Il civismo per coprire la crisi della politica

L’ultima parola d’ordine usata dai simulacri di forze politiche presenti nello scenario nazionale è “civismo”, usata a mo’ di foglia di fico per coprire la triste parabola della Seconda Repubblica.
Tentativo non nuovo, considerato che dopo la crisi della Prima Repubblica e la fine del sistema dei partiti di ceppo novecentesco, nel lessico politico fece irruzione la “società civile”, intesa come apporto non professionistico dei cittadini alla rigenerazione delle élites politiche, legato all’etica pubblica e alla cultura dei diritti. In realtà, quell’apporto dalla “società civile” in molti casi era ed è segnato da rappresentanti di mondi, professionali, imprenditoriali e dell’associazionismo, che con la politica e le istituzioni hanno strettissimi legami e che da essa ricevono incarichi, vantaggi ed utilità. Così è anche per il “civismo”, il quale, dal punto di vista politologico, è un fenomeno non nuovo: e risale ai tempi della creazione dei primi corpi intermedi, come università e corporazioni, delle civitas, collocati tra il potere assoluto esercitato al tempo dai monarchi e il cittadino.
Del civismo si occupa da tempo Stefano Rolando, politologo e animatori di gruppi civici, in particolare sul rapporto tra questo fenomeno e la nostra Costituzione, che declina la politica nazionale come “democrazia dei partiti”. Secondo Rolando ci sono esperienze storiche per cui il cittadino non ha solo il diritto di domanda di una politica, ma gli è concesso un diritto di offerta politica, anche a seguito della riforma dell’articolo 118, che ha costituzionalizzato il principio di sussidiarietà che riguarda anche i cittadini.
Ma ai partiti virtuali della politica italiana il civismo serve per riciclare vecchio ceto politico sotto mentite spoglie, inventando liste civiche che sanno abbondantemente di professionismo della vecchia politica. Siamo ben lontani, cioè, dalle idee più nobili del civismo in politica, si pensi al Partito d’Azione, o a mirabili esperienze come quelle di Adriano Olivetti, don Milani e Danilo Dolci.
Utilizzato in una logica di autoconservazione e di apparente rinnovamento, si pensi a ciò che sta avvenendo per le elezioni regionali in Sicilia con liste “civiche” imbottite di candidati a vario titolo espressione di ceto politico, il civismo non aiuta la politica ad affrontare i temi che interessano i cittadini ma ricercando soluzioni solo per sé, per la propria crisi di valori e di metodi, alimenta la sfiducia, l’insicurezza e la rassegnazione.
Al fondo rimane la questione del professionismo (e della dipendenza economica!) in politica, con la contestuale esigenza per l’uomo politico di “passione, senso di responsabilità, lungimiranza”, poste dal grande sociologo tedesco Max Weber nel corso della conferenza tenuta nel 1919 a Monaco dal titolo “La politica come professione”: “due sono i modi per trasformare la politica in professione: vivere “PER” la politica o vivere “DI” politica. Chi vive per la politica fa di questa la sua vita mentre chi vive di politica la utilizza come semplice e duratura fonte di guadagno”.

Maurizio Ballistreri

Coalizione si, ma come?

Ho vissuto “da dentro” tutta la storia della seconda repubblica e ho ancora, davanti agli occhi, le esaltazioni per la costruzione di coalizioni di centrosinistra, che, nella logica bipolare, si apprestavano a sfidare, con qualche prospettiva di vittoria, il cavaliere e i suoi fidi scudieri. Ripensandoci oggi, non so se la nostra fosse più speranza di battere Berlusconi o di governare, se l’aspettativa riguardasse più il fare qualcosa che a noi sembrava di sinistra o precludere il passo dalla destra che consideravamo un male semiassoluto. Il bipolarismo all’italiana ci ha fatto crescere nell’illusione di poter fare una scelta, decidere chi, tra due schieramenti, avrebbe guidato il paese, un’illusione magica, inebriante, ma che poi ci faceva piombare nella disperazione. Ricordo il balletto con Rifondazione nel primo governo Prodi, gli scongiuri per la buona salute dei senatori a vita che tenevano in piedi governi attaccati con lo sputo, i ceri accesi nelle nostre chiese per sperare in un passo indietro di Mastella quando minacciava la caduta del Prodi bis. Con due leggi elettorali diverse (Matterellum prima, Porcellum poi) le coalizioni hanno segnato, da un lato, la definizione di accordi programmatici spesso disattesi, dall’altro la costruzione di ammucchiate talvolta senza senso, fautrici poi di dolorose fratture, sia a sinistra che a destra. Come dimenticare i ministri di centrosinistra che andavano in piazza a protestare contro i provvedimenti appena votati, o il Gianfranco Fini del “che fai, mi cacci?”, o Follini che rischiava di mettere in crisi il governo di Berlusconi, o la Lega di Bossi che ruppe già nel 1994, a pochi mesi dal voto, il patto governante della prima coalizione di centrodestra? Al netto di questo, per determinare una coalizione di centrosinistra in vista delle prossime elezioni, restano alcune variabili. In primis, capire con quale legge elettorale si voterà. Se passerà il Rosatellum, una coalizione verrà costruita solo se si riuscirà a trovare un accordo sulle candidature nei collegi uninominali e nella composizione dei listini. E non sarà facile, dato che le fratture di Mdp, anche sui territori, hanno spesso acuito le tensioni con i dem. C’è poi il non trascurabile problema dei programmi. Se la contesa sarà lo smantellamento delle riforme orgogliosamente sostenute dal Pd, sarà difficilissimo trovare la quadratura del cerchio. Salvo non giungere allo zibaldone stile Unione, un programma elettorale di oltre 200 pagine, com dentro di tutto e di più, e con scarsissime possibilità di essere coerentemente comunicato all’elettorato. In sostanza, per parlare di coalizioni è ancora presto, per l’oggettività delle condizioni attuali, ma pensarci resta un dovere. Il problema resta sempre quello: come garantire un gruppo coeso che, oltre che vincere, possa governare?

