Medicina e numeri chiusi

Per amor di patria meglio evitare considerazioni su un governo che annuncia l’abrogazione del numero chiuso per l’accesso alla facoltà di medicina, salvo poi smentirsi, e con i ministri competenti che dichiarano che a loro non risulta. Numero chiuso? Quale? Perché ce n’é più di uno.

Il primo è il test di ingresso: una media di 65 mila partecipanti per circa 10 mila posti. Un numero che può aumentare ogni anno a causa dei ricorsi al Tar, spesso accolti, da parte degli esclusi. Dopo i sei anni di corso arrivano alla laurea circa 8 mila, un titolo accademico che offre poche e marginali possibilità di lavoro.

Ad attenderli è un altro test, quello per l’ammissione alle specializzazioni, altri 4 o 5 anni, per circa 6 mila o per l’ammissione al corso triennale di medicina per 1000 posti: il numero dei partecipanti è mediamente il doppio e quindi la metà sono bocciati. I fortunati sopravvissuti dopo 10-11 anni di studi, ammesso e non facilmente concesso che non debbano aggiungere anni di fuoricorso, trovano finalmente l’agognato posto di lavoro?

Li attende intanto un altro test: il superamento di un concorso pubblico. I posti in palio non sono sufficienti per tutti: 1000 di loro rimangono esclusi. Il risultato è che ci sono 25 mila medici disoccupati e 8 mila precari. Un limbo destinato ad aumentare qualora si dovesse lasciare libero accesso alla facoltà mantenendo però gli imbuti successivi.

Sbarramenti la cui eventuale rimozione non sarebbe a costo zero: gli ammessi alla scuole di specializzazione devono essere retribuiti, attualmente con 1900 euro al mese; non avere ottemperato negli anni ’90 a questa che è una norma europea ha comportato ricorsi da parte degli specializzandi dell’epoca e risarcimenti da pagare da parte dello Stato. Le assunzioni da parte del sistema sanitario devono tener conto delle reale esigenze e non può essere in funzione del numero dei medici. Quindi non cambiare nulla e lasciare invariato il sistema di selezione iniziale? No, non è equo, somiglia molto ad una lotteria e non garantisce la scelta dei migliori: la prova è gli studenti respinti per non aver superato il test e ammessi dopo ricorso al Tar per vizi formali hanno poi un corso di studi analogo ai colleghi regolari vincitori.

Soluzioni? Non ne esistono di semplici di fronte a problemi complessi, specialmente se affrontato a spizzichi e bocconi. Una potrebbe essere l’istituzione di un liceo biologico propedeutico alla ammissione alle varie facoltà sanitarie.

Leo  Alati

Il cambiamento possibile

E proprio mentre da un bel po’ tutti si stracciano le vesti per l’incapacità di adeguarsi al tempo che passa e alla nuova “era politica”, ecco che dalla ultra realistica Baviera arriva una sorpresa che sa di soluzione. Tutto è andato secondo una direzione decisamente “altra” rispetto a ciò che sta accadendo in questi ultimissimi anni. Sì, effettivamente c’è il crollo dei cosiddetti “partiti di massa”. E’ chiaro che ci sia. Ci mancherebbe. Sì, la Csu perde … ma si attesta in ogni caso su cifre che sfiorano il 40% degli elettori (e l’affluenza è stata massiccia in queste tanto attese elezioni in Baviera). La Spd perde colpi , ma in ogni caso stiamo parlando di un Land da sempre molto conservatore. Il tanto proclamato boom dell’Afd è invece stato parecchio sopravvalutato . Sì, si prende il suo dieci per cento. Ma non un solo voto di più. Nel frattempo ecco la notizia : i Verdi , i Gruenen, sono balzati sotto il 20 per cento!

Il fatto è estremamente rilevante perché non si tratta di un voto di “protesta”. I Gruenen sono un partito vero (non un movimento) e si comportano di conseguenza. Rappresentano il cambiamento possibile perché sono una forza realistica e credibile. Non i soliti movimentisti populisti … ma esattamente l’opposto. Un partito serio. Che non spara cannonate di balle e che si assume responsabilità di governo. Possiamo affermare senza sbagliare che nell’ultraconservatrice Baviera dove era tanto atteso il trionfo dei sovranisti e degli antieuropeisti si è consumato l’inizio della fine di un mito. E la concreta realtà di una Europa che sa declinare la dicotomia “lavoro/ambiente” nel modo più contemporaneo andando al centro della questione.

