La strada a sinistra… per un nuovo presente

la strada a sinistraMercoledì 16 maggio si è svolto presso la sede nazionale del PSI il workshop “la Strada a Sinistra”.
Dopo la sconfitta del 4 marzo si è sentita la necessità di avere un punto di contatto con tutte le forze politiche della sinistra, con il mondo associativo, con quello sindacale, come si evince dal documento di presentazione degli organizzatori dell’evento che prova a fotografare l’attualità politica ad ampio spettro.
In un lungo e proficuo dibattito, ricco di ospiti, sono state analizzate le ragioni dell’insuccesso elettorale che devono spingere le varie componenti riformiste e progressiste a lavorare insieme per raggiungere un obiettivo comune: ridisegnare una soggettività della sinistra italiana. Ritrovare finalmente una direzione certa, per ricominciare ad essere al fianco degli ultimi, per combattere le disuguaglianze, le storture della nostra democrazia.
Luigi Iorio, responsabile Lavoro PSI, ha aperto l’incontro illustrando gli obiettivi: “Dobbiamo abbandonare il paradigma del pensiero unico della terza via e del liberismo. La terza via è servita unicamente ad annacquare le politiche socialiste per attrarre maldestramente gli elettori di centro”.
Maria Pisani, Portavoce del PSI, si dice convinta della necessità “di recuperare una spinta innovativa, una sensibilità culturale per poter ritrovare quella capacità di ascolto e di governo che ha sempre contraddistinto la sinistra italiana”.
Per Elisa Gambardella, responsabile Programma del Partito Socialista, l’incontro di mercoledì è stato “un primo confronto importante per tracciare insieme il futuro della sinistra con un’attenzione particolare al mondo del Lavoro: tirocini curriculari, salario minimo, estensione delle tutele”.
Federico Parea, responsabile Economia PSI, intervenuto con un videomessaggio, ha detto: “la sinistra ha un problema di elaborazione politica e, di riflesso, un problema di connessione con la società, per questo deve rigenerarsi e ripensare il proprio agire politico”.
Francesco Bragagni, Vice-Coordinatore regionale del PSI Emilia-Romagna, ha concluso i lavori intervenendo sui temi della Giustizia, spronando la sinistra a vigilare sui programmi giustizialisti del nascente Governo e annunciando che il format de “la Strada a Sinistra” verrà riproposto a livello territoriale in ogni regione, a cominciare da Rimini, dove a fine giugno sarà organizzato il prossimo appuntamento insieme a Luca Pasini, giovane consigliere comunale della città romagnola intervenuto nel corso del dibattito sui temi dell’economia con particolare riferimento ad una maggior sinergia tra Unione Europea, Stato e Regioni da un lato ed enti locali dall’altro.

Qui di seguito tutti gli interventi

Fine vita. Pisani, in Basilicata è battaglia vinta

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“Quella sul fine vita è una battaglia che combatto in prima fila da anni; nel 2015, per ovviare al silenzio del Parlamento, inviai una lettera a tutti i consiglieri regionali del PSI per invitarli a presentare nelle rispettive regioni la proposta di legge «Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (DAT)» che includeva l’istituzione di un Registro Regionale. Sapere che quel registro oggi diventa realtà in 12 comuni della mia Regione, inclusa la mia Lauria, è per me una conquista personale e politica. Si tratta di una scelta di civiltà e di libertà”.

Questo il commento della portavoce del PSI, Maria Pisani, alla notizia dell’istituzione, in 12 comuni della Basilicata, del registro territoriale delle dichiarazioni anticipate di trattamento medico (DAT) che dà la possibilità di manifestare anticipatamente la propria volontà rispetto ai trattamenti di natura medica in previsione dell’eventualità che l’interessato si trovi in una condizione irreversibile di incapacità di intendere e di volere.

Il registro permetterà ai cittadini coinvolti di disporre anche sulla donazione degli organi e sulla cremazione. Pisani ricorda che la richiesta di presentare richiesta ai comuni in assenza della legge fu estesa anche agli amministratori e proprio a Lauria i socialisti presentarono un odg. “Nei prossimi giorni sarò nel mio comune per sottoscrivere la mia DAT”, ha aggiunto Pisani, “un passo che invito tutti a fare per essere liberi di scegliere sul proprio destino”, ha concluso la portavoce socialista.

Redazione Avanti!

