Generazione

Difendo la mia generazione dove individui con una o due lauree hanno sacrificato la professione per fare politica a tempo pieno. Hanno sfidato con la qualità delle idee e con una solida cultura ed esperienza politica, maturata nel movimento studentesco già a partire dai Licei, la generazione precedente sostituendola senza accantonarla e tanto meno rottamarla. Hanno saputo affermarsi cominciando ad attaccare i manifesti, a servire alle feste di partito e a scrivere e distribuire volantini, a girare per le sezioni con una cinquecento scassata, dove si trovavano compagni che brontolavano sempre, a organizzare congressi e campagne elettorali. Poi, dopo una dura selezione sul campo, qualcuno veniva eletto dirigente e se aveva i voti consigliere comunale della sua città. Solo chi mostrava una forte capacità di leadership poteva aspirare al Parlamento, dove si accedeva a suon di preferenze e ne occorrevano tantissime e in più province. La vita politica era dura con mille tensioni anche interne e capitava di perdere il sonno senza poter perdere un attimo. Ci voleva molta passione, ma anche un carattere forte. Era un mestiere, diciamo la verità, che per tempra solo in pochi potevano permettersi, ma non era riservato ai ricchi. Anzi. Tanti figli di operai hanno avuto la possibilità di emergere grazie ai partiti. Gli altri, per dirla con Venditti, andavamo in banca e ci facevano anche un po” pena. Siamo stati presuntuosi? Forse ma a 31 anni non abbiamo mai pensato di fare il presidente del Consiglio. Ne’ di passare da sindaco a premier cacciando in malo modo gli altri. Avvertivamo un rispetto sacrale per i nostri vecchi. Quasi tutti noi sfornavamo giornali a getto continuo e avevamo imparato bene l’arte della polemica e dell’ironia. Sapevamo scrivere relazioni, programmi, articoli, libri. Qualcuno di noi vive oggi praticamente solo attraverso un vitalizio parlamentare dopo aver rinunciato a una professione che gli avrebbe dato di più. Ho voluto ricordare tutto questo per difendere le nostre scelte di vita e il nostro contributo dato alla democrazia italiana. Ho voluto ricordarlo a tutti i giovani che pensano che coloro che li hanno preceduti hanno fatto.politica per interesse e non perché stimolati da un forte richiamo ideale. Ho voluto ricordarlo anche a me stesso perché, tutto sommato, e nonostante il fallimento del nostro progetto politico, esploso, proprio dopo la nostra vittoria storica, con i calcinacci del muro di Berlino, io non riesco a essere insoddisfatto della mia vita. Mi scuso del disturbo ma avevo bisogno, forse interpretando anche il sentimento di molti altri, di confessarvelo.

Berluscaz

Lo chiamava così Bossi dopo il litigio del 1994. Oggi ha cambiato idea ed é il più filo berlusconiano della Lega. Si é accorto, il cavaliere, che anche Mediaset ha tirato la volata ai Cinque stelle. Certo Belpietro e Giordano coi loro populistissimi intendimenti hanno dato sostanza alla lotta alla politica più o meno tradizionale e ai suoi interpreti. Tutti addosso a Renzi e al governo con motivazioni non dissimili da un Di Battista qualsiasi. Il cav non fa più sconti da adesso. E dopo il nuovo predellino molisano, si é preso tutta la scena alla conferenza stampa del trio di centro-destra dopo il colloquio col capo dello stato. Doveva essere Salvini il protagonista, ma Berlusca non può mai fare la parte del gregario. Di lui, si è detto, che quando va a un matrimonio deve essere lo sposo e quando va a un funerale deve essere il morto. Ecco su quest’ultimo assioma ho qualche dubbio. Vorrebbe sì essere il morto ma rinascere dopo tre giorni.

