I tre comandamenti di ABI… altro che dieci!

1* comandamento: non prestare mai la tua carta di credito e il tuo bancomat;

2* comandamento: non prestare a nessuno il tuo blocchetto di assegni;

3* comandamento: se ti chiedono 100€ con la promessa di restituirtene 500 il giorno dopo, non ti fidare!

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Mosè salì sul Monte Sinai e ricevette da Dio i Dieci Comandamenti. Certo, erano altri tempi, oggi noi siamo molto più fortunati perché senza scalare le montagne possiamo aspettare seduti in poltrona che i telegiornali leggano per noi – i tre comandamenti di ABI – per non essere truffati dei nostri soldi dai malintenzionati. Ebbene, non è uno scherzo, nella edizione del TG2 delle ore 13 di domenica 21 maggio, veniva riportato questa notizia ufficiale dell’Associazione Bancaria Italiana.

Purtroppo, è tutto vero! Purtroppo nel senso che il mio sconforto, peraltro già latente, è stato totale; mi sono sentito un cretino, quale sono, per aver dedicato gli ultimi anni della mia vita a lottare contro i funzionari di banca per denunciare gli abusi e i soprusi effettuati nei confronti dei risparmiatori. Io pensavo di battermi con degli abili “giocolieri” della finanza, che legalmente facevano i loro “luridi” interessi a scapito dei correntisti. Invece, subito dopo aver ascoltato il notiziario ho capito che molti di questi umanoidi sono “cretini” e, di conseguenza, ci trattano da loro pari.

Cari azionisti raggirati da alcune primarie banche italiane, ma quando vi proponevano l’acquisto delle azioni come la miglior forma di investimento per la vostra vecchiaia, non vi siete accorti, che so’, magari di uno sguardo strano o di un comportamento anomalo? Guardavano in alto come per trovare l’ispirazione giusta prima di pronunciare il giuramento dell’affare che vi stavano per proporre? Accidenti, possibile che nessuno di voi non si sia reso conto che non erano “normali”? Chi sa, parli! Diceva un noto parlamentare italiano, riferendosi alle atrocità del dopoguerra!

Qualche appunto lo faccio anche agli ispettori della Banca d’Italia, che girano in lungo e in largo il Paese per controllare la serietà del comportamento di alcune banche sospette. Ma Santo Iddio, se erano “sospette” dovevano prestare maggiore attenzione: ma dove avevano la testa, anche loro?! I tre comandamenti di ABI sono l’affronto più grande alla intelligenza delle persone, una offesa gratuita e imperdonabile perché rivolta a tutti quei cittadini che per colpa di tanti istituti di credito – associati all’ABI – hanno perso risparmi, azienda e lavoro. Va bene tutto, per carità, ma non quello di essere presi per i fondelli, e siccome fa anche rima: cacciate Patuelli! (Presidente di Associazione Bancaria Italiana).

Angelo Santoro

Banchieri e curatori di musei: titoli a confronto 

Prendiamo spunto dalla sentenza emessa dal tar del Lazio, che nei giorni scorsi ha cancellato gli incarichi di alcuni curatori di musei che si erano illusi di aver vinto i rispettivi concorsi. Si illudevano, poveretti, perché non avevano capito che erano in Italia, dove nulla é certo. I Giudici nella sentenza hanno riconosciuto ai ricorrenti di avere più titoli dei colleghi concorrenti europei che avevano presentato la domanda, e vinto i rispettivi concorsi. Dunque, i titoli; l’esempio che facciamo è degli ultimi giorni, quindi ancora presente nell’informazione.

La stessa cosa vale per qualsiasi altro posto pubblico, pensate che per lavorare part time nella biblioteca di un piccolo paesino i ragazzi fanno a gara per presentare i titoli richiesti dai comuni. Insomma, lo Stato giustamente richiede che ad ogni ruolo assegnato corrisponda un curriculum adeguato. Questo vale anche per l’impresa privata e la grande impresa, delle multinazionali non ne parliamo neanche: sono tutti molto attenti e scrupolosi nel valutare i titoli accademici.

Il risultato finale non sarà il migliore del mondo ma almeno lo Stato, e le aziende, si assicurano che le basi di partenza per fare esperienza siano di alto livello, o comunque il più alto possibile. In sostanza, i titoli da sempre sono indispensabili dappertutto, anche se dobbiamo riconoscere che nel nostro Paese sono state fatte molte eccezioni per parenti, e amici degli amici. Ma la madre di tutte le eccezioni in italia è stata riservata per la casta dei banchieri, una parte rilevante dei quali non ha titoli adeguati per gestire le decine di miliardi dei risparmiatori italiani…e il risultato si è visto nel Decreto Salva Banche!

Alcuni possono vantare un lungo servizio di sportello, è vero, ed è vero anche che una parte di loro ha iniziato come fattorino, questo e’ onorevole, ma per qualcuno è diventato il lasciapassare per accedere in quesi prestigiosi consigli di amministrazione che intervengono attivamente sulla vita economica del Paese.
Sarebbe come se dopo una lunga attività da portantino in ospedale fosse permesso accedere nelle sale operatorie con il bisturi in mano e aprire pance. Ecco, ai moltissimi banchieri senza titoli, negli ultimi vent’anni, abbiamo permesso di “aprire pance”.