I Gruenen inquadrano i nuovi lavori all’interno di una cornice che tiene conto delle istanze ambientaliste. Hanno una visione della società chiarissima perché consapevoli che il futuro non è un’incognita ma il frutto delle scelte dell’umano. Hanno imposto un’Agenda invece di inseguire la solita solfa anti-tutto. Si sono imposti perché fortemente europeisti, multiculturali, ma con un approccio pragmatico sulla questione “immigrati” ormai fonte di ogni delirio. Non sorprende che nell’area più cristiana ficcata al centro dell’Europa tanti cristiani abbiano deciso di votarli perché non si sentono rappresentati da chi usa toni violenti e intolleranti verso i migranti. L’atteggiamento dei verdi si è dimostrato vincente e non ha avuto timore di sfidare la corrente. Sarebbe il caso stavolta di effettuare una grande riflessione. Ma una seria e profonda riflessione.

E poi sì è rivelato importante presentarsi agli elettori uniti con un programma chiaro e una volontà netta di battere i sovranisti. Uniti, senza fare a gara con gli altri partiti “della stessa parte del campo”, senza rubarsi voti a vicenda ma, al contrario, agendo in modo “inclusivo”. Pronti per governare sia con le forze progressiste sia con quelle conservatrici. Forse, in ogni caso, è probabile che la Csu deciderà di creare un’alleanza di centrodestra e senza i Verdi. Ma in ogni caso sono pronti a governare come già fanno in altre realtà e come stavano per fare a livello nazionale prima che Linder facesse saltare il banco del governo “Giamaica”.

Ora si fa sul serio. In Baviera Katharina Schulze, con i suoi Gruenen, ha lanciato un segnale chiarissimo. Adesso chi non è in grado di coglierlo è bene che si assuma la responsabilità di non essere all’altezza di una sfida che si può e si deve vincere. Questa è la politica, baby.

Massimo Ricciuti

Le province interessano a qualcuno?

È ancora buio pesto sulla sopravvivenza delle province, gli enti che la riforma costituzionale voleva cancellare ma che, di fatto, sono ancora lì, con alcune funzioni importanti da gestire ma senza risorse per farlo, con del personale da pagare e motivare, comuni da coordinare. Sulle province pare sia calato un buio pesto e non sembra che l’attuale maggioranza parlamentare, tutta presa da una manovra economica da combattimento (ma di una presunta “rottura” tutta da costruire con il bilancino) abbia all’orizzonte un provvedimento atto a restituire un senso a queste istituzioni di secondo grado o, se ne ravvisasse la necessità, superarle definitivamente. Se ai precedenti governi e al precedente parlamento va affibbiata la colpa originale di non aver previsto un piano B rispetto alla cancellazione delle province dalla costituzione, quelli nuovi vanno imputati per una serie di ragioni, non ultima delle quali l’aver previsto, per il 31 ottobre, l’elezione dei nuovi presidenti di provincia riducendo la platea degli eleggibili in modo enorme, dato che a primavera 2019 andranno a rinnovo quasi l’80% delle amministrazioni comunali e i sindaci in scadenza di mandato non possono essere eletti alla guida delle moribonde istituzioni. Ma quello che non si capisce è il disegno politico che dovrebbe sottintendere un’idea di riorganizzazione dello stato, sempre ammesso che ci sia.
Funzioni come edilizia scolastica e manutenzioni stradali, non possono perdersi nei meandri della dimenticanza. Vanno finanziate, da subito, per evitare un’escalation di problemi dettati dagli scarsi investimenti ordinari e straordinari. Sarebbe necessario che il parlamento o il governo (con una legge delega) si impegnassero per verificare gli spazi di manovra. Tenere vivo un morto che cammina, se si sa già che non si vuole rianimarlo, è un assurdo accanimento terapeutico. Senza rispetto di chi, con fatica, cerca di dare ogni giorno un senso a un ente che, a mio avviso, potrebbe avere ancora una funzione strategica.

Leonardo Raito

La pericolosità dell’uso di internet

Il problema Internet è più grande di quanto si possa immaginare, anzitutto per le famiglie, ma anche per le imprese. Internet è come un grande fiume ingrossato da una piena inarrestabile, dal quale è difficilissimo mettersi a riparo. Progresso innegabile e grandi pericoli viaggiano attraverso Internet.

