Esce Monte di Amir Naderi: il trionfo della fede sull’impossibile

montePresentato fuori concorso alla 73° edizione del Festival Internazionale del Film di Venezia, vincitore del Premio Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker 2016, selezionato al MoMa di New York, torna a far parlare di sé Amir Naderi, con un film di grande effetto e risonanza per l’impatto delle tematiche. Il regista iraniano famoso per il suo don’t give up again “urlato” costantemente, fissa così un ulteriore tassello importante della sua carriera, stavolta girando interamente in Italia e con un cast tutto italiano.
Monte racconta la storia di Agostino, un contadino poverissimo che vive con la moglie e un figlio adolescente ai piedi una montagna, in un clima e in un ambiente circostante così avversi e inospitali da essere ritenuti maledetti, funesti e portatori di morte. Discriminato, perseguitato, spoglio in un primo momento anche degli affetti, nella più totale disperazione e solitudine, decide, spinto da una grande rabbia, di dare un nuovo senso alla sua esistenza, conducendo una lotta smisurata contro la montagna, nel folle tentativo di distruggerla a picconate.
Tutto il film è rabbioso, onesto, commovente ed immensamente umano, capace di sgretolare le barriere sentimentali dello spettatore che resta pertanto nudo con se stesso ad interrogarsi sul proprio essere e sull’opportunità di sfida senza arrendersi mai. L’uomo non accetta passivamente un destino inesorabile, combatte e “grida” la volontà di superare i propri limiti e le proprie paure, con coraggio e fede incrollabili, per ottenere un risultato di carattere “universale”.
Vincente la scelta dei protagonisti, dotati di grandissima espressività comunicativa visiva e non, e che trasmettono un forte messaggio all’attonito spettatore attraverso atteggiamenti di sofferenza vissuta, impressa anche sui propri corpi, dialoghi serrati ed essenziali, sullo sfondo di uno scenario nel quale i suoni, le luci e i colori assumono un ruolo preponderante.
Monte è questo…un viaggio spirituale, sociale, quasi escatologico dell’essere umano che con tenacia oltre misura ricorda le proprie radici, nello sconforto non si inabissa mai nella rassegnazione, anzi lotta sorretto dalla fede, dissolve le tenebre e rivede la luce carica di speranza, una nuova possibilità di vita.

Federica Zene

Radio Rock on air il 24 novembre con il “Freddie Mercury Day”

freddy-mercuryUn tributo di un’intera giornata per il 25° anniversario della morte del frontman dei Queen, con approfondimenti, brani in alta rotazione e cover inedite di vari artisti

Freddie Mercury l’icona del rock. Freddie Mercury l’artista istrionico da ovazione negli stadi. Freddie Mercury il compianto genio, volato via troppo presto. Radio Rock 106.6 non poteva esimersi dal tributarlo nel giorno in cui ricorrerà il 25° anniversario della prematura morte.

L’emittente romana ha infatti organizzato il “Freddie Mercury Day”: uno speciale omaggio che andrà in onda dalle 07:00 alle 24:00 di giovedì 24 novembre. La giornata si articolerà con approfondimenti sull’intera vita – artistica e non – del leader dei Queen; brani in alta rotazione, selezionati dalla sua intera discografia; cover realizzate e registrate per l’occasione da diversi artisti molto apprezzati sulle frequenze di Radio Rock.

Si alterneranno infatti, durante tutto l’arco del “Freddie Mercury Day” le peculiari rivisitazioni di Andrea Ra, The Castaway, KuTso, 3chevedonoilrE, Alessandro Corsi, Giancane ed Ilenia Volpe.

Independent Label Market. 1^ edizione di musica indipendente

monkLa musica indipendente si fa strada nella Capitale. L’evento organizzato da Strawboscopic e Lady Sometimes Records – di cui Doc Servizi e KeepOn sono partner – in collaborazione con ILM London e il patrocinio di AIM (Association of Independent Music), è la prima edizione italiana (e romana!) di Independent Label Market, evento che riconosce la maturità raggiunta dalla scena indipendente nazionale.
Mercato per aficionados dell’indie, momento per fare rete e nuove scoperte tra gli addetti ai lavori e occasione per nuove uscite e ristampe ad hoc, ma anche una gran bella festa per celebrare i risultati ottenuti negli ultimi anni.
La partecipazione all’evento Independent Label Market: Rome offre inoltre la possibilità di accesso privilegiato agli altri eventi del circuito internazionale ILM.

