Craxi, ogni epoca
ha il suo tribunale

Il 19 gennaio saranno trascorsi ormai diciassette anni dalla morte di Bettino Craxi e molta acqua è passata sotto i ponti. Ormai tutti (o quasi) lo giudicano uno statista italiano e un uomo politico di prim’ordine e che invece diciassette anni fa era valutato un corrotto che si era sottratto alla giustizia italiana. Ogni epoca ha il suo tribunale. Quello dello storia finirà definitivamente per porre Bettino Craxi tra gli uomini politici italiani e i presidenti del Consiglio migliori, non esente da difetti e anche da colpe, come tutti.

Ma sottoposto a indagini e a condanne per un finanziamento illecito che riguardava tutti i partiti della cosiddetta Prima Repubblica, Lui “non poteva non sapere” mentre altri che comunque avevano incamerato finanziamenti illeciti sono usciti indenni perché ”potevano non sapere”! Mentre oggi i partiti che avevano il compito di fondare un nuovo ordine politico stanno affondando nel mare del carrierismo e dell’opportunismo tra “trasmigranti voltagabbana”, guerre di potere e di clan, noi siamo invece orgogliosi di appartenere ad una storia. Oggi i partiti si vantano di non averne alcuna. Come se fosse possibile essere completamente nuovi e non invece ognuno figlio del proprio passato. Eravamo e siamo orgogliosi di appartenere alla luminosa storia del socialismo riformista e liberale italiano.

Di quello che partendo da Turati e Prampolini, (sì Prampolini che era socialista e che nessuno può espropriare alla storia del socialismo reggiano) e… arriva fino a Craxi. Noi, socialisti, abbiamo avuto netta la sensazione nel biennio 1992-94 che ci si dovesse vergognare di aver avuto ragione nella storia. Di avere combattuto la versione autoritaria del socialismo che era appunto il comunismo e di avere proposto l’unica sua versione tutt’ora viva e vegeta che è quella democratica occidentale. Noi chiediamo oggi di valutare ancora la proposta di dare a Craxi un segno di ricordo a Reggio Emilia. Non pensiamo di dovere discutere il Craxi uomo, che avrà commesso i suoi errori. Ma Crispi e Giolitti che oggi sono ricordati a Reggio Emilia con importanti intestazioni di vie del centro, sono stati inquisiti e condannati dalle magistrature del loro tempo. E Crispi anche dalla storia dopo le stragi in Africa e le repressioni in Italia.

Restano però uomini politici di primo piano al di là delle loro posizioni, delle loro responsabilità ed errori. E che dire di Palmiro Togliatti, la cui certa responsabilità nella eliminazione fisica dell’intero gruppo dirigente del partito operaio polacco (e non solo) è stata certificata da Bocca nel suo vecchio libro. L’aver avuto problemi con la magistratura non cambia il giudizio sull’uomo politico, e l’aver avuto gravi responsabilità nelle vicende più delicate del Novecento non è stata ragione sufficiente per impedire a uomini politici italiani di ottenere quel che oggi è invece negato a Craxi. E’ quello che alcuni fanno finta di non capire. Anzi alcuni lo capiscono benissimo.

Forse ancora in alcuni c’è la condanna non del Craxi uomo, ma del Craxi politico. Proprio di quell’esponente che invece noi riteniamo fu essenziale per la democrazia e la sinistra italiane. Craxi ha anticipato Blair e ha capito per primo in Europa che la vecchia idea socialista se non è contigua coi valori del liberalismo è spenta. E ha capito per primo che una politica economica senza un patto sociale (ricordate il referendum sulla scala mobile) è monca e iniqua. E che una politica estera contro Israele o contro i palestinesi è folle. Soprattutto per l’Italia. Che Craxi intendeva come una potenza occidentale alleata ma autonoma dagli Stati Uniti, come l’episodio di Sigonella e la condanna dei bombardamenti di Tripoli e Bengasi del 1986 testimoniano. E’ questo Craxi che vogliamo ricordare oggi. Un Craxi che avrebbe avallato la no fly zone ma sicuramente non le operazioni militari in Libia del 2011, bombardamenti che hanno portato alla disgregazione politica di quel paese. Craxi, un italiano che non piegò mai il capo dinanzi alle ingiustizie ed alla prepotenza straniera.

L’amico di tutti i popoli oppressi dalle dittature, di tutti i popoli che cercano la loro autonomia. La sua venerazione per Garibaldi non era certamente casuale. Amico di Peres ma anche di Arafat, amico di Felipe Gonzales quando il leader socialista spagnolo era in Italia negli anni del franchismo, amico di Mario Soares quando il socialista portoghese era alle prese col salazarismo. Amico e protettore di Jiri Pelikan e dei dissidenti cecoslovacchi, di Solidarnosc e della resistenza polacca al comunismo. Come degli eredi di Allende e quando si recò in Cile per primo tra i socialisti europei, subito dopo il colpo di stato del settembre del 1973, ebbe accenti di forte commozione. Vorremmo ricordare questo straordinario uomo politico, senza enfasi ma anche senza dimenticare che venti anni prima, profetizzava quello che è l’Europa oggi. Infatti scriveva: “….sarà in preda alla disoccupazione e alla conflittualità sociale, mentre il governo italiano sarà costretto a rinegoziare i trattati, perché diventati obsoleti e pericolosi”.

Craxi aveva anche preconizzato e l’attuale situazione lo dimostra, che “la politica avrebbe perso credibilità, lo Stato si sarebbe indebolito e che sarebbero prevalse le scellerate regole della finanza e degli oligarchi”. Craxi pensava sempre al futuro, perché si aggrappava alla speranza di poter tornare nella sua Patria da uomo libero. Vorremmo ricordare che a questo straordinario uomo politico il Governo italiano di allora  (Presidente D’Alema – confessiamo: abbiamo un rigetto nel pronunciarne il nome) rifiutò il salvacondotto per potersi curare in Italia. Craxi sarebbe ancora vivo. Da morto, quello stesso Governo “ipocritamente” offrì poi il funerale di Stato, cosa che la famiglia ed i socialisti rifiutarono.