Alla fine, anche per la mancanza di titoli accademici, il sistema bancario italiano di ultima generazione è crollato e, ahimè, ha costretto lo Stato ad intervenire per evitare il fallimento di molti istituti di credito.

Nonostante tutto questo però nessun bancario in possesso di quei titoli accademici, e costretto nelle retrovie della banca, è mai ricorso magari al Tar del Lazio, piuttosto che alla Banca d’Italia per fare valere i propri titoli e le proprie ragioni, come é successo per i curatori dei musei.

Che strani questi arroganti banchieri, dopo aver distrutto il sistema economico italiano, e conseguentemente delle famiglie e delle imprese, si sono cambiati di posto come giocassero ai quattro cantoni, e con la compiacenza della Banca d’Italia e della BCE, in molti casi, sono stati promossi con relativi aumenti di compensi già milionari, e benefit. Mah, segreti, magheggi e misteri del sistema bancario italiano.

Angelo Santoro

Viviamo in un epoca
di forti contraddizioni 

Da decenni si assiste a un inarrestabile crescita del livello medio d’istruzione della popolazione: l’analfabetismo è un problema pressoché debellato nelle società occidentali, mentre il numero dei laureati è raddoppiato dagli anni Sessanta ad oggi. Questo fattore, unito alle nuove disponibilità tecnologiche potrebbe liberare un potenziale enorme. Ci riferiamo alle inedite e straordinarie capacità di partecipazione alla vita democratica della collettività che le tecnologie e l’ “intellettualità di massa” consentono. Molte forze politiche in Europa hanno in questi anni insistito affinché si potessero definire nuovi strumenti di partecipazione democratica – ad esempio, attraverso forme di democrazia diretta o di partecipazione “oltre i confini della rappresentanza” -, che si avviassero processi democratici finalizzati ad estendere ed allargare la partecipazione dei cittadini.
Sappiamo come è finita: la maggior parte di questi programmi sono rimasti semplicemente “parole d’ordine”. Le forze politiche che le promuovevano, una volta entrate nelle istituzioni hanno fatto ben poco in questa direzione. Rimangono riferimenti, più populisti che effettivamente programmatici, alla “democrazia diretta”, ma solo quando c’è da aizzare il malcontento popolare contro qualche azione autoritaria dei governi. In realtà, la popolazione fa esperienza di una vera e propria contrazione delle possibilità di accesso, per cui persino i referendum anti-governativi che si sono vinti – il caso dell’acqua “bene comune” in Italia o il referendum “anti-troika” in Grecia – sono poi stati bypassati dalle forze governative o dichiarati illegittimi, a fronte delle “responsabili” decisioni internazionali e del mantra “Ce lo chiede l’Europa!” o, di quello ancora meno ambiguo che dice : “ce lo chiedono i mercati!”

Del resto, i governanti possono dormire sonni tranquilli. Perché, pur continuando a persistere questa contraddizione, loro stanno facendo il possibile per creare sempre maggiori barriere all’accesso per gli studenti che volessero studiare all’Università ma non hanno abbastanza soldi. Il ritorno all’Università “di classe” quella, per capirci, nella quale solo chi era “borghese” poteva studiare è la miglior garanzia affinché i poveracci restino ignoranti e, sul piano dei diritti e delle tutele del lavoro, più ricattabili e sfruttabili. Dimenticavo, il lavoro! Non sia mai che al figlio del manovale, finita la facoltà di giurisprudenza o medicina, voglia fare l’avvocato o il medico!

Quanto all’uso della rete, meglio che il popolo si rincoglionisca coi “social”, unico spazio in cui è consentita e viene sfogata l’indignazione. Intanto Facebook capisce quali sono i gusti delle persone e fa ricerche di mercato… per i Governi e le Multinazionali.

Abbiamo accennato al questione del “lavoro”. Ebbene, oggi si lavora sempre di più, ma sempre meno si percepisce reddito. Che tu sia un precario, libero professionista, lavoratore autonomo, prestatore d’opera, co.co.pro, co.co.co e perfino “co.cco.dé”, puoi star sicuro che i soldi che percepirai corrisponderanno solo in minima parte all’attività svolta. Perché? Per capirlo facciamo un passo indietro. Un tempo esisteva in Europa il lavoro operaio. Anche se non eri propriamente un operaio, ma un impiegato o un addetto ai servizi, il tuo lavoro dipendeva però dalla centralità economica della fabbrica. Si trattava di quella che gli chiamano “economia reale”, proprio per distinguerla giustamente da quella “roba” speculativa che sono i mercati finanziari. Ecco, un operaio, un bracciante o un impiegato lavoravano otto ore al giorno, come da contratto sindacale, per ottenere una paga dignitosa. Il “padrone” doveva ovviamente ricavare il suo profitto dal lavoro dei “dipendenti” che correttamente percepivano una paga certa per il lavoro che svolgevano. Certo, l’unione dei lavoratori, la loro sindacalizzazione, la possibilità di far sciopero, di sabotare e bloccare la fabbrica era una jattura per il padrone. Quindi, meglio delocalizzare all’estero dove il costo del lavoro è più basso. Et voilà, ecco la  “mitica” globalizzazione, da quel momento la parola d’ordine, con i sindacati confederali in “ferie” è indebolire il potere degli operai… che in cambio hanno guadagnato la possibilità di lavorare part-time, ma con turni anche di 12 ore consecutive, dentro un call-center, comodamente accomodati su uno sgabello “precario”.

