Coup de théâtre, banche “truffate” dagli azionisti

Non è facile riconoscere i propri errori, ma io lo debbo fare assolutamente, e con il capo cosparso di cenere mi presento al cospetto delle banche e dei banchieri per chiedere perdono.

La mia ostinazione nel ritenere che fossero loro i “truffatori” era fuori luogo, e fuori posto, perché in realtà sono coloro che ritenevo le vittime ad approfittarsi di queste povere “bestie” di banchieri. Loro, i banchieri, pascolavano serenamente nella praterie dei risparmi che gli erano stati messi a disposizione dai clienti, i quali – in realtà – volevano trarli in inganno con bilanci taroccati e preventivi falsi per farsi finanziare gli immobili al doppio di quanto effettivamente venivano pagati.

E le “azioni” delle banche sono sempre state vendute a prezzi più che onesti, il gioco al rialzo lo hanno sempre fatto i clienti/risparmiatori per accaparrarsi i titoli degli istituti di credito sotto casa – e vantare al Bar che ne erano diventati proprietari. Una ostentazione di ricchezza che hanno pagato a caro prezzo i correntisti, quasi si fossero dimenticati dei sacrifici che avevano fatto per accantonare i proventi – spesso del duro lavoro “nero”.

I banchieri hanno subito quasi l’aggressione di un intero popolo di risparmiatori entusiasta, che già alle primi luci dell’alba aspettava fuori della filiale per sottoscrivere azioni, obbligazioni, insomma, – quello che c’era -, e non voleva sapere neanche il prezzo pur di ottenere il privilegio di possederne un numero rilevante.

Ma nessuno di loro era disposto ad ascoltare le parole disinteressate dei direttori delle rispettive filiali che invece raccomandavano prudenza, e qualcuno addirittura suggeriva di non comperarle nemmeno – le azioni. E lo facevano consapevoli di rischiare il proprio posto di lavoro. Molti funzionari di sportello erano dei Santi, altro che approfittatori, sono i clienti che parevano invasati, un po’ come era successo ad un politico qualche tempo prima – che esultando con un amico aveva detto “finalmente abbiamo una banca”!

É la mania di grandezza del nostro popolo di risparmiatori che si è eutanasiato, altro che responsabilità dei banchieri, i quali, invece, hanno addirittura perso la voce per gridare al vento di non acquistare così tante azioni, e perfino raccomandavano di essere parsimoniosi e prudenti. Ma loro, i lavoratori, per troppo tempo avevano messo i soldi sotto il materasso, ed erano pure rimasti dietro una pressa, o a mungere le mucche. Ora, diventati “azionisti” non potevano certo resistere alla tentazione di darsi del tu col “collega” banchiere.

Accidenti, da mugnaio a finanziere, chi lo avrebbe mai detto! La storia che raccontiamo è vera, altrimenti non si spiega per quale motivo i novelli banchieri – peraltro in molti casi senza più banca e risparmi – non hanno mai reagito nei confronti di quel sistema bancario che qualche volta accusavano a bassa voce di averli truffati… tutte balle. Si, tutte balle, perché se fosse successo davvero che i banchieri cicala si stessero arricchendo a spese dei risparmiatori formica, questi ultimi avrebbero dovuto protestare vivacemente direttamente contro i direttori “incantatori”.

Invece, dopo lo schianto del sistema bancario italiano li hanno giustificati, promossi, e pagato a peso d’oro le buone uscite (dei banchieri). Mentre i novelli esaltati del gioco della speculazione azionaria, immaginando fosse la stessa cosa che far pascolare le pecore, si sono rovinati. Ma come si dice, un vero signore si vede al tavolo verde, forse è per questo che i risparmiatori hanno fatto, e fanno, finta di nulla!

Angelo Santoro

Un vulnus l'”Intesa” con le due banche venete

Una strada perigliosa si è aperta con l’aiuto dello Stato alle due banche venete, perigliosa perché si è deciso di intervenire su due istituti “privati” in difficoltà utilizzando i soldi dei contribuenti. La motivazione è stata la impellente necessità di tutelare sia il risparmio che i posti di lavoro. Trovo encomiabile tutto questo, ma perché, allora, non aiutare tutti coloro che i soldi li hanno persi prima, mi riferisco gli azionisti che avevano ancora acceso il lumicino della speranza nonostante il valore delle loro azioni fosse sceso da 60€ a 10 centesimi.

Non entriamo minimamente in merito a quei tecnicismi finanziari creati ad arte che forse non sono chiari neppure a coloro che li hanno progettati; talmente cervellotici per quanto incomprensibili, perché nel torbido, come si suol dire, si pesca meglio. In realtà è solo l’intreccio di interessi di una élite finanziaria che gioca a Risiko con i soldi dei risparmiatori, dove quando si vince, vincono loro, e quando si perde, perdiamo noi.

