NIENTE LEZIONI

migranti

“Non accettiamo parole oltraggiose su tema migranti . L’Europa non ci dia improbabili lezioni. Sono le parole del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni dette a Torino in risposta all’invito dei leader del gruppo di Visegard (Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) in cui si invita l’Italia a “chiudere i porti” per arginare i flussi migratori. “Dai nostri vicini, dai Paesi che condividono il progetto europeo abbiamo diritto di pretendere solidarietà. Non accettiamo lezioni né parole minacciose. Serenamente ci limitiamo a dire che noi facciamo il nostro dovere e pretendiamo che l’Europa faccia il proprio senza darci improbabili lezioni” ha aggiunto Gentiloni. La polemica

Ma oggi la polemica sull’immigrazioe, dopo scontro tra Italia e Austria sulla chiusure delle frontiere si arricchisce di un nuovo capitolo con l’ingresso a gamba tesa del premier ungherese Viktor Orban. “L’Italia – ha detto – dovrebbe chiudere i porti per arginare i flussi migratori nel Mediterraneo”. Orban questa volta non è da solo; il suo invito, messo nero su bianco su una lettera inviata al premier Gentiloni, è accompagnato anche dalle firme dei leader di Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Nella lettera i quattro scrivono che “stiamo seguendo con grande attenzione gli sviluppi del flusso migratorio”, ed esprimono l’intenzione di sostenere la proposta dei ministri dell’Interno di Italia e Germania, secondo i quali il flusso migratorio dovrebbe essere fermato in Libia. E poi aggiungono che l’Italia ha due opzioni: chiudere i porti o accettare l’assistenza offerta, ha detto Orban in una

intervista aradio Kossuth, che per fermare l’immigrazione direttamente in Libia non ha escluso l’opzione militare. “Austria e Germania hanno avuto abbastanza”, ha aggiunto il premier ungherese, secondo il quale “l’annegamento di centinaia di persone in mare aumenta il pericolo di terrorismo e di antisemitismo in Europa”. Nella lettera inviata a Gentiloni, i quattro paesi sostengono che “i nostri confini esterni dovrebbero essere protetti, l’Ue e gli Stati membri dovrebbero risorse finanziarie e non solo per creare condizioni condizioni di vita umane negli hotspot e in altre centri di accoglienza fuori dal territorio dell’Ue”.

Intanto dal Viminale arrivano gli aggiornamenti sugli sbarchi. Dall’inizio dell’anno a oggi sulle coste italiane sono sbarcati 93.360 migranti, l’11,03% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso (84.087). Ad aggiornare il dato è il ministero dell’Interno, secondo cui i porti maggiormente interessati dagli arrivi nel periodo in questione sono, nell’ordine, Augusta (13.215), Catania (11.257), Pozzallo (8.265), Reggio Calabria (7.108), Vibo

Valentia (5.804), Palermo (5.786), Trapani (5.594), Lampedusa (5.345), Salerno (5.065), Crotone (4.887). I Paesi di origine dei migranti – sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco – sono: Nigeria (15.740), Bangladesh (8.450), Guinea (8.381), Costa D’Avorio (7.767), Gambia (5.383), Mali (5.281), Eritrea (5.277), Senegal (5.274), Marocco (4.613) e Sudan (4.494). Dall’inizio dell’anno al 19 luglio, sono sbarcati 12.094 minori stranieri non accompagnati.

CRIMINE CAPITALE

Maltempo: su social network foto 'Shelf cloud' e doppio arcobalenoL’associazione mafiose non c’è. Ma l’inchiesta della Procura di Roma ha comunque emesso una pensatissima. Oltre 250 anni di pene inflitti mentre la richiesta 5 secoli di carcere, i giudici della decima Corte hanno quindi dimezzando di fatto le pene. In totale sono 41 i condannati nel processo, mentre 5 imputati sono stati assolti. Massimo Carminati è stato condannato e 20 anni e Salvatore Buzzi a 19. La scoperta del ‘Mondo di Mezzo’ ha portato a galla una zona grigia, di affari e collusioni che hanno corroso la città. Quando avviene il primo blitz del Ros Carabinieri, il 2 dicembre 2014, il sindaco è Ignazio Marino del Pd, che ha vinto le elezioni contro l’uscente Gianni Alemanno del Pdl. In carcere finiscono dem come l’assessore alla casa Daniele Ozzimo, condannato in un processo a parte a due anni e due mesi, e il presidente dell’Assemblea capitolina Mirko Coratti. Poi il Pdl vede invece finire dentro con l’accusa di concorso in associazione mafiosa il capogruppo regionale Luca Gramazio, figlio di Domenico, già missino, a Roma conosciuto come il Pinguino. Un sisma che tocca anche il minisindaco Pd di Ostia Andrea Tassone, municipio che sarà sciolto per infiltrazioni mafiose. Tanti i pezzi grossi della burocrazia romana, i manager voluti dalla politica che vengono travolti: gli ex dirigenti Ama Franco Panzironi e Giovanni Fiscon, quest’ultimo oggi assolto, pubblici ufficiali come Luca Odevaine o imprenditori come Fabrizio Franco Testa e Daniele Pulcini.

Per Loreto Del Cimmuto, segretario federazione Roma del Psi,“l’unico commento lecito, a caldo, sulla sentenza Mafia capitale, che è una sentenza di primo grado e sulla quale è lecito attendersi un ricorso della procura, riguarda il leit motiv ora ricorrente: il venir meno dell’accusa di associazione di stampo mafioso e l’applicabilità del 416 bis, che riguardava peraltro un solo politico. Non so quanto la città possa sentirsi sollevata di ciò. Certo non ha giovato e ha molto condizionato la formazione di un’opinione pubblica, giustamente molto severa nel giudicare le esperienze di governo della città, la rappresentazione mediatica di una città ghermita dalla piovra mafiosa”.

“La stessa Sindaca Raggi – continua Del Cimmuto – in una dichiarazione riconosce la necessità di un lavoro costante e silenzioso ‘ per rimarginare e riconnettere tra loro quelle parti della società civile che lottano per la legalità’; ciò va apprezzato e noi lo condividiamo; perché rimane la gravità di quanto è accaduto, di un mondo di mezzo smantellato nelle sue articolazioni criminali e rimane il bisogno di percorrere una lunga strada per ridare credibilità alla politica, nel rispetto reciproco e nel riconoscimento della legittimità dell’avversario, senza giudizi sommari che abbracciano indistintamente le esperienze di governo pregresse della città”.