Parenti dei Casamonica nelle case popolari

casamonica-701696È in corso l’indagine del Campidoglio sui 2000 appartamenti che risultano occupati da inquilini che per reddito potrebbero, invece, permettersi canoni di mercato, emerge che tra questi vi sarebbero anche membri di famiglie nomadi e sinti imparentate con i clan. Per questo ieri il prefetto di Roma Paola Basilone ha convocato il commissario straordinario dell’Ater Pasquale Basilicata per avviare insieme la strategia degli sgomberi. Oggi la risposta fornita ai microfoni di Radio 24, Pasquale Basilicata, commissario straordinario dell’Ater di Roma.
“In tutto abbiamo 10 alloggi occupati dai Casamonica, di cui peraltro 7 legittimamente sulla base di provvedimenti di assegnazione fatti dall’ufficio del Comune di Roma e tre occupanti senza titolo”. Sono i numeri forniti da Pasquale Basilicata, sulla presenza nelle case popolari di appartenenti al clan dei Casamonica, intervenuto a Effetto Giorno di Simone Spetia su Radio 24. Basilicata aggiunge che “ovviamente il problema non è questo. Il problema è come il clan gestisce e distribuisce, governando il mercato degli alloggi popolari. Dobbiamo essere capaci di rompere il muro di omertà che si costruisce, dobbiamo consentire ai cittadini di denunciarle queste cose, di rappresentarcele, per essere in grado di intervenire. Allo stato attuale noi possiamo avere solo un’idea molto approssimativa e generica, il fenomeno è grave ma è difficile dare un numero”.
Il prefetto subito dopo la notizia dell’aggressione nel bar a Ostia aveva assicurato: “Gli aspetti criminali li stiamo contrastando e non da oggi, ma li contrasteremo in maniera ancora più efficace, come accaduto a Ostia, con azioni mirate che partiranno tra poco. La nostra lotta a questo clan non inizia oggi, c’è una grande letteratura della Dda a proposito”.
La questione per quanto riguarda ancora gli alloggi, afferma Pasquale Basilicata “va risolta perché non è più compatibile con il quadro di legalità che dobbiamo garantire. Quello che mi preme precisare è che in primo piano sulla lotta all’abusivismo e all’illegalità c’è Ater e c’è da sempre. Noi registriamo circa 6700 occupazioni abusive, rispetto alle quali Ater ha già emanato più di 1600 provvedimenti di sfratto che attendono di essere portati in esecuzione. Lo dico perché proprio di fronte alla gravità del problema è importante che costituiamo anche un quadro di credibilità di tutte le istituzioni e individuiamo anche quei percorsi che in maniera coerente possono riportarci a un risultato di ricostruzione di un clima di accettabile legalità. Quindi – continua a Radio 24 – il piano passa inevitabilmente e necessariamente attraverso un coordinamento di tutti gli enti coinvolti, c’è il Comune di Roma che è l’ente che fa le assegnazioni, ci sono le Ater che gestiscono gli immobili e poi c’è la prefettura come organismo di coordinamento che deve poi garantire l’assistenza militare delle forze di polizia perché i provvedimenti vengano portati velocemente ad esecuzione. Anche qui cum grano salis e stando bene attenti a distinguere perché anche qui tra le occupazioni ci sono delle situazioni che vanno differenziate e poi opportunamente governate per evitare che la città sia poi in balia dell’ingovernabilità” conclude.

Olmi e Milano ’83, l’Italia a ‘bere’ se stessa

ermanno-olmi-700x430-kUvB-U43480738987949VqE-593x443@Corriere-Web-Sezioni“Ai maestri si porgono solo le scuse”. Così si era scusato Carlo Tognoli, allora sindaco socialista di Milano, finanziatore del progetto e (ai tempi) detrattore del film di Ermanno Olmi Milano ’83. Carlo Tognoli ha così chiarito, trent’anni dopo la proiezione della pellicola che doveva fare parte del progetto ‘le capitali culturali d’Europa’ con Atene, Lisbona, Varsavia: “Da parte mia non ci fu nessuna censura, tant’è che il documentario fu presentato a Venezia. Ci fu solo una battuta, per la quale mi scuso con tutto il cuore con Ermanno Olmi, un maestro che ho sempre apprezzato”.
Di tutte le critiche e i battibecchi resta però la visione che ha lasciato Olmi su un’Italia ormai ‘smarrita’ e che tutt’ora sembra in crisi di coscienza. Il suo documentario su Milano rappresentava in sostanza il Paese che provava a crescere, ma in maniera sbagliata. Olmi riportava l’immagine di una Milano cantierizzata, operaista e sofferente che cozzava con l’idea di una città di crescita culturale, una città tanto attiva e all’avanguardia quanto frenetica e indifferente, Olmi affermava che “Milano deve farsi un enorme esame di coscienza: […] dobbiamo lavorare per una nuova proposta di vita, che non ci faccia più sentire soli”.
Anzi a ripensarci, per Olmi, la situazione per la città, continua a peggiorare: “Allora, in città, c’era ancora una speranza, la fiducia di poter cambiare, di rimediare agli errori. Si percepiva la sensazione che la città fosse pronta per riscattarsi dai disagi della quotidianità. Oggi, invece, non c’è più nulla. La realtà è a rischio e la tenuta delle persone dalle insoddisfazioni e dall’incapacità a relazionarsi è messa a dura prova”.
Milano ’83 rivelò Olmi che passò a una visione ecologista, ma subito dopo l’uscita del film il regista viene colpito da una gravissima malattia che lo costringe a chiudersi nella sua casa di Asiago dove si era trasferito con la famiglia da qualche tempo. In quel periodo interrompe la sua produzione cinematografica.
La sua passione civile e il suo interessamento per le persone umili non si era mai fermato, anche ultimamente aveva detto: “Quando l’apparenza vuol nascondere disuguaglianze sociali che hanno come scopo primario il profitto di alcuni e la sottomissione di altri. Attenzione, perché già nella Storia abbiamo visto che questi preamboli spesso sono un chiaro segno di ammonimento per non arrivare alla deflagrazione di scontri, dove la democrazia vede il proprio fallimento”.
Il grande regista bergamasco riconosceva negli umili la sua stessa estrazione sociale e soprattutto i valori delle sue origini. “Quando mio padre è morto avevo 13 anni. Era un sano socialista come lo erano i ferrovieri di quel tempo che rappresentavano il progresso con giustizia. Io lo ricordo nei due anni che rimase senza lavoro perché non aveva mai voluto iscriversi al partito fascista. Allora quando si andava a cercare lavoro ti chiedevano la tessera del partito. E mio padre è stato due anni senza lavorare, tanto che ricordo mia madre che gli diceva ‘ma ti rendi conto, che per una tua idea’. Non era una sua idea bizzarra, era un ideale di dignità”.
Ermanno Olmi è morto oggi all’età di 86 anni, un ‘cinematografaro libero’ come egli stesso si autodefiniva, autodidatta e senza padroni: “Penso che la migliore ideologia consista nel non essere schiavi dell’ideologia”.

