggioranze. Siamo disponibili a trovare un sistema migliore, se possibile”.

Intanto per venerdì è attesa a Milano la decisione su reclamo Onida, presidente emerito della Consulta Valerio, e di un pool di legali contro il provvedimento con cui lo scorso 10 novembre il giudice della stessa sezione civile Loretta Dorigo aveva deciso in via d’urgenza di non inviare gli atti alla Consulta sul quesito referendario. Mentre per quanto riguarda il ricorso del Codacons la Cassazione ha dichiarato “il difetto assoluto di giurisdizione” per quanto riguarda il decreto con il quale il Presidente della Repubblica, lo scorso 27 settembre, ha indetto il referendum sulla riforma costituzionale. I Supremi giudici condividono quanto già stabilito dal Tar del Lazio che ha ritenuto l’atto di indizione non soggetto a “sindacato giurisdizionale” perché non è un “atto amministrativo”.

Per quanto riguarda il caso del presidente del Tribunale di Bologna, Francesco Caruso, che su Facebook aveva definito la riforma costituzionale (il testo era stato pubblicato dalla Gazzetta di Reggio) fondata su “corruzione” e “clientelismo”, il vertice del Csm sta valutando se ci sono gli estremi per un eventuale trasferimento d’ufficio per incompatibilità funzionale. “Ci sono argomentazioni, modalità, un tasso di propaganda, che ritengo inaccettabili sia che si sostenga il Sì sia che si sostenga il No al referendum” ha detto il ministro della Giustizia Andrea Orlando. “Io non rivolgo nessuna censura, ma un invito a tutti, tanto più a un magistrato – ha aggiunto Orlando – a non usare argomentazioni che rischiano di pregiudicare la loro funzione e credibilità”.

LE MANI SUL REFERENDUM

giudicicassazione“Ma tutti questi magistrati che motivano il NO citando intromissioni della finanza mondiale, di organizzazioni segrete di segno criminale, e addirittura il coinvolgimento della mafia, ma allora non dovrebbero arrestarci?”. Così Riccardo Nencini, Segretario del PSI, risponde dal proprio profilo facebook, alle teorie secondo le quali la Riforma Costituzionale sia voluta da organizzazioni sovranazionali o criminali. Infatti nei giorni scorsi sono stati diversi gli ingressi gamba tesa nel dibattito refererndari. In ultimo quello di Antonio Ingroia che intervenendo a un dibattito sul referendum costituzionale a Catania, ha detto che  “la vittoria del sì il 4 dicembre farebbe indubbiamente felici le mafie, perché la riforma Renzi-Boschi-Napolitano va incontro alle esigenze di quelle lobby più o meno occulte, tanto quelle legali quanto quelle illecite”. E, quindi, “anche le organizzazioni criminali come Cosa nostra, che sempre hanno condizionato e tuttora condizionano la storia del nostro Paese affinché non diventi una vera democrazia”. “Questa pessima riforma – ha aggiunto l’ex pm antimafia, oggi avvocato e presidente di Azione Civile – rappresenta un attacco non solo alla Costituzione ma alla nostra democrazia”.

Parole pesanti. D’altronde Ingroia non è mai stato famoso per la sobrietà delle sue dichiarazioni. Un altro duro attacco è arrivato dal giudice Ferdinando Imposimato secondo il quale “c’è un’assoluta contiguità tra questa riforma costituzionale e il piano di Rinascita Democratica della P2”.  “Questa operazione di stravolgimento della Costituzione – ha aggiunto Imposimato – è iniziata nel 1969 quando si propose, attraverso il piano di Rinascita Democratica, il modello che era stato elaborato da Gelli, il quale a sua volta lo aveva ricevuto da altri che volevano imporlo all’Italia”. Insomma Imposimato scomoda addirittura il Venerabile per giustificare la sua posizione. Poi è la volta del presidente del tribunale di Bologna ed ex di quello di Reggio, Caruso: “Con il sì non avremo più una Costituzione ma un atto di forza. E chi vorrà spiegare ai ragazzi dovrà dire che questa riforma è fondata sui valori del clientelismo scientifico e organizzato, del voto di scambio, della corruzione e del trasformismo”. E ancora: “Si avvera la profezia dell’ideologo leghista Gianfranco Miglio che nel 1994 proponeva una riforma che costituzionalizzasse le mafie”. Insomma siamo al paradosso con  dichiarazioni irresponsabili che paragonano i sostenitori del Sì ai corrotti e ai fascisti di Salò. Si sostiene addirittura che la riforma costituzionalizza le mafie.

Intanto continua la campagna referendaria del presidente del Consiglio con riferimento alle affermazioni di ieri di Schaeuble a sostengo del Sì. “Con la Germania abbiamo idee diverse su crescita e austerity, ma riconosciamo che Merkel e Schaeuble in dieci anni hanno fatto cose importanti, magari le avessimo fatte noi dieci anni fa”. “Noi diciamo che non va bene l’impostazione dell’Europa, ma capisco le preoccupazioni della Germania, che avrebbe ripercussioni da una crisi in Italia. Per questo preferisce un voto al referendum che dia stabilità, ma alle urne non va né Schaeuble né l’Economist”. “La Germania – ha detto ancora – si può permettere l’austerità  perché 10-15 anni fa hanno fatto le riforme che noi abbiamo fatto da poco. Loro il jobs act l’hanno fatto nel 2003”.

