Musica e Letteratura nella rassegna dell’Accademia Filarmonica Romana

RaffaellaMisiti.300Prende il via venerdì 24 marzo la nuova rassegna dell’Accademia Filarmonica Romana, in collaborazione con l’Associazione Fabrica, “Musica e Letteratura”. Tre appuntamenti, uno ogni mese fino a maggio in Sala Casella (via Flaminia 118, ore 20.30), che coinvolgeranno musicisti, cantanti e attori volti a costruire un linguaggio ibrido tra letteratura, testi inediti e musica: da quella etnica alle musiche orientali, dal jazz degli anni Trenta alla canzone popolare romana fino alla musica classica. Vari e articolati gli argomenti trattati, a partire dall’incontro dell’inaugurazione dedicato a “Roma. La città invisibile”, affidato alla voce di Raffaella Misiti, dove si canterà e racconterà una città nascosta, quella che si svela agli aspetti meno appariscente, fuori dai grandi tour o dalle luci della ribalta. Una città che piano piano svanisce e viene raccontata nei suoi vari aspetti, dall’umanità, alla storia degli individui, a quella dei monumenti, fino alla storia, quella piccola, delle singole pietre, a volte quasi invisibile. Il tutto cullato, accompagnato e intessuto con la canzone romana, che si racconta da sé, in tutta la sua poetica e ironica nostalgia, di cui Raffaella Misiti è una delle migliori e più apprezzate interpreti. Insieme a lei, sul palco, la chitarra di Annalisa Baldi, la fisarmonica di Desirée Infascelli e il pianoforte di Emiliano Begni, con gli attori Elisa Lombardi, Livia Saccucci, Gennaro Iaccarino e Marco Paparella.

Venerdì 28 aprile si racconteranno invece le mirabolanti storie di viaggio lungo la via della Seta per arrivare a Samarcanda, crocevia di culture e di popoli (titolo della serata “Esercizi di orientamento ovvero Samarcanda il crocevia di un sogno ovvero andando verso Est”). Il percorso si arricchirà delle suggestive descrizioni etnografiche di Erodoto, delle immagini colorate dei romanzi di Kapuściński, delle figure tratte dal libro degli esseri immaginari di Borges intessuti con melodie e canzoni che trattano dell’oriente, sia geografico che emozionale, l’altrove che ognuno di noi ricerca per cercare di “orientarsi” meglio. Ne saranno interpreti Isabella Mangani (voce), Emiliano Begni (pianoforte) e gli attori Livia Saccucci, Elisa Lombardi e Marco Paparella.

Infine venerdì 5 maggio con “Decò, studio sull’umanità tra Ottocento e Novecento, tra Erlebnis, deliri futuristici e fragilità esistenziali”, un omaggio alla Belle Époque, il sogno di una Europa felice, infranto poi dall’orrore delle due guerre che riportò l’uomo al centro delle proprie paure. Ecco quindi un’istantanea dell’Erlebnis, dell’esperienza vissuta dall’uomo tra ‘800 e ‘900, dall’esperienza teatrale e di indagine umana di Pirandello a quella stupefacente e urlante del viaggio in Italia di Goethe, da quella dei turbamenti intellettuali, dei corridoi, dei coni d’ombra di Moravia, alle esperienze d’oltreoceano fino a qualche racconto inedito, più intimo, più personale. La narrazione si tesse inestricabilmente con la musica che dipinge scenari variopinti dalla musica jazz d’oltreoceano di inizio secolo alle melodie italiane della lirica arrangiati e eseguiti al pianoforte da Emiliano Begni e le voci di Bruno Corazza, Alessandro Marino e Alessandro Regoli, mentre la narrazione sarò affidata agli attori Livia Saccucci e Gennaro Iaccarino.

Bashmet e Solisti di Mosca, per i 100 anni della Rivoluzione d’Ottobre

Basmet & Moscow SoloistsMartedì 14 marzo alle 20.30 Yuri Bashmet, il più illustre virtuoso di viola dei nostri giorni, e I Solisti di Mosca, la straordinaria orchestra da camera da lui fondata e diretta, ricordano all’Aula Magna della Sapienza per la stagione concertistica della IUC il centesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, non con una celebrazione retorica ma con un panorama su quattro dei più importanti compositori del periodo sovietico, che spesso si trovarono in aperto contrasto con il regime e per questo subirono discriminazioni e corsero non pochi rischi. Sono ovviamente Prokof’ev e Šostakovič e inoltre Sviridov e Schnittke. Inoltre una novità di Silvia Colasanti.

Le musiche scelte da Bashmet non accettano assolutamente i dettami del realismo socialista. Le Visions fugitives op. 22 di Sergej Prokof’ev (eseguite nella versione per strumenti ad arco di Rudolf Barshai) furono scritte tra il 1915 e il 1917, quindi ancora prima della Rivoluzione d’Ottobre. Non è certamente un’opera celebrativa della rivoluzione anche la Sinfonia da camera op. 110 a di Dmitrij Šostakovič, che è la trascrizione per piccola orchestra del Quartetto n. 8, dedicato “alle vittime del fascismo e della guerra”, non alle vittime di una parte sola, ma a tutte le vittime, come chiariscono queste parole del compositore: “Provo eterno dolore per coloro che furono uccisi da Hitler, ma non sono meno turbato nei confronti di chi morì su comando di Stalin”.

Risale proprio ai tragici anni in cui in Europa infuriava la guerra la Sinfonia da camera op. 14, scritta nel 1940 da Georgij Sviridov, allora appena venticinquenne. Non è certamente un’opera “di regime” nemmeno il Concerto “For Three” di Alfred Schnittke, scritto nel 1994 per Bashmet e per due altri grandi strumentisti, Gidon Kremer e Mstislav Rostropovich, che vivevano in esilio come il compositore stesso. In questa occasione i solisti saranno Andrei Poskrobko al violino, lo stesso Yury Bashmet alla viola e Alexei Naidenov al violoncello..

Completa il programma la prima esecuzione a Roma di Preludio, Presto e Lamento di Silvia Colasanti, compositrice tra le più affermate in campo internazionale, che lo ha dedicato a Bashmet e ai Solisti di Mosca. “La grande “cantabilità”, oltre al virtuosismo, e la duttilità musicale sono i tratti della personalità musicale di Bashmet che fanno di lui un interprete di riferimento mondiale, in particolare per il repertorio contemporaneo. Questo nuovo lavoro destinato alla viola – racconta la compositrice romana – che mi affascina per il suo colore scuro e caldo, poggia su di una struttura tripartita: un Preludio, ricco di contrasti, che presenta i materiali che saranno sviluppati durante il brano, un Presto caratterizzato da un ritmo ostinato e velocissimo del solista su interventi secchi e sforzati dell’orchestra e un Lamento finale, dove la viola disegna un lungo arabesco su un tappeto di armonie bachiane e conclude il lavoro dopo un’articolata cadenza.”

“Quello che non ho”, teatro canzone al Quirino di Roma con Marcorè

marcorèDopo le felici esperienze di “Eretici e corsari”, “Un certo Signor G” e “Beatles Submarine”, Neri Marcorè torna a collaborare con il Teatro dell’Archivolto di Genova. L’attore è il protagonista di “Quello che non ho” e sul palco del Teatro Quirino di Roma recita e canta accompagnato dalle voci e dalle chitarre di Giua, Pietro Guarracino e Vieri Sturlini.

Scritto e diretto da Giorgio Gallione, lo spettacolo si ispira a due giganti del nostro recente passato, Pier Paolo Pasolini e Fabrizio De Andrè, portando in scena il sentimento di indignazione civile del primo e le “anime salve” del secondo. In equilibrio instabile tra ansia del presente e speranza del futuro, “Quello che non ho” è un affresco teatrale che si interroga sulla nostra epoca. Lo fa raccontando storie emblematiche, anche in chiave satirica, che mettono a nudo le contraddizioni della nostra società globalizzata, dove – come affermava Pasolini nel documentario La rabbia – continua ad esserci sviluppo senza progresso.

Il tessuto narrativo è basato su episodi di cronaca internazionale, quali lo sfruttamento dei minori in Congo nelle miniere di coltan, fondamentale per l’industria dei computer, o ancora le enormi “isole” di plastica che si vanno concentrando negli oceani. Non mancano le riflessioni di carattere economico e sociale ed il ruolo della politica è ripreso dai famosi scritti corsari di Pasolini: in Italia governare è una noiosa incombenza che si deve assumere chi vuole detenere il potere, reciterà sul palco Marcoré. Lo spettacolo inoltre evidenzia il ruolo del consumismo e dei mezzi di comunicazione di massa, che Pasolini oltre quaranta anni fa aveva individuato come una nuova forma di fascismo bianco.Quello che non ho 4

Alle parole del grande intellettuale prematuramente scomparso, sono incrociate le canzoni di Fabrizio De Andrè: da Khorakhané a Don Raffaè, da Smisurata Preghiera a Dolcenera, da Ottocento a Quello che non ho: ben dieci poesie in musica che passano dalle ribellioni e i sarcasmi giovanili alla visionarietà dolente delle “anime salve” e dei “non allineati” contemporanei. E così, idealmente, dallo spettacolo emerge un dialogo etico e politico, tra le narrazioni dell’Italia e del mondo lasciateci in eredità da due artisti lontani tra loro ma curiosamente spesso in assonanza.

