OPERAZIONE VERITA’

craxi-1A molti di noi sarà capitato di restare basiti nell’ascoltare personaggi importanti sciorinare cifre e pronunciare giudizi ridicolmente infondati su presunti e negativi comportamenti di Craxi nel campo della Finanza Pubblica. Io ricordo un articolo di Salvatore Bragantini sul Corriere della Sera di 7 anni fa in cui Craxi veniva accusato di aver raddoppiato il rapporto debito/PIL(dal 60 al 120%). In un’altra occasione in TV Corrado Augias imputava a Craxi di essere il responsabile del nostro pesante debito pubblico. In un convegno sulla politica degli anni ’80 lo stesso Bruno Vespa che “moderava” un dibattito di esperti pur riconoscendo a Craxi grandi meriti di statista non mancava tuttavia di rimproverare al leader socialista una eccessiva permissività sui conti pubblici e sostanzialmente un controllo blando sulla spesa pubblica. Invece Il rigore e la durezza con cui il Governo Craxi affrontò il prorompente dilagare della spesa e gli stessi dati della finanza pubblica di quel periodo, raccontano una storia completamente diversa e mi piace sottolinearlo con le parole di un aspro nemico di Bettino Craxi, Eugenio Scalfari che nonostante l’avversione profonda nei riguardi del leader socialista non mancò di riconoscerne i meriti in campo economico. Scriveva dunque l’allora direttore de La Repubblica il primo marzo del 1987, alla imminente conclusione del governo Craxi in carica dal 4 agosto dell’83. “La legislatura volge al termine ed è possibile tentarne un primo consuntivo: l’inflazione è discesa dal 16 al 4% e questo è stato il risultato più apprezzabile e più vistoso dei quatto anni che ci stanno alle spalle.

Hanno concorso robustamente a raggiungerlo le condizioni della congiuntura internazionale. Sarebbe nondimeno ingiusto negare che non ci sia stato un qualche contributo specifico da parte italiana: per esempio il livello della spesa pubblica non solo non è aumentato, ma anzi è lievemente diminuito rispetto al Prodotto Interno; nel frattempo la pressione fiscale è rimasta complessivamente invariata. Di questi risultati va dato atto alle autorità monetarie, ai titolari del Tesoro e delle Finanze e al Governo nel suo complesso. Il favorevole andamento dei prezzi internazionali ha liberato risorse che sono state in discreta parte utilizzate per non far peggiorare i conti dello Stato. Questo il merito che va riconosciuto al Governo e per questo merita la lode. Le imprese sono tornate al profitto… il costo del lavoro a livelli accettabili ha preservato la nostra competitività..”
I risultati appaiono ancora più brillanti di quanto a detti stretti il Direttore di Repubblica descrive. L’Italia viene indicata dagli osservatori internazionali come esempio da seguire. Le società di rating assegnano al nostro paese la tripla A, l’Italia è al quinto posto nella graduatoria dei paesi industrializzati ed entra nel gruppo dei sette paesi più forti, i G7.

Ma torniamo alle false notizie. L’amico Stefano Carluccio mi accennò ad uno studio di un certo Sandro Brusco che io lessi e trovai cosi assurdamente inattendibile che non lo reputai degno di considerazione. Col passare del tempo tuttavia alcune affermazioni e alcuni dati messi senza alcun criterio nel pretenzioso e inattendibile studio (“Le conseguenze economiche di Bettino Craxi”) venivano spiattellati in varie occasioni attraverso il meccanismo del passaparola e a pappagallo replicati da molti noti personaggi. Ma allora è lecito porsi una domanda. Come mai una persona che dovrebbe masticare un po’ di economia afferma che Craxi ”ha condotto una politica economica disastrosa e tale disastrosa azione ha giocato un ruolo fondamentale nel porre l’Italia su un sentiero di regresso economico e sociale”, mentre tutto il mondo ne ha lodato la capacità eccezionale nel prendere un paese in fallimento e riportarlo all’avanguardia dei paesi industrializzati in soli 4 anni? Come mai le società di rating assegnarono a quel Governo il massimo di valutazione? La risposta è nello stesso tempo semplice e sconcertante. Il Brusco considera Craxi responsabile dei Governi dal 1980 al 1990 e non già dall’agosto dell’83 all’aprile dell’87. Gli attribuisce la responsabilità politica di governi che avevano effettivamente sperperato, potenziato le indicizzazioni e costretto Bankitalia a frequenti svalutazioni. Ma Brusco gli attribuisce anche la guida politica dei governi successivi al suo ignorando del tutto che ad esempio De Mita, uno dei suoi successori, era un suo acerrimo nemico e non “un suo complice”. Così ad es. se nell’80 il debito era intorno al 60% e nel 90 al 120%, fa dire al nostro che Craxi raddoppiò il debito pubblico. Idem per la spesa pubblica che invece Craxi riuscì a bloccare nel rapporto al PIL, nonostante l’operazione fosse molto difficile in presenza di una discesa veloce dell’inflazione. Infatti con la spesa pubblica quasi totalmente indicizzata e con i prezzi in rapida discesa i flussi di spesa si incrementavano con i tassi di inflazione dell’anno precedente che erano più elevati. Ma queste considerazioni sono completamente assenti nei violenti e gratuiti attacchi che il Brusco rivolge a Craxi. Ignora completamente la difficile guerra alle indicizzazioni che portò il leader socialista ad un duello quasi solitario, affiancato dai sindacalisti filo socialisti con la corazzata del PCI. Non fa cenno alla finanziaria per il ’94 che operò tagli impietosi alla spesa sociale con l’applicazione della regola secondo cui le varie provvidenze(assegni familiari,adeguamenti delle pensioni al minimo, indicizzazioni delle pensioni,etc) assegnate senza considerare il livello di reddito dei percettori, venivano accordate per intero solo alla fascia di reddito bassa, parzialmente ai redditi intermedi e cancellate o fortemente ridotte per i redditi elevati.

E proprio sulla finanza pubblica cui il nostro dichiara di concentrare la sua analisi spara le sue bordate più assurde e violente. Ma la storia è, come abbiamo visto, completamente diversa. I fatti e i giudizi dell’epoca ci danno un quadro simmetricamente opposto. Quando nacque il Governo Craxi la finanza pubblica era completamente fuori controllo, il fabbisogno era arrivato alla vertiginosa cifra del 16,9%, la spesa correva ad una velocità impressionante e irrefrenabile. Essa nel quadriennio 79-83 era triplicata in valore assoluto e cresciuta di ben 8 punti in percentuale del PIL. Dinamica quasi analoga per la pressione fiscale che era aumentata nello stesso periodo di 7 punti. Molti osservatori e numerosi esponenti del PSI ritenevano che la DC voleva tendere una trappola politicamente mortale all’allora emergente leader socialista,data la situazione disperata in cui si trovava il paese.

Ma a Craxi non mancava il coraggio né la fiducia sulle potenzialità del Paese. Compose un Governo fortemente rappresentativo (Visentini, Andreotti, Spadolini, Amato, Scalfaro, Martinazzoli, Forlani, Fortuna, De Michelis, Pandolfi, Zanone, Zamberletti etc) chiamò i sindacati per organizzare una politica dei redditi con lo scopo di sconfiggere l’inflazione, risanare la finanza pubblica, riavviare lo sviluppo e l’occupazione riequilibrare i conti esterni. E i risultati,come vedremo, gli daranno ragione.
Quando nel 1986 la politica rigorosa incrociò la fortunata circostanza del calo del dollaro e del petrolio e gli indicatori accelerarono la corsa in positivo alla DC di De Mita sali improvvisamente la febbre da paura per la popolarità crescente dei socialisti e la loro possibile candidatura a porsi come alternativa al potere democristiano. De Mita si affrettò a inviare un avviso di sfratto a Palazzo Chigi. Craxi concordò che si sarebbe dimesso in primavera. La finanziaria per l’87 che avrebbe potuto finire il lavoro di risanamento finanziario, con la stabilizzazione del rapporto debito/PIL, si trasformò in un documento blando anche perché il taglio della legislatura avrebbe condotto alle elezioni anticipate peraltro affidate ad un governo elettorale di minoranza presieduto da Fanfani.

