Violenza donne. Il Psi aderisce a iniziativa Anci

Violenza donne

Il nostro Partito, attraverso la Consulta Femminile – Coordinamento Donne PSI di Regione Lombardia, aderisce e sostiene l’iniziativa nazionale proposta dall’ANCI che anche quest’anno celebrerà la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Alla iniziativa proposta dall’ANCI hanno già aderito le città di Milano, di Torino, di Roma e molte altre si stanno aggiungendo.

La ricorrenza della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne si terrà in tutta Italia il prossimo 25 novembre 2018, istituita il 17 dicembre 1999 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. “Questa iniziativa – si legge in un comunicato della Consulta Femminile – Coordinamento Donne PSI di Regione Lombardia – non è solo una questione di genere, ma anche culturale, ed è necessaria una sempre maggiore attività di sensibilizzazione rivolta alla cittadinanza e alle scuole, finalizzata ad una riflessione continua sugli stereotipi di genere considerati da varie angolazioni per affrontare adeguatamente le relazioni fra i due sessi,così compromesse oggi”.

Fumo, Matteo Salvini e il vizio delle bionde

sigarette fumo

Una polemica insolita – su un tema, però di obbiettiva rilevanza per la salute dei cittadini e la salubrità del’ambiente – è intercorsa, ieri, tra Rudy PuntoRudy, presidente della ONLUS “Benessere SenzaFumo” (che ha iniziato da tempo una forte campagna contro il fumo, evidenziandone la carica di pericolosità per la salute, da tutti i punti di vista) e il Vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini: uscitosene, domenica 11 novembre, con una serie di battute sul fumo e i fumatori.

“Con riferimento alle dure dichiarazioni di Matteo Salvini, senatore, Vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno”, precisa il Presidente di “Benessere SenzaFumo”, “riguardo ai fumatori (“Vedrò di far durare il meno possibile un’abitudine assolutamente nociva…”, “Fumare è un gesto idiota, assolutamente idiota…”, con relativi commenti della stampa, il ritorno al vizio con la fine della storia di Salvini con Elisa Isoardi…, “Via la mora, tornano le bionde…”), vorremmo che il senatore e il Pubblico venissero informati che da decenni l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e tutta la Comunità scientifica certificano che:

A ) Il fumatore non ha “un’abitudine” né fa semplicemente un “gesto idiota”, ma è un vero tossicodipendente da nicotina, ovvero un malato cronico. È, insomma, vittima di una fortissima dipendenza mortale che lo costringe a questo comportamento: analogamente agli alcolizzati e ai tossici da stupefacenti, che non sono “colpevoli” perché “scelgono” ciò che fanno, ma sono in realtà ormai dei malati, caduti inconsapevolmente in queste trappole quasi sempre dai 10 ai 18 anni, imitando amici o familiari;

B) Ne consegue che non esistono “vizi”, con relativi “viziosi” a caccia di “Bionde” da godersi : esistono solo “Stupide”, ovvero cilindri di tabacco che, aspirato, “regalano” la droga-nicotina e 55/70 sostanze cancerogene per ogni singola sigaretta. I fumatori vanno informati correttamente e aiutati clinicamente/psicologicamente, non colpevolizzati: facendoli smettere, loro potrebbero salvarsi la pelle, e i nonfumatori salverebbero la salute e le proprie tasche, evitando gli immensi costi pubblici per la cura delle loro malattie. Mentre l’ ambiente non sarebbe più contaminato da centinaia di milioni di cicche tossiche e cancerogene”.

Fabrizio Federici

Pensioni, svanite le promesse per il Sud

Pensioni-InpsApparse, scomparse, riapparse, dissolte. Svanita esenzione delle tasse per i pensionati al Sud. Neppure un accenno al sogno fatto balenare agli italiani: le pensioni esentasse nel Mezzogiorno.

Del progetto non c’è traccia nel disegno di legge di Bilancio 2019 del governo penta-leghista all’esame del Parlamento. Eppure c’è di tutto: reddito e pensione di cittadinanza, modifica della legge Fornero per anticipare il pensionamento dei lavoratori, flat tax per i piccoli imprenditori e i lavoratori autonomi a partita Iva, risarcimento dei risparmiatori danneggiati dal crac delle banche, pace o condono fiscale (secondo le varie definizioni), incentivi agli investimenti e alle nuove assunzioni. È previsto perfino l’affidamento in concessione gratuita per 20 anni dei terreni incolti alle famiglie che possano vantare la nascita di un terzo figlio nei prossimi tre anni, ma delle pensioni esentasse al Sud nessuna traccia. Nessun riferimento alla proposta lanciata da Salvini a metà agosto: svanita esenzione nella manovra economica.

Matteo Salvini, senatore eletto in Calabria, aveva avanzato l’ipotesi seducente in un tweet su internet: «Proporrò una zona di esenzione fiscale» in alcune delle più belle zone d’Italia perché «ci sono migliaia si pensionati italiani che vanno in Spagna e Portogallo per non pagare la tassa sulle pensioni». Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno in un comizio in Calabria, come aveva rivelato il ‘Corriere della Sera’, già in precedenza aveva delineato l’idea: creare «una zona di esenzione fiscale per i pensionati italiani e stranieri» in «alcune zone del Sud».

Alberto Brambilla, consigliere di Salvini, aveva messo a punto uno studio illustrato da ‘Repubblica’: esenzione decennale delle tasse per i pensionati italiani e stranieri che trasferiscono la propria residenza per almeno sei mesi e un giorno. Le regioni pilota scelte dal progetto erano la Calabria, la Sardegna e la Sicilia. Il piano fa felici insieme i pensionati e il Mezzogiorno: i primi non pagherebbero più un euro di tasse come in Portogallo (in Spagna e, in genere in diversi paesi europei, le imposte sono tagliate ma in parte restano) mentre le disastrate e belle regioni del Sud incasserebbero un fiume di denaro delle “pantere grigie” che creerebbe sviluppo e occupazione.

Brambilla aveva anche quantificato i vantaggi: «Calcoliamo in 600 mila le presenze aggiuntive in 3-4 anni nelle tre regioni per effetto dello sgravio. E un impatto quasi di uno a uno sull’occupazione locale».

In sintesi: per ogni pensionato trasferito “al sole” del Sud ci sarebbe un nuovo occupato, in genere giovane, principalmente nei servizi. Brambilla, però, aveva fissato delle condizioni stringenti: i comuni che potranno aderire all’iniziativa dovranno avere meno di 4 mila abitanti e dimostrare uno spopolamento del 20% negli ultimi 10 anni. Inoltre andranno garantiti una serie di servizi ritenuti imprescindibili come la raccolta differenziata e un livello sanitario in linea con quelli «di Emilia Romagna, Veneto e Lombardia».

La sirena degli assegni previdenziali esentasse è suonata come una melodia per l’esercito di circa 60 mila pensionati italiani che sono emigrati all’estero (7 mila in Portogallo) o con un reddito basso (per vivere dignitosamente) o con un reddito alto (per migliorare le condizioni di vita). E’ suonata come una melodia anche per i pensionati stranieri e per gli aspiranti a staccare la spina dal lavoro, in Italia e all’estero.

Però è seguita la bruciante delusione, alle parole non sono seguiti i fatti: svanita esenzione. Una prima delusione era arrivata dal governo Conte-Salvini-Di Maio la notte del 27 settembre quando, suonando la grancassa mediatica, aveva approvato l’ossatura del disegno di legge di Bilancio decidendo i contenuti del Def (Documento di economica e finanza).

