Piccole note a margine sulla legge elettorale

Si è parlato piuttosto ampiamente della nuova legge elettorale: il Rosatellum (II). Ne sono stati sottolineati gli evidenti limiti, che la rendono, nel merito, una pessima legge. La quale (ancora una volta, verrebbe da dire) non mette al primo posto gli elettori, i cittadini. Ma, pare più pensata per chi l’ha fatta, rispetto a chi la deve usare.
Una delle “scriminanti” per essa, fu individuata nel fatto di essere migliore della precedente: il Porcelluma di berlusconiana memoria. Il quale non pochi guai ha prodotto alla democrazia e alla qualità politica del nostro paese; non avendo certo bisogno di esaltare ancor di più il lato dell’appartenenza politica, al fine di essere eletti in Parlamento, rispetto alla tanto ricercata (e richiesta) competenza. Senza contare i disastri di un sistema elettorale che “de-territorializzava” il rapporto eletto elettore, rendendolo puramente formale.
Il tutto giocato su un piano inclinato, quanto distorto, che vedeva, da una parte, e per le elezioni locali, sistemi con la preferenza, contrapposti ad un uno nazionale, a liste bloccate. Con il naturale risultato che i partiti perdevano ogni capacità di “guida” nei confronti delle federazioni locali. Anzi, la piramide, in un certo senso si rovesciava, con gli esponenti nazionali “costretti” a stare alle logiche territoriali, non di rado clientelari.
Non si sa, e lo si crede poco, che il Rosatellum sia la risposta sensata a tutto questo. Di certo, è un compromesso al ribasso, frutto di accordi volti, ovviamente, alla sopravvivenza di chi li ha fatti. Ed anticipato da un dibattito oggettivamente anemico, su un argomento di vitale importanza.
Eppure, quella sulla legge elettorale, non è solo una questione “tecnica”, ma anche culturale. E che lo sia, bastava vedere i danni provocati dal Porcellum per capirlo.
Ma, non abbiamo sentito vibrare in parlamento alti discorsi sull’argomento. E questo, il Rosatellum, ne è il risultato.
Gli accordi, le alleanze, e gli apparentamenti politici che ne stanno derivando, portano a fare una piccola riflessione.
In Italia guai a parlare di uninominale. Tranne i radicali, e qualche isolata voce sparsa trasversalmente nelle altre compagini politiche, è un discorso che mai è stato approfondito. Ed anche quando abbiamo introdotto il Mattarellum, ci siamo guadati bene dal renderlo “puro”. Anzi, infondendo in esso dosi di rappresentatività (leggi proporzionale), lo si è relegato nell’ambito delle leggi instabili.
In questo periodo di movimenti elettorali, dovuti all’avvicinarsi delle elezioni politiche, tutti cercano di “massimizzare”. Tradotto, cecano posti (anche legittimamente, per carità).
Molte delle liste costruite intorno al partito (o ai partiti) maggiore, ed in alleanza con esso, sanno che difficilmente raggiungeranno il quorum per avere loro candidati eletti nel proporzionale.
Cercheranno, quindi, spazio nelle liste dei grandi partiti, che possono assicurare un’elezione, altrimenti impossibile, con candidature nei collegi uninominali, più o meno blindati.
Allora, viene da dire, ci si è lamentati che l’uninominale non garantirebbe la “giusta” rappresentatività; che con esso sarebbero sparite le sensibilità politiche, comprese storie certo importanti, ed ora non si è arrivati nient’altro che allo stesso risultato di fatto, senza però i benefici di un sistema chiaro come l’uninominale.
I partiti più grandi, infondo, non fanno altro che concedere un diritto di tribuna. Cosa che è sempre possibile anche in regime di uninominale.
Ma, forse, il problema sta a monte: ovvero, nella mancanza totale di dibattito su un tema di importanza fondamentale per una virtuosa vita democratica.
Si continua a vivacchiare. Come l’Italia, del resto. Perché tutti già sanno che, chiuse le urne, difficilmente ci sarà un vincitore.

Ai tempi di Craxi

Sono passati 18 anni dalla scomparsa di Bettino Craxi, ma poco è cambiato. La sua damnatio memoriae continua ad aleggiare sul nostro Paese. Certo, la storiografia ha iniziato a smontare pezzo per pezzo buona parte delle infamanti accuse che lo hanno coinvolto, ma la maggioranza degli italiani lo ritiene ancora un “ladro”.
La vulgata di Tangentopoli, insomma, la fa da padrona. L’importante vicenda del Psi craxiano rimane così in ombra, schiacciata da una condanna morale retrospettiva, che si impone su tutta la sua parabola politica. Ignorandone i non pochi meriti storici: il superamento culturale del marxismo-leninismo, la tematizzazione della Grande Riforma delle istituzioni e l’attività di governo.

