La promessa Renzi

Matteo Renzi l’aveva promesso e l’ha fatto. Dopo la sconfitta al referendum sulla riforma costituzionale, forse imprevista nelle dimensioni, si è presentato dimissionario al Colle, e ha rimesso il futuro degli italiani nelle mani del Presidente della Repubblica, così come prevede la costituzione. Non sapremo mai, o forse si, se Renzi si senta colpevole per quell’estremizzazione del referendum in un referendum ad personam che ha caratterizzato le prime dichiarazioni della sua campagna elettorale. Tant’è che quel “se perdo vado a casa” incauto, coraggioso, sbruffone, ha dato adito alla costruzione della mega coalizione anti-renziana che, a conti fatti, forte anche di un’affluenza alle urne inaspettata, è arrivata a un 60% che è un dato importante ma che, in chiave elettorale, si presta a molteplici letture. In primis, all’interno della maggioranza che si è espressa per il No, c’è di tutto. C’è la sinistra più radicale, c’è la minoranza interna al Pd, c’è Forza Italia, ci sono i Cinque Stelle, c’è la Lega, i sindacati, l’Anpi, Forza Nuova: una composita galassia tenuta insieme solo dall’avversione al premier e al suo governo. Altri motivi? Non ne vedo molti, salvo risvegliarsi in un mondo ideale dove stalinisti e post fascisti possano andare a braccetto e scrivere un programma di governo insieme. Di più, se si andasse a votare con l’Italicum, sarebbe molto probabile che il centrodestra, ancora troppo composito e frazionato, non arriverebbe al ballottaggio, dove invece, presumibilmente, approderebbero il Pd un po’ azzoppato e i Cinque Stelle. Uno scenario che può piacere a Salvini, Berlusconi e compagnia? Non lo credo. Ma gli italiani che in maggioranza hanno punito Renzi, mandando a casa il premier hanno, a mio avviso, abbattuto una certa prospettiva riformista che si stava facendo largo con il premier segretario. Le forze più conservatrici del paese, quelle del no a prescindere, hanno voluto bloccare qualsiasi slancio e qualsiasi passo avanti nella modifica di una architettura dello stato ormai palesemente inadeguata per i tempi di una democrazia moderna. E lo hanno fatto nella piena consapevolezza, in sprezzo a qualsiasi comprensione di alcuni passaggi fondamentali della nostra storia recente: dal fallimento del paese, nel 2011, che vide la defenestrazione di Berlusconi per il governo tecnico lacrime e sangue di Mario Monti, dalla storica rielezione di Napolitano nel 2013, seguita al tragico stallo prodotto dalle elezioni del febbraio dello stesso anno, quando grazie al Porcellum, l’indegnità prodotta da Calderoli, si giunse a una non maggioranza e, pertanto, alla necessaria composizione di una maggioranza parlamentare di larghe intese ripetutamente revisionata. Il governo scaturito da quella situazione non poteva che essere un governo riformista, in grado di provare, sulla scia degli accordi trasversali, ad apportare gli opportuni accorgimenti a un sistema che anche forze indipendenti, come le commissioni dei saggi, ritenevano non più rinviabili. Il governo riformista avrebbe perso la credibilità invocata da Napolitano che si fosse soffermato a vivacchiare e un senso ebbe l’incarico a Renzi, leader del principale partito di maggioranza, per cercare di smuovere una situazione paralizzata. Sono passati mille giorni, e Renzi è pronto a dimettersi. Ma si dimette forte di un 40% di sostegni riformisti, di certo molto più coesi del mondo opposto costruito su una convergenza temporale e di interesse. La maggioranza degli elettori italiani ha scelto di sconfiggere, con Renzi, una prospettiva riformista, ma senza prevedere all’orizzonte una proposta alternativa credibile e in grado di issarsi su regole del gioco poco chiare. Riuscirà, questo parlamento, a riformare la legge elettorale del senato? E se si, come? Siamo sicuri che si riuscirà ad uscire dal rischio di una nuova paralisi? Sono tutte domande lecite, così come lecito pare che, smaltita la sbornia o la nausea del dopo voto, bisognerà fare ancora i conti con quei riformisti minoritari sì, ma che non contano certo poco nel nostro paese.

Leonardo Raito

Kaputt della seconda Repubblica

Riflettendo sul referendum costituzionale prima del voto, sostenevo che se avesse prevalso “il No molti di noi, essendo legati alla storia della prima Repubblica” avrebbero potuto “ritenersi compiaciuti del fatto che nell’ultimo ventennio non si sia riusciti a cambiare l’assetto delle istituzioni, confermando le precedenti impostazioni”. Aggiungevo però che “siccome non siamo nostalgici e restiamo intimamente progressisti, ci auguravamo che col il Sì potesse migliorare – almeno per quanto possibile – la vita politica del Paese, anche nel solco delle buone idee per la riforma dello Stato proposte dal Psi fin dagli anni n’80”.

E’ venuta una valanga di No, suicidando la seconda repubblica, che è risultata effettivamente poco amata da tantissimi concittadini, come peraltro erano stati moltissimi concittadini a mettere la prima repubblica “rabbiosamente sotto accusa dopo averla sostenuta offrendole il consenso necessario per governare” secondo la testimonianza amara del filosofo Norberto Bobbio. Insomma dall’alba degli anni Novanta la nostra repubblica democratica ha moltiplicato le sofferenze.

Ora, nella stagnazione e nell’incertezza che regneranno ancora nei prossimi tempi, gli unici a godere veramente saranno i poteri burocratici e finanziari che si sottraggono da sempre alla verifica del voto popolare. E chi vorrà, potrà continuare a meditare sulle recentissime parole dello storico Gian Enrico Rusconi: “La storia non va sempre dritta e non va sempre avanti”.

Su “Avantionline” del primo dicembre mi auguravo che il premier Renzi non avesse bisogno delle difesa misericordiosa che D’Alema gli aveva pelosamente offerto dalle pagine del “Corriere della Sera” del 29 novembre 2016: qui per irridere Renzi aveva dichiarato che se questi avesse perduto il referendum costituzionale, avrebbe dovuto “difenderlo, come Craxi”, quando sarà abbandonato dai suoi sostenitori. Già, perché D’Alema si sarebbe prodigato in “una trattativa umanitaria con la Procura di Milano” per far tornare Craxi dalla Tunisia a curarsi in Italia ma di “non esserci riuscito”! Rammentavo che piuttosto di pensare a successive pietose iniziative “umanitarie” per Craxi come per Renzi dopo averli osteggiati sprezzantemente, D’Alema avrebbe potuto comportarsi più lealmente con ambedue. Contro Craxi in particolare, lo ricordiamo come capogruppo dei deputati del Pds gettarsi nella crociata a sostegno l’operazione “Mani pulite”, pronto ad invocare – testualmente – “una epurazione del ceto politico” avversario: quasi che Craxi e i rappresentanti del centro-sinistra storico fossero parificabili ai fascisti dopo la seconda guerra mondiale! Ora saremo costretti a seguire le nuove mosse dell’ex lider maximo in una improbabile difesa di Renzi che si concluderà immancabilmente con la sardonica dichiarazione di “non esserci riuscito” neanche stavolta.

