Riflessioni di un barbaro pentito

In Siria sono già stati sparati un centinaio di missili e consumato qualche pieno di benzina per navigare fino a ridosso delle coste siriane. Sulla Siria si è sproloquiato innumerevoli dichiarazioni sulla libertà, sulla democrazia e su quei diritti umani che tornano sempre utili quando si devono fare cazzate. Poi, più nulla!

Le donne e i bambini di quel Paese, intanto, continuano a morire di maltrattamenti, soprusi e fame, in attesa degli aiuti internazionali vestiti dei panni dell’Onu che, in cambio di una bottiglia di latte, chiedono prestazioni sessuali. Tutto normale? Tutto normale!

Quello che fa incazzare è la nostra ipocrisia, oltre a quella spocchia che ci fa giudicare il mondo come fossero tutti imbecilli, straccioni e satrapi pericolosi, perché armati. Peraltro armati lo sono malissimo, perché i fucili mezzi arrugginiti e mal funzionanti glieli abbiamo venduti noi.

Quando poi facciamo la voce grossa con chi pensa di avercelo più lungo, ecco che allora, dopo un paio di bau bau, ci ritiriamo di buona lena e inventiamo che il barbaro non è barbaro bensì in realtà un grande statista. Guardiamo ad esempio a come viene oggi dipinto Kim Jong-un che, dopo aver sfoderato dalla fontina le sue bombe nucleari, è diventato pure Santo per noi occidentali!

La tattica è la stessa da sempre: identifica uno stato da colonizzare, lo chiami “canaglia”, combatti il suo esercito e mortifica il popolo (entrambi armati solo di fionde). Una volta vinto, devi esaltare la vittoria contro il pericoloso nemico.

Infine, dopo aver dichiarato di essere riuscito nell’ardua impresa di aver ricondotto il popolo sulla retta, scegli un fantoccio qualunque a te vicino e lo metti a fare il dittatore (fino a qualche anno fa funzionava così, oggi è preferibile un capo del governo democraticamente scelto da altri capi di governo, sulla base di elezioni manovrate… ma democraticamente svolte, eh!). In cambio, ti fai regalare le concessioni della sua terra e lo fotti ripetutamente finché non gli hai tolto ogni cosa, dignità inclusa, in nome della modernità e della realizzazione della civiltà.

Ah, che grande spirito di sacrificio far prevalere la democrazia! E che fardello per l’uomo bianco esportare i valori della nostra retta e giusta civiltà!
Pensate: in Africa per dare alle donne pari opportunità le abbiamo perfino convinte a comperare le scarpe col tacco 12 per camminare nei campi. Accidenti, questa sì che è civilizzazione!

Quando poi qualcuno di loro viene nei nostri Paesi, al guinzaglio dei negrieri collusi con i banditi europici, e piscia nel parco pensando di essere nella foresta, ecco che viene immediatamente denunciato per atti osceni in luogo pubblico.

Ma perché vogliamo a tutti i costi vestire l’uomo che vive felicemente il proprio Paese immerso nella natura, magari con giacca e guanti bianchi per farci servire a tavola? Mi chiedo chi sia davvero il barbaro. Anzi, in un eccesso di edonismo mi sono innamorato del mio titolo di oggi e quasi quasi scrivo un altro libro: “Riflessioni di un barbaro pentito”.

Angelo Santoro

Nella cassetta delle offerte San Paolo trova 3,5 Mld

Nessuno stupore, solo un gioco di prestigio ispirato a quello con cui i furbetti del quartierino assieme Antonio Fazio si divertivano.
Sciolta la banda degli amici dell’ex Governatore di Bankitalia, ecco che i segugi della finanza hanno seguito l’odore del vecchio giocattolo trovato in un dismesso mercatino dell’antiquariato; e una volta spolverato, lo hanno aggiornato ai tempi odierni.
Infatti, giocando qualche spicciolo hanno vinto d’un colpo due corazzate bancarie come la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, guadagnando un culo di miliardi con una sola puntata.

Ora, i maliziosi dicono che qualcuno che sta molto in alto abbia aiutato San Paolo a compiere il miracolo, ma non sapremo mai come stanno le cose perché noi non siamo manco Beati. Gli unici sono quelli di Banca Intesa che, beati loro, hanno vinto la cassaforte dei veneti… e non solo.
Altri, più pragmatici e meno creduloni, pensano che sia stato un regalo del ministero del Tesoro nella figura del titolare del Dicastero sempre pronto ad ubbidire agli ordini della BCE. Si racconta che questi volesse punire l’ostinazione di Vincenzo Consoli a non voler coniugare a nozze con la sua conterranea vicentina.
Hai voglia a fare giornalismo d’inchiesta…mica siamo morti che possiamo andare in Paradiso per sapere cosa sia successo veramente! possiamo solo fare delle congetture e trasformarle in NEOSATIRA per divertirci e divertire, evitando cosi di essere derisi da quei furbetti del quartierino che, meglio incappucciati dei primi, sono praticamente irriconoscibili, in quanto ben nascosti nelle pieghe del bilancio di Banca Intesa.
Un bilancio che ha fatto trovare a San Paolo, nella cassetta delle offerte, nientemeno che una banconota da 3,5 Mld.