I risultati di quel governo risultano eccellenti. L’inflazione scende al 4% dal 16,5, ma ancora più significativo è il calo del differenziale con gli altri paesi che scende dal 9 al 2%. Il numero delle imprese è triplicato, i profitti ricostituiti, le esportazioni in forte incremento, i conti esterni risanati, il PIL in forte crescita insieme agli investimenti, ai salari reali e all’occupazione.

Dopo le elezioni si formò il governo Goria che in Parlamento venne più volte messo in minoranza con ammucchiate trasversali volte a saccheggiare nuovamente la finanza pubblica finalmente priva del guardiano (chi non ricorda l’On Lodi del Pci capo manipolo degli assalitori?). Ma anche il sindacato si sentì sciolto dal patto con il Governo. C’era un’euforia da guerra finita e vinta. L’alta crescita copriva i costi della rinata instabilità, con forti aumenti della spesa e della pressione fiscale. Ovviamente anche la politica economica di quegli anni e dei governi De Mita e Andreotti il Brusco che non avrà letto nulla delle vicende di quel periodo, l’attribuisce a Craxi facendo un’operazione di grande disonestà intellettuale.

Se si riuscisse a fare una operazione verità senza pregiudizi e tentazioni demagogiche scopriremmo uno dei momenti migliori della nostra storia che vide una forte coesione tra Governo, Sindacato e Banca d’Italia con il risultato di costruire un capolavoro di politica economica tanto raro nel nostro paese e che fa onore a coloro che ne furono i protagonisti, a cominciare da colui che tenne le redini dell’operazione, Bettino Craxi.

Nicola Scalzini

SOTTO ESAME

PIL 2008 IN CALO - SOLDI E BANCONOTE“La Commissione Ue sta aspettando di essere in grado di valutare le ulteriori misure fiscali del valore dello 0,2% del pil per il 2017, che il governo si è impegnato ad adottare entro fine aprile”. Lo ha detto un portavoce dell’esecutivo comunitario, ricordando che Bruxelles entro “questo mese aspetta anche la legge di stabilità aggiornata e il programma nazionale delle riforme”. L’insieme di queste misure “sarà quindi valutato più avanti in primavera, in linea con le procedure del semestre europeo e il Patto di stabilità e crescita”, ha aggiunto il portavoce.

Intanto prosegue il lavoro di limatura sulla manovrina che comprende diversi capitoli. Una manovrina che il ministro Padoan definisce “quasi una finanziaria”. “Si impernia su quattro punti: aggiustamento, finanziamento alla crescita, risorse per gli enti locali e risorse per il sisma. E’ pronto anche il Dpcm per gli investimenti”. Sono infatti diversi i capitoli: dalla lotta all’evasione alla ricostruzione post-sisma, dal trasporto pubblico locale all’operazione Anas-Fs, fino alla costruzione di nuovi stadi e alla Ryder Cup . La ‘manovrina’, ancora in attesa della firma del capo dello Stato, ha il compito di correggere i conti pubblici per 3,4 miliardi di euro.

Anche se ancora manca il dettaglio dei contenuti, la Uil con Carmelo Barbagallo afferma che “sulla manovrina ci voleva più coraggio”. “L’anno scorso fu rivendicata più flessibilità verso l’Europa, quest’anno si sono voluti rimettere i conti a posto – afferma Barbagallo – . Noi in Italia abbiamo delle grandi questioni da affrontare: la sistemazione del territorio del Paese, attraverso una serie di opere, le infrastrutture, il futuro dei giovani e il Mezzogiorno. Le risposte che ci sono su questi fronti sono ancora insufficienti”. “Poi sono anni che poniamo il problema del cuneo fiscale che, attenzione, non è un tema che sta a cuore solo alle imprese ma anche ai lavoratori”. “L’Italia è il Paese col costo del lavoro più alto d’Europa e con gli stipendi più bassi d’Europa e questo ha una spiegazione: il cuneo fiscale. Ecco perché bisogna intervenire e ridurre le distanze, oggi importanti, tra costo del lavoro e quindi costo per l’impresa e quanto poi con lo stipendio va in tasca al lavoratore. Il Paese e i consumi non ripartono e non ripartiranno mai se non affrontiamo tale questione e se non miglioriamo il potere d’acquisto dei cittadini”. “Lo possiamo fare – ha aggiunto il segretario generale della Uil – se agiamo su un doppio versante: quello fiscale ma anche quello contrattuale”.

Intanto sul def sono arrivate alcune richieste insieme alle osservazioni al parere favorevole espresso dalla commissione Cultura della Camera. “Potenziare gli interventi di orientamento formativo, a tutti i livelli di istruzione” e “favorire l’incremento del numero di laureati, al fine di evitare che l’Italia continui ad occupare una posizione di coda negli obiettivi ufficiali del 2020”. Il parere si compone di otto osservazioni. Una, in particolare, chiede di “favorire l’internazionalizzazione del sistema di ricerca e formazione terziaria”. E ancora, i deputati della VII commissione di Montecitorio chiedono di: persistere nell’impegno di ridurre la percentuale di abbandono scolastico, con particolare riguardo alle persone nate fuori dall’Unione europea, e ad adottare misure di contrasto della dispersione e dell’insuccesso universitario; accrescere le competenze degli adulti, anche in relazione alla precedente finalità di innalzare la quota dei giovani italiani che conseguono un titolo di istruzione terziaria.

E infine: incrementare le risorse destinate agli investimenti in ricerca e sviluppo, comprendendovi quelle destinate alla spesa per l’istruzione terziaria e potenziare e dare stabilità agli interventi per contrastare la sensibile diminuzione di professori e ricercatori nelle università e negli enti pubblici di ricerca; verificare le possibilità di rendere strutturale l’istituto della Card dei consumi culturali dei neo diciottenni; collegare alla manovra di finanza pubblica la proposta di legge sulla promozione della lettura, in via di approvazione dalla Camera.

Mentre la manovrina è in attesa della firma tra i capitoli che sarebbero stati oggetto di una cesellatura, quelli dei tagli ai ministeri, del trasporto pubblico locale e il capitolo sulla crescita. Anche sul pacchetto fiscale, quello che dovrà garantire gran parte dei 3,4 miliardi della correzione richiesta dalla Ue, si sta già ragionando a possibili ritocchi allo split payment.

Altro punto la “tassa sulla fortuna” che raddoppia al 12%, mentre sale dal 6% all’8% il prelievo sulle vincite al Lotto. La tassa al 12% riguarda le vincite sopra i 500 euro e scatterà a partire dal primo ottobre 2017. Il Preu (prelievo erariale unico sulle slot) passa al 19%, mentre quello sulle videolotteries è fissato al 6%. Trova spazio nella manovrina anche la norma che consente a Invitalia (controllata dal Tesoro) di fornire garanzia pubblica ad Alitalia.

NESSUN ACCANIMENTO

biotestamentoVia libera dell’Aula della Camera al primo articolo 1 della proposta di legge sul Biotestamento. L’articolo, passato con 326 voti a favore, è il “cuore” del provvedimento in quanto regola il consenso informato del fine vita. Hanno votato contro Forza Italia e Alternativa popolare.

Un emendamento approvato dall’Aula della Camera prevede che a fronte del rifiuto di un trattamento sanitario da parte del paziente “il medico non ha obblighi professionali”. In base alla norma, a fronte della richiesta di un paziente di sospendere i trattamenti un singolo medico potrà rifiutarsi di ‘staccare la spina’. Il paziente potrà comunque rivolgersi a un altro medico nell’ambito della stessa struttura sanitaria. Insomma il paziente avrà il diritto di abbandonare le terapie dopo che è stato eliminato il sesto comma del primo articolo del testo. Il comma eliminato prescriveva che “Il rifiuto del trattamento sanitario indicato dal medico o la rinuncia al medesimo non possono comportare l’abbandono terapeutico. Sono quindi sempre assicurati il coinvolgimento del medico di famiglia e l’erogazione delle cure palliative”.

Nel ddl Biotestamento entra quindi il principio del divieto dell’accanimento terapeutico e il conseguente riconoscimento del diritto del paziente di abbandonare totalmente la terapia. La modifica è contenuta in un emendamento del presidente della commissione Affari sociali della Camera Mario Marazziti che ha ottenuto parere favorevole dalla commissione ed andrà votato dall’Aula. In base al testo, “Il medico, avvalendosi di mezzi appropriati allo stato del paziente deve adoperarsi per alleviarne le sofferenze, anche in caso di rifiuto o di revoca del consenso al trattamento sanitario indicato dal medico. A tal fine, è sempre garantita un’appropriata terapia del dolore con il coinvolgimento del medico di medicina generale e l’erogazione delle cure palliative”.