Nicola Zoller
segretario Psi del Trentino-Alto Adige

Internazionale futura umanità

Il mondo è cambiato e sembra nessuno se ne sia accorto. Destra e Sinistra, insieme agli stati nazionali,  non ci sono da un pezzo o nella migliore delle ipotesi, a causa di classi dirigenti spregiudicate, sono divenuti residuati inutilizzabili. Non avere chiaro questo porterà nuove forme di diseguaglianze come quelle che stiamo vivendo quotidianamente e non serviranno a nulla demagogia e populismo.

La globalizzazione andrà avanti, continuerà a far abbassare i salari occidentali insieme ai diritti e ad aumentare quelli dei paesi in via di sviluppo, fino a quando non si stabilizeranno a un punto di equilibrio. È una regola dell’economia a cui non si può sfuggire, salvo l’intervento di un ente regolatore che nel ‘900 è stato il famoso intervento pubblico nell’economia e quindi il welfare state. E l’unico ente regolatore che può intervenire e/o ridurre le nuove disuguaglianze, ad oggi, non esiste.
Sarebbe necessario investire sulla politica transnazionale, ma le organizzazioni politiche europee o internazionali non sono altro che un coacervo di interessi nazionali inconciliabili tra loro o peggio vecchie organizzazioni dove c’è dentro tutto e il contrario di tutto (penso all’internazionale socialista).

Ugo Intini parla, nei suoi libri,  di questi rischi della globalizzazione da 17 anni. Ne “La privatizzazione della politica” e ne “La politica globale” affronta nel dettaglio e in maniera esaustiva tutto il fenomeno.

La cosa che trovo curiosa, in un contesto dove le masse e i lavoratori non votano più secondo tradizione, è che oggi scelgono i populisti e i demagoghi al posto della tradizionale sinistra anticapitalista che dalla caduta del muro di Berlino in poi, è un limbo che si confonde, in realtà, con quella reazione e quel populismo. E quella reazione e quel populismo spesso rappresentano il grimaldello con cui il mondo economico e finanziario, parlando attraverso i miliardari alla Trump o altri foschi individui, scardina ogni percorso politico che va verso una ridefinizione dei confini che prima chiamavamo nazionali.

Qualche anno fa uscito da Stazione Termini mi imbatto in dei signori che vendevano il loro quotidiano comunista e anticapitalista. Mi fermai a chiacchierare e alla fine volevano convincermi che i proletari, incapaci di governarsi, dovrebbero affidarsi a loro comunisti che certamente sarebbero stati in grado di fare il loro interesse perché animati dallo spirito di uguaglianza. Considero questo, un pensiero assolutamente contrario alla mia idea di sinistra, ma (alla luce del fatto che oggi chi chiede uguaglianza si affida a miliardari che poi formano governi fatto dal mondo economico e finanziario) forse quella dittatura del proletariato tradotta in dittatura per il proletariato è solo un male minore.

Fare politica o governare, oggi,  impone spesso scelte impopolari. Impone rompere antichi costumi e imporrebbe il linguaggio della verità. Verità che la classe politica non ha l’autorevolezza necessaria per sviscerarla a cittadini che non vogliono sentirla. Al variare di una incognita variano anche altri fattori, ma pare nessuno se ne sia accorto.

Ci vorrebbe qualche grande pensatore che indichi la via, ma all’orizzonte non si vede nulla eccetto demagogia e populismo.

Francesco Meringolo
Consiglio Nazionale PSI

Il popolo sovrano non sbaglia mai

Il popolo sovrano si è espresso. La Democrazia è salva. La riforma costituzionale promossa da Renzi e da Boschi, sostenuta dalla forze governative è stata nettamente respinta. Le reazioni dei mercati, le fibrillazioni, la volatilità non si sono manifestate. Anzi.

Ha senza dubbio pesato la rabbia e la frustrazione di buona parte della popolazione, di coloro che si sono sentiti danneggiati dal Governo Renzi, di una classe media sempre più povera ed a cui si voleva ulteriormente ridurre la voce in capitolo.

E’ vero  anche che il vento del cosiddetto “populismo” spira in tutto il mondo, ma il voto popolare ha innanzitutto respinto una riforma costituzionale raffazzonata, messa insieme con logiche da supermarket: ti vendo un pacchetto con qualcosa di buono (riforma del Titolo V, abolizione del CNEL) e qualcosa di molto meno buono (riduzione della Democrazia e vassallaggio del Senato).

Un risibile risparmio economico, rilanciato da una instancabile propaganda, non è stato tuttavia sufficiente a convincere la stragrande maggioranza degli Italiani a rinunciare al proprio spazio democratico, conquistato in decenni di lotte politiche.

Matteo Renzi ne ha preso atto. Il suo errore più grande è stato forse quello di non capire il momento: ha continuato a puntare sulle riforme costituzionali anche quando non aveva più i numeri sufficienti in Parlamento, sperando in un esito positivo del referendum confermativo che ai suoi occhi probabilmente avrebbe sostituito quella investitura popolare che non aveva avuto, non essendo mai stato eletto in Parlamento. Ha sprecato tre anni fondamentali, tre anni in cui abbiamo goduto della protezione della politica monetaria espansiva di Draghi e dei conseguenti tassi bassi, in cui avremmo dovuto riformare profondamente economia, giustizia, burocrazia di questo Paese.

La Borsa sembra comunque aver reagito bene all’esito referendario ed alle dimissioni di Renzi. Smentite quelle cassandre catastrofiste che fino a pochi giorni orsono prevedevano sui mercati finanziari, nel migliore dei casi volatilità temporanea nel peggiore il caos incontrollato. Scriveva Munchau sul Financial Times un paio di settimane fa: “On December 5th, Europe could wake up to an immediate threat of disintegration” ovvero il 5 dicembre l’Europa si sarebbe risvegliata con la minaccia immediata di disintegrazione. Riflettiamo anche su questo.