Per il Pd romano è uno tsunami: un tempo laboratorio politico si ritrova a combattere contro l’onta della “Mafia”. L’ex ministro Fabrizio Barca fa un rapporto sui circoli romani, una vengono definiti “dannosi” e “pericolosi”. Alcuni verranno chiusi dal commissario Matteo Orfini. Il Pdl dal canto suo con la sconfitta di Gianni Alemanno, anche lui entrato nell’inchiesta, a Roma ha perso consenso. Il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone nel rivelare l’esistenza di Mafia Capitale dice che con Marino c’è stata “discontinuita’” rispetto all’era Alemanno, ma gli affari sporchi continuavano: illeciti bipartisan. La parola d’ordine della politica romana diventa “moralizzazione”: nel Paese si afferma l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) di Raffaele Cantone, voluto dal governo di Matteo Renzi. All’Authority Regione Lazio, alla guida di Zingaretti, e Campidoglio, già sotto Marino, iniziano a sottoporre buona parte delle proprie decisioni. Marino chiama nella sua giunta persino un magistrato Alfonso Sabella. Di un quadro politico indebolito ne approfitta M5S, che dopo la caduta di Marino voluta dal suo stesso partito, a ottobre 2015, lancia la volata per le elezioni usando Mafia Capitale come mantra polemico contro gli avversari.

La vittoria di Virginia Raggi nel 2016 discende anche da questo. Nata sull’onda dell’indignazione per Mafia Capitale – dopo la parentesi del prefetto Francesco Paolo Tronca commissario straorinario – l’amministrazione cinquestelle promette onestà e trasparenza. Ma, dice Raggi, “Mafia capitale è una ferita ancora aperta”. Lo dicono i numeri dei dirigenti capitolini indagati ancora oggi, 70 su 190. Lo dice la difficoltà della macchina capitolina a rimettersi in moto, lo racconta una città che sembra arrancare tra spazzatura, bus e metro poco efficienti, scarsa accoglienza per migranti e rom, un tempo tutto business sporco per le associazioni criminali. Mafia Capitale non esiste ma l’eredità lasciata dalla morsa del crimine oggi condannato nell’aula bunker è pesantissima.

CONFRONTO APERTO

bandiera rossaErano già nell’aria. Chieste da più parti. Le pressioni insomma non erano mancate. E puntuali sono arrivate. Il ministro agli affari regionali Costa le ha infatti comunicate al presidente del consiglio Paolo Gentiloni. “Ho manifestato nei giorni scorsi – scrive Costa – la convinzione che sia il momento di lavorare ad un programma politico di ampio respiro che riunisca quelle forze liberali che per decenni hanno incarnato aspirazioni, ideali, valori, interessi di milioni di italiani che hanno sempre respinto soluzioni estremistiche e demagogiche”. Leggi Forza Italia. Costa aveva infatti apprezzato le parole con cui Berlusconi nei giorni scorsi si era riproposto come leader del centrodestra e ne aveva sposato il progetto. “Non posso far finta di non vedere – scrive ancora Costa – la schiera di coloro che scorgono un conflitto tra il mio ruolo ed il mio pensiero. E siccome non voglio creare problemi al Governo rinuncio al ruolo e mi tengo il pensiero”. Al primo ministro Gentiloni non è rimasto che ringraziare Costa per il contributo dato all’esecutivo e assumere l’interim degli Affari regionali.

A ritenere che le dimissioni siano tardive è il leader di Ap Afano. “Credevo lo facesse già un paio di giorni fa” afferma. “Lo diciamo da tempo: noi vogliamo costruire un’area autonoma, una forza indipendente da destra e da sinistra”. Noi, aggiunge, “abbiamo idee, forza e coraggio per fare qualcosa di grande. Comprendiamo che chi non ce la fa, faccia scelte diverse, ma noi andiamo avanti per la nostra strada senza metterci in fila da nessuna parte” conclude Alfano che guardando al futuro ha definito finita la stagione della sua alleanza con il Pd.

Intanto nelle dinamiche del centrosinistra la situazione resta molto fluida. Giuliano Pisapia continua a tessere la tela per lanciare la costruzione di un’area di centrosinistra. Anche se solo qualce giorno fa ha annunciato che non sarà candidato ma che farà solo il manovratore. Una tela che oggi soprattutto con la minoranza Pd. Ma c’è chi tra i democratici interpreta le manovre dell’ex sindaco di Milano come un tentativo di ‘Opa’ nei confronti del partito di Renzi. “Ma noi – spiega Rosato – valutiamo positivamente gli incontri di Pisapia con nostri esponenti”. Per il momento Cuperlo e Orlando non si muovono dal partito del Nazareno. Il tentativo è quello di influenzare la strategia dem e, sulla legge elettorale, di portare a settembre il segretario sulle posizioni di un premio alla coalizione, ma – spiega un esponente della minoranza – se i congressi provinciali di ottobre dovessero risultare come la caccia al non renziano si prenderanno le decisioni conseguenti.

Pisapia ai cuperliani e agli orlandiani ha riferito che si sta lavorando ad un progetto alternativo a quello del segretario del Nazareno. Un campo largo che si contrapponga al centrodestra. Lo stesso ragionamento illustrato anche agli ex Pd. Ma Pisapia ha messo dei ‘paletti’ chiari, viene riferito. C’è dialettica sul tema del governo: per l’avvocato milanese occorre tentare fino all’ultimo di dialogare con l’esecutivo, non bisogna procedere a strappi o ad accelerazioni. Anche sulla legge di bilancio. Non ci possiamo prendere la responsabilità di far cadere il governo, la riflessione.

Una iniziativa, quella di Pisapia, a cui guarda con attenzione anche il Psi. Lo afferma in una nota Gian Franco Schietroma, coordinatore politico del Psi, rispondendo a una dichiarazione di Bobo Craxi che affermava, in una dichiarazione, che il 27 luglio “inizierà un percorso di dialogo e di convergenza con i Democratici e socialisti, al fine di promuovere un terreno d’intesa più largo”, riferendosi al “nuovo soggetto politico che sta nascendo nel centrosinistra”.