Muore Dario Conti. Il cordoglio del Psi

dario conti

È venuto a mancare all’età di 74 anni, il compagno Dario Conti. Dario si è spento all’ospedale di Macerata dove era stato ricoverato alcuni giorni fa, a seguito di alcune complicazioni della malattia contro cui combatteva da mesi. Profondo cordoglio di tutto il Partito Socialista Italiano, non appena appresa la triste notizia della scomparsa. Il Segretario nazionale del Psi, Riccardo Nencini, ha dichiarato: “Con Dario se ne va un compagno di valore, un uomo pieno di passione, che ha speso tutta la sua vita al servizio delle istituzioni. Pochi hanno amato e curato la propria città e la propria terra come ha fatto lui. Dario è stato uno straordinario amministratore – ha ricordato Nencini – era una guida sicura, un compagno che ha lavorato instancabilmente per il Partito e per la sua gente. Ci mancherà l’ uomo tenace e coraggioso”. Sul suo profilo Facebook, Nencini ha aggiunto: “Il giorno migliore per lasciarci, il giorno peggiore per andartene. Un caro amico, un ottimo sindaco di Camerino, un compagno galantuomo. Ciao Dario”- ha concluso Nencini.

Dario Conti ha militato sempre e solo nel Psi. È stato sindaco di Camerino dal 2009 al 2014. Il primo incarico, da consigliere comunale, dal 1970 al 1995, poi è stato assessore al Comune di Camerino e ancora vicesindaco di Camerino negli anni ‘80, segretario provinciale del Psi dal 1984 al 1989, consigliere provinciale di Macerata dal 1999 al 2001, assessore provinciale di Macerata dal 2002 al 2006.

Al cordoglio di Nencini, si aggiunge quello del tesoriere del Psi, Oreste Pastorelli: “la notizia della scomparsa di Dario ci rattrista profondamente. Nonostante fosse stato direttamente coinvolto, nei giorni immediatamente successivi al terribile terremoto che ha colpito il cento Italia e Camerino – ha ricordato Pastorelli – Dario si è battuto sin da subito per la ricostruzione, mosso da un incondizionato e singolare amore per la sua terra. Insieme avevamo cercato in ogni modo – ha proseguito Pastorelli – di contribuire alla rinascita della sua città. Dario era un amico – ha concluso Pastorelli – e con lui se ne va una persona di una umanità straordinaria”.

Maria Pisani, legata a Dario da una profonda amicizia, lo ha ricordato così: “Non ho parole per descrivere il dolore profondo che provo per la morte di Dario. Perdo un compagno, un amico. Grazie a Dario ho imparato la tenacia e la determinazione per condurre in questi anni la battaglia per una legge sul testamento biologico e sul fine vita. Lo conobbi in uno dei momenti più brutti della vita di un uomo”- ha ricordato Maria Pisani riferendosi al paziente malato di Sla che Dario e Maria Pisani avevano curato e ascoltato fino alla fine dei suoi giorni – “e fu grazie alla sua passione che intraprendemmo insieme una lotta tenace per il riconoscimento del diritto a una morte dignitosa”- ha proseguito Pisani- “chiedendo a tutti i nostri consiglieri regionali di aprire una discussione sui territori. Ci sentivamo quasi ogni giorno, eppure non sono riuscita a salutarti. Voglio però ringraziarti Dario, a nome del partito per aver amministrato con saggezza e passione il comune di Camerino, e a nome mio, per avermi insegnato cos’è l’amore, la passione, la politica, che cos’è la vita”- ha concluso Pisani.

La camera ardente sarà allestita ai locali della Contram, sede provvisoria del Comune.

Per sua volontà, prima della cremazione, si svolgerà una cerimonia laica di saluto giovedì 3 maggio alle ore 15 presso la stessa sede dove è allestita la camera ardente.

