Inquinamento e salute

Il problema dell’Ilva di Taranto ha riproposto l’annosa questione del come conciliare l’interesse alla crescita economica con quello alla salute della gente che abita nei territori colpiti dagli effetti nocivi dell’inquinamento ambientale. Il problema della conciliazione dei due interessi è di difficile soluzione, come è dimostrato dal fatto, quasi inconcepibile, che, malgrado la disponibilità di tutti a considerare dannoso alla salute dell’uomo l’inquinamento ambientale, l’unico accordo al quale si è giunti a livello internazionale è quello che ha consentito di sottoscrivere il “Protocollo di Kioto”, cui si deve nientemeno che l’istituzione di un “mercato dei diritti di inquinamento”; in altri termini, esso regola la possibilità riconosciuta ad ogni Paese industrializzato, che ha sottoscritto il “Protocollo”, di vendere ad un altro il “diritto di inquinamento in eccesso”, derivante da una riduzione dell’inquinamento oltre la soglia che esso si è impegnato a rispettare.

Sembra assurdo, così però stanno le cose; per cui è plausibile pensare che il problema della conciliazione dell’interesse alla crescita economica con quello alla salute sia destinato ad alimentare ulteriormente l’annoso dibattito tra chi considera prioritaria la crescita e chi invece considera prioritaria la salute ed il rispetto dell’ambiente, inteso questo in senso lato, sino ad includere gli “insulti” ad esso recati, sia dai “rilasci” organici ed inorganici di ogni tipo, che dai continui “prelievi” di risorse.

Da quando, negli anni Sessanta e Settanta, sono comparse le denuncie di Paul Ehrlich, professore di biologia riproduttiva alla Stanford University, che ha imputato all’esplosione della popolazione mondiale la causa del degrado ambientale, e di Barry Commoner, che ha ricondotto il degrado al crescente uso delle tecnologie nell’attività produttiva, unitamente alle critiche del “Club di Roma” per il crescente inquinamento, è stato inevitabile che a livello mondiale prendesse il via un serrato dibattito su cosa fare per fermare il crescente fenomeno dell’inquinamento ambientale.

Il dibattito è servito ad approfondire ed a chiarire i termini del confronto ed a motivare il fiorire di posizioni favorevoli a porre un limite alla “crescita quantitativa illimitata” e di correnti di pensiero tendenti a sostenere la possibilità di contenere gli effetti negativi della crescita sull’ambiente attraverso il progresso della scienza e della tecnica.

Il chiarimento terminologico ha richiamato la necessità che nel dibattito si tenesse conto della distinzione tra il concetto di “crescita” e quello di “viluppo”, esprimendo il primo (la crescita economica) il fenomeno quantitativo della percentuale di aumento del prodotto sociale totale (PIL) o del prodotto pro-capite; il secondo (lo sviluppo) i benefici della crescita, consistenti in un generale innalzamento delle condizioni di vita della popolazione. I due concetti sono collegati tra loro, nel senso che laddove c’è crescita c’è anche sviluppo, per cui la crescita, essendo il fenomeno che permette di allargare le dimensioni del “paniere di beni” rappresentante la ricchezza prodotta in un dato tempo da un Paese, costituisce il presupposto per il miglioramento delle condizioni di vita.

Sulla base di queste premesse, l’obiettivo prevalente di ogni Paese è diventato allora quello di perseguire l’obiettivo di un tasso di crescita del prodotto pro-capite quanto più elevato possibile. In questa prospettiva è stato anche facile comprendere perché il PIL è divenuto il più importante punto di riferimento su cui gli economisti ed i governi hanno dovuto sempre concentrare la loro attenzione. Nel tempo, l’inadeguatezza del PIL, come indicatore atto a misurare lo sviluppo ed il benessere, è risultata sempre più evidente, soprattutto allorché è stata acquisita la consapevolezza del fatto che le molte attività che accrescevano il PIL, potevano diminuire a lungo andare, sia la crescita, che lo sviluppo. Queste considerazioni hanno fatto sì che, in campo scientifico, fossero proposti numerosi indici che, per una valutazione complessiva del livello di sviluppo e di benessere, hanno fatto riferimento contemporaneamente alla sfera economica, ma anche a quella sociale e ambientale.

Nella elaborazione e nella costruzione di tali indici, l’idea di fondo è stata quella secondo cui l’aumento della quantità pro-capite dei beni a disposizione faceva ricadere, prima o poi, i suoi effetti positivi sull’intera popolazione, sotto forma di nuovi posti di lavoro, di maggiori opportunità economiche e di standard di vita più elevati, di riduzione della povertà e delle disuguaglianze. L’evidenza statistica, però, ha mostrato l’altra faccia della crescita quantitativa continua, evidenziando che non era sempre così. Nella seconda metà del secolo scorso, ciò ha determinato il passaggio da una visione fondata sull’identità tra crescita e sviluppo ad una nuova visione che ha riconosciuto l’autonomia dei due concetti.

All’interno delle società industrializzate, il problema più importante dal punto di vista ambientale è diventato allora quello della sostenuta dinamica demografica e dell’espansione crescente dei livelli di consumo: il tasso di crescita della popolazione è il prodotto di decisioni prese da milioni di singole coppie, ma il livello delle attività economiche dipende dalla capacità del sistema-Terra di sopportare gli esiti della crescita del consumo connesso alla crescita demografica. La ragione per cui si è stentato, e si continua a stentare, a non prendere piena coscienza della contraddittorietà tra la crescita della popolazione e la sua aspirazione ad aumentare il grado di libertà dal bisogno, da un lato, ed i limiti del sistema-Terra, dall’altro, è stata ricondotta al fatto che il problema dell’uso efficiente delle risorse disponibili non fosse, e continui ancora a non essere, risolto in modo appropriato.

Sennonché, le società industriali, cioè le società della crescita quantitativa continua ed illimitata, hanno avuto successo nella produzione, ma hanno continuato a fallire, come il “Protocollo di Kioto” sta a dimostrare, nell’uso efficiente delle risorse. La conseguenza di tale fallimento ha prodotto, e continuerà a produrre “stress ambientali” secondo ritmi ancora più preoccupanti rispetto al passato: malattie, estinzione di specie animali, modificazioni climatiche, eutrofizzazione di laghi e corsi d’acqua, erosione del suolo, disboscamento, ecc.