E sui risparmi ha aggiunto: “La Ragioneria Generale dello Stato dice che solo per le indennità dei senatori il risparmio sarebbe di 50 milioni l’anno. I 500 milioni l’anno sono i risparmi complessivi, sommando i tagli dei fondi ai gruppi parlamentari, la riduzione degli stipendi dei consiglieri regionali, l’abolizione del Cnel e delle Province”. Per poi Renzi “non è vero che si riducono gli spazi di democrazia elettorale, i senatori saranno comunque eletti dai cittadini. Su questo punto c’è chi fa campagna per mantenere i propri privilegi. La partita è cittadini contro casta”.

CHIUSURA EUROPEA

dijsselbloem-eurogruppo Il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha espresso le sue riserve sulla proposta della Commissione Ue rivolta a dare maggiore spazio di manovra alle politiche di bilancio nell’ottica di sostenere la crescita. “Non siamo ancora abbastanza stabili per lasciarci andare a questo tipo di traiettoria fiscale”. E il ministro italiano dello Sviluppo Economico Calenda gli risponde: “Sbaglia. L’Europa è in mezzo a sfide difficili, la questione non sono i vincoli di bilancio. La Commissione ha mandato di fare raccomandazioni ma non sono legalmente vincolanti”, ha aggiunto il presidente della Comissione parlando davanti alla commissione affari economici dell’Europarlamento.

Dijsselbloem, davanti agli europarlamentari ha evidenziato il rischio di possibile conflitto tra le regole per stare nel Patto di stabilità e la politica di bilancio nel caso in cui quest’ultima sia “espansionistica”. Un chiaro riferimento alla proposta presentata da Bruxelles — in concomitanza con le valutazioni sulle leggi di bilancio dei Paesi dell’Eurozona — per dare l’avvio a una politica “espansiva”, ovvero consentire un margine di manovra dello 0,5% nei conti pubblici per quegli investimenti strutturali destinati a sostenere e ridare slancio alla crescita. “Dijsselbloem – ha aggiunto Calenda – sta prendendo una gigantesca cantonata, cosa che fa abbastanza regolarmente”. “Non comprende che la questione non sono i vincoli di bilancio, ma il fatto che l’Europa è in mezzo a sfide difficilissime, la prima delle quali è una chiarissima disaffezione dei cittadini . C’è la necessità di fare un grande piano di investimenti per trasformarla. Serve un new deal a livello europeo”.

Intanto continua la linea dura del governo italiano con il presidente del consiglio che ha confermato la posizione italiana sul veto al bilancio europeo. “Il 13 dicembre – ha detto – chiederò al Parlamento il consenso per mettere il veto al bilancio Ue, e spero che anche gli  altri partiti votino sì. Devono finirla con questa idea che si guarda l’Italia quando c’è da prendere i soldi e ci si volta dall’altra parte sui migranti. Ora basta, basta”.

“Se l’Europa vuole i soldi italiani – ha aggiunto Renzi – devono iniziare a rispettare gli impegni presi sull’immigrazione. Parlino di questo anziché riempirsi la bocca di cose che non conoscono. Il giorno dopo il referendum, se le cose andranno bene, chiederò al Parlamento di mettere il veto sul bilancio europeo se l’Unione non cambia atteggiamento sulla politica sui migranti –  ha detto poi il premier, ribadendo che “sull’immigrazione bisogna voltare pagina. Insomma l’Italia punta ancora i piedi in sede europea. Il nostro Paese ha confermato la sua astensione in concomitanza della ‘luce verde’ definitiva sul bilancio Ue per il 2017 data dal Consiglio. L’Italia ha deciso di mantenere la posizione assunta nel negoziato, anche col ‘veto’ sul riesame del budget pluriennale. Nonostante i passi in avanti nella direzione auspicata da Roma per vedere maggiori fondi destinati ai capitoli di crescita, lavoro e migranti per il 2017, resta “la riserva” sul “pacchetto complessivo fino al 2020”, per il quale c’è ancora “molto lavoro da fare”, ha avvertito  il sottosegretario Sandro Gozi.

Sulla stessa posizione anche Atene, mentre Londra si è astenuta, per una riserva espressa dal Parlamento nazionale. L’appuntamento sul riesame del budget fino al 2020 è per il consiglio Affari generali di metà dicembre, in preparazione del summit dei leader Ue di 15 e 16, dove l’Italia dovrà far valere tutte le sue carte nel dibattito sulla riforma del regolamento di Dublino, che si annuncia tutto in salita, e nella ricerca di sostegno per una politica economica di sostegno alla ripresa.

Intanto con l’ok formale dell’Europarlamento atteso per il primo dicembre, il bilancio Ue 2017 potrà considerarsi adottato. Qui “abbiamo ottenuto gli aumenti che chiedevamo, grazie ad un ottimo lavoro di squadra col Parlamento europeo”, sottolinea ancora Gozi. Il budget prevede 157,9mld in impegni e 134,5mld in pagamenti, pari rispettivamente a un aumento dell’1,7% e a una riduzione dell’1,6% rispetto al 2016. Aumentano in particolare le risorse a favore di migranti e giovani: 5,91 i miliardi stanziati per affrontare la crisi dei rifugiati e la sicurezza (+11,3%). Per crescita e occupazione i fondi saranno 21,3 miliardi (+12%). Mentre i fondi a favore del programma Eramus+ aumenteranno del 19% a 2,1mld, e l’Efsi, il fondo del piano Juncker, avrà impegni pari 2,7 miliardi, ossia +25%. Per i giovani, anche 500 milioni per la Youth Employment initiative.

