Anche in politica la moneta cattiva scaccia la buona

In economia c’è una legge che resta così fissata nella memoria che non la si dimentica mai. E’ la legge di Gresham, mercante e banchiere inglese del XVI’ secolo, che teorizzò quella che, nei secoli successivi, fu ricordata come la ‘legge della moneta cattiva che scaccia la buona’. E’ una legge abbastanza semplice da spiegare perché nel secolo in cui visse il banchiere circolavano sia monete di bronzo ma anche d’argento e monete d’oro. Era abbastanza pacifico che le monete d’argento e quelle d’oro (moneta buona), avendo un valore intrinseco per il metallo utilizzato, venissero tesaurizzate facendole scomparire dalla circolazione dove imperava la moneta cattiva di bronzo.

E’ ciò che è avvenuto con l’attuale classe politica, che viene rifiutata, quasi in blocco, dall’opinione pubblica perché è considerata ‘moneta di scarso valore’, e viene pertanto dileggiata, attaccata e vilipesa senza alcun risparmio, mentre la ‘moneta buona’, in larga misura, non è più attratta dall’impegno politico, provocando con ciò un abbassamento del livello della classe dirigente. Personalmente si sono salvati dal pubblico ludibrio, ma il Paese ne soffre molto. Ma perché ciò è avvenuto? Quali sono i motivi che hanno determinato gli effetti della legge di Gresham?

Ricondurre tutto alla forte corruzione disvelata nel nostro Paese sarebbe un errore perché la corruzione è solo un effetto e non la causa dell’imperversare della moneta cattiva che messa in circolazione alimenta la stessa che esiste, da tempi immemorabili, con anzianità pari al mestiere più antico del mondo, com’è documentato nel codice Hammurabi di 4/5 mila anni fa. Si può ben dire ch’essa ha accompagnato l’uomo fin da quando lo stesso si è organizzato con i suoi simili. Periodicamente la corruzione ha picchi altissimi nella società, ma ogni volta, nelle varie epoche, l’uomo è riuscito a combatterla e a ridurla a fenomeno residuale e non allarmante.

Ed allora come è potuto accedere che la moneta cattiva sia riuscita a scacciare la buona? Diverse, per la verità, sono le cause che, comunque, sono tra loro complementari. L’azione della Magistratura di sconfinamento nel recinto di altro potere, il ruolo dei media nella diffusione amplificata delle notizie, l’uso di massa, in questi ultimi 20 anni, dei social network e la nascita dei cosiddetti movimenti populisti sono tra le cause principali. Ma andiamo per ordine.

La magistratura ha attivato il processo quando con ‘mani pulite’ ha decimato i gruppi dirigenti dei partiti facendo emergere le seconde e terze file degli stessi partiti. La caccia spietata contro politici come Andreotti, Craxi e poi Berlusconi, con teoremi veri e propri è stato l’antipasto, continuato senza soluzione, con gli avvisi di garanzia, un tanto al chilo, che, quasi regolarmente, vengono smentiti dai processi. E’ chiaro che il mondo politico è diventato un mondo pericoloso e viene sempre più evitato da intellettuali e professionisti, da tecnici di qualità e da economisti veri, gente di cui il Paese avrebbe estremo bisogno ma che preferisce tenersi alla larga.

A questa fuga dall’impegno politico ha contribuito anche la stampa che, invece d’essere il cane di guardia della democrazia, si è ridotta, nel corso degli anni, a far da megafono alle scorrerie giudiziarie esaltandone le gesta e aizzando l’opinione pubblica (in proposito vi è una ‘confessione’ di Piero Sansonetti riportata nel suo libro ‘La sinistra è di destra’ che racconta come si muovevano i media durante ‘mani pulite’). Ricorre quest’anno il XXV’ anniversario della falsa rivoluzione e, come ricordava Paolo Pillitteri in suo formidabile articolo, la vera sigla della ricorrenza non l’ha pronunciata Davigo ma il capo di quella stagione Francesco Saverio Borrelli con un netto ‘Chiedo scusa per il disastro seguito a Mani Pulite”, che significa, aggiunge l’ex Sindaco di Milano, ‘Non valeva la pena buttare il mondo precedente per cadere in quello attuale”.

Per non parlare dei social che, senza regole, sono diventati la ‘piazza’ più becera e qualunquistica che ci si potesse immaginare dove impera l’invettiva, lo sproloquio e la caccia verbale a chiunque occupa un posto di responsabilità a prescindere.

Ma il contributo decisivo lo hanno dato Grillo e Casaleggio, col movimento 5 stelle, portando nell’attuale Parlamento una schiera, non tanto di dilettanti, quanto di incapaci, incompetenti, incolti ed analfabeti politici. E lo hanno fatto, non come usavano selezionare la classe dirigente i partiti tradizionali, ma con un semplice algoritmo che non garantisce capacità e competenza.  Certo ci sono anche, da contare sulle dita di qualche mano, alcuni giovani dalla facile parlantina e in parte preparati che però non riescono a colmare le deficienze visibili dei loro colleghi parlamentari e degli amministratori di Enti locali che sono stati letteralmente sputtanati dalla vacuità ed inesistenza del sindaco di Roma che non si vergogna di affermare, su ogni minuzia, che ‘ho consultato Grillo’ quasi riconoscendogli lo status di ‘padrone assoluto’ del movimento che non riabilita, però, il nulla che la contraddistingue. E’ chiaro che detta presenza allontana delittuosamente chi potrebbe dare un validissimo contributo all’intero Paese. In parole semplici anch’essi riescono a scacciare ‘la moneta buona’.

Il tornare al proporzionale non è per nulla la fine del mondo ma può servire a ricreare le condizioni per ripristinare i tanto massacrati partiti (aldilà delle denominazioni) che, però, hanno la capacità di ‘selezionare’ la classe dirigente che non deve mai più essere concepita come promozione sociale e, a maggior ragione, come trampolino per attività illecite.

Giovanni Alvaro

Roma, città abbandonata.
Dalla sua sindaca

Benvenuti all’inferno. La Capitale è pronta a quattro giorni di panico, che rilegheranno i romani in casa. Oggi c’è lo sciopero dei taxi. Domani e dopodomani le celebrazioni dei Trattati di Roma. E domenica come se non bastasse il blocco “ecologico” delle auto.

Una città abbandonata a se stessa. Perché il sindaco è in vacanza a sciare sull’Alpe di Siusi. In una settimana cruciale per la città di Roma si gode il “riposo forzato” (da chi?). Gli impegni della settimana non erano di poco conto. Oltre alle due sedute riguardanti le vicende giudiziarie dell’amministrazione capitolina e lo stadio della Roma, oggi la sindaca avrebbe dovuto partecipare alla commemorazione dell’eccidio nazifascista delle Fosse Ardeatine, dove 73 anni fa furono trucidate 335 persone: in fondo, un fatto di poco conto nella storia della capitale! Assente ingiustificata. Soprattutto da una sensibilità civica obiettivamente difettosa, lacuna di peso non irrilevante per quella che dovrebbe essere la prima cittadina (che come tale dovrebbe avvertire quel lontano massacro come un’inguaribile ferita nell’anima della comunità).

