Alitalia-Lufthansa, un’intesa invisibile

divise alitaliaAlitalia si rifà il look. Le brutte divise arabeggianti targate Etihad verranno presto sostituite (estate 2018) con capi più “eleganti”, firmati da una nota stilista italiana. «Siamo orgogliosi del fatto che Alberta Ferretti abbia accettato di disegnare le nuove divise Alitalia. Sono tradizionalmente un’icona di stile e vogliamo che siano un simbolo dell’italianità» hanno dichiarato Gubitosi, Laghi e Paleari. I tre commissari fallimentari hanno poi precisato che la stilista torinese verrà pagata con un “cambio merce”. Aggiungendo che – vista la situazione della compagnia aerea – il look del personale non costituiva una priorità, ma dal momento che gli abiti erano logori e andavano sostituiti, tanto valeva approfittarne per cancellare anche l’ultimo lascito dell’emiro di Abu Dhabi.
Messo così, il ragionamento dei tre non fa una piega. Ma se hanno trovato la voglia e il tempo di occuparsi del look delle hostess, evidentemente non sono con l’acqua alla gola e non vengono completamente assorbiti dalle trattative per la cessione dell’azienda fallita. E la ragione è semplice: la cessione a Lufthansa sembra cosa fatta. Gli altri due concorrenti, Easyjet e Cerberus, sono finiti entrambi fuori gioco. La low cost inglese perché ha un modello di business difficile da integrare con quello di una compagnia tradizionale. Il fondo statunitense perché non potrebbe detenere la maggioranza azionaria di un’azienda Ue.
E così il gigante di Colonia è rimasto solo. Nei suoi piani c’è una ‘New Alitalia’ con 6.000 dipendenti e una flotta di 90 aerei. L’intesa con il governo di Roma prevede la creazione di un’altra bad company in modo da permettere ai tedeschi di prendere soltanto il ramo volo (aviation), lasciando parte dei debiti allo Stato italiano. Esattamente come hanno fatto prima di loro i capitani coraggiosi di Colannino e gli arabi di Etihad. Ma, dal momento che l’Alitalia diventerebbe una compagnia regionale sussidiaria di Lufthansa, sarebbe inevitabile una riduzione degli slot (le finestre di decollo e atterraggio) e del personale di volo.
Prendendo solo la parte aviation i tedeschi si libererebbero subito degli oltre 3 mila dipendenti dell’handling, per i quali sono in corso altre trattative, in più hanno chiesto il taglio di duemila lavoratori dell’aviation, soprattutto assistenti di terra, che difficilmente troverebbero un nuovo lavoro. Dopo una lunga trattativa, i commissari avrebbero ottenuto uno sconto di 500 esuberi.
Comunque, meglio aspettare le elezioni politiche per firmare. Tanto i soldi ci sono. Il 5 dicembre Luigi Gubitosi, in audizione alla Camera, ha rivelato di avere in cassa 836 milioni di euro. Vuole dire che il prestito ponte concesso dal governo fino ad aprile 2018 è quasi intatto. E con le politiche ormai alle porte, Gentiloni non può permettersi il lusso di firmare una intesa con Lufthansa che appare scontata. Gli esuberi scatenerebbero le opposizioni alla vigilia di elezioni in cui il Pd si gioca tutto. Sarebbe un regalo per il M5S e per il centrodestra che potrebbero cavalcare i tagli all’occupazione, per non parlare di Liberi e Uguali che avrebbe l’appoggio incondizionato della Cgil. Un rischio che Renzi, in calo nei sondaggi, non intende correre.
Memore del fatto che nel 2008 fu Berlusconi, allora all’opposizione, a usare l’Alitalia in piena campagna elettorale. Sondaggi alla mano, issò la bandiera dell’italianità della compagnia aerea che Prodi, da presidente del Consiglio, aveva promesso ad Air France. E il Cavaliere vinse le elezioni.

Felice Saulino
SfogliaRoma

Di Maio e Di Battista, 
M5S a due normalità

di-battista-di-maioBasta urla. Non incutere più paura. Il M5S normale. Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, in modi diversi, lanciano in pista un Movimento rassicurante, tranquillo, di governo, non più rivoluzionario e anti sistema.

I giovani Di Maio, 31 anni, e Di Battista, 39 anni, hanno fatto partire la strategia di corteggiamento dei ceti moderati, sia pure con stili molto diversi. Il traguardo sono le elezioni politiche della prossima primavera. Con qualche mese di anticipo è scattato Di Maio. L’attività è frenetica, all’estero e in Italia, tra gli imprenditori nazionali e quelli internazionali.

Ha puntato sul presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, il più europeista tra i capi di Stato della Ue. In una lettera aperta ha paragonato i cinquestelle alla sua “formazione giovanissima” che ha sconfitto i partiti tradizionali francesi. Ha assicurato: “Il Movimento 5 Stelle non ha nulla a che fare con certe formazioni xenofobe e antagoniste che crescono un po’ ovunque in Europa”.

