Il Cappotto

Non c’è bisogno delle analisi degli istituti specializzati per valutare i risultati delle ultime amministrative. Il Pd ne è uscito a pezzi. A Renzi i votanti e i non votanti hanno confezionato un vero e proprio “capotto”. Punto e basta.
Nei 25 capoluoghi di provincia in cui si è votato, tra primo e secondo turno, il centrosinistra passa da 16 a 6 comuni amministrati. Nei 19 ballottaggi il Pd è sconfitto in 15. Il centrosinistra esprimeva il sindaco in 64 comuni su 110, oggi gliene sono rimasti solo 34. Già nella prima tornata, un quarto dei votanti del Pd aveva abbandonato il partito votato fino allora. Insomma Caporetto.
Renzi ha addossato il peso del cappotto alla litigiosità nel Pd e non alla sua politica scriteriata di alleanze e ai suoi velleitarismi incostituzionali. Il che è una sciocchezza, tuttavia è pur sempre un parere, e lo rispettiamo come tale, sorridendo con compatimento. Ciò che inquieta è invece la contentezza ostentata da Renzi per un «centrosinistra ancora in vantaggio (67 comuni) sul centrodestra (59)». Facendo un minestrone tra comuni senz’altro minori e le grandi città, tutte perse, tranne Palermo dove il Pd si è impudicamente annesso la vittoria che è tutta di Leoluca Orlando, il quale si offende pure se qualcuno lo apostrofa come uomo piddino.
La domanda inquietante è questa: è possibile che nel Giglio magico non ci sia proprio nessuno con un grano di sale in zucca che tiri per la giacchetta il leader-bambino e gli dica: «Caro Matteo, ma non ti accorgi che se affermi che abbiamo retto o addirittura siamo in vantaggio, ti fai solo ridere dietro e fai la figura dell’imbecille convinto che tutti gli italiani siano idioti? Pensi davvero che gli italiani siano contenti ad apprendere che tu hai una così bassa stima della loro intelligenza? Ma non ti accorgi che, se continui a prendere per i fondelli i cittadini così apertamente con le tue patetiche bugie, il tuo è un suicidio perfetto?».
E invece tutti zitti. Possibile che nel Giglio magico siano tutti al livello di Lotti?

Enzo Marzo
Critica Liberale

Non c’è vinavil che tenga

Caro direttore, condivido anche questa volta la Tua motivata esegesi sul trambusto in corso per far nascere una “ammucchiata elettorale” a sinistra del PD. Matteo Renzi, come sempre mordace, la chiama accozzaglia. Paolo Mieli sul Corriere della Sera ha ricordato quel che accadde durante i corsi e ricorsi delle scissioni a sinistra del PCI e del PSI: un insuccesso dopo l’altro, tranne che per gli indipendenti di sinistra, che però si facevano eleggere direttamente nelle liste del PCI.

Ora invece l’operazione ha come fine la liquidazione del PD e, più ancora, di Matteo Renzi. Il vinavil dovrebbe fornirlo Prodi e affidarlo a Pisapia, bravo avvocato e buon sindaco, ma sfornito della leadership politica necessaria per sorreggere questa operazione spericolata. Ergo, non c’è vinavil che tenga.

Spiace a chi, come me e Te, è nato in provincia di Reggio dare un giudizio storico negativo sul veltro di Scandiano. Non mi è piaciuto né come leader europeo (è stato protagonista di un allargamento frettoloso ad Est dell’Unione) né come presidente del Consiglio; senza dire che il vero leader dell’operazione velleitaria in corso è Massimo D’Alema, pronto a ricandidarsi nel Collegio di Gallipoli.

Insomma, vogliono ritornare sulla plancia di comando i generali delle sconfitte che hanno maldestramente governato l’Italia, in alternanza con Berlusconi, dopo la grande slavina del 1992.

I risultati disastrosi di questo infausta stagione sono davanti agli occhi degli italiani, molti dei quali abbracciano un capo-comico al servizio di Davide Casaleggio!

