Renzi, Di Maio e Craxi

Per accusare Di Maio di aver minimizzato la storia dei versamenti non effettuati o ritirati da alcuni parlamentari Cinque stelle, svelato da un servizio delle Jene, Renzi, intervistato dalla Gruber, ha paragonato l’affermazione del leader grillino a proposito di alcune mele marce presenti nel suo movimento a quella di Craxi sul mariuolo Chiesa. Già una qualsiasi equiparazione tra Di Maio e Craxi dovrebbe essere vietata per legge e consiglio il perspicace Fiano di pensare a una proposta in tal senso, ma quel che consegue è l’equazione secondo la quale la mele marce sarebbero non alcune ma molte o tutte, così come i mariuoli sarebbero stati molti o tutti i socialisti. Renzi ha un deficit di conoscenza della storia e della verità, giacché la stragrande parte dei socialisti del Psi erano bravissime persone e larga parte del suo gruppo dirigente non solo non è stato toccato dalle inchieste, ma per molti è stato chiesto proscioglimento o assoluzione, mentre sul caso C migliaia di pagine sono a testimonianza di una vera e propria persecuzione giudiziaria. Il segretario particolare di Renzi ha precisato all’incontrario l’affermazione renziana, spiegando che nel paragonare Di Maio a Craxi Renzi non intendeva offendere Di Maio. Questo Carneade sappia che è come paragonare De Gasperi a Renzi. E il paradosso è che si chieda scusa a Renzi…

Manconi il garantista anti craxiano

Sarà Luigi Manconi a coordinare il lavoro dell’Ufficio nazionale anti comportamenti razziali. Manconi é noto per il suo garantismi e le battaglie sempre compiute in nome del diritto e della libertà. E’ stato escluso recentemente dalle liste del Pd ed é malato, quasi cieco. Eppure nelle sue lunghe e coerenti lotte contro le discriminazioni fa eccezione una dura dichiarazione di stampo giustizialista e anti umanitario rilasciata sul Messaggero, il 2 luglio 1995, a proposito della grave forma di diabete, che ucciderà Bettino Craxi. La pubblico: “C’è qualcosa di cupamente grottesco nell’immagine di quell’uomo anziano e malato… Anche la malattia non lo fa apparire più fragile, e con ciò, meno sgradevole. Al contrario. La sua sembra proprio quella che, nei racconti per adolescenti, è l’infermità dei “cattivi”… La malattia completa crudelmente l’immagine di un uomo che – in una torva solitudine – cova i suoi rancori… Quel sarcasmo così appesantito, quell’aggressività così affannosa rivelano qualcosa di intimamente “sporco”… E’ una manifestazione patologica… Da sempre le psicosi hanno pesato – eccome- sulla politica”. Che feroce ritratto, da Torquemada meneghino. Che sgradevole eccezione nella storia di un garantista a quattro carati…

Quando i comunisti denigravano i socialisti: “L’infiltrazione comunista nel Partito socialista dal 2 giugno 1946 alla scissione”

Lo sostengono apertamente due dirigenti comunisti dell’epoca: Gianni Corbi e Fabrizio Onofri. Ne richiama apertamente l’esistenza Antonio Landolfi, che parla di un’ “azione dell’apparato comunista contro l’autonomia del Psiup”. Dopo il congresso socialista di Firenze dell’aprile del 1946 nel quale erano prevalse le tendenze autonomiste e, soprattutto, dopo le elezioni per la Costituente del 2 giugno dove il Psiup era prevalso sul Pci ( i socialisti si erano affermati soprattutto nel triangolo industriale del Nord con percentuali del 29%, in Veneto col 27,6% e in quelle rosse dell’Italia centrale col 24%, superati dal Pci in Emilia-Romagna e Toscana, mentre nel mezzogiorno il peso era piuttosto scarso, col 10,4%), i dirigenti comunisti misero in moto una forte opera di condizionamento interno al Psiup per favorire le componenti di sinistra e per ribaltare i rapporti di forza tra i due partiti, mettendo evidentemente in conto anche una possibile scissione in casa socialista. Sulla base di quanto pubblicato su “La Squilla” di Bologna e riportato anche da “La Giustizia” reggiana, perché aveva qualche attinenza con quanto si era verificato in alcune zone della provincia di Reggio, si deve pensare che il fenomeno di infiltrazione del Pci nel Psiup interessò da vicino soprattutto realtà regionale e locale, dove il Pci aveva acquisito la supremazia già a partire dalle comunali e provinciali del marzo.