Di Maio ha messo da parte le più importanti e vittoriose battaglie populiste d’opposizione realizzate da Beppe Grillo negli ultimi anni a colpi di “vaff..” e di sberleffi: l’addio all’euro e alla stessa Unione europea, gli attacchi alle banche e alle grandi imprese multinazionali, il no all’”invasione” dell’Italia da parte degli immigrati.

Alla convention del M5S di Milano ha teorizzato: “Nessuno ci crede più che siamo il male dell’Italia”. Ha attaccato i partiti tradizionali usando i loro stessi slogan: il M5S è “l’unica forza politica che può assicurare la stabilità al Paese”. I cinquestelle sono diventati una grande forza politica con cui fare i conti: hanno conquistato i sindaci di molti importanti città italiane come Roma e Torino (in queste metropoli, però, i risultati non sono certo entusiasmanti) e i sondaggi elettorali li danno testa a testa con il Pd nella sfida a primo partito italiano con circa il 27% dei voti.

Di Maio e Di Battista, la rivoluzione liberale non riuscita a Berlusconi sembra essere riproposta in chiave pentastellata. Sulla forte ascesa del M5S Di Maio, al di là di errori e gaffe, tenta di sfondare con la doppia qualifica di candidato premier e di “capo politico” dei cinquestelle.

Due diverse normalità: istituzionale quella del vice presidente della Camera, movimentista quella di Di Battista. Dibbà, com’è chiamato affettuosamente da amici e compagni, ha annunciato che non si ricandiderà alla Camera per motivi personali: “Voglio dedicarmi a mio figlio”. A La7 ha parlato del percorso, piuttosto intimo, di terapia di coppia intrapreso con la compagna Sahra per affrontare meglio la gravidanza improvvisa: “E’ stato un viaggio bellissimo”. Roba da confessione da diario serale.

Spiega l’addio alla Camera in un libro appena dato alle stampe con la Rizzoli: “Meglio liberi. Lettera a mio figlio sul coraggio di cambiare”. Parla delle battaglie in piazza (anche nel suo caso non mancano errori e gaffe) e soprattutto del figlio Andrea nato da poco. Racconta molti episodi intimi come questo: “L’ho pulito con cura; i suoi angelici escrementi erano piuttosto appiccicosi la prima settimana ma era roba di mio figlio, sangue del mio sangue e non ho provato disgusto”. E’ un gesto di padre affettuoso ma certamente non si tratta di un’impresa eroica. Ma questi comportamenti personalissimi, apparentemente lontani dalla politica, sono un aspetto della nuova normalità del M5S, vogliono fare breccia sui lettori e su gli elettori.

Di Maio e Di Battista, il M5S cambia pelle. Le urla di “tutti a casa!” di Grillo, i suoi insulti (Berlusconi “psiconano”, Renzi “ebetino di Firenze”, Napolitano “salma”, Bersani “Gargamella”) sembrano il passato populista archiviato. Ma su queste “spallate”, facendo leva sulla protesta dei disoccupati, dei precari e delle vittime della crisi economica, il comico genovese ha fondato e portato al trionfo il M5S. Quando a settembre ha ceduto a Di Maio lo scettro di “capo” dei cinquestelle ha avvertito: “Vado in pensione ma starò sempre con voi”.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Capitale senza progetti. Raggi “turista per caso”