Assente ingiustificata riguardo la protesta dei tassisti che oggi paralizzerà la città: forse avrà pensato che il suo in materia lo ha già dato, presentando la sua solidarietà (a scopo elettorale) poco prima che si scatenassero non dimenticati disordini. La politica, quella vera, è anche presenza e i post su Facebook con i quali si invita la categoria al “senso di responsabilità, specie in vista della celebrazione dei 60 anni del trattato di Roma”, non sono neanche un succedaneo; semplicemente non servono a nulla. Ammesso e non concesso che dietro questa bizzarro modo di esprimere interesse per quanto avviene per le strade della Capitale serenamente impegnati a molti chilometri di distanza in qualche centro benessere, non ci sia il big del Grande Fratello, cioè il “grande fratellino” sacerdote emerito della comunicazione pentastellata, Rocco Casalino.

Assente ingiustificata anche sull’organizzazione di giornate cruciali e importanti per Roma chiamata a ospitare il mondo per giunta a poche ore di distanza dall’attentato di Londra con tutto quello che ne consegue a livello psicologico (peraltro legittimamente) per i cittadini della Città Eterna. E poi le proteste, le manifestazioni annunciate; però non disturbatela, un’ultima discesa e poi potrà dedicarsi anche a tutti noi. Solcando le piste delle Alpi di Siusi, sembra ripetere in faccia a una collettività stressata la famosa frase di Rhett Butler in via col Vento: “Francamente me ne infischio”. Ovviamente dall’alto delle immacolate nevi, non ha nemmeno il tempo di valutare l’impatto che una giornata di “stop” ecologico potrà avere sui nervi già particolarmente provati di cittadini che non avevano in programma di andare a Courmayeur, ma si sarebbero accontentati anche di una semplice gita domenicale a Frascati

Felici che la sindaca torni rigenerata, ma ci poniamo una domanda. Era proprio necessario sfuggire alle proprie responsabilità per concedersi la settimana bianca proprio questa “ricca” settimana? Le ferie sono un diritto ma i neo-assunti (e lei come sindaco lo è) normalmente se le possono concedere quanto meno dopo un anno (se va bene). E poi: due anni fa su Ignazio Marino si abbatté un uragano di polemiche a causa delle sue vacanze negli Usa e ai Caraibi in un periodo, peraltro, in cui la Capitale è normalmente vuota e la maggior parte dei romani è fuori per le vacanze estive. Lo scandalo nacque perché in un funerale (che è legato alla morte, evento per definizione imprevedibile) i Casamonica si abbandonarono a uno show disgustoso. Ma qui gli eventi erano prevedibilissimi (è da almeno sessantanni che si sa che il 25 marzo 2017 avremmo festeggiato il sessantennio dei trattati di Roma; ed è dalla fine della guerra in poi che i sindaci a Roma vanno a onorare la memoria delle vittime delle Fosse Ardeatine) e per giunta di un valore politico decisamente superiore a un rito funebre pacchianamente spettacolarizzato. La domanda allora sorge spontanea: ma a cosa serve un sindaco se quando la città ne ha bisogno fa la turista sulla neve?

Valentina Bombardieri
Blog Fondazione Nenni

Alfredo Reichlin ha lasciato un vuoto nella sinistra

È morto a 91 anni Alfredo Reichlin, figlio di Pietro ed Elisabetta Lauro, nato a Barletta, all’età di cinque anni Reichlin si trasferì a Roma, dove il padre esercitò la professione d’avvocato. A Roma Reichlin partecipò alla storica Resistenza con le Brigate Garibaldi, facendo parte dei GAP. Nel 1946 aderi al Partito Comunista Italiano, di cui fu uno dei dirigenti più importanti per circa trent’anni. Allievo di Palmiro Togliatti, fu vicesegretario della Federazione Giovanile Comunista Italiana e nel 1955 entrò ne l’Unità, di cui dopo un anno diventò vice-direttore.

Promosso a direttore nel 1958, negli anni sessanta si avvicina alle posizioni di Pietro Ingrao, le più a sinistra nel partito. Quando l’attrito tra Togliatti e la corrente di Ingrao diventa inconciliabile, Reichlin è allontanato dai quadri de l’Unità per far spazio alla direzione di Mario Alicata. Da Segretario regionale del PCI in Puglia fu molto attento alla questione meridionale, alla quale dedicò anche alcune sue opere. Deputato nazionale fin dal 1968, durante gli anni Settanta entrò nella direzione nazionale del partito e collaborò con Enrico Berlinguer. Successivamente fu favorevole alle trasformazioni del partito da PCI in Partito Democratico della Sinistra prima, da PDS in Democratici di Sinistra poi, ed infine da DS in Partito Democratico. Dal 1989 al 1992 fu “Ministro dell’Economia” del governo ombra del Partito Comunista Italiano. Sposato in prime nozze con la militante comunista (espulsa nel 1969 per aver aderito al gruppo de Il manifesto) Luciana Castellina, ha avuto due figli: Lucrezia e Pietro, entrambi economisti. Il premier Paolo Gentiloni ricorda così lo storico funzionario comunista: “Ricordo Alfredo Reichlin grande dirigente della sinistra. Una vita esemplare di impegno verso i più deboli e di responsabilità nazionale”.

Egli è stato considerato come uno degli esponenti principali della cultura italiana, giornalista brillante e dotato di una visione concreta delle cose. Berlinguer, Craxi e Cossutta lo ammiravano per il suo coraggio, equilibrio e forza di volontà. Anche Massimo D’Alema ha voluto esprimere il cordoglio di un compagno politico. “Con la morte – afferma D’Alema – di Alfredo Reichlin scompare “un compagno e un amico. E’ una giornata per noi molto importante ma velata di tristezza per la dolorosa scomparsa di Alfredo Reichlin. Abbiamo perduto un compagno, un compagno prezioso. E per molti di noi si tratta della perdita di un amico. Grande personalità della nostra Repubblica che è stato anche, e soprattutto, uno degli ultimi patriarchi della sinistra italiana. Non ha mai amato lo scontro e non ha mai condiviso le asprezze della lotta politica”. Reichlin è stato “uomo di tutta la sinistra, al di sopra e al di fuori dei conflitti che ci hanno lacerato”.

Agrippino Castania

Giustizialismo e garantismo.
Un confronto che non c’è mai stato

Giustizialismo, garantismo. Parole di uso corrente nella polemica politica. Ma che, forse proprio per questo, stentano a trovare una definizione oggettiva.

Curiosamente e quindi più significativamente la difficoltà è di gran lunga maggiore nel secondo caso. Il partito giustizialista potrà essere descritto come partito dei giudici o delle procure, ma per trovare una descrizione accettabile se riferito a quanti credono nel ruolo centrale della magistratura nel combattere la corruzione; non solo attraverso la individuazione/punizione di reati ma anche e soprattutto combattendo i vizi e promuovendo le virtù pubbliche e private.
Ciò detto, chi sono invece i garantisti? Quelli che non si pongono problemi rispetto all’innocenza o meno dell’imputato sino all’ultimo grado di giudizio? Andiamo… Quelli che lo difendono sempre e comunque? Come sopra. Semmai dovremmo definirli come coloro che ritengono che il compito di combattere la corruzione e, a maggior ragione, di difendere la moralità della politica, spetti alla politica e ai politici e non alla magistratura. Dovremmo, ma non possiamo; perché, nella pratica questa rivendicazione, con gli obblighi concreti che ne derivano non è stata fatta realmente da nessuno.