Leonardo Raito

Legge elettorale e opinione pubblica instabile

La questione relativa alla legge elettorale sta denotando, ancora una volta lo stato confusionale dell’opinione pubblica italiana, sempre più incapace di distinguere e capire, e sempre più avvezza a farsi trascinare dai magici pifferai che urlano più forte, trascinando il confronto nello scontro biliare di acida incompetenza. L’oggetto del contendere sembrerebbe, oggi, l’impossibilità di scegliere direttamente, con il voto, il governo. “Un attacco alla democrazia”, urla qualcuno. “Il rischio di deriva totalitaria” paventa qualcun altro. “I governi si decideranno dopo il voto” minaccia qualcun altro ancora. Ma proprio su questo, vorrei incentrare questo mio scritto, perché un’affermazione del genere tradisce un’ignoranza della storia italiana senza precedenti. L’unico sistema in grado di garantire infatti la certezza dell’elezione di una maggioranza in grado di formare un governo, sarebbe un sistema maggioritario che premiasse il primo partito (in subordine il gruppo di liste collegate). Ma si tratta di una proposta che è stata avversata, nel nostro paese, fin dal primo momento in cui è stata avanzata.

Siamo nel 1953 e la Dc avanza l’idea della legge maggioritaria, bollata subito “legge truffa”. La legge 148/53 proponeva di assegnare il 65% dei deputati alla lista, o al gruppo di liste collegate, che avesse superato il 50% dei voti. Già per De Gasperi, insomma, il tema della governabilità era un tema fondamentale. Lo statista trentino aveva capito, con largo anticipo, quanto deleterio sarebbe stato un governo costretto a mediare continuamente a causa di maggioranza instabili, ricattate dal potere di veto di micro partiti interessati a mantenere i propri spazi e le proprie funzioni di gestione.

La prima repubblica, quindi, è stata soggetta alle regole di un proporzionalismo che non consentiva indicazioni sulle maggioranze di governo. Queste, infatti, sarebbero state esclusivamente maggioranze del giorno dopo, frutto di estenuanti trattative a cui, dopo, sarebbero seguite altre trattative per la formazione dei governi, con un presidente del consiglio indicato, come da prerogative costituzionali, da parte del presidente della repubblica. I partiti e gli italiani si sono poi opposti a tutte le proposte di trasformazione in senso migliorativo delle regole del gioco.

Prima hanno votato per abolire le preferenze multiple, per poi aborrire anche la preferenza unica. Si sono innamorati per un po’ dei collegi uninominali, poi hanno assistito inermi all’arrivo sulle scene del “Porcellum” una legge costruita appositamente per bloccare le prospettive del centrosinistra, dato per vincente dai sondaggi, nel 2006; hanno guardato con sospetto alle proposte per una legge elettorale sul modello di quella dei sindaci, poi all’Italicum renziano, infine al “Rosatellum”. Le accuse all’ultima proposta sono quelle di generare ingovernabilità (già sperimentata e digerita), impossibilità di indicare il premier (già visto che, senza modifiche costituzionali, il popolo non lo eleggerà mai direttamente), impossibilità di costruire maggioranze certe prima del voto. In sostanza, di lasciare invariato il quadro, senza speranza. Ma aldilà del giudizio, positivo o meno, sulla legge in discussione, riusciamo almeno ad accordarci sul fatto che armonizzare le leggi per la camera e il senato è fondamentale? Riusiamo a dire che, con l’introduzione dei collegi uninominali, almeno una parte dei parlamentari sarà eletta direttamente? Riusciamo a capire che questa legge resta, comunque, fondamentale? Perché se un’opinione pubblica di una democrazia matura non riesce ad avere nemmeno queste certezze, il rischio di scadere nell’anarchia del pensiero stupido è dietro l’angolo. E per cadere nel baratro basta un passo.

Leonardo Raito

Ius soli: gli errori della sinistra

Ammettiamolo: la nuova legge sulla cittadinanza nota come Ius soli è impopolare. Perché? Semplice: gli italiani sono male informati. Ma c’è dell’altro: gli italiani hanno paura: l’immigrazione a getto continuo contribuisce al senso di spaesamento generato dalla globalizzazione galoppante. Che le cose stiano così lo dimostra il fatto che i sondaggi di qualche anno davano un esito diametralmente opposto: gli italiani erano per lo più favorevoli a concedere la cittadinanza, senza troppi paletti. Cos’è cambiato in così poco tempo? Gli sbarchi sulle nostre coste, i problemi di integrazione degli stranieri – alcuni reali, altri enfatizzati dalla grancassa dei mass media — ci hanno resi più vulnerabili, più insicuri.

