Marcia per l’Europa:
il programma finale

Migliaia di cittadini provenienti da tutta Europa manifesteranno a Roma il 25 Marzo 2017 per chiedere un’Europa più forte, unita e democratica, mandando un forte segnale pro-europeo nel giorno del Summit straordinario dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione europea.

marcia per l'europaL’evento è promosso dall’Unione dei Federalisti Europei, i Giovani Federalisti Europei, Il Gruppo Spinelli ed il Movimento Europeo Internazionale, insieme ad una rete di oltre 60 grandi organizzazioni della società civile. Più di 100 personalità politiche ed intellettuali saranno presenti. Una rete di oltre 400 intellettuali ed accademici ha lanciato un appello per l’evento. Sono previsti gruppi da oltre 30 città europee e 90 città italiane.

Il raduno inizierà alle 11.00 a Piazza della Bocca della Verità. Discorsi d’apertura da parte di politici nazionali ed europei e di rappresentanti della società civile inizieranno alle 12.15 e finiranno alle 13.45. Tra gli interventi, i parlamentari europei Guy Verhofstadt, Jo Leinen, Elmar Brok, Gianni Pittella, Brando Benifei e Alyn Smith, la vice-segretaria del Partito Democratico Debora Serracchiani, la co-Presidente del Partito Verde Europeo Monica Frassoni e il Ministro della giustizia Andrea Orlando.

La Marcia partirà alle ore 13.45, attraverserà Via dei Cerchi e costeggerà il colle Palatino immettendosi su Via di San Gregorio, che porterà il corteo dritto all’Arco di Costantino nella Piazza del Colosseo intorno alle 14.30. Alla fine del percorso, la Marcia per l’Europa convergerà con un’altra manifestazione pro-europea: “La Nostra Europa”. La piazza del Colosseo verrà animata da discorsi degli organizzatori delle due manifestazioni e da un momento musicale. Le festività dureranno fino alle 15.30.

La Marcia per l’Europa sarà preceduta da un Forum sul futuro dell’Europa intitolato “L’Europa reagisce”, il quale si terrà al Centro Congressi Roma Eventi in Via Alibert 5/A, vicino a Piazza di Spagna dalle 8.30 alle 12.30.

Il 24 marzo 2017, una conferenza stampa si terrà alla Camera dei Deputati (Piazza di Montecitorio,1 – 00186 Roma) alle 11.30. I giornalisti che non sono ancora accreditati presso la Camera dei Deputati, sono invitati a richiedere l’accredito entro giovedì 23 marzo alle 9.00.  

Migranti. Una priorità
la lotta ai trafficanti

migranti-in-libiaLa lotta ai trafficanti di esseri umani e al loro modello di business criminale “deve essere una priorità da affrontare con uno sforzo comune e in uno spirito di partenariato e solidarietà”. E’ uno dei passaggi più significativi della “dichiarazione di intenti” sottoscritta dai ministri dell’Interno di Algeria, Austria, Francia , Germania, Italia, Libia, Malta, Slovenia, Svizzera e Tunisia che stamane a Roma hanno partecipato alla prima riunione del Gruppo di contatto sulla rotta migratoria del Mediterraneo centrale.

All’incontro hanno partecipato anche il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, il commissario europeo per le Migrazioni e gli Affari interni, Dimitris Avramopoulos, e –
smentendo i dubbi circolati alla vigilia – il premier libico Fayez al-Serraj: una presenza, quella di Serraj, “estremamente importante”, ha sottolineato il ministro dell’Interno Marco
Minniti nella conferenza stampa seguita al vertice, “considerata anche la situazione particolarmente impegnativa di queste ore a Tripoli: testimonia l’impegno frutto del
convincimento che la lotta al traffico di esseri umani e la stabilità della Libia rappresentino due facce della stessa medaglia”.

