Il Giuoco delle Parti. Pirandello di scena
al Teatro Eliseo di Roma

umberto-orsiniIl Giuoco delle Parti è una commedia nera che il grande drammaturgo siciliano Luigi Pirandello ha scritto nel 1918.

Originariamente la vicenda vede tre personaggi principali: il filosofo cinico Leone Gala, sua moglie Silia e l’amante di lei Guido Venanzi. Leone Gala si è pacificamente separato da Silia ma ad una condizione: che possa farle visita ogni sera, per mantenere di fronte all’opinione pubblica il suo ruolo di marito.

Col passare del tempo questo accordo si rivela insopportabile a Silia che confida all’amante il desiderio di volersi sbarazzare del marito la cui presenza-assenza le è diventata insostenibile. Il casuale irrompere nella casa di lei di un gruppo di ubriachi che, scambiandola per Pepita – prostituta d’alto bordo che riceve nell’appartamento affianco – tentano di farle violenza, senza però riuscirci, le offre un pretesto inatteso grazie al quale potrebbe mettere a repentaglio la vita del marito trascinandolo in un duello.

Alla notizia del fatto Leone appare tranquillo, ha capito il giuoco di sua moglie e del suo amante: “triste cosa, mio caro, quando uno ha capito il gioco” dirà Leone a Guido. E quindi se Leone formalmente accetterà il duello con l’offensore della moglie Silia, alla fine, grazie alla sua incrollabile dialettica ed al suo nichilismo, riuscirà a sottrarsi al complotto ordito dalla moglie e dall’amante trasformandosi da vittima in carnefice. Sarà dunque Guido a doversi battere…

Pirandello aveva scritto una commedia nera, dove matrimonio, tradimento, onore e omicidio si inseguivano in una logica successione. La novità dell’allestimento che abbiamo trovato al Teatro Eliseo sta nell’aver immaginato un futuro per Leone Gala dopo quel tragico avvenimento. Lui, uomo di lettere costretto a macchiarsi di un delitto, non riesce a liberarsi dal suo passato e, in un ospedale psichiatrico, rivive con una serie di flashback tutta la vicenda come un ammasso di ricordi, di ricostruzione dei fatti dal punto di vista di chi è sopravvissuto.

Nell’opera in atto unico in scena al Teatro Eliseo di Roma troviamo un bravo Umberto

Teatro comunale di Narni UMBERTO ORSINI "Il Giuoco delle Parti" di Luigi Pirandello con Alvia Reale, Michele Di Mauro, Flavio Bonacci .Regia Roberto Valerio Scene Maurizio Balò Costumi Gianluca Sbicca Light designer Pasquale Mari

Orsini nei panni di un Leone che si dibatte fra i fantasmi che popolano una mente in cui il tempo batte i suoi colpi rimbalzandoli confusamente dal passato al presente e viceversa. Su discreti livelli la recitazione di Alvia Reale, che ci presenta una Silia meno superficiale, più capricciosa, più virago, più vicina nei caratteri alla novella – intitolata “Quando si è capito il giuoco” – con cui Pirandello aveva inizialmente approcciato la vicenda. Anche Totò Onnis appare capace di restituirci un ritratto di Guido Venanzi piuttosto inedito: invece che essere completamente dominato dai due, appare qui un uomo prudente, ma non così tanto da evitare un errore che gli sarà fatale. Nel complesso su livelli accettabili la recitazione di tutti e sei gli attori presenti sul palco.

La scena si apre con le luci soffuse: ci troviamo in quella che ora è la casa di Silia, un paio di tavolini, un letto, alcune sedie, un grande lampadario, una sedia a rotelle su cui il protagonista rimugina sul passato; la voce fuori campo di Leone ci guida nel ricordo; ma con alcuni rapidi cambiamenti scenici, quello stesso ambiente si compone e si scompone per portarci ora nella stanza di ospedale di Leone ed ora nella piccola casa dove si era rifugiato dopo essersi separato dalla moglie. I costumi sono scuri, spenti, tristi come triste è la vicenda; le musiche sono di impatto e pian piano la marcia nuziale si trasforma in marcia funebre…

L’inferno del matrimonio è qui reinterpretato con tratti misogini, in un’ottica vicina al teatro del drammaturgo svedese Strindberg, dove l’abisso morale dei protagonisti si alterna al gioco dialettico che ha quasi sempre guidato la lettura di questo testo: “ai margini dei precipizi, sui limiti dei burroni, senza avere la minima paura di cadere, come era bella la mia vita. E come è diventata quando il matrimonio ci ha fatto cadere giù, sempre più giù, in questo inferno” dirà Leone.

Si tratta comunque di un allestimento complesso, considerati i profondi riflessi psicologici e la tecnica del flashback utilizzata e, per poterlo apprezzare al meglio, lo spettatore deve approcciarlo con un minimo di preparazione preventiva su trama e personaggi. Consigliato a chi ami approfondire i classici. Al Teatro Eliseo di Roma fino al 20 novembre.

Al. Sia.

