Scrive Luciano Masolini:
Testamento biologico.
Una libertà civilissima e di buonsenso

Probabilmente a fine mese o al più nei primi giorni di marzo verrà posto all’esame della Camera il disegno di legge sul Testamento biologico. Un recente sondaggio ha evidenziato che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani (60%) è fortunatamente in totale accordo con questa eventuale possibilità che, appunto, dovrebbe scaturire (me lo auguro vivamente) dal suddetto provvedimento. Le difficoltà per approvare una tale legge però non sono poche, purtroppo. Visto che se ne parla già da tantissimo tempo spero, comunque, che questa sia finalmente la volta buona. Offrire a tutti noi la facoltà di decidere cosa fare nel caso in cui il percorso della vita ci dovesse riservare sgradite sorprese la reputo cosa assai importante, anzi direi veramente preziosa. Non ci rimane che aspettare quindi, sperando che il disegno di legge non vada come al solito ad arenarsi in quelle tante lungaggini a cui questo Paese, suo malgrado, è ormai avvezzo. Lo ribadisco, essere rispettati e garantiti nelle nostre scelte – anche in situazioni particolarmente difficili e piene di sofferenza come a volte accade, purtroppo, proprio nel fine vita – non è cosa solo altamente positiva, è anche cosa civilissima e di buonsenso. Vedremo quello che succederà.

Luciano Masolini

Scrive Giovanni Alvaro:
Cosa resterà di ‘Mafia capitale’

L’archiviazione della posizione di 113 indagati, su 116, di ‘Mafia Capitale’, in riferimento all’imputazione di mafiosità, fa tirare un sospiro di sollievo agli indagati messi sulla graticola da oltre due anni, mentre resterà indelebile il fango, buttato a piene mani, sulla nostra Capitale. C’è chi ha commentato la decisione del Gip rinverdendo la famosa frase del mugnaio Arnold di Potsdam che recitava all’incirca: ‘ci sarà pure un Giudice a Berlino’. Ma non tutti lo hanno fatto con lo stesso spirito, perché alcuni, ricorrendo a questa frase, lo hanno fatto per dimostrare che i Magistrati riescono, comunque, a correggere gli sbagli da soli.

Ma questo, chiaramente, non basta dinanzi alla leggerezza con cui si sbattono i ‘mostri’ in prima pagina, si ammanettano i presunti colpevoli che a volte arrivano anche al suicidio, e si distruggono pezzi importanti della nostra economia. Già la vicenda del mugnaio tedesco introduce uno sbocco per l’Italia: la giustizia non fu riabilitata dai giudici in prima istanza o in appello e, pure a Berlino, il livello superiore della Magistratura aveva decretato la colpevolezza di Arnold. A ribaltare la situazione ci ha pensato Federico il Grande che esaminò personalmente gli atti del processo e diede ragione al mugnaio restituendogli il mulino sequestrato con le decisioni giudiziarie. Ma vi è di più: spedì i giudici, ingiusti o corrotti, al carcere e li condannò a risarcire i danni provocati.

Ora è chiaro che nessuno di noi vuole il carcere per i magistrati italiani (salvo non ci sia dolo nei loro atti) ma il loro operato, sia negativo che positivo deve influire sul loro curriculum e le loro eventuali promozioni. Così come il rispetto della Costituzione, difesa dagli italiani il 4 dicembre scorso (con quel voto che pochissimi si aspettavano), deve stare alla base della loro attività. Sentire a Porta a Porta un importante magistrato italiano, Presidente tra l’altro dell’ANM, sostenere, ‘coram populo’, la tesi che i cittadini si dividono tra ‘colpevoli e quelli di cui la colpevolezza non si è potuta accertare’, ha fatto sobbalzare ogni coscienza democratica del nostro Paese. Tesi che potrebbe essere alla base della richiesta dell’allungamento della prescrizione, magari senza fine.

Una tesi da colpevolista, manettaro, alla Torquemada, che ha sollevato le ire di moltissimi avvocati, anche perché l’autore, per la carica che ricopre, rappresenta il 90% dell’intera popolazione giudiziaria. Mettere in discussione la presunzione d’innocenza (uno dei capisaldi del progresso giuridico italiano) e la nostra stessa Costituzione è troppo anche per un famoso magistrato che non può pretendere libertà d’espressione su questi argomenti che fanno, di sicuro, imbestialire anche il pacato e tranquillo Mattarella che presiede il Consiglio Superiore della Magistratura.