In fondo è come essere ritornati allo stato primordiale: nella savana sopravvive il predatore più forte e che corre più veloce. Ecco, in questa giungla ogni giorno, quando ci svegliamo, dobbiamo andare a procacciare il reddito, proprio come i nostri antenati predatori.

Scusate – potrebbe chiederci stizzito qualcuno più scaltro – ma state sostenendo che era meglio alzarsi la mattina alle cinque e stare tutto il giorno dietro a una pressa di una catena di montaggio per poi tornare a casa e non avere neanche la forza di mangiare o fare l’amore? Certo che no! Il lavoro dell’operaio in fonderia, nonostante il salario sicuro, era una piaga, una condizione appena superiore a quella della schiavitù.

Quando la tecnologia accorre a liberare l’uomo dalla fatica e dalla sofferenza è sempre una manna dal cielo, una liberazione. Ma l’uscita dal regno delle necessità materiali non c’è stata corrispondenza all’ingresso nel regno delle libertà. Eppure oggi, grazie all’impiego delle tecnologie automatiche, unito all’uso di apparati informatici e digitali ha aumentato a livello esponenziale la produttività, quindi la ricchezza generale.

Proviamo a seguire un ragionamento. Se negli anni Cinquanta cento operai producevano, con le tecnologie a disposizione, in una giornata quattro automobili, oggi lo stesso numero di automobili possono essere prodotti in due ore da dieci operai. Così, lo stesso per tutti i beni, le merci e i servizi di cui abbiamo bisogno. Le capacità produttive sono aumentate a dismisura, grazie soprattutto alle conoscenze scientifiche e tecnologiche sviluppate, eppure a questo non è seguito una riorganizzazione del lavoro e dei processi produttivi. A questo processo è seguito solo un aumento della disoccupazione, della precarietà, degli orari di lavoro, dello sfruttamento e della povertà. Ma com’è possibile? – ci chiederà ancora il nostro amico. Semplice, si chiama “new economy”, la concentrazione dei profitti e delle rendite è passata nelle mani di pochi privilegiati, infatti il 10 percento  della popolazione europea possiede il 90 percento della ricchezza.

E dire che potremmo vivere felici, lavorando tutti appena due-tre ore al giorno e godendo dei frutti di quel lavoro, per poi dedicarsi alle attività che più ci aggradano! Invece, lavoriamo anche dieci ore al giorno: addirittura si va sempre più sovrapponendosi il tempo di lavoro con il tempo libero, tant’è che c’è chi non stacca mai dal telefono o dal tablet con il quale lavora. Ma lavoriamo facendo cosa? Quanti di voi fanno un lavoro materiale, di quelli di una volta? Ad aumentare non sono solo precarietà e disoccupazione, ma è proprio il lavoro “improduttivo”.

Si è detto che la produttività e la ricchezza dipendono, oggi più che mai, dalle nuove tecnologie unite all’applicazione dello sviluppo scientifico. Eppure, che si tratti dello Stato o di un’azienda importante, s’investe sempre meno in “ricerca e sviluppo”? Che si abbia forse paura della forza dei “cervelli” e del loro potere di sganciarsi dai condizionamenti e dai vincoli imposti da quei pochi di cui si diceva e  di rendersi, finalmente, liberi? Si ha paura, forse, che una volta acquisita consapevolezza del potenziale della scienza, assieme ai dieci operai rimasti e all’esercito di precari e disoccupati, possano coalizzarsi per organizzare una “rivoluzione”, e fare a meno di speculatori, politici e parassiti?

Per questo, per arrestare la forza dei “cervelli” e scongiurarne il pericolo i “parassiti” preferiscono indurli alla “fuga”.

Il progresso tecnologico e scientifico ha liberato un potenziale enorme di ricchezza non solo dal punto di vista della liberazione del tempo, ma anche dalla liberazione dal lavoro. Pensiamo a tutti gli investimenti che potrebbero essere fatti, mentre in Europa ne vengono fatti pochissimi in campi del tutto nuovi, come ad esempio nelle energie rinnovabili. Intanto, nelle Wall Street del mondo, tra una tirata di coca e una “giocata” si continuano a fare le guerre per il petrolio.