Ciò ha indotto a pensare che a livello globale fosse necessaria una regolazione cogente dell’attività produttiva, tenendo presente che allo stato attuale le soluzioni ai problemi connessi alla sostenibilità dello sviluppo sono complesse e possibili solo sulla base di decisioni condivise a livello internazionale; nel senso che le soluzioni da assumere devono essere globali e non di singoli sistemi sociali, o peggio ancora di singoli gruppi sociali. E’ questo uno dei motivi che hanno concorso a rendere la prospettiva della decrescita di Serge Latouche e del suo movimento solo un’istanza ideologica inascoltata.

La prospettiva della decrescista, di natura ideologica, affermatasi nella seconda metà del secolo scorso, tende ad affermare la necessità di attenuare solo il rapporto di sfruttamento delle natura da parte dell’uomo, nel senso che essa si riduce a “dare voce” alle istanze di quei settori di opinione pubblica messi in difficoltà dalle conseguenze negative derivanti dal funzionamento dei sistemi economici delle attuali società industrializzate. La riduzione del livello di produzione dei sistemi sociali industrializzati è però di difficile realizzazione, per via del fatto dell’esistenza di una forte aspirazione dei popoli a liberarsi dal bisogno e a migliorare la qualità della propria vita. D’altra parte, un’altra tipica aspirazione dei popoli, seguita al miglioramento quantitativo e qualitativo delle condizioni di vita reali, è stata la domanda di conservazione dell’ambiente.

In tal modo, lo stato di salute dell’ambiente ha acquisito un valore irrinunciabile, nel senso che le popolazioni dei moderni sistemi industriali hanno approfondito la loro aspirazione a disporre di un “ambiente pulito”, che non poteva essere ottenuto se non sulla base di decisioni dirette a ridurre o a cambiare, almeno in parte, l’aspirazione al conseguimento della disponibilità di una maggior quantità di beni e servizi. Aspetto, quest’ultimo, che è valso, però, solo ad evidenziare una diffusa incoerenza, relativa al problema, del quale tutti ormai hanno contezza, dell’esaurimento delle risorse naturali non rinnovabili. La mancata soluzione del problema dell’uso efficiente delle risorse naturali ha reso possibile il verificarsi di situazioni irrazionali, in cui il mercato continua ancora ad esitare un’offerta di risorse non rinnovabili a basso prezzo, mentre la comunità internazionale ha solo saputo sinora pervenire ad accordi che sono serviti a regolare il mercato dei “diritti ad inquinare”.

Le considerazioni sin qui svolte convalidano l’affermazione secondo cui la fiducia dogmatica nel progresso scientifico e tecnologico implicano l’assunzione di una responsabilità sorretta da comportamenti individuali e collettivi coerenti. Poiché ciò stenta ad avvenire, l’aumento continuo della crescita e la violazione della natura procedono con effetti che divengono insieme irreversibili, cumulativi ed estesi, nello spazio e nel tempo, e non più neutrali dal punto di vista della loro compatibilità col rispetto della vita. In presenza del procedere irresponsabile dell’uomo rispetto all’ambiente, ciò che può essere un bene per le generazioni attuali, può essere un male per quelle future; pertanto, oltre all’accertamento degli effetti negativi sulle condizioni di vita delle generazioni presenti, deve avere priorità di analisi anche la previsione degli effetti negativi futuri riconducibili a decisioni produttrici di possibili effetti positivi attuali. La conservazione dello stato di salute dell’ambiente deve perciò prevalere sull’obiettivo di una crescita continua ed illimitata.

A tal fine, occorrerà sostituire questo obiettivo con quello di uno sviluppo in regime di stato stazionario, così come da tempo è suggerito da Kenneth Boulding, per il controllo della dinamica demografica, e da Herman Daly, per il contenimento al minimo dei costi di reintegrazione del capitale complessivo disponibile; ovvero inclusivo del “capitale umano” (l’insieme dei fattori produttivi materiali e immateriali durevoli e rinnovabili) e del “capitale naturale” (l’insieme dei fattori produttivi materiali e immateriali durevoli, esauribili e non rigenerabili.

Sarà mai possibile un accordo internazionale che istituzionalizzi il funzionamento di un sistema economico globale, secondo i suggerimenti di Boulding e di Daly? Si potranno, al riguardo, nutrire seri dubbi sulla possibilità che si addivenga ad un accordo compatibile con una prospettiva di crescita qualitativa (o di sviluppo) in condizioni di stato stazionario; al di là dei dubbi, occorre riconoscere che il dibattito su come conciliare l’attività produttiva e la salute dell’uomo è destinato a non sortire effetto alcuno fuori dalla prospettiva indicata da Boulding e da Daly.

Gianfranco Sabattini

 

