Il cambiamento di Casaleggio Associati s.r.l., dirige l’orchestra il maestro Beppe Grillo, canta: Gigi Di Maio

Il mondo dei social ci ha proiettato nella dimensione della socializzazione virtuale, in uno stato di irresistibile voglia di scrivere, scrivere, scrivere, non importa cosa, non importa perché, l’importante è scrivere per ottenere gli agognati likes. Una sorta di voglia matta di piacere a tutti i costi che sta ponendo tutti sulla galassia dell’irrequietezza psicologica del selfie perfetto.

Ebbene, non è da meno il nuovo governo che ha scelto come personale ufficio stampa le piattaforme social più disparate. Si sa, il mondo sta cambiando e i grillini rappresentano il nuovo, la rivoluzione, l’avanguardia, il cambiamento.

Un brulichio di selfies, di video dirette dal ghigno sbeffeggiante degno del buon vecchio Batman (che a me non è mai stato così simpatico, forse per quel suo morbo giustizialista), #slogan e chi più ne ha più ne metta. Aggiungiamogli pure tutta la squadra di neo-assunti a Montecitorio che gestirà la pagina social del “premier prestavoce” …insomma, il mondo è cambiato!

Questo sembra essere il filo conduttore della nuova dirigenza a 5 stelle che cavalcando l’onda del cambiamento dipinge un “decreto dignità” che potrebbe quasi essere paragonato a “Il quarto stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo per la sua intensità sociale: il popolo a 5 stelle che lento e sicuro cammina verso un’inevitabile vittoria.

Loro sì che hanno capito i problemi dell’economia italiana! Il mondo del lavoro non funziona: il precariato, il Jobs Act, Renzi, Berlusconi e tutta la marmaglia sono il problema.

In Italia la situazione del mondo del lavoro è assai complessa, molto probabilmente anche per via di quella che è stata la storia italiana dal dopoguerra ad oggi. Individuare IL problema di tutto ciò è davvero cosa ardua ma sicuramente sono stati commessi degli errori.

Rievocare un passato lontano e apparentemente perfetto non ha senso. Giusto è, invece, programmare il futuro alla luce degli errori del passato. All’Italia manca una visione, manca un’azione che aumenti davvero le prospettive di lavoro all’interno di un solido progetto di sviluppo del Paese e di incoraggiamento delle energie positive.

Evidentemente quando un giovane Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico rivolge la sua totale attenzione sull’obiettivo di estendere a stabile tutto il lavoro precario per tutti i giovani italiani senza spiegare come rimettere in moto l’economia del Paese per sostenere tutte queste assunzioni, qualche domanda è lecito farsi.

In più ci si scontra con un mercato del lavoro che, sebbene complesso ed eterogeneo, sta mostrando cambiamenti rapidissimi ed inesorabili.

Credereste se vi dicessi che il lavoro precario non è più visto come un problema dalle nuove generazioni?

Secondo un recente studio di Deloitte, il “Deloitte Millennial Survey 2018”, condotto in 36 Paesi su più di 10.000 millennial (nati tra gennaio 1983 e dicembre 1994) e più di 1.800 giovani appartenenti alla cosiddetta Generazione Z (nati tra gennaio 1995 e dicembre 1999), viene evidenziato un cambiamento radicale del concetto di lavoro e dei rapporti che lo governano.

Tra i millennial, il 43% prevede di lasciare il proprio posto di lavoro entro 2 anni, e solo il 28% pensa di rimanere oltre i 5 anni. Tra i millennial disposti a lasciare i loro datori di lavoro nei prossimi 2 anni, il 62% ritiene che la gig economy sia un’alternativa fattibile al lavoro a tempo pieno. La lealtà è persino inferiore tra i dipendenti emergenti della Generazione Z, con il 61% che dichiara che lascerebbe il posto di lavoro attuale entro 2 anni se gli fosse data la possibilità di scegliere.

Sicuramente la Deloitte mette in evidenza, più che un mondo del lavoro super liberista, un cambiamento nelle aspettative dei lavoratori e, in maniera più ampia, il passaggio dal concetto di lavoro precario a quello di lavoro flessibile. Chiaro è che se lavoro non ce n’è, risulta complicato riempirsi la bocca con la flessibilità. Ed è proprio qui il problema.

Poi però mi ricordo che lo steward di Pomigliano D’Arco con il mondo del lavoro ha lo stesso rapporto di chi salta la prima ora per non essere interrogato. Probabilmente ha forse poco chiaro il mercato del lavoro e il grande cambiamento in atto.

Su dai, non scherziamo! Qui è in atto il cambiamento! Spumanti sapore vitalizio e aerei dirottati a furor di popolo non saranno che la punta di un iceberg di buona politica. Diamogli tempo, facciamoli lavorare! Che ne sa la sinistra che parla ancora di proletariato!

In realtà, leggevo da qualche parte che, mutatis mutandis, oggi il proletario esiste ancora ma non ha grandi possibilità di generare prolès.

Non è forse proletario chi è costretto, laureato o non, ad emigrare in società più meritocratiche e con più opportunità di lavoro? Chi vuole fare imprenditoria agricola e decide di lasciar perdere perché gli aiuti europei hanno dei requisiti troppo stringenti per avviare o sostenere negli anni la sua attività? O un giovane ricercatore italiano che emigra in Texas per diventare professore associato all’età di 26 anni e a 34 vince la Medaglia Fields dalla sua cattedra a Zurigo?

