Liberismo di sinistra: gli errori dei compagni Alesina, Giavazzi, Cerasa

Uno dei drammi di questo paese è un dibattito intellettuale su questioni politiche che fa cascare le braccia, perché basato su assunti insensati e perché sostenuto con argomentazioni vecchie come il cucco. Particolarmente esemplificativo di quanto sto dicendo è il dibattito che imperversa in questi giorni sulla globalizzazione e sul liberismo come categoria di sinistra. Tralascio la questione della globalizzazione che viene affrontata come se fossimo al tempo di Ricardo e mi concentro sul liberismo di sinistra.

Partiamo da Alesina e Giavazzi che hanno un modo molto particolare di argomentare. Che fanno? Prendono un pezzetto di gesso e su una lavagna tracciano una linea. Da una parte i buoni, dall’altra i cattivi.

Poi dalla parte dei buoni scrivono la parola liberismo, dalla parte dei cattivi, tutto quello di brutto che gli passa per la testa, da collettivizzazione integrale dei fattori della produzione, alle carestie; dal monopolio alle epidemie, da una burocrazia fannullona e spendacciona al trapano del dentista; da una società di corrotti e raccomandati alle coliche renali. Quando si sono stancanti, sentenziano: chi è contro il liberismo è a favore di tutto questo orrore. E il gioco è fatto. Chi mai, infatti, potrebbe schierarsi a favore del trapano del dentista o delle coliche renali? Nessuno ed ecco allora che scatta l’applauso per il liberismo, che ormai risplende della luce della salvezza.

Allo stesso esercizio si dedica anche Claudio Cerasa che il 21 febbraio scorso fa passare l’idea che è di sinistra chiudere al mercato; è di sinistra combattere la ricchezza; è di sinistra aumentare le tasse a tutti; è di sinistra far aumentare la disoccupazione; è di sinistra difendere le rendite di posizione e i monopoli. Verrebbe quasi da dire che è di sinistra essere stupidi, ottusi e masochisti. Ma, a onor del vero, il direttore de Il Foglio queste cose non le dice.

Vale la pena allora fare qualche precisazione e provare a ragionare, evitando la propaganda politica. Partiamo dal principio. Liberismo non è sinonimo di liberalismo. Il liberale pragmaticamente ritiene che la concorrenza e la legge della domanda e dell’offerta siano in grado di produrre cose buone e che cose meno buone. E’ compito della mano pubblica tentare di eliminare le seconde e favorire le prime. Ciò significa che lo Stato non può limitarsi al ruolo di guardiano notturno della proprietà privata, agnostico in materia economica e sociale. Ma deve – questo è il punto di partenza del dibattito in Prima Sottocommissione in Assemblea Costituente tra La Pira, Lussu, Togliatti, Dossetti – andare oltre la concezione liberale ottocentesca ed adoperarsi affinché la maggioranza delle persone possa uscire vincitrice dalla lotta economia che si svolge nel mercato, altrimenti se i più si impoveriscono allora anche le fondamenta istituzionali delle liberal-democrazie vacillano.

In sintesi, la sola economica di mercato non riesce a creare quella ricca e prospera classe media che – da Aristotele in poi – è ritenuta essenziale per la salute di una liberal-democrazia. In questo senso, come sia possibile sostenere che il liberismo produce redistribuzione della ricchezza, come fa Giavazzi nell’intervista a Luciano Capone su Il Foglio, almeno per chi scrive, resta un mistero. Luigi Einaudi, non Gramsci, a tale proposito afferma che: “se si lascia libero gioco al laissez faire, passer, passano soprattutto gli accordi e le sopraffazioni dei pochi contro i molti, dei ricchi contro i poveri, dei forti contro i deboli, degli astuti contro gli ingenui”.

Ma andiamo oltre. Il liberista, al contrario, crede che la mano invisibile del mercato è sempre in grado di produrre una perfetta allocazione delle risorse e quindi di favorire sempre l’interesse generale. In sintesi, la mano invisibile e le leggi della concorrenza non sbagliano mai. Pertanto qualsiasi intervento della mano pubblica non può che produrre distorsioni e quindi spreco di risorse e persino il tempo essenziale della giustizia sociale non è altro che, per dirla con Hayek, il padre del revival liberista degli ultimi quarant’anni, un modo diverso per dire invidia sociale.

Dovrebbe essere chiaro a questo punto che il liberismo altro non è che una visione ideologica che nulla ha a che fare con la scienza economica. Ed è ancora Einaudi, e non Togliatti, a dirlo: “Non v’è più nessuno il quale dia alla regola empirica del lasciar fare e del lasciar passare (cosiddetto liberismo economico) valore di legge razionale o morale; ma non oserei neppure affermare che vi sia tra gli economisti chi dia al «liberismo» quel valore di «legittimo principio economico» che il Croce sembra riconoscergli indiscutibilmente”. In sintesi, “la scienza economica” – è ancora Einaudi che parla – “non ha nulla a che fare con la concezione religiosa del liberismo”.

Se così stanno le cose, se il liberismo assolutizzato è una concezione religiosa, allora non aveva torto George Soros quando definiva i suoi adepti dei “fondamentalisti di mercato”, i quali attribuiscono al mercato e alle sue leggi un ruolo salvifico, proprio come i marxisti-leninisti attribuivano un ruolo salvifico alla classe operaia. Gratta gratta e sotto la patina sottile dell’individualismo si scopre il solito anelito ad una formula valida sempre e comunque, un bisogno di fede nell’infallibilità di qualcuno o qualcosa sia esso dio, il proletariato, il capo, il mercato, lo Spirito, il Volk, la razza.

Ancora. Liberismo non è sinonimo di liberalizzazioni. Si può avversare il liberismo, dogma di fede nell’infallibilità del mercato, ma essere a favore della liberalizzazione di settori chiusi alla concorrenza, a condizione però che tali liberalizzazioni servano ad aumentare il benessere collettivo e non siano fatte solo per atto di fede. A tale proposito Churchill, non Stalin, ha scritto: “io non voglio vedere fiaccato il vigore della concorrenza, ma possiamo fare molto di più per mitigare le conseguenze per chi non ce la fa. Vogliamo tracciare una linea al di sotto della quale non permetteremo che le persone vivano o lavorino, ma al di sopra della quale si deve competere con tutta la forza che un essere umano ha. Vogliamo una libera concorrenza che sia motore di progresso, non una libera concorrenza che trascini le persone verso il basso”.