L’articolo citato grida al tradimento nei confronti di “chi, appartenendo alla nostra schiera vi assale di sorpresa ed attenua le vostre possibilità di vittoria, chi comunque, essendo dei vostri, tenta di diminuire la vostra capacità di resistenza”. Dalla provincia di Forlì viene segnalato un caso specifico. Si riferisce al fatto che “tal Luciano Lama (iscritto al Psiup), pubblicamente (…) consiglia i suoi compagni di votare per il partito fratello”. Lama aderirà ufficialmente al Pci solo nel 1947. E veniamo alle dichiarazioni di Corbi e di Onofri, che ricopersero in quel periodo delicate funzioni all’interno dell’organizzazione del Pci. Sostiene il primo: “Di tanto in tanto, quando un giovane particolarmente capace mostrava il desiderio di iscriversi al Pci, il consiglio che gli veniva dato dai dirigenti comunisti (in alcuni casi sono stato io stesso a darlo) era invece di indirizzarsi verso i socialisti.

Naturalmente esistevano una serie di sfumature differenti. In alcuni casi si trattava di un vero e proprio incarico, affidato in maniera quasi ufficiale: come alcuni iscritti venivano inviati a lavorare nel sindacato o nelle federazioni provinciali o invece presso la Direzione nazionale, altri ancora erano inviati ad iscriversi al Psiup per salvaguardarne lo spirito unitario. Quando le cose si svolgevano in questo modo, ci si trovava di fronte a un effettivo fenomeno di doppia tessera (…). Il risultato era quello di creare all’interno del Psiup una infrastruttura che i dirigenti del Pci potevano manovrare secondo le esigenze. La mia impressione è che questo fenomeno si sia sviluppato specie dopo il 2 giugno proprio per controbilanciare la composizione prevalentemente riformista del Gruppo parlamentare socialista”.

Onofri ricorda: “La presenza del Pci all’interno del Psiup era derivata sia da coloro che si richiamavano alla linea Togliatti, che da coloro che si richiamavano alla linea Secchia. Per questi ultimi l’infiltrazione tra i socialisti era una delle tante mosse con cui ci si preparava all’ora x. Per Togliatti e per i togliattiani, che non credevano all’ora x, era invece un mezzo per garantirsi contro uno slittamento socialdemocratico del Psiup e un suo distacco polemico dal Pci. Per questo la pratica di dirottare una parte dei simpatizzanti comunisti verso il Partito socialista è cominciata all’indomani della Liberazione ed è durata per molti anni”.

Un fenomeno iniziato subito dopo la Liberazione, precisa Onofri, e che si intensificò dopo le elezioni del 2 giugno, secondo Corbi. Questo fenomeno doveva essere a conoscenza del gruppo dirigente del Psiup, visto che esso non poteva essere semplicemente subito, né era possibile che fosse così silenzioso e oscuro da essere ignorato. Una parte l’accettò, forse anche volentieri, per cementare sempre di più i rapporti unitari tra i due partiti e per porre freni al consolidamento delle correnti autonomiste, queste ultime lo subivano denunciandone di quando in quando l’esistenza, come avvenne, dopo la campagna del 2 giugno, sia a Reggio sia a Bologna. Forse gli autonomisti non pensavano a una vera e propria offensiva comunista nella seconda parte del 1946, tesa anche a ribaltare i rapporti di forza stabilitisi a Firenze e che con il successivo congresso sarebbero andati a capovolgersi. Quando ne avranno coscienza, anche a causa del vorticoso aumento del numero degli iscritti, pensarono che fosse ormai inevitabile la scissione.
D’altronde, al fenomeno dell’infiltrazione di funzionari e militanti comunisti nel Psiup si sommava, da parte del Pci, una dura polemica pubblica nei confronti della nuova maggioranza socialista scaturita al congresso di Firenze, in nome della difesa più ortodossa del patto d’unità d’azione e dell’unità del movimento proletario. La polemica, dura e a tratti sprezzante, riprese con maggior forza dopo la doppia vittoria elettorale del referendum e delle elezioni per la Costituente, che avevano visto i socialisti primeggiare sui comunisti. Sul piano politico il conseguimento dell’obiettivo della repubblica veniva attribuito ai socialisti e a Nenni soprattutto, non certo ai comunisti che sull’argomento, a cominciare dalla svolta di Salerno di Togliatti, avevano assunto atteggiamenti più accondiscendenti e contraddittori.

La Costituente si insedia il 26 giugno e Giuseppe Saragat ne diventa presidente. Enrico De Nicola è capo provvisorio dello Stato con 396 voti su 504 votanti. I risultati elettorali non sollecitavano la formazione di governi fondati sull’unità delle sinistre, che non avevano raggiunto la maggioranza assoluta. Anzi il successo netto e inequivocabile della Dc rafforzava la posizione centrale di tale partito nella politica e nel governo del Paese. Così la riproposizione di una candidatura di De Gasperi, che nel dicembre del 1945 era subentrati a Ferruccio Parri, alla guida del nuovo governo, dopo l’apertura della crisi avvenuta a luglio, appariva ovvia e indiscutibile. Dopo un tentativo di De Gasperi di comporre un ministero fondato sul rapporto di collaborazione tra Dc e Psiup, egli dovette prendere atto che i socialisti non erano disponibili a isolare i comunisti, tanto che la Direzione del Psiup giudicò “stravagante” un invito simile. La Direzione rilanciò invece la proposta di un governo a tre gambe, composto da Dc, Psiup e Pci e la Dc imbarcò il violino.