Esemplare, da questo punto di vista, il caso Minzolini.
In primo luogo per il merito della questione. Abbiamo un signore che un po’ di meno o un po’ di più di migliaia e migliaia di altri, si è avvalso della “facoltà consuetudinaria” di scaricare sulla sua ditta (per dirla come Bersani…) le sue spese personali. Restituendo poi il maltolto, non sappiamo se prima o dopo la sua definitiva condanna. Merita, per questo, di essere sottoposto all’indegnità nazionale e al pubblico ludibrio con la sua decadenza da senatore? La risposta è certamente no. In linea di principio e in linea di buonsenso. In linea di principio non spetta ai magistrati stabilire chi può o non può sedere in Parlamento. In linea di buonsenso questo compito spetta ai partiti deciderlo e al loro codice etico. Ci si dirà che in Germania carriere onorevoli sono state interrotte perché il protagonista era andato in vacanza con l’amante o aveva copiato la tesi di laurea; ma la Germania è la Germania e noi, vivaddio, siamo italiani. E nel contesto della società italiana di oggi, come di molte altre società a democrazia liberale l’avere pasticciato sugli scontrini non costituisce motivo d’indegnità che porti alla esclusione dai pubblici uffici.

Il fatto è però che il nostro Parlamento non era chiamato ad un giudizio di merito. Un giudizio su cui si potesse concedere libertà di coscienza o tirare in ballo, parlando a vanvera, “fumus persecutionis”, “lettura delle carte” oppure “sana ribellione di fronte alle Procure”.  Si trattava, molto più semplicemente, di stabilire se una legge, votata dallo stesso Parlamento appena quattro anni fa, andasse applicata oppure no. E la risposta era, ovviamente, contenuta nella stessa domanda. Essersi rifiutati di applicarla, e con argomenti speciosi, è dunque certamente uno scandalo dal punto di vista formale e anche di merito. Ma, nel merito, è stato anche oggettivamente vergognoso l’aver votato la legge Severino quattro anni fa.

Dalla vicenda, ulteriore benzina per il fuoco giustizialista. Alimentato del resto da un sistema che, incapace di misurarsi sulle cose, affida lo scontro al giudizio sulle persone; e da un pubblico di moralisti a prezzo di saldo che hanno bisogno dello scandalo quotidiano. Ma il disegno giustizialista non porta da nessuna parte; è una specie di supplizio di Sisifo in cui più si spinge la pietra più questa tende a rotolare all’indietro.
Per il garantismo, quello vero, quello che difende le prerogative, il senso, la dignità della politica, con i suoi diritti e i suoi doveri nessun indice di sconfitta. Piuttosto un definitivo certificato di non esistenza. Ad occupare la scena, oggi come ieri e l’altroieri, la sua volgare contraffazione.
Perchè è certamente una volgare contraffazione del garantismo il comportamento seguito dalla politica nei confronti della magistratura, da decenni a questa parte.
Agli inizi, la rinuncia a regolamentare, tutti insieme, il rapporto tra politica e denaro nel nuovo contesto italiano e internazionale che non consentiva più le vecchie pratiche. Poi la vergognosa ricerca del capro espiatorio in in contesto in cui nessuno era in grado di scagliare la prima pietra. Poi l’uso della questione morale come unica arma nel confronto politico. e ancora, anno dopo anno, il silenzio-assenso di fronte ad una magistratura che si andava trasformando da custode del diritto in portabandiera della virtù; con una serie di inchieste in cui erano chiari i colpevoli ma indefinito il reato. E, ancora e infine con reazioni, individuali e di gruppo di segno chiaramente corporativo: ricorrendo ad ogni messo per difendere sé stessi ma anche per colpire i propri avversari.

In conclusione è probabile che il giustizialismo si distrugga da solo: non sappiamo però a quale prezzo. In quanto al garantismo se c’è batta un colpo… Almeno con una diffida ai suoi improvvidi rappresentanti.
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Vertice Ue, ora lo Scudo
di Tarantelli per il lavoro

«Hanno ucciso Tarantelli!». Dal salone delle telescriventi dell’’Avanti!’, dove un tempo arrivavano le agenzie stampa su carta, partì un grido lacerante. Mi si gelò il sangue. Dissi dentro di me: «Non è possibile!». Invece era vero. Le Brigate Rosse avevano ucciso Ezio Tarantelli all’Università di Roma. Stava partendo con la sua macchina parcheggiata accanto alla facoltà di Economia, in quelle aule insegnava politica economica. Una domanda improvvisa: «È lei il professor Tarantelli?». Venti proiettili di una mitraglietta Skorpion, l’arma preferita dai brigatisti rossi, lo falciò in un attimo. Aveva appena 43 anni, lasciava una moglie, un figlio piccolo di 13 anni, tanti amici e le sue idee di incisivo riformista.
Era il 27 marzo 1985, una bellissima giornata di sole, un cielo blu illuminava Roma. Nella redazione dell’’Avanti!’ in via Tomacelli era in corso la consueta riunione di redazione con il direttore Ugo Intini per impostare il giornale. Quasi tutta la prima pagina fu dedicata a Tarantelli. Io ero un giovane redattore di 30 anni, lavoravo al servizio sindacale guidato da Giorgio Lauzi e Sandro Sabbatini, due giornalisti fuoriclasse. Proposi di scrivere un pezzo sul lavoro e sull’uomo Tarantelli. Mi dissero subito sì.
Conoscevo molto bene Ezio, era un mio amico. Era una persona simpatica, mite e determinata, mi affascinava. Era un coraggioso riformista che voleva cambiare il mondo, non sopportava le ipocrisie e le comode convenienze. Aveva proposto il Patto anti inflazione, il meccanismo per combattere l’inflazione che in Italia viaggiava ad un ritmo di oltre il 20% l’anno, divorando il potere d’acquisto dei salari e mettendo fuori mercato i prodotti italiani. L’idea geniale gli venne mentre tornava in aereo a Roma da Boston, dove aveva tenuto un corso di economia. Era la vigilia di Natale del 1980 e in aereo si stava arrovellando sul problema. Raccontò: «Improvvisamente a metà viaggio mi si accese la lampadina. Il rebus era risolto: per far sì che i salari seguissero i prezzi nel loro cammino in discesa bastava collegare la scala mobile all’inflazione futura invece che a quella passata».
Inventò il sistema per impedire la rincorsa tra prezzi e salari causa di travolgente inflazione. In sintesi: gli scatti della scala mobile erano pagati in base all’”inflazione programmata” per ogni anno. Le tariffe pubbliche erano congelate e se l’inflazione avesse superato quella fissata, era previsto un conguaglio salariale. I sindacati, in un primo tempo, appoggiarono compattamente il progetto. Anche Luciano Lama, comunista, segretario generale della Cgil, la giudicò “una proposta sensata”. Ma poi il segretario del Pci Enrico Berlinguer alzò le barricate. Lama fece marcia indietro. Il Patto anti inflazione spaccò il sindacato. Alla fine fu siglato solo da Pierre Carniti, Cisl, Giorgio Benvenuto, Uil, Ottaviano Del Turco, socialista, numero due della Cgil, che era succeduto ad Agostino Marianetti (tra i più convinti sostenitori del progetto).
Così arrivò il cosiddetto “decreto di San Valentino”. Il governo Craxi il 14 febbraio 1984 accolse i contenuti dell’accordo sindacale in un decreto legge approvato poi dal Parlamento dopo una durissima battaglia con l’opposizione comunista. Berlinguer propose un referendum contro il decreto e contro il presidente del Consiglio socialista Bettino Craxi. Ma perse la battaglia: il 10 giugno 1985 i “sì” prevalsero sui “no” nel referendum.
Tarantelli non vide mai la vittoria del referendum. Fu assassinato il 27 marzo 1985, 32 anni fa. Morì perché aveva osato infrangere il tabù dell’intangibilità della scala mobile. Per i brigatisti rossi, e per tanti a sinistra, era un traditore perché era un deciso riformista.
Sapeva di rischiare la vita. Io andavo spesso a trovarlo in via dei Villini, nella sede del centro studi della Cisl di Pierre Carniti che dirigeva. Pochi giorni prima di essere ucciso, mi disse: «È possibile che qualche ragazzotto mi spari». Qualche mese prima le Br avevano già gambizzato Gino Giugni, socialista, professore di diritto del lavoro all’Università di Roma, uno dei padri dello Statuto dei lavoratori. Quando io lo esortavo alla prudenza, Ezio mi rispondeva: «Noi riformisti dobbiamo avere il coraggio del riformismo se vogliamo cambiare la società».
Ezio era una mente vulcanica. Dopo il Patto anti inflazione, lanciò anche un’altra proposta rivoluzionaria: lo Scudo europeo contro la disoccupazione. Gli feci anche una intervista per l’’Avanti!’. Il suo ragionamento era semplice ed affascinante: se l’Europa vuole avere un futuro non deve essere solo una comunità della finanza e dell’economia, deve occuparsi del problema del lavoro. Così lanciò la proposta di varare un fondo comune europeo in Ecu (l’allora l’unità di conto monetaria) per investire nell’innovazione, nella formazione e in attività ad alto tasso di occupazione. Ma l’idea rimase lettera morta.
Tarantelli fu incredibilmente preveggente: oggi il problema dell’Unione europea, a trent’anni dalla sua morte, non è più l’inflazione, ma proprio la disoccupazione oltre alla deflazione. Il 25 marzo si festeggiano i 60 anni dei trattati di Roma, firmati in Campidoglio nel 1957 per dare vita alla Cee (Comunità economica europea) tra i sei paesi pionieri dell’unità del vecchio continente. Sarebbe bello, sarebbe una scelta vincente se si riprendesse la proposta di Ezio Tarantelli dello Scudo europeo contro la disoccupazione.
Si darebbe battaglia a un tragico problema reale, a una gravissima piaga sociale. Si restituirebbe fiducia agli europei delusi dall’euro, impoveriti dalla Grande recessione internazionale del 2008 e dalla globalizzazione. Questa è una strada per combattere pericolosi razzismi, nazionalismi, populismi di destra e di sinistra. La proposta la mettiamo sul tavolo del vertice dei 27 paesi componenti la Ue, che proprio nella riunione celebrativa nella capitale italiana cercano di rilanciare l’ideale di unità, dopo il drammatico addio della Gran Bretagna pronunciato con il referendum del 23 giugno 2016. Speriamo che non si parli ancora una volta solo di finanza e si rinvii la discussione sull’occupazione.

