Di Maio lasci perdere il ‘padre nobile’ Pertini

Alla ricerca di “padri nobili” da esibire come fumo negli occhi a chi dovesse ritenerlo in grado di fare il capo del governo, Luigi Di Maio scopre una discendenza “politica” con Sandro Pertini. A parte il fatto che è sin troppo facile fare riferimento a un personaggio che ha conquistato giustamente grande popolarità essendo ancora oggi il presidente della Repubblica più amato d’Italia, in politica è sempre meglio evitare certi imbarazzanti paragoni. Inoltre va anche detto, che in quella generazione, se solo Di Maio si fosse applicato un po’ di più nella lettura e nello studio della politica e dei suoi personaggi, forse avrebbe trovato anche altri a cui fare riferimento. Chiaramente, però, per gli “altri “ sarebbe stato necessario motivare, spiegare e la cosa non sarebbe stata sintetizzabile in un tweet o in uno slogan da “fiera della vanità”. Quanto poi sappia di Pertini il nostro candidato-premier, non è dato sapere essendo nato esattamente un anno dopo l’uscita del miglior presidente italiano dalle stanze del Quirinale. Confidiamo che glielo abbiano spiegato con dovizia di particolari genitori e parenti vari. Ma, al momento, con Pertini, il giovane Di Maio ha veramente poco da spartire. Certo non la partecipazione (anche piuttosto eroica) alla Grande Guerra; a livello politico, il Presidente fu un grande socialista (il “compagno Sandro” anche da presidente) si batté contro il fascismo, fu perseguitato, rischiò la vita, andò in esilio, organizzò la fuga dall’Italia di Filippo Turati; a parte qualche folkloristica iniziativa con i suoi colleghi di partito nelle aule parlamentari, nulla di tutto ciò che si legge nella biografia di Pertini si rinviene in quella del candidato premier. Il fatto è che tutti quanti noi ci sentiamo orfani di Pertini e di una politica che era frequentata da personaggi straordinari come Nenni, Lombardi, Basso, De Martino e chi più ne ha più ne metta. Ecco perché per una forma di rispetto nei confronti di “padri” oggi decisamente troppo nobili (considerato l’attuale parterre politico, pentastellati compresi), Di Maio farebbe bene ad astenersi da certi imbarazzanti (soprattutto per lui) riferimenti. Provi a essere se stesso nella migliore versione possibile (e non l’abbiamo ancora vista) e lasci Pertini alla storia e al Pantheon nazionale.

Blog Fondazione Nenni

La crisi della sinistra

La sinistra  è in crisi in tutto il mondo perché una volta al governo copia la destra e non è in grado di portare ed attuare idee nuove in  termini di uguglianza di produzione di solidarietà etc…Dopo l’inadeguatezza delle  socialdemocrazie  e la rinuncia a trovare una terza via dei partiti socialisti tra capitalismo e statalismo ci si è appiattiti sulla ricerca del meno peggio del capitalismo anziché forzare la mano sui principi etici fondamentali di giustizia  solidarietà mondiale e sviluppo per tutti i popoli ponendo l’uomo  il pianeta e la cultura al  centro della battaglia per la sopravvivenza.

In  fondo la precarizzazione del lavoro e le più grandi disuguaglianze sono il frutto dei governi di sinistra e di questo modo di pensare  e di annacquare tutte le giuste idee radicali perché considerate estremiste. Un’altra battaglia persa perché non combattuta è quella contro la libera circolazione dei capitali finanziari che anziché creare ricchezza hanno accentuato  le disuguaglianze. Ma il più  grosso errore la sinistra lo sta facendo con le posizioni schizofreniche sul problema dei migranti accodandosi spesso alle posizioni razziste della destra xenofoba anziché rivendicare i sacrosanti diritti etici economici e civili a cui si ispiravano i padri fondatori del socialismo.  Questa è la colpa e la macchia indelebile della sinistra attuale che la porterà alla scomparsa salvo improbabili sussulti che non potranno che venire non dall’europa o dall’occidente ricco e culturalmente avanzato ma dalle società primitive del terzo mondo

