Alcune Fake News “aristocratiche”

Non riesco più a digerire Fake News-bufale, soprattutto quelle che sembrano aristocratiche e politicamente valide. Oltre ad offendere i destinatari, provocano danni duraturi alla società. Ne elenco alcune. La più ricorrente è: “Ci vogliono investimenti”. Quali? Ognuno pensa a quello che gli interessa, come imprenditore o come politico. La frase diventa “una buona novella” per gli imprenditori, che sperano di fare affari con le opere pubbliche, e per i “politici”, che le considerano “la mamma, che partorisce tangenti”. Non sono contro le opere pubbliche, ma le considero secondarie, ai fini dello sviluppo. Esse possono aiutare un processo di sviluppo, già programmato e vivificato da altre categorie politiche. Come è dimostrato dalla storia economica. Un’altra espressione ingannatrice è “Bisogna abbassare le tasse”. Musica per gli orecchi degli imprenditori. Purtroppo, viene gustata anche dalla classe media, mentre i poveri pensano ad altro. Se constatiamo che il PIL cresce, anche se di poco, e le diseguaglianze aumentano, di pari passo con la concentrazione della ricchezza, non è giusto fare un altro regalo ai ricchi. Nei Paesi del Nord Europa le tasse sono alte, il tetto della pensioni è più basso, eppure si avverte serenità sociale e minori diseguaglianze. Da noi, i molti, inconsapevolmente, fanno il tifo per i pochi. L’Italia ha bisogno di un disegno, che deve interessare tutto il territorio e tutte le categorie sociali. Se ci devono essere priorità, deve essere quelle di aiutare i lavoratori, le famiglie e di costruire un futuro per le nuove generazioni. Come mai, nessuna forza politica si impegna per fare abbassare le accise sui carburanti, le imposte su acqua, luce e gas, che gravano, con la stessa intensità sulle famiglie povere e su quelle ricche. Secondo gli esperti, fanno aumentare le difficoltà delle famiglie. Come esempio, riporto alcuni dati: Telefono, su un canone di 50,28 euro ci sono oneri per 26,26 euro; Luce, su canone di 26,00 euro ci sono altri 20,28 euro; Gas, a un canone di 20,40 euro si aggiungono altri 29,70 euro. Risultato: su un netto bimestrale 105,28 si pagano altri 76,24 euro. Più del 70%. Totale annuale: 2,178 euro. Se le entrate di una famiglia sono 10.000 euro, oltre il 20% serve per i 4/5 dei servizi. E, nessuno parla. Ciò, è effetto di un’altra presuntuosa e demagogica Fake News: “Per rendere i servizi meno costosi, bisogna privatizzare”. Prendiamo le bollette di prima delle privatizzazioni e facciamo il confronto. L’Italia è stata messa in vendita, le spese per i servizi sono aumentate e quelli, che dovrebbe difendere le famiglie dei lavoratori stanno a guardare. Un’altra Bufala, diventata veicolo di sciagure e causa di molti danni, è la parola “Riforma”. Nella seconda Repubblica, la parola è stata usata per fare Controriforme. La legge Fornero, con la cancellazione sostanziale dello Statuto dei lavoratori è Riforma o Controriforma? La modifica delle Province, con l’aumento dell’inefficienza e il trasferimento di dipendenti alla Regione, è stata una Riforma o una sgangherata Controriforma? La volontà di trasformare le BCC in Banche SPA è riforma o controriforma? Le Leggi pensate dallo “scienziato” Luigi Berlinguer, con le diverse modifiche dei programmi scolastici e degli esami di Stato, sono Riforme o controriforme? Le modifiche legislative in campo assicurativo e Bancario, che stanno producendo la scomparsa di Sigle e di posti di lavoro, sono Riforme o Controriforme? La parola Riforma dovrebbe indicare ciò che fa crescere la democrazia, la partecipazione e l’efficienza. D’altra parte, la presenza autorizzata, con ufficio e servizi, dei rappresentanti delle Lobby presso il Senato e la Camera dei Deputati serve a “ordinare” agli ignoranti nominati “Riforme” per tutelare gli interessi dei poteri forti. La condizione attuale del nostro Paese è preoccupante: alta disoccupazione giovanile, crescita infinitesimale e senza sviluppo, prestigio internazionale insignificante, vasti territori a rischio di desertificazione demografica, fuga di cervelli con conseguenziale abbassamento del livello culturale, ecc. I creatori di Fake News-Bufale, assumendo atteggiamenti da “missionari casalinghi” e da attori drammatici, offrono suggerimenti e consigli su come comportarsi con i migranti, con i delinquenti, ecc. Presidente dell’INPS: “Ci vogliono migranti, con i contributi dei quali garantiamo le pensioni future”. Domandiamoci: Quanti imprenditori italiani sono andati a creare lavoro nei Paesi dell’Est e in Estremo Oriente, distruggendo posti di lavoro in Italia? Quanta merce, importiamo dalla Cina? Il Capitalismo di Stato sta surclassando quello dei privati. Se sommiamo il totale dei volumi di affari dei negozi cinesi in Italia, a quale cifra arriviamo e quanti posti di lavoro abbiamo? Nel 1982, il PSI, nel Convegno di Rimini lanciò un avvertimento. Il nostro Paese non dove perdere due sfide: quella dei Paese, che investivano nella ricerca scientifica e quella dei Paesi, nei quali il costo della manodopera era bassissimo. Le parole caddero nel vuoto e il risultato sta sotto gli occhi di tutti.