Craxi aveva dedicato al nostro Paese tutta la sua vita, sin dalla più giovane età, e non ha mai accettato di essere trattato come un delinquente comune, considerando quanto gli era accaduto come una vera infamia. Come tutti anche lui commise errori e sottovalutò situazioni e però pagò il prezzo più alto. Anzi fu il solo che pagò un prezzo Molti vogliono invece dimenticare e risponderanno a questo nostro scritto affermando che Craxi era un corrotto, un latitante”. Per loro poco importa la sentenza postuma della Corte di Strasburgo che condannò la giustizia italiana per aver violato ripetutamente norme, quelle del Giusto Processo, scolpite nel nostro ordinamento legislativo. Un morto non ha più diritto alla revisione processuale che avrebbe consentito di ristabilire la verità vera su Bettino Craxi. Oramai solo la politica ed il tribunale della storia potranno scrivere pagine di giustizia. E la storia renderà onore e merito ad un uomo che giace in una tomba, nella nuda terra, nel cimitero cristiano di Hammamet rivolto verso l’amata Italia, verso la Patria; sulla tomba la scritta “La mia libertà equivale alla mia vita”.

Mario Guidetti, Ivaldo Casali, Livio Belli

Battuto Pittella: i socialisti tornino a fare i socialisti

Antonio Tajani, ex giornalista, ex monarchico, amico di Previti e di Berlusconi, grazie al sostegno delle destre europee (britannici compresi che pure per coerenza al voto non avrebbero dovuto partecipare visto che nelle stesse ore la May annunciava l’uscita da tutto quello che ha a che fare con Bruxelles) è diventato presidente del Parlamento dell’Unione. Ha battuto il socialista Gianni Pittella che alla conta ci è andato in maniera un po’ garibaldina, senza avere le spalle coperte, sbagliando evidentemente tattica e strategia. Ma non è detto che questa sconfitta sia un fatto negativo. Anzi. Tajani e le destre hanno fatto quello che avrebbero dovuto fare i socialisti: chiudere i conti con una “grande coalizione” che li ha trasformati in donatori di sangue, un po’ ovunque. Adesso i socialisti possono tornare a fare i socialisti, a essere realmente progressisti, ad animare all’interno di un Parlamento di anime morte un dibattito serio e una opposizione dura e determinata perché questi sono tempi duri che richiedono determinazione. Contro un progetto che ha tradito gli ideali dei padri fondatori, contro un’istituzione sempre più “serva” della Germania, della Merkel, di Schaeuble, guidata da cavalier serventi come Jean Claude Junker, Donald Tusk e Jeroen Dijsselbloem. Se ci siete, battete non uno ma molti colpi.

Blog Fondazione Nenni

Il nostro futuro
si chiama Europa ed euro

Sembra crescente l’orientamento di scegliere l’Euro come capro espiatorio delle nostre difficoltà ad imprimere alla ripresa economica un’adeguata accelerazione in grado di far recuperare al nostro paese tassi di sviluppo e livelli di occupazione in linea con quelli dei paesi che si trovano oltre le alpi.

Mercoledì scorso la trasmissione “La Gabbia” condotta da Paragone è stata in larga parte dedicata a screditare l’euro con affermazioni e servizi che attribuivano alla moneta unica la causa della decadenza dell’Europa e soprattutto la perdurante crisi economica del nostro paese. Le argomentazioni erano a mio parere  largamente infondate e tendenziose. Ben più autorevoli, meglio motivate e perciò più preoccupanti le posizioni di Giorgio La Malfa e Paolo Savona, sul “Corriere della Sera” dei 27 dicembre e che tuttavia vanno nella medesima direzione. I nostri sostengono la tesi dell’abbandono della moneta unica e il ritorno alle monete nazionali a cambi fissi ma aggiustabili lasciando all’euro la funzione di  mera moneta di riferimento. In altre parole : fine della moneta unica che, così come è stata realizzata sarebbe stato un errore. Per motivare questa affermazione i due autori del breve saggio citano le regole volute dalla Germania che impongono ai soli paesi in deficit l’onere dell’aggiustamento e non richiedono alcun impegno di solidarietà ai paesi in surplus.

Da ciò i vantaggi per la Germania e i prezzi enormi pagati dal nostro paese. Per uscire da questa situazione il nostro paese dovrebbe chiedere che si ponga fine alla moneta unica, attraverso due modalità tra loro alternative. La prima consisterebbe nell’uscita della Germania che farebbe fluttuare la propria moneta consentendo così agli altri paesi, a cominciare dal nostro, di rafforzare i relativi apparati produttivi. Poiché questa strada non sarebbe mai imboccata dalla Germania si potrebbe ripiegare sul meccanismo delle singole monete nazionali legate da cambi fissi e aggiustabili. E se la Germania rifiutasse anche questa soluzione i vari paesi dovrebbero svincolarsi da ogni accordo e seguire politiche monetarie e fiscali del tutto autonome.

Tutto il ragionamento lascia molto perplessi. Se il nostro paese perde competitività la moneta non c’entra. Le ragioni sono  nella nostra bassa produttività e nei costi unitari di molti nostri prodotti. Le colpe sono tutte e solo nostre. Si tratta dunque di condizioni create da noi e che solo noi possiamo modificare. Esse hanno connotati noti e più volte ricordati dalla parte più illuminata del nostro paese. Si chiamano debolezza dell’esecutivo e instabilità del sistema di governabilità che danno luogo a politiche  spesso di corto respiro e non orientate a trasformazioni profonde del meccanismo di sviluppo. Le politiche che modificano profondamente il sistema guardano il lungo periodo  e richiedono quindi governi forti e stabili in grado di resistere a pressioni di parte e lobbistiche spesso intrise di populismo ed elettoralismo. La nave Italia naviga a vista ma al suo interno non mancano esempi  positivi di imprese di successo internazionale che confermano quanto la moneta unica non c’entri nulla con il loro saper accettare e vincere le sfide che la globalizzazione pone. Un esempio per tutti, la Fiat che da una situazione semifallimentare è stata riportata tra i gruppi automobilistici maggiori a livello mondiale, con miglioramenti di produttività, incrementi dell’occupazione, delle retribuzioni e della qualità dei prodotti. Non risulta che la Fiat e tante altre imprese che competono spesso con grande successo sui mercati mondiali chiedano l’uscita dall’euro e conseguente svalutazione monetaria. Certamente esse ne trarrebbero vantaggio con la riduzione dei salari e quindi dei costi che la svalutazione produrrebbe. Ma l’effetto svalutazione sarebbe di breve periodo perché il Sindacato non tollererebbe una riduzione del potere d’acquisto delle retribuzioni. Si rimetterebbero  in moto i noti meccanismi sperimentati nella cosiddetta prima repubblica: inflazione elevata, lotte sindacali a difesa dei salari, di nuovo svalutazione monetaria per riguadagnare competitività. Insomma una situazione di instabilità permanente dove non converrebbe investire un euro da parte degli operatori internazionali. E con la droga della svalutazione continua non affronteremmo mai i veri nodi strutturali che non ci permettono di avere uno sviluppo stabile e un futuro migliore e certo per le giovani generazioni. E tutto ciò per sottacere del terremoto finanziario che provocherebbe già l’indizione di un referendum per l’uscita dall’Euro.