Ai primi di ottobre l’idea, invece, era riapparsa. Salvini aveva precisato ad Agorà, Rai3: «Ci stiamo lavorando…L’ipotesi in campo riguarda detassare le pensioni per alcune regioni del Sud dell’Italia a chi volesse portare la residenza in queste zone».

Poi niente, svanita esenzione. Certo c’è ancora un po’ di tempo per recuperare: il segretario della Lega, tra uno scontro e l’altro con la Ue e l’opposizione, per lo spread che sale vertiginosamente zavorrando pericolosamente la già difficile manovra economica, potrebbe ripescare il progetto della pensione senza imposte entro la fine dell’anno, termine per votare in Parlamento la legge di Bilancio (sempre che il governo sopravviva agli scontri tra Lega e M5S). Ma non c’è alcun segnale della volontà di rispettare l’impegno proclamato su Twitter e poi ad Agorà. Resta solo la speranza.

Per ora non c’è una parola, una sola parola né nel disegno di legge legge di Bilancio né in un provvedimento collegato. Salvini deve fare i conti con le sue troppe, roboanti e costosissime promesse acchiappa voti. Promesse in competizione con quelle, sempre costosissime di Luigi Di Maio, collega cinquestelle di governo e concorrente nelle elezioni europee di maggio.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Roma, la Lega chiede dimissioni della Raggi

Roma-mafia-Campidoglio

La Lega chiede a Virginia Raggi di dimettersi per manifesta incapacità nella gestione di Roma. Maurizio Politi, capogruppo della Lega in Assemblea Capitolina, è intervenuto ai microfoni di Radio Cusano Campus per criticare apertamente la guida del Campidoglio, malgrado a livello nazionale Lega e M5S siano alleati al Governo.

Politi era presente alla manifestazione contro Virginia Raggi. Il capogruppo leghista al Comune di Roma ha detto:“A Roma invece siamo all’opposizione contro una delle peggiori amministrazioni di Roma. E quindi sabato eravamo in piazza per dire basta. Tanti problemi sono stati ereditati, ma Atac sta andando allo sbaraglio, su Ama ci sono problemi di bilancio, per quanto riguarda la manutenzione stradale la situazione è sotto gli occhi di tutti, tutto per un’unica ideologia: la legalità per la legalità. Hanno promesso legalità, hanno portato solo immobilismo. Quello che rimane è che di tante promesse fatte in campagna elettorale, l’unico risultato è stato l’immobilismo. In piazza c’erano i cittadini comuni. Quello che fa sorridere della giunta Raggi è che sono due anni che assistiamo al confronto in aula tra PD e M5S tra chi è più di sinistra, quando in realtà siamo di fronte a due amministrazioni disastrose. Il vero problema è che loro stanno facendo una sfida a sinistra. Questa è un’amministrazione più marxista del Pd. Hanno tolto la libertà ai genitori di scegliere l’asilo per i figli, ora è il Comune che dice dove devi portare tuo figlio all’asilo. A San Lorenzo, Fico dice che ci vuole più amore, la Raggi vieta gli alcolici. A San Lorenzo c’è da andare con la mano pesante, non solo coi clandestini ma anche coi centri sociali che hanno ridotto il quartiere una defecazione a cielo aperto. C’è una competenza del Ministero dell’Interno, ma è il Comune che deve decidere dove investire le risorse. Mi fa sorridere l’ordinanza della Raggi sugli alcolici. La Lega si presenterà a Roma con un suo candidato, ma a oggi non c’è nessun nome. La Lega è una realtà vera su Roma. Siamo in attesa della sentenza sul sindaco, che per statuto del M5S in caso di condanna dovrebbe dimettersi. Aspettiamo il 10 novembre. Io non credo che debba dimettersi per questioni giudiziarie, ma per i disastri che sta facendo a Roma. Roma ha fortemente bisogno di poteri speciali. La sfida per Roma, al netto di chi governa, passaper dare alla capitale d’Italia poteri superiori rispetto agli altri enti locali”.

A difesa di Virginia Raggi è intervenuto il capogruppo  del M5S in Campidoglio, Giuliano Pacetti che ha così replicato alle accuse:“Povero Politi, ha lasciato Fdi per passare alla Lega nella speranza di avere visibilità a Roma. Invece Salvini per arginare Giorgia Meloni sul territorio nazionale la vorrebbe far diventare sindaco della Capitale. Ma almeno Salvini lo sa chi è Politi? Di certo non lo capirà se in piazza ti mischi a quelli del Pd e se per attaccare la Raggi su San Lorenzo in realtà attacchi il tuo nuovo leader che è anche il Ministro dell’Interno. Politi si rassegni. Se vuole provare a conquistare Roma deve aspettare il 2021 ed anche allora gli daremo l’ennesima sonora lezione come alle amministrative”.

Se i toni tra Lega e M5S sono molto sonori, non si può dire che il livello politico al Comune di Roma sia molto alto.Tuttavia, è emerso, anche da questa vicenda romana, un altro segnale di conflittualità tra le due formazioni politiche che sono alla guida del Paese.

SaRo

A Foggia nasce un cartello antisovranista

foggia

A Foggia sono iniziate le manovre per le elezioni 2019. In un pomeriggio dello scorso fine settimana, a Foggia è andato in scena un fermento politico che ha alzato ufficialmente il sipario sulla campagna elettorale per le elezioni comunali 2019.

Nell’ambito del centrodestra, presso gli spazi del co-working D-Campus, a Foggia, è stato presentato il progetto partecipativo di ‘Manifesto per Foggia’. Un’idea nata da un gruppo di persone che si definiscono “accomunate dall’amore per la propria città e da  sentimenti comuni, primo tra tutti la volontà di non arrendersi a un certo retaggio fatalista, al “tanto a Foggia non cambia niente”. Provare quantomeno a fare qualcosa per cambiare le sorti, apparentemente catastrofiche e ineludibili, del nostro territorio”.  E’ nato così il Manifesto che prende vita dal passaparola, dai dibattiti, dagli incontri settimanali tematici  in cui ogni partecipante si propone di coinvolgere due giovani, arrivando alla costituzione di gruppi di lavoro e alla costituzione dell’Associazione.

Sario Masi, organizzatore del gruppo, ha dichiarato: “Non è una manifestazione né di destra né di sinistra, ma è il tentativo di far sentire la voce dei cittadini che si confrontano con idee e opinioni, discutono dei problemi e propongono progettualità per migliorare Foggia e il futuro delle nuove generazioni. Invitiamo tutti a partecipare, per formare una grande comunità, quella del buon senso”.

Sulla nascita dell’Associazione, Gianni Buccarella,  portavoce di Manifesto per Foggia, ha affermato: “Con un gruppo di amici siamo partiti dall’analisi dell’esistente, con uno sguardo critico verso il passato, per immaginare il futuro che ne sarebbe derivato. Foggia potrebbe non avere un futuro quale noi vorremmo”.

Partecipato soprattutto da consiglieri comunali e esponenti di partiti di centrodestra, dall’ex Ncd alla Lega (si è visto anche il presidente del consiglio comunale Luigi Miranda, che pare sempre più in avvicinamento a Salvini), il dibattito ha interessato diversi temi. Le conclusioni sono state affidate al Generale di Brigata Giuseppe Morabito, che, illustrando i dati del Centro Studi Macchiavelli, insieme ad un’analisi  della Fondazione Hume, ha esaminato l’evoluzione storica del crimine in Italia partendo dal 1988. Secondo Morabito, un immigrato irregolare delinque 57 volte di più. In quel 57 in più ci potrebbero essere i terroristi di ritorno come il terrorista che dopo Berlino è andato a Milano ed è tornato a Foggia. Il terrorista di Berlino aveva un biglietto per Foggia. Uno che torna vuol dire che è già stato, non torno a Foggia se non so che non mi possono aiutare. Per Morabito: “Il nemico ce l’abbiamo in casa”.