Ma di cosa ci meravigliamo, i popoli della terra si sono sempre fatti la guerra per i quattrini, e noi ci preoccupiamo perché banchieri e finanzieri fanno i prestigiatori con i nostri risparmi? Invece, pensate a quanto siamo fortunati rispetto ai Paesi che vengono bombardati prima di essere depredati delle loro ricchezze! Quello che non capiamo è la sadica necessità di aggiungere parole inutili a fatti evidenti.

Due aziende private – come le due banche venete – sono state utilizzate come un bancomat perché un gran numero di persone diventassero più povere (gli azionisti delle ex popolari) a vantaggio di altre che hanno accresciuto le loro ricchezze (gli azionisti di Intesa). Ma quali alchimie finanziarie, sono solo dei “truffatori” i funzionari che scientemente hanno venduto le azioni “fantasma” alle persone che si fidavano di loro da una vita.

Ora siamo arrivati al finale dei fuochi artificiali, non piazzano più una singola azione per volta, ma interi istituti di credito, vendendone la storia nei mercatini delle cianfrusaglie al solo scopo di trarne profitto. Nessun atto di altruismo, e di nobiltà in queste operazioni, ma solamente squallide speculazioni. Parlavamo di strada perigliosa perché convinti che le associazioni dei consumatori manifestassero – tutte insieme – la loro immediata indignazione a quanto è successo.

Pensavamo che i 1.666 lavoratori di Almaviva, per fare uno dei tanti esempi, si ribellassero perché lo Stato non li ha protetti, come invece stanno proteggendo i dipendenti delle due banche venete che verranno accompagnati all’uscita dal lavoro con un comodo e progressivo atterraggio. A proposito di atterraggio, un po’ come è successo per Alitalia. In questo senso strada perigliosa, e anche pericolosa quando il popolo delle “formiche” deciderà di ribellarsi alla banda delle “cicale”!

Le elezioni sono ormai alle porte, e non escluderei che in Italia possa arrivare quel populismo che Paesi come l’Austria, l’Olanda e la Francia hanno evitato per un soffio.

Veneto banca: voliamoci sopra!

Sembra che l’asta delle banche venete sia stata aggiudicata ad un euro con i soldi dello Stato. Dico sembra perché solo dopo l’approvazione definitiva del Parlamento – l’intesa sarà definitivamente intesa. Qualche notizia su chi ci siamo impegnati ad aiutare.

Si parla molto di Veneto Banca, un po’ meno della Popolare di Vicenza, meno ancora di MPS e se non fosse stato per il libro di Ferruccio De Bortoli ci saremmo dimenticati perfino di Banca Etruria.

Il collasso delle banche di casa nostra non è risolto, ma peggiorato. Ora la domanda è: perché proprio Veneto Banca è nel centro del mirino? Capire di queste cose è impossibile per gli esperti e addirittura per Banca d’Italia, figuriamoci per noi mortali. Però due considerazioni le possiamo fare, nel senso che ora si accusano i vecchi amministratori, invece, stranamente, non si fa cenno dei nuovi.

Nuovi si fa per dire perché sono al loro posto da oltre cinque anni, e non avendo denunciato i precedenti amministratori sono evidentemente complici, oppure talmente impreparati che non si sono accorti nemmeno delle situazioni più eclatanti. Nel caso specifico non ci riferiamo ad acquisti immobiliari, opere d’arte o affidamenti deliberati con leggerezza, ma all’emblema di quella banca, che unico caso in Italia ha comperato cash un’aeroplano, così come Mario Brega, il noto macellaio rappresentato nei film di Verdone, aveva acquistato la catena d’oro massiccio che portava al collo.

In questo caso l’accusa per Veneto Banca è di “ostentazione”, perché nessun istituto di credito si è mai sognato di comprare un aereo, ma non perché non lo utilizzino, trovano solo più conveniente affittarlo quando occorre! L’acquisto – in quel momento – rappresentava davvero quel Mario Brega che alla catena aveva aggiunto pure due etti di Rolex d’oro al polso: tanto per sottolineare il successo della sua macelleria. Una differenza però c’è, nel senso che il Brega spendeva i suoi soldi, Veneto Banca quelli degli azionisti.

Gli amministratori della banca di Montebelluna non sono stati mai giudicati per i loro comportamenti etici, morali, e in special modo per le loro competenze amministrative. L’educazione delle persone è strettamente legata alla capacità d’impresa, si vede attraverso le piccole cose in quanto tutti sono capaci di impegnarsi per un grande obiettivo, ma pochi sono attenti a quei particolari che fanno la differenza. Per esser più esplicito, non puoi essere composto a tavola solo quando sei invitato al Rotary, e ruminare quando sei a casa.