Chi ha qualche risparmio, temendo una sua erosione con il  ritorno alla lira sarebbe indotto a proteggerlo in qualche maniera e certamente non lo lascerebbe in banca. Si potrebbe verificare l’assalto agli sportelli, fuga di capitali,  forse fallimenti bancari e fermiamoci qui. Insomma fine del sogno della stabilità e delle riforme tanto accarezzato dai Ciampi, Prodi, Amato,etc. Ma non sarebbe più semplice dire la verità sulle cause che impediscono una maggior crescita e ritrovare una più forte coesione intesa a rimuoverle quelle cause? E allora ci troveremmo il problema della scarsa produttività, dei bassi investimenti pubblici e privati, dell’eccesso di spesa corrente,dell’inefficienza dei servizi di pubblica utilità, dell’eccessiva tassazione dei fattori della produzione (lavoro e imprese) cui fa da riscontro il basso prelievo sui consumi legato alla eccessiva dispersione delle aliquote IVA  Non inseguiamo false soluzioni. Seguiamo l’esempio dei maggiori paesi europei che hanno insieme all’Euro la piena (o quasi) occupazione e una qualità della vita che non si riscontra in altre zone del mondo.

Nicola Scalzini

La scuola italiana sembra
non aver pace

La scuola italiana sembra non aver pace. Prima la contestazione della legge 107, poi, sembra, la valanga di voti degli insegnanti contro il governo Renzi e oggi in sequenza l’ammissibilità della bocciatura a carico degli alunni della primaria e su “Il Corriere della Sera”, la denuncia delle inefficienze del sistema scolastico italiano da parte di due autorevoli firme: Ernesto Galli della Loggia e Gian Antonio Stella.

Io sono stato tra coloro che hanno difeso la legge di riforma “La buona scuola”,con particolare riferimento al reclutamento dei docenti, direttive tese a porre fine ad un sistema che aveva creato una bolla di precariato a dir poco esplosiva. Oggi prendo atto che quelle o altre norme non hanno incontrato il consenso dei docenti e mi dico: è la democrazia, bellezza.

Sono, invece, assolutamente indisponibile ad accettare per buona la decisione della ministra Valeria Fedeli, che ha confermato la possibilità di bocciare gli alunni della scuola primaria. Per giustificare la decisione, avrebbe dichiarato: “… non abbiamo vietato le bocciature, ma vogliamo mantenere un sistema in cui siano assolutamente eccezionali”. Un noto detto popolare, che non cito in dialetto perché non sono certo della grafia, dice: “peggio la toppa del buco!”.

Non esistono “casi eccezionali”, esistono bensì dei cittadini italiani di età cha va da 6 a 10/11 anni, ai quali le leggi dello Stato garantiscono, sulla base della Costituzione e con un servizio pubblico denominato “scuola”, l’alfabetizzazione di base del “leggere”, dello “scrivere” e del “far di conto”. La scuola ha dei tempi di frequenza fissati e diversi solo per i vari ordini in cui è suddivisa. Quindi il “pierino” di turno deve sedere sui banchi della scuola primaria per cinque anni, né uno in più, né uno in meno.

Ma se “pierino”, nel corso dei cinque anni, non raggiunge i livelli di apprendimento minimi, che cosa facciamo? La norma dice che, con le dovute garanzie, lo possiamo bocciare.

A questo punto, a sostegno della tesi “non si boccia nella scuola primaria” mi appello semplicemente al vocabolario della lingua italiana: bocciare (colpire con la propria boccia quella dell’altro), promuovere (far progredire, stimolare, far avanzare di grado o di dignità).

Ognuno può trarre le dovute conclusioni, senza ulteriori argomentazioni.

Da ultimo, ma non certo per importanza, un commento sui due contributi apparsi oggi su “Il Corriere della sera”. Quello di Gian Antonio Stella si base su un’indagine della rivista “Tuttoscuola”, quindi non si può fare altro che prenderne atto. C’è ancora molto da fare sul versante del sostegno ai “pierini” di cui sopra.

Molto più politica l’analisi di Galli della Loggia, ma almeno su un punto ha ragione, quando afferma che la crisi del sistema scolastico italiano è conseguenza del congedo della politica dalla scuola.