“Nelle ultime stagioni insieme a Neri Marcorè abbiamo molto frequentato il teatro musicale, costruendo spettacoli che guardavano sia al teatro civile che alla bizzarra giocosità del surreale”, commenta il regista Giorgio Gallione. “Con Quello che non ho siamo di fronte a un anomalo, reinventato esempio di teatro canzone che, traendo linfa dalla visione del mondo e dalla poetica di Pasolini e De Andrè, prova a raccontare l’oggi. Un tempo nuovo e in parte inesplorato in cerca di idee e ideali”.

Bravura di molto sopra la media sia per Marcoré che per gli altri tre artisti presenti sul palco, che hanno cantato sempre a più voci, coniugando il canto con la chitarra e le percussioni. Va dato merito anche al lavoro svolto dal maestro Paolo Silvestri per l’arrangiamento musicale dei brani di De Andrè.

Dopo il grande successo alla prima con applausi prolungati, lo spettacolo sarà replicato al Teatro Quirino di Roma fino al 5 marzo.

Al. Sia.

Standing Ovation:
la forza della musica
e duetti in famiglia

standing ovation300 persone del pubblico presenti in sala, per altrettanti 300 voti espressi e preferenze date tramite un mini-parlamentino creato ad hoc (con dei sensori sulle poltrone degli spettatori che rilevano il segnale con cui la gente indica a chi dare il proprio punto), 10 coppie in gara alla partenza, due eliminati a puntata per 5 serate di trasmissione, un solo vincitore di puntata, tre giurati d’eccezione (Nek, Romina Power e Loredana Bertè) e una conduttrice veterana quale Antonella Clerici al comando del nuovo show televisivo “Standing Ovation”. Questi gli elementi caratterizzanti del nuovo programma della conduttrice; ma soprattutto tanta musica e tanti duetti. Non si tratta, però, di una copia di “Ti lascio una canzone”, in cui ai piccoli talenti vengono affiancati genitori (mamme e papà) o persino una zia. Sembra, piuttosto, un portare avanti l’idea di una musica per il sociale che unisce e, in particolare, dà forza nei momenti di difficoltà per uscire dai periodi bui. Con dietro un’idea di “famiglia allargata” e di concezione di quest’ultima che si vuole riprendere ed approfondire, per una gara divertente che è, appunto, per tutta la famiglia. Un super-ospite a puntata che non poteva mancare, ma questo fa sì che vi sia intrattenimento senza appesantire né allungare troppo i tempi della trasmissione (invitandone troppi). Si è partiti alla grande con il trio de “Il Volo”, che è diventato “un fenomeno planetario”, come li ha definiti la Clerici. E se per loro la standing ovation era d’obbligo, con nessuno meglio di loro si poteva parlarne. I tre giovani cantanti hanno spiegato che i fan più composti sono quelli giapponesi, mentre quelli più esuberanti gli americani: soprattutto in America del Sud sono molto calorosi. “Lì c’è un entusiasmo che si fa fatica a contenere”, ha confermato Nek. Gianluca, Ignazio e Piero ora andranno prima in America appunto, poi in Cina e torneranno in Italia a primavera prossima: “ma è sempre bello tornare a casa. Abbiamo dei posti fantastici ed unici che non si trovano altrove”, da nessun’altra parte del mondo, hanno garantito. Dopo aver regalato un medley, i tre hanno parlato del loro tour dando appuntamento ai loro sostenitori italiani tra qualche mese; così come, già a fine puntata, ne è stato lanciato un altro: quello per la coppia vincitrice con il trionfatore al Festival di Sanremo 2017, Francesco Gabbani, con cui duetteranno nella seconda serata del 25 febbraio.

Se l’idea per lo show (quando si è pensato al titolo) era quella “del pubblico che si alza in piedi e applaude esprimendo il suo consenso a favore di una canzone piuttosto che di un’altra” –come ha spiegato più volte la Clerici, anche quando ha parlato di “Standing Ovation” sul palco dell’Ariston- nel meccanismo di funzionamento vediamo tornare questo concetto. L’elemento peculiare, infatti, è proprio quello della Music Box, una sorta di scatola ideale in cui i tre giurati si ritrovano avvolti durante le esibizioni: isolati così da ogni rumore o influenza esterna, affinché non vengano condizionati da nessun input esteriore. Calata, quando viene risollevata i tre dovranno decidere se alzarsi in piedi appunto, per approvare la performance della coppia in gara, oppure rimanere seduti. Per un totale di 50 punti assegnati ciascuno (oltre quelli poi del pubblico e dei 300 del mini-parlamento), dunque per un massimo di 150 conquistati dai singoli concorrenti. Esprimendo anche un breve giudizio di commento, ne è emerso un confronto “sano” e una conoscenza delle diverse personalità dei giurati e del loro modo di “giudicare”. Questo già si è visto attraverso la definizione di musica che hanno dato. “Sono contento che soprattutto in questo programma emerga quanto essa trasferisce emozioni e cambia le condizioni –ha commentato Nek-. La musica è come il vento: non lo vedi, ma senti che c’è”. “La musica crea vibrazioni profonde” –ha aggiunto la Power-. “La musica è un linguaggio universale che unisce ed affratella i popoli e le persone” –ha proseguito la Bertè-. Se Romina è apparsa quella più tenera, buona e sensibile di tutti, alzandosi sempre per ciascuna coppia, la più severa è apparsa Loredana, a volte molto critica; ma, in modo divertente, lei stessa si è definita una specie di “strega cattiva uscita da una fiaba dei fratelli Grimm”. Del resto dalla “regina del rock” –come l’ha definita Antonella- non ci si poteva aspettare altro. “Occhi blu, profondi e sinceri” quelli di Nek per la Clerici, il cantante ha cercato di mediare e fare un po’ da moderatore tra le due posizioni opposte: “noi dobbiamo essere diretti”, nel bene e nel male, è apparso quasi giustificarsi e dare appoggio a Loredana. Il denominatore comune, però, ai tre è sembrato quello di avere un metro di giudizio basato più su un parametro legato a quanto fossero “solidali” e “umane” le storie dei protagonisti, più che sulle canzoni portate o sulle interpretazioni dei brani dati. “Standing Ovation”, dunque, sembra il caso di dire, per chi è “rimasto ancora in piedi” (come i giudici e parafrasando il nome inglese che dà il titolo alla trasmissione) nonostante tutte le ‘botte’ prese.

Vincitore della puntata d’esordio è stato proprio il duo che si è esibito per primo. Si tratta di Stefano ed Elsa (padre e figlia), legati dalla musica; dopo il divorzio di lui dalla moglie, si è ricostruito una vita con un’altra donna. Elsa è rimasta con la madre e lo incontra il sabato con la sua nuova compagna. Hanno cantato per dare un messaggio –ha detto Stefano- “a tutte le famiglie che vivono il dramma della separazione. L’amore e la musica risolvono tutto o almeno aiutano molto. Abbiamo scelto il testo di ‘Il mio mondo’ perché racconta l’amore universale”. Poi è stata la volta di Fabiola (42 anni) e del figlio Valerio (16), che passano molto tempo insieme, ma che soprattutto hanno fatto due serate d’animazione a Norcia per i terremotati per cercare di far divertire un po’ e strappare un sorriso a questa gente colpita dal sisma. E in questo periodo in cui le scosse non sembrano arrestarsi e sono stati lanciati diversi numeri solidali per inviare aiuti economici via sms o fisso, non poteva mancare chi porta, nel suo piccolo, a suo modo il suo contributo umano. “Guardando il cielo” di Arisa per loro. Ciuffo colorato per lui (stile Malgioglio che la Berté non ha gradito molto e che forse cambierà colore ogni settimana), mamma energica e stile Gianna Nannini lei, sono andati al ballottaggio finale e ripescati: ‘salvi’ come i sopravvissuti di Norcia. Nell’epoca della multiculturalità, non poteva essere assente una coppia “bianco e nero”, come il brano di Michael Jackson che portavano “Black or white” appunto: Sabrina (48 anni) e il figlio ‘mulatto’ di colore Joao (14); lei vive per lui: “siamo una cosa sola” -ha confessato lei-. Come i Ringo, verrebbe da dire, e l’abbraccio finale con la stretta di mano che si danno i due bambini di colore di pelle diverso. Una coppia che piacerà molto alla Clerici, con la sua Maelle, crediamo. E ancora Gino (41 anni) ed Emanuele, da Napoli. Ne ha dovute superare molte il primo, ma “per il bene della famiglia, con la forza dell’amore, non bisogna mai arrendersi e si riesce a riprendere la propria vita nelle proprie mani”, come ha fatto lui. Ed è per questo che quando canta “i segni della sofferenza sul suo viso scompaiono”, -come ha fatto notare Nek-. Dopo è stato il turno di Giovanna (37 anni) e di sua nipote Giulia (10), unite come madre e figlia, le due sono state poi eliminate a fine serata. Un brano del film d’animazione “La sirenetta”, hanno detto di “credere nelle favole”; per loro il sogno di proseguire la gara non si è realizzato, ma bella l’alchimia tra le due e, soprattutto, la voce di Giovanna. Infine c’è stato forse uno dei momenti più toccanti: quello di Mario (47 anni) e della figlia Alessia (17). Lui, non-vedente dalla nascita, “guarda la figlia con gli occhi del cuore” e dà una forza incredibile alla figlia. Se Nek ha detto che “quando canta non si percepisce la sua condizione” di cecità, per loro la frase rappresentativa è stata quella tratta da “Il piccolo principe”: “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Una ventata di leggerezza è arrivata, invece, da Maria (11 anni) e dal babbo Ernesto (45) con la loro “Happy”: un invito ad essere felici e gioia per tutti, ma anche a ricordare che “la musica ci porta a volare con i pensieri” e permette di sognare. Una boccata d’ossigeno continuata con Eleonora e Daniele (rispettivamente 40 e 13 anni), per i quali “suonare è come liberarsi da tutti i problemi”: rende liberi e dà serenità e scaccia i brutti pensieri e le preoccupazioni. Per loro la difficile canzone di Tiziano Ferro “Non me lo spiegare”, perché non si può mai smettere di amare la musica. Soprattutto Eleonora ha ricordato quanto l’abbia aiutata a superare il trauma della separazione dei genitori (per ritornare al messaggio di Stefano, il papà di Elsa); è stata lei a voler sottolineare che “in due, insieme, si è più forti”. A ribadire questo pensiero ci hanno pensato, subito dopo, Angelica (10 anni) e sua mamma Stefania. Quest’ultima ha affermato con convinzione e senza esitazione: “il canto è la medicina della vita”. Come darle torto? Un messaggio per tutte le persone –ha ricordato Nek- “che trovano la forza di andare avanti anche se le condizioni (fisiche, economiche o pratiche) non lo permettono”. Infine, successivamente, è toccato all’ultima coppia che ha partecipato a questa prima edizione di “Standing Ovation” (ma ve ne saranno delle altre a nostro avviso e il programma piacerà molto al pubblico crediamo): Omar (45 anni) e sua figlia Aurora. La musica unisce anche quando divide. Non è un paradosso. Sebbene appaia un ossimoro come il brano che hanno interpretato: “Ti lascerò”, che Fausto Leali e Luisa Corna portarono a Sanremo (e la voce di Omar ricorda un po’ quella di Leali). Il papà di Aurora, infatti, è stato sempre in giro perché faceva serate di musica e si è perso tutto della crescita della figlia, che diventava grande senza che se ne accorgesse. Lei pensò addirittura che lui non volesse saperne di lei, non ci tenesse a lei ed era molto arrabbiata. Ora, invece, sembrano una vera coppia di cantante e un duetto perfetto.

