Bonelli: “Lavorare per costruire un nuovo Ulivo”

Angelo Bonelli

Angelo Bonelli

“Le elezioni europee rappresentano indubbiamente un momento importante per il futuro dell’Europa”. Così Angelo Bonelli coordinatore dei verdi italiani commenta il primo turno delle elezioni francesi. “Gli antieuro di tutta Europa vedono in Marine Le Pen un loro punto di forza e per questa ragione è importante sostenere Macron. Ma l’Europa non può pensare di rimanere così com’è senza vere la capacità da parte dei suoi stati membri di cambiare portando più democrazia e archiviando le politiche di austerità”.

Parliamo di alleanze. Lei è stato al Congresso dei socialisti. Si potrebbe ipotizzare una intesa federativa tra i verdi e i socialisti di Nencini?
Con i socialisti abbiamo ottimi rapporti e una visione comune sulle battaglie per i diritti civili. Il vero problema politico oggi è molto più ampio di un’intesa federativa ma costruire per il paese un’alleanza di governo che sappia affrontare le emergenze del lavoro, dell’ambiente, dei diritti e che si ponga l’obiettivo di rendere più forte e vicina ai cittadini l’Europa. Dobbiamo lavorare per costruire un nuovo Ulivo e la proposta di Pisapia va in questa direzione ma per essere credibili e recuperare il consenso di milioni di italiani bisogna dare una discontinuità programmatica con alcune scelte fatte dal governo Renzi
sulla scuola, sul lavoro e sull’ambiente e contestualmente anche una discontinuità nella premiership.

Secondo lei il governo Gentiloni ha chance per arrivare alla fine della legislatura o deve temere il fuoco amico soprattutto dopo le primarie del Pd?
La durata del governo Gentiloni dipende dall’azionista di maggioranza ovvero dal Pd. Dopo le primarie vedremo cosa farà Renzi considerato che con molta probabilità sarà aletto segretario.Ma come accaduto per il partito socialista in Francia vincere le primarie, con un’alta partecipazione, non ha portato alla vittoria delle elezioni anzi ha portato ad una sconfitta storia del Psf.

La legge elettorale langue. I partiti sembrano prendere tempo. Si riuscirà a trovare un accordo per rendere omogenei i sistemi di Camera e Senato?
C’è la tentazione dei partiti maggiori che siedono in Parlamento come il PD, il M5S e FI di lasciare la legge elettorale così come è. Questo  sarebbe l’anticamera delle larghe intese ovvero non fare decidere gli italiani chi dovrà governare e con quali programmi. Ecco perché come Verdi proponiamo una legge elettorale che preveda la coalizione con relativo un premio di maggioranza abolendo i capilista e introducendo i collegi uninominali.

Quali sono le priorità dei Verdi per salvaguardare l’ambiente?
L’Italia ha bisogno di un piano energetico che si ponga l’obiettivo di arrivare a 100% rinnovabili entro il 2050, un piano sul trasporto pubblico locale per aumentare l’offerta di trasporto nelle città e dare così una risposta strutturale all’emergenza sanitaria e ambientale rappresentata dallo smog su cui l’Europa ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia. La conversione ecologica di zone altamente inquinate attraverso la loro bonifica come quelle del triangolo della morte di Priolo-Melilli -Siracusa, Taranto , Trieste o la Terra dei Fuochi. Altra priorità è la tutela della biodiversità e dei parchi italiani e lo stop al consumo del suolo. Il rilancio dell’economia e del lavoro passa attraverso l’innovazione tecnologica per aprire nuove frontiere nella produzione a partire dai settori manifatturieri.

Le cento sinistre rischiano l’irrilevanza politica

Renzi_dalema_bersaniLe sinistre si fanno forza e scommettono su se stesse. L’impresa è trovare uno spazio politico alla sinistra del Pd, il partito egemone del centro-sinistra italiano. Ci hanno provato e ci stanno provando in molti. Sergio Cofferati, Pippo Civati e Stefano Fassina hanno abbandonato il Pd di Matteo Renzi nel 2015. All’inizio del 2017 se ne sono andati Roberto Speranza, Enrico Rossi, Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema.

Si sono susseguite scissioni e abbandoni basati su due accuse centrali rivolte all’ex presidente del Consiglio ed ex segretario del Pd: la gestione personalistica dell’”uomo solo al comando” con la creazione del Pdr (Partito di Renzi) e “la deriva di destra”. Il progetto è di costruire una sinistra di governo, ma dalle scelte radicali. Bersani ha parlato di una sinistra larga, dialogante. ulivista e di “combattimento”.

Nelle prossime elezioni comunali di giugno si avrà la verifica del consenso popolare. In molte città italiane la sfida per i sindaci dirà se esiste o no uno spazio alla sinistra del Pd. Finora le competizioni elettorali degli ultimi due anni nelle amministrative, regionali e comunali sono state deludenti per i tanti partiti e partitini di sinistra.

L’incubo è l’irrilevanza, la marginalità. I sondaggi elettorali non incoraggiano certo all’ottimismo. L’ultima rilevazione dell’Ixè su cosa farebbero gli italiani se si votasse adesso per le politiche, non sono confortanti. Il Movimento democratici e progressisti (Mdp) fondato da Bersani, Speranza, Rossi e D’Alema raccoglierebbe solo il 4,3% dei voti. Sinistra italiana (ex Sel ed ex Pd come Fassina), guidata da Nicola Fratonianni, prenderebbe appena il 2,6%. Le altre formazioni di sinistra il 2,2%. Poco, molto poco rispetto ai tre grandi antagonisti: il M5S incasserebbe il 28,7%, il Pd 26,6% e oltre il 30% un eventuale centrodestra ricompattato (Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia).

Sembra profilarsi la profezia di Bersani, quando a metà dello scorso dicembre invitava tutti ad evitare una scissione del Pd perché avrebbe rotto le ossa sia all’anima centrista sia a quella di sinistra del partito: «Ne sono sicuro. Perché la cosa di là, di origine democristiana, finisce come Kadima, cui pensò Rutelli. Quella di qua finisce per essere una sinistra minoritaria».

La scissione della “Ditta”, come Bersani chiamava con affetto il Pd, invece c’è stata. La disfatta di Renzi al referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale del governo, ha aperto le porte alla rottura del Pd, il partito nato nel 2007 dalla fusione tra i centristi ex Dc e la sinistra post comunista.

Ora il tentativo è di voltare pagina, di costruire un centro-sinistra di governo competitivo con il Pd. La bussola sono i diritti e l’uguaglianza sociale. I campi d’azione sono soprattutto tre: lavoro, ambiente, immigrazione. E qui arrivano i problemi. I partiti e i partitini di sinistra sono tanti, divisi da ricette diverse. Alcuni sono dialoganti e altri alternativi al Pd (questo ora è impegnato nel congresso e Renzi dovrebbe riconquistare la segreteria).

