Un 25 aprile con pensieri controcorrente

Possiamo pensare che il lascito più bello della Repubblica nata dal 25 aprile e dalla Costituzione democratica sia quello descritto da Carlo M. Cipolla, uno dei maggiori economisti internazionali che l’Italia abbia avuto: «Il bilancio economico del quarantennio postbellico è, in termini quantitativi, a dir poco lusinghiero. Certo, nulla di simile era stato – anche lontanamente – nelle speranze dei padri della Repubblica. Un reddito nazionale cresciuto di circa cinque volte dal 1950 al 1990 colloca l’Italia fra i Paesi a più elevato tenore di vita nel mondo». Poi è successo quello che è descritto da Fadi Hassan, docente di macroeconomia internazionale: «Nel 1991 in Italia il reddito pro capite era l’86% di quello americano, nel 2016 è sceso al 63%. È lo stesso livello che avevamo nel 1961: nell’ultimo ventennio siamo tornati indietro di 55 anni».

Con gli scorsi anni Novanta le tradizionali forze democratiche del centrosinistra storico sono state messe “sotto accusa da parte di coloro che per anni le hanno sostenute e offerto il consenso necessario per governare” scriveva nel gennaio 1993 il filosofo Norberto Bobbio, concludendo amaramente che “come paese democratico, come Stato di liberi cittadini, abbiamo fatto, bisogna riconoscerlo, una pessima prova».

Ne ho parlato diffusamente  in una ricerca – per chi vorrà leggerla – riportata sul sito www.socialistitrentini.it  e dall’ ‘Avantionline‘ partendo proprio dalle conclusioni del prof. Hassan. Per il futuro dovremmo cercare – se possibile – di porre rimedio alla problematica «prova» appena menzionata, cercando di non ripeterla: questo sarebbe il compito di una politica mite, che però non si intravvede ancora all’orizzonte.

Nicola Zoller

La laurea non ti fa diventare statista

Il teatrino della politica è in pieno svolgimento. Una situazione che fa rimpiangere la “prima Repubblica” quando la politica aveva la parvenza di una cosa seria.

Le varie delegazioni sono state ricevute per due volte dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ma le consultazioni non sono approdate ad una soluzione per la costituzione di una maggioranza nei due rami del Parlamento, capace di dar vita a un nuovo governo.

Ai margini della trattativa, fra una dichiarazione e l’altra, Silvio Berlusconi ha rubato la scena a Matteo Salvini all’uscita del colloquio con Mattarella, prendendo la parola prima del leader della Lega e poi avviandolo all’uscita insieme alla Meloni di Fratelli d’Italia; ha rivolto ai giornalisti presenti la raccomandazione di fare i bravi.

E non è tutto: recentemente ha tirato di nuovo fuori il discorso che Luigi Di Maio non ha la laurea, cadendo nel risibile. E che i grillini non sono democratici.

Benedetto Croce, il più grande filosofo del Novecento non aveva la laurea. E così dicasi della poetessa Grazia Deledda (premio Nobel), di Salvatore Quasimodo (premio Nobel) ed Eugenio Montale (anche lui premio Nobel), per non parlare dei numerosi statisti senza laurea. Quando ci sono le condizioni è bene conseguire una laurea, ma non è la sola strada che porta alla conoscenza. Per rendere meglio il concetto, vale la pena di ricordare l’assunto di un filosofo pre socratico, che teorizzava che la “erudizione di una singola materia, non è garanzia, né di cultura e né che la persona sia intelligente”. Berlusconi dovrebbe comprendere che è finita l’epoca delle barzellette, a lui tanto care.

I nostri lettori conoscono la nostra posizione riguardo ai partiti e movimenti nati sul nulla. Noi siamo per i partiti delle idee, con radici storiche, con persone che si incontrano e dibattono, ma attaccare un giovane – come Luigi Di Maio – solo perché non ha la laurea è puerile.

Nelle ultime tornate elettorali Silvio Berlusconi ha perso qualcosa come 8 milioni di voti. È un dato che dovrebbe far riflettere il fondatore di Mediaset, al quale anche gli avversari politici, riconoscono i meriti imprenditoriali.

Silvio Berlusconi, da primo partito a quarta forza (dopo M5S, Pd, e Lega). Noi non siamo fra coloro che pensano che l’ex presidente del Consiglio debba ritirarsi dalla politica per l’età (Napolitano ha dieci anni in più dell’ex cavaliere ed è lucidissimo) ma dovrebbe evitare di salire in cattedra, perché i fatti non gli danno ragione (la vicenda giudiziaria che ha comportato la decadenza da senatore non è una questione da poco).

I veti incrociati dei grillini che non vogliono Berlusconi e del Pd che non prende in considerazione l’alleanza con il M5S determinano una situazione di stallo, che completa il teatrino e che con tutta probabilità porterà a nuove elezioni. È plausibile che il Pd rimanga all’opposizione. Tocca ai nuovi padroni del vapore (Lega e M5S) fare in fretta a dare un governo al Paese. Una situazione di stallo e ricorrere a nuove elezioni, potrebbe provocare un’onda di ritorno verso il Pd, all’insegna del motto “si stava meglio quando si stava peggio”.

Roberto Fronzuti

 

La politica italiana: nave senza nocchiero

Doveva essere la legislatura della III Repubblica quella nata il 4 marzo e, invece, complice un sistema elettorale perverso, siamo tornati nei riti e nel pantano di alcune fasi della Prima.

La difficoltà di formare un governo, a causa della tripolarizzazione del sistema politico, ha riesumato, assieme all’obbligo delle coalizioni, ipotesi come “preincarico” e “incarico esplorativo” di governo, mentre i 5 Stelle ripropongono proposte da vecchio repertorio anderottiano, come la “politica dei due forni”, chiedendo indifferentemente a Pd e alla Lega di formare un governo, senza alcun discussione sui programmi, per tacere dell’attendismo (che nasconde un acritico e veteroatlantismo) di Di Maio sulla grave crisi siriana e sui venti di guerra nel Mediterraneo. E così, nel mentre la regia viene svolta da un presidente della Repubblica espressivo del partito centrale della I Repubblica, la Democrazia cristiana, la dialettica tra i vari soggetti politici (non esistono più partiti!) si sta disvelando per una sorta di neodoroteismo ammantato da assemblearismo in alcuni casi con accenti giacobini, cortina fumogena per coprire operazioni di potere, che ripropongono l’attualità delle teorie elitiste in politica.

E tutto ciò si consuma mentre la società italiana vive una condizione di profonda diseguaglianza, divisa e impoverita, individualista e atomizzata in un paese in pieno declino economico e sociale, con una larga sfiducia verso le istituzioni, la classe politica e i cosiddetti “corpi intermedi”, chiusi in una sorta di corporativismo autoreferenziale non giuridificato, mentre finiti i grand commis del nostro capitalismo di stato, spazzato via dalla (pseudo)rivoluzione liberista voluta senza distinzioni dai cosiddetti poli, centrodestra e centrosinistra, della II Repubblica, l’economia italiana è in mano a un’imprenditoria privata di basso profilo, incline a svolgere il ruolo di borghesia compradora per conto della grande finanza e dei monopoli globali, terra di conquista per raiders spregiudicati, soprattutto transalpini, espressione di una Nazione che con Macron, come testimonia la vicenda siriana, è oltremodo preda della sindrome della “grandeur”.

Un paese, l’Italia, diviso tra un Nord identitario e autoconservativo e un Sud ribellista ma con perduranti scambi clientelari, con una sinistra (?) che ha tagliato il proprio riferimento sociale, divenendo espressione delle élites e della nomenklatura e una politica in generale che trasversalmente, nella comunicazione e nei linguaggio, assume sempre più il populismo come riferimento della propria cultura, affidato alla televisione e ai social network, più che alla presenza nei conflitti sociali e del lavoro e sul territorio, ai comizi in piazza e alle assemblee nei quartieri.

Insomma una politica virtuale e inconcludente, che rischia di lasciare ulteriormente la crisi italiana senza soluzioni, i giovani in fuga, i disoccupati nella disperazione, il ceto medio sempre più vessato e impoverito, gli anziani abbandonati, il Sud senza speranza, riproponendo l’invettiva del sommo poeta Dante Alighieri nel VI Canto del Purgatorio della Divina Commedia: “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!”.

Balletto proporzionale in salsa tripolare

Il post elezioni ci ha consegnato già un mese e mezzo senza capacità di formare un nuovo governo. Con due possibili perni, anziché uno, la situazione sembra molto difficile: Salvini e Di Maio rivendicano il diritto di formare un governo, ma se il secondo lo fa forte del suo 32%, il primo è prigioniero di una coalizione in cui sì, la Lega, ha fatto la parte del leone, ma in cui le componenti forzista e meloniana (più la prima che la seconda) non sono trascurabili.

In mezzo ci sta l’immobilismo (o l’attendismo?) di un Pd uscito distrutto dal voto, massacrato nelle diatribe interne che sembrano non avere fine, con il fantasma del tennista Renzi che aleggia nelle riunioni di corrente o degli organismi dirigenti, legittimati, non si sa più fino a quando, a tirare il carro da una parte e dall’altra, col rischio di perdere le ruote. Ciò che si capisce chiaramente è che non eravamo più abituati ai tiramolla tipici della prima repubblica, tiramolla che, tuttavia, poggiavano su alcune certezze: che la Dc avrebbe nominato il presidente del consiglio; che una maggioranza, nel bene o nel male, si sarebbe trovata; che non si sarebbe spinto sul tema delle riforme dato che, si dava per scontato, l’Italia è un paese irriformabile.

Ma nella salsa tripolare in cui ci stiamo cuocendo, qualcuno dovrà mollare qualcosa. Il metamorfismo dei Cinque Stelle è stato mostruoso, e Di Maio si accredita come un Depretis in salsa moderna: prima spara a zero sul Pd e poi lo corteggia spudoratamente, poi cerca la Lega e i voti del centrodestra ma ripudia Berlusconi rompendo, di fatto, con la coalizione che potrebbe formare con lui una maggioranza. Berlusconi, tra uno scatto d’orgoglio e uno d’ira, continua a insistere con gli attacchi a Di Maio, accusandolo di non avere un lavoro, cosa che agli italiani pare non interessare più di tanto.