Il Gruppo di contatto, formalizzato monitorerà costantemente l’attuazione concreta dello sforzo teso a “governare” e “non a subire” i flussi migratori, attraverso la promozione di politiche di sviluppo sociale ed economico, di controllo delle frontiere e di rimpatrio: la prossima riunione si terrà entro qualche mese a Tunisi. Per Gentiloni, “la cooperazione nella lotta ai trafficanti è anche una cooperazione umanitaria”. La collaborazione tra Paesi europei e nordafricani serve a “prevenire, limitare e impedire comportamenti da parte dei trafficanti che sono la negazione di qualsiasi principio umanitario”. “Gestire i flussi migratori – ha ricordato nel suo intervento – è una delle domande più forti indirizzate all’Unione europea”. E’ necessario “lavorare sulle cause” del fenomeno, ma “l’impegno europeo in questi ultimi anni si è molto rafforzato”. Nell’evidenziare “il sentire comune” emerso dal meeting, Minniti ha parlato di “primo passo molto importante”: c’è “un impegno molto forte”, da parte del nostro Paese e da parte dell’Ue, sul terreno della solidarietà, ma bisogna anche dimostrarsi “pronti ad investimenti molto significativi: la cattiva moneta del
traffico di esseri umani produce un indotto di convenienza economica, e se si incide su quell’indotto bisogna garantire un’alternativa credibile”. In merito all’accordo recentemente
sottoscritto con Tripoli, il ministro dell’Interno ha ricordato come tra fine aprile e la prima meta’ di maggio saranno rese ai libici le prime delle 10 motovedette che abbiamo in custodia dal 2011. A quel punto la Guardia costiera locale, con personale formato proprio dall’Ue, potrà attivarsi in attività di ricerca e soccorso, con campi di accoglienza sul posto “allestiti con le ong e nel pieno e assoluto rispetto dei diritti umani”. Portare i migranti in Tunisia? “Non esiste, non è mai stata aperta una discussione al riguardo”, ha assicurato
Minniti, cui ha fatto eco Avramopoulos. “Non se ne è mai parlato”. Il commissario Ue ha ‘promosso’ invece l’accordo tra Ue e Turchia: “Basti pensare che l’anno scorso passavano attraverso l’Egeo 10-12 mila persone , oggi non più di 40-50 al giorno”. ” Certo – ha ammesso – il clima non è positivo dopo quello che è accaduto ma l’accordo va separato dalle vicissitudini politiche. Lo sforzo della Turchia, dove oggi vivono 3 milioni di rifugiati, è notevole: l’ accordo va mantenuto vivo e potrà essere replicato con la Libia in futuro”.

A mia insaputa. E Grillo disconosce il Blog di Grillo

grilloBeppe Grillo non ha niente a che fare con il blog di Beppe Grillo. «Non è responsabile, né gestore, né moderatore, né direttore, né provider, né titolare del dominio, del blog, né degli account Twitter, né dei tweet e non ha alcun potere di direzione né di controllo sul blog, né sugli account Twitter, né sui tweet e tanto meno su ciò che ivi viene postato». A scriverlo sono gli avvocati del comico genovese, impegnato in una causa contro il Partito Democratico. Il testo della memoria difensiva è stato pubblicato da Francesco Bonifazi, che aveva denunciato Grillo per un post pubblicato nel 2016, in cui si parlava dello scandalo sul petrolio in Basilicata, in cui è stata coinvolta Federica Guidi. Il post accusava, con il solito stile del Movimento 5 Stelle, il Pd di essere “complici e collusi. Con le mani sporche di petrolio e denaro.”

Beppe non è responsabile di quanto Grillo scrive. Un bel modo per evitare conseguenze dopo ogni accusa al vetriolo pubblicata sul web.

Oggi Grillo replica, ancora dal suo blog, scrivendo: “Il Blog beppegrillo.it è una comunità online di lettori, scrittori e attivisti a cui io ho dato vita e che ospita sia i miei interventi sia quelli di altre persone che gratuitamente offrono contributi per il Blog. Il pezzo oggetto della querela del Pd era un pezzo non firmato, perciò non direttamente riconducibile al sottoscritto. I post di cui io sono direttamente responsabile sono quelli, come questo, che riportano la mia firma in calce. Nessuno scandalo, nessuna novità. Se non il rosicamento del Pd per aver per il momento perso la causa, cosa che Bonifazi ha scordato di dire. Nessuna diffamazione. Nessun insulto. Semplice informazione libera in rete. Malox?”.

Facciamo un po’ di chiarezza. Perché il M5s che urlava “onestà” ormai sembra saper balbettare solo “a mia insaputa”. Prima le polizze, ora il Blog. Il dominio beppegrillo.it è stato registrato nel 2001 da Emanuele Bottaro, ex presidente di un associazione di consumatori, già finito sotto processo nel 2012. Tempo fa spiegava a Panorama che aveva “chiesto a Beppe se potevo registrare il suo nome nel 2001 prima che qualcun altro lo facesse e poi è rimasto a me. Ho una delega ma non ho accordi di tipo economico o di tutela legale. Nel mio piccolo, partecipo in questo modo al movimento”. A gestire il sito è quindi la Casaleggio Associati, sui cui rapporti tra la società e il Movimento non è dato sapere i dettagli. E Bottaro è facilmente riconducibile alla Casaleggio.

A questo punto si potrebbe quindi pensare che nel M5s, che coincide con il Blog, decida tutto la Casaleggio Associati. Ma ricordiamo che in occasione del processo alla sindaca Virginia Raggi e a tutti i candidati ed eletti grillini a Roma, Davide Casaleggio ha detto che lui e la sua azienda non ricoprono alcun ruolo nel M5s.

