Daniele Gatti nominato direttore musicale del Teatro dell’Opera di Roma

daniele gattiIl sovrintendente Carlo Fuortes ha nominato il maestro Daniele Gatti direttore musicale del Teatro dell’Opera di Roma, con un incarico di tre anni fino al 31 dicembre 2021. Com’è noto il maestro era già legato al nostro Teatro da un impegno iniziato con il Tristan und Isolde (inaugurazione della stagione 2016-17), proseguito l’anno successivo con La damnation de Faust (12 dicembre 2017) e che ha visto il maestro Gatti aprire domenica sera la stagione 2018-19 del Teatro Costanzi con il Rigoletto. In futuro il nuovo impegno prevede la direzione di tre opere per ogni stagione, a partire dalla 2019-20.

La sindaca di Roma Virginia Raggi, presidente della Fondazione Teatro dell’Opera di Roma, ha sottolineato come “il prestigio dell’Opera di Roma, già accresciuto dall’impegno comune degli ultimi anni, venga aumentato dalla significativa presenza del maestro Gatti, riconosciuto come uno dei maggiori direttori d’orchestra nel panorama mondiale. Sono molto felice di questo suo ritorno nella nostra città e certa dell’ottimo lavoro che potrà svolgere al Teatro dell’Opera di Roma”.

“Sono contento e orgoglioso per questa nomina – ha dichiarato il sovrintendente Carlo Fuortes – perché completa il disegno di rinascita del Teatro dell’Opera di Roma per il quale mi sono impegnato all’atto della mia nomina quattro anni fa. La straordinaria carriera artistica di Daniele Gatti, i risultati da lui raggiunti nella direzione delle opere che gli abbiamo sinora affidato e il rapporto di fiducia reciproca che ha saputo creare con l’orchestra e con il coro mi rendono sicuro di aver compiuto la giusta scelta nell’interesse del Teatro. L’Opera di Roma nel corso degli ultimi anni ha conquistato una sempre maggiore stima da parte del pubblico e della critica. Merito del lavoro di squadra che tutto il Teatro ha svolto e degli artisti che sono venuti a collaborare con noi. A mantenere al suo eccellente livello la nostra orchestra e il nostro coro mancava la figura di un direttore di assoluto valore che potesse offrire ai musicisti un rapporto di continuità: Daniele Gatti saprà assolvere a questo compito egregiamente”.

“È un onore per me – ha dichiarato il maestro Daniele Gatti – poter accogliere questo nuovo incarico nel Teatro dell’Opera della capitale del mio Paese. Due anni fa, su invito del sovrintendente Carlo Fuortes, ho iniziato un percorso con i musicisti e con tutte le persone che lavorano in teatro, che ci ha dato grandi soddisfazioni. Abbiamo realizzato insieme due titoli come Tristan und Isolde e La damnation de Faust, che ha anche vinto il Premio Abbiati, e abbiamo appena inaugurato la stagione con un nuovo Rigoletto. Sono quindi particolarmente felice di poter intensificare il mio lavoro qui, e di legarmi a un teatro che si è recentemente distinto per l’altissima qualità dei suoi progetti e del lavoro di tutti coloro che sono chiamati a realizzarli”.

Le Villi, prima opera di Puccini, tra sinfonismo e satanismo

Le VilliPuccini scrisse la sua prima opera, Les Willis, poi divenuta le Villi a seguito di una revisione avvenuta qualche mese dopo, nel 1883, a soli 25 anni, poco dopo essersi diplomato al Conservatorio milanese, sotto il vigile e interessato magistero di Amilcare Ponchielli, il già famoso autore di Gioconda. Fu proprio Ponchielli a indirizzarlo al poeta scapigliato Ferdinando Fontana, amico di Arrigo Boito, musicista e soprattutto geniale collaboratore e librettista dell’ultimo Verdi. Puccini aveva fino ad allora scritto solo sinfonie, famoso il suo Capriccio sinfonico che gli servì come lavoro conclusivo del suo Conservatorio.

Fontana orientò il giovane Giacomo verso una strana e antica leggenda radicata nell’Europa centrale, soprattutto in Austria e in Germania, ricavata dal racconto di Alfonse Karr, scritto nel 1852, che a sua volta aveva preso spunto dal balletto Giselle, del 1841, musicato da Adolphe Aadam su libretto di Théophile Gautier. Si tratta di un racconto che descrive l’esistenza di figure ultramondane, les Willis, appunto, fantasmi, spiriti, streghe vendicative nei confronti dell’uomo che tradisce la sua donna e che viene punito appunto con la morte. Una sorta di acceso spirito femminista d’antan, il contrario del delitto d’onore, che avrebbe probabilmente portato a morte lo stesso Puccini e quasi tutto il sesso maschile presente ieri sera a teatro. Eppure questa suggestione aveva preso piede in quegli anni dell’ottocento, già nel Lago dei cigni d Tchaikovsky, nella Loreley di Catalani, in larga parte dei temi prediletti dalla Scapigliatura e nello stesso saggio di Einrich Heine sugli spiriti e i demoni in Germania.

Il tema dell’ultramondano è avvincente, d’altronde, e quando si sposa con una vendetta lo è di più. Anche perchè nel caso della trama dell’opera di Puccini, solo un’ora e dieci di durata (con intervallo tra i due tempi che rischia di durare di più e d’altronde paradossalmente é proprio nell’intervallo che la trama si sviluppa), l’amata tradita, Anna, muore d’amore, col fidanzato Roberto che s’invaghisce d’una ballerina mentre il padre di lei chiede vendetta e la ottiene al ritorno di lui proprio da les Willis. Tre soli gli interpreti, lei, lui e papà. Poi coro, ballerini e orchestra, che hanno largamente il sopravvento.