Luigi Mainolfi

Agli uomini di buona volontà… democratica

Dalla stampa apprendiamo che finalmente qualcosa di nuovo si muove nel mondo cattolico per un’assunzione di responsabilità verso i pericoli a cui è soggetto il Paese per la rottura della solidarietà europea sotto l’attacco dei risorgenti nazionalismi, sovranismi e populismi. Nel ripiegamento su se stesso di ogni Paese si ricade nella tentazione autarchica strettamente connessa con tentazioni autoritarie che minano dall’interno a demolire le istituzioni democratiche. Finalmente si sente riemergere il richiamo all’insegnamento sturziano ed” all’appello ai liberi forti” con una spinta dal basso che nacque dalla partecipazione agli enti locali, scuola unica oggi rimasta di democrazia dopo i fallimenti delle batterie d’indottrinamento ideologico di stampo novecentesco.

Ebbene il rinnovato appello” ai liberi e forti” va riattualizzato nel contesto d’oggi altrimenti rischia il naufragio prima ancora di provarci sul serio. Gli accorati appelli del Presidente della CEI alla partecipazione dei cattolici alla vita pubblica anche a quella politica ha raggiunto un livello di intensità tale corrispondente all’altissima posta in gioco a cui abbiamo accennato: la partita Italia-Europa a cui è strettamente legata la sorte della democrazia rappresentativa. Non si tratta solo dei conati autoritari verso un uomo solo al comando ma della convergenza verso lo stesso esito dei teorici da strapazzo della maggiore forza di governo. Anche se in calo, il Mstelle attraverso il suo garante(?)Grillo auspica il sorteggio per la nomina dei deputati nel più assoluto disprezzo della democrazia liberale rappresentativa o con Casaleggio profetizza a breve il superamento del Parlamento, in aperto dispregio del suo stesso rappresentante istituzionale, il Presidente del Parlamento Fico, che all’atto dell’insediamento si impegnò a restituire centralità al Parlamento rispetto agli straripamenti del governo a partire dall’abuso dei voti di fiducia.

A mantenere stimolare e sostenere questo solenne impegno di Fico non c’è stata una presenza attiva e dialogante della maggiore opposizione, di quel PD che nei suoi candidati alla segreteria, nessuno escluso,si compiace di ribadire l’incomunicabilità con i grillini invece di farne esplodere le contraddizioni che stanno procurando dissociazioni e permanenti mal di pancia verso la sudditanza sempre più evidente verso l’azionista, ormai di maggioranza nei sondaggi, quel Salvini che sogna un ruolo da leader europeo che dall’interno sfascia l’Unione alleandosi con i regimi autoritari più ostili agli interessi italiani che pretende di tutelare e difendere. Su fa questa scelta è legittimo pensare che per lui è prevalente l’affinità sovranista nazionalista autoritaria e che per arrivarci il più grosso ostacolo è l’Unione da disintegrare. La posta in gioco è così alta e drammatica che giustamente i cattolici si sentano spronati ad impegnarsi prima che la situazione precipiti. Ma il come riveste un ruolo decisivo. Sintetizzo al massimo il mio parere in proposito. Quel “liberi” va coniugato oggi come libertà di fare le proprie scelte, compresa quella di un movimento di ispirazione cristiana che sollecita una doppia adesione come processo di maturazione senza distacchi traumatici ed alternativi mentre il “forti” fa riferimento a valori condivisi e irrinunciabili, questi sì da testimoniare e promuovere in qualunque sede.

Uno di questi è certamente la difesa della democrazia rappresentativa nelle diverse forme e per quanto ci riguarda com’è strutturata nelle sue linee essenziali (a partire dallo Stato delle autonomie) nella Costituzione, rivendicata come patrimonio comune da sviluppare e non disintegrare come si tenta di fare in modo strisciante. Bisogna avere l’ambizione di parlare a tutti e richiamarli alle proprie responsabilità immunizzati dai pifferai magici con le loro pulsioni autodistruttive.

