I tanti misteri delle ex banche venete

In questa tornata elettorale il già abituale carico di promesse che caratterizza le tante competizioni di questo tipo si è implementato di un nuovo diffuso impegno politico: quello per la costituzione di un fondo di solidarietà che possa essere utilizzato per interventi di sostegno e di assistenza a favore delle persone che, finite fra i circa 200.000 risparmiatori traditi (ex azionisti delle due grandi popolari venete), dimostreranno di essere particolarmente bisognose. In questo contesto programmatico, il confronto ora è tra chi promette di più sul piano quantitativo.

Si è, più volte cercato di dimostrare che un simile approccio al problema del tradimento del risparmio (perché di questo si è trattato) è profondamente errato, perché sottende un improprio spirito meramente assistenzialistico da parte di uno Stato, che, invece, dovrebbe percepire un suo obbligo giuridico di risarcire, cioè di riparare ad un torto subito da molti suoi cittadini per i danni loro derivati da comportamenti antigiuridici di strutture ad esso stesso riconducibili. L’appello ad uno Stato elemosiniere non è coerente con le vere responsabilità sottese agli eventi che hanno portato all’eliminazione delle due ex banche popolari.

Sforziamici, allora, di ricostruire il quadro fattuale della vicenda: si deve partire dalla frettolosa legge 33 del 2015, con la quale è stato convertito in legge il Decreto che, su indicazione di BCE, ha obbligato le banche popolari con attivo patrimoniale superiore ad otto miliardi di euro a trasformarsi in società per azioni, avviando implicitamente anche il processo della loro quotazione. E’ stato l’inizio di un terremoto che non è ancora finito, perché, a seguito della trasformazione e nella prospettiva della loro entrata in borsa, è stato richiesto un aumento di capitale di 1,5 miliardi, per la popolare di Vicenza, e di 1 miliardo, per quella di Treviso. Sono stati costituiti due consorzi di garanzia, capitanati, per la prima, da Unicredit e, per la seconda, da IMI del Gruppo Intesa, al quale hanno aderito nove banche internazionali.

Ma, improvvisamente e senza apparenti ragioni, Unicredit è receduta dall’impegno, seguita, poco dopo, da IMI. Entrambi tali istituti sono stati sostituiti, nella funzione digaranzia per l’aumento di capitale, dal c.d. Fondo di Investimento Atlante, costituito repentinamente per il duplice scopo di garantire gli aumenti di capitale di banche in difficoltà e di rilevarne i crediti in sofferenza, con dotazione (di 5-6 miliardi) proveniente essenzialmente dalle due grandi banche italiane, Unicredit e Banca Intesa; Atlante era una struttura formalmente privata ma, di fatto, completamente controllata dal Ministero dell’Economia. Esso ha subito precisato che la propria offerta di garanzia sarebbe stata valida a condizione che, se il capitale fosse stato sottoscritto solo parzialmente, la quota di sua competenza fosse, comunque, superiore al 50%; quindi, partecipando all’aumento di capitale delle due popolari, intendeva detenerne la maggioranza. E, proprio per facilitare il programmato percorso di Atlante ed evitare che esso potesse defilarsi, l’amministratore delegato di allora di Veneto Banca, si è particolarmente impegnato nello scoraggiare la partecipazione a quell’aumento da parte del capitale privato, tanto che, nella presentazione del pianoalla comunità finanziaria ed ai soci, era arrivato a descrivere la banca stessa come un istituto alla canna del gas o come uno zombie. Tuttavia, non risulta che qualche Procura della Repubblica si sia sentita in dovere di assumere iniziative per sanzionare siffatti gravi atteggiamenti, suscettibili di aver arrecato un non indifferente danno reputazionale alla banca; infatti, in un momento particolarmente problematico per un intermediario che si stava rivolgendo al mercato per chiedere fiducia e capitale, il suovertice amministrativo di allora non aveva esitato a scegliere una comunicazione aziendale che quella fiducia finiva per minarne in radice.

E, in ogni caso, quel dirigente bancario non ha mai spiegato a nessuno la sua scelta di procedere, comunque, sulla strada dell’aumento di capitale, anziché “portare i libri in tribunale”, come avrebbe dovuto fare se la banca fosse stata davvero alla canna del gas: cioè insolvente. Egli avrebbe ben dovuto sapere che un’impresa insolvente ha il dovere di richiedere, essa stessa, una procedura concorsuale e non avrebbe certopotuto ingannare il mercato, ricercando capitale. Quindi, delle due l’una: o la banca era insolvente, ed, allora, andava interrotto subito il percorso dell’aumento di capitale; oppure essa non lo era, ed allora non è dato di capire come un amministratore delegato (apparentemente tanto stimato da Bankitalia) possa, impunemente, aver descritto la banca stessa come alla canna del gas. La disarmonia della manovra era sotto gli occhi di tutti.

Eppure, nessuno, né la magistratura, né Bankitalia, né Consob ha, finora, censurato quel dirigente (Cristiano Carrus). E’ sempre maggiore il sospetto che egli stesserealizzando un programma pensato e condiviso altrove.

Fatto sta che a tutti, tranne che ad Atlante, è stato praticamente impedito di partecipare all’aumento di capitale, tanto che agli sportelli era stato impartito l’ordine di far sottoscrivere una dichiarazione che doveva esprimere la volontà dell’aspirante sottoscrittore di procedervi, nonostante la stessa banca lo avesse sconsigliato di farlo.

Ebbene, l’aumento di capitale è stato fatto a 10 centesimi per azione ed è statopressoché interamente sottoscritto dal Fondo Atlante, che è giunto a detenere il 98% di entrambe le popolari venete. A questo punto, la diluizione del valore del titolo è stata così intensa che i soci storici hanno sostanzialmente perduto tutto.

In seguito, le gestioni delle due popolari (alle quali ha partecipato anche Fabrizio Viola che, poi, è diventato – altro mistero ! – uno dei tre commissari della liquidazione coatta amministrativa) sono state talmente negative che, nel marzo 2017, entrambe hanno comunicato alle Autorità competenti l’intenzione di accedere al sostegno finanziario della ricapitalizzazione precauzionale. Attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, esse hanno poi ricevuto la comunicazione che BCE, previo accertamento della loro solvibilità (per aver rispettato i requisiti patrimoniali minimi in base ai bilanci al 31 dicembre 2016), aveva confermato la sussistenza delle condizioni del beneficio richiesto. Ma, pochissimo tempo dopo, nel giugno 2017, le banche venete, non considerate sistemiche in ragione dell’estensione territoriale non europea del rischio del loro default, inaspettatamente sono state dichiarate da BCE nella condizione di “failing or likely fail” (in fallimento o in probabile fallimento); quindi, prive di titolo per accedere alla procedura di ricapitalizzazione precauzionale. Cessata questa procedura, esse sono state sottoposte non alla procedura di risoluzione, in base al sistema del bail-in, bensì a quella nazionale della liquidazione coatta amministrativa.

A questo punto, già sorge una forte perplessità se si considera che, nello stesso periodo, la banca Monte Paschi di Siena, che negli ultimi sette anni aveva bruciato capitali per importi ingenti (quest’anno chiude in pesantissima perdita, di oltre 3,5 miliardi) è stata ammessa alla ricapitalizzazione precauzionale, che – si ripete ancora – presuppone la solvibilità, accertata da BCE, del soggetto richiedente. Perché allora perseguire, per le banche venete, un diverso trattamento fortemente penalizzante, accuratamente risparmiato, invece, in una situazione ben più grave, alla banca toscana?

Tornando alle due banche venete, dopo questo repentino cambio di rotta si è scelto di mettere in campo Banca Intesa, che, per acquisire, in totale assenza di rischi, la solaloro parte buona, oltre ad un’importante quota di mercato in una delle regioni economicamente più dinamiche d’Europa, ha ricevuto un contributo a fondo perduto di 3,5 miliardi, nonché la possibilità di retrocedere (fino a 4 miliardi) i crediti che dovessero presentare problemi di incasso nei successivi due anni. E, grazie a questo contributo – non considerato come aiuto di stato, come, invece, sarebbe avvenuto se lo stesso importo fosse direttamente affluito nelle casse delle due ex banche – banca Intesa ha chiuso l’esercizio 2017 con un utile netto di 7,3 miliardi, di cui 3,5 rappresentati da quel contributo. E così, con malcelato orgoglio, l’amministratore delegato di Intesa ha potuto annunciare che l’85% di esso sarebbe stato distribuito ai suoi soci; ciò significa che tutta la manovra, il cui costo complessivo è stato addossato essenzialmente agli azionisti delle due ex popolari venete, ha comportato un elevatissimo utile, di cui beneficeranno quelli di Intesa e le Fondazioni. In sostanza, le disgrazie economiche dei soci delle due banche venete, considerate le vittime sacrificali, sono servite a soddisfare le aspettative dei soci di Intesa. E anche su questa singolare vicenda sta calando un inaspettato oblio.