Per definizione quando si esprime in termini democratici, il popolo sovrano non sbaglia mai. Ed occorrerebbe ricordarselo sempre. Allo stesso tempo sono ancora troppo pochi coloro che hanno finora ammesso, seguendo l’esempio di Renzi, il clamoroso errore politico commesso: sostenere in Parlamento una riforma sonoramente bocciata dalla popolazione. Sarebbe il caso di fare autocritica, anche interna, prima di volgere lo sguardo alle future battaglie.

E fra queste quella la prioritaria è approvare una legge elettorale proporzionale, che prenda atto dei tre poli oggi esistenti nell’arco istituzionale. Il sole, oggi, risorge sull’Italia.

Barone Rosso

Sul populismo e il declino della cultura

Ciò che stupisce e irrita rispetto all’assegnazione del premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan è la presenza mediatica del consenso “senza se e senza ma”, ossia della difficoltà a produrre pubblicamente (salvo poche eccezioni), un pensiero critico, “altro” rispetto a quello ormai dominante, non soltanto in Italia ma anche nel resto d’Europa. Coloro, infatti, (e sono molti), che dicono di avversare con forza le derive populiste nella politica (peraltro davvero preoccupanti!), in realtà, populisti lo sono, eccome, nella cultura, intesa come percezione, produzione e consumo. La strenua difesa delle ragioni e delle regole del mercato globale, conduce inevitabilmente, come è logico che sia, all’equiparazione del prodotto culturale (sia esso letterario, cinematografico o musicale), a qualsiasi altro presente sul mercato.

Da tali premesse sempre consolidatesi nel tempo, discende anche quella serpeggiante insofferenza, spesso tra le righe di molti interventi culturali, verso opere ritenute difficili o comunque non conformi al nuovo canone letterario o musicale. Qualcuno, a questo punto del ragionamento, sarà tentato di chiedersi se esso esista davvero; diciamo allora che non ne esiste uno scritto, codificato, tuttavia, tacitamente, da molti anni ormai, circola ovunque, dalle redazioni editoriali a quelle dei giornali, dai programmi scolastici alle idee comuni che si trasformano in scelte di acquisto, sempre più condizionate da una massiccia pubblicistica che quel canone non detto suggerisce, trasmette e impone come il più visibile, il più credibile, il più consumabile. Lo si legge con chiarezza nello sdoganamento perfettamente riuscito dell’idea che non debba più esistere alcun confine tra cultura alta e cultura bassa, cosicché la seconda possa tranquillamente cannibalizzare la prima, senza rimpianti né sensi di colpa. Ci siamo emancipati, dopo vent’anni di berlusconismo, da qualsiasi imbarazzo o soggezione nei confronti di tutto ciò che non capiamo o riteniamo difficile, in altre parole, non alla portata del cittadino medio!… A cui reagiamo rimuovendo o annullando l’elemento estraneo come inutile o superfluo, poiché è cresciuta in noi, sempre di più, il “desiderio di essere come tutti gli altri”. E’ il nuovo conformismo che avanza, laddove alla dialettica e alla critica, un tempo strumenti insostituibili nell’arte e nella politica e nella politica, sostituiamo, il consenso.

Ciò che sembra renderci sereni e impermeabili, potrebbe farci sentire culturalmente più soli in un deserto delle idee e delle emozioni. E il nuovo ordine prevede che il termine istruzione sopravanzi quello di cultura. Che debbano esistere due sole opzioni: cultura di massa e cultura accademica. Nel mezzo, dove si dibattevano le idee, costruivano manifesti, sperimentavano linguaggi, ora c’è quasi il nulla. In letteratura, concetto tutto da ridisegnare, o meglio, da allargare, (ma fino a dove?), a detta dei fautori del nuovo sistema cui francamente ci opponiamo, il voler a ogni costo equiparare (con tanto di argomentazioni dotte!) la letteratura narrativa al graphic novel, la canzone alla poesia, il genere noir a un qualsiasi romanzo di Franz Kafka o di Thomas Mann, non può che significare una resa incondizionata alle lusinghe di una retorica della comunicazione (ecco di nuovo venir utile la lezione di Mcluhan), che è soprattutto finalizzata alla propria perdurante onnipotenza.

In musica, invece, il definitivo trionfo della canzone leggera come massima espressione della creatività che, ovviamente esclude le altre, ha, anche in questo caso, spalancato il divario tra la musica cosiddetta “classica”, consegnata alla storia, e la musica più corriva, lasciando in mezzo quell’enorme vuoto che un tempo non troppo lontano era occupato dalle “musiche”, siano esse semplici o complesse, comunque, caratterizzate da un’estrema vitalità.

Quanto al cinema, da troppo tempo si sente apostrofare questa o quell’opera ritenuta “profonda” o “lenta”, quindi difficile, come, banalmente “film da festival per pochi spettatori”. La richiesta sempre più pressante di un cinema medio che accontenti tutti; ma siamo davvero sicuri di desiderare proprio questo?

Ma se cercassimo le ragioni di questa mutazione genetica, ne troveremmo tre: la prima, di ordine storico, si basa su quel “falso” che è stata la teoria della “fine della storia” (1992) dell’economista e politologo americano Francis Fukuyama, la seconda, di ordine estetico, all’origine della quale si situa il cosiddetto “pensiero debole”, teorizzato in Italia da Gianni Vattimo e il Post-moderno, linguaggio artistico che teorizzava la fine delle avanguardie preconizzando lo sguardo, pur sempre ironico e disincantato, verso il passato. La terza, di ordine economico, riguarda la nuova visione globale in cui ogni espressione della creatività richiede un adattamento a sempre più ferree e inderogabili leggi di mercato. Da tali premesse è facile giungere, come sappiamo, alla presa d’atto di una possibile sebbene non immediata capitolazione del critico dal proprio ruolo di mediazione tra il pubblico e l’opera. Una figura che negli ultimi decenni ha smarrito parte della sua ragion d’essere. E’ la pubblicistica ottimista e positiva, in accordo con il mercato della cultura, a orientare il gusto del pubblico. Il bisogno di acculturazione, che nella seconda metà del XX° secolo, si diffondeva a larghi strati della popolazione con una nuova cultura di massa avanzata, diremo, talora di ottimo livello, oggi si ritrova confinato nel ristretto ambito accademico, che a sua volta, si vede progressivamente svilito a favore del puro utilitarismo.