Per il ruolo affidato al Blog è evidente che è diventato il centro nevralgico del pensiero pentastellato. È stato lo stesso Grillo a quantificare le visite, nel 2011 si parlava di circa 5 milioni e 200 mila utenti al mese.

Tanti utenti, tanti soldi. La prima fonte di entrate è Google AdSense, la più grande azienda pubblicitaria online, che paga per ogni clic effettuato sui suoi annunci. Il famoso clickbaiting, gallina dalle uova d’oro del Movimento. La seconda fonte è l’affiliazione al sito di ecommerce Amazon, su cui il Movimento intasca una percentuale sui prodotti venduti per ogni utente proveniente dal blog. Difficile quantificare il profitto ma nessuno potrebbe negare una forte puzza di bruciato.

Altro inghippo: nello statuto del Movimento 5 Stelle c’è scritto che è Beppe Grillo il titolare effettivo del blog e lo mette a disposizione dell’Associazione Movimento 5 Stelle. Lo statuto è stato firmato dal comico, a meno che non ci vengano a raccontare che è stato fatto a sua insaputa.

Per quanto riguarda poi i profili Twitter e Facebook sono profili certificati. E per ottenere la certificazione bisogna mandare una serie di documenti, in primis una fotocopia del documento di identità e un numero di telefono verificabile.

Quindi Beppe Grillo, che attraverso il blog che porta il suo nome dirama i suoi comunicati, impartisce direttive agli iscritti, ordina epurazioni e dispensa insulti vorrebbe far credere che è completamente estraneo dalla gestione dello stesso? Sinceramente tutto questo appare come uno strampalato tentativo di nascondere il sole, o per meglio dire le stelle, con un dito.

Valentina Bombardieri

Blog Fondazione Nenni

Sfida tra il populismo del Nord e quello del Sud

salvini napoliMolotov, petardi, sassaiole, pali stradali e cassonetti usati come proiettili. Solo per un miracolo non c’è scappato il morto. È successo di tutto: un blindato dei carabinieri incendiato, molte auto andate a fuoco nelle strade, vetrine dei negozi infrante. Cinque fermati dalla polizia tra i manifestanti. Sabato scorso Napoli è stata sconvolta dalla guerriglia urbana. Un corteo di manifestanti, formato soprattutto da componenti dei centri sociali e dalla Rete anti razzista, ha tentato d’impedire con la violenza il comizio nella città partenopea del leghista Matteo Salvini.
Poi alla fine il segretario della Lega Nord ha potuto parlare, sia pure con un’ora di ritardo a causa degli scontri, ma l’operazione di conquista del Sud appare tutta in salita. Pesano quasi trent’anni d’insulti razzisti del Carroccio ai meridionali. E pesano anche le offese lanciate dallo stesso Salvini quasi 7 anni fa. In un coro intonato a Pontida nel 2009 cantava con altri leghisti: «Senti che puzza scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani». Per quel coro Salvini ha chiesto scusa “in ginocchio” poco prima di andare a Napoli, ma i violenti hanno fatto leva anche su quel mefitico coro leghista per le loro sciagurate imprese.
È un colpo anche alla linea della conversione del Carroccio da localista a nazionale, da separatista a “sovranista” sulla scia dell’estrema destra lepenista francese. Salvini nel travagliato comizio di Napoli ha confermato la nuova impostazione leghista in versione nazionale: «Oggi abbiamo tracciato un percorso» per “la federazione Prima gli italiani”. Ha rilanciato l’attenzione verso il Mezzogiorno: «Oggi ho provato un’emozione vera» per la partecipazione di tante persone, «è venuto pure Peppino Di Capri e mi ha regalato due cd». Lo slogan è “l’autonomia, il federalismo, le identità specifiche di un’Italia unita nelle sue diversità”.
Si è scagliato contro Luigi De Magistris. Ha accusato il sindaco di Napoli di aver provocato le violenze: «L’atteggiamento di De Magistris è pazzesco». Perciò «lo porto in tribunale, dovrà rispondere di tutto ciò che ha detto e fatto».
De Magistris ha condannato le violenze: «Oggi, come sempre, prendo le distanze da ogni forma di violenza». Però ha confermato tutte le critiche alla politica “nazionalista” e “razzista” di Salvini: «Mi dispiace, ma non puoi fare l’amico dei napoletani un giorno all’improvviso». Ha ribadito di essere lui il campione di Napoli e del Sud: «Sto con la mia città che amo e che difenderò sempre e con i napoletani, popolo difficile ma ricco di pace ed amore».
De Magistris, sindaco di Napoli dal 2011, ha grandi ambizioni. Progetta di conquistare la regione Campania nelle elezioni del 2020 e, forse, anche Palazzo Chigi. Non a caso sta costruendo il movimento Democrazia e Autonomia (DemA). Punta a rastrellare i voti del Mezzogiorno impoverito ed emarginato: «Vogliamo far convergere in un luogo tanti movimenti autonomi che da Sud a Nord stanno provando a dimostrare con i fatti che esiste un altro modo di far politica». L’ex pubblico ministero si fa alfiere del “popolo tradito dai poteri forti con le mani sporche di sangue” per evitare il rischio del “regime”. Mette sullo stesso piano Matteo Renzi e Matteo Salvini. Di qui gli slogan: Napoli “derenzizzata” e Palazzo San Giacomo “desalinizzato”.
I napoletani tra il serio e il faceto hanno soprannominato l’ex pm “Giggino ‘a manetta”, per la facilità con la quale mandava le persone in carcere. Ma De Magistris ha saputo conquistare il cuore di una Napoli disperata e devastata dalla crisi e per due volte, consecutivamente, è stato eletto trionfalmente sindaco della città.
Il duello è tra due populismi: quello di Salvini contro quello di De Magistris, l’uomo del Settentrione contro l’uomo del Mezzogiorno. E l’uomo del Sud vuole sbarrare la strada alla discesa dell’uomo del Nord a Napoli, nelle terre del sole e del mare.