“A Bobo Craxi – continua Schietroma – che ormai agisce autonomamente al di fuori del partito, dico che il Psi guarda con attenzione, da molti mesi, al generoso sforzo di Giuliano Pisapia di unire il centrosinistra”. “Il Psi, con proprie delegazioni – prosegue nella nota Schietroma – è stato presente ad entrambe le manifestazioni organizzate da Pisapia a Roma, l’11 marzo al Teatro Brancaccio ed il 1° luglio a Piazza Santi Apostoli. Il Psi continuerà a confrontarsi con Giuliano Pisapia, nella convinzione che egli sta lavorando seriamente per unire, pur nelle evidenti difficoltà che gli vengono a partire proprio dal suo stesso campo. A Craxi, che ormai si muove come un tutt’uno con MDP, voglio però ricordare che le tradizioni socialista ed ex comunista sono profondamente differenti” ha concluso Schietroma.

MAGGIORANZA TRASVERSALE

ius soli“Al Senato c’è una maggioranza trasversale tra i presidenti dei gruppi parlamentari per calendarizzare ora per settembre la discussione dello ius soli”. Lo ha affermato il segretario del Psi, Riccardo Nencini aggiungendo che “i socialisti suggeriscono di collegarla a tre misure da assumere contestualmente con apposite risoluzioni: chiunque risiede in Italia giuri sulla Costituzione; i profughi svolgano lavori socialmente utili per la comunità che li ospita; si dia un segnale certo della volontà di separare i profughi dai migranti economici”. Una proposta, quella socialista, che arriva nel mezzo di un dibattito aspro sull’immigrazione e dopo che il governo, per paura di qualche incidente parlamentare, ha deciso di allentare la tensione sull’argomento. Tema che rimane però all’ordine del giorno per la sua importanza. A parlarne oggi Laura Boldrini, presidente della Camera durante la cerimonia del Ventaglio. Appuntamento fisso a Montecitorio con i giornalisti della stampa parlamentare. “La cittadinanza – afferma Boldrini – è lo strumento principe dell’integrazione. Se non c’è, non c’è integrazione. L’integrazione è uno strumento di sicurezza, senza alimentiamo rabbia, risentimento, senso di frustrazione. Mi auguro che il provvedimento” sullo Ius soli “sia approvato entro la fine della legislatura. Perché è giusto, e rimandarlo sarebbe un torto”.

Per la presidente della Camera rimangono “imprescindibili” le politiche di integrazione, senza le quali si “arriva al conflitto sociale”. Lo Stato, ha sottolineato, “deve indicare un percorso a tappe. Noi chiediamo ai migranti che imparino l’italiano, che imparino i principi della Costituzione, giusto, ma stiamo proponendoglielo questo percorso di diritti e di doveri? Esiste questo percorso? Non può essere un atto spontaneo, non c’è bacchetta magica per l’integrazione”.

Pessimista Arturo Scotto, parlamentare di Mdp, per il quale “Paolo Gentiloni ha deciso di costruire insieme al Pd una scelta sbagliata, perché sacrificare i diritti rispetto all’opportunità politica è sempre un errore”. “Se Renzi, Salvini e Grillo – aggiunge Scotto – hanno deciso di affossare una scelta di civiltà lo devono dire agli italiani, perché a ottobre questa legge non tornerà perché ci saranno altre incombenze e quindi lo Ius soli finirà in un binario morto”. Poi Scotto apre a una discussione immediata: “Noi siamo convinti che lo Ius doli – dice – si possa votare in qualsiasi momento. Se c’è un ingorgo al senato tra il Dl Mezzogiorno, il Dl vaccini e altre questioni che sono occorse nelle ultime settimane, il senato può lavorare anche a Ferragosto, per votare una legge del genere”.

Sulla stessa posizione il segretario Nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni che ai microfoni del Tg3 afferma: “Il rinvio a settembre dello Ius Soli è inaccettabile. Si affossa una legge giusta attesa da migliaia di bambini che sono nati in Italia, che vivono nel nostro Paese accanto ai nostri figli, che studiano nelle nostre scuole”. Ma poi apre: “È per questo che dico a Gentiloni e al suo governo che noi in questi anni siamo stati sempre opposizione, non abbiamo mai appoggiato questo governo votando la fiducia. Siamo pronti al Senato una fiducia ‘di scopo’, per uno scopo giusto e nobile: riuscire ad approvare una legge di civiltà”. Una proposta che secondo la senatrice Pd Monica Cirinnà, va valutata. “È un’ottima offerta che dobbiamo prontamente valutare e, a mio umile parere, accogliere. Fui io stessa, nelle ore più drammatiche prima del voto di fiducia sulle unioni civili, a chiedere a quella parte politica un voto di scopo ed è positivo che oggi ci sia un cambio di rotta. Sui diritti umani e civili il superamento di tutte le barriere è una scelta giusta e che va anche ricercata”.

Dal partito democratico anche il capogruppo alla Camera Ettore Rosato afferma che “quando si parla di diritti non si può fare tutto con i sondaggi davanti, per calcolo elettorale non avremmo dovuto fare nemmeno le unioni civili”. E continua con una stoccata al ministro degli esteri e leader di Ap: “Oggi Alfano sente profumo di elezioni: mamma destra richiama e anche le battaglie sui diritti che dovrebbero sposare con la comunità cattolica cui dicono di essere vicini le hanno dimenticate per seguire le sirene di Salvini, che sono più appaganti nell’immediato”.

IN CODA ALL’OCSE

neet 3L’occupazione sale. Ma troppo poco. I dai dell’Ocse dipingono un quadro con colori poco esaltanti. Un problema che non solo italiano ma che da noi si sente ancora di più. Il tasso di occupazione nell’area dell’Ocse infatti è aumentato di 0,2 punti percentuali nel primo trimestre del 2017, al 67,4%. I tassi di occupazione sono aumentati nella maggior parte dei paesi Ocse, con l’Estonia (+ 1,7 punti percentuali, 73,8%) e la Slovenia (+ 1,4 punti percentuali, al 68,1%) che registrano gli aumenti più alti. Tra le economie più consistenti dell’Ocse, i tassi di occupazione sono aumentati di 0,4 punti percentuali in Canada (al 73,3%) e in Messico (al 61,4%), di 0,3 punti percentuali in Giappone (al 75,0%), e negli Stati Uniti (al 69,8%) e 0,2 punti percentuali in Corea (al 66,5%) e Regno Unito (al 73,9%). L’unione europea si attesta al 77,2%, l’area euro al 65,9%. L’Italia con il 57,7% supera soltanto la Grecia (52,7%) e la Turchia (50,9%).