Roca

Un congresso di tessere sarà la morte del Pd

Sto seguendo con preoccupazione lo svolgimento del dibattito precongressuale del mio partito. Preoccupazione perché, ancora una volta, il congresso di un partito importante sembra giocarsi più sui nomi che sulle strategie e le proposte politiche per rilanciare un’organizzazione provata dagli ultimi due anni di sconfitte elettorali e che pare del tutto incapace di rialzarsi. Quando nel 2007 fondammo il Pd, ritenemmo che l’incontro tra culture diverse, ma che avevano basi comuni, avrebbe potuto organizzare una forza che, strutturata e con una larga base di militanti. Sentivamo, in qualche modo, di aver portato a compimento il sogno auspicato da tante persone che vedevano nella collaborazione tra la sinistra riformista e la sinistra cattolica una proposta politica in grado di sbloccare un sistema incancrenito dal lungo e incontrastato dominio democristiano. Poi, dall’aspettativa della vocazione maggioritaria di Veltroni, siamo passati a un’involuzione che è stata più che altro frutto di scontri tra gruppi dirigenti preoccupati di preservare spazi e garantire amici degli amici. Il Pd, incapace di decidere una propria strada autonoma, ha finito per non essere capito dalla sua stessa base fondante, diventando poi, nel tempo, e con un’oscillazione costante, forza riformista, di governo, di centrosinistra, di centro, riformatrice, conservatrice. In sostanza, non ha saputo compiere, aldilà del suo ruolo di contenitore di istanze varie, un reale percorso identitario. Ciò nonostante, ha saputo, per un periodo, accreditarsi come forza di governo credibile, riformista, ancorata a un riformismo europeo che rappresenta oggi l’unico contraltare continentale ai sovranismi. Gli errori, tuttavia, sono stati tantissimi, ma il più grave è stato, a mio parere, l’autoreferenzialità di un gruppo dirigente rappresentativo, forse, solo di se stesso. Ecco che adesso, in un contesto così variabile e con un elettorato volatile, restituire un ruolo e una missione autentica al Pd non dovrebbe essere solo doveroso, ma fondamentale. Ma non va trascurato un rischio.

Il rischio (presente anche in Polesine), che il congresso si traduca in una conta di tessere, che i vari dirigenti si sparpaglino in un posizionamento tattico più che in un reale sostegno ai candidati segretari nazionali e ai loro programmi, che i circoli preferiscano soprassedere a un dibattito che in realtà, proprio in momenti di crisi come questo, pare interessare pochissimi. Se trasformeremo l’opportunità di una valutazione politica in una conta, bene, sarà l’ennesimo gettare alle ortiche una possibilità, forse l’ultima, di restituire un ruolo alla sinistra riformista in questo paese. Ed è una responsabilità che un gruppo dirigente serio non deve solo a se stesso, al partito e ai suoi militanti, ma deve anche alle prospettive del paese: alla possibilità di costruire una coalizione, alla necessità di tenere il paese ancorato a un’idea nuova di Europa, un’Europa che non sia solo moneta; alla capacità di governare fenomeni complessi come immigrazione e sicurezza, che non possono rappresentare tabù in una forza politica seria; al recupero di un dialogo con le periferie e i suoi problemi, con il mondo delle imprese, con i giovani che cercano lavori e diritti, con un mondo della scuola e della cultura che pare trascurato.

In sostanza, se nel partito non si sarà capaci di rimettere al centro della discussione un progetto e un’idea di paese, anche alla luce delle ormai prossime elezioni europee e amministrative, si assesterà forse al Pd l’ultimo e mortale colpo di grazia. Credo sarebbe una tragedia non solo per i militanti che hanno creduto in un progetto, ma per l’intero paese, che vedrebbe cadere, con un soggetto politico riformista credibile, la prospettiva di un’alternanza a un fronte composito di populisti che oggi pare viaggiare a vele spiegate.

Leonardo Raito

La barbaria elevata a sistema

A proposito del delitto di Montesansavino (Ar) Abbiamo visto quanto il nostro popolo si sia imbarbarito in così poco tempo nel nome della libertà di essere armati e del diritto all’auto difesa personale. Non starò a dare giudizi sui giornali di destra come libero che ha titolato dovremmo dare una medaglia a chi ha sparato ed ucciso e poi “il popolo lo ha già assolto”Sono parole inqualificabili difronte alla sacralità della vita di qualsiasi uomo di qualsiasi nazionalità. Neppure in guerra si dovrebbe arrivare a tanto. Nessuno dovrebbe farsi giustizia da solo,perché a cosa servono le nostre leggi la nostra civiltà se vengono usate solo per fare propaganda

Il vero problema non è questa destra di cui già sappiamo e sapevamo ma gli italiani che senza batter ciglio la applaudono come se portar via dei copertoni avesse lo stesso valore di una vita umana. L’eccesso di auto difesa deve essere punito così come la violazione delle norme di sicurezza. Una stretta deve essere messa sulla vendita delle armi per evitare che l’Italia divenga il far west se necessario devono essere potenziate le forze dell’ordine premunendosi che nei loro comportamenti non avvengano episodi di violazione delle norme di legge come purtroppo è avvenuto in alcuni rari casi. Soprattutto così come si è scatenata la canea e la plebaglia della destra non si è sentito il controcanto della sinistra che difronte a casi simili tace o si allinea al gregge anzichè contro battere con una politica alternativa ed educare i propri militanti alla difesa della legge e della civiltà da sempre principi fondamentali del suo dna. Poiché è su questi problemi sicurezza e migranti che ci si può distinguere dalla destra e riprendere un cammino che sembra interrotto

Rino Capezzuoli

Spagna sull’orlo delle elezioni anticipate

Un errore politico abbastanza vistoso commesso dalla Presidente della Regione Andalusa che ha anticipato le elezioni autonomiche porta sull’orlo delle elezioni anticipate l’intera Spagna, mette in grave difficoltà la Presidenza di Pedro Sanchez ed apre ad una prospettiva piena di incognite sull’unità della nazione avendo la destra popolare, quella liberale e quella estrema di stampo franchista la parte vincitrice delle elezioni che si sono tenute ieri.