Poi i grillini incaricano un professore universitario di confrontare i programmi cercando punti di contatto, abdicando del tutto il ruolo dei politici e sacrificandolo alla tecnica. La confusione è tanta e forse solo l’esperienza di Mattarella riuscirà a dipanare dubbi e incertezze, proprio mentre la situazione internazionale e interna necessiterebbe di un governo stabile e in grado di affrontare con coraggio alcuni temi delicati. Il paese però dovrebbe prendere rapidamente coscienza di alcune questioni: 1) non credo vi siano i presupposti per tornare al voto, almeno fino a che non sarà modificata questa legge elettorale; 2) sarà molto difficile modificare la legge elettorale; 3) la situazione tripolare necessita dell’istituzione di un sistema maggioritario a unico o doppio turno, in grado di garantire una maggioranza che possa governare; 4) qualsiasi governo scaturisca da una possibile maggioranza costruita in parlamento non potrà che essere frutto di una mediazione al ribasso rispetto ai programmi elettorali con cui i partiti e le coalizioni si sono sottoposti al giudizio degli italiani. Possibile che tutto questo non sia sufficiente per capire la necessità di riformare il sistema? Possibile che gli italiani non abbiano ancora capito i guasti deleteri prodotti dal mancato sostegno al referendum costituzionale? Perché i partiti non sconfitti (Cinque stelle e Lega…un vero vincitore non c’è) non ripartono da un progetto di riforme istituzionali da scrivere insieme per avviare una nuova e autentica stagione rigeneratrice?

La strada a ostacoli può essere superata solo con uno slancio di generosità e responsabilità da parte di tutti. Di tempo se n’è perso anche troppo.

Leonardo Raito

40 anni di legge 194 e gli attacchi alle donne

Recentemente sono stati tre gli attacchi nella Capitale a quello che è un diritto garantito alle donne dal 1978. Per i quarant’anni della 194, le “celebrazioni” sono state molteplici. Prima un manifesto illustrato di 7×11 metri sul fianco di un palazzo di Via Gregorio VII, poi uno striscione all’ingresso della Casa Internazionale delle Donne a Via della Lungara, affissi rispettivamente dalla Onlus ProVita e dal collettivo di estrema destra Forza Nuova. Inoltre questa mattina alle 11.00, al Senato (Palazzo Madama), è stato organizzata una conferenza stampa per promuovere una petizione contro la legge 194 (“Per la salute delle donne. Le gravi conseguenze dell’aborto sul piano fisico e psichico”) da parte del movimento ProVita insieme a Lega e Fratelli d’Italia.

E così ci viene offerta l’occasione imperdibile di parlare di aborto non solo in termini di salute, ma anche perché è rilevante analizzare come funzioni il servizio che permette l’applicazione di un diritto.
Ricordiamo infatti che sul territorio nazionale sono molte le problematiche legate all’alto tasso di obiezione di coscienza e al rischio che corrono le donne che incontrano obiettori di coscienza in sala parto (caso di Valentina Milluzzo).

Questa mattina, alla conferenza stampa organizzata a Palazzo Madama, è stato affermato che le donne che decidono di abortire non sono correttamente informate delle conseguenze che questa pratica comporta. Questo non è solo falso da un punto di vista medico-legale, poiché sarebbe illegale appunto offrire un servizio sanitario che implica una procedura chirurgica o terapeutica senza far firmare al paziente il consenso informato, ma si tratta anche di un affronto alla donna, che non viene considerata in grado di cercare ed analizzare le informazioni necessarie per prendere una decisione consapevole.
Il movimento ProVita ha inoltre sottolineato che il Ministero della Salute ha sottostimato le complicanze legate all’aborto. Se si legge l’ultima “Relazione del Ministero della Salute sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza – legge 194/78”, si apprende in 131 pagine che l’analisi dei dati del 2016 è precisa, basata su dati scientifici e statistici e che tiene conto di tutti gli aspetti dell’IVG; viene esplicitamente riportato che “generalmente l’IVG effettuata in una struttura sanitaria da personale competente è una procedura sicura con un rischio di mortalità inferiore all’aborto spontaneo e al parto”.
Dire che i dati sull’aborto non sono completi e che vi è una sottostima delle sue conseguenze, equivale ad ammonire le fonti scientifico-statistiche del Ministero.
Ma, se da un lato sottolineiamo l’importanza di queste analisi, dall’altro vogliamo sollevare una critica. Ci si dovrebbe chiedere infatti quali siano i dati relativi agli aborti che non vengono praticati nelle strutture competenti (aborti clandestini), poiché in questa relazione il paragrafo sulla stima degli aborti clandestini include anche l’utilizzo della contraccezione d’emergenza. A questo proposito infatti l’ammonimento del movimento ProVita circa le conseguenze fisiche e psicologiche dell’aborto è stato accompagnato questa mattina dall’ennesimo attacco all’utilizzo della pillola del giorno dopo, che è stata paragonata a una pillola abortiva. Questa è una grave dichiarazione non scientifica: la funzione di questo farmaco è basata sul meccanismo di ritardo del processo ovulatorio, quindi non ha niente a che vedere con un’interruzione di gravidanza, poiché agisce prima che avvenga il concepimento.

Vogliamo inoltre ricordare che in Francia fare pressioni per convincere le donne a non abortire è un reato e riteniamo debba diventare tale anche in Italia.
Per rispondere alle gravi falsità che tentano di minacciare un diritto alla salute e libertà, invitiamo ogni categoria* capace di esprimersi basandosi su fonti scientifiche e tenendo conto di un diritto che difende la salute e la libertà, ad intervenire in questo dibattito bio-etico, politico, sociale e medico.
(*giornalismo, medicina, politica, intellettuali, università..)

Laiga – Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’applicazione della legge 194/78.

Siria: smetterla di gettare benzina sul fuoco

Le notizie di oggi (gli “strilli”, in realtà, come si dice in gergo) buttano qualche ettolitro di benzina sul fuoco.

Bellicose dichiarazioni di Trump, di vari esponenti israeliani; approvazioni varie di vari governi europei a sanzioni alla cattivissima Siria, rea dell’ennesimo ipotetico attacco chimico.

Al solito tutti questi strilli (perché qualcuno grida, quando forse sarebbe necessario parlare con voce ferma ma tranquilla) mi disturbano personalmente e immagino lo stesso succeda a chiunque abbia a cuore la questione siriana e la sorte di quella gente.

Così cerco di capire, mentre i faziosi di ogni parte cercano di convincermi che hanno ragione loro e di trarre le loro conclusioni tagliate con l’accetta.

Attacco chimico?

A chi giova? L’esercito siriano ha appena finito di sfollare migliaia di persone da Ghouta Est e sembra aver vinto la battaglia più importante, quella contro le forze che combattono contro il governo vicino a Damasco; questi gruppi (è sempre difficile dargli un nome, dire chi sono, jihadisti? vecchi oppositori passati alla lotta armata? mercenari? infiltrati dei servizi segreti? un mix di tutto questo?) sono particolarmente odiosi perché sparano contro la popolazione civile dei quartieri di Damasco (fatto che l’agenzia Sana documenta con un certo rigore, numeri precisi, foto e che confermano autorità indipendenti, come i religiosi cristiani che hanno attività in quei quartieri, vedasi per es le testimonianze sul sito oraprosiria). Il rappresentante della Russia all’ONU ha dichiarato che gli esperti russi arrivati a Douma non hanno trovato alcuna traccia di residui chimici. Il Segretario Generale dell’ONU ha dichiarato oggi: “La gravità delle recenti accuse richiede un’indagine approfondita che si avvalga di competenze imparziali, indipendenti e professionali. A tale riguardo, ribadisco il mio pieno sostegno all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) e alla sua missione d’inchiesta nell’intraprendere le necessarie indagini su tali accuse.”

Che dice l’OPCW? “Il centro operativo dell’OPCW ha seguito attentamente l’incidente e ha effettuato un’analisi preliminare delle segnalazioni sul presunto uso di armi chimiche subito dopo la loro emissione. La missione d’inchiesta sta raccogliendo ulteriori informazioni da tutte le fonti disponibili per stabilire se siano state utilizzate armi chimiche”. Stanno salendo velocemente su un aereo a controllare? Hanno chiesto al governo siriano il permesso e il governo ha risposto qualcosa? Per ora non ci risulta.

Per finire: da 48 ore il numero di moti del famoso attacco chimico varia da 40 a 100: esiste un rispetto per i morti? I siriani sono morti “un tanto al chilo”?

Ora un esercito che sta vincendo perché dovrebbe fare qualcosa che metterebbe in serio pericolo la sua vittoria? A quale scuola militare hanno studiato i generali di Assad?

Bombardamenti?

Ieri “qualcuno” ha bombardato la celeberrima segretissima base siriana chiamata T4. Chi sia questo qualcuno lo precisa un dispaccio della Sana che cita fonti dell’esercito siriano: F15 israeliani hanno sparato missili dallo spazio aereo libanese. Risultato: morti e feriti.

Israele “non conferma e non smentisce”, secondo una prassi consolidata. Qualche giornale israeliano ha buttato là che erano stati gli USA ma è arrivata una secca smentita. L’ONU fa una inchiesta? Ammonisce qualcuno? Qualche potenza occidentale chiama l’ambasciatore israeliano e gli chiede spiegazioni? Al momento non ci risulta. Risulta invece che le incursioni di vario tipo dell’aviazione israeliana in spazi aerei e territoriali non propri siano un’abitudine consolidata e che, dall’inizio della guerra civile le incursioni sono state un centinaio. Non c’era qualche norma internazionale sull’inviolabilità del territorio nazionale?

Due pesi e due misure

È evidente che nell’area mediorientale ci sono due pesi e due misure, a seconda si parli di Iran e Siria o di Arabia Saudita e Israele. E stiamo parlando di 4 paesi ben distinti, con numerose differenze tra di loro.