Il cosmopolitismo un tempo era l’ideale di élite illuminate; oggi è visto da molti come una facciata dietro cui agirebbe la longa manus di potenze occulte, sovranazionali. Un disegno omologante, dettato da sordidi interessi, mira a snaturare la nostra identità nazionale. Di qui alla condanna del meticciato il passo è breve. E infatti i nostri connazionali più paranoici già la vedono – o, meglio, la evocano essi stessi – quella nube minacciosa all’orizzonte. La tempesta in arrivo è l’invasione dei neo barbari, che distruggeranno la nostra civiltà. Come i vandali e gli unni, per intenderci. Difficile non farsi condizionare dallo spirito dei tempi: l’islamofobia (i musulmani, ovvero il cavallo di Troia di una religione violenta, geneticamente prevaricatrice e oscurantista). Da più parti si sento lo stesso coro: gli stranieri sono troppo diversi da noi, non ce la faranno mai a diventare italiani. Saremo noi a dover cambiar, ci sottometteranno.

La paura, sentimento irrazionale, è pericolosa: suscita reazioni di autodifesa che degenerano facilmente in vampate di aggressività. E’ un conduttore di energia negativa. Lo è soprattutto in tempi di crisi, quando la gente pretende il capro espiatorio su cui scaricare le colpe delle proprie magagne. La paura, insomma, fa davvero novanta, e sfruttarla procura un bel guadagno. Illuso il politico che, in queste congiunture, pensa di far incetta di voti mediante discorsi pacati e raziocinanti. Purtroppo alle sue spalle spunta il demagogo-piromane di turno, che soffia sulla prima scintilla sperando di accendere un fuoco. L’obiettivo delle destre xenofobe è antico quanto il mondo: scatenare una guerra fra poveri. Italiani da una parte, stranieri dall’altra. Così si distoglie l’attenzione dai veri responsabili delle crisi: gli speculatori, i mercanti di armi, i finanziatori delle guerre, le multinazionali che sfruttano le risorse nei paesi in via di sviluppo, in combutta con le classi dirigenti locali corrotte fino al midollo.

La sinistra – cui sono affezionato, ma che spesso mi fa imbestialire – ha sottovalutato questo contesto agitato da torbide passionalità. E quindi ha commesso due errori clamorosi, che hanno avuto effetti deleteri sulla causa sacrosanta dello Ius soli. Anzitutto: in un momento di trapasso e di stravolgimenti epocali come quello attuale, è da folli presentarsi – sul tema dell’immigrazione – come il partito dei Buon Samaritani, per giunta intolleranti verso i dissenzienti. La sinistra vive di idealità, non può fare a meno di una visione morale; ma guai se si rivela incapace di governare società complesse. I problemi vanno studiati e risolti, concretamente. Se si scindono i due momenti, quello idealistico e quello pragmatico, la destra avrà gioco facile nello sparare a zero. La politica intesa come mera testimonianza di valori è il pane quotidiano di chi sceglie l’opposizione permanente.

Incuranti di ciò, vari politici e intellettuali della sinistra hanno rincorso l’Utopia come bambini a caccia di farfalle, riguadagnandosi l’antica nomea di idealisti “acchiappa nuvole” e di “buonisti” scriteriati. C’è una aggravante. Una mutazione genetica – così dice la destra – avrebbe trasformato gli idealisti di un tempo in “radical-chic cosmopoliti”. La nuova sinistra ha a cuore le sorti di una sola categoria di derelitti: gli stranieri, i diversi. I fascioleghisti invece, loro sì che ci tengono agli italiani poveri e disoccupati! Uno dei pochi dirigenti politici di sinistra ad aver capito l’andazzo è il Ministro degli Interni. Compresi i rischi dell’inazione (percepita, non reale: il Governo di cui fa parte ha gestito bene l’emergenza immigrati-rifugiati), Minniti ha agito con tempismo e concretezza. Gli è bastato poco per rintuzzare la propaganda martellante della destra xenofoba. Ma ecco che è ricomparsa la Sinistra Pura, quella dei buoni sentimenti, che ha preso a bacchettarlo come la Chiesa faceva con gli eretici. L’accoglienza dev’essere assoluta e incondizionata! Chi esce da questa linea è, ovviamente, un furbo o un traditore che strizza l’occhio alla destra.

La sinistra, autolesionista per vocazione, ama farsi trascinare con voluttà in campagne ideologiche dai toni supponenti. Inevitabile l’ennesima polarizzazione tossica: da un lato la fazione antifascista che esprime la cultura nobile della solidarietà, baluardo contro i razzisti mascherati; dall’altro il partito dei veri italiani e dei patrioti, che vigila sui connazionali colpevoli di alto tradimento per aver spalancato le porte agli invasori e ai profanatori della cristianità. Nessun dissenso, nessun dubbio è lecito. Né da una parte della barricata, né dall’altra. E, soprattutto, nessuna posizione intermedia. Così è prevalsa l’emotività. Ne hanno approfittato gli xenofobi per creare allarmismi e confusione. I nostri concittadini a quel punto hanno mescolato tutto: l’integrazione dei figli degli stranieri già “stanziali” in Italia da anni, i problemi della nuova immigrazione (i migranti economici), l’accoglienza momentanea dei profughi in fuga da guerre e dittature. Risultato: pochissimi hanno discusso pacatamente, e con cognizione di causa, il contenuto della legge sullo Ius soli.