Un’altra vicenda sulla quale nessuno pare aver voglia di ricercare la verità è riferibile alle c.d. operazioni baciate di Veneto Banca; cioè ai finanziamenti concessi dalle banche ai propri clienti per l’acquisto di azioni e obbligazioni dello stesso istituto finanziatore. Nel bilancio al giugno 2015 sono stati dedotti 116 milioni dal patrimonio di vigilanza, anche se tali operazioni, in realtà, ammontavano a 71 milioni(ai quali, per scrupolo, erano stati aggiunti altri 45, riferiti ad operazioni di incerta natura) Questo era il risultato delle valutazioni effettuate dalla Banca d’Italia, nonché dell’analisi eseguita dagli ispettori BCE nei primi otto mesi del 2015. Le operazioni sospette riguardavano un arco temporale di quasi tre lustri; e la loro entità era, comunque, tale da non creare alcun problema di tenuta patrimoniale dell’Istituto. Orbene, nel corso della seduta del CDA di Veneto Banca del 28 agosto 2015, l’allora A.D. ha dichiarato che il Capo della vigilanza di Bankitalia, dott. Carmelo Barbagallo, gli aveva riferito di essere ben conscio che, per ciò che riguardava labanca trevigiana, non esistevano particolari problemi per le operazioni baciate; ciononostante, lo stesso Barbagallo avrebbe sollecitato un rinnovato approfondimento con l’adozione di criteri molto più selettivi e stringenti. E, a questo punto, ci si deve chiedere perché mai solo per Veneto Banca siano stati addottati più rigidi parametri, neppure in allora vigenti e, in seguito mai entrati in vigore per le altre banche. E la riprova dell’esistenza del sospetto di un inconsueto e inspiegabile accanimento, anche da parte di BCE, nei confronti dei vertici dell’istituto trevigiano, è rinvenibile nell’insistenza con la quale una nota dirigente della Vigilanza europea aveva, essa stessa, sollecitato l’adozione, solo per Veneto Banca, di parametri più rigorosi per l’individuazione delle operazioni baciate.

Ma, anche con riferimento ai c.d. crediti deteriorati di Veneto Banca è lecito prospettare non poche perplessità. Nella sua audizione in commissione bicamerale di inchiesta sulle banche, la prof.ssa Giuliana Scognamiglio ha riferito che, dopo neppure due mesi dall’insediamento dei commissari della liquidazione coatta amministrativa di Veneto Banca, era emerso che ben 800 milioni di crediti deteriorati erano stati riportati in bonis. Non essendo certo usuale che i commissari migliorino la qualità del credito dei soggetti sottoposti ad una procedura concorsuale, nasce un grave sospetto: perché mai, allora, gli amministratori hanno commesso un così evidente errore nella valutazione del credito di Veneto Banca ? E – ipotesi ancora più inquietante – si è proprio certi che, in una banca ormai allo sbando, le operazioni di trasferimento a credito deteriorato non abbiano perseguito altri scopi trasversali ? Ciò anche perché, di recente, si sono concluse alcune significative transazioni che destano non poche perplessità e che, forse, meritano qualche specifico approfondimento.

Un primo esempio è riferibile ad un’impresa di Roma con la quale Veneto Banca aveva in essere un contratto di finanziamento redatto da uno dei più importanti studi legali di Milano e che risultava inattaccabile. A quanto consta, la banca ha concordato una consistente riduzione del credito (circa 20 milioni), operando con una scelta che era stata contrastata anche da alcuni manager. Vien da chiedersi se esistessero davvero le condizioni di cui all’art. 1965 c.c., con particolare riferimento all’incertezza della situazione giuridica ed alle c.d. reciproche concessioni, oppure se l’operazione si sia risolta solo in un grazioso sconto da parte della banca.

E, con altra impresa del settore alimentare, la banca ha stralciato qualche decina di milioni a fronte di azioni della popolare trevigiana acquistate una decina di anni prima e per le quali non c’era mai stato alcun problema.

Ad un noto imprenditore veneto è stato concesso uno sconto di circa 50 milioni sul suo ingente debito, benché egli si fosse dichiarato disponibile a pagarne l’intero importo, pur nell’arco di qualche anno; ma la relativa pratica, più volte passata per il Comitato Esecutivo della Banca, era sempre stata bocciata. Anche questa operazione suona come un’inopportuna regalia, che stride con la polverizzazione dei risparmi degli azionisti.

Un’altra impresa veneta, che era stata affidata per circa 80 milioni, a fronte di garanzie ipotecarie per la quasi totalità e di garanzie personali di ingente valore, è stata – molto inspiegabilmente – inserita fra i debitori incagliati, poi trasferiti alla liquidazione coatta. Anche questa operazione corrisponde ad una scelta particolarmente singolare, perché quell’impresa era assolutamente regolare nel pagamento dei ratei del suo debito. E si ha notizia di una imminente transazione che,se sottoscritta, consentirebbe al debitore di risparmiare alcune decine di milioni. E’ allora sempre più grave il sospetto che il passaggio di molti debiti alla categoria dei NPL fosse strumentale e finalizzato a facilitare salvifiche transazioni, a beneficio di qualche eletto.

Se così è, gli autori di quella classificazione avrebbero così contribuito al depauperamento della ex Veneto Banca per almeno un centinaio di milioni; con l’ulteriore conseguenza che, se essa non fosse del tutto genuina e non rispecchiasse le reali condizioni economiche dei debitori che vi sono inseriti, si dovrebbe aprire un altro inquietante capitolo di indagini. Ma chi vorrà farlo?

E, a questo punto, sorgono alcune domande: se gli 800 milioni riportati subito in bonis, come ha riferito la prof.ssa Scognamiglio, fossero stati fin dall’origine, classificati per tali; se fosse stata evitata la frettolosa deduzione dal patrimonio di vigilanza dei 250 milioni dovute alle sospette (ma inesistenti) operazioni baciate, in base a regole mai entrate in vigore, ma comunque imposte solo a VB da Bankitalia;se BIM, di recente svenduta per meno di 30 milioni, fosse stata ceduta, quando, in epoca recente, era ancora possibile, per 560 milioni; se tutto ciò fosse avvenuto, sarebbe stato davvero necessario l’aumento di capitale per Veneto Banca? E, conseguentemente, ci sarebbe stato il disastro che poi c’è stato?

I risparmiatori traditi vorrebbero avere qualche risposta per sapere chi devono ringraziare e gradirebbero che l’impegno elettorale fosse diretto, non tanto ad implementare un inutile fondo di solidarietà, quanto a scovare, finalmente, le tante menzogne che tuttora, fra depistaggi e bugie, impediscono di capire la verità sul più grave disastro bancario del dopoguerra.

Povertà e miseria non sono sinonimi 

Nel linguaggio comune, i termini “povertà” e “miseria” vengono spesso messi insieme per definire situazioni economiche difficili, sofferenza estrema e vulnerabilità sociale. Spesso le due condizioni si compenetrano oppure quando un gruppo sociale può passare da una condizione all’altra senza soluzione di continuità oscillando come un pendolo da uno stato di povertà ad uno più grave di miseria e viceversa, tutto si protrae all’infinito senza possibilità di fermare il ritmo perpetuo del pendolo… se non con lo sparo che segna l’inizio della rivoluzione.

Tipico, in questi ultimi anni di crisi economica, il caso dei lavoratori “ubriachi” che oscillano da condizioni di precariato a periodi di disoccupazione seguiti, nel migliore dei casi, da contratti a tempo determinato dai capricci del mercato che batte i tempi della vita dei lavoratori perennemente in rianimazione, sempre a rischio di ritornare a uno stato di disoccupazione stabile: un altro modo per fermare il pendolo senza esplodere colpi simbolici.

Ma talvolta tra povertà e miseria si insinua una sottile differenza, quasi un impercettibile spazio mentale che può aprire o negare una prospettiva di riscatto sociale, quella sottile differenza che, a livello psicologico, contraddistingue i processi di “resilienza” da quelli di “resistenza”.

Ricordo che molti di noi eravamo poveri, nati in famiglie di modeste condizioni, ma non abbiamo vissuto questa situazione come una condizione di minorità. Mio padre era fiero di essere operaio, di appartenere ad una classe sociale a cui veniva riconosciuto un valore di classe lavoratrice all’interno della società. Se da una condizione di povertà possono nascere delle occasioni di riscatto, più difficile è venir fuori da una condizione di miseria dove mancano spesso non solo le risorse materiali, ma anche culturali e talvolta anche quelle morali.

Quando tutti sono poveri si è meno consapevoli della povertà, si pensa che la vita sia dura. Ma quando si può mettere su un piatto della bilancia una situazione fragile e dolorosa e su un altro la solida tranquillità del vicino, si prova un sentimento di ingiustizia e di umiliazione. L’ingiustizia è meno penosa perché permette l’indignazione, la protesta verbale e la manifestazione fisica, mentre l’umiliazione spinge a nascondersi, a ritirarsi, a vergognarsi, a non combattere.

Bisogna lottare contro la povertà, che è soprattutto assenza di speranza e di stima da parte di altri con cui possono essere condivisi valori proiettati al futuro. Tu quando hai perso la speranza? E quando hai ripreso a sperare? Rispondiamo a queste domande e riappare la stima. La marginalità è non avere nessuno che ci stima: è non stimarsi, ossia non avere la stima di sé. Incontrare la sofferenza delle persone, sempre più disperate e isolate, significa dunque restituire la speranza e l’appartenenza.

Una ventina di anni fa un sociologo francese, Pierre Bourdieu, raccolse una serie di interviste ai nuovi “miserabili” delle grandi città francesi e della provincia: non erano più i miserabili ottocenteschi di Victor Hugo; piuttosto, erano persone normali che, con la crisi dello stato sociale, l’inizio della globalizzazione e le trasformazioni della classe operaia quando le prime fabbriche cominciavano a chiudere, si ritrovavano prive delle tradizionali risorse, quindi costretti a far fronte alla loro resilienza per adattarsi a un mondo mutato: l’ex operaio che decide di diventare, con molte difficoltà, lavoratore autonomo, la casalinga che arrotonda facendo le pulizie nelle case dei ricchi, il manovale che comincia a fare il “doppio lavoro”, lo studente che fa il cameriere la sera per pagarsi gli studi, e così via… Erano tutte figure emergenti di questo nuovo mondo che viviamo oggi, un mondo di precari e gente costretta a far fronte alla propria adattabilità per vivere (e sopravvivere). Non straccioni quindi, bensì gente d’ogni giorno, in cui ciascuno di noi può riconoscersi. Non avrebbe avuto senso, quindi, parlare di “nuovi miserabili”, piuttosto Bourdieu scelse come titolo del suo libro “La miseria del mondo”, giacché appariva già chiaro come la miseria non fosse un attributo dell’individuo, bensì una caratteristica della sua condizione sociale.