The Lion King. Magia
al Palco delle Favole
al Teatro del Torrino

the-lion-kingA partire dal 6 fino al 27 novembre, per tutte le domeniche del mese, il Palco delle Favole ospiterà il suo secondo fantastico appuntamento: “The Lion King”.
Lo spettacolo, in scena, come sempre, alle ore 16:00, è curato nei minimi dettagli dal regista Luca Pizzurro, che, recentemente, è stato insignito di un grande riconoscimento per lo spettacolo teatrale “Je m’en fous”, il prestigioso Premio Fersen alla regia, che gli verrà consegnato il 25 novembre al Piccolo Di Milano.
The Lion King sarà curato dalle coreografie del grande ballerino Andre De La Roche connubio nato con il regista proprio grazie alla stessa passione: “rendere il teatro un’esperienza unica ed irripetibile”!
È una commedia musicale che sicuramente tutti conosciamo: la storia di Simba, un giovane leone che dovrà prendere il posto di suo padre Mufasa come re. Tuttavia, dopo che Scar, lo zio di Simba, uccide Mufasa, il principe deve impedire allo zio di conquistare le Terre del Branco e vendicare suo padre. La lotta per il potere, la perdita degli affetti e la fiducia nella vittoria del bene sul male sono alcune delle tematiche a cui lo spettacolo avvicina i ragazzi, in una narrazione che appassiona grandi e piccini.
Divertirsi e commuoversi con Simba, Timon, Pumbaa e tutti i personaggi di una favola che non conosce limiti di età e che sarà in scena al Teatro del Torrino per tutte le domeniche del mese di novembre. Ma questo è solo uno dei molteplici appuntamenti che ci accompagneranno per tutto l’anno fino a maggio, dove verranno messe in scena le favole più famose della Walt Disney e non solo!
Potremmo assistere ad una stagione teatrale fatta di commedie musicali di grande valore artistico e sociale, rappresentate da canzoni e coreografie, che faranno di questi spettacoli una stagione memorabile ed unica nel suo genere.
Seguiranno le fantastiche storie di La Bella e la Bestia, Tarzan, La Sirenetta e tanti altri, ad un costo contenutissimo di soli 8 euro. Per tutte le domeniche del mese, quindi, sarà possibile trascorrere una giornata in “buona compagnia” con gli attori del Teatro del Torrino, che regaleranno due ore di buon teatro, non deludendo, da sempre le aspettative di grandi e bambini.

“Altri tempi, altri miti”.
La Quadriennale
torna a Roma

cristiana-perrella-la-seconda-voltaDopo otto anni di pausa la Quadriennale torna a Roma, con il titolo “Altri tempi, altri miti”. Al Palazzo delle Esposizioni fino all’8 gennaio 2017 sarà possibile ammirare una importante selezione di opere di arte contemporanea. La mostra presenta 99 artisti con 150 opere tutte recenti, molte realizzate per l’occasione, che sono raggruppate in 10 sezioni espositive. Il percorso espositivo è libero e il visitatore – a partire dalla rotonda centrale, che durante la mostra sarà animata da performance, incontri, proiezioni che sono parte integrante dei progetti espositivi di molti curatori – può iniziare la propria esperienza di visita da una qualsiasi delle sezioni espositive.

La 16a Quadriennale è concepita come una mappatura mutevole delle produzioni artistiche e culturali dell’Italia contemporanea e ognuna delle dieci sezioni espositive approfondisce un tema, un metodo, un’attitudine, una genealogia che connota i progetti artistici.

Si può ad esempio partire da Periferiche, un progetto dedicato ad otto artisti che hanno scelto di lavorare nella “periferia” italiana, intendendola non più come un luogo di ritardo culturale, bensì come postazione, etica e poetica, per le proprie ricerche. E qui ci colpisce, tra le altre opere, “Listening is making sense”, una scultura musicale di Michele Spanghero, una composizione in cui le assi di legno sono usate come veicoli vibranti di suoni. Una scultura apparentemente silente: l’unico mezzo per entrare in contatto con il suono che emana è toccare la struttura stessa. Forse una metafora dell’isolamento contemporaneo.

La mostra Cyphoria – neologismo composto da Cyber e Dysphoria – analizza l’impatto dei media digitali su vari aspetti della vita, dell’esperienza, dell’immaginazione e del racconto. Qui ci è particolarmente piaciuta l’opera di Federico Solmi “The father of this Nation (Giulio Cesare)”, che si inserisce in una serie di composizioni molto originali di questo artista, a metà tra il tradizionale ed il contemporaneo. Nel caso specifico si tratta di una installazione video che riproduce in forma ironica la marcia trionfale di Giulio Cesare, contestualizzata in un frame pittorico dai colori molto allegri ed altrettanto ironico.

Di assoluto interesse è anche la sezione La democrazia in America, che invita ad approfondire alcuni aspetti della storia dell’Italia contemporanea attraverso una rilettura del pensiero di Tocqueville. In questa sezione ci ha colpito l’opera di Adelita Husni-Bey dal titolo “Agency – Giochi di Potere”. Un racconto video del2014 in cui alcuni ragazzi si cimentano con la costruzione di un nuovo modello sociale: a fare da sfondo sono le relazioni di potere tra caste in una società di tipo contemporaneo.

denis-viva-perifericheNella mostra La seconda volta,  troviamo un nucleo di autori accomunati da un interesse per l’uso di materiali densi di storie già vissute che reinterpretano in insospettabili combinazioni, secondo una poetica della trasformazione. Il nostro interesse è stato catturato da Lara Favaretto con il  trittico dal titolo “032-212”: l’artista trevigiana dovrebbe proseguire in questa sperimentazione che sembrerebbe avere notevoli potenzialità.