Ritorno a Pisapia e confermo che è stato un buon Sindaco di Milano. Ma aggiungo: tutti i sindaci di Milano, da Greppi, ad Aniasi, a Tognoli, alla signora Moratti sono stati bravi. Ma tuttavia è già palese che il bravo sindaco Pisapia non è in grado, malgrado il vinavil di Prodi, di far risorgere una classe politica che si è dimostrata incapace di buongoverno: che non può inverarsi con le lenzuolate di Bersani.

Rebus sic stantibus, noi, noi del PSI dobbiamo stare – tutti – ben lontani e distinti da questa velleitaria operazione.

Sento vociferare che sarebbe in corso, da parte di questi crociati anti-renziani, il tentativo di aggregare anche Bobo Craxi. Mi auguro che si tratti di una notizia infondata e che ,in ogni caso, nessuno dei nostri dirigenti voglia partecipare a questa avventura.

Per queste ed altre molteplici ragioni dobbiamo confermare la nostra alleanza con il PD, partner dei partiti del socialismo europeo.

In questo momento di sbandamento e di crisi profonda del nostro sistema politico, tocca a noi riproporre i valori del nostro socialismo liberale. Da tempo sento annunciare una Conferenza programmatica chiamata “Rimini Due”. E’ il momento giusto, con l’ausilio di Mondoperaio e della Associazione Socialismo, per proporre alla sinistra riformista ed al Paese il nostro progetto per uscire da questo disastro, frutto avvelenato della Seconda Repubblica e, in parte, anche della Terza.

Spetta anche a noi porre al centro del nuovo corso politico necessario la battaglia per gli Stati Uniti d’Europa, che non deve essere soltanto la bandiera “carolingio” del nuovo Presidente della Francia e della signora Merkel.

Offro ai lettori del nostro quotidiano, a mo’ di “placebo”, questa constatazione storica: molto spesso quel che succede in Francia prima o poi si ripete in Italia.

Fabio Fabbri

Non passa il “pasticcellum”,
la riforma elettorale oligarchica

Dopo la disastrosa sconfitta nel referendum sulla riforma costituzionale dello scorso 4 dicembre e il letargo politico durante il governo Gentiloni, Renzi era tornato al proscenio con la nuova legge elettorale, che da più parti era stata definita “alla tedesca”. In realtà, la legge naufragata sugli scogli del voto segreto e di leaders politici che giocano ai quattro cantoni, aveva ben poco del “modello tedesco”.

Il sistema elettorale tedesco prevede l’elezione dei rappresentanti in una sola camera, il Bundestag. Il Senato, o Bundesrat, infatti, è espressione dei governi territoriali (la Germania infatti, è una Repubblica federale, con i Land dotati di una sorta di “semi-sovranità”, ben diversi, quindi, dalle regioni in Italia). Si possono esprimere due voti, il primo nominale. Esistono 299 circoscrizioni in Germania e questo significa che con il primo voto gli elettori possono dare una preferenza a una persona, eleggendo così un “Direktkandidat”. Si tratta di un mandato diretto, che pone in un rapporto diretto chi viene eletto con la propria circoscrizione.

Un esempio concreto per capirsi: Berlino ha 12 circoscrizioni, quindi possono essere eletti 12 deputati con il primo voto, in rappresentanza dei vari partiti che concorrono. Si tratta quindi, di una componente uninominale molto significativa, attraverso cui vengono eletti circa la metà dei deputati.

Il secondo voto viene dato ai partiti che presentano per ogni Land una lista di candidati. Si tratta di un listino bloccato: sono i singoli partiti che attraverso una selezione democratica interna, individuano le liste con alternanza di genere e seguendo una procedura assai prescrittiva, che si conclude con il voto dell’Assemblea nazionale per ogni Land.

Il numero attuale dei membri al Bundestag è di 630, ma può variare per effetto della ridistribuzione secondo il metodo proporzionale dei seggi: i partiti che non raggiungono il 5%, infatti, sono esclusi, e i seggi vengono computati in ordine a quelli rimanenti, dando luogo ad un numero di parlamentari variabile per legislatura. Bene. E’ era questo sistema previsto dalla legge affondata alla Camera?