Virginia RaggiLe grandi aziende scappano dalla capitale, mentre la sindaca sembra una “turista per caso”. La definizione è di Carlo Calenda. Il ministro dello Sviluppo economico è irritato dalla mancanza di proposte della Raggi al “Tavolo per Roma”.
Non si può dargli torto. Il “tavolo” è nato per frenare la fuga delle grandi aziende che mette a rischio 11 mila posti di lavoro, attirando piccole imprese innovative, da invogliare con programmi, progetti, infrastrutture. Ma l’apporto del Campidoglio fino ad oggi è stato “pari a zero”. Virginia Raggi – attacca Calenda – alle riunioni apre la bocca solo per dire “dateci più soldi”. E ancora: «Io contatto con il mio staff Unindustria, Camera di Commercio e le prime cento imprese romane per capire quali sono i problemi e quali le opportunità. Le riunisco, ma la sindaca non c’è».
«Non intendo fare polemiche» – assicura lei – in un paio di interviste in cui le si chiede garbatamente di replicare alle accuse del ministro. Poi il solito: «Io sto lavorando per il bene di tutti i cittadini romani», seguito da altre banalità. Vale la pena di notare che le interviste (si fa per dire) alla Raggi ormai si assomigliano tutte. Sono senza contraddittorio. Niente domande incalzanti. Niente fatti e cifre per smentire affermazioni non veritiere e senza riscontro. Niente di niente.
Un esempio per tutti. Milano ha appena visto sfumare i miliardi di euro legati alla sede dell’Ema, l’Agenzia europea per il farmaco in fuga da Londra. E la ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, ha dato subito una stilettata alla sindaca accusandola di non aver candidato la capitale. Replica stizzita dell’interessata: «Noi eravamo a favore…». Ma non è così. A luglio 2016, appena arrivata in Campidoglio con una maggioranza assoluta, chiuse immediatamente il discorso: «La sede dell’Ema non è una priorità». A conferma di quella scelta sciagurata, c’è il fatto che gli uffici capitolini non hanno mai preparato un’istruttoria o messo a punto un dossier.
Non solo. Il 24 novembre, uscendo dal ministero dell’Economia dove aveva incontrato Calenda e altri rappresentanti del governo in una riunione del “Tavolo su Roma”, ha contrattaccato: «Evidentemente il ministro della Salute ha preferito candidare Milano con gli esiti che purtroppo sono a tutti noti. Se avesse candidato Roma magari avremmo avuto più chance…».
Milano e Roma rappresentano ormai due realtà inconfrontabili. Il capoluogo della Lombardia ha combattuto alla pari con capitali importanti come Amsterdam, Copenaghen, Bratislava, Dublino. E se l’è giocata fino al sorteggio finale, forte di quei 25 punti e del primo posto conquistato alla prima votazione. Infatti aveva il dossier migliore. Trasporti, infrastrutture, il Pirellone pronto ad ospitare un migliaio di dipendenti Ema con un affitto scontato (la metà di quello della sede londinese) e un “piano di trasloco” che non trascurava alcun dettaglio.
Tutto questo mentre Roma precipita ogni giorno di più. Prendiamo la metropolitana, che ha una rete ridicola, adesso chiude alle 20,30. “Fino al 21 dicembre” come recita l’avviso sui display delle stazioni, senza fornire alcuna spiegazione. La capitale è sempre più degradata, inefficiente e sporca. Il governatore del Lazio Nicola Zingaretti ha appena fatto sapere che «Roma ha avanzato una nuova richiesta di trasferimento dei rifiuti fuori regione». Con buona pace dell’incremento della raccolta differenziata che il Campidoglio continua miracolisticamente a prospettare come soluzione al problema “monnezza”.
Intanto la sindaca Raggi ha presentato il Grab, il Grande raccordo anulare delle biciclette. La Ciclovia turistica –ha scritto su Twitter– «è il nostro modello di mobilità sostenibile». Ora, al di là dello stato pietoso in cui versano le piste ciclabili esistenti, ci sarebbe un piccolo problema: il tracciato del Grab, una volta realizzato, incrocerebbe in più punti il Grande raccordo anulare. Quello vero.

Felice Saulino
SfogliaRoma

Tra Renzi e Bersani 
il muro è invalicabile

bersani renzi

Piero Fassino avrebbe potuto proporre anche la Luna, ma senza alcun risultato. Non avrebbe mai potuto ricomporre la frattura con Bersani, D’Alema e Speranza. Renzi-Bersani, il muro è invalicabile. L’ex sindaco di Torino, il mediatore messo in pista da Matteo Renzi, si è scontrato con una infinita serie di “no”. Rancori personali e contrasti politici sono diventati un muro invalicabile dopo la traumatica scissione del Pd dello scorso febbraio e la fondazione del Movimento democratico progressista (Mdp in sigla).

È impossibile ricomporre i dissensi sul mercato del lavoro, sulle tasse, sulle pensioni, sulla scuola, sulla legge elettorale se viene messa in discussione la stessa identità di sinistra del Pd renziano. Sul segretario democratico pendono tre sanguinose accuse: 1) la trasformazione del Pd in un partito personale, 2) lo sradicamento delle radici di sinistra, 3) l’adozione di politiche di destra. Roberto Speranza ha motivato il “no” ad una intesa elettorale per le politiche proposta da Fassino con parole senza appello: «Io ho rotto con Renzi perché Renzi ha rotto con il suo popolo, lo ha tradito». Massimo D’Alema è stato tra i più decisi oppositori ad ogni tipo di accordo: «Tutta l’ispirazione politica renziana è contraria ai valori della sinistra». Pier Luigi Bersani ha fatto riferimento alla vecchia base elettorale: «C’è un pezzo di popolo di centrosinistra che non ne vuol sapere di Renzi e della sua arroganza».

La chiave di lettura della frattura emerge dalla famosa, strampalata ma efficace metafora bersaniana sulla “mucca” della destra entrata indisturbata nella casa del Pd. L’ex segretario democratico nel giugno del 2016 avvertì: «Chi sottovaluta le potenzialità della destra, non vede la mucca nel corridoio». A novembre dell’anno scorso rincarò: «La mucca nel corridoio sta bussando alla porta». Poi arrivò la scissione e la fondazione di Mdp come risposta alla “mucca” della destra che scorrazzava dentro la casa del Pd.

