La fiducia tradita

Che Roma fosse una realtà tremendamente complessa da governare lo abbiamo sempre saputo. Che avesse bisogno di un deciso  cambio di passo per modernizzare ed offrire un nuovo decoro alla sia Amministrazione lo abbiamo sostenuto fino a farne l’asse portante della nostra ultima campagna elettorale. Senza, purtroppo, essere riusciti dar forza e capacità di persuasione al nostro messaggio. E questo è storia.

Ma chi – sull’ondata di un ribellismo montante e di martellanti slogan tendenti a “far piazza pulita” – le elezioni le ha vinto, oggi  – a oltre  due anni di distanza  – ce lo vuole presentare un minimo di bilancio di metà mandato? Certo che no – Ed è, almeno umanamente, comprensibile. A nessuno piacerebbe raccontare la cronaca di un clamoroso fallimento. Fallimento su tutta la linea. E poi: chi ci dovrebbe narrare le magnifiche sorti e progressive dell’Amministrazione dei 5  Stelle?  La Sindaca Raggi no, poverina: lei non sa, non c’era, e se c’era dormiva…Lei non guida la Giunta, lei “ è parte lesa”!

Si potrebbe dire che o è una bugiarda che mente per la gola, o è consapevole di essere così impreparata e così inadatta al ruolo da accettare supinamente di essere “surrogata” ad ogni piè sospinto.

In entrambi i casi un disastro. Qui non si tratta  di speculare su clamorosi fatti di cronaca giudiziaria. Su questo siamo e restiamo garantisti. Chi ha violato la legge pagherà: quando lo dicono Di Maio e Salvini scoprono solo l’acqua calda perché è ovvio che sia così. No. Qui si tratta di una valutazione tutta politica, che interroga severamente chi ha chiesto ai cittadini romani un mandato per essere ben governati, per il cambiamento (finora solo in peggio), per l’onestà, per restituire la dignità alla Capitale d’Italia.

Per onestà – almeno intellettuale – e per decoro – almeno morale – Movimento 5 Stelle e Sindaca Raggi chiedete scusa, togliete il disturbo e restituite la sovranità al corpo elettorale, così platealmente ingannato e tradito.

Giovanna Miele

Giuseppe: dopo un anno è sempre con noi

È già passato un anno dalla scomparsa di Giuseppe Tamburrano e ci accorgiamo, giorno dopo giorno, che ci mancano come il pane, le sue analisi, la sua capacità di leggere ed interpretare la storia e i nuovi fenomeni politici, la sua sensibilità e la sua umanità.
Negli ultimi anni, sulle pagine del Blog della Fondazione Nenni, aveva focalizzato la sua attenzione verso il dramma delle morti nel Mediterraneo e lanciato appelli per soccorrere quelle navi, cariche di disperati.
Sempre sul Blog – un contenitore concepito da lui nel 2011 – aveva analizzato con grande lungimiranza, e a tratti preveggenza, i cambiamenti in atto nella politica italiana e l’avvento della cosiddetta “Terza Repubblica”.
Ci manca la sua acuta intelligenza di intellettuale socialista, storico e giornalista, tra i più talentuosi che ha avuto il nostro Paese, ma ci restano, eterni, i suoi scritti, i suoi libri. La sua opera è uno strumento indispensabili per chi intende studiare figure come Nenni, Gramsci, Merlin, Silone o per approcciarsi alla storia del socialismo italiano, alle vicende dei governi di Centro-Sinistra negli anni ’60. La sua opera non offre solo una ricchezza di informazioni storiche e politiche ma soprattutto un metodo innovativo e moderno per aiutarci ad interpretare la complessità dei fenomeni.

Senza Giuseppe siamo più poveri e disorientati ma il suo ricordo, che vive anche grazie alla moglie Gianna Granati e alla Fondazione Nenni, e i suoi insegnamenti ci accompagneranno sempre.

Antonio Tedesco
Blog Fondazione Nenni

Cronaca di una normale giornata xenofoba

Centro città. Strada elegante con antichi palazzi. Pochi metri e c’è l’Istituto Grenoble, scuola francese dove ho studiato da ragazzo, ancora pochi passi e ecco la banca. Faccio un bonifico e mi iscrivo alla F.I.D.U. (Federazione Italiana Diritti dell’Uomo), emanazione del Comitato Italiano Helsinki. L’associazione sta per aprire una sede anche nella mia città. Felice di essere riuscito a completare l’operazione esco dalla banca e mi avvio per strada, la mia strada, dove ho studiato e dove ho vissuto (ci sono ritornato a abitare da poco, in realtà..la vita mi ha portato a svolazzare di qua e di là).

Che succede?

Altri due passi e ecco davanti a me la scena.
Un branco di ragazzini rigorosamente ben vestiti e dall’aspetto apparentemente “per bene” circondano un fioraio di colore e lo molestano, lo strattonano e lo prendono in giro. Questi ragazzini avranno circa l’età dei miei figli, il fioraio non reagisce mentre i ragazzini continuano a insultarlo devastando la sua piccola bottega improvvisata.
Mi guardo intorno, nessuno muove un dito, nessuno si indigna, i passanti ostentano una totale indifferenza. Affretto il passo e velocemente mi inserisco tra i ragazzini cercandoli di fermare. Prendo il più grande per la giacchetta (firmata) e gli grido in faccia “Ma che state facendo?” e lui come se nulla fosse mi risponde “Ma è un negro!”. E’ un negro….. a questo punto mi arrabbio e do una strigliata decisa che sia di esempio anche agli altri ragazzini: “E che diavolo significa?! Piantatela immediatamente se no prendo i vostri dannati smartphone da cento euro e chiamo i vostri genitori!”. I ragazzini smettono di devastare la “bottega” del fioraio ambulante e il più grande inizia a ridere. Reagisco subito “Non c’è un cavolo da ridere, imbecille! Anzi ora ti faccio vedere io cos’è vivere!” Lo prendo per un braccio molto violentemente lo metto proprio di fronte al fioraio. “Adesso chiedigli scusa!”, grido. Lui non accenna a farlo e ridacchia guardando i suoi amici. Io insisto e lui infine pronuncia un impercettibile suono. Insisto “Alza la voce! L’hai persa? Non ho sentito!”. Lui allora scandisce “Scusa!”. Ma lo fa poco convinto e subito scappa via, ovviamente ridendo, insieme agli altri “ragazzini”.
Il fioraio e io ci guardiamo negli occhi, in silenzio. Gli do una mano a riordinare le sue cose, lo aiuto a raccogliere i fiori, mi sento terribilmente colpevole. Gli faccio “I’m sorry…I’m so sorry…”. Non mi vengono le parole. Lui mi sorride e in perfetto italiano mi risponde “Sono solo bambini…non ti preoccupare….ci sono abituato.” . “Come ti chiami?” , “Nimal”. Imbarazzato gli chiedo quanto costa un mazzetto di garofani rossi, lui sceglie i più freschi e me li incarta. “Quanto ti devo?”. “Niente” e me li porge con un sorriso. “Grazie, Nimal!” Non insisto, lo ringrazio , prendo il mio mazzo di fiori e con un mezzo sorriso (che si trasforma in una strana smorfia) mi avvio verso casa. “Così piccoli e già così fascisti…” penso dentro di me.