Giuliano Pisapia, pur tra gli uomini più dialoganti con il Pd, chiede «una forte discontinuità nel metodo e nel merito» delle scelte politiche passate. Il fondatore di Campo progressista, ad esempio, punta il dito contro la sintonia di Renzi con l’amministratore della Fiat-Chrysler Marchionne e lo scontro con la Fiom di Landini: se il Pd «si definisce di sinistra deve avere come riferimento iniziale il lavoratore, e non il datore di lavoro, altrimenti non è sinistra». Ancora più netto è Speranza: il Mdp “vuole unire”. La critica è sempre a Renzi: «Vogliamo ricostruire un nuovo centrosinistra nel Paese, libero da smanie autoreferenziali».

Poi ci sono tutti gli altri partiti, partitini e micro partiti: Psi (Riccardo Nencini), Possibile (Pippo Civati), Rifondazione comunista (Paolo Ferrero), Partito comunista (Marco Rizzo). Inoltre ci sono i lavori in corso per il varo di altre formazioni politiche. È il caso di DemA, Democrazia e autonomia, fondata dal sindaco di Napoli Luigi De Magistris (sta preparandosi per le elezioni regionali in Campania, per ora esclude di partecipare alle politiche).

I toni, in genere, sono durissimi, di contrapposizione al Pd. Fassina sollecita a prendere con passione un’altra strada rispetto a quella dell’ex sindaco di Firenze: «Lui il cuore ce l’ha messo ma batteva a destra». Il problema è “la sua subalternità” alle politiche della destra, liberiste in economia e plebiscitarie nelle istituzioni.

Sono pesanti anche le critiche di Civati. Il segretario di Possibile, alleato di una parte dei dissidenti cinquestelle, accusa: «Renzi ha riutilizzato le ricette della destra». Propone di varare «una Costituente delle idee prima del diluvio». Cita in modo poetico l’ex presidente americano Barack Obama: «Bisogna allacciarsi le scarpe e partire».

Certo è difficile camminare insieme per tante sinistre così differenti e con ai piedi “scarpe” tanto diverse. Il rischio è una disastrosa frammentazione e l’irrilevanza. Per ora non si intravede nemmeno la convergenza su un programma sul quale contrapporsi o, invece, dialogare con Renzi, che ribadisce la bontà della linea di una sinistra moderna, non conservatrice, capace di affrontare l’innovazione e i nuovi problemi della società.

Poi c’è il macigno del M5S. Il movimento di Beppe Grillo, definito di centro da Bersani, rifiuta ogni vecchia catalogazione, nega di essere di destra o di sinistra. Ma con una politica di opposizione totale e anti sistema ha dato rappresentanza alla protesta di larghe fette di imprenditori, di ceto medio e di lavoratori colpiti dalla crisi economica. Con la proposta del reddito di cittadinanza pesca voti a sinistra, con lo stop all’immigrazione e all’euro raccoglie consensi a destra.

È complicato per le sinistre trovare spazio tra Renzi e Grillo. È ancora più difficile se restano divise, se non si uniscono, se non trovano un programma comune e un leader condiviso. La prima prova del fuoco ci sarà a giugno, nelle elezioni comunali.

Rodolfo Ruocco
(Fogliaroma.it)

Grillo, sindaco supplente, chiede l’aumento

Grillo-Germanwings-RenziBeppe Grillo si trasforma in sindaco supplente di Roma e bussa a cassa verso il centenario Ordine dei Cavalieri di Malta. Chiede l’aumento dell’affitto per uno stabile utilizzato in via Alessandria a Roma che ospita “una vostra rappresentanza”. Il garante del M5S, con una lettera aperta pubblicata nel suo blog su internet, invita i discendenti dei cavalieri crociati in Terra santa a mettere mano al portafogli: “Sono qui a chiedervi un piccolo aumento della pigione che versate al comune”.

Il comico genovese indossa i panni del sindaco di Roma per reclamare l’aumento: “Possiamo fare il 20%? Capisco che è una percentuale elevata ma l’enorme debito accumulato da Roma Capitale negli ultimi decenni mi fa essere agguerrito sino a vincere questa timidezza ancestrale”. Grillo usa un linguaggio provocatorio ed ironico: “A conti fatti si tratterebbe del venti per cento di 12, cioè 2,4 in più…euro…all’anno. Su base mensile 2,4 euro diviso dodici mensilità sarebbero 20 centesimi in più al mese”.

E’ una incursione davvero strana quella di Grillo. Lui stesso mette in berlina l’esiguità della pigione e degli aumento richiesto per “Palazzo Grillo”, lo stabile della capitale che porta il suo stesso nome concesso in affitto ai Cavalieri di Malta. E’ singolare che il leader carismatico del lanciatissimo M5S (da tutti i sondaggi è dato come il primo partito italiano) si soffermi su una questione così particolare di Roma. La città eterna ha mille problemi molto più importanti: dalla corruzione pubblica alla traballante giunta cinquestelle, al caos nel viaggiano il trasporto pubblico e la nettezza urbana provocando le proteste dei cittadini e dei turisti.

Invece il capo dei pentastellati si mette la fascia tricolore di sindaco di Roma per “punzecchiare” i Cavalieri di Malta sull’aumento della pigione, una competenza di Virginia Raggi. La sindaca grillina della capitale tace. Da dieci mesi non ha pace. Da quando lo scorso giugno è stata eletta in modo trionfale alla guida del Campidoglio ne ha viste di tutti i colori: stretti collaboratori arrestati, dimissioni a catene degli assessori, la giunta in affanno che rischia di cadere nell’immobilismo. Ora la grana maggiore all’orizzonte è quella del nuovo stadio della Roma da costruire a Tor di Valle. Il travagliato accordo raggiunto tra la sindaca e la squadra giallorossa, raggiunto a fine febbraio, rischia di saltare, perché il Campidoglio ancora non ha dato il disco verde al nuovo progetto che modifica quello approvato da Ignazio Marino, il precedente sindaco. I cinquestelle capitolini sono ancora divisi sulla necessità del nuovo stadio e sulla bontà del progetto avanzato da James Pallotta, il presidente della Roma.

Sembra quasi un commissariamento della Raggi da parte di Grillo, sembra quasi la stessa aria che si respirava qualche mese fa. A dicembre quando erano scoppiati gli scandali che avevano coinvolto la giunta comunale, si parlava di commissariamento della sindaca e di sue possibili dimissioni. Virginia Raggi smentì innervosita: “Non sono commissariata e mi sento ancora dentro il M5S”. Davanti ai mille problemi della città assicurava: “Stiamo lavorando”. Però adesso da Grillo arriva un nuovo segnale. E’ un intervento che, per ora, ha il sapore di una supplenza politica su un problema estremamente minore di Roma.