Una situazione un po’ richiamata dalla canzone che ha eseguito Nek: la sua “Laura non c’è”, di cui ricorrevano i 20 anni da quando la interpretò sul palco dell’Ariston. Quando crediamo di aver perso per sempre una cosa, è proprio quello il momento in cui la ritroviamo.

Peccato per le eliminazioni di due coppie, che meritavano di restare ancora in gara. Al ballottaggio di ripescaggio conclusivo con i loro cavalli di battaglia, sono usciti: Giulia e Giovanna (con “Il mondo è tuo”) contro Valerio e Fabiola (con “Il mondo insieme a te” di Max Pezzali), per 216 voti solamente contro i 232 dell’altro duo. E Daniele ed Eleonora (che si sono cimentati in “Guerriero” di Marco Mengoni) contro Angelica e Stefania (“Proud Mary” di Tina Turner per loro). “Dovete essere molto orgogliose” –ha commentato la Clerici riferendosi al ‘proud’ del titolo- della vittoria allo spareggio finale; infatti se lo sono aggiudicate per pochi voti di scarto: 255 contro i 248 con cui hanno superato Daniele ed Eleonora. Ma sicuramente ha vinto la musica. Standing ovation, dunque, per “Standing ovation”.

Dalida, il film sulla sfortunata e magnifica cantante italo-francese

dalidaDopo Modugno in “Volare” con Beppe Fiorello, è stata la volta di riscoprire un altro mito della musica italiana: Dalida. Su Rai Uno è andata in onda la storia di un’artista “maledetta”, dalla vita tormentata e caratterizzata dagli scandali, piena di successo quanto di sofferenza. Interpretata magistralmente dalla giovane Sveva Alviti, con Riccardo Scamarcio nel cast. Buona la regia di Lisa Azuelos, che trova nel finale dei validi stratagemmi, come la sovrapposizione in parallelo delle immagini delle prove e della diretta dello show in stile americano per i suoi 25 anni di carriera. Le grida della vita privata (con gli attriti con i diversi uomini che ha avuto), sfociano in quelle sul palco, a sancire quasi l’impossibilità di scindere Iolanda Cristina Gigliotti (il suo vero nome) da Dalida (il nome d’arte): la donna dalla cantante. Infatti le musiche e le canzoni hanno un ruolo principale e scandiscono e descrivono le tappe della sua esistenza. Per questo si tratta di un biopic in cui l’aspetto autobiografico non è assolutamente trascurabile per il senso drammatico che la storia assume. Se sono criticabili, discutibili e opinabili l’uso del flashback e delle canzoni originali per cui la voce è quella della vera Dalida, di certo non si può negare a Sveva Alviti la passionalità di un’interpretazione sentita. Modella con l’amore per il cinema, l’attrice ha presentato il film in anteprima a Sanremo. Già al Festival aveva raccontato dell’impegno e della fatica di prepararsi per “entrare” nel personaggio: aiutata dal fratello della cantante Orlando, ha visto di tutto, dai documentari, alle interviste, agli show tv su di lei a cui ha preso parte, per carpire i segreti reconditi dell’anima agitata di questa donna forte e fragile allo stesso tempo. Quest’ultimo è forse l’aspetto di Dalida che più l’ha colpita. Come ha raccontato successivamente in un’intervista a “La Stampa”, in questo dualismo si riconosce: “La fragilità e la forza. C’era un dualismo di fondo in lei, come in ogni donna, credo. Era Iolanda, donna fragile, che amava amare, frustrata nei rapporti con gli uomini e nel desiderio di una famiglia e dei figli. Ed era Dalida la star, che si nascondeva dietro a una maschera e che l’amore del pubblico rendeva, solo apparentemente, forte”.
Tanti uomini hanno movimentato la sua vita, ma un segno profondo lasciò soprattutto Luigi Tenco (di cui lei fu la madrina nel Sanremo del 1967). Lui si suiciderà, lasciando un biglietto in cui scriveva: “Non l’ho fatto perché sono stanco della vita, ma come atto di protesta di un pubblico che non vuole capire”; alla stessa maniera, dopo un primo tentativo di togliersi la vita andato fallito, anche Dalida si ucciderà dicendo quanto segue: “la vita mi è insopportabile, perdonatemi”.

Una donna che amava più la morte, che vedeva come un sogno e non le faceva paura, più che la vita. Una volta affermò: “Sa qual è la cosa più difficile dello scegliere tra la morte e la vita? Scegliere la vita, la morte è dolce”; “eppure ha scelto la vita” –le fece notare il suo psicoterapeuta-. “No, è la morte che non ha voluto me”. La cantante e attrice franco-italiana, nata a Il Cairo il 17 gennaio del 1933, quando fece ritorno in Egitto fu accolta con un’accoglienza degna di un Capo di Stato. Eppure fu profondamente lacerata interiormente dal netto senso di vuoto e di solitudine che sentiva. La carriera non le bastava, era come se le mancasse sempre qualcosa. Lei dette speranza a molti suoi fan, ma non riuscì a salvare se stessa da quel baratro in cui cadde sempre più inesorabilmente. Visse d’amore e di rischio e andò sino in fondo al suo sogno di morte. Il rimpianto suo più grande fu quello di non aver studiato, ma fu altrettanto struggente la sua ricerca di equilibrio e di serenità. Volle persino smettere di cantare per intraprendere un percorso spirituale più “sano” e “salvifico”. Nata con la missione di cantare, “cercavo –raccontò in un’intervista memorabile- l’amore vero e sono sicura che esiste: è quello che, attraverso l’uomo, porta a Dio.

Forse è per questo che nella mia vita ho incontrato tanti uomini. Al mio pubblico piace che dica la verità, è lui che mi ha creata” e non volle tradire mai questa sincerità verso i suoi fan e verso se stessa. Non nascose mai questa sua sofferenza e insoddisfazione, che sfociava in una malinconia e in una nostalgia autolesioniste, una depressione che corrispondeva in modo perfettamente proporzionale all’euforia del successo; più traguardi e fama raggiungeva, più montava la sua auto-distruttività nel voler distruggere tutto quanto di buono aveva costruito, soprattutto nella sua vita privata e nelle relazioni umane e con gli uomini, quasi che non si sentisse mai adeguata, all’altezza, degna di meritare quanto aveva ottenuto, di essere felice, quasi non fosse quel mito che tutti adoravano e amavano, ma una persona che pensava di rovinare piuttosto la vita all’altra gente. In questo fu una vera vita da star la sua, fatta di eccessi e di tanto buio dietro alle luci di riflettori sempre puntati su di lei. Prime pagine di giornali e copertine interamente dedicati a lei, che sembrava trovasse più facile fuggire da questo “benessere” più che viverlo nel modo dovuto. Del resto le storie di altre star ci hanno raccontato lo stesso finale (melo)drammatico, George Michael da ultimo.