Rino Capezzuoli

Intervento in Libia nel 2011: la fiera delle verità di comodo

Il dibattito che si è acceso sull’intervento italiano in Libia nel 2011 ha aspetti surreali. Anche perché, come al solito, la ragion di partito induce a straparlare. Dimenticando situazioni e condizionamenti. Da questo punto di vista, Matteo Salvini è il solito campione di bon ton, ma forse dovrebbe tacere anche Giorgia Meloni per non parlare di Ignazio La Russa che in questi anni sulla vicenda ha detto di tutto e anche di più. Il desiderio di scaricare sulle spalle di Giorgio Napolitano la responsabilità di una guerra che ha prodotto solo instabilità nel Mediterraneo, è tanto forte da sfidare l’impulso a contraddirsi. Una cosa è evidente: un intervento militare non può essere deciso da una persona sola, dunque Napolitano non può aver fatto tutto nel chiuso del suo laboratorio del Quirinale. Un’altra cosa è evidente: certe scelte sono figlie delle situazioni contingenti. In quel caso la situazione era stata determinata da Nicolas Sarkozy che, spalleggiato dalla Gran Bretagna, aveva cominciato a cannoneggiare la Libia per imporre su quell’area strategica dal punto di vista degli approvvigionamenti energetici (petrolio e gas) la propria egemonia che aveva come corollario il ridimensionamento del ruolo dell’Italia.

Alla fine, dopo la delibera dell’Onu l’Italia intervenne per un motivo molto semplice: evitare che Sarkozy facesse l’asso pigliatutto, impedire l’emarginazione dei nostri interessi nel momento in cui si fosse insediato un nuovo governo. Noi, come è noto, eravamo decisamente “schiacciati” su Gheddafi, accolto a Roma da Berlusconi con tanto di baciamano. I rischi erano altissimi e oggi lo riconosce pure La Russa, all’epoca ministro della difesa, che sottolinea come Gheddafi fosse spacciato e l’Italia rischiasse “di lasciare campo libero alla Francia di Sarkozy”. Ora si dice: fu Napolitano a imporre la scelta. E lo stesso La Russa afferma che l’azione del presidente varcò la soglia costituzionale. Peccato, però, che sempre l’allora ministro della difesa un paio di anni fa, il 16 febbraio 2015, al “Quotidiano Nazionale” abbia dichiarato qualcosa di apparentemente diverso: “Berlusconi fu costretto a cedere alla ragion di stato. E come lui anche il presidente della Repubblicana Napolitano che pretendeva un pronunciamento dell’Onu”. E, allora, dov’è l’indebita pressione? Che poi ci siano stati dei distinguo, maggiore o minore freddezza di alcuni rispetto ad altri, è un dato di fatto arcinoto. Ma ciò non toglie che all’epoca Palazzo Chigi annunciasse la nostra partecipazione ai bombardamenti facendo riferimento a un colloquio tra Barak Obama e Berlusconi in cui i due concordavano sul fatto che “una pressione supplementare è necessaria per rafforzare la missione di protezione dell’Onu”. E che lo stesso La Russa motivasse la sua finale (ha dichiarato in un’altra intervista di essere stato il penultimo ad adeguarsi) adesione al fronte interventista affermando: “La posizione è cambiata perché la situazione a Misurata è diventata terribile”.

Sinceramente si riesce a individuare ben poca oggettività storica nelle ricostruzioni di questi giorni; semmai molta soggettività opportunistica. La presidenza di Napolitano presenta delle zone d’ombra ma volerne aggiungere altre artatamente corrisponde solo al bieco interesse elettorale quando, in realtà, tutti all’epoca pasticciarono con la Libia, senza capirci granché. Berlusconi non voleva? Non è una novità. Ma sulla sua posizione pesavano quasi di più gli aspetti personali (il rapporto con il tiranno come ha ricordato La Russa in una apparizione alla trasmissione de La7, “l’aria che tira”, il 19 febbraio del 2015: “Non voleva assolutamente intervenire contro Gheddafi dicendo che aveva dato la sua parola al Rais”) che le strategie politiche. Anche perché se al fondo ci fosse stata la politica, le dimissioni solo minacciate nel famoso vertice al teatro dell’Opera le avrebbe presentate; nel momento in cui non l’ha fatto, ha deciso di aderire a una scelta (“Frattini diceva che la delibera” dell’Onu “era fatta, che non potevamo non adeguarci”, sempre versione La Russa), l’ha condivisa e con lui tutti i suoi alleati di governo, anche quelli che ora cercano il capro espiatorio. Il fatto è che il passato può alimentare il lavoro degli storici, non quello dei politici. Cercare oggi consensi brandendo vicende che andrebbero studiate e non trasformate in alimento polemico, è il peggior regalo che si possa fare all’intelligenza degli italiani.