Travaglio e il Pertini comunista

Era il luglio del 1978 e il Congresso di Torino aveva scelto il garofano. Per il Festavanti che si svolse nella vasta area della Zucchi, in pieno centro-storico, a Reggio Emilia, lavorammo per giorni pannellando tutto il perimetro con garofani rossi su pannelli bianchi. Vennero in tanti, da Walter Chiari che s’era innamorato del garofano, a Vecchioni. Ma il comizio finale era incerto. Pertini era appena stato eletto presidente della Repubblica, Craxi era ancora in Parlamento per la proclamazione. Poi prese l’areo e arrivò a Reggio a festeggiare con duemila socialisti entusiasti solo poche ore dopo. Iniziò il comizio con un “Ridendo e scherzando…”. Come dire: nessuno ci credeva, ma ce l’abbiamo fatta. Un socialista era stato eletto al Quirinale. Dedico questo ricordo a tutti i socialisti offesi da Travaglio, per il quale Pertini fu eletto dai comunisti.

Giorgetti e Craxi

Intervistato da un giornale a larga tiratura il vice segretario e capogruppo della Lega Giancarlo Giorgetti ha voluto inserire nel suo Pantheon don Sturzo, Craxi e Bossi. Subito abbiamo pensato ad un errore. E invece é così. Ha proprio detto Craxi. Non ci sono state smentite. E allora un grazie dal popolo socialista lo merita. In mezzo a tanta ipocrisia di sinistra, che il vice capo della Lega inserisca il nostro leader tra i suoi punti di riferimento gli e ci fa onore. Parlo non solo a nome del nostro piccolo partito, ma di tutti coloro che hanno vissuto la stagione del Psi dal 1976 al 1993. Una stagione che, per quanto fatto all’Italia, meriterebbe un premio. Noi oggi ci accontentiamo del premio Giorgetti.

Ingroia, non solo noia

Sembrava un predestinato. Uno tutto giustizia e manette. Un tipo che considerava un tick alla pari di un reato da perseguire. Nel 2013 con l’appoggio del travagliato Fatto quotidiano era il leader di una forza politica che pareva dover superare abbondantemente lo sbarramento elettorale. Non fu così. Anche per colpa o merito di quel matto di Crozza che imitandolo ne mise in luce il suo modo di fare sempre annoiato e allucinato. Adesso Ingroia sta pagando il fio. E’ accusato di peculato per essersi rimborsato spese pari a 117mila euro dalla società pubblica Sicilia servizi, della quale era amministratore, con di migliaia di euro dilapidati in alberghi e ristoranti di extralusso, mentre la sua azienda andava in passivo. Torna in mente il vecchio adagio nenniano: “C’è sempre un puro più puro che ti epura”. Essere epurati da un impuro é molto peggio. Ma noi, contrariamente a lui, restiamo fermamente garantisti, perché esistono, se Dio vuole, anche puri che non epurano….

Renzi, Di Maio e Craxi

Per accusare Di Maio di aver minimizzato la storia dei versamenti non effettuati o ritirati da alcuni parlamentari Cinque stelle, svelato da un servizio delle Jene, Renzi, intervistato dalla Gruber, ha paragonato l’affermazione del leader grillino a proposito di alcune mele marce presenti nel suo movimento a quella di Craxi sul mariuolo Chiesa. Già una qualsiasi equiparazione tra Di Maio e Craxi dovrebbe essere vietata per legge e consiglio il perspicace Fiano di pensare a una proposta in tal senso, ma quel che consegue è l’equazione secondo la quale la mele marce sarebbero non alcune ma molte o tutte, così come i mariuoli sarebbero stati molti o tutti i socialisti. Renzi ha un deficit di conoscenza della storia e della verità, giacché la stragrande parte dei socialisti del Psi erano bravissime persone e larga parte del suo gruppo dirigente non solo non è stato toccato dalle inchieste, ma per molti è stato chiesto proscioglimento o assoluzione, mentre sul caso C migliaia di pagine sono a testimonianza di una vera e propria persecuzione giudiziaria. Il segretario particolare di Renzi ha precisato all’incontrario l’affermazione renziana, spiegando che nel paragonare Di Maio a Craxi Renzi non intendeva offendere Di Maio. Questo Carneade sappia che è come paragonare De Gasperi a Renzi. E il paradosso è che si chieda scusa a Renzi…