Beh, ora definire proletario una Medaglia Fields sarebbe davvero troppo. Il problema di base, però, rimane. Il mondo del lavoro è cambiato e all’orizzonte non si vedono forze politiche con una chiara e ambiziosa idea-Paese.

Chiaramente oggi in Italia tra le cause della disoccupazione giovanile ci sono la coda della crisi economica, il precariato (nessuno lo nega) e la mancanza di un sistema meritocratico ma il problema più grande è da rintracciarsi nella mancanza di lettura globale delle possibili evoluzioni del mercato del lavoro.

Il concetto quindi non gira intorno al liberismo del mercato del lavoro che sostituirà i lavori fissi con i lavori flessibili quanto alle politiche che devono governare questo fenomeno preparando il terreno fertile alle prossime generazioni, partendo dalla formazione e senza aver paura dei cambiamenti, affinché esse siano in grado di svilupparsi all’interno di un mercato del lavoro ricco di possibilità.

Secondo il World Economic Forum il 65% dei bambini che oggi vanno a scuola svolgeranno dei lavori che oggi ancora non esistono. Oggi i Neet (not engaged in education, employment or training) in Italia sono il 26%. Ovvero, un quarto dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni non studia, non lavora e non è nemmeno impegnato in un corso di formazione. Una media elevatissima se si pensa al 9,6% della Germania.

Eppure i dati in Italia mostrano che le imprese fanno fatica a trovare progettisti ed informatici, SEO manager e data scientist, tornitori e braccianti agricoli, elettrauti specializzati e tutte quelle professioni di assistenza agli anziani (se nessuno l’avesse notato, la popolazione italiana sta invecchiando). Insomma, è chiaro il colpevole e noto scollamento tra scuola e mondo del lavoro.

Ma ancora una volta si cerca di trovare soluzioni guardando alle conseguenze e non alle cause.

Nulla importa infatti se nell’era della digitalizzazione, o robotizzazione come amano chiamarla i nostalgici dell’800 marxista, il 30% della popolazione italiana non ha competenze digitali, se nelle scuole c’è un computer ogni otto bambini, se, infine, investiamo in ricerca e sviluppo per l’1,3% del PIL, a fronte della media europea che si attesta al 2% (la Germania è al 2,9%).

Per non parlare degli ormai abbandonati (dai fondi ministeriali) istituti tecnici professionali. Chi, diplomato o non, non aveva voglia e/o possibilità di continuare il percorso di studi aveva l’opportunità di formarsi presso scuole professionali e professionalizzanti che generavano manodopera qualificata. Ricordiamoci che l’Italia è il Paese delle micro-attività e le piccole professioni hanno rappresentato il fulcro dell’economia italiana.

E non solo. E’ paradossale apprendere che nell’Italia della disoccupazione giovanile, le imprese facciano fatica a trovare tecnici da assumere. E non si parla di ingegneri. Nei prossimi 5 anni avremo bisogno di oltre 150mila supertecnici nei settori chiave della meccanica, del tessile, della chimica, dell’alimentare e dell’Ict. E la colpa non è del precariato, la colpa è del gap tra competenze dei lavoratori e richieste delle imprese.

E invece no, sono gli immigrati che rubano lavoro agli italiani!

E poco importa se (Fonte Ocse) solo il 18% degli italiani possiede il titolo di studio più alto, se la spesa pubblica annuale per studente è pari a 9.352€ contro quella europea pari a 13.125€ e se un laureato con specializzazione deve attendere cinque anni prima di guadagnare uno stipendio dignitoso di 1.400€ (Fonte Almalaurea).

Chiaro è che se per uno come Di Maio che probabilmente è ancora studente fuorisede, gli avessero detto che dopo aver sostenuto gli alti costi di una laurea tra cui tasse universitarie, libri, spesa al supermercato, trasporto pubblico e affitto della stanza, si sarebbe ritrovato a dover ulteriormente specializzarsi con un master per ottenere un lavoro dignitoso e senza una borsa di studio, probabilmente avrebbe lasciato ancor prima di laurearsi. Come fanno poi famiglie con reddito medio inferiore ai 2.500€ a mandare un figlio all’Università? Sembrerebbe quasi che la scuola sia diventata un lusso per soli ricchi.

Ma non puntualizziamo, lasciamoli lavorare!

Certo che, se a queste considerazioni aggiungi il fatto che alla conferenza stampa a Palazzo Chigi il “premier prestavoce” definisce il “Decreto Dignità” non come la misura che elimina i rapporti a tempo determinato ma come, cito testualmente, “il segnale che non devono essere la regola del mercato del lavoro”, più di un dubbio lo lascia sull’effettiva utilità di questo decreto.

Ma all’Italia che oggi è anestetizzata, quasi rincoglionita dall’ossessiva onestà grillina poco importa del merito delle questioni. Siamo quelli del: “Abbiamo provato tutti, proviamo anche questi! Tanto, peggio di così?!”.

Siamo il popolo che al luminare preferisce il mago.

E tutto questo avviene sotto i click di tutti, con improvvisati medici no-vax, eccellenti esperti in ingegneria, tuttologi accademici, illustri scienziati e persino economisti affermatisi davanti ad un prosecchino sulla spiaggia di Milano Marittima. Eccellenze che non spiegano l’evidente declino culturale italiano ancora più evidente oggi grazie agli amati social.

Che fortunati che siamo, però. E’ in atto la “Rivoluzione del cambiamento” e noi tutti la stiamo vivendo in diretta streaming, altro che “the revolution will not be televised”.