Sono tanti gli amministratori di banca che hanno ruminato, e ruminano, mi raccontano che alcuni di loro hanno gareggiato con Mario Brega…e vinto! L’aereo è la chiave di volta nel giudicare i comportamenti di chi ha amministrato l’istituto Veneto, la banca che ha messo sul lastrico oltre 100.000 risparmiatori azionisti, le imprese e le famiglie del territorio, l’economia di una regione considerata una grande risorsa del Paese… Volandoci sopra!

Angelo Santoro

Banca Etruria… come Mario Chiesa

Siamo alle solite, fari accesi sui carnefici e nessuno parla delle vittime. Ci riferiamo ad anni di attenzioni riservate agli istituti di credito in difficoltà fino ad arrivare al Decreto Salva Banche, per approdare al salvataggio di banca per banca.

Dopo banca Etruria, il Mario Chiesa dell’intreccio di interessi privati che ha portato a scoperchiare il vaso di Pandora, e indossato gli stivali delle sette leghe siamo arrivati ad oggi: le banche venete. Le banche venete pronte ad essere salvate per la cifra simbolica di un euro da banca Intesa. Ed è così, all’italiana, che banca dopo banca le salveremo tutte, metteremo a loro disposizione psicologi, un sistema sociale che aiuterà queste strutture a rialzarsi e pure il sacerdote – che dopo averle confessate concederà loro il perdono.

E le vittime, cosa ne facciamo delle vittime? Parliamo di un terzo delle imprese fallite per la revoca dei crediti; della maggior parte delle famiglie della media borghesia, e della classe operaia che ormai vive stabilmente sotto la soglia di povertà. Ci riferiamo ai risparmiatori brutalmente “truffati” dalla vendita di azioni fantasma, e dei posti di lavoro distrutti da questa immensa incapacità di amministrare la maggior parte delle banche italiane che venivano spacciate come le migliori del mondo.

Accidenti se a nessuno è mai venuto in mente di ricordare che sono i risparmiatori italiani i migliori dei mondo, esattamente i secondi dopo il Giappone. Abbiamo permesso ad un branco di cialtroni di gestire le nostre vite economiche fino a distruggerle. Ed ora esultiamo perché vengono salvati i posti di lavoro dei banchieri, oltre ai compensi milionari di consigli e consiglieri di amministrazione, e le vittime? Chi parla delle vittime? Chi penserà alle vittime? Chi aiuterà le vittime a ricostruire la loro vita? O verranno abbandonate a se stesse, come peraltro già è stato fatto?

Eppure sono molti i funzionari di banca che hanno commesso i “delitti” e che sono stati presi con la pistola fumante in mano, – ma il sistema ha le sue regole -, quello di non denunciare, e cacciare i responsabili dei misfatti, dicono che lo fanno per discrezione, per salvaguardare il buon nome degli istituti di credito. Risolvono i processi interni velocemente chiedendo le rispettive spontanee dimissioni, e perfino comprano il loro silenzio con liquidazioni milionarie. L’onore è salvo, allora?

Spero di no, spero proprio che la Commissione di inchiesta sulle banche potrà chiarire, scavare, partire dall’origine del male individuata nel Mario Chiesa del sistema bancario italiano, alias banca Etruria, e scardinare quell’intreccio di porcherie che ha distrutto un terzo della piccola impresa italiana.

Perché amnistiare i segnalati alla “Centrale Rischi” 

In sintesi, si viene “scarcerati” dalla Centrale Rischi se entro due anni si estingue il debito, una volta pagato diventi ex debitore e torni all’aria aperta, libero! Il punto è che il tuo “reato” non si potrà mai cancellare dal casellario giudiziario dell’universo bancario, le fila delle cui  marionette sono tirate dai pupari della Banca d’Italia.

In special modo la mia osservazione trova riscontro nella contemporaneità, dove in rete nulla sparisce. Quindi, nella migliore delle ipotesi accanto al tuo nome, nell’istituto di credito dove hai contratto e poi pagato il debito, apparirà nei secoli a venire il tuo nome con accanto scritto che hai scontato la tua “pena”. E chi volete che dia più credito ad una persona che è finita in “carcere” anche se ha pagato il suo debito con la giustizia bancaria? Per i condannati dei reati penali una volta espiata la colpa ci sono i servizi sociali che ti assistono, e magari ti aiutano a trovare un impiego, ma il mondo delle banche é spietato, non ti accetterà mai più come cliente, tantomeno ti concederà un credito, e perfino un blocchetto di assegni.

Non vedere questa ovvietà è da persone in malafede, peraltro sono quelle le stesse persone che ti hanno indotto a delinquere quando ti corteggiavano come meretrici perché tu accendessi un mutuo. Pagare un debito d’onore è doveroso solo per mettere in pace la tua coscienza, certo non per riconquistare la tua credibilità. Quando eravamo nell’era del cartaceo (prima della rete) forse era ancora possibile – con qualche accortezza – tornare vergini, ma oggi è impossibile perché la società di ultima generazione osserva ogni tua mossa passata e presente che influenzerà a vita il tuo futuro. Dunque, meglio non pagare; inutile fare lo smargiasso come Totò in un vecchio film – “47 morto che parla” – dove diceva: “E io pago!”.