Manconi il garantista anti craxiano

Sarà Luigi Manconi a coordinare il lavoro dell’Ufficio nazionale anti comportamenti razziali. Manconi é noto per il suo garantismi e le battaglie sempre compiute in nome del diritto e della libertà. E’ stato escluso recentemente dalle liste del Pd ed é malato, quasi cieco. Eppure nelle sue lunghe e coerenti lotte contro le discriminazioni fa eccezione una dura dichiarazione di stampo giustizialista e anti umanitario rilasciata sul Messaggero, il 2 luglio 1995, a proposito della grave forma di diabete, che ucciderà Bettino Craxi. La pubblico: “C’è qualcosa di cupamente grottesco nell’immagine di quell’uomo anziano e malato… Anche la malattia non lo fa apparire più fragile, e con ciò, meno sgradevole. Al contrario. La sua sembra proprio quella che, nei racconti per adolescenti, è l’infermità dei “cattivi”… La malattia completa crudelmente l’immagine di un uomo che – in una torva solitudine – cova i suoi rancori… Quel sarcasmo così appesantito, quell’aggressività così affannosa rivelano qualcosa di intimamente “sporco”… E’ una manifestazione patologica… Da sempre le psicosi hanno pesato – eccome- sulla politica”. Che feroce ritratto, da Torquemada meneghino. Che sgradevole eccezione nella storia di un garantista a quattro carati…

Quando i comunisti denigravano i socialisti: “L’infiltrazione comunista nel Partito socialista dal 2 giugno 1946 alla scissione”

Lo sostengono apertamente due dirigenti comunisti dell’epoca: Gianni Corbi e Fabrizio Onofri. Ne richiama apertamente l’esistenza Antonio Landolfi, che parla di un’ “azione dell’apparato comunista contro l’autonomia del Psiup”. Dopo il congresso socialista di Firenze dell’aprile del 1946 nel quale erano prevalse le tendenze autonomiste e, soprattutto, dopo le elezioni per la Costituente del 2 giugno dove il Psiup era prevalso sul Pci ( i socialisti si erano affermati soprattutto nel triangolo industriale del Nord con percentuali del 29%, in Veneto col 27,6% e in quelle rosse dell’Italia centrale col 24%, superati dal Pci in Emilia-Romagna e Toscana, mentre nel mezzogiorno il peso era piuttosto scarso, col 10,4%), i dirigenti comunisti misero in moto una forte opera di condizionamento interno al Psiup per favorire le componenti di sinistra e per ribaltare i rapporti di forza tra i due partiti, mettendo evidentemente in conto anche una possibile scissione in casa socialista. Sulla base di quanto pubblicato su “La Squilla” di Bologna e riportato anche da “La Giustizia” reggiana, perché aveva qualche attinenza con quanto si era verificato in alcune zone della provincia di Reggio, si deve pensare che il fenomeno di infiltrazione del Pci nel Psiup interessò da vicino soprattutto realtà regionale e locale, dove il Pci aveva acquisito la supremazia già a partire dalle comunali e provinciali del marzo.

L’articolo citato grida al tradimento nei confronti di “chi, appartenendo alla nostra schiera vi assale di sorpresa ed attenua le vostre possibilità di vittoria, chi comunque, essendo dei vostri, tenta di diminuire la vostra capacità di resistenza”. Dalla provincia di Forlì viene segnalato un caso specifico. Si riferisce al fatto che “tal Luciano Lama (iscritto al Psiup), pubblicamente (…) consiglia i suoi compagni di votare per il partito fratello”. Lama aderirà ufficialmente al Pci solo nel 1947. E veniamo alle dichiarazioni di Corbi e di Onofri, che ricopersero in quel periodo delicate funzioni all’interno dell’organizzazione del Pci. Sostiene il primo: “Di tanto in tanto, quando un giovane particolarmente capace mostrava il desiderio di iscriversi al Pci, il consiglio che gli veniva dato dai dirigenti comunisti (in alcuni casi sono stato io stesso a darlo) era invece di indirizzarsi verso i socialisti.

Naturalmente esistevano una serie di sfumature differenti. In alcuni casi si trattava di un vero e proprio incarico, affidato in maniera quasi ufficiale: come alcuni iscritti venivano inviati a lavorare nel sindacato o nelle federazioni provinciali o invece presso la Direzione nazionale, altri ancora erano inviati ad iscriversi al Psiup per salvaguardarne lo spirito unitario. Quando le cose si svolgevano in questo modo, ci si trovava di fronte a un effettivo fenomeno di doppia tessera (…). Il risultato era quello di creare all’interno del Psiup una infrastruttura che i dirigenti del Pci potevano manovrare secondo le esigenze. La mia impressione è che questo fenomeno si sia sviluppato specie dopo il 2 giugno proprio per controbilanciare la composizione prevalentemente riformista del Gruppo parlamentare socialista”.