Entro metà novembre saranno proclamati l’artista vincitore assoluto della sedicesima Quadriennale, a cui andrà un premio da 20.000 Euro, e, grazie al contributo della famiglia Illy, con 15.000 Euro l’artista under 35 che con il proprio lavoro avrà espresso una particolare freschezza espressiva nel panorama delle tendenze del contemporaneo italiano.

Nel complesso l’esposizione Quadriennale segna un grande ritorno culturale per Roma, ed il merito va in primis al presidente della Fondazione La Quadriennale Franco Berbabè per aver fermamente creduto nel progetto. Una buona notizia per una città ultimamente agli onori delle cronache con notizie non sempre positive. Da visitare per chi abbia voglia di rileggere la realtà con altri occhi.

Al. Sia.

Shakespeare al Quirino
di Roma con la tragedia
di Amleto

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La “Tragedia di Amleto, Principe di Danimarca” è una delle più note opere di Shakespeare, scritta nel 1600 ed ancora attualissima. In essa si narra la vicenda di un giovane principe, a lutto per la prematura perdita del padre. La depressione si trasforma in lucida follia quando Amleto scopre che la morte del padre non è avvenuta per cause naturali ma per la mano crudele dello zio Claudio. Questi, bramando il regno e la regina Gertrude, avvelena il fratello mentre dorme in giardino, versandogli nell’orecchio un veleno mortale a base di giusquiamo. Poco dopo Claudio si sposa con Gertrude e diventa re di Danimarca. La brutale verità viene svelata ad Amleto da uno spirito che ha assunto le sembianze del padre defunto. Ma Amleto non sa se quello spirito sia davvero il padre oppure un demonio venuto a seminare odio. Decide così di approfittare dell’arrivo a corte di una compagnia di attori teatrali per smascherare lo zio: Amleto chiede agli artisti di inscenare una tragedia dalla trama molto simile alle tristi vicende che hanno interessato la sua famiglia. Durante la rappresentazione il re Claudio si adira e chiede che l’opera venga interrotta. Amleto ora è certo che lo zio sia un assassino ed usurpatore. Decide di passare all’azione ma, per uno sfortunato destino, uccide il ciambellano Polonio invece dello zio. Intanto Claudio, dopo la rappresentazione, è alle prese con la sua coscienza eppure non riesce a pentirsi, anzi sfrutta la sete di vendetta di Laerte, figlio di Polonio, per cercare di togliere definitivamente di scena Amleto. Ne segue un duello serrato, con un finale amaro per tutti.

La rappresentazione in due atti al Teatro Quirino si apre con l’apparizione dello spirito ad Orazio,  amico fidato di Amleto. La nebbia e l’oscurità avvolgono i protagonisti. Progressivamente il racconto si sviluppa, in un contesto scenografico stilizzato, che richiama ora il cortile interno ora un grande salone del palazzo reale. I costumi sono contemporanei e raffinati, le musiche sono presenti nella parte iniziale del dramma ed accompagnano con discrezione la rappresentazione. Le luci ed i colori di scena ben si coordinano con le varie fasi dell’opera.

La traduzione e l’adattamento del testo originale sono perfetti. L’Amleto che troviamo al Quirino è leggermente tagliato – durerebbe altrimenti più di quattro ore – ma fedele, non alterato, con una traduzione atta a esaltarne tutte le possibilità poetiche, ma in una prosa semplice, scorrevole, di facile comprensione, e con una messa in scena e una recitazione che si propongono di essere vicine al nostro mondo.

Molto positiva la prova di Daniele Pecci, nei panni di Amleto, così come quella di Maddalena Crippa alias Gertrude, e complessivamente su ottimi livelli la performance di tutti i 14 attori presenti sul palcoscenico. Da segnalare il realismo del duello finale tra Laerte ed Amleto.

Dunque il testo ci pone davanti Amleto, un uomo, solo. Solo con la sua coscienza. Essere o non essere? Dar seguito alla verità rivelata dallo spettro e vendicare il padre oppure adagiarsi, conformarsi ed aspettare la morte dello zio per ereditare il regno, essendo lui il principe designato?

Ma dinanzi allo stesso dilemma sono posti anche Claudio e Gertrude. Il primo assetato di ricchezza, potere, amore terreno, la cui anima non è incline al pentimento ma a manipolare gli altri: proverà a far passare Amleto come pazzo con il fine di allontanarlo, imbrigliarlo, eliminarlo. E Gertrude, traditrice, connivente forse complice di Claudio, che ad un certo punto riconosce, ma solo per un secondo, che guardandosi dentro vede nella propria anima macchie nere e profonde che non si cancellano.

A contornare questi caratteri, troviamo altri personaggi, pure attualissimi. Dal ciambellano Polonio, uomo di corte, fin troppo zelante ed asservito al potere. Ai compagni di gioventù di Amleto, falsi amici, spie nelle mani di Claudio. Ad Ofelia, figlia di Polonio ed oggetto un tempo dell’amore di Amleto, che mantiene una sua purezza e che, forse intuendo la verità, prima impazzisce e poi si suicida una volta venuta a conoscenza della morte del padre. A Laerte, figlio di Polonio, combattente fiero e con il senso dell’onore, ma proprio per questo altamente manipolabile da un uomo senza scrupoli come il re Claudio.

