Elio e le Storie Tese. Geniali e irriverenti, dopo 37 anni arriva l’addio

elio e le storie tese

E così anche Elio e le Storie Tese avranno il loro ultimo valzer: il 19 dicembre al Forum di Assago. La band si scioglie, con una decisione tutt’altro che sorprendente: Rocco Tanica, già da qualche tempo, non seguiva più i suoi vecchi sodali in tour. Anche la band più irriverente e spiazzante degli ultimi decenni di musica italiana ha scelto di lasciare le scene con un addio piuttosto lungo: quest’anno è uscito “Figgatta de blanc”, il loro decimo album, venerdì sarà pubblicato un nuovo singolo “Licantropo vegano”. Prima c’erano stati Sanremo 2016 con Carlo Conti e anche un tour europeo. Per la verità la band un concerto d’addio l’aveva fatto già nel 1988, quando ancora era ancora un gruppo praticamente sconosciuto, ma si trattava di uno scherzo. Elio e le Storie Tese (un nome ispirato alla frase di Freak Antoni “c’ho delle storie pese” pronunciata in “Eptadone”) è il frutto di un’idea di Stefano Belisari (Elio), che nel 1980 comincia a suonare con un suo compagno del liceo Einstein di Milano.

Ci vorranno anni prima che la line up diventi quella definitiva con Sergio Conforti-Rocco Tanica alle tastiere, Nicola Fasani-Faso al basso, Davide Civaschi-Cesareo alla chitarra, Christian Meyer alla batteria, Antonello Aguzzi-Jantoman alle tastiere, il compianto Paolo Panigada-Feiez sassofonista e polistrumentista e il responsabile delle coreografie Luca Mangoni.

Attorno alla band ha sempre ruotato un universo di sodali, composto da musicisti e personaggi del teatro e del cabaret milanese, legati agli “Eli” da una naturale affinità. Anzi è stato proprio grazie a una serie di concerti allo Zelig di Milano che la band ha cominciato a farsi conoscere: quelle storiche esibizioni venivano registrate su cassette semi pirata che diventarono un cult assoluto tra il pubblico giovanile. I media scoprirono Elio e le Storie Tese nel 1990, a Sanremo, quando, partecipando al Controfestival, suonarono delle irresistibili parodie dei brani in gara. A quel punto la formula che ha sempre distinto la loro musica era stata messa a punto. Virtuosismo strumentale e dissacrante ironia nei testi. Gli anni ’90 sono il decennio della consacrazione: “Il pippero” e “Servi della gleba” diventano delle hit trasmesse dai network radiofonici, mentre la loro frequentazione di programmi comici della tv, a cominciare da quelli della Gialappa’s, confermano la loro unicità nel panorama musicale. Il cambiamento di status coincide con il debutto al festival di Sanremo. Arrivano all’Ariston nel 1996 con “La terra dei cachi”, un brano che arriva secondo (a vincere sono stati Ron e Tosca con “Vorrei incontrarti tra cent’anni”). Le voci che in realtà il primo posto gli era stato tolto grazie a una combine hanno fatto da cassa di risonanza a una partecipazione rimasta nella storia del festival, grazie alle trovate sceniche di presentarsi vestiti da alieni in stile Rockets o di inventare “la canzone in un minuto”, suonando il brano in 55 secondi ma a tempo accelerato. Da quella sera gli Eli raggiungono il successo popolare, diventano, rimanendo sempre fedeli a se stessi, dei protagonisti della scena musicale, tra partecipazioni al concertone del Primo Maggio, collaborazioni che vanno dal Coro delle Voci Bulgare a Rocco Siffredi, da Mal all’Orchestra Casadei, come grandi della musica, apparizioni spiazzanti in tv, tour, incursioni in altri generi. Stabilito un legame con Sanremo, dopo una felice conduzione del Dopofestival nel 2008, tornano all’Ariston nel 2013 e lasciano il segno con un gioiellino musicale, “La canzone mononota”, costruita su una sola nota, e comici travestimenti. Una sola nota sulla quale però si sbizzarrivano con incredibili virtuosismi musicali. Ora dopo dieci album e quasi quattro decenni la band si scioglie dopo aver lasciato un solco profondo nella musica italiana. Elio e i suoi compagni hanno dimostrato come la cultura musicale, l’abilità tecnica , l’intelligenza possano essere messe al servizio dell’ironia, spostando molto in avanti il concetto di “rock demenziale”.

Elio, che dopo aver fatto il giudice di “X Factor” ora è uno dei volti di “Strafactor”, è già impegnato nella sua opera di divulgazione (è una sua definizione) della musica classica, l’ambiente in cui si è formato, studiando il flauto traverso al Conservatorio. Martedì sarà nell’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma come voce recitante e baritono del “Flauto Magico”, dopo le esperienze con “Pierino e il lupo” e “Il barbiere di Siviglia”.

Non c’è motivo di dubitare che gli ormai quasi ex suoi compagni si faranno sentire con nuovi progetti: ma non si può negare che lo scioglimento di Elio e le Storie Tese lascia un vuoto nella musica italiana.