Rodolfo Ruocco
(sfogliaroma.it)

Il Psi con i Radicali in marcia per l’Amnistia

amnistia“Il Psi aderisce alla Marcia per l’amnistia del Partito radicale indetta a Roma nel giorno di Pasqua, per ribadire con forza la necessità di garantire effettivamente la sussistenza di uno Stato di diritto”. Così la portavoce del PSI, Maria Pisani, che ha annunciato la sua partecipazione e quella del Psi alla ‘Marcia di Pasqua per l’amnistia, l’indulto, la giustizia e la libertà’, che partirà dal carcere di Regina Coeli e arriverà a piazza San Pietro in Vaticano, organizzata dal Partito Radicale e dall’associazione ‘Nessuno tocchi Caino’. “Il nostro Paese non è ancora in grado di consentire neppure il rispetto di quegli standard minimi di vivibilità detentiva richiesti dal Consiglio d’Europa”- ha aggiunto Pisani.
“Siamo sesti nel ranking europeo per affollamento penitenziario. È importante tenere alta l’attenzione su questioni come quella carceraria – e più in generale della giustizia – non solo per ribadire la necessità di un intervento immediato del governo sui processi pendenti e sui problemi della popolazione detenuta, ma soprattutto per garantire il rispetto della dignità umana di ciascun individuo”, ha concluso la portavoce del Partito socialista.
L’elenco delle adesioni alla marcia di Pasqua è lungo, si tratta di una protesta per restare la fianco dei più deboli: sono circa 1000 ogni anno i casi di ingiusta detenzione ed errori giudiziari riconosciuti in seguito a sentenza di revisione. Nel solo 2016 la cifra spesa dallo Stato per risarcimento delle ingiuste detenzioni ammonta a 42 milioni di euro. Negli ultimi 10 anni la prescrizione ha mandato al macero oltre 1,5 milioni di processi, quelli dei potenti e di chi si può permettere la migliore difesa, condannando al carcere i più poveri e indifesi, quelli che riempiono le celle. Nei numeri l’ingiustizia perpetrata dallo Stato: 500 prescrizioni al giorno, 42% di detenuti in custodia cautelare, 4 anni di attesa per le cause civili e 7 anni per quelle penali, decine di condanne della Corte europea per lungaggini processuali, 10 milioni di processi pendenti, di cui 6 milioni quelli civili che costano all’Italia 96 miliardi di euro in termini di mancata ricchezza. Smaltire questa enorme mole di pratiche frutterebbe alla nostra economia il 4,9% del Pil ma basterebbe abbattere anche del 10% i tempi di risoluzione delle cause per guadagnare lo 0,8% del Pil l’anno.

Torna il Festival dei Diritti Umani a Milano

Dopo il successo della prima edizione torna, dal 2 al 7 maggio alla Triennale di Milano, il FESTIVAL DEI DIRITTI UMANI, manifestazione pensata per sensibilizzare tutta la cittadinanza al tema sempre più centrale dei diritti umani spesso violati anche vicino a noi.

logo FESTIVAL DEI DIRITTI UMANIIl FESTIVAL DEI DIRITTI UMANI è organizzato da Reset-Diritti Umani, con il patrocinio della Presidenza della Camera dei deputati, del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, della Città Metropolitana di Milano, del Comune di Milano, dell’Ordine degli Avvocati di Milano e di Amnesty International. Il comitato di coordinamento e direzione è composto da Paolo Bernasconi, Giancarlo Bosetti e Danilo De Biasio, che ne è direttore.

FESTIVAL DEI DIRITTI UMANI – Ogni parola ha conseguenze. Ogni silenzio anche.

Il FESTIVAL DEI DIRITTI UMANI, nella sua seconda edizione, vuole attirare l’attenzione sulla libertà d’espressione, sapendo che si tratta di un problema articolato, sempre più grave, come dimostrano le chiusure di giornali e le incarcerazioni di giornalisti, i vincoli imposti agli artisti e le abiure chieste agli scrittori, i limiti sollecitati per il web e i social network, accusati di fomentare odio e bullismo.

In troppe nazioni manca totalmente o parzialmente il diritto a pensare, a parlare, a comunicare. È un diritto fondamentale perché comprende la possibilità di esprimersi senza essere censurati o addirittura rischiare la vita; la libertà di essere pienamente se stessi, rivendicando le proprie idee, convinzioni o stili di vita.

La libertà d’espressione riguarda tutti gli individui, non fa distinzioni tra uomini e donne, tra chi è cittadino e chi non ha ancora i documenti per esserlo. La libertà d’espressione non ha frontiere, neppure in quest’epoca in cui la grandezza del mondo può essere rimpicciolita nello schermo del nostro smartphone. La libertà d’espressione è fatta di parole e azioni, di inchiostro e bombolette spray, di ricerca artistica e comportamenti individuali. Ma la libertà d’espressione non può essere invocata quando sdogana sberleffi, offese e odio.

Il festival prevede incontri con gli studenti, organizzati con la collaborazione del CIDI (Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti), proiezioni di documentari selezionati da Sole Luna Doc Film Festival, e una selezione di lungometraggi scelti da Vanessa Tonnini, programmer e direttrice artistica del Festival Rendez-Vous, dedicato al nuovo cinema francese. E, ancora, mostre, convegni, dibattiti e dialoghi con intellettuali e studiosi italiani e internazionali.

Qui il programma

La democrazia diretta: quella web fa cilecca

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È quasi un calcio alla democrazia rappresentativa in favore della democrazia diretta formato internet. I cinquestelle del Campidoglio vogliono esportare a Roma Capitale “la democrazia della Rete” realizzata per il M5S da Gianroberto e Davide Casaleggio. L’obiettivo è introdurre la possibilità di petizioni online e sperimentare il voto elettronico per i referendum comunali. La proposta di delibera per modificare lo statuto di Roma Capitale viene dalla maggioranza cinquestelle in Campidoglio. Il traguardo è di passare in cinque anni “da Mafia Capitale alla capitale della democrazia diretta”.

L’idea è presentata in una conferenza stampa, che ha visto la presenza della sindaca di Roma Virginia Raggi. Flavia Marzano, assessora alla Roma Semplice, Angelo Stumi, presidente della commissione Roma Capitale, Riccardo Fraccaro, deputato del M5S, hanno portato ad esempio gli strumenti di azione pentastellati su internet: «Noi usiamo una piattaforma rivoluzionaria, la Rousseau, e vogliamo avviare questo modello anche dentro il sito di Roma Capitale».

Ancora una volta è scontro frontale con i democratici impegnati nel congresso nazionale. Il progetto non piace per niente al Pd, alla guida del governo nazionale e all’opposizione della giunta Raggi a Roma. Stefano Esposito, Pd, ha evocato “un pesce di aprile in ritardo”. Ha avanzato tre contestazioni: 1) quando i risultati della democrazia diretta sul web non piacciono a Beppe Grillo vengono cancellati, come è successo a Genova con la rimozione di Marika Cassimatis vincitrice del voto online per correre da sindaco; 2) il mito della “trasparenza” nella città eterna è stato infranto dai tanti scandali (come l’arresto del capo del personale comunale Raffaele Marra e le imputazioni per reati ambientali dell’assessora Paola Muraro); 3) c’è il bilancio fallimentare della giunta Raggi (dal trasporto pubblico alla nettezza urbana i servizi pubblici essenziali fanno acqua).