Anniversari, esagerazioni e strane dimenticanze

Ricorrono oggi, 27 aprile, 80 anni dalla scomparsa di Antonio Gramsci, fondatore del Pci, avvenuta in una clinica romana dove era ricoverato.
È giusto e doveroso ricordare una figura che ha segnato la storia d’Italia del XX secolo; sarebbe però finalmente anche ora di togliergli quell’aura di sacralità che da anni i suoi eredi, anche a costo di grossolane mistificazioni, seguitano a tributargli.
Clamoroso il titolo di un giornale on line di oggi che lo definisce “padre nobile della sinistra italiana”!
Al netto di una valutazione rispettosa, articolata e necessariamente problematica nei riguardi un intellettuale di profondissima cultura è lecito, o si rischia per passare per iconoclasti, dubitare che sia giusto considerare chi promosse la scissione del Psi di Livorno nel 1921, come “padre nobile”?
Certo, in seguito, la sua insofferenza per il predominio sovietico nel Comintern e il sostanziale tradimento di Togliatti gli costarono la libertà e, a seguito della durissima detenzione, la vita, tuttavia la politica e la storia non possono fare sconti a meno che non si voglia travisarle entrambe, pavloviano esercizio che, come spiega efficacemente nel suo recente saggio, “Credere, tradire, vivere”, Ernesto Galli Della Loggia, è ancora molto diffuso in taluni ambienti.
Definire oggi Gramsci “padre nobile della sinistra italiana” rappresenta, al minimo, la durevole tendenza di non pochi storici e molti intellettuali “organici” ad affabulare la storia d’Italia del XX secolo.
Gramsci divise la sinistra, su questo non possono esserci dubbi. Lo si può definire e ricordare come si ritiene giusto e opportuno ma altro è se l’elevazione ad icona della sinistra viene fatta da tanti (ancora troppi) suoi inguaribili nipotini altro ancora è seguitare a raccontare all’opinione pubblica e purtroppo nella scuola e in non pochi Atenei la storia “ad usum delphini”.
All’indomani di un 25 aprile in cui alcuni tra gli eredi del mondo comunista si sono segnalati per inquietanti rigurgiti di antisemitismo occorre prendere atto che purtroppo i conti con la storia, dalle parti di certa sinistra antagonista da salotto, proprio non si vogliono fare.
Il volume e la quantità di ricordi e celebrazioni gramsciane sulla rete e altrove già non si contano, anche perché, a ben guardare, Gramsci fu forse l’unico tra i fondatori del Pcd’I a partire le persecuzioni fasciste: Togliatti, con lo stato maggiore del partito, riparò in Urss dove divenne il vicepresidente del Comintern e complice dei crimini staliniani perpetrati, per inciso, anche contro i comunisti italiani.
Bordiga, dopo un periodo di confino visse in Italia dove morì 81enne nel suo letto e Bombacci, il meno dotato di tutti, ma antico sodale di Mussolini, finì per diventare uno tra gli ideologi della repubblica di Salò.
Diverso fu il destino che toccò ai socialisti riformisti: Giacomo Matteotti assassinato nel 1924, l’anziano Filippo Turati morto esule in Francia, fino ad Eugenio Colorni assassinato dalla banda Koch a Roma nel 1944.
Il Presidente Mattarella ha ricordato, doverosamente, oggi la figura di Gramsci con una nota.
È lecito attendersi eguale trattamento il prossimo 9 giugno quando si compiranno gli 80 anni dall’assassinio di Carlo e Nello Rosselli, avvenuto a Bagnoles de l’Ome in Francia per mano di sicari assoldati dall’Ovra, la polizia segreta del regime.
Giova, per inciso, ricordare che poco più di un anno dopo il regime promulgò le infami leggi razziali.
L’auspicio è che Carlo Rosselli, ebreo, socialista riformista, teorico del socialismo liberale, tema quanto mai attuale in Italia e in Europa (e a suo fratello Nello) sia almeno dedicata un’attenzione pari a quella che si seguita fin troppo generosamente ad offrire al comunista Gramsci.
Non fosse altro perché il fondatore di Giustizia e Libertà, fu esule, attivo militante antifascista e combattente repubblicano nel corso della guerra civile spagnola, proprio mentre il capo dei comunisti italiani, alias Ercoli, trascorreva il suo esilio dorato all’Hotel Lux di Mosca o in vacanza premio con licenza di perseguitare e fare ammazzare i dissidenti in Spagna.
Staremo a vedere.
E, già che ci siamo, rammentare all’attuale terza carica dello Stato, che come Matteotti, anche Carlo e Nello Rosselli erano socialisti.
Sarebbe spiacevole assistere ad un’altra commemorazione in cui la Presidente della Camera evita accuratamente di pronunciare il vocabolo “socialista”.

Emanuele Pecheux

Le ragioni dell’unità. Breve riflessione sul 25 aprile

La più importante riflessione da fare ha l’ambizione di riconsiderare la qualità e il significato di una ricorrenza che da oltre settant’anni celebriamo e che anche l’attuale anniversario offre naturalmente ad un bilancio ponderato.
Il tempo per fortuna ci consegna una ricorrenza celebrata tenendo ben salde le ragioni di un’unità che – non solo all’epoca – andava ben oltre le contingenze politiche del momento.
Si può infatti motivatamente affermare che in tutto questo ampio arco di tempo la memoria del 25 aprile è stata largamente condivisa. E lo è stata, paradossalmente, proprio dentro una dialettica politica fatta pure e per lungo tempo di radicali contrapposizioni ideologiche.
Ciò nonostante, grazie all’azione lungimirante e robusta di sintesi fatta dalle grandi forze politiche, sindacali e associative operanti nel corso degli anni le ragioni dell’unità hanno saputo assennatamente prevalere anche in un tempo di acute divisioni.
Perché pure nei frangenti più duri e nella polemica ideologica più vibrante non è mai venuto meno nei diversi e contrapposti schieramenti il convincimento che Resistenza e Liberazione fossero gli eventi fondativi della Repubblica, luoghi unificanti del nostro sentimento di identità nazionale.
D’altro canto, non si può però nemmeno sottacere che a fronte del venir meno della dogmatica contrapposizione ideologica e di sistema determinata dal crollo del muro di Berlino del 1989 – la memoria della Liberazione ha in qualche modo affievolito il comune sentire della condivisione e ha iniziato ad essere una memoria latentemente controversa. Dando così luogo al paradosso di assistere al graduale assottigliamento della condivisione della memoria della Resistenza proprio nel tempo in cui venivano profondamente meno le ragioni di opposizione ideologico-politica che quella condivisione avrebbero potuto invece minare.
Ciò induce non a caso al rischio, che purtroppo aleggia ancora, dell’avocazione della Resistenza, cioè la tentazione – magari inconsapevole – di stendere un cordone intorno a questa giornata per farne patrimonio di una sola parte, di una coalizione, di uno schieramento politico. Questa ricorrenza deve essere al contrario espressamente proposta come una festa di tutto il popolo italiano, senza steccati, senza discriminazioni: quando si affermasse la convinzione – e vi è chi purtroppo dissennatamente alimenta questa lettura impropria – che la ricorrenza del 25 aprile è celebrazione della memoria e dei valori di una sola parte del nostro popolo, in quel momento la ricorrenza cesserebbe di esistere.