 

Daniele Cocca

Antonello Pischedda, quell’angoscia dell’uomo di cultura

Ieri se n’è andato Antonello Pischedda. Era stato mio collega al Senato nell’XI legislatura (1992-1994), ma lo conoscevo da quarant’anni, sia come militante socialista che come uomo di teatro. Aveva fatto del Teatro Civico di una città altrimenti sonnolenta come La Spezia un centro innovativo di cultura. A Genova aveva partecipato, con Lele Luzzatti e Tonino Conte, all’esperienza del Teatro della Tosse. Era stato l’impresario di Carmelo Bene. Con sua moglie Mara Baronti, scomparsa qualche anno fa, aveva diffuso in tutta Italia il teatro della narrazione. Non era nè un nano nè una ballerina: col suo fisico possente partecipò a pieno titolo a quella stagione del “nuovo corso socialista” frettolosamente archiviata da un coro di moralisti e misoneisti che individuarono “il nuovo che avanza” in effimere riforme elettorali invece che nella ricerca e nell’aggiornamento delle vecchie culture politiche. E gli capitò di approdare a palazzo Madama nel momento peggiore (almeno fino a quello che stiamo vivendo oggi). Otto anni fa era stato colpito da un ictus, dalle cui conseguenze non si era più ripreso: ma quando lo andavo a trovare mi rendevo conto che il cervello gli continuava a funzionare, il che accresceva la sua angoscia. Ieri è finita anche quella.

Genova, incompetenza e infantilismo

Alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella, si sono tenuti i solenni funerali delle vittime di Genova. C’è un tempo del silenzio e del dolore, che è quello di questi giorni e ci dovrà essere il tempo delle responsabilità, che fanno capo alla società privata di gestione, ma anche alle istituzioni pubbliche; cui competono, per legge e convenzione, i dovuti controlli sulle infrastrutture ed i servizi utili alla mobilità dei cittadini. Si è scelto, invece, con tempismo sospetto, di additare il “mostro” alla opinione pubblica, per distogliere dalle prerogative proprie, quando assistiamo, da tempo immemore, al rilascio di licenze edilizie in zone a rischio; agli sguardi rivolti altrove, mentre avanza l’abusivismo edilizio; quando non si opera un capillare controllo del territorio e sulle fondamentali opere pubbliche ed infrastrutture.

Tale luttuoso evento, non è certo colpa di questo Governo, in carica da pochi mesi, ma lo stesso denota incompetenza, infantilismo e forse anche calcoli politici, quando, sull’onda della forte emozione, che la tragedia ha suscitato fra gli italiani ed anche negli altri paesi, annuncia l’avvio del provvedimento di revoca della Convenzione con la società di gestione (cori di approvazione), ma non fa altrettanto con chi, all’interno dei Ministeri competenti, dagli stessi guidati, non ha provveduto, nei tempi dovuti, ai necessari controlli e diffide ad adempiere (silenzi diffusi). Vero è che l’esperienza si fa con gli errori e col tempo; di errori, in questi mesi, ne abbiamo già visti diversi, il tempo deve ancora passare. Speriamo non sulla pelle degli italiani!

Salvatore Pane
Federazione di Crotone

L’urlo di S.

“Non ti vogliamo Salvini, sei un razzista, un fascista!”. Così S. una ragazza diciassettenne, studentessa della bergamasca ha interrotto il ministro dell’Interno mentre parlava alla festa del Carroccio a Pontida.

Salvini ha reagito con sarcasmo, preoccupandosi peraltro di calmare la folla di esagitati supporters che hanno aggedito verbalmente la ragazza con insulti e dileggi.

Probabilmente qualcuno tra i presenti avrebbe voluto passare alle vie di fatto ma l’astuto leader leghista si è preoccupato di fare scendere immediatamente la tensione mentre S, impavida, non si è mossa di un centimetro dalla postazione che occupava a ridosso del palco (tutto documentato da filmati visibili su Youtube).

S è una ragazza normale, non frequenta centri sociali nè è iscritta a partiti di sinistra, (nonostante il prode Salvini, abbia, neanche a dirlo, adombrato tale ipotesi) che ha semplicemente urlato a piena voce (e in territorio a lei ostile) quello che molte italiane e italiani dotati di un minimo di equilibrio pensano di Salvini, del suo governo e del modo in cui da leader leghista svolge il suo ufficio di Ministro dell’Interno.

L’urlo di S rimanda al gesto che più di ottanta anni fa vide protagonista August Landmesser, un operaio di Amburgo che si rifiutò di fare il saluto nazista durante una manifestazione. L’operaio pagò duramente quel gesto con vessazioni di ogni sorta.

Certo tempi e circostanze sono cambiate e (parafrasando Brecht) “La resistibile ascesa di Salvini & C. non sembra essere accompagnata, per ora, da violenze fisiche nei confronti di chi dissente.

Si accontentano delle ingiurie via web, delle fake news funzionali al moltiplicarsi di episodi di odio razziale che si manifestano, con sempre più frequenti aggressioni fisiche verso migranti o verso chi ha caratteristiche somatiche “sospette” e non gradite.

In altre parole, se alcuno ancora non l’avesse compreso, siamo in piena emergenza razzismo, un virus rigenerato, grazie a costui e a quanti sui media lo sostengono, che si è diffuso ed è purtroppo sedimentato in larghi settori della nostra società.