Invece, Giuseppe Maniero, alla Sala Fedora, ha lanciato il suo “Foggia in testa”, un format politico-culturale che si pone come obiettivo di costruire una proposta programmatica per il cambiamento della città. Maniero, distaccandosi da un centrodestra che avrebbe ormai rotto la sua connessione sentimentale con il popolo, ha lanciato la sfida al Movimento 5 stelle: “Costruiamo un contratto di governo anche a Foggia, senza padroni”. Una proposta che avrebbe spiazzato la base pentastellata, dividendola in due: chi ritiene che la ‘contaminazione’ vada fatta (se non altro lo impone il meccanismo del voto amministrativo), e l’ala ‘dura e pura’ che, invece, vuol mantenere intatta la ‘verginità’ del movimento. In questo dilemma si dibattono oggi i grillini, chiamati ad assumere una decisione per provare a capitalizzare quel 50% ottenuto a Foggia città alle politiche del 4 marzo. Qualche volto pentastellato ieri si è visto dalle parti di Mainiero. Curiosità o reale interesse per la proposta lanciata dal (ex?) consigliere Fdi, al momento non si sa. Il dibattito è stato costruito con interventi specifici di esperti su tematiche cruciali per Foggia: dai trasporti all’infrastrutturazione, economici e sociali. Maniero ha fatto sapere: “Seguiranno altri appuntamenti, ciò che vien fuori costituirà la proposta programmatica con la quale ci presenteremo alla città”.

A Foggia, con il Psi in campagna elettorale, si fanno le prove di intesa a sinistra per le elezioni europee, regionali e comunali 2019. I socialisti, riunitisi alla Vinatteria Bolla per la seconda festa provinciale dei Riformisti, hanno detto: “Serve costruire un cartello europeista per contrastare l’ondata sovranista”. All’incontro hanno partecipato  Piercamillo Falasca, consigliere nazionale di +Europa,  Massimo Paolucci, eurodeputato di Socialisti&Democratici ed il segretario cittadino del PSI, Leonardo De Santis. Ed è stato proprio il segretario del PSI di Foggia che, chiamando al confronto il Partito Democratico foggiano, ha lanciato la proposta: “Un cartello di forze antisovraniste che non esaurisca la sua funzione dopo le elezioni”.

L’interlocuzione con i dem foggiani sarebbe al palo, dopo aver subito una brutta battuta d’arresto in occasione della discussione sulle elezioni provinciali (con un Pd che ha fatto tutto da sé e le forze minori che hanno annunciato la loro diserzione dalle urne). La strada, non solo per il governo della città ma anche per la costruzione di un progetto serio ed alternativo, pare tutta in salita. Anche Luigi Iorio, della segreteria nazionale del Psi, ha insistito sulla necessità di un “cartello” non solo elettorale ma politico, che schieri le forze europeiste, il PD e una seconda lista laica, socialista, liberale, nel confronto aperto con le aggregazioni sovraniste.

Nel meeting dei Riformisti a Foggia, oltre al consigliere regionale Pino Lonigro, sono stati presenti il segretario cittadino dem, Davide Emanuele, il radicale Norberto Guerriero e Gianluca Ruotolo (Art 1).

Il successo dei riformisti nelle prossime competizione elettorale a Foggia, potrebbe dipendere dalle scelte che farà il Pd.

Ma, forse sarebbe meglio se i socialisti si presentassero a testa alta autonomamente dal Pd, portando avanti il ‘cartello antisovranista’.

Saro

La rinascita riparte dai Giovani Socialisti

gianoDal 19 al 21 ottobre si è tenuto a Roma, presso la sede del Partito Socialista Italiano, l’Ottavo Congresso della Federazione dei Giovani Socialisti. Tre giorni intensi, in cui i giovani socialisti, dai diciotto a trentacinque anni, provenienti da tutta Italia, hanno fatto il punto non solo sullo status della Federazione, ma si sono chiesti – vexata quaestio – che cosa significhi essere socialisti oggi, domandandosi inoltre che direzione debba prendere la Federazione e il Partito oggigiorno, in un momento di grave crisi della sinistra italiana ed europea. È stata l’occasione per passare in rassegna e analizzare i temi cari alla tradizione laica e riformista, soppesandone così il loro reale significato in relazione alle esigenze dell’elettorato, ovviamente, con un particolare riguardo verso le questioni che riguardano i giovani. Culmine delle giornate è stato sabato sera, con l’elezione del nuovo segretario della FGS, il cesenate Enrico Pedrelli, che con soli 22 anni risulta essere il più giovane della storia della Federazione.

Il Congresso è stato aperto da un intervento dell’attuale segretario del Partito Socialista Italiano, Riccardo Nencini, il quale, rammentando il difficile clima in cui versano le sinistre ai nostri giorni – e in questo ponendo l’attenzione sull’attuale situazione politica, la quale corre il rischio non essere solamente una parentesi – ha auspicato una sorta di rinascita socialista in seno alle nuove generazioni, le quali hanno proprio come bacino di confronto e di discussione proprio la Federazione.

Al termine del suo intervento, al compagno Segretario Nencini è stata consegnata una pergamena a nome della FGS, con la nomina di “Garante del Patto Federativo FGS/PSI”: l’intento era quello di ringraziare il compagno Nencini per il lavoro svolto fin’ora a guida della comunità socialista, e sottolineare il reciproco patto di collaborazione/autonomia che caratterizzano i rapporti tra la giovanile e il Partito.

Sono seguiti gli interventi dei precedenti Segretari della Federazione, nelle figure del veterano Pietro Caruso – segretario ai tempi dell’epoca d’oro craxiana – Luigi Iorio, Gianluca Quadrana, Francesco Mosca e del segretario uscente, Roberto Sajeva; i quali, memori delle lotte intraprese nei lunghi anni trascorsi a capo della Federazione, hanno ricordato i momenti salienti della storia della FGS.

Successivamente ha preso luogo un proficuo dibattito, dove sono stati posti sul tavolo della discussione da tutti i membri della Federazione i temi più disparati, cercando così di pervenire a degli obiettivi e a delle strategie comuni, cominciando così a dar forma ad una linea condivisa per la rinascita di una nuova azione socialista.

Lo scambio di idee è proceduto senza soluzione di continuità, e il più delle volte l’accordo tra le parti è stato quasi unanime, mostrando sovente una grande unità e compattezza tra le varie correnti della Federazione, segno che certe priorità, spesso legate alle questioni autentiche e fondamentali del mondo socialista, non hanno mai smesso di essere tali, rimanendo indissolubilmente legate alle battaglie storiche che da sempre hanno caratterizzato il corso più che centennale della Federazione e del Partito Socialista Italiano.