Onofri ricorda: “La presenza del Pci all’interno del Psiup era derivata sia da coloro che si richiamavano alla linea Togliatti, che da coloro che si richiamavano alla linea Secchia. Per questi ultimi l’infiltrazione tra i socialisti era una delle tante mosse con cui ci si preparava all’ora x. Per Togliatti e per i togliattiani, che non credevano all’ora x, era invece un mezzo per garantirsi contro uno slittamento socialdemocratico del Psiup e un suo distacco polemico dal Pci. Per questo la pratica di dirottare una parte dei simpatizzanti comunisti verso il Partito socialista è cominciata all’indomani della Liberazione ed è durata per molti anni”.

Un fenomeno iniziato subito dopo la Liberazione, precisa Onofri, e che si intensificò dopo le elezioni del 2 giugno, secondo Corbi. Questo fenomeno doveva essere a conoscenza del gruppo dirigente del Psiup, visto che esso non poteva essere semplicemente subito, né era possibile che fosse così silenzioso e oscuro da essere ignorato. Una parte l’accettò, forse anche volentieri, per cementare sempre di più i rapporti unitari tra i due partiti e per porre freni al consolidamento delle correnti autonomiste, queste ultime lo subivano denunciandone di quando in quando l’esistenza, come avvenne, dopo la campagna del 2 giugno, sia a Reggio sia a Bologna. Forse gli autonomisti non pensavano a una vera e propria offensiva comunista nella seconda parte del 1946, tesa anche a ribaltare i rapporti di forza stabilitisi a Firenze e che con il successivo congresso sarebbero andati a capovolgersi. Quando ne avranno coscienza, anche a causa del vorticoso aumento del numero degli iscritti, pensarono che fosse ormai inevitabile la scissione.
D’altronde, al fenomeno dell’infiltrazione di funzionari e militanti comunisti nel Psiup si sommava, da parte del Pci, una dura polemica pubblica nei confronti della nuova maggioranza socialista scaturita al congresso di Firenze, in nome della difesa più ortodossa del patto d’unità d’azione e dell’unità del movimento proletario. La polemica, dura e a tratti sprezzante, riprese con maggior forza dopo la doppia vittoria elettorale del referendum e delle elezioni per la Costituente, che avevano visto i socialisti primeggiare sui comunisti. Sul piano politico il conseguimento dell’obiettivo della repubblica veniva attribuito ai socialisti e a Nenni soprattutto, non certo ai comunisti che sull’argomento, a cominciare dalla svolta di Salerno di Togliatti, avevano assunto atteggiamenti più accondiscendenti e contraddittori.

La Costituente si insedia il 26 giugno e Giuseppe Saragat ne diventa presidente. Enrico De Nicola è capo provvisorio dello Stato con 396 voti su 504 votanti. I risultati elettorali non sollecitavano la formazione di governi fondati sull’unità delle sinistre, che non avevano raggiunto la maggioranza assoluta. Anzi il successo netto e inequivocabile della Dc rafforzava la posizione centrale di tale partito nella politica e nel governo del Paese. Così la riproposizione di una candidatura di De Gasperi, che nel dicembre del 1945 era subentrati a Ferruccio Parri, alla guida del nuovo governo, dopo l’apertura della crisi avvenuta a luglio, appariva ovvia e indiscutibile. Dopo un tentativo di De Gasperi di comporre un ministero fondato sul rapporto di collaborazione tra Dc e Psiup, egli dovette prendere atto che i socialisti non erano disponibili a isolare i comunisti, tanto che la Direzione del Psiup giudicò “stravagante” un invito simile. La Direzione rilanciò invece la proposta di un governo a tre gambe, composto da Dc, Psiup e Pci e la Dc imbarcò il violino.