I comunisti e, sia pure con minore enfasi, i socialisti accettarono così di partecipare al secondo ministero De Gasperi, che passava dalla cosiddetta esarchia al cosiddetto tripartito e mezzo (Dc, Pci, Psi e Pri), con Nenni ministro degli Esteri, Morandi all’Industria e commercio, D’Aragona al Commercio con l’estero e Romita a Lavori pubblici. Anche ai comunisti vennero attribuiti quattro ministeri e due ai repubblicani. La partecipazione socialista al governo venne criticata da Foscolo Lombardi, da Basso e soprattutto dal gruppo di “Iniziativa socialista”, il gruppo di giovani che sarà la base della scelta della scissione di Palazzo Barberini e che ad ottobre chiederà ufficialmente il passaggio all’opposizione del partito. Anche il gruppo di “Critica sociale”, cioè i vecchi riformisti, che non voleva discostarsi troppo da quello di “Iniziativa”, sottopose a dura critica la capacità di contrarre un vantaggioso accordo di governo con la Dc e di far valere le ragioni programmatiche dei socialisti-

La risposta non poteva essere solo quella di “aprire le porte delle carceri e dei penitenziari a non pochi artefici della nostra rovina”. Cioè la strada dell’amnistia firmata da Togliatti e approvata dal governo con un decreto legge. Il clima di tensione post elettorale esistente tra socialisti, ormai lontano dallo spirito del testo del patto d’unità d’azione del 1943, elaborato in clima bellico e pre-resistenziale, ma soprattutto la ferma volontà del gruppo dirigente del partito uscito dal congresso di Firenze di far valere una maggiore autonomia politica, spinsero il Psiup a chiedere una nuova formulazione del patto d’unità d’azione con l’inserimento del riconoscimento “della funzione, complementare e integrativa d’interpreti degli interessi e delle aspirazioni delle classi lavoratrici” dei due partiti. Il patto verrà riformulato ad ottobre. E accettato anche da Saragat, che poi lo contesterà.
Togliatti sorprese tutti con il decreto legge sull’amnistia, eppure nella sua decisione, vi era un implicito riconoscimento di un pericolo da evitare e che riguardava anche i suoi compagni. Tifoso di Bartali, che aveva da poco vinto il Giro d’Italia davanti a Coppi, il suo nome rimarrà a lungo legato a quello del campione sulle due ruote, per la coincidenza d’un futuro trionfo sportivo e di una possibile tragedia politica.

Il percorso si fece in salita. Obiettivo della sinistra socialista di Nenni, Basso e Morandi era quella di ribaltare i rapporti di forza del congresso di Firenze. Ovviamente con l’appoggio politico e organizzativo del Pci. Togliatti sferrò un duro attacco al Psiup sul “Gazzettino di Venezia” dichiarando: “I rapporti tra comunisti e socialisti sono francamente cattivi e il patto d’unità d’azione di fatto non funziona per colpa dei riformisti che hanno la direzione del Partito socialista”. La polemica era tutta orientata verso la componente autonomista, sprezzantemente definita “riformista”. Tanto che lo stesso Togliatti volle manifestare il diritto di intervenire “nelle questioni interne al Partito socialista” e di combattere contro tale frazione “con tutti i mezzi polemici i quali ci sono accessibili e dei quali ci sappiamo servire”.

La polemica con Saragat si fece rovente. E’ dedicato a lui l’articolo “Tre colonne di piombo”, che rispondeva a un articolo di Saragat pubblicato da “Critica sociale”. “Vale la pena di rispondere?”, si chiedeva Togliatti. “Non è forse premio sufficiente alla fatica dell’on. Saragat il fatto che gli abbia valso la simbolica concessione della tessera ad honorem dell’Uomo qualunque?”. A Togliatti volle rispondere Sandro Pertini, direttore dell’Avanti, con un fondo intitolato “E il terzo gode”, che sintetizzava il suo contenuto.