Il testo risultante dall’emendamento Marazziti prescrive, inoltre, che “nel caso di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili e sproporzionati. In presenza di sofferenze refrattarie ai trattamenti sanitari, il medico può ricorrere alla sedazione palliativa profonda continua in associazione con la terapia del dolore, con il consenso del paziente”.

Finalmente dopo anni di attesa e di approfondimento in commissione, stiamo arrivando all’approvazione di una legge per regolare la materia. Si tratta, afferma Giovanni Burtone componente della commissione Affari sociali della Camera “di consenso informato e dichiarazioni anticipate di trattamento equilibrata e che non ha niente a che fare con l’eutanasia, come sa bene chi ha letto il testo in votazione alla Camera; questo testo garantisce il pieno rispetto delle volontà dei pazienti e valorizza la relazione terapeutica con il proprio medico curante. Il legislatore non decide al posto dei medici o dei pazienti, a differenza di quanto accaduto in passato con la legge sulla procreazione medicalmente assistita e con l’approvazione in prima lettura a Montecitorio di una proposta di legge sul testamento biologico che imponeva a tutti l’idratazione e l’alimentazione artificiale. Come previsto dall’articolo 32 della Costituzione, nessun trattamento sanitario può essere imposto ad alcun paziente e nessun medico può violare la volontà dei pazienti”.

AUMENTA LA CRESCITA

fondomonetarioLa Commissione Ue non ha ancora ricevuto il programma di stabilità, quello di riforme e la manovra correttiva dell’Italia. La data limite per presentarli è in ogni caso il 30 aprile. Per ora a Bruxelles sono arrivati i piani della Germania, di Malta e dell’Irlanda. Da domani il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, il vicepresidente, Dombrovskis, e il commissario, Moscovici, saranno a Washington per gli Spring meeting del Fmi, dove avranno modo di incontrare anche il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan. Il dibattito sulla manovra è ancora tutto interno ai confini nazionali. Sia per quanto riguarda la monovrina per la correzione dei conti, sia per quanto riguarda il def.

Dai sindacati i primi commenti non sono di grande entusiasmo. Un Def “generico” e “poco coraggioso”, in cui “non si delinea un quadro preciso programmatico degli interventi da assumere in Legge di Bilancio, ma si tracciano soltanto i titoli e si fanno solo annunci di principio”, dice il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, commenta in audizione alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato il Documento, a cui manca “un carattere espansivo necessario, invece, in una fase contrassegnata da una ripresa troppo debole dell’economia”.

Barbagallo parla di un Def “molto deludente in quanto non lancia, con maggior tenacia, quella sfida all’Europa per un progetto di sviluppo. Noi, soprattutto in questo momento, sosteniamo la necessità di mettere al centro delle priorità delle politiche europee e nazionali la crescita, il rilancio degli investimenti e il benessere sociale e occupazionale”.

Il sindacato apprezza il sostegno all’inclusione sociale previsto dal governo ma chiede impegni precisi per il pubblico impiego, per gli ammortizzatori sociali e per il taglio del cuneo fiscale. “Le misure da predisporre per realizzare questo obiettivo dovranno tener conto delle esigenze e delle necessità dei lavoratori. – spiega Barbagallo – L’introduzione di forme di decontribuzione, ad esempio, deve essere supportata da una piena fiscalizzazione che assicuri l’invarianza della copertura ai fini pensionistici e previdenziali. E, inoltre, questa modalità deve andare a vantaggio dei lavoratori e non solo delle imprese”.

Per la Cisl Maurizio Petriccioli afferma che “pure nell’attuale situazione che costringe l’Italia a fare i conti con i rigidi paramenti del fiscal compact, imposti da Bruxelles, è possibile adottare una strategia di politica economica e sociale maggiormenteespansiva, in grado di rafforzare la domanda interna per consumi ed investimenti, con misure che incentivino la produttività, nel settore pubblico ed in quello privato e che riducano il costo del lavoro in modo selettivo, a beneficio delle sole imprese che incrementano la base occupazionale per sconfiggere la disoccupazione e migliorare l’organizzazione del lavoro”.

Intanto per Servizio bilancio del Senato in merito al Def “sembrano permanere quegli elementi di incertezza circa le modalità, i tempi e l’entità finanziaria degli interventi” di tutela del sistema bancario. I tecnici ricordano, infatti, che il rapporto di inizio anno del Governo consegnato alla Commissione indica un valore del rapporto debito/Pil pari al 132% per il 2017, al netto del supporto al sistema bancario. “Atteso che la stima per il presente anno non dovrebbe aver subito modificazioni per altre motivazioni, si può presumere che l’indicazione per l’omologo dato del valore del 132,5% nel presente Def derivi dall’ipotesi di un impatto per mezzo punto percentuale sul fabbisogno delle misure precauzionali predisposte a tutela del settore bancario. Si tratterebbe di uno sforzo, a fronte di uno stanziamento per 20 miliardi di euro tramite la costituzione di un fondo ad hoc nello stato di previsione del Mef, pari a circa 8,5 miliardi di euro”, si legge nel dossier.

Tra i sindacalisti anche per la leader della Cgil Susanna Camusso il Def “descrive una programmazione economica per i prossimi anni senza alcuna ambizione di recuperare i livelli di crescita e occupazione pre-crisi”. Il governo si pone sulla strada della continuità, mentre è “urgente una politica economica espansiva, che dia uno shock all’economia per creare lavoro, crescita e un nuovo modello di sviluppo”.

Anche il fondo Fmi si occupa del nostro Paese. E lo fa ritoccando leggermente al rialzo la crescita dell’Italia. Dopo il +0,9% del 2016, il pil è previsto crescere dello 0,8% nel 2017, ovvero 0,1 punti percentuali in più rispetto alle stime di gennaio. Invariata sempre a +0,8% la previsione per il 2018. ”L’output dell’Italia resta decisamente al di sotto del potenziale”, così come quello di altri paesi europei. Però le stime del Fmi sono più basse di quelle contenute nel Def, dove viene stimato un pil in crescita dell’1,1% nel 2017 e dell’1,0% il prossimo anno.
Anche per il debito pubblico italiano le previsioni sono positive. Anche se continua a restare sopra il 130% ma in via miglioramento. Infatti dopo al 132,6% del 2016, il Fmi lo prevede al 132,8% del pil nel 2017 e al 131,6% nel 2018, in deciso calo rispetto alle stime di ottobre, quando aveva previsto un debito al 133,4% per quest’anno e al 132% nel 2018.

Nonostante il miglioramento, le stime del Fmi restano superiori di qualche decimale rispetto a quelle contenute nel Def, dove è previsto un debito al 132,5% nel 2017 e al 131,0% nel 2018. Per quanto riguarda il deficit si attesterà al 2,4% del pil nel 2017, per poi scendere all’1,4% nel 2018.

IMPEGNO PER LA DIGNITA’