Eppure in tutto il romanticismo di cui fu impregnata l’anima di Dalida, si intravede un aspetto dolce che forse andava maggiormente enfatizzato: il rapporto con il padre, che perse da piccola e la cui morte fu un lutto che probabilmente non superò mai; una figura che ricercò appunto in tutti gli uomini che le furono accanto, ma che rifiutò quasi per paura di togliere spazio e importanza al papà, di offendere e deludere questo padre cui fu tanto legata. La morte per lei era un modo per ricongiungersi a lui –si potrebbe ipotizzare-. Non è un caso, dunque, che nel finale la vediamo salire la scalinata illuminata del palco e avvicinarsi fino quasi a toccare il cielo: del successo, ma anche quello dove avrebbe trovato il padre con cui ci viene mostrata poco prima camminare insieme, mano nella mano. Forse davvero allora, come disse Tenco, anche la sua musica non fu compresa e fu apprezzata principalmente la sua splendida voce senza capire cosa ci celava dietro quel continuo oscillare di toni. Di sicuro una personalità e un’emotività complesse le sue. Vista spesso come presuntuosa, egoista e capricciosa, persino inaffidabile, pochi colsero la sua straordinaria generosità e bontà d’animo: dette persino un assegno a un suo fidanzato studente affinché continuasse l’università, sebbene abortì del figlio che aspettava da lui. Il suo volersi sdebitare con i soldi nei suoi confronti e di se stessa, fa intravedere anche un vero atto protettivo materno.

Dopo la musica resta
la lezione del Festival
di Sanremo 2017

san remoCon la chiusura ieri del numero solidale 45500 per la ricostruzione delle scuole nelle aree terremotate, sembra definitivamente archiviata l’edizione 2017 del Festival di Sanremo. La kermesse, infatti, è stata caratterizzata dal continuo lancio di questa raccolta fondi della campagna “Ripartiamo dalle scuole”, sollevando anche qualche polemica. Carlo Conti dunque è un po’ come se simbolicamente avesse “mandato” la cartolina della manifestazione che ha contribuito a ideare quale direttore artistico (come fatto con quelle sulla Liguria durante la trasmissione). Ma si tratta di un evento che non è solo musica, divertimento e intrattenimento.

Durante le puntate si è divertito a “giocare” sul “suo” ‘pollice verde’, fingendo di dare consigli e suggerimenti sui fiori dei bouquet regalati agli artisti in gara: mazzi dati in omaggio ai cantanti, provenienti da una terra di cui fiori sono l’emblema per eccellenza. Ma, per rimanere in tema floreale, come si suole dire metaforicamente, non è sempre tutto “rose e fiori”; come ogni rosa che sia tale ha le sue spine, così anche Sanremo nasconde le sue difficoltà. Criticità che devono essere affrontate e superate per veder sbocciare quel fiore che è il Festival, entrambi con la “f” di fiducia che si vuole e deve costruire con il pubblico. Ma non è facile ottenerla: le aspettative sono tante e le insidie molteplici. “Se son rose fioriranno” – si dice spesso con una ventata d’ottimismo e di coraggio -: Carlo Conti per ben tre volte ha visto maturare la rosa che aveva coltivato con cura.

Non ha, però, mancato di rimarcare come dietro la riuscita di questo “suo” traguardo personale di soddisfazione, vi sia stato un duro lavoro. Il Festival è una macchina complessa, in cui dietro le quinte agiscono un’infinità di persone, uno staff che lavora a ritmi altissimi e forsennati, per un’organizzazione che, per essere perfetta, è fatta di varie fasi che coprono tutto l’arco della giornata (la rassegna stampa, gli ascolti, la conferenza stampa, le prove, la preparazione per la diretta e l’andata in onda), in cui non si ha tempo per altro se non per la gestione di questo mega-evento, vero “spettacolo nello spettacolo” – come egli stesso lo ha più volte definito giustamente. Questo ben ha messo in evidenza il conduttore durante un’intervista allo speciale Tg 1 “Tutto fa Sanremo”. E proprio tale titolo fa intravedere un’altra insidia che mina la kermesse: fa pensare al “tutto fa notizia”, “purché se ne parli”, “tutto fa audience e ascolti”, che riconduce a un modo di parlare di questa manifestazione che deve essere responsabile, se non vuole sfociare in un gossip poco produttivo, anzi nocivo. Un’informazione che non deve essere a carattere scandalistico, ma di tipo analitico, sociale, oggettivo, realistico. Purtroppo non sempre è così, soprattutto “perché Sanremo è Sanremo”. Ovvero, tende a rimanere un riferimento musicale perennemente, durante tutto l’anno. Non è un caso che il video della canzone vincitrice di Francesco Gabbani “Occidentali’s karma” già abbia ottenuto un record di visualizzazioni in poco più di 24 ore: più di 4 milioni (4.353.802) nel giro di un solo giorno. Ma Sanremo non sono solamente storie a lieto fine. Sono, spesso, storie di tenacia e coraggio di sapersi mettere in gioco, di spirito di sacrificio e di forza di volontà di tentare per riuscire finalmente. Ḕ il caso di Francesco Guasti; eliminato tra le Nuove Proposte lo scorso anno e tornato quest’anno a gareggiare, è riuscito ad arrivare tra i finalisti e tra gli applausi degli spettatori con la sua “Universo”: ben gradita al pubblico, la canzone ricorda “Nessun grado di separazione” di Francesca Michielin. Storia di riscatto la sua e di esempio. Si fece prendere dalla disperazione, sbattendo le porte e gridando ed esprimendo tutta la sua rabbia e delusione, un dolore e un’amarezza che ha deciso di superare, come si fa con i limiti. Non ha mollato e ci ha riprovato: la vita gli ha dato una seconda possibilità e stavolta non ha fallito questa opportunità. Per questo l’invito per tutti i concorrenti è sempre quello di continuare a credere nei propri desideri e passioni e di non lasciarsi andare al rancore e alla rassegnazione. Lo stesso Francesco Gabbani, del resto, lo scorso anno era stato escluso, poi ripescato grazie anche all’interessamento e alla segnalazione dell’errore tecnico dello stesso Massimo Giletti e andò a vincere, come avvenuto quest’anno tra i Big. Campioni in gara che vanno rispettati per il fatto stesso di essere dei grandi artisti veterani che, spesso, accettano di sottoporsi al giudizio di una giuria e di un televoto severi, oltre che all’opinione e alla critica della stampa a volte troppo cinica.

Lo stesso Gabbani, proprio durante lo speciale Tg 1, ha detto che avrebbe votato per Fiorella Mannoia proprio per il rispetto per una grande artista. Se alcuni preferiscono partecipare come ospiti e non in gara, a volte è solamente perché non hanno il brano giusto. “Alcune canzoni le puoi cantare solo a Sanremo, sul palco dell’Ariston” –ha spiegato proprio la Mannoia-. Se la sua frase preferita del testo è “Per quanto sembri incoerente e testarda se cadi ti aspetta”, essa sembra riferirsi alla musica stessa; la definizione ben le si addice: così “Per quanto assurda e complessa ci sembri la vita è perfetta”, pare ben descrivere la musica che può sempre risollevarti nei momenti di difficoltà, pur nella sua infinita varietà di espressioni.

Purtroppo, però, a volte Sanremo sono anche polemiche (reali o strumentali che le si voglia ritenere). Storie di incomprensioni, di canzoni non apprezzate o capite che portano dispiacere. Il Festival non sono solo gioia, felicità e sorrisi, applausi, ma anche lacrime e denti stretti dietro cui si nasconde l’amarezza. Pensiamo alle esclusioni quest’anno delle canzoni di Gigi D’Alessio “La prima stella” (anche se in un video in cui festeggia con tutto il suo staff e con Anna Tatangelo brindano, mentre l’artista napoletano garantisce di ‘non esserci rimasto assolutamente male’); ma soprattutto a quella più polemica di Al Bano “Di rose e di spine” (per richiamare poi la metafora iniziale del Festival quale di una rosa con le sue spine, i suoi alti e bassi): “uno schiaffo in faccia che non mi aspettavo, ma non mi arrendo, perché sono orgoglioso del brano che ho portato anche se non è stato capito.

Non sarà l’ultima volta che salirò sul palco dell’Ariston” – ha commentato Al Bano. L’artista ha detto poi di poter accettare le critiche al testo, alla sua esecuzione o all’interpretazione che ha dato, ma la musica e l’arrangiamento andavano assolutamente premiate e su questo il premio che ha ricevuto gli dà ragione e ha un po’ messo tutti d’accordo, dando onore al merito e giusto valore e riconoscimento all’arrangiamento appunto. La storia di Sanremo, poi, è fatta di scontri atroci dietro le quinte. Retroscena più aspri, inediti, impensabili, non trascurabili, che fanno comprendere come la strada del successo sia dura e difficile. Pensiamo a quello tra Claudio Villa e l’organizzatore del Festival dell’epoca Gianni Ravera. Era il 1982 e Ravera aveva già organizzato Sanremo l’anno prima. La canzone di Villa venne esclusa e lui lo accusò di poca trasparenza.