Dopo la svolta del Midas, con la quale Craxi divenne segretario, il Psi intraprese una coraggiosa politica culturale volta a mettere in discussione i pilastri del marxismo-leninismo che alimentavano ancora l’ideologia del Pci. Affiancato dagli intellettuali di «Mondoperaio», il neosegretario vinse la battaglia politico-culturale contro i compagni comunisti. Mentre il Pci si richiamava a Marx e Lenin, il Psi approdava stabilmente alla socialdemocrazia, mandando in soffitta tutti i vecchiumi ideologici che innervavano la sinistra italiana. Un rinnovamento decisivo, riconosciuto solo a posteriori da coloro che si definiscono i figli di Berlinguer, ma che, a ben vedere, dovrebbero dirsi figli di Craxi…
L’approdo socialdemocratico dei socialisti permetteva al leader del Psi, sostenuto acutamente da Giuliano Amato, di porre i temi della governabilità e della stabilità. Attraverso la Grande Riforma il leader del Psi proponeva un insieme di provvedimenti per modernizzare il Paese. Il rafforzamento dell’esecutivo, il superamento del bicameralismo perfetto, e il semipresidenzialismo diventavano centrali nel dibattito politico italiano.
Per quanto riguarda il governo, l’esecutivo guidato da Craxi fu il più duraturo della storia della Prima Repubblica, e non senza risultati. La revisione del Concordato, il referendum sulla scala mobile, un’importante crescita economica e l’episodio di Sigonella (applaudito anche dai comunisti) non possono essere passati sotto silenzio.

Con il 1987 la carriera politica di Craxi iniziò la sua fase regressiva. Sia perché il Psi non ottenne lo sfondamento elettorale auspicato, che gli avrebbe consentito di trattare in modo diverso con gli alleati di governo, sia perché il segretario di Via del Corso rimase irretito dal patto di potere stipulato con la Dc. La spinta modernizzatrice e riformista si andava esaurendo, mentre si aggravava la crisi del partito, a causa della sottovalutazione della questione morale e della mancata autoriforma.
Ma l’errore più grave fu la scelta astensionista nel referendum sulla preferenza unica del 1991, che si era trasformato in una sorta di referendum sulla partitocrazia. L’opposizione frontale a questa consultazione fu fatale, perché portò l’opinione pubblica ad identificare Craxi con il sistema partitico ormai degenerato.

Gli eventi del 1992-1993 sono noti. Certo, Craxi commise tanti errori, a partire dalla pratica del finanziamento illecito di cui divenne assoluto protagonista per contrastare lo strapotere finanziario di Dc e Pci: la prima si alimentava da tutto l’insieme delle industrie di Stato, il secondo era foraggiato abbondantemente dai rubli sovietici, e dal sistema delle cooperative.
Nonostante la sistematicità e la notorietà di queste forme di finanziamento, Craxi fu letteralmente massacrato dal circuito mediatico-giudiziario guidato dai postcomunisti che strumentalizzarono la questione morale trasformandola in puro giustizialismo. Forti dell’amnistia sul finanziamento illecito ai partiti approvata nel 1989, gli eredi di Berlinguer divennero i grandi moralizzatori della politica italiana, dimenticando che le loro tasche erano state riempite da un’immensa quantità di rubli e da molteplici contributi illeciti.

Bettino Craxi, uso di pesi e misure diversi nella giustizia

Voltaire, parlando di un processo che si concluse con la condanna di una persona per un solo voto, racconta come l’avvocato spiegasse che sarebbe stato assolto in un’altra camera di giustizia. “E’ davvero comico – rispose il malcapitato – quindi una camera, una legge”. “Sì – disse l’avvocato – ci sono venticinque commenti diversi sulla ‘consuetudine’ di Parigi… e se ci fossero 25 camere di giudici, ci sarebbero 25 giurisprudenze diverse”. Questa vicenda era stata riproposta dall’ ex magistrato Ferdinando Imposimato, scrivendo un articolo sull’ “Avanti della domenica” del 3 maggio 1998 intitolato “Giustizia, la riforma non decolla” col quale ammetteva drammaticamente che “le cose non sono affatto mutate da allora”.

Imposimato – lo citiamo anche per riconoscere al magistrato da poco scomparso questo suo filone d’impegno, che si sovrappone a molti altri e d’altro segno –  continuava il suo ragionamento citando l’illuminato giurista Cesare Beccaria: “Lo spirito della legge sarebbe dunque il risultato di una buona o di una cattiva logica del giudice, di una facile o malsana digestione, dipenderebbe dalla violenza delle sue passioni, dalla debolezza di chi soffre, dalle relazioni del giudice con l’offeso, e da tutte quelle minute forze che cangiano le apparenze di ogni oggetto nell’animo fluttuante dell’uomo. Quindi veggiamo la sorte di un cittadino cangiarsi diverse volte nel passaggio che fa a diversi tribunali, e le vite dei miserabili essere vittime dei falsi raziocini, o dell’attuale fermento degli umori di un giudice”.

Queste terribili parole sembrerebbero confinate in altro tempo. Purtroppo così non è – lo rilevava Imposimato – e le cronache giudiziarie continuano a confermarlo, usando pesi e misure diverse, pronte a ribaltare verdetti precedenti fino alla sentenza definitiva, salvo poi ricorsi in alte sedi sovranazionali.  E’ che da sempre, fin dai tempi di Socrate, “in tribunale come in teatro non conta tanto la realtà ma come essa viene rappresentata” e quindi come tale rappresentazione può influenzare il giudizio.

