Il BIM Music Network arriva a Ravenna per selezionare nuovi talenti

Il più grande WEB contest italiano a Ravenna 26 aprile.
BIM MogolMogol, Dodi Battaglia (Pooh), Silvia Mezzanotte (Matia Bazar), Loris Ceroni, vincitore del Latin Grammy, Max Tagliata, fisarmonicista di Biagio Antonacci, Paolo Cevoli, Gene Gnocchi, Gianluca Impastato…che si uniscono a 3 milioni di click, per tot brani: sono questi i nomi e i numeri che hanno fatto del BIM Music Network la grande vetrina per musica emergente del web, la prima in Italia in cui le aziende scelgono di dare voce ai nuovi talenti e che per il 2017 decide di darsi più che mai “corpo” organizzando date live di ascolto e selezione in molte località italiane, tra web, discografia e… live.

Fare di necessità virtù: se tra i grandi ostacoli della scena musicale italiana il web sembra additato come uno dei maggiori mali, come sfruttare la rete non perdendosi nell’offerta, bensì valorizzando le proposte?

Questo è l’interrogativo che si sono posti alcuni addetti ai lavori, che hanno deciso di creare BIM Music Network, che con i suoi 3 milioni di click, oggi è il più “numeroso” festival italiano che fa incontrare la rete con il mercato musicale.

Produttori dell’iniziativa sono BIM Imprese Confcommercio Bellaria Igea Marina con la direzione artistica di Monia Angeli, in collaborazione col Comune di Bellaria Igea Marina (RN) e Fondazione Verdeblu: una sorta di “cordata” tra aziende, istituzioni e artisti per dare visibilità alle giovanissime leve italiane della canzone (con categoria editi e inediti), con una giuria presieduta da MOGOL, in compagnia di “giganti” della musica del calibro di Dodi Battaglia e Silvia Mezzanotte.

Perché un Web-Contest? Parallelamente alle date live, in cui ogni artista può presentare il suo progetto, BIM Music Network vive sul portale www.bimmusic.it dove ogni artista – con il supporto delle aziende coinvolte – ha una pagina dedicata con video e musica, punto di riferimento per gli addetti ai lavori, come dimostrato lo scorso anno, quando diversi artisti sono stati notati da grandi produzioni e portati all’attenzione di media e operatori del settore (tre fra tutti: Lo Strego, chiamato da Mediaset per Amici, Le Test-Harde su MTV e MEI, e Giorgia Verona dalla Rai per Standing Ovation).

Tutto con un obiettivo: arrivare alla formazione musicale con una full immersion nel mondo della musica, della voce, della performance e dello show business nella splendida cornice della città Bellaria Igea Marina e partecipare così alla finalissima nazionale del 19 luglio 2017, contendersi i premi in palio e incontrare personalmente Mogol per un pomeriggio di approfondimento sul proprio progetto musicale.

Il 26 aprile dalle ore 21.30 – Osteria dei Passatelli, Mariani Lifestyle, Via Ponte Marino 19 (Ravenna).

BIM Music Network è una produzione Bim Imprese Confcommercio Bellaria Igea Marina con la direzione artistica di Monia Angeli, in collaborazione col Comune di Bellaria Igea Marina (RN) e Fondazione Verdeblu.

UIC. Ciampa astro nascente della chitarra, a Montalto di Castro

Gian Marco Ciampa, astro nascente della chitarra classica, suona venerdì 21 aprile alle 20.00 a Montalto di Castro nel complesso monumentale di San Sisto. Prima del concerto, al pubblico sarà offerto un aperitivo. Quest’appuntamento è a cura della IUC e fa parte della rassegna Musical-mente, che proseguirà fino al 20 maggio.

FotoCIAMPANato nel 1990, Gian Marco Ciampa vince ancora bambino numerosi concorsi musicali internazionali e nazionali. Nel 2006, dopo una selezione nazionale, viene invitato a partecipare in diretta televisiva su Rai 1 al programma “Domenica In – Ieri, oggi e domani” condotto da Pippo Baudo. Nel maggio 2015 parte per la Cina e suona con grande successo in concerto a Pechino, dove tiene anche una masterclass. Nel settembre 2015 si esibisce nel padiglione USA all’Expo di Milano. Da sempre affianca la sua carriera di chitarrista classico a quella di chitarrista elettrico, svolgendo un’intensa attività live e in studio con la sua band, i Libra, e spaziando dal rock al jazz, dal pop all’elettronica.

In questo concerto, intitolato “La Dolce Guitar”, Ciampa eseguirà musiche dei più celebri compositori per chitarra dell’inizio del secolo scorso, che portarono al più alto livello artistico questo strumento, fino ad allora considerato adatto unicamente ai dilettanti e alla musica popolare. Naturalmente primeggia la musica spagnola, con “Serenata Espanola” di Joaquim Malats e con “Endecha y Oremus” e “Fantasia sui temi della Traviata” di Francisco Tarrega. E anche quella latino-americana, con “Confesion” del paraguaiano Augustin Barrios e con “Scottish choro”, che, nonostante il nome, ha poco a che vedere con la Scozia, poiché fa parte della “Suite popolare brasiliana” di Heitor Villa-Lobos.

Uno dei più grandi compositori per chitarra del Novecento è l’italiano Mario Castelnuovo-Tedesco, nato a Firenze ma emigrato negli Usa a causa delle leggi razziali, di cui Ciampa eseguirà il “Capriccio diabolico, omaggio a Paganini”, composto su richiesta di Andrés Segovia: ma l’incisione di questo grande chitarrista non piacque molto al compositore e ciò causò un raffreddamento nei loro rapporti, che fu però di breve durata.

L’unico brano in programma di un compositore non latino sono dunque le “Variazioni su un tema di Skrjabin” del polacco Alexander Tansam, costretto dalla guerra a rifugiarsi negli Usa, dove fu molto apprezzato e divenne amico di Stravinsky, di Chaplin e di Gershwin. Conclude il concerto un omaggio a Roland Dyens, chitarrista e compositore franco-tunisino, scomparso improvvisamente lo scorso ottobre, che è stato uno dei chitarristi classici più famosi a livello mondiale, vincitore di numerosi premi internazionali tra cui il prestigioso Grand Prix du Disque dell’Académie Charles-Cros. Ciampa eseguirà il suo “Tango En Skai”.

La rassegna Musical-mente è realizzata da Comune di Montalto di Castro, Mibact, Regione Lazio, Iuc-Istituzione Universitaria dei Concerti e Musica d’Oggi.

Il concerto fa parte della rassegna “Sapienza in musica” con il sostegno della Regione Lazio.

Officina delle Arti.
Max Gazzè presenta il suo nuovo progetto artistico

gazzeMax Gazzè è il prossimo ospite d’eccezione dell’hub culturale della Regione Lazio Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini, centro di formazione artistica per la musica, il teatro e il settore multimediale sotto la guida rispettivamente di Massimo Venturiello, Tosca e Simona Banchi.

Nello spazio teatrale di Officina Pasolini dal 5 al 7 aprile il cantautore romano registrerà Alchemaya, il suo nuovo progetto artistico, un’opera originale suonata insieme alla Bohemian Symphony Orchestra di Praga che ha debuttato un paio di giorni fa al Teatro dell’Opera di Roma.