La “democrazia della Rete” ha suscitato grandi speranze, ma non ha dato grandi risultati. Grillo è un leader carismatico che, più di una volta, non ha esitato a cancellare i risultati delle elezioni online svolte tra i militanti cinquestelle, imponendo le sue scelte. Ai critici e ai dubbiosi ha risposto: “Fidatevi di me”. Ma il dissenso tra i cinquestelle è forte. Molti militanti usciti o espulsi hanno accusato Grillo di autoritarismo e il M5S di sopportare un deficit di democrazia interna. È il caso di Federico Pizzarotti, il primo sindaco cinquestelle di una città importante come Parma. Il sindaco della città emiliana è ormai in rotta di collisione con Grillo e si presenterà alle prossime elezioni comunali di giugno alla guida di una lista chiamata “Effetto Parma” forse in diverse località nazionali.

È difficile per i pentastellati esportare il loro modello di “democrazia della rete” perché fa cilecca. La democrazia è un meccanismo prezioso e delicato. La democrazia, basata sul Parlamento libero e indipendente dai poteri del re non più assoluti ma costituzionali, nacque a metà del 1600 in Inghilterra. Da allora il processo democratico si è faticosamente affermato prima in Europa, poi in Occidente e quindi a macchia d’olio un po’ in tutto il mondo anche in modo contraddittorio. Certo non mancano problemi e resipiscenze autoritarie, ma la democrazia va avanti. È il modello della democrazia rappresentativa integrata da elementi di democrazia diretta come i referendum popolari. Il Parlamento ha una funzione centrale e i cittadini vengono consultati con i referendum su grandi questioni.

In alcuni casi si sono sperimentate strade diverse, ma con risultati deludenti. Già nell’antica Atene di Clistene e di Pericle, quando nacque il primo esempio storico di democrazia, emersero problemi seri. Per percorrere la via della democrazia diretta dei cittadini nelle assemblee, senza rappresentanti eletti, sorsero gravi ostacoli. Si tentò anche la carta del sorteggio per gli incarichi di governo, ma senza risultati positivi. La democrazia rappresentativa, degli eletti, allora e quindi dall’Inghilterra di John Locke, si è affermata come il modello vincente per garantire libertà, diritti civili e umani. La socialdemocrazia nel 1900 ha arricchito la democrazia liberale, coniugando libertà con eguaglianza economica, portando le masse dei lavoratori all’interno del sistema democratico.

Winston Churchill, il pragmatico premier britannico, deciso avversario del comunismo, che lottò contro nazismo e fascismo, amava ripetere: «La democrazia non è un buon sistema di governo, tuttavia l’esperienza non ce ne ha fornito uno migliore».

Rodolfo Ruocco
(sfogliaroma.it)

La rivoluzione Capitale
dei Cinque Stelle

Roma-mafia-CampidoglioUna proposta di delibera, presentata dalla maggioranza a Cinquestelle in Campidoglio, per modificare lo statuto di Roma Capitale all’insegna della “rivoluzione” della democrazia diretta. Questa l’iniziativa del Campidoglio per introdurre la possibilità di petizioni on line e sperimentare il voto elettronico per i referendum comunali. L’auspicio dei Cinquestelle è “in cinque passare da Mafia Capitale alla capitale della democrazia diretta”. Il progetto è stato presentato dall’assessora alla Roma Semplice, Flavia Marzano, dal presidente della commissione Roma Capitale, Angelo Sturni, e dal deputato M5S Riccardo Fraccaro. L’idea è introdurre petizioni popolari online con la possibilità di illustrarle in aula; abolizione del quorum di partecipazione per i referendum comunali; bilancio partecipativo. “Noi usiamo una piattaforma rivoluzionaria, la Rousseau, e vogliamo avviare questo modello anche dentro il sito di Roma Capitale, dando la possibilità ai cittadini di esprimersi – ha spiegato Sturni -. In cinque anni vogliamo passare da Mafia Capitale alla capitale della democrazia diretta. Vogliamo sperimentare anche il voto elettronico per i referendum sul modello statunitense”. Alla conferenza era presente anche la sindaca di Roma, Virginia Raggi.

Iniziatica che piace ai Radicali che ritengono “positive le misure annunciate dal M5S a Roma in materia di democrazia diretta e partecipazione. Da una parte, infatti, sono state accolte le proposte da noi avanzate in un incontro con l’assessore Marzano lo scorso novembre e, dall’altra, gli interventi illustrati oggi segnano un’inversione di rotta dell’amministrazione capitolina che finora su questi temi ha predicato meglio di quanto abbia razzolato”. Lo afferma Riccardo Magi, segretario di Radicali Italiani.

Ma nella stessa giornata il Campidoglio è stato teatro di uno scontro molto forte tra il sindaco e il Pd nel corso di un consiglio straordinario in cui si chiedeva alla sindaca di fare luce sulla questione Marra. “Ci auguriamo che venga a raccontare la verità ai cittadini romani e alle forze politiche che hanno fatto richiesta di questo consiglio straordinario. La sindaca Raggi ha avuto, insieme alle persone da lei nominate, gravi responsabilità. Noi chiederemo conto alla sindaca della vicenda della macrostruttura voluta da Raffaele Marra, uomo di stretta fiducia della sindaca Raggi” ha detto la capogruppo del Pd in Campidoglio Michela Di Biase poco prima dell’inizio della riunione d’Aula. La riposta della sindaca è stata netta: “Oggi l’opposizione, piuttosto che impegnarsi sul lavoro e collaborare per il bene dei cittadini, ha deciso di chiedere la convocazione di un consiglio straordinario sul nulla: chiede una verifica della nostra ‘stabilita’ politica’. Ebbene, la giunta capitolina è in ottimo stato, politicamente stabile e attiva”. “Pensate davvero che tutte le voragini di Roma – ha aggiunto Raggi – e non mi riferisco solo a quelle sulle strade, si siano create durante questi pochi mesi di nostra gestione? No. Noi stiamo lentamente rimettendo in piedi ciò che per anni avete distrutto. Non fate più opposizione ma ‘distruzione’ – ha attaccato riferita all’opposizione – ma i cittadini vi abbandonano e non ve ne rendete neanche più conto!”

A questo punto è arrivata la controreplica di Michela Di Biase che rivolgendosi alla sindaca ha detto: “La diffido dall’accostare il mio nome e quello dei consiglieri del Pd al nome di Buzzi altrimenti la querelo”. “Noi non abbiamo chiesto le sue dimissioni quando le è arrivato l’avviso di garanzia ma siamo costretti a chiederle per manifesta incapacità”.

FGS. Il tatticismo non porta lontano

Il Congresso Nazionale straordinario del PSI si è concluso da poco più di una settimana, ma ancora si parla – e si continuerà a farlo – dei temi che riguardano la nostra comunità e che si sono discussi a Roma. Ci permettiamo quindi qualche riflessione in tranquillità con il segretario nazionale della Federazione dei Giovani Socialisti, intervistato per l’occasione da Enrico Maria Pedrelli (resp. Comunicazione della FGS medesima).

Sajeva-a-RavennaCompagno Segretario, il Partito ha affrontato una due giorni di congresso piuttosto piena e impegnativa. Si tratta di un congresso straordinario, burocratico se vogliamo, fatto per mettere in sicurezza il PSI da un vile attacco giudiziario fatto ai danni di tutta la nostra comunità. Ma è stato anche un congresso politico, con ospiti di rilievo. Qual è secondo te il più importante segnale che è partito in questi giorni da Roma?