Riuscire per gli impoveriti e i declassati (il ceto medio impoverito di oggi) a prendere coscienza della propria condizione, a rifiutarla e trasformarla, a contrastare la “miseria del mondo” è il gesto più nobile che oggi si possa pensare.

Angelo Santoro

L’insolvenza di Veneto Banca?

Ho avuto ripetute occasioni di esporre le molte ragioni per le quali, in base ad una valutazione dei dati conoscibili, sussistono forti perplessità sulla fondatezza del ricorso, di recente presentato al Tribunale di Treviso  dal pubblico ministero, per la dichiarazione dello stato di insolvenza di Veneto Banca alla data del 25 giugno 2017, giorno di pubblicazione del decreto di apertura della procedura di liquidazione coatta amministrativa a suo carico.

Se, dunque, verrà prospettata al Tribunale la reale situazione economica e patrimoniale della banca (ma a tale riguardo, non è dato di capire ancora, quale sarà l’atteggiamento processuale dei commissari e neppure se ci sarà qualche legittimo  contraddittore, interessato a resistere al ricorso) è assai probabile che i giudici si pronunceranno per l’insussistenza del presupposto oggettivo, sotteso alla procedura concorsuale richiesta: cioè l’insolvenza. E’, allora, importante proporre una riflessione sulle possibiliconseguenze della situazione nelle due diverse ipotesi, di accoglimento o di reiezione del ricorso.

Qualora fosse dichiarato lo stato di insolvenza, anzitutto, gli inquirenti potrebbero indagare su eventuali reati di bancarotta semplice, fraudolenta o preferenziale, a carico degli amministratori. In secondo luogo, potrebbero essere iniziate, da parte dei commissari, le c.d. azioni revocatorie,dirette a consentire l’azione esecutiva concorsuale anche sui beni usciti dal patrimonio della banca, secondo le diverse ipotesi previste della norma (art. 67 L.F.).

E qui sorge un primo rilevante problemaa perché un’insolvenza riferita al giugno 2017 farebbe scattare la revocatoria anche per le transazioni del marzo 2017 che, per entrambe le ex popolari, hanno interessato il 70% degli azionisti. A questo punto essi sarebbero tenuti a restituire l’importo ricevuto e, forse, sarebbero anche condannati alle spese processuali; e, proprio per questo, c’è da chiedersi le ragioni per le quali un gruppo di risparmiatori ha insistito nel richiedere al pubblico ministero l’iniziativa della dichiarazione di insolvenza, esponendo gli azionisti al grave pericolo di revocatoria. E’ noto, infatti, che la regola fondamentale del diritto concorsuale è la par condicio creditorum, cioè la parità di trattamento di tutti i creditori. Se insolvente, il debitore non ne può pagare solo alcuni: o non paga nessuno o li paga tutti.

Per altro aspetto, il problema si complicherebbe ancor più perché, in tal caso, la stessa Bankitalia – che quella transazione collettiva ha avallato – dovrebbe spiegare come abbia potuto non avvedersi, nel marzo 2017, che le due banche versavano in stato di insolvenza, tanto da essere messe in liquidazione coatta appena poco più di due mesi dopo. Infatti la condizione soggettiva di cui all’art. 5 L.F. (l’insolvenza) non si manifesta quasi mai istantaneamente, ma emerge progressivamente, in un contesto temporale solitamente ampio, soprattutto per gli intermediari bancari. E non è davvero credibile che un’insolvenza, se accertata nel giugno 2017, non fosse, nel marzo precedente, percepibile dall’Authority nazionale, deputata proprio al controllo dell’intero sistema bancario; anche perché, nel periodo tra marzo e giugno, non si sono verificati eventi che possano avere, da soli, causato lo scatenarsi di un improvviso disastro. Aggiungasi che, nei primi mesi del 2017, il CDA espresso dal Fondo Atlante aveva ultimato e sottoposto al benestare di BCE un progetto di fusione, approvando altresì il bilancio 2016, sul presupposto della continuità aziendale. Tutto ciò non sarebbe avvenuto se quel CDA non avesse ricevuto ampie rassicurazioni sulla sussistenza delle condizioni perché quel progetto potesse essere portato a compimento. Il riferimento è a Banca d’Italia ed al Governo che, proprio nella primavera del 2017, stavano lavorando con BCE alla ricapitalizzazione precauzionale, che presuppone proprio l’insussistenza di un’insolvenza.

A questo punto, i cittadini potrebbero chiedersi se non possa essere ravvisato un reato di falso in bilancio proprio a carico dei soggetti che avevano contribuito a redigere il progetto di fusione, pur dovendo prefigurarsi l’insolvenza delle due banche, future protagoniste della fusione stessa. Ovviamente, la risposta pare scontata!

Tutto, dunque, propende per l’inesistenza, alla data del 25 giugno 2017, dello  stato di insolvenza di Veneto Banca. E non si dimentichi che le due ex popolari avevano trasferito a Banca Intesa anche 771 milioni di cassa e che, per Veneto Banca, i commissari hanno immediatamente riportato in bonis ben 800 milioni di crediti che, impropriamente, erano stati inseriti (per eccesso di zelo?) fra i crediti deteriorati e che, invece avrebbero dovuto rientrare nel suo patrimonio.

E se il Tribunale respingerà il ricorso, accertando l’insussistenza dell’insolvenza?

Mi pare ovvio che la pronuncia non potrebbe incidere sulla liquidazione coatta amministrativa, ormai irrevocabile, dichiarata per legge. Ma si aprirebbe un altro inquietante capitolo perché ai risparmiatori dovrebbe essere spiegato come possa accettarsi che il costo di una manovra di sistema, ordinata da BCE, sia stata fatta pagare solo a loro, perché scambiati per investitori-speculatori. Per di più, con valori palesemente iniqui attribuiti agli assets aziendali di veneto Banca: si pensi solo a BIM, ceduta a poco più di 20 milioni, a fronte di un recente divieto, da parte di BCE, di venderla per 560 milioni, quando ancora era possibile.

Il 14 giugno 2017, parlando all’ABI, il vice Direttore Generale di Bankitalia ha detto: “una soluzione relativa alle due banche venete va definita in tempi brevi, salvaguardando i risparmiatori e garantendo continuità …”. Dieci giorni dopo è finita con il decreto di liquidazione coatta amministrativa, che, all’evidenza, era stato preparato da molto tempo, e che ha spazzato via tutto, creando il disastro. Ora, cosa devono pensare i risparmiatori?

Giovanni Schiavon e Angelo Santoro 

È tempo di pantegane: si salvi chi può!

In natura la specie delle nobili pantegane è associata a fiumi, stagni ed in genere a pozze permanenti d’acqua anche salmastra: si tratta tuttavia di una specie che predilige trasformare gli ambienti naturali per soddisfare le proprie esigenze, spesso a scapito dell’equilibrio ecologico.
Diciamolo, la loro grande passione è colonizzare le fognature per dispensare come gran sultani le epidemie di peste più devastanti.

Ma a proposito di diffusione della sporcizia, della fame e della conseguente peste di manzoniana memoria ci viene in mente, con riferimento puramente casuale, che le banche hanno venduto per un boccone di pane i loro crediti incagliati in mezzo alle povertà di ultima generazione alle società avvoltoio usuraie le quali vivono lo stesso habitat delle nobili pantegane.

In breve, sono quegli esseri spietati che, comperati i crediti a quattro soldi, passano all’incasso con maniere brusche e se non puoi pagare ti convincono, in un modo o nell’altro, a partecipare agli affari di famiglia.

Parliamo di quel genere di uomini che per raggiungere i loro scopi assoldano spacciatori di droga emarginati, ma soprattutto trovano manodopera tra quelle persone indebitate che, con la promessa di essere lasciate in pace, si trasformano per fame da gente per bene in promotori d’affari improvvisati e pericolosi, perchè non abituati a giocare con la violenza tout court che gli può sfuggire di mano.

Insomma, per certi versi, vengono assoldati con la logica dei drogati che, per pagare la loro dose di cocaina, diventano spacciatori.
In questo campo inesplorato stanno per approdare vere e proprie orde di uomini, assoldati per lavorare in questi nuovi mestieri lasciati in ereditá dai banchieri i quali, rientrati delle perdite perchè defiscalizzate, hanno buttato sul mercato i loro ex debitori da spolpare, in pasto alle orde di barbari che li hanno comperati.

Ma siamo ancora all’antipasto di quanto accadrá con gli NPL, custodi giudiziari delle abitazioni pignorate, in quanto date a garanzia di prestiti non corrisposti dai clienti degli istituti di credito.

Stante agli ultimi rilevamenti della Banca d’Italia, i dati ci raccontano che il 35% delle aziende italiane sono passate a miglior vita e se aggiungiamo le persone che vi lavoravano – di cui una parte aveva chiesto un mutuo per la casa – provate a pensare al disastro sociale che si sta per consumare con una politica impegnata ad affrontare la campagna elettorale con lo slogan: “si salvi chi può”.