Ma il problema è che eternamente la giustizia risente oltre che degli umori degli apparati giudiziari anche e soprattutto dello spirito del tempo: le leggi sono costruzioni umane, non hanno una impronta divina e una validità assoluta per sempre: “le leggi sono correnti di pensiero” sintetizzava mirabilmente un padre costituente come Piero Calamandrei e spesso la loro applicazione si confonde con la morale.

Ecco il punto: la morale. Il sociologo Francesco Alberoni vi ha scritto sopra un libro intitolato ‘Valori’. La morale dovrebbe collegarsi a ciò che è generoso e altruista. Ma per l’opinione prevalente, invece, la morale non significa virtù e bontà. Significa sdegno, rimprovero, punizione. Ecco – scrive – li vedete tutti costoro sfilare nel corso della storia cupi, collerici, intransigenti che urlano, che esigono punizioni esemplari per i malvagi, per i corrotti! Ciascuno prende un sasso per lapidare l’adultera, ciascuno si getta sul reo per linciarlo. Così si tagliano le mani ai ladri, si torturano, si martoriano, si crocifiggono i criminali, si bruciano gli eretici, si spezzano le ossa e si squartano i banditi. Quanta giustizia è stata fatta in questo modo! La storia è stata un succedersi ininterrotto di atti di ‘giustizia’.

Così nel passato e così in epoca recente nella lotta politica, aggiunge senza sorpresa Alberoni. Perché tutti vivono il loro avversario come un essere repellente, crudele. Mentre vivono se stessi come virtuosi e giusti, costretti a difendersi. La lotta politica è praticamente tutta combattuta con accuse di immoralità. Ma perché confondere la morale con la lotta politica? E’ incredibile – aggiunge Alberoni – che non si capisca, non si voglia capire che quando in un movimento, in un partito politico, il capo, il demagogo urla: “Facciamo giustizia”, di solito non ha nemmeno lontanamente in mente la giustizia morale. Il suo vero scopo è minare la legittimità di chi è al potere per rovesciarlo e prendere il suo posto. Il linciaggio morale è stato ed è strumento abituale di conquista del potere. Si guarda sempre il male degli altri e non si vede il proprio. Perché in realtà non c’è un sentimento morale, ma una manifestazione di aggressività.

Ricorre in questi giorni – il 19 gennaio – l’anniversario della morte di Craxi da rifugiato in Tunisia. Parlo di lui con un riferimento generale, citando lo storico Angelo Panebianco. Questi commentando nell’ ottobre 2016 sul Corriere della Sera il libro di Paolo Mieli ‘In guerra con il passato. Le falsificazioni della storia’, scriveva: «Non si è mai estinto il vizio di mettere in piedi processi per corruzione o sottrazione di denaro pubblico contro gli avversari politici». Cita un caso antico ma efficacemente emblematico: «Il processo contro Verre, ex propretore il Sicilia, che diede tanto lustro al suo inflessibile accusatore Cicerone, non sarebbe stato imbastito se Verre non fosse stato legato alla fazione politica perdente, quella di Silla». E conclude: «Nelle cronache degli ultimi decenni, qui in Italia, anche se non solo, possiamo trovare diversi casi che hanno affinità con quella vicenda storica». Dall’antichità all’età contemporanea è detto parecchio in queste poche parole, svelando un meccanismo che regola spesso la cattiva contesa pubblica.

Nicola Zoller
direzione nazionale Psi

Le mirabolanti promesse elettorali e il dumping sociale

“Venghino venghino, siore e siori….!”, la frase che risuonava un tempo per attirare il pubblico verso i circhi o i teatrini ambulanti, ben si attaglia alla imminente campagna elettorale. E le forze politiche, dopo avere consentito la drammatica riduzione dei diritti sociali, tra la “legge Fornero” sulle pensioni e il Jobs Act, passando per l’aumento delle tasse sui lavoratori del governo-Monti, fanno a gara a lanciare mirabolanti, quanto improbabili promesse elettorali, che farebbero impallidire i racconti del barone di Munchausen.

Renzi, parla di un salario minimo per legge, Grasso di eliminare le tasse universitarie, Salvini di abrogare la “Fornero”, Berlusconi di cancellare il Jobs Act e tutta una serie di imposte impopolari: prima casa e bollo auto in primis, introducendo la tax-flat e alzando le pensioni al minimo a 1000 euro, sino a Di Maio che promette un reddito minimo di cittadinanza quasi a carattere universale.

Naturalmente nessuno indica le coperture finanziarie, che comporterebbero tagli alla spesa sociale e agli investimenti, considerata la “camicia di Nesso” dell’Europa dei banchieri e dell’austerity.

In realtà, il tema è più complesso e andrebbe affrontato con più serietà politica e rigore culturale e riguarda, fondamentalmente i diritti sociali.