Forse ad analizzare la situazione dal punto di vista delle strategie delle multinazionali energetiche e produttrici di armi ci si guadagnerebbe qualcosa: sicuramente tra oleodotti e pozzi di petrolio ci sono in ballo interessi parecchio grossi e, certo, i poveri costruttori di armi per venderle hanno bisogno che qualcuno le usi…

Sia come sia sarà anche ingenuo ma io trovo assolutamente necessario chiedere che si smetta di gettare benzina sul fuoco della “guerra mondiale a pezzi” e che ognuno prenda la propria parte di responsabilità: che l’ONU faccia il lavoro di sanzione e verifica senza guardare in faccia nessuno (una bella inchiesta sui palestinesi con una pallottola israeliana in fronte a Gaza, una sulle violazioni della sovranità nazionale siriana da parte di Israele e Turchia, un’altra sullo Yemen, solo per restare in zona); che i governi facciano azioni diplomatiche e di sanzione di chi non rispetta gli accordi internazionali, che i media la smettano di alimentare notizie senza controllo o di evidente propaganda, che ognuno di noi si mobiliti perché la pace (come primo, minimo, stato di non guerra) sia ristabilita in quella come in numerose altre regioni del mondo. Per il semplice diritto di ogni popolo, e del siriano in particolare, a vivere in pace.

Perché a gettar benzina sul fuoco ci si brucia tutti

Olivier Turquet
Redazione Pressenza

Lupacchiotta senza tette.
Le balle indecenti degli ayatollah

Grazie al pezzo di Alistair Coleman su BBC online, siamo informati che il terzo canale della televisione iraniana, nel raccontare l’incontro di calcio tra Roma e Barcellona, ha oscurato le graziose tettine della lupacchiotta che da quasi tre millenni fa da nutrice a Romolino e Remino abbandonati dall’improvvida madre. Le immagini mostrano il commentatore, con alle spalle lo scudo di Roma A.S. con evidenti abrasioni nella parte centrale. Dal ritocco escono male anche le capoccette dei due fratellini. Fin qui il fatto.

lupa romaPolitico, che ha più di un problema con l’accaduto, si pone qualche domanda. Ad esempio, come reagiranno i romanisti toccati nell’onore e nell’amore? Loro a quelle tette sono abituati ad attaccarsi per nutrire di speranza i sogni insoddisfatti di scudetti e coppe, come mostra la sonora sconfitta con il Barcellona. Ma, come da sempre sanno gli umani, la speranza è l’ultima dea, e non va cancellata, soprattutto da chi si proclama religioso.

E poi: la crudeltà del censore sofferente di prurigine acuta al cervello non ha proprio limiti? Ma come, quei poveri bimbi già soffrono di assenza di latte materno, vogliamo togliere loro anche quello lupesco?

E ancora: come reagiranno animalisti, Wwf, Ong per la protezione di specie e ambiente? Con tutto quello che si fa, ad esempio in Italia, per preservare la specie lupina, non è un bello spettacolo questo delle tette lupesche fatte a fette, manco fossero prosciutto dell’orripilante (per l’islam) maiale!

E poi: ma che c’avranno di male ‘ste tette? E qui Politico deve aguzzare l’ingegno, perché lui di male non ci vede proprio niente anzi, in genere ci vede parecchio di bene, in quanto quelle ghiandole secernenti latte, trasmettono vita, benessere, calore, conforto, quiete. Talvolta, confessa, anche eccitazione e tormento, ma vale solo per quelle umane. Che i reggitori religiosi islamici soffrano tempeste ormonali con le lupe, ohibò può risultare persino un po’ rischioso. Se potesse, direbbe loro: suvvia! Statevene alla larga … quelle hanno unghie e denti peggiori persino dei vostri!

Due ricordi, che stanno in tema.

Il primo è un viaggio, da studente, in Medio Oriente. Politico partì con la ragazza e una coppia di colleghi, per andare alla ventura tra Siria, Egitto, Giordania, Libano. All’ingresso nella grande splendida moschea degli Omayyadi di Damasco, a tutti fu richiesto di togliere le calzature, e alle ragazze imposto d’indossare una sorta di saio con cappuccio. Mai visitata una moschea, faceva piuttosto caldo, e così lo sprovveduto, sorridendo, chiese al custode perché esse sì e i maschietti no. La risposta fu: “per coprire i capelli”. Ancora più sprovveduto, Politico di rimando: “E che c’avranno de diverso dai nostri, ‘sti capelli loro pe’ rompe tanto?”. La risposta, agghiacciante pur nel torrido agosto: “Beh, sai, fanno pensare ad altro pelo”. Politico, dopo infiniti decenni, prova ancora profonda vergogna nel raccontare una conversazione tanto impudica, perché avvenuta in un luogo sacro, non nella sala d’aspetto di un casino. Rifletté che quella era roba da ospedale psichiatrico, fissazione maniacale frutto di fantasie degenerate di massa coltivate in secoli di allucinazioni collettive, concludendo che qualche grosso problema l’islam doveva averlo con le donne. Crescendo si fece l’idea che l’islam pratichi un’enorme criminale sciocchezza nei confronti della metà dei suoi fedeli, probabilmente quella più ferventemente credente. Un decennio fa, lesse la ricerca di economisti musulmani, finanziata dalle banche islamiche, sull’arretratezza mediorientale. Nelle conclusioni gli economisti rilevavano che l’handicap strutturale che spiegava l’arretratezza dell’economia e delle società arabe e iraniana, era senza dubbio il fatto che la metà della popolazione (quella femminile, appunto) venisse esclusa. Quella pattuglia di benpensanti si chiedeva: se partiamo con il 50% in meno di chance rispetto ai concorrenti, quando e come potremo mai competere con loro? Politico trovò conforto nell’interrogativo.

Secondo ricordo, il grazioso lieve film dell’iraniano Jafar Panahi, Offside, che in italiano sta per “fuorigioco”, termine che per gli adepti al calcio significa trovarsi oltre la linea difensiva avversaria e quindi esclusi dalla possibilità di partecipare ad un’azione di gioco. Nella pellicola, prodotta nel 2006, Orso d’argento a Berlino, girata in Iran ma proibita dal regime, compaiono Sima Mobarak Shahi, Safar Samandar, Shayesteh Irani, Ida Sadeghi, Golnaz Farmani. L’ora e mezzo di film narra la storia di Mahnaz Zabihi, Nazanin Sediq-zadeh, Mohammad Kheir-abadi, Masoud Kheymeh-kabood, Ali Baradari, Mohsen Tabandeh, Reza Khayeri, Karim Khodabandeh di alcune ragazzine, innamorate del calcio, che vogliono a tutti i costi vedere la qualificazione ai campionati mondiali che la squadra della nazionale sta per giocare con Bahrein. In Iran le ragazze non sono ammesse allo stadio, quindi le aspiranti tifose si camuffano da maschi, falsificano biglietti d’ingresso e quant’altro, pur di entrare. Vengono inevitabilmente placcate, arrestate, e “torturate” in una sorta di recinto nel quale ascoltano i rumori dello stadio senza nulla poter vedere. Familiarizzano con qualcuno dei soldati, ma non arrivano a convincerlo di lasciarle andare, troppa è la paura del castigo. A metà secondo tempo sono caricate sulla camionetta per essere condotte al commissariato. Si libereranno una dopo l’altra, in tranquillità, grazie alla festa collettiva di strada per la vittoria dell’Iran che coinvolge anche i carcerieri.

Nel film, il quadretto della teocrazia strettamente basata sui dettami dell’islam sciita, è ricco di situazioni e conversazioni surreali (quando una delle ragazze chiede di andare in bagno, il no è inevitabile perché lo stadio non ha bagni per le donne; di fronte al rischio di … inondazione, un soldato accompagna la ragazza alla toilette; le consentirà di procedere, solo dopo aver svuotato lo stanzone da ogni presenza maschile e trovato il modo per impedire nuovi ingressi, mentre si crea la fila dei maschi in attesa che premono …), con la caratterizzazione ben definita di nevrosi e tic di sopravvivenza che ciascuna delle ragazze è “costretta” a sviluppare in risposta ai divieti religiosi ai quali è sottoposta. Alle ragazze che chiedono il perché del divieto, si oppone il bisogno di “proteggerle dalla violenza fisica e verbale” alla quale andrebbero sicuramente incontro nello stadio.

Viene da pensare che se tanto mi dà tanto, un giorno o l’altro gli ayatollah e la guida suprema della rivoluzione islamica iraniana proibiranno pure il calcio: in fondo le tette della lupa sono molto meno tentatrici delle palle che rotolano in campo!

Politico
Blog Fondazione Nenni

4 aprile 1968: muore il “redentore dalla faccia nera”

“L’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque”. Cinquant’anni fa venne assassinato Martin Luther King.

Era il 14 ottobre 1964 quando Martin Luther King riceveva il Premio Nobel per la pace. Il “redentore dalla faccia nera” fu premiato per il suo impegno per la lotta alla segregazione razziale. Combatté per i diritti civili e fu incarcerato nel 1963 per la partecipazione a una protesta non violenta. La lettera dalla prigione di Birmingham, che vi proponiamo è una risposta alla dichiarazione scritta da otto ecclesiastici il 12 aprile. I sacerdoti si auguravano che la battaglia contro la segregazione razziale si combattesse nelle strade e non nei tribunali. La lettera venne pubblicata il 12 giugno del 1963.

-di MARTIN LUTHER KING-*

Miei cari confratelli, mentre mi trovo relegato qui, nella prigione della città di Birmingham, mi è accaduto di leggere la vostra recente dichiarazione in cui le mie attuali iniziative sono definite “imprudenti e intempestive”. È raro che mi soffermi a rispondere alle critiche rivolte al mio lavoro e alle mie idee. Se volessi mandare una risposta a tutti i messaggi di critica che capitano sulla mia scrivania, i miei segretari dovrebbero dedicare quasi per intero la giornata a questa corrispondenza, e a me non resterebbe il tempo per il lavoro costruttivo. Ma poiché mi sembrate autenticamente animati da buone intenzioni, e proponete con sincerità le vostre critiche, voglio cercare di rispondere alla vostra dichiarazione in termini che mi auguro siano pacati e ragionevoli. Penso di dover dire perché mi trovo qui a Birmingham, dato che a quanto pare siete rimasti influenzati dal pregiudizio contro “gli estranei che si intromettono”. Ho l’onore di prestare servizio come presidente del Congresso dei dirigenti cristiani del Sud (Sclc), un organismo operante in tutti gli stati del Sud, con sede ad Atlanta in Georgia. Abbiamo circa ottantacinque affiliate in tutto il territorio meridionale degli Stati Uniti, una delle quali è il Movimento cristiano dell’Alabama per i diritti umani. Spesso mettiamo in comune con le nostre affiliate il personale e le risorse finanziarie e formative. Diversi mesi orsono la nostra filiale di Birmingham ci ha chiesto di tenerci pronti per impegnarci in un programma nonviolento di azione diretta, se ne fosse stata riconosciuta la necessità. Abbiamo acconsentito subito, e quando è stato il momento abbiamo tenuto fede alla nostra promessa. Perciò io, insieme a diversi miei collaboratori dell’associazione, sono qui perché sono stato invitato a venire qui. Sono qui perché qui mi lega la mia organizzazione.