I comunisti e, sia pure con minore enfasi, i socialisti accettarono così di partecipare al secondo ministero De Gasperi, che passava dalla cosiddetta esarchia al cosiddetto tripartito e mezzo (Dc, Pci, Psi e Pri), con Nenni ministro degli Esteri, Morandi all’Industria e commercio, D’Aragona al Commercio con l’estero e Romita a Lavori pubblici. Anche ai comunisti vennero attribuiti quattro ministeri e due ai repubblicani. La partecipazione socialista al governo venne criticata da Foscolo Lombardi, da Basso e soprattutto dal gruppo di “Iniziativa socialista”, il gruppo di giovani che sarà la base della scelta della scissione di Palazzo Barberini e che ad ottobre chiederà ufficialmente il passaggio all’opposizione del partito. Anche il gruppo di “Critica sociale”, cioè i vecchi riformisti, che non voleva discostarsi troppo da quello di “Iniziativa”, sottopose a dura critica la capacità di contrarre un vantaggioso accordo di governo con la Dc e di far valere le ragioni programmatiche dei socialisti-

La risposta non poteva essere solo quella di “aprire le porte delle carceri e dei penitenziari a non pochi artefici della nostra rovina”. Cioè la strada dell’amnistia firmata da Togliatti e approvata dal governo con un decreto legge. Il clima di tensione post elettorale esistente tra socialisti, ormai lontano dallo spirito del testo del patto d’unità d’azione del 1943, elaborato in clima bellico e pre-resistenziale, ma soprattutto la ferma volontà del gruppo dirigente del partito uscito dal congresso di Firenze di far valere una maggiore autonomia politica, spinsero il Psiup a chiedere una nuova formulazione del patto d’unità d’azione con l’inserimento del riconoscimento “della funzione, complementare e integrativa d’interpreti degli interessi e delle aspirazioni delle classi lavoratrici” dei due partiti. Il patto verrà riformulato ad ottobre. E accettato anche da Saragat, che poi lo contesterà.
Togliatti sorprese tutti con il decreto legge sull’amnistia, eppure nella sua decisione, vi era un implicito riconoscimento di un pericolo da evitare e che riguardava anche i suoi compagni. Tifoso di Bartali, che aveva da poco vinto il Giro d’Italia davanti a Coppi, il suo nome rimarrà a lungo legato a quello del campione sulle due ruote, per la coincidenza d’un futuro trionfo sportivo e di una possibile tragedia politica.

Il percorso si fece in salita. Obiettivo della sinistra socialista di Nenni, Basso e Morandi era quella di ribaltare i rapporti di forza del congresso di Firenze. Ovviamente con l’appoggio politico e organizzativo del Pci. Togliatti sferrò un duro attacco al Psiup sul “Gazzettino di Venezia” dichiarando: “I rapporti tra comunisti e socialisti sono francamente cattivi e il patto d’unità d’azione di fatto non funziona per colpa dei riformisti che hanno la direzione del Partito socialista”. La polemica era tutta orientata verso la componente autonomista, sprezzantemente definita “riformista”. Tanto che lo stesso Togliatti volle manifestare il diritto di intervenire “nelle questioni interne al Partito socialista” e di combattere contro tale frazione “con tutti i mezzi polemici i quali ci sono accessibili e dei quali ci sappiamo servire”.

La polemica con Saragat si fece rovente. E’ dedicato a lui l’articolo “Tre colonne di piombo”, che rispondeva a un articolo di Saragat pubblicato da “Critica sociale”. “Vale la pena di rispondere?”, si chiedeva Togliatti. “Non è forse premio sufficiente alla fatica dell’on. Saragat il fatto che gli abbia valso la simbolica concessione della tessera ad honorem dell’Uomo qualunque?”. A Togliatti volle rispondere Sandro Pertini, direttore dell’Avanti, con un fondo intitolato “E il terzo gode”, che sintetizzava il suo contenuto.