UN ALTRO NO

cassazioneArriva un altro ‘NO’ ai ricorsi presentati per il Referendum costituzionale. Le Sezioni unite della Cassazione hanno respinto come inammissibile il ricorso del Codacons contro il quesito referendario e l’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum. Tale ordinanza – hanno stabilito le Sezioni unite – non ha natura di atto giurisdizionale e quindi non può essere impugnata per via giurisdizionale, “men che mai dinanzi alla corte di Cassazione” di cui l’Ufficio per il referendum “costituisce un’articolazione interna”, si legge nella sentenza. No al Codacons anche dalla Corte Costituzionale che aveva convocato una camera di consiglio straordinaria per esaminare un’istanza dell’associazione di difesa dei consumatori che chiedeva di sollevare un conflitto d’attribuzione tra l’Ufficio centrale per il referendum presso la Cassazione e i cittadini elettori rappresentati dallo stesso Codacons. La Consulta ha dichiarato inammissibile il ricorso ritenendo che i ricorrenti non avessero i requisiti per esercitare l’azione, non essendo “poteri dello Stato” come richiede l’art. 134 della Costituzione.
In sostanza, secondo l’associazione dei consumatori l’Ufficio centrale, nel dichiarare la conformità del quesito, avrebbe superato i limiti interni della propria giurisdizione invadendo la sfera del governo. Ma nella sentenza redatta dal giudice Angelina Maria Perrino, depositata oggi, le Sezioni unite hanno stabilito da una parte che l’Ufficio centrale per il referendum ha natura giurisdizionale, essendo formato da giudici e incardinato presso la Cassazione, e che esso “svolge la propria attività in condizioni di neutralità”.
Dall’altra, però, le sue decisioni “hanno natura soltanto formale di atti giurisdizionali”. In realtà, infatti, il suo compito non è quello di “accertare l’avvenuta violazione di doveri e obblighi” ne’ di “comporre un contrasto” tra parti contrapposte; e neppure quello di “dare certezza definitiva a una situazione giuridica autonoma che la richieda” o di “gestire specifici e distinti interessi”. In particolare l’ordinanza che ammette il referendum “è immediatamente funzionale al decreto del Presidente della Repubblica” di indizione del referendum e si qualifica come “definitiva”. Per questo la stessa Corte Costituzionale ricorda la sentenza ritiene che nei confronti dell’Ufficio centrale sia ammissibile solo il conflitto d’attribuzione di fronte alla Consulta.
A meno di una settimana dalla data del Referendum continua la battaglia di entrambi gli schieramenti (favorevoli e contrari) alla Riforma Costituzionale. Ieri in Piazza del Popolo a Roma, circa 50mila persone arrivate da tutta Italia per dire No al referendum del 4 dicembre. Studenti e cassintegrati, anziani e famiglie con bambini in passeggino, movimenti per la casa e contro le grandi opere, italiani e immigrati, tutti sotto l’insegna di una manifestazione ‘C’è chi dice No’ per denunciare anche l’occupazione di governo e sostenitori del Sì delle reti Rai (con annesso bavaglio al No).
Sempre per quanto riguarda la ‘questione’ del Servizio Pubblico televisivo è intervenuto il senatore Enrico Buemi che ha lamentato la mancanza della ‘voce’ socialista in Rai, annunciando un’interrogazione parlamentare in proposito.
“Con un’unica eccezione, non c’è rete televisiva pubblica che in oltre due mesi abbia invitato i socialisti a dire la loro in una trasmissione dedicata al referendum. Quando non eravamo in parlamento ci rispondevano che l’assenza da Camera e Senato pregiudicava la possibilità di essere invitati. Ora che ci siamo, devono aver cambiato i criteri”. Sono le parole del senatore Enrico Buemi, membro della Segreteria nazionale del PSI, riguardo la mancanza di una quota di spazio per i socialisti sulle reti pubbliche durante la campagna elettorale.
“Ha un peso la rappresentanza parlamentare? – aggiunge – Bene, e allora perché si accolgono a braccia aperte esponenti solitari di partiti assenti dalle Camere? Perché sono amici di qualcuno? È un quesito che porrò alla Commissione di Vigilanza Rai. Un’interrogazione a risposta immediata”.
E mentre si avvicina la data del voto che sta spaccando l’opinione pubblica e infervorendo la propaganda politica di entrambi gli schieramenti, arriva un avvertimento dal mondo finanziario. Dal Financial Times arriva un nuovo affondo a favore del Sì al referendum italiano, stavolta analizzando i rischi per la tenuta del sistema bancario italiano.
Se il prossimo 4 dicembre “il premier Matteo Renzi perderà il referendum costituzionale fino a 8 banche italiane, quelle con più problemi, rischiano di fallire”, scrive il quotidiano britannico, secondo il quale, citando funzionari e banchieri di alto livello, l’eventuale vittoria del No tratterrebbe “gli investitori dal ricapitalizzare” gli istituti in difficoltà.
“Renzi – continua Ft – ha promosso una soluzione di mercato per risolvere i problemi da 4.000 miliardi di euro del sistema bancario italiano”. E nel caso di dimissioni di Renzi i banchiere temono “la protratta incertezza durante la creazione di un governo tecnico”. Secondo il Financial Times gli otto istituti a rischio sono Monte dei Paschi di Siena, la Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Carige, Banca Etruria, CariChieti, Banca delle Marche e CariFerrara.
Ma l’avvertimento del famoso quotidiano invece di rincuorare il Governo preoccupa per le dichiarazioni attinenti alle banche. “Le banche citate sono casi ben noti, non c’è notizia. Sono casi diversi da trattare con prospettive diverse”. Lo dice il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan rispondendo a chi gli chiede di commentare l’articolo del Financial Times sui rischi post referendum per le banche italiane. Padoan sottolinea come non ci sia “nulla di strano in quello che viene scritto”.
Secondo Padoan, i “problemi sono diversi e le strategie specifiche sono già a diversi stadi implementazioni. In taluni casi, sono in fase conclusione. Ciascun fase si gestisce da sola e in alcuni casi i management hanno già deciso e deliberato”.