Abbiamo puntato i riflettori sulla modernità, una modernità, per esempio, che permette alla grande distribuzione di esercitare un potere “Divino”: al posto del vecchio alimentari del quartiere, dove mio nonno prendeva il pane e il salame, oggi sorge un grande supermarket, un centro commerciale. E in questo immenso supermarket, abbiamo la fortuna di trovare per merito della mitica globalizzazione, pomodori prodotti in Cina e inscatolati in Romania. E mio nonno, da villano qual era, comperava i pomodori dall’ortolano proprio dietro casa. Che provinciale! É questa la bellezza della modernità?

Parliamo di pupi, mai dei banchieri pupari

In Sicilia il puparo è chi muove i pupi, il proprietario del teatrino che fa ballare le marionette a piacimento, raccontando le storie più avvincenti che rapiscono la fantasia dello spettatore.
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In Italia parliamo di tutto e di tutti, ma il crocevia della notorietà passa attraverso l’avviso di garanzia. Ecco, quando arriva ti sparano addosso i riflettori al punto che in un baleno diventi talmente famoso che perfino scrivi libri e ti esibisci nelle passerelle televisive, se poi dalle verifiche giudiziarie ne esci indenne, l’opinione pubblica ti attribuisce le stigmate come fossi un Santo. A proposito di Santo, spesso a sproposito viene sbattuto in prima pagina anche il Vaticano per traffici sospetti di denaro.

Più di rado sono apparsi all’orizzonte – nel bene e nel male – i banchieri guadagnandosi un posto nella storia: un esempio del bene, Guido Carli, e uno del male, Michele Sindona. Vero è che il più puparo in assoluto è stato Tomasi di Lampedusa, lui sì che ha segnato i tempi del “potere”, quel potere consapevole che senza il popolo su cui esercitarlo sarebbe valso nulla: il principe concedeva pane e speranza, ma mai lo avrebbe ucciso (il popolo)!

Dunque, I pupari, sappiamo che ci sono perché altrimenti non esisterebbero le marionette, solo che i pupari di periferia non li abbiamo mai visti in faccia, tantomeno abbiamo mai pensato di mettere in discussione il loro operato, tanto siamo affascinati dalle storie che fa raccontare ai suoi “pupi”. Benvenuti nel mondo dei banchieri de noantri, gente losca che tiene sotto ricatto l’uomo italico, chi per debiti, chi per le sue ricchezze di dubbia provenienza, in ogni modo a nessuno conviene essere così imprudente da sbatterli in prima pagina.

Infatti, sono anni ormai che nelle case delle persone perbene del ceto medio italiano ascoltiamo le nefandezze dei funzionari degli istituti di credito, l’unica cosa che è stata fatta è quella di denunciare i nomi delle banche (i brand), ma mai i nomi e cognomi dei banchieri che le hanno amministrate. In un modo o nell’altro, nessun cittadino italiano, colpito con violenza dai banchieri, ha mai denunciato lo “stupratore”. Eppure le truffe della vendita delle azioni fasulle di molte banche è provata; eppure clienti indirizzati dallo strozzino dietro l’angolo dal direttore della filiale ce ne sono stati a centinaia; eppure “abusi” esercitati nei confronti dei tanti clienti colpiti dalla crisi ne sono stati perpetrati, ma nessuno ha il coraggio di denunciare, perché?

Questi banchieri che si sono appropriati del titolo “puparo”, senza saper fare il mestiere perché hanno “distrutto” attori, pubblico e perfino lo stesso teatro pensiamo che devono essere smascherati. Solo quando la politica avrà le palle per dare una sterzata a queste porcherie, e si avvarrà nuovamente di uomini come Guido Carli l’economia e il lavoro torneranno a crescere. E vi dirò, andrebbero bene anche i Michele Sindona “pentiti”, piuttosto che i molti saltimbanchi che vengono pagati a peso d’oro. È possibile concedere compensi di oltre un milione di euro l’anno (più i benefit) agli amministratori delegati e presidenti di quelle banche che, – con il loro operato -, hanno portato al fallimento?

No, non la butto lì, è solo l’avvocato che mi “prega” di non fare i nomi, anche se non capisco dov’è il rischio visto che le retribuzioni sono perfettamente legittime.

Angelo Santoro

I banchieri hanno “ucciso” l’impresa e il lavoro

Sempre più spesso sono tentato di non occuparmi più di banche e banchieri, peraltro una decisione che potrebbe lasciare intendere che sono stato comprato, com’è che si dice? “Meglio essere invidiati che compatiti!”. Oppure farei felici le tante persone a cui sono antipatico, quelle che godrebbero nel pensare: “hai visto? Lo hanno punito!”. Invece, niente di tutto questo, la decisione va maturando perché i fatti accaduti pare non interessino nessuno, nemmeno tutti i cittadini che, in un modo o nell’altro, sono stati “mortificati” dai funzionari di banca che ancora salutano con deferenza.

Ma soprattutto vorrei smettere di scrivere perché ho annoiato me stesso, è frustrante dialogare con dei muri di gomma. Il mio intendimento era di andare oltre le finzioni della politica e l’indifferenza dei segnalati alla “Centrale Rischi”. Però mentre capisco la politica, non comprendo chi ha subito l’onta della povertà per colpa delle “banche truffatrici”. Quello che è successo nel nostro Paese ha davvero dell’incredibile, e non capisco perché la gente non reagisce? A volte mi chiedo se è ricattata, o se non hanno sudato i soldi che hanno perso! Lo chiedo perché milioni di correntisti gettati nella spazzatura sono una quantità spropositata di episodi tutti da “Rivoluzione francese”. E nessuno di loro, a parte i cartelli di protesta, ha reagito!