Inoltre, chi critica il liberismo non si schiera affatto dalla parte della società chiusa, o è un nemico del mercato e della globalizzazione. Criticare il liberismo non significa essere contro la concorrenza, né contro il merito, né contro le riforme o essere a favore del censo e della rendita. Tutelare chi non ce la fa (che tra l’altro è un dovere che la Costituzione impone alle istituzioni) o garantire a tutti una parità di punti di partenza, non significa affatto essere contrari alla meritocrazia, come il duo Alesina-Giavazzi vorrebbero far credere nel loro articolo sul Corriere della Sera dello scorso 21 febbraio intitolato “Liberismo, merito, spesa la sinistra è sempre ferma”.

Perché poi ad avversare il liberismo si cada per forza di cose nel capitalismo di Stato resta un mistero. “Cominciamo – scrivono i due autori nell’articolo appena citato – dalla cosiddetta «politica industriale», cioè un ruolo attivo dello Stato nello scegliere i settori su cui puntare o da proteggere dalla concorrenza internazionale”. Anche qui ci sono dei passaggi troppo bruschi. In primo luogo, non è detto che a selezionare i settori su cui investire sia lo Stato, che può delegare la scelta a degli scienziati di chiara fama, per fare un esempio, e limitarsi al ruolo di finanziatore di ultima istanza, né è detto che la politica industriale significhi per forza di cose protezionismo.

Sostenere poi che il Jobs Act sia cosa di sinistra, o meglio che “sia un’innovazione straordinaria” come fa Giavazzi su Il Foglio il 23 febbraio è davvero incredibile. Si invoca la flessibilità del mercato del lavoro, sostenendo che è cosa normale in tutta Europa (il che è vero), ma si tace sul fatto che in Europa è presente anche una ricchissima e funzionante rete di sostegno sociale per chi perde il lavoro. Come scrive Giovanni Perazzoli nel suo splendido “Contro la miseria” (Laterza, 2014), l’Italia è “un paese dalla flessibilità anglosassone ma con un sistema di tutele del reddito da Europa orientale”.

E ancora, avversare il liberismo non significa affatto voler porre fine alla globalizzazione e ai liberi commerci, che sono motore di progresso e di pace a livello globale, né per questo significa ammiccare a sovranisti e protezionisti.

Inoltre, ridurre la spesa pubblica (o “affamare la bestia”, e cioè lo Stato, come dicono i neoliberisti) non è di per sé né di destra né di sinistra. Dipende da cosa si taglia. E’ grave però che i due autori facciano passare l’idea che chi si oppone al liberismo voglia scialacquare il denaro pubblico.

L’articolo summenzionato del duo Alesina-Giavazzi, si chiude, così come si era aperto, con un interrogativo alla Gaber su cosa sia di destra e cosa sia di sinistra. E per quanto riguarda la sinistra la risposta che danno è chiara: il liberismo è di sinistra (riprendendo il titolo di un loro fortunato libero del 2007).

Alla luce di ciò, argomentano, ben venga la scissione del PD, che consentirà ora a Matteo Renzi di gettare la maschera e poter finalmente fare il liberista alla luce del sole e senza doversi scusare con i compagni della sinistra del partito.

Tuttavia, la risposta del duo è sbagliata e a dirlo è la stessa Costituzione, dalla quale si evince che una sinistra costituzionalmente compatibile, che cioè ha smesso di vagheggiare più o meno lontane fuoriuscite dal capitalismo o abolizioni della proprietà privata, è una sinistra liberal-socialista, che pone al centro del proprio programma la garanzia a tutti dei diritti sociali; mentre una destra repubblicana è quella liberal-liberista, che pone al centro del proprio programma le libertà liberali, con l’accento sulla tutela del mercato e della libera impresa.

Se così stanno le cose, allora una sinistra liberista non è altro che un ossimoro, una contraddizione in termini, un ibrido sterile, che non produce nulla e scontenta tutti, tranne gli estremisti che grazie agli insuccessi delle forze moderate alle prossime elezioni potrebbero fare un pantagruelico banchetto.

Nunziante Mastrolia

La “società civile” dopo la Prima Repubblica

A commento del 25° anniversario di “Mani pulite” riemerge un pensiero del grande filosofo Norberto Bobbio che su “La Stampa” del 20 gennaio 1993 scriveva: «La prima Repubblica è proprio finita. Non lo dico, come la maggior parte degli italiani, con un sospiro di sollievo o addirittura con aria di trionfo. Lo dico con un senso di amarezza, non perché creda che non meriti di fare la fine ingloriosa che sta facendo, ma perché una conclusione così miseranda è l’espressione del fallimento di tutta intera la nazione, e non solo della classe politica che è ormai continuamente e rabbiosamente messa sotto accusa da parte di coloro che per anni l’hanno sostenuta e le hanno offerto il consenso necessario per governare. Come paese democratico, come Stato di liberi cittadini, abbiamo fatto, bisogna riconoscerlo, una pessima prova».

Dov’è finita infatti nel corso di oltre un ventennio tutta la cosiddetta «società civile» che pretendeva di essere così «antropologicamente differente» dai politici detronizzati? È passata di mano in mano da un demagogo populista all’altro, scoprendo volta a volta che si metteva in mani sempre peggiori. La storia ci ha spesso raccontato passaggi simili, ma quanti conoscono la storia, e se anche la conoscono, quanti la meditano? “Quante volte un uomo deve guardare verso l’alto prima che riesca a vedere il cielo?” avrebbe poeticamente sentenziato Bob Dylan in Blowin’ in the Wind.

Al proposito lo studioso Angelo Panebianco, commentando il recente libro di Paolo Mieli ‘In guerra con il passato. Le falsificazioni della storia’, scrive: «Non si è mai estinto il vizio di mettere in piedi processi per corruzione o sottrazione di denaro pubblico contro gli avversari politici». Cita un caso antico ma efficacemente emblematico: «Il processo contro Verre, ex propretore il Sicilia, che diede tanto lustro al suo inflessibile accusatore Marco Tullio Cicerone, non sarebbe stato imbastito se Verre non fosse stato legato alla fazione politica perdente, quella di Silla». E conclude in maniera che sarà considerata dissacrante dai nostri moralisti mendaci: «Nelle cronache degli ultimi decenni, qui in Italia, anche se non solo, possiamo trovare diversi casi che hanno affinità con quella vicenda storica». Dall’antichità all’età contemporanea è detto parecchio in poche parole, svelando un meccanismo che regola spesso la contesa pubblica.