Pare, dunque, giunti fin qui, che la scelta di conferire il premio Nobel, al menestrello Bob Dylan come al comico Dario Fo (peraltro rispettabilissimi nel proprio ambito artistico), debba essere letta come una delle tante (ma certo la più eclatante) conseguenze del clima o temperie culturale, sopra descritta, ambigua, forse, certamente non innocua, poiché in grado di legittimare paradossi imbarazzanti e di sdoganare un’idea di cultura il cui segno espressivo ed estetico, sempre più debole, non ne decreterà certamente la scomparsa, ma la indurrà a confondersi sempre più con il magma indifferenziato del puro intrattenimento.

MAURIZIO FANTONI MINNELLA

Blog Fondazione Nenni

Sinistra: svegliati!

In America la sinistra “liberal” (non proprio liberista, ma quasi), quella che si è alleata con i poteri forti, è stata travolta da un fiume in piena. Andiamo alla radice del problema: come può la sinistra credere nel mercato sregolato, nel profitto fine a se stesso, nell’egoismo generalizzato, nel denaro quale unico metro di valore, nella distruzione sistematica dell’ambiente e degli ecosistemi? Come può la sinistra allearsi impunemente con Wall Street e la finanza speculativa, e poi pretendere un bagno di folle plaudenti? Come può, poi, chiedere agli elettori di stringere la cinghia se l’economia è in ginocchio a causa di mercati impazziti e di banche arroganti, che si sono comportate come piccoli regni feudali? Ormai anche le politiche keynesiane, di intervento pubblico, stentano a rimettere in sesto un’economia drogata da bolle speculative create ad arte. L’America ha vissuto anni di “jobless recovery”: i conti tornavano in ordine un po’ alla volta, ma il lavoro non si materializzava. Ed ecco il bel risultato: la sinistra ha perso la sua base storica, sgretolata dalle politiche neoliberiste, e al tempo stesso non ha guadagnato che una manciata di voti centristi – la “gente” ha votato in massa per il candidato che più di destra non si può. Questo “tradimento” è comprensibile: quanti leader progressisti, o “democratici all’americana”, hanno affrontato seriamente le ingiustizie sociali, piaghe mai veramente rimarginate e che ora si sono riaperte?

Concentriamoci sull’Europa: è qui che si giocheranno le prossime partite, quelle decisive, per i nostri ideali di giustizia sociale e libertà. Anche da noi il nostro popolo – gli operai, i pensionati, gli impiegati, gli insegnanti, i lavoratori, i piccoli commercianti – guardano alle destre e ai populisti. I vari Salvini, Farage e Le Pen sembrano tutelare i loro interessi più della sinistra storica. Se non altro, danno voce – e che voce squillante! – a paure e frustrazioni diffuse. Mica invitano ad aver pazienza e ad ingoiare rospi velenosi mentre gli speculatori, rintanati nella grandi banche, si arricchiscono. E mica organizzano, dalle loro torri d’avorio, seminari accademici sul futuro radioso che avremo fra vent’anni. Anche la sinistra novecentesca fantasticava di mondi futuribili, ma era coerentemente contro il sistema, non parte integrante di esso! O, comunque, si sforzava di cambiarlo dall’interno. Oggi Papa Francesco è più a sinistra di molti leader “progressisti”: lui sì che si preoccupa delle povertà e delle diseguaglianze!

Qui c’è però un nodo intricato: cosa vuol dire porsi contro il sistema? L’opposizione allo stato di cose presente, quando ci sono ingiustizie, può configurarsi in tanti modi diversi: quella di Papa Francesco è una rivolta morale contro l’avidità e l’egoismo (rivolta che spetta ai politici tradurre in prassi concrete).  Un fatto è certo: la sinistra social-democratica, riformista, liberale ecc., può allearsi solo provvisoriamente con il suo “alter ego” (non trovo termine migliore per descrivere la schizofrenia della sinistra) radical-antagonista. Può, anzi deve, dialogarci, come faceva il PSI negli Anni di Piombo. Dal dialogo sorgono analisi e idee nuove; e il confronto con l’ala estrema del proprio schieramento politico, perché no, ritempra con idealità rinnovate quell’entusiasmo che il governo quotidiano rischia di spegnere. Detto ciò, chi ha una visione pragmatica, riformistica appunto, difficilmente è in grado di stipulare un patto duraturo con un’anima irrequieta, irrealistica, contestatrice a tutto campo.

La social-democrazia post-bellica spiccò il volo sulle ali del miracolo economico, che fu anche un “miracolo sociale”: sulle ceneri delle città distrutte, ripartì la produzione industriale (riconosciamolo: grazie al generoso piano Marshall, voluto dagli americani), e sorse altresì un vero Welfare State. I leader di quella sinistra avevano stretto un patto con il capitalismo, e gradualmente lo incivilirono, lo urbanizzarono. La mano pubblica redistribuiva il reddito, costruiva infrastrutture, case, scuole, ospedali. Era, la social-democrazia, la terza via fra capitalismo rampante, generatore di iniquità, e comunismo tirannico.  Il dramma è che questo tipo di capitalismo sociale, che era potenzialmente “patriottico”, in quanto delimitato da confini nazionali, ha subito una metamorfosi: non ha retto all’improvvisa apertura dei mercati e alla velocità di movimento dei capitali (accelerata dalla rivoluzione digitale). Il capitalismo è sempre più speculativo-finanziario, più globalizzato e indipendente dalle sue tradizionali basi produttive.

La social-democrazia è legata mani e piedi al modello capitalistico europeo, se trionfa il turbocapitalismo di impronta americana anche lei finirà per soccombere. Il problema sta tutto qui: gli eredi della social-democrazia, negli ultimi vent’anni, hanno provato a percorrere la stessa strada dei loro padri. Hanno scelto, per coerenza, di non opporsi al mercato unico, alla libera circolazione di uomini e merci. E‘ stato un atto di “buona fede”, il loro; frutto di una speranza: che le lezioni del passato fossero sempre valide e attuali. Il capitalismo, mutatis mutandis, avrebbe continuato a generare quel sovrappiù di ricchezza cui attingere per le politiche sociali. Si pensava, insomma, che il pozzo non si sarebbe prosciugato mai.   Nessuno si è accorto che, cammin facendo, molte cose sono cambiate: il capitalismo è diventato voracemente apolide. Sono così riemersi quegli istinti ferini che Marx aveva così ben compreso: il capitalismo non ha né religione, né patria. Ecco perché è stato così facile l’approdo alla finanza speculativa, attività che non ha alcun rapporto profondo (bensì solo opportunistico) con il territorio. Ovvio che il capitalismo industriale, manifatturiero, aveva tutto l’interesse a sostenere politiche keynesiane, in ogni singolo paese: gli operai salariati della Fiat erano anche acquirenti delle cinquecento e delle mitiche 127. Oggi gran parte dei capitalisti produce da una parte e vende da un’altra. Oppure crea prodotti finanziari; non conta più la merce tradizionale, quella che si tocca con mano. E’ la follia della ricchezza di carta. Le figure come Adriano Olivetti, straordinaria incarnazione dell’imprenditoria progressista, sono ormai una rarità. Il patto con i partiti socialdemocratici nazionali non ha più senso per gli avventurieri della finanza globale, anzi è una gabbia. Sono saltate tutte le barriere.  E la politica è rimasta ferma alle mappe politiche del secolo scorso. Ragion per cui la sinistra ansima e arranca. Nessuno è in grado di costituire una alleanza progressista contro le ingiustizie e i crimini del mercato (sregolato) globale. Quale soggetto politico utopistico universale può imporre regole uguali per tutti?