Ma in senso più fondamentale, sono a Birmingham perché qui c’è l’ingiustizia. Così come i profeti dell’VIII secolo a. C. lasciavano i loro villaggi e portavano il loro “così dice il Signore” ben oltre i confini delle città in cui erano nati, e così come l’apostolo Paolo lasciò il suo villaggio di Tarso per portare il vangelo di Gesù Cristo negli angoli remoti del mondo grecoromano, allo stesso modo anch’io sono spinto a portare il vangelo della libertà oltre la mia città natale. Come Paolo, devo rispondere di continuo alla richiesta di aiuto che viene dalla Macedonia. Inoltre, sono consapevole del fatto che tutte le comunità e gli stati sono in reciproca correlazione. Non posso starmene con le mani in mano ad Atlanta, senza curarmi di quel che succede a Birmingham. L’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque. Siamo presi in una rete di reciprocità alla quale non si può sfuggire, avvolti da un’unica trama del destino. Qualunque cosa riguardi direttamente uno, riguarda in modo indiretto tutti. Non potremo mai più permetterci di vivere con l’idea ristretta e provinciale dell’”agitatore che viene da fuori”. Chiunque viva negli Stati Uniti, in qualunque località compresa nei suoi confini, non potrà mai essere considerato uno di fuori. Voi deplorate le manifestazioni che hanno luogo a Birmingham. Ma mi duole dire che la vostra dichiarazione non esprime analoga preoccupazione per le situazioni che hanno provocato le manifestazioni. Sono sicuro che nessuno di voi vorrebbe accontentarsi delle analisi sociali più superficiali, che si occupano soltanto degli effetti e non affrontano le cause. È deplorevole che a Birmingham abbiano luogo le manifestazioni, ma è ancor più deplorevole che in questa città la struttura di potere dei bianchi non abbia lasciato alla comunità nera nessun’altra scelta. 1 In una campagna nonviolenta ci sono quattro fasi fondamentali: la raccolta dei fatti per determinare se le ingiustizie ci sono; la trattativa; la purificazione di se stessi; l’azione diretta. A Birmingham siamo passati attraverso tutte queste fasi. Un fatto non si può negare: questa comunità è sprofondata nell’ingiustizia razziale. Birmingham è forse la città degli Stati Uniti dove il segregazionismo è applicato nel modo più totale. È noto a tutti che si sono registrati numerosi casi di atroci brutalità. Nei tribunali i neri hanno subito gravi e vistose ingiustizie. A Birmingham si sono avuti più attentati dinamitardi contro case e chiese di neri rimasti impuniti che in qualsiasi altra città americana. Ecco i fatti della dura e brutale realtà. A causa di questa situazione, i leader neri hanno cercato di trattare con le autorità locali. Ma queste ultime si sono sempre rifiutate di iniziare un negoziato in buona fede. Poi, lo scorso settembre si è presentata l’occasione di trattare con i capi del mondo economico di Birmingham. Durante questi colloqui, i commercianti avevano fatto alcune promesse: per esempio, di eliminare dagli esercizi pubblici le umilianti affissioni di carattere razziale. Basandosi su queste promesse, il reverendo Fred Shuttlesworth e i dirigenti del Movimento cristiano dell’Alabama per i diritti umani avevano accettato una moratoria di tutte le manifestazioni. Con il trascorrere delle settimane e dei mesi, ci siamo resi conto di essere vittime di un impegno non mantenuto: i pochi cartelli rimossi in seguito agli accordi presi venivano ripristinati; gli altri erano sempre rimasti al loro posto. Come era già accaduto tante volte in passato, le nostre speranze erano state abbattute, e su di noi pesava l’ombra di una profonda delusione. Non ci restava altra scelta che predisporci all’azione diretta, in cui avremmo offerto il nostro stesso corpo come mezzo per presentare la nostra causa davanti alla coscienza della comunità locale e nazionale. Consapevoli delle difficoltà del nostro compito, decidemmo di sottoporci a un processo di purificazione. Organizzammo una serie di gruppi di lavoro sulla nonviolenza, per chiedere più volte a noi stessi: “Sei in grado di ricevere colpi senza restituirli?”, “Sei in grado di sopportare la prova del carcere?”. Decidemmo di attuare il nostro programma di azione diretta nell’epoca della Pasqua, sapendo che, dopo quello natalizio, si tratta del periodo dell’anno in cui gli acquisti sono più numerosi. Sapevamo inoltre che l’azione diretta sarebbe stata affiancata da un forte programma di astensione dai consumi e ci sembrava che questo potesse essere il momento migliore per fare pressione sui commercianti in modo da provocare i cambiamenti richiesti. Poi pensammo che in marzo a Birmingham si sarebbe dovuto votare per eleggere il sindaco, e ci affrettammo a decidere di ritardare i nostri interventi fino al giorno dopo le elezioni. Quando si seppe che l’assessore alla pubblica sicurezza, Eugene “Bull” Connor, aveva accumulato abbastanza voti da partecipare al ballottaggio, ancora una volta rimandammo l’inizio delle attività al giorno dopo il ballottaggio stesso, per evitare che le nostre manifestazioni potessero essere strumentalizzate. Come molti altri, aspettavamo di assistere alla sconfitta di Connor, e per questo sopportavamo un rinvio dietro l’altro. Ma dopo aver dato il nostro contributo a questa necessità della cittadinanza di Birmingham, pensavamo che il nostro programma di azione diretta non potesse più essere rinviato. Potreste chiedere: “Perché optare per l’azione diretta? Perché i sit?in, i cortei e così via? Non è forse meglio percorrere la via del negoziato?”. Avete ragione di invocare la necessità della trattativa; anzi, è proprio questo il fine che si prefigge l’azione diretta. L’azione diretta nonviolenta cerca di creare una crisi così acuta, di suscitare una tensione così insopportabile, da costringere una comunità, che si è sempre rifiutata di trattare, ad affrontare la situazione. L’azione diretta nonviolenta cerca di accentuare gli aspetti drammatici del problema in modo tale che non si possa più ignorarlo. Potrà suonare piuttosto scandaloso che io consideri la creazione di uno stato di tensione un aspetto dell’attività di chi aderisce alla resistenza nonviolenta: ma devo confessare che la parola “tensione” non mi fa paura. Mi oppongo sempre con fermezza alla tensione violenta, ma esiste un genere di tensione costruttiva e nonviolenta che è necessaria per crescere. Come Socrate stimava necessario 2 creare una tensione nella mente, così che gli individui si liberassero dalla servitù dei miti e delle mezze verità, elevandosi fino al regno dell’analisi creativa e della disamina oggettiva, allo stesso modo dobbiamo comprendere la necessità che questi pungoli della nonviolenza riescano a creare nella società la tensione capace di aiutare gli uomini a sollevarsi dagli abissi tenebrosi del pregiudizio e del razzismo fino alle maestose altezze della comprensione e della fratellanza. Il nostro programma di azione diretta si propone di creare una situazione così satura di crisi da aprire inevitabilmente la strada al negoziato. Perciò nel vostro appello alla trattativa io concordo con voi. La nostra amata terra del Sud è rimasta troppo a lungo sprofondata in una palude, nel tragico tentativo di vivere nel monologo invece che nel dialogo. Nel vostro documento, un punto essenziale è che l’azione intrapresa a Birmingham da me e dai miei compagni è intempestiva. Alcuni chiedono: “Perché non avete lasciato alla nuova amministrazione cittadina il tempo di agire?”.

