The Pink Floyd Exhibition, a Roma Roger Waters
e Nick Mason

06_previewRetrospettiva epocale a 50 anni dalla nascita di uno dei gruppi musicali più innovativi e influenti della storia, arriva a Roma, acclamata dalla critica e in esclusiva per l’Italia, la mostra The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains.

Hanno presentato la mostra, in conferenza stampa oggi al Museo Macro di Roma, i due membri fondatori della band Roger Waters e Nick Mason, insieme alla Sindaca Virginia Raggi, il Vicesindaco con delega alla cultura Luca Bergamo e il Commissario per la gestione provvisoria di Palaexpo Innocenzo Cipolletta.  L’esposizione – promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita Culturale – al MACRO Museo d’Arte Contemporanea di Roma di via Nizza dal 19 gennaio al 1 luglio 2018, sarà la prima ospitata dal museo con la nuova gestione dell’Azienda Speciale Palaexpo. Dopo l’enorme successo del debutto di qualche mese fa al Victoria and Albert Museum di Londra, che ha visto la partecipazione di più di 400.000 persone, la mostra, prodotta e promossa a livello globale da Michael Cohl, della Concert Productions International B.V., si sposta a Roma per la prima tappa internazionale e sarà visitata per la prima volta in assoluto da Roger Waters.

Ideata da Storm Thorgerson e sviluppata da Aubrey ‘Po’ Powell di Hipgnosis, che ha lavorato in stretta collaborazione con Nick Mason (consulente della mostra per conto dei Pink Floyd) The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains è un viaggio audiovisivo nei 50 anni di carriera di uno dei più leggendari gruppi rock di sempre e offre una visione inedita ed esclusiva del mondo dei Pink Floyd. Esposti in mostra oltre 350 oggetti, mai visti prima, che rappresentano i diversi momenti della storia del gruppo, a partire dalla gigantesca ricostruzione del furgone Bedford che usavano per i tour a metà degli anni sessanta.

Il colossale allestimento del Victoria and Albert Museum di Londra, descritto dai quotidiani inglesi come “impressionante”, “un’autentica festa per i sensi” e “quasi altrettanto emozionante che ascoltare i Pink Floyd dal vivo”, è stato il più visitato di sempre nel suo genere. In esclusiva per l’Italia il MACRO ospiterà l’esposizione e lo stesso Mason ricorda che – a meno di 1 km di distanza – proprio al Piper ebbe luogo uno dei primi concerti dei Pink Floyd in Italia nell’aprile del 1968.

La mostra racconta quale fu il ruolo della band nel cruciale passaggio culturale dagli anni sessanta in poi. Grazie al suo approccio sperimentale – che rese il gruppo inglese esponente di spicco del movimento psichedelico che cambiò per sempre l’idea della musica in quegli anni – la band venne riconosciuta come uno dei fenomeni più importanti della scena musicale contemporanea.

I Pink Floyd hanno prodotto alcune delle immagini più leggendarie della cultura pop: dalle mucche al prisma di The Dark Side of the Moon, fino al maiale rosa sopra la Battersea Power Station e ai “Marching Hammers”. La loro personale visione del mondo si è realizzata grazie a creativi come il moderno surrealista e collaboratore di lunga data Storm Thorgerson, l’illustratore satirico Gerald Scarfe e il pioniere dell’illuminazione psichedelica Peter Wynne-Wilson.

Il percorso espositivo che guida il visitatore seguendo un ordine cronologico, è sempre accompagnato dalla musica e dalle voci dei membri passati e presenti dei Pink Floyd, tra cui Syd Barrett, Roger Waters, Richard Wright, Nick Mason e David Gilmour. Il momento culminante è la Performance Zone, in cui i visitatori entrano in uno spazio audiovisivo immersivo, che comprende la ricreazione dell’ultimo concerto dei quattro membri della band al Live 8 del 2005 con Comfortably Numb, appositamente mixata con l’avanguardistica tecnologia audio AMBEO 3D della Sennheiser, oltre al video, in esclusiva per Roma, di One Of These Days, tratto dalla storica esibizione del gruppo a Pompei.

“La reazione dei fan alla mostra è stata persino più calorosa del previsto. Sono due ore di musica, energia ed emozione in puro stile Pink Floyd” commenta Michael Cohl della Concert Productions International B.V.

The Pink Floyd Exhibition è prodotta e organizzata dalla Concert Productions International B.V. di Michael Cohl, da Azienda Speciale Palaexpo, Mondo Mostre e da Live Nation. È curata dal direttore creativo dei Pink Floyd, Aubrey ‘Po’ Powell (dello studio grafico Hipgnosis) e da Paula Webb Stainton, che ha lavorato a stretto contatto con membri del gruppo tra cui Nick Mason (consulente per i Pink Floyd), con il contributo di Victoria Broackes del Victoria and Albert Museum. La mostra è in collaborazione con lo studio Stufish, uno dei maggiori studi di architetti d’intrattenimento e progettisti di lunga data dei palchi della band, e con gli interpretativi exhibition designer di Real Studios.

Il libro ufficiale per i 50 anni della band è edito da Skira ed è disponibile nelle librerie.

Dopo il sold out a Milano Colapesce arriva all’Auditorium di Roma

colapesceÈ iniziato con un sold out alla Santeria Social Club di Milano lo scorso 11 gennaio l’“Infedele tour” di Colapesce, al secolo Lorenzo Urciullo, che continua ora su alcuni dei più prestigiosi palcoscenici italiani. Il tour arriva dopo la pubblicazione dell’album “Infedele” (42 Records/Believe), ritenuto quasi all’unanimità dalla critica uno dei migliori dischi italiani del 2017.
Con una band rinnovata, dopo l’Antoniano di Bologna giovedì 18 gennaio, l’artista arriva all’Auditorium Parco della Musica di Roma venerdì 19 gennaio (sala Sinopoli, ore 21) accompagnato da Adele Nigro (Any Other), chitarra, sax, tenore e voce; Andrea Gobbi, basso e voce; Giannicola Maccarinelli (JoyCut), batteria; Mario Conte, tastiere, programming e cori; Gaetano Santoro, sax e baritono.

Prodotto dallo stesso Colapesce insieme a Jacopo Incani – meglio noto come IOSONOUNCANE – e Mario Conte (che con Lorenzo aveva già collaborato per “Egomostro”), “Infedele” rappresenta una vera e propria dichiarazione d’amore nei confronti della musica. Una musica libera, fuori dai vincoli di genere e dalle regole, un vero e proprio viaggio nella forma canzone attraverso stimoli e suggestioni anche opposti tra di loro.
“Infedele” è infatti un atto di indipendenza intellettuale – e non solo discografica – e appartenenza rivendicata proprio attraverso la non appartenenza a nessuna chiesa. Un disco che vuole essere accessibile e complesso al tempo stesso, pop e sperimentale, moderno e antico, mediterraneo e cittadino, romantico e provocatore. Un frullatore in cui la canzone d’autore italiana si mischia con il fado portoghese, l’elettronica da club, il tropicalismo brasiliano, il free jazz, le colonne sonore di Umiliani e le ballate.

“Infedele” è stato anticipato da Ti attraverso, pubblicata lo scorso sei settembre in occasione del 34esimo compleanno di Colapesce; e Totale, accompagnata da un video epico per la regia di Ground’s Oranges.
Sospesi, l’ultimo singolo estratto, è uno dei brani più importanti dell’album, anche grazie alla collaborazione con Fabio Rondanini (Afterhours, Calibro 35), uno dei migliori batteristi italiani che ha saputo dare un tocco personale alle atmosfere jazzate che caratterizzano la canzone. Il video di Sospesi è stato girato da Salvo Nicolosi per il collettivo Ground’s Oranges e vede la partecipazione straordinaria dell’attrice Valentina Lodovini. Un vero e proprio omaggio al cinema horror italiano degli anni ’70 con evidenti tributi alla cinematografia di Dario Argento (ma diverse citazioni sono nascoste nel video e vanno da Twin Peaks a La casa di Sam Raimi).