Gentiloni-Padoan-inclusioneE’ stato firmato a Palazzo Chigi il Memorandum d’intesa sul reddito di inclusione, con il premier, Paolo Gentiloni, il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti e l’Alleanza contro la povertà. Gentiloni lo ha definito “un primo risultato che va rivendicato però con forza” sottolineando che si tratta di “un impegno per la dignita’” di 2 milioni di persone e che i decreti legislativi di attuazione saranno approvati entro la fine di aprile. Soddisfazione è stata espressa dal ministro Poletti: “Si suggella un lavoro lungo e importante con il contributo e la collaborazione eccezionale di tutti, nessuno ha posto il proprio ruolo e funzione davanti a quello che stava affrontando”.
“La crisi più grave dal dopoguerra ci ha lasciato un incremento dei numeri della povertà: 1,5 mln di famiglie povere. Questo deve essere un assillo costante” ha detto Paolo Gentiloni, alla firma del memorandum. Questo è “un primo risultato che va rivendicato però con forza. Il Parlamento ha approvato la legge delega, i decreti legislativi saranno approvati entro la fine del mese”.
“E’ la prima volta che l’Italia si dota di uno strumento universale, che vale su tutto il territorio nazionale”, ha aggiunto Gentiloni sottolineando la necessità di “passi ulteriori nei prossimi anni” per “allargare la platea dei destinatari della misura attraverso l’estensione del fondo nazionale per la povertà”. Si dovrà poi lavorare, ha affermato, per “aumentare i benefici di cui i destinatari sono titolari”. Per fronteggiare la crisi “abbiamo bisogno di avere numeri migliori e su questo l’impegno del governo non sarà facile” ma “è massimo”. “Abbiamo alle spalle quattro mesi di decisioni importanti dalle banche all’immigrazione, dalla sicurezza all’attuazione delle riforme sulla scuola, sulla Pa e sul rilancio degli investimenti – ha ricordato – Sappiamo che non c’è da stare rilassati: i numeri della crescita, che sono assolutamente graduali e andrebbero rafforzati e incoraggiati, non sono sufficienti per migliorare la realtà della nostra condizione sociale. Abbiamo bisogno di accompagnare i numeri con politiche sociali, politiche attive per il lavoro, politiche di inclusione che trasformino i numeri in un effettivo miglioramento delle condizioni del Paese. Gli italiani – ha sottolineato Gentiloni – possono contare su un impegno da parte nostra massimo, si potrebbe dire con una banalità terrificante che il governo governa. E’ una banalità, ma mi auguro che contribuisca alla sensazione di stabilità e sicurezza di cui i nostri concittadini hanno veramente bisogno”.

I punti d’intesa raggiunti nel memorandum contro le povertà riguardano i criteri per determinare l’accesso dei beneficiari, i criteri per stabilire l’importo del beneficio e i meccanismi per evitare che si crei un disincentivo economico alla ricerca di occupazione. Ma anche l’attivazione di una linea di finanziamento strutturale per i servizi alla persona, il finanziamento dei servizi e l’individuazione di una struttura nazionale permanente che affianchi le amministrazioni territoriali competenti. Infine la definizione di un piano operativo per la realizzazione delle attività di monitoraggio continuo della misura e la definizione di forme di gestione associata della stessa. Insomma il memorandum costituisce un momento di condivisione del percorso intrapreso dal governo nella lotta alla povertà con l’introduzione di una misura strutturale.

Nell’intesa raggiunta tra è previsto che il reddito Isee non sia l’unico criterio per l’accesso al Reddito Inclusione sociale (Reis). È previsto anche che si tenga conto anche del reddito disponibile, così da permettere l’accesso alla misura anche a chi è proprietario della casa in cui abita, ma versa in stato di povertà. Per accedere al Reis bisogna non avere un reddito ISEE superiore ai 6 mila euro, superiore a quella usata oggi per il Sia stabilita a 3 mila euro.

NODO SIRIANO

siria fLa Siria continua ad essere il centro nevralgico nello scacchiere internazionale, soprattutto nella disputa tra Usa e Russia, ma stavolta a tuonare contro Washington è il presidente Bashar al-Assad. Nel corso di un’intervista esclusiva concessa all’agenzia Afp Assad accusa gli americani di aver inventato il raid chimico contro Khan Sheikhun, città nella provincia nord-occidentale di Idlib. L’attacco chimico che ha sconvolto l’opinione pubblica e in cui sono morte più di 80 persone fra cui 28 bambini, per Assad è la scusa, il motivo utile agli americani “per colpire” la Siria.
“L’attacco chimico che il regime siriano avrebbe compiuto a Khan Shaykhun, nella provincia di Idlib, è al 100 per 100 un’invenzione degli Usa. Damasco ha consegnato tutte le armi chimiche e il regime siriano autorizzerà soltanto inchieste imparziali sul presunto attacco”, afferma il presidente siriano. “La nostra impressione – ha spiegato – è che l’Occidente, in particolare gli Stati Uniti, sia complice dei terroristi. Hanno inventato tutta la storia per avere un pretesto per l’attacco. Noi intendiamo lavorare (con i russi) in vista di un’inchiesta internazionale. Ma deve essere imparziale. Noi possiamo permettere un’inchiesta se, e soltanto se, sia imparziale e ci garantisca che Paesi imparziali prendano parte, per essere sicuri che non sia utilizzata a fini politici”, ha detto. Quanto al raid ordinato dal presidente americano Trump, Assad assicura che “la potenza di fuoco del nostro esercito, la nostra capacità di attaccare i terroristi non è stata intaccata da questo raid”.
Ma militari e intelligence Usa hanno intercettato comunicazioni di militari siriani ed esperti circa la preparazione per l’attacco con armi chimiche compiuto a Idlib la scorsa settimana. Lo ha riferito una fonte ufficiale americana alla Cnn. Gli Usa – precisa però l’emittente – non sapevano però che il gas sarebbe stato usato sui civili. Le intercettazioni erano parte del materiale di intelligence visionato nelle ore successive allo stesso attacco allo scopo di stabilirne la responsabilità. La stessa fonte ha sottolineato che gli Usa non erano al corrente in anticipo del raid. Gli Usa solitamente raccolgono vaste quantità di comunicazioni intercettate in zone come Siria e Iraq, materiale che spesso non viene analizzato se non in caso di un particolare evento che richiede la ricerca di analisti di relative informazioni di intelligence.
In queste stesse ore arriva poi la notizia che le forze armate americane avrebbero attaccato nel nord della Siria e in seguito ad un raid aereo sono rimasti uccisi per errore 18 combattenti alleati impegnati nella lotta all’Isis. Secondo il Comando centrale statunitense, martedì scorso gli aerei Usa si sono fidati delle coordinate errate date loro dalle Forze democratiche siriane (Sdf), composte soprattutto da miliziani curdi. L’obiettivo era una posizione dell’Isis a sud di Tabqa, roccaforte dello Stato Islamico: le bombe sono invece finite sulle linee delle Sdf, causando 18 vittime.
Nel frattempo gli americani, dopo giorni di tensione con il Cremlino, tentano un dialogo con Mosca. Il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, ha incontrato il presidente russo, Vladimir Putin, con il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov. “Nessuna crisi è insormontabile”, hanno detto i due capi delle diplomazie in conferenza stampa, “ne’ quella ucraina, ne’ quella siriana”, ma nei fatti le divergenze continuano ad apparire insormontabili. Se non altro è stata ripristinata l’intesa per evitare incidenti tra i rispettivi aerei militari in manovra sui cieli siriani, sospesa dalla Russia all’indomani dell’attacco statunitense alla base siriana di al-Shayrat. Tillerson ha spiegato: “Abbiamo discusso francamente dell’attuale stato dei rapporti tra Stati Uniti e Russia: c’è un basso livello di fiducia tra i nostri due Paesi”. “Siamo d’accordo – ha aggiunto – sulla creazione di un gruppo di lavoro che affronti gli argomenti minori e faccia fare progressi nella stabilizzazione del rapporto”. D’altro canto “non è possibile che le due principali potenze nucleari abbiano un rapporto con un basso livello di fiducia”.
Un incontro che è andato “meglio di quanto ci attendessimo”, ha detto il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sostenendo che nelle prossime ore farà un punto con il segretario di Stato. Parlando poi delle relazioni con Putin, Trump ha confermato le tensioni, ma ha detto che “vedrà” nei prossimi mesi come si svilupperanno, ricordando tuttavia di voler dialogare con la Russia. Questo, dopo aver di nuovo affermato che è “certamente possibile” che la Russia sapesse dell’attacco chimico in Siria, secondo gli Usa lanciato per ordine di Assad, che ha definito “un macellaio”.
Ma nonostante le buone intenzioni, restano le divergenze. Al Consiglio di sicurezza dell’Onu la Russia ha posto il veto per l’ottava volta. Matthew Rycroft, ambasciatore britannico all’Onu, commenta duramente il nuovo no di Mosca sulla bozza di risoluzione che condannava l’attacco chimico nella provincia di Idlib. “Questo doveva essere l’inizio della responsabilità per gli autori dell’attacco chimico in Siria – dice -, e invece abbiamo un veto della Russia: è una vergognosa scelta di proteggere il tossico regime di Assad”.