A questa già grave emergenza si aggiunge la devastante azione distruttiva che l’altro azionista di governo e i suoi accoliti hanno messo in atto in poco più di due mesi,culminata con l’indecente atto di giustizia sommaria adottato al solo scopo di aizzare il sanculottismo dei sostenitori dei grillini dopo la tragedia di Genova.

Siamo solo all’antipasto di ciò che aspetta noi “normali”.

Dunque l’urlo di S, contro uno dei capi di un governo non deve restare episodico.

Una, dieci, cento, mille S.

Emanuele Pecheux

L’Italia è con Genova

Il crollo del ponte “Morandi” ha provocato decine di vittime e numerosi feriti. Il Ponte è un passaggio obbligato per tutti quelli che passano lungo la A10, l’autostrada che costeggia tutta la Regione.
Immediatamente sono scattati i soccorsi, centinaio sono i dispersi. Una cinquantina di sfollati. Questo è il momento del lutto e del silenzio. Numerosi Comuni, in tutt’Italia e anche all’estero esprimono la loro vicinanza ai cittadini genovesi e al nostro Paese.
Il Comune di Napoli, con il Sindaco De Magistris, ha annullato la tradizionale “Notte della Tammorra” che si tiene ogni anno a ferragosto e vede protagonisti validissimi nomi della musica partenopea e meridionale. La manifestazione organizzata da Carlo Faiello avrebbe previsto quest’anno ospiti come Lina Sastri, Fiorenza Calogero e tantissimi artisti impegnati sulla ricerca etnomusicale.

Ma tantissimi sono i messaggi e le iniziative di solidarietà e di cordoglio.
In quel che dovrebbe essere il momento del silenzio e della riflessione non sono purtroppo mancati episodi di strumentalizzazione e sciacallaggio politico.
Invece si ripropone l’urgenza di implementare lo sviluppo di opere come la Tav e il potenziamento di altre infrastrutture su ferro (Tav, per esempio). Il trasposrto su gomma va affiancato immediatamente da importanti opere che rilancino un sistema di collegamenti sicuri, rapidi e in grado di garantire fiducia agli investitori.

Ma il confuso Ministro Toninelli invece di aiutare i soccorsi accusa e lancia improperi. Ma è fresco il ricordo di quando altri nel suo movimento parlavano della “favoletta del ponte che può crollare” e che invece (secondo loro) avrebbe potuto durare cent’anni. Continua la battaglia tutta rivolta al passato dei grillini che , ricordiamo, si opposero alla Gronda di Genova il cui obbiettivo consiste nell’alleggerire proprio il carico sulla autostrada A10 e sul ponte crollato.

Si continua a spacciare idee assurde e passatiste che porteranno il nostro Paese a essere sempre più inaffidabile (No Tav, No Terzo Valico..e così via (No Tap e No Pedemontana.
Propganda. Ma propaganda pericolosa. Molto pericolosa. Una battaglia contro tutto ciò che sappia di futuro.
A tutto questo oggi rispondiamo con il silenzio per il rispetto delle vittime della tragedia. Dopo occorrerà davvero una riflessione che stoppi questa corsa malata e demagogica.
Ci stringiamo attorno alle vittime e ai loro familiari.

Massimo Ricciuti

Disubbidienza civile contro il pregiudizio della ministra no vax

Sono sempre stato affascinato, fin dalle scuole inferiori, dai progressi della scienza. Mi ha impressionato scoprire che anni e secoli di sperimentazioni in campo scientifico e in campo medico hanno consentito enormi passi avanti al genere umano, che malattie che un tempo erano mortali sono state debellate, e che quasi tutti gli esseri umani erano orgogliosi degli enormi successi della ricerca. Se il mondo avesse avuto paura della ricerca e della scienza, saremmo al medioevo, guarderemmo con sospetto ai boschi e ai suoi abitanti, ci chiuderemmo in casa sbarrando le porte al primo canto di una civetta, ritenendolo presagio di funeste sventure.

Pensavo che tutto questo fosse normale, ma non avevo ipotizzato (mea culpa) l’arrivo di una ministra grillina alla Sanità, che abbracciando in pieno le teorie, senza alcun fondamento scientifico, del cosiddetto popolo “no vax”, si sarebbe inventata delle disposizioni, tra l’altro confliggenti con il disposto che prevede per le regioni competenze in materia sanitaria, in base al quale non è più obbligo vaccinare i bambini per l’ingresso nelle scuole. Se la solerte grillina Grillo (guarda caso, si chiama proprio così) abbia valutato l’impatto dei suoi atti, non è dato sapersi. Ma tant’è. Basterà una bella autocertificazione, ergo, un pezzo di carta da formaggio su cui un genitore si prenderà la responsabilità di attestare l’avvenuta vaccinazione e il gioco è fatto. Con buona pace della sicurezza e dei coscienziosi genitori in regola con i progressi della scienza.

Le disposizioni grilliche hanno subito provocato la sollevazione dei presidi che, a ragione, hanno cercato di spiegare problemi e difficoltà nell’applicare il pensiero della ministra. Ma c’è di più. Nessuno, ad esempio, ha pensato al ruolo delle amministrazioni locali nella gestione delle emergenze sanitarie. E allora, gentile ministra Grillo, dato che è diventato ormai di moda prendersela con i sindaci, mi dice che responsabilità avrebbe un primo cittadino, sulla base delle sue scriteriate direttive, se un bambino non vaccinato, entrato in un asilo nido comunale, facesse dilagare un’epidemia? Andrebbe diritto in galera, in quanto autorità sanitaria, o potrebbe appellarsi alla sua intelligenza e lungimiranza?