Il secondo errore è dovuto alla superficialità: la comunicazione è stata disastrosa. Ius soli è espressione ingannevole: presta il fianco a strumentalizzazioni. E così infatti è stato: ho assistito (o partecipato) a varie discussioni surreali, anche sui social-media, in cui i miei interlocutori, accalorati, davano per scontato che il diritto di cittadinanza per il neonato straniero scatterà al suo primo vagito in Italia. Se fosse così si tratterebbe di uno Ius soli puro, che è quello vigente negli USA: là si acquista la cittadinanza automaticamente, alla nascita nel territorio nazionale. La proposta di legge è piuttosto uno Ius soli “temperato”, in quanto circoscritto da regole ben precise. Lo straniero nato (e tuttora residente) in Italia può diventare nostro concittadino solo se ha almeno un genitore che (a) abbia diritto a risiedere permanentemente (questo per i cittadini comunitari) o (b) sia provvisto del permesso di soggiorno di lungo periodo (per gli extra-comunitari). La seconda tipologia è quella che preoccupa molti: riguarda lo straniero o il diverso per eccellenza. Il punto è che per ottenere l’agognato permesso di lunga durata bisogna avere i seguenti requisiti: un reddito minimo; un alloggio dignitoso; una certa conoscenza della lingua italiana. Sono esclusi i criminali o chi mette in pericolo l’ordine pubblico – contrariamente a quanto sostiene la propaganda della destra xenofoba. Ne consegue che né i rifugiati né gli irregolari – né tantomeno i loro figli – sarebbero in alcun modo i beneficiari della nuova legge sullo Ius soli. In ogni caso la nostra cittadinanza si acquisterebbe solo dopo aver vissuto in Italia per cinque anni consecutivi

Il legislatore, tra l’altro, ha previsto anche una tipologia originale di “diritto alla cittadinanza” denominata Ius culturae: riguarda gli stranieri nati o immigrati in Italia entro l’età di dodici anni, purché abbiamo completato, nel nostro sistema di istruzione, un periodo formativo di almeno cinque anni. I vari cicli o corsi professionali vanno frequentati regolarmente, e le elementari bisogna finirle. Altrimenti non si matura alcun diritto. Lo Ius culturae agevolerebbe, anche a livello simbolico, l’integrazione di migliaia di bambini stranieri che frequentano le nostre scuole, che giocano con i nostri figli e che parlano già con un’inflessione dialettale la nostra lingua! Fatto sta che la paura di una sanatoria generalizzata – basata su inesistenti automatismi – ha preso il sopravvento. Forse una legge chiamata Ius culturae anziché Ius soli avrebbe assottigliato i ranghi dei suoi potenziali avversari. Ma nessuno ha pensato a questo escamotage linguistico che avrebbe spostato il focus sul processo culturale di integrazione degli immigrati e dei loro figli. Figuriamoci, poi, se qualcuno, a sinistra, ha ragionato sulle strategie comunicative più efficaci. Eppure la comunicazione, oggi, è il centro nevralgico della politica. Non mi pare che gli italiani abbiano capito alcuni paradossi dello Ius sanguinis, che è il sistema vigente ora: un adulto nato e cresciuto all’estero che abbia almeno un nonno italiano diventa cittadino della nostra Repubblica più facilmente rispetto a un ragazzo nato e cresciuto in Italia da genitori stranieri. Eppure quell’adulto – spesso un “oriundo” – tende ad avere un legame culturale più debole con l’Italia (a meno che non parli italiano correntemente); mentre quel ragazzo tende a identificarsi più con la sua patria di adozione che non con quella, ormai distante, dei suoi genitori (oppure acquista una doppia identità). Intendiamoci: gli italiani all’estero sono una grande risorsa per noi: il mero possesso della cittadinanza italiana rinsalda un rapporto affettivo di antica data con la terra da cui loro o i loro genitori/nonni sono emigrati. Qui si tratta soltanto di far uscire dal limbo i neo-italiani, di origine straniera, che il rapporto affettivo con il Bel Paese lo costruiscono giorno per giorno.