Per esempio, il bilancio di “Mani pulite” – a partire dalla pretesa moralizzazione, si è risolto con effetti opposti: il giurista Michele Ainis pochi anni orsono ha ricordato che «all’alba degli anni ’90 la classifica di Transparency International – l’Associazione che misura l’indice di percezione della corruzione, partendo dai Paesi migliori – situava l’Italia al 33° posto nel mondo; ora siamo precipitati alla 69.a posizione». D’altronde cosa poteva esser successo fino ai primi anni ’90 in una situazione come quella italiana, che se appariva per diversi aspetti problematica, non era radicalmente dissimile dagli altri paesi progrediti d’Europa? Carla Collicelli, vicedirettore del Censis, ebbe a dichiarare – sulla scorta del fatto che il reddito nazionale era cresciuto di circa cinque volte dal 1950 al 1990 collocando l’Italia fra i paesi a più elevato tenore di vita nel mondo – esattamente quanto segue: «Il periodo fino al 1992 indicato come più corrotto è anche quello nel quale l’Italia è cresciuta di più. Ora, siccome è senz’altro vero che è la corruzione a bloccare lo sviluppo nei paesi poveri, l’Italia non doveva essere poi così corrotta». Un invito alla riflessione, che avrebbe dovuto portare ad affrontare con una condivisa soluzione politica il problema sempre più emergente del finanziamento della politica, un problema anch’esso non solo italiano ma europeo. Ma mentre in Europa si seguì la strada del confronto istituzionale e civile, in Italia si preferì la via giudiziaria.

Fortunatamente un numero sempre maggiore di osservatori imparziali si è interrogato sulla «pessima prova» data dall’Italia nei primi anni ’90, secondo le accorate osservazioni di Norberto Bobbio. Porre rimedio a quella «prova», cercare di non ripeterla con strepiti e danni miserabili, resta il compito di un’avvertita opinione pubblica e di una politica mite e democratica pronte – secondo il magistero di Benedetto Croce – «a cercare lumi nel passato per comprendere cosa sia meglio fare nel presente».

Nicola Zoller

Roma, lo stadio
e l’armata Brancaleone

Come ha autorevolmente affermato Paolo Portoghesi in un paese civile dovrebbe essere il Comune a scegliere la collocazione dello stadio offrendo gratuitamente il terreno e dando vita ad un concorso internazionale di progettazione. L’Urbanistica è materia complessa e tuttavia è quella che più si avvicina alla sfera degli interessi politici. In senso nobile, perché è evidente che l’oggetto dell’una coincide con  quello dell’altra: la polis. Che non è solo ordinamento e comunità ma anche territorio. In senso meno nobile perché sono noti gli appetiti e gli interessi speculativi che scatena e che la buona politica dovrebbe contenere e mettere ai margini. Tuttavia essa è retta da un insieme di norme e regole complicate e, soprattutto, vecchie.

Sorprende che nessuna forza riformista di governo abbia messo al centro dei propri programmi la riforma della legge quadro sull’urbanistica, che risale ormai al 1942, quando la realtà era lontanissima da quella attuale. Da allora si sono susseguite una serie di leggi e normative che hanno integrato e parzialmente modificato il testo del 1942 senza mai giungere ad un testo unico compiuto ed organico. Occorrono anni per approvare un piano regolatore, tra autorizzazioni, deduzioni e controdeduzioni. Quando poi viene approvato si scopre che la realtà che dovrebbe governare si è nel frattempo modificata ed è andata da tutt’altra parte. Tra rigida pianificazione e urbanistica contrattata occorrerebbe trovare una strumentazione più adeguata e al passo coi tempi, che da un lato fissi le grandi invarianti e dall’altra consenta l’attuazione del piano di governo al quale le amministrazioni democraticamente elette vorrebbero  applicarsi.

La vicenda dello stadio della Roma è paradigmatico di una realtà opaca dove il ritorno all’urbanistica contrattata, con un soggetto pubblico (il Comune) debole, apre la strada agli interessi privati e alle loro aspirazioni speculative, in deroga alle norme e alle prescrizioni dell’attuale piano regolatore che quindi si conferma come piano vacuo e privo di effettività. Ed è difficile avere un’idea compiuta del diverso equilibrio degli interessi in gioco. E’ interesse pubblico lo stadio? O lo sono le infrastrutture e i servizi, gli oneri di urbanizzazione ad esso connessi, tutti finanziati, sulla carta, dai privati? La città ha bisogno di infrastrutture e investimenti per la mobilità, ma ha bisogno di un ennesimo mega centro commerciale e direzionale costruito attorno allo stadio? Oppure è interesse pubblico preservare un’area di interesse ambientale dove dovrebbe sorgere un parco fluviale? Come ha autorevolmente affermato Paolo Portoghesi, in un paese civile dovrebbe essere il Comune a scegliere la collocazione dello stadio offrendo gratuitamente il terreno e dando vita ad un concorso internazionale di progettazione.

Ora sembra che il Sindaco Grillo (perché è lui il Sindaco di Roma, anche se i romani ancora non lo sanno, la Raggi è solo una inadeguata collaboratrice) abbia deciso, salomonicamente, che lo stadio si può fare, ma da un ‘altra parte. Tutto ricorda l’armata Brancaleone, quando il noto condottiero, rivolto ad una comitiva di straccioni pellegrini dice:  “Ite dove ve pare….ma da un’altra parte”. Quindi, mentre nella città tutto è degrado,il vecchio ippodromo di Tor di Valle è abbandonato al vandalismo, il Flaminio, in pieno centro idem, lo stadio del nuoto,idem. Quindi, mentre SKY va via da Roma, seguita pare da Mediaset,  Almaviva ha già chiuso, l’ ennesima crisi di Alitalia è alle porte, la città si divide sulla costruzione di uno stadio e l’amministrazione capitolina semplicemente non decide. Butta la palla in tribuna, aggrappandosi al vincolo della sovraintendenza del Comune di Roma. Noi ostinatamente riteniamo invece che Roma avrebbe bisogno di una leadership efficace e trasparente, che individui gli interessi pubblici prevalenti e sia capace di farli valere nel rapporto con gli interessi economici che hanno fatto il bello e il cattivo tempo per decenni. Non è questione di uno stadio. E’questione di capacità di governo, progetto, trasparenza.

Loreto Del Cimmuto
(segretario Psi fed. romana)

Il giro di valzer alla Emiliano

Michele Emiliano è stato un buon sindaco di Bari. E ora regge, pare in modo positivo, la Regione Puglia. Nel mondo del calcio è capitato spesso che giocatori talentuosi, tolti dal proprio ambiente naturale, abbiano reso meno delle potenzialità che avevano e questa rischia di essere una metafora che si addice al nostro, che negli ultimi giorni si è lasciato andare in alcuni giri di valzer acrobatico davvero inspiegabili. Solo sabato scorso, al teatro della Vittoria a Roma, che aveva recuperato addirittura un’impolverata “bandiera rossa”, sorta di antico inno per una vecchia-nuova sinistra, Emiliano si era eretto a leader della sinistra scissionista. E giù con gli attacchi al segretario Renzi, reo di non aver cercato il dialogo, di aver voluto la scissione ecc.