Dopo Bologna e Roma, il tour di Colapesce proseguirà all’Odeon di Catania il 24 gennaio; alla Casa delle Arti di Conversano (Bari) il 26 gennaio; all’Hart di Napoli il 27 gennaio; e il 2 febbraio all’Argo16 (ex Spazio Aereo) di Mestre (Venezia).

Con lo stesso spirito con cui è nato l’album, un progetto personale ma frutto di un lavoro collettivo, Lorenzo ha deciso di chiamare ad aprire i suoi concerti una serie di cantautori di cui è prima di tutto fan e poi amico. Come Andrea Poggio, ex Green Like July, appena uscito per Tempesta con il suo primo, bellissimo, album solista, che darà il via al concerto di Bologna e Roma. Barbagallo, che con Lorenzo faceva parte degli Albanopower e che ha da poco pubblicato il suo nuovo album “Nove” per Trovarobato, apre il concerto di Catania e Conversano; mentre Alì, che esce per Woodworm e che ha realizzato due album entrambi con la produzione artistica di Colapesce, apre Napoli. Marco Iacampo, nome storico del cantautorato italiano, già noto con il moniker di Goodmorningboy, dà il via al concerto di Mestre.

Parte il nuovo Festival di Sanremo dell’architetto Baglioni

Sanremo-2018-Claudio-Baglioni-Michelle-Hunziker-e-Pierfrancesco-FavinoAl via il carrozzone musicale del Festival di Sanremo giunto alla sua 68esima edizione che quest’anno sarà capitanato da Claudio Baglioni, presentatore e direttore artistico che avrà come spalle sul palco Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino.

Soliti convenevoli, come è ormai tradizione alla conferenza stampa che si è tenuta al teatro del Casinò di Sanremo per presentare la kermesse che prenderà il via tra poco meno di un mese sul palco dell’Ariston dal 6 al 10 febbraio. Ma Baglioni è un sognatore,”L’immaginazione al Festival, è questo il nostro motto, vogliamo cercare il bello ed emozionare”, forse proprio perchè è l’edizione numero 68 che evoca tempi in cui proprio l’immaginazione poteva essere potere.

E chissà quale Festival potremo immaginare, visto che l’evento musicale sarà palcoscenico anche per la campagna elettorale che terminerà il 4 marzo, giorno del voto per le politiche. Ma si sa, Sanremo sono solo canzonette e il “Festival di Sanremo è in linea con la mission di Rai Uno nella valorizzazione della cultura italiana mescolando arte e pop”, ha detto Angelo Teodoli il direttore della rete ammiraglia.

“Gioia, leggerezza e semplicità, così immagino Sanremo”, ha evidenziato Michele Hunziker che avrà il compito non facile di accompagnare il ‘dittatore artistico’ Claudio Baglioni in queste cinque serate, con Favino alla sua prima volta da presentatore. E sul ‘libanese’ di Romanzo Criminale la collega Michelle ha espresso parole di stima, “E’ un artista straordinario, è contemporaneamente un grande attore e un uomo di rara simpatia, riesce ad imitare tutti ma proprio tutti”.

E sarà un Festival tecnologico, infatti il regista Duccio Forzano ha annunciato un’innovazione: “Per la prima volta la SpiderCam entrerà al Teatro Ariston, stiamo lavorando per garantire il massimo della qualità ai telespettatori. L’ audio sarà 5.1, altissimo livello”.

Per quanto riguarda le novità sulla gara, le canzoni potranno durare 4 minuti, uno in più rispetto le passate edizioni.

Ecco i cantanti in gara:

Roby Facchinetti e Riccardo Fogli Il segreto del tempo
Nina Zilli Senza appartenere
The Kolors Frida
Diodato e Roy Paci Adesso
Mario Biondi Rivederti
Luca Barbarossa Passame er sale
Lo Stato Sociale Una vita in vacanza
Annalisa Il mondo prima di te
Giovanni Caccamo Eterno
Enzo Avitabile con Peppe Servillo Il coraggio di ogni giorno
Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico Imparare ad amarsi
Renzo Rubino Custodire
Noemi Non smettere mai di cercarmi
Ermal Meta e Fabrizio Moro Non mi avete fatto niente
Le Vibrazioni Così sbagliato
Ron Almeno pensami
Max Gazzè La leggenda di Cristalda e Pizzomunno
Decibel Lettera dal duca
Red Canzian Ognuno ha il suo racconto
Elio e le Storie Tese Arrivedorci

Nuove Proposte

Lorenzo Baglioni Il congiuntivo
Mirkoeilcane Stiamo tutti bene
Eva Cosa ti salverà
Giulia Casieri Come stai
Mudimbi Il mago
Ultimo Il ballo delle incertezze
Leonardo Monteiro Bianca
Alice Caioli Specchi rotti

Serate

Prima serata
Si esibiscono tutti i 20 Campioni in gara. Saranno votati tramite un sistema misto composto da: televoto (40%), giuria demoscopica (30%) e sala stampa (30%)

Seconda serata
Si esibiscono 10 dei 20 Campioni in gara, votati con sistema identico alla prima serata.

Inizia la gara delle Nuove Proposte: si esibiscono 4 degli 8 giovani in gara, votati anch’essi con sistema misto: televoto (40%), giuria demoscopica (30%) e sala stampa (30%). 2 vengono eliminati e 2 hanno accesso alla finale.

Terza serata
Si esibiscono i restanti 10 dei 20 Campioni in gara, votati con sistema identico alle precedenti serate. A fine serata viene stilata una classifica parziale di tutti gli artisti, data dalla media tra: i voti ottenuti nella prima serata, i voti ottenuti nella seconda serata (per le prime 10) e i voti ottenuti nella terza serata (per le seconde 10).

Prosegue la gara delle Nuove Proposte: si esibiscono i restanti 4 degli 8 giovani in gara e a seguito di votazione, con sistema identico alla precedente serata, 2 vengono eliminati e 2 hanno accesso alla finale.

Quarta serata
I 20 Campioni si esibiscono in una versione rivisitata del loro brano, interpretato assieme ad un altro artista. Durante questa serata gli artisti sono votati, sempre con sistema misto, da: televoto (40%), sala stampa (30%) e giuria di esperti (30%). I voti ottenuti in questa serata fanno media con i voti ottenuti nelle sere precedenti. A fine serata viene attribuito un premio RAI all’esibizione/arrangiamento più votato.

Si esibiscono le 4 Nuove Proposte finaliste. Il vincitore viene determinato dalle votazioni di: televoto (40%), sala stampa (30%) e giuria di esperti (30%).

Quinta serata – Finale
Si esibiscono tutti i 20 Campioni in gara, votati con sistema identico alla precedente serata (4ª serata). Viene stilata una classifica data dalla media dei voti ottenuti tra tutte le serate e si attribuiscono i vari premi (tra cui il premio della critica). Viene azzerata la classifica per i primi 3 classificati, ai quali viene data possibilità di effettuare uno spareggio, al cui termine viene eletto il vincitore.

Serena Autieri porta il teatro napoletano sul palco di Sanremo

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Dopo il successo di Vittorio Sgarbi, applauditissimo nel suo “Michelangelo”, l’intensa interpretazione di Ambra Angiolini e Matteo Cremonne “la Guerra dei Roses” e il travolgente “Un’ora di tranquillità” per la regia di Massimo Ghini, la stagione teatrale del Casinò continua con un nuovo appuntamento da non perdere. Il 6 gennaio alle 21.15 sarà Serena Autieri a presentare la sua “Sciantosa”, personaggio da sempre affasciante.