I ragazzi della Filiale Doc Servizi Roma saranno presenti al corner dedicato mentre Federico Rasetti terrà 2 talk nel pomeriggio di 50 min. ciascuno (i talk sono previsti dalle 14:00 alle 20:00) relativi a:

★ Doc Live
Suonare in regola conviene! Progetti concreti per
la diffusione della legalità nello spettacolo dal vivo

★ Circuiti di KeepOn LIVE
12 anni di best practice per la
musica dal vivo in Italia e in Europa.

E se ancora non bastasse, anche un live acustico
dei MISGA, band di Freecom Music
LINE UP E ORARI DELLE PERFORMANCE
14.00 : MISGA
14.30 : TREESTAKELIFE
15.00 : L’IPOTESI DI ASPEN
15.30 : VALENTINA VALERI & BAND
16.00 : MCFLY’S GOT TIME
16.30 : CHIARA MONALDI
17.00 : RUMOREROSA
17.30 : TEDDY BEAR AND PALMA
18.00 : DAVID BORIANI
18.30 : JOHNNY DALBASSO
19.00 : WEIRD.
19.30 : LIVIA FERRI
20.00 : MARY IN JUNE
20.30 : LAGS
.
21.00 : STRATI ROME DJ SETS
STRATI SESSIONS PRESENTS
VALERIO GOMEZ DE AYALA & DE-MONIQUE ROME

TALK
15:00 – 16:00 Editoria e web con Rockit
16:00 – 17:00 Legalita’ e musica con Doc Servizi
17:00 – 18:00 Musica dal vivo con Keepon e Fattore C
18:00 – 19:00 Tutela degli artisti indipendenti con Soundreef e SMart
19:00 – 20:00 Introduzione al corso in radiofonia di Radio Rock

Al Romaeuropa Festival Music for Solaris, concerto per musica e immagini

ben_frostUn cult della fantascienza, tre giganti della sperimentazione elettronica: è Music for Solaris, concerto per musica e immagini nato dalla collaborazione di Ben Frost e Daníel Bjarnason con Brian Eno, presentato dal Romaeuropa Festival con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia in data unica domenica 20 novembre all’Auditorium Parco della Musica.

Tutto nasce dal celebre film di Andrej Tarkovskij Solaris a sua volta basato sull’omonimo romanzo di uno scrittore visionario come Stanisław Lem. È da qui che sono partiti l’australiano Ben Frost, uno dei più incredibili talenti e degli indiscussi protagonisti della scena elettronica contemporanea, capace di spaziare dal minimalismo classico al punk rock e al post-industrial; Brian Eno, padre indiscusso della musica ambientale e uno degli esponenti più autorevoli del minimalismo americano; Daníel Bjarnason, compositore versatile che può vantare collaborazioni con le orchestre più prestigiose e con artisti del calibro di Sigur Rós.

Il viaggio dello psicologo Kris Kelvin, protagonista di Solaris, diviene nelle loro mani un affondo nei contrasti della psiche umana, quasi a porre l’accento su quella volontà di Tarkovskij di eliminare il più possibile dal suo film gli elementi caratteristici del genere fantascientifico, e creare un paesaggio familiare, immediatamente riconoscibile dallo spettatore.

L’esecuzione musicale di Frost (chitarra elettronica e laptop), Bjarnason (direzione orchestrale e piano preparato) e, per l’occasione, dell’Orchestra di Santa Cecilia, procede in parallelo alle elaborazioni video di Brian Eno e Nick Robertson che utilizzano immagini tratte dal film ritagliandone i volti degli attori o distorcendole in colori astratti. Un invito a porci all’ascolto del nostro stesso io perché, come titola il primo brano di Music for Solaris: We don’t need other worlds, we need mirrors.

Programma di sala a cura di Federico Capitoni

La musica d’ambiente ne ha fatta di strada da quando la sua era una mera funzione: stare sullo sfondo e accompagnare altre attività. Oggi è un genere musicale autonomo. Il complice maggiore di tale emancipazione è Brian Eno, che adesso può vedere in che modo i suoi successori siano stati capaci di portare l’idea di ambient music a interessanti conseguenze. Uno di questi è proprio Ben Frost, artefice di un personale stile che ingloba negli insegnamenti di Eno l’impiego del noise (il rumore è stato recuperato di recente come importante fonte sonora) e un minimalismo rarefatto di matrice nordica (discendente direttamente dalle esperienze di Björk e dei Sigur Rós). Questa impronta acustica si adatta benissimo a sostenere l’immaginario pensato da Andrej Tarkovskij in Solaris (1972), capolavoro del cinema di fantascienza russo ben all’altezza del romanzo di Stanisław Lem – che rappresenta dal canto suo una delle vette di tutta la letteratura polacca – dal quale è tratto.