Poi domenica, all’assemblea nazionale del partito, il doppio passo alla Cristiano Ronaldo: prima conciliante, con tanto di stretta di mano all’ex premier, con un discorso improntato alla “volemose bene” e al tentativo di ricomporre delle fratture date per assodate, poi, alla fine dell’assemblea, eccolo firmare il documento congiunto con Rossi e Speranza in cui si parla di scissione inevitabile voluta dal segretario dimissionario. Infine, martedì, alla direzione nazionale del partito, l’ennesimo colpo di teatro: non me ne vado, anzi, rilancio e mi candido a segretario del Pd, con Rossi e Speranza che restano fuori (imbottiti di aspirine per il mal di testa) e Bersani che non partecipa, mettendosi, di fatto, fuori con gli spicchi della sinistra interna che non vedono l’ora di uscire. La non chiarezza di fondo del comportamento di un dirigente importante del partito, suona una musica stonata: o Emiliano non sa bene quello che vuole fare, o bleffa. Possibile che abbia lavorato come una quinta colonna renziana dentro il campo della sinistra per sbaragliarlo e romperlo, e si sia poi candidato per garantire una presenza di sinistra in un partito che svolta sempre più al centro? Romanzo da fantascienza o, come insinua qualcuno, piccola verità nascosta? Ai posteri l’ardua sentenza.

Leonardo Raito

Globalizzazione e crisi
della democrazia

Il numero 6/2016 de “Il Mulino” ha ospitato alcuni interessanti articoli critici sul problema della tenuta della democrazia, a fronte degli effetti del processo di globalizzazione delle economie nazionali. E’ largamente condivisa e consolidata l’idea che gran parte dei sistemi sociali, che hanno realizzato il grande balzo in avanti nei “trent’anni gloriosi” del dopoguerra, trovino forti difficoltà a sottrarsi agli effetti negativi della crisi iniziata a partire dalla fine degli anni Settanta; ciò perché la globalizzazione e l’ideologia che la sorregge avrebbero determinato, proprio a partire dalla fine di quegli anni, il venir meno delle condizioni (in particolare, patto capitale/lavoro e conservazione dei confini degli Stati nazionali) in presenza delle quali, da parte delle forze di sinistra socialdemocratiche, era stato possibile la realizzazione delle politiche keynesiane, con cui sono stati governati i sistemi economici ad economia di mercato e plasmate le società democratiche del dopoguerra.

Nell’articolo “Democrazia e capitalismi”, Carlo Trigilia, partendo dal presupposto che, per superare le difficoltà dell’oggi, le società capitalistiche democratiche avrebbero bisogno del ripensamento di una nuova strategia da parte delle forze di sinistra, afferma che gli ostacoli a tale ripensamento sono riconducibili alla globalizzazione e ai cambiamenti socio-culturali da essa indotti, quali l’indebolimento del welfare e delle relazioni industriali, la maggior mobilità delle attività produttive e del capitale, nonché le politiche neoliberiste che hanno sorretto l’allargamento e l’approfondimento del processo di integrazione internazionale delle singole economie nazionali.

Non solo; a parere di Trigilia, la diffusione dell’ideologia dell’individualismo e la crisi dei partiti tradizionali, che si erano identificati in gran parte delle politiche del dopoguerra, unitamente alla personalizzazione della politica ed al crescere dei movimenti populistici, “hanno indebolito le basi sociali e culturali della mobilitazione collettiva che aveva sostenuto lo sviluppo inclusivo post-bellico”; i cambiamenti socio-culturali indotti dalla globalizzazione, perciò, avrebbero reso oggi estremamente difficile conciliare lo sviluppo inclusivo del passato con una struttura istituzionale funzionante secondo le regole della democrazia.

Riferendosi all’Italia, Trigilia assume che il ripensamento della nuova strategia delle forze di sinistra dovrebbe consistere nella loro traduzione al singolare, al fine di esprimere un’unica forza politica o un’insieme di forze politiche unite dalla condivisione dell’”obiettivo di uno sviluppo inclusivo, capace cioè di ridurre il più possibile le disuguaglianze nel quadro di un’economia di mercato e in un regime di democrazia politica”; sulla scorta di un simile ripensamento della strategia delle forze di sinistra, che in realtà ricalcherebbe quella storicamente seguita nel dopoguerra, Trigilia afferma che “per una sinistra che voglia perseguire effettivamente uno sviluppo inclusivo”, sia ancora possibile “imparare dalle esperienze socialdemocratiche, concertate, consociative […] dell’Europa centro-settentrionale”.

Per portare argomenti a sostegno della sua tesi, Trigilia ricorre alla comparazione di “tipi differenti di democrazia connessi a modelli diversi di capitalismo”, perché egli è convinto che la considerazione delle differenze esistenti nel modo di funzionare dei diversi sistemi possa aiutare a “non portare in soffitta, forse troppo prematuramente, l’esperienza della sinistra democratica nord-europea”. Pur incerto della possibilità che ciò possa servire a superare le difficoltà in cui si dibattono l’economia e la società dell’Italia, Trigilia è però del parere che quanto può essere ricavato dall’analisi comparativa dei differenti sistemi possa servire allo scopo.

Con riferimento al nostro Paese, Trigilia rileva che gli ultimi anni di governo hanno messo in evidenza come sia difficile, senza un “compromesso ampio e stabile”, dare una “risposta solida” al permanere dei motivi di crisi; fatto, questo, che condizionerebbe non poco le riforme, in particolare quelle elettorali, che sarebbero necessarie per realizzare la forma di consenso del quale l’Italia avrebbe bisogno per “la fuoriuscita dalla crisi economica”. L’assenza di un consenso “ampio e stabile” avrebbe giustificato la propensione delle forze politiche ad orientarsi verso una “democrazia maggioritaria”, al fine di consentire, alla forza politica o all’insieme di forze politiche che fossero riuscite a vincere le elezioni, la realizzazione delle riforme economiche necessarie, affrancate da ogni sorta di vincolo compromissorio con altre forze sociali, quali quelle sindacali e imprenditoriali.

E’ in questa prospettiva che, secondo Trigilia, devono essere lette le vicende politiche recenti dell’Italia, che hanno visto il governo impegnato a riformare la Costituzione, e con essa le leggi elettorali, per assegnare un forte premio di maggioranza alla forza politica o alla coalizione di forze politiche vincitrici delle elezioni; tutto ciò, per garantire all’attività di governo una capacità decisionale più rapida e meno vincolata dalle pretese di forze sociali estranee al mondo della politica. Il ricorso alla democrazia maggioritaria, però, ha sollevato forti riserve da parte di chi teme un affievolimento del controllo democratico sull’attività di governo e da parte di chi non condivide l’esclusione dagli organi politici decisionali di un’eccessiva quota di aventi diritto al voto. Tuttavia, Trigilia ritiene che la democrazia maggioritaria meriti d’essere seriamente presa in considerazione, per il contributo che essa potrebbe assicurare sul piano dell’attuazione di politiche appropriate al sostegno di “una ripresa dell’Italia basata su uno sviluppo inclusivo”.