Oltretutto per pagare, ammesso che tu sia così pazzo, bisogna lavorare e guadagnare. Ma se sei finito nella Centrale Rischi è perché hai perso il lavoro, o peggio sei fallito; ergo, sostenere che se paghi il tuo debito entro due anni ne esci,  è davvero un’ipocrisia, oppure un’imbecillita (la seconda ipotesi mi pare più veritiera). È del tutto evidente che se non “rubi” non potrai mai più pagare il tuo debito con la banca, anche se un’altra soluzione qualche spregiudicato funzionario di banca sembra che ogni tanto la suggerisca ai più sprovveduti: quella di indirizzarli dall’usuraio! Una professione antica oggi praticata da insospettabili, persone che non vivono ai margini della società, ma ne sono protagonisti.

La conclusione che vado predicando da quattro anni, – se ci fosse un mix tra capacità di fare impresa e lungimiranza, senza attingere nel cassetto dell’ipocrisia -, è la cancellazione dalla Centrale Rischi di ogni famiglia e impresa rivalutata per le rispettive storie di onorabilità nei singoli istituti di credito, con una “Amnistia Finanziaria” che assolutamente non annulla il debito, ma permetterebbe al debitore di riappropriarsi di quella verginità che lo aiuti a ritrovare una qualsiasi attività. Questo è l’unico modo perché la banca possa avere la speranza che il suo credito pregresso venga pagato.

Inoltre, permetterebbe una oggettiva ricollocazione lavorativa da parte di chi oggi è forzatamente disoccupato, e il conseguente gettito fiscale che darebbe respiro alle casse dello Stato. Altrimenti, tra virgole, “imbecillità” e distinguo, continueremo a parlarne all’infinito della “Centrale Rischi” senza mai cavare un ragno dal buco, quello stesso buco che rimarrà nella pancia delle banche, e nello stomaco di chi è fallito o disoccupato a causa della crisi provocata dai consanguinei dei banchieri: la finanza! 

Lascio il dibattito alle “iene” che si affollano sempre più numerose, e con l’inganno, fuori dalle abitazioni dei feriti a morte per succhiare loro gli ultimi risparmi di vita.

Aziende falciate dalla crisi: tutto OK per Bankitalia!

Importante è essere ottimisti, Banca d’Italia sostiene che non tutti i mali vengono per nuocere, quindi se un terzo delle aziende italiane sono fallite a causa della crisi quelle rimaste sono le più capaci, non c’è nulla di cui preoccuparsi, tutto bene!

Un po’ meno bene nel Sud del Paese dove ne sono fallite di più, ma la sintesi dell’accaduto è stata positiva per l’Istituto di Palazzo Koch, perché la “peste” che ne ha fatto strage ha reso più forti quelle sopravvissute: almeno queste sono le conclusioni degli esperti che affiancano il Governatore Ignazio Visco.

Nessun cenno alla situazione delle piccole imprese condannate dai responsabili degli istituti di credito in generale, e di alcuni di loro in particolare, che peraltro erano stati chiamati preventivamente a fare parte dei plotoni di esecuzione. Insomma, è un po’ come dire: “meno male che è morta la nonna, così abbiamo liberato le risorse che le servivano per le cure mediche, finalmente possiamo andare al mare e mandare il nipotino all’università!”

Un grande grafico con le bandierine colorate è stato esposto durante una recente relazione di Bankitalia; sembrava che che da un momento all’altro dovesse palesarsi Emilio Fede esultante per la vittoria di Forza Italia alle elezioni regionali del 2000, lo ricordate? Invece, in maniera puntuale e precisa visualizzavano con freddezza dove vi è la maggiore concentrazione di aziende “cadaveri” lungo lo Stivale. Alla fine è emerso che la maggior parte di quelle decedute, è concentrata nelle regioni meridionali, mentre in quelle del Nord la percentuale dei decessi aziendali, è accettabile.

Accettabile sembra un termine che ho sentito recentemente in un film americano, dove la trama era riferita ad un numero di morti civili “accettabili”, rispetto a quelli che si sarebbero salvati con il sacrificio…dei condannati.

Dunque, le aziende italiane sterminate dalla crisi erano un pericolo? Beh, in un certo senso si, perché con la loro agonia avrebbero continuato a drenare le risorse economiche delle banche, e quindi degli italiani visto che ormai il Governo contribuisce generosamente a sostenerle. Ora, non abbiamo ancora capito se interviene per mantenere in vita i posti di lavoro, i compensi milionari degli amministratori, o cosa… Però contribuisce in maniera sostanziosa: ricordiamo bene i 20 miliardi deliberati dal Governo per il Decreto Salva Banche.