Antonio Maglie
Blog Fondazione Nenni

Fine vita, l’orripilante risposta del silenzio

“Ma ci sono cose più importanti!”. Chi non rammenta l’improvvida ed arrogante frase di Massimo D’Alema, interrogato sui diritti LGBT? Il leader maximo de noantri ha fatto scuola. L’ultima vittima in ordine di tempo del “ci sono cose più importanti!” è la legge sul fine vita, passata alla camera dei deputati il 20 aprile scorso, ormai definitivamente seppellita in Senato.

In materia non c’è una norma e sono costretti ad intervenire i giudici. E lo fanno come un elefante in un negozio di cristalli, non avendo né la competenza scientifica né l’inquadramento etico della materia. La politica si gira dall’altra parte, salvo poi, al primo caso di cronaca, intasare le redazioni giornalistiche con comunicati ad effetto ed occludere i social network con lacrime di coccodrillo. Così è stato con Eluana. Così è stato con il piccolo Charlie. Così è stato per Elisa.

Ma cos’è che paralizza il palazzo? Da un lato il timore, forte, delle gerarchie ecclesiastiche. Dall’altro l’ombra dei medici, che masticano amaro all’idea di doversi trasformare in “angeli della morte”. Il giuramento di Ippocrate glielo vieta.  Eppure il presidente della pontificia accademia per la vita, Monsignor Paraglia, ha tuonato sulla necessità di una legge. Il Vaticano vuole una legge sul fine vita. Su Libero la dottoressa Melania Rizzoli ha dato voce alla posizione di moltissimi medici: ha detto chiaramente che una legge è necessaria. Si tratta di posizioni diverse, ambedue legittime, da dialettizzarsi con quelle di chi, come me, crede che la dignità umana vada garantita a qualunque costo.

Eppure la politica di tutti gli schieramenti  ha messo la testa sotto la sabbia, solo per paura di perdere qualche consenso. Pavida in maniera oscena, incapace di guardare ai fatti e di collegarsi con la società,  essa si rifugia in un patologico dialogo con i fantasmi. In primis lo spettro di un corpo politico cattolico diffuso, totalmente dipendente dalle gerarchie ecclesiastiche, che non esiste più. Da lungo tempo la gran massa dei credenti è perfettamente autonoma in materia di morale sessuale, contraccezione, aborto e preferenze politiche. In seconda battuta il fantasma dei medici aggrappati in maniera fanatica al giuramento di Ippocrate. I medici non sono macchine devote all’ideologia: sono persone come noi, come noi esattamente capaci di empatia: soffrono guardando la sofferenza.

Insomma tutti vogliono una legge sul fine vita: la chiesa, i medici, gli attivisti, gli uomini e le donne che, ogni giorno, vedono il corpo straziato, umiliato ed offeso dei loro familiari ed amici, condannato ad una “vita” priva di dignità. Di fronte a questo dramma la politica, invece di comporre le diverse posizioni, è riuscita a dare l’unica ed orripilante risposta sbagliata: il silenzio.

Mario Michele Pascale
Presidente Associazione Spartaco

Il diversivo in politica

Sembrano ispirate allo stratagemma del “diversivo”, contenuto nel libro “L’arte della guerra”, attribuito a Sun Tsu, generale e filosofo cinese vissuto tra il VI e il V secolo a.c., “Fai credere al nemico che ci sia qualcosa quando in realtà non c’è niente”, l’iniziativa legislativa che sanziona l’apologia del fascismo del deputato del Pd Emanuele Fiano e la dichiarazione del presidente dell’Inps Tito Boeri sugli immigrati come perno imprescindibile del nostro sistema previdenziale.

E sì, perché entrambe cozzano con la realtà e, probabilmente, hanno rappresentato un tentativo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi della disoccupazione, della crisi dei consumi, dei giovani in fuga dall’Italia, dei roghi al Sud, dell’immigrazione di massa e dall’oggettiva fase di difficoltà che sta vivendo il Pd e, in particolare, il suo leader, sempre più declinante, Matteo Renzi.