Non lo si ripeterà mai abbastanza: nell’era della rivoluzione tecnologica, chi imposta male la comunicazione si getta in braccia al nemico col sorriso sulle labbra, come i polacchi che caricavano con la sciabola sguainata i panzer tedeschi. Eroi votati alla sconfitta. Si sapeva o no che gli italiani sono allergici alla lettura e agli approfondimenti? Si sapeva o no che solo nei vecchi partiti i cittadini approfondivano e discutevano le proposte di leggi? Si sapeva o no che sono scomparsi quei veri e propri mediatori culturali che erano i funzionari di partito e i sindacalisti? Si sapeva tutto questo, certo, ma non se ne è tenuto conto, e si è partiti lancia in resta. Se fossimo nella Prima Repubblica, ci sarebbe da scandalizzarsi. Oggi non c’è più da stupirsi di nulla. Che l’ebbrezza della velocità sia inversamente proporzionale al raziocinio (e alla cultura) è un fatto ampiamente accettato, addirittura celebrato come segno dei tempi nuovi. Le riforme o le proposte di legge vengono decise in fretta e furia, senza passare il vaglio di quelle interminabili discussioni fra dirigenti, funzionari, intellettuali, semplici iscritti che animavano i vecchi partiti. Discussioni che convincevano e, perché no?, galvanizzavano i militanti, una specie oramai in via di estinzione, i quali avrebbero poi difeso la linea ufficiale nei bar, nei luoghi di lavoro, fra gli amici. Le società sono liquide, no? Oggi c’è facebook, no? Che bisogno c’è allora di polverosi dibattiti? Modo di pensare sbagliatissimo: è proprio sui social-media che rischiamo di perdere. Quante sono le bufale e le fake news sugli immigrati scrocconi e delinquenti? Centinaia, ma la gente ci crede. La sinistra deve prenderne atto: viviamo nell’età della disinformazione. Kelly Born descrive alcuni aspetti di questa età (“Six Features of the Disinformation Age”, The Daily Star, 4 ottobre 2017). Eccone uno inquietante: un articolo del blasonato New York Times, postato su facebook, ha la stessa credibilità e autorevolezza di un intervento folle in un blog dedicato a teorie cospirative. Nel giudizio dei lettori online, infatti, conta molto di più la rete di amici che ha fatto circolare l’articolo o il post che non la fonte. Insomma: se sei un grillino, l’opinione di un tuo amico grillino vale più di quella di Umberto Eco.

Morale: chi fa rete, vince. O impariamo a smontare le fake news e a controbattere nella giungla della disinformazione con argomenti chiari e inoppugnabili oppure verremo sommersi. Ciò risulterà più facile se adottiamo una linea pragmatica, non ideologica. A quel punto, si spera, riusciremo ad appianare le divergenze nella nostra comunità politica o a presentarle come un punto di forza, di vitalità.

Edoardo Crisafulli

Elogio del Compromesso

Lo scorso anno, prima del ballottaggio nelle elezioni comunali di Latina, il candidato sindaco di una Lista Civica poi risultato vincente, realizzò con l’aiuto di un gruppo di attori locali un bellissimo e divertente video di propaganda satirico. Nel video il candidato civico diceva, ad un certo punto, con faccia seria e sguardo sincero “noi non faremo compromessi”. Applausi convinti dai suoi aficionados e porte del successo spalancate. Io invece pensai, parafrasando il buon Fantozzi Ragionier Ugo, ma che “boiata pazzesca”. Solo un politico furbacchione che mente sapendo di mentire in campagna elettorale, potrebbe sostenere questa tesi. Oppure, se è sincero, trattasi di uno sprovveduto impolitico che non capisce un benamato nulla di ars politica. La politica è, è stata e sarà soprattutto capacità di compromesso ovvero sintesi di interessi diversi. Storicamente, il compromesso ha permesso di migliorare le condizioni degli uomini ed è, spesso, stato alla base dei più importati e celebrati avanzamenti delle civiltà; quasi mai lo sono state le rivoluzioni, spesso foriere di violenza e distruzione, cui poi è seguita la restaurazione. Il compromesso è alla base della fine della schiavitù in America; il presidente Lincoln ottenne il voto favorevole dei membri del congresso al XIII Emendamento attraverso un compromesso, nemmeno tanto nobile, tra democratici e repubblicani (per alcuni lo barattò con provvedimenti favorevoli verso alcune lobbies, per altri attraverso posti di potere o addirittura prebende economiche). Il compromesso è alla base della “Costituzione più bella del Mondo”; lo fecero comunisti, azionisti, socialisti, democristiani e liberali che erano già in guerra gli uni degli altri ed avevano riferimenti ideali ed ideologici opposti ma sapevano che quello era l’unico modo per creare una Repubblica che durasse ( e alla prova dei fatti, con tutti i limiti poi palesatisi, hanno avuto ragione). Lo fecero due dei leader politici più amati della storia repubblicana Moro e Berlinguer e lo chiamarono addirittura “compromesso storico” e forse fece superare ad una giovane Repubblica Italiana il periodo più buio della sua storia ovvero quello della strategia della tensione ed evitò un esito cileno o greco; e ricordo ai puristi di oggi che nella DC di allora c’erano il massacratore di proletari Kossiga ed il prescritto Andreotti. Spero torni di moda il compromesso e soprattutto che ci siano politici che, fregandosene dei duri e puri d’oggi, rivendichino il diritto a realizzare compromessi per i bene comune. A proposito, dopo più di un anno di totale immobilismo dell’amministrazione del sindaco civico che rifiutava compromessi, il segretario del movimento che lo ha espresso ha detto che bisogna cercare un nuovo rapporto con almeno una parte dell’opposizione e voci di corridoio dicono che tal movimento sia pronto a sostenere la corsa a governatore del Lazio di Luca Zingaretti, esponente di un partito formalmente “nemico”. Come diceva il grande filosofo Wittgenstein, “dallo e dallo se piega pure lo metallo”.