Rodolfo Ruocco

PE. L’ennesimo chiarimento di Nencini

parlamento-europeo“Per l’ennesima volta vengo tirato in ballo tra gli ‘italiani sotto inchiesta’ al Parlamento Europeo. E invece non solo non sono sotto inchiesta ma sono stato
da tempo scagionato dalla Corte di Giustizia. Le indagini sono durate così a
lungo, quasi 15 anni, e sono state svolte in modo così approssimativo – ho
chiesto ripetutamente di essere ascoltato, ho fornito la documentazione bancaria sugli avvenuti pagamenti ai collaboratori, ho sollecitato, addirittura ho sollevato proprio io il problema – da non consentirmi di difendermi dovutamente nelle sedi opportune”.

Lo afferma il segretario del Psi Riccardo Nencini nuovamente tirato in causa dal quotidiano “La Repubblica” su una vecchia questione ormai risolta e  chiusa da tempo.

Continua Nencini: “Proprio nella sentenza della Corte di Giustizia infatti si legge: ‘…va constatato che l’istituzione (il P.E.) è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza del principio di ragionevolezza dei termini’ e ancora ‘…il P.E. ha comunicato al ricorrente la seconda decisione del Segretario generale…solo nell’ottobre 2010 mentre il mandato parlamentare dell’interessato era terminato nel 1999…il Tribunale ha giustamente considerato che il P.E. era venuto meno agli obblighi ad esso incombenti…’,
tutto ciò a conferma che il ritardo nelle indagini è da addebitarsi proprio al P.E. Peraltro – ha aggiunto Nencini – sul punto avevo già vinto due cause presso il Tribunale di Firenze (2002 e 2003). Era dunque inevitabile che la Corte di Giustizia accertasse il cattivo svolgimento delle indagini e l’intervenuta prescrizione”. “Ricordo infine che la contestazione del P.E. verteva sulla mancata registrazione di alcuni assistenti presso l’ufficio preposto del Parlamento.
Insomma, una questione di natura amministrativa legata ad una irregolarità formale. Non è mai stato contestato da chicchessia né il lavoro svolto dagli assistenti né la circostanza che abbia percepito personalmente alcunché a tale proposito”.

“Il mio caso – ha concluso Nencini – è stato uno dei pochissimi in cui la Corte di Giustizia ha riconosciuto le ragioni degli eurodeputati contestati. Non ho dunque nulla a che fare con gli altri casi riportati”.

Un episodio di cui ogni tanto i giornalisti tornano a parlare, con approssimazione e senza approfondirne la questione. Questa volta lo si inserisce in un articolo sui partiti euroscettici, che pur non credendo all’Europa, ai suoi valori e alla sua centralità strategica, ne prendono i rimborsi. E a volte sembrerebbe in mondo non lecito. Prendendo spunto dai recenti casi che hanno riguardato Marine Le Pen, Nigel Farage o il leader del partito Diritto e giustizia del polacco Jaroslaw Kaczynski traccia gli ultimi episodi. Ma non dimentica di l’episodio di cui sopra che ha riguardato Riccardo Nencini. Una questione già archiviata con la Corte di Giustizia europea che scagiona definitamente Il segretario del PSI.