Si è passati dal discutere di argomenti più specificatamente formali, quali il significato e la simbologia della nuova bandiera, ma anche sul linguaggio da adottare: obiettivo fondamentale è quello di raccogliere nella grande famiglia socialista i giovani e, quindi, le masse che negli ultimi tempi hanno ceduto a forze demagoghe e populiste, le quali, sono riuscite ad intercettare l’interesse della maggior parte dell’elettorato, dando vaghe e semplicistiche risposte a problemi fondamentali. Tali problemi devono ritornare appannaggio delle forze socialiste, espropriandoli dall’uso prettamente strumentale caratteristico delle nuove destre e di movimenti spesso inconsistenti dal punto di vista ideologico, e che hanno fatto della politica dell’odio e dell’anti la loro ragion d’essere.

Ma, per l’appunto, quali sono le questioni fondamentali? Dal dibattito è emerso, senza dubbio, che in testa vi sono le tematiche di istruzione e lavoro. Per quel che riguarda l’istruzione i problemi sono molteplici; negli ultimi decenni è mancata una vera e propria riforma della scuola, ci si è solamente limitati a innestare elementi estrinseci alla vecchia, ma pur sempre valida sotto diversi aspetti, riforma Gentile, sfregiandola man mano. Ma non è questo il percorso da intraprendere; urge la necessità di una vera riforma, che ripensi daccapo il sistema scolastico italiano, che purtroppo, ad oggi, risulta essere un passo indietro rispetto alla media europea, soprattutto per la mancanza di investimenti da parte dello stato, mancanza che limita fortemente l’attività di ricerca in ambito universitario. Non meno pressante è il tema del diritto allo studio; infatti, rispetto a diversi paesi europei, manca in Italia una vera propria politica in tal frangente; si richiedono, ad esempio, maggiore attenzione ai problemi di mobilità degli studenti, nonché sovvenzioni per l’acquisto dei testi universitari, spesso dal costo piuttosto oneroso.

Il tema del lavoro – già trattato in maniera multiforme nella mozione del compagno Pedrelli – risulta essere un argomento particolarmente probante, soprattutto in vista delle politiche dell’attuale governo, le quali, muovendosi su un piano di pura demagogia, dimenticano le problematiche essenziali dei giovani. Dunque, come ripensare il mondo del lavoro da socialisti? Come riflettere intorno al lavoro in un mondo dominato dalla tecnologia? Di qui anche il titolo della mozione Nel tempo di Giano, vero leitmotiv di tutto il Congresso: la tecnologia, arma a doppio taglio, deve essere intesa mezzo e senza rischiare di divenire fine, compromettendo così l’essenza stessa dell’uomo nel suo agire.

Il socialismo è in marcia, e deve risorgere dalle ceneri dell’attuale sinistra italiana; per questo urge ritornare al carattere movimentista proprio del socialismo delle origini, e per fare questo esso deve ritornare a riflettere su alcuni problemi storici che da sempre lo hanno caratterizzato, rinforzando i legami con le tutte le altre realtà socialiste presenti fuori dalla penisola; pertanto se l’attuale capitalismo risulta essere un problema globale, il socialismo deve ritornare ad essere internazionalista.

Infine, la presenza della Federazione si è fatta sentire anche in maniera più letterale: infatti, fuori programma, v’è stata anche anche una breve partecipazione di Walter Veltroni, il quale “provocato” dalle note dell’Inno dei lavoratori, ha reso omaggio alle attività che stavano avendo luogo. Inoltre la Federazione ha rimarcato la sua presenza nell’attuale scena politica partecipando – contraddistinguendosi come voce fuori dal coro – alla manifestazione di sabato 20 ottobre volta a incalzare il governo sulle dichiarate nazionalizzazioni. Il Congresso si è concluso con l’intonazione entusiastica de L’Internazionale, segno ulteriore, che, questo rinnovamento, non può prescindere dalle sue radici storiche, il cui pensiero riscalda ogni volta i cuori, rendendo orgogliosi tutti i compagni di appartenere alla grande famiglia socialista.

Amedeo Roncato

Qui le dirette 

Radio Radicale 19 ottobre

Radio Radicale 20 ottobre

Russell e l’immortale “trionfo della stupidità”

Folgorante l’incipit: “Ci hanno sempre ripetuto che il sesso fu inflitto ad Adamo ed Eva come punizione dopo la Caduta. A tutt’oggi, per quello che sono riuscito a capirne, tendo a essere d’accordo…”.
Sublime Bertrand Russell.

stupiditàCome i vini, c’è quello migliore in queste 54 tessere di un puzzle in cui riflette da par suo sul sesso, la vecchiaia, la politica, il matrimonio, l’amore, il progresso, la libertà, l’etica, la verità e la scienza, ecc.
Dà il meglio di se stesso, e in ceri squarci si supera in quanto a ironia, originalità, spesso velenosa ferocia nel destrutturare lo status quo, ribaltare tutti, o quasi, i topoi della cultura dominante del XX secolo. Anzi, a leggere bene, il suo pensiero è di sorprendente modernità, attuale, si direbbe quasi rivoluzionario.
Leggete qua: “Durante la Rivoluzione francese, quando il regno del Terrore giunse alla fine, si scoprì che fra i politici non era sopravvissuto nessuno, a parte i codardi… dovunque esista organizzazione la codardia sarà sempre ritenuta più vantaggiosa del coraggio… imprese, scuole, manicomi e simili preferiranno il flessuoso leccapiedi all’uomo schietto e dal giudizio indipendente… In politica è necessario lusingare i capi; in marina professare antiquate vedute sulla strategia navale; nell’esercito mantenere una visione medievale su ogni cosa; nel giornalismo salariati devono usare il proprio cervello per dar voce alle opinioni dei milionari…”.
Ecco spiegato perché su Russell è quasi caduta la damnatio memoriae, nessuno lo cita più. I tiranni del suo secolo l’hanno combattuto, e si comprende perché, i finti democratici rimosso: ne svelava l’ontologico relativismo, quel loro vendere merce avariata. Entrambi ce lo hanno nascosto, depotenziato, derubricato; vade retro, Russell!
D’altronde, come fidarsi di uno che il 26 aprile 1933 scriveva: “E’ curioso notare che quegli Stati che proclamavano a gran voce la democrazia fossero anche Stati…”.?
Onore e gloria a Piano B Edizioni che ne “Il trionfo della stupidità” (Saggi americani 1931-1935), pp. 176, euro 14,00, Prato 2017 (collana “La mala parte”, ottima la traduzione di Andrea Roveda), ha assemblato quattro anni di collaborazione del filosofo (ma genio a tutto tondo: logico, matematico, educatore, moralista, riformatore sociale, pacifista) all’inserto letterario del “New York American” (gruppo Hearst).
“Spettatore di tutto il tempo e di tutta l’esistenza” (Platone), Russell ci consegna, anche in questi scritti veloci, illuminazioni, un “manifesto” per l’uomo libero, che si riprende il suo libero arbitrio e lo esercita a ogni costo. Attualissimo al tempo del conformismo di massa, indotto o estorto, melassa disgustosa che ammanta le nostre miserabili esistenze.