Giancarlo Volpari

Calenda, nasce una stella

Uno, due, tre. Trasporto aereo, auto, televisioni. Carlo Calenda in pochi giorni ha assestato, uno dopo l’altro, tre micidiali colpi. Il primo è arrivato sull’Alitalia, per l’ennesima volta nell’occhio del ciclone, sull’orlo del collasso, con i conti in profondo rosso e a rischio di altri 1.500 esuberi. Il ministro dello Sviluppo economico è intervenuto sull’esplosiva vicenda chiamando in causa le responsabilità di dirigenti e proprietari: «È inaccettabile che paghino i lavoratori». Ha puntato il dito contro il vertice, i vecchi soci privati italiani e i nuovi arabi di Ethiad: «L’azienda è stata gestita male, serve un piano industriale».
Il secondo colpo. Ha strigliato il governo tedesco che ha sollecitato la commissione europea ad indagare sulla Fiat Chrysler Automobiles: «Berlino, se si occupa di Volkswagen, non fa un soldo di danno». L’agenzia per l’ambiente Usa, infatti, ha messo sotto accusa il gruppo automobilistico italo-americano, denunciando eccessive emissioni di due modelli diesel, ma nel 2015 era toccato alla Volkswagen, incappata quindi in salatissime multe. Il ministro, nel caso di Fiat-Chrysler, come possibile spiegazione delle accuse ha fatto riferimento al cambio della guardia tra Obama e Trump alla presidenza americana: «Le agenzie Usa di solito sono abbastanza indipendenti. Ma ora non so, bisogna vedere le carte».
Il terzo colpo è piombato sull’assalto della francese Vivendi alla proprietà di Mediaset. La scalata alle televisioni di Silvio Berlusconi lo ha lasciato interdetto: «Penso che quella di Vivendi sia un’operazione di mercato condotta in modo opaco perché non chiarisce il punto di caduta. Un investitore deve venire in Italia spiegando cosa fare». Ha chiarito: «Non si tratta della difesa dell’italianità di Mediaset, ma della dignità del Paese perché l’Italia non è un Paese di scorrerie».
Aerei, auto, televisioni: tre settori economici molto diversi, ma tutti rilevanti, di prima grandezza. Tre interventi nei quali Calenda ha superato i confini tecnici per porre problemi politici. Il tecnico è diventato politico chiedendo il rispetto di regole sociali, economiche, di politiche industriali anche in un quadro di rapporti internazionali delle imprese italiane con quelle estere. È l’antico concetto della supremazia della politica sull’economia, degli interessi generali del paese rispetto a quelli personali o di gruppi economici, nazionali o stranieri.
Carlo Calenda, 43 anni, dirigente d’azienda (dalla Ferrari a Sky alla Confindustria), già collaboratore e amico di Luca di Montezemolo, finora era stato più un apprezzato tecnico che un politico. Prima aveva aderito a Italia Futura, l’associazione dell’imprenditore Montezemolo, poi a Scelta Civica, il partito dell’economista Mario Monti, due movimenti nati per rinnovare la politica. Nelle elezioni del 2013 non fu eletto deputato nelle liste di Scelta Civica, ma Enrico Letta lo portò nel suo governo come vice ministro dello Sviluppo economico. Quando nel 2015 si dissolse il partito di Monti passò al Pd di Matteo Renzi. È seguita una folgorante ascesa ricca di risultati: rappresentante italiano presso l’Unione europea, ministro dello Sviluppo negli esecutivi di Matteo Renzi e di Paolo Gentiloni.
Fino a poco tempo fa Calenda era considerato solo un tecnico, un valente tecnico. Adesso c’è stato il salto politico. Renzi, dopo la sconfitta subita nel referendum costituzionale del 4 dicembre, è impegnato a rinnovare il programma e la classe dirigente del Pd. Il segretario democratico sta cercando giovani e “facce nuove” da valorizzare. Forse in politica è nata una nuova stella, quella di Carlo Calenda.

Rodolfo Ruocco

L’Unità… di crisi

L’Unità è in crisi. L’ennesima. E questa volta non ci sono i film in cassetta o figurine Panini, di indimenticata epoca veltroniana, ad aumentarne le vendite, almeno nel week-end. Nè, tantomeno, i soldi delle donazioni volontarie da parte delle generose sezioni del “tempo che fu” a far tirare un qualche piccolo respiro di sollievo; un refolo di vento ristoratore rispetto alla tempesta di debiti che affonda il giornale che fu di Antonio Gramsci.
Il Renzi silenzioso, intanto, si dice che sia in giro per l’Italia a cercare nuove promesse della politica, da presentare all’elettorato italiano a tempo debito. Persone che rilancino il partito dopo le non esaltanti prove referendarie. Scelte, soprattutto, tra gli amministratori locali; quelli che dovrebbero assicurare una certa visibilità acquisita col ruolo, ed essere capaci, al contempo, a tenere l’orecchio a terra per misurare i sommovimenti popolari. Rumori, a volte, sconosciuti lì, sulla cima della piramide.
Rilanciare il partito è un comandamento da assolvere con dovizia. Ma, in questo progetto, pare, non venga annoverato l’organo del PD: l’Unità, appunto.
E ad affermarlo è proprio il suo direttore attuale, Sergio Staino, chiamato da Renzi per sostituire il renziano di ferro Erasmo De Angelis. Reo, quest’ultimo, di aver diretto un’Unità, si dice, un pochino troppo appiattita sul capo, e in tremenda crisi di vendite.
Staino si lamenta dell’assenza del segretario. Di un abbandono costante del giornale da parte della dirigenza del partito. Abbandono che, delle volte, si sarebbe trasformato in chiaro ostracismo. Palpato con mano con il mancato invito alla manifestazione di Piazza San Paolo a Roma per il “si” al referendum. E rivissuto, negli stessi termini, ai tempi dell’ultima Leopolda.
Eppure le parole di Renzi erano state chiare, ed il piano politico netto. Rilancio del giornale. Ridenominazione delle poco fascinose feste “Democratiche” con il loro vecchio nome di battaglia, “Feste dell’Unità”; molto più consono a motivare le vecchie truppe volontarie. Le quali, qualche anno fa, hanno dovuto veder distribuite alle loro feste le copie del quotidiano “Europa”, al posto del loro foglio di appartenenza storico. Che, nel frattempo, era chiuso.
Il maggior azionista, Pessina, è probabile che non metterà un euro se non ci sarà una chiara linea editoriale. La quale, e non può essere altrimenti, deve avere i crismi politici; che si addicano ad un organo di partito con l’ambizione di essere un mezzo al servizio dei militanti, sia per “informazioni di servizio”, che per approfondimenti e dibattiti.
Ma tutto ciò non c’è. O, almeno, non spunta da un orizzonte da dove, di certo, si vede già minaccioso arrivare 1 di febbraio. Quando si terrà l’assemblea dei soci. La quale, se non ricapitalizza, sarà chiusura. E la decisione unilaterale di Pessina di procedere a licenziamenti (anche senza ammortizzatori sociali, pare), dà segnali sconfortanti ai dipendenti.
Oltre a Pessina, l’altro socio del giornale è la fondazione del Partito Democratico, EYU: acronimo di “Fondazione Europa, Yuodem e l’Unità”. La parte politica di questa storia, appunto. E che D’Alema ha ribattezzato, controllando forse gli organigrammi, “Fondazione Matteo Renzi”; osteggiandone fino alla fine l’entrata nella Foundation for European Progressive Studies (FEPS). Di cui il leader maximo è presidente dal 2009.
Il FEPS è una fondazione europea che, come ben descritto da Annalisa Chirico sul Foglio, mette in rete caminetti, pensatoi e organizzazioni legate al socialismo europeo. Farne parte significa accedere a rimborsi spese (finanziamenti) da utilizzare per iniziative sul territorio nazionale, elargiti dal Parlamento Europeo.
Ma D’Alema o non D’Alema, oggi la fondazione EYU fa parte di FEPS. Accedendo, così, a soldi pubblici, che in Italia non sarebbero più “abbordabili” per sovvenzionare la politica.
La situazione appare drammatica, in linea con la sofferenza generalizzata della carta stampata in Italia.
I tempi delle vacche grasse sono finiti. E per l’Unità, il cui bacino di utenza è stato irrimediabilmente eroso dalla crisi dei partiti, dalla fine delle sovvenzioni pubbliche e, in tempi non sospetti, dall’avvento del quotidiano Repubblica, appare, ormai, un ricordo in bianco e nero la capillare diffusione dell’organo di informazione che fu del PCI.
E, a quanto pare, il suo peso specifico nella campagna devastante campagna referendaria, conclusasi come sappiamo il 4 dicembre, è stato irrisorio, o difficilmente quantificabile. Fatto, forse, non passato inosservato.
Il deputato Andrea Romano, condirettore dell’Unità, afferma che il partito sta facendo tutto il possibile, richiamando i Pessina alle loro responsabilità. Perché, dice Romano, “l’Unità non è un autobus su cui si sale quando si vuole e si scende quando le cose non vanno bene […]. I giornali hanno bisogno di una compagine aziendale solida”.
Vero. Ci vogliono i soldi (che non si sa se ci sono). Ci vogliono i lettori (che, a quanto pare, invece, latitano). Ci vuole anche la parola del segretario. Anche solo per dire la parola “fine”. O: “contrordine, compagni!”.