Il tema delle irregolarità e delle ingerenze comuniste nel congresso socialista furono descritte nel memoriale che Matteo Matteotti lesse all’apertura del congresso che si svolse alla Città universitaria nel gennaio del 1947. Parliamo di Matteo Matteotti, figlio del grande martire. Recatosi da Saragat negli uffici dell’Assemblea costituente, egli si dichiarò ormai convinto che la scissione era inevitabile. Un tale giudizio venne subito condiviso da Saragat, il quale gli propose di scrivere una sorta di memoriale di denuncia per l’invalidazione del congresso, quasi a ricordare quello tragico del padre nei confronti delle elezioni del 1924. Matteotti si mise al lavoro e stese la relazione che avrebbe dovuto essere consegnata all’inizio del congresso. Matteo Matteotti lesse il memoriale per l’invalidazione del congresso documentando le irregolarità: a) l’assenteismo ai congressi di sezione e di federazione, l’irregolarità nel tesseramento e nelle votazioni b) le irregolarità e gli arbitri di procedura nei congressi di sezione e di federazione c) sistemi antidemocratici, interventi di forze esterne, coazioni fisiche e morali.

Si trattava di una denuncia analitica e molto grave. Difficile in quel contesto pensare a un regolamento di conti “democratico”. Difficile però anche ritenere che senza quelle irregolarità denunciate il risultato congressuale sarebbe stato sostanzialmente diverso. Secondo Matteotti “manca ormai nel seno del partito socialista quella atmosfera democratica che rende possibile un’aperta espressione della volontà dei militanti (…), è stato spezzato quel patto di solidarietà e di libertà che è presupposto di ogni consorzio civile”. Dunque ancora forze esterne, cioè iscritti al Pci che condizionavano, ancora con la doppia tessera o meno, il congresso socialista. Il fenomeno che Corbi e Onofri hanno descritto analiticamente e che risulta alla base della scissione, obiettivo dichiarato di Togliatti e del Pci.

Quando i comunisti denigravano i socialisti. Gli sprezzanti giudizi di Togliatti su Turati, Nenni, Saragat e Tasca