Renzi-Bersani, regna l’incomunicabilità. Fassino, nei suoi incontri per costruire un nuovo centro-sinistra, ha insistito sulla strategia di “uniti si vince”. Bersani, invece, ha replicato con “uniti si perde”, perché «abbiamo visto da tre anni che si può perdere tutte le volte».

Adesso è impossibile siglare una alleanza con Renzi, accusato di aver abbracciato i valori e i programmi della destra sul piano sociale, economico ed istituzionale. Anzi, la sinistra alla sinistra del Pd non la considera conveniente. Se l’obiettivo è raccogliere alle politiche i voti degli elettori delusi di sinistra finiti nel M5S, nell’astensione e rimasti solo con un piede nel Pd, la contrapposizione con Renzi resterà frontale.

La linea è chiara. Il 3 dicembre una assemblea nazionale a Roma di Mdp, Sinistra italiana (Fratoianni e Fassina) e Possibile (Civati) lancerebbe una lista elettorale unitaria per le politiche. Dovrebbe essere acclamato leader il presidente del Senato, Pietro Grasso, uscito recentemente dal Pd. Sei mesi fa l’obiettivo era ambizioso: raccogliere il 10-15% dei voti, ma adesso il clima non è dei migliori. I sondaggi elettorali assegnano appena il 3% dei voti a Mdp (rischia di non superare nemmeno lo sbarramento elettorale) e solo il 2% a Si, mentre Possibile non è nemmeno segnalato.

Renzi-Bersani, i ponti sono rotti. Il segretario del Pd nella riunione alla ex Stazione Leopolda di Firenze ha preso atto del ‘no’ a un’intesa: «Ci è stato detto non ci interessa e rispettiamo questa volontà». Per chi esce c’è “rispetto” e “non rancore”. Ha evitato polemiche ma si è rammaricato: «Secondo me è un’occasione persa per costruire un progetto unitario e non consegnare il Paese all’irresponsabilità». Adesso sta lavorando a un accordo con Giuliano Pisapia (Campo Progressista), Angelino Alfano (Alternativa popolare), Emma Bonino (radicali), Riccardo Nencini (socialisti), Angelo Bonelli (verdi), Lorenzo Dellai (Democrazia solidale).

Ora si corre velocemente verso le elezioni politiche della prossima primavera. Per la sinistra è arduo risalire la china e farsi strada tra concorrenti colossi. I sondaggi danno il centro-destra di Silvio Berlusconi al 35% dei voti, il M5S di Beppe Grillo al 27% e il Pd al 25%. I cinquestelle raccolgono i voti di protesta sia di destra e sia di sinistra e si ergono a campioni dell’opposizione a Renzi. Nelle elezioni politiche non sarà semplice fargli concorrenza sul piano dell’opposizione ragionata contro quella populista.

Non sarà semplice nemmeno la sfida con Renzi. La lotta sarà tra irriducibili avversari, un tempo nello stesso partito. Dopo le elezioni, molto probabilmente nessuno avrà una maggioranza per governare e si aprirà un capitolo nuovo. Bersani si è già posto il problema: «Non vince nessuno, ci si ritrova comunque in Parlamento». Tuttavia ha aggiunto: «Però non metto limiti alla Provvidenza». Renzi-Bersani, c’è un muro invalicabile, almeno per ora.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Di Battista diventa “riserva” del M5S