La nasconderanno sotto la mattonella o la segneranno per riconoscerla come in “Totò, Peppino e la Malafemmina”, o si limiteranno a ripercorre le gesta sempre di Totò e Peppino ne “La banda degli onesti”?
Ovviamente, con un finale diverso da quello del film nel quale i malcapitati comici napoletani erano talmente a disagio nelle loro imprese criminali da sabotare i loro stessi piani, mandando all’aria tutta la ricchezza “guadagnata”.
Del resto, per rimanere in tema di citazioni di Totò, qui invece abbiamo a che fare con dei caporali, mica con degli uomini!

Angelo Santoro

Le carnevalate delle banche, diamanti e perline colorate

I nodi vengono sempre al pettine per i comuni mortali che pagano le conseguenze delle azioni delittuose, in questa vita o nell’altra. Invece i banchieri no, loro non pagano; sono esenti dalle punizioni terrene, mentre quando vanno di la’ portano i resoconti contabili delle attività.Sarà per questo che alcuni vengono chiamati banchieri di Dio?! Ma per tornare sulla terra, le ultime buffonate che hanno visto i banchieri protagonisti delle vendite di telefonini (e in alcune filiali a luci rosse avevano collocato addirittura i distributori di preservativi che, tutto sommato, risultavano anche divertenti).

Ma quando hanno mirato al bersaglio grosso dei risparmiatori, prima con la vendita dei derivati poi con quella dei bond argentini e Parmalat, per arrivare ai diamanti ed infine alle azioni truffaldine di alcune banche popolari, sono scesi così in basso che forse sarebbero stati schifati anche dal Diavolo in persona.
Abbiamo appena elencato alcune nefandezze che conosciamo, perché ne siamo stati infettati… e ciò che non sappiamo? Qualcuno di voi, comune mortale, ha mai controllato un estratto conto col commercialista? Oppure si è fidato delle spiegazioni dell’impiegato bancario di giornata?

I clienti considerati un po’ più svegli venivano ricevuti dal direttore. Peccato solo che, una volta davanti a lui, pronto col calendarietto profumato e l’agendina, chi ha pensato più all’estratto conto dove i conti, quasi a far bisticciare le parole, non tornavano mai?! Anzi, le persone irose a parole, quelle che volevano ribaltare addirittura la filiale, tornavano a casa per raccontare alla moglie che il signor direttore le aveva salutate e stretto la mano, regalandogli un bel calendarietto scaduto che, estasiati, mostravano in famiglia, dicendo: “ma che gentile il direttore che mi ha ricevuto…è proprio una brava persona!”.

Peccato che quello era lo stesso direttore che, senza sapere un cazzo di pietre preziose, vendeva diamanti come fosse stato un esperto intenditore titolare di una gioielleria in Monte Napoleone che si rivolge prontamente ai clienti: “quando vuole torni che lo ri-prendiamo volentieri!”. Non si è mai capito se intendesse a calci sulle palle. Il dubbio viene perché è quello che fanno le banche con chi ha comperato i diamanti da loro, assicurando l’affare della vita allo sprovveduto investitore.

Questo perché, a leggere il comunicato di Confconsumatori, sembra che qualche povero Cristo sia andato in banca, addobbata per l’occasione a negozio di gioielli, per rivendere le perline colorate (i diamanti) e con il ricavato comperare l’aratro. Sfortunatamente è successo che per l’acquisto ha dovuto ipotecare casa e prendere un mutuo, in quanto le pietruzze bianche – come riferito – poteva mettersele su per il sedere, usando un linguaggio chiaro e inequivocabile

Hai capito questi banchieri giocolieri! Ti fanno sparire i risparmi con la scusa di venderti delle perline colorate, spacciandole per diamanti!

Angelo Santoro

In pancia alle banche c’è solo il verme solitario

Il termine “in pancia” si è cominciato a sentire in riferimento ai crediti deteriorati che le banche italiane hanno in sofferenza; ora non si capisce se il patimento, e conseguente dimagrimento, sia per causa della “tenia”, oppure solo una scusa per farsi compatire dalla BCE dove chiedono aiuto!

Il verme solitario delle banche è conseguente all’ingordigia dei banchieri che hanno vissuto nel lusso più sfrenato a spese dei risparmiatori a cui, in molti casi, hanno prosciugato anche i conti, vendendogli come magliari le azioni truffaldine.
Ma noi italici ignoranti beviamo ogni cosa! Nessuno pensa che le banche raccontano cazzate quando lamentano i crediti inesigibili, semmai siamo noi cittadini che ne sopportiamo i costi perché le banche defiscalizzano le perdite in giornata. Ergo, non ci rimettono nulla; semmai guadagnano perché tutto quello che racimolano con i pignoramenti è utile netto, altrimenti col piffero che venderebbero le case dei clienti creditori, ad un decimo del loro valore, alle Società-avvoltoio. Argomenti, questi, che hanno portato ad una caccia spietata al verme solitario delle banche: quella che i politici hanno promosso prima del 4 marzo, all’arrembaggio dei voti degli elettori pugnalati vigliaccamente alle spalle dagli istituti di credito.

Infatti, sono stati davvero tanti i candidati al Parlamento del Paese che sproloquiavano contro i banchieri responsabili della crisi e protagonisti di una mattanza spietata nei confronti delle piccole imprese e delle famiglie italiane. Senza dimenticare di aggiungere alla lista le centinaia di migliaia di azionisti ingannati dalle Banche Popolari, complice inconsapevole il governo di allora, prosciugando i risparmi di coloro che avevano dato fiducia alla banca “di famiglia”.