Angelo Santoro

10 punti a tutela della casa
e del risparmio

Veniamo da anni e anni in cui si è ripetuto il mantra “ce lo chiede l’Europa”; in cui abbiamo dovuto far fronte a necessità sempre più stringenti, in nome delle quali siamo stati costretti a cedere pezzi di sovranità democratica e a rinunciare a quelle tutele e garanzie sociali elementari che ci contraddistinguono in quanto cittadini democratici. Si sta andando verso una progressiva rinuncia al diritto ad avere un lavoro e una casa, ad essere curati, a mandare i nostri figli in un asilo nido.

L’attacco finale è stato sferrato nel cuore della nostra società del benessere: i nostri risparmi. In nome della stabilità dei mercati e della salvaguardia degli interessi dei grandi capitali finanziari ci è stato imposto di sacrificare tutto ciò che avevamo sull’altare della salvezza delle banche. Non tanto e solo delle banche rovinate dalla crisi, ma soprattutto di quelle in default.

Qui non si intende prendere posizione sulle cause specifiche o sistemiche che hanno determinato il disastro creditizio e non vogliamo essere trascinati in sterili polemiche che, a questo punto, non potrebbero più portare alcuna utilità concreta. Qui vogliamo ripartire dalla tragica constatazione che molti di noi sono finiti nella black list della Centrale Rischi. Altri, sacrificati dal decreto salva banche, destinato ad evitarne il bail-in hanno visto l’azzeramento dei propri risparmi. Altri, ancora, rischiano di vedersi pignorati patrimoni importanti come la casa. Ci stanno togliendo tutto, ma non riusciranno a toglierci la cosa più importante: l’onore e la nostra dignità!

Noi vogliamo difendere il risparmio; rimettere al centro dell’interesse il risparmiatore tradito da tutto e da tutti e non difeso adeguatamente dallo Stato.

Per questo abbiamo scelto di consorziarci e suggellare un patto d’onore, un patto tra uomini e donne che scelgono attivamente di rifiutare la loro condizione e di difendere la dignità della persona, così come garantito dalla nostra Costituzione.

La prima azione pubblica di questo Consorzio di uomini e donne d’onore è la scrittura di un Manifesto, strutturato in dieci punti, brevemente elencati qui sotto.

1 La finanza mina i diritti costituzionali dei cittadini risparmiatori
La nostra Costituzione mira a promuovere lo sviluppo della persona umana e a difenderne la dignità e l’onore. Non solo: la Costituzione mette al centro anche la tutela del risparmiatore. All’articolo 3, infatti, stabilisce il criterio di uguaglianza di tutti i cittadini e la necessità per la Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la loro libertà, l’uguaglianza e il pieno sviluppo della persona umana, mentre l’art. 47 incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme. Diritto alla casa e al risparmio sono due caposaldi sanciti dalla Costituzione; diritti inalienabili che, allo stato dell’arte, sembrano vacillare.

Noi vogliamo ripartire da questi caposaldi. Senza tutela del risparmio e della proprietà abitativa, senza il tutela della dignità della persona non può esserci giustizia sociale e progresso.

2 La crisi bancaria è crisi sociale.
Nonostante i tanti proclami di sua solidità e sicurezza, il sistema bancario italiano è entrato in profonda crisi. A farne le spese non sono stati i dirigenti e gli amministratori del sistema, i quali spesso hanno assistito solo al cambio di poltrona, quanto le centinaia di famiglie di risparmiatori che hanno visto volatilizzati i propri risparmi. Lungi da qualsivoglia giacobinismo, il Manifesto intende orgogliosamente porsi a difesa delle Istituzioni senza le quali vacilla lo stesso Stato di diritto. Ma questo dovuto rispetto non deve precludere l’eventuale messa in discussione delle persone che quelle Istituzioni sono chiamate a rappresentare, se ritenute meritevoli di rilievi critici.

3 Credibilità minata? Ripartiamo dalla fiducia
Il recupero della credibilità del sistema bancario italiano passa necessariamente dal ripristino della fiducia da parte dei cittadini, ora venuta meno a seguito delle sistematiche menzogne che sono state loro raccontate e dallo squallido gioco allo scaricabarile tra banchieri, politici, tecnocrati della BCE cui siamo costretti ad assistere. Il modo peggiore per recuperare la fiducia è quello di proseguire il pregresso percorso, in ossequio ad una vuota moral suasion. Anche la crescita economica richiede un decisivo ripristino di una diffusa fiducia nei confronti delle Istituzioni che, però, se la devono conquistare e non la possono solo pretendere.

4 Un controllo più moderno ed efficace da parte degli organi competenti.
E’ imprescindibile un ripristino della funzione della garanzia di controllo da parte dei Regolatori, che devono intervenire senza esitazioni e senza, poi, rimpallarsi ogni responsabilità. E’ necessario dunque che siano garantite funzioni di controllo certe, con separazione non solo formale dei ruoli del controllore e del controllato, e che in modo altrettanto certo i responsabili degli sconquassi del sistema bancario siano individuati e puniti.

5 Una politica più attenta e responsabile
La politica ha spesso trascurato il temo del risparmio; e, in molti casi, con espliciti e depistanti ottimismi, nonché con scelte normative frettolose, incoerenti, lontane dalla realtà e talora di dubbia costituzionalità, ha contribuito alla sua mancata tutela. Ripartire da una buona politica significa restituire fiducia e benessere ai cittadini, riagganciarsi alla Costituzione per far sì che la giustizia sociale e la dignità della persona non siano più sacrificate all’altare del realismo e del decisionismo della tecnocrazia finanziaria.

6 Interventi più efficaci di contrasto all’usura fra privati.
La restrizione dei canali istituzionali deputati all’erogazione del credito favorisce il dilagare della piaga dell’usura tra privati. Mafie e strozzini ringraziano, i risparmiatori restano strangolati nella morsa del debito, con esiti spesso drammatici. Occorre urgentemente ripensare alla ricostruzione di ogni componente del nostro sistema creditizio e sociale.

7 Revisione del sistema delle espropriazioni immobiliari.
Il già citato articolo 47 della nostra Costituzione associa la tutela del risparmio al diritto a una casa di proprietà. La Repubblica – si legge “disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione“. Il cittadino che non ha pagato una rata del mutuo sulla propria casa rischia di vedersi pignorati i propri averi (casa compresa), mentre ai giovani e meno giovani che non hanno un’occupazione stabile non viene concesso alcun mutuo per la casa. Tutto ciò favorisce una spirale al ribasso non solo insostenibile per i cittadini ma per la solidità dei mercati stessi, in primis quello immobiliare. Occorre invertire la rotta: e favorire l’accesso ai mutui per l’acquisto della prima casa.

8 Contrastare il fallimento delle piccole imprese. Contribuire al rilancio di nuove attività.
E’ in atto un irragionevole aumento di fallimenti di medio-piccole-micro imprese, dovuti non solo alla crisi generale, ma anche e soprattutto alla stagnazione e alla contrazione dei canali di accesso al credito, spesso negati da assenza di fiducia legata alla mancanza di rating. Il repentino cambiamento delle regole sottese alla scelta dei soggetti meritevoli di accesso al credito sta devastando l’economia reale del Paese.

9 Liberare dalla morsa del debito, favorire l’accesso al credito.
Un’amnistia finanziaria per tutti i cattivi risparmiatori iscritti alla Centrale Rischi è la premessa per tornare a “respirare”. Non si tratta di un “liberi tutti”, ma di una seconda chance da offrire a quanti, in questi anni, hanno assistito al fallimento della propria attività per responsabilità attribuibili, direttamente o indirettamente, alla crisi del sistema bancario. Restituire a questi imprenditori la possibilità di rientrare nel circuito produttivo e di accedere a nuovi crediti, cancellando la black list della Centrale Rischi, oltre a essere un’azione di giustizia sociale, è la premessa per rilanciare gli investimenti. Dunque, per tornare ad avere fiducia nel sistema economico e finanziario. Quindi, per tornare a crescere.

10 La Costituzione di un’Authority per la tutela del risparmio.

Il sistema bancario italiano ha un elevatissimo livello di crediti deteriorati: appena un anno fa Bankitalia calcolava un valore di crediti deteriorati nell’ordine di decine di miliardi di euro.

La causa principale di tale consistente accumulo è dovuto al fatto che la nostra economia ha una connotazione essenzialmente banco-centrica perché le imprese sono sistematicamente sottocapitalizzate e non dispongono di fonti finanziarie alternative. Con la crisi, le banche sono andate incontro a ingenti perdite, mentre i valori in possesso degli azionisti si sono poi improvvisamente azzerati.

Nel caso dei risparmiatori-azionisti delle ex popolari venete, i crediti deteriorati saranno stati ceduti, dopo la liquidazione coatta delle due banche, alla Società per la Gestione di Attività (SGA) del Ministero delle Finanze che, a sua volta, li cederà ad un Fondo, che tenterà di realizzarli con le procedure (e i tempi) della giustizia ordinaria. I crediti deteriorati delle altre banche saranno, a loro volta, ceduti a soggetti che, con intento speculativo, li realizzeranno forzatamente, spesso cedendoli a loro volta.