Proprio no, e il richiamo al “modello tedesco” altro non era che espressione di “post-verità”, una cortina fumogena per varare, attraverso l’accordo dei “proprietari” degli attuali “similpartiti”, una nuova legge elettorale sulla scia di quelle che hanno segnato la disastrosa seconda Repubblica: dal Mattarellum al Porcellum sino al tentato “Italicum” e al vigente “Consultellum”, frutto dell’intervento della Corte costituzionale.

La mancata riforma elettorale, confusa e inadeguata, una sorta di “Pasticcellum” (per proseguire con il “latinorum”…), avrebbe ulteriormente trasformato la nostra democrazia in oligarchia, giù abbondantemente vulnerata dall’imposizione di scelte di organismi tecnocratici internazionali, fondata sul principio di sovranità popolare che si esplica in primo luogo sul diritto dei cittadini di scegliersi i rappresentanti in Parlamento, in una moderna oligarchia.

“Postdemocrazia” è il titolo di un libro di Crouch del 2003, in cui l’autorevole sociologo e politologo, già docente alla London School of Economics, ha elaborato una rigorosa analisi sul declino dei sistemi liberaldemocratici e la loro trasformazione in forme oligarchiche: “Mentre le forme della democrazia rimangono pienamente in vigore e oggi in qualche misura sono anche rafforzate, la politica e i governi cedono progressivamente terreno cadendo in mano alle élite privilegiate, come accadeva tipicamente prima dell’avvento della fase democratica”.

Maurizio Ballistreri

 

La politica e gli intellettuali

Lidia Ravera, presentando a Veroli il suo ultimo libro “il terzo tempo”, dichiara di giudicare la sua esperienza come assessore regionale alla cultura, “deludente”. Va oltre, dicendo che tanti suoi progetti sono rimasti sulla carta, affossati dalle pastoie della politica e della burocrazia. Apriti cielo! E via ai mal di pancia dei consiglieri, sottoconsiglieri e uomini di paglia, vassalli, valvassori e scudieri di sua maestà Nicola,che reputano la Ravera inidonea. E sentono già l’odore del suo scalpo e della sua poltrona. Strano. Dov’erano in tutti questi anni? Ma si sa, il cinghiale non lo si affronta a viso aperto, ma quando è ferito, stanco, quasi morto. Se fate notare che il cacciatore non è molto coraggioso, la sua risposta sarà: “che mi frega. Mi porto comunque un cinghiale a casa”. Ognuno ha la sua morale.

Un tempo gli intellettuali erano la politica. I partiti facevano a gara per accaparrarseli. Portavano, oltre al prestigio, un patrimonio di idee e visioni del mondo senza le quali la politica sarebbe impossibile. Oggi, invece, è il triste tempo dei venditori di pentole a domicilio, della forza vendita, del voto di rapina.

Cara Lidia, piena solidarietà. Caro Nicola Zingaretti, la Regione Lazio è una cosa seria, non una corte rinascimentale dove si aspetta la disgrazia degli altri per avanzare. Rimetti ordine tra le tue fila. C’è n’è bisogno.

Mario Michele Pascale
Presidente Ass. Spartaco

L’Equità fiscale, una battaglia socialista in Europa

L’equità fiscale è un valore tipico della cultura socialista e quando i socialisti ancora in servizio effettivo in Europa se lo ricordano fanno buone battaglie.

All’Europarlamento di Strasburgo sono insorti contro una clausola di salvaguardia che sembra voler limitare il tentativo di introduzione di regole in grado di limitare eventuali pratiche di evasione od elusione delle imposte. Un altolà nei confronti delle multinazionali in particolare il cui… fluttuare fiscale è da tempo nel mirino europeo.

La clausola è spuntata in un emendamento proposto a quanto pare dagli euro liberali dell’Alde con l’appoggio del Ppe. E permetterebbe di non fare “trasparenza” su dati sensibili. Ed è noto quanto sia sensibile l’animo delle multinazionali verso il fisco… fino a desiderare con aneliti sinceri di imbattersi nei Paradisi… fiscali. Per i socialisti il capogruppo Pittella ha definito l’emendamento uno scandalo. Altri lo hanno bollato come una scappatoia che svuoterebbe d’incanto il provvedimento. Tanto a pagare qualcuno c’è sempre… i dipendenti ad esempio. E senza scappatoie.