La recente vicenda Ryanair che ha chiuso l’anno trascorso, potrebbe essere presa quale paradigma di uno dei dogmi dell’attuale Europa: la libera concorrenza.

Infatti, la concorrenza tra imprese in Europa avviene utilizzando sovente l’esecrato, a parole, strumento del dumping sociale, abbondantemente applicato dai paesi di nuovo economia, come Cina e India, ormai protagonisti della globalizzazione, ma che è diffuso anche nell’Unione europea. Nell’Ue è diffusa la pratica sleale dell’utilizzo negli Stati in cui si svolge attività d’impresa dell’ordinamento del lavoro di provenienza, proprio come nel caso dell’irlandese Ryanair, che ritiene, così, di poter violare diritti fondamentali, peraltro costituzionalmente protetti in Italia, quali il diritto di libertà e di contrattazione sindacali e di sciopero.

E proprio sullo sciopero c’è da osservare come la minaccia di Ryanair di sanzioni e azioni discriminatorie in danno dei lavoratori che avrebbero partecipato all’annunciata giornata di lotta, ha aperto una delicata questione che riguarda non solo il rispetto di un diritto costituzionalmente protetto, assoluto, potestativo e, quindi, individuale, come a lungo sancito da dottrina e giurisprudenza maggioritarie nonché dal diritto vivente interpretando l’art. 40 della nostra Carta fondamentale, ma anche di natura democratica.

Il diritto di sciopero, peraltro regolato nel suo esercizio in forma prescrittiva dalla legge 146/90 a garanzia di altri diritti di natura costituzionale, è uno degli strumenti fondamentali dell’autotutela collettiva, la cui funzione non è limitata all’ambito delle rivendicazioni economiche e sociali ma ha una valenza più generale, di carattere democratico. Uno dei padri costituenti e insigne giurista, Piero Calamandrei, a tal proposito ebbe ad affermare che lo sciopero: “un mezzo per la promozione dell’effettiva partecipazione dei lavoratori alla trasformazione dei rapporti economico-sociali”, evidenziando così, una connessione tra il principio-precetto della libertà di organizzazione sindacale e l’astensione collettiva dalla prestazione di lavoro.

E d’altronde, Ryanair non solo ha formalizzato proprio in quella grave missiva ai dipendenti in Italia minacce di sanzioni e di ritorsioni nei confronti di chi avesse scioperato (peraltro nulle secondo l’art. 15, lettera b, dello Statuto dei lavoratori, integrando palesi e dichiarati atti discriminatori), ma ha sistematicamente ignorato il rapporto con le organizzazioni sindacali per non stabilire rapporti di contrattazione collettiva, regolando, invece, sul piano sostanziale considerato il riconoscimento di un sindacato “interno”, in via unilaterale il rapporto con i lavoratori italiani della propria azienda, con condizioni ovviamente al ribasso rispetto ai colleghi delle altre compagnie.

Di recente a Göteborg in Svezia i 28 capi di stato e premier dei paesi aderenti all’Ue infatti, in un recente vertice hanno discusso di “Europa sociale” e tra i temi trattati è emerso quello del contrasto al dumping sociale. Ecco, se davvero si vuole andare oltre l’Europa monetarista e del rigore, diffondendo i diritti sociali, c’è bisogno di impedire casi come quello di Ryanair, il cui successo in termini di concorrenza, grazie ai voli low cost, è dipeso in larghissima parte dal dumping sociale.

La lotta al dumping sociale, dunque, dovrebbe essere il punto di partenza della politica italiana per riaffermare i diritti sociali, ma, si sa, in Italia, le campagne elettorali sono un po’ come quelle del principe de Curtis, in arte il Grande Totò, “vota Antonio, vota Antonio!!”.

Maurizio Ballistreri

Ponte Preti, dopo 30 anni finalmente si riscopre il problema

Vedo finalmente che i riflettori mediatici sono nuovamente puntati sul Ponte Preti e sulla problematica che io avevo sollevato ben 30 anni fa. Sono contento …. meglio tardi che MAI! E’ arrivata l’ora di trasformare però le parole e gli articoli in fatti concreti da parte della Politica prima che succeda una Tragedia. Quello del Ponte dei Preti era uno dei problemi che avevo analizzato sia come Assessore Provinciale sia come Parlamentare, inserito nel contesto unico della Pedemontana, per il quale avevo trovato una possibile soluzione, rimasta però nel cassetto per ben 30 anni.

Vorrei solo ricordare, a chi oggi giustamente solleva il grave problema, che negli Anni 90 c’era un progetto esecutivo, elaborato dall’ ANAS, atto a risolvere definitivamente il problema con una spesa di 16 Miliardi di Vecchie Lire.

Il progetto, rimasto in qualche cassetto, sarebbe ora di rispolverarlo prima che sia davvero troppo tardi. Così come il Ponte Preti, un altro problema non ha avuto poi la sua risoluzione: è il Traforo del Monte Navale, che avrebbe risolto il collegamento viario fra il Canavese Occidentale e il Biellese, risolvendo così il traffico della Città di Ivrea. Fu ostacolato da alcune forze politiche che impedirono la sua realizzazione: un’ opera già finanziata per oltre 80 miliardi di vecchie lire!