DDL Pillon e aborto, rischio dagli 8 ai 12 anni

Una manifestazione a favore della legge sull'aborto a Roma il 5 novembre 1975. ANSA/ARCHIVIO

Una manifestazione a favore della legge sull’aborto a Roma il 5 novembre 1975.
ANSA/ARCHIVIO

Si torna a parlare di aborto. Col nuovo progetto di legge rischia da 8 a 12 anni di reclusione chi pratica l’interruzione terapeutica di gravidanza. Questo nei giorni in cui il Papa afferma che: “Abortire è come affittare un sicario”.
In sintonia con il clima culturale che occupa le argomentazioni di attualità, trova spazio, nuovamente, la proposta di modifica della legge n. 194 del 22 maggio 1978, meglio nota come “legge sull’aborto”.
Stavolta sembra esserci di più di uno scontro culturale tra chi, da una parte, in piazza protesta a suon di “Il corpo è mio e decido io!” e chi, dall’altra parte della barricata, cavalca l’onda emotiva del contrasto tra la famiglia cd. “naturale” e tutte le altre, antagoniste di un modello di riferimento statico e ancestralmente considerato “giusto”.
Il testo della legge, nella versione attuale, prevede la possibilità dell’interruzione di gravidanza entro i primi tre mesi dal concepimento quando la prosecuzione comporterebbe “un serio pericolo per la salute fisica o psichica, in relazione o allo stato di salute, alle condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito”. A determinate condizioni, è possibile sforare anche il termine dei tre mesi, quando sussiste il pericolo di vita per la donna o siano in corso gravi processi patologici che mettano in grave pericolo la salute fisica o psichica della donna.
Sarebbero previste pene severe nel disegno di legge per le donne e i medici che praticano l’aborto: dagli 8 ai 12 anni di carcere.
Da qui, lo scontro inevitabile tra due realtà di pensiero del tutto opposte. L’aborto è tema assoluto delle femministe, da sempre. Per queste donne è simbolo di quella liberazione sì fisica, ma soprattutto ideologica, dalla tenaglia mentale che le vorrebbe relegate a ruolo di mere incubatrici, con un solo scopo nella vita, di chi è destinato alla procreazione. L’altra faccia dello scontro culturale è rappresentata dal pensiero di chi, invece, il divieto dell’aborto lo vede come tutela del debole, di “chi non si può difendere”. “Una tutela assoluta che travalica e vince – come ha dichiarato Pietro Guerini, Presidente e fondatore del “Comitato no194” (ne fa parte anche il ministro Fontana) – persino di fronte alla gravidanza originata dallo stupro, allo scopo di difendere i deboli, ovvero chi rappresentanti non ne ha”. Ciò che i sostenitori del “Comitato no194” definiscono come diritto alla vita.
Risponde sul punto Francesca Chiavacci, Presidente A.r.c.i.: “Un Paese trascinato nel Medioevo dei diritti: questa è la deriva che si sta consumando in Italia, dove il governo attuale sembra lavorare per rifondare la società su un modello di patriarcato reazionario e conservatore. Solo per fare alcuni esempi, il DDL Pillon sulla tutela dei minori nella famiglia in caso di separazione dei coniugi, Verona insignita del titolo di “città a favore della vita”.
Sembrano fotografie dai colori sbiaditi i raduni di decenni or sono delle femministe che occupavano le piazze al grido di “Il corpo è mio e lo gestisco io!”. Donne che hanno dedicato anni e sforzi culturali per formarsi un dissenso, più che un consenso. Donne che rifiutano la sottomissione culturale ad una legge, ad una scelta etero-imposta, scelta dietro la quale probabilmente si erge un muro di dolore e difficoltà di difficile giudizio.
“Secondo me – dichiara Francesca Chiavacci – dietro la porta si nascondono, in maniera nemmeno tanto velata, le questioni delle diversità: i figli di coppie omosessuali, il diritto all’aborto, il divorzio, sono tutti temi che vanno in questa direzione”.
Sembrano più legate all’esperienza argentina le dichiarazioni del senatore del Carroccio Simone Pillon, il quale dichiara che per il momento non ci sarebbero i numeri per cambiare la legge sull’aborto, ma auspica che in Italia accada proprio quello che sta succedendo in Argentina, dove i movimenti pro-vita festeggiano per il “No” passato al Senato sulla legge per depenalizzale l’aborto. “Lasciare la donna da sola e fare pagare l’innocente, cioè il bambino – ha dichiarato il sen. Pillon a radio Radicale – è la soluzione sbagliata a un problema vero. Cominciamo ad abolire l’aborto per ragioni economiche, faremmo del bene al nostro Paese che è in una situazione di declino demografico pericolosissimo”.
Di tutta risposta Francesca Chiavacci difende la sua posizione: “Se ne facciano una ragione i vari “Pillon” che sono al Governo: accanto alla famiglia tradizionale, con pari dignità e diritti, esistono altri tipi di famiglie per la cui legittimità l’Arci si è battuta e continuerà a farlo. La battaglia inizia dal DDL Pillon, nella piazza del 10 novembre. Noi ci saremo”.
La battaglia per la tutela delle donne sembra ripartire da qui, dunque: se in passato le donne si sono dovute conquistare le libertà di scelta e dissenso, oggi sembra giunto il momento di proteggere con urgenza queste libertà. Con quel coraggio che solo le donne ci sanno mettere. Sempre. E senza clausole.

Socialismo come nuova fonte di orientamento

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Nel libro ”L’idea di socialismo. Un sogno necessario”, Axel Honneth, filosofo dell’Università di Francoforte, rilancia in modo originale l’idea di socialismo, aggiornandola e conformandola alla soluzione dei problemi del tempo presente; egli lo fa, separando l’idea di socialismo dal “suo guscio concettuale” originario, radicato nel terreno del primo industrialismo, per riproporla all’interno di “un nuovo quadro teorico”.

Honneth ricorda come il socialismo, dopo aver fatto irruzione all’interno delle società moderne, sia stato oggetto di una “trattazione dettagliata” da parte di tutti i grandi scienziati sociali del tempo; si è trattato di una trattazione “talvolta critica talvolta invece fortemente simpatetica”. Tutti, però, afferma Honneth, hanno concordato nel vedere nel socialismo “una sfida intellettuale che avrebbe dovuto accompagnare il capitalismo per lungo tempo”. Oggi, questa situazione appare rovesciata, perché il socialismo viene considerato alla stregua di un “residuato bellico”, in quanto non lo si ritiene più in grado di “riaccendere l’entusiasmo delle masse, né tantomeno di indicare delle valide alternative al capitalismo contemporaneo”.

Per queste ragioni, le società contemporanee sono segnate, secondo Honneth, da una “divaricazione insidiosa”: da un lato, negli ultimi decenni, è aumentato il malessere sociale, causato dal deteriorarsi della situazione sociale ed economica generale e dalle specifiche condizioni operative del mercato del lavoro; da un altro lato, lo scoramento di massa a causa del venir meno di ogni “orientamento normativo”. La divaricazione, continua Honneth, è un fenomeno completamente nuovo nella storia delle società moderne, in quanto in queste, a differenza di ciò che accadeva dopo la Rivoluzione francese, i movimenti di lotta contro le conseguenze negative sul piano sociale e su quello economico (causate dall’affermazione del capitalismo, dopo la Rivoluzione industriale) erano sempre “animati dalle utopie e quindi sostenuti dalle immagini di come la società futura un giorno sarebbe stata organizzata”. I movimenti di lotta attuali, al contrario, manifestano la loro contrarietà alla situazione sociale ed economica corrente, senza che venga da loro proposto il benché minimo progetto di futuro, tramite il quale indirizzare la loro protesta contro la situazione di crisi corrente, tendendo ad affidarsi alla guida di demagoghi, propensi ad affermare la loro leadership e limitandosi a fomentare il malcontento.