L’unica risposta che possa dare a questo interrogativo è che la nuova amministrazione di Birmingham dovrà essere pungolata quanto la precedente, prima che agisca. Sbaglia di grosso chi pensa che l’elezione a sindaco di Albert Boutwell porterà a Birmingham l’avvento dell’età messianica. Boutwell è una persona assai più garbata di Connor, ma entrambi sono fautori del regime segregazionista, volti alla conservazione dell’esistente. Io ho speranza che Boutwell possa essere così ragionevole da capire quanto sia futile contrastare con una resistenza massiccia l’abolizione del segregazionismo. Ma non potrà capirlo senza la pressione esercitata dai difensori dei diritti civili. Amici miei, devo dirvi che noi non abbiamo ottenuto un solo progresso in materia di diritti civili senza una decisa pressione esercitata con mezzi legali e nonviolenti. È deplorevole, ma è una realtà storica: è raro che i gruppi privilegiati rinuncino volontariamente ai loro privilegi. I singoli individui possono ricevere una illuminazione morale e rinunciare per propria iniziativa a una posizione ingiusta: ma, come ci ricorda Reinhold Niebuhr, i gruppi hanno la tendenza a essere più immorali dei singoli. Sappiamo per dolorosa esperienza che l’oppressore non concede mai la libertà per decisione spontanea: sono gli oppressi che devono esigere di ottenerla. Francamente, non mi è ancora accaduto di intraprendere una campagna di azione diretta che apparisse “tempestiva” agli occhi di quanti non hanno subito indebite sofferenze a causa del morbo segregazionista. Da anni sento dire la parola “Aspettate!”, che risuona all’orecchio di ogni nero con stridente familiarità. Questo “Aspettate” significa quasi sempre “Mai”. Noi dobbiamo arrivare a comprendere, insieme a uno dei nostri massimi giuristi, che “la giustizia ottenuta troppo tardi è giustizia negata”. Noi aspettiamo da oltre 340 anni di ottenere i nostri diritti sanciti dalla Costituzione e donati da Dio. Le nazioni asiatiche e africane si muovono con velocità supersonica verso l’indipendenza politica, mentre noi ancora ci trasciniamo, al passo di un calessino all’antica, per cercare di ottenere una tazza di caffè al banco delle tavole calde. Forse dire “Aspettate” è facile per chi non è mai stato ferito dalle frecce aguzze della segregazione. Ma se uno vede plebaglie inferocite lasciate libere di linciare vostra madre, vostro padre, di annegare i vostri fratelli e sorelle a piacimento; se vede poliziotti pieni d’odio insultare, prendere a calci e perfino uccidere i vostri fratelli e sorelle neri; se uno vede la stragrande maggioranza dei venti milioni di suoi fratelli neri che soffocano, in una gabbia di povertà a tenuta stagna, nel bel mezzo di una società opulenta; se uno sente che la lingua s’inceppa e le parole escono in un balbettio perché bisogna cercare di spiegare alla figlia di sei anni come mai non può andare al parco pubblico di divertimenti che la televisione ha appena finito di pubblicizzare, e si accorge che le vengono le lacrime agli occhi appena sente che la Città dei divertimenti è vietata ai bambini di colore, e vede minacciose nubi di inferiorità cominciare a formarsi nel suo piccolo cielo mentale, e la sua personalità cominciare a distorcersi nello sforzo di maturare un inconscio rancore verso i bianchi; se uno deve cercare di rispondere a un figlio di 3 cinque anni che chiede: “Papà, ma perché i bianchi trattano così male la gente di colore?”; se uno, quando fa un viaggio in macchina, si trova costretto una notte dopo l’altra a dormire in posizione disagiata, in un angolo dell’automobile, perché non lo accettano in nessun motel; se tutti i giorni, immancabilmente, uno vive incalzato da umilianti cartelli su cui sta scritto “bianchi” e “di colore”; se il suo nome di battesimo diventa “negraccio”, il secondo nome “ragazzo” (qualunque sia la sua età) e il cognome diventa “John”, e se per sua moglie o sua madre nessuno usa mai il titolo di cortesia di “signora Taldeitali”; se il fatto di essere un nero lo tormenta di giorno e l’ossessiona di notte, lo costringe a vivere sempre in punta di piedi, senza sapere che cosa può capitare da un momento all’altro, se lo fa sentire angustiato da ogni sorta di paure interiori e da ogni sorta di risentimento verso l’esterno; se uno non può mai smettere di lottare contro la corrosiva sensazione di “non essere nessuno”… se tutte queste cose accadessero a voi, capireste perché per noi è difficile aspettare. Arriva il momento in cui la coppa della sopportazione trabocca, e gli uomini non accettano più di sprofondare nell’abisso della disperazione. Spero, signori, che possiate comprendere la nostra legittima e inevitabile impazienza. Sembrate molto in ansia per la nostra dichiarazione di disponibilità a violare la legge. Si tratta senza dubbio di una preoccupazione legittima. Dal momento che con tanta diligenza noi insistiamo perché sia osservata la sentenza emanata nel 1954 dalla Corte suprema, in base alla quale il regime segregazionista è bandito dalle scuole pubbliche, potrebbe in effetti apparire un paradosso che noi stessi, consapevolmente, ci disponiamo a violare le leggi. Si potrebbe chiedere: “Come potete propugnare la violazione di alcune leggi e l’osservanza di altre?”. La risposta sta nel fatto che ci sono due tipi di leggi: giuste e ingiuste. Sarei il primo a invocare l’osservanza delle leggi giuste: abbiamo una responsabilità non soltanto legale, ma anche morale, che ci impone di obbedire alle leggi giuste. Di converso, abbiamo anche la responsabilità morale di disobbedire alle leggi ingiuste: io concordo con sant’Agostino nel ritenere che “una legge ingiusta non è legge”. Ora, qual è la differenza fra le une e le altre? Come si fa a stabilire se una legge sia giusta o ingiusta? Una legge giusta è un codice composto dall’uomo che corrisponde alla legge morale o alla legge di Dio. Una legge ingiusta è un codice in disarmonia con la legge morale. Per usare il linguaggio di san Tommaso d’Aquino: una legge ingiusta è una legge umana che non è radicata nella legge eterna e naturale. Una legge che eleva la personalità umana è giusta; una legge che degrada la personalità umana è ingiusta. Tutti gli statuti del segregazionismo sono ingiusti perché il regime segregazionista distorce l’anima e danneggia la personalità: al segregazionista conferisce un falso senso di superiorità, a chi è vittima della segregazione un falso senso di inferiorità. Per usare la terminologia del filosofo ebreo Martin Buber, il segregazionismo sostituisce al rapporto “Io?Tu” un rapporto “Io?Oggetto” (1), ossia finisce con il considerare le persone come cose. Quindi il segregazionismo non è soltanto privo di fondamento politico, economico, sociologico: è contrario alla morale e peccaminoso. Paul Tillich dice che il peccato è separazione. Il segregazionismo non è forse un’espressione esistenziale della tragica separazione dell’uomo, della sua orribile alienazione, della sua atroce peccaminosità?

Perciò io posso insistere perché si osservi la sentenza emanata dalla Corte suprema nel 1954, in quanto moralmente giusta; e posso insistere perché non si obbedisca alle ordinanze del regime segregazionista, in quanto moralmente ingiuste. Consideriamo un esempio più concreto di leggi giuste e ingiuste. È ingiusta la legge di cui un gruppo maggioritario per numero o per potenza impone l’osservanza a un gruppo minoritario, mentre esenta se stesso dalla stessa osservanza. Questa è la differenza fatta legge. Allo stesso modo, la legge giusta è quella che una maggioranza impone alla minoranza di osservare, essendo comunque disposta a osservarla a sua volta. Questa e l’uguaglianza fatta legge. Permettetemi di fornire un’altra spiegazione. Una legge è ingiusta se viene inflitta a una minoranza che, vedendosi negato il diritto di voto, non ha contribuito affatto alla formulazione o all’approvazione della legge. Chi può dire che il governo dell’Alabama, autore delle leggi 4 segregazioniste vigenti sul suo territorio, sia stato eletto democraticamente? In tutto l’Alabama si adotta ogni sorta di espediente surrettizio per impedire ai neri di essere registrati nelle liste elettorali, e in certe contee, dove pure i neri costituiscono la maggioranza della popolazione, neppure uno solo di loro è presente nelle liste. È possibile considerare conforme ai richiesti criteri democratici una legge promulgata in simili circostanze? Talvolta una legge è giusta in apparenza e ingiusta nell’applicazione. Per esempio, io sono stato arrestato con l’accusa di avere sfilato durante una manifestazione non autorizzata. Ebbene, non c’è niente di ingiusto in un’ordinanza che richiede un’autorizzazione per poter sfilare in un corteo: ma la stessa ordinanza diventa ingiusta quando è usata per conservare il regime segregazionista e per negare ai cittadini l’esercizio di un diritto sancito dal Primo Emendamento, quello di riunirsi e protestare in forma pacifica. Spero che riusciate a comprendere la distinzione che cerco di far notare. Non sono in nessun senso favorevole a chi elude o sfida la legge, come vorrebbe il segregazionista violento. Il risultato sarebbe l’anarchia. Chi infrange una legge ingiusta lo deve fare in modo aperto, con amore ed essendo quindi disposto ad accettare la pena corrispondente. La mia opinione è che l’individuo che infrange una legge perché la sua coscienza la ritiene ingiusta, ed è disposto ad accettare la pena del carcere per risvegliare la coscienza della comunità circa la sua ingiustizia, manifesta in realtà il massimo rispetto per la legge. S’intende che una simile forma di disobbedienza civile non è affatto una novità. Ne esiste un esempio sublime nel rifiuto di Sidrac, Mesac e Abdenago di obbedire al comando di Nabucodonosor [cfr. Dn, 3], in nome di una legge morale più alta. E stata praticata in modo superbo dai primi cristiani, che erano disposti ad affrontare leoni famelici e lasciarsi fare a pezzi dal carnefice piuttosto che sottomettersi ad alcune leggi ingiuste dell’impero romano. Fino a un certo punto, la libertà di insegnamento di oggi è diventata una realtà grazie a Socrate, che praticò la disobbedienza civile. Nel nostro stesso paese, il “tè di Boston” (2) ha rappresentato un gesto di disobbedienza civile su vasta scala. Non dovremmo mai dimenticare che tutto quel che ha fatto Adolf Hitler in Germania era “legale”, e tutto quel che hanno fatto in Ungheria i combattenti per la libertà era “illegale”. Nella Germania di Hitler aiutare e confortare un ebreo era “illegale”. Eppure sono sicuro che, se fossi vissuto nella Germania di allora, avrei aiutato e confortato i miei fratelli ebrei. Se oggi vivessi in un paese comunista, dove certi principi cari alla fede cristiana sono banditi, propugnerei apertamente la disobbedienza alle leggi antireligiose di quel paese. Per onestà devo confessare due cose a voi, miei fratelli cristiani ed ebrei. In primo luogo, devo confessare che negli ultimi anni i bianchi di opinioni moderate mi hanno dato una grave delusione. Starei quasi per arrivare alla spiacevole conclusione che nel cammino dei neri verso la libertà l’ostacolo maggiore non è l’aderente al “White Citizens Council” [Consiglio dei cittadini bianchi], o l’affiliato del Ku Klux Klan, bensì il bianco moderato, che ha a cuore l’”ordine” più della giustizia; che preferisce la pace negativa, ossia l’assenza di tensioni, a una pace positiva, ossia la presenza della giustizia; che dice sempre: “Sono d’accordo con voi per quanto riguarda gli obiettivi che vi prefiggete, ma non posso essere d’accordo con i vostri metodi di azione diretta”; che crede, nel suo paternalismo, di poter essere lui a determinare le scadenze della libertà di un altro; che vive secondo un concetto mitico del tempo e continua a consigliare ai neri di attendere “un momento più propizio”.