di battistaIl Corriere della Sera ospita il quotidiano commento del buonista a tempo pieno Massimo Gramellini in cui egli questa volta, con generoso slancio, si avventura nella seguente affermazione (riferendosi all’annunciato ritiro di Alessandro Di Battista dalla politica): «Sarò ingenuo, ma la decisione del parlatore seriale Alessandro Di Battista di lasciare il Palazzo mi sembra sincera». E prosegue, il Gramellini, con uno sperticato elogio del Nostro, paragonandolo addirittura al “Che” Guevara e al suo animo nobile d’artista. Poi si scaglia contro coloro che hanno osato mettere in dubbio la sincerità del Di Battista medesimo, affermando che attribuiscono al romantico grillino i loro maligni pensieri.
Ebbene, sarò un malpensante ma questa storiuncola del ritiro dal Palazzo può avere diverse letture, oltre a quella benevola ed elogiativa messa su da Gramellini per la testata di Urbano Cairo.
Ciò perché era chiarissimo fin dall’inizio che, una volta designato – da chi di dovere – Luigi Di Maio quale candidato principe del M5S, rimaneva da trovare urgentemente una sistemazione all’altro gallo del pollaio, ossia il Di Battista, pena sussulti e scontri interni al MoVimento. Tanto più che fra qualche mese ci sarà da sistemare altri galletti, come ad esempio Roberto Fico o Roberta Lombardi, una volta che questi dovranno lasciare le loro attuali poltrone istituzionali.
Ora Di Battista, evidentemente, deve aver rifiutato tutte le soluzioni di ripiego propostegli da Casaleggio e da Grillo, per cui alla fine si è giunti alla trovata geniale di saltare un giro, con enormi vantaggi per tutti i big del M5S. Ovvio che lo si fa ma non lo si dice, per cui si è tirata fuori la favoletta del nobile e romantico gesto del ritiro definitivo dalla Politica.
La mossa di far saltare un giro al Dibba – geniale, ripeto – presenta innumerevoli vantaggi: 1) libera, per il momento, Di Maio dalla scomoda presenza del Di Battista e non costringe quest’ultimo a dargli forzatamente una mano; 2) evita al Dibba di apparire come una ruota di scorta, intaccando il suo indubbio prestigio presso le masse adoranti; 3) crea con il Di Battista una “riserva” del MoVimento, intatta nella sua immagine vincente, se Di Maio dovesse fallire; 4) in ogni caso crea una “riserva” del MoVimento per quando il Di Maio dovesse esaurire naturalmente il suo ciclo; 5) evita per ora al M5S di affrontare la spinosa questione del doppio mandato, in quanto il Di Battista ritirandosi mantiene intatte le sue chance di presentarsi per una seconda elezione al Parlamento; 6) evita lotte interne al MoVimento e perciò facilita chi comanda veramente la baracca, ossia Casaleggio e Grillo; 7) crea un evento di grande efficacia propagandistica, opportunamente sostenuta da testate amiche del M5S.

Ebbene, che si vuole di più?

Giorgio Mendicini
SfogliaRoma

Giuliano Pisapia “copre” 
a sinistra Matteo Renzi

COMUNE, INCONTRO PISAPIA- RENZI - FOTO 9

Matteo Renzi schiva l’isolamento a sinistra. Quando la missione di Piero Fassino per costruire “un centrosinistra ampio” cominciava a volgere al brutto, è arrivata una schiarita. L’ex sindaco di Torino ha posto le premesse per una intesa con Giuliano Pisapia. Fassino ha avuto un colloquio importante con l’ex sindaco di Milano. Un comunicato stampa congiunto è andato al nocciolo: “L’incontro è stato positivo”.

Ancora non c’è l’accordo, ma la strada è segnata. Nei prossimi giorni ci saranno altri incontri e riunioni per discutere un programma comune tra il Pd di Renzi e Campo Progressista di Pisapia. L’obiettivo è avviare «una nuova stagione del centrosinistra». Se tutto andrà bene Pd e Campo Progressista daranno vita ad una coalizione nelle difficili elezioni politiche della prossima primavera (il centrodestra di Berlusconi e i cinquestelle di Grillo volano nei sondaggi).

Fassino da una settimana si sta spendendo molto per ricomporre le forti divisioni scoppiate dopo le scissioni del Pd: nel 2015 se ne sono andati Civati, Cofferati e Fassina; all’inizio di quest’anno Bersani, D’Alema e Speranza. Tutte le scissioni sono avvenute da sinistra, hanno contestato le “scelte di destra” del segretario del Pd in economia e nelle istituzioni.

Fassino, su mandato di Renzi, sta cercando di superare i contrasti per recuperare l’unità. Una impresa difficile. In una settimana di incontri e contatti, l’ex segretario Ds ha collazionato una serie di pesanti no. Un pesante no, anche se non definitivo, è arrivato dal Mdp (Bersani, D’Alema, Speranza). Bersani è stato duro: gli incontri di Fassino sono «un teatro», non è possibile una alleanza perché «c’è un pezzo di popolo di centrosinistra che non ne vuol sapere di Renzi e della sua arroganza».

Mentre per l’ultimo segretario dei Ds «divisi di perde», secondo l’ex segretario del Pd è vero il contrario: «Uniti si perde» perché le differenze sono troppo forti. Fratoianni e Fassina (Sinistra Italiana), Civati (Possibile) hanno posizioni ancora più radicali contro Renzi. Dal presidente del Senato Pietro Grasso e dalla presidente della Camera Laura Boldrini (probabilmente politicamente impegnati con Bersani) sono giunti altri due perentori “no”, anche se imbastiti in una garbata “confezione istituzionale”.

Tuttavia tra tanti “niet” sono arrivati anche dei “sì” ad aprire un dialogo. Il colloquio con Romano Prodi a Bologna «è stato un incontro molto positivo». L’inventore dell’Ulivo e del Pd, che pure ha un rapporto aspro con il giovane segretario democratico, si è mostrato disponibile con Fassino a ricucire i contrasti. Sono andati bene anche i colloqui con i radicali di Emma Bonino, con i socialisti di Riccardo Nencini, con i Verdi di Angelo Bonelli, con l’Idv di Ignazio Messina e con Democrazia Solidale di Andrea Olivero.