Un vecchio vizio di alcuni “grandi” quotidiani. Un vizio che fa cattiva informazione ma evidentemente la tentazione è troppo forte.

Per meglio chiarire qui di seguito la sentenza della Corte:

“La decisione del Segretario generale del Parlamento Europeo del 7 ottobre 2010 relativa al recupero di talune spese che il sig Riccardo Nencini, già membro del PE, ha percepito a titolo di rimborso di spese di viaggio e di assistenza di segreteria non che la nota di addebito del direttore generale della direzione generale delle finanze del PE, del 13 ottobre 2010, sono annullate. Il PE è condannato a sopportare, oltre alle proprie spese, i tre quarti delle spese sostenute dal sig Riccardo Nencini nell’ambito della presente impugnazione. Il
PE è condannato alle spese relative al procedimento di primo grado”.

 

Caccia al regista
della scissione Pd

Intervista Bettini-PdLa scissione del Pd fa male, è una ferita sanguinante. Il Pd, amputato di una parte della sinistra interna, va giù nei sondaggi e il M5S decolla come primo partito italiano. Improvvisamente salta ogni argine e lo scontro da controllato diventa infuocato e fratricida, condito da accuse pesantissime e da insulti.

Si parla di omicidio del Pd e del regista del delitto. Scatta il rimpallo delle accuse. Con toni da film giallo parte la caccia alla mente della rottura, al regista. Matteo Renzi, ritornato dal viaggio nella California delle nuove tecnologie, indica l’artefice della scissione nell’ex segretario del Pds-Ds: «Abbiamo avuto l’impressione che fosse un disegno già scritto. Scritto, ideato e prodotto da Massimo D’Alema». Il segretario dimissionario del Pd, in corsa per essere confermato dal congresso alla guida del partito, mette nel mirino soprattutto l’uomo definito un tempo il Lider Maximo: «A D’Alema dico, non scappare, vieni, candidati, corri e vediamo chi ha più consensi e più voti».

D’Alema non viene lasciato solo dalla minoranza che, dopo il divorzio, ha dato vita al Movimento dei Democratici e Progressisti. Pier Luigi Bersani, uscito dal Pd assieme D’Alema, Roberto Speranza, Enrico Rossi, Vasco Errani e a un consistente gruppo di parlamentari, scende in campo per soccorrerlo. Ironizza sulla teoria del grande manovratore che veste i panni di D’Alema e rinvia l’imputazione al Rottamatore: «Renzi adesso ricerca il regista, ma non sia così umile: il regista è lui, ha fatto tutto lui, la disgregazione di questo partito ha un regista, e questo regista si chiama Renzi». L’ex segretario dei democratici spiega il perché della divisione: «Dopo averle provate tutte siamo usciti dal Pd. Perché, con Renzi, stiamo andando contro il muro, prima paese, poi partito, poi i destini individuali».

Tuttavia la caccia al regista della scissione era cominciata già da qualche tempo, già prima della frattura. D’Alema una settimana fa respingeva con toni accesi ogni accusa che arrivava dalla maggioranza renziana del partito: «È imbecille chi dice che sia io il regista della scissione del Partito democratico». Adesso attacca l’ex presidente del Consiglio e segretario dimissionario del Pd come un avversario da sconfiggere: «Per creare una grande forza di centrosinistra deve essere ridimensionato il ruolo del ‘rottamatore’, che ha rotto tutto, ha distrutto il Pd e lo ha svuotato di contenuti democratici, ne ha svilito ispirazione, ideale e politica».

Lo scambio di accuse è feroce, ma la rissa non si spiega solo con la veemenza tra ex compagni di partito che hanno scelto strade diverse, dopo un lungo ed infuocato scontro durato tre anni. I motivi sono tanti. In primo luogo c’è l’esigenza di non apparire i responsabili della divisione. Un’antica tradizione della sinistra di matrice marxista condanna senza appello una scissione perché rompe l’unità del partito, e un partito indebolito è subalterno della destra e delle forze anti operaie.

Ma lo scontro frontale si spiega anche su chi è la vera sinistra. C’è una visione differente della identità politica e delle scelte politiche: la minoranza ha ritenuto lesi i diritti dei lavoratori dal governo Renzi e chiede “una svolta radicale” verso sinistra in nome dell’uguaglianza, l’ex presidente del Consiglio e segretario dimissionario ha puntato le sue carte sulla modernizzazione della società come strumento per rendere vincente la sinistra e difendere proprio i lavoratori.

Non solo. A giugno si voterà in alcune importanti città italiane per eleggere i nuovi sindaci e ognuno, preparando la campagna elettorale, cerca di marcare il proprio territorio e di conquistare i voti dei tanti sostenitori sfiduciati di centrosinistra. Democratici e Progressisti, grazie anche all’adesione di una parte dei parlamentari di Sel guidati da Arturo Scotto, ha dato vita a dei forti gruppi alla Camera (37 deputati) e a Palazzo Madama (14 senatori).

Lo scontro era arrivato al punto di rottura già con il referendum dello scorso 4 dicembre sulla riforma costituzionale del governo: Renzi votò sì; la minoranza votò no, in rotta di collisione con il suo premier-segretario, assieme a tutte le opposizioni. Il giovane “rottamatore” fu “rottamato” da una sonora sconfitta. Di qui prima le dimissioni da presidente del Consiglio e poi da segretario del Pd con il l’obiettivo di “ripartire” nella sfida per tornare alla guida del partito. Non sarà facile. È una partita difficile per lui e per le tante frammentate forze di sinistra.

Rodolfo Ruocco

Governo e Pd. Gentiloni naviga a vista

gentiloni-uscitaPaolo Gentiloni parla poco, anzi pochissimo. La riservatezza è un tratto peculiare del suo carattere, ma c’è anche un’esigenza politica. Il presidente del Consiglio, da quando a dicembre ha sostituito Matteo Renzi a Palazzo Chigi, guida un governo di transizione che deve evitare sempre nuovi scogli pericolosi. È una navigazione sempre più difficile, a vista.
L’ultimo scoglio, solo in ordine di tempo, è la scissione del Pd. Roberto Speranza, Enrico Rossi, Pier Luigi Bersani, Vasco Errani, Guglielmo Epifani, Massimo D’Alema, hanno lasciato il partito dopo un lungo travaglio, aprendo la strada alla nascita dei gruppi parlamentari della “nuova formazione politica” di sinistra.
Il colpo è duro. Il Pd perderà una ventina di deputati e quasi quindici senatori, così calerà la maggioranza sulla quale può contare Gentiloni in Parlamento. Cresce il rischio di naufragio del governo. I fuoriusciti al Senato (nel quale l’esecutivo conta su una maggioranza risicata) sembrano orientati a votare anche la fiducia al governo, cosa che non farebbero alla Camera (nella quale il ministero ha un ampio margine). Tuttavia per Gentiloni aumentano i motivi per non dormire sonni tranquilli.
Il presidente del Consiglio a dicembre, nella conferenza stampa di fine anno, ha confermato l’intenzione di muoversi con cautela: «Il governo c’è finché c’è la fiducia della sua maggioranza». Ora però la maggioranza si è ridotta, è mutata sia dal punto di vista numerico sia dal punto di vista dell’identità e delle scelte politiche. Speranza e Bersani hanno già anticipato che chiederanno al governo delle “correzioni di rotta” per affrontare “il disagio sociale” e per tutelare giovani, lavoratori, pensionati e Sud colpiti dalla crisi economica.
È voluminoso il fascicolo dei problemi aperti per il presidente del Consiglio. Sul fronte politico la Lega Nord e il M5S, dall’opposizione, chiedono immediate elezioni politiche anticipate mentre il Pd sta preparando un suo turbolento congresso (Michele Emiliano ed Andrea Orlando sfideranno Renzi per la segreteria). Sul fronte economico ci sono da affrontare tanti temi delicati: l’anemica crescita, la debolezza finanziaria delle banche per i crediti deteriorati, le pressanti richieste della commissione europea di una manovra economica correttiva per ridurre il deficit pubblico. Infine c’è la questione esplosiva ed eterna della riforma elettorale, dopo la bocciatura di parte dell’Italicum ad opera della Corte costituzionale.
L’economia rischia di essere il tema più insidioso. La Ue ha chiesto una manovra aggiuntiva di 3,4 miliardi di euro, lo 0,2% del reddito nazionale, altrimenti scatteranno pericolose sanzioni per l’Italia. Si è parlato di taglio delle spese, di recupero dell’evasione fiscale, dell’aumento delle imposte indirette sulla benzina e sulle sigarette. L’estenuante trattativa tra Roma e Bruxelles per raggiungere un’intesa ancora è in corso. Gentiloni si è limitato a dire: «Faremo la correzione di conti senza manovrine depressive».
Il governo, dopo il colpo della scissione del Pd, cerca di tenere la rotta. Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al “decreto correttivo” al codice degli appalti per assicurare trasparenza e rapidità delle procedure e ha approvato cinque decreti attuativi della riforma Madia della pubblica amministrazione. Gentiloni ha difeso l’esecutivo respingendo le critiche: «Al di là delle discussioni sulla velocità delle riforme, il governo prosegue nel suo cammino. Lo ha fatto con decisioni molto rilevanti, dalla tutela del risparmio alla sicurezza urbana fino all’immigrazione».
Il presidente del Consiglio deve fare i conti soprattutto con Renzi, suo amico, suo sponsor per Palazzo Chigi. L’ex presidente del Consiglio in corsa per riconquistare la segreteria del Pd non vuole sentire parlare di nuove tasse, anche perché a giugno si voterà per rinnovare i sindaci di alcune importanti città: «I 3,4 miliardi si recuperano non aumentando le accise, ma con un disegno che permetta all’Italia nei prossimi mesi di continuare a sostenere la crescita».
Non solo. Renzi preferirebbe aprire le urne per le politiche il prima possibile, senza aspettare la fine della legislatura tra un anno. Al ‘Corriere della Sera’ l’ha messa così: «Il punto è se votare a giugno o a febbraio del 2018…Si vuole andare avanti? Siamo pronti, se si riterrà che serva».
Rischia di prodursi una incredibilmente anomala politica: Renzi assieme a M5S e Lega Nord per le elezioni anticipate; scissionisti del Pd, Sinistra Italiana, Forza Italia, centristi della maggioranza favorevoli alle urne nel 2018. Instabilità politica e crisi economica possono costituire due scogli invalicabili per l’ex sindaco di Firenze.