Il problema della cosiddetta “rete” investe tutto il Pianeta; anche nei continenti più poveri il fenomeno si presenta nella sua complessità.

I vantaggi di Internet sono noti e non staremo ad enumerarli; il compito che ci siamo prefissi di svolgere è quello di elencare i pericoli, tutti molto seri, che comporta l’uso della “rete”.

Il dilagare dell’uso del telefonino anche fra i bambini delle elementari, trascina con sé una serie di responsabilità; prima fra tutte la sim intestata a un genitore. Con conseguente responsabilità civili, penali e morali.

Prendiamo ad esempio una sim corrispondente a un cellulare che usa WhatsApp e immaginiamo che un bambino fotografa una coetanea nuda mentre va in bagno a scuola e pubblica l’immagine sulla “rete”; tutte le conseguenze dell’operato dei bambini ricadono sui genitori, che ci possono anche rimettere la casa di proprietà e il conto in banca.

Il principio che dobbiamo acquisire è che tutto quanto immettiamo in rete (immagini e informazioni personali) non può più essere rimosso; anche se noi togliamo qualcosa dal nostro profilo, questo elemento può essere stato frattanto catturato da altri e ripubblicato; di fatto diventa inamovibile. Lo stesso dicasi per i social; facebook può rimuovere messaggi postati, ma quest’ultimi possono essere stati ripresi da altri utenti che potranno utilizzarli (esempio) su siti pornografici. Per non parlare dei cosiddetti messaggi che diventano “virali”.

L’immagine di un minore nudo diffusa attraverso Internet, può comportare una causa per danni di centinaia e centinaia di miglia di euro. E tutto questo per la bravata di un bambino. Conseguentemente, bisognerebbe evitare di consentire ai bambini l’uso del cellulare, fino a quando non abbiano acquisito la capacità di comprendere, che l’uso improprio di una sim, può causare danni irreparabili.

L’altro danno irreversibile che l’uso di IPhone, tablet e cellulari comporta, è l’iperattività che si sviluppa in modo dannoso e frenetico nell’adolescente. Iperattività che può portare ad avere una totale dipendenza dal mezzo elettronico. In molti casi porta alla dislessia.

Infine non bisogna trascurare l’aspetto economico, occorre considerare che attraverso Internet nulla è gratis; gli stessi messaggini non possono essere inviati se non abbiamo pagato i giga della sim. Allora stiamo attenti; quello che può sembrare un gioco per i bambini, può trasformarsi in una tragedia; vedi i fenomeni di bullismo nei confronti dei coetanei.

Giornalmente, si registrano le storie di adolescenti che preferiscono togliersi la vita, per sottrarsi alla persecuzione di cui sono oggetto sulla cosiddetta rete.

Noi abbiamo fatto un discorso riguardante i bambini, ma -ovviamente- il problema della responsabilità riguarda anche gli adulti. Tutte le utenze di cellulari e pc possono essere rintracciate e l’intestatario chiamato a rispondere delle azioni commesse in proprio o a terze persone.

Roberto Fronzuti

La donna che fa ribrezzo due volte

Noi ci lamentiamo giustamente che Salvini stia cavalcando il vento di estrema destra con scurrilità neofasciste alla “Libero”, imitando pateticamente chi sapete. Purtroppo in Europa – non ci crederete – c’è anche di peggio. In Baviera ha un certo spazio un partito ultranazionalista (AfD) con forti venature naziste che ha come co-leader tale Alice Weidel. Ovviamente i suoi cavalli di battaglia fanno parte dello stesso repertorio di Salvini.

Ma il repentino passaggio del Capo della Lega Ladrona dal secessionismo al suo opposto, il nazionalismo, fa pensare che il caso italiano sia sui generis e molto legato all’opportunismo e alla demagogia piuttosto che a convinzioni profonde. Anche se il razzismo nella Lega viene da lontano, si deve riconoscere che la primogenitura di tutta questa spazzatura politica spetta di diritto a Le Pen. Alice Weidel, però, non è da meno, anzi sgomita e per mettersi in mostra esagera. A dire il vero, tanto per segnalare come per agguantare un po’ di potere certi politici improvvisati aggiustino secondo il vento le proprie idee, ricordiamo che Alice nel suo recente passato si segnalava soltanto come una ripetitrice di luoghi comuni di destra mescolati persino con alcune posizioni di buon senso. Tra l’altro, essendo omosessuale dichiarata, doveva compiere un certo sforzo per conciliare alcune sue posizioni “moderne” con la mentalità tipica dell’estrema destra tedesca. Ma adesso ha saltato il Rubicone e in vista anche delle elezioni prossime in Baviera è diventata incontenibile. E pericolosa.