Sì, i politici sproloquiavano: molti parlavano per sentito dire, ed era facile per loro, in campagna elettorale, promettere che qualora fossero stati eletti avrebbero rimborsato tutto il cucuzzaro, senza sapere nulla di ciò di cui si parlava e tantomeno cosa e quanto avrebbero dovuto restituire.

Intanto, una volta seduti sulle fantozziane poltrone di pelle umana, hanno cominciato a darsi del tu con quella parte di banchieri che aveva spergiurato di mandare a casa (o in galera). Chissà, forse si sono resi conto che di poveracci da ingannare ce ne sono ancora tanti, anche se con pochi risparmi, mentre i banchieri sono pochi e ricchi sfondati. E con i tempi che corrono è meglio essere cauti con loro… non si sa mai, un mutuo, un prestito, può sempre tornare utile.

Angelo Santoro

Il Bar dell’alta finanza di paese

Una volta al Bar dello Sport si parlava di calcio, era il luogo dove i lavoratori si ritrovavano la sera e nei giorni di festa. E, tra un un caffè e un bianchetto di troppo, alzavano i toni per difendere la squadra del cuore, per massacrare scientemente l’arbitro sempre e comunque.

Le chiacchierate non finivano mai, al punto che, ad una certa ora, venivano buttati simpaticamente fuori dal locale. Dopodiché, una volta all’esterno, ognuno di loro continuava a difendere le proprie ragioni. Nei piccoli paesi, specialmente la domenica sera, era frequente l’affacciarsi alla finestra della nonnina, disturbata dai toni alti delle voci, che dava degli scansafatiche ai tifosi invitandoli ad andare a lavorare.

Da quando il calcio è diventato uno sport d’élite, in quanto è possibile vederlo sono sui canali a pagamento, quello stesso ceto medio di lavoratori negli anni Duemila aveva di fatto ribattezzato il Bar dello Sport in Bar della Borsa valori, perché non c’era luogo dove lo schermo della televisione era costantemente acceso sui titoli azionari.

Gli ex tifosi di calcio si davano arie da banchieri parlando di finanza. Sappiamo come è andata a finire: un po’ tutti sono stati spennati a dovere come tacchini nel giorno di Natale!

Oggi, assistiamo ad un altro fenomeno curioso: quelle stesse persone uscite rovinosamente dalla crisi dell’ultimo decennio, si ritrovano nel Bar dello Sport rinominato per l’occasione Bar dell’alta finanza.

Gente che dopo aver perso il lavoro e chiuso l’azienda, spossessati degli ultimi risparmi rapinati in gran parte dalle ex banche popolari, discute animatamente sulle grandi opportunità dell’Europa che difende con convinzione. Così come è entusiasta dell’operato di Mario Draghi alla BCE, il quale – ci raccontano – “con l’immissione di liquidità, prima di 80 miliardi di euro al mese e ora di 30, ha salvato l’Unione e soprattutto l’Italia.

La domanda sorge spontanea, diceva Antonio Lubrano: ma cosa piffero frega a queste persone quasi indigenti di parlare di finanza, economia, Europa e BCE e di tutti quei responsabili della mattanza del ceto di lavoratori che, dopo una settimana di lavoro indefesso (perché erano in condizione di svolgerlo) avevano come passatempo quello di discutere di calcio al Bar dello Sport?!

Quando sei alla disperazione, così come molti italiani lo sono (gli ultimi dati parlano di 18milioni a rischio povertà), si dovrebbe avere uno spirito rivoluzionario più che finanziario, o no? Certo che i tempi sono davvero cambiati! Gli ideali si nascondono sotto la polvere da qualche parte in soffitta e la dignità e l’onore sono ormai semplici sostantivi che abbiamo relegato nei libri di storia.

Un mondo così ostinatamente costretto a campare alla giornata e privato della libertà; un mondo che non sa ricorrere la fantasia perché rimbecillito dai social e dalla rete, può solo sparare cazzate come i frequentatori del Bar dello Sport di ieri, oggi ribattezzato “Il Bar dell’alta finanza di paese”.

Angelo Santoro

L’ennesimo naufragio di MPS

Non ci rimane che buttarla in neosatira perché siamo punto e a capo; infatti, appena uscita dalla camera iperbarica MPS sembra sia già sott’acqua di altri 3 mld. Certo che la banca Toscana, dall’acquisto di quella bagnarola lacustre dal nome Antonveneta, è diventata simile al barcone di migranti che salpa in continuazione consapevole del pronto salvataggio da parte dello Stato.

Uno Stato solerte solo nell’aiutare queste imbarcazioni che quando partono per nuove avventure finanziarie pensano più a rifornirsi di privilegi che benzina e, cosa ancor più grave, se ne fregano della manutenzione: tanto sanno che le rigorose regole del mare obbligano a salvare i naufraghi risparmiatori.

Le banche si avvalgono di regole altrettanto rigide di quelle marinare, nessun Paese si può permettere di abbandonare un istituto di credito in mezzo alla tempesta, la prima cosa che deve fare è salvare l’istituto in avaria, poi si vedrà.

Per il Monte Paschi a tutt’oggi siamo ancora al “poi si vedrà”. Intanto, capitani e sottoposti si scambiano di ruolo e di banca (nel senso che passano da un istituto all’altro); insomma, strambano in continuazione tanto se sfasciano il natante sanno già che arriva “pantalone”.