In un film che più che il futuro indaga gli aspetti psicologici del rapporto con sé stessi, la tecnologia è assodata, non vengono esibiti battaglie spaziali, raggi laser o computer parlanti. Anzi, sembra che tutto il sapere scientifico accumulato e messo in campo sia assolutamente insufficiente a spiegare esattamente cosa stia accadendo: l’ipotesi è che l’oceano gelatinoso che avvolge Solaris sia una sostanza pensante in grado di restituire in forma plastica e vivente i pensieri archiviati nella memoria di chi gli si avvicina. Sicché l’accento è spostato sull’inquietante interrogativo riguardante le capacità della mente e la virtualità quale termine medio tra realtà e illusione. La traduzione audiovisiva di questo incubo («miracolo crudele») è pensata da Ben Frost, Daníel Bjarnason, Brian Eno e Nick Robertson, come un unicum. La musica si muove in modo analogico rispetto alla deformazione dei fotogrammi presi dal film: i volti in primo piano dei protagonisti con gli occhi quasi sempre sbarrati vengono stravolti e disintegrati attraverso un generatore di distorsione che lascia poi solo un vivo colore. Lo stesso avviene anche per il quadro di Bruegel, Cacciatori nella neve, presente sulla base spaziale come testimonianza della civiltà terrestre e sui cui dettagli – emblematici del nostro pianeta e particolarmente rimembranti la Russia, visto il paesaggio bianco – la camera di Tarkovskij indugia molto durante la scena della levitazione. La scrittura orchestrale, che rappresenta l’aspetto musicale “terrestre” (così come quel Bach infuso di elementi sintetizzati da Artém’ev, il compositore della musica originale del film), si mescola così all’elettronica, che fin dalla sua apparizione è stato l’espediente sonoro preferito per evocare lo spazio, il mezzo principale per caratterizzare il suono della fantascienza. Nell’elettronica c’è idea del progresso tecnologico, ci sono i suoni inauditi e c’è la possibilità tecnica di lente mutazioni, quasi a figurare le distanze cosmiche misurate in anni luce, ossia un’eternità per un terrestre.

Allora nello spazio siderale – che è messo in relazione con il nostro spazio interiore – raccontato da Music for Sólaris, tutto avviene con estrema lentezza: i tempi delle trasformazioni sono dilatati; i suoni sono lunghi, tenuti, procurati non solo dagli archi o dagli innesti elettronici, ma anche dalla chitarra di Frost, che usa il suo strumento come un più ampio dispositivo di ricerca degli effetti acustici, rendendola ponte – o specchio? – tra i due mondi.

Addio a Leonard Cohen, fonte d’ispirazione che raccontò la vita

morto-leonard-cohenHa raccontato la vita e ispirato numerose generazioni. Leonard Cohen è morto a ottantadue anni, in questo 2016 che ha visto la consegna del premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan e, contemporaneamente, la scomparsa di Dawid Bovie e Prince. Le sue non erano solo “canzonette” e non volevano essere tali. Anche per questo forse non ha avuto la popolarità di Dylan e Bowie ma chi lo ha conosciuto nell’adolescenza, attraverso indimenticabili canzoni, non lo ha più abbandonato. Ha raccontato i sentimenti, ha raccontato la vita. È stato un vero poeta in musica, come altri, come Fabrizio De Andrè o come Dylan, forse più di Dylan. Non capita spesso a questo blog di occuparsi di quella che viene definita con un tono quasi spregiativo “musica popolare”, ma quella che vi proponiamo è una tra le più belle canzoni (forse la più bella) di Cohen. È la storia di un amore complicato che, però, non è mai finito. Quando la Marianne a cui è dedicata è scomparsa lo scorso mese di agosto lui significativamente la celebrò così: “Ti ho sempre amato per la tua bellezza e per la tua saggezza ma non serve che io ti dica di più poiché lo sai già. Adesso voglio solo augurarti buon viaggio. Addio vecchia amica, amore infinito. Ci vediamo lungo la strada”. Ha mantenuto la promessa.

Antonio Maglie
Blog Fondazione Nenni

So long, Marianne

Vieni pure alla finestra mio piccolo tesoro,
Mi piacerebbe provare a leggerti il palmo.
Pensavo di essere una specie di zingarello
Prima di lasciare che tu mi portassi da te.

E ora addio, Marianne, è ora che ricominciamo
A ridere e piangere e piangere e ridere di tutto quanto ancora

Beh, lo sai che adoro vivere con te,
Ma mi fai dimenticare talmente tanto
Mi dimentico di pregare per gli angeli
E poi gli angeli dimenticano di pregare per noi.

E ora addio, Marianne, è ora che ricominciamo
A ridere e piangere e piangere e ridere di tutto quanto ancora

Quando ci conoscemmo eravamo quasi giovani
Nel cuore del parco verde di lillà
Ti aggrappavi a me come fossi un crocefisso
Mentre andavamo carponi attraverso il buio.