Il tema delle irregolarità e delle ingerenze comuniste nel congresso socialista furono descritte nel memoriale che Matteo Matteotti lesse all’apertura del congresso che si svolse alla Città universitaria nel gennaio del 1947. Parliamo di Matteo Matteotti, figlio del grande martire. Recatosi da Saragat negli uffici dell’Assemblea costituente, egli si dichiarò ormai convinto che la scissione era inevitabile. Un tale giudizio venne subito condiviso da Saragat, il quale gli propose di scrivere una sorta di memoriale di denuncia per l’invalidazione del congresso, quasi a ricordare quello tragico del padre nei confronti delle elezioni del 1924. Matteotti si mise al lavoro e stese la relazione che avrebbe dovuto essere consegnata all’inizio del congresso. Matteo Matteotti lesse il memoriale per l’invalidazione del congresso documentando le irregolarità: a) l’assenteismo ai congressi di sezione e di federazione, l’irregolarità nel tesseramento e nelle votazioni b) le irregolarità e gli arbitri di procedura nei congressi di sezione e di federazione c) sistemi antidemocratici, interventi di forze esterne, coazioni fisiche e morali.

Si trattava di una denuncia analitica e molto grave. Difficile in quel contesto pensare a un regolamento di conti “democratico”. Difficile però anche ritenere che senza quelle irregolarità denunciate il risultato congressuale sarebbe stato sostanzialmente diverso. Secondo Matteotti “manca ormai nel seno del partito socialista quella atmosfera democratica che rende possibile un’aperta espressione della volontà dei militanti (…), è stato spezzato quel patto di solidarietà e di libertà che è presupposto di ogni consorzio civile”. Dunque ancora forze esterne, cioè iscritti al Pci che condizionavano, ancora con la doppia tessera o meno, il congresso socialista. Il fenomeno che Corbi e Onofri hanno descritto analiticamente e che risulta alla base della scissione, obiettivo dichiarato di Togliatti e del Pci.

Quando i comunisti denigravano i socialisti. Gli sprezzanti giudizi di Togliatti su Turati, Nenni, Saragat e Tasca