Nel mentre, gli impavidi corsari Rossi, bianchi e neri dedicano il loro tempo ad investire con giudizio i compensi faraonici che si sono assegnati, e nel tempo libero parlano, parlano, si riuniscono per inventarsi rotte piene di pericoli e tempeste, e si affondano l’un l’altro come giocassero alla battaglia navale a scuola, ma utilizzando l’immensa Sala Meeting, testimone di tempi e uomini migliori.

Il dramma è che durante gli affondamenti veri, quelli delle banche che dirigono, per esorcizzare la paura si concedono nuovi e costosi benefit che andranno nel conto, sapendo che tutto verrà addebitato alla collettività.

Nel caso di MPS addirittura attribuiscono la responsabilità dell’ennesimo naufragio ai dipendenti marinai semplici, accusati di uscire dal lavoro alle cinque del pomeriggio, ma chi se lo immaginava che l’ennesimo naufragio di MPS dipendesse dagli impiegati precari!

Angelo Santoro

Eliminare il contante per pagare una sola “tangente”: alle banche!

prendiamo sempre ad esempio in maniera esasperata gli Stati Uniti, al punto tale che diverse parodie – da Renato Carosone col suo “Tu vuo’ fa’ ll’americano” a Alberto Sordi col boy del Kansas City – ironizzano su questo vizio degli italiani di emulare usi e costumi d’Oltreoceano. Eppure, a volte quest’America tanto osannata la dimentichiamo proprio in quei principi di democrazia e libertà che dovrebbero essere vanto delle nostre più nobili tradizioni.
Ci riferiamo alla circolazione di quel contante che viene suonata come una fisarmonica dai governi che si succedono da un quarto di secolo, i quali recitano la farsa in funzione del pubblico che li ascolta; ecco che una volta l’importo sale e una volta scende, fino a trovare quel compromesso ipocrita che non serve allo scopo che si prefiggono ora gli uni ora gli altri.
In America non c’è limite al contante perché quando un cittadino viola le regole fiscali o peggio corrompe la pubblica amministrazione i colpevoli vanno in prigione senza se e senza ma. Chi rischia non si sogna neanche di contestare le conseguenze dei suoi atti: la giustizia è inflessibile, rapida e efficace.
Invece in Italia, e specialmente in Italia, l’ipocrisia regna sovrana: tutti sanno tutto, ma fanno finta di non sapere nulla; cadono dalle nuvole quando vengono scoperte le corruzioni nell’amministrazione pubblica, peraltro conosciute e messe in pubblico a seconda degli intrighi di Palazzo del momento. La nostra è una giustizia semaforo!
Un terzo dell’economia del Paese è in mano ad organizzazioni malavitose che riciclano il contante, quel contante che finisce fino all’ultimo centesimo nelle “banche-scimmia” che, come è noto, non vedono, non parlano e non sentono.
Capisco che sapere le provenienze del contante dei pensionati, bottegai e professionisti è importante per mappare eventuali corruttori, così come capisco che non è democratico, civile e può risultare perfino scorretto sapere chi sono i proprietari delle banche. Peccato che quegli stessi dirigenti e proprietari delle banche (è il caso ad esempio delle banche popolari) un tempo erano conosciuti, eccome! Si sapeva tutto di loro: indirizzo, dichiarazioni al fisco, patrimoni, vita, morte e miracoli. Poi, a sorpresa, con un Decreto – ad hoc – si è pensato bene di rendere rigorosamente anonimi i proprietari, a costo di mettere sul lastrico 500mila azionisti…ma come si dice “la privacy è privacy”!
Le porcherie di molti banchieri italiani sono state evidenziate e non punite in quanto considerate “porcherie in buona fede”; anzi, in molti casi sono state premiate con liquidazioni faraoniche.
Ora il punto era ed è: come poter continuare a finanziare i banchieri, evitando che il popolo si incazzi! Ecco che brillantemente con lo slogan “basta corruzione” il sistema vuole cancellare d’un colpo la circolazione del contante prendendo a spunto i Paesi nordici che neanche conosciamo.
Abbandonare il mito americano di Carosone e Sordi e obbligare per legge gli italiani ad utilizzare il bancomat per pagare persino il caffè al Bar, dunque! Sono questi i nuovi strumenti finanziari messi a disposizione da quelle banche che vanno sempre aiutate, a costo di togliere l’ultimo barlume di privacy e libertà rimasto… la nostra privacy, non certo quella dei dirigenti!
Nella testa di questi integralisti, un po’ disturbati, c’è l’idea di mandarci in banca, fare la fila per versare un euro sul conto corrente, uscire e poi andare al bar per prendere un caffè e pagarlo con la carta di credito, creando una fila all’ingresso del grande spettacolo. Quale? Quello in cui recitiamo tutti, interpretando il ruolo di pecore, sia in banca che al bar. Esagerato? Direi di no!

Angelo Santoro

NPL (non performing loans)

La mattanza finale del ceto medio è dietro l’angolo; infatti, mentre parliamo della nostra situazione politica dove ognuno cerca di ottimizzare il bottino del consenso elettorale, la banda dei “soliti noti” si appresta a far man bassa dei crediti deteriorati in pancia alle banche.

Quando le società-avvoltoio inizieranno ad acquistare massicciamente questi crediti, lo faranno per speculare immediatamente e quindi busseranno senza indugi alla porta dei debitori per chiedere il pagamento con pochi convenevoli, mettendo definitivamente KO una gran parte delle imprese (quelle rimaste) e le famiglie italiane.