Per i Socialisti Spagnoli l’Andalusia è stata grossomodo ciò che Milano rappresentava per i Socialisti e l’Emilia per i comunisti, quarant’anni di dominio ininterrotto, la regione del Sud che ha dato i natali ai grandi leader del Psoe (Felipe Gonzalez in testa) un modello di buongoverno che non ha retto alle ondate degli scandali che hanno logorato il partito locale né all’ondata della destra nazionale che si è accesa in particolare dopo i fatti catalani.

Solo che il bipolarismo che rappresentava l’equilibrio stabile della politica spagnola con la capacità di contenimento delle grandi forze tradizionali di segno europeo ha dovuto fare spazio prima alla novità rappresentata da Podemos che ha raccolto la sinistra radicale tradizionale e la nuova insorgenze del voto giovanile che raccoglieva i disagi del precariato generato dalla crisi e poi successivamente alla presenza di due movimenti sostanzialmente anti-politici, il primo Ciudadanos che si è configurato subito con un timbro di modernità liberista e nazionalista per poi retrogradare verso una posizione più tradizionalista della destra spagnola in antitesi al Partito Popolare e ora, quello che desta più preoccupazione, l’affermarsi di un Partito di Ultra-destra tradizionalista, in definitiva conservatore, machista, razzista di nostalgia franchista che porta il nome di VOX animato perlopiù da vecchi quadri del Partito Popolare di orientamento aznarista che hanno contestato in questi ultimi anni l’indolenzimento delle posizioni di Rajoy e del PP di fronte alla sfida Catalana che ha nesso a rischio l’unità della nazione.

L’Andalusia povera che è stata la prima regione a temere l’eccessivo autonomismo concesso dalla Costituzione del 1978 alle Regioni è stata in prima fila da sempre a contenere le spinte innanzitutto di carattere economico che le concessioni di sussidiarietà nell’investimento pubblico avrebbe penalizzato una regione così grande ma anche per tanti versi arretrata.

Sembra incredibile, ma non lo è, come il Fronte Nazionale in Francia, Alba Dorata in Grecia, in parte cinquestelle e Lega , ma la rivolta delle periferie urbane e delle zone rurali penalizzate dai vincoli europei ha trovato nella estrema destra appunto una nuova voce ed essa sarà decisiva per la formazione di una nuova Giunta nonostante la Presidentessa sconfitta Diaz richiami le forze “costituzionaliste” alla responsabilità di costituire un argine comune.

Sanchez non si aspettava un tale rovescio, nonostante abbia partecipato nei ritagli dei tempi istituzionali alla campagna elettorale, pur paventando i rischi di una flessione elettorale non immaginva la perdita della maggioranza assoluta peraltro mai messa in discussione dai sondaggi.

La sconfitta andalusa può rimettere in moto la disfida catalana senza attendere i primi verdetti ai processi dei Leader Indipendentisti (che hanno avviato uno sciopero della fame contro i ritardi del Tribunale che impedisce loro di poter avviare un procedimento dinnanzi al Tribunale europeo che riconosca loro di aver visto i propri diritti violati) e senza attendere le elezioni comunali ed europee; La rivolta “gialla” parigina muove delle suggestioni nuove, così come il rischio dell’arrivo di una destra assai più aggressiva che non farebbe alcuno sconto all’irridentismo catalano arrivando a rimettere in discussione l’autonomia della Regione così come ormai all’unisono invocano le tre formazioni di Centrodestra e Ultra-destra d’accordo nel veder nuovamente applicabile quell’art.155 che di fatto scioglie l’entità autonoma della Catalogna.

Questa tappa andalusa non ci voleva per il Governo Socialista che pure stava avviando un pacchetto di misure economiche popolari senza sforare nei budgets dimostrando un nuovo protagonismo politico di una forza tradizionale della socialdemocrazia europea in un momento di crisi e stallo di tutti i vecchi partiti.

Il voto comunica che c’è molta strada da fare per contenere le spinte nazional-populiste che infestano tutta l’Europa, esse producono delle spinte e delle scosse che anziché condurre a delle soluzioni durature determinano le crisi istituzionali ed il caos.

Ma forse è proprio questo che serve a tutti coloro che sull’instabilità europea hanno puntato tutte le loro fiches ed incominciato a raccogliere dei congrui interessi politici, economici e geo-strategici.

Ai tedeschi non far sapere quanto è bello Toninelli Cancelliere

​C’era un proverbio che mi insegnarono essere al contempo un po’ cattivo e scioccamente supponente e classista: “Al contadino non lo far sapere quanto è buono il formaggio con le pere”.

​Credo sia passato di moda e finito negli archivi della parlata dei nostri nonni, non solo per un accresciuto senso di solidarietà sociale ma perché le pere che si trovano in vendita sono belle ma scipite ed acerbe.

​Quale che sia il valore di quel precetto socio-gastronomico, esso mi è tornato alla mente sentendo Di Maio spiegare che tutti in Europa ce l’hanno col suo Governo, perché temono che anche nei loro Paesi transalpini si accorgano come è bello essere governati da quelli come lui. Paura dell’esempio italiano, paura che quei popoli cui è finora mancata la luce del pensiero di Grillo, si scuotano dal torpore e trovino la via indicata da ben Cinque Stelle.