Rodolfo Ruocco

Milleproroghe, domani
il voto di fiducia

taxiIl Governo va avanti sul Milleproroghe e pone anche alla Camera la fiducia per la conversione del decreto legge. Il dl, già approvato dal Senato, dovrebbe quindi diventare legge entro giovedì alle 13. Nel frattempo, il ministro Graziano Delrio, titolare del dicastero dei Trasporti, potrebbe scrivere un’apposita legge delega per venire incontro alle esigenze di chi protesta e ha protestato in questi giorni.

Al centro delle proteste quelle dei tassiti, secondo i quali con la modifica – inserita nel Milleproroghe durante i lavori della commissione Affari costituzionali del Senato, si rimandano ancora le regole per mettere ordine tra le offerte alternative a quelle di categoria, come Uber.

Nel corso del dibattito per i socialisti è intervenuta la presidente del gruppo del Psi Pia Locatelli che ha annunciato il voto favorevole dei socialisti. “Noi socialisti voteremo la fiducia al Governo ma – ha aggiunto – non possiamo fare a meno di esprimere il nostro rammarico, come abbiamo fatto più volte per l’ennesimo ricorso a questo strumento. Il decreto Milleproroghe è un provvedimento che avrebbe richiesto un ampio dibattito da parte di tutti e due i rami del Parlamento; ci troviamo invece costretti dai tempi a votare un testo blindato. Capiamo l’urgenza, visto che, come ci ha detto la ministra Finocchiaro, scade il decreto scade martedì, ma non possiamo non esprimere il nostro disagio. Altrettanto non possiamo non denunciare, in modo certamente più vibrato, quanto è avvenuto in questi giorni nella Capitale, con manifestazioni che sono andate molto al di là del legittimo diritto alla protesta perché una parte della categoria non ha esitato a ricorrere anche a mezzi violenti per far sentire le proprie ragioni”.

Marx ed Engels e il richiamo ai proletari

marx engelsIl 21 Febbraio 1848 veniva pubblicato a Londra il Manifesto del Partito Comunista. Frutto di 2 anni di lavoro, rappresentava l’essenza del pensiero di Karl Marx e Friedrich Engels. L’opera è stata alla base dei movimenti operai degli anni successivi, dando un notevole slancio alle rivendicazioni proletarie. Il cuore del manifesto è proprio lo scontro tra borghesia e proletariato, le uniche due vere classi esistenti (secondo i filosofi).
La lotta tra chi ha e chi non ha è il vero e proprio motore della storia, nella quale si susseguono continuamente questi conflitti sociali. Le rivoluzioni permettono quindi il passaggio tra le diverse epoche, sovvertendo l’ordine sociale preesistente. La caduta della borghesia era quindi una conseguenza storica necessaria, sostenuta anche da una sua naturale tendenza all’autodistruzione.
Il capitalismo poggia infatti la sua forza sul plusvalore ed attraverso questo soggioga il lavoratore permettendo l’accumulo di ricchezze da parte di una stretta cerchia. Ma proprio questa concentrazione farà implodere tutto il “sistema”.
Le fila della borghesia si restringeranno sempre di più, mentre quelle della classe povera si estenderanno, generando così un punto di rottura. La rivoluzione armata che ne seguirà avrebbe portato a un rovesciamento del potere, con una vera e propria dittatura del proletariato.
Mettendo da parte la condivisione o meno di questi ideali, è indubbio che il Manifesto abbia dato una maggior forza alle rivendicazioni delle classi più povere e compattato il movimento operaio. Le rivendicazioni dell’800 coordinate dalle varie “Internazionali” ne sono una dimostrazione. È innegabile quindi l’apporto positivo di questa ideologia per la conquista dei “nuovi diritti” per le classi disagiate.
Allo stesso modo ha però dato adito ad alcuni dei regimi totalitari più feroci della storia. Dietro lo scudo dell’ideologia operaia si sono nascoste delle tremende repressioni le cui prime vittime furono proprio “gli ultimi”. Si pensi allo sterminio dei Kulaki nella Russia degli anni ‘30 o allo sfruttamento degli operai nella Cina monopartitica dei nostri giorni. Gli ideali di Marx sono stati paradossalmente usati per soggiogare i più deboli, stravolgendo di fatto i suoi intenti.