E per tutti i dipendenti delle piccole imprese fallite, e le famiglie coinvolte di conseguenza cosa fa? Come cosa fa? Nulla, non sono mica banchieri…loro! Questa è stata la risposta di un politico a cui ho posto la domanda sull’argomento!

Angelo Santoro

I tre comandamenti di ABI… altro che dieci!

1* comandamento: non prestare mai la tua carta di credito e il tuo bancomat;

2* comandamento: non prestare a nessuno il tuo blocchetto di assegni;

3* comandamento: se ti chiedono 100€ con la promessa di restituirtene 500 il giorno dopo, non ti fidare!

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Mosè salì sul Monte Sinai e ricevette da Dio i Dieci Comandamenti. Certo, erano altri tempi, oggi noi siamo molto più fortunati perché senza scalare le montagne possiamo aspettare seduti in poltrona che i telegiornali leggano per noi – i tre comandamenti di ABI – per non essere truffati dei nostri soldi dai malintenzionati. Ebbene, non è uno scherzo, nella edizione del TG2 delle ore 13 di domenica 21 maggio, veniva riportato questa notizia ufficiale dell’Associazione Bancaria Italiana.

Purtroppo, è tutto vero! Purtroppo nel senso che il mio sconforto, peraltro già latente, è stato totale; mi sono sentito un cretino, quale sono, per aver dedicato gli ultimi anni della mia vita a lottare contro i funzionari di banca per denunciare gli abusi e i soprusi effettuati nei confronti dei risparmiatori. Io pensavo di battermi con degli abili “giocolieri” della finanza, che legalmente facevano i loro “luridi” interessi a scapito dei correntisti. Invece, subito dopo aver ascoltato il notiziario ho capito che molti di questi umanoidi sono “cretini” e, di conseguenza, ci trattano da loro pari.

Cari azionisti raggirati da alcune primarie banche italiane, ma quando vi proponevano l’acquisto delle azioni come la miglior forma di investimento per la vostra vecchiaia, non vi siete accorti, che so’, magari di uno sguardo strano o di un comportamento anomalo? Guardavano in alto come per trovare l’ispirazione giusta prima di pronunciare il giuramento dell’affare che vi stavano per proporre? Accidenti, possibile che nessuno di voi non si sia reso conto che non erano “normali”? Chi sa, parli! Diceva un noto parlamentare italiano, riferendosi alle atrocità del dopoguerra!

Qualche appunto lo faccio anche agli ispettori della Banca d’Italia, che girano in lungo e in largo il Paese per controllare la serietà del comportamento di alcune banche sospette. Ma Santo Iddio, se erano “sospette” dovevano prestare maggiore attenzione: ma dove avevano la testa, anche loro?! I tre comandamenti di ABI sono l’affronto più grande alla intelligenza delle persone, una offesa gratuita e imperdonabile perché rivolta a tutti quei cittadini che per colpa di tanti istituti di credito – associati all’ABI – hanno perso risparmi, azienda e lavoro. Va bene tutto, per carità, ma non quello di essere presi per i fondelli, e siccome fa anche rima: cacciate Patuelli! (Presidente di Associazione Bancaria Italiana).

Angelo Santoro

Banchieri e curatori di musei: titoli a confronto 

Prendiamo spunto dalla sentenza emessa dal tar del Lazio, che nei giorni scorsi ha cancellato gli incarichi di alcuni curatori di musei che si erano illusi di aver vinto i rispettivi concorsi. Si illudevano, poveretti, perché non avevano capito che erano in Italia, dove nulla é certo. I Giudici nella sentenza hanno riconosciuto ai ricorrenti di avere più titoli dei colleghi concorrenti europei che avevano presentato la domanda, e vinto i rispettivi concorsi. Dunque, i titoli; l’esempio che facciamo è degli ultimi giorni, quindi ancora presente nell’informazione.

La stessa cosa vale per qualsiasi altro posto pubblico, pensate che per lavorare part time nella biblioteca di un piccolo paesino i ragazzi fanno a gara per presentare i titoli richiesti dai comuni. Insomma, lo Stato giustamente richiede che ad ogni ruolo assegnato corrisponda un curriculum adeguato. Questo vale anche per l’impresa privata e la grande impresa, delle multinazionali non ne parliamo neanche: sono tutti molto attenti e scrupolosi nel valutare i titoli accademici.

Il risultato finale non sarà il migliore del mondo ma almeno lo Stato, e le aziende, si assicurano che le basi di partenza per fare esperienza siano di alto livello, o comunque il più alto possibile. In sostanza, i titoli da sempre sono indispensabili dappertutto, anche se dobbiamo riconoscere che nel nostro Paese sono state fatte molte eccezioni per parenti, e amici degli amici. Ma la madre di tutte le eccezioni in italia è stata riservata per la casta dei banchieri, una parte rilevante dei quali non ha titoli adeguati per gestire le decine di miliardi dei risparmiatori italiani…e il risultato si è visto nel Decreto Salva Banche!