Senonché la sinistra europea negli ultimi vent’anni ha navigato a vista, incrociando le dita. Altro che programmazione economica o piani quinquennali! Si è vissuto alla giornata, fra una elezione e un’altra. Anche solo a citare il Lombardi delle riforme strutturali, di sistema, si veniva tacciati di vetero-marxismo (il che, in effetti, è vero: ma almeno, lui, alle riforme vere e profonde ci pensava). Veleggiare così è pericoloso. Finché la finanza va a gonfie vele, nessun problema. Appena si scatena la burrasca, ecco che la sinistra viene trascinata sul banco degli imputati. I capi di accusa sono due: a) aver sostenuto questo modello di sviluppo gestito da avventurieri; e b) non saper più padroneggiare gli strumenti che mitigano la recessione e la disoccupazione, conseguenze ineluttabili del capitalismo finanziario-speculativo. Eh, già, perché la sinistra liberal – per compiacere i mercati, “the big corporations”, le banche d’affari, gli investitori – stenta a ricorrere in maniera massiccia all’investimento pubblico come leva per creare lavoro e occupazione. Guai ad ascoltare la sirena dei capitalisti vecchia maniera, quelli che non sanno come gira il mondo oggi, perché si illudono di produrre solo merci tradizionali da piazzare sui mercati del loro Paese. Quel che conta è tranquillizzare gli investitori globali, quindi puntare solo sulla stabilità monetaria e dei tassi di cambio, se poi non c’è piena occupazione questo è un problema secondario. Che i governi mettano i loro bilanci in ordine, questo il nuovo dogma. Che problema c’è se circolano pochi soldi, dopo una abbuffata pantagruelica? In ogni caso, i governi democratici, che sono responsabili, inietteranno nelle banche quel tanto di liquidità che basta. E tutto tornerà come prima, fino alla prossima crisi. Così siamo entrati nel circolo vizioso: recessione, politiche di austerity, crisi che si avvita su se stessa, disoccupazione, nuove povertà.

Sappiamo tutti che, nel lungo periodo, la globalizzazione – che Gramsci, intelligentemente, chiamava l’unità-mondo – porterà benefici a tutti. A una condizione: che sia governata e indirizzata. Nel breve periodo è fonte di sofferenze. E’ una mondializzazione selvaggia in nome del profitto fine a se stesso. Il mercato unico, il nuovo totem, ha travolto tutto, ha imposto cambiamenti troppo veloci anche di tipo culturale a una umanità abituata a mutazioni secolari. La classe media, nei paesi occidentali, si è assottigliata. E ora è impaurita: per la prima volta, dal 1945, i figli staranno peggio dei genitori. L’immigrazione di massa dai paesi ancora sottosviluppati o aggrediti da guerre minaccia le identità dei paesi “ricchi” che li accolgono. E la sinistra, di fronte a tutto questo, appare impotente, o addirittura collusa con i “padroni delle ferriere”. E’ la destra populista quella che, nell’immaginario, protegge dal caos: promette muri e barriere e dazi doganali e quant’altro. Proposte semplicistiche, antistoriche quanto si vuole, ma convincenti. Un film già visto: in Europa, negli anni Trenta, perdevano le sinistre e vincevano i totalitarismi nazionalistici, all’insegna del protezionismo, che è un illusorio rinchiudersi nel proprio guscio. Le sinistre, però, furono battute solo quando erano frammentate e litigiose: in Spagna, in Italia, in Germania. Oggi che non c’è più la grande divisione ideologica tra rivoluzionari e riformisti, si può trovare l’unità. Ma bisogna puntare sui candidati giusti, e individuare il messaggio più forte e convincente. Avevamo una cultura politica solida – il socialismo democratico, il liberalismo laico e il cristianesimo sociale – che ci permetteva di fare l’una cosa e l’altra. Riscopriamola allora, questa benedetta cultura politica, anziché farci abbindolare dal “nuovismo” e dai partiti di plastica, proprietà personale di questo o quel padre-padrone. Una sinistra moderna, che non rinneghi le sue radici storiche, deve rifarsi soprattutto al socialismo liberale/libertario. A quel punto, ai suoi leader verrà spontaneo parlare di giustizia e libertà, di equità e responsabilità, di diritti e doveri. Non è un sogno impossibile. Basta tirar fuori la volontà politica (e gli artigli) per rimettere in gioco i nostri valori.

Edoardo Crisafulli

Le lacrime di coccodrillo
di Massimo D’Alema

Lacrime di coccodrillo quelle di Massimo D’Alema sul “Corriere della Sera” del 29 novembre 2016 quando per irridere Renzi dichiara che se perderà il referendum costituzionale dovrà “difenderlo, come Craxi”, quando sarà abbandonato dai suoi sostenitori. Già, perché D’Alema si sarebbe prodigato in “una trattativa umanitaria con la Procura di Milano” per far tornare Craxi dalla Tunisia per curarsi in Italia ma di “non esserci riuscito”.

Ora, piuttosto che pensare a successive pietose iniziative “umanitarie” per Craxi come per Renzi dopo averli osteggiati sprezzantemente, D’Alema avrebbe potuto comportarsi più lealmente con ambedue. Contro Craxi in particolare, lo ricordiamo come capogruppo dei deputati del Pds gettarsi nella crociata a sostegno l’operazione “Mani pulite”, pronto ad invocare – testualmente – “una epurazione del ceto politico” avversario: quasi che Craxi e i rappresentanti del centro-sinistra storico fossero parificabili ai fascisti dopo la seconda guerra mondiale! Speriamo che Renzi non abbia bisogno delle penosa e pelosa difesa misericordiosa di D’Alema…

Nicola Zoller

Lo spauracchio
del governo tecnico

Un governo tecnico per sostituire quello logorato guidato da Matteo Renzi. Lo spauracchio girava da tempo sottotraccia, poi l’’Economist’, espressione giornalistica di uno dei cosiddetti “poteri forti” europei, ha fatto scoppiare a sorpresa la bomba: un governo tecnico modello Mario Monti (stangò contribuenti e aspiranti pensionati) al posto dell’esecutivo Renzi. Secondo un editoriale dell’influente settimanale britannico, poi in parte rettificato, «l’Italia potrebbe avere un governo tecnico come tante volte ha fatto in passato».