Ne voglio dire due. Il primo verso l’esterno: siamo l’unico e il più credibile ente aggregatore di innovazione in campo. Tutti i vari progetti di sinistra sono frutto di scissioni (tardive), tatticismi (precoci) o improvvisazioni (inopportune). Il secondo, verso l’interno: questo congresso ha visto i giovani molto presenti anche dietro le quinte, a far pressione nelle commissioni. Il rinnovamento deve partire da questo, dalla sovranità congressuale e risalire mano a mano fino al vertice, senza cooptazioni.

Il mondo politico è in fermento, non solo a sinistra ma anche a destra. Attualmente siamo di fronte ad un magma disomogeneo di partiti, movimenti, formazioni politiche nuove: c’è chi aspetta le primarie, chi un miracolo, ma soprattutto tutti aspettano la legge elettorale. Noi socialisti, in che tipo di legge dovremmo sperare?

Allora. Il compagno Iacovissi ha messo in campo una proposta valida, digeribile dal sistema e va benissimo. Visto che tu mi parli di speranza, questa o il Mattarellum son certamente le più convenienti tra le possibilità. Qualsiasi legge che possa valorizzare il nostro contributo ad una coalizione, permettendoci così non di chiedere posti bensì di essere richiesti per far vincere dei collegi, sarebbe la strada più utile sia per garantirci una presenza degna della nostra forza, sia per condizionare il programma elettorale così come un’azione di governo.

Sempre sulla legge elettorale. Qualche mese fa, Ugo Intini su Mondoperaio ha fatto una riflessione interessante. Sostanzialmente diceva che la legge elettorale non può essere uno strumento in mano al partito di maggioranza di turno per cambiare le regole del gioco a proprio piacimento, ma essa deve essere decisa in base alla tradizione politica e istituzionale del Paese e in base all’idea di democrazia che vogliamo avere. In questo senso la legge elettorale dovrebbe essere cambiata il meno possibile, se non mai. Cosa ne pensi?

E cosa devo pensarne…sacrosanto! Poiché oggi non ci sono molti uomini politici, ma solo un miserevole ceto politico che cerca disperatamente di domare la Realtà con leggi elettorali sempre più capziose e vili, che scavalcano o mortificano l’elettorato, ci ritroviamo con dei parlamentari passati ad una versaillizzazione assai più odiosa del feudalesimo fondato su consenso e territorio.
È poi banale dire che, comunque, l’unica legge giusta per l’Italia è il proporzionale senza sbarramento, con le preferenze multiple, e non ci sarà mai più una classe politica credibile finché non si tornerà a fare le maggioranze dopo le elezioni e in Parlamento. La stabilità dei governi è un mito totalitario, come lo spauracchio del debito pubblico o dello spread. Ciò che importa è la stabilità delle alleanze, e quindi delle visioni e delle missioni politiche. La rotazione dei ministeri era una pratica sana dietro la quale si nascondeva la solidità di intese che facevano epoca e duravano anche un intero decennio.

Ma c’è chi direbbe che un proporzionale senza sbarramento sarebbe una pazzia ben maggiore di tutti quegli azzardati tentativi di fare leggi elettorali complesse e contorte. Insomma: allo stato attuale il proporzionale farebbe vincere i Cinque Stelle, che poi arriverebbero con ogni probabilità ad una “alleanza del male” per governare con la Lega e la Meloni. E questo è male. Ma allora insomma: una legge elettorale giusta ci farebbe giungere ad un panorama dannoso. Come uscire da questo circolo (o circo) vizioso?

Ma scusami, pur con tutto il disprezzo che provo verso i grillini, non avversari politici ma nemici della civiltà umanista, come possiamo pensare di utilizzare una legge elettorale per tagliarli fuori? Dicendo del ceto politico che prova a domare la Realtà, intendo dire proprio che mettersi a fare leggi a fini tattici, addirittura contro qualcuno, è stato uno dei principali inneschi del loop infernale, del cul de sac in cui sguazziamo. Prima, con il mattarellum, l’elettorato venne costretto al personalismo e al bipolarismo coatto, poi al voto utile dal porcellum. Queste leggi non sono opera di sartoria politica, cucite su misura della realtà, ma ortopedia elettorale, cercano di dare alla realtà, in questo caso all’elettorato, la forma e dunque il risultato più coerente con l’esigenza del ceto politico. Orrore che si paga, come si paga ogni forma di ingegneria sociale: l’elettore frustrato, privato della preferenza così come delle identità, non potendo votare secondo coscienza, o si piega all’obbedienza o vota per far più danno possibile ed ecco che il voto utile si tramuta in voto di protesta. Veltroni lo capì bene per questo si scelse IdV come marmitta catalitica ma fu l’ennesima miopia di quella classe dirigente che creò l’humus per l’esplosione grillina. Io sono convinto che un proporzionale puro rimescolerebbe le carte, magari non basterà una tornata elettorale, ma alla fine tornerebbero partiti fondati su quello che nel nostro dibattito interno è il Teorema di Vizzini: potere, consenso, responsabilità. Con buona pace dei radicali io sono per una restaurazione della partitocrazia.
Anche se ciò tarderà ad arrivare, persino se ciò non dovesse avvenire, non si può pensare che il problema di una legge sia tagliare fuori elettorato. Questo modo di pensare prima ha colpito i piccoli partiti, poi i dissidenti interni, se adesso passiamo a tagliar fuori un intero polo elettorale allora signori miei prevedo disastri inarrestabili. Guardate in Francia, questo doppio turno è un’altra frustrazione utile solo a far impazzire l’elettorato. Milioni e milioni di voti vengono buttati a mare ma ciò serve solo a radicalizzare il sentimento antisistema dell’elettorato escluso perché non ha raggiunto il secondo posto. Peggio di uno sbarramento. Benvenuta Le Pen.

A partire dai giorni antecedenti al congresso, il Partito ha fatto una serie di proposte programmatiche concrete. Tra queste, iniziano a spiccare – dopo un lungo periodo nel quale la facevano da padrone i diritti civili o altre questioni più “liberali” – proposte economiche e sociali, tese alla redistribuzione della ricchezza e ad una maggiore partecipazione dei lavoratori al processo produttivo (penso alla cogestione). Cosa ne pensi? C’è qualcosa che andrebbe aggiunto o su cui si dovrebbe spingere di più?

Io non vorrei prestare il fianco a chi vede i diritti civili come una torsione rispetto alla questione sociale. È vero però che la Rosa nel Pugno, che fu la luminosa palingenesi dell’immaginario liberalsocialista, non sarebbe comunque sopravvissuta all’inverno della crisi internazionale. La visione di una RnP fissa solo sui diritti civili e l’aderenza ad un’Europa in senso atlantista non era solo una scelta comunicativa, noi tutti eravamo concentrati quasi esclusivamente su quello, è vero che trascuravamo l’aspetto sociale che non era più solo quello dei poveri ma ormai quello dell’impoverimento. Con l’avvilimento definitivo della classe media, figlia del miracolo delle socialdemocrazie atlantiche e avanguardia del socialismo libertario e umanista, le pance han cominciato a ruggire e non possiamo più permetterci certi equivoci: una cosa sono le necessità delle Piccole e Medie Imprese, la cui liberazione deve essere al primo posto, altra cosa l’arbitrio dei titanici speculatori. Dovremmo inoltre mettere in discussione il fiscal compact, infine la nostra campagna “disordine professionale” è sempre lì: liberalizzazione degli ordini professionali, espansione delle tutele alle partite iva e parità retributiva di uomini e donne. Berlusconi poi fa bene a parlare di alzare le pensioni minime e di ridurre il carico fiscale che opprime la mobilità economica delle famiglie.