Carlo Pareto

Riflessione sulla crisi del Socialismo Democratico in Europa

E’ possibile individuare due grandi linee di frattura che, negli ultimi vent’anni hanno allontanato l Sinistra riformista dal suo Popolo:
In primo luogo,il patto di non ingerenza tra Politica e Capitale. Ben oltre i confini posti dal pensiero Liberale, la cessione di sovranità al Capitale da parte delle forze Riformiste in cambio di consenso politico, ne ha determinato dapprima la trasformazione in senso prevalentemente finanziario, liberandosi così da lacci e lacciuoli, e quindi la fuga per il Mondo alla ricerca di una Fiscalità di vantaggio. L’Europa della libera circolazione dei Capitali non ha provveduto a dotarsi di una sovrastruttura politica di controllo e di mediazione delle inevitabili sperequazioni e diseguaglianze. Gli effetti di ciò, esplosi con la grande crisi del 2008, hanno messo in crisi, ed a volte avvelenato, il rapporto tra Sinistra e popolo, creando nuovi pericolosi fenomeni sia in senso regressivo (populismi, sovranismi, nuovi fascismi) sia in senso massimalista (una Sinistra estrema, sterile, che pretende di opporsi ai nuovi Reazionari usando gli stessi argomenti).
Viene poi la Sindrome di appagamento. Conclusosi in Europa il lungo ciclo di riforme, iniziato negli anni ’60, all’insegna del mutualismo, dello Stato Sociale, della dialettica virtuosa tra Capitale e Lavoro, la Sinistra Socialista e Democratica si è come seduta. Ha commesso l’errore storico di considerare irrevocabili i Diritti acquisiti ed ha pensato che lo sviluppo ed il progresso fossero ormai come gemelli siamesi, inscindibili. Così non è, e la cronaca provvede a dimostralo quotidianamente.

Nessuno può pensare che esistano soluzioni semplici a problemi complessi, ma, anche alla luce dell’instabilità Globale, sull’orlo di una spaventosa escalation bellica, non si può non riflettere sul fatto che la Socialdemocrazia, messa all’angolo, debba reagire e rilanciare soprattutto su un Europa Politica unita nella triade di Libertà, Fraternità, Uguaglianza. Una grande Europa di 400 milioni di Cittadini che pretendano pace, prosperità ed obbiettivi comuni da raggiungere. Per questo oggi guardiamo con apprensione le Elezioni in Francia, le stesse che avremo per le Elezioni in Germania e, nel 2018, in Italia.

Luca Pellegri

La sinistra ora prenda una posizione sull’Europa

La situazione politica italiana si viene, al tempo stesso, semplificando e complicando. La semplificazione deriva dalla riproporzionalizzazione del sistema elettorale e dal nuovo assetto politico che si viene delineando nel centro-sinistra e a sinistra.

Può sembrare strano parlare di semplificazione con riferimento a questi dati, quindi proverò a spiegare questa affermazione.

L’effetto congiunto del referendum del 4 dicembre e della sentenza della Corte costituzionale sul c.d. Italicum è quello dell’abbandono del modello maggioritario come fondamento del sistema elettorale.

Ciò non perché esso sia stato respinto dal voto dei cittadini o dichiarato illegittimo dalla Consulta. Un sistema maggioritario di tipo europeo, cioè basato sui collegi, a turno unico (come era, per la maggioranza dei seggi, la legge Mattarella), o a doppio turno, come in Francia, non era oggetto né del referendum né della decisione della Corte costituzionale (come ha segnalato nei giorni scorsi Giuliano Amato). Ma in realtà la scelta per l’impianto proporzionale è politica. Nessuno vuole più il maggioritario (al di là delle dichiarazioni di facciata), perché non risponde alla convenienza di nessuna forza politica. Contro il turno unico sono (per ragioni poi non molto diverse) sia Forza Italia che 5 stelle, e lo stesso Pd sa che si tratterebbe di una vera e propria lotteria. Il doppio turno di collegio avvantaggerebbe 5 stelle (che peraltro non lo chiede), come dimostra l’esito dei ballottaggi nelle elezioni comunali.

Non è dato sapere se i sistemi elettorali attualmente vigenti per la Camera e Senato (entrambi conseguenti a sentenze della Corte costituzionale) saranno “armonizzati”, come si chiede dal Quirinale, e in che modo, oppure no.

E, naturalmente, le diverse opzioni (preferenze o no, coalizioni o liste, soglia di sbarramento, soglia del 40% per il premio) non sono affatto irrilevanti sia sul comportamento degli elettori (il tema del “voto utile”) sia sulle caratteristiche del prossimo Parlamento. Ma la sostanza del sistema sarà proporzionalista, con una duplice conseguenza: verrà meno il “dovere” della coalizione, e ciascun soggetto politico potrà correre in proprio. Da qui la “semplificazione” di cui parlavo.

Del resto, analoga “semplificazione” si ripropone nel quadro politico della sinistra. Non si sono ancora svolte le primarie del partito democratico, ma mentre scrivo la vittoria ampia di Renzi appare sicura. È un risultato che colloca stabilmente il Pd nel campo del centro moderato, come il nuovo partito di Macron in Francia.

Legge di impianto proporzionale e conferma della leadership renziana nel PD consentono alle forze alla sua sinistra, almeno in teoria, di dispiegare la propria proposta senza più vincoli: senza il vincolo di partito, per la minoranza che ne è uscita costituendo il nuovo movimento “art 1”; senza il difficile dilemma della coalizione elettorale, per gli altri soggetti della sinistra (ed è su questo che si dovrà misurare il Campo progressista di Pisapia, di fronte alla conferma, da parte di Renzi, della linea solitaria di Veltroni).

E qui nascono le complicazioni. A sinistra del PD le soggettività politiche sono molteplici: art 1, comprensivo della componente di Sel che vi ha aderito; Campo progressista; Sinistra italiana; Possibile di Civati; Rifondazione comunista rilanciata dal recente Congresso. E mi limito ai soggetti esplicitamente politici, perché esistono fortunatamente in molte città significative realtà “civiche”, spesso legate ai comitati costituitisi sui territori in occasione del referendum costituzionale.

È possibile che queste diverse realtà costruiscano un progetto politico comune, e quindi si presentino in una stessa lista alle elezioni?

Personalmente è la soluzione che auspicherei, ma mi rendo conto delle difficoltà, soggettive ma anche oggettive: si tratterebbe di costruire un programma e una leadership condivisa.