​L’idea di un cinquestellismo di esportazione, non tanto e non già verso Grecia e Spagna (che ci hanno preceduti) ma verso, che so, la Germania, la Francia etc. etc. è in sé abbastanza grottesca per poterne discutere come di una cosa seria.

​Non sono, non siamo razzisti.

E sappiamo bene che, ad esempio, se il fascismo ha trovato Oltralpe degli imitatori, le imitazioni sono state anche peggiori dell’originale.

Ma, oramai non si può più parlare di populismo, di grillismo e di cinquestellismo senza che ci si trovino avanti agli occhi le figure di Di Maio, di Toninelli, di Grillo. Vedere questi “cosi”nella veste di parlamentari e governanti italiani è in sé disagevole.

Ma, francamente, pensare al pericolo di un cinquestellismo tedesco, è un po’ troppo.

Ve lo immaginate Toninelli, Cancelliere?

E già perché le idee le portano in giro gli uomini. Noi non siamo peggiori degli altri. Ma un Toninelli al posto della Merkel non può che farmi ridere.

Però, di riso amaro!

​​​​Mauro Mellini

Elezioni Europee, riconquistare la dignità di soggetto politico

Nel diciottesimo secolo l’Abbé de Saint-Pierre, dopo secoli di guerre e lotte fratricide, nel suo “ Progetto per la pace perpetua”, presentato da Jean Jacques Rousseau, propose il federalismo come soluzione capace di scongiurare le guerre: per sostituire al binomio AUT-AUT il binomio ET-ET e consentire la reciproca comprensione. “Se ciò malgrado, questo progetto resterà senza seguito, non vuol dire che esso sia chimerico, ma che gli uomini sono insensati e che è una specie di follia esser saggi in mezzo ai pazzi”.

Sempre nello stesso secolo, oltre oceano, le colonie che si erano ribellate alla corona d’Inghilterra e organizzate in stati indipendenti dovevano decidere la nuova forma di governo. Seguendo le sollecitazioni di Hamilton, Jay e Madison, che con una serie di articoli giornalistici firmati con il comune pseudonimo di Publius ( e pubblicati a partire dal 27/10/ 1787 su Indipendent Journal, New York Packet, Daily Advertisor) avevano proposto la nascita di una federazione, furono creati gli Stati Uniti d’America.

Nel diciannovesimo secolo in Italia l’Intera sinistra risorgimentale ( da Mazzini a Cattaneo) fu sostenitrice della unità democratica dei popoli di Europa che, d’altra parte, fu anche l’ideale indicato da Andrea Costa nel suo saluto al secolo nuovo. Le sue parole sono incise in una lastra di marmo posta all’esterno della residenza municipale di Imola: “ E’ l’alba del secolo nuovo. Gettate fiori a piene mani. Lavoratori, pensatori, uomini! Se il secolo che muore vide l’indipendenza e l’unità delle patrie, il secolo che nasce ne vedrà la federazione…”

Terminata la prima guerra mondiale, nel tentativo di evitare che tale tragedia potesse ripetersi, sorse la Società delle Nazioni, allo scopo di ottenere la pacifica risoluzione dei contrasti internazionali. Varie critiche furono rivolte alla neonata istituzione. Molti autorevoli esponenti del mondo della cultura, da Luigi Einaudi a Benedetto Croce, le contrapposero la necessità di una vera e propria federazione europea, mentre il conte Coudenhove- Kalergy fondava il movimento PanEuropa per coinvolgere i cittadini in una iniziativa analoga.

Nell’intervallo fra le due guerre mondiali, fra quanti sostennero la necessità di una federazione europea, si distinse per lucidità di progetto e concretezza di impegno il movimento Giustizia e Libertà dei fratelli Carlo e Nello Rosselli. Carlo, in particolare, si espresse con efficace sintesi: “ Non esiste altra politica estera: Stati Uniti d’Europa: Il resto è catastrofe”. La proposta federalista fu sempre presente fra gli oppositori delle dittature e dei nazionalismi, ma fu in particolare fra i confinati nell’isola di Ventotene durante la seconda guerra mondiale che, da una serie di colloqui, nacque il volumetto “ Problemi della federazione europea” (poi noto come Manifesto di Ventotene). L’introduzione era ad opera di Eugenio Colorni, che dopo pochi mesi sarebbe morto a Roma combattendo nella Resistenza, mentre il testo era di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli.

Lo stesso Spinelli avrebbe poi dedicato tutta la vita alla causa europea, in un primo tempo come consigliere di Alcide De Gasperi e poi come consigliere di Pietro Nenni quando questi divenne ministro degli esteri e vicepresidente del consiglio. Poiché il progresso verso l’unione europea gli appariva troppo lento, pensò che questa lentezza fosse dovuta al fatto che il tema era delegato solo alle burocrazie nazionali, senza il diretto coinvolgimento dei cittadini. Si impegnò, così, per la elezione diretta del Parlamento Europeo( i cui parlamentari erano fino allora nominati dai parlamenti nazionali) per dare agli europarlamentari una diretta legittimazione popolare.