I giornali riportano le dichiarazioni di esponenti politici del “nostro” Governo. Uno parla di “purezza della razza bianca”, un altro di “difesa dei valori cristiani dall’invasione degli immigrati”, un altro ancora dice cose del tipo “le nostre donne devono tornare a fare le mamme”…. Il ministro degli Interni (che ha ormai assunto il ruolo di Premier) parla di censimento o schedatura dei “Rom” (procedura incostituzionale, come fatto notare anche dal suo collega Di Maio….)

Avvilimento….

Oggi!

Da qualche settimana ogni volta che passo davanti al mio amico fioraio compro un mazzo di fiori per mia moglie e per mia figlia. “Da parte di Nimal!”

Nel frattempo tra questione #Aquarius e bordate varie si allarga il solco tra il M5S e la destra Salviniana….
Il sottotesto rivela chiaramente un disegno che punta a una ricollocazione geopolitica del nostro Paese…la preoccupazione incombe…è urgente stabilire e aggregare chi si pone il problema di affrontare in positivo le sfide della “open society”.
Si avverte da parte di molte forze politiche che fanno riferimento a filoni culturali riformisti, socialisti, laici, liberali e radicali l’urgenza di far da tessuto connettivo.
I ragazzi crescono…e non possono continuare a essere esposti a proclami e atteggiamenti sovranisti e ascoltare un lessico “irricevibile”.
Adesso è il momento di lanciare il cuore oltre l’ostacolo con umiltà e generosità, con l’orgoglio di chi sa di poter avere più filo da tessere per capovolgere un’”agenda” mai così pericolosa.
L’incontro a Napoli del 27 giugno è un passo deciso in questa direzione. Non essere soli è l’obiettivo principale per poter affrontare un discorso davvero urgente.
Buon lavoro, compagni.
Buona vita, Nimal!

Massimo Ricciuti

Falsi e falsari. Le radici dell’odio

La mala pianta dell’odio razziale che ormai Matteo Salvini innaffia copiosamente con cadenza pressoché giornaliera, mediante agghiaccianti annunci che riscuotono, a leggere i sondaggi, un preoccupante consenso in sempre più larghi settori dell’opinione pubblica, affonda le sue robuste radici in Europa da oltre un secolo, a seguito della riesumazione dell’antica pratica di diffondere falsi documenti redatti con l’obiettivo di denunciare falsi complotti.
I Protocolli dei Savi di Sion, un libello in cui si favoleggia su un piano operativo degli ebrei per ottenere il dominio del mondo attraverso il controllo dei media e della finanza e la sostituzione dell’ordine sociale tradizionale con un nuovo sistema basato sulla manipolazione delle masse, fu preparato e diffuso all’inizio del XX secolo dall’ Ochrana, la polizia segreta zarista impegnata contro l’insorgere della pulsioni rivoluzionarie in Russia e costituì la giustificazione per i primi pogrom antisemiti in Europa orientale.
Dopo la prima guerra mondiale divenne il testo base da cui l’ideologo del nazismo, Alfred Rosenberg e soprattutto Adolf Hitler nel suo Mein Kampf costruirono il mito della razza superiore, per giustificare e applicare spietatamente la prassi la cui attuazione fu codificata dal duo Heydrich/Eichmann nella famigerata conferenza di Wannsee, dello sterminio nei confronti degli ebrei prima di tutto e poi dei cosiddetti “untermenschen”, sottouomini di razza slava, zingari e, per non farsi mancare nulla, omosessuali.
Naturalmente, dopo un’iniziale indifferenza al tema, con l’avvicinamento alla Germania naziata, anche nell’Italia fascista a giustificazione dell’ introduzione della leggi razziali del 1938, su iniziativa di un fanatico exprete, Giovanni Preziosi, con la benedizione del Duce e di ampi settori della Chiesa, si dette alle stampe il falso documento di cui si fece una diffusione massiccia con un corollario di un’ aggressiva pubblicistica antisemita a cui parteciparono giornalisti che divennero poi, proseguendo nella tradizione tutta italiana del voltagabbanismo, esponenti di rilevo dell’editoria nostrana dell’Italia repubblicana.
Ancora oggi codesto ripugnante libello nutre i fanatismi antisraeliano e antioccidentale di larga parte del terrorismo fondamentalista islamico.
Ai Protocolli si è aggiunto all’inizio del XXI secolo una stravagante dottrina dello storico austriaco Gerd Honsik (che sostiene che la Shoah non è mai avvenuta!) il quale saccheggiando, impasticciandolo pro domo sua, il primo progetto per l’Europa unita scritto nella prima metà del secolo scorso da Richard Kalergi, in cui si afferma la necessità di un’integrazione continentale per favorire la pacifica convivenza dei popoli, lo ha rielaborato fino a renderlo una sorta di manifesto funzionale all’annullamento delle identità nazionali e locali, a causa, a suo dire, di una supposta imposizione del “meticciato etnico” e di un supposto “genocidio” dei popoli europei per sostituirli con quelli asiatico-africani, allo scopo di ottenere un’etnia indistinta di docili consumatori piegati al mercato e al desiderio di dominio mondiale da parte, neanche a dirlo, di elites giudaico massoniche.
Farneticazioni di un sociopatico o di un furbastro desideroso di visibilità da ottenere a qualunque costo.
Ecco, codesti sono i fondamenti ideologici che il primo ministro Salvini sta tentando di imporre al presidente del consiglio Carneade Conte a al Capo di quell’Armata Brancaleone di fascistelli in erba dei grillisti che condividono con lui la responsabilità di governo.
Fa rabbrividire ascoltare Carneade Conte affermare che non si possono schedare gli zingari solo perché anticostituzionale e non perché è un’aberrazione.
E ancor di più fa rabbrividire il clima mefitico che sta montando on e off line mercé il falsario Salvini che con la continua esposizione di teorie e auspicate prassi razziste e nazistoidi presentate sotto le mentite spoglie del presunto sovranismo (d’altra parte perché stupirsi? Non era forse il consigliere comunale di Milano Matteo Salvini che, anni fa, propose di differenziare i posti a sedere nei mezzi pubblici tra italiani ed extracomunitari, preferibilmente neri?), sta avvelenando il Paese mettendolo, al minimo, a rischio orbanizzazione.
Occorre rendersene conto prima che sia troppo tardi.