Il tifo è perché gli italiani votino No al referendum sulla riforma costituzionale del 4 dicembre e  «le dimissioni di Renzi non sarebbero una catastrofe che tanti in Europa temono».  Il giornale finanziario del Regno Unito ha messo in conto perfino l’uscita dell’Italia e la morte dell’euro come possibili conseguenze: se la sconfitta del Sì al referendum confermativo «dovesse innescare il crollo dell’euro, allora vorrebbe dire che la moneta unica era così fragile» che la sua fine era solo questione di tempo.

Però il governo tecnico, quello del rigore finanziario e dei tagli alle prestazioni sociali, non piace quasi a nessuno, è molto difficile che possa raccogliere una maggioranza in Parlamento. C’è un alt praticamente corale. In testa si oppone Renzi. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ritiene possibile la vittoria del Sì e boccia nettamente l’ipotesi avanzata dall’’Economist’: «Il governo tecnico lo abbiamo già avuto più volte, era quello che tirava su le tasse, noi le tasse le abbiamo tirate giù». Ha messo l’incognita, terrore di contribuenti e pensionandi, al centro della campagna elettorale: «Il governo tecnico non lo posso scongiurare io, lo dovete scongiurare voi con il Sì. Il rischio c’è, è evidente».

Le opposizioni e parte della sinistra del Pd, sostenitrici del No al referendum, viaggiano in ordine sparso tuttavia stroncano nella stesso modo l’idea di un esecutivo tecnico. Beppe Grillo (M5S) chiede immediate elezioni politiche anticipate dopo l’affermazione del No alle urne, Matteo Salvini (Lega Nord) è su analoghe posizioni. Silvio Berlusconi, sostituito nel 2011 alla presidenza del Consiglio dal tecnico Monti, dà battaglia in favore del No e lancia un messaggio a Renzi per una futura intesa: «È indispensabile sedersi al tavolo per fare una nuova riforma e una nuova legge elettorale» dopo la bocciatura della legge costituzionale del governo. Il presidente di Forza Italia ha anche indicato le modifiche da fare all’Italicum, la legge elettorale per le politiche: «Bisogna togliere il ballottaggio, fare il proporzionale che porterà a un governo che rappresenta la maggioranza degli italiani».

Anche la parte della sinistra del Pd in favore del No è contro il governo tecnico. Pier Luigi Bersani non vuole sfrattare il presidente del Consiglio: «Se vince il No per me Renzi può anche restare a Palazzo Chigi magari un po’ acciaccatino». L’ex segretario del Pd ha rivolto una raccomandazione alla maggioranza renziana: «Io non ho problemi, basta che stiano meno chiusi, meno comandini, meno arroganti».

In Italia da lunghi mesi è in corso un lacerante scontro sul referendum. Accuse e toni sono stati durissimi. Sono partiti anche degli insulti. Renzi ha definito una “accozzaglia” il variegato fronte del No, Grillo ha indicato il presidente del Consiglio come “una scrofa ferita”. Più che sui contenuti della riforma (superamento del bicameralismo paritario, concentrazione del potere legislativo nella Camera, riduzione delle funzioni e del numero dei senatori) si voterà sulla sorte presidente del Consiglio, del suo esecutivo e delle riforme strutturali realizzate (o annunciate) in quasi tre anni di navigazione. Di fatto il referendum si è trasformato in anomale elezioni politiche.

I sondaggi elettorali continuerebbero a dare la vittoria del No, tuttavia gli indecisi sono tanti e le sorprese sono sempre possibili. I sondaggi nelle elezioni per il presidente degli Stati Uniti d’America attribuivano il successo a Hillary Clinton e invece l’ha spuntata Donald Trump. Sempre i sondaggi sostenevano che i cittadini britannici nel referendum avrebbero votato per restare nell’Unione Europea, invece ha vinto la scelta dell’addio. E l’’Economist’ sbagliò sempre: era in favore della Clinton e perché Londra restasse nella Ue.

Se prevarrà il Sì Renzi resterà in sella e sarà più forte per il voto popolare, se vincerà il No probabilmente il presidente del Consiglio si dimetterà e la palla su cosa fare passerà al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma è quasi impossibile la nascita di un governo tecnico perché Renzi, contando sui numeri parlamentari (soprattutto alla Camera il Pd è nettamente preponderante), si opporrà a questa scelta. Contrari saranno anche Grillo, Berlusconi, Salvini, Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia), Nichi Vendola e Stefano Fassina (Sinistra Italiana). Mattarella dovrebbe pensare ad altre soluzioni.

Rodolfo Ruocco

Reddito di inclusione
e lotta contro la povertà

Le stime sulla povertà esistente in Italia provengono dall’indagine che l’ISTAT conduce per rilevare la struttura e il livello della spesa per consumi delle famiglie residenti, tenendo conto delle loro principali caratteristiche sociali, economiche e territoriali. A tal fine, vengono rilevate tutte le spese sostenute per acquistare beni e servizi destinati al consumo familiare; ogni altra spesa effettuata per scopo diverso dal consumo è invece esclusa dalla rilevazione.

Lo stato di povertà delle famiglie viene stimato in base alla loro incapacità di acquisire determinati beni e servizi primari, considerati essenziali per vivere in modo dignitoso. L’ipotesi posta alla base dell’indagine ISTAT sulle spese è che i bisogni primari e i beni e i servizi idonei alla loro soddisfazione siano omogenei su tutto il territorio nazionale, tenendo però conto del fatto che i costi sono variabili tra le varie zone del Paese.

Com’è noto viene distinta la povertà assoluta da quella relativa. Il valore monetario dell’insieme dei beni e servizi primari necessari alla sopravvivenza di una famiglia corrisponde alla soglia di povertà assoluta; questa, quindi, è espressa dal valore monetario, a prezzi correnti, del “paniere di beni e servizi” considerati essenziali per ciascuna famiglia, definita in base all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e alla tipologia del comune di residenza. Una famiglia è assolutamente povera, se sostiene una spesa mensile per consumi pari o inferiore a tale valore monetario.

La povertà relativa valuta la disuguaglianza nella distribuzione della spesa per consumi, individuando le famiglie povere in quelle che presentano una condizione di svantaggio rispetto alle altre. Viene definita povera, in termini relativi, una famiglia di due componenti con una spesa per consumi inferiore alla spesa media per consumi pro-capite riferita all’intero Paese.

Nel 2014, dopo due anni di aumento, la consistenza della povertà assoluta sembrava essersi stabilizzata: 1 milione e 470 mila famiglie (5,7% di quelle residenti) era in condizione di povertà assoluta, per un totale di 4 milioni 102 mila persone (6,8% della popolazione residente). Di queste, il 4,2% circa risiedeva nelle regioni del Nord del Paese, il 4,8% nelle regioni del Centro e il 9% nelle regioni meridionali. Anche la povertà relativa nel 2014 sembrava essersi stabilizzata, interessando il 10,3% delle famiglie e il 12,9% delle persone residenti, per un totale di 2 milioni 654 mila famiglie e di 7 milioni 815 mila persone. Di queste, il 4,9% circa risiedeva nelle regioni del Nord, il 6,3, in quelle del centro e il 10,3% nelle regioni meridionali.

Gli ultimi dati diffusi dall’Istat non sono però del tutto tranquillizzanti; sia la povertà assoluta che quella relativa sono aumentate, passando la prima da 4,1 milioni di persone a 4,5 milioni e la seconda da 7,8 milioni circa di persone a 8,3 milioni. Il trend della povertà assoluta e relativa in Italia sembra tornato a crescere, sia pure tendenzialmente, evidenziando un problema sociale per il quale non vi è mai stato nel Paese una sufficiente attenzione.

Nel mese di luglio è stato approvato alla Camera dei Deputati un disegno di legge delega che dovrebbe introdurre in Italia una prima misura strutturale di lotta alla povertà, centrata sull’erogazione di un “reddito di inclusione”; questo forma di reddito, sarà caratterizzata da “tre aspetti importanti sinora trascurati nel sistema di lotta alla povertà in Italia: universalità, efficienza e complementarietà a un reinserimento nel mercato del lavoro”. E’ quanto sostiene “Tortuga” (pseudonimo di un “gruppo di studio” dell’Università Bocconi), in “Reddito di inclusione, primo passo contro la povertà”, apparso sul n. 2/2016 del quadrimestrale di politiche sociali, diritto e pratiche sociali “Nuove Tutele”, del “Patronato INAS della CISL”.

Il reddito di inclusione sarà universale, in quanto sarà erogato a livello di nucleo familiare, sull’intero territorio nazionale, a tutti coloro che vivono in condizioni di povertà assoluta; il suo ammontare sarà determinato secondo l’”Indicatore della Situazione Economica Equivalente” (ISEE), che terrà conto del patrimonio (mobiliare e immobiliare) e delle caratteristiche, per numerosità e tipologia, del nucleo familiare. La nuova forma di reddito sarà volta a semplificare la burocrazia assistenziale, per rendere più efficiente in generale l’intero sistema di sicurezza sociale, oltre che per realizzare uno stretto legame fra il reddito corrisposto ai beneficiari ed il reinserimento di questi nel mercato del lavoro.

A parere di Tortuga, il reddito di inclusione che sarà introdotto presenta un insieme di limiti, individuati nella “limitatezza” della platea dei beneficiari, nell’”indeterminatezza” dello stanziamento  e nel fatto che l’Italia occupi una delle ultime posizioni a livello europeo nella graduatoria degli “interventi di sostegno” a favore di chi versa in condizioni di povertà. Con lo stanziamento di soli 1,6 milioni per i primi due anni, osserva Tortuga, la misura di sostegno non raggiungerà tutti coloro che versano in condizioni di povertà; il disegno di legge rimane poi vago sull’importo dello stanziamento, che verrà stabilito nel tempo “in base alle risorse contingenti”; la limitatezza delle risorse e la loro indeterminatezza continueranno a conservare l’Italia in uno degli ultimi posti nella graduatoria europea degli interventi di sostegno erogati, collocandosi solo prima della Grecia e della Romania.

Le osservazioni critiche di Tortuga sono sicuramente valide; esse sono però riferite al reddito di inclusione inteso solo come “misura di sostegno”, mentre tale forma di reddito, se veramente volesse avere la natura di “misura strutturale per la lotta alla povertà”, dovrebbe essere intesa in ben altro modo, cioè in termini di “reddito di cittadinanza”. In Italia, quando nel dibattito politico si discute di quest’ultima forma di reddito, non viene mai considerata la specificità della sua natura e delle sue funzioni.

Notoriamente, il reddito di cittadinanza è inteso non come misura assistenziale inquadrabile nella struttura propria dello stato di sicurezza sociale di stampo keynesiano, ma come strumento innovativo e riformatore del welfare State esistente; esso, infatti, oltre ad essere universale è anche incondizionato, nel senso che può essere speso dai percettori per qualsiasi scopo, non solo per il puro e semplice sostentamento. Infine – e questo è ciò che più conta – l’erogazione del reddito di cittadinanza è svincolata dallo scopo di dover favorire il reinserimento dei fruitori nel mercato del lavoro; in particolare, è questa caratteristica a connotare in termini strutturali e innovativi, non solo la lotta alla povertà, ma anche la promozione della crescita e dello sviluppo del sistema economico all’interno del quale il reddito di cittadinanza viene erogato.

Se il reddito di cittadinanza è omologato ad una indennità per la lotta contro la povertà, i soggetti vengono a trovarsi nella condizione di essere titolari di un diritto a ricevere un reddito, ma anche in quella d’essere subordinati alla posizione di soggetti in condizioni di indigenza destinati ad essere reinseriti nel mercato del lavoro, per il perseguimento di un obiettivo eterodiretto, quale è ad esempio lo stabile funzionamento del sistema economico attraverso il sostegno della domanda aggregata: obiettivo, questo, estraneo alla lotta contro la povertà.

E’ questo un punto qualificante del reddito di cittadinanza; esso consente di distinguerlo da ogni altra forma di misura pubblica in favore della povertà. Per meglio evidenziare la funzione del reddito di cittadinanza, possono valere le osservazioni che Walter Van Trier (“Social Dividend e Keynes-Connection”, in Democrazia e Diritto, 1990) ha formulato con riferimento agli assegnatari di un reddito di cittadinanza.

Nel welfare State di derivazione keynesiana, dove l’erogazione di una qualunque misura di sostegno è normalmente subordinata al reinserimento nel mercato del lavoro dei fruitori, il reddito di cittadinanza non può svolgere la funzione che gli è propria. Ipotizzando, invece, che gli assegnatari possano “lavorare in proprio”, utilizzando le risorse ricevute a sostegno della loro condizione, essi trasformerebbero una parte del valore dei beni e servizi da loro stessi prodotti in un’aggiunta netta al valore dei beni che potrebbero consumare se decidessero di non “lavorare in proprio”. E’ questa la ragione per cui, all’interno della logica keynesiana, gli assegnatari di una misura di sostegno, destinando le risorse ricevute solo all’acquisto di beni per il loro consumo, “avvantaggiano” il sistema economico, ma in misura inferiore a quella potenzialmente possibile, perché mancherebbero di utilizzare le risorse ricevute per contribuire alla realizzazione di un maggior livello produttivo complessivo.

Il reddito di cittadinanza possiede delle implicazioni che vanno ben oltre quelle dei redditi di sostegno erogati secondo la logica keynesiana; esso, infatti, “sgancia” la prestazione del welfare State in favore di coloro che si trovano in stato di bisogno, non solo dal fine di un loro reinserimento nel mercato del lavoro, ma anche dalla forma in cui il reddito di sostegno ricevuto può essere “consumato”; in altri termini, il reddito di cittadinanza “sgancia” la prestazione del welfare State in favore, ad esempio, dei poveri, dal loro contributo al miglioramento delle condizioni generali del sistema economico, limitato però solo agli effetti del loro consumo. Ciò significa che, con il reddito di cittadinanza, ai poveri sono assegnati i mezzi necessari per migliorare le loro condizioni esistenziali, con la presunzione che tale miglioramento possa tradursi in un “vantaggio” per tutti, perché sotteso anche a un’attività innovativa di impiego dei mezzi ricevuti, da “far bene” ai poveri ed all’intero sistema sociale cui appartengono. Il reddito di cittadinanza è ben altra cosa dal reddito di inclusione che si prevede di voler introdurre in Italia.

Gianfranco Sabattini

I punti fermi delle primarie della destra francese

Primo: definitivo successo e definitivo stravolgimento del metodo delle primarie. 4 milioni di voti espressi. Un assoluto record per la Francia (Hollande, cinque anni fa, ne aveva portati alle urne all’incirca la metà). E in un contesto, però, in cui le “regole di ingaggio” aprivano praticamente la porta a tutti, dai socialisti agli stessi sostenitori del Fronte nazionale. Bastava versare due euro e dichiarare di aderire ai “valori”espressi dalla destra repubblicana. E’, nei fatti e anche, se vogliamo, in linea di principio la fine dell’era dei partiti e, contestualmente, l’assoluta prevalenza della volontà dei simpatizzanti – anche se chiaramente strumentali – su quella degli iscritti. Del resto, quello che, tra i candidati con speranza di successo, si affidava più degli altri al patriottismo di partito, leggi Sarkozy, è finito ignomignosamente al terzo posto.

Secondo: il voto degli oppositori non è stato determinante. Nel senso che non ha sortito gli effetti che gli venivano attribuiti. Così, si diceva che il voto socialista avrebbe contribuito in modo decisivo alla, in partenza scontata, vittoria di Juppè. L’unico tra i candidati alla candidatura fortemente impegnato sulla linea della grande coalizione (accordo con i socialisti prima del secondo turno, riconferma della politica europeista, politica interna di equilibrio sia sul fronte della politica economica e sociale che sul fronte della politica migratoria e dei rapporti con l’Islam francese). E che, nel contempo, quello dei simpatizzanti per il Fronte sarebbe andato a Sarkozy, di gran lunga il più vicino, nella sua narrazione e nelle ricette proposte alle posizioni della Le Pen. E viceversa poco o nulla di tutto questo. Magari perchè l’affluenza dei simpatizzanti dell’opposizione è stata molto minore di quella prevista; o, più probabilmente, perchè, in una logica di appartenenza, la vittoria di Juppè avrebbe reso più difficile la ricandidatura di Hollande o l’affermazione di candidati moderati alternativi; mentre quella di sarkozy avrebbe tolto argomenti all propaganda del fronte.

E, allora, terzo e ultimo punto, a decidere, in definitiva, è stato il voto non tanto degli iscritti quanto dei simpatizzanti della destra. E questo voto è andato al candidato- leggi Fillon- meglio in grado di rappresentarne le diverse sensibilità.
Storicamente la destra “repubblicana” francese si è divisa, nei due secoli successivi alla Grande rivoluzione, tra conservatori-legittimisti, liberali orleanisti, e bonapartisti plebiscitari. Dai primi fillon ha mutuato il richiamo all’autorità e all’ordine morale nei problemi si società (con un fortissimo rapporto con il mondo cattolico sui temi della difesa della famiglia; dei secondi una linea thatcheriana sui problemi economici; dei terzi, una politica estera “nazionale”, concorrenziale con quella americana (sostegno al regime di Assad, recupero dei rapporti con Mosca), tiepida nei confronti di bruxelle e con forti venature sovraniste. Di qui, tra l’altro, il sollecito appoggio dello stesso Sarkozy e, con esso, la pratica certezza di vincere al secondo turno, fissato per la prossima domenica.

A questo punto, il quadro di partenza può considerarsi sostanzialmente completo, seppur con un piccolo punto interrogativo. Una forte destra identitaria; un Fronte maggioritario, in partenza, nella vecchia Francia industriale e nelle vecchie terre della sinistra, con un programma di populismo sovranista; un’area di centro-sinistra, contesa da candidati di varia provenienza, anche socialista; una sinistra radicale anch’essa guidata da un vigoroso e simpaticamente malmostoso ex socialista. E, in mezzo, uno spazietto piccolo piccolo in attesa di essere occupato da Hollande o da chi per lui. Cinque anni fa, per inciso, i socialisti erano maggioritari ad ogni livello: dalla presidenza della repubblica, giù giù, fino ai consigli cantonali…

Ultimo punto; questo tutt’altro che fermo, anzi estremamente mobile. Quello dei sondaggi. Per dire che non c’è affatto da stupirsi per il loro ennesimo fallimento. Ma qui il difetto sta nel manico; e cioè nel fatto che i sondaggisti, così come i sismologi, non sono attrezzati per prevedere i terremoti; e cioè i movimenti sotterranei della pubblica opinione al di là di una piccola magnitudo.

Alberto Benzoni