La scarsa comprensione da parte di persone bendisposte è ben più frustrante dell’assoluta incomprensione mostrata da chi è maldisposto. L’accettazione tiepida sconcerta assai più del rifiuto secco. Io avevo sperato che i bianchi moderati comprendessero che la legge e l’ordine esistono allo scopo di fondare la giustizia, e quando falliscono questo obiettivo diventano dighe pericolosamente strutturate, ostruzioni lungo il flusso del progresso sociale. Avevo sperato che i bianchi moderati potessero comprendere come la tensione oggi presente negli stati del Sud sia un passaggio necessario nella transizione da una perniciosa pace negativa, in cui i neri accettavano passivamente 5 il loro ingiusto destino, a una pace sostanziale e positiva, in cui tutti gli uomini rispettino la dignità e il valore della persona umana. In effetti, noi che siamo impegnati nell’azione diretta non siamo i creatori della tensione: ci limitiamo a portare in superficie la tensione nascosta che già esiste; la portiamo alla luce, dove può essere vista e affrontata. Come un foruncolo che non potrebbe mai guarire se continua a rimanere coperto, e invece dev’essere esposto in tutta la sua bruttura all’azione di aria e luce, i medicamenti naturali: così, se vogliamo guarire l’ingiustizia, dobbiamo metterla a nudo, con tutte le tensioni che un simile svelamento crea, esponendola alla luce della coscienza umana, all’aria dell’opinione pubblica del paese. Nel vostro documento dichiarate che le nostre azioni sono da condannare perché, sebbene pacifiche, determinano lo scoppio della violenza. Ma una simile asserzione è davvero logica? Non è un pò come condannare l’uomo rapinato perché il fatto di possedere del denaro ha determinato l’azione malvagia della rapina? Non è un pò come condannare Socrate perché la sua indefettibile dedizione alla verità e le sue indagini filosofiche hanno determinato l’azione di una plebaglia mal consigliata, che ha finito con l’obbligarlo a bere la cicuta? Non è un pò come condannare Gesù perché l’unicità della sua coscienza di Dio e la sua incessante devozione a Dio hanno determinato l’azione malvagia della crocefissione? Dobbiamo deciderci a capire che, secondo quanto affermato dalle coerenti sentenze dei tribunali federali, non è giusto insistere perché un individuo smetta di adoperarsi per vedere rispettati i propri diritti costituzionali fondamentali, con la scusa che tale tentativo potrebbe provocare atti violenti. La società deve proteggere il rapinato e punire il rapinatore. Avevo sperato inoltre che i bianchi moderati respingessero la visione mitica del tempo per quanto riguarda la lotta per la libertà. Ho appena ricevuto una lettera da un fratello bianco che vive in Texas. Mi scrive: “Tutti i cristiani sanno che prima o poi ai popoli di colore sarà data la parità di diritti, ma può darsi che lei esageri nella sua ansia religiosa di accelerare i tempi. Il cristianesimo ha impiegato quasi duemila anni per arrivare dov’è oggi. La dottrina di Cristo richiede tempo per scendere sulla terra”. Questo atteggiamento nasce da una concezione tragicamente errata del tempo, dall’idea curiosa e irrazionale che lo scorrere del tempo abbia in se stesso l’immancabile dote di guarire ogni male. In realtà, il tempo è neutro: può essere usato in modo distruttivo oppure costruttivo. Io ho la sensazione sempre più forte che le persone malintenzionate abbiano saputo usare il tempo in modo assai più efficace, rispetto alle persone benintenzionate. Nella nostra generazione dovremo pentirci non soltanto per le parole e gli atti odiosi di cui sono responsabili i cattivi, ma anche per lo spaventoso silenzio dei buoni. Il progresso umano non viaggia sui binari dell’inevitabile: si produce grazie agli sforzi instancabili di uomini disposti a collaborare con Dio, e senza il loro duro lavoro il tempo stesso diventa un alleato delle forze della stagnazione sociale. Dobbiamo usare il tempo in modo creativo, sapendo che i tempi sono sempre maturi per fare quel che è giusto. È adesso il momento giusto per attuare nella realtà la promessa della democrazia, per trasformare la nostra elegia nazionale sospesa in un salmo creativo di fraternità. È adesso il momento giusto per sollevare la nostra politica nazionale dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale, fondandola sulla solida roccia della dignità umana. Voi definite estremiste le nostre iniziative a Birmingham. Sul momento sono rimasto piuttosto deluso che dei confratelli vedessero le mie azioni nonviolente come espressione di estremismo. Ho cominciato a riflettere sul fatto che all’interno della comunità nera mi trovo preso fra due forze opposte. Una è la forza dell’acquiescenza costituita in parte da neri che dopo lunghi anni di oppressione hanno perduto a tal punto il rispetto di sè e il sentimento di essere persone da arrivare a adattarsi al regime segregazionista; e in parte, da un ristretto numero di neri appartenenti alla classe media i quali, poiché posseggono una certa misura di sicurezza accademica ed economica e in certo modo traggono vantaggio dal segregazionismo, sono diventati insensibili ai problemi delle masse. L’altra forza è costituita dal rancore e dall’odio, e si avvicina pericolosamente all’idea di propugnare la violenza: si esprime nei diversi gruppi dei nazionalisti neri che stanno nascendo in tutto il paese, fra i quali il più vasto e celebre è il movimento musulmano di Elijah Muhammad. Si tratta di una 6 formazione alimentata dal senso di frustrazione che coglie i neri di fronte alla persistenza della discriminazione razziale, costituita da persone che hanno perduto la fede nell’America, hanno ripudiato del tutto il cristianesimo, e si sono persuase che l’uomo bianco è un “demonio” irrecuperabile. Io ho cercato una posizione a metà strada fra queste due forze: ho detto che non dobbiamo imitare nè il “non far niente” di chi si crogiola nell’autocompiacimento nè l’astio e la disperazione dei nazionalisti neri. Infatti esiste la via eccellente, quella dell’amore e della protesta nonviolenta. Sono grato a Dio per il fatto che grazie all’influenza della chiesa nera, la via della nonviolenza sia diventata parte integrante della nostra lotta. Se non fosse emersa questa filosofia, oggi, ne sono convinto, in molte strade del Sud il sangue scorrerebbe a fiumi. E inoltre sono convinto che se i nostri fratelli bianchi liquidano con gli epiteti di “mestatori” e “fomentatori di disordine” quanti di noi si dedicano all’azione diretta nonviolenta, e se rifiutano di appoggiare i nostri tentativi nonviolenti, milioni di neri saranno colti da frustrazione e disperazione, e cercheranno sollievo e sicurezza nelle ideologie dei nazionalisti neri: un esito che non mancherebbe di provocare uno spaventoso incubo razziale. I popoli oppressi non possono rimanere oppressi per sempre. Prima o poi l’anelito alla libertà si manifesta, e questo è accaduto ai neri americani. Qualcosa nel loro intimo ha ricordato loro che per nascita hanno diritto alla libertà, e qualcosa all’esterno ha ricordato loro che la libertà può essere ottenuta. Per vie consapevoli o inconsce, lo “spirito dell’epoca” ha toccato anche loro, e insieme ai fratelli neri dell’Africa e ai fratelli di pelle scura o gialla in Asia, in Sudamerica e nei Caraibi, i neri degli Stati Uniti si muovono con un senso di grande urgenza verso la terra promessa della giustizia razziale. Se riconosciamo questa spinta vitale che coinvolge l’intera comunità nera, capiremo subito perché si verificano le manifestazioni pubbliche. I neri hanno molti risentimenti repressi e frustrazioni latenti, ai quali devono dare libero sfogo. Perciò lasciateli sfilare in corteo; lasciateli andare in pellegrinaggi di preghiera fin sotto il municipio; lasciateli partire per i “viaggi della libertà”: e cercate di capire come mai devono fare queste cose. Se le loro emozioni represse non potranno esprimersi in forme nonviolente, cercheranno un’espressione violenta: e questa non è una minaccia, è una realtà storica. Perciò io non ho detto al mio popolo: “Sbarazzatevi della vostra insoddisfazione”. Ho cercato piuttosto di dire che questa insoddisfazione, normale e sana, può trovare modo di esprimersi in forme creative, con l’azione diretta nonviolenta. Ora una simile posizione viene definita estremista. Ma sebbene sul momento mi disturbasse essere messo nel novero degli estremisti, continuando a riflettere sull’argomento sono arrivato pian piano a ricavare una certa soddisfazione da questa etichetta. Gesù non era forse un estremista dell’amore? “Amate i vostri nemici, fate bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi calunniano e vi perseguitano” [Lc, 6, 27?28]. Amos non era forse un estremista della giustizia? “Il diritto abbia il suo corso come l’acqua, e la giustizia come un fiume perenne” [Am, 5, 24]. Paolo non era forse un estremista del vangelo cristiano? “Io porto nel mio corpo le impronte di Gesù” [Gal, 6, 171]. Martin Lutero non era forse un estremista? “Qui sto e non posso altrimenti, che Dio mi aiuti”. E John Bunyan: “Preferisco restare in prigione fino alla fine dei miei giorni piuttosto che fare scempio della mia coscienza”. E Abraham Lincoln: “Questa nazione non può sopravvivere schiava per metà e libera per metà”. E Thomas Jefferson: “Noi riteniamo queste verità essere evidenti di per sè: che tutti gli uomini sono creati uguali…”. Perciò non si tratta tanto di sapere se siamo estremisti o no, ma piuttosto quale tipo di estremisti siamo. Siamo estremisti dell’odio o dell’amore? Siamo estremisti nel difendere l’ingiustizia o nell’estendere l’ambito della giustizia? Nella drammatica scena del calvario ci sono tre uomini crocefissi. Non dobbiamo mai dimenticare che tutti e tre sono stati crocefissi per lo stesso delitto, un delitto di estremismo: due erano estremisti dell’immoralità, e quindi sono caduti al di sotto del loro 7 ambiente; il terzo, Gesù Cristo, era un estremista dell’amore, della verità, della bontà, e in virtù di questo si è innalzato al di sopra del suo ambiente. Forse gli stati del Sud, la nazione e il mondo hanno un estremo bisogno di estremisti creativi. Avevo sperato che i bianchi moderati comprendessero questo bisogno. Forse ho peccato per eccessivo ottimismo; forse pretendevo troppo. Forse mi sarei dovuto rendere conto che ben pochi appartenenti alla razza degli oppressori possono comprendere i gemiti profondi e gli aneliti appassionati di chi appartiene alla razza oppressa; e sono ancor più rari gli uomini dotati di un’ampiezza di vedute tale da capire che occorre sradicare l’ingiustizia con un’azione forte, persistente e determinata. Tuttavia provo gratitudine al pensiero che alcuni dei nostri fratelli bianchi del Sud hanno colto il senso di questa rivoluzione sociale e si sono impegnati per realizzarla. Sono ancora troppo pochi per numero, ma la loro qualità è grande. Alcuni ? come Ralph McGill, Lillian Smith, Harry Golden, James McBride Dabbs, Ann Braden e Sarah Patton Boyle ? hanno scritto sulla nostra lotta in modi eloquenti e profetici. Altri hanno marciato con noi in corteo lungo strade senza nome del Sud; si sono lasciati relegare in prigioni sudicie e infestate di scarafaggi, a patire gli insulti e la brutalità dei poliziotti che li considerano “sporchi amici dei musi neri”.