Sergio Marchionne lancia la Jeep e molla la Fiat

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La metamorfosi della Fiat Chrysler Automobiles si avvicina. Anzi è già cominciata. Alti profitti, debito ridotto, azioni sugli scudi in Borsa. Sergio Marchionne decanta i successi ottenuti dal gruppo automobilistico italo-americano nel 2017 e scommette sul bis nel 2018. L’amministratore delegato del gruppo automobilistico di proprietà della famiglia Agnelli il 13 aprile è stato prodigo di promesse all’assemblea degli azionisti tenuta ad Amsterdam: «Il futuro è roseo. Fca ha chiuso un altro anno di risultati straordinari». Su come realizzare questo “futuro roseo” ha dato appuntamento al primo giugno, quando illustrerà il piano industriale 2018-2022 della multinazionale al centro di Balocco, uno dei principali circuiti di collaudo del gruppo in provincia di Vercelli.

Ma arrivano le “gelate” a raffreddare gli entusiasmi: dopo anni di boom, a marzo le vendite di auto di Fca in Italia sono calate del 12,9% rispetto a un anno fa, un dato ben peggiore di quello generale di meno 5,75%. Brutta aria anche in Europa: meno 8% rispetto a un calo del 5,2% accusato dall’insieme delle case automobilistiche. E non è una novità: il trend negativo in Italia e in Europa è iniziato già lo scorso autunno per la multinazionale a cavallo dell’oceano Atlantico. Sono crollate le vendite del marchio Fiat, un tempo la testa e il cuore del gruppo, mentre sono aumentate quelle di Jeep e di Alfa Romeo.

Marcia bene, invece, il mercato degli Stati Uniti. Fca nel paese nord americano ha registrato a marzo una crescita del 13,6%, al di sopra delle previsioni, trainata soprattutto da Jeep e anche qui Fiat va male. Nel gruppo, in sintesi, viaggiano a pieno ritmo i marchi premium e arretrano quelli commerciali, i modelli delle vetture di massa. Marchionne, del resto, da anni è convinto della necessità di puntare sui brand di qualità sui quali i profitti sono maggiori, non a caso gli investimenti sono andati soprattutto su Jeep, Ferrari, Maserati e Alfa Romeo.

Si profila una profonda metamorfosi del gruppo: la Fca in futuro sarà a predominio Jeep mentre la Fiat sarà fortemente ridimensionata. Marchionne ha anticipato il ruolo centrale del marchio americano, simbolo dei fuoristrada per antonomasia, previsto nel prossimo piano industriale. Ha spiegato i motivi: ha un fascino globale, «diventerà il più grande brand del gruppo. È un marchio eccezionale su cui dobbiamo puntare». Invece «la Fiat sarà meno importante in Europa». Praticamente resteranno solo i modelli 500 e Panda che avranno delle nuove versioni entro il 2020. L’amministratore delegato italo-canadese ha messo da parte i sentimenti: «Abbiamo bisogno di fare spazio ai marchi più potenti. Non sto uccidendo la Fiat, credo che abbia un grande futuro in America Latina, e che in Europa possa contare sulla forza della 500. Ma non dobbiamo essere emotivi: la rilevanza di Fiat per il pubblico è diminuita».

È una svolta clamorosa. La Fiat, fino a qualche anno fa, era stata al centro dell’impero automobilistico degli Agnelli. Le vetture Fiat progressivamente usciranno dalla produzione senza essere rimpiazzate, probabilmente i nuovi modelli della 500 e della Panda saranno prodotti in Polonia. C’è chi teme per la sorte di Pomigliano D’Arco, Melfi, Cassino, Grugliasco, Mirafiori. Marchionne, però, conferma il progetto della “piena occupazione” negli stabilimenti italiani entro il 2018. Punta a produrre in Italia solo auto di alta gamma: Alfa, Maserati, Jeep oltre alle Ferrari. Ha annunciato: «Per la piena occupazione in Italia dobbiamo completare lo sviluppo dell’Alfa Romeo e della Maserati. È un atto dovuto, fa parte del piano da presentare a giugno». Certo mancano all’appello i nuovi modelli della casa del Biscione e di quella del Tridente. Finora l’Alfa ha avuto due sole nuove vetture su cui puntare: la Stelvio e la Giulia, macchine che stanno andando bene. L’uomo in maglione nero ha riconosciuto il problema: «Alfa è un lavoro incompiuto, nonostante il successo avuto con i due modelli, ma resta ancora un grande impegno ed altri prodotti da fare». Si parla, in particolare, del lancio di altri due suv da affiancare a Stelvio.

Si vedrà in giugno a Balocco. Sarà la prova di appello. Marchionne è riuscito nel capolavoro di fondere Fiat e Chrysler, due case sull’orlo del fallimento, e dalla somma di due debolezze è nato un gruppo in salute e competitivo. Però la capitale della multinazionale non è più Torino, il baricentro delle decisioni e della produzione si é spostato a Detroit, la sede legale è stata trasferita ad Amsterdam e quella fiscale a Londra, le azioni sono quotate a New York e a Milano. Molti lavoratori in Italia sono ancora in cassa integrazione, i pochi futuri modelli Fiat, le 500 e Panda, finiranno probabilmente in Polonia. La Lancia, un tempo un marchio prestigioso di auto di alta qualità (il mito della spider B24 Aurelia è stato immortalato da Vittorio Gassman nel film “Il sorpasso”) è ora su un binario morto e produce una sola macchina: la Ypsilon, un modello che tira forte.