Insomma nuovi lievi miglioramenti del tasso di occupazione nei Paesi avanzati. Peraltro secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico è migliorato anche il generale livello di coinvolgimento sul mercato del lavoro, il tasso di attività infatti (che oltre agli occupati include anche i disoccupati in cerca di lavoro) è salito di un decimale di punto al 71,8 per cento. In Italia, sempre nel primo trimestre,  il tasso di occupazione è salito al 57,7 per cento, tre decimali in più dai tre mesi precedenti ma sempre quasi 10 punti sotto la media Ocse e inferiore alla media dell’area euro (65,9%).

Persiste il problema della bassissima occupazione giovanile (15-24 anni), al 17,1 per cento nella Penisola sebbene in aumento di 7 decimali dal trimestre precedente è più bassa perfino di quella della Spagna (19,4%). Peggio fa unicamente la Grecia con
un 13,9%. Nell’intera area Ocse l’occupazione giovanile è salita di tre decimali al 41,1 per cento nel primo trimestre. Fanno meglio di noi Paesi come la Spagna, l’Irlanda o il Cile. Per l’occupazione femminile la situazione è simile. Contro una media Ocse del 59,7%, l’Italia si ferma al 48,5% poco sopra il Messico (45,3%) e la Grecia (44,1%). La Turchia è in questo caso distaccata con il 31,7% di donne occupate.

Dall’indagine 2017 sull’occupazione e sugli sviluppi sociali in Europa (Esde) pubblicata dalla Commissione europea, l’Italia è fotografata come un Paese dove il numero di lavoratori autonomi è fra i più alti d’Europa (più del 22,6%), i giovani fra 15 e 24 anni che non hanno e non cercano lavoro (i cosiddetti NEET) toccano il record Ue con il 19,9% (la media europea è 11,5%), la differenza fra uomini e donne che lavorano è al 20,1%, e il numero di persone che vivono in condizioni di povertà estrema (11,9%) è aumentato fra 2015 e 2016, unico caso in Ue con Estonia e Romania.

Nel report sono evidenziati non solo le difficoltà che i giovani incontrano nell’affacciarsi al mondo del lavoro, ma anche tutte le conseguenze che questo comporta. Nel 2016, la disoccupazione fra i 15 e i 24 anni è stata al 37,8%, in calo rispetto al 40,3% del 2015, ma comunque la terza in Europa dopo Grecia (47,3%) e Spagna (44,4%). Chi riesce a trovare un lavoro, in più del 15% dei casi ha contratti atipici, ha un maggiore rischio precarietà, e se ha meno di 30 anni, guadagna in media meno del 60% di un lavoratore ultrasessantenne. Ne consegue che i giovani italiani escono dal nido familiare e fanno figli fra i 31 e i 32 anni, più tardi rispetto a una decina di anni fa e molto dopo la media Ue, che si arresta intorno ai 26 anni. Nel Regno Unito, i giovani precari fra i 25 ed i 39 anni sono meno del 5% come risulta dai dati del 2014.

I dati rispecchiano una amara realtà che determina effetti sociali molto gravi. Lo spacco generazionale crea un forte distacco tra padri e figli. La riduzione del tenore di vita per le giovani generazioni rispetto alle generazioni precedenti crea un grave distacco anche nella trasmissione dei valori umani. Rende sempre più difficile il ruolo educativo dei genitori con i figli e degli insegnanti verso gli alunni. E’ il ruolo di credibilità degli “anziani” che viene messo in discussione. Non c’è, come avveniva in passato, il sacrificio della generazione precedente per creare un futuro migliore alla generazione successiva. Sta avvenendo esattamente l’opposto: le nuove generazioni hanno un futuro peggiore. Il problema politico è stato creato diverso tempo fa, oggi chi sta pensando di trovare una soluzione per cambiare la situazione attuale ? Le speranze dei giovani, naturalmente, verranno riposte in formazioni politiche di nuova costituzione che non hanno nessuna colpa sulle scelte passate, ma che potrebbero averne moltissime su quelle future.

Salvatore Rondello

CONTI OLTRE LA MANICA

(AP Photo/Virginia Mayo)

(AP Photo/Virginia Mayo)