Nessuno avvertiva l’esigenza del disegno di legge di Fiano, considerato che, nell’ordinamento italiano, l’apologia del fascismo è un reato già previsto dall’art. 4 della legge 20 giugno 1952, n. 645, con pene da 2 a 5 anni, detta anche “Legge Scelba”, dal nome del ministro dell’Interno dell’epoca proponente, ancora vigente, che contiene “Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione”; norma costituzionale che afferma: “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Insomma, l’iniziativa di Fiano appare del tutto inutile, in particolare perché il valore della democrazia è nella coscienza della stragrande maggioranza degli italiani. Semmai il deputato renziano si interroghi sul perché nella prima Repubblica è stata consentita la costituzione di un partito che, dichiaratamente, si richiamava all’esperienza fascista e, segnatamente a quella della Repubblica di Salò, il Msi, che dietro la politica del “doppiopetto” di Michelini e Almirante, è sempre stato in bilico tra parlamentarismo e contestazione al sistema democratico e dalle cui file si sono originati vari movimenti eversivi, come Ordine Nuovo, in alcuni casi ritenuti responsabili di stragi. Fiano, che milita in un partito in cui è confluito una parte del ceto politico dell’ex Pci, potrebbe chiedersi sotto il profilo storico e politologico, perché Togliatti nel 1936 lanciò l’appello ai “fratelli in camicia nera” (un bel libro con lo stesso titolo dello storico ed ex sindacalista della Cgil Pietro Neglie ricostruisce la vicenda) e approfondire il ruolo del Movimento sociale in a sostegno delle involuzioni del quadro politico italiano, ad esempio nel 1960 con il governo-Tambroni, e nel 1971 con l’elezione del democristiano Giovanni Leone al Quirinale. Insomma, il disegno di legge di Fiano, è da ascriversi a quell’”antifascismo di maniera” denunciato dallo scrittore Antonio Pennacchi, ricordando un’affermazione di Ennio Flaiano, “In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti.”

Anche le dichiarazioni di Boeri sono una sorta di cortina fumogena, secondo cui bisogna “avere il coraggio di dire la verità agli italiani: abbiamo bisogno degli immigrati per tenere in piedi il nostro sistema di protezione sociale”, aggiungendo che se i flussi di entrata dovessero azzerarsi, avremmo per i prossimi 22 anni 73 miliardi in meno di entrate contributive e 35 miliardi in meno di prestazioni sociali destinate a immigrati, con un saldo netto negativo di 38 miliardi per le casse dell’Inps. Altro che il barone di Münchhausen, che tra le sue mirabolanti e surreali avventure letterarie annovera quella di essere andato sulla luna su di una palla di cannone! Ci sono cifre che smentiscono il bocconiano presidente dell’Inps: l’80% dei migranti presenti in Italia risiede nel nostro Paese da oltre 5 anni ed è senza copertura contributiva; il 34% svolge lavori poco qualificati come la raccolta di frutta e verdura in condizioni di sfruttamento, specie a causa del caporalato nel Mezzogiorno, ed ha una formazione scadente, come spiega lo studio “Migration Observatory’s Report: Immigrants’ integration in Europe”, condotto dal Centro Studi Luca d’Agliano con il Collegio Carlo Alberto dell’Università degli Studi di Torino, e pubblicato ad inizio di quest’anno.

La popolazione straniera in Italia è pari all’8,3%, e meno di un quarto risulta occupata. Il 34% svolge mansioni poco qualificate, ragion per cui i migranti trovano impiego in lavori non regolari, senza contribuzione all’Inps. Altro che pilastro del nostro sistema pensionistico! Se si vuole giustificare il flusso ormai incontrollato di migranti in Italia, non si scomodi l’economia ma solo l’umanitarismo, anche se fa pensare quanto affermato dal presidente della Francia Macron, la “patria delle libertà”, disponibile ad accogliere solo i rifugiati politici e non i migranti. Ma, forse, per il nostro paese, più che di diritti umani si tratta di qualche deroga dell’Unione europea in materia di vincoli sul deficit dello Stato.