In una recente intervista a “Repubblica” ha affermato perentoriamente: «I muri sono libertà e sono una priorità».

Una frase semplice, andiamola ad analizzare. Rammentiamo che Weidel è tedesca: nelle prime quattro parole riassume, assomma e fa sue tutte le turpitudini perpetrate nel ‘900 proprio in Germania dagli opposti totalitarismi. Hitler più Ulbricht. La sciagurata fa il verso alla scritta “Arbeit macht frei” (“il lavoro rende liberi”, che come tutti dovrebbero sapere campeggiava sulla entrata di Auschwitz, il più esteso complesso di campi di concentramento organizzato dai nazisti per fare strage di ebrei e (paradosso per Alice) di omosessuali. Sono trascorsi decenni e l’ignobile tedesca Weidel ancora non ha appreso il significato della parola “libertà”. La novella Hoss la smercia come droga contraffatta. D’altronde pure i Salvini e le Le Pen farneticano su un europeo “Fronte della libertà”, e sicuramente Weidel ha tutti i titoli per farne parte. (Il che mi ricorda il consiglio che dava, senza vergognarsene, l’americano destrorso Arney: «Non importa quale causa voi sosteniate, dovete venderla nel linguaggio della libertà»).

La co-Capa dell’AfD (che in Germania un polemista irrispettoso ha definito «puttana-nazi») si dimostra una vera professionista dell’ignominia. Non si accontenta di ammiccare al nazismo ma, ingorda, fa un doppio salto mortale e, in quelle stesse quattro parole, rivendica persino il valore del Muro. Che ai tedeschi dovrebbe rievocare qualcosa. Ci vuole certamente una faccia di bronzo a prova di bomba ad accostare un muro alla libertà. Per 28 anni i tedeschi sono stati divisi grazie al Muro che il quisling comunista Ulbricht eresse per costringere una parte di loro sotto la dominazione sovietica. Più di duecento compatrioti di Alice si fecero ammazzare pur di non rimanere prigionieri della libertà garantita dai muri. Migliaia di europei nati a Berlino ci insegnarono nel 1989 che si costruiscono e si difendono le civiltà picconando i muri e non alzandoli.

Ricordate, gente, ricordate.

Enzo Marzo
Critica Liberale

Confesso di essere stato un terrorista mediatico

Sono un terrorista mediatico. Anche se a mia insaputa, lo sono da una vita, dal lontano 1980, cioè da quando ottenni l’iscrizione all’ordine dei giornalisti per diventare professionista. A rivelarmi la verità, a mettermi di fronte a questa terribile realtà è stato il vicepremier Luigi Di Maio.

È successo tutto all’improvviso, quando ho letto la sottile analisi dei nostri mezzi d’informazione fatta dal capo politico di Cinquestelle e ho sentito con le mie orecchie il suo durissimo atto d’accusa sul “terrorismo mediatico”.

Già, perché in che altro modo possiamo definire la pretesa della stampa italiana di spacciare per notizie le fake news su deficit, spread, decreto dignità e ponte Morandi?

Scrivere che portare il deficit di bilancio al 2,4 per cento farà saltare il bilancio dello Stato mettendo a rischio il Paese è terrorismo bello e buono. Titolare sulla salita dello spread alimentata dalle dichiarazioni di un esponente politico italiano contro l’Europa e i mercati è un attacco al governo gialloverde. Sostenere che il decreto dignità provocherà un calo dell’occupazione è un atto di guerra. Osservare che il decreto Genova così com’è darà vita a una serie di battaglie legali che alla fine bloccheranno la ricostruzione del ponte è un falso bello e buono.