Sa, siamo stati abituati a pensare che non si scherza con le vite dei bambini, ma non so se lei la pensa uguale, o se forse, in ottemperanza alle sue convinzioni no vax, è pronta a sacrificare generazioni intere di quella che potrebbe essere la nostra meglio gioventù. Io un’idea ce l’ho. Contro la sua incompetenza, potrebbe servire solo la disubbidienza civile. Legge o non legge.

Leonardo Raito

Lotta di classi (di età) e pensioni

Purtroppo è possibile una lettura particolarmente cruda del problema economico che ci sta di fronte. I gialloverdi hanno bisogno di un fiume di soldi per mantenere le loro promesse elettorali. Potrebbero tentare di trovarli innanzitutto promuovendo uno nuovo e robusto sviluppo. Ma l’Italia è su questo punto la maglia nera d’Europa (da oltre un decennio) non certo per caso. Le cause sono tante, continuamente e giustamente sottolineate, ma si trascurano spesso le due più importanti. Anzi, si guardano le pagliuzze ignorando le travi. La prima trave è che siamo un Paese di vecchi e che mai (ovviamente) la vecchiaia è stata un motore per lo sviluppo. La seconda trave è stranamente poco nota all’opinione pubblica. I giovani sono pochi, troppi di loro (i più preparati) vanno all’estero, ma soprattutto -questo è il punto- sono i meno istruiti tra quelli dei Paesi avanzati. Per numero di laureati in percentuale rispetto alla popolazione, siamo infatti intorno al 34º e ultimo posto tra i Paesi dell’OCSE. Sembra incredibile, ma è così.  

Se siamo un Paese di vecchi, se i pochi giovani sono i meno istruiti e se conseguentemente la nostra competitività declina continuamente, occorrerebbe una straordinaria mobilitazione nazionale per le nascite, per la scuola e l’università. Ma a parte le chiacchiere (poche persino queste) la mobilitazione non si vede. E non c’è da stupirsi. Anche se si prendessero decisioni immediate ed efficacissime, i risultati si otterrebbero a lunghissimo termine, non foss’altro perché un neonato impiega vent’anni a diventare adulto. I politici, come si sa, hanno bisogno di risultati subito, prima delle elezioni (sempre imminenti) e quindi parlano d’altro.

E allora? Dove si trova il fiume di denaro? Si potrebbe lanciare una grande campagna contro l’evasione fiscale, che è a livello non europeo ma sudamericano e sottrae molto più di 100 miliardi all’anno alle casse dello Stato. Per non parlare dei 104 miliardi di contributi evasi (accertate ma non riscossi) dall’INPS. Tema che non sembra appassionare il presidente Boeri. Ma i risultati sarebbero difficili da conseguire, la campagna sarebbe disastrosamente impopolare ed è diffuso il sospetto che molte piccole aziende, se pagassero davvero correttamente le imposte, fallirebbero.

Ecco allora l’alternativa possibile, che sembra la preferita dai Grillini: cercare i soldi nelle tasche dei pensionati. Con la campagna sui vitalizi degli ex parlamentari, già hanno creato un precedente aggredendo la più impopolare delle categorie e già sono riusciti a etichettare come un furto le quote di pensione percepite dai cittadini ma non coperte dai contributi versati. Per gli anni dal 1969 (data della riforma pensionistica Brodolini che ha perfezionato il metodo “retributivo”), sino al 1996 (data dell’entrata in vigore della riforma Dini) mai i contributi hanno costituito una copertura sufficiente per le pensioni erogate. Dai militari ai poliziotti, dagli elettrici ai ferrovieri, sono milioni i pensionati particolarmente privilegiati, cui si aggiungono tutti i rimanenti (comunque privilegiati rispetto a oggi) che hanno goduto tra il 1969 e il 1996 della riforma Brodolini e dei successivi ulteriori vantaggi erogati. Nel 2001 ad esempio (è il caso più clamoroso) 531.752 dipendenti statali prendevano la pensione dopo essersi ritirati dal lavoro tra i trenta e i quarant’anni, con 15 anni (le donne) e 20 anni (gli uomini) di contributi versati. Il tutto grazie a una legge del 1973. Il risultato finale è che, tra i contributi versati e le pensioni percepite, esiste a favore degli anziani uno sbilancio complessivo di circa 46 miliardi all’anno. Si tratta di una grossa torta, che fa immensamente gola aiGrillini. Sdoganata la teoria che i 46 miliardi sono il frutto di un furto, messe in stato di colpa alcune generazioni di anziani, possono predicare che va ottenuta la restituzione del maltolto per proteggere i più deboli. Possono cominciare a saggiare la capacità di reazione delle categorie colpite (e soprattutto la determinazione della Corte Costituzionale nel difendere il principio di non retroattività delle leggi) tagliando come assaggio qualche fettadella torta. Adesso attaccano i redditi netti sopra i 4mila euro. Poi si vedrà. Magari, quando incalzeranno situazioni eccezionali di bisogno, si potrà scendere a 3mila, o a 2mila, oppure inventare qualche abile forma di prelievo più fantasiosa e propagandisticamente spendibile.