Blog Fondazione Nenni

Auf wiedersehen Lenin

Fra febbraio e aprile del 1945 la città di Dresda, capitale della Sassonia fu sottoposta ad una serie di devastanti bombardamenti che la distrussero quasi completamente, causando un numero ancora oggi imprecisato di vittime tra la popolazione.

Al termine del secondo conflitto mondiale la città, suo malgrado, entrò a far parte della DDR.

Con teutonica perseveranza i nuovi governanti iniziarono la ricostruzione della città, patria del barocco, una delle più belle della Germania, tuttavia commissionarono anche orribili architetture che trovarono la plastica rappresentazione con “Il capostazione rosso” un monumento a Lenin, in perfetto stile “realismo socialista”, inaugurato nel 1974 in occasione del 25° della Prussia rossa.

Un vero orrore che fu collocato al centro della piazza della stazione ferroviaria.

Ebbe, fortunatamente, vita breve: all’indomani della caduta del Muro di Berlino e della riunificazione tedesca la mostruosa opera fu rimossa dalla piazza.

Qualcuno propose di farla a pezzi e sotterrarla, come avvenuto con il mausoleo di Lenin a Berlino, ma, all’epoca, si presentò un malato di ostalghia che, avendo in animo di raccogliere i memorabilia della DDR, per creare un parco (sic!), la comprò per pochi marchi.

I figli, dopo la sua morte, hanno pensato di disfarsi dell’ingombrante (sotto tutti i punti di vista) cimelio, affidandone la vendita ad una casa d’aste.

Risultato? L’asta è andata deserta.

Non basta: un consigliere comunale della Linke, filiazione della vecchia Sed, il partito unico della DDR, ha avuto la brillante idea di porre la questione nel civico consesso della città sassone, proponendo di ricollocare il mostruoso monumento li dove era prima.

Neanche a dirlo ha ricevuto un diniego tutt’altro che garbato dai colleghi.

Il caso è spinoso: pare che in Germania nessuno più voglia non solo sentir parlare ma neppure vedere i simboli dell’antico potere comunista nell’est.

Identica sorte è toccata infatti ad una statua di Stalin e ad una di Thalmann, storico capo dei comunisti tedeschi.

Detto per inciso che in Italia nessuno ha ancora pensato a modificare la topografia di molte città e borghi in cui vie piazze e viali continuano ad essere dedicate dedicate a Togliatti e all’Unione Sovietica, considerato che la riunione della scorsa domenica ha rimesso insieme i nipotini di cotanto Pantheon, la signora Falcone e il signor Montanari potrebbero proporre ai loro seguaci (Marco Rizzo permettendo) una colletta per comprare la statua. La base d’asta è relativamente bassa ed è destinata a scendere.

Per l’occasione potrebbero anche giovarsi dei buoni uffici del Prof. Rodotà, storico amico e sostenitore della DDR