“Le giurie non esistono” affermò Villa. “L’unico giurato è Ravera”. Il cantante si rivolse persino al pretore di Sanremo per chiedere all’organizzazione di rendere pubblici i verbali delle giurie. Il Festival rischiò di essere sospeso; così Villa –razionalmente- decise di sottoscrivere un compromesso con lo stesso Ravera: uno degli eliminati, attraverso un sorteggio, sarebbe stato ripescato e ammesso alla finale; si trattò di Michele Zarrillo, in gara con “Una rosa blu”, ma quest’ultimo, d’accordo con la sua casa discografica (la Cbs), deciderà di non presentarsi sul palco per solidarietà con Ravera. Non sarebbe stata né la prima né l’ultima volta del montare di polemiche e scandali, soprattutto a causa di errori tecnici. Non ultimo quello di Gabbani o quello della canzone “Pace” di Paolo Vallesi e Amara; o quella dei La Rua. Questo forse un po’ il senso della serata delle cover: “ripescare canzoni messe un po’ in soffitta” e finite nel dimenticatoio, come è stato con “Signor tenente “ per Marco Masini. Perché Sanremo è anche un po’ la storia della musica italiana ed è per questo che sul palco dell’Ariston vengono assegnati premi alla carriera o avvengono reunion. E, come avviene sempre quando si tratta di Storia, vi sono i suoi alti e bassi, lati positivi e negativi.

Sanremo. Il Festival di tutti in stile Occidentali’s Karma di Gabbani

gabbani“Un Festival inclusivo e accogliente, capace di unire le persone”, il cui slogan potrebbe essere “Tutti cantano Sanremo e Sanremo canta tutti”. Così lo ha definito il Direttore Generale Rai Antonio Campo Dall’Orto. Sempre più social e sociale, peculiare nel suo oscillare tra il racconto del talento e degli eroi del quotidiano. Il dirigente ha, poi, voluto dare qualche numero di questo Festival dei record, che ha fatto registrare picchi di ascolti tra i più alti degli ultimi 10-12 anni (intorno al 50% di share): 2milioni di persone hanno seguito il Festival in streaming, 6 milioni sono stati i video scaricati attraverso Rai Play e 30 milioni di interazioni attraverso i social, in particolare da parte dei giovani tra i 15 e i 34 anni. E un accento particolare Campo Dall’Orto con Carlo Conti hanno voluto mettere proprio su questa nuova piattaforma social (Rai Play) creata, che ha permesso una fruizione più ampia dell’evento, soprattutto dagli adolescenti. E questo ha contribuito a giungere alla vittoria di coloro che sono stati i personaggi rivelazione di questo Festival: Ermal Meta, che ha vinto la serata delle cover con “Amara terra mia” e il Premio della Critica Mia Martini. Poi Lele, che ha vinto tra le Nuove Proposte con la sua “Ora mai”. E, infine, colui che ha sbaragliato tutti con la “profonda leggerezza” della sua canzone “Occidentali’s karma”: Francesco Gabbani. Un brano che si prepara ad essere la hit dell’estate, che parla della ricerca di benessere nelle filosofie orientali, che si tenta di capire, ma che non si comprendono perché troppo presi e distratti dal consumismo, dalla foga e dalla frenesia della vita quotidiana alienante che ci si costruisce con le nuove tecnologie, a tratti disumanizzanti, e che sicuramente portano ad occidentalizzare tutto, incentrando l’attenzione sull’apparenza e sull’attenzione all’esteriorità piuttosto che carpire la reale portata e il senso di queste filosofie che inseguono la ricerca di benessere e dell’equilibrio tra mente e corpo. “Una vittoria strepitosa e inaspettata, un sogno ad occhi aperti, una soddisfazione enorme che dà ancora più senso e significato a quello che ho fatto finora”, ha commentato il vincitore, confessando di essersi trovato in un “vuoto emotivo ed emozionale” al momento in cui è stato decretato il suo trionfo. “Ho sempre cercato di pormi con positività, ma avevo paura che questa leggerezza venisse mal interpretata”, portando l’attenzione più sul ritmo che sulle parole. L’unico uomo ad aver ricevuto, durante l’esibizione, un mazzo di fiori, insieme a Maria De Filippi che è stata l’unica conduttrice a non aver sceso le fatidiche scale. Se Sanremo ha avuto il suo portafortuna, ovvero il portachiavi con l’immagine di Conti, anche lui ha trovato il suo. “Credo –ha affermato Francesco- nello scambio karmico”, nell’empatia cioè che si riesce a costruire con il pubblico, con una comunicativa basata su un’empatia naturale, istintiva e immediata per un’attrazione carismatica del brano che ha fatto di Gabbani un cantante, cantautore, ballerino e coreografo. I passi di danza creati ed improntati sulla melodia incisiva, hanno contribuito a far scatenare l’Ariston. E, a proposito di Karma, se Tiziano Ferro è stato il super ospite protagonista della prima serata, sembra avergli portato bene, richiamando (con la sua presenza) alla mente la sua canzone omonima appunto, intitolata “Karma”, in cui l’artista di Latina duetta con John Legend. Ed a Sanremo, dopo l’esclusione tra i Big dei due duetti presenti in gara di Alice Paba e Nesli e di Giulia Luzi e Raige, sembra invece aver trionfato proprio un’altra sorta di duetto. Infatti il vincitore sul palco non era solo: era in coppia con ciò che ha sorpreso maggiormente positivamente gli spettatori, la famosa scimmia. Lo scimpanzé nascondeva il volto e il corpo dell’amico Filippi Ranaldi. E il duo con il gorilla ha avuto un effetto duplice: di divertimento ed anche interpretativo del brano. Se Gabbani nell’ultima serata si è presentato vestito in tailleur, per omaggiare l’eleganza sobria in black del Festival targato Conti (perfettamente in linea con la sua carnagione scura ben colorita di un nero abbronzato che tutti gli invidiano), non è stato così nelle altre puntate. Di solito indossava un maglione colorato (turchese, arancione e rosso) e pantaloni neri per non distogliere dalla portata del testo e per trasmettere e rappresentare la semplicità della gente comune, dell’uomo medio occidentale che vive il quotidiano; poi dopo l’abbigliamento si è trasformato in un espediente comunicativo e un po’ provocatorio, -ha spiegato Gabbani- perché la scimmia ha indossato i suoi vestiti e lui ha preso gli abiti della simpatica scimmia, vestendo i suoi panni con ironia divertente e pungente, a significare quasi che, dall’uomo del neolitico nulla o poco è cambiato e l’essere umano sembra proprio provenire dalla scimmia, di cui è un’evoluzione distorta e un po’ perversa, perché distolta dallo sviluppo forse troppo veloce delle tecnologie. E non è un caso se ha ottenuto il Premio Tim Music per la musica in digitale ascoltata in streaming sulla piattaforma. Ma, dopo essere stato prima escluso, poi ripescato per andare a vincere lo scorso anno tra le Nuove Proposte con la sua “Amen”, Francesco Gabbani è un giovane che non viene dai talent, ma si è fatto con la gavetta, con lo spirito di sacrificio, con la voglia di arrivare e la forza della determinazione e dell’intelligenza di chi si guarda intorno e osserva la realtà con spirito critico, oggettivo e brillante. Cosa non da poco con i tanti talenti di “Amici” presenti e la conduzione di Maria De Filippi. Ma perfettamente conforme allo spirito del Festival e agli eroi del quotidiano citati dal direttore generale. In primis, tra questi ultimi, la band rock dei “Ladri di carrozzelle” e poi il giovane Emanuele, che ora ha un contratto con la ‘Sugar’ di Caterina Caselli, ma è stato scoperto per caso. Un giorno alla stazione, mentre attendeva un treno in ritardo, ha visto un pianoforte; si è messo a suonare d’istinto e di getto in maniera spontanea, un passante gli ha fatto un video; ha postato in Internet e diffuso sul web la sua registrazione (che ha avuto 3 milioni di visualizzazioni in tre giorni: da record), la quale è arrivata sino alla nota cantante e ora produttrice discografica. Per questo la vittoria di Gabbani assume ancor più importanza. Ma, nell’ultima serata, sono stati assegnati anche altri premi oltre a quello finale: ben sette per l’edizione 67^ del 2017. Di quello ad Ermal Meta avevamo detto; poi quello per il miglior testo a Fiorella Mannoia per la sua “Che sia benedetta”; miglior arrangiamento a “Di rose e di spine” di Al Bano; Il Premio della Sala Stampa Lucio Dalla a Fiorella Mannoia; il premio per i 55 anni di carriera a Rita Pavone e quello Asso Musica a Zucchero. Oltre a quello Tim Music a Gabbani appunto.