Due anni fa, ho scritto un libro, con la prefazione di Giuseppe De Rita, intitolato “Lotta di classi tra giovani e vecchi?“. Vedevo, sulla spinta del Grillismo nascente e della “rottamazione cara a Renzi, la prospettiva che dalla vecchia “lotta di classe si passasse alla “lotta di classi” di età. E quello che sta avvenendo. Il movimento 5 Stelle, agli anziani, cerca di togliere la pensione, con il sostegno anche di una propaganda pauperista e rancorosa nei confronti delle vecchie classi dirigenti (specialmente della prima Repubblica), meritevoli di una punizione per aver tolto ai giovani (questa è la tesi esplicita di Di Maio) una dignitosa prospettiva per il futuro. L’obbiettivo pratico e finale, neppure nascosto, è una operazione Robin Hood consistente nel togliere ai vecchi “privilegiati” per dare alle loro presunte vittime, ovvero ai giovani disoccupati.

Questa narrazione è ormai in fase avanzata e i politici della prima Repubblica che hanno costruito il generoso sistema pensionistico oggi contestato vengono ormai da tutti (non dai soli Grillini) dipinti come degli irresponsabili. Il ministro socialista Brodolini, padre della riforma pensionistica approvata nel 1969, potrebbe sembrare il primo colpevole. Certo (specialmente negli anni ‘70) sono stati commessi gravi errori e leggerezze. Ma si dimentica che, nei tre anni precedenti la riforma Brodolini, il prodotto nazionale lordo era salito non dello “zero virgola qualcosa” (come oggi siamo abituati) bensì complessivamente del 20 per cento: a livelli più che cinesi. Si dimentica che nel 1970 il sistema previdenziale spendeva 100 ma incassava 105,3 ed era pertanto largamente in attivo. Potevano immaginare i governanti di allorache, per la catastrofica crisi delle nascite e per la disoccupazione, nella seconda Repubblica, ad esempio nel 2002, lo stesso sistema previdenziale avrebbe speso 100 e incassato 72,7?

La lotta di classi ormai evidente ha certo per i proponenti delle difficoltà. La prima è ovvia. Purtroppo gli anziani, con le loro pensioni, mantengono spesso figli e nipoti. La seconda è facilmente intuibile. La paura e l’incertezza che si introduce nella vita dei pensionati diminuirà i loro consumi, abbattendo ulteriormente la domanda e quindi aggravando il ristagno economico. La terza difficoltà è forse troppo sofisticata per essere percepita dai nuovi governanti pentastellati. I mercati e gli investitori sono scoraggiati dall’incertezza del diritto. Già essa èalta in Italia per la tradizionale lentezza e inefficienza della giustizia. Adesso, si aggiungono scelte allarmanti. Da Londra a New York, da Parigi a Berlino, si ragiona con il vecchio buon senso popolare. Oggi rimettete in discussione i diritti acquisiti e togliete i soldi ai vostri stessi pensionati? Oggi minacciate di stracciare i contratti internazionali per TAV e TAP? Oggi ridiscutete gli accordi siglati per l’ILVA? Domani potreste dichiarare default sul debito pubblico e prendere una deriva“argentina”. Gli Stati sono come le persone: quando cominciano a non rispettare gli impegni presi anche su un solo punto, perdono completamente credibilità e affidabilità su tutti gli altri.

 

Ho avuto un sogno

Non mi voglio arrendere e vi metto a conoscenza dei miei  risultati.    Ho continuato gli incontri sul mio progetto politico-culturale sono ormai ad una quindicina. Non ho trovato contrari anzi con due o tre amici e compagni ho cominciato a scambiare opinioni via e.mail sulla situazione politica locale. C’è rassegnazione e sembra che a questa destra dilagante siano altri che si debbano opporre e non noi. “Bisognerebbe fare,bisognerebbe dire,gli italiani li hanno  votati… vediamo  cosa sanno fare. Questo è il clima della gente comune ma non può essere il nostro dello schieramento di centro sinistra.

A noi non è permesso di essere messi e di restare  in stand bay Noi dobbiamo fare l’opposizione anzi ricostruire un opposizione su idee nuove e credibili. Cominciando a riorganizzarci nei territori e nelle nostre comunità .Dobbiamo contrastare coloro che spargono paura tra i cittadini (Salvini il ministro della paura e la lega che su questa paura che non è reale ma solo virtuale e di propaganda ha conquistato il potere in Italia e continua a crescere Su questo tema come sinistra dobbiamo costruire un progetto da propagandare con forza tra i nostri cittadini che partendo dai sani principi di civiltà e di umanità di solidarietà dei nostri cittadini rovesci l’impostazione della lega. I migranti sono un’opportunità per noi non una disgrazia,non è in atto nessuna invasione, chi fugge dal proprio paese lo fa per fame o per disperazione di cui noi paesi ricchi ed evoluti siamo la causa. I migranti sono esseri umani come noi e come tali vanno accolti e trattati Fra loro ci sono onesti e disonesti come in ogni società e non sono tutti ladri o delinquenti come la propaganda della destra li vuole accreditare. Tantomeno vanno chiusi in campi di concentramento come facciamo noi quando sbarcano  sul nostro territorio senza documenti od in attesa di un permesso che quando va bene arriva dopo due anni  e li costringe a non fare nulla mettendoli in mano alla nostra criminalità che li usa come arma di ricatto verso gli italiani più bisognosi  e li sfrutta come gli italiani più poveri mettendoli in concorrenza per scatenare una lotta per la sopravvivenza Italiani o extracomunitari siamo tutte persone uguali difronte alla legge ed ai propri bisogni.