Emanuele Pecheux

Giornali Macchiati

Leggo e rileggo incredulo la prima pagina del ‘Corriere della Sera’, de ‘la Repubblica’ e de ‘La Stampa’. Non trovo alcun titolo sulla manifestazione della Cgil di sabato 17 giugno a Roma, contro i nuovi voucher decisi dal governo Gentiloni. Allora riprendo in mano con maggiore attenzione le prime pagine dei primi tre quotidiani italiani e ripasso ogni titolo, sicuro di essere stato distratto, di trovare un articolo sulle critiche di Susanna Camusso e sulle repliche di Paolo Gentiloni.
Invece niente. Purtroppo non mi sono sbagliato. Sulle tre prime pagine di domenica 18 giugno c’è di tutto. ‘Repubblica’ ha anche un titolo su «Sindaci, l’ultima sfida: stop ai risciò in centro», ma non c’è una riga sulle decine di migliaia di lavoratori che hanno manifestato nella capitale sotto le bandiere rosse della Cgil.
Solo nelle pagine interne si trova qualche notizia. Un pezzo di ‘Repubblica’ su una sola colonna a pagina 9 è titolato: «La Cgil: ‘Contro i nuovi voucher già 150 mila firme’». Il ‘Corriere della Sera’, invece, a pagina 11 dà più evidenza alla protesta del più grande sindacato italiano con un articolo pubblicato su sei colonne: «Cgil contro i ‘nuovi voucher’: appello al Colle». Invece ‘La Stampa’ confina la manifestazione della Cgil all’interno di un pezzo sulle contorsioni della sinistra politica, dal titolo: «I giovani massimalisti contro Pisapia. Il listone di sinistra a rischio big bang».
In sintesi, come ha scritto ieri Sfoglia Roma www.sfogliaroma.it, i fatti sono questi: la Cgil ha raccolto le firme per realizzare i referendum e abolire i voucher, ma le urne non si sono mai aperte perché il governo ha prima cancellato i buoni per i lavori occasionali con un decreto legge e poi ha varato una nuova versione dello strumento nell’ambito della manovrina economica, approvata dal Parlamento con il voto di fiducia.
Per Susanna Camusso anche i nuovi voucher, come quelli precedenti, sono causa di precarietà del lavoro; si è appellata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e sta preparando un ricorso alla Corte costituzionale, contro il governo che ha impedito la consultazione referendaria. Per Paolo Gentiloni, invece, le critiche sono infondate: i voucher nuova versione servono per regolare un segmento del mercato del lavoro e fa notare che la Cgil si trova da sola in questa battaglia, senza il supporto né della Cisl né della Uil.
Questi sono i fatti, poi ognuno ha il diritto di commentarli come vuole, secondo le proprie valutazioni e convinzioni. Ma i fatti, appunto, vanno esposti, raccontati dai giornali ai lettori. È questo il loro dovere, la loro missione. Invece in questo caso non è andata esattamente così. Non una riga in prima pagina, solo stringati articoli in pagina interna. Più o meno nello stesso modo è andata per gli altri quotidiani italiani e per il telegiornali.
Eppure il tema è importante: è lo scontro frontale sul lavoro tra la Cgil e il governo. È l’ultima battaglia campale tra la Cgil e un governo a guida Pd, «il più grande partito progressista europeo» come lo ha definito Matteo Renzi. Lo scontro tra la Cgil, il sindacato storicamente vicino alla sinistra e un esecutivo espressione del Pd, di per sé è una notizia a 18 carati.
Anni fa sui quotidiani ci sarebbe stato un titolo evidente in prima pagina. Poi sarebbero seguite paginate di approfondimento: cronache della protesta di piazza, schede su cosa sono i voucher, interviste alla Camusso, ai manifestanti e a Gentiloni. Invece ieri non è andata così. Qualcosa non ha funzionato. Anzi, qualcosa non funziona da molti anni. Non a caso l’informazione italiana è piombata in una crisi strutturale. Molti giornali e settimanali negli ultimi anni hanno chiuso i battenti, i quotidiani rimasti in piedi negli ultimi dieci anni hanno più che dimezzato le vendite, la pubblicità è evaporata e gli organici dei giornalisti sono stati decimati. I quotidiani online, emanazione della carta stampata, vanno abbastanza bene ma non sono riusciti a compensare il tracollo e, comunque, non riescono a camminare da soli sulle proprie gambe. Su internet c’è un’informazione fai da te, ma in genere è farlocca e priva di credibilità.
Gli editori e i direttori dei giornali nei convegni dedicati alla crisi della stampa sono fortissimi nella retorica dei sacri principi: l’informazione deve essere completa, libera ed autonoma; niente censure né omissioni nel riportare le notizie; la qualità professionale dei giornalisti e gli approfondimenti degli avvenimenti sono gli strumenti del rilancio. Certo. Perfetto. Peccato che anche questa volta, sulla manifestazione della Cgil, non sia andata così. È una brutta macchia sulla camicia non propria bianca dell’informazione italiana.