Altiero Spinellli, nelle prime elezioni dirette del parlamento europeo del 1979, dopo che gli fu offerta la candidatura come indipendente nelle fila del PCI, venne eletto con un gran numero di preferenze. All’interno del Parlamento Europeo fu subito chiara ed evidente la sua indipendenza di giudizio ( in gran parte delle occasioni votò in modo difforme dal gruppo politico di appartenenza) ma soprattutto fu anche evidente la concretezza del progetto federalista da lui sostenuto. Contattò i colleghi di tutti i gruppi politici e coinvolse quanti condividevano la sua proposta. Nacque così il Club del Coccodrillo, dal nome del ristorante in cui questi politici erano soliti riunirsi. Avendo il Club del Coccodrillo convinto la maggioranza degli europarlamentari, il Parlamento Europeo votò un progetto volto a trasformarsi in una vera e propria Assemblea Costituente. Le riunioni intergovernative riuscirono però a svirilizzare il progetto: Spinelli dichiarò di sentirsi come il pescatore del racconto “ Il vecchio e il mare” di Hemingway che, catturato un grosso pesce le cui eccessive dimensioni non potevano essere contenute nella barca, lo legò all’esterno della imbarcazione. Giunto in porto, però, si accorse che ne restava solo la lisca. Il resto completamente divorato dagli squali.

Le elezioni europee si sono da allora svolte con regolarità ma la pigrizia o la cattiva volontà delle burocrazie nazionali, non di rado criptonazionaliste, ne hanno costantemente ostacolato i progressi. Nonostante le opposizioni, più o meno esplicite, è fondamentale il ripetersi delle elezioni europee: sarebbe però necessaria una unica e comune legge elettorale per tutti i paesi europei e sarebbe anche indispensabile una data unica e comune per tutti. A fronte dello strapotere USA ad ovest e ai possibili ricatti energetici di Russia e Pesi Arabi ad Est, i paesi europei si presentano inermi e in ordine sparso, quasi vittime del motto latino “ divide et impera”.

Solo una vera Federazione Europea consentirebbe al popolo d’Europa di riconquistare la dignità di soggetto politico, mentre d’altra parte, ai fini dell’equilibrio dei poteri, non sarebbe ininfluente la nascita di un bicameralismo:

-una Camera degli Stati in cui ogni stato, per quanto piccolo, abbia un numero di rappresentanti uguale agli altri.

-una Camera dei Popoli in cui il numero dei rappresentanti sia proporzionale al numero degli abitanti

La visione federalista europea è distorta da gran parte delle classi politiche nazionali che, incapaci di incidere sulla realtà per i limiti obiettivi del livello nazionale, accusano l’Europa (malevola matrigna) di ostacolare la libertà delle proprie scelte e alternano promesse irrealizzabili a semplice e banale demagogia preelettorale. In realtà le scelte della “Europa” non sono che le decisioni prese dagli stessi capi di stato e di governo nelle loro riunioni semestrali. La visione federalista europea, talora tacciata di utopia, appare invece ancora oggi l’unica possibile soluzione alle tante dinamiche negative internazionali. Ciò mentre l’involuzione autoritaria di tanti grandi paesi e i focolai di guerra non lontani costringeranno l’Europa a riconsiderare con maggiore concretezza anche l’ipotesi di un difesa comune, perché la democrazia non è mai una conquista definitiva ma va quotidianamente difesa dai pericoli interni ed esterni che la minacciano.

Mario Barnabé

Un governo di profilo… molto basso

In questi giorni è accaduto un fatto segnalato con grande rilievo dalle televisioni e dai giornali nazionali, che anche noi vogliamo commentare:lo sgombero e la demolizione delle ville del clan dei Casamonica. Il fatto di per sé non meriterebbe la ribalta delle cronache nazionali, se al provvedimento amministrativo del sindaco di Roma, non fosse seguita la sfilata dei massimi esponenti del Governo e dello stesso primo cittadino Virginia Raggi.
La passerella del sindaco ci può anche stare; evidentemente, dopo l’assoluzione in Tribunale dall’accusa di falso in atti d’ufficio sentiva il bisogno di “mostrarsi”. Ma la presenza del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e del suo vice, il ministro dell’Interno Matteo Salvini, sono veramente fuori luogo. Con tutti i gravi problemi che hanno di fronte questi signori (bocciatura della Finanziaria da parte dell’Europa, economia che ha smesso di crescere, disoccupazione in aumento) non trovano di meglio che perdersi in una questione di “borgata”.
C’è un detto napoletano che recita: il sesso è finito in mano ai bambini. Abbiamo tradotto in modo pulito, ma l’assunto rende bene l’idea: la politica che dovrebbe essere notoriamente cosa seria e da adulti, è finita in mano ai bambini. Tutti noi amiamo i piccini, ma sappiamo che possono fare molti danni se non li controlliamo. Ma purtroppo, i Di Maio, Salvini, Conte, Toninelli, Bonafede ed altri, sono fuori controllo.
Soffermandomi su queste riflessioni, mi sono ricordato del governo rimasto in carica dal 1974 al ‘76 e presieduto da Aldo Moro (ricordiamo ai giovani, che era il presidente della Democrazia cristiana ed è stato ucciso dalla Brigate rosse), con vice presidente del Consiglio Ugo La Malfa (segretario del Pri), l’economista più accreditato del tempo; un esecutivo di alto profilo con una lista di ministri autorevoli. Ci sono stati tanti governi nella cosiddetta Prima Repubblica, presieduti sempre da esponenti politici di alto livello.
Di fronte alla sceneggiata di Roma, che ha mostrato la sfilata del governo fra le rovine del clan Casamonica, mi sono chiesto: vi immaginate gli onorevoli Aldo Moro e Ugo La Malfa al posto di Conte e Salvini nella “borgata” a controllare la demolizione delle case abusive? Non solo non si sarebbero distratti dagli affari di Stato per una questione locale, ma non avrebbero neppure pensato di andarci. Noi abbiamo augurato buon lavoro -sette mesi fa- a questo governo, perché al di là della politica, il popolo mira alla soluzione dei problemi. Ma non è così che si risolvono le questioni; insultando i commissari europei. Forse (chi lo può sapere), non avremmo mai dovuto adottare l’euro, ma così stando le cose non possiamo fare i menefreghisti. Le regole vanno rispettate.
Attualmente, il nostro è un Governo di basso profilo, ma se la smettono di fare i “bambini che fanno i dispetti”, hanno tutto il tempo per rimediare ad una partenza sbagliata.