Dobbiamo stabilire un percorso di accoglienza che partendo dall’insegnamento della nostra lingua e portandoli a conoscenza delle nostre leggi li avvii attraverso un praticantato verso  un lavoro ed un’integrazione. reale, un percorso chiaro preciso non lasciato in mano al volontariato che deve dare una mano nell’emergenza. Così facendo riusciremo a Sconfiggere la paura ed a riportare le cose nel giusto binario. Certo non possiamo essere soli ma tutta l’Europa unita si deve impegnare in questo poiché il fenomeno delle migrazioni c’è sempre stato ed ora sta crescendo,dovuto alle disuguaglianze economiche  create da una economia distorta e dalle guerre indotte da noi paesi ricchi per sfruttare le risorse di materie prime di molti paesi da cui provengono i migranti.Dobbiamo sconfiggere muri ed egoismi nazionali che oggi non hanno più senso. Anche su questo dobbiamo far capire ai nostri concittadini che l’Europa unita è la sola opportunità per andare avanti e per crescere in un mondo globalizzato dove “piccolo non è bello “ma limitativo e rinchiudersi negli orti nazionali alzando muri e dazi significa tornare indietro a prima delle due guerre mondiali con i loro milioni di morti IL  tentativo di unione Europea ci ha garantito 80 anni di pace. E la libera circolazione di uomini e merci crescita e sviluppo.

La globalizzazione ed il mercato devono avere delle regole che impediscano il crescere delle disuguaglianze tra ricchi e poveri tra le periferie del mondo. Va bloccata la finanza speculativa e dobbiamo basarci su un economia reale che crei lavoro usando le scoperte scientifiche per un maggior benessere di tutti gli abitanti del pianeta e non per maggiori potenze militari a vantaggio dei soliti. Le lotte alle disuguaglianze, il riordino delle periferie  lo sviluppo e la messa in sicurezza dei nostri territori contro le catastrofi ambientali possono creare lavoro e sviluppo con meno investimenti che attraverso interventi in emergenza dopo ogni catastrofe. L’uso delle scoperte scientifiche determina un cambio di modello di sviluppo della nostra economia e se ben utilizzate un miglior benessere per la vita dei concittadini .La nostra battaglia prima che economica deve essere culturale , sociale, politica tesa ad unire senza esclusioni. Concludo dicendo che ho avuto un sogno:il centrosinistra era tornato maggioranza dopo un autunno caldo ed un ’inverno bollente segnato da un forte risveglio culturale dei nostri concittadini. Credo che solo avendo dei sogni  ed utopie molto grandi il socialismo e la sinistra torneranno a vincere questo ci insegna la nostra storia.

Rino Capezzuoli

Le merci pericolose sono mine vaganti

Nel giorno della Trasfigurazione del Nostro Signore, alle ore 13,45 un’autocisterna carica di gpl, all’altezza di Borgo Panigale di Bologna, ha tamponato un tir, che finisce contro una bisarca ferma in coda. Dopo pochi minuti l’autocisterna esplode e provoca l’inferno sull’A14. In effetti tragedie del genere ci costringono a capire meglio i lati oscuri che politica e istituzioni traducono in dibattiti estenuanti, che non seguono mai le esigenze della società. I precedenti incidenti sono ancora raccapriccianti: a gennaio, in A21, un camion piomba su una Kia con dentro 5 persone, tutte morte con l’autista del tir. Spinta sotto un’autocisterna di gasolio, la Kia esplode. In provincia di Terni, sull’A1, nel luglio 2016, una Fiat Punto alimentata a metano viene tamponata da un tir. Nell’impatto la vettura prende fuoco: tre le vittime. L’apocalisse di Bologna di lunedì 6 agosto 2018, nel bilancio di fine giornata conta un morto, cento feriti e tra questi, ustionati, i primi esponenti delle forze dell’ordine che erano accorsi per prestare soccorso. L’autocisterna, guidata da Andrea Anzolin,42 anni, di Agugliara (Vicenza) che lavorava per un’Impresa di Lonigo, si scaglia a tergo di una bisarca carica di auto, preceduta da un camion che si scoprirà poi essere carico di solventi. L’Anzolin ha centrato in pieno la colonna quasi ferma per traffico intenso. Mentre i mezzi investiti si accartocciavano è partita una prima esplosione con vampate di fuoco. Il carico di solventi è bruciato subito. Di lì a poco subentra l’esplosione del gpl che, detonando, provoca lo smembramento dell’autocisterna che si è aperta a metà con crollo parziale del tratto autostradale.

Il muro di fuoco, con temperatura attorno ai 1000 gradi Celsius, fà crollare il ponte dell’A14, saltano in aria le auto del vicinato, rendono inagibili le case di prossimità e causano decine di sfollati. Le ripercussioni gravi sulla viabilità mostrano uno scenario di guerra che difficilmente potrà essere ripristinato in poco tempo. Lo schianto ha fatto il giro del mondo sui siti giornalistici, dalla Bbc a El Pais, al francese Le Monde. Il disastro richiama l’assioma per prevenire tragedie del genere. Le merci pericolose sono mine vaganti. Le regole di prevenzione non danno sicurezza. La vigente normativa mondiale ADR è una norma internazionale osservata da tutta la filiera, dallo speditore al caricatore, all’imballatore fino al ricevente destinatario. Il problema fondamentale della tracciabilità del trasporto di materie esplosive, gas, materie liquide infiammabili, materie comburenti, materie tossiche, materie radioattive, materie corrosive ed altre materie pericolose richiederebbero il supporto tecnologico per radiolocalizzare la flotta da una sala operativa e far viaggiare i mezzi di notte.