La vicenda di Roma dovrebbe far aprire, finalmente, gli occhi di quanti, per prudenza, pavidità o quieto vivere, continuano a tenerli chiusi e a rinviare continuamente qualsiasi discorso sulla riforma della giustizia, mentre ci si dimostra sensibili ad allungare i tempi della graticola per gli indagati che dopo anni ed anni di indagine, con una accusa forzata, non si è in grado di mantenere in carcere.

Anche ciò che sta avvenendo a Reggio Calabria, con l’uso spregiudicato della legislazione emergenziale antimafia, già avvenuto con altri Procuratori della Repubblica, prima di Cafiero de Raho, non può essere ulteriormente ignorato perché a soffrirne non sono solo gli arrestati (spacciati per ‘Ghota mafioso segreto’, tra i quali avvocati, professionisti e un Senatore della Repubblica, che il Senato ha voluto consegnare al pubblico ludibrio), ma anche l’intero sistema Paese che vede nella gestione della giustizia, come ‘Roma Capitale’, un pericolo senza fine per tutti i cittadini, anche innocenti o presunti colpevoli.

Giovanni Alvaro
Reggio Calabria

Scrive Enrico Ricciuto:
Napoli e lo scandalo degli ignari candidati

Da un paio di settimane le pagine di cronaca dei maggiori quotidiani cittadini sono occupate dalle notizie relative allo scandalo degli ignari candidati nella lista NAPOLIVALE creata dall’onorevole Valeria Valente  a sostegno della propria candidatura a sindaco di Napoli. Tutto è iniziato quando una giovane ragazza, purtroppo affetta da sindrome di Down, ha ricevuto la richiesta dalla Corte di Appello di Napoli di giustificare l’assenza di spese durante la campagna elettorale, laddove la stessa (ed i suoi genitori),  erano totalmente ignari della candidatura che ha comunque ricevuto 36 preferenze (di chi?).

Successivamente un’avvocatessa è stata contattata dal convivente dell’on. Valente, noto esponente politico del pd cittadino, per riempire un modulo di autocertificazione attestante il non aver sostenuto alcuna spesa per la campagna elettorale.

Naturalmente l’avvocatessa, ignara di essere stata candidata, non ha riempito il modulo ed ha presentato denuncia in Procura. Attualmente la Guardia di Finanza, su incarico dei Magistrati, indaga su tutti i candidati che non hanno presentato alcun documento relativo alle spese elettorali e che abbiano riscosso meno di sette preferenze, onde verificare la regolarità della candidatura. Sembra che almeno sei persone presenti  nelle liste a sostegno della Valente abbiano presentato denunzia perchè ignari della candidatura. Insomma inseriti in lista  a propria insaputa e votati da ignari elettori. Vicenda che segue quella delle primarie del pd del  2011 dove in alcuni seggi votarono tantissimi elettori (uno ogni tre secondi, anche cinesi e rumeni) e dopo le primarie del 2016  dove il voto venne comprato anche a 20 EURO.

I socialisti napoletani, verificata la totale e perdurante  inaffidabilità del partito democratico napoletano (da ultimo un consigliere nazionale del pd ha riassunto il giudizio civile per dichiarare l’ineleggibilità del governatore De Luca), votarono in massa per non correre in coalizione con la Valente. Circa il 90% degli iscritti, si espresse per la coalizione guidata da De Magistris. Il senatore  Riccardo Nencini, segretario del partito e viceministro del governo Renzi, violando la decisione democratica degli iscritti napoletani, il 9 aprile 2016 decise di commissariare il partito napoletano.

Risultati: 1) Peggior risultato elettorale in città. Dai 4500 voti presi in città  con quattro candidati alle regionali del 2015, si è passati a meno di 1500 voti con quaranta candidati, di cui ben sei senza alcun voto; 2) Mancata presentazione di liste socialiste alle 10 Municipalità con iscritti costretti a candidarsi in altre liste per essere rieletti; 3) Nessun assessore nelle Municipalità. Prove generali di come l’ alleanza con il pd,  priva di valori e contenuti, può, al massimo, conservare posti di sottogoverno nazionali e/o regionali, ma nessuna speranza di sopravvivenza al partito. Poiché per il sottoscritto l’essere socialisti, come insegnava Gaetano Arfè, è innanzi tutto un modo di essere oltre che di fare politica, la decisione del commissariamento è stata vissuta come un episodio di grave decadimento dei rapporti umani oltre che dei valori politici.  Sacrificare la volontà dei tantissimi per gli interessi di pochissimi non può che denotare grande arroganza, arroganza  che i socialisti napoletani non meritano, avendo già dovuto affrontare le scelte dell’onorevole Di Lello designato  tra i nominati deputati del pd in rappresentanza dei socialisti.