Al via i concerti eseguiti dall’Orchestra Roma Sinfonietta

Albanese GiuseppeAnche quest’anno i concerti dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” – realizzati in collaborazione con l’Associazione Roma Sinfonietta e con la direzione artistica del Maestro Luigi Lanzillotta – presentano una serie di appuntamenti del massimo interesse, tanto per il livello degli interpreti quanto per i programmi, che spaziano dai classici ai contemporanei, dal teatro musicale alle conferenze-concerto, dalla musica acusmatica ai canti tradizionali delle regioni italiane, con un ventaglio di proposte atto a suscitare l’interesse di un pubblico formato in buona parte da professori e studenti universitari, quindi particolarmente aperto a sollecitazioni culturali nuove e stimolanti. Ma la stagione, che con i suoi venti concerti è una delle più ricche della capitale, si rivolge anche ad un pubblico più ampio, in particolare quello di Roma est e dei comuni limitrofi, colmando così i limiti dell’offerta culturale – e musicale in particolare – in una zona molto ampia e popolosa.
Si possono individuare in questa stagione alcune linee principali. Innanzitutto i concerti di formazioni orchestrali di varia dimensione, quest’anno particolarmente numerosi. Poi i concerti in cui alla musica si uniscono le parole, siano quelle di un attore che legge Dante o di un professore che analizza una composizione o di un critico musicale che guida il pubblico in un viaggio nel mondo interiore di un compositore, alla ricerca delle radici della sua ispirazione. Un terzo filo rosso che percorre tutta la stagione è quello dei solisti e dei gruppi da camera.
Per quanto riguarda i concerti orchestrali, l’inaugurazione del 18 ottobre (alle 18.00, come per gli altri concerti) è affidata all’Orchestra Roma Sinfonietta, che eseguirà Concerti di Bach e Vivaldi per vari strumenti solisti, con Marco Serino violino e maestro concertatore, Luca Pincini violoncello e Luca Vignali oboe: sono tre dei migliori virtuosi dei rispettivi strumenti in campo italiano e non solo, con un ricco curriculum internazionale come solisti, membri di formazioni cameristiche e prime parti di prestigiose orchestre. L’8 novembre il concerto del Gruppo strumentale Musica d’Oggi, diretto da Luca Bagagli con Augusta Giraldi solista all’arpa, è dedicato a tre autori del Novecento storico (Debussy, Ravel e Ghedini, un compositore italiano assolutamente da riscoprire) e ad un compositore contemporaneo, Marcello Panni, di cui si ascolterà O Roma o morte! Frammenti di un’opera su Garibaldi. Il 2017 si chiude con l’ormai tradizionale concerto di Natale, spumeggiante come un brindisi: valzer e polke di Strauss sono di rigore in tali occasioni, ma il direttore Gabriele Bonolis e l’Orchestra Roma Sinfonietta vogliono iniziare con un brano italiano, la Sinfonia della Norma di Bellini (20 dicembre). Bach ritorna il 31 gennaio, abbinato questa volta a Telemann, di cui si celebrano nel 2017 i duecentocinquanta anni dalla morte: Fabio Maestri dirige l’Ensemble Roma Sinfonietta con Laura Pontecorvo flauto barocco, Andrea Di Mario tromba naturale e Andrea Mion oboe barocco, tre virtuosi di questi strumenti che suonano in qualità di solisti con i migliori gruppi di musica barocca.
L’1 marzo è un giorno speciale: s’inaugura il nuovo Rettorato dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, che comprende anche un anfiteatro all’aperto, dove quest’avvenimento così importante per la vita dell’ateneo sarà festeggiato con un concerto dell’Orchestra Roma Sinfonietta, che sotto la direzione di Gabriele Bonolis, eseguirà musiche di Gershwin e, in prima assoluta, il Concerto per violino e orchestra di Ennio Morricone, composto per il 20° anniversario di Roma Sinfonietta. Come solista in Morricone ritorna Marco Serino, mentre nella Rapsodia in blue di Gershwin suona Giuseppe Albanese, uno dei migliori pianisti italiani emersi negli ultimi anni, che si è esibito con grandi direttori e importanti orchestre europee ed americane ed incide per la prestigiosa etichetta Deutsche Grammophon. Il 21 marzo con l’Orchestra Roma Sinfonietta diretta Michele Reali e con il violinista Marco Serino e il violista Simone Briatore, prima viola dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, sono in programma due composizioni dei nostri giorni, firmate da Ada Gentile e Luis Bacalov, e uno dei brani americani più famosi della prima metà del Novecento, Appalachian Spring di Copland, suite dal balletto scritto nel 1944 per la famosa coreografa Martha Graham, caratterizzato dall’uso di melodie popolari americane e ritmi jazz. L’Orchestra Roma Sinfonietta è protagonista anche il 28 marzo con il direttore Gabriele Bonolis, il violinista Marco Fiorini e il pianista Giuseppe Andaloro, un eccezionale virtuoso che il mondo ci invidia: “un tocco magico” (The Times), “una grande, agile tecnica che conquista” (Daily Telegraph). L’orchestra e il pianista eseguiranno insieme il Concerto n. 15 K 450 di Mozart, che lo considerava uno dei più difficili da lui composti, l’orchestra e il violinista Introduzione e Allegro di Goffredo Petrassi, personaggio centrale della musica del Novecento, e l’orchestra da sola la Sinfonia n. 5 di Schubert.
L’Ensemble Roma Sinfonietta partecipa il 15 novembre ad un altro appuntamento di particolare interesse, cui collaborano anche Tetraktis Percussione Ensemble, GDO-Gruppo Danza Oggi, i cantanti Sabrina Cortese, Daniele Adriani e Roberto Abbondanza, tutti posti sotto la direzione di Fabio Maestri e con la regia di Cesare Scarton. È uno spettacolo di teatro musicale dal titolo Combattimenti, che impagina musica contemporanea e barocca: l’azione per due percussionisti Orazi e Curiazi di Giorgio Battistelli introduce il Combattimento di Tancredi e Clorinda, capolavoro di Claudio Monteverdi, di cui si celebrano i quattrocentocinquanta anni dalla nascita, che sarà seguito dal nuovissimo lavoro di Claudio Ambrosini, Tancredi appresso il Combattimento, un “madrigale drammatico” che si basa sulla drammaturgia di Vincenzo De Vivo e inizia là dove si conclude quello di Monteverdi, mettendo in musica le ottave della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso che narrano del dolore di Tancredi dopo aver inconsapevolmente ucciso l’amata Clorinda. Entrambe queste opere usano strumenti antichi, per creare un ulteriore elemento di continuità.
Venendo ai concerti in cui le parole supportano la musica, ecco la conferenza-concerto di Giorgio Sanguinetti, professore dell’Università di Roma “Tor Vergata”, intitolata “Comporre con la storia: la Sonata per violoncello e pianoforte op. 38 di Brahms”, con la collaborazione della giovanissima, promettente violoncellista Giulia Sanguinetti (15 dicembre). L’attore Massimo Venturiello recita Dante nella lettura critica del professor Rino Caputo, con gli inserti di musiche di Bach eseguite dalla violinista Prisca Amori (24 gennaio). Nel concerto del 21 febbraio, intitolato La felicità inseguita. Schubert e il male di vivere, il critico musicale Sandro Cappelletto rivela i fili segreti che legano la tragica e per alcuni aspetti insondabile vicenda biografica di Schubert alla sua musica, in particolare ai suoi Lieder, con la partecipazione del tenore Marcello Nardis – raro caso di cantante italiano che si cimenta con continuità e risultati apprezzati a livello internazionale in questo genere di poesia e musica tipicamente tedesco – e del pianista Antonello Maio. Schubert è stato accostato a Leopardi per il suo profondo pessimismo e proprio di Leopardi è il testo del Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere del compositore contemporaneo Guido Ricci, che il 18 aprile chiude la stagione, con il baritono Bruno Taddia e il pianista Antonello Maio. Per la serie “Musica dalle regioni d’Italia” Giorgio Adamo e Raffaele Di Mauro, docenti di etnomusicologia, guidano il 14 marzo alla conoscenza della musica della Campania, che non è solamente la canzone napoletana, che con il suo successo ha finito col mettere in ombra per troppo tempo tutto l’altro ricchissimo patrimonio musicale tradizionale di quella regione. In questa occasione si ascolteranno altri tipi di musica campana, come i canti e balli sul tamburo, le polifonie della Settimana Santa e la tarantella di Montemarano.
Molti concerti hanno come protagonista un solista o un piccolo gruppo di musicisti, com’è nella tradizione delle stagioni di musica da camera. Ma nella stagione dell’Università “Tor Vergata” questi concerti non hanno programmi tradizionali e non offrono solo la musica dei grandi classici ma anche programmi più insoliti, per esempio quello del 25 ottobre intitolato Appunti musicali dal mondo, che ha per protagonista una celebre cantante come Tosca, insieme a Giovanna Famulari al violoncello e al pianoforte ed a Massimo De Lorenzo alla chitarra. Sarà un concerto elegante e raffinato, accattivante e coinvolgente, che grazie alla splendida voce di Tosca guiderà l’ascoltatore in un viaggio musicale dal fado portoghese ad una ninna nanna russa, da un canto sciamanico ad uno tradizionale dei matrimoni yiddish, da una ballata zingara fino alle nostre sponde popolari napoletane, romane e siciliane, inframmezzando il tutto con le parole di grandi poeti. Più tradizionale il concerto di Enrico Dindo, straordinario violoncellista, vincitore del primo premio a Concorso “Rostropovich” di Parigi nel 1997. Il leggendario violoncellista russo cui quel concorso è intitolato disse che Dindo “è un violoncellista di straordinarie qualità, artista compiuto e musicista formato, possiede un suono eccezionale che fluisce come una splendida voce italiana”. Ospite abituale delle più prestigiose orchestre e sale da concerto d’Europa, America ed Asia, Dindo esegue insieme alla pianista Monica Cattarossi la musica di quattro grandi dell’Ottocento e del Novecento, Beethoven, Brahms, Debussy e Prokofiev (6 dicembre). Gian Marco Ciampa è un giovane chitarrista romano avviato ad una brillante carriera artistica, che l’ha già portato non solo in Europa ma anche in America e a Pechino, sempre accolto da grandi successi di critica e di pubblico. Nel suo concerto del 13 dicembre, intitolato La dolce guitar, propone musiche per chitarra di autori del Novecento, prevalentemente latini (spagnoli, italiani e sudamericani).
Un insolito abbinamento di chitarra e marimba è quello proposto il 7 febbraio da El Cimarrón Ensemble Duo, formato dall’austriaca Christina Schorn-Mancinelli (chitarra) e dall’italiano Ivan Mancinelli (marimba), che eseguono danze di vari compositori del ventesimo e ventunesimo secolo: Luca Lombardi, Astor Piazzolla, Manuel De Falla, Ney Rosauro, Helmut Jasbar, Gordon Stout, Ernesto Halffter, Anders Koppel. Il Quintetto Bottesini è l’unico gruppo stabile italiano con lo speciale organico formato da quattro strumenti ad arco e pianoforte, consacrato da Schubert nel famosissimo Quintetto “La Trota”, che infatti è il pezzo forte del concerto del 14 febbraio, che include anche un raro Quintetto di Hummel – uno dei pochi allievi di Mozart, – e Nessuna nuvola ancora di uno dei nostri più validi compositori contemporanei, Marco Betta. Ancora più insolito è un trio di clarinetti come l’Alessandro Carbonare Clarinet Trio, formato da Alessandro Carbonare (già primo clarinetto dell’Orchestre National de France e ora dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia), Perla Cormani e Luca Cipriano. Il curriculum di Carbonare è troppo ricco per essere qui ricordato: basti dire che su invito personale di Claudio Abbado è stato primo clarinetto nell’Orchestra del Festival di Lucerna e nell’Orchestra Mozart, con la quale ha registrato per Deutsche Grammophon il Concerto K 622 di Mozart con lo stesso Abbado sul podio. Il 7 marzo questo trio propone un programma che va dai grandi classici (Mozart e Beethoven) ai grandi del jazz (Chick Corea).
Un appuntamento con la musica del futuro è quello dell’11 aprile, intitolato Interpretare lo spazio e dedicato alla musica acusmatica, letteralmente musica di cui non si può individuare la causa e l’origine, ovvero la musica prodotta interamente da strumenti elettronici. Sarà un concerto di musica elettroacustica a cura di Giovanni Costantini e Giorgio Nottoli, in collaborazione con il Master in Sonic Arts dell’Università di Roma “Tor Vergata” e con la partecipazione di Adolfo Núñez (Universidad Autónoma de Madrid), Mario Mary (Académie Rainier III di Monaco), Leo Cicala (Acusma, Teatro del suono, Bari) e Daniel Schachter (Buenos Aires).