Rodolfo Ruocco

Sfoglia Roma

La crisi del Pd e le scissioni a sinistra

Il renzismo è in crisi e con esso il modello di partito costruito dall’ex premier, segnato da un flebile segno programmatico, incentrato sulle idee di mercato, giovanilismo e di innovazione, e da un’accentuata visione oligarchica della politica. Un modello sconfitto pesantemente nel referendum costituzionale del 4 dicembre scorso e politicamente in crisi, al netto delle inchieste giudiziarie sul “cerchio magico” di Renzi.
Da questa situazione si sono originate le condizioni per la nascita di una nuova formazione politica, che si colloca a sinistra del Pd, i Democratici Progressisti, mentre in precedenza si era costituita Sinistra Italiana.
Qualche commentatore ha evocato una sorta di “maledizione” per la sinistra nel nostro Paese, quella delle scissioni del “Sol dell’Avvenire”.
Il 15 agosto 1882, quando a Genova nacque il Partito socialista con la sigla di Partito dei lavoratori italiani, che aveva in Andrea Costa il leader, non aderirono gli anarchici, che rifiutavano la via parlamentare e democratica per il movimento operaio a livello politico, mentre prendevano le distanze dal nuovo partito, per la sua ideologia marxista, le società operaie mazziniane e repubblicane. Poi, il 21 gennaio del 1921, la scissione di Livorno di Bordiga, Gramsci, Togliatti e Tasca dal Psi, con la nascita del Partito comunista d’Italia, che voleva importare la rivoluzione bolscevica avvenuta nel 1917 in Russia e il 4 ottobre del 1922, alla vigilia della Marcia su Roma di Mussolini, la nascita del Partito socialista unitario, di schietta tradizione riformista, di Turati, Matteotti, Treves, Modigliani e Buozzi, a cui si aggiunse nel 1924 il socialista liberale Carlo Rosselli, in contestazione al massimalismo del Psi del tempo.
E nel dopoguerra, l’11 gennaio 1947 a Palazzo Barberini a Roma, la nascita del Partito socialista dei lavoratori italiani guidato da Giuseppe Saragat (poi, nel 1952, Partito socialdemocratico a seguito della fusione avvenuta l’anno prima con il Psu di Giuseppe Romita), che in polemica con la scelta del Fronte Popolare del Psi di Pietro Nenni e Rodolfo Morandi e dell’alleanza con i comunisti e della scelta filo-sovietica, indica la via democratica e riformista nel campo occidentale.
I due tronconi socialisti si riunificano nel 1966 (per poi dividersi tre anni dopo), ma nel 1964 era avvenuta una nuova scissione, questa volta “a sinistra” del Psi, con la costituzione del Psiup, i socialproletari di Vecchietti e Basso legati al comunismo sovietico. Anche nel campo comunista si deve ricordare una scissione, anzi, secondo il centralismo democratico sul modello del Pcus, l’espulsione del gruppo del Manifesto, “reo” di frazionismo ed “eresia” rispetto al dogma ideologico marxista-leninista, oltre alla nascita, soprattutto dopo il ’68, di una miriade di gruppi legati a varie correnti ideologiche, dal trotzkismo al maoismo all’autonomia operaia: Lotta Continua, Servire il Popolo, Potere Operaio, Pdup, Dp alcune delle sigle.
Si arriva al crollo del Muro di Berlino e il Pci, guidato da Occhetto, con il sostegno di D’Alema e Veltroni, opera la “svolta” della Bolognina il 12 novembre 1989. E così il 3 febbraio del 1991 nasce il Pds, da cui si stacca Rifondazione comunista nello stesso anno e da quest’ultima, nel 1998, il Partito dei comunisti italiani guidato da Cossutta, da sempre sostenitore della linea “sovietista” e storico antagonista del revisionismo di Berlinguer e del compromesso storico.
Tutte queste rotture (ma molte altre sono avvenute, per tacere della diaspora socialista dopo la fine della leadership di Craxi) nel campo della sinistra italiana hanno avuto sempre un aspetto: la contrapposizione ideologica e programmatica, si potrebbe dire la dialettica quasi irriducibile tra diverse concezioni della politica e della società nel divenire storico. Una tensione che, invero, ai nostri giorni appare molto affievolita.
Purtroppo, dal congresso “straordinario” del Psi, non è venuta alcuna risposta ai problemi della sinistra nel nostro Paese e sul tema del ruolo dei socialisti in Italia, con una sorta di miracolistica attesa delle “decisioni di Renzi” novello Godot, nonostante da più parti sia avvertita l’esigenza che anche da noi si costituisca, finalmente, una forza realmente omologa alle socialdemocrazie europee, senza quelle derive centriste e “blairiste” che in Europa hanno prodotto la sconfitta del Pasok in Grecia e dei laburisti in Olanda o l’emarginazione dei socialisti in Spagna.
Ma la “questione-socialista” (e non delle sorti personali dei singoli socialisti!) rimane fondamentale per l’avvenire della sinistra italiana.