Molti Paesi appartenenti al mondo anglosassone hanno adottato con successo la democrazia maggioritaria, per cui vale la pena, a parere di Trigilia, osservare come essi siano riusciti a gestire il loro sistema socio-economico evitando alcuni dei gravi problemi che affliggono invece il sistema sociale e quello economico dell’Italia. In quei Paesi – afferma Trigilia – la democrazia maggioritaria governa con successo “un modello di capitalismo liberista in cui è lasciato più spazio al mercato”, conseguendo aumenti di reddito e dei livelli occupazionali, ma “con elevate disuguaglianze sociali, dovute essenzialmente all’indebolimento fino all’irrilevanza delle organizzazioni sindacali e delle relazioni industriali, e al ridimensionamento o comunque al ruolo più marginale del welfare”.

Tutto ciò avverrebbe, secondo Trigilia, perché la democrazia maggioritaria produrrebbe l’effetto di favorire, nei Paesi che l’adottano, l’operare del bipartitismo e la propensione dei partiti rappresentanti dei diversi strati sociali a strutturare la propria offerta “in modo da ricercare e ottenere la maggioranza dei voti”; al contrario, nei sistemi sociali, come quello italiano, nei quali la stratificazione reddituale è divenuta complessa, “vincere con la maggioranza, piuttosto che vincere con le alleanze”, spingerebbe le forze politiche in competizione a “cercare di conquistare il voto cruciale dell’elettorato centrale di ceto medio”. In conseguenza di ciò, la democrazia maggioritaria non opererebbe a favore dei gruppi sociali più deboli, i quali, anche perché sottorappresentati, tenderebbero a confluire nei movimenti populistici.

A fronte del diverso esito cui può condurre la democrazia maggioritaria, diventa naturale chiedersi, a parere di Trigilia, se sia mai possibile perseguire l’obiettivo della crescita del reddito e dei livelli dell’occupazione e dell’inclusione sociale attraverso la democrazia maggioritaria, ma a costo di una crescente diffusione delle disuguaglianze sociali. A tale scenario, per Trigilia, si può contrapporre un’alternativa organizzativa della democrazia, all’interno della quale realizzare la crescita del reddito e dell’occupazione in presenza di minori disuguaglianze. I Paesi dell’Europa centro-settentrionale sarebbero quelli nei quali questa alternativa è stata realizzata.

In quei Paesi, in luogo di quella maggioritaria, funzionerebbero forme di democrazia di tipo consensuale, all’interno delle quali sarebbero attuabili politiche pubbliche condivise e sostenute da governi di “larghe intese”, con cui promuovere e supportare processi di crescita socialmente inclusivi. I governi dei Paesi dell’Europa centro-settentrionale sarebbero espressi da maggioranze multipartitiche, sulla base di leggi elettorali proporzionali. Per via della loro natura consensuale, le democrazie di questi Paesi sarebbero rese operanti dalle intese con le forze sociali estranee al mondo della politica, quali quelle sindacali e imprenditoriali. Nel complesso, Trigilia ritiene che il risultato di queste forme di democrazia sarebbe un assetto regolativo tendente “a promuovere un’economia di mercato più coordinata, capace di crescita inclusiva, con minori disuguaglianze sociali”, attraverso cui fare fronte alle sfide della globalizzazione, grazie ad un condiviso meccanismo ridistribuivo solidaristico e ad un più esteso sistema di welfare.

I pilastri della democrazia consensuale sarebbero espressi da “una spinta alla trasformazione in senso più partecipativo e corresponsabilizzante” della forza lavoro; trasformazione resa possibile dal coinvolgimento – e non con la delegittimazione – delle organizzazioni sindacali, da una “flessibilizzazione del mercato del lavoro”, quindi da una “trasformazione del welfare” e, ancora, da un “forte investimento in istruzione e capitale umano”, affiancato da “un altrettanto forte impegno” al finanziamento “di politiche per la ricerca, l’innovazione e il trasferimento tecnologico”.

In sostanza, nei Paesi a democrazia consensuale, le forze di sinistra avrebbero ridefinito la tradizionale strategia socialdemocratica, con la creazione di stimoli positivi alle attività produttive e l’offerta di “beni collettivi attraenti” per le parti sociali più svantaggiate, in un quadro politico di larga condivisione. Il contrasto esistente tra Paesi a democrazia maggioritaria, con crescita non inclusiva, e Paesi a democrazia consensuale, con crescita inclusiva, dovrebbe indurre le forze della sinistra italiana a ripensare la strategia politica sinora praticata; ciò in considerazione, innanzitutto del fatto che l’Italia, essendo un Paese il cui elettorato è fortemente eterogeneo sul piano distributivo, la democrazia maggioritaria che vi si può realizzare è sicuramente fonte di una maggiore complessità politica; in secondo luogo, pur ammesso il possibile consolidamento della democrazia maggioritaria, va riconosciuto che il mancato perseguimento di una crescita inclusiva sul piano sociale può solo portare all’allargamento della protesta e all’irrobustimento dei tanto criticati movimenti populistici.

A ben vedere, la nuova strategia delle forze di sinistra proposta da Trigilia costituirebbe per l’Italia un “déjà vu”?; infatti, in che cosa sarebbe consistita la politica d’ispirazione keynesiana attuata nel primi decenni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale, se non in una politica resa possibile da una forma di democrazia consensuale che, a meno del modo più razionale con cui essa ha funzionato nei Paesi del Centro-Nord dell’Europa, aveva gli stessi obiettivi (politici, economici e sociali) ancora oggi perseguiti da questi Paesi? Certo, la maggiore integrazione sociale di questi ultimi ha fatto sì che in essi, le forze socialdemocratiche risultassero nella loro azione meno condizionate dalla disomogeneità del contesto sociale che è stata, e continua ad essere, propria dell’Italia, e riuscissero così a reggere più a lungo alle insidie della globalizzazione; comunque, allo stato attuale, è ormai certo, anche per quelle democrazie consensuali, l’indebolimento della capacità di riuscire a sottrarre i loro contesti sociali ed economici agli effetti destabilizzanti del fenomeno della globalizzazione.

Che in Italia, le forze riformiste e socialdemocratiche possano perseguire, anche secondo modalità di democrazia maggioritaria, il contenimento degli esiti negativi della globalizzzione, non dipende tanto da una riproposizione allargata delle politiche e delle istituzioni attuate e realizzate nei “gloriosi” trent’anni del dopoguerra, quanto dalla capacità di innovare radicalmente il patto originario stretto tra capitale lavoro.