Intanto, migliaia di funzionari, amministratori di banca, che hanno provocato il dissesto finanziario del Paese, non vengono puniti. Anzi, li premiano, passano da un’istituto di credito all’altro con stipendi raddoppiati e incarichi di maggior prestigio. La storia è sempre quella, le persone si infuriano in privato, come volessero spaccare il mondo, poi quando chiamate in pubblico per metterci la faccia si tirano indietro. Se è così, come lo è, hanno fatto bene le banche, e ancora di più i banchieri, a metterli in mezzo alla strada. A volte quasi mi viene voglia di fare tifo per loro, e chiedere scusa se in questi quattro anni mi sono tanto appassionato all’argomento banche: pensavo ne valesse la pena!

Pensavo ne valesse la pena per le imprese che non riescono ad anticipare le fatture per pagare i dipendenti; ne valesse la pena per gli artigiani che producono le cose più preziose; ne valesse la pena per i commercianti i quali devono rifornire i magazzini; ne valesse la pena per le grandi imprese che si devono approvvigionare di materie prime; ne valesse la pena per le famiglie in difficoltà che magari hanno bisogno di una visita medica e non possono pagare il ticket. Mi chiedo se sia ancora il caso di parlarne; mi chiedo dove sono queste persone, e anche se esistono davvero, e se esistono chi le finanzia? Possibile che tutto sia ancora nelle mani di quel migliaio di “incompetenti” che hanno affossato l’economia italiana?

L’assurdo è che nessuno ne parla in termini propositivi, tutto tace! Tutto tace da parte delle Associazioni di categoria; tutto tace da parte di Confindustria; tutto tace da parte dei sindacati; tutto tace da parte dei politici indebitati; tutto tace perché tantissime aziende e persone sono indebitate e “ricattate” dal sistema bancario. Ancora una domanda, come uscire da questo empasse? Certo non se ne esce ognuno per se’, proprio perché attraverso questo sistema hanno ingannato con promesse che sapevano di non poter mantenere. Ora la maggior parte della gente lavora in nero, e molte attività produttive si sono associate per disperazione alla Mafia S.p.A. Tutto questo sta distruggendo l’economia italiana! Dentro il sistema credito si è insediata la corruzione, e l’usura di ultima generazione è promossa da molti istituti di credito.

Angelo Santoro

I soldi presto non avranno
più valore

Il fatto che scrivo da anni sull’Avanti! di banche e banchieri non mi autorizza minimamente ad affrontare argomenti di natura finanziaria di cui – premetto subito – non so nulla, ma camminando per il mondo ho prestato particolare attenzione ai temi economici e, ancora di più, a percepire parte del significato delle parole pronunciate da uomini che dicevano, e allo stesso tempo non dicevano.

Armato della mia sfacciataggine provo ad articolare l’idea che mi sono fatto sulla situazione che ha destabilizzato la vita dei cittadini d’Occidente, a cui era stato fatto credere di appartenere alla categoria del ceto medio quasi benestante. Casa, auto e lavatrice con il mutuo, un lavoro stabile, farmaci e sevizi sanitari eccellenti, l’università per i figli, e infine la meritata pensione dove godersi la casetta appena riscattata, e l’auto vecchia ma tenuta con cura. Poi la cosa più importante: un piccolo gruzzolo messo da parte a fatica che era lì a garanzia di una vecchiaia serena. Un po’ il quadretto che aveva ispirato a suo tempo la famosa pubblicità “dove c’è Barilla c’è casa”!

Dunque, ho scritto di banche e banchieri pensando fossero i mandanti dei misfatti economici e finanziari del Pianeta, invece eccomi qui con il capo cosparso di cenere a riconoscere che loro erano solo i sicari di un sistema ben più complesso. Un sistema che provo a raccontare in sintesi, e secondo la mia personale interpretazione dei fatti che si sono susseguiti:

“All’inizio del terzo millennio, ancora in pieno benessere, si parlava di giardinetti, che non erano quelli del parco sotto casa, ma una espressione tutta italica la quale stava a significare che per prudenza il risparmiatore avrebbe fatto meglio ad investire in più settori, della serie: “non si sa mai!” Ed eccoci proprietari di una seconda casetta, un tappeto con certificato di garanzia, qualche catenina d’oro in più, della valuta estera sotto il materasso, e per i più audaci un brillante…che alla peggio sarebbe toccato al figlio maschio per la festa di fidanzamento!