Che i rapporti tra il Psi e i comunisti, negli anni trenta, fossero ancora tesi e i socialisti ancora equiparati ai fascisti da parte del Comintern è proprio testimoniato dall’articolo che Palmiro Togliatti scrisse dopo la morte di Filippo Turati nell’aprile del 1932 su “ Lo Stato operaio”. “Nella persona e nell’attività di Filippo Turati”, scrive Togliatti, “si sommano tutti gli elementi negativi, tutte le tare, tutti i difetti che sin dalle origini viziarono e corruppero il movimento socialista italiano, che lo condannarono al disastro, al fallimento, alla rovina. Per questo la sua vita può bene essere presa come simbolo e, come un simbolo, anche la sua fine. L’insegna sotto cui questa vita e questa fine possono essere poste è l’insegna del tradimento e del fallimento. Nella teoria Turati fu uno zero. Quel poco di marxismo contraffatto che si trova nei primi anni della Critica sociale non fu dovuto a lui. Dei vecchi capi riformisti egli fu il più lontano dal marxismo, più ancora di Camillo Prampolini (…), fu un retore sentimentale, tinto di scetticismo, e per questo, nelle apparenze, un ribelle (…). Le famose frasi lapidarie di Turati (…) sono dei motti, delle banalità, delle cose senza senso alcuno (…). Organicamente egli era un controrivoluzionario, un nemico aperto della rivoluzione (…). Turati fu tra i più disonesti dei capi riformisti, perché fu tra i più corrotti dal parlamentarismo e dall’opportunismo. Serrati era unitario per uno sciocco sentimentalismo. Turati lo era per astuzia, per calcolo opportunista, allo scopo di potere continuare a penalizzare ogni azione dei rivoluzionari (…). La sua andata al Quirinale avvenne con venti anni di ritardo. La borghesia, per conto della quale egli aveva fatto il poliziotto, il crumiro e predicato viltà, non aveva più altro da dargli che il calcio dell’asino (…). Noi fummo e rimaniamo suoi acerrimi nemici, nemici di tutto ciò che il turatismo è stato, ha fatto, ha rappresentato”.
Togliatti, anche nei confronti di Nenni, non si dimostrò più benevolo e nel maggio del 1933, anche dopo la denuncia da parte del leader socialista del comportamento dei settanta deputati socialdemocratici tedeschi che nella seduta del 17 maggio 1933 avevano votato a favore della politica estera di Hitler, comportamento obiettivamente più grave di quello della socialdemocrazia del 4 agosto del 1914, favorevole al decreto sugli armamenti in vista della prima guerra mondiale, Togliatti volle mostrare il suo pollice verso e questo mentre l’Internazionale comunista iniziava a elaborare la nuova politica dei fronti popolari. Secondo Nenni, nel discorso tenuto al congresso di Marsiglia del 1933, i socialdemocratici tedeschi erano avvinti dal culto del collaborazionismo, che applicavano anche ad Hitler, ma secondo Togliatti “la funzione cui adempie Pietro Nenni con le sue frasi di condanna dei socialdemocratici tedeschi è quella d’ingannare gli operai nascondendo loro ciò che realmente sta accadendo e alimentando la propaganda controrivoluzionaria contro l’Unione dei soviet”. Su Giuseppe Saragat il giudizio era stato ancora più duro, già nel febbraio del 1933. Egli viene definito “un Carneade del movimento operaio italiano, un rigattiere, un truffatore, così come tutti i capi socialdemocratici i quali si muovono sullo stesso binario ideologico su cui si muove il fascismo”. E il mese dopo “Lo Stato operaio” scrive, sull’adesione al Psi di Tasca: “Guidando a grande andatura il plotone socialfascista di testa, a quest’opera si accinge oggi assieme a Pietro Nenni e Giuseppe Saragat, il rinnegato Angelo Tasca”. Il linguaggio tipico della retorica terzinternazionalista verrà solo in parte modificato dopo l’apertura della fase dei fronti popolari che, sulla base di una precisa direttiva impartita da Mosca, presero piede in Francia e in Spagna, ma anche, sia pur nell’esilio parigino, da parte dei comunisti e socialisti italiani. Ma si rinfocolò a seguito del patto Ribbentrop-Molotov tra la Germania nazista e l’Urss comunista, che di fatto diede avvio alla seconda guerra mondiale dopo l’invasione e la spartizione della Polonia. Nella fase che intercorre tra il 1939 e il 1941, inizio dell’operazione Barbarossa, cioè dell’attacco di Hitler a Stalin, i rapporti tra comunisti e socialisti tornarono pesanti. Nel Psi Nenni fu messo in minoranza da Tasca, Morgari e Saragat che costituirono il nuovo direttorio. Tra socialisti e comunisti il Psi pose una barriera di carattere “morale” e in una riunione del Consiglio nazionale del 1 settembre venne dichiarato decaduto il patto d’unità d’azione. Se Tasca, e con lui Modigliani e Faravelli, avevano da tempo valutato con forti riserve il patto d’unità d’azione coi comunisti, Saragat, che l’aveva invece sempre accettato, a seguito del patto russo-tedesco, passa al fronte degli oppositori di Nenni. Al Consiglio nazionale del 27 e 28 aprile del 1940 Nenni venne escluso anche dalla Direzione. Egli era vittima del tradimento dell’Urss. E mentre i comunisti, per giustificare la nuova imprevista svolta dei compagni di Mosca, ritornarono alla vecchia equazione “democrazia uguale a fascismo”, e dunque alla indifferenza tra i due sistemi e alla conseguente inutilità dei fronti popolari per la lotta antifascista, i socialisti dichiararono cessata ogni collaborazione coi comunisti e “inammissibile la permanenza nel partito di quei compagni che non accettassero questa direttiva”. Anche Nenni si trovava in bilico e non rinunciava all’idea della lotta unitaria del movimento operaio contro il fascismo, a suo giudizio l’unica arma che poteva sconfiggerlo. Rischiò l’espulsione dal suo partito che pare gli sia stata condonata su intercessione di Saragat e di Modigliani, i quali temettero che l’accusa di filo bolscevico gli potesse costare la vita. I comunisti dei vari paesi si uniformarono alle direttive del Comintern che giudicava a quel punto la guerra come “uno scontro tra imperialismi e attribuiva alla Francia e alla Gran Bretagna le maggiori responsabilità nella provocazione del conflitto”, tanto che il governo francese mise fuori legge il Pcf, i suoi parlamentari furono privati del seggio parlamentare e arrestati in gran numero. E dunque anche all’emigrazione comunista italiana venne interdetto di fatto il lavoro politico in Francia. Unico comunista che prese le distanze dal patto tra Germania nazista e Urss fu Umberto Terracini, che venne politicamente perseguitato e poi espulso dal partito. In cella per antifascismo dal 1928, poi al confino a Ponza e a Santo Stefano, venne vietato ai compagni di rivolgergli la parola. Rientrerà nel partito solo nel 1943, quando era profugo in Svizzera, senza che la sua vicenda politica fosse stata resa pubblica. Senza critiche e autocritiche.