Oggi ho ricevuto la mozione del  Viceministro Senatore Riccardo Nencini, segretario del partito,  per il prossimo congresso straordinario. Sinceramente non mi interessa leggerla e non la leggerò perché non mi piace la politica che ai dotti propositi fa seguire comportamenti politicamente inaccettabili. Da socialista preferisco la richiesta di mia figlia Lucia, 17 anni, che, dopo averci ascoltati negli incontri organizzati come socialisti in difesa della Costituzione, mi ha chiesto ed ottenuto la sua prima tessera del Partito Socialista.

Nonostante tutto, il Partito Socialista è un grande partito che merita e riavrà un grande futuro. Meritiamo di più.

Enrico  Ricciuto  

Scrive Roberto Fronzuti:
Il pubblico fallisce il privato fiorisce

Qualche giorno fa, mi sono recato all’ospedale di San Donato Milanese. Lungo i corridoi e nelle sale d’aspetto sono stati collocati, da un sapiente ”comunicatore”, diversi cartelli. Uno degli avvisi affissi è a firma del direttore Paolo Rotelli. Fra le altre notizie si legge che il Gruppo San Donato gestisce 18 ospedali. Mi dicono che San Donato è uno dei più importanti Gruppi ospedalieri europei; forse il primo. Il mio pensiero è andato indietro nel tempo, al 1969, anno d’inaugurazione dell’allora Casa di Cura, alla quale abbiamo dedicato la prima pagina de L’Eco. Mi sono ricordato del mio rapporto di amicizia con il nonno dell’attuale direttore dottor Paolo; il mai dimenticato professor Luigi Rotelli, il fondatore dell’ospedale di San Donato. La storia della famiglia Rotelli nel settore sanitario inizia con la Clinica città di Pavia nel 1957, ma è con l’apertura del presidio sanitario di San Donato, che il professor Luigi, affermato chirurgo, compie il primo grande passo in avanti, alla conquista di Milano e dell’intera Lombardia. Dopo l’era del fondatore, è il figlio, professor Giuseppe Rotelli, a far crescere l’azienda sanitaria, fino a portarla alle dimensioni attuali con l’acquisizione del San Raffaele di don Verzè. Giuseppe Rotelli, docente di Diritto romano all’università di Pavia, è stato anche presidente del disciolto Ente Comunale di Assistenza di Milano in rappresentanza del partito socialista al tempo di De Martino; prima del craxismo. E’ stato l’estensore della legge regionale della Lombardia sulla sanità. Un curriculum di grande rilievo e una rilevante competenza in affari sono alla base del successo del Gruppo San Donato. Fatta questa doverosa premessa e la necessaria introduzione alla questione, l’interrogativo che ci viene spontaneo è “come mai l’ospedale pubblico fallisce, dove il privato fiorisce?”. Poche settimane fa, una signora, in cura all’ospedale di Melegnano, è stata trasferita a quello di San Donato per essere sottoposta ad un esame al cuore che al Predabissi non si poteva eseguire per mancanza della necessaria apparecchiatura. Ma questo è soltanto un episodio… Sta di fatto che negli anni ’70-80, al tempo dei professori Peruzzini, Rigatti e Della Grazia, l’ospedale di Melegnano svolgeva un’attività medica ad altissimo livello; arrivavano malati da tutt’Italia per farsi curare; la Casa di Cura di San Donato era una delle tante cliniche private di Milano e hinterland. Lo Stato italiano investe annualmente miliardi nella sanità pubblica, con i risultati che conosciamo: per eseguire una mammografia occorre prenotare un anno prima. I piccoli ospedali stanno chiudendo; intere grandi aree del Sud Italia non hanno presidi sanitari in grado di eseguire la radioterapia, che serve per curare i tumori, ma anche come terapia per combattere il dolore. Noi ci chiediamo come ha fatto la famiglia Rotelli a moltiplicare gli utili, fino al punto di comprare i maggiori ospedali di Milano e Lombardia e il pubblico non riesce a dotarsi neppure di un macchinario per eseguire un esame importante? Questa è la dimostrazione che siamo amministrati da una classe politica incapace a tutti i livelli; dal governo alle aziende ospedaliere. È di questi giorni la notizia riguardante lo Ieo (Istituto Europeo di Oncologia), la creatura voluta dal professor Umberto Veronesi e il Cardiologico Monzino. Queste due strutture altamente specializzate nella cura dei tumori (Ieo) e patologie cardiologiche (Monzino) sarebbero alla ricerca di collocazione in un polo sanitario disposto ad investire. Per l’eventuale acquisto si sarebbe fatta avanti la famiglia Rocca (Humanitas di Rozzano, entità di rilievo del nostro territorio). La gara per assicurarsi il controllo dello Ieo e del Monzino è l’ulteriore prova che la sanità privata rende… Si può dire di più, consente di moltiplicare all’infinito la ricchezza, come dimostra la storia degli ultimi 50 anni della famiglia Rotelli.