Vince Salvini, Ministro dell’Insicurezza e del disordine

La facilità con cui Salvini sta piegando il Movimento 5 Stelle sul decreto sicurezza conferma che la dinamica politica in atto ha attestato nelle mani della Lega il timone del Governo. I sondaggi dicono “Vince Salvini” che mantiene un profilo da campagna elettorale; per questo non è difficile credere a chi dice che il Ministro dell’Interno si è visto al Viminale pochi giorni in questi mesi. La mobilità di Salvini e il suo dominio sui social deve aver distratto i tanti che non hanno ancora percepito cosa comporterà la definitiva entrata in vigore di questa nuova norma che pere essere il preludio alle nuove leggi razziali del XXI secolo.

Allontaniamoci per un attimo dalla lettura politica e anche dalla valutazione pregiudiziale che nei confronti di Salvini difficilmente abbandoneremo; lo dico convinto di non correre il rischio di imitare la sciatta incoerenza del famoso “mai con Salvini” dell’autore Luigi Di Maio che, ormai, ha decisamente superato la nota locuzione renziana “stai sereno”.

Richiamo l’attenzione dell’opinione pubblica su una questione molto concreta che attiene proprio alla sicurezza, cioè il bene primario di cui questa legge vorrebbe occuparsi.  Ed è giusto che lo Stato si preoccupi della sicurezza dei suoi cittadini e della legalità anche sul versante della immigrazione, aspetto che forse è stato un po’ trascurato.

La conseguenza immediata di questa legge la vedremo nei primi giorni di dicembre. Le Prefetture hanno già avvisato i gestori dei centri di accoglienza che devono cessare ogni attività nei confronti di coloro che sono destinatari della “protezione umanitaria e sussidiaria” e mantenere il servizio di accoglienza solamente per gli immigrati destinatari della “protezione internazionale”. Ad occhio e croce, in tutti i comuni italiani dove sono presenti i centri di accoglienza, decine di migliaia di profughi, si stima fino a 100 mila in sei mesi, saranno lasciati senza alloggio e senza vitto. Dalla sera alla mattina, saranno accompagnati alla porta.

In applicazione del decreto e su indirizzo del Ministro dell’Insicurezza le Prefetture hanno già scritto, senza offrire indicazioni sulla destinazione degli ospiti, che da dicembre saranno evidentemente considerati “indesiderati” anche se manterranno il diritto di permanere sul territorio dello Stato. Aggiungo un particolare: non è previsto il rimpatrio ne sono previsti strumenti, risorse o una qualunque indicazione per i Sindaci e le Prefetture per gestire questa nuova situazione.

Non è difficile immaginare che strada prenderanno queste persone, private del sistema dell’accoglienza, quando dai primi di dicembre saranno accompagnati alla porta di ogni struttura. Possiamo solo immaginare quanto saranno impegnati per il reclutamento gli uffici personale delle organizzazioni criminali che di colpo si ritroveranno con una abbondante manodopera a basso costo pronta per “mansioni difficili”.

L’insicurezza potenziale di questo cambiamento è evidente. Cosa dobbiamo pensare? Se Salvini non si è distratto troppo e si è occupato della materia, avrà pensato di alzare volontariamente il livello di tensione e di odio nei confronti degli immigrati pensando di passare, dopo, dalla premessa razzista all’azione.

Di fronte a questo scenario va accolta ed estesa l’iniziativa del Consiglio Comunale di Torino che ha approvato un ordine del giorno con cui si chiede di sospendere l’applicazione di questa nuova norma. E’ una iniziativa che dovrebbe essere fatta propria da tutti i Comuni italiani per segnalare i rischi e rendere consapevole una opinione pubblica frastornata dal trambusto quotidiano del circo di questo litigioso governo.

E’ un appello a tutti gli amministratori locali a non rassegnarsi di fronte a una legge cattiva.

Livio Valvano

Corsa ad ostacoli nel PD

Formalizzata la discesa in campo di Minniti, parte la corsa ad ostacoli nel PD per la guida del partito. Non vi è dubbio che i due maggiori protagonisti siano Minniti e Zingaretti. Per inciso vale la pena ricordare che la discesa in campo di Martina, proprio perché in extremis, ci rende avvertiti che le previsioni sono per il mancato traguardo della maggioranza assoluta alle primarie rinviando la scelta del segretario-leader all’assemblea nazionale. In ordine cronologico primo a scendere in campo è stato Zingaretti.