Purtroppo anche qui devo prender atto, mio malgrado, che a distanza di 30 anni abbiamo perso una grande occasione. Termino queste mie riflessioni, ricordando infine che, ad oggi, rimane irrisolto il problema dell’Ospedale di Zona al fine di trovare una soluzione utile sia alla Città di Ivrea, sia al Canavese Occidentale.

Si era formato, 30 anni fa, un comitato di Sindaci fra i Comuni di Ivrea, Castellamonte, Rivarolo e Cuorgnè, oltre alla rappresentanza dei piccoli comuni dell’Alto Canavese, al fine di valutare una strutta utile a tutti, sostituendo il vecchio ospedale di Ivrea che non era funzionale. Scartata la proposta del comitato di trovare una collocazione vicino al Casello Autostradale di Ivrea, venne indicato dai Funzionari della Regione Piemonte, come soluzione alternativa, l’ex complesso Olivetti di Scarmagno, non adeguato e funzionale da un punto di vista logistico e viario per risolvere il problema. Anche qui da allora tutto si è arenato.

In conclusione, in questi ANNI, ben 30, poco si è fatto di reale. Sono contento che ogni tanto anche i cittadini abbiano ancora la voglia di sollevare questi problemi alle Istituzioni. Ricordo doverosamente a tutti però che io, come Amministratore prima e Parlamentare dopo, ho già sollevato queste problematiche 30 anni fa.

Ora, vi prego dalle parole bisogna passare ai fatti concreti. Il mio non è solo un appello, ma una presa di posizione chiara. Ho mandato, dopo l’intervista fatta al Canavese alcune settimane fa, già una lettera sia al Vice Ministro dei Trasporti, Sen. Riccardo Nencini, così come alla Regione Piemonte, per segnalare il grave problema. Di una cosa, però, sono contento: quelli che 30 anni fa fischiavano contro il progetto della Pedemontana si accorgono finalmente che esiste il problema del Ponte dei Preti; se invece di fischiare mi avessero sostenuto, questa problematica oggi non ci sarebbe!

Con meno demagogia, con meno fischi e con più collaborazione avremmo completato la Pedemontana con il Ponte sul Chiusella che era parte integrante del Progetto.

Svegliamoci prima che succeda una tragedia!

Sen Eugenio Bozzello

Lo Start della Campagna elettorale

Tutto come previsto. O quasi. È iniziata la campagna elettorale e le tendenze di fondo emerse alla fine della legislatura proseguono. Il Pd appare sempre più isolato. Le uscite di Renzi – l’ultima sul canone Rai – assomigliano molto a degli autogol. La regressione politico-strategica del Partito democratico procede senza soluzione di continuità.
Una via d’uscita potrebbe essere costituita da una campagna elettorale più collegiale, in cui Renzi viene affiancato da figure di rilievo del governo Gentiloni, a partire da quest’ultimo. Calenda e Minniti, anche per i risultati ottenuti, potrebbero ridare vigore ad un partito ormai in caduta libera.

Il centrodestra, saldamente guidato da Berlusconi, marcia compatto verso l’obiettivo. Non è casuale che l’incontro di ieri si sia svolto ad Arcore e non in via Bellerio. La centralità dell’ex Cavaliere non è in discussione. Anche per le modalità con cui ha tessuto l’ampio accordo che va dalla Lega a Noi con l’Italia. Una coalizione così ampia dovrebbe garantire al centrodestra un ottimo risultato, soprattutto nei collegi uninominali. La legge elettorale proposta dal Pd, per assurdo, sembra essere stata ritagliata proprio sulle caratteristiche del centrodestra.

L’incognita di queste consultazioni rimane il Movimento 5 stelle. Non tanto per il suo exploit elettorale, che da più parti viene dato per certo, ma per la sua agibilità di governo. Di certo sarà la forza politica più votata, ma da qui a un governo Di Maio, la strada è tutta in salita.
Le opzioni praticabili sono sostanzialmente due: 1) un’alleanza preelettorale con Leu, per ottenere più facilmente alcuni collegi uninominali, rischiando però di perdere l’elettorato grillino più integralista; 2) un’alleanza postelettorale con Liberi e uguali e con una parte del Pd, che potrebbe allontanarsi da Renzi dopo le elezioni.

Ad oggi lo scenario più probabile sembra essere la vittoria del centrodestra, sia per la capacità di Berlusconi di condurre la campagna elettorale, sia per le dimensioni della coalizione che lo sostiene. Incerta rimane la figura del futuro premier, per via dell’incandidabilità dell’ex Cavaliere. La candidatura di Salvini risulta praticamente impossibile, nonostante i suoi proclami.
Non bisogna però sottovalutare il Movimento 5 stelle. Il Pd è tutt’ora isolato, e anche per questo l’ipotesi di un governissimo va sempre più sfumando.
Sarà interessante capire come Mattarella gestirà la complessa situazione post voto. Si capirà come il Presidente della Repubblica interpreta il suo ruolo: se come il suo predecessore, intervenendo a gamba tesa anche sulla composizione e sulla durata degli esecutivi, o come un notaio che si limita a svolgere il suo ufficio.