Alcuni possono vantare un lungo servizio di sportello, è vero, ed è vero anche che una parte di loro ha iniziato come fattorino, questo e’ onorevole, ma per qualcuno è diventato il lasciapassare per accedere in quesi prestigiosi consigli di amministrazione che intervengono attivamente sulla vita economica del Paese.
Sarebbe come se dopo una lunga attività da portantino in ospedale fosse permesso accedere nelle sale operatorie con il bisturi in mano e aprire pance. Ecco, ai moltissimi banchieri senza titoli, negli ultimi vent’anni, abbiamo permesso di “aprire pance”.

Alla fine, anche per la mancanza di titoli accademici, il sistema bancario italiano di ultima generazione è crollato e, ahimè, ha costretto lo Stato ad intervenire per evitare il fallimento di molti istituti di credito.

Nonostante tutto questo però nessun bancario in possesso di quei titoli accademici, e costretto nelle retrovie della banca, è mai ricorso magari al Tar del Lazio, piuttosto che alla Banca d’Italia per fare valere i propri titoli e le proprie ragioni, come é successo per i curatori dei musei.

Che strani questi arroganti banchieri, dopo aver distrutto il sistema economico italiano, e conseguentemente delle famiglie e delle imprese, si sono cambiati di posto come giocassero ai quattro cantoni, e con la compiacenza della Banca d’Italia e della BCE, in molti casi, sono stati promossi con relativi aumenti di compensi già milionari, e benefit. Mah, segreti, magheggi e misteri del sistema bancario italiano.

Angelo Santoro

Viviamo in un epoca
di forti contraddizioni 

Da decenni si assiste a un inarrestabile crescita del livello medio d’istruzione della popolazione: l’analfabetismo è un problema pressoché debellato nelle società occidentali, mentre il numero dei laureati è raddoppiato dagli anni Sessanta ad oggi. Questo fattore, unito alle nuove disponibilità tecnologiche potrebbe liberare un potenziale enorme. Ci riferiamo alle inedite e straordinarie capacità di partecipazione alla vita democratica della collettività che le tecnologie e l’ “intellettualità di massa” consentono. Molte forze politiche in Europa hanno in questi anni insistito affinché si potessero definire nuovi strumenti di partecipazione democratica – ad esempio, attraverso forme di democrazia diretta o di partecipazione “oltre i confini della rappresentanza” -, che si avviassero processi democratici finalizzati ad estendere ed allargare la partecipazione dei cittadini.
Sappiamo come è finita: la maggior parte di questi programmi sono rimasti semplicemente “parole d’ordine”. Le forze politiche che le promuovevano, una volta entrate nelle istituzioni hanno fatto ben poco in questa direzione. Rimangono riferimenti, più populisti che effettivamente programmatici, alla “democrazia diretta”, ma solo quando c’è da aizzare il malcontento popolare contro qualche azione autoritaria dei governi. In realtà, la popolazione fa esperienza di una vera e propria contrazione delle possibilità di accesso, per cui persino i referendum anti-governativi che si sono vinti – il caso dell’acqua “bene comune” in Italia o il referendum “anti-troika” in Grecia – sono poi stati bypassati dalle forze governative o dichiarati illegittimi, a fronte delle “responsabili” decisioni internazionali e del mantra “Ce lo chiede l’Europa!” o, di quello ancora meno ambiguo che dice : “ce lo chiedono i mercati!”

Del resto, i governanti possono dormire sonni tranquilli. Perché, pur continuando a persistere questa contraddizione, loro stanno facendo il possibile per creare sempre maggiori barriere all’accesso per gli studenti che volessero studiare all’Università ma non hanno abbastanza soldi. Il ritorno all’Università “di classe” quella, per capirci, nella quale solo chi era “borghese” poteva studiare è la miglior garanzia affinché i poveracci restino ignoranti e, sul piano dei diritti e delle tutele del lavoro, più ricattabili e sfruttabili. Dimenticavo, il lavoro! Non sia mai che al figlio del manovale, finita la facoltà di giurisprudenza o medicina, voglia fare l’avvocato o il medico!

Quanto all’uso della rete, meglio che il popolo si rincoglionisca coi “social”, unico spazio in cui è consentita e viene sfogata l’indignazione. Intanto Facebook capisce quali sono i gusti delle persone e fa ricerche di mercato… per i Governi e le Multinazionali.

