Il candidato che voleva abolire la morte

Ne hanno parlato i giornali. Ma é il caso di tornarci su. Questo signor Torre, piacentino, presenta una lista alle comunali con un programma tra l’allucinazione e la demenza: abolizione della morte. Poi creazione in pieno centro di un vulcano, che serva come attrazione turistica ma pure come pista da sci e smaltimento dei rifiuti. Quindi risoluzione del traffico rendendo navigabile il centro storico, costruzione di un muro per evitare che quei rompicoglioni di Pontenure arrivino e rovinino la razza piacentina, Viagra gratuito per chi ha più di 45 anni, sostituzione dell’acquedotto con un vinodotto. E via di questo passo. Lui si presenta come un mago o un prestigiatore d’alto bordo con un cilindro alla Rino Gaetano. Non parla, sentenzia. Tutti capiscono che gioca con la follia. Invece in parte non ci fa. Ha una malattia rara e genetica fin dalla nascita, una sorta di distonia che gli blocca i movimenti. E’ stato operato recentemente e adesso vive con due computer a pile piantati nel petto che rischiano di scaricarsi ogni quattro o cinque anni. Nel frattempo ha deciso di sfidare il mondo, la logica, la razionalità e il buon senso. Presentandosi alle comunali di Piacenza. Ha avuto successo, raccogliendo il 4.28 per cento. Oltre 1800 piacentini che sperano nell’immortalità? No. Cittadini che dimostrano non solo che viviamo in un altro mondo. Ma anche, forse, fuori dal mondo. Più che psicanalizzare il candidato bisognerebbe psicanalizzare gli elettori. Messa in altro modo potremmo anche sostenere che quasi il 96 per cento degli elettori piacentini preferisce morire. Una città di depressi?

Berlinguer, Almirante e la Dc? Grazie Di Maio

Forse per un livello molto alto di ignoranza storica, forse, ma non credo, solo per mostrare il suo volto interpartitico, ma questo Di Maio l’ha sparata davvero grossa. I precedenti dei Cinque stelle sono a suo dire niente popò di meno che (parafrasando il mitico Mario Riva) Berlinguer, Almirante e tutta la Dc. Lasciamo stare la Dc, partito complesso ove vivevano, in nome dell’unità politica dei cattolici, componenti di segno opposto, ma Berlinguer e Almirante cos’hanno in comune? Forse proprio l’opposizione ai governi Dc, tranne quelli di Andreotti in versione unità nazionale. Meno male che nel Pantheon dei Pentastellati Di Maio si è scordato di inserire Pertini, giacché Turati, Nenni e Saragat il nostro manco li conosce e Craxi é un cognome impronunciabile. Siamo fieri di non appartenere all’Album di famiglia di Di Maio, candidato alla presidenza del Consiglio del partito di Grillo. E forse un motivo c’é. La storia e la cultura del socialismo laico e riformista rappresentano il polo più lontano da chi pratica la politica dell’insulto e della nevrosi. Il valore della tolleranza é quello più alieno allo strepitio integralista che recupera vecchi dogmi per propinarcene uno nuovo, fondato sul nulla. E condito con la salsa dell’incapacità e dell’insipienza.

Dal cappio al pugno

Mi sono imbattuto, nella mia esperienza parlamentare, in due tipologie diverse di leghisti. Quelli della prima ora, i celoduristi, personaggi da bar dello sport, grezzi come li ha descritti (forse un po’ meno) il film Sky sul 1993. Erano i leghisti del cappio di Orsenigo, i barbari alla conquista dell’Impero romano. Poi dal 2006 al 2008 ho incontrato un genere diverso di seguaci di Bossi. Giovani, laureati, incravattati, con congiuntivo facile, erano usciti da oltre un decennio di esperienze amministrative e da alcuni anni di governo del Paese. Avevano più che del barbaro il profilo del manager di stato. Oggi con Salvini l’aspetto primitivo della Lega é risorto. Dal cappio si è arrivati al pugno. E alla sceneggiata a mo’ di cartelli contro lo ius soli. Salvini si é lamentato perché i suoi senatori sarebbero stati picchiati dai commessi, commettendo due strafalcioni in salsa leghista. Primo, perché non si può fare del vittimismo da parte dei guerrieri di Alberto da Giussano. Secondo perché doveva informarsi meglio sulla vocazione dei commessi. Sono gli unici che quando menano un parlamentare non rischiano una denuncia. Anzi lo fanno di mestiere…