Quando i comunisti denigravano i socialisti: “Gramsci contro Prampolini”

Il 28 agosto del 1920 Gramsci scrive sul suo “L’Ordine nuovo” un articolo intitolato “Traditori socialisti. Le guardie bianche di Regio Emilia”. Gramsci attacca Prampolini e i suoi seguaci con un’asprezza e una rozzezza di linguaggio che non hanno precedenti, neppure nelle furenti polemiche che sul socialismo reggiano riversò il sindacalismo rivoluzionario d’inizio secolo. “La Giustizia” aveva definito “il metodo bolscevico praticamente utopistico e moralmente ripugnante”. “L’Ordine Nuovo” si chiede: “Perché i moralisti di Reggio Emilia sono rimasti nel Psi dopo il Congresso di Bologna, dopo, cioè, che la maggioranza del partito ha dichiarato di far proprio il metodo dei bolscevichi “praticamente utopistico e moralmente ripugnante”?. E continua: “Coi moralisti di Reggio Emilia è inutile continuare una discussione teorica; i moralisti di Reggio Emilia hanno sempre dimostrato di essere capaci di ragionamento quanto una vacca gravida, hanno dimostrato di partecipare della psicologia del mezzadro, del curato di campagna, del parassita di un arricchito di guerra; è inutile sperare che un barlume d’intelligenza illumini la loro decorosa idiozia di fra Galdino alla cerca delle noci per ingrassare la clientela elettorale. Si domanda a questi moralisti: “Non è moralmente ripugnante l’uomo che rimane in un partito i cui metodi sono moralmente ripugnanti? Tra Lenin, che ha sempre affermato il metodo dei bolscevichi, che ha dedicato venticinque anni per organizzare il Partito bolscevico russo, che ha sofferto l’esilio, la fame, il freddo per sostenere lealmente e apertamente le sue idee e il suo metodo, tra Lenin e Prampolini e Zibordi, che hanno dedicato la loro vita a procurare i favori dello stato borghese per le cooperative emiliane, favori che lo stato borghese concedeva strappando il pane di bocca agli ignoranti e sudici contadini di Sardegna, di Sicilia e dell’Italia meridionale, tra Lenin e gli scrittori della Giustizia che rimangono, per angusti fini personali, per mantenere una posizione politica conquistata salendo sulle spalle della classe operaia, in un partito che nella grandissima maggioranza ha dichiarato di far proprio il metodo dei bolscevichi, tra Lenin e questi decorosi sinistri idioti che è più ripugnante moralmente? A Reggio Emilia si apre lo spaccio della moralità da sacrestani ubriachi: perché questi cooperatori col sangue e le lacrime dei contadini poveri meridionali, perché questi ingrassatori di porci con la biada governativa, perché questi concorrenti della plutocrazia siderurgica nel domandare la protezione allo stato borghese, non hanno avuto il minimo di lealtà sufficiente e necessario per uscire dal partito dopo il congresso di Bologna?”. Gramsci osserva poi che nel Partito socialista francese i riformisti sono usciti quando la maggioranza ha deciso l’affiliazione alla Terza Internazionale. E si chiede: “Solo in Francia esistono riformisti leali?”. E ancora un affondo: “Se esistono a Reggio Emilia operai e contadini onesti e leali, come possono essi sopportare che un immondo libello come “La Giustizia” si fregi della qualifica di organo dei socialisti di Reggio Emilia? A tal punto di bestialità e di supina pantofoleria è stato ridotto il movimento proletario reggiano dalla predicazione evangelica?”. Le deliranti affermazioni e i giudizi quali quello su “Prampolini moralmente ripugnante” o su “La Giustizia” come “immondo libello” e quello sui socialisti reggiani come “decorosi sinistri idioti” e come, e ben peggio, “ingrassatori di porci”, non finivano qui. Il 9 febbraio del 1921 lo stesso Gramsci dedicherà a Giovanni Zibordi un articoletto dal titolo non certo edificante: “Un asino bardato”.