I divorzi, è risaputo, hanno un loro costo economico rilevante. Dopo la ‘sofferenza’ iniziale per la Brexit ora l’Europa è pronta a chiedere il conto al Regno Unito. Già ieri Michel Barnier, capo negoziatore della Commissione europea per la Brexit, ha risposto al segretario agli Esteri del Regno Unito, Boris Johnson, che non ci saranno progressi nei negoziati finché la Gran Bretagna non accetterà il principio che l’uscita implica il saldo dei conti derivanti dal periodo dell’appartenenza nell’Unione.
Per la prima volta gli Stati europei si ritrovano uniti nel voler chiedere il conto (tra i 40 e i 60 miliardi di euro) al Regno Unito in preda a una profonda crisi politica, questo lunedì Londra e Bruxelles si rivedranno per la seconda volta dopo la prima riunione di metà giugno. I colloqui dovrebbero concludersi entro la fine di marzo 2019.
“Il Regno Unito è pronto a dare particolare riguardo ai diritti che la Banca europea per gli investimenti beneficia nel protocollo 5 per facilitare lo svolgimento delle proprie operazioni, nell’ambito di una soluzione complessiva presso la Banca”, si legge nella relazione sui Privilegi e sulle Immunità sui colloqui legati alla Brexit, pubblicata ieri.
Intanto è già iniziato il fuggi-fuggi delle imprese da Londra, a ‘volare via’ la compagnia britannica “low cost” EasyjJet. Per EasyJet è infatti necessario un certificato di volo (Aoc) in un Paese europeo per poter volare fra i Paesi membri dopo la Brexit. “Il processo di accreditamento è in corso e speriamo di ricevere l’Aoc a breve”, dichiara la società in una nota. “Questo è un onore per l’Austria”, ha dichiarato invece il ministro dei Trasporti Joerg Leichtfried in un comunicato. “Al momento, stiamo esaminando la documentazione e decideremo presto”, ha aggiunto. Nasce così EasyJet Europe, con sede a Vienna.
Nel frattempo il governo di Theresa May ha presentato il ‘Repeal Bill’, la legge che cancellerà l’intera legislazione europea in Gran Bretagna in vista della Brexit. Si tratta del primo step di quella che sarà la fase decisiva e attuativa dell’uscita definitiva dell’Ue, il Regno Unito abrogherà così il patto d’ingresso nell’Unione Europea firmato nel 1972, non recependo più le leggi e le direttive di Bruxelles e ponendo anche fine alla giurisdizione della Corte di Giustizia Europea. Per Theresa May infatti con la Brexit la Corte non avrà più alcuna giurisdizione nel Regno Unito, mentre Bruxelles sostiene invece di poter aver voce in capitolo per tutti quei procedimenti avviati prima del leave. A preoccupare poi è il fronte dei diritti umani, per cui molte associazioni si sono già rivoltate contro il provvedimento ritenuto troppo ‘vago’, supportati anche dai primi ministri di Scozia e Galles, Nicola Sturgeon e Carwyn Jones, per i quali il testo non chiarirebbe il problema dei diritti umani e non darebbe sufficienti garanzie sulla tenuta economica generale.
Il ministro per la Brexit David Davis ha esortato i membri del Parlamento a “lavorare insieme” ma laburisti e liberal democratici minacciano di votare contro a meno di cambiamenti sostanziali, il leader laburista Jeremy Corbyn, forte della ripresa delle ultime elezioni, si dice già pronto a subentrare al governo conservatore, proponendo a sua volta una versione diversa della Brexit.
Il governo May in difficoltà interna sta così provando a tentare una buona mediazione sul fronte europeo che però sembra deciso a chiudere definitivamente la porta Oltremanica. Negli ultimi giorni erano arrivati segnali da Londra su una possibile marcia indietro sull’uscita da Euratom, per evitare problemi agli impianti nucleari nel Regno Unito, ma Guy Verhofstadt, coordinatore dell’Europarlamento sulla Brexit, durante un’audizione con i deputati europei ha affermato: “Non è possibile uscire dall’Ue e restare membro a pieno titolo di Euratom”. Anche per quanto riguarda la proposta sullo status dei cittadini Ue in Gran Bretagna post-Brexit avanzata da Londra è arrivato un secco No da parte dell’Europarlamento. “Non approveremo alcune estensione” del termine del 30 marzo 2019 fissato per la chiusura dei negoziati. In un documento sottoscritto dai presidenti dei quattro principali gruppi politici dell’assemblea di Strasburgo (Alde, Ppe, S&D, GUE e Verdi), nonchè dai componenti del gruppo incaricato di seguire il dossier Brexit , si evidenzia che a fronte della “reciprocità e parità di trattamento” proposta dall’Ue, da Londra è giunta un’offerta “ben lontana da quello a cui hanno diritto i cittadini dell’Unione” in Gran Bretagna.

IL COLLE HA FIRMATO

mattarella 4È l’Ufficio Stampa del Quirinale a darne notizia: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha firmato la legge per l’Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario. La firma è arrivata dopo l’incalzante richiamo del deputato forzista Renato Brunetta che aveva fatto notare ieri come fossero già due anni che il Paese aspettasse una commissione per fare luce sulle condotte del passato che hanno portato ai recenti dissesti degli istituti finanziari. Dal momento della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, passeranno altri 15 giorni per l’entrata in vigore del provvedimento. A quel punto i presidenti di Camera e Senato nomineranno i venti senatori e venti deputati, in proporzione al numero dei componenti dei gruppi, che faranno parte della commissione bicamerale.
“Lo dico in chiaro: se fosse stato assunto alla fine della scorsa legislatura il provvedimento sulle banche avrebbe avuto ben altra forza. L’Italia è arrivata in ritardo. La norma si giustifica con la protezione dei risparmiatori e con la volontà di mantenere aperto un canale di credito per le imprese”, ha detto il segretario del Psi, Riccardo Nencini, commentando il provvedimento sulle Banche oggi alla Camera. Nencini prosegue: “Ma a una condizione: che la Commissione d’Inchiesta si dia un tempo limite certo per concludere i lavori e approfondisca davvero genesi e responsabilità del dissesto. Abbiamo proposto la commissione d’inchiesta per primi più di un anno fa. Ora basta traccheggiare”, ha concluso.
Ottimista invece Brunetta che subito dopo l’ok del Colle il Capogruppo alla Camera di Forza Italia ha affermato: “Tutto e bene quel che finisce bene. La Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario italiani può partire da subito”.
“Chiedo alla presidente della Camera, Laura Boldrini, e al presidente del Senato, Pietro Grasso – ha aggiunto Brunetta – di avviare subito il processo di designazione dei membri da parte dei gruppi parlamentari, in maniera tale che la Commissione possa insediarsi prima della pausa estiva, in modo da cominciare a lavorare già dal mese di agosto, e poi nei mesi che ci separano da qui alla scadenza naturale della legislatura”.
“Cinque, sei mesi di lavoro possono contribuire a far chiarezza e a dare agli italiani tutte le indicazioni in merito alle responsabilità dei disastri che si sono succeduti in questi anni sul sistema bancario italiano. Vogliamo trasparenza, verità e giustizia”, ha concluso. La Commissione sarà composta da 40 parlamentari, 20 deputati e 20 senatori, nominati dai presidenti delle Camere. Di fatto saranno i singoli partiti a indicare, entro 7 giorni, i propri commissari, rispettando il vincolo che impone la legge di istituzione della Commissione: i commissari dovranno dichiarare di non aver ricoperto incarichi di amministrazione e controllo negli istituti oggetto dell’inchiesta. La prima incombenza sarà indicare il presidente e proprio la Presidenza della Commissione è stata richiesta a gran voce dal M5S che riprende le parole di Brunetta: “Il capogruppo Fi a Montecitorio, Renato Brunetta, afferma che ‘in un Paese normale le commissioni d’inchiesta parlamentare vengono affidate alle opposizioni’. Siccome noi non siamo un Paese normale, la presidenza se la prenderà il Partito democratico. Questa è la storia di questa legislatura, questa è la storia di questo partito, sedicente democratico. E questa sarà anche la storia della Commissione d’inchiesta sulle Banche”. “Ora che il capo dello Stato ha firmato il testo per l’istituzione della Commissione d’inchiesta sul sistema bancario, il M5s chiede ai presidenti delle Camere di convocare immediatamente un ufficio di presidenza per la nomina dei 40 membri dell’organismo bicamerale”. Lo dicono i parlamentari M5s.“In ragione della nostra forza parlamentare e della nostra totale distanza da qualsivoglia scandalo bancario,chiediamo naturalmente la presidenza della commissione Il tempo stringe e i cittadini hanno diritto a un barlume di chiarezza e di verità”. Anche da Sinistra italiana arriva la richiesta della presidenza della Commissione per l’opposizione. Dopo il via libera del Quirinale al nuovo organismo, osserva Giovanni Paglia della commissione Finanze di Montecitorio, “è fondamentale che entro luglio sia messo nelle condizioni di lavorare. Non ci aspettiamo un impegno rituale, ma un lavoro focalizzato sugli scandali di questi mesi: le due venete, Mps, Etruria, Carife, Chieti e Marche”. Secondo il parlamentare “la maggioranza farà di tutto per perdere tempo su questioni irrilevanti” e per questo motivo il gruppo “chiede da subito con forza che la presidenza sia affidata all’opposizione”.
I punti su cui dovrà indagare la Commissione sono molto ampi: dalla verifica della gestione degli istituti in crisi o finiti sotto l’ombrello pubblico, come Mps e probabilmente le due venete. Ma si indagherà anche sulle banche finite in risoluzione, come le vecchie Banca Etruria, Banca Marche, Carife e Carichieti. Fronte caldissimo, quest’ultimo, visto che le opposizioni vogliono andare all’attacco della sottosegretaria Pd Maria Elena Boschi per la vicenda di Banca Etruria. Inoltre la Commissione potrà indagare su modalità e strumenti adottati dagli istituti per la raccolta, con particolare attenzione alla “correttezza” della vendita di prodotti alla clientela retail, soprattutto di obbligazioni, ma anche sui modelli di gestione e sui criteri adottati per la remunerazione dei manager.