Raffaele Tedesco

Matteotti, sfregiata la sua memoria

Hanno ucciso Matteotti ancora una volta!

Mani ignote si sono accanite contro la lapide posta al monumento sul Lungotevere a Roma in occasione dell’ottantesimo anniversario della morte del martire socialista.

La lapide è stata frantumata in tanti pezzi lasciati in terra per sfregio e tutto questo è avvenuto nel cuore di Roma, di fronte al Ministero della Marina, in una strada di grande traffico. Nessuno, ovviamente, ha visto nulla.

Mi chiedo: è mai possibile che possa esserci qualcuno talmente ottenebrato dall’odio e, permettetemi di dirlo, dalla stupidità da non rendersi conto che l’oltraggio non colpisce tanto Giacomo Matteotti, splendida figura di italiano, di democratico, di socialista quanto tutta la comunità civile che al sacrificio di Matteotti deve inchinarsi reverente perché la sua morte tragica è stata forse il primo atto di resistenza alla dittatura fascista?

Spero che la classe politica italiana che all’impegno sociale, civile di Matteotti dovrebbe ispirarsi intervenga per esaltare la memoria di Matteotti e ripristinare al più presto il monumento.

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Gianna Granati
Blog Fondazione Nenni

La cecità della politica economica europea

Con l’articolo “La crescita che vorremmo”, Carlo D’Adda, professore emerito dell’Università di Bologna, nel n. 6/2016 de “Il Mulino”, torna su un tema a lui caro, il problema del superamento della crisi, che ancora pesa su molti Paesi dell’Unione, per proporre ai responsabili delle scelte di politica economica, nazionali ed europei, una prospettiva di politica economica alternativa a quella sinora seguita, rivelatasi priva di esiti positivi.

La critica di D’Adda è di facile percezione e convincente, per cui non si riesce proprio a capire, sia perché a livello nazionale nessuna istituzione governativa, o segmento autorevole dell’intero establishment, si sia fatto interprete presso le istituzioni europee delle proposta che da tempo l’economista bolognese va sostenendo, sia perché le stesse istituzioni europee, e/o i governi più influenti dell’Unione, continuino ad insistere sulla vecchia litania dell’austerità ad ogni costo.

D’Adda osserva che la maggior parte degli economisti concorda sulla necessità che, per riattivare il processo di crescita delle economie nazionali in crisi, occorra promuovere l’aumento della produttività del lavoro; questa però cresce solo se cresce l’economia nel suo complesso. Ciò significa che, nella realtà del come si svolge il processo economico, occorre considerare quali siano le condizioni perché la crescita possa realmente attivarsi. A tal fine, decisive sono le aspettative degli operatori economici, i quali saranno propensi ad effettuare gli investimenti per realizzare le necessarie innovazioni di processo o di prodotto, solo se le aspettative saranno favorevoli; fatto, questo, che accade quando la domanda sollecita l’offerta.

Quest’ultima considerazione – afferma D’Adda – “è entrata con forza nella teoria economica ottant’anni fa con Keynes. Su di essa si basa in gran parte l’idea che lo Stato possa giocare un ruolo attivo di grande importanza nella cura delle recessioni”; ciò perché lo Stato, essendo il più grande operatore del sistema economico, è in grado di “rovesciare le aspettative depresse che seguono i periodi di crisi attraverso programmi di “spesa pubblica in disavanzo”. Sennonché, la teoria keynesiana, pur avendo ispirato le politiche economiche di successo dei primi trent’anni successivi al Secondo conflitto mondiale, è caduta in disuso dopo l’avvento dell’ideologia neoliberista, che è valsa ad affermare una visione del funzionamento del sistema economico esclusivamente basata sull’idea che il mercato, quando è lasciato libero di funzionare, senza interventi esterni regolatori, può porre “rimedio a ogni malfunzionamento dell’economia assai meglio delle politiche di stabilizzazione”.