Roberto Fronzuti

Scrive Mario Guidetti:
Il diritto alla vita… e alla morte

Caro direttore,

“Diritto alla vita ed … alla “dolce morte”. Questo l’argomento serio, molto serio discusso dai membri del tavolo Hemingway.

Mentre il diritto alla vita è tutelato (o dovrebbe esserlo) assicurando a tutti l’assistenza medica che a volte trascende in “accanimento terapeutico”, altrettanto non si può dire del “diritto alla dolce morte”, una scelta che, come fece Lucio Magri, un comunista dalla schiena diritta, gli è stata possibile solo ricorrendo ad una clinica svizzera. Recentemente anche il parlamento francese ha approvato la legge che consente la “dolce morte”

Nel chiedersi il perché questo non sia possibile in Italia, automatica è la risposta. In Italia si sta assistendo ad una perdita del concetto di Laicità dello Stato: questo il convincimento dei membri del tavolo Hemingway, che non vuol dire essere anticlericali.

Dopo aver depositato un “inutile” testamento biologico, fatta la scelta, a futura memoria, della donazione degli organi e della successiva cremazione, i membri del tavolo ritengono sia giunto il tempo di una legge per la “morte assistita”.

Consapevoli che si potrebbe essere scambiati per dei don Chisciotte e che questa potrebbe apparire come una “lotta contro i mulini a vento”, al tavolo Hemingway continuano nell’impegno per il diritto alla vita così come ….alla dolce morte. E’ una battaglia di civiltà ed un riconoscimento del “libero arbitrio”

Mario Guidetti
portavoce tavolo Hemingway

Scrive Lorenzo Catania:
Modugno e la gioia di uscire
da un mondo che non funzionava