PAGARE IL CONTO

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“La situazione delle banche venete mette in luce soprattutto la debolezza della classe dirigente che per decenni le ha condotte. Una classe dirigente superficiale, spesso sfacciata, che ha guidato gli istituti di credito sotto esame in maniera scellerata e senza alcuna prudenza. Questi soggetti devono pagare il conto dei danni che hanno causato ai cittadini e all’intero territorio del Veneto”. È quanto ha affermato il deputato del Psi Oreste Pastorelli nel corso delle dichiarazioni di voto sul Decreto Banche Venete.

“Adesso, però, è il momento dell’emergenza – ha detto ancora il parlamentare socialista – ed è necessario che i conti delle famiglie vengano messi in sicurezza. Accogliamo con favore, dunque, la decisione del Governo di intervenire con un decreto legge. Siamo consapevoli dei dubbi espressi dai cittadini riguardo alla grossa spesa che lo Stato dovrà sostenere. Allo stesso tempo, però, c’è da sottolineare come l’unico modo per salvare i dipendenti, i correntisti ed i piccoli azionisti sia attraverso un’azione decisa delle Istituzioni. La componente Psi vota dunque la fiducia al Governo”.

La Camera ha dato il via libera alla fiducia posta dal governo sul decreto. I voti a favore sono stati 318, quelli contrari 178. Dopo il voto si è passati agli ordini del giorno, procedura rallentata dall’ostruzionismo dei 5 Stelle che ne hanno presentati più di ottanta e verranno tutti illustrati. Il che significa che il voto finale potrebbe slittare. Forse anche a giovedì. Tra gli ordini giorno approvati anche quello dei socialisti, presentato sempre da Oreste Pastorelli, per sollecitare iniziative volte a fare chiarezza sulle condotte dei manager delle banche in difficoltà. L’ordine del giorno impegna il Governo “a valutare l’opportunità di prevedere, anche con l’introduzione di specifici provvedimenti legislativi, norme atte ad introdurre nel nostro ordinamento fattispecie che possano individuare e circoscrivere le responsabilità di coloro che si trovano ai vertici delle banche al fine di tutelare i risparmiatori”.

Diviso il voto degli ex Pd. Lo evidenzia in un tweet Roberto Giachetti (Pd), vicepresidente della Camera. “Se state insieme ci sarà un perché” ha detto Giachetti sottolineando i numeri dei voti degli esponenti della sinistra sulla fiducia posta dal governo. E ironizza: “Sempre compatti; contrari 13(SI), favorevoli 17(MDP), non voto 22(MDP)”.

Decreto senza modifiche
Il decreto che costruisce la cornice per l’intervento di Banca Intesa e del governo per il salvataggio di Veneto Banca e Popolare Vicenza è sostanzialmente invariato rispetto a quello varato dal Consiglio dei ministri il 25 giugno.

Evitato il bail-in
Il provvedimento consente la liquidazione coatta amministrativa della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, garantendo la continuità del sostegno del credito alle famiglie e alle imprese del territorio. Le principali misure consistono nella vendita di parte delle attività delle due banche a Intesa Sanpaolo, con il trasferimento del relativo personale. Per garantire la continuità dell’accesso al credito da parte delle famiglie e delle imprese e per la gestione dei processi di ristrutturazione delle banche in liquidazione, il decreto legge dispone una iniezione di liquidità pubblica pari a circa 4,8 miliardi di euro. A questa somma cui si aggiungono circa 400 milioni, quale eventuale costo da sostenere per le garanzie prestate dallo Stato sugli impegni delle banche in liquidazione, per un ammontare massimo di circa 12 miliardi di euro. In questo caso le norme europee hanno consentito, con il via libera della Commissione europea, il ricorso agli aiuti pubblici per facilitare la liquidazione dei due istituti, evitando così le procedure di risoluzione (bail-in).