Come segretario nazionale dei giovani socialisti, pensi che esista una “questione generazionale” che si stacca, in tutto o in parte, dalla famosa e purtroppo ancora attuale questione sociale?

Esiste la questione generazionale nella misura in cui il sistema riesce a malapena, e sempre meno, a garantire chi sta nel mondo del lavoro da anni (guai a chi inciampa e ne esce), non ha idea di come avviare la forza lavoro già pronta (e che bussa alla porta) e manco pensa a programmare per chi è ancora in fase di formazione. Siamo a un passo dal disastro sociale.

Durante il congresso più volte ci si è complimentati con la compagna Pia Locatelli, eletta vicepresidente dell’Internazionale Socialista. Un’organizzazione che ora può vantare persino il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ma che da tempo sembra essere in “coma”. Il sintomo più eclatante di questa crisi è la creazione della parallela “Progressive Alliance”, che porta molti partiti socialisti, specialmente europei, ad un’ambiguità dannosa. Come la vedi? C’è speranza di uscire da questo stato, e se sì come?

L’egemonia economica (spesso aggressiva) e culturale (spesso miope) nel PSE delle socialdemocrazie gotiche, stampellate dal blairismo dei compagni dell’Est Europa, non aiuta certo a relazionarsi con un mondo molto più vasto e complicato di quanto non possano comprendere certi compagni coi paraocchi della nuova ideologia totalitaria: la modernità. Il problema dell’Internazionale Socialista non sono, per esempio, i compagni sandinisti, il problema dell’Internazionale Socialista è un PSE in cui ha vinto la visione veltroniana. Ci sono stati anni di “inciucio” PSE-PPE, tra grandi coalizioni e PD; che hanno portato il socialismo europeo in una profonda crisi di missione che ha spalancato le porte ai cosiddetti populismi. La cosa iniziò quando venne spazzato via il socialismo mediterraneo dopo la caduta del muro di Berlino e continua ancora oggi. L’Internazionale non è un’organizzazione: è la nostra patria. La Progressive Alliance è un orrore post-postmodernista, vuoto pneumatico, e non ci si faccia illusioni di poterlo riempire con qualcosa di buono. Le nuove esperienze britanniche e francesi possono essere un viatico ma la verità è che manca il socialismo mediterraneo. Senza un’asse PSI-PSOE-PASOK è impossibile aggregare balcani, africani e america latina in un rilancio libertario e umanitario dell’IS che, assediata dai suoi stessi compagni, rischia di diventare autoreferenziale e dunque morta. La compagna Locatelli è l’unico vero ponte tra IS e PSE, lei sa che il nostro sostegno c’è tutto ed è evidente anche da come la FGS sia tornata protagonista internazionale prima con il Summer Camp in Sicilia e poi con la candidatura di Elisa Gambardella a segretaria dello YES.

Sui populisti, spieghiamo meglio: cos’è che li ha scatenati?

Come già detto, innanzitutto l’avvilimento e l’impoverimento delle classi medie, dei lavoratori autonomi, delle piccole e medie imprese ovvero di tutto ciò che rappresenta l’emancipazione della società dallo Stato e dal Capitalismo. Milioni di individui, maggioranze assolute delle nazioni civilizzate, non più sfruttati e non semplicemente liberati ma divenuti motore di ricchezza e forza nazionali, classe dirigente, anche culturalmente, e dunque egemone. Eravamo ad un passo dalla sociocrazia ed ecco che il Capitale, vinto il Comunismo, sganciatosi dalla realtà e impazzito nella finanza, sublimato, asceso a illusione di trascendenza (fine della storia, ecc) si è infine accorto di non funzionare più e che quindi era necessario drenare ricchezza, e dunque libertà, mai come allora ben distribuita nella storia universale. La reazione è stata la nascita dei cosiddetti populismi, forze antisistema che vogliono buttare il bambino con l’acqua sporca.

E Trump? Un miliardario, forse l’ultimo che dovrebbe essere antisistema: anche lui vuole buttare il bambino con l’acqua sporca?

Partiamo dalla Lirica. L’unica opera lirica degna di questo nome nel secondo dopoguerra è di John Adams: Nixon in China. Non è un caso che la visita di Nixon (che insieme a Spiro Agnew ha costituito il ticket presidenziale più politicamente autorevole della nostra era) alla Cina comunista sia stato l’evento più significativo di questi decenni. La celebrazione di un’alleanza tra USA e Cina contro la Russia, il momento in cui l’America ha cominciato a delegare la produzione al secondo e terzo mondo e a concentrarsi sulla finanza. Caduto conseguentemente il muro, arrivò Clinton che decise che gli Stati Uniti dovevano ragionare economicamente come il Lussemburgo e quello fu il seme arimanico dell’ultima crisi.
Oggi Trump rappresenta il vecchio capitalismo americano che rialza la testa e capovolge la geopolitica mondiale: alleanza con la Russia contro la Cina. La Germania (che esporta tanto tanto tanto verso la Cina), e dunque l’UE, è rimasta travolta da questo capovolgimento. Berlusconi (sì è la seconda volta che lo nomino per lodarlo) aveva visto giusto nel farsi interprete di triangolazioni tra Bush, Putin e Blair. Nel panorama detto populista internazionale vediamo Trump, la Brexit e ancora Putin e noi stavolta però alla periferia della parte in difficoltà, quella europeista che vide in Prodi il nostro massimo referente. E la Dagong, agenzia di reting cinese, avrebbe qualcosa da dirci sulla visione del mondo di Prodi, una visione che risale almeno ad Andreatta ma qui divago. Trump non è un modello, non lo è neanche Putin e forse neanche la Brexit, però l’UE a trazione gotica segue il filone della globalizzazione che noi dobbiamo combattere. Scelto comunque il campo Europeo, bisogna fare come dicevi tu qualche giorno fa: puntare sull’Italia come guida dell’Unione e per farlo bisogna divincolarsi un po’ dai parametri e dai trattati, mettendoli in discussione.

Sempre sui “populisti”. È tornato a riecheggiare, nel dibattito politico, la parola “sovranità”: usata soprattutto dall’estrema destra in versione antieuropeista, ma comunque tutti fanno di questo termine uno slogan utile alle proprie tesi. Di contro, chi sostiene l’Europa, e quindi gran parte anche del nostro mondo politico, attacca il concetto di sovranità: lo sminuisce, lo demonizza, lo rifiuta. Eppure è l’articolo 1 della Costituzione che innanzitutto parla di sovranità, che “appartiene al popolo”. La domanda è, oltre al classico che-ne-pensi: ci siamo persi qualcosa?