Il giornalista e scrittore Massimo Fini nell’articolo Per pietà abolite Sanremo, apparso su “Il Fatto Quotidiano” dell’11 febbraio, ha scritto: “In questi giorni di Festival di Sanremo ho sentito ripetere […] che Domenico Modugno che lo vinse nel 1958 con Nel blu dipinto di blu o Volare che dir si voglia, è l’innovatore della canzone italiana. Niente di più falso. Volare…è la più brutta canzone di tutti i tempi”. Secondo Fini, chi cambiò veramente la canzone in Italia fu Tony Dallara: “In quell’estate del 1958 gettonavamo solo, ossessivamente: Come prima, Ti dirò, Diana, Only you…Volare non l’ho mai sentita in quella calda estate in cui la musica si stava rinnovando…Modugno era un cantante per vecchie zie e signore da tea room”. Il giudizio superficiale e privo di memoria storica del noto giornalista-scrittore (nel 1958, la vendita dei singoli più venduti vede Nel blu dipinto di blu al secondo posto, dietro Diana di Paul Anka, mentre Come prima di Dallara è in quinta posizione), sollecita un’analisi del testo di Franco Migliacci e Modugno, tesa a evidenziare, quello che Massimo Fini, dai tempi della sua adolescenza a oggi,  non è riuscito a cogliere in Volare: la gioia di uscire da un mondo che non funzionava. Nel blu dipinto di blu è un testo composto di versi abbastanza semplici, ma privi di referenti precisi, di pochi vocaboli dal valore simbolico (il vento, il volo) che veicolano idee di libertà. L’omino che parla con sé stesso e vola nel blu dipinto di blu non ha precedenti nella storia della canzone. Non canta e non esalta i sentimentalismi contenutisticamente poveri e ossessivi delle canzoni dell’epoca. Agogna invece il blu del cielo, mentre il vento che apre metaforicamente i vetri della finestra, implicitamente presente nel testo, e dilegua l’aria chiusa che impregna la stanca e ripetitiva melodia italiana è, come in molti libri di poesia, simbolo di vita e di rinnovamento. Attraverso la finestra e la complicità di un vento rapinoso, è possibile trovare un punto di fuga, il volo liberatorio che allontana dalle pareti domestiche e dalla vita programmata, per rapportarsi  a un orizzonte più alto e più vasto. La musica incalzante permette all’omino di liberare le sue pulsioni irrazionali, di sollevarsi dalla sua condizione di inerzia, dal disagio connesso al momento di crisi che attraversa. Gli procura sicurezza, entusiasmo e vigore. Genera il grido primitivo e dionisiaco del ritornello che si lascia alle spalle la vita in bianco e nero che non si vuole. Non a caso l’omino di Volare  socchiude gli occhi, li riapre, accompagna la musica con il movimento del piede, muove le mani, allarga le braccia e mima l’estasi propria di chi sente allontanare da sé ogni forma di pressione sociale. Esprime insomma una tensione emotiva, un atteggiamento fisico disinvolto ed eretico rispetto al puritanesimo della classe media. Un dinamismo e una gestione del corpo che l’avvento della televisione contribuisce a rendere visibile al grande pubblico degli spettatori, catturati, ma anche un po’ disorientati, quando non irritati, da un cantante che nella sua interpretazione esuberante esibisce il Sud che si porta addosso. Oggi la canzone Nel blu dipinto di blu decontestualizzata dalle radici autobiografiche e culturali di Modugno, dalla sua performance, suona un po’ svuotata di senso. Un ritornello come un altro da canticchiare o da utilizzare come sottofondo musicale nella pubblicità, negli spettacoli e nei servizi televisivi. A dispetto di tutto ciò gli echi e le suggestioni originari di quella canzone resistono ancora. Si ritrovano nei testi di alcuni cantautori: Ho visto Nina volare di Fabrizio De André, La donna cannone di Francesco De Gregori. Fanno capolino, in forma di citazione, nei versi di Andrea Zanzotto: “E volare  volare: e ciò che non divaga”. Emergono soprattutto nell’urlo liberatorio di milioni di ragazzini e di adulti, in cui si sfoga la carica aggressiva contro la vita com’è e il mondo non gradito, senza più fantasia, senza più utopie.   

Lorenzo  Catania

Scrive Antonio Ciuna:
Il gioco delle polizze

Gentile Direttore Mauro Del Bue,
Allo stato attuale Il cittadino comune, quanto mai sfiduciato, assiste con preoccupazione al deteriorasi della Politica e Nazionale e Internazionale. E’ in corso nel nostro Paese lo sfaldamento preoccupante dei Partiti e delle potenziali coalizioni politiche e in campo Internazionale si prevedono il realizzarsi, nelle Nazioni più industrializzate, delle politiche protezionistiche.

Nello spazio di pochi mesi si è stravolta la politica mondiale. E’ grande Il rischio che nelle nazioni maggiormente colpite dalla crisi ,con un alto debito pubblico e senza aver attuato le riforme, si potrebbero verificare delle gravi instabilità politiche non facilmente governabili.
Il perdurare da molti anni nel nostro Paese, delle crisi: economica, morale e politica, aggravate dalla corruzione, dai gravi fenomeni tellurici e meteorologici verificatesi nelle regioni del Centro Italia, la gravosa gestione dei migranti, ha favorito nel tempo l’ascesa della politica populista.
Detta politica si è eretta: a incorruttibile baluardo della legalità, a distribuire più equamente i redditi ai cittadini, al contenimento della spesa pubblica nel realizzare le opere infrastrutturali, a ridurre i costi della politica e a tante altre iniziative con presunti fini sociali..
Programma lodevole per coloro che ritengono poco opportuno dotare il Paese di opere infrastrutturali importanti per sviluppare il turismo i trasporti e i commerci. Rinunciare a dotare il Paese di valide e moderne infrastrutture significa relegare in un prossimo futuro il nostro Paese fra i Paesi del terzo mondo
Il declamare incessantemente, dinanzi alle telecamere e alle cineprese, con slogan elettorali da parte dei vertici del populismo la loro assoluta: onestà, incorruttibilità e moralità nell’amministrare la cosa pubblica fa nascere in molte persone non poche perplessità.
La condotta politica e amministrativa della Sindaca di Roma, anche se si è dichiarata in buona fede, non sembra sia stata sempre corretta e irreprensibile, sono emerse nel corso delle indagini giudiziarie da parte della Procura della Repubblica, manovre poco chiare nelle assegnazioni degli incarichi ad Assessori e a Dirigenti del Comune. Inoltre sono emerse gravissime irregolarità e abusi da parte dei vertici del Comune che hanno provocato l’arresto di alti funzionari.

Risulta quanto mai equivoco e moralmente non accettabile il “gioco” delle numerose polizze emesse da interessati faccendieri a favore della Sindaca e di altri personaggi, per poi ottenere gli stessi faccendieri importanti e ben remunerati incarichi nello stesso Comune.
Anche se le sottoscrizioni delle Polizze Vita con l’indicazioni dei beneficiari nelle figure della Sindaca e di altri funzionari non sono perseguibili per legge, nell’uomo della strada nascono infiniti interrogativi. Nel senso comune la Polizza Vita viene sottoscritta generalmente dal buon padre di famiglia per assicurare ai propri familiari un certo reddito qualora dovesse morire prematuramente.

Ci si domanda allora qual’è il vero fine della subdola emissione della Polizza Vita quando i beneficiari non sono i propri familiari? Si intuiscono manovre finanziarie moralmente non accettabili per ottenere vantaggi personali e nel contempo occultare al controllo della Finanza Pubblica flussi finanziari di dubbia provenienza.

Cordiali saluti

Antonio Ciuna

Scrive Mario Michele Pascale:
Compito della politica è arginare
lo strapotere della finanza

Caro compagno Direttore,
ho letto con molta attenzione il tuo editoriale “La finanza, il socialismo, la democrazia”. Mi permetto di porre una questione. Tu dici che la finanza “usa” le banche. Non vorrei che le tue parole venissero interpretate come una assoluzione del sistema bancario. La finanza a me pare tutt’altro che una rete metafisica, invisibile e non ascrivibile ad entità umane, come tu la rappresenti. E’ un sistema capace di produrre ideologia, da Blair (si, proprio lui, cui molti nostri compagni sono purtroppo affezionati) a Soros, tanto per fare i nomi più in vista.  Se  la finanza usa il sistema bancario per drenare liquidità, è altre sì vero che le banche lucrano sul denaro sonante  raccolto. Compiono investimenti rischiosi, certo, ma questi, se vanno bene, riempiono le tasche degli azionisti che, guarda caso, hanno legami molto stretti con gli ambenti della finanza. Le banche si lasciano usare molto volentieri …
Tu dici che la grande finanza, che è ente fisico e non metafisico, fa vittime interclassiste. Vero. Distrugge tanto l’operaio quanto l’imprenditore ed accelera il processo di proletarizzazione del ceto medio. In questo schema il mondo si divide in due: chi ingrassa con le speculazioni in borsa e chi è a rischio di suicidio. Al mio paese questa si chiama proprio lotta di classe. Parlare come fai tu di “socialismo dell’equità e non della contrapposizione tra le classi” è più o meno come dire “mannaggia li pescetti” a fronte della guerra del Vietnam. Il “socialismo dell’equità” è una creatura tenera, fragile, nuda, di fronte agli squali che popolano il mondo della finanza. Lo dico per l’ennesima volta: il moderatismo è la malattia senile del socialismo. Che deve porsi un problema solo: nella nuova lotta di classe tra finanza e produttori/lavoratori, noi da che parte stiamo? La risposta è ovvia: se siamo socialisti stiamo dalla parte di chi subisce il danno e non di chi si arricchisce. Ma occorre stare sulla barricata (perché lo è) con determinazione, avendo anzitutto il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, ivi compresi i nostri nemici. Lotta di classe, appunto.
In ultimo sono d’accordo con te. Compito della politica è quello di porre un argine allo strapotere della finanza.  Ma occorre farlo con radicalità. L’equilibrio, la “bontà” lasciamola da parte.
Fraterni saluti
Mario Michele Pascale

Scrive Celso Vassalini:
Saper stare al Governo

Cortese Direttore, mentre ascoltavo l’ennesima arrampicata sugli specchi dell’ avv. Virginia Raggi Sindaca de Roma Capitale del Mov5-Dianetics-spa. Le citazioni gattopardesche potrebbero sprecarsi con personaggi così. Ma per oggi non disturberò il sonno eterno di Lampedusa, quanto del buon Norberto Bobbio che sulla democrazia e la partecipazione scrisse (non è una citazione letterale): una democrazia non funziona se non c’è educazione democratica e partecipazione-condivisione. Banale? Forse, almeno per chi di politica un po’ Onestamente ne mastica e ne soffre dopo la vittoria del No di pancia del Referendum-Riforme. Mi viene in mente di alcuni attuali pensieri di Leonardo Sciascia, tipo: “Qual è il ruolo dell’intellettuale, un nome a caso Prof. Paolo Corsini?” E Sciascia risponde: “Stare all’opposizione”. Cosa centra il fallimento Referendum con la perentoria risposta di Sciascia? Le nostre Riforme hanno iniziato a soffrire quando la sinistra post-catto-comunista italiana è diventata forza di governo (ricordo perfettamente la stagione tormentata del Senatore Prof. Paolo Corsini). Da quel momento in poi tutti quelli che pensavano che compito della “politica migliore” fosse stare all’opposizione hanno iniziato a creare tatticamente confusione alla base dura e pura del partito. Anche gli intellettuali italiani -ossia la maggioranza di essi –stanno da sempre all’opposizione. Considerando “compromessi” quanti credono che stare “culturalmente” in maggioranza, cioè nel governo della realtà, aiuti a risolvere più efficacemente i problemi che non indicando dall’alto del proprio magistero immacolato rivoluzioni immaginarie o palingenesi future. Non dimentichiamo mai che il Il Fatto quotidiano nasce proprio da una costola dell’Unità, in dissenso rispetto al giornale che a fasi alterne ha provato a essere la voce critica della responsabilità del governo riformista e non più dell’accusa e della denuncia a tutti i costi. Quando la DC governava, nessuno leggeva Il Popolo, così come in pochi leggevano l’Avanti! Quando Benedetto Craxi era al governo. Per funzionare, i giornali devono aggredire, accusare, smascherare, denunciare. Quando, al contrario, provano a capire, ad analizzare, a indicare rotte pratiche, ragionevoli e concrete, i lettori si annoiano, perché nulla affligge più gli italiani – sempre in cerca di suggestioni messianiche o di collere moralistiche – della concretezza e della nuda realtà. Oggi gli intellettuali italiani sono mediamente ostili o indifferenti alle Riforme perché sono convinti che l’intellettuale, come dice Sciascia, debba stare all’opposizione. Infondo tutta la nostra cultura è fondata su una declinazione larga del concetto di resistenza. La tesi di fondo è che il mondo così come fa schifo, e che bisogna cambiarlo radicalmente. Altra tesi di fondo è che il potere è sempre negativo, e che bisogna starne alla larga. Ma il potere non è soltanto il nefasto “potere per il potere”, ma anche la possibilità di fare le cose, di incidere, di immettere nel circuito concreto dei centri decisionali idee e persone valide. A me non scandalizza che molti uomini di cultura siano in crisi – era prevedibile, ahimè. A me scandalizza ancora di più che gli intellettuali italiani e di casa non riescano a vedere nulla di positivo nella realtà di oggi. Solo una grande ignoranza storica e una profonda aridità spirituale porta a leggere questo presente come una desolata landa di macerie e disastri. Eppure è difficile, quasi impossibile, costruire una “controinformazione” rispetto al luogo comune dominante che sostiene che “in Italia fa tutto schifo” e che, come al solito, “è tutto da rifare”. Stare al governo – rispetto allo <> di Sciascia – non significa avere cariche, onori o prebende, né significa essere venduti o corrotti, ma sporcarsi le mani nella realtà concreta, provare a capirne con umiltà e pazienza le difficoltà e le contraddizioni, fare umili compromessi positivi con chi la pensa diversamente da te, tentare di dare un contributo pratico perché la civiltà progredisca anche grazie al nostro piccolo impegno quotidiano, come fa la Giunta del Sindaco On. Emilio Del Bono. Significa sperare di incidere, di poter dare qualche risposta – risposte, non sogni, non anatemi, non utopie irrealizzabili, non condanne savonarolesche. So bene che stare al governo significa perdere l’aura di guerrigliero o dell’eroe perseguitato, ma vi garantisco che è più complicato stare al governo che non all’opposizione, dove com’è noto, si ha sempre ragione. Non so come finirà il valzer giurassico ipnotico del Presidente On. D’Alema e del Senatore Prof. Corsini e tanti altri imbarazzati che non sanno dove mettere la foglia di fico, ma se qualcuno un giorno mi chiederà qual è il compito dell’intellettuale, io gli risponderò: <>. Cioè tentare di dare risposte, provare ad analizzare la realtà senza schematismi nevrotici o pregiudizi, sforzarsi di amare nonostante tutto il proprio tempo, perché non ci sarà mai un “altro tempo” dopo la morte nel quale realizzare le nostre utopistiche città del sole, dietro le quali non poche volte si nascondono pigrizie, vigliaccherie, superbie e frustrazioni. Colgo l’occasione per un saluto e ringrazio Sua Eccellenza Reverendissima Vescovo Monari, che andrà in onorata quiescenza e terrò preziosamente nella mia memoria le sue tante perle di saggezza.