La pulizia dei bilanci delle banche, con la rapida eliminazione dei crediti deteriorati (NPL) corrisponde ad una reale esigenza imposta, ancora una volta, dall’Europa, ma comporterà un ulteriore massacro economico per i risparmiatori: soprattutto coloro che avevano garantito con la loro casa i finanziamenti che, ora, non sono più in grado di pagare. Occorre consentire ai debitori di trattare direttamente il rientro dalle loro esposizioni ed evitare un’ulteriore macelleria sociale conseguente alla svendita delle loro case. Soprattutto occorre pensare alla costituzione di un’Authority per la specifica tutela del risparmio, come previsto dall’art. 47 della Costituzione. Né si dica che una tale tutela già esiste nel nostro Ordinamento: Banca d’Italia tutela e controlla (rectius: dovrebbe tutelare e controllare) il credito e le banche; CONSOB tutela (rectius: dovrebbe tutelare) il mercato. E chi tutela i risparmiatori ?

La privacy (per la cui protezione è stata prevista un’Authority) è più importante del risparmio ?

Sarebbe così anche realizzata la grande occasione di attribuire ad un’Istituzione terza e indipendente il compito di vigilare sui risparmi, sulla casa, sull’usura ecc.; un’Istituzione in grado di proporsi come soggetto destinato a coadiuvare il sistema bancario nella sua manovra di pulizia dei bilanci, consentendo al tempo stesso ai cittadini di rinegoziare i loro debiti e di non perdere le loro case. Evitando un prevedibile gravissimo intasamento della giustizia civile e contribuendo a rendere molto più civile il nostro Paese

Ma è solo con gli NPL (cioè con i crediti deteriorati posseduti dal sistema bancario) e con la costituzione di un’Authority del risparmio che può essere attuato un adeguato risarcimento ai risparmiatori traditi: i quali devono poter fruire di un trattamento riparatorio pari ai destinatari dei danni di guerra.

Giovanni Schiavon e Angelo Santoro

Draghi non è sempre stato l’eroe degli stati del Sud

Abbiamo raccontato tre storie di malafinanza (esiste la malavita, la malasanità, perché non cominciare a parlare anche di “malafinanza”?). Tre storie con un lo stesso fil rouge: Bankitalia tra scandali, imbrogli, crack e scalate illecite; Bankitalia qualche volta protagonista attiva (vedi la gestione di Fazio), più spesso come spettatrice passiva, ma ugualmente e a ragione pregiudizievolmente coinvolta.

Potevamo dimenticarci della Bankitalia di Draghi?
Innanzitutto, non si può fare a meno di esprimere un plauso per la gestione della BCE da parte di Draghi: se oggi l’Europa si ritrova un po’ meno sotto la bandiera dell’austherity, nonostante fiscal compact e Trattato di Maastricht, lo dobbiamo anche a Draghi che ha messo un freno ai tentativi di espansione “coloniale” e dominante della Germania.

Ma Draghi non è sempre stato l’eroe salvatore degli stati del Sud che i giornali italiani e stranieri dipingono. Anzi, tutt’altro.
La nostra storia comincia nel marzo 2007 a Padova. Il dott. Minnella, zelante direttore della Filiale 221 della Banca d’Italia, telefona ai suoi capi a Roma. Si accinge così a comunicare il risultato della perizia da lui svolta.

Il rapporto dell’ispezione era inequivocabile: Banca Antonveneta era ormai un fantasma, un cadavere che restava inspiegabilmente in piedi, chissà ancora per quanto però. Che fine aveva fatto quel rapporto non ci è dato saperlo. Forse “riposava” in qualche cassetto di Palazzo Koch a via Nazionale, prima che l’archeologo… ehm, scusate l’avvocato Paolo Emilio Falaschi, legale degli azionisti “bidonati” del Monte lo riportasse alla luce, come un reperto fossile proprio in questi giorni.

Forse non è neppure mai stato consultato o visionato. Fatto sta che a novembre di quello stesso anno il Monte dei Paschi di Siena acquista quel “cadavere” per ben 9 miliardi (che poi diventano addirittura 17), scelta che si rivela dopo pochi mesi disastrosa per il Monte e per l’intero sistema bancario. Ed è proprio Mario Draghi a benedire nel marzo 2008 l’ingresso definitivo del gruppo Monte dei Paschi in Antonveneta.

Eppure, ci risulta difficile pensare che Mister Draghi non fosse stato a conoscenza di quel documento, pervenuto a via Nazionale con tanto di protocollo. Bankitalia era quindi al corrente della situazione. Come, del resto, era al corrente anche del prestito di quasi 9 miliardi che la stessa Antoveneta aveva ricevuto dagli olandesi di Abn Amro, i quali non tardarono, una volta scoppiato lo scandalo, ad esigerne la restituzione.

Ne erano a conoscenza sicuramente, oltre a Draghi, il direttore generale Saccomani (poi ministro dell’Economia) e la responsabile della Vigilanza Anna Maria Tarantola (poi presidente della Rai). Ma siamo pure sempre in Italia, e si sa: se hai un posto dirigenziale e fai una bestialità, hai la carriera assicurata ai vertici di aziende o delle cariche di Stato; se stai zitto e omertoso, hai un successo ancora più assicurato!

Cosa sono le polemiche attuali che coinvolgono Visco e la Vigilanza di Bankitalia a confronto di precedenti così “nobilitanti”? Oggi Casini, il quale presiede la Commissione parlamentare, ha intenzione di convocare gli ex vertici di Mps Profumo e Mussari che, poverini, dopo il disastro bancario, sono divenuti rispettivamente amministratore delegato di Leonardo e Presidente dell’associazione bancaria italiana fino al 2013. Sì, proprio Pier Ferdinando Casini, che casualmente si è sposato a Siena con Azzurra Caltagirone, figlia del grande “palazzinaro” nonché amico stretto dell’ex Presidente ABI e della Banca MPS – Mussari.

Assieme all’ex direttore generale Antonio Vigni, Mussari è indagato per reati gravi come manipolazione dei mercati attraverso false comunicazioni (aggiotaggio) e ostacolo all’attività di vigilanza. Nel novembre 2007, secondo gli inquirenti, Mussari “comunicava, al di fuori del normale esercizio della professione” la notizia dell’acquisto di Antonveneta all’allora sindaco di Siena Maurizio Cenni e all’allora presidente della Provincia Fabio Ceccherini.

Si da il caso che erano proprio Comune e Provincia a nominare i vertici della Fondazione Mps, principale azionista di controllo della banca, nonché diretta precedentemente da Mussari stesso. Lo stesso Mussari comunicava le stesse informazioni riservate (reato di insider trading) a Bombieri, un banchiere dell’americana di JP Morgan. Ma reati quali “Falso” e “manipolazione del mercato” per il reperimento delle risorse finalizzate all’acquisizione di Antonveneta sono per Mussari una passeggiata di salute.

Perché per gli inquirenti Mussari, in concorso con Vigni e Baldassarri, sarebbe responsabile dell’occultamento con mezzi fraudolenti del contratto “mandate agreement” stipulato a luglio 2009 tra Nomura e Mps sul derivato Alexandria. Questo contratto è stato rinvenuto nella cassaforte di Mps, anche in questo caso non da archeologi, bensì dai nuovi dirigenti di Mps tre anni dopo la stipulazione.

Sull’ex Presidente di Mps Profumo (che ricoprì la carica dal 2012 al 2015), invece, pende un’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza, mentre il Gip Cristofano ha già disposto per lui e per Fabrizio Viola, ex amministratore delegato di Mps, l’imputazione coattiva per aggiotaggio.
Le cause del dissesto di Mps, secondo la Procura, non sono da rintracciare nella crisi internazionale dei mercati finanziari, bensì nella cattiva gestione della banca, in particolar modo per l’acquisto a prezzi spropositati di quel cadavere che era Antonveneta e per una cattiva gestione dei crediti deteriorati che hanno cercato poi disperatamente di svendere a prezzi stracciati.

Dunque, si diceva: a novembre del 2007 Mps Acquista Antonveneta, senza premurarsi di analizzare le condizioni di salute di quel “cadavere”, né di introdurre clausole per un’eventuale ridiscussione del prezzo.
Sull’acquisizione di Antonveneta gli inquirenti hanno aperto grandi armadi pieni di scheletri. Si diceva dei 9 miliardi e rotti sborsati da Mps per l’acquisto, ma a questi vanno aggiunti ulteriori 8 miliardi per dotare Antonveneta di liquidità al fine di portare avanti la normale operatività. E gli inquirenti che hanno accertato pagamenti “anomali”, realizzati dalla banca o da intermediari si chiedono: e se, dietro questi, si celassero mazzette?

Ciò che è certo è che i derivati sottoscritti con le banche Nomura e Deutsche Bank servivano per abbellire i bilanci e nascondere il dissesto causato dall’acquisizione di Antonveneta. Su questo fronte, l’indagato è Baldassari, il capo della “banda del 5 percento” (ma un tempo le bande non erano fatte da banditi? O meglio, forse è così anche oggi, solo che i banditi contemporanei non rapinano più le banche, ma le acquistano e poi manomettono i conti).

Ebbene questa banda, capitanata da Baldassari e composta da esperti di finanza internazionale, per oltre dieci anni avrebbero sfruttato triangolazioni con finanziare italiane e straniere per fare “la cresta” sulle operazioni di Mps, mettendosi in tasca il bottino. Poi c’è il caso dei derivati rischiosissimi “Alexandria” e “Santorini”. I derivati hanno la funzione di spostare il rischio che si assume sull’andamento di un indice di borsa, di un’azione o di un titolo di debito pubblico o privato su soggetti terzi che se ne farebbero carico.