La sovranità popolare è indiscutibile. C’è poi da dire che la sovranità popolare, fino ad ora, ha trovato nelle nazioni lo strumento più efficace per la pace sociale interna e per lo sviluppo. Il percorso europeo fino, e compreso, il trattato di Roma è stato fondato sulla creazione di mobilità, equivalenze e convergenze tra le democrazie del continente in nome della parte più bella della globalizzazione: l’interdipendenza, soprattutto commerciale, che rende l’aria poco infiammabile ed ecco qui il segreto della pace. Non sono le istituzioni europee a garantire la pace europea ma questa interdipendenza. A mio parere cedere ulteriormente sovranità sarebbe sbagliato perché non esiste ancora questa convergenza di interessi tale da garantire ai piccoli popoli di vedersi garantiti rispetto a quelli grandi. Democrazia è il governo di una maggioranza politica nel rispetto delle minoranze. I partiti europei dimostrano ancora che l’appartenenza nazionale conta più di quella ideale, ma è fisiologico perché le battaglie dell’incanalatissima classe produttiva tedesca non sono quelle del proletariato esteuropeo né quelle del sottoproletariato palermitano.

Tornando a noi. È ancora non chiara la strategia politica che il PSI intraprenderà per le prossime elezioni politiche. Di fatto, e ovviamente complice è la mancanza delle legge elettorale, ancora tutte le alleanze e le possibilità sono sul tavolo. Secondo te cosa dovremmo fare?

Vista la tua premessa sulla legge elettorale è impossibile rispondere. Posso tracciare solo un vago panorama di traiettorie plausibili. Innanzitutto, non credendo io che la legge elettorale, nello spirito e nella sostanza, alla fine non darà un vero spazio a vagheggiamenti autonomistici, è chiaro che si dovranno comporre le liste insieme ad altre forze. Sicuramente credo che più che mere alleanze elettorali si debbano costruire dei progetti politici, per cui il tavolo aperto da tempo con le forze laiche e ambientaliste è certamente l’opzione oggi più solida anche se devo fare due appunti. Non delle critiche ma delle glosse. Il primo è che, come ho già detto, dopo la crisi non è più tempo di rose nel pugno come quella che abbiamo vissuto, perciò la lettura della realtà e dunque la proposta politica dovrà essere necessariamente più rossa, cosa che vedo difficile da far digerire a certi compagni radicali che, alla fine dei conti e con tutta la stima che possiamo avere per il loro impegno civile, sono comunque assolutamente liberisti. Se magari possiamo trovarci d’accordo, ad esempio, sull’eliminazione delle strozzature al mercato del lavoro (ad esempio gli ordini professionali), sappiamo già che in materia di pensioni, tutele e via cantando sarà dura trovare un compromesso che soddisfi le due parti. Il secondo appunto è sui Verdi, mi spiace ma io non sono né ecologista né animalista perché sono umanista antropocentrico. Facciamo molta attenzione perché già troppi abbagli abbiam preso guardando il sole che ride.
C’è poi la possibilità di continuare il percorso con il PD: inutile nasconderne i rischi, il divario di dimensioni e risorse dà le vertigini, ma al di là di certi mal di pancia io credo che in questi cinque anni ce la siamo cavata bene, senza mortificazioni e ottenendo delle vittorie su diritti civili, giustizia (anche se sta riforma della prescrizione…) e leggi specifiche di nostra iniziativa. L’attuale loro situazione di debolezza interna non farà che rendere più forte il nostro ruolo in coalizione. Il PD sta esplorando la possibilità di metter su una lista civetta contro i gufi scissionisti (pura ornitologia notturna), se Pisapia vuol esser qualcosa di più significativo di una civetta, e di più solido di SEL, deve comprendere che non bastano le grandi città, le amicizie nel jet set e via cantando per fare un campo largo: c’è necessità di organizzazione capillare nella società e nella provincia, che è l’unica vera forza italiana, così come del far parte dell’Internazionale Socialista e del PSE, per tutto questo è evidente che il suo discorso non può prescindere dalla convergenza con il PSI.

Recentemente, come FGS abbiamo fatto una breve video-intervista nella quale abbiamo intervistato giovanissimi compagni su diversi argomenti, tutti riguardanti la nostra comunità. Ti faccio allora una di quelle domande: “dì un pregio e un difetto del PSI”.

Il più grande pregio del PSI è la presenza di tanti giovani eretici che non hanno paura di mettere in discussione le proprie idee con gli altri, che cercano il confronto con la realtà e sfidano il pensiero comune. Uno dei vari difetti del PSI sono alcuni dirigenti locali che ragionano “meno siamo meglio stiamo”, questo soprattutto nelle realtà più piccole. Così non va.

Infine. Anche alla luce di questo congresso, cosa dovrebbe aspettarsi il Partito dalla FGS e la FGS dal Partito, contestualmente ai rispettivi rapporti?

Diciamo che finalmente i rapporti tra PSI ed FGS sono assolutamente chiari. La FGS non serve né alle coreografie (comunque utili) né alla manodopera (comunque formativa). La FGS serve al PSI come fucina di idee e dirigenti, e l’unica cosa che deve aspettarsi è che mantenga la propria autonomia e non diventi autoreferenziale. L’unica cosa che la FGS deve aspettarsi dal PSI è l’apertura mentale. E, scusatemi la prosaicità, anche quella degli organismi. Dobbiamo ammettere che Riccardo sia di mente che di spazi politici non ci nega nulla, sempre per metterci alla prova: è molto curioso di noi. E voglio ringraziare anche Rometti e Riccomi che, nelle baruffe congressuali, l’unica cosa che non hanno messo in discussione è stata proprio la FGS.