E ora addio, Marianne, è ora che ricominciamo
A ridere e piangere e piangere e ridere di tutto quanto ancora

Le tue lettere dicono sempre che mi sei accanto ora
Perché allora mi sento solo?
Sono in piedi su un cornicione e la tua fine tela di ragno
Assicura la mia caviglia a una pietra.

E ora addio, Marianne, è ora che ricominciamo
A ridere e piangere e piangere e ridere di tutto quanto ancora

Per ora ho bisogno del tuo amore nascosto
Sono freddo come una lametta appena scartata,
Te ne sei andata quando ti ho detto che ero curioso
Non ho mai detto di essere coraggioso.

E ora addio, Marianne, è ora che ricominciamo
A ridere e piangere e piangere e ridere di tutto quanto ancora

Oh, sei davvero così bella,
Vedo che te ne sei andata e hai cambiato nome di nuovo.
E proprio ora che ho scalato tutta la montagna
Per lavare le palpebre sotto la pioggia!

E ora addio, Marianne, è ora che ricominciamo
A ridere e piangere e piangere e ridere di tutto quanto ancora.

Il Giuoco delle Parti. Pirandello di scena
al Teatro Eliseo di Roma

umberto-orsiniIl Giuoco delle Parti è una commedia nera che il grande drammaturgo siciliano Luigi Pirandello ha scritto nel 1918.

Originariamente la vicenda vede tre personaggi principali: il filosofo cinico Leone Gala, sua moglie Silia e l’amante di lei Guido Venanzi. Leone Gala si è pacificamente separato da Silia ma ad una condizione: che possa farle visita ogni sera, per mantenere di fronte all’opinione pubblica il suo ruolo di marito.

Col passare del tempo questo accordo si rivela insopportabile a Silia che confida all’amante il desiderio di volersi sbarazzare del marito la cui presenza-assenza le è diventata insostenibile. Il casuale irrompere nella casa di lei di un gruppo di ubriachi che, scambiandola per Pepita – prostituta d’alto bordo che riceve nell’appartamento affianco – tentano di farle violenza, senza però riuscirci, le offre un pretesto inatteso grazie al quale potrebbe mettere a repentaglio la vita del marito trascinandolo in un duello.

Alla notizia del fatto Leone appare tranquillo, ha capito il giuoco di sua moglie e del suo amante: “triste cosa, mio caro, quando uno ha capito il gioco” dirà Leone a Guido. E quindi se Leone formalmente accetterà il duello con l’offensore della moglie Silia, alla fine, grazie alla sua incrollabile dialettica ed al suo nichilismo, riuscirà a sottrarsi al complotto ordito dalla moglie e dall’amante trasformandosi da vittima in carnefice. Sarà dunque Guido a doversi battere…

Pirandello aveva scritto una commedia nera, dove matrimonio, tradimento, onore e omicidio si inseguivano in una logica successione. La novità dell’allestimento che abbiamo trovato al Teatro Eliseo sta nell’aver immaginato un futuro per Leone Gala dopo quel tragico avvenimento. Lui, uomo di lettere costretto a macchiarsi di un delitto, non riesce a liberarsi dal suo passato e, in un ospedale psichiatrico, rivive con una serie di flashback tutta la vicenda come un ammasso di ricordi, di ricostruzione dei fatti dal punto di vista di chi è sopravvissuto.

Nell’opera in atto unico in scena al Teatro Eliseo di Roma troviamo un bravo Umberto

Teatro comunale di Narni UMBERTO ORSINI "Il Giuoco delle Parti" di Luigi Pirandello con Alvia Reale, Michele Di Mauro, Flavio Bonacci .Regia Roberto Valerio Scene Maurizio Balò Costumi Gianluca Sbicca Light designer Pasquale Mari

Orsini nei panni di un Leone che si dibatte fra i fantasmi che popolano una mente in cui il tempo batte i suoi colpi rimbalzandoli confusamente dal passato al presente e viceversa. Su discreti livelli la recitazione di Alvia Reale, che ci presenta una Silia meno superficiale, più capricciosa, più virago, più vicina nei caratteri alla novella – intitolata “Quando si è capito il giuoco” – con cui Pirandello aveva inizialmente approcciato la vicenda. Anche Totò Onnis appare capace di restituirci un ritratto di Guido Venanzi piuttosto inedito: invece che essere completamente dominato dai due, appare qui un uomo prudente, ma non così tanto da evitare un errore che gli sarà fatale. Nel complesso su livelli accettabili la recitazione di tutti e sei gli attori presenti sul palco.