FATTI NON PAROLE

“Il 25 novembre è la giornata delle parole, delle manifestazioni, delle campagne di sensibilizzazione, è giusto così ed è importante che almeno una volta l’anno si parli di femminicidi e di violenza sulle donne. Poi però negli altri 364 giorni servono i fatti”. Pia Locatelli, capogruppo del Psi e presidente del comitato Diritti umani della Camera, da sempre impegnata per i diritti delle donne (è stata per due mandati presidente e attualmente è presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne), fa il punto della situazione nella Giornata internazionale contro la violenza.

Iniziamo a parlare di numeri: dall’inizio dell’anno ad oggi sono 102 le donne vittime di femminicidio, praticamente una ogni 74 ore…

Tantissime. Ancora troppe, anche se il dato è leggermente in calo del 9% rispetto allo stesso periodo del 2015, quando si contavano otto omicidi in più, per un totale di 116 in 12 mesi. Se confrontati con quelli dei due anni precedenti, i numeri risultano percentualmente in aumento rispetto all’anno 2014, che ha visto la triste conta di 110 vittime e in calo rispetto al 2013, in cui si sono registrati ben 138 femminicidi. Ma la cosa più allarmante è che gli assassini sono soprattutto mariti o compagni. I dati confermano purtroppo che il trend continua ad essere costante, tanto più che non cambiano i dati relativi al reato di maltrattamenti, un reato molto pericoloso perché può sfociare in tragedia.

Che risposte può dare la politica e le istituzioni per fermare quella che sembra essere una mattanza senza fine?

Devo dire che fino a qualche anno fa la politica era sostanzialmente assente. In questa legislatura, invece, grazie anche alla sensibilità dimostrata dalla Presidente Boldrini, il tema del femminicidio e della violenza sulle donne è stato affrontato sin da subito. Il primo provvedimento approvato da questo Parlamento è stato la ratifica della Convenzione di Istanbul avvenuta il 28 maggio del 2013: siamo stati il quinto Paese a farlo e abbiamo contribuito alla sua entrata in vigore nel 31 luglio 2014. A questo importantissimo passo ne è seguito uno di non meno importanza: l’approvazione della legge, il 9 ottobre 2013, contro la violenza sulle donne. Misura indispensabile per evitare che la ratifica della Convenzione fosse solo un’operazione di immagine. Il testo che ci è arrivato sotto forma di decreto del Governo, e che risentiva del mancato coinvolgimento delle associazioni femminili e affrontava il tema della violenza soprattutto come un problema di sicurezza, è stato migliorato dal Parlamento soprattutto nella parte che coinvolge il Ministero dell’Istruzione e quindi la prevenzione. All’approvazione della legge è seguito il varo del Piano antiviolenza. Un’operazione lunga e travagliata che ha visto luce, anche per la mancanza di una Ministra alle Pari opportunità, dopo un anno e mezzo e che ancora non è pienamente operativo, anche per la scarsità di fondi a disposizione. Proprio ieri la Conferenza delle Regioni ha approvato la ripartizione degli oltre 31 milioni di euro destinati al Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere.

Quanto ha pesato la presenza delle donne in Parlamento che in questa legislatura è la più alta dalla nascita della Repubblica?

Indubbiamente c’è un segnale di cambiamento anche se non così forte come vorrei. Proprio per far sentire la nostra voce e cercare di imprimere un approccio di genere nelle politiche, su impulso della Presidente, è stato creato un Intergruppo parlamentare che raccoglie donne di tutti gli schieramenti. Abbiamo cercato di fare rete e di proporre delle iniziative trasversali. Ci siamo in parte riuscite, con difficoltà lo scorso anno perché eravamo agli inizi, con maggiore efficacia quest’anno. Nella legge di bilancio abbiamo presentato 12 emendamenti che il presidente della commissione Francesco Boccia ha voluto considerare ‘fuori quota’, a voler significare che tutti hanno firmato, indipendentemente dai gruppi. Siamo riuscite a far approvare un emendamento che estende alle lavoratrici autonome il diritto al congedo di tre mesi con il percepimento di un’indennità mensile, già previsto per le lavoratrici dipendenti, per le donne vittime di violenza; uno che stanzia fondi per i centri antiviolenza e le case rifugio e destina al Piano altri 5 milioni all’anno, per il triennio 2017-2019; uno per tutelare gli orfani di femminicidio. Questi sono fatti non parole.