In realtà, dopo gli anni Settanta, le forze socialdemocratiche italiane, anziché privilegiare la via dell’innovazione sul piano dei contenuti delle politiche pubbliche, hanno preferito seguire fantasiose “terze vie”, che le hanno ridotte ad un ruolo di asservimento alla nascente ideologia neoliberista. Non si può non concordare con il senso della conclusione cui perviene Michele Salvati, nel suo articolo “La democrazia è in crisi. C’è qualcosa di nuovo?”, pubblicato sullo stesso n. 6/2016 de “Il Mulino”. Egli sostiene che la sofferenza che affligge la democrazia italiana è imputabile alle difficoltà dei partiti riformisti tradizionali a far fronte alle proteste dei movimenti populistici; questi, contrariamente a quanto si è soliti sostenere, non hanno l’obiettivo di un superamento della democrazia, ma quello di vederne operante all’interno del Paese una migliore, in grado di porre rimedio ai disagi sociali più insostenibili. E’ questo il problema che, più di ogni altro, dovrebbe spingere le forze socialdemocratiche dell’Italia a innovare la propria obsoleta strategia politica.

Gianfranco Sabattini

 

Ancora sul ritratto di famiglia
di via dei Caprettari

Merita un solenne encomio  il “Ritratto di famiglia in un interno del PD” scritto dal direttore di questo glorioso giornale. E’ l’icona di quanto sta accadendo e l’anticipazione di quanto poi succederà prossimamente.

Per chi non lo avesse letto, svelo che Mauro  sull’Avanti del 12 febbraio descrive la nuova sede del PD di via Caprettari, a Roma. Queste sono, appese ai muri, le icone che “rappresentano la memoria storica dei militanti”: Antonio Gramsci, direttore del periodico Ordine Nuovo e poi fondatore del quotidiano comunista l’Unità, in polemica con l’Avanti!. Vicino a lui Enrico Berlinguer, l’uomo del compromesso storico, dello strappo da Mosca, ma anche della contestuale, solenne conferma della perenne validità del leninismo. Poi Aldo Moro, ricordato non si capisce se  come martire o come leader…l’uomo dell’apertura al PCI. Per chiudere Nilde Iotti, quasi come  implicita evocazione di Togliatti. Chissà perché vengono dimenticati Luigi Longo e Giorgio Amendola.

Questo è il Pantheon del Partito democratico, aderente alla famiglia socialista europea. E a tal proposito il nostro direttore rimarca che mancano i ritratti dei leader socialisti.

Non è davvero il caso di sorprendersi e neppure di gridare allo scandalo. Vengono alla mente invece  il distico dantesco “Chi fur li maggior tui?” e il detto latino “Nomina sunt cosequentia rerum.”.  Dunque l’arredo iconografico di via dei Caprettari spiega cos’è il PD:  molto meglio di molti elzeviri che si leggono in questi giorni sulla stampa e delle chiacchere stucchevoli che  rimbombano nei talk show televisivi di ogni giorno: sempre con le stesse facce, con i solidi conduttori, che si considerano orma divinità unte dal Signore.

Insomma: in quell’amalgama non riuscito che è il PD, la porzione costitutiva ed egemone è una sorta di tardo-leninismo all’italiana e non c’è foglia di ulivo che tenga. Chi non si piega alla dominazione di quel che resta del post-comunismo italiano e del suo DNA, è un nemico del popolo, meritevole di essere combattuto e liquidato. E non creda Renzi di farla franca evocando Giorgio La Pira, Nelson Mandela o Amintore Fanfani! Romano Prodi ha tentato di inventare una sorta di impossibile ”terza via” a-comunista. E’ stato disarcionato da Massimo D’Alema, il viticultore umbro che è ritornato in campo con la spada sguainata. Per eliminare chi non appartiene al ritratto di famiglia di via dei Caprettari.

Questo è dunque il panorama politico dell’Italia nel mite inverno dell’anno di grazia 2017, nigro notanda lapillo (mi scuso per il latinorum che mi viene in testa). E non è il caso davvero di consolarsi constatando che il riformismo socialista è in crisi in tutta Europa e nel mondo. L’Italia, finiti gli anni eroici della prima Repubblica, quelli in cui – parole dello storico Giovanni Spadolini “-  il nostro paese aveva  raggiunto “traguardi di benessere e di prestigio internazionale che non aveva mai conosciuto nella sua storia” è il fanalino di coda dell’Unione Europea, più malmessa della Grecia. Ed è in questo scenario che ogni giorno la nostra gente legge e ascolta le cronache delle liti acrimoniose fra gli attuali detentori della maggioranza nel PD e chi rivendica il diritto di cacciarli per ripristinare il “rapporto sentimentale” che si è spezzato con una parte dell’antico popolo dopo che hanno preso il comando del Nazzareno taluni militanti, capitanati da Matteo Renzi, colpevoli di non riconoscersi nel ritratto di famiglia immortalato nella cellula romana di Via dei Caprettari. Giova aggiungere che anche nella “componente” che si sente estranea a quel Pantheon sembra prevalere il desiderio di tenere insieme, non si capisce con quale mastice, l’amalgama non riuscito.

E tutto questo mentre l’Europa e il mondo vivono l’ancora imperscrutabile inizio di una novella storia. Poiché sono rimasti inascoltati Willy Brandt e Bettino Craxi, che hanno predicato nel deserto la necessità di colmare il divario economico e antropologico fra il Nord e il Sud del pianeta, l’Europa e l’America di Donald Trump subiscono  l’invasione dei disperati che  reclamano la condivisione del benessere. Ma non basta. La serenità delle popolazioni benestanti dei paesi democratici  è messa a repentaglio dalle scorrerie mortali delle orde del fondamentalismo islamico.

Tutto questo passa in secondo o terzo piano, oscurato dalle lotte intestine del PD: perisca il mondo, purchè vinca la fazione. Insomma: uno spettacola francamente indecente. Come avrebbe detto il famoso cronista Nicolò Carosio, il bel gioco politico latita. Mancano, o sono travolte dal regolamento dei conti acrimonioso, riflessioni di chi pratica l’arte della politica come esercizio spirituale, come riflessione e proposta  di chi vuole guardare alto e lontano. Soccorre ancora il latino: quos perdere vult, prius Deus amentat: il Signore fa uscir di senno quelli che vuol perdere.

E noi, resti emarginati di quell’umanesimo socialista che, come diceva Bettino, aveva saputo edificare la più alta civiltà realizzata dall’uomo sulla terra, cosa possiamo e dobbiamo fare?