Che i rapporti tra il Psi e i comunisti, negli anni trenta, fossero ancora tesi e i socialisti ancora equiparati ai fascisti da parte del Comintern è proprio testimoniato dall’articolo che Palmiro Togliatti scrisse dopo la morte di Filippo Turati nell’aprile del 1932 su “ Lo Stato operaio”. “Nella persona e nell’attività di Filippo Turati”, scrive Togliatti, “si sommano tutti gli elementi negativi, tutte le tare, tutti i difetti che sin dalle origini viziarono e corruppero il movimento socialista italiano, che lo condannarono al disastro, al fallimento, alla rovina. Per questo la sua vita può bene essere presa come simbolo e, come un simbolo, anche la sua fine. L’insegna sotto cui questa vita e questa fine possono essere poste è l’insegna del tradimento e del fallimento. Nella teoria Turati fu uno zero. Quel poco di marxismo contraffatto che si trova nei primi anni della Critica sociale non fu dovuto a lui. Dei vecchi capi riformisti egli fu il più lontano dal marxismo, più ancora di Camillo Prampolini (…), fu un retore sentimentale, tinto di scetticismo, e per questo, nelle apparenze, un ribelle (…). Le famose frasi lapidarie di Turati (…) sono dei motti, delle banalità, delle cose senza senso alcuno (…). Organicamente egli era un controrivoluzionario, un nemico aperto della rivoluzione (…). Turati fu tra i più disonesti dei capi riformisti, perché fu tra i più corrotti dal parlamentarismo e dall’opportunismo. Serrati era unitario per uno sciocco sentimentalismo. Turati lo era per astuzia, per calcolo opportunista, allo scopo di potere continuare a penalizzare ogni azione dei rivoluzionari (…). La sua andata al Quirinale avvenne con venti anni di ritardo. La borghesia, per conto della quale egli aveva fatto il poliziotto, il crumiro e predicato viltà, non aveva più altro da dargli che il calcio dell’asino (…). Noi fummo e rimaniamo suoi acerrimi nemici, nemici di tutto ciò che il turatismo è stato, ha fatto, ha rappresentato”.
Togliatti, anche nei confronti di Nenni, non si dimostrò più benevolo e nel maggio del 1933, anche dopo la denuncia da parte del leader socialista del comportamento dei settanta deputati socialdemocratici tedeschi che nella seduta del 17 maggio 1933 avevano votato a favore della politica estera di Hitler, comportamento obiettivamente più grave di quello della socialdemocrazia del 4 agosto del 1914, favorevole al decreto sugli armamenti in vista della prima guerra mondiale, Togliatti volle mostrare il suo pollice verso e questo mentre l’Internazionale comunista iniziava a elaborare la nuova politica dei fronti popolari. Secondo Nenni, nel discorso tenuto al congresso di Marsiglia del 1933, i socialdemocratici tedeschi erano avvinti dal culto del collaborazionismo, che applicavano anche ad Hitler, ma secondo Togliatti “la funzione cui adempie Pietro Nenni con le sue frasi di condanna dei socialdemocratici tedeschi è quella d’ingannare gli operai nascondendo loro ciò che realmente sta accadendo e alimentando la propaganda controrivoluzionaria contro l’Unione dei soviet”. Su Giuseppe Saragat il giudizio era stato ancora più duro, già nel febbraio del 1933. Egli viene definito “un Carneade del movimento operaio italiano, un rigattiere, un truffatore, così come tutti i capi socialdemocratici i quali si muovono sullo stesso binario ideologico su cui si muove il fascismo”. E il mese dopo “Lo Stato operaio” scrive, sull’adesione al Psi di Tasca: “Guidando a grande andatura il plotone socialfascista di testa, a quest’opera si accinge oggi assieme a Pietro Nenni e Giuseppe Saragat, il rinnegato Angelo Tasca”. Il linguaggio tipico della retorica terzinternazionalista verrà solo in parte modificato dopo l’apertura della fase dei fronti popolari che, sulla base di una precisa direttiva impartita da Mosca, presero piede in Francia e in Spagna, ma anche, sia pur nell’esilio parigino, da parte dei comunisti e socialisti italiani. Ma si rinfocolò a seguito del patto Ribbentrop-Molotov tra la Germania nazista e l’Urss comunista, che di fatto diede avvio alla seconda guerra mondiale dopo l’invasione e la spartizione della Polonia. Nella fase che intercorre tra il 1939 e il 1941, inizio dell’operazione Barbarossa, cioè dell’attacco di Hitler a Stalin, i rapporti tra comunisti e socialisti tornarono pesanti. Nel Psi Nenni fu messo in minoranza da Tasca, Morgari e Saragat che costituirono il nuovo direttorio. Tra socialisti e comunisti il Psi pose una barriera di carattere “morale” e in una riunione del Consiglio nazionale del 1 settembre venne dichiarato decaduto il patto d’unità d’azione. Se Tasca, e con lui Modigliani e Faravelli, avevano da tempo valutato con forti riserve il patto d’unità d’azione coi comunisti, Saragat, che l’aveva invece sempre accettato, a seguito del patto russo-tedesco, passa al fronte degli oppositori di Nenni. Al Consiglio nazionale del 27 e 28 aprile del 1940 Nenni venne escluso anche dalla Direzione. Egli era vittima del tradimento dell’Urss. E mentre i comunisti, per giustificare la nuova imprevista svolta dei compagni di Mosca, ritornarono alla vecchia equazione “democrazia uguale a fascismo”, e dunque alla indifferenza tra i due sistemi e alla conseguente inutilità dei fronti popolari per la lotta antifascista, i socialisti dichiararono cessata ogni collaborazione coi comunisti e “inammissibile la permanenza nel partito di quei compagni che non accettassero questa direttiva”. Anche Nenni si trovava in bilico e non rinunciava all’idea della lotta unitaria del movimento operaio contro il fascismo, a suo giudizio l’unica arma che poteva sconfiggerlo. Rischiò l’espulsione dal suo partito che pare gli sia stata condonata su intercessione di Saragat e di Modigliani, i quali temettero che l’accusa di filo bolscevico gli potesse costare la vita. I comunisti dei vari paesi si uniformarono alle direttive del Comintern che giudicava a quel punto la guerra come “uno scontro tra imperialismi e attribuiva alla Francia e alla Gran Bretagna le maggiori responsabilità nella provocazione del conflitto”, tanto che il governo francese mise fuori legge il Pcf, i suoi parlamentari furono privati del seggio parlamentare e arrestati in gran numero. E dunque anche all’emigrazione comunista italiana venne interdetto di fatto il lavoro politico in Francia. Unico comunista che prese le distanze dal patto tra Germania nazista e Urss fu Umberto Terracini, che venne politicamente perseguitato e poi espulso dal partito. In cella per antifascismo dal 1928, poi al confino a Ponza e a Santo Stefano, venne vietato ai compagni di rivolgergli la parola. Rientrerà nel partito solo nel 1943, quando era profugo in Svizzera, senza che la sua vicenda politica fosse stata resa pubblica. Senza critiche e autocritiche.