Matteotti 93 anni dopo

Son trascorsi 93 anni da quella calda giornata romana del 1924, quando il segretario nazionale del Psu, il partito dei socialisti riformisti espulsi dal Psi nell’ottobre del 1922 su ordine di Mosca, venne rapito, accoltellato e ucciso in corso Arnaldo da Brescia sul longotevere romano. Matteotti era reduce da un intervento coraggioso alla Camera che intendeva denunciare le irregolarità e i soprusi avvenuti durante le elezioni del maggio 1924, delle quali aveva chiesto l’invalidazione. Ma Matteotti era anche in procinto di denunciare le illecite responsabilità del regime, compresa la monarchia, nell’assegnazione alla società inglese Sinclair del monopolio delle escavazioni petrolifere nel nostro paese. I due motivi del delitto si accavallano oggi e si dividono i sostenitori del precipuo omicidio per ragioni squisitamente politiche e di coloro che sostengono il motivo di carattere morale. Mia opinione é che entrambe abbiano influito e che la denuncia della corruzione costituisca non già un’attenuazione, ma un moltiplicatore del suo eroico comportamento. D’altronde la spasmodica ricerca e poi sparizione della sua borsa che evidentemente conteneva documenti compromettenti (per il governo o per la monarchia o per entrambi) induce a ritenere che il caso Sinclair non sia affatto estraneo alle ragioni del delitto. Un delitto che fece traballare il fascismo, contestato dai partiti democratici e dai comunisti, che abbandonarono la Camera per ritrovarsi, come si disse, “sull’Aventino”. I comunisti ruppero il fronte antifascista rientrando poi a Montecitorio, mentre gli altri non seppero andare oltre una fumosa verbosità. Di Matteotti sono ancora vivi non solo il suo temerario coraggio e la sua fede democratica, ma anche la sua vocazione riformista, che non accedeva alla rivoluzione come evento di un giorno sulla scia dell’infatuazione bolscevica che aveva diviso e illuso la sinistra italiana. Il suo socialismo, profondamente radicato col suo territorio, fatto di sindacati, cooperative, comuni, case del popolo, una rete pazientemente tessuta, é ancora vivo.

La fola di Airola

C’era una volta una bella canzone di Jannacci e Fo su prete Litprando che sfidò l’arcivescovo di Milano camminando sui carboni accesi a piedi nudi. Uno spettatore venuto appositamente da Como esclamò sbigottito: “Che piedi lunghi”. Stonato assai. Questo Airola, punta di diamante dello schieramento pentastellato, subito dopo i drammatici incidenti di Piazza San Carlo a Torino, ha dichiarato che 1500 feriti erano troppi e che si esagerava per colpire la giunta Appendino. Come diceva Virgilio a Dante vien voglia di esclamare: “Non ti curare di loro, ma guarda e passa”. Se non fosse che di loro si occupa il popolo italiano, attribuendo ai Cinque stelle una percentuale attorno al 30 per cento. Troppi, per usare il detto di Airola. Per l’Italia non c’é dubbio…

Parenti e af… Fini

Ho sempre nutrito stima nei confronti di Gianfranco Fini, quella che mi hanno sempre suscitato i politici veri, quella che non ho mai negato a Massimo D’Alema, quella che mi riusciva più complicato esternare verso personalità come Berlusconi, Renzi, Di Pietro e Prodi, più pre o post politiche. Tuttavia che intere legioni del Msi avessero circondato via del Corso nel 1993 al grido di Ladri, che avessero minacciato il nostro Ugo Intini, che avessero sbraitato anche nell’Aula di Montecitorio non meno della Lega di Bossi non me l’ero dimenticato. Non Fini, per la verità, capace sempre di unire freddezza e cinismo, nonché un certo disprezzo anche dei suoi. Oggi l’ex leader del Msi e fondatore di An é al centro di una grave e a quel che pare motivata inchiesta sui fondi derivati dalla vendita della casa di Montecarlo e dai finanziamenti irregolari ottenuti sui conti della moglie Elisabetta Tuliani e del fratello latitante nonché in polizze assicurative sulle figlie, versati dall’imprenditore Corallo, il re delle slot machines. Non esulto, anzi. Mi fa tristezza questa eclissi di una personalità preparata e così poco accorta, finita nelle maglie di nuovi affetti, famiglie e conoscenze pericolose. E quel che mi rattrista ancor di più é la frase del suo ex amico di partito Francesco Storace: “Se non fosse per il reato di induzione al suicidio, consiglierei a Fini di spararsi”. Truculenza da fascista della prima ora. Una condanna a morte già prima del processo. Praticata con questa sequenza neppure da Goring a Norimberga…

La telefonata

Papà, anzi Babbo, ma cosa hai fatto? Mamma lasciala stare. Perfino la nonna oggi è intervenuta per difendere figlio e nipote. Due caratteracci. Ma Renzi sapeva di essere intercettato? E perché non ha parlato a voce col su babbo? Perché usare il telefono visto che il padre era indagato? Non saprei. Resta un fatto incontrovertibile. Ormai le telefonate intercettate dalla autorità competenti finiscono tutte sui media. Preferibilmente su Il Fatto di travagliana stoffa. Mica da oggi, però. La violazione del segreto istruttorio risale a molti anni addietro. E magari se toccava i socialisti tutti plaudivano. Era solo trasparenza. E se colpiva Berlusconi era giustizia proletaria o addirittura voyerismo gratuito. Adesso é giusto che Renzi, che non porta le colpe dei suoi predecessori, si lamenti di questo trattamento che non è nuovo. Basti pensare alle falsità confezionate dal personaggio trascrivente, vedasi l’uso dei servizi segreti. Diciamo la verità. Se fosse stato studiato tutto a tavolino Renzi sarebbe da premio Oscar. Sarebbe riuscito a ottenere un vantaggio da un danno che volevano procurargli. Geniale, no?