L’Alfa Romeo viaggia forte: nel 2017 ha venduto oltre 150 mila auto, il 62% in più rispetto all’anno precedente. Ma siamo ancora lontani dall’obiettivo di 400 mila vetture programmato da Marchionne per dare lavoro e certezze ai lavoratori e alle fabbriche italiane. Se il quadrilatero Alfa, Maserati, Ferrari e Jeep non avrà un robusto insediamento di progettazione e produttivo in Italia sarà la fine. John Elkann, il nipote di Gianni Agnelli, loda Sergio Marchionne e lo appoggia incondizionatamente. Il presidente del gruppo nel 2010, subito dopo l’acquisto della Chrysler, disse a ‘Repubblica’: «Sogno una Fiat grande in Italia e nel mondo». Assicurò di volere «una Fiat più grande, di una grandezza che non sarà mai a scapito dell’Italia, con il cuore e la testa a Torino». Non è andata esattamente così: Torino non è più “il cuore” e “la testa” di Fca. Ma senza investimenti e nuovi modelli Alfa, Maserati, Ferrari e Jeep né Torino né il Belpaese avranno più l’industria dell’auto, né in versione utilitarie né in quella fuoriserie.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Attrazione fatale tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini

di maio e salviniAttrazione fatale sì, attrazione fatale no. Luigi Di Maio e Matteo Salvini, i due vincitori a metà delle elezioni politiche del 4 marzo, s’incontrano e si scontrano. Concordano e si dividono.
Si scontrano su quale governo formare. Tutti e due rivendicano per sé la presidenza del Consiglio (ma il segretario del Carroccio non ne fa una questione personale e lascia spazio anche a un altro premier leghista); il capo politico del M5S vuole la Lega nel governo ma non Silvio Berlusconi, al quale (almeno finora) non vuole rinunciare Salvini; entrambi si dichiarano i vincitori delle elezioni ma nessuno ha conquistato né la maggioranza assoluta dei voti né quella dei seggi in Parlamento; i cinquestelle propongono, in alternativa, una intesa per il nuovo esecutivo al Pd mentre i leghisti la bocciano.
Altri contrasti esistono sui programmi. Sono difficilmente compatibili, ad esempio, due cavalli di battaglia delle rispettive campagne elettorali: il drastico taglio delle imposte proposto da Salvini con l’introduzione della flat tax (la tassa unica al 15%) con il varo del reddito di cittadinanza di 780 euro al mese progettato da Di Maio. I costi per le casse dello Stato dei due provvedimenti sarebbero altissimi, insostenibili per i già malandati conti pubblici italiani. C’è anche una divisione territoriale. Il Carroccio ha mietuto voti soprattutto nelle ricche regioni del nord Italia in cui c’è un po’ di ripresa economica, i pentastellati hanno trionfato in particolare in quelle del sud sempre più impoverite e depresse.
Tuttavia le convergenze non mancano e sono tante. Il M5S e la Lega sono due movimenti populisti anti sistema (populista progressista il primo, populista nazionalista il secondo), al primo posto mettono l’occupazione e gli investimenti, entrambi sono ostili all’euro e alle élite (ma Di Maio ha smorzato molto la carica anti moneta unica europea e anti gruppi dirigenti), all’unisono cercano di rassicurare gli Usa sulla fedeltà alle alleanze occidentali messe in forse dalle lodi a Vladimir Putin (sia il capo cinquestelle sia il segretario della Lega hanno chiesto di vedere e si sono incontrati con l’ambasciatore americano a Roma dopo le elezioni). Molti punti dei loro programmi elettorali sono identici: in testa la richiesta di abolire la legge Fornero sull’aumento dell’età pensionabile (anche qui il costo è molto salato) e la necessità di controllare l’immigrazione illegale (il Carroccio ha una posizione più dura perché vuole rapide espulsioni).
Attrazione fatale sì, attrazione fatale no. Sulla bilancia sembra prevalere il sì. In Parlamento è scattata una ferrea e vincente intesa tra Di Maio e Salvini sulla spartizione degli incarichi di vertice alla Camera e al Senato. Il capo politico pentastellato ha commentato: «Con la Lega c’è una sinergia istituzionale». L’attrazione fatale è ben simboleggiata dall’appassionato bacio sulla bocca tra il capo dei cinquestelle e il segretario leghista, dipinto a fine marzo in un murale in via del Collegio Capranica a Roma, una strada nei pressi di Montecitorio.
Le distanze però restano. Di Maio ha sollecitato la Lega a tagliare i ponti con Forza Italia: deve decidere «se contribuire al cambiamento o se invece rimanere ancorata al passato e a Silvio Berlusconi». Tuttavia Salvini ha confermato la sua posizione: «L’unico governo possibile è quello del centrodestra unito insieme al Movimento cinquestelle».
I contrasti emersi davanti a Sergio Mattarella sono molti nelle consultazioni sul governo al Quirinale. Il presidente della Repubblica sta riflettendo sullo stallo e su a chi affidare nei prossimi giorni l’incarico e per quale esecutivo. I bombardamenti di Usa, Gran Bretagna e Francia in Siria danno una accelerata ai tempi. Girano diverse ipotesi. Si profila un pre incarico a Salvini o a Di Maio (obiettivo un esecutivo Lega-M5S con l’appoggio esterno di Berlusconi) oppure “un governo istituzionale” guidato dal presidente della Camera Roberto Fico (cinquestelle) o del Senato Maria Elisabetta Casellati (Forza Italia).
“Attrazione fatale”: nel film del lontano 1987 Michael Douglas cedeva alle lusinghe sessuali dell’avvenente Glenn Close, ma la storia con l’aggressiva amante si trasformò in un inferno per lui e la sua famiglia.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