UN PASSO INDIETRO

migrantiSì definitivo dell’Aula della Camera al decreto legge Minniti in materia di immigrazione. I voti a favore sono stati 240, 176 i contrari, 12 gli astenuti. Sul testo ieri il governo aveva incassato la fiducia a Montecitorio. I socialisti non hanno partecipato alla votazione. I motivi li ha spigati nell’Aula di Montecitorio Pia Locatelli, presidente del gruppo del Psi. “Il Gruppo socialista ha votato la fiducia solo per lealtà nei confronti del Governo e della maggioranza, ma per la nostra storia e i nostri principi non possiamo votare a favore di un provvedimento che giudichiamo in parte ingiusto e in parte inefficace. Per questo motivo non parteciperemo a questa votazione e usciremo dall’Aula”. Queste le parole con cui Pia Locatelli, nel suo intervento,  ha annunciato l’uscita dall’Aula.

“Questo provvedimento – ha aggiunto – se da un lato contiene punti apprezzabili, come l’inserimento dei migranti nei lavori socialmente utili e l’aumento del personale destinato al potenziamento delle commissioni territoriali, dall’altro rischia di contraddire i principi di garantismo e di difesa dei diritti umani che noi socialisti abbiamo sempre sostenuto con forza. In particolare, attraverso la procedura unica per le espulsioni, l’abolizione del secondo grado di giudizio per il riconoscimento del diritto d’asilo, l’abolizione del contraddittorio, limitato da una procedura semplificata, il rito camerale, priva del dibattimento, di fatto si configura per i migranti una giustizia minore, una procedura specifica che solleva non pochi dubbi di costituzionalità”.

Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloini ha parlato di una approvazione che inserisce norme più e strumenti più efficaci: “Tempi più rapidi per diritto asilo. Strumenti più efficaci per accoglienza e integrazione”.

Nello stesso giorno arrivano i dati Frontex sull’immigrazione. Nel rapporto dell’organizzazione si afferma che l’Italia sia rimasta sotto pressione migratoria anche nel mese di marzo. Sulla rotta del Mediterraneo centrale sono passate 10.800 persone, “oltre in quinto in più” rispetto al mese precedente, portando il totale dei primi tre mesi a circa 24.250, “quasi il 30% in più delle stesso periodo del 2016”. Sulla rotta verso la Grecia del Mediterraneo orientale sono passate 1.690 persone, “pari al 6% rispetto all’anno scorso prima dell’accordo Ue-Turchia”. Frontex in una nota indica che la provenienza della maggior parte dei migranti intercettati lungo la rotta del Mediterraneo Centrale verso l’Italia è stata da Bangladesh, Nigeria e Guinea, ma “dall’inizio di marzo, ha cominciato a crescere il numero di migranti provenienti dal Corno d’Africa (specialmente eritrei e somali), probabilmente in gran parte a causa del miglioramento delle condizioni meteorologiche lungo la via di terra verso la Libia”. Lungo la rotta balcanica, preferita da afghani, siriani e pachistani sono state infine registrate “meno di 380 intercettazioni” ovvero “quasi il 70% in meno rispetto al mese precedente ed appena il 7% della cifra di marzo 2016”.

Anche i dati del Viminale appena aggiornati indicano un amento dei migranti sbarcati in Italia: sfiorano quota 27mila nel 2017, il 35% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, che alla fine fece registrare il record degli arrivi (181mila). Ma nonostante il flusso continuo di sbarchi, cala il numero di migranti ospitati nel sistema di accoglienza: sono 175.480 contro i 176.554 del 31 dicembre dello scorso anno. Le principali presenze di registrano nelle strutture temporanee (137.957), mentre nel Sistema di accoglienza per richiedenti asilo sono ospitate 23.867 persone. La Lombardia è in testa tra le regioni con 23.700 stranieri in accoglienza, seguita dalla Campania (15.122) e dal Lazio (14.854).

COSA PREVEDE
Composto da 23 articoli, la cui finalità principale, come hanno precisato il ministro dell’Interno e della Giustizia, è rendere più rapido l’esame delle domande di asilo, istituendo delle sezioni di tribunale specializzate in materia di immigrazione e asilo. Molto discussa e contestata dall’opposizione è stata un’altra norma-cardine del decreto: l’abolizione del secondo grado di giudizio nel caso la richiesta di protezione internazionale sia stata respinta dal tribunale competente.

Contro i paragrafi F e G dell’articolo 6, si sono schierati infatti diversi giuristi (oltre che le associazioni di volontariato che assistono i migranti) dichiarando che la norma collide sia con gli articoli 24 e 111 della Costituzione (Giusto processo con i tre gradi di giudizio e diritto alla difesa), sia con l’articolo 6 della Convenzione europea sui diritti umani (diritto al contraddittorio).

Per la determinazione dell’accoglimento della domanda di asilo, le nuove disposizioni prevedono inoltre un rito camerale senza udienza, nel corso della quale il giudice si limiterà a prendere visione della videoregistrazione del colloquio del richiedente asilo davanti alla commissione territoriale.

La legge attribuisce al Csm il compito di predisporre un piano straordinario di applicazioni di magistrati per coprire le esigenze delle nuove sezioni specializzate. In ciascun tribunale distrettuale potranno essere applicati al massimo 20 magistrati per 18 mesi, rinnovabili di ulteriori 6 mesi. Inoltre il ministero dell’Interno sarà autorizzato a assumere fino a 250 impiegati a tempo indeterminato per il biennio 2017-2018, da destinare agli uffici delle Commissioni territoriali o nazionali. Il ministero della Giustizia potrà a bandire concorsi per l’assunzione di 60 funzionari da assegnare al Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità.

Sarà incrementato di 20 unità il personale per l’Africa delle sedi diplomatiche e consolari, per le accresciute esigenze connesse al potenziamento della rete nel continente africano, derivanti anche dall’emergenza migratoria. E’ previsto inoltre un aumento di spesa per l’invio in Africa di personale dei Carabinieri per la sicurezza delle ambasciate.

G7 IN SALITA

Si è discusso anche di Siria a Lucca. I ministri degli Esteri del G7 concordano sul fatto che “non vi è una soluzione per la Siria con Assad al potere”. Lo ha detto oggi il ministro degli Esteri Jean Marc Ayrault, da Lucca. In precedenza il ministro degli esteri Angelino Alfano aveva affermato che il G7 ritiene che l’unica soluzione in Siria sia quella “politica”. Al termine della riunione straordinaria sulla Siria, a margine del G7 di Lucca, allargata ai Paesi del Golfo ed alla Turchia, Alfano ha indicato che “dopo l’intervento americano, si è aperta una finestra di opportunità per costruire una nuova condizione positiva per il processo politico in Siria, che riteniamo essere l’unica soluzione”. La Russia non va isolata, anzi nei limiti del possibile va coinvolta nel processo di transizione siriano, e su questo punto il G7 “la pensa in modo significativamente unito”, ha aggiunto Alfano. Quanto all’ipotesi di nuove sanzioni emersa nella discussione di ieri, Alfano ha affermato che “ognuno ha espresso la propria opinione, ma mi pare prevalente la linea di coinvolgimento della Russia al fine di una concreta collaborazione che eviti un conflitto militare e avvii un processo politico”.
“È chiaro a tutti noi che il regno di Assad sta arrivando alla fine”. Lo ha dichiarato il segretario di Stato Usa Rex Tillerson, al termine del G7 esteri di Lucca, aggiungendo che “la Russia deve scegliere se sulla Siria vuole stare con gli Usa e con i paesi che la pensano allo stesso modo o con Assad, l’Iran e Hezbollah”. Ma nonostante l’aut aut americano, nelle conclusioni del vertice dei ministeri degli Esteri a Lucca, non ci sono minacce a Putin.
E proprio in queste ore il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella è andato in visita a Mosca per incontrare il presidente Vladimir Putin. Precisa la richiesta di Mattarella sulla Siria: “L’uso di armi chimiche è inaccettabile: auspichiamo che Mosca possa esercitare tutta la sua influenza”. L’Italia comunque è per “il principio dell’accertamento delle responsabilità ed è pronta a fare la sua parte sia nel quadro Europeo che in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu”.