Una trappola, i giardinetti si sono rivelati sabbie mobili, nel giro di pochi mesi il panico ha sostituito la tranquillità a cui eravamo abituati, e ci è stato fatto credere che non vi fosse miglior investimento che quello di avere dei soldi contanti. Dietrofront, quindi, siamo andati a monetizzare la valuta estera perdendoci la camicia, i tappeti sono finiti in soffitta per quanto ci stavano sulle palle, i compro oro ci hanno acquistato la catenina, e per la casa ci siamo dovuti accontentare di un terzo di quanto era stata pagata. La sfortuna ha voluto che il figlio si sia lasciato con la fidanzata e ci è rimasto sullo stomaco un diamante che non vuole più nessuno.

Alla fine però qualcosa in contanti lo abbiamo racimolato, e il nostro libretto in banca godeva di discreta salute. Ora la domanda era, come fare per recuperare senza rischi qualcosa di ciò che avevamo perduto? Ed ecco che il direttore amico da una vita, ci suggeriva di acquistare le azioni dello stesso istituto di credito di cui eravamo clienti e pure soci da quando avevamo i calzoni corti! Detto fatto, meglio poco che niente, abbiamo comprato le azioni. Abbiamo comprato le azioni di quelle banche che solo qualche tempo dopo non valevano più nulla, il direttore amico per la pelle aveva cambiato di paese e al suo posto era arrivato un’altro che ci diceva: “io non sapere, io no c’ero quanto successo, tua colpa di speculare!”.

In pochi anni con questo doppio inganno ci hanno spogliato di ogni bene, non abbiamo più nulla, intanto i nostri immobili e il nostro oro qualcuno li ha presi a buon prezzo in attesa di quintuplicarne il valore. Sono molti i cittadini a cui sono rimasti un po’ di soldi contanti, ma dalle ultime notizie pare che la moneta circolante nel mondo sia dieci volte superiore a quella dei PIL di tutto il sistema solare, e il timore di presentarsi allo sportello di una banca per cambiare i nostri soldi e sentirsi rispondere che non valgono più nulla c’è tutto, perché i soldi presto non avranno più valore”.

Angelo Santoro

I top Manager di Alitalia … e altro

Sono decenni che sentiamo parlare della nostra compagnia di Bandiera, al punto che si pensava di sapere tutto, e invece…

Se consideriamo i costi dei consigli di amministrazione che si sono succeduti negli ultimi vent’anni, l’Alitalia sarebbe una compagnia aerea senza problemi economici, anzi!È sempre così, le aziende falliscono e gli amministratori si aumentano i loro compensi, perché quando si riuniscono parlano solo di questo, non avendo titolo o competenze per intervenire su problematiche di imprese che non conoscono. E invece siamo alle solite, giù botte da orbi ai dipendenti che devono rinunciare a una parte dello stipendio, e un numero considerevole di loro deve essere licenziato!

Oltretutto, i danni immediati per il Paese sono due, il primo è che i top manager fanno sparire il “bottino” nei paradisi fiscali prendendo la residenza nel Principato di Monaco, e quindi non spendono una lira in Italia. Nel secondo caso, i dipendenti pagheranno meno tasse e contributi, di conseguenza avranno una cifra inferiore da spendere partecipando all’impoverimento dello Stato. Ma i manager che portano i soldi all’estero, “rubano”? Assolutamente no, ma scherziamo, i compensi che percepiscono sono limpidi e cristallini, solo che fa snob.

Fa snob nel senso che è tutto scritto nel manuale “top manager” che aggiornano in continuazione quando si riuniscono nei consigli di amministrazioni delle imprese più disparate, in che senso? Ma perché non lo sapete? Loro siedono in tutte le poltrone del reame e quindi se non si incontrano in Alitalia cosa importa tanto si vedranno la settimana dopo nel consiglio di una banca piuttosto che un’altra: così da anni stanno le cose!

L’Alitalia è solo la punta di un iceberg delle “porcherie” di una classe dirigente che ha mortificato l’Italia.

In mezzo a questo girotondo di incapacità professionali, economiche, e amministrative ogni tanto emergono delle eccellenze con due peculiarità singolari per il nostro Paese, conoscono la materia per cui sono stati chiamati e di fatto diminuiscono i loro compensi lavorando il doppio: M. Moretti docet! Ma durano poco, infatti vengono regolarmente “segati” perché inquinano il sistema.

Accidenti, fateci caso, quando un’azienda va in crisi non si fa mai la cosa più elementare, quella di accompagnare alla porta chi l’ha amministrata sospendendo lo stipendio e chiedendo i danni, no, assolutamente no, vietato, l’incompetente di turno viene lasciato al suo posto e si pone pure come curatore della malattia che lui stesso ha provocato. Al solito tutto viene scaricato sui lavoratori, responsabili del collasso delle aziende… e del Paese.

Le banche venete in default…e dov’è la novità!

Quasi con sorpresa assistiamo al tam tam di notizie le quali ci raccontano che le due banche venete, Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, sono sull’orlo del fallimento: non capiamo l’incredulità! La condanna a morte dei due istituti di credito era stata sentenziata dagli stessi azionisti, quando con una maggioranza bulgara avevano votato la trasformazione dei rispettivi istituti in S.p.a. Infatti, da quel momento tutti i protagonisti della farsa sono rimasti in attesa della scena finale: la camera a gas.