Da ultimo il disegno di legge sui vitalizi, approvato alla Camera con un inedito asso tra Pd e 5 Stelle. Altro fumo negli occhi, considerato che dovrà essere approvato anche al Senato, con incertezza sui numeri e sui tempi, e, soprattutto, dovrà passare il vaglio di costituzionalità della Consulta.

Maurizio Ballistreri

 

Insegnanti, missionari
o nullafacenti?

Ultimamente, è riemersa con slancio alla ribalta giornalistica un’antica diatriba tra chi considera gli insegnanti una sorta di “fannulloni” e chi li ritiene addirittura dei “missionari”. Due estremi antinomici, ma entrambi non rendono giustizia alla categoria docente. Quindi, c’è chi ha l’ardire di ipotizzare incrementi dell’orario obbligatorio di servizio, benché a parità di retribuzione. Ora sorvolo sulla circostanza, di cui chiunque sia intellettualmente onesto oserebbe dubitare, che un notevole carico di lavoro e di studio è svolto ogni giorno nei tempi extrascolastici e in forma gratuita.

Non si tratta di adempimenti volontari, bensì di lavoro extra, che si offre oltre l’orario di lezione, indispensabile o funzionale all’attività didattica. Altrimenti, chi corregge i compiti e chi prepara le lezioni, chi compila i registri ed altri documenti burocratici (cartacei e digitalizzati) e via discorrendo? In ogni caso, mi preme porre in rilievo un aspetto della professione docente, svilita da decenni di campagne ideologiche a dir poco infamanti, condotte da destra a manca.

Stando alla mia memoria e alla mia esperienza, ho avuto modo di notare come nel mondo della scuola italiana prevalga una corrente ideologica clericaleggiante, una visione religiosa che, con una buona dose di ipocrisia, concepisce l’opera pedagogica nei termini di una “missione”, per la quale gli insegnanti dovrebbero lavorare in base ad una “vocazione”, prestando quindi una mole di lavoro a titolo gratuito. Ma per quale strana e bizzarra ragione, per i bidelli non è così? Idem per avvocati, medici ed infermieri? E per gli altri professionisti? Per tutte le categorie di lavoro dipendente, del comparto pubblico e privato, tranne gli insegnanti, le ore lavorative eccedenti sono retribuite in modo decente. In sostanza, gli unici ad essere umiliati e derisi sono proprio i presunti/sedicenti “missionari” della scuola. Nel contempo, c’è chi si ostina ad insinuare che gli insegnanti siano dei “lavativi”.

Ebbene, che si mettano d’accordo tra loro: siamo missionari o nullafacenti? Nulla di tutto ciò. In realtà, molto più laicamente, dovrebbero qualificarci come dei “professionisti”, da rispettare e retribuire in quanto tali, vale a dire in termini più dignitosi.

Lucio Garofalo

Chi ha paura di Pisapia?

Assistiamo negli ultimi giorni, con stupore e rammarico,ad un’ escalation di attacchi nei confronti di Giuliano Pisapia e del suo tentativo di federare in autonomia ed unità una Sinistra di governo che non si riconosce più nel PD, pur considerandolo un interlocutore obbligato. La grossolanità dell’ultima polemica scatenatasi sulla foto che lo ritrae insieme alla Sottosegretaria Boschi, ha raschiato, se possibile, il fondo della decenza del dibattito politico.

Cosa ha fatto dunque di male Pisapia? Si propone come federatore e non come monarca dal pugno di ferro, evidentemente un peccato mortale in un periodo di riflusso in cui si cercano figure carismatiche che rispondano al motto “Ghe pensi mi”.

E’ programmaticamente aperto al dialogo con tutte le forze progressiste, in tempi in cui le seduzioni identitarie ed elitistiche trovano nuova linfa; altro peccato mortale.

Ha l’ambizione di ricostruire un centro sinistra credibile di governo, inclusivo ed autorevole, in un periodo in cui una parte della Sinistra si rifugia in stereotipi scambiati per tradizioni, in rancori spacciati per linea politica, in una antica vocazione egemonica e discriminatoria, all’insegna del celebre motto Dalemiano “Capotavola è dove mi siedo io”.