A differenza di molti loro fratelli e sorelle di vedute moderate, hanno compreso la spinta impellente di questo momento storico, hanno sentito la necessità del potente antidoto dell’ azione per combattere il male del segregazionismo. Dirò adesso della seconda grossa delusione che ho provato. Sono rimasto gravemente deluso dalla chiesa bianca e dalle sue gerarchie. Ci sono, s’intende, alcune eccezioni degne di nota. Non dimentico che ci sono state importanti occasioni in cui ognuno di voi ha preso posizione su questo problema. La elogio, reverendo Stallings, per l’atteggiamento cristiano che ha assunto la scorsa domenica, accogliendo i neri al culto da lei presieduto e quindi rifiutando il segregazionismo. Elogio le autorità cattoliche di questo stato per aver introdotto l’integrazione razziale nello Spring Hill College diversi anni orsono. Ma nonostante queste eccezioni degne di nota, devo in tutta onestà ripetere che la chiesa mi ha deluso. Non lo dico come certi critici distruttivi, che trovano sempre qualcosa da rimproverare alla chiesa. Lo dico come ministro del vangelo che ama la chiesa, che è stato allevato nel suo seno, sostenuto dalle sue benedizioni spirituali e che le resterà fedele per quanto si prolungherà il filo della vita. Alcuni anni fa, quando mi sono trovato scaraventato all’improvviso alla guida della protesta degli autobus a Montgomery, nell’Alabama, pensavo che la chiesa dei bianchi ci avrebbe sostenuto. Pensavo che i ministri del culto protestante, i sacerdoti cattolici, i rabbini del Sud sarebbero stati i nostri più forti alleati. Invece, alcuni si sono opposti a noi in modo diretto, rifiutando di comprendere il movimento per la libertà e descrivendo i suoi dirigenti sotto una luce inesatta; e fra gli altri, fin troppi si sono mostrati cauti piuttosto che coraggiosi, restando in silenzio dietro la sicurezza anestetizzante delle vetrate istoriate. A dispetto della disillusione subita, sono arrivato a Birmingham sperando che i capi religiosi bianchi di questa comunità avrebbero compreso la giustezza della nostra causa, e per una profonda esigenza morale si sarebbero posti come il canale attraverso il quale far giungere le nostre giuste lagnanze alla struttura del potere. Avevo sperato che tutti voi sapeste comprendere; ma sono stato ancora una volta deluso. Ho udito numerosi capi religiosi del Sud esortare i loro fedeli a conformarsi a una sentenza che abolisce il segregazionismo perché questa è la legge, ma avrei tanto desiderato sentire i ministri del culto bianchi dichiarare: “Obbedite a questo decreto perché l’integrazione è moralmente giusta, e perché i neri sono vostri fratelli”. Mentre ai neri venivano inflitte le più eclatanti ingiustizie, ho visto ecclesiastici bianchi restare in disparte a mormorare commenti devoti del tutto fuori tema, oppure banalità da bigotti. Mentre imperversava una battaglia poderosa per liberare la nostra nazione dall’ingiustizia economica e razziale, ho sentito molti ministri dire: “Sono problemi sociali, che non riguardano 8 davvero il vangelo”. E ho visto molte chiese dedicarsi a una religione del tutto ultramondana, che traccia una strana distinzione, estranea alla Bibbia, tra corpo e anima, tra sacro e laico. Ho viaggiato in lungo e in largo in Alabama, nel Mississippi e in tutti gli altri stati del Sud. Nelle afose giornate estive e nelle frizzanti mattinate autunnali ho guardato le bellissime chiese del Sud, con le loro alte guglie puntate verso il cielo. Ho osservato il profilo imponente degli edifici dove si attua l’educazione religiosa. Mi sono sorpreso più e più volte a pensare: “Di che genere sono le persone che pregano qui? Chi è il loro Dio? Dov’era la loro voce quando dalle labbra del governatore Barnett scaturivano parole di compromesso interlocutorio e di nullification (3)? Dov’erano, quando il governatore Wallace faceva risuonare una fanfara di sfida e di odio? Dov’erano le loro voci a sostegno quando uomini e donne neri, feriti e stanchi, hanno deciso di sollevarsi dalle buie segrete dell’autocompiacimento fino ai monti luminosi della protesta creativa?”. Sì, questi interrogativi sono ancora nella mia mente. Profondamente deluso, ho pianto per la negligenza della chiesa. Ma siate certi che le mie lacrime erano lacrime d’amore. Non può esserci una profonda delusione se non dove c’è un profondo amore. Sì, io amo la chiesa. Come potrei non amarla? Mi trovo in una situazione unica: sono il figlio, il nipote e il pronipote di pastori. Sì, vedo la chiesa come il corpo di Cristo. Ma, ahimè, di quanti sfregi e cicatrici abbiamo coperto questo corpo, per negligenza verso la società e per la paura di apparire non conformisti! C’è stato un tempo in cui la chiesa era molto potente: il tempo in cui i primi cristiani si rallegravano per essere considerati degni di soffrire per quello in cui credevano. Allora la chiesa non era un semplice termometro che misurava le idee e i principi dell’opinione pubblica: era un termostato, che trasformava il costume della società. Quando i primi cristiani entravano in una città, le autorità si allarmavano e subito cercavano di imprigionare i cristiani perché “disturbavano l’ordine pubblico” ed erano “agitatori venuti da fuori”.

Ma i cristiani non cedettero, convinti di essere “una colonia del cielo”, chiamati a obbedire a Dio e non agli uomini. Erano un piccolo numero, ma la loro dedizione era grande. Erano troppo inebriati di Dio per cedere a “intimidazioni spaventose”. Con il loro impegno e il loro esempio misero fine a mali antichi, come l’infanticidio e le lotte fra i gladiatori. Oggi la situazione è diversa. Troppo spesso la chiesa di oggi è una voce inefficace, debole, dal suono incerto. Troppo spesso è la prima a difendere lo status quo. Per lo più, la struttura di potere di una comunità non è affatto allarmata dalla presenza della chiesa, anzi è confortata dalla silenziosa – e spesso perfino stentorea – approvazione dello status quo da parte della chiesa stessa. Ma sulla chiesa incombe il giudizio di Dio, come non era mai accaduto prima. Se la chiesa di oggi non recupera lo spirito di sacrificio della comunità ecclesiale dei primi tempi, perderà la sua autenticità, renderà vana la fedeltà di milioni di aderenti, e sarà messa da parte come una associazione qualunque, priva di qualsiasi senso per il XX. secolo. Tutti i giorni incontro dei giovani in cui la delusione nei confronti della chiesa si è trasformata in vera e propria avversione. Forse sono ancora una volta troppo ottimista. Forse la religione organizzata è legata allo status quo da nodi talmente inestricabili da non essere in grado di salvare la nazione e il mondo intero? Forse devo rivolgere la mia fede alla chiesa interiore e spirituale, la chiesa all’interno della chiesa, come vera ecclesia e speranza del mondo. Ma anche qui, sono grato a Dio che nelle file della religione organizzata alcune anime nobili si siano liberate dalle catene paralizzanti del conformismo e si siano unite a noi per prendere parte attiva alla lotta per la libertà. Hanno lasciato la sicurezza delle loro congregazioni e insieme a noi hanno percorso le strade di Albany in Georgia. Hanno viaggiato per le autostrade del Sud nei tortuosi percorsi dei “viaggi della libertà”. Sì, sono andati in prigione con noi. Alcuni sono stati espulsi dalle loro chiese, hanno perduto il sostegno dei loro vescovi e confratelli ecclesiastici. Ma hanno agito sostenuti da una fede assoluta: che la giusta ragione, anche quando viene sconfitta, è più forte del male trionfante. La loro testimonianza è stata il sale dello spirito che in questi tempi tumultuosi ha preservato intatto il significato autentico del vangelo. Sono riusciti a scavare una galleria di speranza nella montagna tenebrosa della delusione. 9 Io spero che la chiesa nel suo insieme raccoglierà la sfida di quest’ora decisiva. Ma anche se la chiesa non dovesse venire in aiuto della giustizia, non dispero del futuro. Non ho timore circa l’esito della nostra lotta a Birmingham, anche se per ora le nostre motivazioni rimangono incomprese. Raggiungeremo il traguardo della libertà, a Birmingham e in tutta la nazione, perché la libertà è l’obiettivo dell’America. Per quanto maltrattati e vilipesi, il nostro destino è legato a quello dell’America. Prima che i pellegrini sbarcassero a Plymouth, noi eravamo qui. Prima che la penna di Jefferson vergasse le solenni parole della Dichiarazione d’indipendenza sulle pagine della storia, noi eravamo qui. Per oltre due secoli i nostri antenati hanno lavorato in questo paese senza ricevere compenso; hanno fatto del cotone una ricchezza; hanno costruito le case dei loro padroni mentre pativano macroscopiche ingiustizie e vergognose umiliazioni: e tuttavia, grazie a una inesauribile vitalità, hanno continuato a crescere e a svilupparsi. Se le crudeltà inaudite della schiavitù non sono riuscite a fermarci, l’opposizione con cui oggi abbiamo a che fare dovrà senza dubbio fallire. Noi conquisteremo la nostra libertà, perché nelle nostre reiterate richieste si incarnano il sacro retaggio della nostra nazione e l’eterna volontà di Dio. Prima di concludere mi sento in dovere di citare ancora un punto della vostra dichiarazione che ha suscitato in me un profondo turbamento: il caloroso elogio che rivolgete alla polizia di Birmingham per aver mantenuto “l’ordine” e “impedito atti di violenza”. Dubito che la vostra lode sarebbe stata altrettanto calorosa se aveste visto i cani della polizia affondare i denti nella carne di neri disarmati e nonviolenti. Dubito che avreste avuto tanta fretta nell’elogiare i poliziotti se aveste potuto osservare il modo sgradevole e disumano in cui trattano i neri qui nella prigione cittadina; se li aveste visti mentre prendevano a spintoni e insultavano anziane donne e ragazze nere; se li aveste visti prendere a schiaffi e a calci neri vecchi e giovani; se li aveste visti, com’è accaduto in due occasioni, mentre si rifiutavano di darci da mangiare perché volevamo cantare insieme la preghiera di ringraziamento per il nostro cibo. Nell’elogio della polizia di Birmingham non posso unirmi a voi. È vero che gli agenti hanno mostrato una certa disciplina nell’affrontare i manifestanti; in questo senso, in pubblico si sono comportati in modo abbastanza “nonviolento”.