Ma in questo caso, i derivati “Alexandria” e “Santorini” sono serviti per coprire le perdite nette in bilancio di Mps, spostandole su esercizi futuri. Anche in questo caso questi “giochi di prestigio” sulla pelle degli azionisti sono sfuggiti ai controlli di Bankitalia. Ancora un’altra svista dei controllori?
La sensazione è che, giorno dopo giorno, le indagini rivelano nuovi elementi che aggravano la situazione. Come il bandolo di una matassa che non smette di crescere sembrerebbe che questa vicenda, fatta di connivenze politiche-affaristiche, manipolazione delle informazioni, vigilanza ostacolata o deliberatamente non svolta e quant’altro, sia destinata a rivelare ulteriori particolari che estendono il coinvolgimento di attori e istituzioni.

Che dietro questa fitta trama non ci siano responsabilità evidenti della Banca d’Italia di Draghi, al cui confronto Visco potrebbe essere un docile agnellino? Che forse più che un vizio degli ultimi tempi, la svista dei controllori di Bankitalia non sia un elemento ricorrente in certi casi, ovvero in vicende di mala-finanza? Chissà se gli indagati cominceranno a fare qualche nome… quel che è certo è che ne vedremo delle belle.

Quanto ai dirigenti della vigilanza di Bankitalia consigliamo due cose, per star sicuri e non sbagliare ancora: una bella visita oculistica e un paio d’occhiali nuovi. Così che se dovessero esserci ulteriori fenomeni strani di malafinanza non potranno più giustificarsi dietro al “si è trattata di una svista”.

Visco, la cremazione delle banche venete e molto altro 

La maledizione delle banche venete si chiude con le note vicende riguardanti Veneto Banca, Banca Popolare di Vicenza e il governatore di Bankitalia Visco.

Fa sorridere la mozione presentata a suo tempo alla Camera dal PD per escludere il rinnovo dell’incarico di Ignazio Visco a governatore di Bankitalia. Fa sorridere perché nonostante gli interessi di Renzi, il governatore della Banca d’Italia viene nominato dal presidente della Repubblica su proposta del Consiglio dei ministri e del Consiglio superiore della Banca d’Italia; nulla può dunque il parlamento. Per il PD di Renzi Visco è responsabile di non aver vigilato adeguatamente e prevenuto l’esplosione delle crisi bancarie e degli scandali che hanno coinvolto le quattro banche del centro Italia, più le due banche venete.

La difesa di Visco è tempestiva: la politica legifera bail-in e programmi salvabanca? non è riuscita a prevedere che con il coinvolgimento degli obbligazionisti le crisi delle banche sarebbero usciti dai salotti della finanza per entrare in quelli della gente comune?!

Secondo Visco Bankitalia avrebbe “difeso il risparmio nazionale limitando i danni. Questi non potevano non esserci, data la gravissima condizione dell’economia; alcuni casi di gestione bancaria cattiva o criminale, sono stati contrastati per quanto consentito dalla legge e, quando opportuno, segnalati alla Magistratura”.
Per quale motivo allora Visco viene accusato di mancata vigilanza nei confronti degli scandali bancari che si sono susseguiti?

Tempo fa Affari&Finanza, dati alla mano, se ne uscì in questo modo: “una decina di istituti sono scomparsi, portandosi via 61,5 miliardi di euro (conteggio per difetto, che non comprende crediti d’imposta, erogazioni mancate, costi sociali degli esuberi ed altri effetti collaterali). Un terzo dei miliardi a carico dei contribuenti, il resto tra azionisti, obbligazionisti e banche concorrenti, che per evitare contagi hanno preferito metter mano al portafoglio, con i conferimenti al ramo volontario del Fondo interbancario e al Fondo Atlante”.

Lo scandalo, come si ricorderà, inizia con l’esplosione di quella bomba ad orologeria che fu Banca Etruria che, a seguire, trascina dietro Banca Marche, Carichieti e Cariferrara. A poco a poco, emerge che ai risparmiatori di queste “associazioni a delinquere” – che a stento riusciamo a chiamare “banche” – erano state vendute negli anni obbligazioni scadenti.

I risparmiatori, di cui una gran parte anziani non in grado di capirne di finanza o semplici persone che si sono fidate dell’ex compagno di scuola divenuto direttore della filiale, si sono trovati in poco tempo in mano carta straccia. La risoluzione del decreto Salva-banche che istituisce il bail-in (ovvero il prelievo forzoso dei conti con più di 100mila euro) azzera anche in un battibaleno il valore delle azioni e delle obbligazioni emesse da Banca Etruria e dalle altre banche.

Un pensionato di Civitavecchia, a novembre 2015, decide di togliersi la vita. La responsabilità non è soltanto di quel furto legalizzato che chiamiamo “bail-in”e del decreto Salva-banche del governo Renzi.

Sul pc del sessantottenne la moglie trova una lettera indirizzata al direttore di Etruria news, nel quale il marito accusa la banca di non voler cedere alle sue richieste di rientrare, almeno in parte, dei risparmi tolti. L’uomo accusa, inoltre, di avergli cambiato il profilo da basso ad alto rischio e di averlo imbrogliato attraverso l’intercessione di un funzionario di Arezzo che lo avrebbe rassicurato che i suoi risparmi erano in buone mani.

Che fossero pulite o no queste mani, non ci interessa. Non ci interessa, in questo momento, né entrare nei particolari degli illeciti compiuti da questi signorotti, “cafoni arricchiti” come Mario Brega macellaio dei film di Verdone, né aizzare una protesta di moralità. Ci interessa, invece, soffermarci su un particolare: l’uomo era correntista di Banca Etruria da oltre cinquanta anni. Cinquanta anni, porca miseria!

Cosa gli è stato tolto all’uomo? Non solo i risparmi di una vita (non si pensi fosse uno zio Paperoni, era un semplice operaio Enel, facente parte di quell’aristocrazia operaia che riceveva alti salari sì, ma pur sempre solo salari); ciò che è stata assassinata, nell’uomo, attraverso il suo disperato gesto suicida, è la speranza. La speranza e la fiducia.

Speranza in un futuro migliore del presente, in cui avrebbe finalmente goduto dei risparmi che per una vita, come una piccola formica, ha messo da parte. Fiducia nella banca che, per oltre cinquanta anni, lo ha coccolato, aiutato, protetto, consigliato. Speranza di poter prima o poi godere dei propri risparmi, nonostante la crisi e il prelievo forzoso del bail-in. Fiducia nei dipendenti e nei direttori della sua banca; fiducia nel genere umano. Via. Spazzate via, per sempre.

Ventidue gli ex dirigenti indagati per bancarotta (tra questi non c’è il vicepresidente dell’Etruria, nonché papà della Boschi, coinvolto in un’altra inchiesta di bancarotta).
Nonostante le quattro banche siano state salvate in fretta e in furia sotto Natale 2015, con la felicità di papà Boschi, l’accusa rivolta a Visco è di essere intervenuto tardivamente.

Visco s’affanna elencare le ispezioni mosse e si giustifica col fatto che i rapporti ispettivi di vigilanza sono stati inviati entro i tempi all’Autorità giudiziaria.
Qualche mese dopo esplode lo scandalo delle Banche Venete. Per loro scatta il fondo Atlante: Intesa San Paolo acquisisce con un euro il controllo delle banche, i cui costi e responsabilità si scaricano interamente sullo Stato.

Finiscono nel mirino Vincenzo Consoli, padrone incontrastato dell’istituto di Montebelluna e Luigi Zonin, ribattezzato “il Re di Vicenza”. Banche diverse nel nome, ma affini per storia. Le due banche hanno per oltre vent’anni concesso prestiti a amici, parenti e compagni di merende, senza valutazioni obiettive. Il risultato è che, ben presto, tutto ciò diventa una sofferenza insostenibile per i bilanci dei due istituti. Il patrimonio veniva raccolto finanziando gli stessi soci che l’avrebbero sottoscritto. Il circolo vizioso, quindi, era inevitabile. Anche le banche venete, dunque, erano due bombe a orologeria, pronte ad esplodere.

Fatto sta che appena nel 2014 un titolo azionario della banca vicentina era del valore circa di 62,5 euro, mentre un titolo di Veneto banca all’incirca era valutato 40 euro, mentre appena due anni dopo il Fondo Atlante ricapitalizzerà entrambe le banche a 10 centesimi per azione. Finiscono sul lastrico 88mila soci di Consoli e 111mila di Zonin.

Bankitalia plaude il proprio operato, giacché per Visco sono state proprio le ispezioni di via Nazionale a sollevare il polverone. Secondo coloro i quali vorrebbero la testa di Visco al patibolo la responsabilità, invece, è proprio dei ritardi e delle lungaggini di Bankitalia, che interviene sempre dopo la detonazione delle bombe.

Ma all’origine delle critiche allo sfaccendato-faccendiere Visco vi è, tra tutti, quella che viene ritenuta essere la pessima gestione del Monte dei Paschi di Siena, roccaforte senese del PD.

La maxi-acquisizione di Antonveneta (ricordate lo scandalo dei furbetti del quartierino?) e la presenza di contratti derivati in pancia all’istituto hanno condotto a un serio deterioramento del bilancio dell’istituto. Appena nel 2013 Visco sottolineava come l’intervento di Bankitalia abbia consentito “di preservare la stabilità della banca in un contesto di gravi e crescenti tensioni finanziarie, migliorandone il grado di capitalizzazione e avviando a normalizzazione la precaria situazione della liquidità”, ma in verità è proprio l’operato di Bankitalia a essere sotto accusa, per la mancanza di tempestività e una cattiva vigilanza sulle operazioni.