La scena si apre con le luci soffuse: ci troviamo in quella che ora è la casa di Silia, un paio di tavolini, un letto, alcune sedie, un grande lampadario, una sedia a rotelle su cui il protagonista rimugina sul passato; la voce fuori campo di Leone ci guida nel ricordo; ma con alcuni rapidi cambiamenti scenici, quello stesso ambiente si compone e si scompone per portarci ora nella stanza di ospedale di Leone ed ora nella piccola casa dove si era rifugiato dopo essersi separato dalla moglie. I costumi sono scuri, spenti, tristi come triste è la vicenda; le musiche sono di impatto e pian piano la marcia nuziale si trasforma in marcia funebre…

L’inferno del matrimonio è qui reinterpretato con tratti misogini, in un’ottica vicina al teatro del drammaturgo svedese Strindberg, dove l’abisso morale dei protagonisti si alterna al gioco dialettico che ha quasi sempre guidato la lettura di questo testo: “ai margini dei precipizi, sui limiti dei burroni, senza avere la minima paura di cadere, come era bella la mia vita. E come è diventata quando il matrimonio ci ha fatto cadere giù, sempre più giù, in questo inferno” dirà Leone.

Si tratta comunque di un allestimento complesso, considerati i profondi riflessi psicologici e la tecnica del flashback utilizzata e, per poterlo apprezzare al meglio, lo spettatore deve approcciarlo con un minimo di preparazione preventiva su trama e personaggi. Consigliato a chi ami approfondire i classici. Al Teatro Eliseo di Roma fino al 20 novembre.

Al. Sia.

The Lion King. Magia
al Palco delle Favole
al Teatro del Torrino

the-lion-kingA partire dal 6 fino al 27 novembre, per tutte le domeniche del mese, il Palco delle Favole ospiterà il suo secondo fantastico appuntamento: “The Lion King”.
Lo spettacolo, in scena, come sempre, alle ore 16:00, è curato nei minimi dettagli dal regista Luca Pizzurro, che, recentemente, è stato insignito di un grande riconoscimento per lo spettacolo teatrale “Je m’en fous”, il prestigioso Premio Fersen alla regia, che gli verrà consegnato il 25 novembre al Piccolo Di Milano.
The Lion King sarà curato dalle coreografie del grande ballerino Andre De La Roche connubio nato con il regista proprio grazie alla stessa passione: “rendere il teatro un’esperienza unica ed irripetibile”!
È una commedia musicale che sicuramente tutti conosciamo: la storia di Simba, un giovane leone che dovrà prendere il posto di suo padre Mufasa come re. Tuttavia, dopo che Scar, lo zio di Simba, uccide Mufasa, il principe deve impedire allo zio di conquistare le Terre del Branco e vendicare suo padre. La lotta per il potere, la perdita degli affetti e la fiducia nella vittoria del bene sul male sono alcune delle tematiche a cui lo spettacolo avvicina i ragazzi, in una narrazione che appassiona grandi e piccini.
Divertirsi e commuoversi con Simba, Timon, Pumbaa e tutti i personaggi di una favola che non conosce limiti di età e che sarà in scena al Teatro del Torrino per tutte le domeniche del mese di novembre. Ma questo è solo uno dei molteplici appuntamenti che ci accompagneranno per tutto l’anno fino a maggio, dove verranno messe in scena le favole più famose della Walt Disney e non solo!
Potremmo assistere ad una stagione teatrale fatta di commedie musicali di grande valore artistico e sociale, rappresentate da canzoni e coreografie, che faranno di questi spettacoli una stagione memorabile ed unica nel suo genere.
Seguiranno le fantastiche storie di La Bella e la Bestia, Tarzan, La Sirenetta e tanti altri, ad un costo contenutissimo di soli 8 euro. Per tutte le domeniche del mese, quindi, sarà possibile trascorrere una giornata in “buona compagnia” con gli attori del Teatro del Torrino, che regaleranno due ore di buon teatro, non deludendo, da sempre le aspettative di grandi e bambini.

“Altri tempi, altri miti”.
La Quadriennale
torna a Roma

cristiana-perrella-la-seconda-voltaDopo otto anni di pausa la Quadriennale torna a Roma, con il titolo “Altri tempi, altri miti”. Al Palazzo delle Esposizioni fino all’8 gennaio 2017 sarà possibile ammirare una importante selezione di opere di arte contemporanea. La mostra presenta 99 artisti con 150 opere tutte recenti, molte realizzate per l’occasione, che sono raggruppate in 10 sezioni espositive. Il percorso espositivo è libero e il visitatore – a partire dalla rotonda centrale, che durante la mostra sarà animata da performance, incontri, proiezioni che sono parte integrante dei progetti espositivi di molti curatori – può iniziare la propria esperienza di visita da una qualsiasi delle sezioni espositive.