Questo si imputa a Pisapia: il tentativo di unire e di dare una forma dignitosa ad una Sinistra che, ad oggi, risulta soccombente sul piano elettorale.

Naturalmente, come da tradizione, gli attacchi, sempre più virulenti e tendenti a richiamare la vecchia usanza medievale di “impiccare in effigie”, vengono tutti da una Sinistra di duri e puri, impermeabili alla contemporaneità, indisponibili a mettere in discussione il candore delle proprie anime per quisquilie quali sono salvare il Paese dall’avanzata delle Destre, l’antieuropeismo montante, il declino sociale e culturale del Paese.

E se invece fosse solo paura? Paura di chi ha l’ambizione di governare mettendo al centro l’Europa solidale, l’immensa questione sociale, i diritti, l’emergenza ambientale? Paura di dovere dismettere il riflesso condizionato di essere solo “contro” ed invece scegliere di sporcarsi le mani con una realtà aspra e foriera di insidie e di pericoli?

La strada che ha scelto Pisapia, pur nel nobile solco della tradizione Riformista italiana, è tutta da costruire, velocemente ma senza fretta. Basta con i processi alle intenzioni, soprattutto quando certe intenzioni sono del tutto inventate.

Prima si dialoga, poi si giudica.

Luca Pellegri

Macron pacifica la Libia e ridicolizza Alfano

Emmanuel Macron sembra essere riuscito a portare la pace laddove Nicolas Sarkozy portò solo la guerra trascinando tutta l’Europa in una avventura sino a poche ore fa senza soluzione. L’Italia resta ai margini, esattamente come ai tempi del governo di Silvio Berlusconi che a Gheddafi baciava le mani mentre il collega francese dell’epoca ridacchiava di lui in pubblico con Angela Merkel preparandosi a bombardare Tripoli e il dittatore senza avere una soluzione politica adeguata per il dopo. Ovviamente le opposizioni faranno il tiro al bersaglio sul governo Gentiloni. Ma è evidente che poco possono dire gli “eroi” del centro-destra (come la Meloni o Salvini) che erano al governo con Berlusconi quando venimmo ugualmente umiliati come nazione. Gli unici che possono legittimamente chiosare il comportamento del governo sono i pentastellati, non coinvolti oggi e non coinvolti ieri. La realtà, però, è molto semplice. Da tempo la politica estera dell’Italia è debole, guidata con scarsa autorevolezza, priva di una visione strategica. E pensare che tutto questo possa essere garantito da una figura criticabile e sbiadita come Angelino Alfano è esercizio veramente complicato e destinato a essere coronato da insuccesso. Per altre umilianti storie uno come l’attuale ministro degli esteri avrebbe dovuto abbandonare volontariamente la poltrona del Viminale. È evidente che anche in questo caso solo le dimissioni gli restituirebbero un minimo di dignità. Ma si guarderà bene dal presentarle. E noi continueremo a essere insieme a lui irrilevanti in Europa e ancor di più nel mondo.

Blog Fondazione Nenni

Boeri e le pensioni degli immigrati

Boeri interviene su una infinità di argomenti. Le sue affermazioni sono a volte condivisibili, a volte no. Ma le furberie e le manipolazioni tendenziose non sono ammissibili. Sostiene il nostro che gli immigrati versano allo Stato più di quanto ricevono e dà le cifre. I contributi ammonterebbero a 8 miliardi mentre le prestazioni a loro favore aggiungerebbero appena 3 miliardi cosicché lo Stato lucrerebbe la bellezza di 5 miliardi l’anno. Niente di più falso.

I contributi pensionistici vengono conteggiati e capitalizzati di anno in anno e saranno disponibili interamente da parte di coloro che li hanno versati quando maturerà il diritto (per il raggiungimento di una certa età o di anzianità di lavoro) al pensionamento. Nel frattempo queste risorse sono utilizzate dallo Stato per coprire il suo fabbisogno di cassa. Insomma né più né meno di quello che fa la banca con i nostri conti correnti. Ciascun cittadino ha un suo conto e nel frattempo queste risorse la banca le utilizza per la sua attività creditizia.