Qualche passaggio saliente, atto primo: viene suggerito ai grandi clienti di liberarsi delle rispettive azioni, mentre quasi contestualmente le stesse vengono vendute in maniera quasi coercitiva ai poveri risparmiatori per garantire i loro affidamenti che rischiano di essere revocati…se non acquistate. Prezzi di vendita dei titoli dai 40 ai 60 euro, titoli i quali, – come da “imbroglio” programmato -, hanno visto crollare il loro valore in pochi mesi ad appena 10 centesimi. Tutto controllato con evidente incompetenza dalla Banca d’Italia, al punto che (notizia delle ultime ore) sembra che Gianni Zonin negli ultimi due anni di regno abbia lasciato un buco fa 4 Mld.

Atto secondo: dopo pochi mesi un manipolo di azionisti ha la meglio sui “dittatori fantoccio”, figli della BCE , e conquista il Consiglio di amministrazione di Veneto Banca, ma non ha il coraggio di andare fino in fondo nel far sottoscrivere l’aumento di capitale imposto dalla Banca Centrale Europea di appena 1 Mld, e soccombe ad Atlante. Intanto i conti correnti con gli ultimi spiccioli si svuotano, una gran parte di aziende affidate falliscono, le famiglie diventano più povere e, per un verso o per l’altro, rimangono senza lavoro comprese le due banche venete le quali, ammazzati i clienti, non hanno un piffero da fare e con le spese di gestione che corrono come forsennate. Tutto secondo copione o imbecillità, vedete voi!

Piuttosto la domanda è perché è successa una cosa tanto grave nel territorio più industrioso del Paese, il Veneto! Molto probabilmente in un momento particolarmente belligerante tra i partiti che si contendono l’ex trono dei Savoia, MPS e banche venete sono diventate il campo di battaglia tra il Pd di Matteo Renzi, e la Lega di Matteo Salvini. Certo che affossare l’economia di un Paese per fini elettorali è davvero sconfortante. Sconfortante al punto che questo gioco al massacro vedrà prevalere nel rush finale il Movimento Cinque Stelle, il quale senza aver mai fatto nulla (in tutti i sensi) vincerà tutto il cucuzzaro, termine dialettale che non si trova sul dizionario: l’antichissimo gioco dei bambini che hanno una zucca ciascuno da giocare, e chi vince le prende tutte. Quindi noi saremmo delle zucche? Beh, parliamone alle prossime elezioni!

Vietato fare i nomi di bancari
e banchieri

Mentre un poveraccio che non rientra di un prestito di poche centinaia di euro, perché ha perso il lavoro, viene sbattuto come fosse Lilly il vagabondo nella Centrale Rischi (organo impenetrabile di cui fa sintesi la Banca d’Italia, ma che possono penetrare tutti gli istituti di credito italiani e esteri) il gatto e la volpe se la ridono. Nessuno però può fare il nome dell’amministratore delegato che ha portato sull’orlo del fallimento il suo istituto di credito, nonostante i soldi “scippati” ai risparmiatori con la vendita di azioni truffaldine…e poi alla intera collettività con il Decreto Salva Banche.

Ebbene, è così, questi benedetti nomi non si possono fare. Non si possono fare me lo dicono gli avvocati che seguono Interessi Comuni sin dal 2012. Mentre mi guardano come fossi un’idiota suggeriscono con fare ammiccante: meglio evitare! Ma come, il nome dell’ex presidente della Banca Popolare di Vicenza rimbalza su tutti i telegiornali per aver sperperato 4 miliardi di euro negli ultimi due anni del suo regno, e noi non lo possiamo fare? Il già presidente di ABI, e ex amministratore delegato de Monte dei Paschi di Siena, acquista Antonveneta a molto più del suo valore, e il suo nome non lo si può nemmeno sussurrare perché vive attorniato da un numero impressionante di avvocati pronti a querelarti? E il nome dell’ex presidente di Carige, che ha massacrato i risparmiatori ed è agli arresti, anche lui usufruisce della legge sulla privacy?

E i segnalati alla Centrale Rischi, allora? Perché loro si????!!!! Ma questo è un film dell’orrore; questo è un calcio nelle palle a tutti i cittadini risparmiatori italiani “mazziati e cornuti”; questo è un affronto all’intelligenza delle persone; questo è un infame sopruso. In ultimo, ma solo per dare più enfasi al gatto e la volpe, non ci è possibile nemmeno accennare che questi signori continuano a stipendiarsi come sceicchi, e si promuovono pure di grado a vicenda come a battezzarsi cavalieri della tavola d’oro. Invece, la gente comune che è stata truffata e ridotta alla povertà, deve rispettare la regola del silenzio come i frati benedettini per evitare di incorrere in una querela del gatto e poi della volpe: addirittura due!