La condivisione dell’ideologia neoliberista ha offerto ai Paesi membri dell’area dell’Euro di adottare delle direttive restrittive in tema di compilazione dei bilanci pubblici, “per paura che qualcuno dei Paesi che hanno adottato la moneta comune finisca, in un modo o nell’altro, per cedere alla comune banca centrale (la Bce) il proprio debito pubblico, di fatto accollandolo ai partner”. La paura, o visione egoistica della crisi, ha “tarpato le ali” della capacità razionali di governo dei responsabili europei delle scelte di politica economica; questi, infatti, anziché far tesoro della lezione keynesiama del passato, hanno preferito affidarsi alle direttive prudenziali dell’ideologia neoliberista, imponendo ai Paesi in crisi, soprattutto se fortemente indebitati, come ad esempio l’Italia, di provvedere a ridurre i loro debiti pubblici attraverso scelte rigorose di austerità, utili a consentire di realizzare una quota di risparmio superiore a quella abituale. Ciò, secondo le direttive europee, doveva essere reso possibile dalla realizzazione, a costo zero, di riforme dell’intera struttura dell’organizzazione dell’intero sistema-Paese.

Nel caso dell’Italia, l’applicazione delle direttive europee ha avuto un risultato che è sotto gli occhi di tutti; le riforme, lungi dal favorire la riduzione del debito pubblico e la ripresa della crescita, sono valse a fare diminuire la domanda finale, il livello del reddito e del risparmio totale, e a fare aumentare la disoccupazione; in tal modo, il livello del debito pubblico, anziché diminuire, è aumentato.

Inoltre, D’Adda osserva che le direttive europee in fatto di bilanci pubblici non hanno mai fatto distinzione tra “disavanzi pubblici per eccesso di spesa corrente” e “disavanzi originati da investimenti pubblici”, quali quelli che possono essere realizzati in infrastrutture; in tal modo, è stato del tutto trascurato il fatto che se tali investimenti in infrastrutture fossero stati orientati a fare aumentare la produttività del lavoro, la conseguenza più immediata sarebbe stata quella di promuovere l’aumento del livello del prodotto interno nazionale (PIL). Tutto ciò è stato ignorato dalle istituzioni europee; queste, infatti, con le loro direttive riguardanti la compilazione dei bilanci pubblici, hanno ritenuto, sbagliando, che la ristrutturazione degli apparati statali delle economie in crisi potesse essere realizzata a costo zero, quindi senza i necessari investimenti.

Quale potrebbe essere, si chiede D’Adda, il rimedio alle direttive sbagliate dell’Unione Monetaria Europea? Il correttivo è quello che da sempre l’economista dell’Università di Bologna sta formulando: occorrerebbe distinguere, in fatto di bilanci pubblici, tra “regole annuali” e “regole di programma pluriannuali”; a livello annuale, occorrerebbe “non imporre vincoli sui progetti di investimento produttivi avanzati dagli Stati membri”, abbandonando a tal fine la “limitazione annua del disavanzo complessivo, mantenendola invece sul disavanzo al netto degli investimenti pubblici riconosciuti come produttivi”. Se l’Unione Monetaria Europea, osserva D’Adda, ritenesse opportuno verificare che si tratta realmente di investimenti produttivi, “potrebbe riservarsi un diritto di approvazione”. Se la procedura indicata fosse accettata, ai Paesi in crisi maggiormente indebitati verrebbe restituito “un fondamentale strumento di politica economica che oggi manca con grave pregiudizio del controllo del ciclo economico e della stessa crescita”.

Con riferimento ai bilanci pubblici di programma, la condizione di sostenibilità da rispettare consisterebbe nel vincolo che il tasso di crescita di lungo periodo del debito pubblico complessivo non superi il corrispondente tasso di crescita del PIL; ciò, al fine di assicurare che il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo possa, anch’esso nel lungo periodo, aumentare. Dovrebbe trattarsi di una regola da non imporre anno per anno, ma con riferimento all’intero arco di tempo del bilancio pluriennale. Ciascuno dei progetti proposti “dovrebbe stimare ed evidenziare quale sia l’effetto degli investimenti pubblici da realizzare sul complessivo tasso di crescita dell’economia”, nonché l’effetto sulla crescita della produttività del lavoro. A parere di D’Adda, se tutti i Paesi dell’Unione Monetaria avessero realizzato “un vigoroso programma di investimento annuale di investimenti pubblici autenticamente produttivi da finanziare sul mercato”, a programma realizzato il tasso di crescita dell’intera Unione sarebbe stato nettamente più elevato di quello sperimentato negli anni recenti, e soprattutto, lo si sarebbe realizzato “senza appesantimento dei debiti pubblici in rapporto al PIL dei Paesi membri”.

Non tutti gli economisti, però, concordano sulla necessità che sarebbe stato opportuno riservare prioritariamente agli “interventi attivi sulla domanda”. Sulla necessità di riforme strutturali dell’organizzazione complessiva del sistema-Paese, D’Adda non ha dubbi; egli però osserva che, perché il processo di riforma possa avere successo occorre che le imprese avvertano l’opportunità di adattarsi “con nuovi investimenti al nascere di aspettative favorevoli. […] E a questo fine, nulla è più efficace degli investimenti pubblici che accrescono tutte le componenti della domanda, sia quella per consumi espressa dai nuovi occupati, sia quella che si rivolge al sistema produttivo per la realizzazione di opere pubbliche e strutture per la realizzazione di servizi”. D’Adda conclude affermando che, se fosse stata accolta, la sua proposta avrebbe contribuito, tra l’altro, a favorire una lievitazione dei prezzi, per fare uscire l’intera economia dell’Unione dalla pesante situazione deflazionistica, che ha finito col peggiorare per i sistemi economici la possibilità di fuoriuscire dal tunnel della crisi.

Un’altra misura per il rilancio della crescita, non necessariamente sostitutiva di quella precedentemente illustrata (ma certamente, secondo D’Adda, più ambiziosa), avrebbe potuto consistere nella decisione, da parte di tutti i Paesi dell’Unione Monetaria Europea, di realizzare un programma di investimenti diretti in Africa, unicamente finalizzati a creare le condizioni per la soluzione del problema del contenimento dei flussi migratori versi l’Europa. Ciò avrebbe consentito ai Paesi dell’Unione di prendere parte, da protagonisti, alla realizzazione di un programma di prestigio, ma anche largamente umanitario. A parere di D’Adda, questa iniziativa avrebbe dovuto trovare un largo appoggio da parte di tutti i Paesi dell’Unione; sennonché, i governi dei Paesi maggiormente coinvolti dal fenomeno migratorio sono stati “incapaci di escogitare rimedi salvo quello di chiudere tutte le porte d’ingresso nei loro Paesi”, o disposti solo ad erigere muri dissuasivi.