Sex Pistols. 1977-2017: quarant’anni di ribellione
a suon di chitarra

sexpistols

Ottobre 1977: esce per la Virgin Records “Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols” album dell’omonimo gruppo londinese! Ben quarant’anni – un’eternità – dove sono accaduti un sacco di eventi e di cronache. In ogni caso, “riesumare” dal punto di vista musicale la Londra della seconda metà degli anni 70 è come fare un tuffo nel buio –, nel senso che per offrire una rappresentazione minuziosa bisognerebbe dilungarsi non poco – cosa impossibile in un quotidiano. Ma proviamoci lo stesso! In quel periodo la capitale del Regno Unito era una metropoli meno frenetica di quella attuale ma già dannatamente eccitante, meta di un pellegrinaggio inarrestabile di “rocker”. Da qualche anno, dalla metà dei ‘70, la scena musicale era colma di novità! Serpeggiava un nuovo modo di suonare che, per approccio e pathos, prendeva le distanze dal rock più tradizionale in grado, ultimamente, di esprimere degli “acrobatici” assoli di chitarra ma troppo distante dai problemi della gente – come la disoccupazione, l’emarginazione, le tensioni nelle periferie e altre priorità! Per tutti, finalmente, c’era una musica cui identificarsi, sia da ascoltare che da suonare! Per quanto riguarda “il sound” si trattava di un genere nuovo, con influenze (più o meno evidenti) dei Velvet Underground, degli Stooges e degli MC5.

Brani con accordi ripetitivi e una ritmica – basso e batteria – piuttosto martellante! Forse più un “muro sonoro” che una melodia usuale! Dei suoni aspri, al fulmicotone, di breve durata, messi in piedi con strumentazione essenziale e testi dai contenuti provocatori – talvolta portatori di rivendicazioni politiche. Ciononostante, sarebbe un errore pensare che le “garage band” di allora non sapessero suonare, anzi! C’erano gruppi che la musica la conoscevano e, una volta entrati in sala di incisione, hanno dato il loro contributo al nuovo rock! Comunque, non era solo la capitale in riva al Tamigi ad essere palcoscenico di questi “vorticosi” eventi, ma anche altre città come Bristol, Manchester, Birmingham, Stoke-on-Trent e persino più in su, in Scozia, a Edimburgo. Questo nella sponda inglese, mentre dall’altra parte dell’Oceano, negli USA – dall’East sino alla West Coast – a New York, Washington, Austin, San Francisco, Los Angeles e Seattle si muoveva l’identico copione sonoro ma con caratteristiche distintive, esprimendo band quali Ramones, Heartbreakers e Television che fecero strada a gruppi nati più tardi – come Dead Kennedys, Black Flag, Bad Religion e Social Distortion.

Il punk americano, tutto sommato, era differente da quello british! All’ascolto meno “aggressivo” e con spunti più fantasiosi rispetto al cugino anglosassone. Tant’è che si concretizzano presto due stili differenti – saltuariamente stigmatizzati dagli stessi critici musicali, e cioè quello “americano” e quello “inglese” – intesi come solco musicale. In entrambi i contesti nascono parecchi gruppi, che in poco tempo non solo iniziano a suonare ma anche a produrre una grossa mole di vinile – grazie alle piccole etichette indipendenti. In più, nasce il fenomeno dell’autoproduzione, anche solo per realizzare poche centinaia di musicassette o di 45 giri (disco in vinile). Come qualità del suono dei prodotti senz’altro discutibili, tuttavia mezzo efficace per farsi ascoltare. Praticamente ci sono concerti ovunque e non più esclusivamente nei grandi stadi come reclamavano i gruppi storici del rock! Le band che suonano il punk si esibiscono dal pub sino all’anonima cantina – in Europa come dall’altra parte dell’Atlantico. Del resto per “suonare” non servivano blasonati passe-partout o chissà quale budget. All’inizio era sufficiente il box di casa, una batteria di seconda mano, un “ampli” in affitto e l’immancabile grinta – ingrediente del punk prima maniera poi ereditato dai gruppi nati nei primi anni 80!

Comunque, ritornando ai “seventies” – Londra era un laboratorio di musica a cielo aperto, ed era prassi godersi un “live” sorseggiando una birra lasciando casa ansie e preoccupazioni. I pezzi di Sex Pistols, Damned, Joy Division, Siouxsie and the Banshee, Clash, Sham 69 e Uk Subs venivano trasmessi notte e giorno dalle radio “alternative” e canticchiati dai giovani nell’affollata metro londinese o allo stadio. Il punk fa tendenza non solo come scia musicale ma anche come stile di vita: “la protesta” è anche vestirsi in modo bizzarro, con capelli colorati, creste vistose, spille da balia infilate nei lobi delle orecchie, catene al collo, l’immancabile “chiodo” (giubbotto in pelle nera), borchie ovunque e gli anfibi ai piedi dalla mattina alla sera.

È un’immagine ancora nitida quella di Sid Vicious, il bassista dei Sex Pistols, con al collo catena e lucchetto, molto di più di un semplice orpello fashion, ma icona destinata a sbalordire per decenni. Dietro quello scatto c’è molto del leitmotiv del primo punk: l’arrabbiatura, il menefreghismo, la voglia di sentirsi liberi e di mandare al diavolo tutto, contestando una società, quella inglese, connessa a schemi superati per i ragazzi di allora. È muro contro muro con i genitori – bollati come moralisti e reazionari. Ma non era la prima volta che le “nuove leve” flirtavano con propositi di opposizione, andando così in conflitto con le famiglie. Anni prima, nei ‘60, ci avevano provato gli hippies con il loro movimento animato da propositi quali “pace, amore e libertà”. Ma, mentre i primi perseguivano un modello “extra” società, creando presidi e comuni dove vivere lontano dai sentieri del consumismo, i punk non desideravano “evadere”, bensì essere i protagonisti “metropolitani” del presente, attuando la loro disapprovazione a colpi di chitarra “sparata” a volume altissimo.

Questo è il contesto in cui si fece breccia l’album dei Sex Pistols – nell’autunno del 1977. Disco che da subito ottenne incredibile successo – approdando nella scena musicale come uno tsunami carico di freschezza e novità. Sicuramente i Pistols non avrebbero mai immaginato che di lì a breve sarebbero divenuti delle leggende viventi, esattamente come le inarrivabili “star” musicali. Quasi nessuno, allora, ci avrebbe creduto – eppure se nel 2017 siamo qui a ricordare quei giorni con un pizzico di nostalgia, lo dobbiamo a Johnny Rotten, Steve Jones, Glen Matlock, Paul Cook e al compianto Sid Vicious. Band che ha portato il punk ovunque e spinto migliaia di ragazzi a suonare per limpido divertimento. Senza “Never Mind the Bollocks” il rock non sarebbe quello che è oggi e forse nemmeno l’odierna scena musicale. Il nome dei Sex Pistols resterà per sempre scolpito nel grande libro del rock e nel cuore di tanti di noi. Per l’appunto – “Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols”. Let’s go!

Stefano Buso

Cantagiro 2017: i talenti del panorama musicale si preparano alla finale

Palcoscenico di semifinali, finale internazionale e finalissima, in programma fino al 7 ottobre, sarà anche quest’anno Fiuggi. In gara oltre 400 tra interpreti, cantautori, rapper e band, altrettanti gli inediti. Tantissime le novità a cominciare dalla special guest Rosalinda Celentano e dal Cantagiro Chat, format con cui la manifestazione sbarca in diretta streaming e sui social.

1locandina cantagiro-2017-finale fiuggi1Si rinnovano anche quest’anno attesa e fermento a Fiuggi in previsione delle battute finali del mitico Cantagiro, una delle più note manifestazioni musicali di tutti i tempi.
Fino al 7 ottobre, infatti, il Teatro Comunale ospiterà semifinali nazionali, finale internazionale e finalissima dell’edizione 2017 di questa storica manifestazione, che con l’occasione festeggia i suoi cinquantacinque anni.

Dopo mesi di casting, audizioni e selezioni che, da nord a sud, hanno attraversato lo stivale toccando circa 100 città sparse in tutte le regioni italiane, mancano davvero pochi giorni al momento in cui sarà decretato il vincitore di uno dei concorsi canori più longevi d’Italia, che ha sempre animato le estati del bel Paese con tour live e consacrato i successi di tanti big della canzone italiana: da Adriano Celentano, che nel maggio del 1962 la vinse con Stai lontana da me, a Peppino di Capri, da Gianni Morandi a Rita Pavone, e poi ancora Equipe 84, Nomadi, Pooh, Caterina Caselli, Little Tony, Domenico Modugno e Lucio Battisti.

E a poco più di mezzo secolo dalla vittoria del “molleggiato” un altro Celentano torna al Cantagiro: questa volta a farlo è Rosalinda, special guest di questa attesa edizione della manifestazione. Attrice e presentatrice, la Celentano ha anche partecipato al videoclip del singolo Sei Fantastico, firmato dal cantautore, paroliere e polistrumentista Mauro Pina, che proprio sul palco di Fiuggi presenterà il suo ultimo successo, l’album L’ho scritto io.
Ma gli ospiti speciali non finiscono qui: al Cantagiro 2017 parteciperanno, infatti, anche Roberta Faccani, ex voce dei Matia Bazar e oggi protagonista, con il suo timbro “black” e graffiante, dei più grandi musical italiani, e Matteo Markus Bok, il giovanissimo cantautore italo-tedesco che, dopo essersi rivelato uno dei protagonisti più talentuosi del programma Italia’s Got Talent con il brano È diventata Primavera, ha riscosso grande successo in Germania e in Austria.

Tuttavia queste saranno soltanto alcune delle novità firmate da questa edizione della manifestazione, capitanata artisticamente da Danilo Amerio, noto per aver scritto e arrangiato canzoni per i più grandi artisti del nostro panorama musicale italiano. Per festeggiare i 55 anni della kermesse canora è, infatti, appena uscito il libro Il Cantagiro dal 1962 ad oggi. Firmato da Giulia Carla De Carlo e da Jonny Triviani, il volume, che narra la storia dello storico brand, è un interessante focus su un festival che ha raccontato e continua a raccontare la storia di grandi personaggi e nuovi talenti.

Ma non è ancora tutto: quest’anno la manifestazione che ha fatto la storia della canzone italiana rientra a gamba tesa tra gli eventi che storicamente possono essere definiti “Festival” nel programma Quando i talent show si chiamavano Festival, organizzato all’interno della programmazione del Milano Music Week al via dal prossimo 20 novembre.
E infine sbarcherà in diretta streaming e sui social con il nuovo format Cantagiro Chat, un programma di approfondimento condotto dalle giornaliste Giulia Carla De Carlo e Chiara Rai con la regia di Ivan Galea. Cantagiro Chat verrà trasmesso venerdì 6 e sabato 7 ottobre direttamente da Fiuggi, dopo il festival e sulla piattaforma YouTube del quotidiano L’Osservatore d’Italia e contribuirà a rendere ancora più affascinante lo spettacolo musicale. “Ci saranno interviste, backstage e approfondimenti”, assicurano le due conduttrici, che continuano: “Inoltre faremo parlare i cittadini di Fiuggi e sbirceremo dietro le quinte: insomma il divertimento è assicurato”.

Tantissimi, ancora una volta, i concorrenti in gara. Saranno oltre 400, quest’anno, tra interpreti, cantautori, rapper e band, tutti pronti a contendersi il titolo, arrivato nel 2015 fino in Sardegna grazie alla grinta di Chiara Pilosu e della sua suggestiva ballata dal tipico sapore franco provenzale Un Peu de Folie, e tornato lo scorso anno nel Lazio dopo la vittoria registrata con il brano Portami via dal talentuoso Flavio Capasso, protagonista dell’edizione 2013 di The Voice.

E se l’insindacabile metro di giudizio della giuria tecnica, composta da volti noti della nostra discografia, da musicisti e da esperti del settore, prenderà in considerazione le potenzialità canore di queste nuove voci del panorama musicale italiano e la loro capacità di esibirsi in diretta su di un palco, sera dopo sera, la difficoltà dei concorrenti starà anche nel presentare brani inediti che non saranno valutati soltanto per l’orecchiabilità della melodia o per l’arrangiamento, ma anche per la qualità del lavoro che, nel suo insieme, dovrà risultare “assolutamente completo e interessante da un punto di vista musicale”, come spiega il Patron della manifestazione Enzo De Carlo, annunciando che “i migliori saranno inseriti nella Compilation del Cantagiro, la cui presentazione è prevista a Sanremo nel periodo del Festival della Canzone Italiana”.

Pressoché impossibile fare un identikit dei giovani partecipanti del Cantagiro: non soltanto per le diverse fasce d’età presenti dall’inizio alla fine della competizione (si va dai 6 anni in poi), ma anche per i generi musicali proposti (tra cui quelli del lirico pop e del folk), per gli idiomi utilizzati (a scelta tra un dialetto, una lingua straniera o l’italiano), per la predisposizione dei brani da ciascun partecipante e per le nazionalità che li contraddistinguono.

Se in Italia, infatti, il Cantagiro Tour ha selezionato durante tutto l’anno le migliori voci da portare sul palco di Fiuggi, in terra straniera altrettanti casting della stessa organizzazione hanno decretato i dodici partecipanti – provenienti da diverse parti del mondo: dalla Romania alle Filippine, Cambogia, Canada, Norvegia, Malta, Cina e Marocco – che si sfideranno in occasione delle finali internazionali venerdì 29 e sabato 30 settembre, condotte da Massimiliano Massari e da Giulia Carla De Carlo.

La competizione entrerà ancora più nel vivo con la finalissima di venerdì 6 e sabato 7 ottobre che sarà condotta da Corrado Gentile, conduttore radiofonico di Rds, e da Giulia Carla De Carlo e decreterà la migliore voce di quest’edizione.
“Oltre a restituire valore alla musica dandole l’opportunità di trasmettere emozioni e regalare continuità a una manifestazione che è una pietra miliare nel panorama della musica leggera italiana, – è tornato a spiegare a qualche giorno dalla kermesse Enzo De Carlo, Patron della manifestazione – l’idea del Cantagiro è quella di aiutare nuovi talenti a emergere attraverso una competizione allo stesso tempo garbata e caratterizzata da un altissimo livello qualitativo dei testi musicali e dei protagonisti”.

“Due ‘ingredienti’ indispensabili” – precisa Elvino Echeoni, Direttore Generale di questa manifestazione canora che negli ultimi anni, grazie all’impegno del Patron Enzo De Carlo e alla preziosa collaborazione del suo Direttore musicale, il Maestro Mario Torosantucci, è tornata a imporsi come protagonista nella selezione di nuove voci nel panorama della musica italiana di qualità.

Nuovo album di Remo Anzovino, compositore “Yamaha Artist”

Venerdì 29 settembre esce “Nocturne”, il quinto album del pianista e compositore REMO ANZOVINO, che arriva a distanza di 5 anni dal precedente disco in studio ed è il primo con Sony Music, su etichetta Sony Classical.

renzo anzovinoRemo Anzovino si divide tuttora tra lo studio di registrazione e lo studio legale, dove esercita la professione di avvocato penalista. È considerato fra gli esponenti più affermati e innovativi della musica strumentale contemporanea ed è recentemente entrato nella grande famiglia degli Yamaha Artist. Con questo album cosmopolita indaga attraverso una narrazione emozionale la solitudine umana e contemporaneamente il racconto della bellezza della vita e le contraddizioni della realtà di oggi.

«Una sera ho trovato la mia chiave per il notturno: narrare – racconta Remo Anzovino – Ho immaginato un uomo, uno qualsiasi, non importa di quale latitudine od estrazione sociale, la cui caratteristica fosse l’appartenenza al mondo di oggi. Ho fantasticato che costui, nell’unità temporale di una notte soltanto, ascoltando queste composizioni potesse veder scorrere il suo passato e immaginare il futuro. Nell’immaginare queste scene ho quindi iniziato a comporre sfruttando la relazione con la natura, intuendo che la cifra di questa musica doveva essere la descrizione della solitudine umana e contemporaneamente il racconto della bellezza della vita, un racconto tanto più forte quanto più chiara risulta la caducità e la casualità dell’esistenza».

“Nocturne” è stato registrato tra Tokyo (JVC Victor Studio), Londra (Abbey Road), Parigi (Les Studios Saint Germain) e New York (Brooklyn Recording), è moderno e incisivo. È stato prodotto, registrato e mixato da Taketo Gohara, con gli arrangiamenti orchestrali di Stefano Nanni che ha anche diretto la London Session Orchestra. Tra i musicisti internazionali di grande livello che hanno prestato la loro sensibilità al progetto ci sono, tra gli altri, al violino cinese Masatsugu Shinozaki, primo violino dell’Orchestra Sinfonica di Tokyo, l’armeno Vardan Grygorian, considerato tra i migliori interpreti mondiali di duduk, la francese Nadia Ratsimandresy, tra le maggiori virtuose al mondo di ondes martenot e Gianfranco Grisi, inventore del suo cristallarmonio ed insuperabile nell’arte di suonare il vetro.

Il disco sarà disponibile da venerdì 29 settembre in digital download, sulle principali piattaforme streaming e nei negozi tradizionali. La versione in vinile, su doppio LP, uscirà invece il 20 ottobre. I dischi fisici sono già disponibili in pre order su Amazon.it e in tutti gli store digitali.

Queste la date dell’instore tour con cui Remo Anzovino presenterà “Nocturne”: il 29 settembre a La Feltrinelli (via Appia Nuova) di Roma, il 30 settembre all’Hotel Astoria di Udine, il 2 ottobre a La Feltrinelli Red di Firenze, il 4 ottobre a La Feltrinelli (Piazza Piemonte) di Milano, il 5 ottobre a La Feltrinelli (via Quattro Spade) di Verona e il 19 ottobre a La Feltrinelli di Napoli.

Queste le prime date confermate del tour (prodotto e organizzato da Intersuoni Srl, divisione Booking & Management Unit BMU): il 20 novembre all’Auditorium Parco della Musica (Teatro Studio) di ROMA, il 22 novembre al Teatro Camploy di VERONA, il 27 novembre al Teatro Menotti di MILANO e il 24 gennaio al Teatro Puccini di FIRENZE.
Le prevendite per Roma e Firenze sono disponibili sul circuito Ticketone e nei punti vendita abituali. Le prevendite per Milano e Verona apriranno lunedì 2 ottobre: per Milano su Ticketone e Vivaticket, per Verona su Ticketone e Geticket.

Il 29 settembre uscirà il docufilm “Canto alla Durata – omaggio a Peter Handke” diretto da Didi Gnocchi di cui Remo Anzovino ha curato la colonna sonora! Sarà trasmesso su Sky Arte venerdì 29 settembre alle ore 20.15, in replica il 2 ottobre alle 13.45 e il 4 ottobre alle 18.30; inoltre, sarà proiettato al Cinema Anteo di Milano dal 29 settembre al 1 ottobre alle ore 13.30.

Remo Anzovino nasce nel 1976 a Pordenone da genitori napoletani. È compositore, pianista e avvocato penalista. Si è laureato a 24 anni con lode nell’antica università di Bologna, ha intrapreso la carriera forense entrando nello studio milanese di uno dei massimi penalisti italiani e successivamente patrocinando centinaia di difese, attività che tuttora svolge. Ha composto le musiche per i maggiori capolavori del cinema muto (più di trenta pellicole) collaborando, con le più prestigiose cineteche e partecipando con colonne sonore di sua composizione ai principali Festival e rassegne internazionali. ll programma di Rai 3 Ballarò ha utilizzato spesso le sue melodie come commento musicale, e lo stesso ha fatto Otto e Mezzo su La7. Il suo primo album di inediti in piano solo è “Dispari” nel 2006, segue “Tabù” nel 2008, “Igloo” nel 2010 e l’ultimo “Viaggiatore Immobile” nel 2012. Ha all’attivo anche un disco live e i progetti speciali “L’Alba dei Tram – Dedicato a Pasolini” (2015) e “Fight for Freedom: Tribute to Muhammad Ali” con Roy Paci (2017).

L’Acqua in Testa Music Festival torna con Tony Allen e Yasiin Bey

acqua-in-testaTorna L’Acqua in Testa, uno dei festival musicali più importanti del Sud Italia, e annuncia gli headliner della XIII edizione, che si svolgerà a Bari il 7 e 8 ottobre.
Accomunati dalla stessa radice, Madre Afirica, si esibiranno sul palco della manifestazione a ingresso gratuito il grande rapper afroamericano YASIIN BEY aka MOS DEF e il leggendario batterista africano TONY ALLEN.

Due giganti della storia della musica internazionale che, insieme agli artisti delle scorse edizioni – Tricky, Shaggy, Wu-Tang Clan, Asian Dub Foundation, Two Many Dj’s, Misfits, The Hives, Sharon Jones, Fat Freddy’s Drop, Gogol Bordello, Matmos, Morcheeba (solo per citarne alcuni) – confermano la natura camaleontica e la follia creativa del Festival, un’ulteriore dimostrazione dell’elevata qualità artistica che L’Acqua in Testa Music Festival ha sempre voluto proporre al proprio pubblico.

TONY ALLEN, classificato fra i migliori 100 batteristi di sempre, ha creato l’afrobeat negli anni ’70, in quanto batterista del leggendario Fela Kuti. Tony Allen oggi continua a collaborare con grandi artisti di tutti i generi, dalla techno di Jeff Mills e Carl Craig a Damon Albarn fino al pop di Jovanotti. La sua maestria si è manifestata in brani immortali come “Water no get enemy”, la canzone di Fela che rappresenta anche il claim di tutta la manifestazione.
Un concerto ancora più speciale in quanto Tony Allen all’Acqua in Testa presenterà, in Prima Nazionale, il nuovo album “The Source”, in uscita l’8 settembre per l’etichetta Bluenote.

YASIIN BEY, meglio noto come MOS DEF, è conosciuto al grande pubblico anche come attore cinematografico (il Ford Prefect di Guida Galattica per Autostoppisti o il commesso Mike di Be Kind Rewind), ed è uno dei più importanti e significativi protagonisti “conscious” dell’hip hop, con una storia musicale che trascende i confini stilistici fra le diverse forme d’arte. Anche lui profondamente influenzato da Fela Kuti, YASIIN BEY ne ha riportato lo spirito progressivo e liberatorio nella cultura afroamericana dagli anni ’90 ad oggi.
Il “Farewell Tour” è stato annunciato come quello conclusivo della carriera di Yasiin Bey, che si ritirerà dal mercato musicale per dedicarsi maggiormente al cinema ed altre attività culturali e sociali. La data di Bari, quindi, sarà l’ultima occasione per assistere all’esibizione dal vivo del rapper americano.

LA NOVITÀ DELLA XIII EDIZIONE
Tra le novità di quest’anno dell’Acqua in Testa, la partnership con UTILITALIA, che riunisce tutti i gestori italiani dell’acqua e che promuove a Bari la quarta edizione del Festival dell’Acqua. Saranno proprio i concerti ad aprire idealmente l’appuntamento biennale degli operatori del settore idrico che per tre giorni affronteranno in convegni, seminari e iniziative culturali, i temi dell’acqua pubblica, dell’economia circolare, della sostenibilità ambientale. L’edizione barese è realizzata in collaborazione con AQP e Università di Bari e con il patrocinio di Unesco, Ministero dell’Ambiente, Regione Puglia e Comune di Bari.

L’ACQUA IN TESTA PER L’AMBIENTE
In sinergia e col sostegno della Regione Puglia, anche questa edizione del festival porrà ancora una volta al centro dell’attenzione le tematiche ambientali; saranno realizzate azioni di comunicazione sulla raccolta differenziata e sul riciclo dei rifiuti per giungere ad una reale responsabilizzazione dei cittadini.
Con particolare riferimento ad un target giovanile, le attività che saranno messe in campo a cura di E.M.S. (Ente Modelli Sostenibili), avranno l’obiettivo di incrementare il livello di consapevolezza del pubblico, facendo risultare chiaro che la responsabilità della buona riuscita delle politiche sui rifiuti, come ad esempio i vantaggi economico ambientali attraverso il riciclaggio e del diritto alla salute della raccolta differenziata, è da intendersi in senso collettivo.
Una “Comunicazione diretta” al fine di sensibilizzare i cittadini, soprattutto i più giovani, attraverso momenti importanti di aggregazione come eventi e manifestazioni culturali e musicali nelle piazze pugliesi.

“Il Socialismo Universale” dei Mogwai con l’album “Every Country’s Sun”

Mogwai Stuart Braithwaite ATPRadio Rock 106.6 ha intervistato Stuart Braithwaite, bassista e chitarrista dei Mogwai, alla vigilia della pubblicazione della loro nona fatica discografica “Every Country’s Sun”.
Il musicista scozzese, nel corso della fascia pomeridiana curata da Matteo Catizone, ha avuto modo di ripercorrere la genesi dell’album a partire dall’apporto di Dave Fridmannalla produzione e dalla scelta di registrare negli Stati Uniti.
Braithwaite ha poi spiegato quale fosse il significato che la band attribuisce al titolo: “Every Country’s Sun può essere interpretato come una sorta di ‘socialismo universale’, considerando ciò che ai giorni nostri sta accadendo al mondo. Vuole ricordarci che viviamo tutti insieme su questa terra e che possiamo impegnarci per raggiungere obiettivi e giorni migliori”.
Non sono inoltre mancati richiami alle abitudini dei Mogwai in fase compositiva – “È difficile per noi scrivere testi delle canzoni perché non siamo abituati a farlo -, ma anche al videoclip del loro ultimo singolo “Coolverine” – “È stato realizzato da Justin e James Lockey: li abbiamo lasciati fare e siamo contenti di averlo fatto”.
Stuart Braithwaite si è quindi congedato dagli ascoltatori di Radio Rock facendo riferimento al tour mondiale di “Every Country’s Sun”, che toccherà anche l’Italia – Milano, Roma e Bologna, rispettivamente il 27, 28 e 29 ottobre – : “Spero che i nostri fan debbano aspettarsi bei concerti. Splendide serate da passare fuori, in nostra compagnia. Ci auguriamo insomma di portare la nostra musica in giro per il mondo e di far felice chi ascolta”.

L’intervista integrale: https://soundcloud.com/radiorock106e6/intervista-mogwai-01-09-17

Lorde, la ‘Pure Heroine’ e il suo nuovo album Melodrama tra Indie e Pop

Quando si parla di Lorde non si può non pensare all’influenza che questa giovanissima artista ha avuto sul pop contemporaneo. Il suo album di debutto, “Pure Heroine”, uscito a settembre 2013, quando aveva solo 16 anni, continua a suonare con la stessa freschezza del primo giorno e a macinare consensi importanti.
Qualche esempio: Bruce Springsteen suonò a sorpresa una cover di “Royals” durante il suo High Hopes Tour, Dave Grohl si congratulò con lei, David Bowie disse che nelle sue canzoni sentiva “il futuro della musica” (e il Duca Bianco aveva l’occhio lungo per i talenti emergenti, vedi Placebo e Arcade Fire), Katy Perry le offrì di aprire il suo “Prismatic World Tour”, ricevendo però un netto rifiuto dalla stessa!

lordeC’è poco da aggiungere a tutto questo. Lorde è semplicemente la cifra stilistica esatta del pop dei nostri tempi. Apprende e fa propria la lezione di Lana del Rey, seppur con qualche semplificazione di troppo, guarda timidamente all’elettronica glitchosa di Grimes e a quella degli anni 80 ma senza sbilanciarsi, e racconta una gioventù più pura e meno modaiola di quella di Charli XCX.

La peculiarità più evidente di Lorde è il suo riuscire a camminare sempre sulla sottile linea che separa il pop dall’indie. Anche il suo ultimo lavoro, “Melodrama”, segue questa stessa scia, ma ha un piglio più vario e deciso rispetto al suo primo album che, per quanto seminale, rimaneva comunque un po’ monotono nelle sonorità. In “Melodrama” ogni brano è riconoscibile sin dalle prime note, risultando quindi indispensabile nell’architettura del disco; i suoni si sono fatti meno essenziali, più pieni e umidi, merito certamente anche dei produttori che hanno affiancato la giovane neozelandese: Jack Antonoff in primo luogo, membro dei Fun e vicino ad altri artisti pop come Taylor Swift, Jean-Benoît Dunckel, noto per essere uno dei membri del duo francese AIR, Frank Dudes, già al lavoro con The Weeknd e Rihanna, e altri ancora.

In compenso, le canzoni sono tutte scritte da Lorde che dimostra ancora una volta un afflato compositivo fresco e giovanile, ma non banale. Sorprende il singolo apripista, “Green Light” che, se da una parte richiama la Lorde che fu partendo in sordina con l’accompagnamento minimalista di un pianoforte, dall’altra confonde le acque esplodendo in un ritornello dancereccio e mettendo immediatamente a nudo il bipolarismo del disco. Qua e là gli echi di Lana del Rey, soprattutto nella civetteria di “Homemade Dynamite” (che invero talvolta fa pericolosamente pensare anche ad Halsey) e nella sontuosità di “Sober II (Melodrama)”. Gli umori hip hop sono qua meno presenti rispetto a “Pure Heroine”, ma è possibile ritrovarli di tanto in tanto (“Hard Feelings/Loveless)”, ben incastrati tra ricami post-dub, inserti rumoristici e il suo solito modo non convenzionale di adoperare i cori (“Perfect Places”). Impossibile, poi, non rimanere colpiti dalla build-up di “Sober”, capace di muoversi tanto tra i suoni dell’ottone quanto tra l’elettropop più febbricitante con la medesima sfacciataggine, e la freschezza di “The Louvre”, forse il brano più emblematico del disco.

Due le ballate: una parte “Liability”, che richiama alla mente un qualche outtake della primissima Marina And The Diamonds, dall’altra la più interessante “Writer In The Dark”, in cui Lorde dimostra appieno di aver raggiunto anche una certa maturità vocale: proprio in questo pezzo sono messi in evidenza tutti i chiaro-scuri della sua voce da contralto, talmente duttile da raggiungere risultati sublimi anche sulle note più alte, ispirandosi – con ogni probabilità – a Kate Bush. Sin da “Pure Heroine”, Lorde è sempre riuscita a realizzare affreschi generazionali originali, diversi da quelli proposti dalle teen dive americane. In “Pure Heroine” si adagiava su sonorità composite per raccontare un’adolescenza giocosa ma discreta, vissuta in cittadine periferiche, ben lontane dalle luci della fama, ma il suo debutto era anche una critica alla cultura pop contemporanea. Nel sophomore “Melodrama”, l’artista neozelandese appare più disillusa, ma anche più consapevole delle proprie capacità.

Con delicatezza, ironia e qualche rimpianto, Lorde delinea un racconto disincantato delle prime difficoltà che diventare adulti porta con sé, ma anche di una generazione che ha perso i propri eroi e punti di riferimento e che sempre più si abbandona a piccole intemperanze, a una romantica lascivia, alla speranza di trovare dei “perfect places” e all’umorismo ché, in fondo, tutta la vita è solo un “fuckin’ melodrama”.

Giulia Quaranta
Quality Time

50 anni fa il primo disco dei Pink Floyd: “The piper at the gates of dawn”

floyd-pic1Agosto 1967, la Summer of Love che sta sconvolgendo il mondo, esplosa in California pochi mesi prima, è al suo apice. I semi del cambiamento di una delle più clamorose rivoluzioni culturali e di costume della seconda metà del secolo scorso si stanno spargendo nel terreno fecondo del panorama musicale del tempo, soprattutto statunitense e britannico, e il risultato darà vita alla più felice stagione della musica rock-pop della storia. Nell’anno di grazia 1967 escono album destinati a ribaltare la visione conosciuta e a influenzare decenni di musica negli anni anni a venire, esordiscono musicisti e band che segneranno un’epoca, dai Doors a David Bowie, dai Velvet Underground ai Grateful Dead a Jimi Hendrix, i Deep Purple e Led Zeppelin.

Pietra angolare di quella stagione è il primo album di un gruppo di cinque ragazzi inglesi, i Pink Floyd, già conosciutissimi e celebrati a Londra per le loro performance dal vivo al mitico club UFO, uscito per il mercato britannico esattamente cinquanta anni fa, il 5 agosto del 1967.

Il titolo del disco è ‘The piper at the gates of dawn’, ‘Il pifferaio alle porte dell’alba’ ispirato al libro di fiabe per bambini ‘The Wind in the Willows’ (Il vento tra i salici) di Kenneth Grahame, uscito ai primi del ‘900 e considerato un classico per l’infanzia in Gran Bretagna. Il contenuto è rivoluzionario. Psichedelia pura e sonorità ipnotiche si innestano in maniera sublime su testi surreali e fantastici. Roger Waters al basso, Richard Wright alle tastiere, e Nick Mason alla batteria, sono l’equipaggio della nave corsara capitanata da uno dei più grandi talenti musicali bruciati sull’altare effimero e drammatico delle droghe, Syd Barret. Il ‘pifferaio magico’ resterà con il gruppo solo pochi anni, firmando di fatto un solo album con la band e poi altri due da solista, ma il segno che lascia è indelebile. I suoi compagni di viaggio gli dedicheranno anni dopo un tributo meraviglioso, l’immortale ‘Shine on you crazy diamond’, contenuto nell’epico album Wish you were here.

‘The piper at the gates of dawn’ viene registrato in cinque mesi, a partire dal gennaio del 1967, nei mitologici studi londinesi di Abbey road. Nella sala di fronte, nelle stesse settimane, sono chiusi in ritiro creativo i Beatles, che stanno consegnando alla storia il loro disco forse più importante, ‘Sgt Pepper’s Lonely Heart Club Band’. Il disco raccoglie 11 canzoni spesso molto diverse tra loro, maciascuna a suo modo perfetta. Il filo conduttore è un acidissimo viaggio interstellare compiuto da Barrett e la poetica del disco sta tutta nella opening track, ‘Astronomy domine’, racconto inquieto di quel vagabondaggio, ispirato dall’uso massiccio che lo stesso Barret fa dell’Lsd, in cui il basso ipnotico e martellante di Waters è l’onda sonora che collega l’immaginaria stazione spaziale al pianeta Terra, mentre la chitarra e la voce solenne del Pifferaio sono libere di liberarsi nel cosmo.