Risolvere l’affaire “province”

Una delle questioni passate in sordina ma che sarà fondamentale risolvere nel corso della prossima legislatura è quella relativa alla situazione delle province, su cui quasi tutti i partiti stanno glissando ignominiosamente pur conoscendo bene che oggi questi enti, dati per defunti ma quasi resuscitati dagli esiti del referendum costituzionale, gestiscono ancora funzioni fondamentali come scuole (competenza esclusiva su tutta l’istruzione di secondo grado, compresa l’edilizia scolastica) e strade (migliaia di Km di strade provinciali con relativi problemi di sicurezza).

Pensare che tutto possa restare così com’è non è utopia, ma, semplicemente, poco serio. Diversi rapporti pubblicati con cadenza annuale stanno evidenziando l’impoverimento del patrimonio edilizio delle scuole italiane: carenze strutturali, assenza di certificazioni antincendio, presenza di amianto, costruzioni in luoghi a rischio idrogeologico sono solo alcune delle problematiche che affliggono le scuole superiori italiane. Bene, quelle scuole dipendono, ancora oggi, dalle province.

Che non hanno risorse per pianificare le manutenzioni, per costruirne di nuove, per dotarle di laboratori, palestre, accessori all’altezza. Un rimedio va assolutamente trovato. C’è poi il problema della “governance”. Le provincie, così come sono oggi, sono enti di secondo grado gestite, a titolo gratuito, da consessi di amministratori locali, che si accollano oneri e responsabilità di strutture indebolite e, in taluni casi, allo sbando, senza dirigenti, senza funzionari, con personale poco qualificato. Come possiamo pensare che un tale modello funzioni? I futuri parlamento e governo dovranno rapidamente prendere in mano la situazione, ma aspettarsi qualche idea in campagna elettorale sarebbe lecito. Problemi concreti meritano risposte concrete. Sempre che non consideriamo casta qualche milione di studenti e carta straccia i loro sacrosanti diritti.

Leonardo Raito

Sergio Letizia, uomo affascinante

Affabile, diretto, determinato. E ancora: prudente e coraggioso, due qualità apparentemente in contrasto ma utilmente sommabili nei momenti difficili della vita. È complicato e doloroso parlare di una persona cara quando ci lascia, ma la scomparsa è quasi impossibile da accettare quando significa perdere un pezzo importante della propria esistenza.

Sergio Letizia è morto improvvisamente all’alba di sabato 30 dicembre alla veneranda età di 94 anni. Era nato il 13 settembre 1923 a Roma, quartiere Prati, in via Andrea Doria ed è morto a casa sua in via Monte Santo, a poche centinaia di metri di distanza. Aveva un anno più di mio padre Angelo, morto prematuramente a 47 anni il 14 gennaio 1972, quando io ne avevo solo 17. E per me Sergio Letizia è stato un secondo padre, mi ha donato il suo affetto e la sua guida etica e culturale. Io ero di casa da lui: il figlio Piero è il mio più caro amico, siamo inseparabili addirittura dalle scuole medie. Da ragazzo andavo spesso a trovarlo. Per me era una stimolante miniera di sapere e di saggezza. Passavamo intere serate a discutere di tutto: politica, economia, storia, linguaggi, cinema.

Aveva molto da insegnare e io da imparare. Era un uomo straordinario, affascinante. Da ragazzo, durante l’occupazione nazista di Roma nel 1943-1944 era nella Resistenza antifascista, distribuiva l’”Avanti!” clandestino sugli autobus rischiando la vita. Nel 1947, segretario della Federazione giovanile socialista romana, scelse Saragat e lasciò Nenni quando scoppiò la scissione di Palazzo Barberini. Poi tornò a votare il Psi di Nenni. Tutta la famiglia, il padre Pietro e i fratelli, erano socialisti. Mi diceva: «Vanno difesi i lavoratori e i più deboli. Vengono prima di tutto».

Una sera del 1978 dopo l’omicidio di Aldo Moro, mentre l’accompagnavo al portone di casa, mi lasciò impietrito. Mi confessò: «In un covo delle Brigate rosse hanno trovato una scheda su di me!». Domandai: «Lei cosa fa?». La risposta fu semplice: «Sto attento e cambio sempre strada quando rincaso». Era un giudice e faceva attività sindacale nella Anm, l’Associazione nazionale magistrati. Scriveva e rilasciava interviste a giornali e televisioni su temi delicati: dall’amministrazione della giustizia ai cardini della vita democratica dell’Italia. Ha scritto una decina di libri: sulla criminalità, sulla giustizia, sul diritto del lavoro, sui traffici di droga, sulla civiltà egiziana. Mi contagiò e rafforzò la mia decisione di fare il giornalista, una strada difficile da imboccare, ma che alla fine, dopo tanti insuccessi, riuscii a percorrere grazie anche ai suoi preziosi consigli.