Abbiamo accennato al questione del “lavoro”. Ebbene, oggi si lavora sempre di più, ma sempre meno si percepisce reddito. Che tu sia un precario, libero professionista, lavoratore autonomo, prestatore d’opera, co.co.pro, co.co.co e perfino “co.cco.dé”, puoi star sicuro che i soldi che percepirai corrisponderanno solo in minima parte all’attività svolta. Perché? Per capirlo facciamo un passo indietro. Un tempo esisteva in Europa il lavoro operaio. Anche se non eri propriamente un operaio, ma un impiegato o un addetto ai servizi, il tuo lavoro dipendeva però dalla centralità economica della fabbrica. Si trattava di quella che gli chiamano “economia reale”, proprio per distinguerla giustamente da quella “roba” speculativa che sono i mercati finanziari. Ecco, un operaio, un bracciante o un impiegato lavoravano otto ore al giorno, come da contratto sindacale, per ottenere una paga dignitosa. Il “padrone” doveva ovviamente ricavare il suo profitto dal lavoro dei “dipendenti” che correttamente percepivano una paga certa per il lavoro che svolgevano. Certo, l’unione dei lavoratori, la loro sindacalizzazione, la possibilità di far sciopero, di sabotare e bloccare la fabbrica era una jattura per il padrone. Quindi, meglio delocalizzare all’estero dove il costo del lavoro è più basso. Et voilà, ecco la  “mitica” globalizzazione, da quel momento la parola d’ordine, con i sindacati confederali in “ferie” è indebolire il potere degli operai… che in cambio hanno guadagnato la possibilità di lavorare part-time, ma con turni anche di 12 ore consecutive, dentro un call-center, comodamente accomodati su uno sgabello “precario”.

In fondo è come essere ritornati allo stato primordiale: nella savana sopravvive il predatore più forte e che corre più veloce. Ecco, in questa giungla ogni giorno, quando ci svegliamo, dobbiamo andare a procacciare il reddito, proprio come i nostri antenati predatori.

Scusate – potrebbe chiederci stizzito qualcuno più scaltro – ma state sostenendo che era meglio alzarsi la mattina alle cinque e stare tutto il giorno dietro a una pressa di una catena di montaggio per poi tornare a casa e non avere neanche la forza di mangiare o fare l’amore? Certo che no! Il lavoro dell’operaio in fonderia, nonostante il salario sicuro, era una piaga, una condizione appena superiore a quella della schiavitù.

Quando la tecnologia accorre a liberare l’uomo dalla fatica e dalla sofferenza è sempre una manna dal cielo, una liberazione. Ma l’uscita dal regno delle necessità materiali non c’è stata corrispondenza all’ingresso nel regno delle libertà. Eppure oggi, grazie all’impiego delle tecnologie automatiche, unito all’uso di apparati informatici e digitali ha aumentato a livello esponenziale la produttività, quindi la ricchezza generale.

Proviamo a seguire un ragionamento. Se negli anni Cinquanta cento operai producevano, con le tecnologie a disposizione, in una giornata quattro automobili, oggi lo stesso numero di automobili possono essere prodotti in due ore da dieci operai. Così, lo stesso per tutti i beni, le merci e i servizi di cui abbiamo bisogno. Le capacità produttive sono aumentate a dismisura, grazie soprattutto alle conoscenze scientifiche e tecnologiche sviluppate, eppure a questo non è seguito una riorganizzazione del lavoro e dei processi produttivi. A questo processo è seguito solo un aumento della disoccupazione, della precarietà, degli orari di lavoro, dello sfruttamento e della povertà. Ma com’è possibile? – ci chiederà ancora il nostro amico. Semplice, si chiama “new economy”, la concentrazione dei profitti e delle rendite è passata nelle mani di pochi privilegiati, infatti il 10 percento  della popolazione europea possiede il 90 percento della ricchezza.

E dire che potremmo vivere felici, lavorando tutti appena due-tre ore al giorno e godendo dei frutti di quel lavoro, per poi dedicarsi alle attività che più ci aggradano! Invece, lavoriamo anche dieci ore al giorno: addirittura si va sempre più sovrapponendosi il tempo di lavoro con il tempo libero, tant’è che c’è chi non stacca mai dal telefono o dal tablet con il quale lavora. Ma lavoriamo facendo cosa? Quanti di voi fanno un lavoro materiale, di quelli di una volta? Ad aumentare non sono solo precarietà e disoccupazione, ma è proprio il lavoro “improduttivo”.

Si è detto che la produttività e la ricchezza dipendono, oggi più che mai, dalle nuove tecnologie unite all’applicazione dello sviluppo scientifico. Eppure, che si tratti dello Stato o di un’azienda importante, s’investe sempre meno in “ricerca e sviluppo”? Che si abbia forse paura della forza dei “cervelli” e del loro potere di sganciarsi dai condizionamenti e dai vincoli imposti da quei pochi di cui si diceva e  di rendersi, finalmente, liberi? Si ha paura, forse, che una volta acquisita consapevolezza del potenziale della scienza, assieme ai dieci operai rimasti e all’esercito di precari e disoccupati, possano coalizzarsi per organizzare una “rivoluzione”, e fare a meno di speculatori, politici e parassiti?