Si è aperto un varco per rompere l’isolamento di Renzi, reduce da tante sconfitte: le elezioni regionali del 2015, quelle comunali del 2016, il referendum sulla riforma costituzionale del 4 dicembre dello scorso anno, le regionali siciliane all’inizio di novembre. È importante soprattutto il sì di Pisapia, ex sindaco di Milano molto stimato, l’uomo indicato come “il federatore” del centrosinistra dal tandem Bersani-D’Alema prima che sopraggiungesse una clamorosa rottura. L’aggancio di Pisapia sarebbe un colpaccio per Fassino: alle elezioni politiche coprirebbe a sinistra Renzi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Berlusconi e il ministero per la terza età

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 09-01-2013 Roma Politica Rai - trasmissione porta a porta  Nella foto: Silvio Berlusconi Photo Mauro Scrobogna /LaPresse 09-01-2013 Rome Politics Rai -  porta a porta tv show - In the picture: Silvio Berlusconi

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse
09-01-2013 

«Se vinceremo le elezioni nel nostro prossimo governo ci sarà una novità importante, quella di un ministero della terza età». Lo ha annunciato Silvio Berlusconi in un videomessaggio inviato al Congresso Nazionale di Federanziani. Dopo aver cavalcato il suo storico cavallo di battaglia sul tema delle pensioni: “Ritengo moralmente doveroso aumentare i minimi pensionistici a 1000 euro al mese per tredici mensilità” naturalmente ciò deve valer anche “per le nostre mamme che hanno lavorato tutti i giorni a casa e che devono poter avere la possibilità di trascorrere una vecchiaia serena e dignitosa”. Misure che, secondo il leader di Forza Italia, si rendono necessarie anche perché avendo “promosso alcuni studi universitari al San Raffaele, secondo i ricercatori l’obiettivo a portata di mano è quello di accrescere la prospettiva di vita fino a 125 anni. Tutto questo è positivo, apre prospettive affascinanti ma anche diversi problemi perché le persone devono poter invecchiare in salute ma anche in sicurezza economica. Invece nel 2016 tre milioni di anziani hanno dovuto rinunciare alle cure perché troppo costose. Oggi nessuno anziano può vivere con una pensione minima di 500 euro: oggi è doveroso e indispensabile aumentare i minimi pensionistici”.

Ora su modalità e coperture nessuna parola ma in campagna elettorale ci siamo abituati. La domanda che sorge spontanea sulle pensioni però è lecita. Porsi come obiettivo di dare mille euro di pensione a chi magari non ha versato mai un contributo non rende poi necessario magari aumentare la pensione anche a chi, per esempio, ha rimpolpato la cassa previdenziale per quarant’anni? Inoltre, mille euro a chi non ha mai versato non corrisponde esattamente a una misura previdenziale bensì configura un intervento assistenziale e dato che sull’Inps gravano già una serie di compiti che nulla hanno a che vedere con il dna originario dell’Ente (da acronimo: Istituto nazionale per la previdenza sociale, cioè riscossione dei contributi e pagamento delle relative pensioni), non sarebbe l’ora di mettere mano alla divisione tra previdenza e assistenza che avrebbe anche il merito di fornirci un quadro più veritiero della nostra spesa previdenziale? In fondo, lo dice anche il presidente dell’Inps Tito Boeri che avendo sviluppato nel tempo uno sconosciuto attaccamento al potere, pensa di poter risolvere la questione cambiando il nome dell’Istituto, cioè l’acronimo ma non il contenuto del suo servizio. Peraltro una operazione verità dovrebbe prevedere anche altri interventi come, ad esempio, provvedere al calcolo della spesa al netto delle imposte e non al lordo come avviene in altri civilissimi paesi europei e anche al netto della liquidazione dei Tfr che con la previdenza non hanno nulla a che spartire trattandosi di salari differiti. Ma si sa che il Cavaliere è bravo a far promesse da marinaio. Il che significa che in fondo le parole volando non obbligano a realizzare alcuna vera riforma strutturale.

Ma veniamo all’idea annunciata con una certa enfasi: la creazione di un “Ministero della Terza età”. Roba da sobbalzare sulla sedia. L’idea se fosse il periodo delle chiacchiere (quelle dolci non quelle parolaie) e delle castagnole farebbe anche ridere. Ma presa sul serio fa piangere. Un ministero per la terza età avrebbe il sapore della creazione di una sorta di riserva indiana. I ministeri esistenti coprono in abbondanza, anche se sicuramente in maniera non sempre efficace, i problemi che riguardano gli anziani e non solo. Solitamente i ministeri così specifici si creano per affrontare problemi endemici, basti pensare al Ministero per gli interventi straordinari per i Mezzogiorno frutto di una passione e di una pressione meridionalistica che considerava irrisolta la questione di una equilibrata unificazione del Paese, con una sua parte (da Pomezia in giù) oggettivamente dimenticata e spesso derubricata a problema di ordine pubblico da trattare a suon di schioppettate in piazza.