La Tragedia di Amleto rappresenta caratteri universali e, in fondo, è uno specchio dell’uomo moderno.  Come sottolinea il protagonista e regista Daniele Pecci “L’Amleto di Shakespeare è il testo teatrale più importante dell’era moderna. Vi è in esso un’analisi profonda dell’umano sentire, in rapporto alle problematicità del vivere quotidiano. Meglio di chiunque altro, e soprattutto per primo, Shakespeare è riuscito a raccontare le infinite contraddizioni dell’essere umano, di fronte all’impegno che questo deve assumersi per poter anche semplicemente stare al mondo; affrontare il futuro, il destino, l’amore, le ingiustizie, le controversie, il dolore, la perdita. In esso sono ben dosate le rappresentazioni del mondo grande – lo Stato, i grandi destini e temi dell’umanità – e il microcosmo familiare dei sentimenti più intimi e segreti”.

La follia di Amleto, lucida o meno, permette certamente di indagare al meglio la natura umana. Un classico da non perdere, soprattutto per chi non abbia mai assistito ad una rappresentazione dell’Amleto. Al Teatro Quirino di Roma fino al 30 ottobre.

Al. Sia.

Sala Umberto: Le Bal,
il ballo come storia dell’Italia dal 1940 al 2001

le-bal-fotoAl Sala Umberto di Roma è di scena Le Bal, un fortunato format francese di Jean-Claude Penchenat con il quale si racconta la storia del nostro Paese dal 1940 al 2001, dall’inizio della seconda guerra mondiale al crollo delle torri gemelle.

Due momenti drammatici che segnano l’inizio e la fine di un lungo periodo, narrato attraverso musiche e canzoni, italiane e non, che hanno caratterizzato la vita ed il costume della società. Si passa dunque da balli quasi dimenticati ma allegri e spensierati, come ad esempio il tip tap, al ballo moderno nel buio della discoteca, disordinato ed a tratti violento. Di buon livello la scelta delle musiche, dove ritroviamo Mina, Claudio Villa, Fred Buscaglione, Rita Pavone, Raffaella Carrà, Domenico Modugno, Adriano Celentano, Gianni Morandi, Luigi Tenco e Franco Battiato accanto a star internazionali come Marlene Dietrich, Gloria Gaynor, i Pink Floyd e i Rolling Stones.

La rappresentazione si svolge in due atti ed è un racconto senza parole, affidato quindi unicamente alla musica, al ballo ed alla forza comunicativa dei gesti degli attori. La scena è minimale, siamo all’interno di una balera. Lo si riconosce unicamente dalle otto sedie che all’apertura del sipario vediamo sul palco. Fanno il loro ingresso, una ad una, le donne, che si scrutano a vicenda, si ammirano, si temono, si prendono vicendevolmente in giro. Prendono posto sulle sedie ed ecco che arrivano gli uomini che le invitano a ballare, e anche qui possiamo scorgere diversi caratteri, diverse tipologie, diversi personaggi. Lo spettatore può così provare ad immedesimarsi e scegliere il “tipo” che forse più gli si avvicina.  Il ballo inizia a prendere forma, dapprima lento poi sempre più allegro e spensierato. Fin quando non fa la comparsa sulla scena il gerarca fascista, che consegna agli uomini la chiamata alle armi. Gli uomini vanno via, sulla scena restano le donne, in attesa. Ma anche chi resta a casa si impoverisce ed i costumi colorati e vivaci lasciano il posto ad abiti che sono poco più che stracci. Il rombo cupo dei bombardieri in lontananza diventa stridore e rumore assordante delle bombe che cadono in picchiata, gli uomini che pian piano tornano dalla guerra dopo l’armistizio, dapprima atterriti ed immobili, ritrovano la forza per cacciare l’invasore tedesco e riprendere a ballare. Ed ecco arrivare nuovi balli dagli Stati Uniti, come il rock & roll, qualcuno fatica a mettersi al passo con i tempi e ad accettare la novità. Ma il tempo passa e ci ritroviamo già agli anni Ottanta, con gli uomini politici sempre più al centro della scena, anche in discoteca. Arriva quindi Tangentopoli, che prova ad interrompere il ballo, ma senza successo. Il ballo continua e sopravvive nonostante tutto, però diventa sempre più alienante, sempre meno allegro, sempre più lo specchio della solitudine che in qualche modo si intreccia con le nostre esistenze. Fino ad arrivare alle Torri Gemelle, quando ancora una volta un evento drammatico segna le nostre anime, ma è anche occasione per far ritrovare al ballo un aspetto sociale, anche se non potrà più ovviamente essere quello dei decenni passati.