Dicevamo del giovane Puccini sinfonista. Questa risulta ancora la sua caratteristica mentre si accinge a scrivere lo spartito della sua prima opera. Due sinfonie all’inizio dei due atti, poi largo spazio alla musica che diventa elemento descrittivo e al ballo, presente sia nella scena del fidanzamento con coro (che noia quella serie eccessiva di Evviva, neanche fossimo alla festa del 2 giugno o del 25 aprile), sia in quella degli esseri satanici che vivono per affermare la vendetta sollecitata dallo spirito di Anna. Anche i due duetti, il primo d’amore, il secondo tra Roberto e il fantasma di Anna, con quel ridicolo “Mi tradisti, non venisti”, cacofonico assai come quel “Non dubitar” ripetuto ad libitum del primo, sono accompagnati da un intervento spesso di registro forte dell’orchestra. Più attenuata nel colore e nel tono la romanza di Roberto, “Torna a felici dì”, che Puccini aggiunse nel 1885, durante la rappresentazione scaligera dell’opera, e quella di Guglielmo, padre di Anna (una romanza da baritono risulta piuttosto originale nel teatro pucciniano).

L’opera di Puccini, rappresentata per la prima volta al teatro Dal Verme di Milano il 31 maggio del 1884, ebbe un esito alquanto felice. E questo nonostante il floop del Concorso Sonzogno, dove non venne nemmeno premiata tra le prime e la vittoria se l’aggiudicò proprio il reggiano Zuelli con la sua Fata del nord. Forse si trattò di un tranello giocato dall’editore Ricordi che poi si aggiudicò l’opera di Puccini e iniziò una collaborazione col musicista lucchese che sarà imperitura. Le Villi, col titolo originario di Les Willis, é subito esaltata dalla critica del tempo. Il più noto musicologo di quegli anni Filippo Filippi, su La perseveranza, scrive: “Le Willis entusiasmano. Applausi di tutto, tuttissimo il pubblico, dal principio alla fine. Si volle udire tre volte il brano sinfonico che chiude la prima parte e si è domandato tre volte il bis, non ottenuto, del duetto fra tenore e soprano, e della leggenda”. Solo Verdi è piú cauto, nel febbraio del 1885, annota: “Ho sentito a dir molto bene del musicista Puccini… Segue le tendenze moderne, ed è naturale, ma si mantiene attaccato alla melodia che non è moderna né antica. Pare però che predomini in lui l’elemento sinfonico! Niente di male. Soltanto bisogna andar cauti in questo. L’opera è l’opera: la sinfonia è la sinfonia, e non credo che in un’opera sia bello fare uno squarcio sinfonico pel sol piacere di far ballare l’orchestra”.

Che dire oggi a tanti anni di distanza, dopo avere conosciuto tutta la produzione pucciniana e dopo che l’opera è stata graziosamente deposta da decenni in soffitta? Al di la del moderno sinfonismo, del wagnerismo imperante, di alcune pregevoli intuizioni musicali, pensiamo che in quest’opera ancora non si intravveda Puccini. Non lo si scorge né nell’armonia, che resta pigra e senza respiro, né nella melodia, che quasi mai fuoriesce da una ricerca dell’orchestra che spesso si conclude con esplosione di timpani, di fiati e di grancasse. Puccini non c’è ancora, eppure il giovane Giacomo viene già descritto, più alla luce della sua prima opera, che non della seconda, Edgar, che ebbe solo una tiepida accoglienza, come il possibile successore di Verdi.

La nuova coproduzione dei teatri emiliani dell’opera di Puccini, che a Reggio Emilia si propone come Focus Puccini e che è stata preceduta da una buona Tosca, si regge sulla regia e scenografia di Cristina Pezzoli e Giacomo Andrico, dominata dall’idea del rapporto tra natura (la foresta nel primo atto con un fotografo che poteva anche tranquillamente essere omesso) e la morte (il secondo si svolge in un cimitero). Discutibili gli interventi parlati con statua bronzea (cosi appare) presente in scena neanche fossimo a Riace. L’orchestra Bartoletti (grande direttore ammirato più volte anche a Reggio), diretta da Pier Giorgio Morandi, ha offerto una buona prova, anche nei fiati, tradizionalmente gli strumenti più a rischio nelle orchestre d’opera. Sui tre protagonisti qualche annotazione. Anna Maria Piscitelli ha tratteggiato con efficacia l’amore e poi l’angoscia di Anna e anche la sua improvvisa trasformazione in personaggio impietoso post mortem, ma qualche difficoltà ha mostrato nel registro acuto. La nostra Elena Rossi, impegnata recentemente proprio in Edgar, non poteva essere una soluzione? Michele Kalmandy è stato un efficace Guglielmo Wulf, e la sua complicata romanza è stata affrontata con la necessaria sicurezza nonostante qualche problema di intonazione abbia mostrato soprattuto nel primo atto. Matteo Lippi, intonazione perfetta, tenore lirico o lirico leggero, ha affrontato una partitura scritta per tenore lirico spinto. L’opera è stata infatti cantata da Veriano Lucchetti e dallo stesso Domingo. Lippi è tenore che ha interpretato Rodolfo e Pinkerton, infatti. Ma oggi non si può pretendere il rispetto di queste diverse impostazioni vocali. Lippi ha cantato bene e sbagliato nulla. Con questi chiari di luna vuoi pensare a delle sottigliezze?

Mauro Del Bue

Una Tosca credibile in un Focus, Puccini l’ultimo grande operista italiano

puccini

Una premessa. Evviva regista e scenografo che contrastano la moda imperante delle riletture in chiave moderna dei vecchi libretti, stravolgendo personaggi, inquadrando scene in epoche improbabili, violentando storie, situazioni, parole e perfino significati musicali dell’opera lirica. Evviva chi non ricorre a far morire Mimì in una stanza d’ospedale, Violetta di Aids, Lucia in una vasca da bagno dopo essersi tagliata le vene, chi non ha bisogno di iniettare a Don Giovanni eroina per tratteggiarne il carattere.