g7G7 ENERGIA: vanificato dagli U.S.A.
di Salvatore Rondello

Si è concluso, senza la firma di una dichiarazione congiunta, il G7 Energia presieduto dall’Italia. Sembrerebbe un nulla di fatto, in realtà si è aperto un nuovo scenario in un clima internazionale sempre più preoccupante e teso per la posizione assunta dagli Stati Uniti di Donald Trump.
Il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, presidente di turno ha spiegato: “La dichiarazione congiunta non è stata possibile perché gli Stati Uniti stanno rivedendo la propria politica energetica e climatica. Non è stato possibile firmare una dichiarazione congiunta che coprisse tutti i punti della discussione”.
Nel report della presidenza si evidenzia che l’Italia “è impegnata a trovare un terreno comune e a mettere in evidenza ciò che ci unisce. Abbiamo avuto un lungo e positivo dibattito su tutte le questioni. Come G7 siamo impegnati a continuare ad affrontare le sfide energetiche globali e a cogliere le opportunità che avremo davanti a noi: abbiamo discusso di sicurezza energetica di nuovi driver energetici e di come governare la transizione energetica”.
Tra i punti di consenso tra tutti gli altri paesi del G7, ci sono stati anche discorsi congiunti per sostenere la sicurezza energetica in Ucraina, il futuro ruolo del gas naturale inclusa l’importanza del gas naturale liquefatto e le interconnessioni da diverse fonti. Il ministro Calenda ha aggiunto: “Prendiamo nota che la nuova amministrazione degli Stati Uniti ha in corso una revisione di molte delle sue politiche, queste comprendono una revisione delle politiche relative al cambiamento climatico e agli accordi di Parigi. Mentre tale revisione è in corso, gli Stati Uniti si riservano la loro posizione su queste priorità chiave per gli altri paesi del G7 e per l’Unione europea. L’impegno per gli altri paesi del G7 e l’Unione europea ad implementare l’accordo di Parigi rimane forte e deciso”.
Sul tavolo del G7 energia ci sono stati temi importanti come la sicurezza degli approvvigionamenti in un contesto di grandi tensioni geopolitiche, il ruolo chiave del gas e della diversificazione delle rotte, dell’efficienza e dell’impegno per colmare il ritardo dell’Africa. Ma l’attenzione e la curiosità degli addetti ai lavori non poteva che essere tutta rivolta al nuovo segretario di Stato Usa Rick Perry, da cui si attendevano risposte in merito alla virata pro-carbone annunciata dal neo presidente Donald Trump. Qualche settimana fa, Trump ha annunciato: “Con me si mette fine alla guerra al carbone, rimetteremo i minatori al lavoro”.
Al di là della svolta americana, i temi sul tavolo non sono mancati. Sul tavolo l’Italia ha portato il progetto Eastmed, il nuovo corridoio che potrebbe portare in Italia il gas del Mediterraneo orientale. Il Ministro dello Sviluppo Economico ha ribadito che l’approdo non può essere cambiato: ”Adesso, equivarrebbe a dire che non lo facciamo, invece è fondamentale farlo”. Grande spazio è stato dato anche al Gnl, alla cybersicurezza delle reti e all’efficienza. Un capitolo specifico è stato quello sull’Africa. Con riferimento al continente che si sviluppa al sud del mare Mediterraneo, Calenda ha ricordato: “dove risiede il 13% della popolazione, ma dove si registra il 4% della domanda energetica. Un ritardo inaccettabile e su cui il governo italiano si impegna a lavorare”.
Tutti, a testimonianza dell’importanza rivolta al progetto dai singoli paesi e dalla Ue, hanno firmato una dichiarazione congiunta di impegno sul gasdotto, definito il più lungo del mondo. Il progetto EastMed prevede una porzione di 1.300 chilometri offshore e altri 600 onshore che porterà, secondo le previsioni entro il 2025, la commercializzazione delle riserve energetiche scoperte da Israele nell’est del Mediterraneo, attraverso Cipro e Grecia fino all’Italia. “Il gas – ha spiegato Calenda – è una risorsa sempre più cruciale per l’Italia”.
Gilberto Dialuce, direttore generale per la sicurezza dell’approvvigionamento e per le infrastrutture energetiche del Ministero dello Sviluppo Economico, ha spiegato: “Il gas è un elemento portante dello scenario energetico, che svolgerà sempre più un fondamentale ruolo di backup nello sviluppo delle rinnovabili, soprattutto se scenderà il carbone. È quindi molto importante mantenere una diversificazione delle rotte di approvvigionamento, non solo per ragioni di carattere geopolitico o tecnico, ma soprattutto mettere in concorrenza i vari fornitori e ottenere così gas a prezzi convenienti”. A questo proposito, Dialuce ha confermato l’importanza del Tap, malgrado le difficoltà che si vedono in questi giorni, ma anche della nuova rotta EastMed che, ha detto, “è una prospettiva di grande interesse per l’Italia, soprattutto in relazione all’incertezza derivante dall’Algeria, dove se ci sarà rinnovo dei contratti sarà su volumi inferiori, e all’instabilità della Libia”.
Non secondario, comunque, è anche il ruolo che può giocare il Gnl. Grande attenzione, con una sessione riservata ai soli ministri più uno, quindi senza delegazioni, è stata riservata anche al tema della cyber security. Per Dialuce “E’ importante che si lavori a standard comuni per agire contro gli attacchi cibernetici”. Al tema dovrebbe essere anche dedicato uno specifico workshop nella seconda parte dell’anno. Tra gli altri temi sul tavolo, l’Ucraina, lo sviluppo delle rinnovabili, ricerca e innovazione, efficienza energetica, mobilità alternativa (biocarburanti, auto elettrica, metano e Gnl da utilizzare anche nei trasporti). Invece non ha offerto spunti particolari, almeno per il momento, il tema Brexit. Su questo argomento Dialuce ha sottolineato: “Non immaginiamo che il Regno Unito possa mettere dazi sull’energia: certamente, però non sarà soggetto ai target europei previsti per il 2020 e il 2030, quindi nei calcoli bisognerà tenerne conto, perché la cosa avrà un’influenza sul dato complessivo”.
In conclusione, al G7 Energia non c’è stato un bel clima. Gli Stati Uniti si sono messi contro il documento che facesse riferimento ad impegni di riduzione delle emissioni di gas serra in armonia con gli impegni sul clima firmati a Parigi.  Sembrerebbe questo il motivo che non ha consentito di sottoscrivere un documento comune.
La presidenza italiana ha quindi optato per una propria dichiarazione, nella quale ci si limita a registrare la spaccatura. Il segretario dell’Energia degli Stati Uniti d’America ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno rivedendo molte delle loro politiche e si riservano la loro posizione su questo tema, posizione che sarà comunicata successivamente. Gli altri capi di delegazione hanno riaffermato il loro impegno per l’implementazione dell’accordo di Parigi affinché si possa limitare l’aumento delle temperature ben sotto i 2° rispetto al livello preindustriale e di fare ogni forzo per limitare l’aumento della temperatura a 1.5°, hanno incoraggiato tutte le Parti a ratificare l’accordo di Parigi e riaffermato il loro impegno ad accelerare la decarbonizzazione del settore energetico.
Adesso toccherà al presidente Trump decidere la politica degli Stati Uniti sul clima: se uscire dall’accordo di Parigi, limitarsi a non applicarlo o magari uscire dalla Convenzione quadro sul clima, e quindi dall’intero processo generato dagli accordi di Kyoto e di Parigi. Una decisione è attesa prima di giugno.
Il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda ha fatto buon viso a cattivo gioco parlando di dialogo molto costruttivo con gli Usa, che si è svolto senza alcuna frizione: rispettiamo il fatto che gli Stati Uniti stiano riesaminando le politiche energetiche. Calenda ha detto:  “Perciò abbiamo ritenuto di procedere con un report alla Presidenza che metta insieme la discussione, ma senza una dichiarazione conclusiva”.  L’atteggiamento italiano è stato quello dell’assolvimento ad un compito notarile.
Il presidente francese Francois Hollande ha commentato: “L’accordo di Parigi è irreversibile e va attuato, però ci sono ancora reticenze, lo abbiamo visto al G7 dei ministri dell’energia dove non è stato possibile arrivare a un accordo comune sugli impegni di Parigi”.
Una delegazione dell’associazione ambientalista Greenpeace Italia è stata ricevuta  dal ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, presidente di turno del G7 energia. Greenpeace ha informato: “Gli attivisti dell’organizzazione hanno ricordato al Ministro quanto sia importante rispettare gli impegni presi alla Conferenza sul Clima di Parigi, chiedendo inoltre di isolare le posizioni negazioniste e anti-scientifiche della nuova amministrazione Trump”.
Luca Iacoboni, responsabile della campagna clima e energia di Greenpeace Italia, ha detto: “Il ministro Calenda ci ha confermato che c’è la volontà di rispettare gli impegni presi alla COP21 e che l’Italia farà la sua parte, ma questo non basta. Se davvero vogliamo mantenere l’aumento di temperatura entro i 2°C, o ancor meglio sotto la soglia di 1,5°C  bisogna fare molto di più”.
Mariagrazia Midulla, responsabile Wwf per il clima, ha osservato: “La politica di Trump è preoccupante,  ma è importante il fatto che gli altri governi non abbiano cercato un compromesso con gli Stati Uniti, ma siano rimasti fermi sulle loro posizioni sul clima e l’energia”.
Ermete Realacci (Pd), presidente della Commissione Ambiente  della Camera, ha commentato: “Anche se dalla Cina arrivano segnali positivi, non è una buona notizia la mancanza di una dichiarazione comune dal G7 sull’Energia. Il governo degli Stati Uniti sta cambiando direzione di marcia nel contrasto ai mutamenti climatici, ma la dichiarata spinta su carbone e petrolio non può frenare il mondo, né tantomeno l’Europa. L’impegno per il clima non è solo un dovere verso l’ambiente e le nuove generazioni, ma anche una importante opportunità di crescita e sviluppo sostenibile, basato su energie rinnovabili, innovazione, green economy. Ora l’Europa deve accelerare e mantenere la leadership che l’ha vista, da Kyoto a Parigi, protagonista della principale sfida del futuro”.
Lia Quartapelle, capogruppo PD in Commissione Esteri alla Camera, e Chiara Braga, già responsabile Ambiente, hanno affermato: “Sul tema del contrasto ai cambiamenti climatici e della transizione energetica, l’amministrazione Trump impedisce agli Stati Uniti di assumersi le responsabilità proprie di una grande potenza. Il G7 Energia, tenutosi ieri ed oggi a Roma, aveva tra gli obiettivi di fronteggiare le emergenze globali, proseguendo nella riduzione della CO2 nel solco degli impegni assunti alla COP21. Tuttavia le nuove politiche di Trump giocano al ribasso, con posizioni isolazioniste e antistoriche, che hanno impedito l’adozione di una dichiarazione congiunta, condivisa invece da tutte le altre sei grandi potenze del G7. La miopia di Trump danneggia gli interessi globali e in particolare di chi abita le aree del pianeta più esposte ai cambiamenti climatici: milioni di donne, uomini e bambini costretti a fuggire in ragione delle sempre più imprevedibili e devastanti calamità naturali.   Secondo degli studi delle Nazioni Unite, se non saremo capaci di assicurare interventi e investimenti incisivi in ambito energetico ed ambientale, nel giro di alcuni decenni conteremo altre centinaia di milioni di profughi climatici. Trump continua a lanciare proclami per la costruzione di muri e a firmare decreti per i respingimenti. Noi crediamo che sarebbe meglio lavorare con determinazione per una strategia sullo sviluppo sostenibile”.
In una nota, i coordinatori dell’esecutivo dei Verdi, Angelo Bonelli e Fiorella Zabatta, hanno scritto: “Oggi Trump ha mantenuto la sua promessa: sarà ricordato come il Presidente Usa più legato alla lobby degli inquinatori e come il principale responsabile del fallimento della lotta contro i cambiamenti climatici.   Era fondamentale che al G7 sull’energia che si è svolto a Roma i partecipanti ribadissero all’unanimità il proseguimento degli impegni presi a Parigi alla Cop21 per mantenere l’aumento della temperatura del pianeta sotto i 2C entro il 2020. Ma così non è stato per colpa del veto degli Usa. Ora noi chiediamo all’Italia, che ha la presidenza di turno del G7 Energia, di rispondere dando per prima il buon esempio elaborando un Piano Energetico 100% rinnovabili che abbandoni le energie fossili puntando su efficienza energetica, sviluppo delle fonti rinnovabili, innovazione come stanno già facendo molti paesi europei. E’ paradossale che, invece, il ministro Carlo Calenda, da presidente di turno del G7 Energia, continui a sponsorizzare le energie fossili insistendo con l’impegno italiano per la Tap”.
Segolene Royal, Ministro francese all’energia, a margine dei lavori ha dichiarato : “Il nuovo segretario di stato all’energia americano, Rick Perry, ha mostrato una vera volontà di essere all’ascolto e non ha rilasciato nessuna dichiarazione che torna indietro sulla questione climatica”. Ai giornalisti che le chiedevano un commento su Perry e sulla nuova politica energetica dell’amministrazione Trump, Royal ha riferito che: “Perry ha detto che l’amministrazione sta riflettendo e che le nuove politiche si stanno elaborando. In ogni caso, quando era governatore del Texas ha fatto sforzi in particolare per sviluppare l’eolico: abbiamo parlato in particolare dei problemi di innovazione tecnologica in tutte le filiere della crescita green”. Alla domanda se si senta pessimista sulla politica Usa, il ministro francese ha detto di non esserlo affatto, anche perché “le cose si stanno elaborando in modo rispettoso nei confronti di tutti”. Quanto al G7 in corso, la Royal ha detto che “sta andando benissimo: c’è la vera convinzione comune di andare avanti sulla transizione energetica, di tenere conto delle specificità nazionali di ciascun paese, della questione delle interconnessioni in Europa e allo stesso tempo di andare avanti nell’applicazione dell’accordo di Parigi sul clima con la strategia low carbon”.
Il G7 Energia ha visto scendere in campo Donald Trump. Ormai appare chiaro, nella politica interna ed internazionale degli Stati Uniti, la volontà del neo presidente di cancellare tutti gli atti sottoscritti dal suo predecessore Obama. E’ emerso anche che il populismo di Trump non ha ancora elaborato i programmi politici per governare gli Stati Uniti, analogamente a quanto accade in Italia con il populismo di Beppe Grillo.