Maurizio Ballistreri

Il mercato e l’intervento
pubblico in economia

Dopo la Grande Depressione del 1929/1932, provocata dal crollo di Wall Street, si è preso atto del fatto che il mercato, in assenza di una sua regolazione, può avere come protagonisti solo gli “animal spirit” di keynesiana memoria; è ormai nella consapevolezza di tutti che il primo a diagnosticare i limiti del mercato non regolato del liberismo originario e ad indicare le modalità più appropriate per inaugurare una nuova politica economica, “in grado di segnare una sorta di rivoluzione copernicana nel campo della scienza economica”, è stato l’economista inglese John Maynard Keynes.

In un interessante articolo, “I ‘cinque giganti’ e la genesi del welfare State in Europa tra le due guerre”, pubblicato su “Storicamente”, la rivista scientifica on line di storia, supportata dal Dipartimento di Storia delle Culture e Civiltà dell’Università di Bologna, Andrea Rapini, ricercatore di storia contemporanea nella Facoltà di Scienze della comunicazione e dell’economia dell’ateneo di Modena e Reggio Emilia, non si limita però a descrivere la proposta di Keynes solo come nuovo orientamento della politica economica, fondato sull’affidamento alla “mano visibile” dello Stato la funzione “di risollevare l’economia dalla stagnazione, mediante un sostegno al potere d’acquisto dei consumatori, ovvero alla domanda aggregata”, per porre rimedio all’eccesso di offerta di beni e servizi prodotti. Rapini allarga la riflessione sulla proposta di Keynes, sino a considerarla come parte dell’esito più generale della rivoluzione realizzata dall’economista inglese nel campo della teoria economica; con l’incorporazione “dentro la società”, la “rivoluzione keynesiana” è valsa ad assegnare all’economia “argini e finalità, dopo svariati decenni di corsa imbizzarrita”.

Dopo il crollo di Wall Street – afferma Rapini – ad ogni latitudine dello spazio dissestato dal crollo “si diffonde un articolato discorso pubblico, che riconosce nel mercato abbandonato a se stesso il principale responsabile della crisi”. Negli Stati Uniti si inaugura un nuovo corso con lo scopo di rispondere, sia alla crisi dell’economia, che a quella della società in generale; in Europa i primi Paesi ad essere sospinti “verso le leve del potere politico” sono stati prevalentemente quelli caratterizzati dalla presenza al loro interno di partiti e sindacati ad indirizzo socialdemocratico.

Così, a metà degli anni Trenta, in Svezia, Norvegia e Danimarca, gli attori collettivi organizzati, quali i partiti socialdemocratici, sono diventati un punto di riferimento per molti altri Paesi, per la qualità delle scelte politiche finalizzate a promuovere “l’uscita dal ristagno mondiale”. Anche nel Regno Unito, le “Trade Unions”, braccio sindacale del Partito Laburista, congiuntamente all’imprenditorialità illuminata, hanno premuto sugli organi di governo perhé fosse attuata una “politica fiscale, che, ancorata a criteri di forte progressività”, potesse garantire il finanziamento di interventi pubblici a sostegno dell’occupazione e della ridistribuzione della ricchezza a favore delle fasce sociali più svantaggiate. In Francia, la proposta di Keynes non ha goduto dello stesso consenso riscontrato nei Paesi del Nord dell’Europa e nel Regno Unito; l’interventismo dello Stato nell’economia si è arrestato – afferma Rapini – “sulla soglia del programma ufficiale del Fronte Popolare, guidato dal socialista Léon Blum”; ciò, a causa della perdita del consenso dovuta alla presenza dei comunisti nel “Fronte” e al sopraggiungere della Seconda guerra mondiale. L’esperienza vissuta dai Paesi occidentali a regime democratico (USA e Paesi Europei) ha rappresentato, nel complesso, il tentativo di uscire dalla crisi avviata dalla Grande Depressione, attraverso l’integrazione della politica sociale restrittiva, propria del primo liberismo, con la politica economica articolata secondo la proposta keynesiana e, dunque, attraverso l’allargamento del “raggio d’azione“ della politica tout court, “nel quadro della democrazia formale”.

Negli anni trenta, però, – afferma Rapini – l’Europa ha sperimentato un altro tipo di interventismo pubblico in economia, quello attuato nei Paesi a regime non democratico, quali L’Italia fascista e la Germania nazista. Si è trattato di un’esperienza che, da alcuni punti di vista, ha accomunato i sistemi non democratici a quelli democratici, in quanto anche i primi hanno “messo in campo misure di intervento dello Stato nella società e nell’economia per curare gli effetti della crisi sugli individui e soccorrere le imprese”; ciò, al fine di evitare il ripetersi del crack dei mercati del 1929/1932 e il prolungarsi dei suoi effetti negativi. Tali misure sono state introdotte ed attuate al prezzo dell’eliminazione di ogni opposizione politica interna, con l’uso della violenza e la soppressione delle istituzioni democratiche.

Al tempo stesso, le dittature in Italia e in Germania, consapevoli che nessun sistema politico poteva reggersi attraverso l’uso della forza, hanno inaugurato una politica sociale tesa alla “cattura” del consenso sociale, attraverso però un esteso controllo politico; nonostante questo, l’espansione delle politiche sociali ha consentito alle dittature dei due Paesi dell’Europa occidentale, di avere successo nel perseguimento dell’obiettivo di far sentire alle proprie popolazioni che, benché private “dei diritti di cittadinanza politici e civili”, esse erano ugualmente rese partecipi delle strutture dello Stato e dei benefici elargiti. Tuttavia, a parte i punti di contatto dal punto di vista della politica interventista nell’economia e nella società, il loro Stato sociale – afferma Rapini – è risultato “percorso da una singolare tensione”: da una parte, la sua trasformazione in strumento “per la cura della vita all’interno della comunità nazionale”; da un’altra parte, il suo impiego “per procurare la morte all’esterno”, per il tramite della guerra, finalizzata ad assicurare un “posto al sole”, nel caso del fascismo italiano, o di un “Lebensraum” (uno spazio vitale), nel caso del nazismo tedesco. In ultima istanza, lo Stato sociale delle dittature, a meno dei pochi punti di sovrapposizione con quello dei Paesi democratici, è stato un “warfare State”, anziché un “welfare State”.

Nella seconda metà degli anni Trenta e durante gli anni del conflitto mondiale, il movimento antifascista e antinazista sviluppatosi in Europa si è impegnato, non solo ad organizzare l’opposizione alle dittature, ma anche ad elaborare le idee politiche e a pensare la natura delle strutture istituzionali con cui, dopo la sconfitta delle dittature, riuscire realmente a “vincere la pace”, come tempo prima era stato profetizzato da Keynes. All’elaborazione delle necessarie idee politiche e delle istituzioni utili allo scopo, il contributo principale è provenuto da Sir William Beveridge che, sulla scia delle elaborazioni teoriche di Keynes e di altri importanti economisti inglesi, ha predisposto una proposta complessiva, accolta ed attuata dal governo laburista di Clement Attlee, vincitore nel 1945 delle prime elezioni tenutesi nel ragno Unito dopo la fine del conflitto.