E, soprattutto, ed è questa la maggiore complicazione, c’è il problema del “dopo”. È a tutti chiaro che dalle prossime elezioni emergerà un Parlamento senza una maggioranza chiara, e che il sistema politico-parlamentare avrà subito avanti a sé il problema dei problemi: il rapporto con le regole dell’Unione europea, con l’austerità, con il fiscal compact.

Su questo difficilmente ci si potrà evitare una posizione nella prossima campagna elettorale. Ma quale posizione?

Intellettuali importanti della Sinistra europea hanno espresso posizioni contrapposte.

Luigi Ferraioli sostiene la necessità di una “rifondazione costituzionale” dell’Unione: un’assemblea costituente, convocata dai paesi che ne condividano l’esigenza, ridisegnando con chiarezza i lineamenti federali e sociali dell’Europa. Sul versante opposto, Perry Anderson, a lungo direttore della New Left Review, sostiene la forma più drastica di Brexit. Per lui, la democrazia è possibile solo là dove si esercita la sovranità popolare, cioè nello Stato nazionale.

Le forze politiche italiane stanno delineando le rispettive posizioni. Il PD di Renzi ripropone il già noto e poco positivo metodo della polemica con Bruxelles, senza indicare però chiare soluzioni per il caso di conflitto. Per i 5 stelle la proposta è un referendum sull’euro; il centrodestra, com’è noto, è diviso su questo tema, ma potrebbe trovare una composizione intorno alla proposta di Tremonti, della quale si sta discutendo, di una riforma costituzionale che garantisca (come in Germania) il primato del diritto italiano su quello europeo.

Quale posizione sull’Europa avrà la sinistra? A me questo sembra un elemento decisivo per costruire una credibile proposta politico-programmatica.

Le imminenti elezioni presidenziali (e poi parlamentari) in Francia, e poi quelle autunnali in Germania, forniranno elementi di valutazione importanti. Ma le campagne elettorali in questi paesi indicano già la centralità del tema europeo, che può riassumersi in un arduo dilemma: nessuna politica sociale “di sinistra” è possibile nell’attuale quadro normativo della UE, che di fatto non consente spese per investimenti pubblici e tutele sociali.

Al tempo stesso, è molto difficile indicare una credibile ed efficace alternativa.

D’altra parte, il tema si riproporrà nel nuovo Parlamento, rispetto al quale appare allo stato improbabile prefigurare chiare maggioranze politiche.

Insomma, si preparano tempi difficili; è da sperare che la sinistra sappia essere all’altezza.

Cesare Salvi

Blog Fondazione Nenni

Quel pasticciaccio brutto
dei voucher

Parafrasando il romanzo di Carlo Emilio Gadda, la decisione del governo di abrogare per decreto i voucher, evitando così il referendum promosso dalla Cgil, si può definire “quel pasticciaccio brutto”, prestandosi a più considerazioni di natura politica, sindacale e giuslavoristica.

Sul piano politico il governo Gentiloni, per evitare una nuova prova referendaria destabilizzante per la sua stessa tenuta, ha eliminato l’oggetto del contendere, quei voucher che rappresentavano una modalità di retribuzione per il lavoro occasionale di tipo accessorio, al centro delle polemiche per aver precarizzato ulteriormente le prestazioni di lavoro. Una scelta saggia che, sul piano politico, costituisce una nuova sconfitta, questa volta postuma, per il governo Renzi, che aveva difeso strenuamente un istituto “ereditato” dagli esecutivi del centrodestra guidati da Berlusconi, condividendone la cultura della flessibilità e della deregolazione delle tutele lavoristiche.

Vince la Cgil, che aveva promosso da sola il referendum sui voucher (assieme a quelli sugli appalti e sul ripristino dell’art. 18 in materia di licenziamenti, quest’ultimo non ammesso dalla Corte costituzionale), a fronte della posizione pilatesca di Cisl e Uil, senza doversi cimentare in una consultazione resa assai problematica dal difficile raggiungimento del quorum.

Adesso, però, è tempo di una riflessione più ampia sul tema dei diritti del lavoro in Italia. Dal 1997 abbiamo assistito ad una serie di interventi legislativi, tutti rivolti ad introdurre maggiore flessibilizzazione sul mercato e nel rapporto di lavoro, di tipo alluvionale, sovente contradditori e senza collegamenti.

Dal “Pacchetto-Treu”, la legge-delega n.196/1997, alla “Legge-Biagi”, la n.30 del 2003 attuata dal decreto legislativo n.276 dello stesso anno, sino ai provvedimenti del governo Monti con la “Legge Fornero” (la n.92/2012) e al cosiddetto Job Act, quest’ultimo una vera e propria riscrittura peggiorativa di una serie di istituti di tutela del mondo del lavoro come licenziamenti individuali e collettivi, mansioni e qualifiche, attraverso vari decreti legislativi tra il 2014 e il 2015, voluti dall’allora premier Renzi e dal ministro del Lavoro Poletti, che hanno recepito le indicazioni confindustriali e dell’amministratore delegato di Fca-Fiat Marchionne.

Ma il “pasticciaccio brutto” consiste nel fatto che i voucher già acquistati potranno essere utilizzati per tutto l’anno senza alcuna regolazione, considerato che il decreto-legge del governo ha abrogato la disciplina, anche se c’è ci sostiene che rimarrebbe in vita la previgente normativa.

In generale è avvertita l’esigenza di una riscrittura generale della disciplina lavoristica, per questo c’è bisogno di un vero e organico codice del lavoro, sul modello francese, al cui interno inserire in forma coordinata le disposizioni del codice civile in materia di subordinazione, lo Statuto dei lavoratori e gli altri provvedimenti di legge intervenuti, sfoltendo la normativa e predisponendo una generale semplificazione, a beneficio degli interpreti del diritto del lavoro e, soprattutto, dei contraenti il contratto di lavoro: dipendenti e aziende.

Maurizio Ballistreri

Quando si è costretti a tenere conto della realtà percepita

Decreto Minniti: quando si è costretti a tenere conto della realtà percepita.
Con 330 voti a favore, 161 no e un astenuto, la Camera ha votato la fiducia posta dal Governo al decreto Minniti. Il Psi ha votato a favore pur essendo stato un voto non convinto.