QUALCOSA SI MUOVE

istat-produzione-industrialeLa produzione industriale a febbraio 2017 cresce dell’1% rispetto a gennaio 2017 secondo le statistiche Istat, che mostrano un rimbalzo dopo il risultato negativo di inizio anno. Rispetto a febbraio 2016 c’è un aumento dell’1,9% nei dati corretti per gli effetti di calendario e un calo del 2% nei dati grezzi, a causa della differenza dei giorni lavorati, uno in meno. Sul mese risultano in espansione i beni strumentali (+2,9%) e i beni intermedi (+2,2%), diminuisce invece la produzione nell’energia (-6,2%) e nei beni di consumo (-0,2%).

Nella media dei primi due mesi dell’anno la produzione è aumentata dello 0,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. I dati su base annua corretti registrano un “significativo aumento nel comparto dell’energia (+7%) e, in misura più limitata, nel comparto dei beni intermedi (+2,4%); diminuzioni segnano invece i beni strumentali (-1,5%) e i beni di consumo (-1,1%)”, osserva l’Istat.
Per quanto riguarda i settori di attività economica, a febbraio 2017 i comparti che registrano la maggiore crescita tendenziale sono quelli della fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+10,9%), della fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+4,5%) e della attività estrattiva (+4%). Le diminuzioni maggiori si registrano nei ettori della produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (-5,8%), della fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi ?(-5,4%) e delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-5%). Un vero proprio balzo in avanti lo registra il settore auto che in Italia aumenta dell’8,5% a febbraio 2017 rispetto all’anno precedente.

I consumatori però non festeggiano affatto. Anzi, per Federconsumatori e Adusbef , la crescita della produzione industriale registrata dall’Istat a febbraio non è “dovuta ad un incremento della domanda di beni da parte delle famiglie, che anzi continuano a fare i conti con rinunce e tagli”. Infatti secondo l’analisi dall’Onf (Osservatorio Nazionale Federconsumatori) è in calo persino la spesa nel settore alimentare, diminuita del -12,6% dal 2008 a oggi.

“Tale contrazione è segno che le famiglie stanno vivendo una situazione di estremo disagio, confermata anche dai gravi tagli avvenuti sulle spese per la salute, con vere e proprie rinunce alle cure (dal 2008 la spesa relativa a questo delicatissimo settore è diminuita del -28,9%)”, si legge in una nota. “Dati e cifre che richiedono a gran voce interventi in grado di dare un svolta alla nostra economia, improntata alla crescita, ma soprattutto alla ripresa occupazionale”.