E non a caso il podio è stato composto proprio da “Vietato morire” di Ermal Meta (terzo), contro la violenza tra le mura domestiche e la cui frase più bella è, per stessa ammissione del giovane: “L’uomo che tu diventerai/Non sarà mai più grande dell’amore che dai”. Seconda Fiorella Mannoia e il suo inno alla vita, perfetta così com’è. “Siamo noi che la roviniamo con la nostra sete di potere, con le nostre invidie e i nostri egoismi; se ci estinguessimo il mondo andrebbe avanti ugualmente senza problemi in una perfezione divina”, ha affermato la cantante. “Per quanto assurda e complessa ci sembri la vita è perfetta/Siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta”, dice la cantante nel testo, per finire con l’appello forse più importante: “A chi lotta da sempre e sopporta il dolore/
Qui nessuno è diverso nessuno è migliore./A chi ha perso tutto e riparte da zero perché niente finisce quando vivi davvero”. Un invito a riscoprirsi tutti simili e vicini (che ricorda quello di “nessun grado di separazione” di Francesca Michielin, sempre arrivata secondo lo scorso anno), sfociato nel promuovere il numero solidale 45500 per la ricostruzione delle scuole nelle aree terremotate, che si concluderà martedì 14 febbraio. 3 milioni di euro sono stati devoluti per il progetto “Ricominciamo dalle scuole” a favore delle terre colpite dal sisma; hanno contribuito anche Francesco Totti (che ha donato a tale favore tutto il suo cachet) e Carlo Conti, che ha dato 100mila euro per questa causa umanitaria benefica, mostrando il bonifico effettuato tra le polemiche sollevate.

Tra le altre canzoni, interessante quella di Marco Masini “Spostato di un secondo”, che ben descriva come la vita possa cambiare da una frazione di secondo all’altro per sempre, irreparabilmente o in maniera sostanziale (vedi tutte queste calamità naturali). Quella di Gigi D’Alessio “La prima stella”, che lui ha dedicato alla madre che ha perso 32 anni fa, per tutti i cari che abbiamo in cielo e dunque un ricordo anche per tutte le vittime delle morti bianche nelle stragi terroristiche o in queste tragedie inaspettate come il terremoto. Ma anche quella di Paola Turci “Fatti bella per te”: invito ad accettarsi per quello che si è, a volersi bene, ad amarsi e amare il proprio corpo, a farlo per se stessi e non per gli altri, per stare bene, sereni in pace con se stessi e non per piacere alle altre persone. La cantante l’ha dedicata a se stessa dopo il terribile incidente avuto e la fatica che ha fatto per risollevarsi e reagire. Tra i giovani molto valida la voce di Lodovica Comello e la sua vocalità in “Il cielo non mi basta”. Più maturo è sembrato anche Michele Bravi. La sua “Il diario degli errori” lascia molto intravedere le influenze di Noemi, artista che conosce e stima: forti le somiglianze nelle movenze e nella sonorità graffiante di una voce rauca e arrotata nelle vocali e sillabe che accentua e allunga per enfatizzare l’accento che vuole porre su alcune di esse in particolare.

Carlo Conti voleva il top e per questo ha chiamato a fianco a sé Maria e c’è riuscito. Per lui ciò che conta (e quello che deve essere il compito di un direttore artistico) è la musica, il quadro delle canzoni che devono essere valide intorno a cui mettere una cornice appetibile di ospiti. E così ha fatto: i brani in gara sono stati molto belli. Perché Sanremo è Sanremo ed è tutta un’altra cosa: “qui tutto è diverso” ha confessato la De Filippi. Infine una nota a sancire quasi una sorta di continuità con lo scorso anno: “Portami via” di Fabrizio Moro, che ha dedicato alla figlia, ricorda molto “Un giorno mi dirai” degli Stadio che vinsero il Festival del 2016. Gaetano Curreri, tra l’altro, è una grande amico di Moro e i due hanno collaborato più volte insieme. Ed infatti è stato lo stesso Zucchero ad ammettere che qui nulla era cambiato, dopo esservi tornato a distanza di 14 anni: tutto è rimasto uguale, eterno come la musica.

Festival di Sanremo.
Ermal Meta, Crozza, Mika. La notte più lunga di tutte

Festival_di_Sanremo_2017Lunga, lunghissima, la più lunga di tutte forse. E intensa. Ḕ stata così la terza serata del Festival di Sanremo 2017, da cui è uscito il nome del primo vincitore (Ermal Meta per la cover di “Amara terra mia”) e dei primi esclusi: i due duetti di Nesli e Alice Paba (con “Do retta a te”) e di Giulia Luzi e Raige (con “Togliamoci la voglia”). Restano tra i giovani delle Nuove Proposte Lele (con “Ora mai”) e Maldestro (con “Canzone per Federica”). Ma a parte queste informazioni per dovere di cronaca, a fare la vera notizia della serata sono stati altri momenti importanti della terza puntata. Ovvero: un ‘appuntamento’ dedicato ai più piccoli, grazie al Piccolo Coro dell’Antoniano di Bologna; agli “eroi del quotidiano” con la 92enne Maria, un’ostetrica che ha fatto nascere circa 7642 bambini e ancora continua: sempre con il cellulare acceso anche di notte per correre immediatamente in caso d’emergenza, in ansia perché una sua paziente avrebbe dovuto partorire di lì a breve e lei non voleva mancare; l’ultimo bimbo che ha aiutato a venire alla luce è stato il 13 gennaio scorso, il primo (con cui ancora è in contatto) fu nel lontano 17 dicembre del 1942. “Aiutare a venire alla vita è una cosa entusiasmante –ha raccontato-, ma bisogna farlo vedendolo come fosse una missione”. Per questo per lei la canzone di Sanremo è: “Son tutte belle le mamme del mondo”. E poi la signora Mariuccia del pubblico, 105 anni, che ancora canta perfettamente ricordando benissimo a memoria “Quel mazzolin di fiori”. E poi l’esibizione dell’”Orquesta de Instrumentos Reciclados de Cateura (Paraguay)”, nata con la creazione di strumenti da oggetti riciclati e presi dai rifiuti di una discarica; dalla “spazzatura” (anche metaforica di un mondo che sembrava “ignorarli” e non volerli) sono arrivati ad essere i rappresentanti dell’Unicef (di cui ricorrono i 60 anni dalla fondazione). Gente che non aveva nulla, neppure una casa, come la piccola Celeste, e che ora può tornare a sperare e qualcuno si è potuto persino iscrivere al conservatorio. “Ci vuole fantasia ed anima e quelle non si possono comprare” per riuscire a fare tutto questo, ha affermato Maria De Filippi. “Dovremmo prendere spunto ed imparare da loro. Tutto ciò dovrebbe farci riflettere e, del resto, Sanremo serve anche a questo: ad offrire spunti di riflessione”, ha continuato Carlo Conti. Poi la vetrina di Maurizio Crozza: dopo l’imitazione del presidente della Repubblica Mattarella, stavolta ha preso le sembianze di Papa Francesco. A parte la polemica sulla corruzione della Chiesa e quella di carattere politico per cui ogni Governo è una cover (ossia una specie di rifacimento) del precedente e nulla sembra cambiare e mutare, toccante la parte conclusiva del suo discorso. Ci facciamo –ha notato- tutti prendere dalla nostalgia, “sempre lì a rimpiangere il passato”, come se ‘si stava meglio, quando si stava peggio’; invece lui ha invitato a seguire le parole dell’ex presidente americano Barack Obama: “se doveste scegliere un momento in cui nascere, scegliete sempre il presente”. “Oggi – ha continuato Crozza – i ragazzi e gli adolescenti fanno cose che le generazioni dei genitori si sognavano. I giovani sono precoci e noi li trattiamo e consideriamo come fossero una regressione della specie”. Un errore a suo avviso, per sottolineare di apprezzare ciò che si ha, senza piangersi addosso, con pessimismo e vittimismo che cronicizzano e non permettono di progredire e migliorare. Vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, con ottimismo e fiducia, con la voglia di cambiare. E ancora l’arrivo della star Mika. Tornerà anche il suo programma “Qui casa Mika” (“e qui tutto può succedere e succederà”, ha garantito il cantante), ma entusiasmante soprattutto il suo messaggio di vicinanza, universalità e umanità lanciato. “La musica può cambiare il mondo intorno a te –ha esordito-. Ti dà sempre una via d’uscita. Ti fa innamorare e cambia il colore della tua anima. Ḕ molto bello essere di tutti i colori ed è bello accettarli tutti; e se qualcuno pensa che uno sia meno bello e nobile degli altri, è meglio lasciarlo senza colori”. I colori sono quelli delle emozioni e dei sentimenti, della diversità così importante. Di certo è stato il momento più colorato della serata, con una coreografia alle sue spalle floreale e un’altra di fuochi d’artificio: per un’esplosione di ritmo, energia, danza, passione. Commovente il suo omaggio a George Michael, mentre venivano proiettati sullo sfondo fiocchi di neve che cadevano candidi come il ricordo dell’artista recentemente scomparso: “un regalo bellissimo di intensità ed emozione”, ha commentato Conti. Il presentatore si è soffermato, inoltre, anche su un altro aspetto che gli premeva sottolineare, rammentando il numero per donare per la “ricostruzione delle scuole” nelle aree terremotate del 45500. A tale proposito, ha precisato con fermezza e convinzione: “c’è da fare una riflessione. La nostra Italia si regge sul turismo, ciò vale soprattutto per una regione come la Liguria. Ma attenzione a non penalizzare ulteriormente le aree terremotate (come le Marche o l’Umbria). Cerchiamo di rimettere in moto l’economia in particolare lì, proprio grazie al turismo, altrimenti rischiamo di peggiorare le loro condizioni. Prima di andare per un weekend a Parigi o Londra, andiamo lì”. Infine è stato il momento di Luca&Paolo, che così hanno esordito: “questo palco fa davvero paura”. “In tutti questi anni non è cambiato nulla –hanno proseguito-. Questo è il secolo della paura”. Come dare loro torto? Basti pensare a tutti gli atti di terrorismo verificatisi a catena ovunque in tutto il mondo. Un riferimento indiretto e implicito, che richiama questa problematica tutta contemporanea; dopo aver ricordato le vittime delle emergenze naturali, o delle tragedie di vittime innocenti sul posto di lavoro (forze dell’ordine e altro), giusto citare le morti bianche per atti neri di un terrorismo cieco e cinico. “Abbiamo paura di tutto e tutti –hanno ripreso i due comici-. E la frase più comune è ‘c’è da avere paura’”, soprattutto perché non ci si fida più di nessuno. “In primis c’è la paura di svegliarsi e che tutto intorno a te sia cambiato”, hanno aggiunto, quasi una citazione del senso della canzone in gara di Marco Masini “Spostato di un secondo”: un invito a pensare come ci si comporterebbe se si potesse tornare indietro con la macchina del tempo, se le cose fossero andate diversamente ora come si starebbe, quasi un modo per adattarsi al cambiamento dei tempi, di un mondo che corre veloce e spesso si resta indietro, pieni di rimpianti e di nostalgia. Ma la cosa che conta è amarsi, aver amato, aver vissuto: “non rinunciamo ad amare” è la frase con cui si chiude la canzone, per cancellare l’amaro della rassegnazione. E proprio Masini ha scelto come cover quella di “Signor tenente” di Giorgio Faletti, per un omaggio alle forze dell’ordine che rischiano la vita ogni giorno e al cantante scomparso che la presentò proprio qui a Sanremo.