Consigli preziosi per tutti: per me, per i famigliari, per tanti amici e conoscenti. Consigli completamente disinteressati, come tutta la sua vita generosa. La sua morale opposta al moralismo e i suoi ragionamenti con una precisa consequenzialità logica mi hanno conquistato e affascinato. Si dedicava a tutto: in canottiera e calzoncini corti riparava l’impianto elettrico di casa, in toga presiedeva le udienze in tribunale.

Amava la fotografia e i viaggi: dagli Stati Uniti alla Cina. Scattava, sviluppava e stampava centinaia di foto quando c’era la pellicola. Era intelligente e curioso di tutto, soprattutto delle innovazione tecnologiche. Tre anni fa lo andai a trovare a casa e lo trovai chino su tre diversi computer. Domandai: «Come mai tanti?». Risposta: «Mi servono, hanno usi diversi!». Rimasi stupefatto per la sua voglia di sperimentare e lo guardai ammirato. Sbirciava, senza mettersi gli occhiali, una chiavetta elettronica. Spiegò: «Sto facendo un pagamento, un bonifico bancario. Ho un conto corrente online». Rimasi a bocca aperta. Io, sempre indietro con le innovazioni, fui spronato da lui novantenne a fare altrettanto. Lo imitai e alla fine chiesi anch’io alla mia banca un conto corrente online.

Sergio Letizia anni fa aveva perso l’amatissima moglie Lorenza. Ma l’affetto dei figli, dei nipoti, dei pronipoti e degli amici lo avevano aiutato a superare il grande dolore e ad andare avanti. Era un uomo affascinante ed autorevole per tutti. In cinquant’anni di affettuosa amicizia non sono mai riuscito a dargli del tu anche se parlavamo lungamente e con grande confidenza. Lascia in me, in Piero, nei famigliari, nei suoi amici un lacerante vuoto. Tuttavia resta un punto di riferimento anche ora. Un punto di riferimento sempre affascinante.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Scenari elettorali

È ufficiale, si vota il 4 marzo. Nonostante la certezza della data, gli scenari politici rimangono però molto incerti. Ad oggi, le uniche cose sicure sono la crisi del Pd e la rinnovata centralità di Berlusconi nel sistema politico.

Il leader di Forza Italia è praticamente rinato dopo la disfatta del 2011 che lo aveva costretto alle dimissioni. Alla luce delle difficoltà del Pd, e a fronte dell’inesperienza grillina, l’ex Cavaliere sembra essere diventato il dominus della politica nostrana.

Dopo il 4 dicembre, infatti, il Pd renziano è entrato in una grave crisi strategica, non trovando una via d’uscita. La sconfitta nelle diverse tornate di amministrative, la scissione di Mdp (poi confluito in Liberi ed Uguali) e il caso Boschi sono emblematici.

Anche l’avvio della campagna elettorale non sembra essere stato dei più esaltanti. L’iniziativa del Treno “Destinazione Italia” per ascoltare il Paese non ha sortito gli effetti sperati. Per non parlare della commissione d’inchiesta sulle banche, che si è rivelata un grave boomerang per il Partito democratico. Questa situazione è stata fotografata anche dagli ultimi sondaggi, secondo i quali il partito di Renzi si attesterebbe intorno al 24%. Sembra che il segretario del Pd abbia perso contatto con il Paese, e che tutti i tentativi per recuperarlo stiano allargando tale frattura.

Queste difficoltà si rispecchiano anche nell’impossibilità di stringere alleanze con le varie forze politiche che potrebbero dar vita ad un centrosinistra largo, in primis Liberi e Uguali. Ad oggi l’unica alleanza siglata dal Pd è con Insieme, la federazione di stampo ulivista che unisce Psi, Verdi e Area Civica.

Per le caratteristiche del Rosatellum, una legge elettorale mista (64% proporzionale, 36% maggioritario) che non garantisce facilmente la governabilità, la condizione del Partito democratico risulta particolarmente infelice. Non riuscendo a costruire delle coalizioni ampie, il partito guidato da Renzi sembra essere in difficoltà nei collegi uninominali, in cui le forze coalizzate, sommando i rispettivi voti, possono sostenere un singolo candidato.

Al contrario, il centrodestra sembra essere favorito, Berlusconi in modo particolare. L’ex Cavaliere può infatti cercare di arrivare al 40%, forte di tutta la coalizione del centrodestra, composta da Fi, Lega, FdI, Energie PER l’Italia, Noi con l’Italia, Udc e Rinascimento. Se il centrodestra non dovesse raggiungere questa percentuale, Berlusconi potrebbe comunque ergersi a uomo di Stato, facendosi garante di un governo di larghe intese con il Pd dopo il voto. Non a caso, il leader di Fi ha identificato nel M5s il nemico da battere, e non ha mai attaccato frontalmente il Pd, anche perché una débâcle dei Dem limiterebbe gravemente la sua strategia.

Queste opzioni prefigurano una rinnovata centralità berlusconiana, basata sul suo potere coalittivo che gli permette di stringere alleanze sia con il centrodestra che con il centrosinistra, utili per tagliare fuori il Movimento 5 stelle.