A tornare alla ribalta, proprio in questi giorni, sono le vicende riguardanti la Banca Intermobiliare per il quale la Procura di Roma ha aperto un fascicolo, a seguito di un esposto dell’ex amministratore delegato Pietro D’Aguì, sul comportamento della Vigilanza all’epoca dell’acquisizione di BIM da parte di Veneto Banca. Stiamo parlando di fatti avvenuti a cavallo tra 2010 e 2011.

Per non parlare del caso riguardante la Tercas di Teramo e la Popolare di Bari. Il Tribunale civile de l’Aquila ha deciso di condannare gli ex amministratori delegati e il direttore generale della Tercas a risarcire la banca pugliese di svariati milioni, frutto di un cattivo salvataggio dell’istituto abruzzese da parte della Popolare di Bari che venne eseguito proprio su indicazione di Bankitalia.

Dalla procura di Roma sono emerse le modalità di spolpamento della banca, come se si trattasse di un tacchino da servire in un banchetto il giorno di ringraziamento, con a tavola iene fameliche, vigliacche e feroci. Si tratta di prestiti e affidamenti facilitati ad aziende amiche e, addirittura – perché siamo in Italia e la famiglia è sacra – a familiari diretti. Ma sì, dall’Abbruzzo a Bari, siamo tutti italiani, siamo tutti paesani! L’acquisizione dell’istituto abbruzzese ha comportato un vortice al ribasso del valore dei titoli, a causa di una serie di aumenti incontrollati di capitale.

Pare che Bankitalia non abbia accertato nessun profilo di rilievo sanzionatorio e che, stante all’ultima interrogazione parlamentare, il Mef abbia dichiarato che il livello di patrimonializzazione sia buono.

Nel frattempo Visco e i vigilanti di via Nazionale dormono sonni tranquilli, e gli azionisti e obbligazionisti, che fanno? Sono corrosi dalla rabbia, dalla perdita di fiducia e della speranza, il patrimonio più grande del quale sono stati scippati. Attendono, quasi rassegnati, un cenno, una novità, qualcosa che gli dia la speranza di un cambiamento. Incollati, giorno dopo giorno, alla prima pagina del Sole24Ore o davanti al Telegiornale delle otto, non hanno che da scegliere: vivere passivamente e rassegnati, seguire l’esempio del pensionato civitavecchiese… o ribellarsi.

Angelo Santoro

Antonio Fazio e il suo allevamento di volpi

Protagonista di questa storia è, ancora una volta, una banca veneta: non l’Ambrosiano di Calvi, né Veneto banca o Banca popolare di Vicenza, bensì la Banca Antoniana popolare Veneta, detta semplicemente Antonveneta.

Estate 2004. Fa caldo, molto caldo in Italia. Nulla a che vedere con il caldo che ci sarebbe stato l’estate successiva, quando esplode lo scandalo che le testate battezzano col nome di “Bancopoli”. Tutto ha inizio quell’estate, quando l’olandese ABN Amro chiede alla Banca d’Italia l’autorizzazione per diventarne la maggior azionista in Antonveneta.

Qualche mese dopo, Banca d’Italia concede alla Banca Popolare di Lodi il permesso per detenere fino al 15percento del capitale di Antonveneta. Il 29 marzo 2005, la banca spagnola BBVA lancia un’offerta pubblica di acquisto per ottenere la maggioranze delle azioni della BNL, mentre il giorno dopo è la volta della banca olandese ABN AMRO che lancia un’offerta pubblica di acquisto su Antonveneta. Il 29 aprile è il turno della BPL che lancia un’Offerta Pubblica di Scambio su Antonveneta.

No, noi che stiamo raccontando come sono andate le cose non stiamo giocando a battaglia navale o a Risiko. Forse però la verità è che quei “furbetti del quartierino” – come sono stati prontamente ribattezzati dalla stampa i banchieri coinvolti – credevano di starci giocando, con le quote azionarie delle banche al posto degli Stati.

Lo scandalo scoppia in pieno luglio, quando la procura di Milano procede al sequestro dei titoli di Antoveneta, detenuti da BPL. Perché?

Giampiero Fiorani, amministratore delegato della BPL, è amico di Antonio Fazio, Governatore della Banca d’Italia. Fin qui, nulla di male. Si dà il caso, però, che Fazio favorisca la celerità delle autorizzazioni richieste da BPL, mentre rallenta quelle degli olandesi di ABN Amro. Si dà inoltre il caso che la BPL abbia rastrellato azioni dell’Antonveneta fin dal novembre del 2004.

All’epoca la BPL di Fiorani deteneva il 2percento del controllo di Antonveneta, ma nel febbraio 2005, grazie a un patto tenuto segreto, riescirà a controllare il 52percento del capitale bancario, assieme a Fingruppo, GP Finanziaria, Unipol e Magiste, tutte società legate a BPL. Come avviene tutto ciò? Semplice: prelevando illecitamente denaro attraverso gonfiamenti delle commissioni bancarie e sottrazioni da conti correnti di persone defunte. Defunte?!!! Sì, questi vampiri, all’occorrenza, fanno sorgere come zombie pure i morti, pur di racimolare qualche migliaio d’euro in più!

Il Primo maggio il Consiglio d’amministrazione di Antonveneta elegge tutti i quindici candidati di Fiorani, il quale diventa pertanto amministratore delegato. Non si dovrà aspettare tanto tempo affinché il silenzio su queste operazioni si rompa: il giorno seguente, infatti, la procura di Milano apre un fascicolo contro ignoti per aggiottaggio in Antonveneta, ovvero manipolazione del prezzo delle azioni bancarie, attraverso la diffusione di false notizie.

La scalata all’Antonveneta, secondo gli inquirenti, avrebbe comportato nel novembre dell’anno precedente acquisti di titoli di circa 500milioni di euro, spingendo il prezzo delle azioni Antonveneta a un livello nettamente superiore a quello dell’OPA proposto dalla banca olandese che si vede così costretta a non poter effettuare altri acquisti di azioni.

Durante quel maggio che precede quell’estate bollente, la Consob fa luce sulla vicenda. Beh, non proprio luce, però accende un faro… un lumino. Fiorani, di concerto con altri soci di Antonveneta, avrebbe stretto un patto occulto per superare la soglia del 30percento di Antoveneta, affinché BPL potesse effettuare l’Offerta Pubblica d’Acquisto entro una settimana.

Qualche giorno più tardi scattano i primi avvisi di garanzia per Fiorani e 18 imprenditori sospettati di essere stati finanziati dalla BNL per rastrellare buona parte delle azioni di Antonveneta: spiccano i nomi di Emilio Gnutti di Fingruppo, Gp Finanziara e Hopa, nonché artefice della scalata Telecom Italia assieme a Roberto Colaninno di Olivetti, nonché vicepresidente di Monte dei Paschi di Siena, condannato per Insider Trading.

Agli inizi di giugno il tribunale di Padova sospende il neonato consiglio di amministrazione dell’Antonveneta, mentre Fiorani viene iscritto nel registro degli indagati della procura di Roma a metà luglio. Anche Francesco Frasca, responsabile dell’organo di vigilanza in Bankitalia, viene indagato con l’accusa di abuso d ufficio per varie irregolarità nei controlli alla BPL (che a giugno cambia nome in BPI) di Fiorani.

Il 25 luglio vengono sequestrate le azioni Antonveneta detenute da BPI (ex BPL) e dagli altri imprenditori “ingordi” coinvolti nella scalata, mentre a settembre il “furbetto” Fiorani si dimette da amministratore delegato, in quanto indagato per aggiotaggio, insider trading, ostacolo all’attività di vigilanza della Consob, falso in bilancio, falso prospetto, falsa dichiarazione a pubblico ufficiale.

A dicembre, l’accusa di “associazione a delinquere”, aggiotaggio e appropriazione indebita (quella dei soldi che Fiorani avrebbe sottratto, come uno sciacallo o un tombarolo, dai conti correnti dei clienti defunti) lo priverà della libertà. Pochi giorni dopo, la Consob accerta il “patto segreto” tra Unipol e Deutsche Bank e a finire sul registro degli indagati per manipolazione del mercato e ostacolo all’autorità di vigilanza nell’ambito dell’inchiesta sulla scalata a BNL e per aver aiutato Fiorani a rastrellare le azioni di Antonveneta è Giovanni Consorte, amministratore di Unipol.

Nel frattempo, sollecitato da più parti del mondo della politica, Fazio si dimette.

Intanto, gli olandesi della ABN Amro acquisiscono la maggioranza del controllo dell’Antonveneta e lanciano l’OPA alle stesse condizioni dell’offerta lanciata l’estate precedente, mentre a gennaio 2006 Bankitalia blocca l’OPA di Unipol su BNL. Ma il sipario, anzi il siparietto non si chiude qui.

Infatti, Il 2 gennaio Il Giornale pubblica le intercettazioni telefoniche tra Consorte di Unipol e Fassino, allora segretario DS che, seppur prive di interesse ai fini giudiziari, solleveranno un gran polverone alla vigilia delle elezioni di aprile, alimentato anche dalle dichiarazioni di Berlusconi circa le pressioni fatte dal centrosinistra su Generali Assicurazioni, affinché quest’ultimi vendessero a Unipol la propria quota di BNL.

Il Presidente delle Generali smentisce che di aver ricevuto pressioni per la vendita da parte di esponenti del centrosinistra, ma afferma di averle ricevute, ancora una volta da lui: l’ex governatore Fazio, burattinaio e capo dei furbetti del quartierino.