Gli anziani però non sono un problema ma, semmai, una risorsa e proprio i riferimenti dell’ex cavaliere ai processi sempre più rallentati di invecchiamento obbligano a meditare sui modi in cui utilizzare quella risorsa a vantaggio del bene comune. Un problema gli anziani lo diventano solo quando la società, semmai incentivata da una classe politica che “gioca” per motivi elettorali sulla guerra generazionale, li considera tali, indipendentemente dall’esistenza o meno di un ministero ad hoc. Ma soprattutto gli anziani non sono abitanti di un universo parallelo; sono parte della società italiana come i giovani, i quarantenni e gli esponenti della mezza età. Quella di anziano è una condizione naturale come tutte le altre. È il ciclo della vita che non dipende da un ministero che per la qualità dell’idea su cui si basa è decisamente più vecchia e malandata di coloro a cui dovrebbe dedicarsi.

Valentina Bombardieri
Blog Fondazione Nenni

Ostia, Raggi ora corteggia le sinistre

virginia raggiDomenica 19 novembre può succedere di tutto al ballottaggio per Ostia e Virginia Raggi si è mobilitata. I seggi elettorati del X municipio di Roma saranno presidiati da ingenti forze della polizia, dei carabinieri e della guardia di finanza.
La tensione è altissima in quella che fino agli anni Sessanta era una tranquilla cittadina balneare alle porte della capitale. Roberto Spada è in carcere a Regina Coeli dopo l’aggressione al giornalista Rai Daniele Piervincenzi e al suo cameraman Edoardo Anselmi. Il torto del giornalista finito col naso rotto era di fare domande troppo insistenti al per niente pacifico Roberto Spada, fratello di Carmine condannato in primo grado a 10 anni di carcere per estorsione con l’aggravante del metodo mafioso.
La lotta alle mafie, dopo il pestaggio, è divenuto il tema centrale del ballottaggio tra Giuliana Di Pillo, M5S, in grande sintonia con la Raggi, e Monica Picca, centro-destra, molto vicina a Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia. Tra le due candidate a presidente del X municipio di Roma la partita è aperta. Al primo turno del 5 novembre Giuliana Di Pillo si è piazzata prima con il 30,21% dei voti, Monica Picca seconda con il 26,68%.
La differenza tra le due candidate non è molta e i cinquestelle potrebbero correre brutte sorprese. Taglierà il traguardo chi conquisterà il 22% dei voti andati al primo turno al Pd e alle sinistre alla sinistra del partito di Matteo Renzi. Raggi sta corteggiando anche gli elettori di sinistra, sta facendo di tutto per conquistare il successo ad Ostia, il municipio già guidato dal Pd e commissariato nel 2015 per mafia.
La sindaca di Roma sabato scorso è andata anche alla manifestazione indetta dalle varie sinistre di Ostia Lido, escluso il Pd, per la lotta alle mafie e al neofascismo. La Raggi, entrata tra qualche polemica nel corteo non molto numeroso (sotto le 2 mila persone), ha assicurato: «Non arretriamo davanti alle mafie». L’ex parroco rosso Franco De Donno, artefice del Laboratorio Civico X, la lista elettorale che ha raccolto l’8,6% dei voti al primo turno, non le ha chiuso la porta in faccia: «La sindaca ha messo il cappello sulla mia iniziativa, ma va bene». La Raggi tesse la sua tela. Nelle trionfali elezioni del 2016 a sindaca della capitale aveva sbaragliato tutti ma ora, dopo quasi un anno e mezzo di navigazione tribolata della sua giunta, potrebbe vincere di misura o addirittura perdere a Ostia. Sarebbe un brutto colpo. Gli avversari interni del M5S, da tempo sul piede di guerra, potrebbero chiedere la sua testa.
Per i cinquestelle è un doppio esame: locale e di natura nazionale. In piccolo si ripete il meccanismo della Sicilia: ma nell’isola le regionali sono state vinte dal centro-destra dopo un testa a testa con i pentastellati. Beppe Grillo finora ha sempre difeso la sindaca, anche se le ha rimproverato “gli errori” nell’amministrazione di Roma che hanno causato un netto calo della sua popolarità, intaccando anche l’immagine del M5S come capace forza di governo a livello nazionale.
C’è da fare i conti anche con l’incognita astensione. Al primo turno su 185.661 cittadini registrati alle urne, hanno votato solo 67.125: quasi i due terzi degli elettori hanno disertato i seggi. Una cifra enorme che potrebbe perfino crescere se aumenterà la sfiducia tra gli elettori. Anche il numero di votanti influirà sulla sfida tra Giuliana Di Pillo e Monica Picca. È un’altra incognita.