Risarciti i creditori
Per i creditori subordinati delle banche che siano investitori al dettaglio è previsto un meccanismo di risarcimento analogo a quello stabilito per le quattro banche in risoluzione. Il rimborso forfettario (l’80% dal Fondo interbancario di tutela dei depositanti, il 20% da un contributo di banca Intesa) vale per i titoli sottoscritti o acquistati entro il 12 giugno 2014, nell’ambito di un rapporto negoziale diretto con le banche emittenti. Le richieste di indennizzo devono essere presentate entro il 30 settembre.

REMAKE EUROPEO

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Ancora scontro con Ue, Renzi ‘film visto, vinceremo’. “Un film già visto, ma vinceremo la partita” afferma il segretario del Pd, Matteo Renzi che non si lascia scomporre dal muro innalzato dall’Ue alla sua proposta sul deficit, forte anche del pieno appoggio che arriva dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. È dunque ancora teso il clima tra Renzi e Bruxelles: al centro dello scontro le politiche economiche dell’Unione europea e il Fiscal compact, con i rigidi paletti imposti sul deficit.

“Chiunque sarà presidente del Consiglio – afferma Renzi – la mia proposta” di superamento del fiscal compact e ritorno ai parametri di Maastricht con il deficit al 2,9% “sarà presa in considerazione. È importante che altri partiti e le altre forze politiche italiane capiscano che non è solo la proposta del Pd e di Renzi ma serve agli italiani: se potessimo con la riduzione del debito avere un margine di 30 miliardi, potremmo allargare la platea degli 80 euro, o introdurre l’assegno universale per i figli. Intervenire sui figli, sul
costo del lavoro, sul ceto medio si può fare se si abbassano 30miliardi di tasse”. Per Renzi “questa idea funziona e sono convinto che anche altri partii, dalla destra alla sinistra, dovrebbero prenderla in considerazione”.

Anche il ministro dell’Agricoltura e numero due del Pd, Maurizio Martina, fa quadrato attorno a Renzi, e stigmatizza la bocciatura di Dijsselbloem alla proposta di Renzi di portare il limite del deficit al 2,9%: “Io non accetto semplificazioni, le proposte vanno lette. No a semplificazioni di un ragionamento serio, noi vogliamo costruire delle proposte che impegnino il Paese per i prossimi cinque anni. Proviamo a ragionare su come attraverso il debito possiamo creare crescita”.

Per il Psi il la priorità è il rientro dal debito: “Gli atteggiamenti sprezzanti e di ostentata sufficienza – afferma Federico Parea, responsabile economico del Partito – con cui il presidente della Commissione Juncker e il presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem hanno reagito alle proposte di Renzi in materia di fiscal compact non aiutano né la riflessione su temi così importanti né, aspetto forse anche più delicato, l’autorevolezza delle istituzioni che essi rappresentano”. “Quanto al merito della discussione stimolata dal segretario del Pd – continua Parea -, vincoli o non vincoli di bilancio, i socialisti sono aperti al confronto su ogni misura sia in grado di ridare slancio al sistema produttivo nazionale e sostanza ai redditi degli italiani” . “A noi risulta comunque evidente che – conclude Parea – ogni riflessione in materia di conti pubblici non possa aprirsi se non affrontando con rigore l’urgenza del rientro dal debito pubblico”.

Il segretario del Pd difende la proposta e attraverso i social network rilancia: ridurre il debito pubblico e tornare ai criteri di Maastricht “è una scelta, alla quale stiamo lavorando da anni. Non è una trovata last minute, può essere realizzata solo se l’Italia è forte, con un governo di legislatura davanti. Vantaggi: una riduzione di almeno trenta miliardi di tasse, da decidere in modo intelligente e selettivo per continuare il lavoro iniziato con la flessibilità. Nei fatti questa operazione è il secondo tempo della battaglia sulla flessibilità. E fateci caso: le reazioni degli europei sono le stesse, identiche anche nelle parole, alle reazioni di tre anni fa”. “Quando iniziammo a parlare di flessibilità tutti ci guardarono come fossimo pazzi. Tutti ci dissero: sarà impossibile, è contro le regole. Eppure l’Italia ce l’ha fatta, abbiamo ottenuto il risultato. Ce la faremo anche stavolta, amici”, è la convinzione di Renzi, che rimarca: “Essere europeisti non significa dire sempre sì a tutto quello che chiedono da Bruxelles, ma fare proposte a cominciare dagli investimenti in ricerca, dal servizio civile per giovani europei, dagli eurobond, dall’elezione diretta del Presidente della Commissione”.

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, è “pienamente d’accordo con l’idea che il debito si abbatte con la crescita e che lo spazio fiscale che ogni paese ha a disposizione sia usato per decidere quali sono le misure che sostengono la crescita meglio di altre”. Per il titolare del dicastero di via XX Settembre mantenere il deficit al 2,9% per cinque anni “è una cosa che riguarda la prossima legislatura: l’attuale governo proporrà una legge di bilancio per il 2018 in coerenza con quanto già definito nel Def”.

“La nostra base di lavoro è il programma di stabilità presentato dal governo italiano, cioè il Documento di Economia e Finanza”, è la gelida replica del vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, rifiutandosi di commentare la proposta di Matteo Renzi. “Stiamo lavorando con il governo italiano, il suo primo ministro e il ministro Padoan”. Il Def “è quel che forma la base del nostro lavoro e servirà per la nostra valutazione dei progressi dell’Italia”, ha spiegato Dombrovskis. Padoan ha anche difeso la scelta della “coerenza” per il 2018: “Questo governo – ha detto – produrrà una legge di bilancio in coerenza con quello che è stato fatto per la semplice ragione che, a mio avviso, quello che è stato fatto va nella direzione giusta in termini di più crescita e meno debito”.

Ma sulla specifica proposta dell’ex premier Matteo Renzi, di mantenere il deficit al 2,9% per cinque anni in chiave espansiva, il ministro, incalzato dalle domande, non ha voluto rispondere. “Questo non mi riguarda – ha sbottato – mi state chiedendo un commento su un giudizio espresso esternamente al governo” e che riguarda la prossima legislatura, come aveva già detto ieri: “La mia risposta è del tutto evidente: se è la prossima legislatura, non è questa”.