Davanti al j’accuse di Di Maio, anch’io sono stato costretto a guardarmi allo specchio. E alla fine ho capito che nei miei quasi 40 anni da giornalista professionista ho fatto solo del terrorismo. Cercando di scoprire, come altri (pochi) colleghi, che cosa si nascondeva dietro le verità ufficiali dei tanti governi di cui mi sono occupato in centinaia di articoli. E pretendendo, addirittura, di fare domande vere nel corso delle interviste a sottosegretari, ministri e leader politici di ogni colore. Non avevo capito che stavo sbagliando tutto. Che aveva ragione il grande Gigi Marzullo quando, seduto di fronte all’intervistato di turno nello studio della sua trasmissione Rai, lo esortava dolcemente a farsi una domanda e a darsi una risposta.

Marzullo aveva anticipato i tempi. E oggi Di Maio va all’attacco dell’informazione italiana, per il “terrorismo mediatico” con cui quotidianamente «cerca di colpire il governo gialloverde e soprattutto il M5S». La verità è che «tutti i giornali di partito» hanno dichiarato guerra alla Manovra del Popolo.

Ma se la guerra è guerra e allora ecco che il vicepremier sta pensando al contrattacco. Come ha detto recentemente prima di visitare la Fiera del Levante «le società partecipate (dallo Stato) dovrebbero smetterla di fare tutta questa pubblicità sui giornali». I giornali dei «prenditori editori che ogni giorno inquinano il dibattito pubblico».

A dare man forte a Di Maio ha subito provveduto il sottosegretario all’editoria, il pentastellato Vito Crimi, anticipando «la fine della pacchia», ossia lo stop ai fondi pubblici per la stampa e nuovi tetti alla pubblicità televisiva.

Perfettamente in linea con il fondatore di Cinquestelle Beppe Grillo che nel 2013, dopo essersi scagliato contro la «stampa vergognosa» avvertiva: «La prima cosa che faremo (quando andremo al governo) sarà quella di tagliare le sovvenzioni ai giornali».

Felice Saulino
SfogliaRoma

Bosnia Erzegovina. Una bomba pronta ad esplodere

Bosnia Erzegovina. Sono passati quasi 23 anni dagli accordi di Dayton che posero fine alla guerra dando alla regione l’attuale configurazione politica: una repubblica federale su base etnica con una presidenza tripartita, sempre su base etnica. L’Italia non partecipò agli accordi. Nella base americana in Ohio, che ha dato il suo nome alla conferenza di pace, c’erano praticamente tutti gli attori interessati: l’allora federazione Jugoslava, la Croazia, gli Stati Uniti, la Germania, il Regno Unito, l’Unione Europea e, chiaramente, gli Stati Uniti e la Russia. Il nostro paese, pur essendo ad un tiro di schioppo dalla regione venne costretto a far sentire la propria voce attraverso l’inviato speciale dell’Unione Europea, Carl Bildt, mentre tedeschi ed inglesi ebbero rappresentanze autonome. Ma questo è un ragionamento che riprenderemo dopo.

In 23 anni di vita la federazione di Bosnia ed Erzegovina è sopravvissuta camminando sul filo del rasoio. Per raggiungere un “successo” politico nel paese basta attizzare le tensioni tra i popoli, lasciando bruciare il fuoco dell’intolleranza fino ad un attimo prima del punto di rottura. I tre grandi partiti del paese, l’Alleanza per il futuro migliore (etnia musulmana), l’Unione Democratica Croata e l’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (etnia serba), hanno imperniato la loro retorica politica sulla minaccia della guerra e sulla ridefinizione dei confini regionali e nazionali. Trovando anche il tempo di portare avanti un programma comune: la trasformazione dello Stato in un sistema di caste. Il governo è condizionato da pochi potentati e, incredibile ma vero per un paese europeo, è impossibile trovare lavoro se non si è iscritti ad uno dei tre grandi partiti.Questi si sono trasformati in cartelli, monopolizzando la pubblica amministrazione, piazzandovi i propri quadri politici che, ovviamente, sono lì per creare consenso politico facendo fruttare le loro posizioni in termini di voti. La corruzione, il nepotismo, il clientelismo regnano sovrani. Un esempio su tutti: recentemente sono scomparse 10 tonnellate della carta speciale che si usa per le schede elettorali. Carta che può essere rapidamente trasformata in schede elettorali vere e proprie: basta una tipografia compiacente. Un’operazione come questa (dieci tonnellate di merce non possono scomparire senza che nessuno se ne acccorga) è possibile solo se molti soggetti, soprattutto quelli dediti alla sicurezza del paese, si voltano dall’altra parte o chiudono tutti e due gli occhi tappandosi contemporaneamente le orecchie. Così, mentre ufficialmente la Bosnia Erzegovina chiede di entrare nell’Unione Europea, nella pratica nega i valori e le pratiche basilari della democrazia.