R. Ru
Sfoglia Roma

Due nuovi centro-sinistra Renzi contro Bersani

renzi bersani

Per Matteo Renzi non c’è pace. Lo scontro è su due centro-sinistra che ancora devono formarsi. Il terremoto post elettorale è cominciato. La catena di sconfitte è lunga: nel 2015 perse la Liguria; nel giugno 2016 i sindaci di Roma e Torino; a dicembre dell’anno scorso il referendum sulla riforma costituzionale; adesso c’è stata la “botta” delle elezioni regionali in Sicilia. Il Pd nell’isola è arrivato terzo dopo il centro-destra e i cinquestelle.

Mezzo Pd è in rivolta. È in discussione perfino la leadership di Renzi. Dario Franceschini, ex Dc-Ppi-Margherita, potente capo corrente del Pd, è sul piede di guerra. Pronto a dare battaglia è anche Andrea Orlando, ex Pci-Pds-Ds, capo della corrente di sinistra del partito.

Così Renzi gioca d’anticipo. Prima rilancia la sua leadership: «Sono mesi che cercano di mettermi da parte, ma non ci riusciranno nemmeno stavolta». Poi apre la strada alla costruzione di un nuovo centro-sinistra, mettendo la parte la linea dell’autosufficienza del Pd: «Siamo pronti ad allargare ancora al centro e alla nostra sinistra. Condivido a questo proposito le riflessioni di Dario Franceschini». E annuncia: «Possiamo raggiungere, insieme ai nostri compagni di viaggio» il 40% dei voti già ottenuti nelle elezioni europee del 2014 e nel referendum sulla riforma costituzionale, perso proprio con questa soglia.

Su Palazzo Chigi è prudente, non rilancia la sua candidatura: sceglie il Parlamento. Ma anche qui si muove qualcosa. Il capogruppo democratico alla Camera, Ettore Rosato, ha considerato “spendibile” il nome di Paolo Gentiloni, anche se poco dopo non esclude una ricandidatura di Renzi a presidente del Consiglio. Del resto può succedere di tutto. Sono gettonati anche due ministri come possibili candidati premier: Marco Minniti (Interno) e Carlo Calenda (Sviluppo Economico).

Due centro-sinistra: scelte diverse sul programma e su Palazzo Chigi, la partita è aperta. Bersani e D’Alema, usciti dal Pd a febbraio contestando da sinistra Renzi per fondare il Mdp, hanno idee diverse. Pensano a Pietro Grasso, presidente del Senato, fresco di divorzio dal Pd, come candidato premier. Pier Luigi Bersani non nasconde l’entusiasmo per Grasso candidato presidente del Consiglio: «Per il nostro profilo civico e di sinistra ci starebbe da Dio…». Il parere di Massimo D’Alema è analogo: «La presenza di Grasso sarebbe fondamentale». La contrapposizione con Renzi è totale: «Io uso le parole di Pisapia: ‘La ricostruzione del centrosinistra richiede una discontinuità di leadership e di contenuti’. E io sono d’accordo con lui».

Si profilano due centro-sinistra in contrapposizione e una violenta battaglia tra le sinistre. Anche le altre forze della sinistra critica e riformista studiano strategie ed alleanze in vista delle elezioni politiche. Nicola Fratoianni, totalmente critico con il Pd, ha annunciato per il 19 novembre a Roma un’assemblea nazionale di Sinistra Italiana «per presentare alle prossime elezioni un’unica lista di sinistra autonoma e alternativa». Giuliano Pisapia, artefice di Campo Progressista, si considera diverso ma non alternativo a Renzi. L’ex sindaco di Milano potrebbe formare una lista elettorale con la radicale Emma Bonino, i socialisti di Riccardo Nencini e i verdi di Angelo Bonelli. Pisapia il 12 novembre, mell’assemblea organizzata a Roma, esporrà il suo progetto e probabilmente riproporrà le primarie di coalizione per Palazzo Chigi.

Le molteplici e frammentate forze di centro-sinistra si muovono in modo contrapposto, le divisioni aumentano. Un brutto viatico per le elezioni politiche previste in primavera. In Sicilia la spaccatura c’è stata su due liste, quella centrata sul Pd e guidata da Fabrizio Micari e quella basata su Mdp capeggiata da Claudio Fava. È stato un disastro: Micari è arrivato terzo e Fava quarto. Dalle urne delle politiche potrebbe uscire l’ingovernabilità che aprirebbe le porte ad un esecutivo di “larghe intese” con Silvio Berlusconi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)