Una simile iniziativa, conclude sconsolato D’Adda, non è entrata nelle agende governative dei singoli Paesi; ciò perché, se anche avessero maturato buoni propositi riguardo all’Africa ed alle altre aree del mondo in crisi, i governi interessati si sono guardati bene dal proporli ai loro cittadini, per evitare reazioni negative sul piano elettorale.

Quest empasse, se può indurre gli Italiani a non meravigliarsi dell’incapacità di iniziativa del governo del loro Paese, da anni impegnato in riforme che ben poco hanno a che fare con la l’aumento della produttività del lavoro, meraviglia invece l’”egoismo” dello Stato, la Germania, che, in virtù del suo “peso” economico”, ha sinora imposto vincoli severi agli altri Paesi partner dell’Unione. La Germania, oltre che mancare di proporre iniziative sul tipo di quelle indicate da D’Adda, che sarebbero state auspicabili nell’interesse di tutti, non ha certo brillato anche riguardo al processo di unificazione politica dell’Europa; il perseguimento do questo obiettivo avrebbe costituito un valido punto di forza per portare a compimento progetti ed iniziative di ben altro segno rispetto a quelli privilegiati, che hanno avuto l’effetto, non solo di impedire l’adozione di efficaci misure per il superamento della crisi economica, ma anche di non contribuire alla soluzione di alcuni dei problemi internazionali, quale quello dei flussi migratori, che maggiormente riguardano l’intera Europa comunitaria.

Gianfranco Sabattini

Grillo, voglia avvelenata
di governo

Sembrava tutto fatto, invece l’accordo a sorpresa tra i liberaldemocratici europei e il M5S è clamorosamente saltato, è durato appena poche ore. Il contrordine cinquestelle, lanciato da Beppe Grillo, sembrava funzionare. Il garante del Movimento 5 Stelle, improvvisamente, aveva proposto il cambio di marcia, avallato dagli iscritti con il 78,5% di “sì” in una votazione online.

Grillo aveva chiesto e ottenuto di “ripensare” le alleanze nel Parlamento europeo: disco verde all’alleanza con i liberal-democratici, il gruppo dell’Alde, quello più convintamente europeista tra le forze politiche dell’Unione europea. Addio al gruppo Efdd (Europa della libertà e della democrazia diretta) che aveva formato con l’Ukip, il partito inglese di destra per anni diretto da Nigel Farage, l’artefice del vittorioso referendum dell’anno scorso sull’uscita della Gran Bretagna dalla Ue.

Subito si è capito, però, che qualcosa non andava per il verso giusto. La scelta aveva scosso il M5S. Molti esponenti cinquestelle avevano parlato di “tradimento” delle vecchie battaglie: contro la Ue, contro l’euro, contro l’immigrazione di massa, contro le classi dirigenti e la finanza predatrice dell’Europa a trazione tedesca. I liberali della Ue, con il loro liberismo in economia e il loro credo europeista, finora sono sempre stati in contrapposizione con il M5S, considerato un movimento populista con tratti autoritari.

I cinquestelle per anni avevano lanciato slogan durissimi contro la Ue e, in particolare, contro la moneta unica europea: «Fuori dall’euro», «firma per il referendum», «l’euro uccide le imprese». L’Unione europea e l’euro, pur con i loro difetti da superare, sono ritenuti dei traguardi intangibili dalle forze socialiste, popolari e liberali del vecchio continente.

L’intesa prima ha scricchiolato: anche all’interno dell’Alde c’è stata un’alzata di scudi contro l’adesione dei pentastellati al gruppo parlamentare. Una parte degli europarlamentari liberaldemocratici francesi e tedeschi si opponeva. Marielle de Sarnez, vicecapogruppo dell’Alde, non voleva sentire ragioni: «Farò di tutto per impedire che succeda, sarebbe un’alleanza empia». Alla fine, dopo frenetiche consultazioni, è arrivato un secco no. Guy Verhofstadt ha rinunciato a porre in votazione la scelta. Il capogruppo dell’Alde al Parlamento europeo ha spiegato il no: «Sono arrivato alla conclusione che non ci sono sufficienti garanzie di portare avanti un’agenda comune per riformare l’Europa. Rimangono differenze fondamentali sulle questioni europee chiave». Manca un minimo comune denominatore politico: «Non c’è un terreno comune sufficiente per procedere con la richiesta del Movimento 5 Stelle di far parte del gruppo dell’Alde».

Beppe Grillo non l’ha presa bene. Il blog del leader cinquestelle ha subito contrattaccato: «L’establishment ha deciso di fermare l’ingresso del MoVimento 5 Stelle nel terzo gruppo più grande del Parlamento Europeo». L’accusa è contro i poteri forti europei ed italiani: «Questa posizione ci avrebbe consentito di rendere molto più efficace la realizzazione del nostro programma. Tutte le forze possibili si sono mosse contro di noi. Abbiamo fatto tremare il sistema come mai prima».

Questa volta il capo dei pentastelalti ha fatto un passo falso. L’intesa con i liberaldemocratici non ha retto al momento del varo. L’accordo avrebbe potuto aiutare a superare lo scetticismo e l’avversione delle cancellerie europee verso i cinquestelle, giudicati una forza populista, antieuropea con venature autoritarie.

La marcia del M5S dall’opposizione totale anti sistema verso il governo si fa più difficile. Grillo, dopo i grandi successi elettorali e la conquista dei sindaci di molte città importanti (in testa Roma e Torino) cercava di costruire un programma di governo da proporre in caso di elezioni politiche anticipate, o di fine regolare della legislatura nel 2018. Sembra che Grillo a dicembre abbia invitato i cinquestelle a serrare i ranghi superando i duri contrasti interni: «Ora avanti compatti, niente scherzi, dovete essere uniti. C’è uno spiraglio per andare al governo». Ma la voglia di governo potrebbe rivelarsi una mela avvelenata.

Rodolfo Ruocco

Un “colpo di reni” politico

L’Avanti! dei primi giorni del nuovo anno ha affrontato, per la penna del direttore, due questioni di primaria attualità: il possibile futuro di Matteo Renzi e la diaspora degli eredi di Craxi.