E la società civile? Oltre ad essere compressa dalla corruzione e dall’ostilità delle pubbliche amministrazioni, è politicamente frammentata in mille rivoli e condannata all’impotenza politica. Culturalmente non riesce a spezzare le catene della tripartizione su base etnica, limitandosi ad un europeismo sbiadito e ad un neo liberismo radical chic che il resto del paese non può comprendere. Più che di posizioni politiche o della costruzione di un orizzonte culturale la società civile si diletta nella costruzione di torri d’avorio, scindendosi dal resto della popolazione. Giovani ed intellettuali prendono sempre più la via dell’esilio volontario all’estero.

Il 7 ottobre la Bosnia Erzegovina andrà al voto per le elezioni parlamentari e presidenziali. I favoriti per la presidenza tripartita sono Milorad Dodik (serbo), Dragan Covic, Zeliko Komsic (croati)e Fahrudin Radoncic (musulmano). Ma questi nomi potremmo anche evitare di farli. Sono tutti personaggi opachi che soffiano sul fuoco delle tensioni etniche e che utilizzano sistematicamente la cosa pubblica per “sistemare” i propri clan. Sono tutti e tre nemici dello Stato che dovrebbero presiedere.

La comunità internazionale, dopo gli accordi di Dayton, se ne è lavata le mani. Nessuno vuole invischiarsi nelle faccende bosniache: tutti temono che l’equilibrio salti e che si arrivi ad una guerra. Un pessimo equilibrio è sempre meglio di un conflitto armato. Oltretutto una guerra su base etnica in Bosnia vorrebbe dire combattere casa per casa, famiglia contro famiglia. E in un conflitto di questo tipo nessuno ne uscirebbe con la coscienza e le mani pulite. Ma mentre tutti fanno finta di niente la Bosnia inizia ad essere un punto di accesso in Europa per i migranti estremamente permeabile. È, anche, un pezzo di islam nel cuore dell’Europa, un punto in cui i musulmani, un tempo laici ora soggiogati dalle sirene dell’integralismo, sono sotto l’assedio dei “crociati” cattolici ed ortodossi che, pur odiandosi, sono d’accordo sul fatto che un “infedele” è pur sempre peggio di un “cristiano”. In questi anni ben 330 cittadini bosniaci si sono arruolati con l’Isis. Dai territori musulmani della Bosnia Erzegovina passano i combattenti europei che vanno a sostenere il califfato, trovando, nella popolazione locale, asilo e supporto logistico. Ed è proprio la facilità con cui la popolazione locale “copre” i foreign fighters che dovrebbe preoccupare. Segno tangibile che la superficiale laicità dei musulmani, costruita durante l’esistenza della repubblica jugoslava di Tito, si è incrinata a favore di una crescente islamizzazione radicale.

La Bosnia Erzegovina è una bomba pronta ad esplodere. Può essere disinnescata solo se la comunità internazionale torna ad essere attiva e si impegna per un reale progresso economico e civile del paese. Un primo obiettivo dovrebbe essere quello del rientro delle classi dirigenti in “esilio volontario”, per dare a questo angolo di Balcani una classe dirigente degna di questo nome. Seguito da una riforma radicale della pubblica amministrazione e dalla riforma e dal potenziamento della magistratura. In ultimo, dato che la Bosnia Erzegovina non ha materie prime e non può competere nella grande industria, una serie di aiuti economici tesi a creare un tessuto produttivo di piccola e media impresa. Il benessere economico è l’antidoto naturale di ogni fondamentalismo. In questo schema l’Italia dovrebbe essere ben più presente. Abbiamo un qual certo expertise nella creazione di piccola e media impresa che potrebbe essere molto utile alla fragile economia bosniaca.

La nostra politica estera ha storicamente guardato alla stabilizzazione dei Balcani come elemento prioritario della sicurezza nazionale. Da un po’ di tempo siamo stati espunti dalla regione. Il protagonismo anglo-franco-tedesco e la debolezza della politica estera dell’Unione europea, ben esemplificato dai fragorosi silenzi di Federica Mogherini, alto ma silente rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ci hanno pian piano marginalizzati. Tenere il più lontano possibile l’Islamismo radicale dai nostri confini dovrebbe essere un interesse prioritario di tutta la comunità nazionale. Se è vero che la Bosnia Erzegovina è una bomba pronta ad esplodere è nostro interesse far sì che questo non accada. Vista la vicinanza geografica le schegge di granata ci investirebbero in pieno.