Davide Lanfranco

I compagni di viaggio della sinistra riformista

Secondo un sondaggio del 1977 “la metà dei militanti del Pci riteneva i diritti individuali meglio garantiti in Urss che in Italia”! Lo riporta il CORRIERE DELLA SERA del 12 ottobre 2017 a p. 51 presentando una ricerca sull’Ottobre Rosso. Questo per dire quanti danni alla capacità di discernimento aveva fatto la propaganda pro-sovietica nelle teste dei comunisti italiani e non solo: una parte considerevole della intellettualità autodefinitasi “progressista” non era infatti lontana da tali travisamenti. Premetto questa notazione ad un commento all’articolo di Roan Johnson su come “ragionano oggi gli elettori di sinistra”, pubblicato dalla rivista SETTE del 5 ottobre 2017: per chi pensa di essere ‘autenticamente’ di sinistra – afferma Johnson – nessuno è di sinistra, a parte lui stesso e una decina di amici. In realtà questa auto-considerazione di ‘autenticità’ ha radici più profonde che rimandano alla vocazione settaria e alla pretesa ‘superiorità morale’ delle organizzazioni comuniste.

All’opposto, chi ha una visione di sinistra laica, sarà ben felice che ci possano esserne tanti altri collocati ben più a sinistra: ad esempio c’erano appunto i massimalisti e i comunisti, considerati da Filippo Turati “la corrente reazionaria del socialismo”, partiti e persone che giustificavano la violenza e la tirannia di classe. Ne è un esempio incredibile Berlinguer, la cui foto campeggia nel citato articolo di Johnson: questi arrivò solo nel 1981 a constatare la “fine della spinta propulsiva” della rivoluzione d’Ottobre! Finalmente avrà detto qualcuno;  ma lui e la sua tradizione politica con ciò esprimevano un giudizio positivo sulla precedente “spinta propulsiva”, che invece si era retta su una guerra civile-terroristica che tra il 1917 e il 1922 aveva portato a circa 9 milioni di morti e poi – sempre quando la spinta era ancora “propulsiva”- a 50 milioni di morti nel periodo staliniano 1924/1953: «media dei morti tra le varie fonti, esclusi quelli dovuti alla Seconda guerra mondiale» secondo il rendiconto riportato nella ricerca curata da Antonella Salomoni, La Rivoluzione Russa (Rcs, Milano, 2015).

Altro esempio incredibile è quello di Gramsci: ben presentato dal menzionato Johnson come un mite pensatore, il ragionatore pessimista che invoca “l’ottimismo della volontà”, è invece considerato dalla storiografia non edulcorata, il più grande bolscevico occidentale, un leninista che in odio a chi preferiva seguire una via democratica giunse a definire Giacomo Matteotti, a pochi giorni dal suo funerale, il “pellegrino del nulla”, un sostenitore di idee “senza risultato e senza vie d’uscita” proprio perché non violente. Ora, Matteotti fu proprio l’opposto di un agitatore inconcludente, fu il leader “propositivo” capace di indicare le vie per organizzare le classi popolari e per attrezzarle culturalmente sulle questioni economiche e amministrative oltre che politiche. Piero Gobetti, il giovane “rivoluzionario liberale” che cadrà anch’egli vittima dei fascisti, individuerà in Matteotti “l’avversario vero” del fascismo, l’unico in grado di unire le forze per opporsi al nuovo regime: per questo fu ucciso!  Ecco, noi siamo persone di sinistra felici di avere come indimenticati maestri Turati e Matteotti, i tanto “rinnegati” riformisti della propaganda comunista che fa ancora un po’ di scuola a sinistra, visto come vengono trattati coi guanti bianchi gli esponenti di quella trista propaganda. Non è un caso che il Pd consideri (speriamo per poco ancora) i citati Berlinguer e Gramsci come illustri ispiratori: altri – più miti e democratici – dovranno essere i maestri e i compagni di viaggio della sinistra riformista.

Nicola Zoller

Emiliano descamisado

Michele Emiliano si dichiara d’accordo con le rivendicazioni autonomistiche di Lombardia e Veneto, con le posizioni di Toti, Maroni e Zaia, con la richiesta, cioè, delle regioni più ricche del paese di disporre di maggiori risorse, riducendo il proprio contributo alle casse dello stato e di trattenere quote consistenti di quello che, nello spirito della Costituzione, è il denaro degli italiani. Lo fa dichiarando “inaccettabile che il Nord sostenga totalmente il Mezzogiorno”. Una giravolta spericolata tra la retorica sudista e neo-borbonica dell’estate e l’approdo neo-leghista dell’autunno, per un politico che si era autocandidato a ministro per il Mezzogiorno del governo Renzi.

Posizioni, peraltro, assolutamente destituite di fondamento. Non si pretende che Emiliano conosca il pensiero del grande meridionalismo pugliese dei Salvemini o dei De Viti De Marco: basterebbe si rileggesse “I nipotini di Lombroso”, del compianto Giovannino Russo per capire come, già negli anni ’90, il 70% delle risorse dello stato per il Mezzogiorno venissero gestite dalle imprese settentrionali; stessa percentuale di beni e servizi che il sud d’Italia ancora oggi importa dalle imprese settentrionali che, naturalmente, conferiscono al nord la massa fiscale.

Ma più del velleitarismo e della superficialità in termini economici, le spiegazioni del governatore pugliese si rivelano inaccettabili sul terreno politico.