“L’affare Watergate”: gli Usa da Nixon a Trump

nixonUn giudizio più obbiettivo (rispetto alle solite demonizzazioni) sugli anni della presidenza Nixon (1969-1974), considerati in tutte le loro implicazioni, per gli USA e il mondo intero. E al tempo stesso, una panoramica sulla storia degli Stati Uniti da Nixon a Trump: considerando che molte delle scelte fatte allora, nei primi anni ’70, e ancor più quelle non fatte (spesso non per errori dei protagonisti, ma per gli ostacoli che li bloccarono), son state determinanti per la storia successiva.

Questo il senso del saggio di Ernesto Simini, funzionario emerito della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, già autore di studi sulla Grande guerra e su altri momenti della storia del ‘900, “L’affare Watergate- L’orchestra rossa contro Richard Nixon” (Roma, Sovera, 2018, pp. 78, €. 10,00).
Già Oliver Stone, col celebre film del 1995 “Gli intrighi del potere-Nixon” aveva tracciato un ritratto più equilibrato del presidente repubblicano, di umili origini, divenuto poi avvocato, a soli 39 anni vicepresidente con Eisenhower e, infine, salito nel 1968 alla Casa Bianca. Senza in alcun modo sorvolare sul Watergate, ma evidenziando l’energia dimostrata da Nixon nel cercar di porre fine alla carneficina in Vietnam: senza, al tempo stesso, arrendevoli cedimenti alla Cina e, soprattutto, a un’URSS allora al massimo della sua aggressività (gli anni dal 1968 al 1982 sono quelli delle repressioni neostaliniste a Praga, in Afghanistan e in Polonia, e dell’indiretto espansionismo dell’ URSS, tramite i suoi satelliti, in Africa meridionale e nordorientale).

Questo saggio di Simini, sulla base anche di documenti del Congresso USA (ora consultabili dopo il Freedom of Information Act di metà anni ’70 e il loro parziale inserimento anche in Rete), e di articoli specialistici suggeriti a suo tempo, all’Autore, da Indro Montanelli, sviluppa ulteriormente questi temi. Negli USA, del resto, già a giugno del ’78, Richard Nixon veniva sostanzialmente riabilitato dall’opinione pubblica; e nell’81, durante la presidenza Reagan, si prendeva una rivincita pubblicando il suo saggio “La vera guerra”, fortemente critico dell’ espansionismo sovietico.

L’Autore, sia chiaro, non giustifica minimamente il gravissimo autogol commesso da Nixon ordinando (o, quantomeno, facendo poi finta di non vedere) l'”operazione Watergate”. Però evidenzia la singolare coincidenza tra gli sviluppi del Watergate e la crescita dell’opposizione interna (tra gli stessi repubblicani) alla politica presidenziale per chiudere la guerra del Vietnam. Politica che, dopo un anno impiegato nella distensione con la Cina (con la storica visita di Nixon a Pechino) e nella conclusione degli accordi Salt I per la riduzione degli armamenti nucleari strategici con l’URSS, a gennaio 1973 (grazie anche alla sanguinosa “strigliata” data ai nordvietnamiti con una ripresa dei bombardamenti aerei, giunti a colpire anche il vitale porto di Haiphong, che nessun presidente USA aveva mai osato toccare) porta alla conclusione degli accordi di pace di Parigi. Proprio poche settimane dopo Parigi, rileva Simini, il caso Watergate comincia a montare, mettendo sempre più in difficoltà un Nixon rieletto, pochi mesi prima, con una maggioranza schiacciante (48 Stati su 50): e che proprio nel ’73, con la pace in vista e il ritorno in patria di centinaia di prigionieri di guerra, giunge al massimo della popolarità. Non è azzardato ipotizzare – prosegue l’Autore – segrete intese tra i sovietici, grandi sponsor dei nordvietnamiti, e la sinistra “liberal” USA: che sin dai tempi di Eisenhower aveva avuto esponenti, nei quotidiani e nella stessa amministrazione federale, “tardorooseveltiani”, simpatizzanti per l’URSS ancora nello spirito di Yalta (basti pensare alle frequenti denunce, sulla stampa, dei crimini obbiettivamente commessi dagli americani in Vietnam, unite però al silenzio sui massacri iniziati a compiere, nel nord del Paese, dai comunisti del Laodong addirittura sin dagli ultimi tempi del dominio francese).