Enrico Maria Pedrelli

Ue, manca la cura
contro il rigetto

exit from the eurozone: golden star fallen from a blue wall

Poche persone nelle strade del centro di Roma e molte saracinesche di negozi abbassate. La paura sabato scorso era tanta. Invece è andata bene, niente morti e feriti. Dei tafferugli tra manifestanti e polizia, ma nessun incidente grave. Alle fine della giornata 122 fermati. La festa nella città eterna per i 60 anni dell’unità europea è andata bene, almeno sul fronte dell’ordine pubblico. Sono state pacifiche le contestazioni di destra e di sinistra dell’euro e sono filate lisce quelle in favore dell’Unione europea. Fortunatamente sono stati smentiti i timori della vigilia per le incursioni violente dei black bloc e per i possibili attentati dei terroristi islamici.
I capi di stato e di governo dei 27 paesi dell’Unione europea sono saliti sul Campidoglio e hanno firmato nella sala degli Orazi e dei Curiazi la “nuova dichiarazione di Roma”. La cerimonia è avvenuta nella stessa sala e con la stessa penna usata proprio 60 anni fa dai premier delle 6 nazioni pioniere dell’unità del vecchio continente. Il 25 marzo 1957 diedero vita al Mec (Mercato comune europeo), poi divenuto Cee (Comunità economica europea) e quindi Ue. Si aprì una stagione di pace, di libertà, di benessere dopo la tragedia fratricida della Seconda Guerra Mondiale.
È stata una festa solenne ma triste quella del 25 marzo. Triste perché la Gran Bretagna ha abbandonato la Ue lo scorso 23 giugno con un referendum, infrangendo il mito dell’unità. Triste perché le spinte disgregative dell’Unione europea sono fortissime. L’elenco è lungo: l’invasione di centinaia di migliaia di immigrati dal Medio Oriente e dall’Africa, la disoccupazione di massa e la chiusura delle fabbriche, l’impoverimento e la precarizzazione del ceto medio, l’austerità finanziaria imposta dalla nascita dell’euro, gli egoismi nazionali. Il disagio sociale tra gli europei è altissimo, come la paura del futuro. Così i movimenti nazionalistici e populisti rischiano di causare, più o meno velocemente, la disgregazione della Ue.
Jan Claude Juncker, forse per esorcizzare il pericolo dello sfaldamento, ha proclamato: «Ci sarà un centesimo anniversario della Ue». Il presidente della commissione europea ha cercato d’infondere fiducia nel futuro: «Dobbiamo essere orgogliosi di ciò che siamo riusciti a raggiungere. Abbiamo dotato questo continente di una pace durevole e di una moneta unica. Non pensavamo di essere in grado».
Anche Paolo Gentiloni ha cercato di infondere ottimismo: «Eravamo in 6, ora siamo in 27». Il presidente del Consiglio italiano ha tentato di mettere benzina nel motore dell’unità europea: «Abbiamo imparato la lezione: l’Unione riparte. E ha un orizzonte per farlo nei prossimi dieci anni».
Gli obiettivi sono belli, ma restano un po’ sospesi nel nulla. Non si è parlato dei duri contrasti tra i paesi forti dell’Europa del nord, guidati dalla Germania, e quelli deboli del sud (a Grecia, Italia e Spagna rischia di aggiungersi anche la Francia). Non si è parlato della necessità di mettere da parte l’austerità finanziaria in favore degli investimenti per l’occupazione, non si è discusso di una soluzione all’immigrazione (ora gravante su pochi paesi come l’Italia).
Si è molto parlato del “sogno” dell’Europa unita perseguito e realizzato 60 anni fa da De Gasperi, Schuman e Adenauer, ma senza l’entusiasmo e la concretezza dei tre statisti europei del dopo guerra. Anche Virginia Raggi ha citato “il sogno” dei tre statisti, pronunciando un discorso molto istituzionale. La sindaca cinquestelle della capitale, appena rientrata da una breve e contestata vacanza sulle nevi dell’Alto Adige, ha svolto un intervento molto istituzionale definendo “una avventura straordinaria” l’impresa dell’unità europea. Non ha fatto riferimento alle dure critiche del M5S alla Ue né all’intenzione di Beppe Grillo di varare un referendum contro l’euro.
Scorrendo la “nuova dichiarazione di Roma” firmata dai 27 paesi della Ue, si leggono principi molto giusti come la pace, la sicurezza e il benessere da perseguire a livello europeo ed internazionale, ma non si indica come. Si sottolineano quattro obiettivi di marcia verso questi traguardi. La strada è precisa: «L’Europa è il nostro futuro comune».
Bene, benissimo. Ma occorre anche lavorare per restituire fiducia agli europei nell’unità europea, rigettando ogni ipotesi di divisione e di disgregazione. Se si pensasse di meno al giudizio dei mercati finanziari e di più ai bisogni dei cittadini europei colpiti dalla crisi economica forse sarebbe meglio. Se ad esempio, si realizzasse un grande piano europeo per sostenere la ripresa e l’occupazione, forse i Palazzi di Bruxelles verrebbero guardati come meno ostilità. Se ad esempio venisse realizzato lo Scudo europeo contro la disoccupazione, il progetto lanciato oltre 30 anni fa dall’economista Ezio Tarantelli, forse la situazione migliorerebbe.
Ma per ora non si vede una “grande idea” che possa rilanciare l’unità europea scaldando i cuori dei cittadini del vecchio continente. Non ci resta che incrociare le dita: il voto di aprile per eleggere il presidente della Repubblica francese sarà cruciale. Se vincerà Marine Le Pen saranno guai. La presidente del Fronte nazionale, un partito di estrema destra nazionalista, ha annunciato ai primi di febbraio: chiederà l’uscita della Francia dalla Ue, dall’euro e dalla Nato in caso di vittoria. In tempi rapidi serve una cura contro la crisi di rigetto che rischia di travolgere l’Europa.

Rodolfo Ruocco

Sfoglia Roma

Marcia per l’Europa:
il programma finale

Migliaia di cittadini provenienti da tutta Europa manifesteranno a Roma il 25 Marzo 2017 per chiedere un’Europa più forte, unita e democratica, mandando un forte segnale pro-europeo nel giorno del Summit straordinario dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione europea.

marcia per l'europaL’evento è promosso dall’Unione dei Federalisti Europei, i Giovani Federalisti Europei, Il Gruppo Spinelli ed il Movimento Europeo Internazionale, insieme ad una rete di oltre 60 grandi organizzazioni della società civile. Più di 100 personalità politiche ed intellettuali saranno presenti. Una rete di oltre 400 intellettuali ed accademici ha lanciato un appello per l’evento. Sono previsti gruppi da oltre 30 città europee e 90 città italiane.

Il raduno inizierà alle 11.00 a Piazza della Bocca della Verità. Discorsi d’apertura da parte di politici nazionali ed europei e di rappresentanti della società civile inizieranno alle 12.15 e finiranno alle 13.45. Tra gli interventi, i parlamentari europei Guy Verhofstadt, Jo Leinen, Elmar Brok, Gianni Pittella, Brando Benifei e Alyn Smith, la vice-segretaria del Partito Democratico Debora Serracchiani, la co-Presidente del Partito Verde Europeo Monica Frassoni e il Ministro della giustizia Andrea Orlando.

La Marcia partirà alle ore 13.45, attraverserà Via dei Cerchi e costeggerà il colle Palatino immettendosi su Via di San Gregorio, che porterà il corteo dritto all’Arco di Costantino nella Piazza del Colosseo intorno alle 14.30. Alla fine del percorso, la Marcia per l’Europa convergerà con un’altra manifestazione pro-europea: “La Nostra Europa”. La piazza del Colosseo verrà animata da discorsi degli organizzatori delle due manifestazioni e da un momento musicale. Le festività dureranno fino alle 15.30.

La Marcia per l’Europa sarà preceduta da un Forum sul futuro dell’Europa intitolato “L’Europa reagisce”, il quale si terrà al Centro Congressi Roma Eventi in Via Alibert 5/A, vicino a Piazza di Spagna dalle 8.30 alle 12.30.

Il 24 marzo 2017, una conferenza stampa si terrà alla Camera dei Deputati (Piazza di Montecitorio,1 – 00186 Roma) alle 11.30. I giornalisti che non sono ancora accreditati presso la Camera dei Deputati, sono invitati a richiedere l’accredito entro giovedì 23 marzo alle 9.00.