Come in tutti i decreti vi sono parti positive e parti negative da migliorare. La sensazione è che si stia procedendo per prove ed errori avendo piena coscienza di dover coniugare i diritti dei migranti con le paure, giustificate, di gran parte della popolazione, paura fomentata anche ad arte da gran parte dei populisti e dalle destre in cerca di voti.
Ben vengano i lavori socialmente utili per i migranti, in questo modo diminuendo l’inattività di troppi giovani diminuiremo anche la noia che è sempre cattiva consigliera.
L’istituzione di sezioni specializzate presso i tribunali ordinari mirano a snellire i tempi, che sono annosi, dei procedimenti.

Salta un grado di ricorso: contro la decisione si potrà ricorrere solo in Cassazione. È positivo, è negativo? Conoscendo l’iter della giustizia italiana non riesco a vederne tanta negatività quanta ne vedono le varie associazioni, il problema è che la giustizia che abbiamo è farraginosa oltre ogni limite (e qui bisognerebbe mettere mano seriamente soprattutto per i cittadini italiani che hanno la sfortuna d’incappare in questo girone), ed essendo farraginosa i gradi di giudizio costringerebbero il richiedente asilo a rimanere in un limbo insostenibile.

Preoccupa maggiormente l’autorizzazione data al ministero dell’interno a bandire concorsi per l’assunzione fino a 250 impiegati a tempo indeterminato per “l’esercizio di funzioni di carattere specialistico” . Abbiamo una macchina burocratica che si è avvolta su se stessa con leggi e leggine, e loro relative interpretazioni, che finiscono per congelare tutto. Auguriamoci che queste 250 nuove immissioni possano lavorare e non rimangano prigioniere delle loro mansioni .

Da CIE a CPR non è certo il cambio del nome che ci può dare garanzia di funzionalità ma comunque il fatto che questi centri non possano ospitare più di 100/150 persone è estremamente positivo per la dignità umana.
L’unico auspicio è augurarci che le leggi possano essere applicate e funzionino nell’interesse dei diritti dei più deboli e non affoghino nel mare della corruzione.

Ilda Sangalli Riedmiller
Inviato da iPhone

La dura realtà del misero dibattito interno italiano

Il dibattito italiano spesse volte è deludente, specie quello politico. Giornali televisioni discordi politici. Discutere di false documentazioni sul padre dell’ex Premier mi intristisce più di quanto sia possibile immaginare e di sicuro non fa rimpiangere la decisione di aver lasciato il Bel Paese.

Sognavamo, come in «C’eravamo tanto amati » con musiche di Trovajoli, grandi battaglie ideologiche, grandi sistemi, dibattiti culturali ispirati da Satre e Camus, o da Rawls e Bernstein, riforme di struttura, progetti ambiziosi, progetti mondiali. Giovani che imparavano cose nuove, dalla Scuola di Francoforte alla Silicon Valley, l’education di Blair o la meritocrazia di Schroeder, il maglioncino di Marchionne o la retorica di Varoufakis, la Gauche Caviar od i Cuepli Sozialisten, Macron o Hamon? L’Europa federale o quella intergovernativa? Concertazione o codeterminazione?  Kultur o Zivilisation?

Ed invece no, la dura realtà ci inchioda al misero dibattito interno italiano, tra Consip e vitalizi, animato dai grillini di turno, campioni nel gridare al complotto in ogni dove, inspirato dai sovranisti e dai nazionalisti prêt-à- porter, ex federalisti oggi risvegliatisi garibaldini contro il famigerato nemico europeo guidato dall’efficiente Germania, fino giù agli eredi del corporativismo che mischiano bene la retorica nazionalista con quella della destra sociale in un revival di cui, in vero, nessuno sentiva il bisogno.

In tutto ciò la televisione italiana pare impietrita in schemi culturali e mentali cristallizzati in un’epoca non identificabile, dove programmi vengono chiusi perché si parla di donne dell’est, o dove conduttori strapagati conducono battaglie sul taglio degli stipendi pubblici. Il surrealismo al potere, verrebbe da dire con spirito tardo sessantottino, cui manca solo la ciliegina sulla torta :  vedere un grillino a Palazzo Chigi !

Se al male non c’é mai fine, come insegna la  tradizione vernacolare, aspettiamo con ansia le prossime elezioni, consci che nessuno dei contendenti in campo possa in vero portare l’Italia al livello successivo, quello dell’apertura globale. Nessuno dei leaders in campo pare avere una caratura internazionale, un background che liberi l’Italia dalle sue zavorre campaniliste, regionaliste, nazionaliste e le consenta di essere finalmente open minded. Se il grillismo alligna fra i giovani e le masse, non necessariamente c’è del buono. Sarà pur vero che in democrazia « la quantità diventa qualità », come diceva il maestro Gianni, e tuttavia ci chiediamo come una tale massa di gente sia potuta cadere nelle trappole retoriche dei sostenitori dell’altrismo, in cui l’«altrismo » condensa un po’ tutte le fissazioni del popolo delle fake news, del complotto farmaceutico, di quello del gruppo Bilderberg, della casta ricca che ricorda il convento ed i monaci, dei baby vitalizi, del reddito per tutti a prescindere e per sempre, dei vaccini e via dicendo. Illusioni stellari miste di comunismo extraparlamentare, socialismo utopico primo ottocento, girotondismo montiano (da Rione Monti, Roma), monetine Raphaeliane sempre in voga e destra revanscista.

Se i pochi giornalisti – filosofi del primo novecento si fregiavano con orgoglio dello pseudonimo di «apoti », cioè coloro che «non la bevono», ci chiediamo come mai oggi, in Italia, quelli che la bevono siano diventati cosi’ tanti.

Colpa della scuola? O della televisione? Regresso fisiologico? Dieta mediterranea? Provincialismo linguistico? Poca dimestichezza con internet e con la globalizzazione? Insomma se in Germania eleggono in Parlamento i professori e noi mandiamo invece i bocciati, ci sarà un motivo? Se la disoccupazione giovanile è al 40% sarà colpa solo dei vitalizi? Oppure dovremo cominciare a prendere atto che, se non nell’occidente tout court, almeno in Italia quel declino paventato molto tempo fa ha iniziato il suo lento ma inesorabile cammino?