Ed è così che, da questo momento di profonda riflessione raccolta, si è passati con Luca&Paolo a una carrellata di “Ho paura che” in stile “Noi che” de “I migliori anni” di Carlo Conti. A cui si è aggiunta anche Maria De Fillippi, protagonista nella serie di “Mi fanno paura quelli che”, che ha lanciato. Impossibile rimanere impassibili di fronte all’acume e alla finezza dei loro spunti di riflessione. Pensiero su tutti: spesso è proprio il cambiamento a fare paura e si ha persino paura di amare e di voler bene appunto. Oppure, per l’appunto, di fidarsi e avere ancora fiducia, nonostante tutto.

Infine, tra gli altri ospiti presenti, ricordiamo Alessandro Gassman e Marco Giallini che insieme reciteranno nel film “Beata ignoranza” (in uscita nelle sale dal 23 febbraio prossimo) e che sono stati al centro di due fiction di successo: rispettivamente “I bastardi di Pizzofalcone” e “Rocco Schiavone”. E poi la figlia di Alain Delon (Anouchka) e la nipote di Jean Paul Belmondo (Annabelle), che in francese e in inglese hanno raccontato il loro legame con l’Italia. Le loro canzoni di Sanremo preferite? “Volare” di Modugno e “L’Italiano” di Toto Cutugno (del 1983).

Sanremo 2017: Crozza, la ‘legge’ del numero tre, l’appello di Nicotra

sanremo nicotraSanremo nel segno del numero tre. Carlo Conti lo conduce per il terzo anno consecutivo e il prossimo anno potrebbe fermarsi. Si cerca il suo sostituto e Maurizio Crozza lancia e cerca lo scoop: “so già chi sarà a condurlo nel 2018: Paolo Bonolis”. Sarà vero? Plausibile di certo (accadde già in passato). Intanto, si cerca di scrutare bene per indagare a fondo e riuscire a carpire qualcosa, captare qualcosa del nome ancora segreto (e forse sconosciuto) che sarà al timone del Festival il prossimo anno: ignoto, ma forse no, molte le ipotesi che si possono fare e pensare. Nel frattempo si è arrivati alla terza serata consecutiva. Tre sono gli anni compiuti proprio ieri dal piccolo Matteo (il figlio di Carlo Conti), che ha mandato gli auguri al suo pargolo ma anche a Paola (la figlia di Laura Pausini, nata lo stesso giorno). E se la conduzione spettasse a una donna o una coppia tutta al femminile? Pensiamo alla De Filippi stessa, magari accompagnata in duo dalla sua amica Sabrina Ferilli; oppure proprio a Laura Pausini, magari in coppia con l’altra artista straordinaria che è Paola Cortellesi (il duetto ha funzionato nel loro programma tenuto Laura&Paola appunto), la Cortellesi è stata qui a Sanremo a presentare con Albanese il film “Mamma o papà?” ed ha colpito per le sue doti artistiche (anche canore); ha detto che la sua canzone preferita sanremese è proprio “La solitudine” della sua amica. Dunque il Sanremo delle “larghe intese” potrebbe portare a tandem rosa molto riusciti anche inediti, per un tocco di novità non da poco. Pensando anche ad Antonella Clerici (dopo il suo programma “Standing ovation”) ne potrebbe nascere una serata tutta dedicata ai più piccoli al posto di quella delle cover, per una puntata incentrata interamente su canzoni di cartoni animati (tra l’altro Cristina D’Avena è stata qui sul palco dell’Ariston). Oppure coinvolgendo anche persone comuni. Ed è a tale proposito che è arrivata la vera notizia della seconda serata del Festival di Sanremo 2017: per quanto riguarda lo slogan “tutti cantano Sanremo”, oltre ai noti nomi di ospiti illustri, è salito sull’Ariston quello che è stato forse quello più “illustre” di tutti per la portata simbolica: Salvatore Nicotra. Il 69enne siciliano è stato premiato a Sanremo come dipendente modello: in 40 anni di carriera nel Comune di Catania, anche da vicesegretario dell’Ente, non si è mai assentato, neanche una volta; mai un permesso, mai un giorno di malattia. Anzi, ha anche cumulato 239 giorni di ferie non godute. Ma è stato il suo appello a scuotere gli animi, sollevare un moto di protesta e di sensibilizzazione delle coscienze, con uno sguardo critico severo ed oggettivo importante.
È stato un momento di riflessione intenso, drammatico e realistico, ma molto onesto da parte sua. “I contratti pubblici come il mio sono importantissimi. Noi dipendenti pubblici appunto siamo dei privilegiati. C’è una disoccupazione imperante, a un livello che supera il 40%, preoccupante. I giovani perdono lavoro dopo pochi mesi, 5 o anche meno. Un precariato che li distrugge, perché non perdono solo il lavoro, ma anche la dignità”. Chapeau. Tre poi sono le canzoni delle Nuove Proposte a rischio eliminazione “nominate”: quella di Nesli ed Alice Paba “Do retta a te”; “Ora esisti solo tu” di Bianca Atzei; “Togliamoci la voglia” di Raige e Giulia Luzi.
Se, per dirla con Tiziano Ferro, “tre fa il numero perfetto”, simbolo di precisione, in una ricorrenza quasi circolare, come un cerchio che si apre e si chiude a fine serata sono arrivati tre grandi comici: Enrico Brignano, Gabriele Cirilli e Flavio Insinna. Quest’ultimo potrebbe essere un buon conduttore di Sanremo e sostituto maschile di Conti. Ma anche Federico Russo con “Prima Festival” (e sempre in prima fila nel parterre) ha fatto un buon lavoro ed è molto esperto di musica. I due hanno lavorato insieme in “Dieci cose” e hanno funzionato. Non sarebbe male replicare la situazione. Anche Cirilli potrebbe dare un buon tocco ironico e di colore al Festival, una verve comica che potrebbe spettare proprio a lui donare a Sanremo, per vivacizzarlo con un tono più allegro e disinibito, per dare un’atmosfera di leggerezza. Si è, tra l’altro, dimostrato abile anche nelle imitazioni a “Tale e quale show”. totti
Ai tre comici romani della scuola di Proietti corrisponde il trio dei tre amici Conti-Panariello-Pieraccioni, “fratelli” per Carlo. Quest’ultima una delle tre reunion messe in campo dal conduttore toscano a Sanremo: dopo quella di Al Bano e Romina, dei Pooh, ora al Festival arriva quella di questi uomini di teatro d’altri tempi verrebbe da dire, degni del loro maestro. E, per ciò che concerne il futuro, a proposito di un domani imminente delle canzoni e non solo, tre i numeri che si possono formulare: il 475.475.1 per inviare un sms per votare i brani in gara oppure l’894001 da fisso; o ancora il 45500 per donare un contributo a sostegno della ricostruzione delle scuole nelle aree colpite dal sisma. E se Sanremo è un connubio di musica ed ospiti, è un multiplo di tre (ossia il sei) a indicare il numero di star intervenute nella seconda puntata.
Per un totale di sei, infatti, tra cui (rigorosamente in ordine): Francesco Totti, Robbie Williams, Giorgia, Keanu Reeves, Biffy Clyro, Sveva Alviti (che interpreterà Dalida nell’omonima nuova fiction di Rai Uno, in onda il 15 febbraio prossimo, che ha presentato e dove sarà al fianco di Riccardo Scamarcio; “una donna molto complessa e complicata, ma al contempo – l’ha definita Sveva- molto solare, come me e come tutte le donne. Per questo – ha aggiunto l’attrice- non ho dubbi sulla mia canzone di Sanremo: ‘Ciao amore ciao’”. Sconcertante la somiglianza tra le due).
Ma se molte canzoni sono un vero e proprio inno alla vita, dopo l’appello a favorire l’occupazione giovanile onesta e sicura e non più il precariato perenne e cronicizzato, l’altro aspetto focale e momento importante della seconda serata è venuto proprio da Maurizio Crozza: “facciamo il Festival della procreazione, spegnete le luci e fate l’amore e….speriamo che sia femmina, come si suole dire. ‘Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli italiani’, disse Massimo d’Azeglio in una sua famosa frase. La cito e la voglio riprendere per invitare tutti ad apprezzare l’importanza della vita e cogliere il vero senso della vita”, ha detto il comico. Spesso, infatti, come noto con la musica ci si innamora, ci si dichiara e un testo può fare da colonna sonora a una storia d’amore o un brano essere come la marcia nuziale: quel mezzo, quello strumento con cui si sancisce e corona il proprio amore, che conduce a quell’altare (reale, simbolico o metaforico), che è il tempio del cuore. Per questo è tanto più importante ribadire la profondità della musica nell’ambito della vita e dell’amore, per un romanticismo che non sia etereo o platonico, ma ben tangibile e concreto. Visto il successo dell’intervento di Nicotra, se è vero che “tutti cantano Sanremo” –come dicevamo-, un’idea potrebbe essere quella di far esibire gente comune, comunque cantanti non professionisti, amici degli artisti in gara, nella serata delle cover; ma sono tutte idee per un cambiamento di un Festival comunque valido, tradizionale, classico, ma sempre fresco, originale e nuovo. E se è stato proprio Maurizio Crozza a parlare di “Festival delle larghe intese” Mediaset-Rai, allora non sarebbe bene avere un Festival in linea con la spending review tanto declamata in passato? Un taglio dei costi di Sanremo (e dei tempi), magari sugli ospiti, con un notevole risparmio economico non guasterebbe, ma forse è giusto così: spendere e investire su star nazionali ed internazionali invitate a partecipare aiuta a fornire un’immagine del Festival più dignitosa e serve a nobilitarlo. Perché Sanremo è Sanremo. Anche se poter risparmiare aiuterebbe, soprattutto ora che ci sono molte emergenze umanitarie e cause sociali e solidali da sostenere, così che quegli stessi fondi sarebbero potuti essere devoluti lì, c’è bisogno anche di donare intrattenimento di alto livello per distrarre la gente. Per questo forse non si rinuncerà mai a “viziarsi” con gli ospiti, come a guardare Sanremo per concedersi qualche sorriso e un po’ di piacevole musica.