Mario Michele Pascale

Jeremy Corbyn un alieno anzi un fratello

Per le classi dirigenti, italiane ed europee e per i loro opinionisti di fiducia, Corbyn è un alieno. Prima innocuo anzi autolesionista; poi pericoloso e da combattere con tutti i mezzi. Appena eletto, si era nell’autunno 2015, uno scherzo di natura, pardon della politica. Dopo il referendum sulla Brexit, dove il suo appoggio al “remain” era stato altrettanto tiepido di quello di Cameron ma più seriamente motivato (“l’Europa è quella che è; ma le sue regole sono pur sempre un freno agli spiriti animali dei conservatori inglesi”), sfiduciato a stragrande maggioranza, come responsabile della vittoria del “leave”, dal gruppo parlamentare laburista  (l’ultima sfiducia risaliva al 1931…), salvo ad essere rieletto a stragrande maggioranza dagli iscritti.

Prima delle elezioni del 2016, oggetto di compiaciute derisioni come responsabile della immancabile sconfitta anzi della futura immancabile scomparsa del partito dalla scena politica inglese. E poi, dopo aver portato il voto laburista a livelli mai raggiunti dal 1951 in poi, accusato di non avere vinto abbastanza (“se solo avesse dato ascolto a Blair…”). Per poi essere oggetto di attacchi sempre più isterici: estremista, traditore del suo paese, oppressore delle minoranze interne e, per chiudere, sostenitore dei terroristi, agente di Putin e, per liquidarlo definitivamente, antisemita. Una serie di mazzate (cui contribuiscono attivamente gli eredi di Blair: all’insegna del “meglio perdere che vincere con Corbyn”)  volte alla distruzione politica e morale di un  alieno pericoloso ma che non sembrano turbare né lui, né il partito che, al congresso di Liverpool gli ha riservato un’accoglienza entusiastica né soprattutto,  la sua gente.

E questo vale anche per i socialisti. Quelli senza aggiunte, correttivi o aspirazioni alla “modernità”. Quelli di sempre. Corbyn è questo e così si definisce: “un socialdemocratico”; un compagno. Non un “papa esterno”, arrivato per a spiegarci il perché e il percome così da risolvere i nostri problemi con qualche formuletta accattivante. Piuttosto uno che vive con noi e con i nostri problemi, affrontandoli secondo un “comune sentire”. Insomma, un fratello. Uno di noi

Lo è nel suo aspetto fisico. Uno sfigato; non un frustrato, uno sconfitto e tanto meno un solitario.  Uno dei tanti eroi collettivi che compaiono nei film di Ken Loach. Lo è nel suo approccio alla politica e, in un certo senso, anche agli affetti. Parte di una sinistra stradarola a partire dalla sua rappresentanza quarantennale di un quartiere popolare di Londra e dalla pratica di un attivismo Tre compagne di vita: un’attivista londinese e poi due profughe politiche latinoamericane. E poi lo è il suo socialismo, vissuto in un’empatia profonda e di natura prepolitica, insieme  con le persone e con le cause che queste rappresentano: minatori, insegnanti, inquilini di case popolari, vittime di episodi di razzismo comunque declinato; pacifisti contro il nucleare, le guerre per la democrazia, fatte o minacciate; e, infine, popoli oppressi, che fossero latinoamericani,  cattolici irlandesi o palestinesi ( quanto basta, da quest’ultimo punto di vista, per essere catalogato automaticamente come antisemita…).

Tutto molto bello, ma anche tutto irrimediabilmente datato, si potrebbe dire. Insomma, un oggetto prezioso; ma anche un’anticaglia, come dire, fuori tempo.

Ma, forse, lo spirito del tempo sta mutando. Al punto di riportare al centro della scena, in nome del senso comune, il socialismo, i suoi principi fondamentali e le persone che a quei principi si sono mantenute costantemente fedeli. Ed è quello che sta accadendo in Gran Bretagna. E potrebbe accadere altrove.

E, allora, forse, gli alieni sono gli altri.