Tra i pezzi più belli dell’album ‘Lucifer Sam’, ballata quasi folk che racconta la storia di un gatto magico che ricorda il felino satanico e beffardo che vaga nella la Mosca staliniana del ‘Maestro e Margherita di Bulgakov. E poi ‘Take up thy stetoscope and walk’ di impronta quasi beatlesiana nei cori e nel riff, e ancora quello che può essere considerato il capolavoro dell’album e della produzione musicale di Barret, ‘Interstellar overdrive’, undici minuti di jam session acida e alienante che i Pink Floyd eseguono spesso dal vivo in quegli anni dilatandola all’infinito. E ancora la fiabesca e tolkeniana ‘The gnome’, tratta dal ‘Signore degli anelli’, e ‘Chapter 24’, ispirata dal libro degli I Ching, fino alla conclusione giocosa di ‘Bike’, in cui Barret avverte che il viaggio è finito, e che è tempo di tornare sulla Terra.

‘The Piper’ è considerato un disco fondamentale dai cultori del rock-pop, ispiratore del filone che dagli anni ’70 conduce fino alla new wave inglese e all’indie rock statunitense passando per il punk. Ma è soprattutto il disco che segna il passaggio nella gigantesca cosmogonia del rock di uno dei più grandi talenti della musica contemporanea, quello di Barret appunto, morto undici anni fa nella sua casa di Cambridge dove ha trascorso gran parte della sua vita adulta, fissando con sguardo vuoto e folle il giardino della casa materna. Cinquanta anni dopo, il suono ammaliante del suo flauto continua a sussurrare. Il suo folle diamante continua a splendere.

Il ‘Wind Summer Festival’ è dei giovani: dilaga il rap
l’estate tutti a ‘Pamplona’

fabri-fibraL’ultima puntata del Wind Summer Festival ha decretato i vincitori ed è rap mania, con il dilagare di un free style (anche in rima), sia tra i giovani con “I desideri” e la loro “Uagliò” che con il premio del brano più trasmesso in radio secondo Earone: a trionfare è la canzone “Pamplona” di Fabri Fibra feat The Giornalisti; sicuramente una bella lotta con “Riccione” di questi ultimi.

E proprio il primo aveva mandato un in bocca al lupo a Mahmood per “Pesos”, mentre per il duo risultato campione nella gara dei giovani c’era stato l’augurio di buona fortuna da parte di Clementino (per il terzo, ovvero Shade con “Bene ma non benissimo”, quello di Max Pezzali). Ma premiato anche da Radio 105 il brano di Ermal Meta “Ragazza occhi Paradiso”, ispirata a una persona speciale perché “tutte le canzoni nascono dalla gente” senza cui non avrebbero senso –ha commentato il cantante-. Protagonisti assoluti, dunque, i giovani; non solo per l’assegnazione dei riconoscimenti. Se, infatti, prima che fosse decretato il nome del primo classificato nella gara dei giovani si è esibito colui che vinse lo scorso anno, ovvero Irama con la nuova “Mi drogherò”, il suo non è stato il solo gradito ritorno. Il neo singolo di Irama è un invito ad innamorarsi della vita sempre più, tanto che dice ‘mi drogherò d’amore’. Ma è stata Alexia con la sua “Beata gioventù” (che ha tutto il futuro davanti che le appartiene, per cui ogni cosa è ancora possibile, -spiega nella canzone-) a sollevare un tripudio verso le nuove generazioni.

Se Arisa con Lorenzo Fragola ben avevano descritto la società moderna “succube” quasi e dipendente dalle nuove tecnologie ne “L’esercito dei selfie”, un appello contro ogni forma di dipendenza come quella dall’alcool, il cui abuso spesso conduce alle note e cosiddette “stragi del sabato sera” dopo essersi messi alla guida ubriachi, era venuto anche da Mattia Briga con il testo di “Nel male e nel bere”, invece che dire ‘nel bene’. Nuovo singolo anche, oltre che per Arisa stessa con “Ho perso il mio amore”, anche per un altro talento uscito da “Amici” di Maria De Filippi: Alessio Bernabei con “Non è il Sud America”; o per Alex Britti, diventato da poco papà di Edoardo; o per Syria con una canzone che vede il contributo di Ambra Angiolini; o per Baby K e la sua “Voglio ballare con te”. Dopo tanti anni rivediamo salire sul palco del Wind Summer Festival anche Valeria Rossi con “Sole, cuore, amore”, una sorta di omaggio decennale come quello per “Laura non c’è” di Nek. Se Alessia Marcuzzi è stata scatenatissima, ha ballato, ha cantato e fatto cantare il pubblico con Giorgia, ha finto di suonare la chitarra dopo le lezioni del suo maestro Britti, l’ultima puntata ha visto più disinvolti, simpatici e divertenti anche Nicolò De Devitiis e Daniele Battaglia.

La vera novità, però, è stato Enrico Papi con la sua “Moosica”; l’ex conduttore di Sarabanda, dopo essersi cimentato nelle imitazioni a “Tale e quale show”, si cala nei panni di vocalist di una band disco molto ironica e colorata: sorprende sempre e si diverte e fa divertire tanto. Tuttavia, dovendo fare una sorta de “il meglio di” sul Wind Summer Festival, ricapitolando e riassumendo ripercorrendo i momenti più salienti in linea con “Wind Buonanotte”, non si può non dire che il Wind Summer Festival è stato anche solidarietà e tanti momenti emozionanti oltre che, ancora una volta, dei giovani. Innanzitutto per il tripudio, nella seconda puntata, di Emma Marrone a Pino Daniele con l’esibizione in “Quanno chiove”. “Quando entrava lui sul palco –ha ricordato Alessia Marcuzzi- c’erano delle vibrazioni particolari”.

Poi quando Federica (giovane il cui album è stato prodotto da Elisa), dopo aver cantato “Ti volevo dire”, ha fatto salire sul palco per abbracciarla una sua fans (coetanea della 18enne artista), finita in lacrime mentre ascoltava la sua musica. Un pezzo emozionante il suo, come commovente il momento; lo stesso è accaduto quando “I desideri” sono stati premiati vincitori (in prima fila una fan del pubblico si è ‘disperata’). Ma soprattutto la più alta gioia è venuta dai momenti dei cosiddetti Wind Unlimited, ovvero di superamento dei propri limiti: un’offerta di umanità illimitata potremmo dire; una ragazza sovrappeso che ha sfilato nella seconda puntata e un giovane, Andrea -nella terza-, che ha attraversato l’oceano in barca con quale migliore alleata proprio la paura –che non lo ha frenato, ma lo ha ‘salvato’ aiutandolo ad essere più previdente e meno incosciente o scellerato, avventato.

Il momento più alto forse, però, è stato quello offerto da Autogoal con Papu Gomez e la sua “Papu dance”, per la prima volta indirizzata a scopo benefico per una squadra di calcio di ragazzi disabili: “gli “Insuperabili”; sulle maglie è stata chiara, bella e significativa la scritta del nome del team in sillabe, che ne scandivano tutto il significato e la portata: In-Super-Abili. Il ricavato delle vendite del singolo “Baila como el Papu” (quasi a ricordare un po’ Er Piotta) e derivanti dallo scaricare il brano sarà interamente devoluto all’Associazione. Più unlimited e insuperabile di così? La musica non può che essere questa. Del resto è come quando lo sport (o il calcio più spesso) si lega alla solidarietà.

Barbara Conti