Rodolfo Ruocco
Sfoglia Roma

Sold out i social, deserte le urne

Il dato sulla partecipazione all’ultima tornata di elezioni amministrative, rende più preoccupata la riflessione sullo stato di salute della democrazia italiana. Mai, nella storia repubblicana, le elezioni comunali, quelle che vanno eleggere l’organo politico più vicino ai cittadini, avevano avuto una partecipazione complessiva appena superiore al 50%, evidenziando, da un lato, che ormai il principale partito italiano è il silenzioso partito dell’astensione, e dall’altro che servono autentici miracoli per rivitalizzare una scena pubblica mai così moribonda. Ma c’è un altro fattore che, a mio avviso, va tenuto in debita considerazione: l’aumento dell’uso dei social media non ha indotto a una crescita di partecipazione alle occasioni “fisiche” e “reali” della democrazia, che si esercita con il diritto di voto; ha invece portato a un ulteriore allontanamento dei cittadini dalle scene della politica, incrementando un uso dei sociali che destruttura luoghi e strumenti propri della partecipazione. Il tema è complesso, e difficile da contenere in poche righe, ma proviamo a farci capire. I social media rappresentano senza dubbio piazze virtuali che incentivano il confronto: si può discutere di temi, si possono condividere opinioni, si possono organizzare sondaggi e raccolte di impressioni. Tutte cose che con la politica hanno a che fare. Ma se dibattito, proposta, raccolta di impressioni si esaurisce sul social, viene a mancare quel ponte fondamentale tra teoria e pratica che rischia di creare un cortocircuito nella democrazia. C’è poi il modo di utilizzare lo strumento social.

Una piazza virtuale può essere agorà nel senso alto del termine, ma può anche essere bar dello sport, dove tutti si sentono in diritto di discutere di tutto e di tutti, di lasciarsi andare in apprezzamenti pesanti, in critiche, in offese di pancia che poco hanno a che fare con un serio dibattito alto, mediato e organizzato. In questo caso, quando la democrazia virtuale diventa “urlo-crazia”, quando la piazza virtuale diventa sfogatoio di tutti gli istinti repressi da parte di gente che in pubblico non direbbe una parola, ma che di fronte a una tastiera si sente un leone, è chiaro che qualcosa non funziona.

Certo, con partiti che hanno sempre meno iscritti, con una selezione poco trasparente della classe dirigente, con una situazione di crisi perdurante e che non ha precedenti nella storia recente, qualcosa occorre inventare. Ma, e questo pare certificato anche dagli esiti delle ultime elezioni, non è detto che la risposta sia la promozione tramite rete di soggetti che si improvvisano politici e amministratori, producendo disastri come a Roma la povera Raggi, che se dovessi usare una metafora sembra quasi un topolino in una gabbia di gatti. Insomma, in tempi in cui i social sono pieni e le urne vuote, non si può stare troppo sereni sui mali che affliggono il nostro paese. Ma una medicina si potrà trovare? Noi lo speriamo, da inguaribili ottimisti.

Leonardo Raito

Italiani all’estero, un discorso
da prendere sul serio

Alcuni il nesso non lo vedono, no, non quel nesso eziologico che dottrina e giurisprudenza cercano in caso di reato, ovvio. Eppure un nesso storico economico sociale, meno definibile, io lo vedo eccome. Sarà perché ne ho conosciuti tanti di italiani all’estero, e di croati ungheresi polacchi ciechi slovacchi turchi curdi e cosi’ via. Tanti emigrati che – forti di volontà e pochi mezzi – sono sbarcati in grandi e piccole metropoli in cerca di lavoro, o di studio per poi trovare un lavoro.

Senza retorica, il nesso c’é, perché le case di edilizia popolare costano meno ed è li che – in prima istanza – si alloggia quando non si hanno mezzi.

Ora il caso ha voluto che un ragazzo siriano sfuggito alla guerra abbia incontrato una terribile sorte a Londra, e lo stesso per i due sfortunati italiani.

Di sicuro la nazionalità non conta in casi di tragedie, ed è anche vero che l’Italia non è la Siria, per fortuna.

Eppure un pensierino bisogna dedicarlo alla situazione italiana che sebbene non catastroficamente afflitta da guerra civile ha comunque spinto migliaia di italiani – oramai milioni – ad emigrare ed a cercare fortuna fuori dall’italia, o sfortuna nel caso dei due poveri ragazzi.