Alla fine applausi per i sedici attori presenti sulla scena, anche se lo spettacolo presenta a mio avviso aspetti positivi e negativi. Troppo lento nelle fasi iniziali, ripetuto troppe volte l’escamotage di far entrare in scena gli attori uno ad uno. Troppo caricaturale la rappresentazione dei periodi storici e la recitazione degli attori, soprattutto di quelli più vicini ai nostri giorni. A volte il ballo è sacrificato a favore di una recitazione muta la cui forza comunicativa è chiaramente inferiore. Scenografia praticamente inesistente ed affidata esclusivamente ad un gioco di luci: si sarebbe dovuto lavorare di più per inserire quanto meno sullo sfondo degli elementi, come ad esempio anche solo delle immagini stilizzate proiettate, che rendessero maggiormente decrittabile, soprattutto per il pubblico più giovane, il periodo storico e gli avvenimenti che lo caratterizzavano.

Molto bene i costumi. Bene le coreografie, la scelta delle musiche, l’energia e la forza espressiva dei giovani protagonisti espressa attraverso il ballo, che a mio avviso avrebbe dovuto conquistare spazi più ampi nell’ambito dell’opera. Nel complesso una creazione piacevole ma con margini di miglioramento, destinata ad un pubblico maturo e preparato, capace di leggere oltre la rappresentazione estremamente semplificata della realtà. Al Sala Umberto di Roma fino al 23 ottobre.

Al.Sia.

Teatro Quirino versione Partenopea. Lina Sastri canta ‘Napoli’

lina-sastri Lina Sastri ritorna al Teatro Quirino di Roma con “Mi chiamo Lina Sastri”, spettacolo in musica e parole. Il titolo trae spunto dalla risposta che l’amata artista partenopea è costretta a dare a chi, ancora oggi, le chiede come si chiama, ricordando di lei la voce e il volto ma non il nome.

Dopo un’intensa stagione dedicata alla prosa, Lina Sastri torna dunque felicemente alla musica. La musica è quella della sua terra, Napoli vecchia e nuova, cantata alla sua maniera, a volte con un solo strumento, a volte con una festa di suoni, seguendo l’essenza interpretativa che il testo e le note – insieme allo spazio del tempo e del luogo in cui la esegue – le suggeriscono.

Lo spettacolo prevede sette temi: chi sono, la memoria, il mare, la terra, il cielo, la solitudine e la rinascita. Per ognuno di essi Lina Sastri ha selezionato alcune tra le più melodiose e note della tradizione napoletana – come ad esempio “Era de maggio”, “Maruzzella”, “Core ‘ngrato”, “Reginella” – ma anche proprie e rappresentative della Napoli contemporanea come ad esempio “Assaje” e “Napule è” del troppo prematuramente scomparso Pino Daniele. Un mix ben riuscito tra la musica di tradizione e quella del presente, senza fratture, in continuità musicale, armonica ed emotiva.

Alla fine saranno circa una trentina le canzoni interpretate da Lina Sastri, accompagnata sul palco da un’orchestra costituita da sei musicisti: Filippo D’Allio alla chitarra, Gennaro Desiderio al violino, Salvatore Minale alle percussioni, Gianni Minale ai fiati, Pino Tafuto al pianoforte ed Antonello Buonocore al contrabbasso.

Le canzoni sono inframezzate da “pensieri all’improvviso” di Lina Sastri, poesie, monologhi, immagini e una sola citazione di teatro di tradizione che, insieme alla musica che mai tace e che si snoda, diventa teatro.

Un racconto sul filo della bellezza e dell’arte che, in Napoli, trova ispirazione e complemento. Come afferma la stessa attrice, il “racconto è come sempre onirico, poetico, istintivo: dalla strada alla memoria e all’amore, dal mare, al cielo e a chi lo abita, alla terra nostra e a chi viene e a chi va, dalle ferite alla consolazione, fino alla rinascita e alla speranza”. Un viaggio melodico con cui Lina Sastri – che domina la scena azzurra, il mare ed il cielo, con un vestito rosso fuoco, la passione – accende le emozioni nascoste nel cuore del pubblico.

Ammirando la capacità della protagonista di tenere tutta sola la scena per circa un’ora e mezza, non si può non immaginare quale potrebbe essere l’effetto di uno spettacolo congiunto tra Lina Sastri e Massimo Ranieri, due dei massimi interpreti della prosa e musica napoletana. Chissà se in futuro torneranno a calcare insieme la scena…

Val la pena andare a vedere questo spettacolo, che è davvero un “tributo all’anima femminile, all’amore, alla solitudine, alla ferita, alla sconfitta, alla rinascita, alla speranza, al coraggio”, soprattutto per riscoprire e gustare la melodia della musica napoletana. Al Quirino di Roma fino al 9 ottobre prossimo.

Al. Sia.

Cantagiro 2016: tutto pronto per la finale del miglior talento canoro

cantagiroGrande attesa e fermento a Fiuggi in previsione delle semifinali nazionali e della finalissima del mitico Cantagiro, una delle più note manifestazioni musicali di tutti i tempi.
Fino al 9 ottobre, infatti, il Teatro Comunale ospiterà le battute conclusive dell’edizione 2016 di questa kermesse canora, che già da un po’ ha superato il giro di boa dei cinquant’anni.

Dopo mesi di casting, audizioni e selezioni che, da nord a sud, hanno attraversato lo stivale toccando tutte le regioni italiane e oltre 100 città, mancano davvero pochi giorni al momento in cui sarà decretato il vincitore della kermesse musicale, che ha sempre animato le estati del bel Paese con tour live e consacrato i successi di tanti big della canzone italiana: da Adriano Celentano, che la vinse con Stai lontana da me, a Peppino di Capri, da Gianni Morandi a Rita Pavone, e poi ancora Equipe 84, Nomadi, Pooh, Caterina Caselli, Little Tony, Domenico Modugno e Lucio Battisti.