Le banche non sono più banche però i banchieri si pagano come lo fossero, consapevoli che interverrà lo Stato, ma anche questo pare non si possa dire perché è solo una supposizione priva di fondamento. La gente non solo è stata privata del lavoro e costretta alla povertà dalle banche, ma rischia pure di essere querelata per diffamazione se dice che il suo direttore li ha indirizzati dall’usuraio amico: ci vogliono le prove, cari amici miei! Peraltro gli strozzini sono gli unici possessori di liquidità che stanno sostituendo gli istituti di credito con la benedizione dei banchieri, questo però lo dico, posso? I peggiori inquisitori non sono i ricchissimi, ma i mezzi ricchi, i benestanti, quelli che salgono in cattedra solo perché percepiscono qualche migliaio di euro al mese di pensione per aver lavorato 18 anni.

Ovviamente seguirò i suggerimenti degli avvocati di Interessi Comuni, però sono molto irritato per essere costretto a tacere, e voi? Le ragioni dei politici che non tutelano questi elettori meritano un ragionamento a parte che pubblicherò in un prossimo articolo. Di neosatira anche quello? Ora ci penso!

Centrale Banche di Rischio 

Anche se ormai tristemente note, iniziamo con la lista della banche attrici protagoniste dell’inefficienza “certificata”, quelle che hanno costretto il Governo italiano a intervenire per salvarle da un disastro già avvenuto per alcune, e annunciato per altre.

Interessi Comuni aveva già comunicato a giugno 2015 in due conferenze stampa successive, una alla Borsa di Milano (palazzo Mezzanotte) e l’altra in Senato (Sala Caduti di Nassirya) la nascita della “Centrale Banche di Rischio”. 

https://youtu.be/pYDQ_ucT7KE

Oggi comunichiamo l’elenco di questi istituti di credito responsabili della debacle del sistema bancario italiano. Oneri e onori anche agli amministratori protetti dalla privacy i quali hanno ricoperto i ruoli più ambiti e, soprattutto, retribuiti con grande generosità nonostante la disastrosa conduzione. Una conduzione che ha provocato il Decreto Salva Banche dove sono stati coinvolti al salvataggio (a loro insaputa) tutti i cittadini italiani: compresi gli oltre cinque milioni di poveri.

Non c’è ritegno nella violazione dell’etica e della morale, in special modo da parte di alcuni funzionari di banca che hanno dissipato i risparmi dei lavoratori senza un adeguato controllo di BankItalia. Di seguito, come dicevamo, segnaliamo i nomi di tutte banche ritenute insolventi dalla stessa Banca d’Italia (anche se in molti casi, troppo tardi). Tante luci sono state accese sulla crisi bancaria, e neanche una candela è stata fatta ardere per illuminare i volti dei funzionari responsabili che le hanno amministrate per quella legge sulla privacy che ha impedito al Parlamento di comunicare perfino i nomi dei debitori di MPS nonostante il Decreto Salva Banche che vede coinvolta l’intera comunità del Paese.

Dunque, una “Centrale banche di Rischio” dove i risparmiatori possano valutare se affidare o meno i loro risparmi ad una banca piuttosto che un’altra. Esattamente come fanno gli istituti di credito con la “Centrale Rischi” i quali, giustamente, si tutelano scambiandosi a vicenda i nomi dei cattivi pagatori: come i clienti che non sono rientrati di una prestito, per esempio. Sarebbe molto etico se la Banca d’Italia riconoscesse pari dignità a banche e risparmiatori, permettendo di accedere pubblicamente alle informazioni utili perché ognuno (banca o cliente) possa valutare i rischi che corre nel concedere “fiducia”.

Anche se scontato, ci piace ricordare che durante i contratti dei rispettivi investimenti di denaro sono i risparmiatori che lo portano, mentre le banche lo prestano. Un segno di equità che aiuterebbe cittadini e banche a ricucire quel rapporto di fiducia il quale troppo spesso – negli ultimi anni – è stato tradito da ambo le parti. Pensiamo alle decine di miliardi di sofferenze subite dalle banche, e altrettanti miliardi sottratti ai risparmiatori con la vendita di titoli e azioni a rischio, come richiedere un mutuo quando sai di non meritarlo, o convincere il pensionato di 80 anni a comprare buoni trentennali.

Evito l’approfondimento della azioni truffaldine imposte da alcune banche ai correntisti più fragili per non chiamare in causa ancora la Banca d’Italia ammalata da cecità precoce. Tutta questa situazione, come dicevamo, ha messo a dura prova la “fiducia” tra gli istituti di credito e i clienti, una fiducia di cui si può far garante esclusivamente la Banca d’Italia se tornasse a svolgere, – come una volta -, il nobile compito di super partes che le compete. Benedire una “Amnistia Finanziaria” che cancelli i segnalati alla “Centrale Rischi” (i clienti) e gli istituti di credito segnalati alla “Centrale Banche di Rischio” (le banche), sarebbe vitale per ricucire quel rapporto di fiducia indispensabile per la crescita del Paese.

Di seguito l’elenco degli istituti di credito segnalati alla “Centrale Banche di Rischio” di Interessi Comuni, già evidenziati anche dal noto quotidiano Financial Times, come le 8 banche italiane a rischio: Monte dei Paschi di Siena; Popolare di Vicenza; Veneto Banca; Carige; Banca Etruria; CariChieti; Banca delle Marche; Cariferrara.