Per riproporre l’idea socialista in un “nuovo quadro teorico”, Honneth si sofferma in primo luogo sulle ragioni che hanno condotto al punto per cui il socialismo sembra aver perso l’originaria forza propulsiva; in secondo luogo, alla luce dell’analisi di queste ragioni, egli individua quali potrebbero essere “le modifiche concettuali da apportare alle idee socialiste perché esse possano riaccendere la forza perduta”. A tal fine, il filosofo, dopo aver premesso che la sua analisi avrà un “carattere metapolitico” (nel senso che non sarà riferita alle possibilità di azione del presente) illustra, prima, qual era l’idea originaria del socialismo e, poi, formula le innovazione che ritiene inevitabili, se si vogliono rilanciate le idee del socialismo, oggi “antiquate” rispetto ai problemi sociali ed economici che agitano le società contemporanee.

L’idea di socialismo – afferma Honneth – “è figlia spirituale dell’industrializzazione capitalistica”; essa è nata in seguito alla Rivoluzione francese, allorché è emerso che, per la maggior parte della popolazione dei Paesi nei quali il capitalismo si era affermato, le istanze di “libertà”, “uguaglianza” e “fraternità” erano rimaste lontane da una loro effettiva realizzazione. Per tutti coloro che condividevano le rimostranze contro l’ordine sociale post-rivoluzionario, il punto di partenza era il riconoscimento che l’ampliamento del mercato capitalistico impediva alla maggior parte delle popolazioni di godere delle migliorate condizioni economiche. Tuttavia, per costoro, ai fini del miglioramento delle condizioni di tutti, la trasformazione dei mezzi di produzione in proprietà collettiva non veniva mai presentata come un obiettivo da perseguire, nel senso che la priorità era sempre attribuita alla “libertà” e alla “fraternità”, mentre alla “uguaglianza” veniva assegnato un ruolo subordinato.

Successivamente, però, la critica socialista alla società capitalistica, pur accettando i fondamenti normativi ancorati ai principi sanciti dalla Rivoluzione francese, ha messo in dubbio – sostiene Honneth – che essi potessero “essere realizzati in modo non contraddittorio”, se la libertà non fosse stata “ripensata in senso meno individualistico”, e dunque considerata con maggior decisione in “direzione di una sua applicazione di taglio intersoggettivo”. Chi svilupperà le categorie concettuali utili a stabilire un legame tra libertà individuale e vita in comune sarà Marx; attraverso l’”affilata strumentazione concettuale” (filosofica ed economica) della quale disponeva, egli tenterà di superare (mancando di valutare in negativo le possibili ricadute sul piano politico-morale) “il concetto individualistico di libertà, adoperato nelle dottrine di politica economica e messo in atto nel mercato capitalistico”, perché considerato “inconciliabile con una comunità ‘vera’ composta da tutti i membri della società”.

Secondo Marx, nella società capitalistica, i suoi membri regolano i loro rapporti di scambio solo indirettamente, per mezzo del denaro, entro un mercato anonimo, fondato su basi egoistiche, trascurando il fatto che la soddisfazione dei bisogni di ognuno richiede sempre la disponibilità complementare degli altri. Ci si comporterebbe in modo assai diverso, secondo Marx, se gli scambi avvenissero senza l’impiego della moneta; in questo caso, egli affermava, ogni scambista avrebbe direttamente la percezione dei bisogni degli altri, mentre, per via della reciproca dipendenza, anche gli altri avrebbero contezza dei suoi bisogni.

Questo ragionamento di Marx, secondo Honneth, ha permesso di definire la “libertà” nel senso di “libertà sociale”; su questa base, il socialismo ha potuto formulare un’alternativa all’ordinamento sociale capitalistico, assumendo che “in un’associazione di liberi produttori la realizzazione degli obiettivi comuni viene perseguita nella forma per cui i membri agiscono del tutto intenzionalmente l’uno-per-l’altro, poiché si sono riconosciuti reciprocamente nei loro bisogni individuali”; pertanto, essi intendono così agire all’interno dell’organizzazione sociale per la soddisfazione di tali bisogni. In un simile contesto, la libertà individuale assume una forma tale, per cui gli altri non sono più considerati come potenziale causa “di limitazione delle proprie intenzioni d’azione”, ma come “partner cooperativi necessari alla loro realizzazione”.

Con riferimento a un simile contesto, ciò che è importante rilevare, secondo Honneth, è il fatto che le tre istanze della Rivoluzione francese (“libertà”, “uguaglianza”, “fraternità”) vengono riunite in un solo principio, in quanto l’interpretazione della libertà individuale, intesa come completamento di sé nell’altro, giunge a coincidere con i requisiti dell’”uguaglianza” e della “fraternità”. E’ da questa “prospettiva olistica, secondo cui l’istanza realizzatrice della libertà non deve essere più individuata nella singola persona, ma nella comunità solidale”, che il movimento socialista – sostiene Honneth – ha iniziato la propria azione politica. Infatti, tutte le misure che in seguito saranno assunte dai sostenitori del socialismo, per riparare ai mali delle società capitalistiche, perseguiranno, senza successo, l’obiettivo di formare delle comunità i cui nelle quali i membri si fossero integrati reciprocamente, rapportandosi tra loro in modo paritario.

Di fronte agli insuccessi nel perseguire la realizzazione di un’organizzazione della società alternativa a quella capitalistica, la critica al socialismo ha “avuto vita facile”, non solo perché i socialisti, a parere di Honneth, non sono riusciti a dare alle loro proposte politiche una forma sufficientemente persuasiva, ma anche perché il loro obiettivo di realizzare una comunità solidale è stata limitata alla sfera delle attività economiche; da un altro lato, essi hanno conferito un ossessivo carico valoriale al loro progetto, per la cui realizzazione tutti i tentativi esperiti hanno perso progressivamente “utilità politica e cognitiva”. Ciò è accaduto, per Honneth, sia per cause riconducibili al contesto in cui è nata la società industriale, sia per altre cause che concernono l’idea stessa di socialismo.

Il primo gruppo di cause cui è riconducibile il progressivo affievolimento del progetto socialista va identificato nel fatto che esso (il progetto) aveva come punto esclusivo di riferimento originario le classi lavoratrici, considerate le uniche destinatarie delle visioni socialiste. Con la progressiva trasformazione di tutti i lavoratori in cittadini (seguita alla sostituzione dello “Stato di diritto” con lo “Stato sociale di diritto”), per il socialismo – afferma Honneth – è cambiato quasi tutto, in quanto a “incarnare” le sue istanze, in luogo della “lotta operaia”, sono state le “conquiste istituzionali”; in conseguenza di ciò, le istanze valoriali del socialismo si sono trasferite dai movimenti operaisti ai partiti socialisti, impegnati ad ottenere che si compissero le riforme istituzionali attese; perché il riformismo socialista potesse avere successo nella soluzione dei problemi del mondo che stava emergendo, occorreva liberare l’idea socialista dal “suo vecchio guscio concettuale”, recidendo il “legame esclusivo che l’idea di libertà sociale aveva con la sfera economica”.

Quanto al secondo gruppo di cause, che hanno investito in negativo l’idea stessa di socialismo, la loro fonte è riconducibile al fatto che il modello di libertà sociale del socialismo originario, che correlava reciprocamente il principio di libertà con quello di solidarietà, è stato sviluppato – afferma Honneth – “esclusivamente in relazione della sfera dell’agire economico”, senza considerare la possibilità di “poterlo utilizzare anche rispetto ad altre sfere di azione della società che stava appunto nascendo”. Ciò perché i padri fondatori del socialismo erano convinti che, anche in futuro, “l’integrazione di tutti gli ambiti della società sarebbe stata determinata esclusivamente dalle esigenze della produzione industriale”.