Alberto Benzoni

Il passato che ritorna

Circolano pericolosissimi segnali che confermano la violenta marcia indietro impressa alla società occidentale e ai suoi valori. Un attacco senza precedenti che ci indica l’abisso in cui stiamo precipitando.

Davvero non c’è un attimo di respiro. E’ il momento di ricomporre il racconto della contemporaneità e rilanciare una grande sfida europea per fare in modo che il futuro non somigli a un terribile passato. Occorre il massimo da parte di tutte le forze che si oppongono alla “internazionale nera”.

Tanti, troppi eventi che messi in fila non danno altra spiegazione se non la conferma che è in atto un pianificato e strategico piano di distruzione civile.

In Europa è impera, come se non bastasse, un’ondata di antisemitismo senza precedenti negli ultimi settant’anni. Un cittadine ebreo su quattro lascia il continente. Spesso per andare in Israele. In Francia c’è un clima irrespirabile. Un odio palpabile che si concretizza con episodi continui di violenza e minacce che purtroppo spesso sfociano nel peggiore dei modi. A fine Agosto un’ala intera del Parlamento francese è stata evacuata a causa di una lettera contenente una minaccia di morte verso un parlamentare di origine ebraica, la busta conteneva oltre alla lettera anche della polvere bianca. Meyer Habib, il parlamentare, ormai è sotto scorta e rivela che lo hanno minacciato di decapitarlo. Nel frattempo interi quartieri si svuotano. In pochi anni la comunità si è dimezzata. Da ottocento famiglie si è passati a quattrocento, testimonia David Ruah , presidente della comunità di Vitry-sur-Seine. Anche a Parigi la situazione è pesante.

Nel diciassettesimo arrondissement oggi le persone di origine ebraica sono 42 mila. Prima erano 173 mila.

La questione è balzata anche agli occhi del New York Times che scrive che a Aulnay-sous-Bois da seicento famiglie ebraiche si è precipitati a cento! Ma il quotidiano fornisce ancora altri numeri che coinvolgono altre zone…la tendenza è generalizzata. E’ anche questo un segno dei tempi. Una barbarie. Come se ci fosse un sentore, ennesimo che qualcosa di terribile sta per accadere.

Il segnale fondamentale è l’indifferenza. Come sempre. L’intelligence francese è al lavoro e in massima allerta…per adesso non si prevedono attacchi terroristici, ma man mano che si avvicina la data delle elezioni europee la situazione sarà da allarme rosso. Quanti altri segnali dobbiamo cogliere prima di svegliarci nel grande incubo?

Massimo Ricciuti

Berlusconi “rafforza l’Alleanza” e gli dichiara guerra

Dopo mesi e mesi di sonnecchiante e distratta assenza dalle competizioni politiche, Berlusconi pare che “scenda in campo” e non solo con le solite chiacchiere e con la distribuzione di scatoloni di distintivi, ma con una anche se incomprensibile strategia.
Primo atto: ha proclamato il rafforzamento dell’alleanza del Centrodestra. Sì, insomma, di quel “coso” che sta mezzo al Governo e mezzo all’Opposizione (si fa per dire).
Secondo atto: ha dichiarato, cioè ridichiarato guerra al Governo. O, almeno, a quella parte di esso con il quale non è alleato, per di più “rafforzato” come da punto 1.
Una novità? Diciamo mezza. Infatti, non ha potuto fare a meno di chiamare a raccolta i famosi “moderati”, ma lo ha fatto nel corso del discorso, quasi di straforo “moderatamente”, per non offendere il suo “rafforzato” alleato, che si direbbe, di “moderazione” non voglia sentir parlare manco nella stanza accanto.
Terzo atto: è puramente ipotetico.
Se veramente Berlusconi vuol far credere che “riscende” in campo e rinunzia a lasciare Forza Italia in eredità al suo “rafforzato” alleato (o magari alla Meloni, che, poverina, avrebbe più bisogno di un po’ di ricostituente) dovrà gentilmente (moderatamente) destituire quel coso lì, quel suo erede, donatario ed alter ego, Antonio Tajani. Se no nessuno lo prende sul serio, nemmeno il portiere del palazzo.
Di Maio, Conte, il cosiddetto Governo hanno davvero qualche motivo di preoccuparsi.
Gli strilli delle loro liti con Salvini hanno fatto svegliare i dormienti.
Magari resuscitano i morti.
Si scoprono le tombe…etc.