Manfredi Villani

Lo stucchevole vino del Sessantotto

Quest’anno, i ragazzi hanno potuto scegliere, tra le tracce di maturità per il tema di italiano, anche quella in occasione dell’anniversario delle leggi razziali. Ottimo, ma immagino svolgimenti manierati e, in molti casi, spicciamente colleganti la xenofobia odierna al razzismo novecentesco. Considerati gli anniversari, comunque, non sarebbe stata male una traccia sui ragazzi del ’99, i quali, cent’anni prima dei loro coetanei di oggi, erano in trincea. Due generazioni non così distanti cronologicamente, a pensarci, che sarebbe stato bello raffrontare. Una riflessione sul veloce cambiamento di molte cose, il quale, in appena un secolo, ha finito per far sembrare oggi quelle due generazioni appartenenti quasi a due millenni lontanissimi. Il fatto è che una legge promulgata a fine anni ’70 ha revocato al 4 novembre, data della vittoria italiana nella Grande guerra, lo status di festa nazionale.

Ciò si collega, forse, ai portati della contestazione non tanto al militarismo, quanto all’idea di patria in sé, invalsa negli ultimi decenni. E probabilmente, ciò è connesso più in generale alle conseguenze di un altro avvenimento, del quale quest’anno ricorre il cinquantennio, e sul quale – rimanendo in tema di anniversari – pure non sarebbe stata male una traccia di maturità: cioè il Sessantotto.

Bisogna essere onesti. Senza il Sessantotto non avremmo avuto gran parte della nostra mentalità odierna. Essendo stato una mutazione, esso in un certo senso ci appartiene e, dovendo perderne qualcosa, probabilmente lo rimpiangeremmo.

Ma il problema è la valanga che con esso è continuata. Certe istituzioni sono state con esso ancora più sottoposte ad una critica tanto radicale quanto ingenua, illudendosi che ciò fosse un attacco alle fondamenta di tutto ciò che è borghese.

Tralasciando che questo è stato operato dalla borghesia stessa, il che la dice lunga sulla crisi di questa classe, l’autorità – sia essa religiosa, o nel campo dell’educazione, o in qualsiasi altro campo – ha seguitato col Sessantotto ad essere posta come culturalmente costruita, e perciò solo stesso da decostruire (come si dice con un borghesissimo eufemismo per ‘distruggere’).

Che cos’è l’autorità, però? Se rotolassimo all’indietro verso là dove siamo venuti ad esistere, ci ricorderemmo del fatto che qualcuno, nato e vissuto lì prima di noi, ha preso da sé qualcosa che aveva allo stesso modo ricevuto. L’ha data a noi, affinché la tramandassimo a nostra volta e facessimo così nascere, nel terreno fertile di chi ci fosse sopravvissuto, la nozione di appartenere ad un gruppo di ‘suoi propri’, di ‘nostri’. La stessa dalla quale erano e sarebbero venute l’individualità di chi ci aveva preceduti, la nostra e quella di chi ci avrebbe seguiti. L’autorità non è che la forza di tramandare a una persona le cose per le quali essa è giusto quella persona.

Pasolini aveva d’altra parte rilevato come la distruzione di ogni autorità non avrebbe portato a nessuna rivoluzione. Il Sessantotto non ha infatti avuto nulla di rivoluzionario. È stato solo una noiosa evoluzione – nel senso che della parola “evoluzione” coglie l’autentico significato – ossia il rotolamento all’infuori da quel mondo dove chi, di mano in mano, passando la tradizione enuncia la propria soggettività come un’appartenenza a chi la sta ricevendo, e questi scopre se stesso nel suo appartenere a chi la dona. Fare la rivoluzione avrebbe voluto al contrario dire rotolare all’indietro verso quel mondo. Il Sessantotto non è invece stato che il prosieguo di quel mito, tutto razionalistico e borghese, secondo il quale gli uomini dovrebbero, poiché non potrebbero far che questo, andare per forza avanti verso una sempre maggiore emancipazione dai condizionamenti culturali, i quali dovrebbero essere liquefatti dissolvendo i limiti delle culture alle quali ogni persona appartiene.

Ciò ha proseguito ad implicare l’emersione dell’individuo da quell’ambito, nel quale una persona può appercepire il significato dei ruoli comunitari, e appercepire perciò se stessa attraverso la vita consociata, così da rinsaldare la propria identità come ruolo in correlazione con gli altri, ed implementarla nell’anatomia della comunità. Diremmo brevemente e meglio che il Sessantotto è stato la ribellione banale degli insolenti, e non ha condotto – parafrasando il poeta di Casarsa – che all’individualismo edonistico nel quale, come è accaduto, la vita sociale poi si sarebbe impantanata.

Quello studente, il quale aveva insistito cinquant’anni fa nel rompere, con ignoranza risentita, tali limiti, sarebbe stato in un paio di decenni dietro la cattedra. Avrebbe continuato a dare, a chi avesse voluto diciamo così bere all’università, lo stesso vino che lo aveva ubriacato. Chi ha bevuto dalla bottiglia del Sessantotto sarebbe andato poi anche lui dietro la cattedra, dov’è ancora; e da dove non ha potuto né potrà dare, a chi voglia oggi dissetarsi in aula, che di quel vino – cattivo e in più male invecchiato.

Eugenio Spina