Sarà la critica degli antagonisti liberali del socialismo a porre il problema dell’esistenza, nella società, di diverse sfere di azione e di tracciare, in particolare, la distinzione tra “un ambito privato e una sfera inerente alla dimensione pubblico-generale”, al fine di tener conto della tendenza della società ad articolarsi in ambiti estranei a quello puramente economico. Il fatto che, sul piano teorico, il socialismo non abbia tenuto nel debito conto la tendenza della società a differenziarsi in sfere di azione diverse, spiega, secondo Honneth, perché esso (il socialismo) sia stato vittima di una sorta di “cecità giuridica”, per via del fatto che, man mano che i cittadini allargavano i loro diritti civili attraverso le conquiste istituzionali, è stata spesso sottovalutata l’influenza che tali diritti giungevano ad esercitare sulla formazione della volontà politica e, attraverso questa, sul governo dell’economia e delle altre sfere extraeconomiche.

Questo limite interno al primo socialismo è stato superato nel corso del XIX secolo, attraverso l’elaborazione teorica del socialismo riformista, il quale, però, negli ultimi decenni ha visto opacizzarsi e indebolirsi la visione tradizionale internazionalista ereditata dal socialismo originario. Le difficoltà del social-riformismo sono iniziate dal momento in cui i problemi delle società moderne potevano essere governati, non più a livello locale, ad opera degli Stati nazionali, ma su scala globale. La tensione che caratterizza oggi l’azione del social-riformismo (dovuta all’esigenza di stabilire reti internazionali collegate alla necessità che l’azione politica sia ancorata alla tradizioni locali) sarà – per Honneth – tanto più facilmente dominabile quanto più decisamente, nella sua missione di mobilitazione dell’opinione pubblica rivolta verso l’interno, il socialismo premerà per aprire verso l’esterno, in un rapporto di reciprocità, le proprie istanze, rendendole sensibili nei confronti degli interessi esterni.

Deve essere questa, secondo Honneth, la tendenza di sviluppo teorico alla quale il socialismo deve attenersi se vorrà conservare la propria originaria vocazione internazionalista. E’ solo nella prospettiva di questa rinnovata prospettiva internazionalista, che diventerà possibile riporre la speranza in un progetto futuro di riforma dell’ordinamento giuridico-economico presente: non attraverso il ricorso alla forza esercitata da una qualche particolare classe sociale, ma attraverso la costante attenzione verso l’articolazione crescente degli interessi sociali, con cui il socialismo potrà riproporsi con successo alla guida della dinamica sociale. Quanto più il socialismo, nella sua coniugazione riformista, sarà “vicino” a questa dinamica, tanto più potrà nutrire l’ambizione di divenire “il portavoce morale delle aspettative di libertà non soltanto rispetto ai rapporti di produzione, ma anche rispetto alle relazioni personali e alle possibilità di cogestione politica”.

Una ridefinizione del socialismo in senso riformista, quale quella auspicata da Honneth, non sfugge alla considerazione che (per quanto il filosofo tedesco non abbia preso in considerazione il contributo critico di Giuseppe Mazzini alla formulazione della visione originaria del socialismo) le idee critiche secondo cui le istanze socialiste non dovevano risultare strettamente connesse alla sola sfera dell’economia e che la loro internazionalizzazione non doveva ignorare i problemi di ogni singola patria che, pur autonoma, doveva essere considerata integrata con tutte le altre per la soluzione dei problemi sociali inquadrati nel loro continuo divenire, sono state ampiamente anticipate dal patriota italiano.

La costruzione di una società totalmente aperta alle rivendicazioni delle istanze del socialismo repubblicano di Mazzini tendeva infatti alla realizzazione di un possibile progetto di futuro, a vantaggio dell’intera comunità globale, a condizione che durante la realizzazione del progetto i cittadini di tutte le patrie fossero coinvolti e che la loro libertà e dignità fossero sempre supportate, difese e garantite.

I cittadini di tutti i Paesi non potrebbero vedere crescere la loro libertà individuale, inquadrata nella libertà sociale formulata dalla teoria del socialismo del passato, se dovessero essere “conservati” all’interno di un “guscio organizzativo” totalmente schiacciato sul governo delle sole attività economiche.

Gianfranco Sabattini

 