Federico Marcangeli
Blog Fondazione Nenni

Quando la Merlin chiuse quelle “case”

merlinpEra il 20 febbraio 1958 quando entrò in vigore legge n. 75 dal titolo “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione”, prima firmataria la senatrice socialista veneta Angelina Merlin detta Lina che darà il nome alla legge.

Approvata con i voti di comunisti, repubblicani e democristiani. Votarono contro liberali, radicali, missini e monarchici. I socialdemocratici furono contrari all’approvazione della legge, mentre alcuni socialisti abbandonarono per protesta il Partito. Si contarono 385 sì all’abolizione contro 115 no.

Pietro Nenni fu riluttante fino alla fine minacciando di rendere pubblici i nomi dei socialisti che possedevano bordelli. Celebre il commento di Benedetto Croce: “Eliminando le case chiuse non si distruggerebbe il male che rappresentano, ma si distruggerebbe il bene con il quale è contenuto, accerchiato e attenuato quel male”.

Scattata la mezzanotte chiusero 560 case chiuse, dove lavoravano 2.700 prostitute. Ogni prestazione costava da un minimo di 200 lire (5 minuti in una “casa” di terza categoria) fino a 4.000 (un’ora in una “casa” di lusso), cioè in moneta attuale da 2,4 a 48 euro. Ogni ragazza incontrava da 30 a 50 clienti al giorno. Lo Stato su questo ricavato incamerava una percentuale (circa 100 milioni di lire di allora, pari a 1,1 milioni di euro attuali) in cambio di alcuni controlli soprattutto sanitari. Questo fu lo snodo cruciale. Nel 1949 l’Onu aveva impegnato gli Stati membri a punire chi traeva guadagno dalla prostituzione altrui. E lo Stato italiano che era entrato nelle Nazioni Unite nel 1955, rischiava di finire sotto accusa.

Quella degli anni Cinquanta era un Italia divisa tra mogli e mamme con la moralità ineccepibile e case chiuse e prostitute. Insomma, vizi privati e pubbliche virtù, una contraddizione che un paio di decenni dopo le femministe fecero esplodere con un famoso slogan: “Non più puttane, non più madonne, finalmente siamo donne”. Una legge nata per “abolire la regolamentazione della prostituzione, difendere la libertà personale di chi si prostituisce e pervenire ad una più efficace lotta nei confronti di ogni forma di parassitismo”.

La legge Merlin era la fotocopia della legge “Loi Richard” varata in Francia nel 1946 per iniziativa di due personaggi molto diversi: Marcel Roclore, deputato repubblicano (di destra), e Marthe Richard, una donna controversa, ex-prostituta, ex-spia ed ex-pilota di aerei, che nel dopoguerra era stata eletta consigliere comunale a Parigi. La Richard aveva prodotto un decreto locale che Roclore aveva poi trasformato in legge nazionale.

I suoi omologhi francesi ebbero molto più successo della Lina nazionale. Marthe Richard si dedicò ad attività culturali, ricevendo un premio di letteratura erotica e Marcel Roclore diventò Ministro della Salute.

Lina Merlin invece venne esclusa dal Psi dalle liste dei candidati alle elezioni nel 1963. Lei polemizzò con la destra e la sinistra definendoli “fascisti rilegittimati, analfabeti politici e servitorelli dello stalinisimo” e strappò la tessera del partito.

Per molti fu una conquista di civiltà. Per altri una legge ipocrita. Per i movimenti femminili una vittoria. Per la polizia un problema, perché la prostituzione non sparì ma si riversò nelle strade. Ciò non toglie che pur creando un vuoto ambiguo, la legge rappresentò un segno di civiltà e la Merlin in quella battaglia ci mise tutta la sua passione.

Valentina Bombardieri
Blog Fondazione Nenni