E per finire, ciliegina sulla torta, come ogni buon giallo all’italiana che si rispetti, non poteva mancare la nota di colore complottista, che tinge di mistero tutta la vicenda. Come ha fatto il Giornale ad accedere alle intercettazioni tra Consorte e Fassino, dal momento che i nastri originali delle registrazioni erano ancora in una busta sigillata? Che siano i correntisti defunti della BPL di Fiorani che, dall’al di là, abbiano voluto fare uno scherzo?

Angelo Santoro

Dove tutto ebbe inizio,
Calvi e il Banco Ambrosiano

Roberto Calvi entra nel Banco Ambrosiano come semplice impiegato e ne esce da morto, dopo una carriera da faccendiere che gli valse addirittura il titolo altisonante di “Banchiere di Dio”. A poco a poco, inizia la sua scalata tra i consigli di amministrazione di diverse controllate estere del Banco. Cominciano anche i rapporti con lo IOR, la banca vaticana.

Divenuto a metà degli anni Settanta direttore, lancia il Banco Ambrosiano come un razzo nell’Olimpo della grande finanza internazionale. Come? Grazie all’appoggio dell’amico-socio in affari Michele Sindona che lo introduce all’interno della Loggia P2. Tra gli amichetti di Calvi non ci sono solo massoni dal cappuccio nero, personcine gentili e distinte del calibro di Licio Gelli, il quale proprio in quegli anni intrattiene rapporti con la mafia corleonese, con la finanza internazionale e dà una mano a chi mette le bombe nelle piazze e nelle stazioni.

Tra i “compagni di merende” del banchiere ci sono mafiosi, esponenti dei servizi segreti italiani e internazionali: in particolare quelli latino-americani, impegnati a contrastare con ogni mezzo possibile “l’ideologia filomarxista” (come ebbe modo di scrivere Calvi in una lettera a Papa Giovanni Paolo II poco prima di morire e venuta alla luce solo parecchi anni dopo).

Siamo a metà degli anni Settanta. E’ dal golpe cileno, infatti, che la CIA non perde occasione per destabilizzare qualsiasi forma di socialismo democraticamente eletto. Dall’altro lato, la Chiesa cattolica, con l’elezione di un Papa polacco nel ’78, comincia a lavorare operativamente per quella che sembrava essere l’imminente caduta dei regimi comunisti. Interessi della finanza internazionale in America Latina e interessi della finanza vaticana si intrecciano. E Calvi è il fil rouge di questi due mondi.

Tra gli anni Settanta e i ruggenti anni Ottanta, cominciano le prime disavventure delle banche Venete. No, non ci riferiamo a Veneto banca e a Banca Popolare di Vicenza, ma alla Banca Cattolica del Veneto e a Credito Varesino, due controllate del Banco Ambrosiano che cominciano a finanziare ingentemente l’Università Bocconi. Chi c’è nel nel Consiglio di amministrazione della Bocconi? Roberto Calvi! Qualcuno comincia a nutrire dei dubbi sulla legalità di questi finanziamenti, ma a parte qualche radicale che propone interrogazioni parlamentari sulla vicenda, nel Belpaese, come sempre, regna il silenzio.

E grazie al silenzio, Calvi nel frattempo agisce indisturbato creando società fantasma in Svizzera e in altri paradisi fiscali e utilizzando le stesse per intercedere con lo IOR, la banca vaticana. Affinché continui a regnare il silenzio, Calvi escogita un meccanismo di compensazione dei conti tra le diverse istituzioni bancarie. Cominciano, quindi, i finanziamenti a diversi Paesi latinoamericani e ad associazioni cattoliche dell’Europa comunista. Gli ispettori della Banca d’Italia, allora, cominciano a insospettirsi; denunciano diverse irregolarità e le inviano al magistrato Emilio Alessandrini. Poiché però siamo nell’Italia della fine degli anni Settanta e si spara un po’ a casaccio, è proprio Alessandrini – ma guarda un po’ il caso – a morire qualche tempo dopo per mano di un commando di Prima linea. E sempre guarda il caso, l’allora governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi e il vice direttore generale Mario Sarcinelli, artefici delle ispezioni, si trovano sotto accusa per alcune irregolarità. Sbattuti agli arresti domiciliari, saranno prosciolti “perché il fatto non sussiste” solo nell’83, dopo la morte di Calvi.

Il silenzio però si rompe nel 1981, allorquando scoppia lo “scandalo P2” e, connesso a questo, quello del Banco Ambrosiano. Calvi disperato cerca protezione dal Vaticano e dallo IOR, ma non aveva fatto i conti con lo sport di cui gli italiani vantano un primato olimpionico: l’affondamento della testa nella sabbia, come gli struzzi. Viene quindi arrestato per reati valutari, processato e condannato.

Rilasciato in libertà provvisoria in attesa dell’appello, torna a presiedere il Banco Ambrosiano e nel tentativo estremo di salvare i conti, stringe legami con “Il sardo” Flavio Carboni, altro bravo ragazzo legato a Licio Gelli, al boss mafioso Pippo Calò e alla banda della Magliana. E sarà proprio grazie a Carboni che Calvi riesce a intravedere la luce in fondo al tunnel. Carboni lo aiuta nel riciclaggio del denaro sporco; intercede con la banda della Magliana che attenta la vita del vicepresidente del Banco Rosone, perché non è più disposto a concedere prestiti senza garanzie allo stesso Carboni; infine, aiuta Calvi a fuggire all’estero.

Il 16 Giugno dell’82 Carboni parte da Amsterdam per raggiungere Calvi latitante a Londra. Due giorni dopo, un impiegato delle poste della Royal Mail londinese trova Calvi impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri del Tamigi. Ha le mani legate dietro la schiena e, nelle tasche, accanto a un passaporto falso, vengono ritrovati 15000 dollari e un foglietto con alcuni nominativi di industriali, pidduisti (tra cui spicca il nome del dirigente BNL Ferrari), e politici, come il democristiano Aggradi e il Ministro delle finanze Rino Formica. Seguono altri suicidi eccellenti, come quello della segretaria di Calvi, Graziella Corrocher, che si lancia dal quarto piano della sede del Banco Ambrosiano.

Il “suicidio” di Calvi e l’omicidio per avvelenamento di Sindona chiudono definitivamente un pezzo importante della storia bancaria italiana: quella dei misteri e degli scandali. Di lì a poco, la caduta del muro e del regime sovietico, la normalizzazione della Mafia internazionale e il crollo della Prima Repubblica avrebbero ceduto il passo a una nuova stagione, caratterizzata dal rampantismo di una nuova generazione di banchieri.

Angelo Santoro

Casini veste i panni di Diogene
e cerca banchieri onesti 

Domani e dopo la Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulle Banche, presieduta da Pier Ferdinando Casini già Presidente della Camera dei deputati, ascolterà il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e Federico Ghizzoni, ex Amministratore Delegato di Unicredit.

Perché tanta attenzione su questa vicenda che, nelle sue battute conclusive, si colora dei Thriller più emozionanti, come se il presidente Casini, indossate le vesti di Diogene, ci stesse per regalare un finale da brivido e svelare di aver trovato un banchiere onesto? Beh, decine di milioni di italiani sono titolari di un conto corrente in banca e ora l’uno, ora l’altro, certo per errore sono stati come “truffati” dai rispettivi istituti di credito per l’addebito di spese non dovute; tassi di interesse non concordati; firme che non avevano mai messo; vendita di titoli spazzatura o azioni della stessa banca dove erano titolari del conto.

Insomma, la crisi del sistema bancario italiano, che ha visto intervenire lo Stato con due Decreti Salva Banche, ha alimentato l’insoddisfazione dei cittadini già provati dalla mancanza di lavoro e dalla conseguente revoca di prestiti e mutui che gli erano stati concessi. Dal dicembre 2015, quando è stato approvato il primo dei due Decreti, d’improvviso è letteralmente saltato il coperchio del vaso di Pandora che ha evidenziato la drammatica situazione provocando il finimondo. Un finimondo che ha costretto il Parlamento a mettere su, in fretta e furia, una Commissione Parlamentare d’Inchiesta per capire cosa fosse successo.

Il punto è che, la Commissione presieduta da Pier Ferdinando Casini, ha coinciso con la fine della legislatura e una campagna elettorale dai toni più accesi che mai. Infatti, quanto accaduto, ha falsato tutto ciò che abbiamo ascoltato sulla situazione bancaria, diventata uno scandalo vergognoso per alcuni – mentre altri tendono a difendere l’indifendibile.

Eppure, il nostro sistema bancario veniva raccontato come tra i migliori al mondo, almeno è così che lo descrivevano gli ultimi Governi, compreso quello di Mario Monti, il quale durante il suo mandato ha aiutato i sistemi bancari in crisi di Germania e Spagna, tanto per fare alcuni esempi, con decine di miliardi: rifiutando con un certo sdegno ogni aiuto per noi stessi. E così via, Matteo Renzi che, fino a qualche mese addietro, invitava i risparmiatori ad aver fiducia di Monte Paschi, la banca più “solida” e antica del mondo.

Ora, il libro sta per finire e ci verranno lette le ultime pagine del thriller proprio domani e dopo, con le audizioni di Ignazio Visco e Federico Ghizzoni: il primo  dovrebbero smentire i detrattori, mentre il secondo sbugiardare le parole scritte a pagina 209 del volume di Ferruccio de Bortoli, per ritrovare la fiducia nelle istituzioni, ma sarà così oppure scopriremo che è tutto vero?

Noi, da parte nostra, staremo ad ascoltare comodamente seduti in poltrona con un panettone da un chilo e mezzo, un fiasco di vino e rutto libero di fantozziana memoria.

Angelo Santoro