Ma a quale scopo? Per continuare a proteggere il malvagio regime segregazionista. Negli ultimi anni ho sempre predicato che la nonviolenza esige di usare mezzi puri quanto gli obiettivi che ci si prefigge. Ho cercato di spiegare con chiarezza come sia sbagliato usare mezzi immorali per ottenere fini morali. Ma ora devo affermare che è altrettanto sbagliato, o forse è ancor più sbagliato, usare mezzi morali per difendere fini immorali. Forse Connor e i suoi poliziotti sono stati abbastanza “nonviolenti” in pubblico, come lo è stato ad Albany il capo Pritchett: ma gli uni e gli altri si sono serviti di un mezzo ineccepibile dal punto di vista morale, la non violenza, per difendere il fine immorale dell’ingiustizia razziale. Ricordo T. S. Eliot: “L’ultima tentazione è il più grande tradimento: compiere la retta azione per uno scopo sbagliato”. Avrei voluto vedervi lodare i neri che hanno partecipato ai sit-in e alle manifestazioni di Birmingham: per il loro sublime coraggio, per la disponibilità a soffrire, per la stupefacente disciplina dimostrata nonostante le forti provocazioni. Un giorno il Sud saprà riconoscere i suoi veri eroi. Saranno i James Meredith, dotati di quella nobile risolutezza che li rende capaci di affrontare lo scherno e l’ostilità di folle rabbiose e caratterizzati dalla dolorosa solitudine tipica della vita del pioniere. Saranno le vecchie donne nere, oppresse, maltrattate, personificate da quella settantaduenne di Montgomery, che facendo appello al senso della dignità, insieme al suo popolo decise di non salire più sugli autobus sottoposti al regime segregazionista, e a chi le domandava se fosse stanca dette una risposta tanto sgrammaticata quanto profonda: “Ho i piedi che non me li sento più, ma ho l’anima in pace”. Saranno gli studenti del liceo e del college, i giovani predicatori del vangelo e uno stuolo di loro confratelli più anziani: tutti, con coraggio e senza usare la violenza, pronti a sedersi al banco delle tavole calde, e disposti ad andare in prigione per il rispetto della propria coscienza. Un giorno il Sud saprà che quando questi figli di Dio diseredati si sono seduti al banco di una tavola calda, in realtà si stavano schierando a favore della parte migliore del sogno 10 americano, a favore dei valori più sacri del nostro retaggio giudaico-cristiano, e così facendo riportavano la nostra nazione ad attingere ai grandi pozzi della democrazia, scavati dai padri fondatori degli Stati Uniti quando avevano formulato la Costituzione e la Dichiarazione di indipendenza. Non avevo mai scritto una lettera tanto lunga. Temo che sia davvero troppo lunga per il vostro tempo prezioso. Posso assicurarvi che sarebbe stata assai più breve se avessi potuto scriverla seduto a una comoda scrivania, ma che cosa resta da fare, a chi si trova nell’angusta cella di una prigione, se non scrivere lunghe lettere, dedicarsi a lunghe riflessioni e pregare a lungo?

Se in questa lettera ho detto qualcosa che dipinge la verità in colori troppo accesi e indica impazienza irragionevole, vi prego di perdonarmi. Se ho detto qualcosa che dipinge la verità in colori troppo smorti e indica che la mia capacità di pazientare mi permette di accettare qualcosa di meno della fraternità, prego Dio di perdonarmi. Spero che la mia lettera vi trovi forti nella fede. Spero inoltre che presto le circostanze mi permettano di incontrarvi , non come fautore dell’integrazione o dirigente del movimento per i diritti civili, ma come collega nel ministero religioso e fratello in Cristo. E tutti insieme speriamo che le nere nubi del pregiudizio razziale si diradino presto, e la fitta nebbia del malinteso si allontani dalle nostre comunità sommerse dalla paura, e che in un domani non troppo lontano le stelle luminose dell’amore e della fraternità risplendano sulla nostra grande nazione in tutta la loro sfavillante bellezza.

Vostro per la causa della pace e della fraternità,

Martin Luther King junior

Blog Fondazione Nenni

*Lettera dal carcere di Birmingham del 16 aprile 19631 Martin Luther King ,16 aprile 1963

Chi ha compagni non muore mai

“Rio de Janeiro è una città “maravilhosa”, ma straordinariamente ingiusta e violenta. Una città fatta di lusso sfrenato, feste, carnevale, miseria, narcotraffico, morte. Una città particolarmente crudele con gli ultimi: nel 2017 a Rio de Janeiro sono state assassinate più di 2000 persone, 527 per mano della polizia. Nella stragrande maggioranza le vittime erano giovani, neri e residenti nelle favelas.

Rio de Janeiro è una città in cui fare politica, specialmente tra gli ultimi, vuol dire mettere la propria vita nella linea di fuoco. E così ha fatto la compagna Marielle Franco, nera venuta dalla favela, emancipatasi con lo studio, L’attivismo e la Politica. Eletta nell’assemblea municipale di Rio con più di 46.000 preferenze, era la voce di chi per colore della pelle e condizione economica non ha possibilità nel progetto elitista di Temer.

Era la voce di chi si opponeva all’intervento militare ed alla sospensione di alcune garanzie costituzionali a Rio de Janeiro voluta dal governo golpista. È stata seguita per quattro chilometri, è stata giustiziata insieme all’autista Anderson Gomes. Cara Marielle, sappi che ha compagni non muore mai.

Marielle Franco, Presente.”

Riccardo Galetti,
responsabile esteri FGS

#MariellePresente

Confessioni di un renziano pensante

Nella mia esperienza politica, non ho mai apprezzato troppo le persone che, legandosi a leader o presunti tali, rinunciano a pensare con la propria testa. I partiti sono spesso (non sempre, per fortuna) covi di tattici, pronti a posizionarsi in virtù di presunti e possibili vantaggi personali, e sacrificano a questo ogni logica e ogni proposta. Nel 2012, in Provincia di Rovigo, fui tra i primi a sostenere il tentativo di Matteo Renzi di candidarsi a premier per la coalizione di centrosinistra.

Lo feci nonostante molti mi consigliassero prudenza, con Bersani probabile vincitore un giovane e apprezzato assessore provinciale avrebbe potuto correre per fare il deputato, ma ero straconvinto che quello fosse il momento giusto per una scossa, una scossa di cui il centrosinistra aveva bisogno, per rinnovare una classe dirigente troppo ripiegata su sé stessa, incapace di innovare, per dare risposte ai cittadini che chiedevano facce nuove, una politica più rapida nelle decisioni, il coinvolgimento di chi, come i sindaci, era abituato e bene a governare i territori, dando risposte concrete tutti i giorni. Sappiamo come andò a finire: Bersani vinse al ballottaggio le primarie, il Pd non vinse le elezioni del 2013 anche se tutti ci davano per vincenti, ci fu un lungo stallo sulla definizione del governo, il centrosinistra si spaccò subito e si arrivò a un governo di larghe intese.

Il peccato originario, letto a un lustro di distanza, sta tutto qui. Se il Pd avesse avuto allora il coraggio di innovare, sarebbe arrivato giusto in tempo: credo che con Renzi avremmo vinto largamente quelle elezioni, avremmo espresso un governo di centrosinistra per una legislatura e ci saremmo misurati sul serio con la capacità di portare avanti un programma nostro, non mediato. Ma così non fu. Renzi conquistò il partito di lì a poco. E fu rapido a defenestrare Enrico Letta, che non aveva brillato per concretezza, creando aspettative enormi, che il nuovo premier cercò di ripagare con tante proposte, con la convinzione di un’azione rapida ed efficace per innovare il paese, invertire l’andamento dell’economia, rassicurare l’Europa con riforme di struttura senza tuttavia riservare all’Italia un ruolo passivo. Raccontando il tutto con il filo di una narrazione che sembrava un contatto diretto e costante con il paese. Le elezioni europee del 2014, con quel 40%, si spiegano come l’investimento dell’elettorato in una speranza.

Si, Renzi ha proprio rappresentato una speranza per tanti: la speranza di una rottura con i tradizionali establishment, la speranza di istituzionalizzare una vena antisistema, di mettere in campo un modello che superasse le interminabili elucubrazioni filosofiche per applicare una concretezza che ritenevamo necessaria. All’ombra della leadership il partito e la sua classe dirigente si sono seduti. Hanno rinunciato a fare politica. Almeno fino a quando tutto è andato bene gli effetti distruttivi della non politica fatta in sede di partito, sono stati contenuti. Ma poi sono venuti a mancare dei presupposti. Il governo ha pagato la rinuncia al patto del Nazzareno sulle riforme. L’elezione di Mattarella a presidente della repubblica ha aperto l’ostilità di Berlusconi e di larga parte del centrodestra. Il referendum, eccessivamente personalizzato, ha creato un momento di grave crisi di fiducia e di consensi sia nei confronti di Renzi che del Pd. Le elezioni amministrative hanno fatto scattare altri campanelli d’allarme, così come la rinuncia a una dialettica politica interna che ha provocato le fratture e la perdita di una fetta di compagni di viaggio. Si può dire che c’è stato un nuovo congresso, ma a essere sinceri, che congresso è stato?

Quali proposte politiche sono state presentate? Quale pluralismo, che dallo statuto del partito viene considerato una ricchezza, preservato? Si è arrivati così alle ultime elezioni politiche, con un risultato tragico ma quasi scontato. È inutile, una fase storica si è conclusa. E l’ascesa e successiva discesa di Renzi hanno aperto e chiuso una pagina di storia del Pd e della sinistra italiana. Ora resta una sola, ultima speranza, per rilanciare l’azione del partito: una nuova fase ri-costituente, che rimetta al centro valori, progetti e idee per il paese. Un nuovo sterile dibattito sulle vere o presunte leadership non servirebbe a nulla, anzi si. Solo ad acuire l’insofferenza di un elettorato volatile che potrebbe riappassionarsi alle proposte, ma che sarebbe del tutto insensibile a giochetti di potere o di spartizioni di macerie.

Leonardo Raito