E per quanto riguarda la prevenzione?

Gli interventi da portare avanti sono molteplici: da una maggiore attenzione da parte delle forze dell’ordine alle denunce o alle segnalazioni, a una piena attuazione del piano antiviolenza con l’immediata riapertura dei centri, a un’operazione culturale da portare avanti nelle scuole, alla sensibilizzazione e alla formazione di alcuni giudici che a volte concedono troppe attenuanti o lasciano in libertà stalker e violenti, fino ad arrivare a atti molto concreti come dotare le donne “a rischio” di dispositivi elettronici per allertare le forze dell’ordine in caso di pericolo. Tutto questo però non basta perché aiuterebbe solo le donne che sono consapevoli delle violenze subite e di quelle che potrebbero subire. Per le altre è necessario intervenire con una massiccia campagna di informazione, una sorta di decalogo che indichi quali sono i segnali di pericolo e come comportarsi già dal primo campanello d’allarme. Ci sono tante cose che si possono e si devono fare per fermare questa mattanza quotidiana: molte, come l’educazione ai sentimenti e al rispetto, richiedono tempo, altre devono essere operative subito.

Molti invocano anche un inasprimento delle pene. Può essere la strada giusta?

Non è inasprendo le pene o invocando la castrazione chimica che si ferma la violenza sulle donne: che i colpevoli paghino è giusto, ma vuol dire che siamo arrivati troppo tardi e questa è già una sconfitta. Mi interessa di più una donna viva che un colpevole in carcere.

Cecilia Sanmarco

VIA LIBERA AL DECRETO

senato_aulaCon l’approvazione definitiva da parte del Senato, il decreto fiscale è legge. Il decreto presenta non poche novità per i contribuenti italiani. Dalla rottamazione delle cartelle, all’addio a Equitalia e al tax day, il provvedimento che uscirà ora in Gazzetta Ufficiale contiene anche nuove misure in tema di studi di settore e di rientro di capitali in contanti. Il decreto, essendo stato approvato in un testo identico a quello che ha ottenuto il sì di Montecitorio, è dunque legge (a palazzo Madama il via libera alla fiducia coincide con l’approvazione dell’intero provvedimento).

E Renzi ha annunciato che lunedì “con Padoan, quando la legge di stabilità sarà approvata, faremo una conferenza stampa per annunciare le novità e che cosa i cittadini si devono aspettare sapendo che l’operazione Equitalia va avanti, ci sono 2 miliardi in più per la sanità e i soldi per rilanciare l’economia”.

Ecco le misure principali:

Addio Equitalia: Equitalia viene abolita (rimane solo Equitalia Giustizia) e le sue funzioni passano all’Agenzia delle entrate – Riscossione, ente strumentale dell’Agenzia delle entrate sottoposto al ministero dell’Economia. L’ad diventa commissario straordinario per gestire la fase di transizione. Il personale viene trasferito al nuovo ente: non ci sarà una nuova selezione ma una ricognizione delle competenze possedute. La nuova agenzia potrà svolgere attività di riscossione anche per i Comuni e utilizzare le banche dati per i controlli, tra cui quella dell’Inps.

Rottamazione cartelle, inclusi debito 2016: Via sanzioni e interessi di mora per i carichi Equitalia: si pagheranno solo le somme iscritte a ruolo a titolo di capitale, nonché gli interessi legali e di remunerazione. Passano da 4 a 5 le rate previste dalla ‘rottamazione delle cartelle’: tre nel 2017 e due nel 2018. Inclusi i ruoli emessi fino a tutto il 2016. Il termine per la presentazione delle istanze slitta a fine marzo 2017; la risposta di Equitalia arrivera’ il 31 maggio. Il 70% delle somme dovute dovrà essere versato nel 2017 e il restante 30% nel 2018. Per il 2017 la scadenza delle rate è fissata nei mesi di luglio, settembre e novembre e per il 2018 nei mesi di aprile e settembre. Con l’estensione ai debiti 2016 il governo conta di incassare 1,4 miliardi nel biennio 2017-2018.

Stop rate in attesa della rottamazione: Chi ha già un piano di rateizzazione in corso, a partire dal 1 gennaio 2017, se aderisce alla rottamazione, non sarà tenuto, fino alla scadenza della prima o unica rata delle somme dovute,agli obblighi di pagamento derivanti dalla rateizzazione inessere.

Marcia indietro sui pignoramenti: Pignoramenti sospesi ma non estinti se si paga la prima o unica rata delle somme dovute per la rottamazione delle cartelle esattoriali. Le commissioni Bilancio e Finanze della Camera hanno prima approvato un emendamento che consentiva di estinguere i pignoramenti dei beni e successivamente l’hanno bocciato.

Rottamabili tutte le cartelle, non solo Equitalia: La rottamazione sarà estesa anche ai Comuni che non affidano a Equitalia la riscossione ma la effettuano direttamente o affidandosi a un soggetto privato iscritto all’albo. Potranno essere rottamate anche le somme che sono riscosse tramiteingiunzione fiscale relative ai debiti fino al 2016.

Rottamabili le cartelle Inps, ma non le multe dell’Authority: Escluse le cartelle relative a debiti derivanti da sanzioni o multe irrogate dalle Authority; rottamabili invece le cartellederivanti da violazioni degli obblighi relativi ai contributi eai premi dovuti dagli enti previdenziali.

Addio al Tax Day: Stop alla scadenza unica del 16 giugno per i versamenti. Dall’anno prossimo si paghera’ in due tranche: slitta dal 16 al 30 giugno il termine per il pagamento di Irpef, Irap e Ires mentre la scadenza per Imu e Tasi resta al 16 giugno.

Tregua estiva per il fisco: Arriva anche la ‘tregua’ estiva per il fisco. Saranno sospesi dal 1 agosto al 4 settembre ogni anno i termini per rispondere alle lettere di accertamento (esclusi quelli per le richieste a seguito di attività di ispezione e verifica nonché relativi alle procedure di rimborso Iva) e non si applicherà il termine dei 30 giorni per pagare le somme dovute a seguito dei controlli.

Voluntary disclosure bis: Riaperti i termini della procedura di collaborazione volontaria per il rientro dei capitali detenuti all’estero fino al 31 luglio 2017. Si può presentare istanza anche se il contribuente ha aderito entro il 30 novembre 2015, limitatamente alle violazioni dichiarative per attività detenute in Italia. Si potrà presentare istanza anche se in precedenza ci si è avvalsi della voluntary limitatamente ai profili internazionali.

Contante: In caso di rientro dei capitali in contanti, si presume, salvo prova contraria, che contanti e valori al portatore derivino da redditi conseguiti, in quote costanti, da condotte di evasione fiscale commesse (e quindi da tassare) nel 2015 e nei quattro periodi d’imposta precedenti. Si tratta, in sostanza, di una presunzione di imponibilità integrale per i contanti negli anni oggetto di regolarizzazione, salvo prova contraria. Secondo Sinistra italiana c’è il rischio che il contante sia presentato da prestanomi a reddito zero, che faranno riemergere il nero pagando l’aliquota Irpef più bassa per ogni anno di evasione.

Via studi di settore. Arrivano gli indici: Addio agli studi di settore, arrivano dal 2017 gli indici di affidabilità collegati a livelli di premialità per i contribuenti più affidabili, anche in termini di esclusione o riduzione dei termini per gli accertamenti.

Spesometro: Le comunicazioni Iva dovranno essere inviate telematicamente ogni tre mesi ma nel primo anno l’invio sarà semestrale (entro il 25 luglio 2017); quelle relative al secondo trimestre dovranno essere trasmesse entro il 16 settembre e quelle relative all’ultimo trimestre entro il mese di febbraio. Per il 2017, la data è il 25 luglio. Le sanzioni per omessa o errata trasmissione delle fatture vanno da 2 a 1.000 euro (con riduzione del 50% in caso di correzione entro 15 giorni dalla scadenza). Le sanzioni per omessa, incompleta o infedele comunicazione vanno da 500 a 2.000 euro (ridotte del 50% se trasmessa nei 15 giorni successivi).

Meno controlli su prelievi e imprese: Stop per le imprese individuali ai controlli del Fisco sui prelievi in banca fino a mille euro al giorno e 5mila euro al mese.

DA PALERMO A BOLOGNA

Beppe Grillo a piazza Maggiore a Bologna, in una immagine del 20 marzo 2010.E' Beppe Grillo il vincitore delle elezioni 2013. Il suo M5S vola, va oltre la soglia del 20% ritenuta impensabile fino a qualche mese fa e fa tremare i partiti. Pd e Pdl, se vogliono governare, devono necessariamente trovare un accordo con i parlamentari 'a cinque stelle'. E sembra di ascoltare la voce dell'ex comico, ora blogger e leader del MoVimento che dal palco di piazza San Giovanni a Roma urlava: "Arrendetevi, siete circondati". ANSA/GIORGIO BENVENUTI

Beppe Grillo a piazza Maggiore a Bologna, in una immagine del 20 marzo 2010. E’ Beppe Grillo il vincitore delle elezioni 2013. Il suo M5S vola, va oltre la soglia del 20% ritenuta impensabile fino a qualche mese fa e fa tremare i partiti. Pd e Pdl, se vogliono governare, devono necessariamente trovare un accordo con i parlamentari ‘a cinque stelle’. E sembra di ascoltare la voce dell’ex comico, ora blogger e leader del MoVimento che dal palco di piazza San Giovanni a Roma urlava: “Arrendetevi, siete circondati”.
ANSA/GIORGIO BENVENUTI