Tantissimi, ancora una volta, i concorrenti in gara. Saranno oltre 200, quest’anno, tra interpreti, cantautori, rapper e band pronti a contendersi il titolo, arrivato nel 2015 fino in Sardegna grazie alla grinta della 19enne Chiara Pilosu che, con la suggestiva ballata dal tipico sapore franco provenzale “Un Peu de Folie”, ha vinto sulle orme di quei grandi della musica leggera che hanno spiccato il volo proprio partendo dal Cantagiro.
E se l’insindacabile metro di giudizio della giuria tecnica, composta da volti noti della nostra discografia, da musicisti, da esperti del settore e da personaggi del mondo dello spettacolo, prenderà in considerazione le potenzialità canore di queste nuove voci del panorama musicale italiano e la loro capacità di esibirsi in diretta su di un palco, sera dopo sera, la difficoltà dei concorrenti starà anche nel presentare brani inediti che non saranno valutati soltanto per l’orecchiabilità della melodia o per l’arrangiamento, ma anche per la qualità del lavoro che, nel suo insieme, dovrà risultare “assolutamente completo e interessante da un punto di vista musicale” – come spiega il Patron della manifestazione Enzo De Carlo – annunciando che “i migliori saranno inseriti nella Compilation del Cantagiro, la cui presentazione è prevista a Sanremo nel periodo del Festival della Canzone Italiana”.

Pressoché impossibile fare un identikit dei giovani, talentuosi partecipanti del Cantagiro: non soltanto per le diverse fasce d’età presenti alla competizione (si va dai 6 anni in poi), ma anche per i generi musicali proposti (tra cui quelli del lirico pop e del folk), per gli idiomi utilizzati (a scelta tra un dialetto, una lingua straniera o l’italiano) per la predisposizione dei brani da ciascun partecipante e per le nazionalità che li contraddistinguono.

Se in Italia, infatti, il Cantagiro Tour ha selezionato durante tutto l’anno le migliori voci da portare sul palco per le finali, in terra straniera altrettanti casting della stessa organizzazione hanno decretato i partecipanti della finale internazionale di venerdì 7 ottobre.
Anche per loro, come per gli altri, requisito indispensabile sarà la presentazione dell’inedito, ma in questo caso il regolamento vuole che, a prescindere dalla lingua con la quale è scritto, contenga almeno quattro parole in italiano. “Un modo come un altro – ha detto Elvino Echeoni, direttore generale della manifestazione – per avvicinare concretamente le generazioni più giovani che non vivono nel nostro paese alla nostra lingua, magari riuscendo a fargli apprezzare la musicalità che la contraddistingue. Troppe volte, purtroppo, si dimenticano le origini: è quanto avviene per le seconde o le terze generazioni di italiani cresciuti all’estero. In questo modo tanti nipoti di emigrati troveranno uno stimolo per avvicinarsi o riavvicinarsi alla nostra cultura”.

Decisamente fitto e serrato il calendario della settimana fiuggina. Si comincia domenica 2 ottobre con le categorie di baby e junior, che torneranno poi sul palco domenica 9 ottobre. Lunedì 3, martedì 4 e mercoledì 5 sarà, invece, la volta degli interpreti; mentre giovedì 6 spazio a band e cantautori. La competizione entrerà più nel vivo nel week-end: venerdì 7 con la finale internazionale e sabato 8 con la finalissima.

“Oltre a restituire valore alla musica dandole l’opportunità di trasmettere emozioni e regalare continuità a una manifestazione che è una pietra miliare nel panorama della musica leggera italiana, – è tornato a spiegare a qualche giorno dalla kermesse Enzo De Carlo, Patron della manifestazione – l’idea de Il Cantagiro è quella di aiutare nuovi talenti a emergere attraverso una competizione garbata, riportando la musica dal vivo nelle piazze e coinvolgendo il pubblico. Davvero una bella scommessa, nell’epoca dei talent show televisivi”.

Tanto spettacolo, dunque, canzoni a non finire e grandi ospiti, ma anche diverse sorprese in programma. A cominciare proprio dalla carovana di auto d’epoca che, venerdì 7 e sabato 8, porterà in trionfo per le strade di Fiuggi i finalisti della gara e i tantissimi big chiamati a festeggiarla dando di nuovo vita a quel carosello di musica, colore e spettacolo a cui solo il Cantagiro sa dare vita.

Con la cittadina ciociara, del resto, questa storica manifestazione ha da sempre un legame fortissimo. Correva l’anno 1962, infatti, quando una lunga carovana di automobili con a bordo artisti, tecnici, parenti e addetti ai lavori, dopo aver percorso l’Italia e aver entusiasmato con gli spettacoli e le gare fra cantanti, arrivava nella cittadina ai piedi dei Monti Ernici. Ad accoglierla, allora, con un trionfale bagno di folla un pubblico che, nel tempo, sarebbe diventato sempre più numeroso, testimonianza dell’attenzione crescente che gli abitanti di Fiuggi, e non solo, avrebbero continuato a dimostrare nei confronti di questa manifestazione e dei suoi protagonisti.