Ormai siamo al peronismo “descamisado”, non più al populismo, termine che conserva una qualche dignità nella sua ascendenza storica. Il suo diventa di giorno in giorno, un presenzialismo sbracato che punta all’effetto mediatico per distogliere l’attenzione dalle gravi inefficienze nel governo reale della Puglia. Mentre tutto qui segna un declino spaventoso, dagli scriteriati piani di riordino ospedaliero, all’irresponsabile governo della xylella che ha messo in ginocchio l’agricoltura di mezza regione; dal fallimento delle politiche energetiche, al disastro ambientale, dalla crisi dell’occupazione, alla de-industrializzazione e al governo dell’immigrazione, il governatore occupa il suo tempo a saltare, ogni volta che può, sui palchetti no-tap, no-triv, no-vax e a cavalcare il movimentismo di sparute minoranze di irresponsabili, nell’illusione di costruirsi un profilo carismatico di capo-popolo, moneta spendibile sul mercato degli appuntamenti elettorali prossimi venturi.

Ma è proprio sicuro che il popolo vero di questa civilissima regione, e soprattutto quella parte che lo ha votato, la pensino come lui? Che lo segua in questo avventurismo alla ricerca di consensi ad ogni costo, in questa qualunquistica tendenza ad aggregare soggetti dalla indefinibile identità politica a suon di nomine negli enti pubblici?

La questione non è di poco conto, e investe ormai l’attendibilità della sua rappresentanza rispetto alla cultura e alla visione degli elettori del centro sinistra pugliese. Una questione prettamente politica e culturale che il PD farebbe bene a porsi, nella imminente tornata dei congressi provinciali in Puglia, guardando oltre l’angusto orizzonte dei circoli e delle tessere.

Donato Pellegrino
Segreteria regionale del PSI

Trentin, Di Maio e i sindacati

Le dichiarazioni del candidato alla premiership dai Cinquestelle, Luigi Di Maio, sui sindacati, hanno sollevato un coro di indignazione dai leaders delle tre confederazioni.

Non vi è dubbio che le affermazioni di Di Maio risentono di rozzezza politica e scarsa conoscenza della materia e, però, il tema della trasparenza interna ai sindacati, in particolare su bilanci, uso delle risorse e regole democratiche, sia da tempo all’ordine del giorno, senza dimenticare che si discute anche, tra gli studiosi di diritto del lavoro e tra i decisori politici, di una legge su rappresentanza, rappresentatività ed efficacia dei contratti collettivi, tenendo conto che esiste una norma della Costituzione, l’art. 39, inattuata al riguardo, che prevede anche l’obbligo per i sindacati registrati di “statuti a base democratica”.

Se le parole di Di Maio risentono di quella diffidenza politica verso i corpi intermedi della società, tipica dei populismi (in questo caso del web), sulle questioni della democrazia interna e della trasparenza i sindacati appaiono in colpevole ritardo, con zone grigie di gestione del potere non ammissibili.

A tal proposito sembrano profetiche le pagine dei “Diari 1988-1994” di Bruno Trentin, recentemente pubblicati. Trentin, certo con un eccesso di distacco intellettuale che sconfina sovente nel sussiego, quasi che l’autore dei diari non fosse stato un leader prestigioso della Cgil ed esponente e parlamentare del Partito comunista, descrive impietosamente, in quegli anni turbolenti di transito dalla Prima alla Seconda Repubblica, con sullo sfondo la fine della divisione geopolitica in blocchi a seguito del crollo del comunismo sovietico, le vicende politiche e sindacali italiane, esprimendo giudizi fortemente negativi nei confronti, tra gli altri, di Guido Carli, Ciriaco De Mita, Giuliano Amato, Paolo Cirino Pomicino, Gianni De Michelis, Lucio Colletti, i dirigenti della Confindustria e del Pci-Pds del tempo, Pierre Carniti, Franco Marini, Sergio D’Antoni, Ottaviano Del Turco, Pietro Larizza. Trentin, in un caleidoscopio di critiche feroci, annota epiteti pesanti come “miserabili”, “tristi figuri”, “satrapi”, “ceto burocratico di intermediazione”, “avventurieri da strapazzo”, “losche macchiette”. E parole di critica non risparmiano neppure Luciano Lama e lo stesso Pietro Ingrao, con cui Trentin ebbe un lungo sodalizio politico; Giorgio Benvenuto e anche Bettino Craxi (definito di tendenza “giacobina”) sono destinatari di commenti più asettici e solo a Vittorio Foa è riservata un po’ di considerazione.

E chissà cosa penserebbe Trentin della politica e del sindacato dei giorni nostri. Già, meglio non pensare a cosa avrebbe scritto nei suoi “Diari” Bruno Trentin su questa politica confusa e su un sindacato che ha rinnovato il contratto nazionale dei metalmeccanici con modestissimi aumenti salariali, che ha incassato senza fiatare le accuse di Papa Francesco e di Confindustria di “corruzione”, su pensioni e crociere d’oro dei sindacalisti.

Maurizio Ballistreri

 

Asciugatori di scogli

I socialisti, talora con pedante ossessività, hanno il vizio di coltivare la memoria. Una memoria selettiva che li porta a evitare sin troppo facili rimozioni rispetto alle proprie ragioni e visioni, spesso inascoltate, e ai torti subiti.