Emanuele Pecheux

Una terza via contro il populismo

Se noi guardiamo bene quello che accade assistiamo a un nuovo gruppo di populisti che avanza utilizzando come base del consenso elettorale alcune frasi doc estrapolate da un programma molto ampio e poco diciamo cosi socialmente utile (alle ultime elezioni si guardavano bene dal prospettare l’uscita dall’euro con l’ipotesi di tagliare il valore della moneta italiana del 20-25% in una notte). Credo infatti che le nuove forme di populismo (il cui fattore comune è andare avanti per slogan slegati dall’effettiva realtà delle loro idee) che stanno avanzando negli ultimi anni in Italia ci obbligano a provare una terza via della politica differente dal populismo e dai partiti arroccati a difesa della loro identità spesso settaria. Una via intermedia che provi a recuperare alla politica una parte qualificata della società civile come avveniva quando schiere di intellettuali accettavano un seggio nei parlamenti per dare il loro contributo culturale.

Occorre dare corso e finalmente a un patto tra politica e cosiddetta società civile, quella parte che della società civile si è dimostrata attiva nel cambiamento. Parte della società civile che (come è il caso delle partite IVA) è stata tartassata dalla sinistra autoreferenziale che ha sempre visto la società divisa in noi e loro senza una valutazione effettiva della qualità dei soggetti proposti. Una sinistra che si è dimostrata spesso miope di fronte al cambiamento della qualità della vita delle classi sociali intermedie (in realtà molto più forte tra gli amministrativi e che proprio tra gli amministrativi alimenta la corruzione in qualche modo protetta da un patto di appartenenza) le classi medie sono state lasciate sole nella loro continua perdita di valore economico e sociale, non più invitate a partecipare al dibattito decisionale ed emarginate, spesso bollate come strutturalmente evasore ( come mai non si è mai generato lo stesso controllo che si faceva sulle partite IVA sul sistema della corruzione della funzione pubblica verificando i patrimoni dell’amministrazione corrotta e dei sindacati). Questo avere generato un sistema di controllo paranoico che di fatto ha un costo e ha portato negli ultimi anni a chiudere centinaia di migliaia di partite IVA è alla base della perdita di consenso della sinistra.

Secondo me oggi occorre smetterla di gestire un modello di comportamento che ha spostato il favore di coloro che fino ad alcuni anni fa costituivano una solida base per la crescita di questo paese ( la classe media) verso forme di populismo autoreferenziali ma che offrono ricette spesso senza senso (anche se in ultima analisi non applicabili e quindi fumose) per la sua sopravvivenza.

Ecco perché penso che oggi la proposta per una nuova area politica che metta insieme la società civile nella sua forma migliore e la politica possa essere la soluzione. Un patto politico dove diversi soggetti un gruppo politico istituzionale con un gruppo di ex partiti si colleghi in una lista unica con una formazione costituita in toto da cittadini che presentano curriculum di buona gestione della cosa pubblica o e soprattutto privata. Un gruppo di supporto civile che potrebbe per esempio chiamarsi giovani amministratori competenti da contrapporsi alla schiere di incapaci senza arte ne parte che spesso costituiscono il nuovo che avanza e che dopo tre giorni puzza e appena puzza viene sostituito da un altro peggiore nuovo che avanza il cui successo effimero è dato dalla pubblicità fasulla che viene fatta a partire da frasi fatte o spesso parole senza contenuto tipo rottamazione o l’Italia agli italiani o movimento di cittadini parole che in sostanza non significano nulla. Un modello, qui si prospetta, più stabile dove la politica offre la sua esperienza per creare una nuova classe dirigente politica a partire dall’acquisizione di esperienze della società civile, provando a rinnovarsi utilizzando quanto di meglio la nuova classe dirigente italiana portata dal mondo del lavoro produce.

Questo che dico appartiene ad un idea di un nuovo patto sociale dove molti degli errori della classe dirigente di sinistra non devono continuare a produrre effetti sbagliati. Danni prodotti dal modello fino ad oggi perpetrato sul lavoro che vede la prevalenza dell’idea che esiste un Italia divisa tra dirigenti (appartenenti sempre alla area di sinistra in quel momento prevalente) e gli altri, con questo schema annullando di fatto il valore e la portata potenziale che può avere la classe media nella produzione di nuove idee.

In termini concreti la proposta è una nuova formazione è che scelto un leader politico giovane (una figura capace come potrebbe essere un Marco Cappato con una sua visibilità ottenuta in anni di battaglie solitarie in grado di essere facilmente identificato con un idea (battaglia per il diritto ad un fine vita migliore) permetterebbe di presentarsi con una nuova immagine che può essere finalmente identificata per una battaglia finalmente con un obiettivo sociale e riformista.

Ormai occorre riconquistare consenso attraverso la creazione di una nuova immagine di attivisti in battaglie concrete per il miglioramento della vita. In questo la scelta prudente dei componenti di questa nuova formazione “ dei giovani amministratori competenti” costituirà la base per acquisire figure che delle battaglie per dare valore alla società (qualsiasi valore da un buon amministratore di un museo ad un ottimo dirigente scolastico) permetterà di costruire una nuova immagine della politica come palestra perché persone di qualità acquisiscano gli strumenti per agire politicamente e a più ampio raggio rispetto alle loro qualità di attivisti politici in ambiti limitati della società. Esiste un grande numero di persone oggi che provenendo dalla società civile svolgono un grande ruolo ma con mezzi limitati e spazi effimeri ecco io credo che costoro all’interno di un parlamento vedrebbero potenziate le loro possibilità di svolgere un ruolo concreto su scala non più limitata.

Organizzarsi per nuove battaglie sociali rivolte verso le nuove classi povere ex medie che miopi stereotipi continuano a considerare appartenente alla classe dei privilegiati stereotipi di comodo sponsorizzati dai sindacati per continuare a sposare e proteggere il sistema burocratico da cui tirano fuori la loro linfa. Battaglie cogenti nella società attuale come quella sulla gestione per esempio del sistema pensionistico, delle casse professionali, un sistema di aumento dei costi della previdenza delle casse che vede chiudere decine di migliaia di persone ogni anno, persone che costituiscono un enorme massa di esodati del settore privato che non hanno diritto alle pensione pur avendo versato contributi per anni e che sono costretti a chiudere la loro attività

E soprattutto occorre rilanciare la battaglia per una nuova battaglia su una nuova pace sociale che veda finalmente le classi produttive oggi tartassate cominciare a trovare una sponda politica costituita dal nuovo patto tra loro e i rappresentanti della politica.