Il progresso è lento, il declino molto veloce ovviamente, e quello culturale si porta dietro una serie di disgrazie sociali economiche e politiche cui un Paese difficilmente può far fronte. Tra i limiti principali del sistema italia scorgiamo, senza pretese di esaustività, il provincialismo, il nazionalismo ed una tendenza all’emotività politica che viene definita « populismo » ma che potrebbe ricordare anche i paesi del Sud America e che genera, in ogni caso, ingovernabilità, mancanza di governance, malattia che ci ha colpito soprattutto negli utlimi 25 anni.

Il provincialismo e la chiusura culturale e linguistica ci portano a ritenere che l’Italia sia il centro del mondo, quando purtroppo la realtà è ben diversa e forse sarebbe il caso di farsene una ragione.

Il nazionalismo è una carta facile da giocare, come il campanilismo, e classi sedicenti dirigenti ispirate nientedimeno che da Putin hanno sempre un asso nella manica poiché la Nazione, forte di secoli di esistenza, è il prolungamento dell’ego e dell’individuo, cui la vanità non pone mai limiti. Il cosiddetto populismo è una degenerazione della democrazia rappresentativa, che è stata scelta come sistema di democrazia proprio perché l’eletto non deve solo rappresentare ma anche avere un ruolo critico, intelligente e financo pedagogico quando necessario. Al contrario l’eletto che segue o supporta o infiamma il desiderio di corto respiro dell’elettore fa un buon risultato elettorale forse, ma non un buon servizio al Paese.

Come uscire dalle logiche perverse che ci inchiodano ad un futuro di irrilevanza politica internazionale, ad una governance instabile e ad una stagnazione economica al limite del default, è la domanda che ci dobbiamo porre.

Da socialista ed europeista convinto, credo che la soluzione debba essere trovata in primis nella costruzione di una cultura europea diffusa in tutti i Paesi membri, una cultura che elevi ogni paese membro ad un grado di conoscenza degli altri paesi che renda possibile un dibattito intelligente ed informato, ed una crescita culturale dell’intero continente europeo, alla pari.

Ne seguirà una politica democratica federale europea, con decisioni condivise e best practices diffuse a livello europeo. Le soluzioni saranno sicuramente socialiste o comunque sociali, perché questo è il marchio di fabbrica dell’Europa, lo stato sociale, la solidarietà, derivata dalla cultura socialista e cristiana, ma anche la libertà derivata dalla cultura liberale e l’ecologismo dei verdi.

Quello che serve è diffondere il meglio che già esiste in Europa e spalmarlo a livelli eguali in ogni paese, ritagliando uno spazio all’Europa nello scenario internazionale, un ruolo da protagonista, sicura di se e del suo modello politico sociale.

Di nazionalismi, di populismi di complottismi non ne sentiamo il bisogno, e bisogna invece vincere la battaglia della propaganda e della comunicazione in favore dell’Europa e del modello sociale e politico europeo.

Oggi la battaglia è fra razionalità ed irrazionalità, fra Europa e nazione, fra scienza e fake news. E dobbiamo vincerla.

Leonardo Scimmi

Considerazioni politiche
sulla crisi siriana

Il bombardamento americano sulla base aerea siriana cambia certamente il quadro e quindi il corso della crisi siriana. Ma in quale direzione?
Qui gli scenari sono sostanzialmente tre. Quello della disfatta strategica di Assad con il suo accantonamento. Quello dell’inacerbimento del conflitto con una crisi nei rapporti tra Usa e Russia. E, infine, quello dell’avvio di un processo che porti alla generale cessazione delle ostilità, con l’accettazione tacita della divisione della Siria nelle attuali “sfere d’influenza”.
Allo stato sia la prima che la seconda appaiono abbastanza improbabili.
E’ vero. Il regime di Damasco ha subito una disfatta strategica. Ma questa riguarda il suo disegno di usare la violenza, ai limiti dello stragismo seriale, per “sconfiggere totalmente” i propri nemici riacquistano così il sostanziale controllo del paese. Certo, il bombardamento con armi chimiche appare, davanti a qualsiasi esame razionale, un errore moumentale, sino al punto di rendere plausibili (in omaggio al “cui prodest”) ipotesi di tipo complottistico. Pure, l’azione contro Idlib è perfettamente coerente con il “modus operandi” di Assad lungo tutto il corso della guerra civile, mentre l’ipotesi alternativa, quella del, per così dire, autobombardamento non sembra reggere l’evidenza dei fatti.

Ciò detto la reazione americana non è affatto l’inizio di una crociata del Bene contro il Male, come auspicato dai cultori occidentali dell’interventismo democratico o di nuove avventure imperialiste come denunciato, tra gli altri, dagli ammiratori delusi di Trump. I primi sono stati ancora una volta vittime della loro falsa coscienza, o, più esattamente dal doppio standard con cui hanno, da sempre, visto le vicende mediorientali; e non solo. Per molti mesi questi occhiuti difensori dei diritti umani, non si erano nemmeno accorti della nascita e dell’espansione fulminea dell’Isis: salvo ad urlare di raccapriccio alla vista del primo occidentale sgozzato. Oggi, queste anime belle guardano con orrore al video con i bambini; mentre rimangono del tutto indifferenti al fatto che diecine e diecine di migliaia di bambini yemeniti rischiano di morire di fame (la denuncia formale è dell’Organizzazione mondiale della sanità) perché i sauditi, con il consenso degli americani, bloccano nei porti l’arrivo dei soccorsi. I secondi, invece, possono stare tranquilli; perchè l’ipotesi del Settimo cavalleggeri per le vie di Damasco è del tutto improponibile, se non nell’ipotesi di una terza guerra mondiale. E anche perchè Assad e i suoi, diciamo così, collaboratori, non sono affatto disposti ad andarsene di loro spontaneo e magari con un salvacondotto Onu; questo perché sanno, per esperienza diretta, che il loro ritiro coinciderebbe con la distruzione, anche fisica dei gruppi etnico-religiosi e sociali da sempre nel mirino del fondamentalismo sunnita: alauiti, cristiani, militari, borghesia di stato, e non solo.