Sul rapporto che è intercorso con Pier Luigi Bersani non possono che esserci forti ambivalenze poiché se da un lato è doveroso riconoscergli dei meriti dall’altro occorre pure sottolineare gli errori (troppi e gravi) che dal 2013 seguita ad inanellare.

All’inizio del suo mandato in qualità di segretario del Pd Bersani, con le sembianze di un bonario Dr. Jeckill piacentino si occupò, riuscendoci, di ricostruire un rapporto decente con il Psi, dopo che il suo predecessore aveva operato nella direzione opposta.

Va dato atto all’allora segretario del Pd di avere realizzato tra il 2009 e il 2013 un fecondo confronto con il Psi, cancellando con decisione le nefande gesta di Veltroni a cominciare dall’ archiviazione della favola del Pd partito a vocazione maggioritaria.

Un processo che, se coltivato e implementato, avrebbe potuto essere foriero di una positiva catarsi della sinistra riformista italiana irrobustendola con nuove prospettive.

Ma nell’imminenza delle elezioni del 2013 Bersani, in parte perché il coraggio chi non l’ha non se lo può dare, in parte perché mal consigliato da un sinedrio di apparatchik di scuola postcomunista, in parte perché affascinato dal richiamo della foresta, impresse un brusco stop a tale processo, privilegiando, con un’inversione ad u, l’interlocuzione con pezzi della vecchia sinistra Dc in cerca d’autore (e di voti) al punto di favorire l’ingresso di un nuovo soggetto politico, costruito in fretta e furia, all’interno della coalizione Italia Bene Comune, fino puntellare la nascita di una lista con quelle stimmate.

Sappiamo come finì: una sorta di calcio di rigore tirato in curva, una campagna elettorale guidata in modo demenziale dal Sinedrio di cui sopra, un risultato elettorale che eufemisticamente si può definire al di sotto delle meno ottimistiche o più prudenti previsioni.

Da qui il Dr. Jeckill Bersani ha preso d’infilata la strada dell’autolesionismo, del tafazzismo, divenendo una sorta di Mr. Hyde della sinistra riformista.

Due, tra le tante, appaiono le scelte scellerate che, in parte trovano conferma in queste ore: l’indicazione di Pietro Grasso alla carica di Presidente del Senato (uno dei peggiori che la storia repubblicana ricordi) e la guerriglia parlamentare, concertata con gli esponenti (allora del Pd) di quella che il compianto Bruno Buozzi avrebbe definito “la sinistra delle chiacchiere”, arrivando al punto di lasciare, sbattendo la porta, il partito che aveva guidato, per formare un Movimento di combattenti e reduci affidandone (apparentemente) la guida ad un giovanotto di Buona Speranza.

In particolare l’inaspettata e repentina involuzione bersaniana trovò conferma, all’inizio della Legislatura, nell’indicazione di un magistrato alla seconda carica dello Stato, con tanti saluti al principio della separazione dei poteri.

Una clamorosa riedizione dell’antico vizietto del Pci-Pds-Ds di candidare (ed eleggere) nelle due camere un congruo numero di esponenti dell’ordine giudiziario.

C’è di più: nelle ultime ore rumors provenienti da Napoli, dove è in corso la festa del Movimento combattenti e reduci (cos’abbiano da festeggiare non è dato saperlo), sembra che al Presidente uscente del Senato sia stata offerta la leadership in vista delle prossime elezioni politiche e sembra pure che Grasso definendosi “ragazzo di sinistra” (sic!) starebbe pensando di accettare.

Se così fosse, in altre parole se i rumors corrispondessero al reale orientamento di Bersani & C .non resta che osservare malinconicamente, parafrasando Crozza, che “i ragassi hanno incominciato ad asciugare gli scogli”.

Emanuele Pecheux

Craxiani postumi

Nell’intervista concessa ad Aldo Cazzullo (Corriere della Sera del 27 settembre) D’Alema, fra l’altro, si vanta di essere stato “ferocemente anticraxiano” con Berlinguer, ma di essere stato poi “generoso” quando Craxi è caduto in disgrazia. Se ne potrebbe discutere a lungo. Craxi cadde in disgrazia ben prima del 2000, ma non risultano atti di generosità negli otto anni che precedettero la sua morte. Quanto a Berlinguer, morì nel 1984, e quindi non è responsabile della linea seguita da D’Alema nel decennio successivo.

Ma il punto non è questo. Il punto, come ci ha insegnato Max Weber, è che per il politico vale l’etica della responsabilità, non quella dell’intenzione. Nel caso di D’Alema, vale quello che ha fatto quando Craxi era potente, non quello che lo ha emozionato mentre stava morendo. Quindi vale quello che ha fatto (con Veltroni) dopo “l’incontro del camper” al congresso dell’Ansaldo: ed anche quello che ha fatto quando ha ridotto all’ennesimo episodio di annessione di “compagni di strada il progetto della “Cosa 2″ (che poteva rappresentare un pur tardivo e parziale riconoscimento delle ragioni del craxismo)”.

D’Alema riconosce comunque che Craxi era uomo di sinistra, e ricorda la sua attenzione ai diritti dei palestinesi ed alla pace in Medio Oriente. Giusto: tant’è vero che salvò Gheddafi dai bombardamenti americani. E non so come si sarebbe comportato con Milosevic.

Luigi Covatta