Cari compagni, vi confesso che, dopo questa geremiade e mentre ho ancora meglio occhi le scene il dibattito  su LA SETTE fra il parolaio Speranza e il conduttore Corrado Formigli, sono esausto e sconsolato. Di fronte al pacato tentativo di Paolo Mieli, desideroso di introdurre nel confronto le regole del dialogo politico, Speranza enumera con cattiveria le sue granitiche certezze. Intanto, si avanza , come pretendente per la conquista dello scettro di segretario del PD, un alto magistrato pugliese.  Mi domando se si sta preparando Pier Camillo Davigo, anche lui super-attivo nelle comparsate televisive.

La mia geremiade è finita. Nei prossimi giorni dobbiamo abbozzare, facendo perno su questo giornale,  un progetto,  una mappa per aiutare l’Italia  a fuoruscire da questo pantano: ed anche per salvaguardare la nostra anima.

Fabio Fabbri

Si può essere amici per sempre?

“Si può essere amici per sempre, anche quando le vite ci cambiano, ci separano e ci oppongono”. La strofa della famosa canzone dei Pooh potrebbe essere l’inno o sottofondo ideale della situazione che sta vivendo il Pd, dove ormai si rincorrono le indiscrezioni sulla o sulle possibili Pd-exit, scissioni volute, evocate, pensate, meditate. La situazione, se non fosse tragica, sembrerebbe comica; una rincorsa a chi ha più responsabilità nella possibile spaccatura tra telefonate presunte o mancate, fuori onda, voci di ogni genere. Politologi che si lanciano in difficili previsioni sugli scenari, cercando di analizzare la storia (due lustri ormai) di un partito mai nato o partorito male. Insomma, siamo giunti a un caos generale di cui non si vede fondo, ma su cui è possibile proporre qualche riflessione. In primis, quante colpe ha Renzi? Indubbiamente il segretario ex premier non ha avuto una conduzione perfetta del partito, un partito vissuto più come contenitore all’americana che come struttura tipicamente mediterranea. Renzi viene accusato di personalismo, di aver fatto politiche di destra, di essersi attorniato di fedelissimi “camerieri”. Veri o falsi che siano questi addebiti, va evidenziato che si tratta di rilievi che si potrebbero fare anche a leader (ma ormai questa parola ben poco si addice a molti dirigenti politici contemporanei) che sono venuti prima di Renzi. Ogni figura di vertice punta ad avere collaboratori stretti di fiducia, e a garantire loro spazi e margini di sopravvivenza. Belli o brutti che siano, il leader gli sceglie e se li tiene. È anche una questione di diritto e di responsabilità. L’ex premier però è sempre stato vissuto come corpo estraneo nel giocattolo o nella ditta in mano ai vecchi gruppi dirigenti di Ds e Margherita. Ha lanciato la parola d’ordine della rottamazione per mettere da parte un gruppo che per oltre vent’anni aveva imperversato per tirare fuori una classe dirigente nuova, e questo non è stato perdonato dai D’Alema, dai Bersani, da chi ha visto come indebita ingerenza il tentativo di un giovane di emergere, di sgomitare. Fin qui alcune delle questioni che hanno generato una sorta di “Renzi contro tutti”. Occorre però dare anche a Renzi quel che è di Renzi. Renzi è stato il segretario dello storico 40%, mai toccato prima da un partito dai tempi della Dc. Renzi perse le primarie per il candidato premier nel 2012 ma dopo la sconfitta del 2013 fu il popolo del Pd a eleggerlo segretario. Un segretario eletto con le primarie, a legittimarne le scelte e i passi coraggiosi, e con distanze tali dagli avversari che diventerebbe difficile definirlo un usurpatore. Certo, è stata poi l’azione di governo a contribuire a una sempre più marcata spaccatura con la sinistra interna, ma non va dimenticato che il gruppo parlamentare del Pd è composto da moltissimi bersaniani, persone che oggi rinnegano la legge elettorale che hanno votato, che fanno la guerra alle riforme che sono state approvate, ma che usufruirono allora del ruolo di capolista o nelle posizioni di vertice nei listini bloccati di collegi blindati. Chissà quanti, con il sistema delle preferenze, sarebbero stati eletti. Ma tolto il problema dei personalismi, che emerge in modo marcato oggi, ci sono altri necessari passaggi da analizzare. In primis, la sconfitta dolorosa al referendum costituzionale. Su questo, personalizzato all’eccesso da Renzi, che giustamente si è dimesso dopo il risultato, si parla spesso di spaccatura con il popolo del Pd. Ma parlare di “popolo”, con un partito che riesce a prendere in alcuni passaggi oltre dieci milioni di voti, a fronte di meno di 500.000 iscritti, significa cercare di approfondire la palingenesi di una politica che è profondamente cambiata. Il Pd non è un grande partito di massa di repubblicana memoria che ha un pieno controllo sui propri elettori. Un elettorato liquido e sempre meno fedele sceglie in base ai progetti, alle proposte, alla capacità di governo. E proprio su questo, in verità, una possibile scissione che potrebbe consumarsi troverebbe criteri di legittimità. Un partito che si spacca sulla riforma costituzionale, sulla riforma elettorale, su tutto un percorso di governo con una forza e una virulenza che nemmeno le opposizioni sono riuscite a mettere in campo, è un partito che ha un potenziale divisivo esplosivo. In queste differenze, ci sono sostanziali valutazioni di merito. Sulla forma partito, sui progetti, sugli organismi, sulle stesse regole del gioco della democrazia italiana. Queste spaccature rischiano più di disorientare che di orientare gli elettori: i fedelissimi e i volatili. Dicono che il Pd di Renzi è estraneo alla storia della sinistra italiana. Ma quale sinistra? Quella marginale giunta a risultati risibili nelle ultime tornate elettorali? Quella che perde pezzi che sono passati in pianta stabile alla Lega Nord o a Grillo? Io credo che la spaccatura si consumerà, e avrà anche delle giustificazioni. Sarà una tragedia per una prospettiva di vittoria di un centrosinistra alle prossime elezioni, ma non è detto che lo sia per la nostra democrazia. Forse un bagno di umiltà da parte di tutti, e una rispettosa immersione nei problemi giornalieri degli italiani, riuscirà a costruire una nuova prospettiva, fatta di proposte, di iniziative. Il problema saranno i tempi. Per governare di nuovo, serviranno almeno un paio di lustri.

Leonardo Raito   

La signora grandi firme

 

La politica non pratica sconti.

Si può definire scissione, separazione, divorzio: quel che è certo che dopo 10 lunghi anni si è clamorosamente disvelato il gigantesco imbroglio che nella primavera del 2006 il suo ideatore, Walter Veltroni propinò, determinando, in nome di una supposta vocazione maggioritaria del neonato Pd, la definitiva devastazione del campo riformista, in applicazione del più stravagante disegno politico del secolo scorso, prospettato da Enrico Berlinguer,ancora oggi considerato dai postcomunisti alla stregua di un grande stratega.