Ma di cosa parliamo? parliamo dei crediti deteriorati, meglio noti anche come prestiti non performanti (dall’inglese: non performing loans). Si tratta, in pratica, di crediti delle banche per i quali la riscossione è dubbia perché i debitori (dalla famiglia che ha acceso un mutuo all’imprenditore che ha chiesto un finanziamento) non riescono a ripagare.
Insomma, i Non performing loans nel linguaggio bancario non sono altro che i crediti inesigibili, comunemente conosciuti come sofferenze bancarie.
Il punto è che inesorabilmente questo percorso è ineluttabile: i ricchi ordoliberali europei hanno vinto su ogni tipo di socialismo, la cui classe dirigente non ha saputo capire i problemi dei cittadini sopraffatti dalla crisi.

Una crisi – è bene ricordarlo – abilmente provocata da quelle banche che hanno dapprima “rapinato” i risparmi dei lavoratori e poi chiesto agli stati sovrani di intervenire per coprire i loro debiti, vale a dire per scaricare i costi della crisi su tutti noi contribuenti.
Ciliegina sulla torta: ora al contribuente-lavoratore, insomma colui che ha pagato interamente i costi della crisi, verrà requisita anche la casa che sarà acquistata dai sicari delle società di credito. Queste vere e proprie società-avvoltoio si apprestano a fare in maniera indisturbata shopping proprio grazie al gioco delle tre carte degli NPL “non performing loans”.

E quell’1 percento della popolazione sarà ancora più ricco alle spalle del restante 99.

I tanti misteri delle ex banche venete

In questa tornata elettorale il già abituale carico di promesse che caratterizza le tante competizioni di questo tipo si è implementato di un nuovo diffuso impegno politico: quello per la costituzione di un fondo di solidarietà che possa essere utilizzato per interventi di sostegno e di assistenza a favore delle persone che, finite fra i circa 200.000 risparmiatori traditi (ex azionisti delle due grandi popolari venete), dimostreranno di essere particolarmente bisognose. In questo contesto programmatico, il confronto ora è tra chi promette di più sul piano quantitativo.

Si è, più volte cercato di dimostrare che un simile approccio al problema del tradimento del risparmio (perché di questo si è trattato) è profondamente errato, perché sottende un improprio spirito meramente assistenzialistico da parte di uno Stato, che, invece, dovrebbe percepire un suo obbligo giuridico di risarcire, cioè di riparare ad un torto subito da molti suoi cittadini per i danni loro derivati da comportamenti antigiuridici di strutture ad esso stesso riconducibili. L’appello ad uno Stato elemosiniere non è coerente con le vere responsabilità sottese agli eventi che hanno portato all’eliminazione delle due ex banche popolari.

Sforziamici, allora, di ricostruire il quadro fattuale della vicenda: si deve partire dalla frettolosa legge 33 del 2015, con la quale è stato convertito in legge il Decreto che, su indicazione di BCE, ha obbligato le banche popolari con attivo patrimoniale superiore ad otto miliardi di euro a trasformarsi in società per azioni, avviando implicitamente anche il processo della loro quotazione. E’ stato l’inizio di un terremoto che non è ancora finito, perché, a seguito della trasformazione e nella prospettiva della loro entrata in borsa, è stato richiesto un aumento di capitale di 1,5 miliardi, per la popolare di Vicenza, e di 1 miliardo, per quella di Treviso. Sono stati costituiti due consorzi di garanzia, capitanati, per la prima, da Unicredit e, per la seconda, da IMI del Gruppo Intesa, al quale hanno aderito nove banche internazionali.

Ma, improvvisamente e senza apparenti ragioni, Unicredit è receduta dall’impegno, seguita, poco dopo, da IMI. Entrambi tali istituti sono stati sostituiti, nella funzione digaranzia per l’aumento di capitale, dal c.d. Fondo di Investimento Atlante, costituito repentinamente per il duplice scopo di garantire gli aumenti di capitale di banche in difficoltà e di rilevarne i crediti in sofferenza, con dotazione (di 5-6 miliardi) proveniente essenzialmente dalle due grandi banche italiane, Unicredit e Banca Intesa; Atlante era una struttura formalmente privata ma, di fatto, completamente controllata dal Ministero dell’Economia. Esso ha subito precisato che la propria offerta di garanzia sarebbe stata valida a condizione che, se il capitale fosse stato sottoscritto solo parzialmente, la quota di sua competenza fosse, comunque, superiore al 50%; quindi, partecipando all’aumento di capitale delle due popolari, intendeva detenerne la maggioranza. E, proprio per facilitare il programmato percorso di Atlante ed evitare che esso potesse defilarsi, l’amministratore delegato di allora di Veneto Banca, si è particolarmente impegnato nello scoraggiare la partecipazione a quell’aumento da parte del capitale privato, tanto che, nella presentazione del pianoalla comunità finanziaria ed ai soci, era arrivato a descrivere la banca stessa come un istituto alla canna del gas o come uno zombie. Tuttavia, non risulta che qualche Procura della Repubblica si sia sentita in dovere di assumere iniziative per sanzionare siffatti gravi atteggiamenti, suscettibili di aver arrecato un non indifferente danno reputazionale alla banca; infatti, in un momento particolarmente problematico per un intermediario che si stava rivolgendo al mercato per chiedere fiducia e capitale, il suovertice amministrativo di allora non aveva esitato a scegliere una comunicazione aziendale che quella fiducia finiva per minarne in radice.