Più volte in passato il suo nome faceva parte della rosa dei papabili ma non se ne era fatto niente per il suo diniego a mettersi in gioco. La situazione ora è stata ritenuta matura e dobbiamo riconoscere che è un gesto di grande disponibilità per un partito in enormi difficoltà. La carta per eccellenza di accreditamento per Zingaretti è che è un vincente più volte in controcorrente. Si badi bene non è che lui si misuri e prevalga grazie ad un’oasi elettorale privilegiata. No, lui vince quando nello stesso ambito elettorale in contemporanea, seppure a diversi livelli, i suoi compagni di partito perdono. Tanto di cappello per la fiducia in lui riposta ma questo non basta, tutt’al più lo classifica tra i migliori amministratori locali e possibile riferimento virtuoso per tutti gli altri. Scherzosamente in un precedente articolo auspicavo per lui e per noi la metamorfosi necessaria per il salto a responsabilità di vertice nazionale, il passaggio da cozza aggrappato all’istituzione a gabbiano capace di guardare ed andare lontano.

Altro motivo di accreditamento per Zingaretti aver perseguito e tenuto in vita in regione quell’ampio fronte di centrosinistra aperto a tutti senza esclusioni pregiudiziali in un sapiente dosaggio con le nuove forze civiche emergenti nella regione specie negli enti locali. Con la discesa in campo di Minniti i requisiti citati non bastano più. Minniti infatti può vantare il merito di aver ridotto l’afflusso dei migranti nell’ultimo anno del suo governo dell’87% qualificandosi come il più valido concorrente per popolarità con lo straripante dichiaratore d’intenti anti-immigrazioni che è Salvini, debitore nei confronti del suo predecessore della linea aperturista verso i Paesi mediterranei coinvolti in un fenomeno epocale di lunga durata. Per battere Minniti a Zingaretti occorre una marcia in più di cui non c’è traccia nel suo programma, così come in tutti gli altri contendenti. Ed è la consapevolezza che le due bocciature referendarie di altrettante riforme istituzionali, necessarie per tenere il passo con l’Europa nell’accelerazione continua che caratterizza la globalizzazione, non consentono di gettare la spugna,come ha fatto Renzi col suo patrimonio migliore di governo del Paese, tanto da far pensare che più che per il Paese le riforme fossero sentite come stabilizzatrici del suo potere.

Un dato di fatto che avrebbe dovuto rinfacciare al fronte dei no è che con il ballottaggio del tanto vituperato Italicum, avremmo saputo al secondo turno chi doveva governare il Paese senza ricorrere all’alibi “Non me l’hanno consentito”, implicitamente escludendo l’accusa di volere l’inciucio con la destra. Di altrettanta portata storica l’innovazione del rapporto, fondante il reciproco rispetto senza l’esasperazione-esclusione dei voti di fiducia, del Governo con la fiducia di una sola Camera e la riduzione del Senato a soli 100 membri .Almeno di questi meriti storici, tra tanti altri rilievi da poter muovere a Renzi, non c’è traccia né in Zingaretti né in altri se è vero che si vuole perseguire la dichiarata volontà unitaria del partito. Questa lacuna nella base desta lo stesso moto di rigetto generato dalla rottamazione. Il valore aggiunto di Zingaretti dovrebbe essere la consapevolezza che il riordino ed il rilancio degli enti locali, trascurati ed avviliti nella quotidianità della gestione, dovrebbe trovare proprio nella regione,grazie alla sua autonomia statutaria, il rilancio dal basso del processo costituente fallito perché calato dall’alto.

Basti pensare a quella barriera istituzionale che per il venir meno del vertice (sindaco o presidente)comporta automaticamente l’azzeramento delle assemblee elettive. Zingaretti, già in predicato in passato per la guida del partito, possibile che non si sia posto il problema di come garantire la continuità della regione nel caso di assunzione di responsabilità a più alto livello? Non ha valutato che questa poteva diventare una palla al piede nella sua corsa motivando il rischio di nuove elezioni anticipate peraltro senza di lui?Possibile che chi è dentro questa problematica fino al collo non avverta che questo è un problema generale (favorire l’osmosi di classe dirigente dal basso verso l’alto e non ripiegare su degli sprovveduti improvvisati)e non se ne faccia carico ignorandolo del tutto nei suoi propositi?Mi pare di sentire la richiesta: quale soluzione? C’è solo la difficoltà della scelta ma ne accenno due su cui tutti potrebbero sollecitamente convergere:introdurre a tutti i livelli, compreso quello nazionale, la sfiducia costruttiva come in Germania. Oppure ricorrere al modello americano per l’esecutivo: l’introduzione di un ticket, meglio se uomo-donna o viceversa, già previsto dal 2015 in un disegno di legge del mio amico senatore Moscardelli. In tempi di imperanti violenze sulle donne fino ai femminicidi sarebbe una testimonianza esemplare dell’apprezzamento dell’intera nazione in controtendenza rispetto alla violenza sulle donne.

Roca