Per carità, si emigra per piacere per studio per curiosità, per fare esperienza, ed incidenti possono accadere in Italia o durante le vacanze, però se fossero stati turisti per 1 settimana sarebbero forse alloggiati in albergo e non in un palazzo di edilizia popolare a rischio, come scopriamo oggi.

Se i ragazzi oggi non fossero obbligati a cercare lavoro all’estero, non si metterebbero in situazioni che a volte risultano essere a rischio. Se gli studenti imparassero le lingue a scuola, veramente, non dovrebbero andare in giro a fare i camerieri a Londra o in Irlanda per apprendere le famose due parole di inglese.

Insomma, l’Italia non ha commesso nessun reato nei confronti di quei due poveri ragazzi, ovvio, ma non mi sento di assolvere il nostro paese per la negligenza che ha dimostrato e dimostra nei confronti del futuro dell’educazione e delle prospettive lavorative dei giovani italiani.

E’ ora di prendere sul serio il discorso degli italiani all’estero, di coordinare, prendersi cura, di organizzare seriamente un esodo oramai epocale e legato sia alle condizioni a volta misere del mercato del lavoro italiano sia alle nuove sfide poste dalla globalizzazione.

Leonardo Scimmi
Coordinatore italiani all’estero (Europa)

Leonardo Scimmi

Legal Counsel

L’impasse sulla legge elettorale
e la crisi dei partiti

Negli ultimi mesi il dibattito politico è stato quasi monopolizzato dalla riforma della legge elettorale, che più che riforma è una irrinunciabile priorità dettata dalla bocciatura costituzionale del Porcellum prima e dell’Italicum poi, con la tappa finale del referendum costituzionale che ha definitivamente affossato il percorso delle riforme avviato da Renzi & Co. Abbiamo assistito a un incredibile balletto di proposte che sembrava aver trovato una sintesi finale in un modello simil tedesco, proporzionale, che scaturiva da un accordo a quattro tra Pd, Forza Italia, Lega Nord e M5S, poi clamorosamente naufragato alla prova dei numeri in parlamento. Non so se la politica italiana, o forse sarebbe meglio dire, il sistema di quello che è rimasto dei partiti nazionali, riuscirà a trovare una strada per uscire dall’impasse ma pare evidente il clamoroso vuoto politico in cui è piombato il paese, con partiti sempre meno rappresentativi, guidati spesso da conventicole di dirigenti più attenti a preservare spazi di potere interni che a proporre dinamiche serie per portare fuori dalla crisi una democrazia che ha toccato il fondo in chiave di consensi, di voglia di partecipare, di rappresentatività.

Proprio la crisi dei partiti è responsabile della crisi della democrazia partitocratica sorta nel dopoguerra e legittimata dalla costituzione. Quando i partiti perdono la loro funzione mediana tra popolo e istituzioni, quando non conoscono più la propria base elettorale, quando si trasformano da macchine a contenitori vuoti a disposizione, specie sotto elezioni, di questo o di quel leader, si viene a perdere tutta quella idealità che contribuisce a costruire consenso e fiducia reciproca. Resto dell’avviso che gli italiani abbiano buttato all’aria l’ultima grande occasione di far fare un passo avanti alla nostra repubblica in apnea, quel referendum che il 3 dicembre troppi hanno affrontato di pancia e non di testa, stoppando per sempre ogni velleità riformatrice. Il governo Gentiloni, oggi, è ostaggio di troppe logiche, specie di fronte all’alleanza fondativa tra Pd e Alfano che ormai non regge più. Mai come in un momento di incertezza come questo, che vede anche Mattarella richiamare all’ordine un parlamento confuso, con le possibili elezioni dietro l’angolo (e se non sarà autunno, comunque, sarà inverno) occorrerebbe uno scatto di responsabilità. I partiti dovrebbero scrivere regole del gioco durature, non una legge elettorale votata solo a non far vincere l’avversario più forte. Si tratterebbe di creare le condizioni per una normalizzazione, per una stabilità dei governi richiesta a gran voce dall’Europa, ma fondamentale anche per una cittadinanza forse troppo assopita o incazzata. Ma riusciranno i nostri eroi, per una volta, a frapporre l’interesse generale a quello particolare? Continuo ad avere i miei dubbi.

Leonardo Raito