Sull’onda dello straordinario successo con cui è stata accolta da critica e pubblico nelle prime tappe italiane, Serena Auteri parte in tour con il suo One Woman Show “La Sciantosa – ho scelto un nome eccentrico”, spettacolo scritto da Vincenzo Incenzo e diretto da Gino Landi. “Ho voluto rileggere in chiave nuova ed attuale il caffè chantant” racconta Serena Autieri – “con un lavoro di ricerca e rivalutazione nel repertorio dei primi del ‘900, da brani più conosciuti e coinvolgenti, quali A tazz’e cafè e Come facette mammeta sino a perle nascoste come Serenata napulitana e Chiove, oggi ascoltabili solo con il grammofono a tromba. Tra una rima recitata e una lacrima, intendo riportare al pubblico quelle radici poetiche e melodiche ottocentesche e quei profumi arabi, saraceni e americani, che Napoli ha ruminato e restituito al mondo nella sua inconfondibile cifra. Ho voluto fortemente mantenere il clima provocatorio e sensuale di quei Caffè e ricreare in teatro quel rapporto senza rete con il pubblico, improvvisando, battibeccando fino a coinvolgerlo nella “mossa”, asso nella manica di tutte le sciantose. Nasce così ogni sera uno spettacolo nuovo e allo stesso tempo eterno. In fondo, dai tabarin ai talent show nulla è cambiato; la storia de “La Sciantosa” è una storia che non finirà mai”.

“Serena Autieri – ha detto l’autore Vincenzo Incenzo – entra a schiaffo, con i panni di Pulcinella nei luoghi e nei codici del Caffè concerto e del varietà, ed è subito Napoli, arte di arrangiarsi, gioia e disperazione, mare romantico e Vulcano incandescente. E’ guerra, colera, miseria ma è anche resurrezione, sorriso, amore.”

“Danza con me” di Roberto Bolle: un salto nelle e verso le emozioni

roberto-bolleChe cos’è la danza? Ha provato a spiegarlo e a mostrarlo l’étoile Roberto Bolle con il suo spettacolo “Danza con me”, prodotto da Ballandi Multimedia e per la regia di Cristian Biondani. In prima serata su Rai Uno, quello che è stato definito dal New York Times “The king of the dance” (il re della danza), ha premesso in apertura che ha imparato ad esprimersi attraverso la danza più che con le parole; a comunicare le sue emozioni attraverso di essa, a superare i suoi limiti con essa (come la timidezza). Per questo crede nella potenza salvifica della danza, uno strumento sublime di espressione del sé. Affiancato nella conduzione da Marco D’Amore, che egregiamente e con stile ha raccontato questo viaggio nella danza e nella vita di Bolle. Il programma non poteva che partire raccontando la storia del giovane ballerino siriano Ahmad Joudah, perseguitato dall’Isis e ostacolato dalla famiglia perché da sempre voleva danzare. Ha dovuto superare le difficoltà della guerra, delle minacce di morte dell’Isis, ma non ha mai smesso di avere questo amore per tale disciplina; tanto da arrivare a tatuarsi la scritta “danza o muori” nel punto dove i guerriglieri dell’Isis usano dare il colpo finale per ferire a morte i “colpevoli” e “traditori”. “La danza -ha commentato Bolle- da un pericolo si è trasformato in strumento di salvezza, e Ahmad ne è l’esempio vivente”, dicendosi fiero di essere stato un modello che il giovane siriano ha inseguito per molto tempo senza mai averlo conosciuto e che, finalmente, ora ha potuto incontrare di persona fino a ballarci insieme. “Grazie alla danza sono un sopravvissuto. Per me danzare con Roberto è stato un sogno che si è avverato. Essere qui è un onore per me, non avrei mai pensato di poter riuscire a vivere questo momento” -ha ribadito Ahmad-. Momento definito emozionante, di forte empatia dallo stesso Bolle. I due hanno danzato sulle note della canzone interpretata da Sting “Inshallah”, dedicata a tutti i profughi del mondo: “è un invito a non voltare lo sguardo dall’altra parte” -ha voluto sottolineare Bolle-.

La danza non è solo salvifica, ma è anche passione: ne ha provato a spiegare il significato Miriam Leone; è disciplina e sacrificio, però, anche: duro lavoro dalla mattina per diverse ore fino alla sera per preparare gli spettacoli e le coreografie da portare in scena, come ha scherzato e raccontato a Geppi Cucciari lo stesso Roberto. La danza è qualcosa di innato, che si ha dentro, che si sente e percepisce ancor prima di conoscerne le caratteristiche essenziali per poterla praticare, anche se poi la principale regola è l’istinto di lasciarsi trasportare dalle emozioni che essa ci comunica e che ci attraversano mentre danziamo.

Un po’ come per la musica. Una cosa per cui ci si sente predisposti, per cui si sente di essere nati, che ci fa stare bene perché ci rispecchia, dice chi siamo, in essa ci riconosciamo e ci fa sentire veramente noi stessi. Per questo è stata molto emozionante ed entusiasmante, per stessa ammissione di Bolle, la partecipazione di Tiziano Ferro. Il cantante di Latina ha cantato “Il mestiere della vita” (mentre Bolle danzava un assolo su coreografia di Renato Zanella), ma soprattutto con Roberto hanno parlato di loro stessi, dei loro sogni da piccoli e delle loro passioni, di quanto la musica e la danza li abbiamo sempre “inseguiti” (mostrando alcune loro foto a circa 7 e 11 anni). Un modo sincero e simpatico di raccontarsi apertamente (senza troppe parole). Evidente la sincera amicizia e lo schietto abbraccio finale tra i due.

La danza è anche fatica. Anche se Pif ha provato a smontare (molto goliardicamente) il presupposto della necessità di ricorrere a regole ferree nei vari movimenti di estrema precisione, attraverso la ‘nuova’ tecnica che è esclusivamente quella del tapis roulant (di massima comodità e minimo sforzo dunque). La danza non è solo alchimia, empatia, ma è dinamicità, plasticità, non è mai staticità, neppure la luce che la contorna: come persino in pittura (in un quadro di Caravaggio ad esempio), è sempre in movimento. La danza è luminosa, non solo per le luci (delle riprese e inquadrature e dei colori degli abiti), ma perché illumina, nel senso di rivelarci a noi stessi e di aiutare a farci conoscere e capire dagli altri.

La danza è creatività che sconvolge e stravolge ogni canone classico, di dimensione spazio-temporale. Non solo si va al di là della costante standard di tempo, ma anche ogni limite spaziale è rotto: pensiamo ad esempio alla messa in scena della coreografia che Bolle ha eseguito con Virginia Raffaele in cui entrano ed escono dal teatro della Scala di Milano, quasi proiettato in 3D in un’atmosfera a tratti western, a passi di un ritmo di “classico accelerato”: un balletto a effetti speciali sulle note di Mutant Brain. Quasi un free-style, per una spy-story a metà tra il reale e il virtuale, a ritmo di rap. E di effetti speciali non ne sono mancati: tante luci, anche a formare sagome stilizzate poi proiettate sullo schermo, sullo sfondo, dietro e davanti al quale Bolle&co hanno ballato.

La danza è contaminazione, come ha spiegato Fabri Fibra, per cui il classico incontra il rap, un po’ come quando nella musica pop e rap suonano la stessa melodia: è quello che è accaduto a Roberto Bolle e al ballerino americano Lil Buck, reinterpretando ‘La morte del cigno’, unendo il classico allo jookin.

La danza comunica anche senza parole, è un linguaggio sui generis, ma non per questo meno pregnante. Ma davvero si può fare a meno delle parole, anche nella danza? Per chi non ne fosse convinto, Pif e Miriam Leone hanno rimediato rendendosi co-protagonisti di un balletto “tradotto” (con il loro parlato appunto a descrizione, spiegazione ed interpretazione di ciò che andava in scena).

L’étoile dei due mondi si è divertito e ha fatto divertire con stile e semplicità. Ha ballato tanto, anche in coppia con Polina Semionova, Melissa Hamilton e l’étoile di Parigi Léonore Baulac (ma anche i primi ballerini della Scala Nicoletta Manni e Claudio Coviello); ma ha anche giocato e scherzato con autoironia, come nel duello tra cattivi con Marco D’Amore. Ma, soprattutto, ha mostrato che la danza è sonora, è suono e ritmo insieme da seguire e tenere a tempo (del cuore quasi). Danzare soli o in due non è la stessa cosa, su un brano piuttosto che un altro, in un luogo o in uno diverso, in un momento più forte emotivamente o meno, non è la stessa cosa -come ha spiegato D’Amore-. Tutto questo un ballerino lo sa che fa molta differenza, anche nel risultato, nell’esecuzione, ma nella sua stessa interiorità. Ed è la consapevolezza di questo importante aspetto che permette la riuscita di un traguardo eccezionale come questa prima serata di Rai Uno di “Danza con me” e di spettacoli come “This is it” di Michael Jackson, che volle Bolle come suo designer. La danza, infatti, è anche corale non solo personale e intima, tanto che Bolle si è esibito anche con le giovani allieve dell’Accademia della Scala.

Naturalmente la riuscita di “Danza con me”, di cui Bolle aveva la direzione artistica oltre ad aver scritto il programma (insieme a Luca Monarca, Federico Giunta, Pamela Maffioli, Giovanni Todescan), deriva anche da altri fattori; in primis dalla consulenza artistica di Artedanza, dal contributo di Michael Cotten alla direzione creativa, alla collaborazione alla fotografia di Fabio Brera, alle scene di Luca Sala, alle coreografie straordinarie di Massimiliano Volpini. Tutto ciò ha permesso di parlare a tutto tondo di danza, in modo leggero e disinvolto, ma soprattutto inedito e particolare, inusuale, insolito per un ulteriore diffusione di tale disciplina in televisione. Un primo step, un passo iniziale per un proseguo che si intravede, perché una replica o un bis non è da escludere quando si ha per le mani una fucina di creatività, fantasia, arte, talento come Roberto Bolle (i suoi numerosi impegni rilevanti permettendo, ovviamente). Il programma ha dimostrato tutta l’eleganza, la sobrietà, la sensibilità (umana, non solo la leggiadria nel danzare), di Bolle. Il successo di ascolti, poi, ha fatto il resto dandogli ragione: il suo show ha vinto la serata con quasi 5 milioni di spettatori (4 milioni 860 mila per la precisione), pari al 21.5% di share. Bolle ci ha messo il cuore e si è visto; non a caso con le luci è stato disegnato sul suo corpo proprio un cuore in risalto.

Barbara Conti

“Scomparsa”, fiction di Fabrizio Costa: un fischio per la verità

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La fiction “Scomparsa” tratta della sparizione di due amiche del cuore proprio dopo essere andate ad una festa. E allora ricordiamo: divertitevi, ma in sicurezza, senza permettere che da un momento di gioia ne nascano tragedie irrimediabili.

Una buona e una cattiva notizia per la fiction “Scomparsa”, per la regia di Fabrizio Costa -con Vanessa Incontrada e Giuseppe Zeno-. La prima è il successo di ascolti, la seconda che non ci sarà un sequel con un’altra stagione. Finita in sei puntate, ha avuto un ottimo riscontro di pubblico: ha guadagnato quasi sette milioni di spettatori con la quarta puntata (6.810.000 spettatori e uno share del 27.2%) e lo stesso con quella successiva (6.697.000 spettatori e il 27.4% di share).

I precedenti non mancano. Innanzitutto il film omonimo (dal titolo “Scomparsa” appunto) del 2012, il thriller per la regia di Heitor Dhalia (con Amanda Seyfried, Jennifer Carpenter, Sebastian Stan, Wes Bentley, Daniel Sunjata, Katherine Moennig, Joel David Moore, Michael Paré); è la storia della sparizione di Molly, la sorella della protagonista Jill (Seyfried), che la crede rapita -come accadde a lei un anno prima- dalla stessa persona: un serial killer. Oppure la miniserie televisiva francese del 2015 (in otto episodi suddivisi in quattro puntate, invece che sei, di 52 minuti l’una), trasmessa in Italia l’anno successivo (nel 2016) su Canale 5; in Belgio è andata in onda dal 19 aprile al 10 maggio 2015 su La Une, in Francia dal 22 aprile al 13 maggio 2015 su France 2, in Italia -invece- la serie è stata trasmessa su Canale 5 dal 3 al 24 agosto 2016, ogni mercoledì per 4 settimane. La miniserie, però, deriva dalla serie spagnola Desaparecida del 2007 addirittura; ma i personaggi, in particolare la madre e le scene dove è coinvolta la polizia, sono diversi. Si tratta della vicenda della scomparsa di Léa Morel, una 17enne, durante il Festival della Musica di Lione dove si trovava con la cugina e migliore amica Chris; a cercarla è il padre Julien, mentre in città è arrivato da poco il comandante Molina, che nelle indagini sarà affiancato dall’ispettrice Camille Guérin.

Infine, sicuramente, un’analogia forte c’è con il più recente film d’apertura della Festa del cinema di Roma di quest’anno: “La ragazza nella nebbia” di Donato Carrisi (con Toni Servillo, Alessio Boni, Lorenzo Richelmy, Galatea Ranzi, Michela Cescon, Jean Reno). Qui scompare una ragazza di 16 anni, Anna Lou Kastner (Ekaterina Buscemi); l’agente Vogel (Toni Servillo) indaga, il principale indiziato è il professor Loris Martini (Alessio Boni) -ma vi sono molti altri sospettati-, un intero paese Avechot si mobilita, c’è uno psichiatra sullo sfondo (Augusto Flores, alias Jean Reno); e il giallo poliziesco diventerà un caso mediatico, con la stampa pronta a gridare allo scandalo e allo scoop.

Lo scenario su cui ci si muove è lo stesso anche in “Scomparsa” di Fabrizio Costa. Siamo a San Benedetto del Tronto invece che in un paesino di montagna, a scomparire in realtà sono due ragazze adolescenti della stessa età (16 anni), ma una -Sonia Iseo (Pamela Stefana)- viene ritrovata morta, mentre la sua amica Camilla (Eleonora Gaggero) rimane ‘scomparsa’ sino alla fine. Le due inseparabili amiche (proprio come Léa Morel e Chris nella miniserie francese) scompaiono dopo essere andata ad una festa (una circostanza mondana come il Festival della Musica di Lione, dunque). Altra coincidenza speculare, sul loro caso indagherà il Commissario Capo della polizia locale (Giovanni Nemi, alias Giuseppe Zeno), come Molina nella serie transalpina. Ad aiutarlo la madre di Camilla: Nora Telese (Vanessa Incontrada), psicologa anche lei trasferitasi da poco in città da Milano. Dunque anche qui la sua figura richiama un po’ quella dello psichiatra Augusto Flores (Jean Reno) in “La ragazza nella nebbia”. Questo tipo di personaggi servono perché non si tratta di semplici gialli polizieschi o meri thriller, ma di vere storie drammatiche psico-sociali, in cui il dramma psicologico di un personaggio dà spunto e viene affrontato parallelamente a problematiche sociali di fondo. Un’indagine psicologica, psichica quasi, di un trauma rimosso che esplode e può colpire indistintamente una vittima ‘casuale’ quasi. Tanto che, proprio come nella serie francese, le ricerche faranno emergere una personalità della ragazza (Léa, oppure Camilla o anche Sonia) molto più complessa e misteriosa di quanto previsto, avvolta da numerosi segreti. Ogni personaggio ne ha uno. Per questo tutti possono essere indiziati. Ma i papabili colpevoli cadono ad uno ad uno, tenendo alta la suspense, poco alla volta. Anche gli innocenti vengono coinvolti. Nella serie italiana si dice che nulla è come sembra, ognuno ha i propri lati oscuri e vi sono “molti lupi mascherati da agnelli”, molto pericolosi, che vanno in giro tranquilli. E alla fine il colpevole sarà il personaggio più isolato, che però è anche quello più bisognoso d’aiuto; un personaggio secondario, apparentemente il più integerrimo, il più ligio, quello con la disciplina più ferrea. Stiamo parlando del professor Aurelio Parisi (Michele De Virgilio): primario di chirurgia, è stato medico militare in Iraq, non ha superato il trauma della morte della moglie in un incidente d’auto; e, soprattutto, non accetta che il figlio (Andrea Pasini, alias Romano Reggiani: ragazzo molto sensibile e dolce, molto amico di Sonia) sia gay. Convinto che “basta una scelta sbagliata per cambiarti tutta la vita”; se il colpevole va sempre punito -perché non si uccide mai per nessuna ragione-, a volte la pena inflitta al colpevole è solo un palliativo, un lenitivo per un leggero sollievo, che allevia la sofferenza anche se non cancella il dolore, ma lo attutisce solo (come una leggera vendetta per rifarsi, che porta un po’ di conforto). Questo un po’ il vero colpo di scena di “Scomparsa” -come accade un po’ in “La ragazza nella nebbia” nel finale-.

Centrali sono i problemi psichici, le malattie mentali e i relativi ‘casi clinici’ di Nora, che riaffiorano nella sua vita e di altri che incontra e che vi si incrociano -anche in maniera velata- (un po’ come ne “Il sesto senso” per il personaggio interpretato da Bruce Willis, Malcolm Crowe, psicologo infantile; come del resto il padre di Camilla, Enrico Carezza/Andrea Renzi, è un professore di psichiatria); oltre ai disagi giovanili, ai problemi di abusi sessuali, di droga, alcool, a crisi esistenziali e di identità (e sessualità), adolescenziali e sentimentali, a problemi di cuore -tra amore e amicizia dunque-. I rapporti madre-figlia/o e padre-figlio/a indagati approfonditamente, che si ritrovano, ricostruiscono o che si scoprono (un po’ come la concezione di famiglia); ma anche la corruzione di una società (l’alta società benestante e la politica in primis), depravata moralmente, con il mondo delle escort e dei festini a luci rosse ben descritto. Ognuno deve fare i conti con se stesso, con la propria coscienza, con un’autocritica più o meno forte sui propri errori. Bella la scena finale della serie italiana “Scomparsa”, in cui vengono gettate in acqua rose bianche per le vittime innocenti alla fine della risoluzione del caso di Camilla e Sonia. Come ne “La ragazza nella nebbia”, presenti i mass media pronti a costruirci sopra un evento mediatico: lo seguiranno un giornalista (Giancarlo Ferrari, alias Marco Cocci) e una cronista di radio (la speaker di una radio locale -Arianna Guarenti, ovvero Germana Botta- neo-laureata in giornalismo), lo descriveranno, lo comunicheranno e ne parleranno al pubblico (a modo loro, però, umanizzando molto poiché la conduttrice radiofonica conosceva una delle vittime: Sonia). La presenza poi di Amir Ikri (David Sef), giovane marocchino compagno della figlia dell’ispettore Nicola Balestri (Luigi Petrucci), aggiunge un tono di multiculturalità sociale. Così come quello di Gilda (Sandra Ceccarelli), madre della speaker Arianna e sensitiva che dice di essere in contatto con Camilla, di sentirla, di sapere dove si trova, che cerca di parlare con lei e farsi dare indizi preziosi al ritrovamento, aggiunge un tono di mistero, di sospensione, di magia soprannaturale, un paranormale che infonde un’atmosfera quasi trascendentale.

I genitori di Sonia si disperano, soprattutto il padre (Fausto Iseo, alias Luigi Di Fiore, molto severo) per il rapporto astioso che ha avuto con la figlia, quasi non avesse saputo amarla abbastanza e darle l’affetto di cui aveva bisogno; e la madre (Marianna Iseo, Fiorenza Tessari, che quasi non si sa imporre e far rispettare dal marito e comunicare con la figlia) per non averla protetta a sufficienza, non averle parlato quanto sarebbe potuto forse bastare ad evitare la tragedia. Non meno, però, lo sono ne “La ragazza nella nebbia” i genitori Maria (Daniela Piazza) e Bruno Kastner (Thierry Toscan). Loro sono disperati, un po’ come tutti i personaggi, per le occasioni perse e mancate di costruire legami più forti, autentici, reali, trasparenti, sinceri e schietti, parlandosi apertamente e conoscendosi più approfonditamente. Il tempo non è mai abbastanza per essersi più vicini. In questo emerge forte l’amicizia tra Giovanni Nemi (Giuseppe Zeno) e Davide Giuliani (Simon Grechi).

Poi, come nella serie francese, la mamma di Sonia -come la madre di Léa, Florence- cerca di tenere duro, di sopravvivere e c’è una figura speculare a quella del fratello maggiore Thomas (della serie transalpina), che si sente colpevole per non averla accompagnata a casa: ovvero quella della sorella più piccola di Sofia. E poi c’è il fidanzato di Camilla Telese, Arturo Trasimeni (detto Armadillo) -alias Saul Nanni-, tenuto in cura anni prima da Nora, che rappresenta un po’ quello che ne “Il sesto senso” è stato il piccolo Cole Sear (interpretato da Haley Joel Osment) per lo psicologo Malcome Crowe (Bruce Willis): sarà lui a rivelare a Malcome la verità su lui stesso (Crowe) e così Armadillo aiuterà Nora a scoprire la realtà dei fatti accaduti la notte della scomparsa e quello che è successo prima a Sonia e poi a Camilla. Verità rivelata con e attraverso il fischio di un semplice fischietto. Tutto sullo sfondo di una realtà di provincia ben descritta che connota il tutto, arricchendolo di sfumature più particolari e caratterizzanti. Anche per questo gli attori hanno detto che è stata un’esperienza emotivamente molto intensa e forte da vivere e portare in scena. Peccato che non vi sia un sequel con un’altra stagione della serie, perché si sarebbe potuto ben approfondire i nuovi rapporti genitori-figli costruiti e ritrovati, oltre al nuovo legame nato tra Nora e Giovanni.

Barbara Conti

Con gli Audaci il Capodanno si festeggia “Tutti a letto!”

Locandina Tutti a lettoPotrebbe sembrare un invito a non uscire di casa ma in realtà è tutt’altro!
La Compagnia degli Audaci è lieta di invitare il suo calorosissimo pubblico a festeggiare il Capodanno al Teatro degli Audaci con una delle commedie più comiche di Ludovic Marceau “Tutti a letto” per la regia di Flavio De Paola, con Flavio De Paola, Maria Cristina Gionta, Emiliano Ottaviani, Giuseppe Abramo, Alessia Di Fusco, Stefano Centore, Annamaria Fittipaldi, Marina Pedinotti e Rossella Romano. Lo spettacolo comincerà il 28 dicembre 2017 e si concluderà il giorno 21 gennaio 2017 ed è divisa in due atti, dove, apparentemente, sembra tutto fermo, ma, al contrario, “tutto è in movimento”.
La storia è ambientata in Italia, ai giorni nostri, in un salotto borghese di Roma, in un appartamento ristrutturato sopra gli uffici della casa editrice di Filippo ed Enrico. Si ritrovano i due soci con le loro mogli, un eccentrico arredatore, una ragazza alla pari disinibita, un’operatrice di call center ed una scrittrice bizzarra. L’intreccio è quello classico: due coppie a confronto, qualcuno sa qualcosa che l’altro non deve sapere, in una ci si tradisce e nell’altra no.
Poi l’imprevisto fa scattare la peripezia… La pagina di una lettera caduta per caso da una borsetta creerà una serie di imbarazzanti equivoci, un gioco reso con brio, ma senza scadere mai nella volgarità. Giovanna, moglie fedele di Filippo, si troverà al centro di un intreccio di tradimenti di cui diverrà l’inconsapevole vittima. Ma a tanta frenesia, eccitazione e follia, in una serie di esilaranti colpi di scena, seguirà la resa dei conti finale dove, come in ogni commedia che si rispetti, trionferà la verità.
Un’opera teatrale molto divertente, che vi lascerà sicuramente senza parole e vi farà trascorrere un Capodanno all’insegna del divertimento e del buon umore!

Il 31 dicembre alla fine dello spettacolo, si festeggerà, come di consueto, tutti insieme, degustando panettone pandoro, pizzette, tramezzini e lenticchie, con relativo brindisi di mezzanotte insieme a tutti gli attori della Compagnia degli Audaci festeggiando, così, l’avvento di questa magica ricorrenza e l’arrivederci al nuovo anno! Un’ occasione per confrontarsi e augurarsi il meglio in un momento di grande confusione e sconforto come quello che stiamo vivendo.

Ma senza dare ulteriori anticipazioni vi invitiamo a prenotare il posto in prima fila al Teatro degli Audaci al numero 06 9437 6057, per assistere ad uno spettacolo che farà ridere ma… ridere tanto!!!

X Factor. Tra Maneskin che cantano “di gola” e una giuria da riformare

x factorQuest’anno il programma di punta di Sky Uno ha dato evidenti segni di stanchezza nelle fasi iniziali dei live, salvo poi riprendersi nelle fasi conclusive e in modo particolare nell’ultima puntata, che ha registrato il record di 2,7 milioni di spettatori. Ottimo come sempre il lavoro svolto dal presentatore Alessandro Cattelan, con la sua conduzione fresca e spigliata, e dal direttore artistico Luca Tommassini. Molti gli ospiti musicali degni di nota (Sam Smith, James Arthur, Harry Styles, Negramaro, Noel Gallagher, Ed Sheeran), da riformare completamente, invece, la squadra dei giurati.
Andremo ora a riflettere sul percorso di tutti gli artisti presenti in gara, in ordine di classificazione finale, e infine sui loro giudici.

LORENZO LICITRA – 7
C‘è chi dice che, con la sua vittoria, sia prevalso il vecchio sul nuovo (i Maneskin). Eppure un tenore di grazia che si butta nella musica pop è a tutti gli effetti una novità, per di più esportabile anche all’estero. Cosa questa, neanche lontanamente comparabile ai tenorini de Il Volo, che pure sono amatissimi in America: Piero, Ignazio e Gianluca non fanno né pop né lirica, ma il revival di uno stile antidiluviano a mo’ di Claudio Villa. Si spera in una strada diversa per il venticinquenne siciliano, che nella fase dei BootCamp scelse di esibirsi su “Titanium” di David Guetta e Sia, un pezzo non proprio antiquato. Licitra si è infatti dimostrato uno dei concorrenti più interessanti sin dalle audizioni, ma durante i live era partito un po’ in sordina a causa di alcune scelte poco azzeccate da parte della Maionchi (come “Sere Nere” di Tiziano Ferro), sebbene da parte sua non ne abbia mai sbagliato alcunché e abbia, anzi, acquisito sempre maggiore consapevolezza. Con il medley della serata conclusiva, composto da “Your Song” di Elton John, “Million Reasons” di Lady Gaga e “Who Wants To Live Forever” dei Queen ha letteralmente asfaltato la concorrenza e si può tranquillamente asserire che si è trattata di una delle migliori esibizioni a X-Factor Italia degli ultimi anni.

MANESKIN – 6
Anzitutto, le premesse: il giorno successivo alla finale, conclusasi con la vittoria di Lorenzo Licitra, si è scatenata una sorta di piccola insurrezione da parte dei fan della band, delusi per il secondo posto dei loro beniamini – combattuta spavaldamente a suon di ricatti a Sky e insulti nei confronti del primo classificato. Tutti, infatti, avevano dato per scontata la vittoria della formazione romana: il pubblico, Manuel Agnelli, lo stesso Licitra, ma soprattutto i Maneskin.
Ma da dove era giunta tanta sicumera da parte di Damiano & Co.? Come loro, anche il tenore siciliano non era mai stato in ballottaggio e aveva sempre ricevuto un altissimo numero di like sulla pagina Facebook del programma dopo ogni esibizione. Sicuramente non ha giovato l’atteggiamento del loro giudice, Manuel Agnelli, convinto di avere la vittoria in tasca. D’altro canto, è vero che la band ha fatto parlare di sé con esibizioni chiassose e forzatamente eccentriche, in grado di far presa soprattutto su un pubblico molto giovane, ignaro dell’esistenza di Iggy Pop, David Bowie e Guns N’ Roses. Musicalmente, il gruppo romano si muove su un immaginario crossover e pesca a piene mani dai grandi classici di vario genere: Red Hot Chili Peppers, Black Eyed Peas e Led Zeppelin, per esempio, dando vita a un melting pot invero molto stereotipato e affettato. Alcune esibizioni sono state senz’altro buone, in primis “Beggin’” di Madcon, ma è chiaro che non c’è stata alcuna evoluzione nel loro percorso, che si è anzi concluso in discesa, con il medley della serata finale, durante il quale Diamano si è affannato a correre di qua e di là, arrivando spompato e senza fiato già al secondo brano. E senza il suo sostegno, anche il resto della band, che non ha mai brillato per tecnica, è apparsa fiacca. In questo caso, la colpa è da imputare anche a Manuel Agnelli che non ha lavorato sulla vocalità del cantante, come suggerito anche da Skin durante gli Home Visit, l’unica ad aver fatto presente che cantare costantemente di gola non è proprio una buona cosa; e se non ti permette di reggere tre canzoni, figuriamoci un intero concerto.
Nonostante il secondo posto, si sono aggiudicati il Disco D’Oro, che è comunque un discreto risultato per una band esordiente, anche se – è giusto ricordarlo -, al giorno d’oggi per aggiudicarsi tale premio è sufficiente aver venduto 25 mila copie, tra fisiche e digitali, che non sono tantissime; difatti anche il terzo classificato, Enrico Nigiotti, lo ha da poco vinto e persino i Soul System, vincitori della scorsa edizione di X-Factor, si aggiudicarono tale riconoscimento sulla scia del successo all’interno del programma, salvo poi sparire nel nulla una volta spenti i riflettori.

ENRICO NIGIOTTI – 6
Un terzo posto inaspettato, quello del cocco della Maionchi. Nigiotti è un cantautore vecchio stampo, ma con una propria identità ben definita. Palesemente in difficoltà durante le prime puntate, non privo di qualche problema tecnico (spesso calante, qualche errore di dizione fin troppo evidente), è riuscito pian piano a farsi strada fino all’inedito, da lui scritto in italiano, che ha fatto breccia nei cuori di molti per via di una tangibile autenticità, difficile da trovare in un talent show. Peccato per la figuraccia con James Arthur.

SAMUEL STORM – 6.5
Il percorso del giovane nigeriano è stato molto lineare: ha cantato bene i brani di suo gradimento (“A Song For You” di Donny Hathaway) e meno bene quelli più lontani dal suo mondo (“Super Rich Kids” di Frank Ocean). Ha patito qualche difficoltà in più rispetto agli altri concorrenti, a causa della sua poca dimestichezza con l’italiano, della timidezza e qualche iniziale incomprensione col suo giudice, Fedez. Ma la voce calda e leggermente roca del diciannovenne non lascia indifferenti, così come l’inedito scritto di suo pugno, che racconta la sua storia travagliata.

ROS – 6
Quello della band toscana è stato un percorso altalenante, partito con qualche tentennamento e conclusosi con vistosi miglioramenti. Il cuore del gruppo, nato solamente due anni fa, è rappresentato dalla cantante e chitarrista Camilla, il cui canto è spesso sfociato in urla, inficiando il percorso della band all’interno del programma. Risulta però lampante la preparazione musicale di tutti e tre i membri del power trio, incentrato sulla sezione ritmica; aspetto questo purtroppo mai evidenziato dai giudici.

ANDREA RADICE – 6
Il concorrente più vocalmente dotato di questa edizione, dopo Lorenzo Licitra. Il pizzaiolo napoletano è però sempre passato in secondo piano a causa della scarsa valorizzazione delle sue doti canore e interpretative da parte della Maionchi, che sembrava più impegnata nel fare osservazioni sulla fisicità del suo concorrente che a proporgli brani adeguati. Unica eccezione “Diamante” di Zucchero.

RITA BELLANZA – 3
bellanzaRibattezzata Rita Bell’ansia dal popolo del web, Rita si aggiudica l’ambito titolo di concorrente più detestato di questa edizione di X-Factor (e non solo), toccato l’anno scorso a Loomy. Alle audizioni stregò tutti con una propria versione di “Sally” di Vasco Rossi, finendo anche su molti giornali e quotidiani, ma una volta giunta ai live la magagna è stata presto scoperta. Il grande pregio della ventenne è quello di avere un timbro vocale particolare, scuro, saturo e rotondo, per molti versi simile a quello di Ornella Vanoni; il grande difetto è che non sa utilizzare questo dono, complice da una parte l’insussistente preparazione tecnica, dall’altra l’eccessiva emotività. La difesa a oltranza di Levante, suo giudice, e le assegnazioni poco consone della stessa non hanno giovato alla situazione. E ancor meno ha giovato la sensazione, durante le prime cinque puntate, che i giudici fossero obbligati a mandarla avanti nonostante le esibizioni inadeguate della ragazza. Un esempio su tutti: nel corso della quarta puntata, avviene uno spareggio a tre tra lei, la sua compagna di squadra Camille Cabaltera e Gabriele Esposito. Proprio nel corso di quella puntata, viene chiamato Gianni Morandi come giudice d’eccezione e a lui tocca l’ardua scelta di salvare uno solo tra i concorrenti. La scelta di Morandi cade naturalmente sulla Bellanza, – unica tra i tre ad essersi esibita in italiano – tra i fischi e le urla di disapprovazione del pubblico.

GABRIELE ESPOSITO – 5
Gabriele è quel concorrente che sembra non avere alcun talento particolare: una voce come tante altre, lo stile ricalcato su quello di altre giovani pop star come Ed Sheeran e Shawn Medes. Eppure la disinvoltura e l’autenticità con cui canta e suona la chitarra non sono così comuni e sono frutto di inconfutabile dedizione e studio. Con lui Fedez ha scelto di azzardare continuamente con le assegnazioni, dalla rischiosissima versione di “Adam’s Song” dei Blink 182 all’ancora più rischiosa cover di “Hotel California” degli Eagles. Migliore esibizione: “Growing Up” di Macklemore e Ed Sheeran.

CAMILLE CABALTERA – 4.5
Solito talento da talent (non a caso aveva già partecipato a “Ti lascio una canzone”), voce poderosa, vocalità troppo rigorosa, interpretazione non pervenuta. Prima di cantare “Chandelier” di Sia afferma che è la canzone di una ragazza che “si lascia andare” e che è quello che anche lei vorrebbe fare, dimostrando di non aver compreso una sola parola della hit di Sia, cosa, questa, più che evidente anche nella (non) interpretazione del pezzo. Tranquilla Camille, sei in ottima compagnia: neanche Agnelli ha capito cosa racconta “Chandelier”.

SEM&STENN – 5
Più bravi di come non siano apparsi a X-Factor, dove erano troppo presi da coreografie ed estetica edonistica. Gli appassionati del sound 80s sono pregati di correre ad ascoltare il loro singolo “Jewels and Socks”.

VIRGINIA PERBELLINI – 3
C’è ancora molto lavoro da fare per la ventitreenne veronese, ancorata agli stereotipi del canto possente e urlato, carente di interpretazione. Incolore l’esibizione di “Thank You” di Alanis Morissette, va un po’ meglio con la splendida “Dogs Days Are Over” di Florence + Machine.

LORENZO BONAMANO – 6
Complice l’evidente emozione, Lorenzo dimentica il testo di “Sempre e per sempre” di De Gregori durante gli Home Visit, ma Fedez sceglie di portarlo comunque ai live. Una scelta apprezzabile, dato che quella del giovane cerveterano era una delle migliori voci in gara quest’anno. Peccato per la repentina uscita dal programma, dovuta a un particolare meccanismo di eliminazione sperimentato durante la prima puntata.

MANUEL AGNELLI (Giudice Gruppi) – 4
Se l’anno scorso era stato la rivelazione, il giudice severo e preparato ma dall’animo profondamente umano, quest’anno il leader degli Afterhours è apparso sulla via della morganizzazione: molto più antipatico e pieno di sé, molto meno obiettivo e anche scorretto. Sin dall’inizio dei live ha infatti deciso di giocare di strategia, andando persino a scontrarsi con Fedez, con il quale fino a quel momento c’era sempre stata una bella simbiosi. Durante la quarta puntata sceglie di salvare Gabriele Esposito a scapito di Camille Cabaltera perché dice di vedere in lui un percorso discografico migliore; nella puntata successiva dice di accettare l’offerta di TILT proposta da Fedez ma poi vota a sfavore di quel Gabriele incensato la settimana prima. Perché? Una strategia per mandare avanti i Ros il più possibile, ovviamente. Addita Nigiotti come cantante “vecchio” e chitarrista mediocre ma poi fa di tutto perché arrivi in finale, in modo da sgomberare la strada ai Maneskin da concorrenti più pericolosi (ma il piano non gli riesce). E si potrebbe continuare.
Non nasconde di preferire i Ros tra i suoi concorrenti, ma è convinto di vincere con i Maneskin. In entrambi i casi rimarrà con un palmo di naso perché i Ros andranno al ballottaggio ben 4 volte, mentre i Maneskin si vedranno sfilare la vittoria davanti.

LEVANTE (Giudice Under Donna) – 4
Ormai smessi da circa un anno i panni di cantautrice indie e indossati quelli di personaggio mainstream, Claudia Lagona in arte Levante, si è dimostrata poco “credibile” (per usare un termine da lei molto amato) nei panni di giudice. Non è un caso che sia stata la prima tra i giurati a rimanere ben presto senza concorrenti, giacché, nello scegliere le ragazze da portare ai live, le sue sono state le scelte più noiose e dozzinali. Per non parlare, poi, del percorso fatto con Rita Bellanza, evidentemente la sua favorita in squadra: un coach dovrebbe assegnare i brani più consoni alla vocalità e al temperamento dei propri ragazzi, non i propri brani preferiti.

MARA MAIONCHI (Giudice Over) – 4
Nessuno discute il fatto che la Maionchi abbia un certo istinto naturale per i talenti ma, oltre a essere stata smodatamente scurrile come al solito, ha dimostrato di non essere al passo con la musica e di essere rimasta ferma più o meno al 1999. Per un programma che si offre di trovare la nuova popstar, avere in squadra un giudice così è un grosso deficit. Anche la sua idiosincrasia verso la lingua inglese è stata eccessiva e fuori luogo e l’ha portata ad escludere quello che sarebbe stato un ottimo concorrente ai live, Valerio Bifulco, totalmente incompreso per via del suo background musicale di stampo british. X-Factor è un format britannico che si svolge anche in Italia, non il Festival di Sanremo di Sky.

FEDEZ (Giudice Under Uomini) – 6
Forse distratto dalla paternità in arrivo, durante le fasi iniziali del programma Fedez è apparso assente, per poi riprendersi a metà gara. Le sue opinioni sono state le più centrate e imparziali e la sfuriata contro un Manuel Agnelli sleale è stato uno degli episodi più coerenti di questa edizione.

Giulia Quaranta

Si respira già aria
di Festival della Canzone Italiana

Sanremo-2018

Si respira già aria di Festival della Canzone Italiana, il Sanremo 2018 targato Claudio Baglioni ieri sera ha svelato i venti campioni che si affronteranno a suon di musica sul palco del teatro Ariston.

Ciò che balza subito agli occhi è l’assenza di artisti provenienti dai talent show o meglio sono in numero nettamente inferiore rispetto agli anni passati, sinonimo che si voglia puntare sulla qualità e mettere al centro le canzoni.

Se questo sarà il Festival delle reunion di alcuni gruppi musicali storici, come i Decibel (Fuori dal tempo), Le Vibrazioni (Così Sbagliato) e gli Elio e le Storie Tese (Arrivedorci) che dopo l’annuncio di chiudere il loro percorso musicale, di sciogliere la band ci hanno ripensato e saranno a Sanremo con una canzone il cui titolo è tutto un programma.

Inedito derby e gradito ritorno per delle colonne della musica leggera italiana come Red Canzian dei Pooh (Ognuno ha il suo racconto) che se la vedrà con la coppia composta da Riccardo Fogli e Roby Facchinetti (Il Segreto del Tempo).

Ma anche Nina Zilli (Senza appartenere), The Kolors (Frida), Diodato & Roy Paci (Adesso), Mario Biondi (Rivederti), Luca Barbarossa (Passame er sale), Lo Stato Sociale (Una vita in vacanza), Annalisa (Il mondo prima di te), Giovanni Caccamo (Eterno), Enzo Avitabile & Peppe Servillo (Il coraggio di ogni giorno), un trio che lascerà il segno con Ornella Vanoni, Bungaro e Pacifico (Imparare ad amarsi), Renzo Rubino (Custodire), Noemi (Non smettere mai di cercarmi), Ermal Meta & Fabrizio Moro (Non mi avete fatto niente), Ron (Almeno pensami), Max Gazzè (La leggenda di Cristalda e Pizzomunno).

E ieri sera durante la trasmissione/gara di “Sarà Sanremo” sono stati scelti i “Giovani” che affiancheranno i campioni nella gara della kermesse canora più famosa d’Italia che si svolgerà dal 6 al 10 febbraio al teatro Ariston di Sanremo. Sono Mudimbi con (Il mago), Eva con (Cosa ti salverà), Mirkoeilcane con (Stiamo tutti bene), Lorenzo Baglioni con (Il congiuntivo), Giulia Casieri con (Come stai) e Ultimo con (Il ballo delle incertezze). Insieme a questi sei, ci saranno anche i due artisti scelti dalla commissione della Rai nell’ambito dell’accademia della canzone di “Area Sanremo” e sono Leonardo Monteiro con (Bianca) e Alice Caioli con (Specchi rotti).

Andrea Di Blasio

La prima della Scala a Milano. Andrea Chenier: un trionfo inaspettato

scala-alla-prima-di-andrea-chenier-pochi-vip-e6ic8Yusif Eyvazov non era solo destinato alla decapitazione come Andrea Chenier. In molti dubitavano delle sue qualità vocali, soprattutto nell’interpretazione di una parte ardua per un tenore, che deve assemblare doti di estensione acuta e di registro medio-basso da tenore lirico spinto o drammatico. In fondo é il marito della grande Anna Netrebko, il soprano più celebre del momento. Un signor Netrebko, dunque, magari imposto come spesso succede nei teatri d’opera dalla moglie famosa. Molte sono le coppie scritturate per scritturarne una sola unità. Per di più alla Scala, e alla prima, e con un’opera che si presta alle contestazioni di un loggione che non ha mai perdonato nulla. Così, oltre alla curiositá di asoltare l’opera di Umberto Giordano che tornava nel teatro milanese nel giorno di Sant’Ambrogio dopo 32 anni (l’ultima fu nel 1985 diretta proprio dal giovane Chailly), tutti gli occhi (e soprattutto le orecchie) erano puntate su di lui, su questo ragazzone azero quarantene chiamato all’esame di maturità.

Dunque cominciamo da lui. Da Yusif, signor Netrebko un cavolo. Preparato come uno studente che sa di giocarsi l’esame della vita, anticipato da una brillante prova di Chenier a Praga (poi adeguatamente reimpostato, lo ha rivelato lui stesso, da Chailly) il signor Eyvazov ha superato la prova a pieni voti. Anzi, é stato l’autentico protagonista della serata. Non che lei sia divenuta d’incanto la signora Eyvazov, ma tra i due é stato Yusif a suscitare i maggiori consensi e tributi di meritati applausi. Andrea Chenier si attende generalmente al varco della romanza del primo atto: “Un dì all’azzurro spazio…”. Diciamo che l’originale scelta di concepire il tessuto musicale come un continuum inarrestabile pareva soprattutto un prestesto per proteggere i cantanti (soprattutto il tenore, quello più esposto) da eventuali contestazioni. Così alla fine della prima romanza, superata di slancio, mettendo in mostra, al di lá di qualche imperfezione di emissione vocale, un’inaspettata autorità e un timbro di eccezionale robustezza, il silenzio si presentava come un punto interrogativo che solo la nostra sensibilità di melomani incalliti ha saputo sciogliere postivamente. Poi il trionfo a fine atto, che si é ripetuto fino alla fine.

Dalla Netrebko solo conferme. La sua voce si é parecchio ingrossata e presenta due timbri diversi, ma mai distaccati e antitetici, e il suo impasto vocale resta cosi eccellente nel registro medio-basso che non ha alcun paragone nei soprani lirici. Come tutti i più grandi del Novecento potrebbe tranquillamente cantare da mezzo soprano, da soprano lirico e drammatico. Di Luca Salsi, il baritono di Parma, che Muti ha voluto lanciare nei grandi palcoscenici, si può solo dir bene. All’inizio forse un po’ timido ed emozionato, si é poi via via sciolto e nella sua romanza “Nemico della patria”, quando Gerard, sempre alle prese col tentativo di conciliare rivoluzione fallita e amore non corrisposto, poi generosamente portato a salvare Chenier, si ripega su se stesso, offre un’interpretazioe di eccelsa qualità. L’orchestra della Scala diretta da Chailly accompagna il canto, lo protegge, ne disegna un affesco dai colori vivi, come pretende una musica cosi esplosiva, quasi mai solo accennata, anzi spesso ripetuta nei suoi wagneriani leit motiv e accesa per mostrare la portata dei sentimenti.

Siamo, all’inizio, nel periodo pre rivoluzionario, nella reggia di Coigny con la nobilità e la chiesa imbelletati e ingessati, cosi li vuole il regista Martone, poi due anni dopo, in pieno terrore, e anche i rivoluzionari finiscono come esseri fissati a mo di manichini, senz’anima, senza sentimenti, senza umanità. La rivoluzione ha solo uno squarcio di grande passione e di tragica generosità ed é quando Marion cede alla patria, in guerra e accerchiata dalle potenze controrivoluzionarie del resto d’Europa, l’ultimo dei suoi figli, anzi il figlio di suo figlio già morto per la rivoluzione. E’ una parentesi in cui il sacrificio pare di dimensioni bibliche. La regia di Martone accompagna lo svolgimento della trama con intelligenti intuizioni. Discutibile solo quel Robespierre con una testa mozza in mano. E cosi quest’opera verista di un Giordano neppure trentenne, andata in scena la prima volta alla Scala nel 1896, torna di prepotente attualità. Hanno tentato per decenni, circoli ed elites dell’intellettualitá musicale, di confinarla in soffitta, come cosa vecchia e da dimenticare come e forse ancor più di tutte le opere veriste. Il verismo é stato invece rilanciato, se Dio vuole. Poco conta che Malher, che ha personalmente diretto quest’opera alla prima berlinese, ne avesse apprezzato (contrariamente a quanto fece con la pucciniana Tosca nel 1900) il tessuto musicale. Ragioni di scelta per una più accentuata modernità armonica (la mancanza di dissonanze) e questa drammatica antitesi con la rivoluzione o meglio coi suoi effetti più crudeli, ne avevano spesso sconsigliato l’esecuzione. Meno male che gli anni passano e la musica no. Così possiamo finalmente gustarci un Andrea Chenier senza farci scrupoli. Con emozione viva.