Questo potere è ulteriormente rafforzato dalla natura del M5s. In effetti, tutti i partiti stanno attaccando i grillini e temono la possibilità di un eventuale governo targato 5 stelle. Berlusconi, per la sua posizione, dovrebbe essere il perno su cui si fonda questa conventio ad excludendum 2.0.

Ad oggi, infatti, sembrano poco praticabili le possibili alleanze elettorali del M5s: sia con la Lega, ben radicata nel centrodestra; sia con LeU. Quest’ultima non sembra del tutto impossibile, anche se smentirebbe la storia del movimento fondato da Grillo…

Quel Capodanno di 49 anni fa…

Si è fatto un gran parlare della visita in Sardegna del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda che lo scorso 22 dicembre si è recato nello stabilimento Alcoa di Portovesme per la firma di un accordo di programma che prefigura la riapertura della storica fabbrica di alluminio del Sulcis Inglesiente in vista della sua acquisizione da parte di una multinazionale americana. Il ministro ha dichiarato di essere venuto personalmente per firmare il contratto quale “atto di rispetto verso questi lavoratori, che loro stessi si definiscono testardi, che non hanno mai perso la speranza”. Sono infatti più di cinque anni che i lavoratori dell’Alcoa lottano per difendere il loro posto di lavoro. Il ministro Calenda ha concluso la sua visita mangiando un trancio di pizza con gli operai, come aveva loro promesso nel corso di un incontro al ministero. Ci uniamo ovviamente all’augurio che la situazione dei lavoratori dell’Alcoa possa finalmente risolversi positivamente con la ripresa del lavoro e dell’occupazione.

La notizia è stata debitamente ripresa da tutti i media e il programma “Propaganda Live” su La7 ha effettuato un collegamento ad hoc con gli operai dell’Alcoa elogianti il ministro.

In quest’occasione mi è tornato alla mente un altro episodio, che fu accolto con molto minore clamore mediatico e che è oggi quasi del tutto dimenticato.

La notte di San Silvestro di 49 anni fa, il 31 dicembre 1968, un altro ministro della Repubblica trascorse la fine d’anno per strada, in Via Veneto a Roma, assieme al presidio di lotta dei lavoratori di una fabbrica occupata, la tipografia Apollon, i cui operai avevano deciso di manifestare le loro ragioni proprio nel cuore della Roma del lusso e del bel mondo.

Era il ministro del lavoro socialista Giacomo Brodolini, che, scandalizzando i “benpensanti” dell’epoca, portò la sua solidarietà ai lavoratori in lotta, con una dichiarazione che divenne famosa, perché un ministro socialista “sta da una parte sola, quella degli operai”, annunciando la prossima presentazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori.

L’ Apollon, che sorgeva fino agli anni settanta nell’area industriale della Tiburtina, era una delle principali aziende tipografiche della capitale, con commesse nazionali e oltre 350 operai. La loro lotta contro la chiusura dello stabilimento, da loro occupato, fu lunga: tredici mesi, tra il giugno 1968 e il luglio 1969, quando la proprietà, che aveva deciso di chiudere la fabbrica per venderne l’area ai costruttori immobiliari, fu costretta a riaprire l’attività, che proseguì ancora per alcuni anni.

Nello stesso luglio 1969, l’11, moriva a Zurigo Giacomo Brodolini, che preso dall’impegno di portare a compimento i disegni di legge da lui patrocinati (l’eliminazione delle gabbie salariali, l’introduzione della pensione sociale, l’emanazione dello Statuto), aveva tralasciato di curare tempestivamente il tumore che l’avrebbe condotto alla morte.

Della storica partecipazione di Brodolini al presidio di capodanno degli operai dell’Apollon non esistono in rete documentazioni fotografiche.

Sono solo riuscito ad estrarre un fotogramma dal film-documentario Apollon, una fabbrica occupata, realizzato all’epoca da un gruppo di attori e tecnici militanti diretti da Ugo Gregoretti, che mostra un Brodolini già provato dalla malattia, ma determinato a portare il proprio sostegno ai lavoratori in lotta. L’intero filmato è visibile nel sito dell’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico.

Il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat conferì a Brodolini la Medaglia d’Oro al Valor Civile, con la seguente motivazione: «Esempio altissimo di tenace impegno politico, dedicava, con instancabile ed appassionata opera, ogni sua energia al conseguimento di una più alta giustizia sociale, dando prima come sindacalista, successivamente come parlamentare e, infine, come ministro per il lavoro e la previdenza sociale, notevolissimo apporto alla soluzione di gravi e complessi problemi interessanti il mondo del lavoro. Colpito da inesorabile male e pur conscio della imminenza della sua fine, offriva prove di somma virtù civica, continuando a svolgere, sino all’ultimo, con ferma determinazione e con immutato fervore, le funzioni del suo incarico ministeriale, in una suprema riaffermazione degli ideali che avevano costantemente ispirato la sua azione. Luglio 1969».

Alfonso Maria Capriolo