Ne abbiamo viste di tutti i colori, fino al rimbombo di cannoni durante il Te deum della Tosca in Arena. Come se la Chiesa di Sant’Andrea della Valle fosse in procinto di essere conquistata dagli islamici. E potremmo continuare. Se Muti ha sentito l’esigenza, in una pubblica conferenza tenuta in teatro, di dire basta è perché si è superato ogni limite e forse, come sempre accade quando viene oltrepassato il confine del buon senso, si inizia una fase di ripensamento e di ritorno al passato. Accade nella pittura col riapparire della figura, dopo l’esaltazione di buchi, strappi, perfino escrementi, accade nella musica col ritorno alla melodia dopo l’epoca atonale, dodecafonica, elettronica, gestuale. Accade anche nella regia operistica, dove oggi non c’è nulla di più innovativo e rivoluzionario del tradizionale.

Così, ambientata l’opera proprio dove l’aveva pensata Sardou, e cioe nel 1800, durante l’avanzata di Bonaparte in Italia, nel primo atto vediamo una Chiesa, quella di Sant’Andrea della Valle, con Angelotti che sembra davvero sciupato, lui console della spenta repubblica romana, dopo il carcere, Cavaradossi che si mostra un pittore da chiesa e perfino Tosca nelle vesti della cantante. Complimenti dunque ad Andrea Vigni e a Dario Gessati per il coraggio. Tosca é opera che apre il Novecento, non solo nella storia, ma anche nella musica. Più ancora che in Bohème, l’opera più verista di Puccini, più che in Manon, dove gli impulsi post wagneriani si intrecciano con la sensibilità melodica dell’autore, Tosca é opera del Novecento. Gia in quell’inizio di fiati che annunciano la presenza, psicologicamente e anche psicanaliticamente, molto forte di Scarpia, c’è una forma espressiva nuova di un autore alla ricerca di nuove sonorità. Puccini fuoriesce dal verismo e dalla giovine scuola per costruirsi una personalità originale. Forse più ancora che nelle precedenti opere (tra una settimana sarà la volta de Le Villi, prima creazione del genio di Torre del lago) in Tosca si accordano un tessuto armonico moderno, denso di passaggi improvvisi di fiati e di violini, con melodie apprezzate e conosciute.

Soprattutto le tre: Recondita armonia, Vissi d’arte e E lucean le stelle. Ma ritenere il meglio di Tosca la presenza delle tre famose romanze o del duetto d’amore con l’aria dei legni che Puccini ripropone con varianti per tutta l’opera come leit motiv (non solo wagneriano, lo troviamo anche in Verdi) del loro amore, significa non averne compreso il valore, che sta proprio nella modernità del suo tessuto sinfonico e in particolare armonico. Ai suoi tempi non doveva essere scontato se perfino Giuseppe Verdi, che morirà l’anno dopo la prima rappresentazione di Tosca, invitò Puccini a non esagerare col sinfonismo. Siamo nell’epoca in cui l’orchestra, aveva cominciato Wagner, ma seguitato anche l’ultimo Verdi, prevale sul canto, anzi si autonomizza, se ne va per suo conto, non é più accompagnamento, ma direzione di marcia. E indicazione di situazioni spesso contrastanti.

Mettiamoci nei panni di Puccini. Come avrebbe dovuto musicare il tema della fucilazione di Cavaradossi? Era reale o simulata? Doveva pur lasciare il dubbio visto che i due amanti erano convinti della finzione. Poteva scegliere una melodia drammatica nel caso optasse per mostrare l’evento ferale o frivola nel caso propendesse per la fucilazione simulata. L’autore compone un’aria allusiva, in cui non traspare né la prima né la seconda evenienza. Una musica da Così è se vi pare. Pirandelliana. Geniale. Ma veniamo alla critica. Il maestro Valerio Galli, alla direzione dei Pomeriggi Musicali di Milano, ha debuttato nel 2007 proprio in Tosca e ha saputo calarsi appieno nei colori e nelle sonorità dell’opera pucciniana. A mio parere ha giustamente alzato il registro orchestrale nelle parti di insieme, il Te deum, in taluni passaggi drammatici durante le sofferenze di Cavaradossi nel second’atto, forse poteva modularlo un po’ meno in taluni passaggi cantati dove la sovrapposizione orchestrale é apparsa eccessiva. Senza cercare l’ago nel pagliaio mi sono parsi non sempre accordatissini i fiati alla fine del primo atto. Vera protagonista della serata Charlotte-Anne Shipley, nelle vesti di una Floria Tosca, gelosa, tormentata, innamorata, omicida e suicida per amor del suo Mario. Come spesso avviene la difficoltà di questa parte sta nell’interpretare gli accenti drammatici, le emissioni forti, con quelli più ripiegati, dolci, sensuali tipici del soprano lirico. La Shipley, anche per connotazioni corporee, pare per ora più avvezza ai primi che ai secondi. Tuttavia, la giovane cantante, ha meritato i consensi della serata, sorprendendo anche per la sua sicurezza interpetativa.

Il sostituto del tenore titolare Luciano Ganci, indisposto, il giovane Azer Zada, non ha fatto rimpiangere l’assente. Intendiamoci, il difetto di emissione, con tanto di intervallo tra registri medi e acuti, c’è tutto. Purtuttavia la sua interpretazione, colorata di mezze voci gradevoli e di un fraseggio sicuro, é apparsa convincente. Troppe volte abbiamo dovuto subire l’invadenza di tenori squillanti e sgraziati. Per una volta ne abbiano apprezzato uno di grazia. Migliore del trio, superbo per interptetazione, lo Scarpia di Angelo Veccia, finalmente in voce. Alle spalle un inizio di carriera da basso e un padre tenore, Veccia ha saputo, nella sua trasformazione in baritono, acquisire un registro alto assai apprezzabile forse perdendo un po’ quelli più gravi. Il suo Scarpia aristocratico e sadico, con quel veleno erotico che lo domina, è stato non solo credibile, ma anche di qualità scenica e vocale assoluta. Tosca é il primo piatto di un progetto Puccini che la direzione dei Teatri di Reggio Emilia, assieme al consulente musicale, hanno preparato. Un Focus Puccini che propone, oltre alla già citata Le Villi, anche una conferenza internazionale sull’autore toscano e un concerto. Rendere omaggio a Puccini, forse l’ultimo grande operista italiano, è un merito e un vanto. Reggio Emilia si è posta, in questo, all’avanguardia.

Mauro Del Bue

Young Jazz from Italy, a Londra giovani musicisti portano il loro talento

Enrico_Zanisi_PH_Serena_VittoriniI giovani talenti under 35 del jazz made in Italy hanno partecipato alla quinta edizione dell’EFG London Jazz Festival, che quest’anno presenta un calendario con 325 concerti in 70 location diverse in programma da venerdì scorso a domenica 25 novembre.

Uno degli appuntamenti più interessanti del festival è stato “Young Jazz from Italy”, che ha presentato sei band (tre in “solo”), composte da 15 dei migliori giovani jazzisti italiani, che si sono esibite il 17, il 18 e il 19 scorsi presso il Barbican Free Stage e in una speciale serata all’Istituto Italiano di Cultura.

Le giovani star del jazz italiano che hanno partecipato all’evento sono Simona Severini, chitarra e voce; i pianisti Enrico Zanisi e Alessandro Lanzoni, entrambi in “solo”; il pianista Giovanni Guidi in “solo” e con il suo nuovo trio Drive!, composto da Joe Rehmer (basso elettrico) e Federico Scettri (batteria), oltre che dallo stesso Guidi, con una special guest d’eccezione: il sassofonista Francesco Bearzatti.

E poi due ensemble: i Clock’s Pointer Dance, con Filippo Sala, batteria, Paolo Malacarne, tromba, Andrea Baronchelli, trombone, Andrea Catagnoli, sax e Michele Bonifati, chitarra); e gli Yellow Squeeds con Francesco Diodati, chitarra, Enrico Zanisi, piano, Enrico Morello, batteria, Francesco Lento, tromba e Glauco Benedetti, bassotuba.

I concerti sono stati organizzati dall’associazione I-Jazz, che rappresenta da oltre dieci anni i più conosciuti festival di jazz italiani, con il sostegno del Ministero dei beni e delle attività culturali e della Siae, all’interno dell’iniziativa “Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”.

Con il progetto “Young Jazz from Italy”, I-Jazz ha proposto tre giorni di showcase delle band italiane che, in quanto realtà diverse, hanno avuto l’occasione di soddisfare al meglio le esigenze di un pubblico interessato e competente come quello del festival londinese.

Tre gruppi e tre “solo”, specchio del grande periodo di fertilità e creatività che sta vivendo il jazz italiano, con un carattere musicale ben diverso e personalità sonore ben strutturate, che hanno animato il Free Stage del Barbican Centre, il più grande centro teatrale d’Europa inaugurato agli inizi degli anni 80, sede della London Symphony Orchestra e della BBC Symphony Orchestra, e con una sala principale con circa 2000 posti a sedere.

“Young Jazz from Italy” vuole anche promuovere la cultura italiana nel mondo, per questo la giornata finale organizzata all’Istituto Italiano di Cultura a Londra ha sicuramente portato un valore aggiunto all’intero progetto, consentendo nuovi movimenti musicali e un nuovo dialogo artistico.

Redazione Avanti

“Il Jazz va a Scuola”, il progetto creativo che parte con Paolo Fresu

PAOLO FRESU 01“Il Jazz va a Scuola” è il primo convegno nazionale rivolto al mondo della scuola e il primo progetto realizzato dalla Federazione Nazionale Il Jazz Italiano.

Progetto che si propone di valorizzare l’importanza del linguaggio jazz e della musica improvvisata, nonché di valorizzare le esperienze musicali che abbiano come nucleo portante la ricerca e la sperimentazione.
Domani, sabato 17 novembre, nell’Auditorium Unipol di Bologna, in via Stalingrado 37, si terrà il primo convegno nazionale “Il Jazz va a Scuola”.

Una giornata con protagoniste le realtà nazionali legate al linguaggio jazz con l’obiettivo di “mappare” le esperienze di collaborazione in atto con il mondo della scuola e di contribuire a creare per gli studenti di ogni ordine e grado momenti di riflessione ed elaborazione di liberi e innovativi percorsi di sperimentazione didattica basati sull’arte dell’improvvisazione.
Questa prima fase di conoscenza e di incontro avrà lo scopo di far comprendere quali sono le realtà didattico musicali legate al linguaggio jazz, con quali modalità sono attuate, nonché le progressioni e implementazioni delle stesse.

“Il Jazz va a Scuola” vuole quindi far dialogare il mondo della scuola e quello della musica jazz con un linguaggio ricco e creativo. Una prima mappatura di ciò che è presente nelle scuole italiane ha fatto scoprire progetti virtuosi e importanti che devono essere valorizzati e devono servire da esempio per crearne degli altri.
Alcuni saranno proprio presentati in questa giornata, anche come spunto di riflessione sulla situazione attuale e su quale direzione intraprendere insieme.

Paolo Fresu, presidente federazione Il Jazz Italiano, e trombettista di fama internazionale, che sabato 17 novembre, alle ore 9.30, darà il benvenuto ai partecipanti, ha dichiarato che: «Coscienti del bisogno di promuovere e incentivare la presenza dei linguaggi improvvisativi nella scuola la Federazione organizza il primo convegno nazionale “Il Jazz va a Scuola” con l’intento di conoscere e mappare la ricca realtà nazionale. Realtà in progresso che vuole parlare nuove lingue d’arte tese allo scambio e all’incontro come è sempre stato per il jazz, idioma dinamico ed elastico per antonomasia. Una musica nuova per una scuola migliore e una sinfonia di voci plurali per una migliore società del futuro».

Redazione Avanti

Shema’. Al Vascello le poesie di Primo Levi cantate da Ottolenghi

In occasione dell’ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali fasciste in Italia.

Shemà-Trio-OttolenghiLe poesie di Primo Levi pubblicate da Garzanti nel 1984, nella raccolta “Ad ora incerta”, erano e rimangono una gemma poco conosciuta della sua opera. Scritta sporadicamente nell’arco di alcuni decenni, la poesia di Primo Levi accompagna come un sussurro continuo la voce predominante della sua prosa. Eppure è proprio nelle sue poesie che Levi si concede il contatto più distillato ed inerme con il suo animo violato, donando loro una potenza straordinaria.

Lo stile limpido, contenuto e al tempo stesso tempo incalzante delle poesie, sembra richiedere un sound contemporaneo, capace di svelarne le armonie innate valorizzando la parola piuttosto che sommergerla.
I suoni di London, leggenda del Klezmer contemporaneo mondiale, navigano a vista sui testi di Primo Levi, cogliendone le più remote ed intime sfumature. Si aggregano al cammino il jazz di sapore mediterraneo di Bachar e la voce intensa di Shulamit, a creare un incontro musicale di sorprendente attualità.

Quando il compositore e trombettista Frank London (vincitore di un premio Grammy per Contemporary World Music e tra i fondatori del celeberrimo gruppo Klezmatics), in seguito ad un concerto a Tel Aviv nel 2016, espresse a Shulamit il desiderio di comporre per la sua voce, la scelta delle poesie di Primo Levi fu per lei una scelta naturale, avedole avute care fin dallo loro prima lettura diversi anni prima e naturalmente consone ai suoi interessi musicali più recenti.

A Frank London si aggiunse subito il compositore e pianista jazz Shai Bachar (membro della band di Avishai Cohen).

Shulamit, Frank London e Shai Bachar hanno collaborato negli ultimi anni alla produzione del cd “For you the sun will shine – songs of women in the Shoa” (2015). Presentato a Boston e a Tel Aviv, ha ricevuto importanti consensi di pubblico e di critica. Il cd reinterpreta con arrangiamenti musicali contemporanei canti composti da donne musiciste, internate nei campi nazisti ed è stato accolto dalla critica come “innovativo, diverso ed essenziale nell’ambito della musica più conosciuta dell’Olocausto”, ricevendo quattro stelle dal London Financial Times (Album review, 8/2015).

Gli artisti ritengono che in questo particolare momento storico, in cui l’abuso retorico del ricordo della Shoah è sempre più diffuso, il monito moralmente univoco di Primo Levi contro tutte le perversioni del potere, siano più rilevanti che mai.

La complessità della vita nel Fu Mattia Pascal al Quirino di Roma

fu Mattia PascalAvere più di un secolo ed essere ancora attuale, questo è il Fu Mattia Pascal che con la regia di Guglielmo Ferro e Daniele Pecci nel ruolo del protagonista è in scena in questi giorni al Teatro Quirino di Roma.

Pubblicato nel 1904 da Pirandello, il Fu Mattia Pascal è il romanzo che più di altri ha contribuito a rendere famoso il drammaturgo siciliano. Luoghi e tempi del racconto non sono molto bene specificati, in quanto la storia è un enorme flashback. Possiamo tuttavia immaginare, considerati anche i costumi di scena, che il periodo sia a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, cioè lo stesso periodo in cui è vissuto Pirandello. In questo periodo storico, in un arco temporale di circa due anni si svolge la storia.

Mattia Pascal vive in un immaginario paese della Liguria. Il padre gli ha lasciato una discreta eredità, che presto va in fumo a causa dei maneggi dell’amministratore, Batta Malagna. Per vendicarsi, Mattia ne compromette la nipote, che poi è costretto a sposare, ritrovandosi anche a convivere con la suocera, che lo disprezza. La vita familiare è un inferno, umiliante l’impiego di bibliotecario in una “chiesa sconsacrata, fra il tanfo dei libri”. Mattia decide così di fuggire per tentare una vita diversa. A Montecarlo vince un’enorme somma di denaro e legge per caso su un giornale della sua presunta morte. Ha finalmente la possibilità di cambiare vita. Col nome di Adriano Meis comincia a viaggiare, si stabilisce a Roma come pensionante in casa del signor Paleari. S’innamora della figlia di lui, Adriana, e vorrebbe proteggerla dalle mire del losco cognato Terenzio. Ma si accorge ben presto che la nuova identità fittizia non gli consente di sposarsi, né di denunciare Terenzio, perché Adriano Meis per l’anagrafe non esiste. Architetta allora un finto suicidio per poter riprendere la vera identità. Tornato a Miragno dopo due anni nessuno lo riconosce e la moglie è ormai risposata e con una bambina. Non gli resta dunque che chiudersi in biblioteca a scrivere la sua storia e portare ogni tanto dei fiori sulla tomba del Fu Mattia Pascal.

fu Mattia Pascal (3)Al Quirino di Roma la scena si apre e ci troviamo nella biblioteca, le luci sono soffuse, la musica accompagna i passaggi più rilevanti. In questo contesto fanno apparizione, come fantasmi che riemergono dal passato, le figure ed i protagonisti della vita precedente di Mattia. Al procedere del racconto, i vari personaggi si delineano meglio e quello che è un puro flashback narrativo nel primo atto, diventa reale svolgimento nel secondo.

Il linguaggio è un italiano senza accenti, il ritmo è serrato, così come voluto dal regista. Non ci si annoia, e nell’incalzare degli eventi, si percepisce la complessità della vita: nessuno dei personaggi è davvero cristallino, ognuno porta con sé diverse colpe che contribuiscono a complicare la scena. L’adozione di una recitazione lineare, l’essenzialità del messaggio drammaturgico in questo Fu Mattia Pascal servono ad assegnare ai tre personaggi – Mattia Pascal, Adriano Meis ed il Fu Mattia Pascal – tre punti di vista delle diverse vicende, che vengono sapientemente restituiti allo spettatore.

Di particolare levatura la recitazione di Daniele Pecci nella parte di Mattia, ma anche quella di Rosario Coppolino nei panni sia di Don Eligio che di Anselmo Paleari. Ed è proprio nelle parole di Anselmo che ritroviamo la filosofia pirandelliana del “lanternino”, strumento più o meno limitato di comprensione del mondo esterno e veicolo di interpretazione della realtà che ci circonda: “un lanternino che proietta tutt’intorno a noi un cerchio più o meno ampio di luce, di là dal quale è l’ombra nera” ed in quel cerchio di luce che si esplicita la nostra visione della realtà.

Un’opera, come si diceva sopra, ancora attuale, in cui i carnefici sono anche vittime e da cui usciamo con il dubbio se Mattia sia più un codardo o un eroe negativo. E’ il sottile equilibrio di Mattia Pascal, con il rischio di cadere sempre presente. Buon successo di pubblico alla prima. Repliche al Teatro Quirino di Roma fino al 18 novembre.

Al. Sia.

“Storie”. I racconti in musica, un progetto di Massimo Ricciuti

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“STORIE” è un progetto musicale ideato e scritto da Massimo Ricciuti, che va ben oltre il senso discografico perché, per la stratificazione semantica e semiotica (senso del discorso e segni usati), è capace di allargare il proprio orizzonte verso diverse tipologie di consumatori.

Attraverso un sound che mescola echi mediterranei a sonorità balcaniche e celtiche, testimonia un racconto collettivo in forma di “Folk-Pop” o “World Music d’autore” estremamente fruibile.

Le dieci canzoni che compongono l’album sono altrettanti racconti di vita e possono essere visti anche come dieci capitoli di un romanzo. Forte è l’inprinting del mestiere di sceneggiatore e di scrittore-romanziere (piuttosto del giornalista) del Ricciuti.

LE CANZONI DI “STORIE”

La scelta di aprire l’album con una canzone dallo spirito e sonorità pop-vintage (Ci Sei) è un messaggio di speranza rivolto non solo alla generazione alla quale l’autore fa parte, ma è una carezza verso i più giovani che vivono una fase storica ed esistenziale di grandi cambiamenti. Questa fase, suggerisce la canzone, va superata con coraggio e con la forza dei sentimenti. Questo brano riflette la condizione di eterna precarietà di una generazione obbligata a vivere un eterno presente. L’autore suggerisce in un inaspettato incontro d’amore la possibilità di un riscatto. Questo brano è stato scelto per il video di presentazione dell’album e ne costituisce il tema che attraversa tutto l’album: la consapevolezza del tempo che passa mentre sei obbligato a vivere un eterna notte.

I brani si alternano, e passano da ritmi ballabili a lenti riflessivi, declinando di volta in volta in modo diverso il tema che è alla base del concept-album. Da sensazioni dolci a spunti amari. Il lavoro come fatica e come rivendicazione di orgoglio, il lavoro che non c’è, e quando c’è è raccontato sia da mare sia da terra (Gente Di Terra- La Terra Di Andrea- Il Marinaio).

Le emozioni dell’amore, amore trovato, amore perduto (Amico Mio – E Poi).

La sensazione di fare in fretta perché il tempo potrebbe scadere (Il Tempo Che Passa).

La speranza di potercela fare, di vedere una luce in fondo al tunnel (Sarà).

La disillusione dopo aver vinto una battaglia ideale (Sangue Sulle Scale).

La chiusura finale con un inno generazionale che vuole intenzionalmente empatizzare con gli ascoltatori (Siamo Questo E Quest’Altro).

I dieci brani che compongono il progetto “STORIE” possono essere tutti ascoltati in compagnia e ri-creati dall’ascoltatore che diviene attore del prodotto consumato, in quanto la stesura dei brani è volutamente stata creata con lo scopo di coinvolgere in modo attivo. Brani corali, brani per divertirsi (brani che puntano a divergere), ma che suscitano dieci motivi di riflessione.

Elemento distintivo dominante del progetto è la scelta di escludere del tutto sintetizzatori e campionatori utilizzando , per la registrazione, macchine analogiche “Vintage” (ad es. Pre-produzione su un quattro tracce Tascam analogico a nastro  e finalizzazione su un otto tracce Yamaha md) .

Inoltre, per offrire all’ascoltatore il massimo realismo sonoro, si è lavorato su di una mistura assolutamente anti-conformistica rispetto allo stereotipo delle produzioni odierne (sintomatico è l’utilizzo di strumenti quali chitarra battente, banjo, flauto indiano, Fisarmonica e Fiati ,Bansuri, Duduk, Dvojanka, Tin e Low Whistle, Harmonium ecc.)

Gli arrangiamenti sono stati curati da Riccardo Marconi (storico collaboratore di Carlo D’Angiò) con l’ausilio di solidi musicisti professionisti quali Ivan Dalia, Cristiano della Monica, Fulvio Di Nocera, Francesco Di Cristofaro, Osvaldo Costabile, Davide Mastropaolo.

L’ascoltatore è il centro di tutto il “discorso”, ed è “Il” protagonista di “STORIE”.

In un mondo dove tutto è virtuale questo progetto differisce perché è sinceramente “vero”.

Dalla copertina alle fotografie interne al booklet, dalla riproduzione di testi e spartiti musicali, tutto funge come un metatesto sottolineando la densità del racconto completo.

Il progetto prodotto e comunicato dall’etichetta indipendente Suono Libero Music di Nando Misuraca sarà disponibile, oltre che nel classico formato cd e digitale, anche in Vinile a trentatre giri e distribuita da Halidon.

Questa Scelta guarda al futuro. Oggi, infatti, la ripresa dei supporti in vinile è in fortissimo rilancio…e “STORIE” si inserisce pienamente in questa direzione presentandosi in maniera friendly ma elegante, offrendosi come una narrazione colta ma popolare…. “STORIE” è un progetto che vive.

(a cura dell’Ufficio Stampa Suono Libero Music)

Premio Bianca d’Aponte. Simona Molinari sarà la madrina

Simona-MolinariLa madrina Simona Molinari, l’Orchestra di Piazza Vittorio, Ginevra Di Marco, Joe Barbieri e molti altri. È un cast assai composito e molto ricco quello messo insieme da Ferruccio Spinetti, il nuovo direttore artistico del Premio Bianca d’Aponte, per la 14a edizione della manifestazione, in programma il 26 e il 27 ottobre come sempre ad Aversa al Teatro Cimarosa.

Nelle due serate saliranno sul palco, in veste di ospiti, anche altri protagonisti della musica in Italia: Giuseppe Anastasi, Tony Bungaro, Le SesèMamà, Fausta Vetere, Kaballà, Rossana Casale, Carlo Marrale, Mariella Nava, Elena Ledda, Giovanni Block, nonché la vincitrice dello scorso anno, Federica Morrone. Ci sarà anche uno spazio per una proposta internazionale con Marina Mulopulos (che riceverà il Premio Bianca d’Aponte International 2018, espressione del Premio Andrea Parodi di Cagliari). A presentare saranno Ottavio Nieddu e Carlotta Scarlatto.

L’evento centrale del festival sarà però sempre il contest, l’unico in Italia riservato alle cantautrici e che vedrà quest’anno in lizza: Argento da Brindisi con il brano “Goccia”; Roberta De Gaetano da Messina con “Va tutto benissimo”; Francesca Incudine da Enna con “Quantu stiddi”; Irene da Napoli con “Call center”; Kim da Padova con “Un cane e una moglie”; Meezy da Foggia con “Temporale”; Giulia Pratelli da Pisa con “Non ti preoccupare”; Chiara Raggi da Rimini con “Lacrimometro”; Chiara Ragnini da Genova con “Un angolo buio”; Elisa Raho da Roma con “Bello”.

Presidente di giuria sarà Simona Molinari, che in veste di madrina salirà sul palco per interpretare, oltre ad alcune sue canzoni, “Il bagarozzo Re”, un brano di Bianca d’Aponte, la cantautrice prematuramente scomparsa a 23 anni a cui il festival è dedicato.

I PREMI

Due saranno i premi principali del contest. Uno è il premio assoluto, il Premio Bianca d’Aponte; l’altro è il premio della critica, dedicato a Fausto Mesolella, storico direttore artistico della manifestazione scomparso lo scorso anno.

Alla vincitrice assoluta andrà una borsa di studio di 1000 euro offerta da DOC SERVIZI, comprensiva di iscrizione alla cooperativa, di consulenza e tutela. Per il Premio Fausto Mesolella la borsa di studio sarà di 800 euro. Sono poi previste tre menzioni (miglior testo, migliore musica, migliore interpretazione) e diversi riconoscimenti esterni: quello dell’etichetta Suoni dall’Italia di Mariella Nava, con la proposta di un contratto discografico; quello di Soundinside Basement Records, con la realizzazione di un video live in studio, e quello del Virus Studio, chiamato “Premio ’Na stella” (titolo di una canzone di Mesolella), che metterà a disposizione due giorni in sala d’incisione per realizzare un brano con la produzione artistica di Ferruccio Spinetti.

Infine in palio un tour di otto concerti, realizzato grazie a NuovoImaie (progetto finanziato con i fondi dell’art.7 L. 93/92).

IL PROGRAMMA

Il festival inizierà già il 25 ottobre, con una sorta di anteprima. Dalle 10 alle 17 infatti nella Sala conferenze dell’Hotel del Sole (Piazza Mazzini 27), ci sarà un seminario, a ingresso libero, sul tema “La qualità della scrittura” (testi e musica). I docenti saranno Giuseppe Anastasi e Angelo Franchi.

Venerdì 26 alle 12 nell’Aula Magna del Liceo Classico e Musicale Cirillo (Via Corcioni 88) si terrà un incontro sui “Diritti connessi” in ambito musicale, tenuto da Emanuela Teodora Russo.

In serata poi dalle 20 al Cimarosa ci sarà la prima esibizione delle dieci finaliste. In veste di ospiti saliranno invece sul palco: Giuseppe Anastasi, Giovanni Block, Tony Bungaro, Ginevra Di Marco, SesèMamà, Federica Morrone, Fausta Vetere e Marina Mulopulos.

Sabato 27 ottobre si comincerà alle 11 alla Sala Caianiello (l’ex Macello, in Via Lennie Tristano 85) con un incontro, a ingresso libero, fra le dieci finaliste ed i giurati, moderato da Alessandra Casale. Alle 12 invece ci sarà la presentazione del libro “La testa nel secchio” (Iacobelli Editore) di Gianfranco Reverberi, che sarà intervistato da Enrico de Angelis.

Alle 20 al Teatro Cimarosa la serata finale, al termine della quale verranno proclamate le vincitrici. Con la madrina Simona Molinari si esibiranno anche Joe Barbieri, Rossana Casale, Kaballà, Elena Ledda, Carlo Marrale, Bruno Marro, Mariella Nava e l’Orchestra di Piazza Vittorio.

All’ingresso del teatro sarà disponibile la compilation della 14^ edizione del Premio che il pubblico potrà ricevere in cambio di un’offerta presso il banco di EMERGENCY, cui sarà devoluto l’intero ricavato.

LE GIURIE

Le giurie che sceglieranno le vincitrici sono cose sempre molto ampie e dense di personalità di rilievo. Quella per il Premio assoluto sarà composta, oltre che dalla madrina, da Giuseppe Anastasi (cantautore), Joe Barbieri (cantautore), Tony Bungaro (cantautore), Rossana Casale (cantautrice), Mimì Ciaramella (musicista e compositore), Paolo Corsi (produttore), Angelo Franchi (AF47 Music), Massimo Germini (musicista e compositore), Kaballà (cantautore), Elena Ledda (cantautrice), Petra Magoni (cantautrice), Roberto Mancinelli (produttore), Carlo Marrale (cantautore), Bruno Marro (cantautore), Alberto Menenti (paroliere), Alfredo Rapetti Mogol (paroliere), Simona Molinari (cantautrice), Mariella Nava (cantautrice), Sandro Petrone (cantautore), Gianfranco Reverberi (musicista e compositore), Paolo Romani (discografico), Patrizio Romano (Warner), Pierre Ruiz (produttore), Brunella Selo (cantautrice), Corrado Sfogli (musicista e compositore), Roberto Trinci (Sony/ATV Music Publishing), Fausta Vetere (cantautrice), Dario Zigiotto (operatore culturale).

La Giuria per il Premio della Critica “Fausto Mesolella” comprenderà: Carmine Aymone (Corriere del Mezzogiorno), Roberta Balzotti (RAI), Giovanni Chianelli (Il Mattino), Enrica Corsi (Premio Bindi), Giorgiana Cristalli (Ansa), Enrico de Angelis (giornalista), Mauro De Cillis (RAI), Giuliano Delli Colli (Ondarock), Salvatore Esposito (Blogfoolk), Elisabetta Malantrucco (RAI), Nino Marchesano (La Repubblica Napoli), Francesco Paracchini (L’isola che non c’era), Valentina Casalena Parodi (Premio Andrea Parodi), Paolo Pasi (Tg3), Duccio Pasqua (Radio1), Diego Paura (Il Roma), Fausto Pellegrini (Rainews24), Stefano Piccirillo (Radio Kiss Kiss), Timisoara Pinto (giornalista RAI), Angiola Codacci Pisanelli (L’Espresso), Alessia Pistolini (giornalista), Francesco Raiola (Fanpage), Ivan Rufo (Festival Botteghe d’Autore), Paolo Talanca (critico musicale), Rossella Vetrano (GoldWebTv), John Vignola (giornalista RAI).

Il Premio Bianca d’Aponte è promosso dall’Associazione Musicale Onlus Bianca d’Aponte, con partner privilegiato il Comune di Aversa e con il patrocinio della Giunta Regionale Campania. Media Partner è Rai Radio Live.

PFM: il 19 ottobre esce la raccolta completa della rock band più conosciuta

PFM_Franz DiCioccio-Patrick Djivas_live_foto di LorenzoCevaVallaDopo la vittoria del prestigioso premio come “Band internazionale dell’anno” ai Prog Music Awards UK 2018, per celebrare 48 anni di successi in Italia e nel mondo, il 19 ottobre uscirà (per InsideOutMusic/SonyMusic), la raccolta completa di PFM – Premiata Forneria Marconi. Un Hardcoverbook in 4 cd ricco di musica, storie e immagini inedite.

La band è stata invitata, per la terza volta, a salire a bordo della “CRUISE TO THE EDGE” (CTTE) che partirà a febbraio da Tampa. PFM – Premiata Forneria Marconi è l’unico artista italiano che parteciperà all’evento insieme alle più grandi prog band del mondo, capitanate degli YES.

In occasione del quarantennale dei live “Fabrizio De André e PFM in concerto” e a vent’anni dalla scomparsa del poeta, PFM – Premiata Forneria Marconi, in primavera, tornerà sui palchi di tutta Italia con “PFM canta De André – Anniversary”, un tour per celebrare il fortunato sodalizio con il cantautore genovese e riproporre una serie di concerti dedicati a quell’evento. Per rinnovare l’abbraccio tra il rock e la poesia, alla scaletta originale saranno aggiunti anche brani tratti da “La buona Novella”. Il primo appuntamento sarà il 12 Marzo al Teatro Europa di BOLOGNA per poi proseguire nelle principali città italiane.

PFM Premiata Forneria Marconi è un gruppo musicale molto eclettico ed esuberante, con uno stile distintivo che combina la potenza espressiva della musica rock, progressive e classica in un’unica entità affascinante. Nata discograficamente nel 1971, la band ha guadagnato rapidamente un posto di rilievo sulla scena internazionale, entrando nel 1973 nella classifica di Billboard (per “Photos Of Ghosts”) e vincendo un disco d’oro in Giappone. Continua fino ad oggi a rappresentare un punto di riferimento. Lo scorso anno PFM è stata premiata con la posizione n. 50 nella “Royal Rock Hall of Fame” di 100 artisti più importanti del mondo, mentre nel 2018 ha ricevuto il prestigioso riconoscimento come “Band internazionale dell’anno” ai Prog Music Awards UK.