In occasione della registrazione giovedì 6 Officina Pasolini propone un incontro aperto al pubblico con l’artista, Partire dal basso, moderato dal giornalista Felice Liperi e da Tosca. L’appuntamento rappresenta un passaggio ideale per proseguire nel percorso di ricerca e innovazione avviato dall’Officina delle Arti PPP nel campo della comunicazione, del teatro e della canzone. Il cantautore romano si è imposto, infatti, come modello di grande interesse per studenti e pubblico in quanto capace come pochi altri nel panorama italiano di far convivere grande tradizione melodica con forme e stili della modernità pop. A partire dall’alter ego “Maximilian”, protagonista virtuale del suo ultimo album, con cui ha arricchito di fantasia un lavoro già elettrizzato dal suo spirito pop giocoso e colorato, rappresentato in quel lavoro da titoli come La vita com’è e Ti sembra normale, animati da una frenesia contagiosa e particolarmente amata dal pubblico più giovane. Questa empatia con le nuove generazioni in realtà è solo un aspetto dello spirito eclettico e surreale che spesso esprime attraverso filastrocche semplici ma dai testi spesso complicati. Una varietà di atmosfere che contribuisce a rappresentare questo album ma anche altri indietro come La favola di Adamo ed Eva,Antecedentemente inedito, Tra l’aratro e la radio, tutti affrontati come viaggi musicali fantastici di Maximilian, sorta di Barone di Munchhasen dei nostri giorni, oltre il tempo e lo spazio.

D’altra parte Gazzè è un cantautore fantasy per eccellenza in grado di costruire narrazioni mirabolanti in musica, come accadde qualche anno fa con Io e mio fratello, lo spettacolo/concerto in cui conduceva gli spettatori alla scoperta della relazione artistica tra lui e il fratello Francesco, autore dei testi di molte sue canzoni. Proprio da lì sono emerse le melodie dirette e suadenti che Gazzè è stato capace anche di trasformare in Show multimediali e di costruire percorsi che si muovono fra ambientazioni musicali immaginarie e talento poetico semplice e surreale.

Un’Officina multimediale come PPP, intende anche scoprire la dimensione istrionica di Gazzè, particolarmente nota quando vestiva i panni del lunatico protagonista di Basilicata Coast to Coast di Rocco Papaleo. Un ruolo che si sovrappone a quello preponderante di bassista autore di canzoni dallo sguardo obliquo e bizzarro condite da suoni elettronici e acustici dalla forte vena modernista. Un versante molto importante da esplorare da parte di un gruppo di giovani studenti che guardano con grande urgenza al futuro della canzone.

L’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini, che non a caso prende il nome dal grande artista distintosi per la sua vocazione interdisciplinare, nasce tre anni fa con lo scopo di seguirne lo spirito e il percorso: esaltare le singole specificità degli studenti evitando la “formazione in serie”, che troppo spesso caratterizza scuole e talent.

Promossa dalla Regione Lazio con il Fondo Sociale Europeo in collaborazione con l’Università degli Studi Roma Tre e il Conservatorio Santa Cecilia, la nuova sede di Officina Pasolini è stata inaugurata lo scorso 30 novembre negli spazi “Ex Civis”, a due passi dal ministero degli Esteri.

Una casa per giovani artisti e allo stesso tempo un luogo pubblico integrato nella città per produrre e diffondere cultura

Accoglie 75 studenti tra i 18 e 35 anni (25 per sezione), selezionati attraverso un bando e una successiva valutazione, per i quali la partecipazione ai corsi è gratuita.

Musica e Letteratura nella rassegna dell’Accademia Filarmonica Romana

RaffaellaMisiti.300Prende il via venerdì 24 marzo la nuova rassegna dell’Accademia Filarmonica Romana, in collaborazione con l’Associazione Fabrica, “Musica e Letteratura”. Tre appuntamenti, uno ogni mese fino a maggio in Sala Casella (via Flaminia 118, ore 20.30), che coinvolgeranno musicisti, cantanti e attori volti a costruire un linguaggio ibrido tra letteratura, testi inediti e musica: da quella etnica alle musiche orientali, dal jazz degli anni Trenta alla canzone popolare romana fino alla musica classica. Vari e articolati gli argomenti trattati, a partire dall’incontro dell’inaugurazione dedicato a “Roma. La città invisibile”, affidato alla voce di Raffaella Misiti, dove si canterà e racconterà una città nascosta, quella che si svela agli aspetti meno appariscente, fuori dai grandi tour o dalle luci della ribalta. Una città che piano piano svanisce e viene raccontata nei suoi vari aspetti, dall’umanità, alla storia degli individui, a quella dei monumenti, fino alla storia, quella piccola, delle singole pietre, a volte quasi invisibile. Il tutto cullato, accompagnato e intessuto con la canzone romana, che si racconta da sé, in tutta la sua poetica e ironica nostalgia, di cui Raffaella Misiti è una delle migliori e più apprezzate interpreti. Insieme a lei, sul palco, la chitarra di Annalisa Baldi, la fisarmonica di Desirée Infascelli e il pianoforte di Emiliano Begni, con gli attori Elisa Lombardi, Livia Saccucci, Gennaro Iaccarino e Marco Paparella.

Venerdì 28 aprile si racconteranno invece le mirabolanti storie di viaggio lungo la via della Seta per arrivare a Samarcanda, crocevia di culture e di popoli (titolo della serata “Esercizi di orientamento ovvero Samarcanda il crocevia di un sogno ovvero andando verso Est”). Il percorso si arricchirà delle suggestive descrizioni etnografiche di Erodoto, delle immagini colorate dei romanzi di Kapuściński, delle figure tratte dal libro degli esseri immaginari di Borges intessuti con melodie e canzoni che trattano dell’oriente, sia geografico che emozionale, l’altrove che ognuno di noi ricerca per cercare di “orientarsi” meglio. Ne saranno interpreti Isabella Mangani (voce), Emiliano Begni (pianoforte) e gli attori Livia Saccucci, Elisa Lombardi e Marco Paparella.

Infine venerdì 5 maggio con “Decò, studio sull’umanità tra Ottocento e Novecento, tra Erlebnis, deliri futuristici e fragilità esistenziali”, un omaggio alla Belle Époque, il sogno di una Europa felice, infranto poi dall’orrore delle due guerre che riportò l’uomo al centro delle proprie paure. Ecco quindi un’istantanea dell’Erlebnis, dell’esperienza vissuta dall’uomo tra ‘800 e ‘900, dall’esperienza teatrale e di indagine umana di Pirandello a quella stupefacente e urlante del viaggio in Italia di Goethe, da quella dei turbamenti intellettuali, dei corridoi, dei coni d’ombra di Moravia, alle esperienze d’oltreoceano fino a qualche racconto inedito, più intimo, più personale. La narrazione si tesse inestricabilmente con la musica che dipinge scenari variopinti dalla musica jazz d’oltreoceano di inizio secolo alle melodie italiane della lirica arrangiati e eseguiti al pianoforte da Emiliano Begni e le voci di Bruno Corazza, Alessandro Marino e Alessandro Regoli, mentre la narrazione sarò affidata agli attori Livia Saccucci e Gennaro Iaccarino.

Bashmet e Solisti di Mosca, per i 100 anni della Rivoluzione d’Ottobre

Basmet & Moscow SoloistsMartedì 14 marzo alle 20.30 Yuri Bashmet, il più illustre virtuoso di viola dei nostri giorni, e I Solisti di Mosca, la straordinaria orchestra da camera da lui fondata e diretta, ricordano all’Aula Magna della Sapienza per la stagione concertistica della IUC il centesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, non con una celebrazione retorica ma con un panorama su quattro dei più importanti compositori del periodo sovietico, che spesso si trovarono in aperto contrasto con il regime e per questo subirono discriminazioni e corsero non pochi rischi. Sono ovviamente Prokof’ev e Šostakovič e inoltre Sviridov e Schnittke. Inoltre una novità di Silvia Colasanti.

Le musiche scelte da Bashmet non accettano assolutamente i dettami del realismo socialista. Le Visions fugitives op. 22 di Sergej Prokof’ev (eseguite nella versione per strumenti ad arco di Rudolf Barshai) furono scritte tra il 1915 e il 1917, quindi ancora prima della Rivoluzione d’Ottobre. Non è certamente un’opera celebrativa della rivoluzione anche la Sinfonia da camera op. 110 a di Dmitrij Šostakovič, che è la trascrizione per piccola orchestra del Quartetto n. 8, dedicato “alle vittime del fascismo e della guerra”, non alle vittime di una parte sola, ma a tutte le vittime, come chiariscono queste parole del compositore: “Provo eterno dolore per coloro che furono uccisi da Hitler, ma non sono meno turbato nei confronti di chi morì su comando di Stalin”.

Risale proprio ai tragici anni in cui in Europa infuriava la guerra la Sinfonia da camera op. 14, scritta nel 1940 da Georgij Sviridov, allora appena venticinquenne. Non è certamente un’opera “di regime” nemmeno il Concerto “For Three” di Alfred Schnittke, scritto nel 1994 per Bashmet e per due altri grandi strumentisti, Gidon Kremer e Mstislav Rostropovich, che vivevano in esilio come il compositore stesso. In questa occasione i solisti saranno Andrei Poskrobko al violino, lo stesso Yury Bashmet alla viola e Alexei Naidenov al violoncello..

Completa il programma la prima esecuzione a Roma di Preludio, Presto e Lamento di Silvia Colasanti, compositrice tra le più affermate in campo internazionale, che lo ha dedicato a Bashmet e ai Solisti di Mosca. “La grande “cantabilità”, oltre al virtuosismo, e la duttilità musicale sono i tratti della personalità musicale di Bashmet che fanno di lui un interprete di riferimento mondiale, in particolare per il repertorio contemporaneo. Questo nuovo lavoro destinato alla viola – racconta la compositrice romana – che mi affascina per il suo colore scuro e caldo, poggia su di una struttura tripartita: un Preludio, ricco di contrasti, che presenta i materiali che saranno sviluppati durante il brano, un Presto caratterizzato da un ritmo ostinato e velocissimo del solista su interventi secchi e sforzati dell’orchestra e un Lamento finale, dove la viola disegna un lungo arabesco su un tappeto di armonie bachiane e conclude il lavoro dopo un’articolata cadenza.”

“Quello che non ho”, teatro canzone al Quirino di Roma con Marcorè

marcorèDopo le felici esperienze di “Eretici e corsari”, “Un certo Signor G” e “Beatles Submarine”, Neri Marcorè torna a collaborare con il Teatro dell’Archivolto di Genova. L’attore è il protagonista di “Quello che non ho” e sul palco del Teatro Quirino di Roma recita e canta accompagnato dalle voci e dalle chitarre di Giua, Pietro Guarracino e Vieri Sturlini.

Scritto e diretto da Giorgio Gallione, lo spettacolo si ispira a due giganti del nostro recente passato, Pier Paolo Pasolini e Fabrizio De Andrè, portando in scena il sentimento di indignazione civile del primo e le “anime salve” del secondo. In equilibrio instabile tra ansia del presente e speranza del futuro, “Quello che non ho” è un affresco teatrale che si interroga sulla nostra epoca. Lo fa raccontando storie emblematiche, anche in chiave satirica, che mettono a nudo le contraddizioni della nostra società globalizzata, dove – come affermava Pasolini nel documentario La rabbia – continua ad esserci sviluppo senza progresso.

Il tessuto narrativo è basato su episodi di cronaca internazionale, quali lo sfruttamento dei minori in Congo nelle miniere di coltan, fondamentale per l’industria dei computer, o ancora le enormi “isole” di plastica che si vanno concentrando negli oceani. Non mancano le riflessioni di carattere economico e sociale ed il ruolo della politica è ripreso dai famosi scritti corsari di Pasolini: in Italia governare è una noiosa incombenza che si deve assumere chi vuole detenere il potere, reciterà sul palco Marcoré. Lo spettacolo inoltre evidenzia il ruolo del consumismo e dei mezzi di comunicazione di massa, che Pasolini oltre quaranta anni fa aveva individuato come una nuova forma di fascismo bianco.Quello che non ho 4

Alle parole del grande intellettuale prematuramente scomparso, sono incrociate le canzoni di Fabrizio De Andrè: da Khorakhané a Don Raffaè, da Smisurata Preghiera a Dolcenera, da Ottocento a Quello che non ho: ben dieci poesie in musica che passano dalle ribellioni e i sarcasmi giovanili alla visionarietà dolente delle “anime salve” e dei “non allineati” contemporanei. E così, idealmente, dallo spettacolo emerge un dialogo etico e politico, tra le narrazioni dell’Italia e del mondo lasciateci in eredità da due artisti lontani tra loro ma curiosamente spesso in assonanza.

“Nelle ultime stagioni insieme a Neri Marcorè abbiamo molto frequentato il teatro musicale, costruendo spettacoli che guardavano sia al teatro civile che alla bizzarra giocosità del surreale”, commenta il regista Giorgio Gallione. “Con Quello che non ho siamo di fronte a un anomalo, reinventato esempio di teatro canzone che, traendo linfa dalla visione del mondo e dalla poetica di Pasolini e De Andrè, prova a raccontare l’oggi. Un tempo nuovo e in parte inesplorato in cerca di idee e ideali”.

Bravura di molto sopra la media sia per Marcoré che per gli altri tre artisti presenti sul palco, che hanno cantato sempre a più voci, coniugando il canto con la chitarra e le percussioni. Va dato merito anche al lavoro svolto dal maestro Paolo Silvestri per l’arrangiamento musicale dei brani di De Andrè.

Dopo il grande successo alla prima con applausi prolungati, lo spettacolo sarà replicato al Teatro Quirino di Roma fino al 5 marzo.

Al. Sia.

Standing Ovation:
la forza della musica
e duetti in famiglia

standing ovation300 persone del pubblico presenti in sala, per altrettanti 300 voti espressi e preferenze date tramite un mini-parlamentino creato ad hoc (con dei sensori sulle poltrone degli spettatori che rilevano il segnale con cui la gente indica a chi dare il proprio punto), 10 coppie in gara alla partenza, due eliminati a puntata per 5 serate di trasmissione, un solo vincitore di puntata, tre giurati d’eccezione (Nek, Romina Power e Loredana Bertè) e una conduttrice veterana quale Antonella Clerici al comando del nuovo show televisivo “Standing Ovation”. Questi gli elementi caratterizzanti del nuovo programma della conduttrice; ma soprattutto tanta musica e tanti duetti. Non si tratta, però, di una copia di “Ti lascio una canzone”, in cui ai piccoli talenti vengono affiancati genitori (mamme e papà) o persino una zia. Sembra, piuttosto, un portare avanti l’idea di una musica per il sociale che unisce e, in particolare, dà forza nei momenti di difficoltà per uscire dai periodi bui. Con dietro un’idea di “famiglia allargata” e di concezione di quest’ultima che si vuole riprendere ed approfondire, per una gara divertente che è, appunto, per tutta la famiglia. Un super-ospite a puntata che non poteva mancare, ma questo fa sì che vi sia intrattenimento senza appesantire né allungare troppo i tempi della trasmissione (invitandone troppi). Si è partiti alla grande con il trio de “Il Volo”, che è diventato “un fenomeno planetario”, come li ha definiti la Clerici. E se per loro la standing ovation era d’obbligo, con nessuno meglio di loro si poteva parlarne. I tre giovani cantanti hanno spiegato che i fan più composti sono quelli giapponesi, mentre quelli più esuberanti gli americani: soprattutto in America del Sud sono molto calorosi. “Lì c’è un entusiasmo che si fa fatica a contenere”, ha confermato Nek. Gianluca, Ignazio e Piero ora andranno prima in America appunto, poi in Cina e torneranno in Italia a primavera prossima: “ma è sempre bello tornare a casa. Abbiamo dei posti fantastici ed unici che non si trovano altrove”, da nessun’altra parte del mondo, hanno garantito. Dopo aver regalato un medley, i tre hanno parlato del loro tour dando appuntamento ai loro sostenitori italiani tra qualche mese; così come, già a fine puntata, ne è stato lanciato un altro: quello per la coppia vincitrice con il trionfatore al Festival di Sanremo 2017, Francesco Gabbani, con cui duetteranno nella seconda serata del 25 febbraio.

Se l’idea per lo show (quando si è pensato al titolo) era quella “del pubblico che si alza in piedi e applaude esprimendo il suo consenso a favore di una canzone piuttosto che di un’altra” –come ha spiegato più volte la Clerici, anche quando ha parlato di “Standing Ovation” sul palco dell’Ariston- nel meccanismo di funzionamento vediamo tornare questo concetto. L’elemento peculiare, infatti, è proprio quello della Music Box, una sorta di scatola ideale in cui i tre giurati si ritrovano avvolti durante le esibizioni: isolati così da ogni rumore o influenza esterna, affinché non vengano condizionati da nessun input esteriore. Calata, quando viene risollevata i tre dovranno decidere se alzarsi in piedi appunto, per approvare la performance della coppia in gara, oppure rimanere seduti. Per un totale di 50 punti assegnati ciascuno (oltre quelli poi del pubblico e dei 300 del mini-parlamento), dunque per un massimo di 150 conquistati dai singoli concorrenti. Esprimendo anche un breve giudizio di commento, ne è emerso un confronto “sano” e una conoscenza delle diverse personalità dei giurati e del loro modo di “giudicare”. Questo già si è visto attraverso la definizione di musica che hanno dato. “Sono contento che soprattutto in questo programma emerga quanto essa trasferisce emozioni e cambia le condizioni –ha commentato Nek-. La musica è come il vento: non lo vedi, ma senti che c’è”. “La musica crea vibrazioni profonde” –ha aggiunto la Power-. “La musica è un linguaggio universale che unisce ed affratella i popoli e le persone” –ha proseguito la Bertè-. Se Romina è apparsa quella più tenera, buona e sensibile di tutti, alzandosi sempre per ciascuna coppia, la più severa è apparsa Loredana, a volte molto critica; ma, in modo divertente, lei stessa si è definita una specie di “strega cattiva uscita da una fiaba dei fratelli Grimm”. Del resto dalla “regina del rock” –come l’ha definita Antonella- non ci si poteva aspettare altro. “Occhi blu, profondi e sinceri” quelli di Nek per la Clerici, il cantante ha cercato di mediare e fare un po’ da moderatore tra le due posizioni opposte: “noi dobbiamo essere diretti”, nel bene e nel male, è apparso quasi giustificarsi e dare appoggio a Loredana. Il denominatore comune, però, ai tre è sembrato quello di avere un metro di giudizio basato più su un parametro legato a quanto fossero “solidali” e “umane” le storie dei protagonisti, più che sulle canzoni portate o sulle interpretazioni dei brani dati. “Standing Ovation”, dunque, sembra il caso di dire, per chi è “rimasto ancora in piedi” (come i giudici e parafrasando il nome inglese che dà il titolo alla trasmissione) nonostante tutte le ‘botte’ prese.

Vincitore della puntata d’esordio è stato proprio il duo che si è esibito per primo. Si tratta di Stefano ed Elsa (padre e figlia), legati dalla musica; dopo il divorzio di lui dalla moglie, si è ricostruito una vita con un’altra donna. Elsa è rimasta con la madre e lo incontra il sabato con la sua nuova compagna. Hanno cantato per dare un messaggio –ha detto Stefano- “a tutte le famiglie che vivono il dramma della separazione. L’amore e la musica risolvono tutto o almeno aiutano molto. Abbiamo scelto il testo di ‘Il mio mondo’ perché racconta l’amore universale”. Poi è stata la volta di Fabiola (42 anni) e del figlio Valerio (16), che passano molto tempo insieme, ma che soprattutto hanno fatto due serate d’animazione a Norcia per i terremotati per cercare di far divertire un po’ e strappare un sorriso a questa gente colpita dal sisma. E in questo periodo in cui le scosse non sembrano arrestarsi e sono stati lanciati diversi numeri solidali per inviare aiuti economici via sms o fisso, non poteva mancare chi porta, nel suo piccolo, a suo modo il suo contributo umano. “Guardando il cielo” di Arisa per loro. Ciuffo colorato per lui (stile Malgioglio che la Berté non ha gradito molto e che forse cambierà colore ogni settimana), mamma energica e stile Gianna Nannini lei, sono andati al ballottaggio finale e ripescati: ‘salvi’ come i sopravvissuti di Norcia. Nell’epoca della multiculturalità, non poteva essere assente una coppia “bianco e nero”, come il brano di Michael Jackson che portavano “Black or white” appunto: Sabrina (48 anni) e il figlio ‘mulatto’ di colore Joao (14); lei vive per lui: “siamo una cosa sola” -ha confessato lei-. Come i Ringo, verrebbe da dire, e l’abbraccio finale con la stretta di mano che si danno i due bambini di colore di pelle diverso. Una coppia che piacerà molto alla Clerici, con la sua Maelle, crediamo. E ancora Gino (41 anni) ed Emanuele, da Napoli. Ne ha dovute superare molte il primo, ma “per il bene della famiglia, con la forza dell’amore, non bisogna mai arrendersi e si riesce a riprendere la propria vita nelle proprie mani”, come ha fatto lui. Ed è per questo che quando canta “i segni della sofferenza sul suo viso scompaiono”, -come ha fatto notare Nek-. Dopo è stato il turno di Giovanna (37 anni) e di sua nipote Giulia (10), unite come madre e figlia, le due sono state poi eliminate a fine serata. Un brano del film d’animazione “La sirenetta”, hanno detto di “credere nelle favole”; per loro il sogno di proseguire la gara non si è realizzato, ma bella l’alchimia tra le due e, soprattutto, la voce di Giovanna. Infine c’è stato forse uno dei momenti più toccanti: quello di Mario (47 anni) e della figlia Alessia (17). Lui, non-vedente dalla nascita, “guarda la figlia con gli occhi del cuore” e dà una forza incredibile alla figlia. Se Nek ha detto che “quando canta non si percepisce la sua condizione” di cecità, per loro la frase rappresentativa è stata quella tratta da “Il piccolo principe”: “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Una ventata di leggerezza è arrivata, invece, da Maria (11 anni) e dal babbo Ernesto (45) con la loro “Happy”: un invito ad essere felici e gioia per tutti, ma anche a ricordare che “la musica ci porta a volare con i pensieri” e permette di sognare. Una boccata d’ossigeno continuata con Eleonora e Daniele (rispettivamente 40 e 13 anni), per i quali “suonare è come liberarsi da tutti i problemi”: rende liberi e dà serenità e scaccia i brutti pensieri e le preoccupazioni. Per loro la difficile canzone di Tiziano Ferro “Non me lo spiegare”, perché non si può mai smettere di amare la musica. Soprattutto Eleonora ha ricordato quanto l’abbia aiutata a superare il trauma della separazione dei genitori (per ritornare al messaggio di Stefano, il papà di Elsa); è stata lei a voler sottolineare che “in due, insieme, si è più forti”. A ribadire questo pensiero ci hanno pensato, subito dopo, Angelica (10 anni) e sua mamma Stefania. Quest’ultima ha affermato con convinzione e senza esitazione: “il canto è la medicina della vita”. Come darle torto? Un messaggio per tutte le persone –ha ricordato Nek- “che trovano la forza di andare avanti anche se le condizioni (fisiche, economiche o pratiche) non lo permettono”. Infine, successivamente, è toccato all’ultima coppia che ha partecipato a questa prima edizione di “Standing Ovation” (ma ve ne saranno delle altre a nostro avviso e il programma piacerà molto al pubblico crediamo): Omar (45 anni) e sua figlia Aurora. La musica unisce anche quando divide. Non è un paradosso. Sebbene appaia un ossimoro come il brano che hanno interpretato: “Ti lascerò”, che Fausto Leali e Luisa Corna portarono a Sanremo (e la voce di Omar ricorda un po’ quella di Leali). Il papà di Aurora, infatti, è stato sempre in giro perché faceva serate di musica e si è perso tutto della crescita della figlia, che diventava grande senza che se ne accorgesse. Lei pensò addirittura che lui non volesse saperne di lei, non ci tenesse a lei ed era molto arrabbiata. Ora, invece, sembrano una vera coppia di cantante e un duetto perfetto.

Una situazione un po’ richiamata dalla canzone che ha eseguito Nek: la sua “Laura non c’è”, di cui ricorrevano i 20 anni da quando la interpretò sul palco dell’Ariston. Quando crediamo di aver perso per sempre una cosa, è proprio quello il momento in cui la ritroviamo.

Peccato per le eliminazioni di due coppie, che meritavano di restare ancora in gara. Al ballottaggio di ripescaggio conclusivo con i loro cavalli di battaglia, sono usciti: Giulia e Giovanna (con “Il mondo è tuo”) contro Valerio e Fabiola (con “Il mondo insieme a te” di Max Pezzali), per 216 voti solamente contro i 232 dell’altro duo. E Daniele ed Eleonora (che si sono cimentati in “Guerriero” di Marco Mengoni) contro Angelica e Stefania (“Proud Mary” di Tina Turner per loro). “Dovete essere molto orgogliose” –ha commentato la Clerici riferendosi al ‘proud’ del titolo- della vittoria allo spareggio finale; infatti se lo sono aggiudicate per pochi voti di scarto: 255 contro i 248 con cui hanno superato Daniele ed Eleonora. Ma sicuramente ha vinto la musica. Standing ovation, dunque, per “Standing ovation”.

Dalida, il film sulla sfortunata e magnifica cantante italo-francese

dalidaDopo Modugno in “Volare” con Beppe Fiorello, è stata la volta di riscoprire un altro mito della musica italiana: Dalida. Su Rai Uno è andata in onda la storia di un’artista “maledetta”, dalla vita tormentata e caratterizzata dagli scandali, piena di successo quanto di sofferenza. Interpretata magistralmente dalla giovane Sveva Alviti, con Riccardo Scamarcio nel cast. Buona la regia di Lisa Azuelos, che trova nel finale dei validi stratagemmi, come la sovrapposizione in parallelo delle immagini delle prove e della diretta dello show in stile americano per i suoi 25 anni di carriera. Le grida della vita privata (con gli attriti con i diversi uomini che ha avuto), sfociano in quelle sul palco, a sancire quasi l’impossibilità di scindere Iolanda Cristina Gigliotti (il suo vero nome) da Dalida (il nome d’arte): la donna dalla cantante. Infatti le musiche e le canzoni hanno un ruolo principale e scandiscono e descrivono le tappe della sua esistenza. Per questo si tratta di un biopic in cui l’aspetto autobiografico non è assolutamente trascurabile per il senso drammatico che la storia assume. Se sono criticabili, discutibili e opinabili l’uso del flashback e delle canzoni originali per cui la voce è quella della vera Dalida, di certo non si può negare a Sveva Alviti la passionalità di un’interpretazione sentita. Modella con l’amore per il cinema, l’attrice ha presentato il film in anteprima a Sanremo. Già al Festival aveva raccontato dell’impegno e della fatica di prepararsi per “entrare” nel personaggio: aiutata dal fratello della cantante Orlando, ha visto di tutto, dai documentari, alle interviste, agli show tv su di lei a cui ha preso parte, per carpire i segreti reconditi dell’anima agitata di questa donna forte e fragile allo stesso tempo. Quest’ultimo è forse l’aspetto di Dalida che più l’ha colpita. Come ha raccontato successivamente in un’intervista a “La Stampa”, in questo dualismo si riconosce: “La fragilità e la forza. C’era un dualismo di fondo in lei, come in ogni donna, credo. Era Iolanda, donna fragile, che amava amare, frustrata nei rapporti con gli uomini e nel desiderio di una famiglia e dei figli. Ed era Dalida la star, che si nascondeva dietro a una maschera e che l’amore del pubblico rendeva, solo apparentemente, forte”.
Tanti uomini hanno movimentato la sua vita, ma un segno profondo lasciò soprattutto Luigi Tenco (di cui lei fu la madrina nel Sanremo del 1967). Lui si suiciderà, lasciando un biglietto in cui scriveva: “Non l’ho fatto perché sono stanco della vita, ma come atto di protesta di un pubblico che non vuole capire”; alla stessa maniera, dopo un primo tentativo di togliersi la vita andato fallito, anche Dalida si ucciderà dicendo quanto segue: “la vita mi è insopportabile, perdonatemi”.

Una donna che amava più la morte, che vedeva come un sogno e non le faceva paura, più che la vita. Una volta affermò: “Sa qual è la cosa più difficile dello scegliere tra la morte e la vita? Scegliere la vita, la morte è dolce”; “eppure ha scelto la vita” –le fece notare il suo psicoterapeuta-. “No, è la morte che non ha voluto me”. La cantante e attrice franco-italiana, nata a Il Cairo il 17 gennaio del 1933, quando fece ritorno in Egitto fu accolta con un’accoglienza degna di un Capo di Stato. Eppure fu profondamente lacerata interiormente dal netto senso di vuoto e di solitudine che sentiva. La carriera non le bastava, era come se le mancasse sempre qualcosa. Lei dette speranza a molti suoi fan, ma non riuscì a salvare se stessa da quel baratro in cui cadde sempre più inesorabilmente. Visse d’amore e di rischio e andò sino in fondo al suo sogno di morte. Il rimpianto suo più grande fu quello di non aver studiato, ma fu altrettanto struggente la sua ricerca di equilibrio e di serenità. Volle persino smettere di cantare per intraprendere un percorso spirituale più “sano” e “salvifico”. Nata con la missione di cantare, “cercavo –raccontò in un’intervista memorabile- l’amore vero e sono sicura che esiste: è quello che, attraverso l’uomo, porta a Dio.

Forse è per questo che nella mia vita ho incontrato tanti uomini. Al mio pubblico piace che dica la verità, è lui che mi ha creata” e non volle tradire mai questa sincerità verso i suoi fan e verso se stessa. Non nascose mai questa sua sofferenza e insoddisfazione, che sfociava in una malinconia e in una nostalgia autolesioniste, una depressione che corrispondeva in modo perfettamente proporzionale all’euforia del successo; più traguardi e fama raggiungeva, più montava la sua auto-distruttività nel voler distruggere tutto quanto di buono aveva costruito, soprattutto nella sua vita privata e nelle relazioni umane e con gli uomini, quasi che non si sentisse mai adeguata, all’altezza, degna di meritare quanto aveva ottenuto, di essere felice, quasi non fosse quel mito che tutti adoravano e amavano, ma una persona che pensava di rovinare piuttosto la vita all’altra gente. In questo fu una vera vita da star la sua, fatta di eccessi e di tanto buio dietro alle luci di riflettori sempre puntati su di lei. Prime pagine di giornali e copertine interamente dedicati a lei, che sembrava trovasse più facile fuggire da questo “benessere” più che viverlo nel modo dovuto. Del resto le storie di altre star ci hanno raccontato lo stesso finale (melo)drammatico, George Michael da ultimo.

Eppure in tutto il romanticismo di cui fu impregnata l’anima di Dalida, si intravede un aspetto dolce che forse andava maggiormente enfatizzato: il rapporto con il padre, che perse da piccola e la cui morte fu un lutto che probabilmente non superò mai; una figura che ricercò appunto in tutti gli uomini che le furono accanto, ma che rifiutò quasi per paura di togliere spazio e importanza al papà, di offendere e deludere questo padre cui fu tanto legata. La morte per lei era un modo per ricongiungersi a lui –si potrebbe ipotizzare-. Non è un caso, dunque, che nel finale la vediamo salire la scalinata illuminata del palco e avvicinarsi fino quasi a toccare il cielo: del successo, ma anche quello dove avrebbe trovato il padre con cui ci viene mostrata poco prima camminare insieme, mano nella mano. Forse davvero allora, come disse Tenco, anche la sua musica non fu compresa e fu apprezzata principalmente la sua splendida voce senza capire cosa ci celava dietro quel continuo oscillare di toni. Di sicuro una personalità e un’emotività complesse le sue. Vista spesso come presuntuosa, egoista e capricciosa, persino inaffidabile, pochi colsero la sua straordinaria generosità e bontà d’animo: dette persino un assegno a un suo fidanzato studente affinché continuasse l’università, sebbene abortì del figlio che aspettava da lui. Il suo volersi sdebitare con i soldi nei suoi confronti e di se stessa, fa intravedere anche un vero atto protettivo materno.

Dopo la musica resta
la lezione del Festival
di Sanremo 2017

san remoCon la chiusura ieri del numero solidale 45500 per la ricostruzione delle scuole nelle aree terremotate, sembra definitivamente archiviata l’edizione 2017 del Festival di Sanremo. La kermesse, infatti, è stata caratterizzata dal continuo lancio di questa raccolta fondi della campagna “Ripartiamo dalle scuole”, sollevando anche qualche polemica. Carlo Conti dunque è un po’ come se simbolicamente avesse “mandato” la cartolina della manifestazione che ha contribuito a ideare quale direttore artistico (come fatto con quelle sulla Liguria durante la trasmissione). Ma si tratta di un evento che non è solo musica, divertimento e intrattenimento.

Durante le puntate si è divertito a “giocare” sul “suo” ‘pollice verde’, fingendo di dare consigli e suggerimenti sui fiori dei bouquet regalati agli artisti in gara: mazzi dati in omaggio ai cantanti, provenienti da una terra di cui fiori sono l’emblema per eccellenza. Ma, per rimanere in tema floreale, come si suole dire metaforicamente, non è sempre tutto “rose e fiori”; come ogni rosa che sia tale ha le sue spine, così anche Sanremo nasconde le sue difficoltà. Criticità che devono essere affrontate e superate per veder sbocciare quel fiore che è il Festival, entrambi con la “f” di fiducia che si vuole e deve costruire con il pubblico. Ma non è facile ottenerla: le aspettative sono tante e le insidie molteplici. “Se son rose fioriranno” – si dice spesso con una ventata d’ottimismo e di coraggio -: Carlo Conti per ben tre volte ha visto maturare la rosa che aveva coltivato con cura.

Non ha, però, mancato di rimarcare come dietro la riuscita di questo “suo” traguardo personale di soddisfazione, vi sia stato un duro lavoro. Il Festival è una macchina complessa, in cui dietro le quinte agiscono un’infinità di persone, uno staff che lavora a ritmi altissimi e forsennati, per un’organizzazione che, per essere perfetta, è fatta di varie fasi che coprono tutto l’arco della giornata (la rassegna stampa, gli ascolti, la conferenza stampa, le prove, la preparazione per la diretta e l’andata in onda), in cui non si ha tempo per altro se non per la gestione di questo mega-evento, vero “spettacolo nello spettacolo” – come egli stesso lo ha più volte definito giustamente. Questo ben ha messo in evidenza il conduttore durante un’intervista allo speciale Tg 1 “Tutto fa Sanremo”. E proprio tale titolo fa intravedere un’altra insidia che mina la kermesse: fa pensare al “tutto fa notizia”, “purché se ne parli”, “tutto fa audience e ascolti”, che riconduce a un modo di parlare di questa manifestazione che deve essere responsabile, se non vuole sfociare in un gossip poco produttivo, anzi nocivo. Un’informazione che non deve essere a carattere scandalistico, ma di tipo analitico, sociale, oggettivo, realistico. Purtroppo non sempre è così, soprattutto “perché Sanremo è Sanremo”. Ovvero, tende a rimanere un riferimento musicale perennemente, durante tutto l’anno. Non è un caso che il video della canzone vincitrice di Francesco Gabbani “Occidentali’s karma” già abbia ottenuto un record di visualizzazioni in poco più di 24 ore: più di 4 milioni (4.353.802) nel giro di un solo giorno. Ma Sanremo non sono solamente storie a lieto fine. Sono, spesso, storie di tenacia e coraggio di sapersi mettere in gioco, di spirito di sacrificio e di forza di volontà di tentare per riuscire finalmente. Ḕ il caso di Francesco Guasti; eliminato tra le Nuove Proposte lo scorso anno e tornato quest’anno a gareggiare, è riuscito ad arrivare tra i finalisti e tra gli applausi degli spettatori con la sua “Universo”: ben gradita al pubblico, la canzone ricorda “Nessun grado di separazione” di Francesca Michielin. Storia di riscatto la sua e di esempio. Si fece prendere dalla disperazione, sbattendo le porte e gridando ed esprimendo tutta la sua rabbia e delusione, un dolore e un’amarezza che ha deciso di superare, come si fa con i limiti. Non ha mollato e ci ha riprovato: la vita gli ha dato una seconda possibilità e stavolta non ha fallito questa opportunità. Per questo l’invito per tutti i concorrenti è sempre quello di continuare a credere nei propri desideri e passioni e di non lasciarsi andare al rancore e alla rassegnazione. Lo stesso Francesco Gabbani, del resto, lo scorso anno era stato escluso, poi ripescato grazie anche all’interessamento e alla segnalazione dell’errore tecnico dello stesso Massimo Giletti e andò a vincere, come avvenuto quest’anno tra i Big. Campioni in gara che vanno rispettati per il fatto stesso di essere dei grandi artisti veterani che, spesso, accettano di sottoporsi al giudizio di una giuria e di un televoto severi, oltre che all’opinione e alla critica della stampa a volte troppo cinica.

Lo stesso Gabbani, proprio durante lo speciale Tg 1, ha detto che avrebbe votato per Fiorella Mannoia proprio per il rispetto per una grande artista. Se alcuni preferiscono partecipare come ospiti e non in gara, a volte è solamente perché non hanno il brano giusto. “Alcune canzoni le puoi cantare solo a Sanremo, sul palco dell’Ariston” –ha spiegato proprio la Mannoia-. Se la sua frase preferita del testo è “Per quanto sembri incoerente e testarda se cadi ti aspetta”, essa sembra riferirsi alla musica stessa; la definizione ben le si addice: così “Per quanto assurda e complessa ci sembri la vita è perfetta”, pare ben descrivere la musica che può sempre risollevarti nei momenti di difficoltà, pur nella sua infinita varietà di espressioni.

Purtroppo, però, a volte Sanremo sono anche polemiche (reali o strumentali che le si voglia ritenere). Storie di incomprensioni, di canzoni non apprezzate o capite che portano dispiacere. Il Festival non sono solo gioia, felicità e sorrisi, applausi, ma anche lacrime e denti stretti dietro cui si nasconde l’amarezza. Pensiamo alle esclusioni quest’anno delle canzoni di Gigi D’Alessio “La prima stella” (anche se in un video in cui festeggia con tutto il suo staff e con Anna Tatangelo brindano, mentre l’artista napoletano garantisce di ‘non esserci rimasto assolutamente male’); ma soprattutto a quella più polemica di Al Bano “Di rose e di spine” (per richiamare poi la metafora iniziale del Festival quale di una rosa con le sue spine, i suoi alti e bassi): “uno schiaffo in faccia che non mi aspettavo, ma non mi arrendo, perché sono orgoglioso del brano che ho portato anche se non è stato capito.

Non sarà l’ultima volta che salirò sul palco dell’Ariston” – ha commentato Al Bano. L’artista ha detto poi di poter accettare le critiche al testo, alla sua esecuzione o all’interpretazione che ha dato, ma la musica e l’arrangiamento andavano assolutamente premiate e su questo il premio che ha ricevuto gli dà ragione e ha un po’ messo tutti d’accordo, dando onore al merito e giusto valore e riconoscimento all’arrangiamento appunto. La storia di Sanremo, poi, è fatta di scontri atroci dietro le quinte. Retroscena più aspri, inediti, impensabili, non trascurabili, che fanno comprendere come la strada del successo sia dura e difficile. Pensiamo a quello tra Claudio Villa e l’organizzatore del Festival dell’epoca Gianni Ravera. Era il 1982 e Ravera aveva già organizzato Sanremo l’anno prima. La canzone di Villa venne esclusa e lui lo accusò di poca trasparenza.

“Le giurie non esistono” affermò Villa. “L’unico giurato è Ravera”. Il cantante si rivolse persino al pretore di Sanremo per chiedere all’organizzazione di rendere pubblici i verbali delle giurie. Il Festival rischiò di essere sospeso; così Villa –razionalmente- decise di sottoscrivere un compromesso con lo stesso Ravera: uno degli eliminati, attraverso un sorteggio, sarebbe stato ripescato e ammesso alla finale; si trattò di Michele Zarrillo, in gara con “Una rosa blu”, ma quest’ultimo, d’accordo con la sua casa discografica (la Cbs), deciderà di non presentarsi sul palco per solidarietà con Ravera. Non sarebbe stata né la prima né l’ultima volta del montare di polemiche e scandali, soprattutto a causa di errori tecnici. Non ultimo quello di Gabbani o quello della canzone “Pace” di Paolo Vallesi e Amara; o quella dei La Rua. Questo forse un po’ il senso della serata delle cover: “ripescare canzoni messe un po’ in soffitta” e finite nel dimenticatoio, come è stato con “Signor tenente “ per Marco Masini. Perché Sanremo è anche un po’ la storia della musica italiana ed è per questo che sul palco dell’Ariston vengono assegnati premi alla carriera o avvengono reunion. E, come avviene sempre quando si tratta di Storia, vi sono i suoi alti e bassi, lati positivi e negativi.

Sanremo. Il Festival di tutti in stile Occidentali’s Karma di Gabbani

gabbani“Un Festival inclusivo e accogliente, capace di unire le persone”, il cui slogan potrebbe essere “Tutti cantano Sanremo e Sanremo canta tutti”. Così lo ha definito il Direttore Generale Rai Antonio Campo Dall’Orto. Sempre più social e sociale, peculiare nel suo oscillare tra il racconto del talento e degli eroi del quotidiano. Il dirigente ha, poi, voluto dare qualche numero di questo Festival dei record, che ha fatto registrare picchi di ascolti tra i più alti degli ultimi 10-12 anni (intorno al 50% di share): 2milioni di persone hanno seguito il Festival in streaming, 6 milioni sono stati i video scaricati attraverso Rai Play e 30 milioni di interazioni attraverso i social, in particolare da parte dei giovani tra i 15 e i 34 anni. E un accento particolare Campo Dall’Orto con Carlo Conti hanno voluto mettere proprio su questa nuova piattaforma social (Rai Play) creata, che ha permesso una fruizione più ampia dell’evento, soprattutto dagli adolescenti. E questo ha contribuito a giungere alla vittoria di coloro che sono stati i personaggi rivelazione di questo Festival: Ermal Meta, che ha vinto la serata delle cover con “Amara terra mia” e il Premio della Critica Mia Martini. Poi Lele, che ha vinto tra le Nuove Proposte con la sua “Ora mai”. E, infine, colui che ha sbaragliato tutti con la “profonda leggerezza” della sua canzone “Occidentali’s karma”: Francesco Gabbani. Un brano che si prepara ad essere la hit dell’estate, che parla della ricerca di benessere nelle filosofie orientali, che si tenta di capire, ma che non si comprendono perché troppo presi e distratti dal consumismo, dalla foga e dalla frenesia della vita quotidiana alienante che ci si costruisce con le nuove tecnologie, a tratti disumanizzanti, e che sicuramente portano ad occidentalizzare tutto, incentrando l’attenzione sull’apparenza e sull’attenzione all’esteriorità piuttosto che carpire la reale portata e il senso di queste filosofie che inseguono la ricerca di benessere e dell’equilibrio tra mente e corpo. “Una vittoria strepitosa e inaspettata, un sogno ad occhi aperti, una soddisfazione enorme che dà ancora più senso e significato a quello che ho fatto finora”, ha commentato il vincitore, confessando di essersi trovato in un “vuoto emotivo ed emozionale” al momento in cui è stato decretato il suo trionfo. “Ho sempre cercato di pormi con positività, ma avevo paura che questa leggerezza venisse mal interpretata”, portando l’attenzione più sul ritmo che sulle parole. L’unico uomo ad aver ricevuto, durante l’esibizione, un mazzo di fiori, insieme a Maria De Filippi che è stata l’unica conduttrice a non aver sceso le fatidiche scale. Se Sanremo ha avuto il suo portafortuna, ovvero il portachiavi con l’immagine di Conti, anche lui ha trovato il suo. “Credo –ha affermato Francesco- nello scambio karmico”, nell’empatia cioè che si riesce a costruire con il pubblico, con una comunicativa basata su un’empatia naturale, istintiva e immediata per un’attrazione carismatica del brano che ha fatto di Gabbani un cantante, cantautore, ballerino e coreografo. I passi di danza creati ed improntati sulla melodia incisiva, hanno contribuito a far scatenare l’Ariston. E, a proposito di Karma, se Tiziano Ferro è stato il super ospite protagonista della prima serata, sembra avergli portato bene, richiamando (con la sua presenza) alla mente la sua canzone omonima appunto, intitolata “Karma”, in cui l’artista di Latina duetta con John Legend. Ed a Sanremo, dopo l’esclusione tra i Big dei due duetti presenti in gara di Alice Paba e Nesli e di Giulia Luzi e Raige, sembra invece aver trionfato proprio un’altra sorta di duetto. Infatti il vincitore sul palco non era solo: era in coppia con ciò che ha sorpreso maggiormente positivamente gli spettatori, la famosa scimmia. Lo scimpanzé nascondeva il volto e il corpo dell’amico Filippi Ranaldi. E il duo con il gorilla ha avuto un effetto duplice: di divertimento ed anche interpretativo del brano. Se Gabbani nell’ultima serata si è presentato vestito in tailleur, per omaggiare l’eleganza sobria in black del Festival targato Conti (perfettamente in linea con la sua carnagione scura ben colorita di un nero abbronzato che tutti gli invidiano), non è stato così nelle altre puntate. Di solito indossava un maglione colorato (turchese, arancione e rosso) e pantaloni neri per non distogliere dalla portata del testo e per trasmettere e rappresentare la semplicità della gente comune, dell’uomo medio occidentale che vive il quotidiano; poi dopo l’abbigliamento si è trasformato in un espediente comunicativo e un po’ provocatorio, -ha spiegato Gabbani- perché la scimmia ha indossato i suoi vestiti e lui ha preso gli abiti della simpatica scimmia, vestendo i suoi panni con ironia divertente e pungente, a significare quasi che, dall’uomo del neolitico nulla o poco è cambiato e l’essere umano sembra proprio provenire dalla scimmia, di cui è un’evoluzione distorta e un po’ perversa, perché distolta dallo sviluppo forse troppo veloce delle tecnologie. E non è un caso se ha ottenuto il Premio Tim Music per la musica in digitale ascoltata in streaming sulla piattaforma. Ma, dopo essere stato prima escluso, poi ripescato per andare a vincere lo scorso anno tra le Nuove Proposte con la sua “Amen”, Francesco Gabbani è un giovane che non viene dai talent, ma si è fatto con la gavetta, con lo spirito di sacrificio, con la voglia di arrivare e la forza della determinazione e dell’intelligenza di chi si guarda intorno e osserva la realtà con spirito critico, oggettivo e brillante. Cosa non da poco con i tanti talenti di “Amici” presenti e la conduzione di Maria De Filippi. Ma perfettamente conforme allo spirito del Festival e agli eroi del quotidiano citati dal direttore generale. In primis, tra questi ultimi, la band rock dei “Ladri di carrozzelle” e poi il giovane Emanuele, che ora ha un contratto con la ‘Sugar’ di Caterina Caselli, ma è stato scoperto per caso. Un giorno alla stazione, mentre attendeva un treno in ritardo, ha visto un pianoforte; si è messo a suonare d’istinto e di getto in maniera spontanea, un passante gli ha fatto un video; ha postato in Internet e diffuso sul web la sua registrazione (che ha avuto 3 milioni di visualizzazioni in tre giorni: da record), la quale è arrivata sino alla nota cantante e ora produttrice discografica. Per questo la vittoria di Gabbani assume ancor più importanza. Ma, nell’ultima serata, sono stati assegnati anche altri premi oltre a quello finale: ben sette per l’edizione 67^ del 2017. Di quello ad Ermal Meta avevamo detto; poi quello per il miglior testo a Fiorella Mannoia per la sua “Che sia benedetta”; miglior arrangiamento a “Di rose e di spine” di Al Bano; Il Premio della Sala Stampa Lucio Dalla a Fiorella Mannoia; il premio per i 55 anni di carriera a Rita Pavone e quello Asso Musica a Zucchero. Oltre a quello Tim Music a Gabbani appunto.

E non a caso il podio è stato composto proprio da “Vietato morire” di Ermal Meta (terzo), contro la violenza tra le mura domestiche e la cui frase più bella è, per stessa ammissione del giovane: “L’uomo che tu diventerai/Non sarà mai più grande dell’amore che dai”. Seconda Fiorella Mannoia e il suo inno alla vita, perfetta così com’è. “Siamo noi che la roviniamo con la nostra sete di potere, con le nostre invidie e i nostri egoismi; se ci estinguessimo il mondo andrebbe avanti ugualmente senza problemi in una perfezione divina”, ha affermato la cantante. “Per quanto assurda e complessa ci sembri la vita è perfetta/Siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta”, dice la cantante nel testo, per finire con l’appello forse più importante: “A chi lotta da sempre e sopporta il dolore/
Qui nessuno è diverso nessuno è migliore./A chi ha perso tutto e riparte da zero perché niente finisce quando vivi davvero”. Un invito a riscoprirsi tutti simili e vicini (che ricorda quello di “nessun grado di separazione” di Francesca Michielin, sempre arrivata secondo lo scorso anno), sfociato nel promuovere il numero solidale 45500 per la ricostruzione delle scuole nelle aree terremotate, che si concluderà martedì 14 febbraio. 3 milioni di euro sono stati devoluti per il progetto “Ricominciamo dalle scuole” a favore delle terre colpite dal sisma; hanno contribuito anche Francesco Totti (che ha donato a tale favore tutto il suo cachet) e Carlo Conti, che ha dato 100mila euro per questa causa umanitaria benefica, mostrando il bonifico effettuato tra le polemiche sollevate.

Tra le altre canzoni, interessante quella di Marco Masini “Spostato di un secondo”, che ben descriva come la vita possa cambiare da una frazione di secondo all’altro per sempre, irreparabilmente o in maniera sostanziale (vedi tutte queste calamità naturali). Quella di Gigi D’Alessio “La prima stella”, che lui ha dedicato alla madre che ha perso 32 anni fa, per tutti i cari che abbiamo in cielo e dunque un ricordo anche per tutte le vittime delle morti bianche nelle stragi terroristiche o in queste tragedie inaspettate come il terremoto. Ma anche quella di Paola Turci “Fatti bella per te”: invito ad accettarsi per quello che si è, a volersi bene, ad amarsi e amare il proprio corpo, a farlo per se stessi e non per gli altri, per stare bene, sereni in pace con se stessi e non per piacere alle altre persone. La cantante l’ha dedicata a se stessa dopo il terribile incidente avuto e la fatica che ha fatto per risollevarsi e reagire. Tra i giovani molto valida la voce di Lodovica Comello e la sua vocalità in “Il cielo non mi basta”. Più maturo è sembrato anche Michele Bravi. La sua “Il diario degli errori” lascia molto intravedere le influenze di Noemi, artista che conosce e stima: forti le somiglianze nelle movenze e nella sonorità graffiante di una voce rauca e arrotata nelle vocali e sillabe che accentua e allunga per enfatizzare l’accento che vuole porre su alcune di esse in particolare.

Carlo Conti voleva il top e per questo ha chiamato a fianco a sé Maria e c’è riuscito. Per lui ciò che conta (e quello che deve essere il compito di un direttore artistico) è la musica, il quadro delle canzoni che devono essere valide intorno a cui mettere una cornice appetibile di ospiti. E così ha fatto: i brani in gara sono stati molto belli. Perché Sanremo è Sanremo ed è tutta un’altra cosa: “qui tutto è diverso” ha confessato la De Filippi. Infine una nota a sancire quasi una sorta di continuità con lo scorso anno: “Portami via” di Fabrizio Moro, che ha dedicato alla figlia, ricorda molto “Un giorno mi dirai” degli Stadio che vinsero il Festival del 2016. Gaetano Curreri, tra l’altro, è una grande amico di Moro e i due hanno collaborato più volte insieme. Ed infatti è stato lo stesso Zucchero ad ammettere che qui nulla era cambiato, dopo esservi tornato a distanza di 14 anni: tutto è rimasto uguale, eterno come la musica.