Piero Guccione, la quiete attraverso il mare

leone, sciascia, guccione«A Spoleto ho avuto un incontro fondante. Ezra Pound mi fissava. Uno sguardo immoto. Ho incrociato i suoi occhi. Un interminabile, straziante, silenzio». Una sorta di profezia si annidava nel ricordo evocato da Piero Guccione. Sono trascorsi trenta anni da quelle parole. Il pittore di Scicli, 83 anni, ha cessato di vivere in un pomeriggio d’autunno.
Nel 2015 era stata organizzata un’antologica per festeggiare i suoi ottanta anni. L’artista, avanzava stancamente, rimpicciolito nella figura, appoggiato ad un bastone, il volto incavato, gli occhi aggrottati. Lo sguardo di Piero Guccione era vitreo, svuotato, intabarrato in tutta la gravezza di in un mutismo straziante. Questo suo ultimo ricordo, restituiva la stessa drammatica immagine di Pound, quella da lui evocata tanti anni prima. L’autore delle più intense immagini della pittura contemporanea, era già uscito di scena, prima del suo congedo ufficiale. Questa la verità non scritta, quella bisbigliata con rispetto e discrezione. Guccione era morto anni prima, lacerato e sconvolto da una volgare campagna denigratoria. Fu letteralmente giustiziato da quelle calunnie. Decise di deporre pennelli e speranza. Un triste finale di partita. Come quello toccato in sorte al suo amato Guttuso. Anche il pittore di Bagheria, nell’ultima parte della sua vita, si rifugiò in un irreale mutismo di sottrazione. Piero Guccione e Renato Guttuso, sono stati pittori antitetici ma artisti sovrapponibili. Per anni, Guccione fu assistente di Guttuso all’Accademia di Belle arti di Roma. In verità Guccione è stato il più guttusiano dei pittori. Incompatibili i loro quadri, identico il loro impegno civile, la vastità di interessi, lo spessore intellettuale, il riscontro della critica, il successo di pubblico, la notorietà internazionale, l’amore totalizzante per la natia Sicilia. Li accomunava financo il rituale dell’accensione delle eterne sigarette. Guccione ha incarnato, per quasi mezzo secolo, un ruolo centrale nella pittura europea. Le sue opere sono ospitate nelle collezioni più esclusive e troneggiano nelle sale dei musei più prestigiosi.
150emo unità d'italia“La continua sottrazione guccioniana, si arresterà solo al cospetto del silenzio”, scriveva Leonardo Sciascia. In un testo dedicato al pittore ragusano, coniò il termine di “Platitude guccioniana”. Un continuo levare, scarnire, estrarre, fino a giungere all’essenzialità delle forme, al dominio della pura vibrazione di luce. Un cavare pittorico che lascia intravedere le impalcature portanti, quelle che sorreggono il dipinto. Le sue opere disvelavano, volutamente, le texture, i reticoli delle composizioni. La sua pittura è il trionfo dei contorni sfumati, delle velature di opalina iridescenza. I suoi quadri non sono il risultato di una tavolozza trattenuta, severa, monocroma, piuttosto un continuo baluginio di impercettibili sovrapposizioni cangianti. Trasparenze che retinano le forme in un incrocio, infinitesimale, di segni. Una pittura a volte equivocata, apparentemente consolatoria, mielosa, lirica. Quello operato dall’artista siciliano è stato, al contrario, un racconto pittorico colto, raffinato, fino ai confini dell’astratto e dell’informale. La sua cifra stilistica è stata la discrezione, la sobrietà, l’eleganza, la raffinatezza. C’è più religiosità in un mare di Guccione che in interi trattati di teologia. L’atmosfera sospesa delle sue opere, è quella percepita nella pace dei monasteri.
Negli anni Ottanta, all’apice del suo successo artistico, aveva scelto di tornare in Sicilia, nella sua amata Scicli. Aveva preso casa a Punta Corvo, al cospetto del mare di Sampieri. Una scelta apparentemente inspiegabile, eccentrica. Approdava in un luogo remoto, lontano da ogni accadimento. Intraprese quindi un incessante bracconaggio di epifanie straordinarie. La sua stesura pittorica assumeva contorni sempre più slavati, incerti. Furono gli anni dell’infinita sequela di paesaggi degli Iblei. Racconto operato sdoganando una pratica pittorica relegata ai margini del mercato dell’arte, quella del pastello. Una tecnica che gli consentiva velocità di esecuzione, alternativa alla pratica ad olio, quella di inenarrabile lentezza. La pittura ad olio di Guccione è stata il trionfo delle sovrapposizioni, delle velature continue, incessanti, delle instancabili stratificazioni infinite. I pastelli, di contro, erano invece guizzi estremi, sciabolate di colori, scalfitture fulminanti. Sciabolate pittoriche che trionfano sulle campiture lievi, dominano sull’ormai caratteristico disegno portante, sulle distintive griglie di appoggio, sulle tipiche linee di sostegno. Grazie a Guccione dunque, la pratica pittorica ottocentesca del pastello ha ritrovato dignità di categoria artistica. L’elogio del pastello fu sancito, definitivamente, dal suo ciclo dedicato ai carrubbi, maestosi alberi mediorientali divelti. Quelli divelti dal vento di Occidente dominarono una mostra di grande successo, ospitata nel 1986 a Milano, nelle sale di palazzo Durini.
La produzione artistica di Guccione non è mai stata affollata. Un cruccio per mercanti e galleristi che lo assediavano. Sfuggiva alle regole dell’esposizione televisiva. Rifuggiva da ogni mondanità. Detestava i clamori volgari. I suoi dipinti hanno puntualmente testimoniato la progressiva trasformazione della società, l’imbarbarimento dei costumi. I suoi quadri sono stati denuncia esplicita all’indirizzo della brutale aggressione operata ai danni del paesaggio. Le sue tele, purtroppo, cominciarono ad affollarsi di linee telefoniche ed elettriche. Trasformatori, pali e abitazioni informi. Invasioni progressive della spiaggia, celando sempre più la vista del mare. Le superfici pittoriche cominciarono dunque ad incresparsi di pattume, plastica insulsa, come nelle opere di Burri. Inserti raggrumati, ustioni che il pittore adagiava sulla tela come un sudario steso sulla Sicilia dileggiata. Una brutale violazione dell’armonia e della bellezza del paesaggio che, nel lavoro di Guccione, diventa denuncia accorata, grido civile, pittura sociale.
L’artista fu costretto ad abbandonare il suo rifugio di Punta Corvo, assediato da masse vocianti, informi, laide. Trovò rifugio lontano dalla costa, allontanandosi da quel frastuono visivo e sonoro. Ad accoglierlo, un nuovo studio, agguattato sull’altopiano di contrada Quartarella. Un’altura dalla quale continuare ad osservare il suo agognato, amato, mare. Una casa-rifugio elegante, essenziale, alla quale si accedeva attraverso un rimando greco, una quinta scenografica di muretti a secco di un accecante biancore. In quello studio minuscolo, inaugurò cicli straordinari di d’après, studi dedicati ai grandi autori della pittura: Pontormo, Velaszques, Van Dick, Caravaggio, Michelangelo, Munch, Bacon, Friederich. In quella contrada estrema, elaborò l’elogio al suo fiore preferito, l’ibiscus carnoso e sensuale. Fiore che ha voluto fosse adagiato sul suo feretro.
Ma il legame più intenso, quello inscindibile, è quello che lega Guccione al mare. Era un marinaio nell’anima il pittore di Scicli. Non c’è narrazione, non solo pittorica, senza il mare. Il mare guccioniano non è l’agitato mare di Turner dal quale giungono mugghi spaventevoli. Le acque dipinte dal maestro siciliano sono silenziose, immobili, quiete. Aveva il vezzo delle bluse di panno blu, quelle da navigatore. In studio indossava una tuta blu da operaio. Un tuta da metalmeccanico, da lavoratore quotidiano, come amava fare anche lo scultore surrealista, Jean Tinguley. Era la tenuta che indossava nei ritratti intensi che gli aveva dedicato il suo amico fotografo, Giuseppe Leone. Il mare dipinto da Guccione era infinito di acqua, orizzonte africano, luce mediorientale di Levante. Era il mare di approdo dei condottieri. È diventato il cimitero blu dei disperati. Il mare dipinto è l’azzurro in tutte le sue infinite articolazioni cromatiche. L’azzurro dei grandi firmamenti. L’azur poetico di Mallarmé. L’elogio di Baudelaire: “Où sous un clair azur tout n’est qu’amour et joie”. È il colore della pietra celeste e i suoi rimandi alchemici. È il blu monocromatico di Yves Klein. La nuance dei pacchetti di Gaulois, le immancabili sigarette che affollavano lo studio dell’artista. L’azzurro era manifestazione sensibile delle cose divine. Erano azzurre le maioliche che ricoprivano Babilonia. Blu i lapislazzuli dei riti magici, segnavano la parola degli Dei. Insolitamente azzurro appare il cielo al principe Andrej Bolkonskij, riverso a terra, ferito sull’altura di Pratzen. La consacrazione ufficiale dell’azzurro mare guccioniano, trovò patria a Venezia, nel corso della Biennale d’arte del 1988. Gli organizzatori dedicarono all’artista ragusano una sala personale. Guccione espose un grande mare. Un dipinto immenso, maestoso, frutto di dieci anni di intenso lavoro pittorico. Un prisma di luce accecante si riverberava ovunque, trionfando sulle acque verdastre e melmose della laguna, quelle intraviste dalle finestre della sala.
Uomo e artista di grande generosità. Un tratto inusuale, in un mondo dell’arte dominato dal cinismo e dall’egoismo più sfrenato. Decise di dare vita ad una comunità di artisti, la scuola di Scicli. Un gesto di altruismo eversivo. Piero Guccione nutriva una grande passione per l’impegno politico, per l’attivismo civile, l’impegno sindacale. Negli anni Novanta accettò di ricoprire la carica di assessore alla cultura del comune di Scicli. Non operò facili sottrazioni. Pittura e impegno politico sintetizzate, straordinariamente, in un grande dipinto eseguito in occasione del 150emo dell’Unità d’Italia. Quadro che giace adesso, inspiegabilmente, relegato nei magazzini della Galleria regionale di palazzo Abatellis a Palermo.
Si conclude dunque in un pomeriggio autunnale l’avventura terrena di un grande artista. Sogni dipinti sono stati i quadri di Guccione, intrisi di una misteriosa “platitude”, quella evocata da Sciascia. L’epilogo voluto dallo stesso Guccione, è un finale degno di una fiaba orientale. Piero ha disposto di disperdere le sue ceneri nel mare di Sampieri, quello che aveva scandagliato per tutta la vita. Il sogno di ogni pittore, trovare rifugio dentro un suo dipinto.

Concetto Prestifilippo