Celso Vassalini

Scrive Davide Lanfranco:
La Sola Civica

Buongiorno direttore,
prendo spunto dalle ultime tragicomiche vicende delle dimissioni-farsa dell’assessore Berdini a Roma per una riflessione sul disvelamento, ormai inoppugnabile se non ai pasdaran invasati del civismo, di quella che io chiamo la “sola civica”; ovvero la bufala collettiva, alimentata in questi anni, non solo dai social network, ma anche da parte consistente del mondo intellettuale e mediatico, di una presunta superiorità della cosiddetta società civile rispetto alla società politica.

La bufala collettiva, cresciuta grazie al vento dell’anti-politica, ha spinto purtroppo milioni di elettori a credere che esistesse un mondo politico tutto corrotto e ladro (che a dire il vero di colpe ne ha avute molte, soprattutto in termini di autoreferenzialità) che tenesse in ostaggio una società civile meravigliosa e linda. La conseguenza, è stata l’affermarsi sia a livello nazionale (Movimento 5 Stelle) sia a livello locale (Liste civiche) di gruppi politici che hanno fatto della loro a-politicità e a-partiticità un punto fondante del loro successo elettorale.

Gruppi questi che si sono fatti vanto, esplicitamente, di scegliere perfetti sconosciuti senza esperienza cui affidare ruoli importati ruoli ammnistrativi e politici (per ora assessori e sindaci, domani magari ministri o presidenti del consiglio), in nome del principio uno vale uno. L’esito della sola civica è sotto gli occhi di tutti; in quanto, la società civile non è ne meglio ne peggio della società politica, ma esattamente uguale. La dimostrazione è data dal fatto che “i nuovi arrivati” sono stati già oggetto di inchieste giudiziarie ed arresti (un po’ perché pecunia non olet anche per i civici, un po’ perché le intricate procedure ammnistrative italiane mettono tutti quelli che operano a rischio).

Inoltre “i cittadini” assurti a ruoli politici hanno dimostrato, un po’ ovunque, una preoccupante impreparazione ammnistrativa e politica ,che unita ad un’arroganza da “primi della classe” è risultata foriera o di totale inazione o di sonore cappellate.
Senza contare il dubbio, che serpeggia anche dagli esiti di alcune indagini, che i movimenti civici non avendo procedure chiare per la selezione della classe dirigente, siano “scalabili” da soggetti ambigui o totalmente inadeguati che cercano una collocazione lavorativa (i famosi sfaccendati).

Forse le esperienze sciagurate a Roma ed i altri comuni d’Italia, al netto delle catastrofiche conseguenze che potremmo pagare tutti, disveleranno, oltre che agli occhi di certi intellettuali e giornalisti anche agli occhi degli elettori, quanto sia grande la sola civica.

Davide Lanfranco