In quanto ai rapporti russo-americani l’insieme dei dati di cui disponiamo lascia pensare – con tutte le cautele del caso – che ci si avvii verso la normalizzazione. Vediamo perché.
Primo, i russi sono stati ampiamente preavvertiti del raid. Così da ritirare preventivamente il personale militare. Quanto bastava a Washington per affermare che Mosca non era in alcun modo coinvolta nella vicenda. Poi l’incontro, il primo dopo l’insediamento di Trump tra il suo ministro degli esteri e lo stesso Putin. Nelle more, la difesa d’ufficio all’Onu con l’opportuno richiamo al fatto che la Russia non consentirà alcuna strategia di “regime change” in Siria. Il tutto accompagnato da due codicilli significativi: primo, che l’iniziativa unilaterale Usa “rischia di” (“rischia di” NdR) peggiorare i rapporti reciproci”; secondo che il sostegno russo al regime siriano “non è incondizionato” (leggi che la Russia non intende sostenere le aspirazioni del regime alla vittoria totale). Per l’intanto si lavora al Consiglio di sicurezza per varare una risoluzione che non si scontri con il veto di Mosca.

Errori di conduzione, gesti male interpretati possono sempre ostacolare il processo o farlo deragliare. Ma dopo la mossa di Trump (che ricorda molto l’approocio di Reagan: fiato alle trombe contro i nemci della libertà; ma, al dunque, non si andrà al di là dell’invasione di Grenada), l’orizzonte che si apre è quello dettato dal realismo kissingeriano. Una normalizzazione senza sentimentalismi e/o illusioni dei rapporti tra l’Amministrazione e il Cremlino: nessuna crociata, mano nella mano, contro l’Islam e magari contro l’Europa di Bruxelles; ma nemmeno l’ossequio alle fantasie malate dei Blair e dei Clinton e degli interventisti democratici. E, per altro verso, la presa d’atto da parte di Putin dell’impossibilità di controllare e moderare, da solo, il suo alleato siriano.

In questo quadro non è certamente alle viste “la soluzione della crisi siriana”. Dovremo invece abituarci piano piano adapprezzare ciò che è possibile raggiungere. Leggi, il cessate il fuoco, in tutto il paese (accompagnato dalla liquidazione del Califfato e dall’allentamento della presa di Damasco sulla sua area d’influenza). Sarà la sgradevole presa di coscienza di una divisione che rischia di essere permanente? Certamente. Ma almeno la gente non sarà più ammazzata; e il diritto a non essere uccisi è, dopo tutto, il primo tra i diritti umani.

Quella brama di proporzionale

In Italia c’è un termine che andrebbe levato dal dizionario, perché inutilizzato, desueto; quel termine è rivoluzione. Noi italiani non ne abbiamo mai fatta una: ci fa paura. Troppa paura. In fondo all’animo siamo conservatori, moderati: ci piacciono le tradizioni, il pensiero di essere ancorati alla storia, anche se non la conosciamo bene, ne ignoriamo parti intere, fatti e misfatti. Ma che importa, se riusciamo ad annullare il nostro individualismo in un collettivismo malpancista, dove ognuno di noi può urlare più forte, in piazza, contro l’uomo che invidiamo, contro la politica ladrona, ladra perché piove, e perché da quasi due secoli si una il “piove governo ladro”. E allora tutto quello che ci viene detto, giustamente, su quello che servirebbe alla politica per riqualificarla, lo consideriamo zero, perché si allontana dalla tradizione, dall’abitudine, dal consueto: e tutto quello che può cambiare lo consideriamo uno stravolgimento, una rivoluzione, che non siamo e non saremo mai pronti ad accettare. Ci è bastato un libro, La Casta, per dire che tutto, nella politica italiana, era assurdità e ladrocinio (anche se magari molti grazie a quella politica hanno avuto prebende, posti di lavoro ecc.), ma quando abbiamo avuto la possibilità di cambiarla, ci siamo tirati indietro, abbiamo avuto paura. Tra la coalizione del bene che ci vendeva fumo, e quella del male che ci vendeva concretezza, abbiamo scelto il fumo, ma non un fumo di cannabis che rilassa e fa ridere, un fumo pesante, da vecchia macchina mal carburata, ci siamo riempiti i polmoni e adesso proviamo a buttare fuori un po’ alla volta quel veleno. Evviva. Ieri al Senato c’è stato l’esordio del filo rosso che condurrà la politica nazionale nei prossimi mesi: lo straordinario desiderio di proporzionale alimentato dalle minoranza dallo spirito dittatoriale. Io conto poco, conto niente, ma se c’è il proporzionale conto qualcosa: rappresento. Chi, cosa, come, poco importa. Rappresento e quindi conto, conto perché posso, con il mio poco, ottenere molto. Posso bloccare una nomina, una legge, posso andare in piazza a far vedere che esisto. Posso attuare il mio diritto di veto a quello che dovrebbe essere il più sacrosanto diritto della democrazia: il diritto alla governabilità. Il diritto di scegliere una proposta di governo dalla effettiva realizzabilità. Ma è questo che in tanti non vogliono. In una democrazia “normale” non c’è spazio per la schizofrenia che alimenta gruppi e gruppuscoli. Non c’è spazio per figure inutili che nel nulla riescono a ritagliarsi un ruolo, sia solo quello di anti-qualcosa. E ancora più drammatico è pensare al ritorno al proporzionale se si guarda lo scadimento raggiunto dalla classe dirigente di questo paese e il livello si scontro raggiunto tra partiti sempre meno rappresentativi. O al fatto che prima o poi possiamo trovarci a governare un movimento che sceglie i propri rappresentanti con il voto online di cinque o sei adepti. Ma le grandi manovre sono arrivate. E le convergenze, su progetti pericolosi, spesso si trovano. C’è qualcosa che dovrebbe preoccuparci? Si, e anche molto. Dietro a queste grandi manovre ci sono spesso persone che pensano più a se stesse che al bene del paese. È abbastanza? Chi lo sa. Montanelli una volta invitò gli elettori a turarsi il naso e a votare Dc per porre un freno al declino del sistema. Noi dovremmo sperare che trionfino le forze che si oppongono a questo ritorno al passato. Un nuovo passato che sarebbe tragico. Da game over.

Leonardo Raito