La 16a Quadriennale è concepita come una mappatura mutevole delle produzioni artistiche e culturali dell’Italia contemporanea e ognuna delle dieci sezioni espositive approfondisce un tema, un metodo, un’attitudine, una genealogia che connota i progetti artistici.

Si può ad esempio partire da Periferiche, un progetto dedicato ad otto artisti che hanno scelto di lavorare nella “periferia” italiana, intendendola non più come un luogo di ritardo culturale, bensì come postazione, etica e poetica, per le proprie ricerche. E qui ci colpisce, tra le altre opere, “Listening is making sense”, una scultura musicale di Michele Spanghero, una composizione in cui le assi di legno sono usate come veicoli vibranti di suoni. Una scultura apparentemente silente: l’unico mezzo per entrare in contatto con il suono che emana è toccare la struttura stessa. Forse una metafora dell’isolamento contemporaneo.

La mostra Cyphoria – neologismo composto da Cyber e Dysphoria – analizza l’impatto dei media digitali su vari aspetti della vita, dell’esperienza, dell’immaginazione e del racconto. Qui ci è particolarmente piaciuta l’opera di Federico Solmi “The father of this Nation (Giulio Cesare)”, che si inserisce in una serie di composizioni molto originali di questo artista, a metà tra il tradizionale ed il contemporaneo. Nel caso specifico si tratta di una installazione video che riproduce in forma ironica la marcia trionfale di Giulio Cesare, contestualizzata in un frame pittorico dai colori molto allegri ed altrettanto ironico.

Di assoluto interesse è anche la sezione La democrazia in America, che invita ad approfondire alcuni aspetti della storia dell’Italia contemporanea attraverso una rilettura del pensiero di Tocqueville. In questa sezione ci ha colpito l’opera di Adelita Husni-Bey dal titolo “Agency – Giochi di Potere”. Un racconto video del2014 in cui alcuni ragazzi si cimentano con la costruzione di un nuovo modello sociale: a fare da sfondo sono le relazioni di potere tra caste in una società di tipo contemporaneo.

denis-viva-perifericheNella mostra La seconda volta,  troviamo un nucleo di autori accomunati da un interesse per l’uso di materiali densi di storie già vissute che reinterpretano in insospettabili combinazioni, secondo una poetica della trasformazione. Il nostro interesse è stato catturato da Lara Favaretto con il  trittico dal titolo “032-212”: l’artista trevigiana dovrebbe proseguire in questa sperimentazione che sembrerebbe avere notevoli potenzialità.

Entro metà novembre saranno proclamati l’artista vincitore assoluto della sedicesima Quadriennale, a cui andrà un premio da 20.000 Euro, e, grazie al contributo della famiglia Illy, con 15.000 Euro l’artista under 35 che con il proprio lavoro avrà espresso una particolare freschezza espressiva nel panorama delle tendenze del contemporaneo italiano.

Nel complesso l’esposizione Quadriennale segna un grande ritorno culturale per Roma, ed il merito va in primis al presidente della Fondazione La Quadriennale Franco Berbabè per aver fermamente creduto nel progetto. Una buona notizia per una città ultimamente agli onori delle cronache con notizie non sempre positive. Da visitare per chi abbia voglia di rileggere la realtà con altri occhi.

Al. Sia.

Shakespeare al Quirino
di Roma con la tragedia
di Amleto

siano

La “Tragedia di Amleto, Principe di Danimarca” è una delle più note opere di Shakespeare, scritta nel 1600 ed ancora attualissima. In essa si narra la vicenda di un giovane principe, a lutto per la prematura perdita del padre. La depressione si trasforma in lucida follia quando Amleto scopre che la morte del padre non è avvenuta per cause naturali ma per la mano crudele dello zio Claudio. Questi, bramando il regno e la regina Gertrude, avvelena il fratello mentre dorme in giardino, versandogli nell’orecchio un veleno mortale a base di giusquiamo. Poco dopo Claudio si sposa con Gertrude e diventa re di Danimarca. La brutale verità viene svelata ad Amleto da uno spirito che ha assunto le sembianze del padre defunto. Ma Amleto non sa se quello spirito sia davvero il padre oppure un demonio venuto a seminare odio. Decide così di approfittare dell’arrivo a corte di una compagnia di attori teatrali per smascherare lo zio: Amleto chiede agli artisti di inscenare una tragedia dalla trama molto simile alle tristi vicende che hanno interessato la sua famiglia. Durante la rappresentazione il re Claudio si adira e chiede che l’opera venga interrotta. Amleto ora è certo che lo zio sia un assassino ed usurpatore. Decide di passare all’azione ma, per uno sfortunato destino, uccide il ciambellano Polonio invece dello zio. Intanto Claudio, dopo la rappresentazione, è alle prese con la sua coscienza eppure non riesce a pentirsi, anzi sfrutta la sete di vendetta di Laerte, figlio di Polonio, per cercare di togliere definitivamente di scena Amleto. Ne segue un duello serrato, con un finale amaro per tutti.

La rappresentazione in due atti al Teatro Quirino si apre con l’apparizione dello spirito ad Orazio,  amico fidato di Amleto. La nebbia e l’oscurità avvolgono i protagonisti. Progressivamente il racconto si sviluppa, in un contesto scenografico stilizzato, che richiama ora il cortile interno ora un grande salone del palazzo reale. I costumi sono contemporanei e raffinati, le musiche sono presenti nella parte iniziale del dramma ed accompagnano con discrezione la rappresentazione. Le luci ed i colori di scena ben si coordinano con le varie fasi dell’opera.

La traduzione e l’adattamento del testo originale sono perfetti. L’Amleto che troviamo al Quirino è leggermente tagliato – durerebbe altrimenti più di quattro ore – ma fedele, non alterato, con una traduzione atta a esaltarne tutte le possibilità poetiche, ma in una prosa semplice, scorrevole, di facile comprensione, e con una messa in scena e una recitazione che si propongono di essere vicine al nostro mondo.

Molto positiva la prova di Daniele Pecci, nei panni di Amleto, così come quella di Maddalena Crippa alias Gertrude, e complessivamente su ottimi livelli la performance di tutti i 14 attori presenti sul palcoscenico. Da segnalare il realismo del duello finale tra Laerte ed Amleto.

Dunque il testo ci pone davanti Amleto, un uomo, solo. Solo con la sua coscienza. Essere o non essere? Dar seguito alla verità rivelata dallo spettro e vendicare il padre oppure adagiarsi, conformarsi ed aspettare la morte dello zio per ereditare il regno, essendo lui il principe designato?

Ma dinanzi allo stesso dilemma sono posti anche Claudio e Gertrude. Il primo assetato di ricchezza, potere, amore terreno, la cui anima non è incline al pentimento ma a manipolare gli altri: proverà a far passare Amleto come pazzo con il fine di allontanarlo, imbrigliarlo, eliminarlo. E Gertrude, traditrice, connivente forse complice di Claudio, che ad un certo punto riconosce, ma solo per un secondo, che guardandosi dentro vede nella propria anima macchie nere e profonde che non si cancellano.

A contornare questi caratteri, troviamo altri personaggi, pure attualissimi. Dal ciambellano Polonio, uomo di corte, fin troppo zelante ed asservito al potere. Ai compagni di gioventù di Amleto, falsi amici, spie nelle mani di Claudio. Ad Ofelia, figlia di Polonio ed oggetto un tempo dell’amore di Amleto, che mantiene una sua purezza e che, forse intuendo la verità, prima impazzisce e poi si suicida una volta venuta a conoscenza della morte del padre. A Laerte, figlio di Polonio, combattente fiero e con il senso dell’onore, ma proprio per questo altamente manipolabile da un uomo senza scrupoli come il re Claudio.

La Tragedia di Amleto rappresenta caratteri universali e, in fondo, è uno specchio dell’uomo moderno.  Come sottolinea il protagonista e regista Daniele Pecci “L’Amleto di Shakespeare è il testo teatrale più importante dell’era moderna. Vi è in esso un’analisi profonda dell’umano sentire, in rapporto alle problematicità del vivere quotidiano. Meglio di chiunque altro, e soprattutto per primo, Shakespeare è riuscito a raccontare le infinite contraddizioni dell’essere umano, di fronte all’impegno che questo deve assumersi per poter anche semplicemente stare al mondo; affrontare il futuro, il destino, l’amore, le ingiustizie, le controversie, il dolore, la perdita. In esso sono ben dosate le rappresentazioni del mondo grande – lo Stato, i grandi destini e temi dell’umanità – e il microcosmo familiare dei sentimenti più intimi e segreti”.

La follia di Amleto, lucida o meno, permette certamente di indagare al meglio la natura umana. Un classico da non perdere, soprattutto per chi non abbia mai assistito ad una rappresentazione dell’Amleto. Al Teatro Quirino di Roma fino al 30 ottobre.

Al. Sia.

Sala Umberto: Le Bal,
il ballo come storia dell’Italia dal 1940 al 2001

le-bal-fotoAl Sala Umberto di Roma è di scena Le Bal, un fortunato format francese di Jean-Claude Penchenat con il quale si racconta la storia del nostro Paese dal 1940 al 2001, dall’inizio della seconda guerra mondiale al crollo delle torri gemelle.