Esprimo il mio consenso sui due temi ed aggiungo, su entrambi, qualche mia riflessione.

1.- Che fine farà Renzi? Certo è malmesso, giacchè è sempre vero che niente ha più insuccesso dell’insuccesso. La rievocazione da parte del direttore dell’Avanti! di sconfitte seguite da grandi ritorni negli anni gloriosi della prima Repubblica è utile e opportuna, se è vero che la storia è maestra di vita. Ho conosciuto da vicino e stimato assai Amintore Fanfani. Sono stato anche suo ministro. Di lui sono noti gli alti e i bassi, i “corsi e ricorsi”, che furono anche chiamati “quaresime e resurrezioni”. Quel che è accaduto al veltro di Pieve Santo Stefano può succedere anche al boy scout di Rigano sull’Arno? Non lo escluderei, a patto che Matteo sappia elaborare il lutto della sconfitta, che è figlia dell’eccesso di fiducia in se stesso (superbia l’ha chiamata brutalmente Claudio Martelli su “Il Giorno”). Come ha detto Paolo Mieli, Renzi deve aspettare fuori dalla mischia, avere pazienza e compiere un nuovo percorso, anche personale, nel divenire della vicenda politica italiana. Sbaglierebbe se cercasse una rivincita immediata come capo del PD. Sbaglia certamente se ricerca la rivincita subito, in un nuovo lavacro elettorale. Deve capire che il Paese, dopo due anni di baruffa referendari a non può consentirsi, e tanto meno approvare, un altro, immediato periodo di baruffa elettorale, lasciando marcire i problemi che incombono: nella realtà economico-sociale della Nazione, nello scacchiere europeo, dove sono in calendario alcuni appuntanti “storici” e nella realtà internazionale. Su questo versante è altissimo il rischio di lasciare il ruolo di protagonisti assoluti a Vladimir Putin e a Donald Trump. Leggo su “Il Foglio” di sabato 7 gennaio è dello stesso parere anche il “nostro” Fabrizio Cicchitto.

Questo – elaborare il lutto e preparare il ritorno in campo con un nuovo progetto – è, a mio parere, il primo consiglio che Riccardo Nencini del Mugello deve dare al Matteo Renzi di Rignano.

Confesso che ho avuto simpatia per Renzi. Non sono andato a sostenerlo alle primarie per la segreteria del PD. Sono andato, per contro, a votarlo quando era antagonista di Bersani per la candidatura a Palazzo Chigi. Era allora davanti ai nostri occhi il bilancio disastroso della Seconda Repubblica, quella di Berlusconi, Prodi e D’Alema. Era anche forte la voglia di nuovo, la simpatia per chi aveva rottamato parte dei postcomunisti. E bastato allora il passa-parola con i compagni e gli amici del mio paese per determinare un risultato inatteso: i socialisti hanno fatto vincere il seggio a Renzi, commentavano incazzati i postcomunisti del luogo.

Se potessi essere ascoltato da Renzi, gli direi di non promuovere con frenetica urgenza spedizioni punitive nei confronti dei suoi nemici interni, fra i quali vedo impegnato con cattiveria il “nostro” Bersani, quello della parafarmacie, cittadino di Bettola, paese piacentino in cui lui non “vendemmia” tutti i voti che dovrebbero incoronare la sua leadership nazionale. Lo esorterei invece a progettare l’architettura di un nuovo programma, davvero capace di far uscire l’Italia dal pantano, promuovendo quella “ripartenza” troppo annunciata e mai arrivata.

Su questo versante, noi, piccola comunità socialista, possiamo dargli qualche aiuto, specialmente se avrà il seguito sperato la conferenza programmatica in cantiere, che noi chiamiamo “Rimini 2”, perché vogliamo che sia la continuità della leggendaria Conferenza del PSI che si svolse a Rimini, ove Claudio Martelli predicò l’alleanza fra merito e bisogno.

2.- Passo così al secondo editoriale di Mauro Del Bue, quello incentrato sulla “diaspora” socialista, conseguente alla chiamata in causa della magistratura da parte di alcuni socialisti dissidenti, con correlato annullamento del congresso, accompagnato dalla gogna dei socialisti su ‘Repubblica’ e sul ‘Fatto Quotidiano’ dello sghignazzante Marco Travaglio.

Per venir fuori da queste sabbie mobili serve un “colpo di reni” politico, non solo nel congresso, ma anche nelle assemblee provinciali e regionali che devono quanto prima essere convocate . E’ inoltre necessaria la concordia virtuosa ed operativa fra i massimi dirigenti del partito. Fra essi avranno un ruolo non secondario, oltre al nostro segretario, Riccardo Nencini e al Direttore che ha rilanciato l’Avanti!, Mauro Del Bue, i compagni che hanno meritoriamente ricostruito storicamente e tenuto vivi il pensiero e la storia del socialismo italiano dopo la “grande slavina” degli anni ’90. Mi riferisco a Luigi Covatta, che ha rilanciato Mondoperaio e a Gennaro Acquaviva che ha promosso l’Associazione Socialismo. Sono gli stessi che ora stanno allestendo la Rimini 2. Sono fiducioso, da inguaribile ottimista, che questo mio invito possa essere raccolto. Non vedo altre possibilità di uscita dal tunnel al di fuori della cooperazione fra questi quadrumviri. Ho un rapporto anche personale di stima e di affetto con ciascuno di loro.

Concludo rilevando che un ruolo importante per raggiungere la riva della nostra salvezza politica spetta anche a Bobo Craxi, non solo perché porta quel nome. Mi vengono alla mente le confidenze affettuose di Bettino mi ha fatto su suo figlio, quando egli si affacciava timidamente sulla ribalta dell’agone politico. Lui sperava che divenisse un virtuoso “figlio d’arte”. Gli voglio anche bene perché lui e la sua famiglia hanno subito una persecuzione, accompagnata dalla scomparsa in esilio del leader che aveva costruito il nuovo corso del socialismo italiano.

Mi domando, e domando a chi mi legge, se questa mia prosa accorata è una sorta di “mozione degli affetti”. Certo che lo è. Ma è anche la manifestazione di fiducia nell’intelligenza politica e nell’orgoglio di chi ha raccolto l’eredità del socialismo liberale italiano.

Fabio Fabbri