E’ molto difficile ipotizzare chi sarebbe poi andato alla Casa Bianca se Nixon, a gennaio ’77, avesse potuto concludere regolarmente il suo secondo mandato, anche magari dopo aver contrastato a lungo lo spettro del Watergate (inevitabile, qui, il parallelo con Trump alle prese, oggi, col Russiagate). Forse, sull’ onda d’un uscita accettabile dall’incubo vietnamita, lo stesso Ronald Reagan in anticipo (Reagan, infatti, nel ’76 già concorre, inutilmente, alla nomination repubblicana).

Forse, prosegue Simini, con questo diverso andamento della storia, con un’ URSS non più trionfante, si sarebbero potuti anticipare di vari anni il cambio della guardia al vertice russo, l’obbligatorio “nuovo corso” di Gorbaciov e il crollo finale dell’ Impero sovietico. Mentre sul piano economico, la società americana non avrebbe subìto i guasti profondi causati, in seguito, dalla “deregulation” reaganiana: un Reagan giunto in anticipo alla Casabianca, infatti, mentre in diplomazia sarebbe proseguito sulla strada di Nixon, nell’opinione pubblica americana (ed europea) non avrebbe trovato, qualche anno prima del thatcherismo, un contesto così favorevole alle sue scelte.

Fabrizio Federici

Sarà la legislatura di Mattarella

napolitano mattarellaNella grande incertezza che avvolge il quadro politico italiano disegnato il 4 marzo dagli elettori, una sola cosa sembra chiara: questa sarà la legislatura di Sergio Mattarella.
La partita di cui il capo dello Stato sarà arbitro assoluto è appena iniziata. Con il rituale delle consultazioni per formare un nuovo governo e una prima fase in cui Salvini e Di Maio rivendicheranno i rispettivi “diritti”. Il primo, come leader della coalizione (quella di centrodestra) che ha raccolto il maggior numero di consensi elettorali. L’altro, come candidato premier del M5S, il partito che ha preso più voti. Si andrà avanti così fino a quando sarà evidente che per uscire dall’empasse bisognerà mettersi a cercare un premier terzo, una figura esterna a Lega e Cinquestelle, con l’incarico di formare un governo di scopo (per esempio la riforma elettorale).

A questo punto Mattarella vestirà i panni dell’arbitro. Un arbitro assoluto che darà l’incarico a un personaggio istituzionale di sua fiducia. Dal nome del prescelto, si capirà fino a che punto il nuovo esecutivo diventerà “governo del presidente”. Come fu l’esecutivo Dini all’epoca di Oscar Luigi Scalfaro e come, più recentemente, è stato il governo di Mario Monti con Giorgio Napolitano sul Colle.

Certo, Mattarella non ha l’ego di “re Giorgio”, ma non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze. Chi lo vede timido, legnoso, schivo e riservato deve sapere che il dodicesimo presidente della Repubblica non va sottovalutato. Dietro l’uomo che si mostra mite, c’è il politico di vecchio corso capace di grandi durezze e di scontri all’ultimo sangue. Come quello che alla metà degli anni Novanta ingaggiò con Rocco Buttiglione subito dopo nascita del Ppi, il partito popolare nato sulle ceneri della vecchia Democrazia cristiana.

Sergio Mattarella è un professionista della politica che ha navigato in tanti mari e con ogni tempo, uno che conosce alla perfezione i meccanismi istituzionali per essere stato: ministro, vicesegretario di partito, vicepresidente del Consiglio, autore d’una legge elettorale (il Mattarellum) che ha funzionato per tre legislature e – da ultimo – membro della Corte Costituzionale. Fino al Quirinale, dove è arrivato all’inizio del 2015. E dove fino ad oggi ha voluto interpretare il suo ruolo con uno stile caro a una vecchia tradizione democristiana che voleva la presidenza della Repubblica come silenzioso potere di mediazione fra i partiti.

Ma anche Cossiga, che quella tradizione ruppe, una volta salito sul Colle restò muto a lungo (quattro anni) per trasformarsi all’improvviso nel “picconatore”, nel finto matto che dice le cose come stanno, bastona i partiti in crisi e la classe politica incapace di dare risposte adeguate a chi l’ha mandata in Parlamento e al Paese. Le esternazioni dell’ex “sardomuto” fecero epoca e suscitarono feroci polemiche. Alla fine, però, i due maggiori partiti, la Dc e il Pci, ne subirono le conseguenze. E furono pesanti.

Mattarella non è Cossiga e non rischia di trasformarsi in un “picconatore”. Ma come l’ex “sardomuto” viene dalla sinistra democristiana ed è un politico di vecchia scuola. Quindi, costretto a scendere in campo per dirigere la partita tra Salvini e Di Maio, sarà arbitro assoluto. Infatti, prima del fischio d’inizio, in vista dell’avvio delle consultazioni, qualche quirinalista ha anticipato sui giornali l’orientamento del presidente della Repubblica: il nuovo governo dovrà rispettare le compatibilità e gli impegni assunti dall’Italia in ambito europeo. Sì. Questa sarà la legislatura di Mattarella.