È per questo che oggi la città continua a fare da palcoscenico a questa kermesse musicale, uno dei concorsi canori più longevi d’Italia, in grado di regalare uno spettacolo eccezionale e capace di riportare in vita l’atmosfera dei mitici anni ‘60 e ‘70.

Teatro Torrino. Riparte
il Palco delle Favole
con Mary Poppins

il-palco-delle-favoleIl Palco delle Favole sarà in scena al Teatro del Torrino per l’ottavo anno consecutivo con “Supercalifragilistichespiralidoso” a partire dal 2 ottobre alle ore 16:00 per tutte le domeniche del mese. Ma questo è solo il primo dei molteplici appuntamenti che ci accompagneranno per tutto l’anno fino a maggio, dove verranno messe in scena le favole più famose della Walt Disney e non solo!
In scena per la terza volta consecutiva, a grande richiesta, Luca Pizzurro presenta la magica storia di Mary Poppins raccontata da una straordinaria compagnia di attori e ballerini, pronti ad emozionare e sorprendere grandi e piccini.
Commedie musicali di grande valore artistico e sociale, rappresentate da canzoni e coreografie, che faranno di questi spettacoli una stagione memorabile ed unica nel suo genere.
Seguiranno le fantastiche storie di La Bella e la Bestia, Tarzan, La Sirenetta e tanti altri, ad un costo contenutissimo di soli 8 euro. Per tutte le domeniche del mese, quindi, a partire da Ottobre, sarà possibile trascorrere una giornata in “buona compagnia” con gli attori del Teatro del Torrino, che regaleranno due ore di buon teatro, non deludendo, da sempre le aspettative di grandi e bambini.
Ma questo è solo parte di un’incredibile stagione teatrale, infatti grazie alla collaborazione con Andre De La Roche, iniziata lo scorso anno in occasione del musical The Lion King, il direttore artistico nonché regista Luca Pizzurro metterà a disposizione per tutti, in visione dell’anno accademico 2016/2017 una molteplicità di corsi teatrali sia per adulti che per bambini.
Luca Pizzurro decide di rivoluzionare il “classico” modo di gestire i corsi teatrali, proprio per dare l’opportunità, per chi volesse approcciare per la prima volta a questo mondo, di potersi qualificare a 360 gradi.

Giusy Montera

Dido & Aeneas al Costanzi, Opera all’insegna
della modernità

foto-di-scenaIl Teatro dell’Opera di Roma ha riaperto  i battenti dopo la pausa estiva con Dido & Aeneas di Henry Purcell. Regia e coreografia curate da Sasha Waltz, in scena la Tanzcompagnie Sasha Waltz & Guests. Christopher Moulds dirige l’Akademie für Alte Musik e il Vocalconsort di Berlino. L’allestimento ha le scene di Thomas Schenk e Sasha Waltz, i costumi di Christine Birkle, le luci di Thilo Reuther. L’opera è eseguita nella ricostruzione musicale di Attilio Cremonesi.

Grande attesa e accoglienza trionfale da parte del pubblico del Costanzi che mercoledì 14 settembre scorso ha assistito ad un lavoro coreograficamente bello, quasi privo di scenografia, a metà fra il balletto e l’opera, con repliche giovedì 15 (ore 20), sabato 17 (ore 18.00) e domenica 18 settembre (ore 16.30).

È una proposta che abbiamo voluto fare – dichiara il Sovrintendente Carlo Fuortes – per non limitare il repertorio del nostro teatro al grande melodramma fra Sette e Ottocento. In passato abbiamo accolto molti lavori contemporanei. Questo Dido & Aeneas sono certo che interesserà i molti appassionati della musica barocca. Non a caso lo presentiamo nella versione innovativa di Sasha Waltz”.

La rappresentazione, capolavoro del Seicento inglese, ha un libretto di Nahum Tate basato sul quarto libro dell’Eneide di Virgilio, nel quale si raccontano le vicende della regina cartaginese e dell’eroe troiano. Henry Purcell (1659-1695) è stato uno dei maggiori protagonisti della musica inglese ed europea in generale. La sua breve esistenza (36 anni, quasi come quella di Mozart), fu ricca di composizioni, tra cui alcune opere: Dido & Aeneas, l’unica di stile italiano, è anche la sola che ci è giunta pressoché completa.

Dimenticata, dopo il successo iniziale per circa due secoli, fu riscoperta nel tardo Ottocento ed oggi è considerata uno dei capolavori del teatro musicale. Molto probabilmente all’epoca della sua prima rappresentazione nel 1689 a Chelsea l’opera comprendeva alcune danze, certamente diverse dai movimenti rigorosi, spesso atletici, e dalla continua inventiva con cui Sasha Waltz firma le sue coreografie.

Con questa versione, che viene presentata per la prima volta a Roma, la Waltz ha iniziato nel 2005 il suo percorso in quella che lei stessa chiama “opera coreografica”. In precedenza l’artista tedesca, figura di punta della danza contemporanea, aveva firmato una serie di lavori nei quali dialogavano vari generi e forme artistiche. Sulla scena del Dido & Aeneas, ai 12 danzatori della sua compagnia, si aggiungono 51 interpreti fra strumentisti, solisti e cantanti del coro. Tutti insieme partecipano a una coreografia collettiva, che trascende e combina insieme le funzioni loro consuete in uno spettacolo.