Tornando agli immigrati essi non sono trattati in modo diverso rispetto ai cittadini italiani e se le erogazioni di cassa sono più basse dei contributi versati deriva ovviamente dal fatto che gli immigrati pensionati sono ancora pochi rispetto ai lavoratori attivi. Anche loro, come ogni cittadino italiano si riprenderanno “con gli interessi” ogni euro da loro versato. La presunta convenienza dello Stato ad avere una elevata immigrazione, almeno per questo aspetto e dunque una strumentale mistificazione.

Nicola Scalzini

L’acqua pubblica,
una battaglia riformista

L’“emergenza idrica” affligge il Paese. Ma le responsabilità non devono essere ricercate solo nell’evidente deficit di cultura di governo del ceto politico nazionale, che, come dimostra il caso-Roma, subordina ai propri interessi di gruppo o di fazione quello dei cittadini, come testimonia lo scontro Zingaretti-Raggi. Né si può attribuire la penuria idrica esclusivamente a condizioni di contesto come la scarsità “man-made”, cioè prodotta dall’uomo, per il sovrasfruttamento degli acquiferi, l’inquinamento delle falde, l’urbanizzazione selvaggia, l’obsolescenza della rete (si guardi proprio alla provincia di Messina), l’abusivismo “tollerato” e opere pubbliche che hanno come evidente effetto collaterale il depauperamento del bene collettivo dell’acqua.

Infatti, la cosiddetta “emergenza idrica” discende in primo luogo dalla cattiva gestione e dalla privatizzazione dell’acqua, mercificata e consegnata alle grandi lobby economico-finanziarie ed ai gruppi politici di riferimento, che scandalosamente hanno eluso l’esito del referendum del 2011 (già il Popolo è sempre meno sovrano!) con il recente decreto Madia sui servizi pubblici locali che prevede l’obbligo di tenere conto della “adeguatezza della remunerazione del capitale investito, coerente con le prevalenti condizioni di mercato”. Dallo “Sblocca-Italia” sino alla Legge di Stabilità del 2016 del Governo-Renzi, si è operato per privatizzare i servizi pubblici a rete.

Ciò avviene in un contesto globale in cui, un miliardo e 400 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile, e la Banca Mondiale stima che entro il 2025 si arriverà a 2,5 miliardi: una sorta di “oro blu” controllato dalle multinazionali, con gravi conseguenze sulla vita delle persone e sulla stessa democrazia. Privatizzare l’acqua ha come conseguenza affidare un bene primario ed indispensabile alla logica del profitto e del mercato, riducendo la partecipazione democratica dei cittadini nelle decisioni sulla gestione. Se fino ad oggi l’acqua era considerata una risorsa vitale di cui la collettività attraverso l’intervento pubblico si faceva carico, oggi diventa una vera e propria merce destinata a chi può pagarla, come ha scritto l’ambientalista ed attivista indiana Vandana Shiva nel 2003 nel libro “Le guerre dell’acqua”.

La privatizzazione dell’acqua è una delle tante facce oscure della globalizzazione, si pensi che i prestiti concessi dal Fondo monetario internazionale a molti paesi africani, poveri e indebitati, hanno ormai una condizione comune: l’affidamento delle risorse idriche ai privati e il completo rientro sui costi del servizio pubblico. Anche l’Unione europea si muove su questo versante, condividendo, com’è evidente, il dogma liberista. Una delle condizioni imposte dalla Commissione europea, di concerto proprio con l’FMI e la Banca centrale europea, la famigerata “Troika”, per i “salvataggi” degli Stati a rischio d’insolvenza del proprio debito sovrano, è stata la privatizzazione dei servizi idrici come nel caso di Grecia e Portogallo. La questione che si deve porre è che il finanziamento del servizio idrico integrato fondato sul “full cost recovery”, il costo totale del servizio integralmente coperto dalla tariffa, associato all’affidamento a società private, spesso quotate in Borsa o multinazionali, è fallito. E’ necessario modificare radicalmente la prospettiva, passando dalla pianificazione dell’offerta, a quella della domanda, ponendo al centro la tutela e la gestione partecipativa dell’acqua e dei beni comuni, intesa come diritto e non come bisogno, rispettando lo spirito del referendum del 2011 e il voto di 26 milioni di italiani. Le forze politiche legate ai principi di democrazia sociale, i sindacati, le associazioni ambientaliste battano un colpo e, soprattutto, i veri riformisti.

Maurizio Ballistreri