Qualcuno, a ragione, all’epoca, definì la nascita del Pd “Il compromesso storico bonsai”, funzionale prima di tutto a cancellare i socialisti dal campo della sinistra.

Operazione fortunatamente non riuscita.

A sostegno dell’ircocervo berlinguerveltroniano venne in soccorso, neanche a dirlo, Eugenio Scalfari con la corazzata mediatica del giornale da lui fondato che oggi, non volendosi rassegnare al fallimento dell’operazione, suggerisce un improbabile repechage dell’ex sindaco di Roma per salvare capra e cavoli. Molesta senectute.

Tra i discepoli del fondatore di Repubblica si è segnalata Conchita De Gregorio, espressione plastica di quel mondo radical-chic zeppo di presunte grandi firme del giornalismo italiano, che ha accompagnato con entusiasmo la creatura veltroniana divenendo persino direttore de L’Unità, riuscendo peraltro nell’impresa di condurre il quotidiano alla chiusura.

Naturalmente la signora è caduta con il paracadute fornito dalla Rai e da Repubblica, ambiti dai quali la mestrina ha seguitato a propinare le sue oniriche interpretazioni della società e della politica italiana.

L’ultima nefandezza l’ha compiuta nell’ultimo pezzo confezionato per l’edizione di domenica 19 febbraio in cui ha raccontato, con tanto di grafica, quella che ha definito “la nebulosa della sinistra”, una narrazione che per carità di patria ci si può limitare a definire mendace, faziosa e becera.

Forse è il caso di consigliare alla signora a documentarsi un po’meglio, invitandola pubblicamente a seguire l’imminente Congresso straordinario del Psi allo scopo di rendersi edotta da dove può riprendere il cammino la sinistra riformista italiana, depurata da malcelate nostalgie e da velleitarie fughe in avanti che qualcuno ancora oggi si ostina  a definire “sogni”.

Emanuele Pecheux

Il suicidio di Lavagna: rispetto
il dolore, ma non assolvo

Ho rispetto per il dolore di una madre. Lo abbiamo tutti. E’ qualcosa di automatico, empatico. Ma il rispetto è una cosa diversa dall’assoluzione. Una madre, come successo a Lavagna, che chiama le forze di polizia dentro casa perché non riesce a gestire il figlio fallisce. Fallisce come persona e come educatrice. Ma chi era questo ragazzo? Un narcotrafficante, un pericoloso fumatore di crack che aveva perso il controllo di se ed era diventato violento ed ingestibile? No. Era solo un adolescente che fumava degli spinelli. Non lo dico io, lo riporta il generale Renzo Nisi, comandante provinciale della Guardia di Finanza: la madre “si è rivolta a noi perché dopo innumerevoli tentativi di convincere il figlio di smettere di farsi di spinelli non sapeva più cosa fare”. Niente eroina, niente cocaina, niente crack. Spinelli.

Non eravamo lì. Non ci è dato sapere come siano andate le cose. Ho piena fiducia nella professionalità dei finanzieri e non ho motivo di dubitarne. Eppure qualcosa è scattato nel ragazzo: una paura profonda, viscerale, estrema. Paura di essere ed essere trattato come un criminale, marchiato a fuoco dall’ansia di normalità dei genitori, della società della proibizione e dell’omologazione nel nome delle privazioni.

Cito la madre, ai funerali del giovane. Ella parlando ai coetanei del figlio ha dichiarato: “Vi vogliono far credere che fumare una canna è normale, che faticare a parlarsi è normale, che andare sempre oltre è normale. Qualcuno vuol soffocarvi. Diventate protagonisti della vostra vita e cercate lo straordinario”. Io, per iniziare, mi accontenterei della normalità. Normalità vuol dire dare il giusto peso alle cose. Uno spinello ha gli stessi effetti di poco più di due bicchieri di un robusto vino rosso. E le famiglie servono per parlare, confrontarsi, capire insieme. Normalità è anche accettare la difficoltà del dialogo e non aver paura di farsi aiutare dalle persone giuste. Che, in genere, sono psicologi e mediatori, non militari che portano una pistola nella fondina.

Il male è reputare lo spinello al pari della perdizione, della caduta nel vortice della droga. Non lo è. Il male vero è proibire, marchiare, bollare come se fossimo di fronte ad un peccato capitale. Uno spinello non è tutto questo. Il male è non capire le ansie e le inquietudini degli adolescenti. Concentriamoci sul comprendere i nostri ragazzi, non sul punirli come criminali.

Mario Michele Pascale
Consiglio Nazionale del PSI

Superare il caos: il dovere del Pd nei confronti del Paese

La situazione caotica che c’è nel Pd nazionale può avere poche e tante spiegazioni. C’è un partito che deve ancora capire cosa vuole essere da grande e che ha cambiato troppo spesso idea sulle proprie prospettive. C’è la corsa per collocarsi nelle liste per fare i parlamentari. Ci sono personalismi (tanti, troppi, spesso irresponsabili). Ci sono spazi di potere da confermare o difendere sgomitando. Ci sono progetti politici da definire per una proposta di governo. Ci sono le scorie di quattro anni complessi da metabolizzare o espellere. C’è la sconfitta al referendum. C’è un leader che o lo ami o lo odi. Ci sono eventuali coalizioni da costruire (e molto dipenderà dalla legge elettorale che verrà approvata). Rapporti da rimettere in piedi. E una posizione chiara da tenere nei confronti del governo Gentiloni, anche se pare di capire che l’orizzonte elettorale volga, inevitabilmente, al 2018. Tutti questi interrogativi possono avere risposta solo se ci sarà un congresso serio, dove si confrontino delle posizioni e delle idee e dove si riconosca che un vincitore ha diritto di governare un partito e chi perde il dovere di fare minoranza senza minacciare scissioni o costruire nuovi partiti che durerebbero l’esprit d’un matin. Chi è appassionato di politica, militante o no, chiede al Pd chiarezza, compattezza e proposte. Se penso a quante energie sono state disperse in battaglie interne più che nel proiettare in una dimensione esterna della strategie e delle proposte politiche, mi viene male. Vedo lo spreco di un patrimonio politico costituito da articolazioni territoriali, centinaia di migliaia di militanti disorientati e che si fanno delle domande. Mi aspetto tanta responsabilità dai dirigenti nazionali del principale partito italiano. Spero che, questa volta, sapranno rivelarsi all’altezza delle aspettative di simpatizzanti e avversari politici. Volente o nolente, il Partito Democratico è e continuerà a essere uno dei punti di riferimento della politica italiana. Trascurare questo aspetto, significa non volere bene al paese.

Leonardo Raito