Giovanni Luca Lucentini

Mega City e punti di Pil

Il Presidente Giuseppe Conte ha un bel modo di fare e potrebbe sorprendere per capacità e qualità inaspettate. Mettere d’accordo la Lega con il multicolore universo dei 5 Stelle è impresa ardua ma non disperata. Gli avvenimenti di queste ore sono l’occasione per una prima riflessione.

Il giullare è diventato filosofo, politico, sapiente. Il guaio è che si chiama Beppe Grillo. Se avesse avuto un altro nome io mi sarei subito fatto catturare dalle idee, dalle visioni che, da qualche mese, possiamo legger nel suo blog. Io, Beppe Grillo, l’avevo rifiutato. Poteva dire o scrivere qualsiasi cosa ma per me era una buffonata. Debbo dire che non è tutta colpa mia. Gli slogan No Tav, No Vax, No Inceneritori, No Trivelle fanno parte della sua storia. Anche del presente per molti dei suoi. Lui, qualche anno fa, odiava i calcolatori in modo viscerale tanto da farli a pezzi durante gli spettacoli. Per non parlare degli insulti a Bettino Craxi, che era ed è il mio punto di riferimento di socialista liberale. Poi, qualche tempo fa, mentre cercavo le ultime notizie su Yuval Noah Harari, ho trovato un suo articolo sul blog di Beppe Grillo. L’ho letto e ho subito notato che era stato tradotto in un italiano stupendo. Poi, incuriosito, mi sono guardato attorno, e ho trovato un repertorio eccezionale. Un sacco di idee che assomigliano alle mie: riflessioni sulle città del futuro, un buon rapporto con l’intelligenza artificiale, la robotica vista come una prospettiva di liberazione dell’uomo dalla schiavitù, una riflessione sui detriti spaziali e sulla necessità di ripulirli. Soprattutto la consapevolezza che il compromesso fra diversi arricchisce, quando i diversi sono in buona fede. Se i diversi hanno tante idee giuste e alcune idee sbagliate, è possibile che le idee sbagliate si elidano a vicenda. Un esempio di idee sbagliate? Usare la plastica non biodegradabile, riciclata, in edilizia, per i manti stradali, per la pacciamatura degli orti. Prima o poi finisce in mare. Forse è meglio l’inceneritore!

Il dilemma dei migranti e del traffico di esseri umani. Una cosa è certa: i trafficanti di uomini fanno opera di persuasione fra le loro vittime le cui famiglie raccolgono i soldi per la traversata secondo una logica equivoca e truffaldina. Il profugo raggiunge il Paese di destinazione e si organizza subito per raccogliere i soldi da restituire con qualsiasi mezzo. Per aver salva la vita il profugo spesso contrae un debito anche con gli stessi trafficanti che vengono pagati due volte. I trafficanti tengono in ostaggio figlie e sorelle per garantirsi il pagamento. Le attività a cui le vittime sono destinate per recuperare il denaro vanno dall’accattonaggio, alla prostituzione, allo spaccio di droga, alla schiavitù in imprese colluse. Alcuni fortunati colgono l’occasione di un lavoro regolare ma spesso non è sufficientemente redditizio per pagare il debito. C’è il sospetto che ogni nuovo profugo che arriva sia costretto, suo malgrado, ad alimentare questo giro. Allora conviene tenere i profughi in centri d’identificazione per essere avviati ad un lavoro regolare in un Paese dell’Unione Europea disponibile ad accoglierli. Ma sia chiaro: l’obiettivo primario non si deve limitare all’assistenza umanitaria ma questa deve essere parallela allo sradicamento delle mafie che sfruttano i disperati.

Che i profughi vengano smistati trasferendoli in navi militari, come sta capitando nel caso dei 629 della Aquarius con destinazione Spagna, può essere funzionale a una prima selezione e dissuasione degli infiltrati. E’ un metodo che potrebbe diventare prassi europea. Mi auguro che ci possano essere sviluppi positivi condivisi.

Trasporti e mobilità. Da che mondo è mondo i flussi migratori sono consistenti. Un tempo erano l’unica occasione per fare nuove esperienze e per cogliere nuove opportunità. Erano occasione per l’arricchimento di chi si muoveva e della comunità che ospitava. Un arricchimento reciproco. Oggi, con l’avvento del telelavoro e del tele-apprendimento, non è più necessariamente così. In teoria si possono seguire corsi universitari , fare riunioni e lavorare senza spostarsi fisicamente. Però, per essere stimolati e ricevere gli stimoli che scatenano la creatività, la fiducia e la condivisione ci vuole il rapporto fisico. Se ti devi fidare di qualcuno o condividerne l’entusiasmo devi sentirne le vibrazioni. Ed è difficile trasmetterle con Skype. Siccome i rapporti istantanei con Internet sono planetari, anche gli spostamenti debbono essere facili e velocissimi. Così, in California, si sperimenta Hyperloop, si immaginano decine di livelli sotterranei di tunnel dove le navette con le auto private e i minibus viaggiano a duecento all’ora; salgono e scendono dalla superficie con appositi ascensori. La città di Chicago ha commissionato i primi tunnel per le navette alla Boring Company di Elon Musk. Noi invece litighiamo ancora sull’alta velocità ferroviaria e sui tunnel autostradali. Saprà il Governo Conte fare il salto di qualità?

Ferro, gomma, infine si ritornerà alla slitta. Due pertiche unite per sostenere un carico, trainate da un bue o da un cavallo a mo’ di slitta, furono il primo mezzo di trasporto. Le ruote furono inventate settemila anni fa dai Sumeri. Ricavate da tronchi d’albero, le prime ruote erano di legno massiccio. In epoche successive comparvero i cerchioni di metallo, i mozzi di metallo accoppiati con perni, sempre di metallo, e i raggi di legno per le carrozze leggere. Poi nacque la ferrovia e arrivarono le ruote di ferro su binari di ferro . Le strade furono coperte d’asfalto per ruote più efficienti coperte di gomma. Nei progetti californiani di tunnel sotterranei e di Hyperloop non ci sono più le ruote ma torna la slitta, sospesa su guide da un campo magnetico. Nessun attrito, nessuna vibrazione, altissima velocità e silenzio perfetto. Lo scenario della superficie del pianeta, a fine secolo, dovrebbe essere un grande giardino, grandi aree metropolitane intercalate con aree coltivate e parchi naturali. Le strade tradizionali dovrebbero essere essenzialmente extraurbane e destinate a percorrenze medie con mezzi di trasporto elettrici a guida autonoma. Le aree metropolitane non dovranno più sopportare il traffico caotico e il parcheggio selvaggio. Saranno prevalentemente pedonali. Ci saranno le auto, obbligatoriamente elettriche, prevalentemente pubbliche e dotate di autopilota, predisposte per immettersi nel flusso di circolazione fatto di navette, tunnel sotterranei e superficiali destinati alle lunghe percorrenze e all’alta velocità.