Pasticcio tedesco

Non ne posso più di sentir parlare di modello tedesco al 50 per cento maggioritario e al 50 per cento proporzionale. Possibile che abbiamo a che fare solo con giornalisti e politici ignoranti? Il modello tedesco é tutto proporzionale e al 50 per cento i suoi eletti sono nei collegi uninominali. Ma la loro percentuale viene scorporata dalla quota in cui si presentano le liste (bloccate). Dunque il calcolo ë tutto proporzionale, con sbarramento al cinque per cento. Solo il Corriere oggi lo dice. Basta allora parlare di modello tedesco. Parliamo di Mattarellum che, anziché essere al 75 per cento maggioritario, lo diventa al 50. La verità è che tutti, a cominciare da Renzi, vorrebbero la legge che più li avvantaggia. I grillini sono per il premio di lista perché non sono coalizzabili, il Pd é per un maggioritario, l’Italicum 3 (dopo il primo bocciato dalla Corte e il secondo emendato dalla stessa Corte) senza coalizioni perché contrario all’alleanza cogli scissionisti e con una lista aperta spera di sfondare, Berlusconi pretende il premio alle coalizioni perché vuol presentarsi distinto dalla Lega lepenista di Salvini. Difficile immaginare un accordo. Le alleanze ipotizzabili: Renzi più Grillo per premio alla lista senza maggioritario (ma Renzi ne uscirebbe sconfitto), Renzi più Berlusconi, ma anche Bersani, per premio alla coalizione e proporzionale (idem come sopra). Le variabili: Renzi più Salvini e Alfano per il Mattarellum o tedesco ma con proporzionale a metà, oppure Renzi più Alfano, Nencini, Scelta civica, attuale maggioranza, per Mattarellum. Oppure Italicum tre, più Mattarellum, più tedesco, con quote di israeliano e giapponese. E fritto di pesce. Che mal di testa. Non se ne uscirà. Italia’s karma? Se delegassimo Gabbani, l’unico italiano, con Draghi, a farsi intendere in Europa….

Libero titolo in libera Italia?

Il titolo del quotidiano Libero non rappresenta un sottinteso. Ma un sovrainteso. Scopare Roma sporca, con tanto di attrezzi nelle mani di Orfini e di tante camice gialle, riporta un po’ il pensiero ai vecchi film Luce con Mussolini desnudo che falciava il grano. Ma di buona opera si tratta anche se il motivo della propaganda é soverchiante. Che Renzi e la Boschi non l’abbiano fatto non autorizza il direttore di Libero a giocare sul doppio significato del verbo per spararla grossa, sia pure in negativo, sui loro rapporti. Roba da Cuore, o da Charlie Hebdo. D’altronde satira é. Libero, giornale satirico? Questo no. E allora uno lo legge sul serio. Ma c’é bisogno di una patente per fare satira? Credo di no. Si può scherzare su tutto. Libero titolo in libera Italia? Un titolo così non l’avrei mai fatto. Da denuncia? Mi immagino il tribunale a dissertare sul significato della parola, sul suo uso corrente, sul suo effetto. E Feltri, con quella sua smorfia sempre schifata, sostenere, in assoluta cattiva fede, che il vocabolario della lingua italiana gli attribuisce una sola spiegazione. Da chiedersi. Se Renzi e la Boschi avessero aderito all’appello di Orfini quale sarebbe stato il titolo di Libero?

Io di giorno ti scasso, ma la notte no…

Ho cercato di seguire e di capire il senso della nuova legge sulla legittima difesa approvata alla Camera, ma che Renzi vorrebbe cambiare al Senato. Per legittima difesa si intende una reazione a una semplice intrusione, anche se deve essere proporzionata, se avviene di notte e se avviene di giorno ha bisogno, per essere tale, della presenza di un atto di violenza o di inganno. Di notte un ladro che entra a casa mia può essere colpito a morte anche se é solo intento a rubare un transistor? Direi di si a meno che non sia giudicata sproporzionata la mia reazione. Ma da chi? Dai magistrati. Ma sulla base di quali testimonianze? Della mia, visto che l’altro é stato colpito a morte. Di giorno invece il ladro per essere colpito deve avere compiuto un atto di violenza, deve avermi aggredito oppure deve avermi ingannato (sic). Dunque la notte e il giorno sono argomenti giuridici. Quel che vale la notte non vale il giorno. Per parafrasare Arbore, io di giorno ti scasso, ma la notte no…..