E, in ogni caso, quel dirigente bancario non ha mai spiegato a nessuno la sua scelta di procedere, comunque, sulla strada dell’aumento di capitale, anziché “portare i libri in tribunale”, come avrebbe dovuto fare se la banca fosse stata davvero alla canna del gas: cioè insolvente. Egli avrebbe ben dovuto sapere che un’impresa insolvente ha il dovere di richiedere, essa stessa, una procedura concorsuale e non avrebbe certopotuto ingannare il mercato, ricercando capitale. Quindi, delle due l’una: o la banca era insolvente, ed, allora, andava interrotto subito il percorso dell’aumento di capitale; oppure essa non lo era, ed allora non è dato di capire come un amministratore delegato (apparentemente tanto stimato da Bankitalia) possa, impunemente, aver descritto la banca stessa come alla canna del gas. La disarmonia della manovra era sotto gli occhi di tutti.

Eppure, nessuno, né la magistratura, né Bankitalia, né Consob ha, finora, censurato quel dirigente (Cristiano Carrus). E’ sempre maggiore il sospetto che egli stesserealizzando un programma pensato e condiviso altrove.

Fatto sta che a tutti, tranne che ad Atlante, è stato praticamente impedito di partecipare all’aumento di capitale, tanto che agli sportelli era stato impartito l’ordine di far sottoscrivere una dichiarazione che doveva esprimere la volontà dell’aspirante sottoscrittore di procedervi, nonostante la stessa banca lo avesse sconsigliato di farlo.

Ebbene, l’aumento di capitale è stato fatto a 10 centesimi per azione ed è statopressoché interamente sottoscritto dal Fondo Atlante, che è giunto a detenere il 98% di entrambe le popolari venete. A questo punto, la diluizione del valore del titolo è stata così intensa che i soci storici hanno sostanzialmente perduto tutto.

In seguito, le gestioni delle due popolari (alle quali ha partecipato anche Fabrizio Viola che, poi, è diventato – altro mistero ! – uno dei tre commissari della liquidazione coatta amministrativa) sono state talmente negative che, nel marzo 2017, entrambe hanno comunicato alle Autorità competenti l’intenzione di accedere al sostegno finanziario della ricapitalizzazione precauzionale. Attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, esse hanno poi ricevuto la comunicazione che BCE, previo accertamento della loro solvibilità (per aver rispettato i requisiti patrimoniali minimi in base ai bilanci al 31 dicembre 2016), aveva confermato la sussistenza delle condizioni del beneficio richiesto. Ma, pochissimo tempo dopo, nel giugno 2017, le banche venete, non considerate sistemiche in ragione dell’estensione territoriale non europea del rischio del loro default, inaspettatamente sono state dichiarate da BCE nella condizione di “failing or likely fail” (in fallimento o in probabile fallimento); quindi, prive di titolo per accedere alla procedura di ricapitalizzazione precauzionale. Cessata questa procedura, esse sono state sottoposte non alla procedura di risoluzione, in base al sistema del bail-in, bensì a quella nazionale della liquidazione coatta amministrativa.

A questo punto, già sorge una forte perplessità se si considera che, nello stesso periodo, la banca Monte Paschi di Siena, che negli ultimi sette anni aveva bruciato capitali per importi ingenti (quest’anno chiude in pesantissima perdita, di oltre 3,5 miliardi) è stata ammessa alla ricapitalizzazione precauzionale, che – si ripete ancora – presuppone la solvibilità, accertata da BCE, del soggetto richiedente. Perché allora perseguire, per le banche venete, un diverso trattamento fortemente penalizzante, accuratamente risparmiato, invece, in una situazione ben più grave, alla banca toscana?

Tornando alle due banche venete, dopo questo repentino cambio di rotta si è scelto di mettere in campo Banca Intesa, che, per acquisire, in totale assenza di rischi, la solaloro parte buona, oltre ad un’importante quota di mercato in una delle regioni economicamente più dinamiche d’Europa, ha ricevuto un contributo a fondo perduto di 3,5 miliardi, nonché la possibilità di retrocedere (fino a 4 miliardi) i crediti che dovessero presentare problemi di incasso nei successivi due anni. E, grazie a questo contributo – non considerato come aiuto di stato, come, invece, sarebbe avvenuto se lo stesso importo fosse direttamente affluito nelle casse delle due ex banche – banca Intesa ha chiuso l’esercizio 2017 con un utile netto di 7,3 miliardi, di cui 3,5 rappresentati da quel contributo. E così, con malcelato orgoglio, l’amministratore delegato di Intesa ha potuto annunciare che l’85% di esso sarebbe stato distribuito ai suoi soci; ciò significa che tutta la manovra, il cui costo complessivo è stato addossato essenzialmente agli azionisti delle due ex popolari venete, ha comportato un elevatissimo utile, di cui beneficeranno quelli di Intesa e le Fondazioni. In sostanza, le disgrazie economiche dei soci delle due banche venete, considerate le vittime sacrificali, sono servite a soddisfare le aspettative dei soci di Intesa. E anche su questa singolare vicenda sta calando un inaspettato oblio.