Volare. Nel 1903 i fratelli Wright alzarono in volo il primo aeroplano. Solo 66 anni dopo, tre astronauti raggiunsero la Luna. Per cinquant’anni, a partire dal 1973, quando terminò la breve serie di voli lunari, nei trasporti aerei tutto sembrò fermarsi. Perfino l’aereo supersonico Concorde venne ritirato dal servizio quindici anni fa. Però, a partire dal 1973, cominciò a prendere forma l’informatica distribuita, con i piccoli calcolatori che sono andati via via dilagando per entrare, prima nelle case, poi nelle tasche degli uomini e delle donne di tutto il mondo. I comandi analogici dei mezzi aerei sono stati sostituiti da servo meccanismi comandati da centraline a logica programmabile, integrate fra di loro e con sistemi di supervisione locali o remoti. L’atterraggio verticale del primo stadio del Falcon di SpaceX non sarebbe stato possibile con la tecnica del Saturno 5 delle missioni Apollo. I calcolatori degli anni 60 erano enormi e spaventosamente lenti. Non esisteva telemetria e nessuno dei ritrovati che oggi consentono il volo aereo in assoluta sicurezza. E nemmeno i materiali compositi oggi utilizzati per fabbricare i motori a reazione. Tutto lascia presagire che il grande balzo per trasferire fuori dell’atmosfera, in orbita bassa, alcune attività industriali, sia imminente. Si perché ora ci sono le tecnologie, la robotica industriale, il telecontrollo e l’intelligenza artificiale. Il loro primo compito potrebbe essere quello di ripulire l’orbita bassa dai rottami dei vecchi satelliti, vettori, componenti a perdere. Tutti questi rottami potrebbero essere concentrati in un’orbita circoscritta e successivamente “divorati” da una stazione di separazione e riciclaggio per essere trasformati in polveri per un utilizzo futuro, sempre in orbita. Però, parliamoci chiaro, non solo non abbiamo ancora incominciato a ripulire i rottami esistenti, ma continuiamo a lasciare altri rottami ogni nuovo lancio. L’agenzia Spaziale Italiana dovrebbe farsi parte diligente per questa ecologia orbitale. Fino a quando non potremo riciclare i rottami, facciamoli almeno incenerire con una traiettoria di impatto con l’atmosfera.

Lavorare sulla Terra in funzione dello spazio. Si manifestano tendenze che ci porteranno verso la colonizzazione del Sistema Solare (rottami permettendo). Un esempio è l’agricoltura idroponica che sta diventando un settore produttivo fiorente perché è pulita, facilmente isolabile all’ambiente esterno (cioè da intemperie e parassiti), facilmente adattabile alla coltivazione e alla raccolta completamente robotizzata. Quando penso a questa tecnica mi vengono in mente gli schiavi umani immigrati usati per un’agricoltura tradizionale a basso costo che alcuni imprenditori agricoli vorrebbero contrapporre alla robotizzazione: schiavitù contro robotizzazione! … Sono sicuro che le nuove tecniche di coltivazione avranno partita vinta, non solo perché costano pochissimo ma anche perché sono modulabili, cioè replicabili in varie dimensioni, fino al kit da mettere nel terrazzo dell’appartamento. Potrebbe succedere, nel caso dell’orticoltura idroponica distribuita, la stessa cosa che è successa per il software dei telefonini: migliaia di app create da giovani creativi, in continua evoluzione, distribuite in via telematica. Il modulo di coltivazione potrebbe essere parametrizzato per la personalizzazione del ciclo, delle temperature, dalla luce, della ricetta dei nutrienti sciolti in acqua e, naturalmente, delle sementi utilizzate, anche OGM (ma non coperte da brevetto delle multinazionali). Così ognuno si potrebbe cimentare per il proprio particolare tipo di pomodoro, melanzana, zucchina, peperone. Potrebbe proporlo in rete corredato dalla ricetta idroponica di produzione. La stessa cosa potrebbe succedere nel campo della la carne sintetica, con tessuti animali coltivati in vitro, dotati delle caratteristiche nutrizionali ed organolettiche derivate dalla partecipazione/competizione diffusa per ottenere il risultato migliore. Per la gioia dei buongustai e degli animalisti. Con buona pace degli allevatori di animali vivi, spesso gonfiati di estrogeni, destinati ad un’esistenza grama per poi finire al macello. Un altro esempio è quello della metallurgia dove la parte più avanzata è la produzione di polveri destinate alla stampa 3D di parti speciali. La tecnica consente di realizzare componenti leggere e molto resistenti alle sollecitazioni e alla temperatura, impossibili da ottenere con la metallurgia tradizionale. Sono strutture il cui interno è a nido d’ape. Dove lo strato superficiale ha una composizione e un trattamento tale da resistere ad altissime temperature, come nel caso degli ugelli dei motori a getto. La progressiva dimestichezza dell’industria aerospaziale con le tecniche di stampa 3D ha provocato anche l’abitudine a fabbricare, in loco, parti di ricambio da sostituire a quelle rotte o usurate, utilizzando una stampante 3d col file del modello originale. Immagino che, in futuro, possano essere parecchi i casi, nel mercato consumer, dove sia conveniente avere un archivio di modelli destinati a macchine utensili per la loro riproduzione espresso, al posto di un magazzino ricambi. Nel mondo dell’editoria è ormai possibile ottenere un libro di carta, stampato espresso dal venditore-editore attrezzato. Ciò significa che, fra pochi anni, non ci saranno più libri esauriti e tutto lo scibile umano sarà disponibile per la consultazione online e per la distribuzione.