AMBURGO BLINDATA

g20Sarà ricordato per il primo, storico faccia-a-faccia tra Donald Trump e Vladimir Putin il vertice del G20 di Amburgo. Ma intanto farla da padrone finora sono gli scontri che hanno messo a ferro e fuoco soprattutto il quartiere di Altona: solo tra i poliziotti si contano 159 feriti, almeno 100 tra i manifestanti. I dimostranti arrestati finora sono 45. Migliaia di black blooc hanno seminato caos e disordine. Il presidente americano e quello russo si incontreranno alle 15:45 a margine del summit, ma si sono già stretti le mani. “Non vedo l’ora di incontrare i leader del mondo, compreso Putin. C’è molto da discutere”, ha ‘twittato’ il presidente americano. E subito dopo il Cremlino ha fatto sapere che anche Putin “non vede l’ora di incontrarlo e ha molte cose da chiedergli”.

I temi in agenda non mancano, a cominciare dalle politiche commerciali. Putin, che ha parlato in una riunione dei leader dei Brics e ha già fatto sapere che la Russia è contraria al protezionismo e alle restrizioni finanziarie e intende metterlo in evidenza. “Ci opponiamo al protezionismo crescente nel mondo, al commercio illegittimo e alle restrizioni finanziarie di evidente origine politica: puntano a eliminare concorrenti, comportano la riduzione dei legami commerciali e provocano la perdita di fiducia tra gli attori della cooperazione economica, lacerando così il tessuto stesso dell’economia mondiale”. Dopo la photo opportunity, il vertice si è aperto con una prima sessione di lavoro che si è occupata di terrorismo, una successiva di crescita e commercio; nel pomeriggio invece i leader mondiali hanno all’ordine del giorno i cambiamenti climatici mentre sabato il focus sarà, tra l’altro, sull’immigrazione. “Siamo tutti consapevoli che abbiamo di fronte grandi sfide: possiamo trovare soluzioni solo se si accetteranno le idee degli altri e si troveranno dei compromessi”, ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel aprendo i lavori. “Milioni di persone sperano che il G20 possa risolvere i problemi del mondo. Rappresentiamo i due terzi della popolazione mondiale ed è importante lavorare bene”.

Il premier italiano Paolo Gentiloni ha sottolineato che “possono esserci visioni geopolitiche diverse tra noi ma abbiamo il dovere di essere uniti contro il terrorismo. Sulla scia della dichiarazione di Taormina è importante un messaggio del G20”. E sugli altri temi all’ordine del giorno ha aggiunto che c’e’ la “determinazione della maggioranza dei paesi del G20 a sostenere che gli impegni di Parigi sul clima vadano mantenuti, con grande rispetto per la posizione degli Usa” che invece hanno scelto di uscirne. Poi parlando della ripresa ha aggiunto che “non dobbiamo sprecare opportunità” si sta affacciando con il protezionismo. Infine il tema più caldo: l’immigrazione. “Sono dalla parte italiana. È normale ragionare sul fatto che non c’è una capacità illimitata di accoglienza. Stiamo ragionando, lo stiamo facendo con grandissima solidarietà che fa fatica a tradursi in fatti concreti”. E ancora: “Non ci possiamo rassegnare all’idea dell’accoglienza” dei migranti “in un Paese solo. Dopo di che, che la cosa si potesse superare a Tallinn mi sembrava improbabile”.

Tra l’altro i leader cercheranno di convincere Trump a far rientrare gli Usa nell’accordo di Parigi sul clima. “Credo sia possibile”, ha detto fiduciosa la premier britannica, Theresa May. “Non rinegozieremo l’accordo di Parigi che rimane in vigore. Ma vorrei che gli Usa cercassero un modo per rientrare. Credo che il messaggio che sarà dato è quello di sottolineare l’importanza che l’America possa rientrare nell’accordo, spero saremo capaci di fare in modo che ciò succeda”. Anche May e Trump si incontreranno per una bilaterale a margine del vertice.

Nel suo messaggio al G20 di Amburgo, indirizzato alla cancelliera Merkel, Papa Francesco ha rilevato una contraddizione già denunciata d Benedetto XVI in occasione del vertice di Londra del 2009: “I Paesi che partecipano al G20 rappresentano il 90% della produzione mondiale di beni e di servizi”, mentre sono assenti “coloro, Stati e persone, la cui voce ha meno forza sulla scena politica mondiale, precisamente quelli che soffrono di più gli effetti perniciosi delle crisi economiche per le quali hanno ben poca o nessuna responsabilità. Allo stesso tempo, questa grande maggioranza che in termini economici rappresenta solo il 10 % del totale, è quella parte dell’umanità che avrebbe il maggiore potenziale per contribuire al progresso di tutti”.

Sul fronte degli incidenti, per disperdere un sit-in che voleva bloccare il passaggio del convoglio di Trump sono stati usati gli idranti. Numerose auto sono andate bruciate. La situazione è così critica che la polizia di Amburgo ha chiesto rinforzi (al momento gli agenti impegnati sono circa 15 mila). Alcuni media hanno segnalato la presenza anche di un veicolo blindato dell’esercito nel quartiere di Altona ma la polizia ha precisato in un tweet di non aver affatto chiesto l’aiuto dei militari. Il capo della polizia di Amburgo, Ralf Martin Meyer, ha espresso al Guardian preoccupazione poiché la città potrebbe assistere “non tanto a sit-in di protesta ma ad attacchi di massa”. Ad Amburgo, ha aggiunto Meyer, sono arrivati anarchici scandinavi, svizzeri e italiani. Proprio a causa degli incidenti il programma della giornata per i partner dei leader è stato cambiato. Melania Trump, Brigitte Macron, moglie del presidente francese Emmanuel Macron, il marito del premier britannico Theresa May, Philip e la moglie del premier canadese Justin Trudeau, Sophie Gregoire, tra gli altri, dovevano partecipare a un tour organizzato dal marito della cancelliera tedesca Angela Merkel, Joachim Sauer. La first lady americana, rimasta bloccata nella residenza dove alloggia, ha espresso la sua solidarietà in un tweet: “Un pensiero a coloro che sono stati feriti nelle proteste di Amburgo. Spero che tutti stiano bene!”.