Due momenti drammatici che segnano l’inizio e la fine di un lungo periodo, narrato attraverso musiche e canzoni, italiane e non, che hanno caratterizzato la vita ed il costume della società. Si passa dunque da balli quasi dimenticati ma allegri e spensierati, come ad esempio il tip tap, al ballo moderno nel buio della discoteca, disordinato ed a tratti violento. Di buon livello la scelta delle musiche, dove ritroviamo Mina, Claudio Villa, Fred Buscaglione, Rita Pavone, Raffaella Carrà, Domenico Modugno, Adriano Celentano, Gianni Morandi, Luigi Tenco e Franco Battiato accanto a star internazionali come Marlene Dietrich, Gloria Gaynor, i Pink Floyd e i Rolling Stones.

La rappresentazione si svolge in due atti ed è un racconto senza parole, affidato quindi unicamente alla musica, al ballo ed alla forza comunicativa dei gesti degli attori. La scena è minimale, siamo all’interno di una balera. Lo si riconosce unicamente dalle otto sedie che all’apertura del sipario vediamo sul palco. Fanno il loro ingresso, una ad una, le donne, che si scrutano a vicenda, si ammirano, si temono, si prendono vicendevolmente in giro. Prendono posto sulle sedie ed ecco che arrivano gli uomini che le invitano a ballare, e anche qui possiamo scorgere diversi caratteri, diverse tipologie, diversi personaggi. Lo spettatore può così provare ad immedesimarsi e scegliere il “tipo” che forse più gli si avvicina.  Il ballo inizia a prendere forma, dapprima lento poi sempre più allegro e spensierato. Fin quando non fa la comparsa sulla scena il gerarca fascista, che consegna agli uomini la chiamata alle armi. Gli uomini vanno via, sulla scena restano le donne, in attesa. Ma anche chi resta a casa si impoverisce ed i costumi colorati e vivaci lasciano il posto ad abiti che sono poco più che stracci. Il rombo cupo dei bombardieri in lontananza diventa stridore e rumore assordante delle bombe che cadono in picchiata, gli uomini che pian piano tornano dalla guerra dopo l’armistizio, dapprima atterriti ed immobili, ritrovano la forza per cacciare l’invasore tedesco e riprendere a ballare. Ed ecco arrivare nuovi balli dagli Stati Uniti, come il rock & roll, qualcuno fatica a mettersi al passo con i tempi e ad accettare la novità. Ma il tempo passa e ci ritroviamo già agli anni Ottanta, con gli uomini politici sempre più al centro della scena, anche in discoteca. Arriva quindi Tangentopoli, che prova ad interrompere il ballo, ma senza successo. Il ballo continua e sopravvive nonostante tutto, però diventa sempre più alienante, sempre meno allegro, sempre più lo specchio della solitudine che in qualche modo si intreccia con le nostre esistenze. Fino ad arrivare alle Torri Gemelle, quando ancora una volta un evento drammatico segna le nostre anime, ma è anche occasione per far ritrovare al ballo un aspetto sociale, anche se non potrà più ovviamente essere quello dei decenni passati.

Alla fine applausi per i sedici attori presenti sulla scena, anche se lo spettacolo presenta a mio avviso aspetti positivi e negativi. Troppo lento nelle fasi iniziali, ripetuto troppe volte l’escamotage di far entrare in scena gli attori uno ad uno. Troppo caricaturale la rappresentazione dei periodi storici e la recitazione degli attori, soprattutto di quelli più vicini ai nostri giorni. A volte il ballo è sacrificato a favore di una recitazione muta la cui forza comunicativa è chiaramente inferiore. Scenografia praticamente inesistente ed affidata esclusivamente ad un gioco di luci: si sarebbe dovuto lavorare di più per inserire quanto meno sullo sfondo degli elementi, come ad esempio anche solo delle immagini stilizzate proiettate, che rendessero maggiormente decrittabile, soprattutto per il pubblico più giovane, il periodo storico e gli avvenimenti che lo caratterizzavano.

Molto bene i costumi. Bene le coreografie, la scelta delle musiche, l’energia e la forza espressiva dei giovani protagonisti espressa attraverso il ballo, che a mio avviso avrebbe dovuto conquistare spazi più ampi nell’ambito dell’opera. Nel complesso una creazione piacevole ma con margini di miglioramento, destinata ad un pubblico maturo e preparato, capace di leggere oltre la rappresentazione estremamente semplificata della realtà. Al Sala Umberto di Roma fino al 23 ottobre.

Al.Sia.