Città del futuro. Nel Blog di Beppe Grillo c’è un bel articolo che ipotizza lo sviluppo, in mare, di città galleggianti. Se la popolazione mondiale continua a crescere, l’idea non è così stravagante. Però bisogna andare oltre, verso le città orbitali. Io, fin da ragazzo, ho sempre pensato allo spazio (1). I pentastellati, dopo la riconversione del blog di Beppe Grillo, hanno fondato il Blog delle Stelle, un nome un po’ più intrigante di quello dell’insegna degli hotel extralusso (2). Così mi sono iscritto. Poi, siccome mi incuriosisce molto la piattaforma Russeau, mi sono iscritto anche a quella. Hanno voluto la copia dei miei documenti d’identità e un impegno a condividere i principi ispiratori che, sostanzialmente, sono quelli che propose Adriano Olivetti settant’anni fa. Non ho avuto difficoltà. Poi ho pensato: ” … tanto mi cacciano via subito!” Staremo a vedere. Con Russeau c’è la possibilità di lanciare nuove idee. Mi è venuto in mente di rielaborare l’idea del Ponte di Messina con un Hyperloop fra Milano e Palermo. Proporre la riconversione dell’Ilva di Taranto per finalizzarla alle polveri per la stampa 3D. A Taranto, connesso al Hyperloop, si potrebbe fare anche uno spazioporto da destinare al balzo orbitale fra l’Italia e Chicago, così da facilitare la collaborazione per i tunnel della futura metropoli. Faremo anche noi un’unica grande metropoli che unirà Messina, Reggio e Taranto. Faremo il satellite tecnologico creativo della Silicon Valley, che potrebbe ospitare, fra l’altro, la Gigafactory italiana delle Battery Pack. Quanti punti di PIL vale questa idea? Ne potrebbe parlare, Giuseppe Conte, con Donald Trump nel prossimo incontro alla Casa Bianca, coinvolgendo anche Elon Musk?

Daniele Leoni

Di solidarietà, politica e… preti

L’altro giorno ho visto un’amichetta di mia figlia seduta sul bordo del marciapiede. Si chiama Francesca. Era sola e non appena ha visto mia figlia, un sorriso bello come il sole le ha illuminato il visino. Anche sua mamma è sola e deve lavorare per poter permettersi il sostentamento suo e quello di Francesca. Una storia banale; come tante, in tutte le parti del mondo. Quando finisce la scuola, puntuale come la morte, si apre il dilemma di “che cosa fare dei bambini”.

La mamma di Francesca, come migliaia di altre madri, con o senza marito, il lusso di fare tre mesi di vacanza con i propri figli non se lo possono permettere. Chi è venuto incontro ai bisogni di quella bambina e di sua madre? L’amministrazione comunale? No, ci ha pensato la parrocchia.

Almeno per un mese, il Don, assieme a dei ragazzi che volontariamente si dedicano al benessere dei bambini del quartiere, le hanno fatto fare cose molto interessanti e divertenti, formative e salutari. Da un po’ di anni a questa parte le cose funzionano in questo modo. Ma non sempre è andata così.

Un tempo i Comuni davano una scelta ottimale di opportunità per l’accoglienza dei bambini durante il periodo estivo; era un po’ il fiore all’occhiello delle giunte di comuni piccoli e grandi, progressisti o meno, di sinistra o di centro. Per questo, e non solo per questo, le città erano cambiate e la vita della gente era migliorata in modo tattile. Il paese o la città erano una sorta di famiglia allargata. E il personale politico capiva la gente e la gente capiva il personale politico. Quei Politici (la maiuscola non è un refuso) raccoglievano attorno a sé i volenterosi della comunità, e tutti lavoravano duramente in modo non troppo diverso dai ragazzi che stanno accudendo Francesca. Quella Politica (come sopra) e i suoi uomini sono finiti da un pezzo.

Durante i governi nazionali che si sono susseguiti dagli anni ’80 ad oggi, si è addirittura teorizzato che la cura del benessere morale della comunità, era roba da parrocchie, da volontariato. Queste idee erano, purtroppo, patrimonio di una sinistra illuminata o presunta tale. Hanno iniziato ad occuparsi di cose più serie; c’era da discutere con il presidente degli Stati Uniti l’assetto dell’universo e dovevano andare a prenotare il viaggio per le vacanze.

Ora nelle città gli amministratori dicono: non ci sono più soldi e tagliamo i servizi. Naturalmente è vero. Ma solo in parte.

Date un’occhiata ai bilanci di una qualunque città. Confrontate la voci del bilancio di quest’anno con quelli di trenta anni fa. Oggi si spendono cifre impressionanti per l’immagine. Si spendono soldi per convincere i cittadini che la città non fa così schifo come la loro (la nostra) difettosa percezione li porterebbe a credere. Le città hanno un city manager che costa cento volte quanto spende la parrocchia per accudire i bambini del quartiere. E sarebbe interessante misurare se il city manager ha reso alla comunità servizi maggiori, uguali o minori a quelli della parrocchia.

Ma un city manager fa molto vetrina.

Come fanno la loro figura i presidenti di qualcosa, gli amministratori e i direttori generali di qualcos’altro istituito in nome di un’efficienza e una modernizzazione che non diventa mai materia concreta, mai progresso reale di vita. Perché, mentre il Prete sgobba per accudire le varie Francesche, chi amministra la città ha una visione più sfumata del suo compito. Il ruolo dell’amministratore moderno è più globale, fatto di acronimi in lingua inglese, che il popolo deve percepire attraverso immagini persuasive e invasive: farlo pensare sarebbe deleterio.

Il Prete crea realtà, costruisce e accudisce. E la comunità lo capisce. Francesca e la sua mamma sentitamente lo ringraziano. E io mi associo..

Aldo Boraschi

La solitudine del riformista Saragat

Penso che molti lettori di questo articolo non sappiano chi sia Giuseppe Saragat. Quelli non più giovani lo ricordano quale Presidente della Repubblica degli anni ’60/70. Penso anche che il suo nome sia generalmente sconosciuto agli studenti, visto che nelle scuole “educazione civica” non si studia quasi più e nel programma di storia non si arriva certamente al dopo guerra. Eppure il politico piemontese ebbe un ruolo fondamentale nella storia del nostro Paese.
Mi sembra dunque quasi inattuale scrivere un articolo su Saragat. Viviamo un altro tempo, un altro secolo. Quasi in un sogno per alcuni, in un incubo per altri. Ci risveglieremo prima o poi. Forse però riflettendo sul passato si può capire, anche per contrasto, il presente. Probabilmente per questo lunedì 11 giugno, in Senato, il Capo dello Stato Mattarella ricorderà Saragat a 30 anni dalla morte, come ha fatto il 12 maggio scorso con le celebrazioni per il settantesimo anniversario dell’elezione di Luigi Einaudi.
Lo stesso Saragat però è stato inattuale nella sua storia politica. Precursore spesso non creduto. Fautore di svolte che gli costarono caro, che non furono capite subito ma che si rivelarono anticipatrici delle tendenze successive. La prima, la più nota, è la cosiddetta “scissione di palazzo Barberini” del gennaio 1947, quando durante il Congresso Socialista ruppe con Pietro Nenni sulla alleanza con i comunisti. Saragat scelse una via opposta, democratica, liberale. Lo accusarono di tradimento. Certo, fu atlantista, fautore della Nato (tema ancora in discussione in questi giorni), alla fine anticomunista cioè antiautoritario. Soltanto quasi 10 anni dopo tutti i Socialisti gli diedero ragione, quando si conobbero i crimini di Stalin e il vero volto della Russia Sovietica (anche della Russia si discute in questi giorni!).
Certamente Saragat ebbe anche grandi onori: ambasciatore a Parigi, dal marzo del ’45 al marzo del ’46; molte volte Ministro degli Esteri e Vice Presidente del Consiglio dei Ministri; infine, nel 1964, Presidente della Repubblica. In questi ruoli incrociò più volte De Gasperi e quindi il Trentino. Quando lo statista di Sella Valsugana incontrò De Gaulle a Parigi nel settembre 1945 c’era lui e ancora Saragat seguì parte del cammino che portò alla “conferenza di Parigi” dell’agosto del ’46. Sul finire del ’64 poco prima di diventare Presidente delle Repubblica, da Ministro degli Esteri, tentò una soluzione per la vertenza sud tirolese (era il tempo degli attentati) che fu respinta dalla SVP. Mantenne sempre rapporti con importanti settori del nostro antifascismo, in particolare con Ernesta Battisti e il figlio Gigino, con Egidio Bacchi e con Danilo Paris deputato Socialista alla Assemblea Costituente.
Da Presidente della Repubblica visitò 2 volte il Trentino. Nel ’66 giunse in una città e in un territorio devastati dall’alluvione. Due anni dopo, nel fatidico ’68, sempre a novembre venne a ricordare i 50 anni dalla fine della Grande Guerra. Una visita con molti applausi e con tante contestazioni da parte di studenti e manifestanti (anche di questo si discute in questi giorni).
Mi pare, a questo punto doveroso ricordare che in occasione di quella visita la Presidenza della Repubblica elargì la somma di circa un miliardo e mezzo di lire che il Comune di Trento destinò alla creazione dell’Auditorium del Centro Culturale “S. Chiara”.
Forse questo succinto elenco di avvenimenti può non interessare, soprattutto in questo tempo di fretta e di incompetenza. Ritorna di nuovo quella “solitudine dei riformisti” con cui, sette anni fa, definivo su questo giornale l’emarginazione che i socialisti sono costretti a subire per le loro idee di rinnovamento. Appunto sempre “inattuali”.
Qualcuno ha paragonato le elezioni del 4 marzo a quelle del 18 aprile 1948. Saragat aveva scelto prima per la democrazia. Noi oggi dobbiamo pensare al nuovo. Tra est e ovest Saragat non ebbe dubbi: rifiutò il blocco sovietico perché illiberale, perché non garantiva e non avrebbe garantito i diritti civili, perché proponeva un modello economico fallimentare. Oggi tutto è cambiato, esistono nuove contrapposizioni che richiedono coraggiose scelte di campo. Ma forse la differenza è ancora tra democrazia e tentazioni autoritarie. O almeno tra apertura e nazionalismo, tra Europa e autarchia, tra inclusione e odio, tra sviluppo economico ordinato e statalismo. Tra riforma e reazione. Da che parte stiamo?
In questa fase non serve, in Trentino come in Italia, chiudersi nelle identità tradizionali anche se fossero della sinistra più coerente e determinata. Occorre schierarsi chiaramente in favore di quella che il Segretario del PSI Nencini ha chiamato “Alleanza per la Repubblica”. Forse per coincidenza anche qui si sta parlando di “Alleanza”. Per il Trentino, per l’Autonomia, per difendere la nostra specificità e soprattutto per difendere le conquiste raggiunte e le buone pratiche dei Governi di Centro Sinistra (da Kessler a Grigolli ad Andreotti e con il nuovo sistema elettorale da Dellai a Pacher a Rossi.
L’accordo tra Lega e M5S non è occasionale, è strategico. È possibile che si ripeta anche alle provinciali di ottobre. E noi cosa facciamo? Prepariamo una coalizione larga, lungimirante. Usiamo parole di verità ai trentini. Magari non ci comprenderanno ora, ma alla fine le idee giuste, concrete, serie si fanno strada. E vincono. Cerchiamo di vincere ora. Sarà meglio per il Trentino!.

Alessandro Pietracci
Segretario Provinciale PSI Trento

Due differenze

La partenza del nuovo governo italiano dà la possibilità a tutti di marcare due differenze: la prima è quella fra enunciazioni elettorali e impegni per la risoluzione dei problemi. Il dato sarà il resoconto contabile sulla legge di bilancio e la differenza di merito sui finanziamenti necessari a mantenere le promesse. Tasse, sviluppo delle imprese e del lavoro, investimenti per la crescita economica e risanamento della finanza pubblica. Ascoltare il popolo vuol dire meno comizi e più azioni, meno distribuzione a pioggia e più programmazione e scelte per il futuro.

Il secondo elemento sarà il ripristino della democrazia col rispetto dei ruoli e delle funzioni di ognuno. Nella attesa del dispiegarsi della azione di governo rimarchiamo una falla immediata: ma le donne, sistema di valori, numero di abitanti, cultura, impegno sociale e capacità di decidere sono state baypassate. In Spagna il nuovo governo prevede 17 ministre. Se si proietta nel futuro la azione è sghemba e fa a pugni non solo con le quote tanto esaltate nelle piazze ma anche sulla sensibilità. Anche per chi si professa putiniano dovrebbe valere senza enfasi ma semplice costatazione sociale. Vedremo in futuro. Mentre ci auguriamo un miglioramento dei linguaggi e maggiore rispetto questa destra ha tutto da imparare da Berlusconi e la sinistra deve fare meno prosopopea e affidarsi di più al coraggio e alla fantasia delle donne.

Paolo Cristoni

Il presidente Mattarella e le iene della tastiera

Mattarella

Il governo giallo-verde con Conte presidente si è finalmente insediato, e in poche ore ha già dato buoni esempi del mix populista e squadrista dei suoi componenti. Un chiaro esempio dell’aria che tira è il pesante attacco al Quirinale, con minacce, intimidazioni e insulti soprattutto via web al presidente Mattarella. Un’ennesima campagna d’odio che potrebbe essere stata anche orchestrata da registi non tanto occulti.

Ne ha parlato anche il nostro segretario Riccardo Nencini in un post su fb, di cui riportiamo l’inizio: “L’attacco al Capo dello Stato che si sta consumando in queste ore è di una gravità inaudita. Mi rivolgo alle compagne e ai compagni di tutta Italia: organizzate presidi in difesa della Costituzione e di Mattarella, lasciate aperte le sezioni e le federazioni in difesa della legalità ed esprimiamo la nostra vicinanza al Presidente della Repubblica contro l’atteggiamento squadrista delle forze populiste”.

Premesso che chi scrive sta con Mattarella senza se e senza ma, riteniamo che bene ha fatto la presidente del Senato, Elisabetta Casellati, a tentare di arginare l’attacco di Danilo Toninelli al presidente della Repubblica. Ma altri e ben più gravi fatti sono accaduti nell’ultima settimana di maggio, a cavallo tra il primo e secondo incarico a Conte, soprattutto su facebook dove iene della tastiera e odiatori di professione hanno imbastito un vero e proprio attacco al Quirinale, minacciando un assalto come quello alla Bastiglia, vedremo poi da chi, con minacce di morte, insulti al calor bianco e persino l’augurio a Mattarella di fare la stessa fine del fratello Pier Santi che, lo ricordiamo è stato ucciso dalla mafia.

Abbiamo già messo in evidenza altre volte le due realtà che ci troviamo ad affrontare dentro e fuori dal web. La prima è regolata dalle leggi (più o meno rispettate e applicate) e la seconda tipo pascolo brado, una terra di nessuno dove chiunque può insultare, infangare, minacciare e quant’altro con la quasi certezza di farla franca. E tutto questo sembra la normalità, anzi la nuova moda del vivere civile.

Mentre se un giornale o una radio o una televisione si azzarda a scrivere la metà delle cose che si sono lette tra i commenti della Rete sul presidente della Repubblica, o su un qualunque personaggio pubblico, succede un putiferio con processi, multe, provvedimenti disciplinari, e quant’altro. Perché sembra proprio che le regole siano state scritte e vadano applicate solo ed esclusivamente alla stampa chiamiamola “tradizionale”.

Niente da obiettare se non per i due pesi e due misure che ogni tanto conquistano le luci della ribalta. Allora decidiamoci: o è vietato insultare, offendere e minacciare il presidente della Repubblica o non lo è, così come sono vietate altre cose, altri modi di dire. Ma qualunque sia la scelta deve essere applicata dappertutto e non solo per la carta stampata e la televisione. E questo non significa che vogliamo l’impunità per tutti ma certezze per tutti, questo sì. O tutti dentro o tutti fuori, o regole uguali per tutti o nessuna regola.

Per spiegarci meglio, ricapitoliamo i fatti che hanno portato a una indagine della Procura di Roma che vede indagato per violazione dell’articolo 278 del codice penale, che si occupa delle offese all’onore e al prestigio del capo dello Stato, tale Vittorio Di Battista, padre di Alessandro, esponente grillino tra i più ortodossi e scrittore in erba con un congruo assegno di 400mila euro (versato da una casa editrice di proprietà della Fininvest) per il prossimo libro.

Di Battista padre in un post del 23 maggio scorso (poi rimosso) intitolato “I dolori di mister allegria” ha usato toni tra l’irridente e il minaccioso nei confronti del presidente Mattarella. Tra le altre cose gli suggeriva di andarsi a rileggere le vicende della Bastiglia e concludeva con “Forza, mister Allegria, fai il tuo dovere e non avrai seccature”.

E’ un assaggio de “Lo Stato siamo noi”?, le prove generali di quello che ci aspetta da questo governo di cattolici e fascisti? Sono già pronti i rosari intrecciati ai manganelli? Dobbiamo tirar fuori i materassi?

Mentre Roma indaga Di Battista padre, Palermo ha denunciato tre persone per attentato alla libertà e offesa all’onore e al prestigio del capo dello Stato. E le indagini, si spera, stiano continuando.

Tra un insulto e l’altro qualcuno ha trovato anche il tempo di chiarire meglio la filosofia di quanti si sentono già padroni dello Stato. Inutile spiegare che al 31 maggio scorso lo Stato non aveva padroni nel senso che intende il club dei compagnucci della terza repubblica.

Ci riferiamo a un pensionato di 70 anni di Vanzone con San Carlo, comune del Verbano, autore di una lettera anonima con minacce scritte a mano imbustata assieme a un proiettile, sempre indirizzata al presidente Mattarella. Ai carabinieri che lo hanno identificato e denunciato, l’anziano pensionato, che in casa aveva altri 14 proiettili, avrebbe confessato di avere agito in un momento di nervosismo.

Ma le minacce, anche pesanti, al presidente della Repubblica via Internet sembrano essere diventate un must. Basta fare un passo indietro così da riportare alla luce un episodio di cui si sono perse le tracce e legato alla visita ufficiale in Sardegna di Mattarella del 2 ottobre 2017. Tra gli appuntamenti in agenda, la celebrazione a Ghilarza degli 80 anni della morte di Antonio Gramsci.

Le iene della tastiera si sono scatenate perché l’aereo presidenziale è atterrato nello scalo di Oristano-Fenosu, con reazioni tanto esagitate da far scattare le indagini della Digos e della polizia postale, come riporta un articolo del 4 ottobre 2017 apparso sul sito web del quotidiano La Nuova Sardegna: “Molto criticata è stata la decisione di utilizzare lo scalo di Fenosu per far atterrare l’aereo presidenziale. Una scelta che ha dato il via a commenti che definire coloriti sarebbe eufemistico. E si consideri che la redazione elimina i commenti più forti e offensivi”. Per non parlare di tutto quello che è apparso nel web.

Ma diffondere odio e minacce pesanti attraverso la Rete è una pratica che in Sardegna non fa quasi più notizia. Risale al 19 ottobre scorso, infatti, la clamorosa denuncia fatta da un avvocato che difende un ragazzo accusato di omicidio e processato a Nuoro. E proprio nel corso dell’udienza in Assise, l’avvocato ha letto i post di un sito (tempestivamente chiuso dopo la denuncia) dove tra insulti vari c’erano anche frasi tipo “Ma questo avvocato vuole vivere o morire?”. Per altri dettagli leggere qui.

Due episodi, magari commessi dalle stesse persone che si divertono a minacciare e insultare la gente perché tanto non li trova nessuno. Episodi che rischiano l’oblio, di essere archiviati nelle sabbie mobili della Rete che tutto risucchiano garantendo in molti casi l’impunità assoluta.

Sarà una cosa normale chiedere a che punto sono le indagini? Se sono così difficili, magari si può provare a chiedere in prestito ad altre procure, anche non sarde, qualche bravo investigatore, magari da Roma o da Palermo, che qualche risultato hanno ottenuto in poche ore. Il minimo che si possa chiedere è che queste persone vengano identificate (non pensiamo che un account falso possa essere un così grave ostacolo) e rinviate a giudizio.

Le minacce di morte, che suonano particolarmente gravi se rivolte al presidente della Repubblica, sono ammesse nei confronti di altre persone purché fatte su Internet? Perché è questo il messaggio che sta passando sinché non verranno denunciati questi sedicenti fabbricanti di odio e sciacalli della tastiera.

Antonio Salvatore Sassu