Quando i comunisti denigravano i socialisti: “Gramsci contro Prampolini”

Il 28 agosto del 1920 Gramsci scrive sul suo “L’Ordine nuovo” un articolo intitolato “Traditori socialisti. Le guardie bianche di Regio Emilia”. Gramsci attacca Prampolini e i suoi seguaci con un’asprezza e una rozzezza di linguaggio che non hanno precedenti, neppure nelle furenti polemiche che sul socialismo reggiano riversò il sindacalismo rivoluzionario d’inizio secolo. “La Giustizia” aveva definito “il metodo bolscevico praticamente utopistico e moralmente ripugnante”. “L’Ordine Nuovo” si chiede: “Perché i moralisti di Reggio Emilia sono rimasti nel Psi dopo il Congresso di Bologna, dopo, cioè, che la maggioranza del partito ha dichiarato di far proprio il metodo dei bolscevichi “praticamente utopistico e moralmente ripugnante”?. E continua: “Coi moralisti di Reggio Emilia è inutile continuare una discussione teorica; i moralisti di Reggio Emilia hanno sempre dimostrato di essere capaci di ragionamento quanto una vacca gravida, hanno dimostrato di partecipare della psicologia del mezzadro, del curato di campagna, del parassita di un arricchito di guerra; è inutile sperare che un barlume d’intelligenza illumini la loro decorosa idiozia di fra Galdino alla cerca delle noci per ingrassare la clientela elettorale. Si domanda a questi moralisti: “Non è moralmente ripugnante l’uomo che rimane in un partito i cui metodi sono moralmente ripugnanti? Tra Lenin, che ha sempre affermato il metodo dei bolscevichi, che ha dedicato venticinque anni per organizzare il Partito bolscevico russo, che ha sofferto l’esilio, la fame, il freddo per sostenere lealmente e apertamente le sue idee e il suo metodo, tra Lenin e Prampolini e Zibordi, che hanno dedicato la loro vita a procurare i favori dello stato borghese per le cooperative emiliane, favori che lo stato borghese concedeva strappando il pane di bocca agli ignoranti e sudici contadini di Sardegna, di Sicilia e dell’Italia meridionale, tra Lenin e gli scrittori della Giustizia che rimangono, per angusti fini personali, per mantenere una posizione politica conquistata salendo sulle spalle della classe operaia, in un partito che nella grandissima maggioranza ha dichiarato di far proprio il metodo dei bolscevichi, tra Lenin e questi decorosi sinistri idioti che è più ripugnante moralmente? A Reggio Emilia si apre lo spaccio della moralità da sacrestani ubriachi: perché questi cooperatori col sangue e le lacrime dei contadini poveri meridionali, perché questi ingrassatori di porci con la biada governativa, perché questi concorrenti della plutocrazia siderurgica nel domandare la protezione allo stato borghese, non hanno avuto il minimo di lealtà sufficiente e necessario per uscire dal partito dopo il congresso di Bologna?”. Gramsci osserva poi che nel Partito socialista francese i riformisti sono usciti quando la maggioranza ha deciso l’affiliazione alla Terza Internazionale. E si chiede: “Solo in Francia esistono riformisti leali?”. E ancora un affondo: “Se esistono a Reggio Emilia operai e contadini onesti e leali, come possono essi sopportare che un immondo libello come “La Giustizia” si fregi della qualifica di organo dei socialisti di Reggio Emilia? A tal punto di bestialità e di supina pantofoleria è stato ridotto il movimento proletario reggiano dalla predicazione evangelica?”. Le deliranti affermazioni e i giudizi quali quello su “Prampolini moralmente ripugnante” o su “La Giustizia” come “immondo libello” e quello sui socialisti reggiani come “decorosi sinistri idioti” e come, e ben peggio, “ingrassatori di porci”, non finivano qui. Il 9 febbraio del 1921 lo stesso Gramsci dedicherà a Giovanni Zibordi un articoletto dal titolo non certo edificante: “Un asino bardato”.

Mauro Del Bue