Si allarga lo scandalo delle firme false a opera del Movimento cinque stelle. Dopo lo scandalo scoppiato a Palermo, anche a Bologna alcune persone sono state iscritte nel registro degli indagati per presunte irregolarità nella raccolta firme a sostegno del Movimento 5 Stelle. Si ipotizza a carico di quattro individui la violazione della legge elettorale in occasione delle Regionali 2014. L’inchiesta è nata da un esposto presentato da due militanti.
Tra i quattro indagati dalla Procura di Bologna nell’inchiesta c’è anche Marco Piazza, vicepresidente del Consiglio comunale. A quanto si apprende da fonti vicine ai vertici del M5S Piazza ha già dato la sua disponibilità ad autosospendersi. Ai quattro è contestata la violazione dell’articolo 90 comma 2 del Dpr 570 del 1960. Piazza sarebbe chiamato in causa in qualità di “certificatore”, insieme ad un suo collaboratore e ad altre due persone. Tra le contestazioni, nel fascicolo del Pm Michela Guidi che ha coordinato le indagini dei Carabinieri di Vergato, c’è quella di aver autenticato firme non apposte in loro presenza oppure in luogo diverso rispetto al requisito di territorialità, oppure in mancanza della qualità del pubblico ufficiale. Massimo Bugani, il leader bolognese del M5S, fedelissimo di Grillo, si dice tranquillo: “Mi sento di escludere che non fosse presente l’autenticatore – dice ai cronisti in Comune a Bologna – Se nell’esposto c’è scritto che non era presente, allora qualcuno mente: penso sia facilmente dimostrabile”. “Se c’è altro – aggiunge – sarà dimostrabile che sono scherzetti fatti da chi è pieno di livore per l’esclusione dalla candidatura”.
“Si sta avvelenando un clima e non voglio contribuire in questo senso”, premette il sindaco PD di Bologna, Virginio Merola, che dice: “Il problema ce l’hanno i Cinque stelle che hanno sempre processato le persone senza aspettare le sentenze. Adesso sono problemi loro, seguendo la loro teoria Piazza dovrebbe essere sospeso. Ma in uno stato di diritto si aspettano le sentenze. Si sono inguaiati con le loro mani”. Piazza è vicepresidente del Consiglio comunale: “Per quanto mi riguarda Piazza è un ottimo vice presidente — dice ancora Merola – Per me uno è innocente fino a prova contraria e non colpevole fino a prova contraria, ma loro hanno creato questo clima e ora ne pagano le conseguenze”.
E mentre una parte del Pd tenta di calmare le già agitate acque in vista del referendum del 4 dicembre, l’altra parte parte all’attacco. Per Emanuele Fiano, della segreteria Pd, “Grillo, Di Maio e Di Battista se ne lavano le mani e stanno zitti dopo aver raccontato la balla che a Palermo si trattava solo di un errore di copiatura, mentre le firme erano false. Cosa diranno su Bologna? Intanto non si autosospende nessuno dei parlamentari interessati e i capi si autoassolvono. Cosa succede, il famoso regolamento della Casaleggio associati è oramai sparito, lo streaming sepolto, la trasparenza una lingua straniera? O forse quando si tratta di poltrone, di stipendi, di incarichi, tutti i capi grillini fingono di non sapere, di non capire e, ovviamente, se c’erano dormivano?”.
“Quattro indagati per le firme false a Bologna, sommati con quelli di Palermo sono dodici. Allora è un metodo, si chiama Grillopoli“, twitta la vice capogruppo democratica alla Camera Alessia Morani. “Deve esserci qualcosa di diabolico in chi raccoglie le firme dei 5stelle. “Evidentemente Di Maio quando parla di brogli pensa agli esponenti del suo movimento, perché la Grillopoli si sta allargando”. Il riferimento è alle parole pronunciate dal vicepresidente della Camera ad Agorà in mattinata: “Siamo pronti a ricorsi su tutto il territorio nazionale nel momento in cui ci dovessero essere dei brogli. Il voto degli italiani all’estero si espone a questo pericolo”, ha detto Di Maio, ospite di Gerardo Greco su RaiTre. Sono già arrivate pesanti accuse da parte della segreteria nazionale del Pd, con Ernesto Carbone che ha commentato così gli ultimi sviluppi della vicenda: “Dalla parte della gente solo per carpirne le firme? Da Palermo sembra prendere corpo questo nuovo stratagemma. Non solo firme false, ma anche ignari cittadini avrebbero visto usare dai Cinquestelle le firme apposte per il referendum sull’acqua per altri scopi. E’ sempre più Grillopoli”.
E ha aggiunto: “Grillo, Di Maio e Di Battista evitano di rispondere e si autoassolvono. Qui non si tratta di episodi, ma di una strategia coordinata, fatta di bugie che ricalca quanto avvenuto a Quarto”.
Nel frattempo a Palermo sono dieci gli indagati per le firme false per la presentazione delle liste dei Cinquestelle alle comunali del 2012. Si tratta dei deputati nazionali Riccardo Nuti e Claudia Mannino,dei parlamentari regionali siciliani Giorgio Ciaccio e Claudia La Rocca, degli attivisti Samanta Busalacchi, Giuseppe Ippolito, Stefano Paradiso e Francesco Menallo, del cancelliere del tribunale Giovanni Scarpello e di un decimo esponente che avrebbe avuto un ruolo minore nella vicenda. Dalla Procura sono partiti i primi inviti a comparire per alcune persone coinvolte nell’inchiesta. Secondo indiscrezioni una serie di indagati avrebbero concordato con i Pm la data dell’interrogatorio prima ancora dell’invito a comparire. L’atto rappresenta anche l’avviso di garanzia per il reato previsto dal testo unico sugli enti locali.