Felice Saulino
SfogliaRoma

Tira il bacio Di Maio-Salvini

Murale-bacio-Di-Maio-SalviniMolte volte l’immagine di un’opera d’arte è più efficace di tante parole. Il bacio sulla bocca tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini è efficacie, efficacissimo. Rappresenta l’intesa, un tempo impensabile, tra le due forze populiste ed anti sistema italiane convertitesi dall’opposizione totale al governismo: il M5S e la Lega. Il bacio sulla bocca tra due omosessuali da qualche tempo è stato sdoganato nei costumi italiani, così avviene in politica per un accordo tra i due partiti d’opposizione anti élite in precedenza in forte conflitto anche tra loro.
Nel murale dipinto in via del Collegio Capranica a Roma, a un passo dalla Camera, si vedono il capo politico dei cinquestelle e il segretario leghista avvinghiati in un bacio appassionato mentre dietro di loro c’è un cuore rosso. L’autore dell’opera è Tvboy, all’anagrafe Salvatore Benintende, un artista di strada palermitano classe 1980. Il murale, battezzato ‘Amor Populi’, ha anticipato il tumultuoso e difficile avvicinamento tra M5S e Carroccio: giovedì 22 marzo è stato rapidamente dipinto, il 24 è decollata l’intesa tra Di Maio e Salvini sulle presidenze delle Camere: Roberto Fico, M5S, è stato eletto a Montecitorio e Maria Elisabetta Alberti coniugata Casellati, Forza Italia, al Senato.
Una settimana di snervanti trattative riservate e ufficiali, di frenetiche riunioni formali e segrete, di caotici contatti e di telefonate alla fine hanno prodotto il complicato accordo a due, subìto da Silvio Berlusconi (il suo candidato al Senato era Paolo Romani) e passato sulla testa di Maurizio Martina, il reggente del Pd dopo le dimissioni di Matteo Renzi da segretario. Entrambi ne sono usciti esausti. Salvini, nei giorni caldi dei negoziati continui con Di Maio per le presidenze di Camera e Senato, ha confessato: «Lo sento più di mia madre». Il capo del M5S lo ha elogiato perché «sa mantenere la parola data». Prima delle elezioni i due candidati alla presidenza del Consiglio bocciavano seccamente l’ipotesi di un esecutivo M5S-Lega, la prima forza della protesta di sinistra-destra, la seconda di quella della destra nazionalista. Poi è seguito un rapido e cauto disgelo.
Ora si passa alla partita più difficile, quella del governo. Dopo Pasqua cominceranno al Quirinale le consultazioni del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il M5S e la Lega hanno vinto solo a metà alle elezioni politiche del 4 marzo: né i primi hanno la maggioranza per governare pur essendo diventati il primo partito italiano con il 32,8% dei voti, né i secondi anche se guidano il centro-destra (il Carroccio ha superato Forza Italia), una coalizione forte del 37%. Il segretario leghista spinge forte per un accordo tra il centro-destra con i cinquestelle: «Io mi auguro che ci sia». E ha indicato che una mediazione per superare i contrasti sul reddito di cittadinanza, trasformando la proposta del M5S da assistenziale a strumento per trovare lavoro. Di Maio viaggia sulla stessa lunghezza d’onda, ma ha ripetuto di voler parlare con “tutti” (potrebbe anche riaprire la porta al Pd). Beppe Grillo, storicamente contrario ad ogni tipo di alleanza, sembra invece dare via libera a un esecutivo con il Carroccio. Il garante dei cinquestelle ha detto ai cronisti davanti all’Hotel Forum, l’albergo nel quale alloggia quando viene a Roma: «Di Salvini ci si può fidare».
Niente è scontato. I punti di contatto tra le due forze populiste sono molti insieme ai dissensi. Poi c’è il problema del bilancio pubblico. Sono pesanti i programmi di spesa e di tagli alle tasse dai costi altissimi per i già malandati conti pubblici e la debole ripresa economica italiana. Si tratta di promesse elettorali popolari che hanno permesso di vincere le elezioni e che adesso è complicato mantenere.
C’è da fare i conti anche con gli ostacoli delle ambizioni personali, esiste la competizione tra i due candidati per Palazzo Chigi. Sia Salvini e sia Di Maio vogliono l’incarico da presidente del Consiglio e il primo, dopo aver rinunciato alla direzione di una Camera, lo rivendica per sé o, comunque, per un uomo da lui scelto.
Nel murale di via del Collegio Capranica, rimosso con insolita rapidità dall’amministrazione grillina di Roma, Salvini sovrasta Di Maio nel bacio d’amore. Forse per l’artista c’è una indicazione politica. Il bacio sembra tirare la volata ad un governo M5S-Lega. Staremo a vedere se nascerà un esecutivo Di Maio-Salvini (con Berlusconi spintonato fuori dai cinquestelle) e da chi sarà guidato. Il murale, comunque, ricorda un altro bacio sulla bocca: quello tra Erich Honecker e Leonid Brezhnev, immortalato in una celebre foto scattata nel 1979 in occasione dei trent’anni di vita della Repubblica Democratica Tedesca. Nel bacio tra i due capi di Stato comunisti, poi riportato in un murale sul Muro di Berlino destinato a crollare, non c’erano dubbi: Brezhnev sovrastava nettamente per importanza il vassallo Honecker.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma