Gotor tra due… Prodi

Il senatore Gotor è un parlamentare tra i più estroversi e simpatici. Rigidamente bersaniano sta svolgendo con passione la sua campagna per il no al referendum di domenica. Spesso aveva citato Prodi e il suo silenzio come indicativo di una presunta contrarietà alla legge dell’ex premier. Dopo che Romano Prodi, ieri, ha preso ufficialmente posizione a favore del sì, Gotor non si è scomposto e ha dichiarato: “Io mi sono sempre ispirato a Prodi… Paolo, che vota no”. Da premio.

Cosa c’è dietro la legge Boschi? La finanza, la Cia, la Mafia..

Ormai ne ho sentito di ogni. Anzi sempre di più. Si alza l’asticella e dietro la legge costituzionale sarebbero da collocare le trame della grande finanza, della G.P Morgan, della Goldman Sachs, credo anche dei servizi segreti deviati, forse della immancabile Cia, come si diceva una volta quando tutto era “oggettivamente al servizio dell’imperialismo americano”. La straordinaria e drammatica scoperta è dovuta all’attenta e meticolosa lettura dell’articolo 117 della Costituzione che viene così drasticamente cambiato. Diceva nel testo approvato dalla riforma ulivista del 2001: “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”. Oggi così dichiara il nuovo testo: “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonchè dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea e dagli obblighi internazionali”. Lo sconvolgente stravolgimento é costituito dalla sostituzione di “vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario”, con “vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea”. E sapete perché? Semplicemente perché il trattato di Lisbona ha cambiato la terminologia di “vincolo comunitario” con “vincolo dell’ordinamento della Unione europea”. Che scandalo. Che svolta. Che capovolgimento. E pensare che ci sono cascati anche alcuni costituzionalisti, evidentemente ignari sia del precedente articolo, sia del trattato di Lisbona. Come si diceva una volta: philosophus purus, purus asinus… E vedere la mano del nemico vuol dire non saper usare molto le mani, ma soprattutto la testa…

Encor… Greganti

Leggo stupefatto le dichiarazioni dell’ex sindaco di Correggio (Reggio Emilia) Marzio Iotti, che ho conosciuto come persona per bene, a proposito della vicenda Encor, una società comunale che aveva il compito di riconvertire gli sfalci dell’agricoltura in energia. Quel che mi ha incuriosito è la sua dichiarazione secondo la quale il noto Primo Greganti era interessato a questa società pubblica che è poi fallita trascinando con sé le dimissioni del sindaco per l’ingente indebitamento comunale, che ammonta a circa 15 milioni di euro. E si sono svolti incontri, sia a Torino sia a Correggio, nel 2012, con Greganti che intendeva esportare in Piemonte questa esperienza in accordo con alcuni sindaci. Iotti dichiara più in particolare che Greganti in un’occasione gli presentò sindaci e il presidente della Provincia di Torino. Essendo stato Iotti sindaco dal 2004 al 2013 e la vicenda Encor risalendo al 2009-2010 si può dunque stabilire che negli anni seguenti al 2010 e fino al 2012 ancora Greganti poteva tranquillamente occuparsi di affari e trattare coi pubblici poteri coi quali intratteneva rapporti. Però lo stesso Greganti era stato arrestato e condannato durante Tangentopoli e aveva confessato che gli affari li faceva per sé e non per il suo partito, il Pci. Strano che poi, proprio a Correggio, alla festa dell’Unità, vendessero le magliette con scritto Viva Greganti. Viva perché, se i soldi li teneva lui approfittando del suo partito? Se le cose stavano come il compagno G confessava, allora era un ignobile truffatore e non un eroe che mentiva per difendere il suo partito. L’ostracismo avrebbe meritato, non le magliette. Ma non era così e tutti lo sapevano, tranne i magistrati. Fuori da ogni ipocrisia si può dire che Greganti era uomo di fiducia del Pci per il quale svolgeva delicati compiti di finanziamento e che poi ha continuato in modi a me sconosciuti a operare per i partiti che al Pci sono succeduti, fino alla vicenda Expo dove è stato nuovamente coinvolto. Io non mi scandalizzo. Però coloro che gettarono la croce addosso a chi confessò che tutti i partiti si finanziavano irregolarmente, adesso, per la verità da molto tempo, non dovrebbero arrossire e chiedere scusa? Lo dico perchè adesso è anche peggio. Almeno Greganti diceva di tenersi i soldi che dava al partito, dopo si son tenuti i soldi pubblici che dovevano andare ai partiti…

Il populismo dei baiocchi

Se Renzi insiste con sta storia dei tagli alla politica perché elimina qualche poltrona e non paga (se non attraverso i rimborsi) i nuovi senatori, allora Grillo che sui soldi ha fatto successo, può bene alzare l’asticella e proporre subito un dimezzamento degli stipendi a tutti i parlamentari. Cosa che fa tremare i polsi ai Pd, sensibili a un arma da loro stessi
impugnata. Come dire. Gioco al rialzo. La verità che è sbagliato (su questo mi spiace dar ragione a Stefano Rodotà) concepire la democrazia come un oggetto da comprare al mercato. E per di più considerando solo il suo prezzo. La democrazia ha un costo, che va sempre rapportato alla sua efficacia. Se il costo diventa l’unico obiettivo, allora perché non alzare ancora il tiro e togliere del tutto lo stipendio ai parlamentari (come accadeva a fine ottocento, con la conseguenza che a Roma potevano andare solo i ricchi) o perché non abolire anche la Camera? E di politici pagarne uno solo? Sai che risparmi?

Colombo e Davigo: la tua giustizia non è la mia. E noi non ce n’eravamo accorti…

Assistendo in tivù al confronto tra Colombo e uDavigo autori del libro “La tua giustizia non è la mia”, in vendita a soli 8,9 euro, mi sono venuti immediatamente spontanei due pensieri. Il primo è che si sia trattato di un finto match. Un litigio col sorriso sulle labbra di entrambi, battute e prese in giro, per pubblicizzare il libro e che Floris si sia prestato a questa finzione in diretta. Un po’ da teatro goldoniano più che da autentico confronto televisivo. Il secondo pensiero risale fino ai tempi di Tangentopoli. Che sia esistito un Colombo più garantista e un Davigo più giustizialista francamente noi non ce n’eravamo accorti. Al massimo sapevamo che Colombo era di sinistra e Davigo di destra, ma strettamente uniti dallo stesso furore inquisitorio. E oltretutto entrambi, Colombo l’ha detto e Davigo l’ha lasciato capire, uniti anche nel no al referendum costituzionale. Oggi i due firmano un libro per celebrare i loro contrasti. Anche gli incassi verranno divisi per due. Non credo litigando.

L’Italia che urla e rinuncia

L’Italia che rinuncia al Ponte, l’Italia che rinuncia alle Olimpiadi, dopo aver rinunciato agli Europei di calcio del 2012, l’Italia che rinuncia alla Torino-Lione, l’Italia che rinuncia ai nuovi stadi, che non ha soldi per restaurare i vecchi impianti e che si lamenta. L’Italia che ce l’ha cogli altri: con Bruxelles, con la Merkel, cogli americani perché fanno la guerra e perché non la fanno. L’Italia che si nasconde, che non rischia, che non investe, che non rilancia. L’Italia che si accorge dai morti che esistono i terremoti, dai fiumi esondati che esistono le alluvioni, dagli esodati che una riforma è sbagliata. Il Ponte nasce e muore, poi rinasce e rimuore (oggi Renzi dice che non è una priorità), il Ponte che molti non vogliono perché altre sono le cose da fare, ma alla fine si rischia di non fare né il Ponte né le altre cose. I no Tav che minacciano, che impediscono, che provocano, come i luddisti quando circolavano nell’industria le prime macchine. Le Olimpiadi che sta povera sindaca pilotata da un comico ostracizza come la peste e che avrebbero portato a Roma 1 miliardo e 700 milioni di euro del Cio, sulle quali il governo avrebbe investito assieme ai privati e che a Roma non sarebbero costate nulla e le avrebbero assicurato nuovi impianti e soprattutto la ristrutturazione dei vecchi. Le Olimpiadi cui bisogna rinunciare per via della corruzione a marzo (dichiarazione della sindaca allora candidata) e alle quali bisogna rinunciare a settembre perché costano troppo. E perché altre sono le priorità. Proprio quegli impianti che coi soldi delle Olimpiadi sarebbero stati messi a posto e che si preferisce finanziare coi soldi del Comune che non ci sono. Così non avremo le Olimpiadi e nemmeno i nuovi impianti. Le Olimpiadi dell’Italia che non ce la fa e che francesi e americani aspettano come la manna. La Raggi che rinuncia all’incontro con Malagò, perché non lo vuole ascoltare per paura che la convinca. Grillo che urla, Casaleggio che mette in rete Rousseau, il più creativo, meno informatico e più passionale dei pre romantici, e Di Battista che urla e Freccero che urla e Paragone che urla e Giordano che urla, mentre una volta urlava solo Tony Dallara. No, questa Italia che urla e rinuncia non è la nostra.

Parisi caro, così ti bruci

Ormai lo gettano allo sbaraglio ovunque. Solo poco fa è stato inserito anche in un complicato dibattito televisivo con la Boschi, che di riforma costituzionale è obbligata a sapere tutto. Parisi è gentile, pacato, sorridente, ma non ce la fa. Non conosce né i comportamenti nelle due aule di Forza Italia (anzi confessa di non essere di Forza Italia, ma allora perché è in televisione?) né il testo della riforma. Si tiene sulle generali. Poi ha due cadute verticali. La prima quando contesta il fatto che nel nuovo Senato i consiglieri non portino, come quelli dei lander tedeschi, il parere dei governi regionali e si sente rispondere dalla Boschi che quella era la posizione del Pd, ma che Forza Italia non era d’accordo perché il Pd governa la stragrande maggioranza delle regioni. La seconda quando Parisi si è intestardito sul fatto che la possibilità di commissariare le regioni in rosso fosse già prevista nell’attuale costituzione e dunque non avesse senso riprenderla nella nuova. Il temerario Parisi ha aperto il libretto ove era stampata la Costituzione italiana in segno di sfida, ha sfogliato le pagine, assicurando che avrebbe trovato la norma, poi ha chiuso gli occhi e ha parlato d’altro. Non ci si improvvisa politici a 60 anni e se si è stati dirigenti di stato non si può dimenticare che l’attuale costituzione prevede solo referendum abrogativi e non di indirizzo, come appunto avvenuto in Gran Bretagna. Pazienza. Ci eravamo illusi che con Parisi potesse emergere un centro liberale di cui si sente un gran bisogno. Di Parisi continuiamo ad avere stima. E’ forse lui che ne ha poca di se stesso se continua a buttarsi via.

Di Pietro ancora con le mani nel sacco

Il tribunale di Roma ha condannato Antonio Di Pietro a riconsegnare più di due milioni di rimborsi elettorali al movimento “Il cantiere” di Giulietto Chiesa e di Achille Occhetto, che alle europee del 2004 aveva presentato una lista assieme al partito dell’ex piemme di Milano. Di Pietro non ha voluto dividere i soldi e li ha incassati, circa 5 milioni, come Associazione Italia dei valori composta da lui stesso, sua moglie e Silvana Mura, dunque controllata dalla sua famiglia. I due, defraudati della loro parte, si sono da anni rivolti ai tribunali e quello di Roma ha dato loro ragione. Chi di tribunale ferisce di tribunale perisce. Dopo la denuncia della Gabanelli che ha dimostrato l’esistenza di un ricco patrimonio di immobili intestati alla stessa associazione della Di Pietro end company, ecco l’ultima novità. Il leader di Mani pulite è finito con le mani nel sacco…. Aveva sottratto due milioni agli amici.

Sergio Moroni, D’Ambrosio e la vergogna

Sergio Moroni era un mio amico. Una persona dolce e rigorosa. Si è tolto la vita 24 anni fa per una campagna scandalosa scatenata contro di lui. Non dimentico le parole di D’Ambrosio, futuro senatore del Pds, secondo il quale Sergio si sarebbe tolto la vita per vergogna. Mi chiedo se non sarebbe il caso si vergognasse lui, adesso che è in un’altra vita, per avere pronunciato quelle parole….

Silone e le accuse di Rai storia

Adesso su Rai storia ha fatto capolino l’accusa a Ignazio Silone di aver collaborato con l’Ovra durante il regime fascista. Non la smetteranno mai gli storici comunisti di scomunicare gli ex comunisti, come Silone, come Tasca, per anni al centro di polemiche per le sue ipotizzate simpatie per Vichy. Quel che amareggia è che si debba pagare un canone per sentirsi dire che la collaborazione di Silone sarebbe addirittura stata “accertata”. Da chi? Non certo dallo storico Giuseppe Tamburrano che ha avuto modo di confutarla. Basterebbe leggere l’approfondito articolo di Aldo Forbice pubblicato sull’Avanti per rendersi conto dell’accertata e dimostrata estraneita alle accuse formulate da due storici, Mauro Canali e Dario Biocca, e riprendere gli esiti delle ricerche di Alberto Vacca pubblicate in un libro dedicato a confutare tutte le accuse sull’argomento. E’ doloroso registrare ancora una volta la completa manomissione della storia socialista italiana. O ci se ne dimentica, e questo avviene assai spesso, anche nel recente articolo di Bruno Vespa sul Quotidiano nazionale quando cita a proposito della vecchia e nobile politica le figure di De Gasperi e di Togliatti, oppure i suoi grandi protagonisti, come appunto Ignazio Silone, socialista democratico e autonomista, vengono colpiti da accuse scellerate e senza nemmeno lo scrupolo di verificarle. Non diamogliela vinta e resistiamo anche per rispondere colpo su colpo a queste ferite della storia.