Mauro Del Bue

Collegi, collegini, collegetti

Signori, come l’ottico di Spoon River vende lenti, così i capipartito mettono all’asta collegi. Collegi proporzionali per candidati da nominare, collegi uninominali per candidati da eleggere. Poi collegi misti per candidati che non sarebbero eletti e dunque sono da nominare. Signori, il mercato chiude a fine mese. Dopo “le jeux sont faits”. E non si replica. Chi é dentro é dentro, chi è fuori é fuori. Il Pd esplode (e quando mai non succede) nella lotta tra renziani e orlandiani. Ti offro il 20, contro il 40. Ma gli orlandiani minacciano non si sa cosa. Di star fuori nessuno ci pensa. Minacciano con la pistola scarica. Esplode il centro-destra, tra chi vuole il 3 per cento e chi no, tra chi vuole la Fornero e chi no, tra chi vuole la flex tax al 15 e chi al 23. Ma in realtà i fuochi riguardano i collegi da attribuire ai piccoletti. Quanti? Tredici o quaranta? E per gli ex ministri Lupi, Quagliariello, per quelli che si son macchiati del reato di votare per i governi Letta e Renzi, non ci saranno collegi come pretende Salvini, che ha già bocciato il suo ex Tosi e per Parisi ci sarà la candidatura a governatore del Lazio in cambio della rinuncia alla lista? Ma esplode anche il grillismo pentastellato, col comico che si ritaglia la sua autonomia con un blog autorizzato (o no?) dalla Casaleggio. Di Battista attende il cadavere di Di Maio sullo stretto di Messina, che Grillo non attraversa a nuoto. E nei collegi dopo le parlamentarie c’é chi contesta i paracadutati. Vero Paragone, ex leghista convertito al grillismo? E con lui il mite Carelli e il comandante De Falco, che potremmo definire il candidato del… cazzo, nel senso migliore della parola. Non meno bene stanno i Liberi e uguali, con gli Mdp che fan la parte del padrone ma con Sinistra italiana che protesta. E in mezzo Grasso e la Boldrini, candidati ovunque. Che fine faranno le decine di parlamentari ex Sel? Il mercato si avvia alla fase più calda e prima della mezzanotte del gong si attendono le ultime sortite. Quelle cancellature e sostituzioni dell’ultimo minuto che rendono il tutto un giallo alla Hitckoch. Col colpevole che diventa vincitore e l’innocente vittima. Collegi sicuri, collegi buoni, collegi competitivi, collegi difficili, collegi impossibili. Offro il 2-3-5-6-8. Meglio il 4-4-2 di Conte. Almeno gli Europei ce li siamo giocati. Qui si rischia, dopo i mondiali, di perdere anche l’Europa.

De Benedetti arrogantia…

Tutto mi potevo aspettare tranne un attacco così duro e sprezzante di De Benedetti, suo vecchio editore e forse amico, a Eugenio Scalfari, durante l’intervista rilasciata a Lilli Gruber su La7. Il finanziere, che risiede in Svizzera, e paga le tasse chissà dove, ha criticato Scalfari per quel suo endorsement favorevole a Berlusconi nel gioco del “chi getteresti dalla torre” tra lui e Di Maio. Peccato che poco dopo lo stesso De Benedetti abbia parafrasato Berlusconi definendo la vittoria dei Cinque stelle una sciagura per l’Italia e dichiarando che in caso di loro vittoria anche lui sarebbe andato all’estero (veramente c’é già…). Siccome non ha cambiato residenza durante i governi Berlusconi se due più due fa ancora quattro l’ex padrone della catena de L’Espresso la pensa dunque come Scalfari. Il povero Scalfari é stato definito “un anziano non più in grado di sostenere domande e risposte”. Poi in un sussulto di arroganza tipicamente padronale De Benedetti, che doveva difendersi dall’accusa di aver guadagnato diverse centinaia di migliaia di euro dopo aver conosciuto in anticipo il decreto sulle banche popolari, ha ricordato di aver “regalato a Scalfari un bel pacco di miliardi” e che “Scalfari può parlare del papa ma non di lui”. Lungi da noi la volontà di difendere l’ex direttore di Repubblica, che si é sempre dimenticato di essere stato eletto deputato del Psi a Milano (anche grazie a Craxi) nel 1968, e di avere cosi evitato la galera dopo la condanna per gli articoli dell’Espresso sul caso Sifar, e che nei suoi fondi omette quasi sempre (quasi come lavacro purificatore della sua passata contaminazione) di citare la storia socialista e i suoi protagonisti. Ma di fronte a tanta sicumera offensiva, a tanto effluvio di altezzosa protervia, anche Scalfari merita di essere difeso. Non merita la pena di morte. E non solo per la sua avanzata età…

Signori, qui si vendono elisir…

Le trovate paraculate. Primo premio a Salvini per Abolizione della legge Fornero (140 miliardi in cinque anni). Secondo premio a Berlusconi per Pensioni minime senza tasse per tutti a mille euro (costo 7 miliardi all’anno). Terzo premio a Di Maio che propone il Reddito di cittadinanza (il costo dipende dall’applicazione. Il calcolo minimo parla di 17 miliardi l’anno). Quarto premio a Renzi per Abolizione del canone televisivo. Non so il costo, ma uno si chiede: “Perché non l’hanno fatto anziché inserirlo in bolletta?”. Quinto premio a Grasso per Abolizione tasse universitarie. Ora che il nipote di Ferrero, l’uomo nutellato più ricco d’Itala, sia a carico mio lo trovo davvero poco di sinistra. Spero che gli elettori capiscano di essere presi in giro… Ieri sera Monti, che sosteneva che l’Europa ci sta ridendo dietro, sembrava Churchill, di fronte alla sfilata dei nani. La falange di Dulcamara tra i quali eccelle Berlusconi, che offre elisir di lunga vita, é veramente sconsolante. Ma ancor più deludente é la reazione di un elettorato che, sondaggi alla mano, ci crede ancora. Sarebbe come se, nell’opera di Donizetti, il buon venditore di Bordeaux scambiato per magico elisir si fosse presentato con gli stessi prodotti per tre volte di seguito. Quante volte devono sperimentarlo gli italiani per capire che possono essere stati ingannati? D’altronde oggi il teatrino della politica pare assai peggio di quello di Arlecchino…