Un’altra vicenda sulla quale nessuno pare aver voglia di ricercare la verità è riferibile alle c.d. operazioni baciate di Veneto Banca; cioè ai finanziamenti concessi dalle banche ai propri clienti per l’acquisto di azioni e obbligazioni dello stesso istituto finanziatore. Nel bilancio al giugno 2015 sono stati dedotti 116 milioni dal patrimonio di vigilanza, anche se tali operazioni, in realtà, ammontavano a 71 milioni(ai quali, per scrupolo, erano stati aggiunti altri 45, riferiti ad operazioni di incerta natura) Questo era il risultato delle valutazioni effettuate dalla Banca d’Italia, nonché dell’analisi eseguita dagli ispettori BCE nei primi otto mesi del 2015. Le operazioni sospette riguardavano un arco temporale di quasi tre lustri; e la loro entità era, comunque, tale da non creare alcun problema di tenuta patrimoniale dell’Istituto. Orbene, nel corso della seduta del CDA di Veneto Banca del 28 agosto 2015, l’allora A.D. ha dichiarato che il Capo della vigilanza di Bankitalia, dott. Carmelo Barbagallo, gli aveva riferito di essere ben conscio che, per ciò che riguardava labanca trevigiana, non esistevano particolari problemi per le operazioni baciate; ciononostante, lo stesso Barbagallo avrebbe sollecitato un rinnovato approfondimento con l’adozione di criteri molto più selettivi e stringenti. E, a questo punto, ci si deve chiedere perché mai solo per Veneto Banca siano stati addottati più rigidi parametri, neppure in allora vigenti e, in seguito mai entrati in vigore per le altre banche. E la riprova dell’esistenza del sospetto di un inconsueto e inspiegabile accanimento, anche da parte di BCE, nei confronti dei vertici dell’istituto trevigiano, è rinvenibile nell’insistenza con la quale una nota dirigente della Vigilanza europea aveva, essa stessa, sollecitato l’adozione, solo per Veneto Banca, di parametri più rigorosi per l’individuazione delle operazioni baciate.

Ma, anche con riferimento ai c.d. crediti deteriorati di Veneto Banca è lecito prospettare non poche perplessità. Nella sua audizione in commissione bicamerale di inchiesta sulle banche, la prof.ssa Giuliana Scognamiglio ha riferito che, dopo neppure due mesi dall’insediamento dei commissari della liquidazione coatta amministrativa di Veneto Banca, era emerso che ben 800 milioni di crediti deteriorati erano stati riportati in bonis. Non essendo certo usuale che i commissari migliorino la qualità del credito dei soggetti sottoposti ad una procedura concorsuale, nasce un grave sospetto: perché mai, allora, gli amministratori hanno commesso un così evidente errore nella valutazione del credito di Veneto Banca ? E – ipotesi ancora più inquietante – si è proprio certi che, in una banca ormai allo sbando, le operazioni di trasferimento a credito deteriorato non abbiano perseguito altri scopi trasversali ? Ciò anche perché, di recente, si sono concluse alcune significative transazioni che destano non poche perplessità e che, forse, meritano qualche specifico approfondimento.

Un primo esempio è riferibile ad un’impresa di Roma con la quale Veneto Banca aveva in essere un contratto di finanziamento redatto da uno dei più importanti studi legali di Milano e che risultava inattaccabile. A quanto consta, la banca ha concordato una consistente riduzione del credito (circa 20 milioni), operando con una scelta che era stata contrastata anche da alcuni manager. Vien da chiedersi se esistessero davvero le condizioni di cui all’art. 1965 c.c., con particolare riferimento all’incertezza della situazione giuridica ed alle c.d. reciproche concessioni, oppure se l’operazione si sia risolta solo in un grazioso sconto da parte della banca.

E, con altra impresa del settore alimentare, la banca ha stralciato qualche decina di milioni a fronte di azioni della popolare trevigiana acquistate una decina di anni prima e per le quali non c’era mai stato alcun problema.

Ad un noto imprenditore veneto è stato concesso uno sconto di circa 50 milioni sul suo ingente debito, benché egli si fosse dichiarato disponibile a pagarne l’intero importo, pur nell’arco di qualche anno; ma la relativa pratica, più volte passata per il Comitato Esecutivo della Banca, era sempre stata bocciata. Anche questa operazione suona come un’inopportuna regalia, che stride con la polverizzazione dei risparmi degli azionisti.

Un’altra impresa veneta, che era stata affidata per circa 80 milioni, a fronte di garanzie ipotecarie per la quasi totalità e di garanzie personali di ingente valore, è stata – molto inspiegabilmente – inserita fra i debitori incagliati, poi trasferiti alla liquidazione coatta. Anche questa operazione corrisponde ad una scelta particolarmente singolare, perché quell’impresa era assolutamente regolare nel pagamento dei ratei del suo debito. E si ha notizia di una imminente transazione che,se sottoscritta, consentirebbe al debitore di risparmiare alcune decine di milioni. E’ allora sempre più grave il sospetto che il passaggio di molti debiti alla categoria dei NPL fosse strumentale e finalizzato a facilitare salvifiche transazioni, a beneficio di qualche eletto.

Se così è, gli autori di quella classificazione avrebbero così contribuito al depauperamento della ex Veneto Banca per almeno un centinaio di milioni; con l’ulteriore conseguenza che, se essa non fosse del tutto genuina e non rispecchiasse le reali condizioni economiche dei debitori che vi sono inseriti, si dovrebbe aprire un altro inquietante capitolo di indagini. Ma chi vorrà farlo?