Beveridge, dopo essersi impegnato nella mobilitazione delle risorse del suo Paese durante la Grande guerra e nella direzione della London School of Economics negli anni Trenta, si era convinto che, per sottrarre le società al “fascino” delle dittature, occorresse contrastare queste ultime “sul terreno della cittadinanza, dimostrando concretamente la forza inclusiva di una democrazia rinnovata”. Su queste basi, Beveridge ha sostenuto la necessità di una riforma ab imis della politica sociale, incentrata su “un intervento articolato dello Stato nel campo sociale ed economico, per promuovere la libertà e l’uguaglianza”; su un intervento, cioè, alternativo al tradizionale “laissez-faire”, con l’introduzione di “politiche regolazioniste e programmatorie” idonee ad evitare che si ripetessero fenomeni del tipo di quelli che si erano verificati prima del crollo di Wall Street.

Per far valere la propria proposta, Beveridge ha fondato durante la guerra un gruppo di studio, che includeva lo stesso Keynes, la cui attività ha indotto il ministro del lavoro laburista Ernest Bevin, durante il governo di coalizione di Winston Churchill del periodo bellico, a nominarlo nel 1941 Presidente della Commissione per il riordino della previdenza sociale; la Commissione elaborerà il famoso “Report”, presentato nel 1942 al Parlamento inglese, col titolo “Social Insurance and Allied Services”, nel quale è stata sancita la “centralità della sicurezza sociale”; un principio, questo, che ha statuito l’impegno dello Stato a garantire a tutti i cittadini un “reddito minimo di sopravvivenza”, per rimuovere le cinque grandi piaghe (miseria, malattia, ignoranza, degrado abitativo e disoccupazione), che sino ad allora avevano minacciato la dignità umana.

Il piano Beveridge è andato ben oltre l’impegno previdenziale dello Stato contro le grandi piaghe prima indicate, considerato che, nel 1944, con la pubblicazione di un secondo “Report” dal titolo “Full Employment in a Free Society”, è valso ad affermate “che le imprese private possono essere incapaci di assorbire interamente l’occupazione”; per cui, quando ciò si fosse verificato era compito dello Stato far sì che la forza lavoro disoccupata venisse impiegata nell’esecuzione di opere pubbliche, finanziate con un’appropriata politica di bilancio. L’eco europea delle proposte di William Beveridge, già diffusosi durante gli anni di guerra, è aumentato ulteriormente nel dopoguerra, allorché le proposte sono state definitivamente accolte, quasi integralmente, dal governo laburista postbellico. I diritti sociali, che venivano così ad essere garantiti da una protezione legale, sono divenuti la base della rifondazione della democrazia e della cittadinanza di gran parte dei Paesi dell’Europa occidentale, al punto da essere richiamati nelle loro Carte costituzionali.

In questa prospettiva, nella scrittura della Costituzione italiana del dopoguerra, il diritto al lavoro è diventato addirittura il “simbolo di fondazione della Repubblica”, per via del fatto che i Padri costituenti hanno inteso sostituire, come destinatario della norma, “all’astratta figura del cittadino indifferenziato quella dell’essere reale, visto nella concretezza dei bisogni”. Tuttavia, negli anni successivi, l’Italia, come afferma Rapini, ha vissuto “una divaricazione tra la costituzione formale  e quella materiale”, non solo perché la soddisfazione del diritto al lavoro ha dovuto “sottostare continuamente a relazioni di potere sociali e politiche”, ma anche e soprattutto, a partire dalla fine degli anni Settanta, perché l’evoluzione del sistema capitalistico di produzione ha originato il fenomeno della disoccupazione strutturale irreversibile, del tutto sconosciuto ai Padri costituenti e di impossibile rimozione con il sistema di sicurezza sociale vigente, realizzato sulla base dell’accoglimento parziale della proposta complessiva di William Beveridge.

Come si è detto, la proposta originaria dell’economista inglese prevedeva di fondare la centralità della sicurezza sociale sulla corresponsione a tutti cittadini di ogni Stato di un “reddito minimo di sopravvivenza”; il sistema di sicurezza sociale realizzato in Italia ha, invece, sostituito il diritto al reddito con il diritto al lavoro, la cui soddisfazione è divenuta successivamente pressoché impossibile. E’ questo un problema la cui soluzione, per tante ragioni, ha stentato, e continua a stentare, ad entrare nell’agenda politica dei governi che si sono succeduti alla guida del Paese; sin tanto che questo problema non sarà risolto, rimarrà sempre attuale quanto ebbe a dire Lelio Basso, che è stato uno dei protagonisti in sede costituente nella stesura dei “Principi fondamentali” della Costituzione: “Finché non sarà garantito a tutti il lavoro – egli ha detto – non sarà garantita a tutti la libertà; finché non vi sarà giustizia sociale, non vi sarà veramente democrazia politica; o noi realizzeremo interamente questa Costituzione, o noi non avremo realizzato la democrazia in Italia”.

Sulla base di quanto si è detto circa la capacità dei moderni sistemi economici di garantire a tutti il lavoro, va da sé che il passo citato del costituente Lelio Basso andrebbe letto sostituendo il termine lavoro con quello di reddito; ai futuri governi del Paese spetterà quindi l’onere di realizzare questa opportuna sostituzione; pena, se ciò non dovesse accadere, quanto preconizzato da Basso, ovvero il rischio di perdere la democrazia.

Gianfranco Sabattini

Olanda: Wilders non trionfa, i socialdemocratici affondano

Wilders non ha sfondato, Rutte ha vinto male ma, soprattutto, i socialdemocratici (il Pvda) pagano con un tracollo (da 28 ad appena 9 seggi la partecipazione alla coalizione di governo mentre l’Sp, più a sinistra, ne ha presi 14 e i verdi ha addirittura moltiplicato per quattro la rappresentanza parlamentare, 16 contro i precedenti 4). Matteo Salvini e Marine Le Pen dovranno rinviare ad altra data i primi festeggiamenti: il partito della libertà xenofobo e islamofobo come si conviene all’attuale sovranismo non è riuscito a sfondare in Olanda. Ha ottenuto un buon successo, ha di fatto imposto l’agenda politica degli ultimi anni ma non è riuscito a trionfare: il Pvv ha ottenuto 19 seggi, quattro in più delle precedenti elezioni. Mark Rutte, con il suo Vvd (i liberali di destra) calerebbe di 10 seggi (31 invece di 41) ma resterebbe sempre al comando del primo partito e quindi in corsa per ottenere il terzo mandato da premier. Pur tenendo, calano di un seggio i socialisti dell’Sp.
Migliorano notevolmente le proprie posizioni i democristiani (da 13 a 16) e soprattutto i liberali progressisti (da 12 a 19). Ma i grandi sconfitti sono soprattutto i socialdemocratici guidati da Sharon Dijksma che senza giri di parole ha affermato: “Un colpo durissimo, un graffio alla nostra anima”. Il Pvda è il partito di Jeroen Dijsselbloem, capo dell’eurogruppo, una delle vestali europee delle politiche di austerità.
È evidente che la sconfitta del partito dei lavoratori è anche la conseguenza della partecipazione a un governo che a livello economico ha seguito i principi delle politiche liberiste. A Bruxelles tireranno un primo sospiro di sollievo ma al di là del temporaneo scampato pericolo, anche queste elezioni olandesi devono essere interpretate come un ultimo avviso ai naviganti: o si cambia rotta o si affonda. E questo vale soprattutto per le sinistre.

Blog Fondazione Nenni

L’oscurantismo
del “passo indietro”

Lotti non lo conosco.
A meno che non sia quello dei cartoni animati sul golf.
Ma prima ancora di commentare la mozione di sfiducia Grillin-Leghin-Sinistrina sponsorizzata dal Fatto Quotidiano, mi preme sottolineare su quale concetto brutalmente ignorante ed oscurantista della ragione si basi la richiesta di dimissioni o “passo indietro”.
Siamo al disconoscimento dell’abc dello Stato di Diritto, alla gratuita distribuzione di ignoranza: in uno Stato civile, moderno, l’onere della prova sta all’accusa, non alla difesa.
È l’accusa che deve dimostrare, fugando ogni dubbio, la colpevolezza dell’imputato e non il contrario.
Questa frase andrebbe impressa alla maniera di “Inglorius Basterds” di Tarantino nella mente (o sulla fronte) di chi si fa portatore, a livello giudiziario, politico e mediatico del messaggio contrario.
Ebbene, su quali “prove cartolari” si basano le accuse a Lotti nell’inchiesta del PM Woodcock (sulla cui serie di insuccessi non mi dilungo)?
Si basano sulle dichiarazioni di una persona che ora, quelle stesse dichiarazioni sta piano piano limando, edulcorando.
Quindi si basano sul nulla.
E sul nulla si basa la mozione di sfiducia, ma lo fa portando con sé una responsabilità: quella di foraggiare l’ignoranza giuridica e civile, conteibuendo all’abbrutimento della società in cui viviamo.
O sopravviviamo.

La crisi dell’idea di “Socialismo” secondo Alain Badiou

Alain Badiou, dopo aver maturato l’idea comunista secondo “un’impronta maoista”, in occasione di un incontro con Peter Engelmann, filosofo tedesco, anch’egli comunista, critica il processo degenerativo che ha investito tale idea all’interno di quei Paesi che hanno vissuto l’esperienza del cosiddetto “socialismo reale”. Del testo di questo dialogo, svoltosi fra i due filosofi nel 2013, “Micromega” (1/2017) propone la traduzione, divisa in due parti, col titolo “La filosofia e l’idea di comunismo”.
L’interesse del dialogo, afferma Giorgio Cesarale nella sua introduzione, è la differente esperienza maturata dai due filosofi: mentre quella di Badiou è stata vissuta “all’interno di una delle roccaforti dell’Occidente liberale capitalistico, quella francese, Engelmann ha conosciuto dal vivo la traiettoria dei Paesi del ‘socialismo reale’, per essere stato condannato, nel 1972, a scontare, per motivi politici, due anni in un carcere della Stasi a Berlino Est” (riuscendo poi ad evadere e a rifugiarsi, nel 1973, nella Repubblica Federale Tedesca).
“Lo scetticismo verso le potenzialità dell’idea comunista che Engelmann ha derivato dalla sua vicenda esistenziale – afferma Cesarale – serve nel dialogo a fare da contrappunto alla perorazione fattane da Badiou”; le considerazioni di quest’ultimo, tuttavia, non sono una pura e semplice critica del fallimento cui l’idea è andata incontro nel corso dell’esperienza del XX secolo, in quanto sono anche una esplicita riflessione riguardo alla individuazione delle cause che ne hanno determinato il fallimento. L’idea comunista e, più in generale, quella socialista, secondo Badiou, non è da considerarsi irrimediabilmente irrecuperabile, a causa del suo legame a un passato tragico; essa ha ancora senso, perché come non si può rinunciare all’idea di Cristianesimo, per via dell’Inquisizione, così non si può rinunciare all’idea di comunismo o di socialismo, per via dello stalinismo.
Nella prima parte del dialogo, Badiou espone i presupposti sui quali è fondata la sua idea comunista; in particolare, si intrattiene nel circostanziare il concetto di “soggetto”, mentre nella seconda parte egli illustra i motivi del fallimento al quale sono andati incontro quegli Stati, come l’URSS, che hanno tentato di realizzarla, attribuendo i motivi dell’insuccesso al fenomeno della “rappresentanza”.
Nell’analisi di Badiou, la categoria del soggetto svolge un ruolo esplicativo della natura dell’attività politica; ciò perché – egli afferma – “la politica è l’ambito che meno di ogni altro può rinunciare al soggetto”. Essa “è questione di orientamenti, di azione, di scelte e di principi; esige un soggetto, una dimensione soggettiva”.
Di conseguenza, il tentativo di ridurre la politica a un “contenuto oggettivo” porta solo ad una condizione in cui non si sa più “cosa sia l’agire politico propriamente detto, in quanto azione consapevole, libera e costruttiva”. Secondo Badiou, il soggetto della storia “è una creazione, una costruzione non un dato”, mentre la “figura di individuo […] è invece un dato”. Individuo e soggetto non sono quindi, per il filosofo francese, la stessa cosa; anzi “sono due termini – egli afferma – fondamentalmente contrapposti, anche se gli individui sono sempre chiamati a divenire soggetti o a entrare in un soggetto” e la chiamata avviene sempre in “nome di un processo”, qual è, ad esempio, quello politico.
La particolarità del soggetto, nella prospettiva di analisi di Badiou, è legata alla capacità dell’”individuo di non essere più unicamente al servizio della sua particolarità”, ma di essere “parte integrante e attiva nella costruzione di qualcosa che ha un valore universale”. Il concetto di individuo designa, un “movimento intermediante” tra i “limiti particolari, individuali, biologici, culturali, nazionali dell’individuo e qualcosa che ha un valore universale”, che oltrepassa la limitazione originaria. Il soggetto inteso in questo senso, “emerge nel momento in cui l’individuo ha la possibilità di oltrepassare la propria singolarità […] e di costruire, di edificare qualcosa il cui valore possa essere universale”.
Al fatto che nell’azione politica di costruzione dell’idea comunista non si sia tenuto conto della differenza tra soggetto e individuo è da ricondursi la causa del fallimento del comunismo reale. Ciò perché, a differenza di Marx, – afferma Badiou – che considera ontologicamente il “proletariato” una categoria universale, in quanto coloro che lo esprimono, essendo il “nulla”, rappresentano l’universalità del negativo; nella tradizione staliniana, invece, il proletariato “lungi dal costituire unicamente una negatività, diventa una sostanza rappresentativa”, espressa, questa, dal partito, rappresentato da Stalin. In tal modo, si è passati da una categoria universale, il proletariato, che per via di successivi rapporti di rappresentanza si è rovesciata nel suo contrario, in quanto un solo individuo ha preteso di “rappresentare il movimento dell’universale”. Tutto ciò è avvenuto a causa del ricorso all’idea riduttiva di rappresentanza, cioè all’idea sbagliata, secondo Badiou, che un elemento dell’esistente possa rappresentare tutti gli altri.
L’idea di rappresentanza è strettamente legata all’idea di partito. Essa riguarda – afferma il filosofo francese – “la grande svolta filosofica che […] comincia alla fine del XIX secolo con lo sviluppo, in Europa, dei partiti socialdemocratici”; si tratta di un’idea che ha “completamente falsato” quella di democrazia e che, nel caso dell’esperienza sovietica, è culminata nella struttura di partito leninista e poi stalinista, nel quale l’universale era, appunto, solo rappresentato. La “santificazione del partito” non è stata opera di Stalin, egli l’ha solo ereditata, diventando tra l’altro un erede violento, in quanto una volta conquistato il potere lo ha esercitato in modo assoluto, rovesciando l’”originaria universalità dell’idea di comunismo” nel suo contrario, mentre l’”agente di questo rovesciamento è stata l’idea di rappresentanza; questa stessa idea, in virtù della quale il partito rappresentava il proletariato, e Stalin il partito a livello internazionale, ha comportato che il socialismo venisse rappresentato in un luogo definito, in palese contraddizione con l’idea di internazionalismo, della quale il partito di Stalin pretendeva d’essere il portatore.
Le considerazioni che Badiou svolge riguardo all’origine dell’idea di rappresentanza sono interessanti; il momento centrale in corrispondenza del quale tale idea si è imposta dovrebbe risalire alla sconfitta della Comune di Parigi, che ha fatto sì “che il bilancio di tutte le forme di spontaneismo rivoluzionario risultasse negativo”; le conseguenze sono state così rovinose, da indurre tutti a pensare che, nella storia politica, le sconfitte sono drammatiche, non tanto per il fatto in sé, quanto per il radicarsi del convincimento che, per evitare le conseguenze negative, fosse necessario un “partito strutturato”, cui delegare la rappresentanza di quanti si identificano nella causa del partito.
La sconfitta della Comune negli anni successivi al 1871 ha suggerito l’ipotesi che solo grazie alla presenza di un partito rappresentativo e disciplinato si potesse sperare nel conseguimento di determinati obiettivi politici. Sul piano internazionale – afferma Baidiou – la Rivoluzione d’Ottobre “è stata vissuta come la rivalsa della Comune di Parigi”. Qust’ultima era stata soffocata nel sangue, ma nel 1917 la rivoluzione ha trionfato, con un impatto pubblico diffuso nel mondo; si è trattato infatti di una rivoluzione vittoriosa, al contrario di quella della Comune, la cui disfatta ne aveva completamente occultato gli aspetti positivi, quali, da un lato, l’assenza di terrore e dell’idea di rappresentanza e, dall’altro, la presenza di più democrazia e di una maggior convergenza di tendenze diverse, ma univocamente orientate. Tutti questi aspetti positivi – afferma Badiou – sono stati rimossi dalla sua sconfitta. La Rivoluzione del 1917 è stata invece l’esito di un “comunismo militare”, giustificato dal fatto che esso era riuscito ad avere successo grazie alla “disciplina di ferro”, plasmando la società sovietica attraverso la violenza, i gulag, la tortura e l’accoglimento dell’idea che, se qualcuno avesse “disturbato” la realizzazione del socialismo, poteva essere soppresso fisicamente.
Di fronte al fallimento del “comunismo da caserma”, qual è stato quello sperimentato con lo stalinismo, Badiou è del parere che, per realizzare il socialismo, occorra rimuovere la violenza e che gli individui che ne organizzano la necessaria azione debbano agire fuori dall’idea di rappresentanza a tutti i livelli; perché poi l’idea socialista possa essere perseguita, occorre fare affidamento solo su esperienze politiche locali, fuori da ogni prospettiva di poterla perseguire a livello mondiale. A questo livello, secondo Badiou, è solo possibile discutere se l’idea possa essere riproposta oppure no, mentre, “a livello della politica concreta”, è possibile “lasciare alle esperienze locali” il tempo necessario perché essa si sviluppi, sia conosciuta e sia interiorizzata dalla generalità degli individui. Tuttavia, anche a livello locale, permane il problema della tentazione, da parte di chi organizza l’attuazione dell’idea socialista, di “assumere un potere su ciò che pensano le persone e quindi sull’intera società”.
Quando però una società finisce con l’essere rappresentata, significa che essa cessa di essere creativa, ed è questo il motivo per cui l’idea socialista ha mancato di essere realizzata nella società stalinista ed in quella cinese, senza riuscire nell’intento di porre rimedio agli eccessi della società capitalistica, che era poi il motivo per cui essa veniva perseguita. Ai fini della realizzazione dell’idea socialista, sarebbe stato necessario riorganizzare l’istituto della proprietà, istituzionalizzando, accanto a quella privata ed a quella dello Stato, anche la proprietà collettiva.
I motivi per cui questa forma di proprietà è stata trascurata vanno ricondotti, a parere di Badiou, al convincimento che, per realizzare l’idea socialista, fosse necessario “entrare in rapporti di concorrenza con il mondo capitalistico”, al fine di raggiungere i suoi stessi traguardi economici; ciò, però, all’interno delle società che hanno perseguito l’intento di realizzare l’idea socialista, è valso solo a sacrificare l’istituzionalizzazione di una “vera proprietà collettiva”; per cui, dopo l’esperienza negativa della Comune di Parigi, si è pensato “che il modello della disciplina militare fosse indispensabile per giungere alla vittoria”; ovvero è parsa inevitabile la formazione di “una proprietà di Stato autoritaria e coercitiva”, consentendo al partito che esprimeva la rappresentanza dell’intera società di organizzare il funzionamento dell’economia secondo la logica di un “modello militare”, che non aveva niente a che fare con la realizzazione dell’idea socialista.
I fallimenti cui sono andati incontro sinora i tentativi di realizzare l’idea socialista non implicano – afferma Badiou – il suo abbandono; egli ritiene che sia più interessante riabilitare l’idea, piuttosto che abbandonarla, pensando che essa sia “stata compromessa da accadimenti terribili”, sebbene “esprimesse un proposito assai encomiabile” desiderabile ancora oggi, forse più di ieri.
D’altronde – conclude Badiou – tutte le idee hanno una storia travagliata e accidentata; al presente, anche quella di democrazia popolare è, a parere di molti costituzionalisti, irreversibilmente compromessa, a causa della crisi della rappresentanza; ciò non significa che all’idea di democrazia popolare, come a quella socialista, si debba rinunciare, così come non si è rinunciato al Cristianesimo, per via dell’Inquisizione. Quando un’idea è forte, è anche esposta al peggio, come in fin dei conti sta a dimostrare la storia del Cristianesimo; il suo dramma – sostiene Badiou – è stato “in ultima istanza Costantino”, ossia il momento in cui il Cristianesimo è diventato religione di Stato.
Se l’idea di democrazia, come quella di socialismo, in quanto idee forti, sono esposte, e lo sono davvero, al rischio che qualcosa o qualcuno porti a realizzarle in nome e per conto di chi le condivide, senza alcuna possibilità di poterne controllare le decisioni, quale futuro è plausibile attendersi? Certo, arroccarsi, come suggerisce Badiou, dietro esperienze politiche locali, fuori da ogni pretesa di conservare o di realizzare le idee nelle quali si crede, per far fronte ai mali del mondo attuale, confidando che il dibattito culturale coinvolga nel processo aree sempre più estese della scena mondiale, può essere un valido, ma temporaneo, ripiego. Ma quelle idee, senza il riferimento ad una visione globale, corrono il rischio d’essere condivise solo in condizioni di “accerchiamento”; fatto, questo, che varrebbe a negar loro ogni possibilità di sopravvivenza.

Gianfranco Sabattini