Grilletta Berti

Orietta é reggiana come me. Anzi, rispetto a me, che sono reggiano di città, lei é una provinciale, essendo nata a Cavriago. Sì, nella rossa Cavriago, quella che mantiene in piazza il busto di Lenin. Lì, fino a qualche tempo fa, il Pci aveva così tanti voti che poteva eleggere non solo la maggioranza, ma anche l’opposizione. Oggi però non fa più alcun scalpore che una coariaghina se ne esca con un endorsement per i Cinque stelle. La motivazione é quel che é, d’altronde la Berti é più lontana dagli intellettuali di quanto non sia io dalla pratica delle arti marziali. L’interprete sofferta di canzoni del calibro di “Io, tu e le rose”, oppure “Tipitipitì”, avrebbe potuto portare qualche argomento in più per la sua scelta politica di quel che non é la sola sua amicizia con Grillo. Era amica anche di Iva Zanicchi, reggiana di montagna e aquila di Ligonchio. L’avrà votata quando Forza Italia la presentò alle Europee? Pare che per antagonismo con lei (entrambe si affermarono nel 1965, Orietta con “Tu sei quello” e Iva con “Come ti vorrei”) abbia scelto altri candidati. Gino Paoli col Pci e Mimmo Modugno con la lista Pannella furono candidati ed eletti alla Camera nel 1987. Chissà che ragionamenti, uso questo improbabile attributo, avrà fatto la Berti, anzi la Galimberti, questo il suo vero cognome. Eppure lei stessa ha interpretato due canzoni dal titolo inequivocabile: “Non illuderti mai” e “Fin che la barca va”. Oggi dovrebbe cambiarli in “Illusione, dolce illusione sei tu” (ma esiste già) e “Titanic” (anche). Visto che Berlusconi ha annunciato che se le elezioni le vincerà il partito della Berti allora andrà in Russia, Silvio si ricordi prima di passare dal paese di Orietta e di portare al suo amico Putin il bronzo del rivoluzionario russo. Tu sei quello, anzi lui é (proprio) quello…

La diasporina

Dopo la fine del Psi si parlò di diaspora. L’elettorato socialista si divise in poli opposti, anche se la maggioranza in funzione anti giustizialista preferì Forza Italia. I partiti che ereditavano la storia socialista italiana si articolarono in micro gruppi, dal Si, al Psri, al Movimento liberalsocialista, poi nacque il Ps. Sorse anche, su iniziativa di Sacconi, Sinistra liberale, mentre in periferia nascevano circoli e associazioni. Sono passati quasi 25 anni, cinque in più della durata del regime fascista, e in questo lungo percorso i risultati migliori, anche se alquanto modesti, sono stati quello dello Sdi alle europee del 1999 (2,1) e del Nuovo Psi (sorto nel 2001 dall’unificazione del Ps di De Michelis e Lega socialista di Martelli e Bobo Craxi) che conseguì anch’esso il 2,1 per cento alle europee del 2004. Delle varie intese politiche la più motivata e redditizia é stata quella coi radicali del 2006 che conquistò il 2,7 per cento e 18 deputati. Il risultato peggiore é stato quello ottenuto alle politiche del 2008 dal Partito socialista, frutto dell’unificazione di Sdi, Nuovo Psi guidato da chi scrive, I socialisti di Craxi, la componente di Angius dei Diesse, costretto all’assoluta autonomia dal veto veltroniano all’apparentamento, che conseguì solo lo 0,9 per cento. Tutte cose giustificabili, tentativi improntati all’identità storico-politica. Adesso assistiamo a una piccola diaspora del piccolo Psi, una comunità che può tuttavia disporre di parlamentari, consiglieri regionali, amministratori locali, venti e più mila iscritti. Una diasporina. Sono infatti nati e si propagandano in rete i Socialisti in movimento, poi divisi tra chi ha praticato l’adesione a Liberi e uguali e chi l’ha rifiutata, Risorgimento socialista, che invece pare orientato a collocarsi addirittura alla sinistra di Liberi e uguali, la Lega dei socialisti che avrebbe annunciato l’unificazione con Risorgimento (che notizia…), mentre alcuni compagni pare intendano fondare il Psui (Partito socialista unitario), che a questo punto appare un auspicio piuttosto improbabile. Questa frammentazione, rispetto a quella storica del movimento socialista italiano, che si é spesso configurata come una tragedia, ha i caratteri della commedia. Una commedia dell’arte dove ogni attore parla per conto suo. Un piccolo caso. Un casino…