Per quanto riguarda marzo però, il Centro studi di Confindustria rileva un calo della produzione industriale dello 0,4% su febbraio, quando c’è stato un incremento dell’1% su gennaio, come comunicato oggi dall’Istat. L’andamento dell’attività industriale nei mesi di febbraio e marzo, spiega il Csc nell’indagine rapida sulla produzione industriale, “risente negativamente del venir meno della spinta alla produzione di energia elettrica, che pesa l’8,3% sull’indice generale, che era stata data dalla minore produzione di fonte nucleare francese e che lo aveva sostenuto nella seconda metà del 2016. In febbraio la generazione di elettricità è arr
etrata del 7,1% su gennaio e in marzo tale andamento negativo dovrebbe proseguire”. Nel primo trimestre 2017, indica quindi il Csc, la produzione industriale cala dello 0,6% congiunturale (dopo +1% nel quarto trimestre 2016).

I dati diffusi oggi dall’Istat sull’industria sono stati commentati su twitter da diversi senatori del Pd. “C’è ancora tanto da fare, ma Italia riparte, finalmente, non è più solo un auspicio. Sono fatti”, scrive Magda Zanoni, mentre Mauro Del Barba twitta: “Che bello essere ripetitivi quando i dati sono positivi! Le riforme servono. “Ancora dati positivi sulla produzione industriale, riprendiamo a crescere”, è il tweet di Pamela Orrù.

MISSILI SULLA SIRIA

siria usa

Spaventa l’escalation che potrebbe innescarsi dopo l’attacco Usa in Siria. Una nave da guerra russa è entrata nel Mediterraneo e si starebbe dirigendo verso i due cacciatorpedinieri americani che hanno lanciato l’attacco in Siria della scorsa notte. Lo riporta Fox News. “Attaccando una base aerea siriana, gli Stati Uniti sono arrivati “ad un passo dallo scontro con la Russia”: lo scrive su Facebook il premier russo, Dmitri Medvedev.

Il raid Usa

“Nessun bambino dovrebbe patire un simile orrore”. Con queste parole, il presidente Usa, Donald Trump, ha dato il ‘via libera’ al raid americano contro la base aerea di Shayrat, nella provincia di Homs, quella da dove, secondo l’intelligence Usa, erano partiti i raid con le armi chimiche che avevano ucciso decine di civili nella provincia di Idlib. È stato il primo attacco americano da quando è cominciata la guerra civile in Siria: 59 missili Cruise lanciati da due navi americane nel Mediterraneo.

Furente il Cremlino che parla di “aggressione contro uno Stato sovrano, in violazione del diritto internazionale e con un pretesto inventato”, aggressione che – aggiunge Mosca – porterà “danni considerevoli” alle relazioni tra Russia e Stati Uniti. Come prima mossa concreta, Mosca ha sospeso la cooperazione con gli Usa per evitare incidenti nei cieli siriani. La Russia ha anche chiesto l’immediata riunione del Consiglio di sicurezza Onu.

I 59 missili Tomahawk lanciati dai cacciatorpedinieri Uss Porter e Uss Ross hanno semidistrutto la base aerea. “Occorrera’ tempo per valutare i danni”, ha precisato il governatore di Homs. Ma sono morti 6 militari siriani, tra i quali un generale di Brigata aerea. La base è stata distrutta. In una nota, il Pentagono ha definito la risposta americana “proporzionata” rispetto all’odiosa azione di Assad contro la sua gente. Il raid americano è scattato alle 20:40 ora statunitense, quando in Siria erano le 04:40, le 03:40 in Italia. Una portavoce del Pentagono americano ha aggiunto che l’attacco è un evento “one-off”: dunque si tratta di un’azione isolata e non è prevista al momento un’escalation militare americana in Siria.

Il presidente americano, Donald Trump, sceglie dunque il pugno di ferro contro il regime di Bashar al Assad, che ritiene responsabile dell’attacco chimico a Khan Sheikhoun. “Anche bellissimi neonati sono stati crudelmente assassinati in questo barbaro attacco: Assad ha stroncato la vita di uomini, donne e bambini innocenti e per molti è stata una morte lenta e brutale”, ha detto Trump, parlando in diretta tv, dalla Florida, dove riceveva il presidente cinese Xi Jinping, da lui stesso informato del blitz missilistico. L’attacco è arrivato dopo un lungo vertice tra alti funzionari della Casa Bianca, il ministro della Difesa Jim Mattis, il segretario di Stato Rex Tillerson e il consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster. Una mossa a pochi giorni dal viaggio di Tillerson in Russia; e secondo alcuni analisti, la decisione di velocizzare l’intervento servirà agli Stati Uniti anche per dare un maggior peso politico all’incontro con il ministro degli Esteri russo, Serghey Lavrov.

La Russia è il maggior alleato del presidente siriano e oltre ad aiutare militarmente l’esercito governativo, ha bloccato la quasi totalità delle iniziative diplomatiche al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ha già parlato anche la Cina che condanna “l’uso delle armi chimiche da parte di qualsiasi Paese”. Con Trump anche la Germania: “Il raid (americano) è comprensibile”. Da Londra arriva il “pieno appoggio” del governo britannico per una “azione appropriata”. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu condivide “il messaggio forte e chiaro” lanciato dagli Usa, e auspica che sia recepito anche da Teheran e Pyongyang. Dal composito fronte anti-Damasco esulta la Turchia, che parla di attacco “positivo” contro la “barbarie” di Assad. Plaudono a Trump anche L’Arabia Saudita e il premier australiano, Malcolm Turnbull.

L’attacco americano contro la Siria mostra come il presidente Donald Trump sia pronto “ad azioni decisive per rispondere ad atti odiosi”, ha spiegato Rex Tillerson, parlando con i cronisti in Florida. Il consigliere per la sicurezza nazionale, il generale McMasters, ha spiegato che a Trump sono state presentate tre opzioni per rispondere alla strage con il gas in Siria. Lui ha detto di concentrarsi su due di queste e poi ieri ha preso la decisione finale ordinando il raid. All’ira di Mosca, si è unita la condanna dell’Iran, il principale alleato regionale di Damasco: Teheran “condanna energicamente” i bombardamenti statunitensi in Siria e ritiene che “rafforzino i gruppi terroristici”, ha detto il portavoce del ministero degli esteri, Bahran Ghasemi, aggiungendo che gli attacchi americani “un’azione unilaterale pericolosa, distruttiva e che viola i principi del diritto internazionale”.

L’Unione europea era stata informata della probabilità di un’imminente svolta degli Stati Uniti sulla Siria. Dopo l’attacco della notte scorsa, l’alto rappresentante Federica Mogherini ha seguito durante la notte gli eventi assieme ai servizi diplomatici di Bruxelles. L’Ue, si apprende, sta coordinando gli Stati membri e il capo della diplomazia ha già ricevuto, fra le altre, la telefonata del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. E’ inoltre in contatto con gli Stati Uniti e con le Nazioni Unite.

Con questa salva di missili Tomahawk, il presidente americano accontenta in patria il partito dei falchi, che da sempre preme perché la Casa Bianca intervenga contro Damasco. “Diversamente dalla precedente amministrazione, il presidente ha affrontato un momento cruciale in Siria ed ha agito. Per questa ragione merita il sostegno del popolo americano” hanno detto in comunicato ufficiale congiunto i senatori repubblicani John McCain e Lindsey Graham, tra i primi a fare pressioni su Trump. I repubblicani infatti non hanno mai perdonato a Barack Obama di non esser intervenuto nel 2013, nonostante fosse stato provato l’uso di armi chimiche dal governo di Assad che sanciva il superamento “della linea rossa”. Il presidente americano fu accusato di aver indebolito la leadership degli Stati Uniti.

Ma anche esponenti democratici al Congresso hanno espresso il loro appoggio all’attacco ordinato da Trump. “Assicurarsi che Assad sappia che quando commette tali riprovevoli atrocità pagherà un prezzo è corretto”, ha detto Chuk Schumer, leader della minoranza democratica al Senato. E il suo omologo alla Camera dei rappresentanti, Pelosi, ha avvertito che “la crisi in Siria non sarà risolta da una notte di attacchi aerei”, però ha osservato che l’attacco ordinato dal presidente è “una risposta proporzionata all’uso delle armi chimiche da parte del regime”.