E, a questo punto, sorgono alcune domande: se gli 800 milioni riportati subito in bonis, come ha riferito la prof.ssa Scognamiglio, fossero stati fin dall’origine, classificati per tali; se fosse stata evitata la frettolosa deduzione dal patrimonio di vigilanza dei 250 milioni dovute alle sospette (ma inesistenti) operazioni baciate, in base a regole mai entrate in vigore, ma comunque imposte solo a VB da Bankitalia;se BIM, di recente svenduta per meno di 30 milioni, fosse stata ceduta, quando, in epoca recente, era ancora possibile, per 560 milioni; se tutto ciò fosse avvenuto, sarebbe stato davvero necessario l’aumento di capitale per Veneto Banca? E, conseguentemente, ci sarebbe stato il disastro che poi c’è stato?

I risparmiatori traditi vorrebbero avere qualche risposta per sapere chi devono ringraziare e gradirebbero che l’impegno elettorale fosse diretto, non tanto ad implementare un inutile fondo di solidarietà, quanto a scovare, finalmente, le tante menzogne che tuttora, fra depistaggi e bugie, impediscono di capire la verità sul più grave disastro bancario del dopoguerra.

Povertà e miseria non sono sinonimi 

Nel linguaggio comune, i termini “povertà” e “miseria” vengono spesso messi insieme per definire situazioni economiche difficili, sofferenza estrema e vulnerabilità sociale. Spesso le due condizioni si compenetrano oppure quando un gruppo sociale può passare da una condizione all’altra senza soluzione di continuità oscillando come un pendolo da uno stato di povertà ad uno più grave di miseria e viceversa, tutto si protrae all’infinito senza possibilità di fermare il ritmo perpetuo del pendolo… se non con lo sparo che segna l’inizio della rivoluzione.

Tipico, in questi ultimi anni di crisi economica, il caso dei lavoratori “ubriachi” che oscillano da condizioni di precariato a periodi di disoccupazione seguiti, nel migliore dei casi, da contratti a tempo determinato dai capricci del mercato che batte i tempi della vita dei lavoratori perennemente in rianimazione, sempre a rischio di ritornare a uno stato di disoccupazione stabile: un altro modo per fermare il pendolo senza esplodere colpi simbolici.

Ma talvolta tra povertà e miseria si insinua una sottile differenza, quasi un impercettibile spazio mentale che può aprire o negare una prospettiva di riscatto sociale, quella sottile differenza che, a livello psicologico, contraddistingue i processi di “resilienza” da quelli di “resistenza”.

Ricordo che molti di noi eravamo poveri, nati in famiglie di modeste condizioni, ma non abbiamo vissuto questa situazione come una condizione di minorità. Mio padre era fiero di essere operaio, di appartenere ad una classe sociale a cui veniva riconosciuto un valore di classe lavoratrice all’interno della società. Se da una condizione di povertà possono nascere delle occasioni di riscatto, più difficile è venir fuori da una condizione di miseria dove mancano spesso non solo le risorse materiali, ma anche culturali e talvolta anche quelle morali.

Quando tutti sono poveri si è meno consapevoli della povertà, si pensa che la vita sia dura. Ma quando si può mettere su un piatto della bilancia una situazione fragile e dolorosa e su un altro la solida tranquillità del vicino, si prova un sentimento di ingiustizia e di umiliazione. L’ingiustizia è meno penosa perché permette l’indignazione, la protesta verbale e la manifestazione fisica, mentre l’umiliazione spinge a nascondersi, a ritirarsi, a vergognarsi, a non combattere.

Bisogna lottare contro la povertà, che è soprattutto assenza di speranza e di stima da parte di altri con cui possono essere condivisi valori proiettati al futuro. Tu quando hai perso la speranza? E quando hai ripreso a sperare? Rispondiamo a queste domande e riappare la stima. La marginalità è non avere nessuno che ci stima: è non stimarsi, ossia non avere la stima di sé. Incontrare la sofferenza delle persone, sempre più disperate e isolate, significa dunque restituire la speranza e l’appartenenza.

Una ventina di anni fa un sociologo francese, Pierre Bourdieu, raccolse una serie di interviste ai nuovi “miserabili” delle grandi città francesi e della provincia: non erano più i miserabili ottocenteschi di Victor Hugo; piuttosto, erano persone normali che, con la crisi dello stato sociale, l’inizio della globalizzazione e le trasformazioni della classe operaia quando le prime fabbriche cominciavano a chiudere, si ritrovavano prive delle tradizionali risorse, quindi costretti a far fronte alla loro resilienza per adattarsi a un mondo mutato: l’ex operaio che decide di diventare, con molte difficoltà, lavoratore autonomo, la casalinga che arrotonda facendo le pulizie nelle case dei ricchi, il manovale che comincia a fare il “doppio lavoro”, lo studente che fa il cameriere la sera per pagarsi gli studi, e così via… Erano tutte figure emergenti di questo nuovo mondo che viviamo oggi, un mondo di precari e gente costretta a far fronte alla propria adattabilità per vivere (e sopravvivere). Non straccioni quindi, bensì gente d’ogni giorno, in cui ciascuno di noi può riconoscersi. Non avrebbe avuto senso, quindi, parlare di “nuovi miserabili”, piuttosto Bourdieu scelse come titolo del suo libro “La miseria del mondo”, giacché appariva già chiaro come la miseria non fosse un attributo dell’individuo, bensì una caratteristica della sua condizione sociale.

Riuscire per gli impoveriti e i declassati (il ceto medio impoverito di oggi) a prendere coscienza della propria condizione, a rifiutarla e trasformarla, a contrastare la “miseria del mondo” è il gesto più nobile che oggi si possa pensare.

Angelo Santoro