Barbara Conti

“Il Festival delle larghe intese” di Conti: Sanremo e Solidarietà

sanremo-2017-diletta-leottaLo avevano annunciato già a fine del maggio scorso ai “Premi tv 2016”. E come si fa per ogni promessa, hanno mantenuto l’impegno preso e anticipato che tante aspettative aveva destato nel pubblico. Per l’evento musicale per eccellenza dell’anno, il Festival di Sanremo appunto, non potevano che esservi alla sua conduzione due icone per antonomasia della tv: ovvero la figura storica che da tre anni lo presenta e ne è anche il direttore artistico (Carlo Conti) e colei che è diventata quella che potremmo ribattezzare “la regina dei talent” ossia Maria De Filippi. Quest’ultima è passata per l’occasione da Mediaset alla Rai ed è per tale motivo che il comico Maurizio Crozza, che avrà tutte le sere uno spazio a sua disposizione in cui intervenire per lanciare battute sprezzanti a personalità di spicco e regalare il meglio delle sue imitazioni classiche, ha parlato di “Festival delle larghe intese”. Di certo la comicità che porta Crozza, più indirizzata a carattere politico, non può essere paragonata a quella dello scorso anno di Virginia Raffaele (più leggera e divertente, incentrata più su un intrattenimento in senso stretto). Ciò, tuttavia, potrebbe essere di buon auspicio per veder intervenire sul palco dell’Ariston (dove salgono personaggi del mondo della danza, dello sport, della scienza, della medicina, del cinema) anche qualche figura istituzionale. Del resto, se la De Filippi è riuscita a portare il premier Matteo Renzi ad “Amici” non è impossibile pensare che questo possa accadere: sarebbe la testimonianza di un aiuto concreto e fattivo portato per una politica che si interessa veramente dei problemi della gente, agisce e si adopera attivamente. Soprattutto perché Sanremo è sempre più Solidale e impregnato di Sociale; un’impronta che ha voluto dare in maniera forte Carlo Conti. Anche quest’anno gli spunti non sono mancati: la campagna sociale per la ricostruzione delle scuole (“ricominciamo dalle scuole”) nelle aree terremotate, con la possibilità di inviare un sms al 45500. Oppure con la ricorrenza della Prima giornata nazionale contro il bullismo nella serata d’apertura del 7 febbraio. Non si sono voluti, infatti, ricordare solamente grandi della musica scomparsi come Claudio Villa (la cui morte, proprio il 7 febbraio del 1987, fu annunciata da Pippo Baudo) o di Luigi Tenco, omaggiato egregiamente e in maniera sentita da Tiziano Ferro, ma anche quegli eroi invisibili e quotidiani (cui è stato dedicato lo slogan di “tutti cantano Sanremo”) che danno la vita per gli altri tutti i giorni.
Ed è per questo che all’Ariston, dopo l’apertura in grande stile del cantante di Latina, è stata la volta da protagonisti di tutti gli esponenti delle forze dell’ordine e delle forze armate in vari campi (Guardia di Finanza, Soccorso Alpino, Croce Rossa, Protezione Civile, Vigili del Fuoco). Alcuni loro rappresentanti hanno raccontato esperienze forti ed emozionanti di quando si sono trovati a portare aiuti nelle aree terremotate. Estrarre persone vive sotto la neve, promettere a padri e madri che si sarebbero salvati i loro figli, portare del latte a dei bimbi per farli sopravvivere e sfamarli laddove le condizioni climatiche e di viabilità impossibilitavano ogni forma di circolazione o di comunicazione, con di fronte “uno scenario desolante” che si apriva davanti ai loro occhi, è qualcosa che è difficile descrivere a parole se non con il motto che è la loro regola ferrea da seguire come una legge inconfutabile: non mollare mai. Storie commoventi di uomini, ma anche di cani come il labrador che era tra di loro. Per loro sono sinergia ed umanità le parole chiave e questo “impegno civile” della kermesse canora continuerà anche nelle prossime puntate con Carabinieri e Polizia presenti. Intanto, in questa prima iniziale, a ribadire questo ruolo impegnato del Festival è intervenuto anche Raoul Bova a parlare del suo Progetto Sorriso (con il coinvolgimento della Nazionale Cantante a supporto e sostegno di questa causa benefica) dell’Associazione “Io ci sono Onlus” per creare un centro polifunzionale ad Amatrice. Finora i fondi sono stati trovati e forse presto si potrà partire attivamente con la sua costruzione dato il budget ormai stanziato; dopo sarà la volta di Accumuli e Arquata, cui si vuole ugualmente pensare perché anche lì c’è tanto bisogno di “ripartire”.
Ma non è solo questa la venatura solidale di Sanremo. Il Festival si tinge di sociale anche con l’altra importante campagna “Ma Basta”: movimento dal basso contro il bullismo capitanato e presidenziato da un adolescente di 16 anni, così come a presentarlo sono stati due suoi coetanei (Giorgio e Francesca). Si tratta di un progetto per debullizzare le classi a scuola e impedire ogni atto di bullismo; ma l’invito a denunciare e non avere paura di confessare qualsiasi forma di sopruso subito è riconducibile anche al cyber-bullismo, ha voluto precisare Conti. Tre i messaggi che i due ragazzi hanno voluto rivolgere: un appello alle vittime a parlarne anche con un amico; a genitori e docenti a stare vicini ai bullati; a tutti ad intervenire per dire basta. Non si tratta, infatti, di episodi trascurabili poiché possono indurre anche al suicidio (come volte accade, non ultimo ad esempio alla giovane Valentina, che si voleva buttare dalla finestra e salva per miracolo). Stop alla violenza fisica o psicologica. Se, al contrario, non si potrà mai dire basta alla musica e a Sanremo, a rafforzare e rincarare la dose contro ogni tipo di vessazione che violi la privacy, l’integrità fisica o morale della persona, è stata la presentatrice di calcio Diletta Lotta. Vittima di un atto illegale di appropriazione illecita di materiale personale, alcune sue foto private infatti le sono state rubate, messe in rete e diffuse senza scrupoli. Dopo lo sconcerto iniziale, ha deciso di reagire e denunciare. Se la sua presenza anticipa quella del capitano della Roma, Francesco Totti, nella seconda serata, la Lotta ha voluto ringraziare il conduttore definendolo, con una metafora calcistica appunto, “un presentatore che dribbla come Messi, segna come Cristiano Ronaldo, ha la forza di Ibrahimovic”.