Per questo, per arrestare la forza dei “cervelli” e scongiurarne il pericolo i “parassiti” preferiscono indurli alla “fuga”.

Il progresso tecnologico e scientifico ha liberato un potenziale enorme di ricchezza non solo dal punto di vista della liberazione del tempo, ma anche dalla liberazione dal lavoro. Pensiamo a tutti gli investimenti che potrebbero essere fatti, mentre in Europa ne vengono fatti pochissimi in campi del tutto nuovi, come ad esempio nelle energie rinnovabili. Intanto, nelle Wall Street del mondo, tra una tirata di coca e una “giocata” si continuano a fare le guerre per il petrolio.

Abbiamo puntato i riflettori sulla modernità, una modernità, per esempio, che permette alla grande distribuzione di esercitare un potere “Divino”: al posto del vecchio alimentari del quartiere, dove mio nonno prendeva il pane e il salame, oggi sorge un grande supermarket, un centro commerciale. E in questo immenso supermarket, abbiamo la fortuna di trovare per merito della mitica globalizzazione, pomodori prodotti in Cina e inscatolati in Romania. E mio nonno, da villano qual era, comperava i pomodori dall’ortolano proprio dietro casa. Che provinciale! É questa la bellezza della modernità?

Parliamo di pupi, mai dei banchieri pupari

In Sicilia il puparo è chi muove i pupi, il proprietario del teatrino che fa ballare le marionette a piacimento, raccontando le storie più avvincenti che rapiscono la fantasia dello spettatore.
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In Italia parliamo di tutto e di tutti, ma il crocevia della notorietà passa attraverso l’avviso di garanzia. Ecco, quando arriva ti sparano addosso i riflettori al punto che in un baleno diventi talmente famoso che perfino scrivi libri e ti esibisci nelle passerelle televisive, se poi dalle verifiche giudiziarie ne esci indenne, l’opinione pubblica ti attribuisce le stigmate come fossi un Santo. A proposito di Santo, spesso a sproposito viene sbattuto in prima pagina anche il Vaticano per traffici sospetti di denaro.

Più di rado sono apparsi all’orizzonte – nel bene e nel male – i banchieri guadagnandosi un posto nella storia: un esempio del bene, Guido Carli, e uno del male, Michele Sindona. Vero è che il più puparo in assoluto è stato Tomasi di Lampedusa, lui sì che ha segnato i tempi del “potere”, quel potere consapevole che senza il popolo su cui esercitarlo sarebbe valso nulla: il principe concedeva pane e speranza, ma mai lo avrebbe ucciso (il popolo)!

Dunque, I pupari, sappiamo che ci sono perché altrimenti non esisterebbero le marionette, solo che i pupari di periferia non li abbiamo mai visti in faccia, tantomeno abbiamo mai pensato di mettere in discussione il loro operato, tanto siamo affascinati dalle storie che fa raccontare ai suoi “pupi”. Benvenuti nel mondo dei banchieri de noantri, gente losca che tiene sotto ricatto l’uomo italico, chi per debiti, chi per le sue ricchezze di dubbia provenienza, in ogni modo a nessuno conviene essere così imprudente da sbatterli in prima pagina.

Infatti, sono anni ormai che nelle case delle persone perbene del ceto medio italiano ascoltiamo le nefandezze dei funzionari degli istituti di credito, l’unica cosa che è stata fatta è quella di denunciare i nomi delle banche (i brand), ma mai i nomi e cognomi dei banchieri che le hanno amministrate. In un modo o nell’altro, nessun cittadino italiano, colpito con violenza dai banchieri, ha mai denunciato lo “stupratore”. Eppure le truffe della vendita delle azioni fasulle di molte banche è provata; eppure clienti indirizzati dallo strozzino dietro l’angolo dal direttore della filiale ce ne sono stati a centinaia; eppure “abusi” esercitati nei confronti dei tanti clienti colpiti dalla crisi ne sono stati perpetrati, ma nessuno ha il coraggio di denunciare, perché?

Questi banchieri che si sono appropriati del titolo “puparo”, senza saper fare il mestiere perché hanno “distrutto” attori, pubblico e perfino lo stesso teatro pensiamo che devono essere smascherati. Solo quando la politica avrà le palle per dare una sterzata a queste porcherie, e si avvarrà nuovamente di uomini come Guido Carli l’economia e il lavoro torneranno a crescere. E vi dirò, andrebbero bene anche i Michele Sindona “pentiti”, piuttosto che i molti saltimbanchi che vengono pagati a peso d’oro. È possibile concedere compensi di oltre un milione di euro l’anno (più i benefit) agli amministratori delegati e presidenti di quelle banche che, – con il loro operato -, hanno portato al fallimento?

No, non la butto lì, è solo l’avvocato che mi “prega” di non fare i nomi, anche se non capisco dov’è il rischio visto che le retribuzioni sono perfettamente legittime.

Angelo Santoro