PERCHE’ SI’

referendum_costituzionale

 “Vediamo dai sondaggi che la considerazione più vicina alla verità potrebbe essere quella di un referendum che finisce sul filo di lana. La mia opinione è che il numero delle persone che votano sia molto più alto del solito perché la campagna elettorale è stata lunghissima, perché l’argomento Sì o No al referendum appartiene alla vita delle famiglie e quindi la cosa muove attenzioni”.

Lo ha detto il segretario del Psi Riccardo Nencini, alla convention ‘Socialisti, laici, radicali e democratici per il Sì’ dove si sono riuniti militanti provenienti da tutta Italia e i comitati nazionali costituiti in tutte le province in sostegno del Sì. La tappa romana è anche quella conclusiva prima dell’appuntamento del 4 dicembre. Alla manifestazione, alla quale sono intervenuti sindaci, amministratori  e militanti, hanno partecipato, oltre Riccardo Nencini, Benedetto Della Vedova, sottosegretario agli affari esteri; Giovanni Negri, promotore dei comitati “radicali per il sì”, Cesare Pinelli, costituzionalista e docente de La Sapienza, Luigi Berlinguer, già  ministro della pubblica istruzione e promotore del comitato “Sinistra per il sì”, Oreste Pastorelli, deputato Psi, Luigi Covatta, direttore di Mondoleraio, Pia Locatelli,  capogruppo Psi alla Camera, Pio Marconi, docente, Maria Cristina Pisani, portavoce del PSI, e i dirigenti socialisti Mauro Del Bue, Daniele Fichera,  Gianfranco Schietroma, Carlo Vizzini e Fausto Longo.

“Chi dal fronte del No dichiara oggi di riformare la Costituzione in sei mesi fa ridere. In sei mesi – aggiunge Nencini – non modifichi neppure un articolo del regolamento parlamentare. Nei partiti del No non hai una proposta unica di riforma della legge elettorale, tanto meno hai una proposta per formare un Governo a meno che non ci sia Grillo come Presidente del Consiglio e Salvini agli Interni”.  “Mi pare – aggiunge Nencini – si voglia procurare uno sfregio sulla faccia degli italiani che lavorano vivono e sono residenti all’estero. Il loro voto vale esattamente come gli altri italiani che risiedono in Italia” Per il segretario del Psi ci sono 5 ragioni di merito più una politica per votare sì al referendum. La prima parte della considerazione che la prima parte della Costituzione non viene toccata tranne per un miglioramento rappresentato dall’ingresso della parità di genere tra uomo e donna. Secondo:  modifichiamo e velocizziamo il processo di formazione delle eleggi superando il bicameralismo paritario. Ricordo che la proposta socialista dalla Costituente in poi fino alla conferenza di Rimini, è stata sempre quella di superare il bicameralismo paritario. Nenni – continua – arrivò con due proposte: una Costituzione fondata sul monocameralismo e in alternativa una Camera eletta e una Camera delle regioni. Il risultato è quello che abbiamo conosciuto. Alla conferenza programmatica dell’82 il superamento del bicameralismo paritario fu uno dei temi al centro del dibattito. Quindi siamo in linea perfetta con la storia del socialismo riformista italiano”.

conventionGli altri punti sottolineati da Nencini sono “l’ingresso in Costituzione del refrendum propositivo; quindi si allarga la platea dei poteri e del dare la voce ai cittadini. Poi via le province assieme al Cnel, ma penso che uno dei punti più significativi sia l’ultimo. La nuova ripartizione di poteri tra Regioni e Stato. Ricordo che il nostro primato negativo nella realizzazione delle infrastrutture deriva da 4 fattori. La carenza del progetto, definaziamenti, l’intervento della magistratura e quarto la contesa tra Regioni e Stato sulla competenza su quell’opera. Da qui l’arricchimento dei ricorsi alla Corte Costituzionale con tutto quello che ne consegue”.

Infine la ragione politica: “I partiti del no, non hanno una visione comune né su come riformare la legge elettorale, e di qua la visione c’è. Anzi c’è un impegno che ricalca il disegno di legge socialista già presentato al Senato il 23 gennaio scorso: superamento del ballottaggio e allargamento del premio di maggioranza all’intera coalizione. Tra i partiti del no invece non c’è una sola idea di riforma della Costituzione e tanto meno c’è la speranza che da lì possa nascere un governo. Quindi il rischio è che si apra un periodo d’instabilità e l’Italia non ha bisogno di instabilità”. “Per molti italiani infatti sarà un voto politico, non di merito”.

Sulla campagna elettorale ormai vicina al termine Nencini afferma che “la comunicazione è cambiata moltissimo negli ultimi 5 anni. La rete la fa da padrona e qui spesso il linguaggio è sguaiato e il linguaggio della rete purtroppo sta diventato il linguaggio collettivo. Bisogna continuare a spiegare che è vietato offendere. Mi sono accorto che anche tra i socialisti l’offesa per chi non la pensa allo stesso modo, ha trovato, in alcune piccole fasce, diritto di cittadinanza. Io mi ostino a spiegare e a fare un ragionamento politico e di merito. Non cambio opinione da qui al 3 di dicembre”.

Daniele Unfer