Lo stesso personaggio è interpretato sia da un cantante sia da uno o più danzatori e/o da elementi del coro. Se regia e coreografia dello spettacolo sono radicalmente innovative, un’assoluta fedeltà al testo musicale è invece garantita dai componenti dell’Akademie für Alte Musik, dal Vocalconsort e dal direttore Christopher Moulds, tutti specialisti nell’interpretazione della musica antica.

Lo abbiamo visto con piacere ed accettato anche un direttore d’orchestra  la cui bravura  fa ben scusare l’abbigliamento  (camicia alla coreana) certamente non classico. La musica vola alta con brani di assoluto lirismo, anche se a volte la sua segmentazione con pause lunghe toglie continuità alla magistrale esecuzione.

Dove andrà l’opera moderna con i giovani compositori che si affacciano sullo scenario internazionale? Certamente in queste direzioni: rinnovamento e fantasia.

Pirandelliana
Marcello Amici “figlio legittimo”di Pirandello

Scena - Enrico IV (1)

Scena – Enrico IV

La differenza fra figlio legittimo e figlio illegittimo fra gli artisti a volte è difficile da spiegare per mancanza di riconoscimenti certificabili. Per quanto riguarda il drammaturgo Luigi Pirandello, crediamo che niente può essere più vero dell’assunto iniziale per l’attore Marcello Amici, figlio “legittimo” e “illegittimo” al tempo stesso, del grande scrittore siciliano.

Dopo XX anni di ininterrotta stagione sulle opere di Pirandello, la maggior parte di questi recitati d’estate nella terrazza della Basilica dei Santi Bonifacio e Alessio all’Aventino, il fondatore della Compagnia delle Maschere e ideatore della Pirandelliana si meriti a pieno titolo i due riconoscimenti, se non altro spirituali,  consapevoli che il genio di Girgenti andrebbe fiero di questa caparbietà quasi ossessiva di Amici nel rendere omaggio al teatro dell’ambiguo e all’uomo insignito nel 1934 del premio Nobel per la letteratura.

Marcello Amici – La giara

Attualmente, dal 7 luglio fino a domenica 8 agosto, si recitano a giorni alterni due spettacoli: Enrico IV (il martedì, il giovedì, il sabato) e L’altro figlioLa giara  (il mercoledì, il venerdì, la domenica).

Gli astanti, oltre che godere di uno scenario che fa da retroguardia alle rappresentazioni e un Tevere sornione che scorre quasi indolente al di sotto dei contrafforti della chiesa con  in lontananza la nitida sagoma del “Cupolone”, possono veramente sorprendersi  di come le opere  prodotte dalla Pirandelliana, tutte indistintamente, si capiscano alla perfezione: vuoi la bravura di  uno stuolo di attori che animano le scene con la gioia del teatro nel sangue ed anche per le scenografie essenziali, minimaliste al massimo,   supportate da una costumistica a firma della signora Natalìa Adriani, colonna storica di tutta la Compagnia.

Marcello Amici, Sara Berni, Giacomo Bottoni, Andrea Carpiceci, Lorenzo D’Agata, Mario De Amicis, Lucilla Di Pasquale, Alessandra Ferro, Valeria Iacampo, Salvatore Iermano, Valerio Ludovici, Katia Maglione, Giulia Paoletti, Anna Varlese, Marco Vincenzetti, sono gli attori- araldi di  questa stagione. Alcuni vanno e tornano come gli uccelli che migrano,  altri, tutti bravi indistintamente, sono fedelissimi al loro Capo comico: fra questi la bandiera da veterano spetta a Marco Vincenzetti, erede naturale per il proseguimento del Progetto Pirandello e la divulgazione dei suoi drammi teatrali.

Pirandelliana, organizzata dalla Compagnia Teatrale La bottega delle maschere, diretta da Marcello Amici – cosi viene annunciata nei comunicati stampa – è una delle rassegne teatrali più importanti e seguite dell’Estate Romana. Le prime due edizioni (1997, 1998) vennero  rappresentate nel Teatro Romano di Ostia Antica. La rassegna ha poi  proseguito nel Giardino della Basilica di Sant’Alessio, uno degli spazi più intensi dell’Aventino, che si affaccia come un solenne balcone sulla Città. Un luogo antico, austero, silenzioso ed elegante. L’aria che si respira nel Teatro della Bottega non è raddensata, austera, severa, ma è ironica tragedia e commedia tragica. È quella di un teatro che affronta il problema della solitudine esistenziale che opprime e condiziona”.

Le opere in cartellone sono le più rappresentate e conosciute dal grande pubblico, eccezion fatta per L’altro figlio nel quale protagonista è una donna anziana ridotta in miseria con due figliacci, lontani da anni, che non danno più notizie di loro. Ad ogni partenza degli emigranti da Fàrnia, la donna diventa l’interprete di un rituale grottesco: la stesura di una lettera da consegnare ai suoi figli, a Rosario di Santa Fè. Nel lamento della vecchia madre c’è dissonanza con la sua personalità forte e complessa: in giro, non c’è pietà per la sua desolazione. Una stagione tutta da vedere ed applaudire.

Guerrino Mattei