Democrazia e voto.
Renzi, la cabala 40.8%

D'Alema-Renzi-UeMassimo D’Alema sembra aver confidato nell’aiuto divino per la vittoria del No al referendum sulla riforma costituzionale del governo. L’esponente della sinistra del Pd, alla vigilia del voto del 4 dicembre, pare abbia assicurato a un amico: «La Madonna è con noi». L’invocazione dell’ex presidente del Consiglio, se c’è stata, ha funzionato.
Matteo Renzi è stato sconfitto al referendum e sonoramente: il 59,11% degli elettori ha votato No al superamento del bicameralismo paritario e solo il 40,89% ha tracciato una croce sul Sì. Ben 19.419.528 cittadini hanno respinto il progetto renziano di modernizzare e semplificare le istituzioni mentre appena 13.432.187 lo hanno promosso.
Gli italiani hanno affollato le urne: i votanti sono arrivati al 65,5%. È stata bocciata la revisione della Costituzione del presidente del Consiglio e segretario del Pd, la riforma centrale del suo governo. Renzi ne ha preso atto e ha immediatamente annunciato le sue dimissioni da presidente del Consiglio. Non ha perso il piacere per le battute: «Volevo tagliare le poltrone della politica e alla fine è saltata la mia».
Ora tutte le decisioni passeranno nelle mani di Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica dovrà valutare la delicata crisi. Sono improbabili le elezioni politiche anticipate chieste dal M5S, dalla Lega Nord e da Fratelli d’Italia. C’è l’urgenza di approvare il disegno di legge di Bilancio (votato dalla Camera e non ancora dal Senato), un provvedimento fondamentale per la finanza pubblica italiana. C’è anche la necessità di varare un nuovo sistema elettorale per le politiche o, comunque, di cambiare in profondità l’Italicum (la legge elettorale voluta da Renzi, legata strettamente alla riforma costituzionale naufragata, prevede solo l’elezione dei deputati e non dei senatori). Mattarella dovrà verificare se esiste una maggioranza in Parlamento per affrontare queste due priorità e a chi affidare l’incarico di guidare il nuovo governo.
È difficile la nascita di un Renzi bis, l’incarico di formare un nuovo esecutivo potrebbe andare ad una figura di carattere istituzionale (tra i papabili c’è il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e il presidente del Senato Pietro Grasso).
La batosta è pesante. Il voto referendario, di fatto, si è trasformato in un referendum su Renzi, sulle sue riforme strutturali, sui suoi quasi tre anni di governo. Renzi ha personalizzato e politicizzato il voto. Da solo ha sfidato tutti: Beppe Grillo (M5S), Silvio Berlusconi (Forza Italia), Matteo Salvini (Lega Nord), Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia), Nichi Vendola e Stefano Fassina (Sinistra Italiana), Mario Monti (ex presidente del Consiglio del governo tecnico del 2011-2012), Pier Luigi Bersani (sinistra Pd). Negli ultimi giorni ha avuto un aiuto tiepido solo da Romano Prodi, ex presidente del Consiglio e inventore dell’Ulivo e del Pd.
Renzi ha perso clamorosamente la sfida. Ha vinto la protesta sociale. Praticamente tutta Italia (tranne le roccaforti emiliane, toscane e trentine) hanno bocciato la riforma costituzionale. La Grande crisi internazionale del 2008 e la globalizzazione hanno avuto gravissime conseguenze economiche e sociali. La chiusura di molte fabbriche, la disoccupazione, il precariato, la valanga dell’immigrazione, la Ue a trazione tedesca, il forte impoverimento hanno spinto il ceto medio e quello operaio a votare in massa contro la classe dirigente e il governo (come è già avvenuto in Gran Bretagna con il referendum sull’uscita dalla Ue e negli Usa con l’elezione di Donald Trump a presidente, come successore di Barack Obama).
La grande maggioranza degli italiani ha respinto la riforma costituzionale, ha votato Sì solo il 40,89%, un numero strano. C’è una singolare coincidenza. Ancora una volta, nel destino di Renzi, compare il 40,8%: questo per lui è un numero da cabala. Lo stesso numero, in situazioni diverse, ha avuto per lui prima una valenza fortunata e poi infausta. Il presidente del Consiglio nel 2014, appena due anni fa, trionfò nelle elezioni europee proprio con il 40,8% dei voti, sgominando tutte le opposizioni e mettendo nell’angolo tutti gli alleati. Adesso nel referendum, con lo stesso numero, ha conosciuto una disfatta.

Il giovane “rottamatore” di Firenze è finito “rottamato”. Ha commentato: «Mi assumo tutte le responsabilità della sconfitta e dico agli amici del Sì che ho perso io, non voi». Ora si apre una nuova fase politica, con probabili nuovi equilibri.

Rodolfo Ruocco

La politica italiana tra vecchi e nuovi populismi

Grillo-CagliariChi conta davvero nella politica italiana sono i vecchi e i nuovi populisti. Cacciano e ottengono voti su programmi e promesse popolari poi non mantenuti o rispettati solo in parte. Il nuovo scontro tra populismi diversi adesso c’è sul referendum del 4 dicembre. Beppe Grillo, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini sono schierati per il “no” alla riforma costituzionale del governo, Matteo Renzi è per il “sì”. Il garante del M5S, il presidente di Forza Italia, il segretario della Lega Nord e il presidente del Consiglio, pur da posizioni e con toni diversi, suonano la tromba del populismo.

La chiusura di molte fabbriche in Italia, causata dalla globalizzazione e dalla Grande recessione internazionale del 2008, ha provocato laceranti ferite sociali. La disoccupazione e il precariato hanno colpito duramente i lavoratori. La disperazione degli operai (sono ancora 8 milioni tra industria e servizi nel nostro paese) e l’impoverimento del ceto medio impaurito non hanno avuto adeguate e convincenti risposte dalla sinistra, così il populismo ha fatto breccia.

Grillo e Salvini sono dei populisti estremisti dai toni aggressivi. Berlusconi e Renzi, invece, si dichiarano riformisti, tuttavia usano tecniche tipicamente populiste. Grillo, fondatore dei cinquestelle per metà di sinistra e per metà di destra, non nasconde di essere un populista, anzi lo ha rivendicato. Due anni fa dichiarò in una conferenza stampa alla Camera: «Sono fiero di essere populista». Attacca la Germania, vorrebbe uscire dall’euro, intende chiudere l’accesso agli immigrati stranieri, propone il reddito di cittadinanza. Giudica “morti” i partiti tradizionali, punta il dito contro “la dittatura dolce” di Renzi, si considera l’unico baluardo contro l’estrema destra e “il nazismo” che sta vincendo in Europa. L’obiettivo è dare una spallata al sistema politico a colpi di “vaffa…” e con una opposizione totale vuole conquistare il governo.

Salvini cerca di ottenere la guida del centro-destra. L’anno scorso in un comizio a piazza del Popolo a Roma ha proclamato: «Io sono un populista». Ha come modello e alleata la post fascista Marine Le Pen in Francia. Rivendica il recupero della piena sovranità dell’Italia dall’Unione europea, lo sganciamento dall’euro, la chiusura delle frontiere agli immigrati, una opposizione con “la ruspa” per abbattere Renzi. Ha iniziato a trasformare la Lega Nord da partito localista delle regioni ricche del settentrione in una forza nazionale di destra.

Berlusconi aborre l’estremismo, non si è mai dichiarato populista, ma è stato prodigo nel promettere a imprenditori, lavoratori autonomi e dipendenti “meno tasse, meno sindacati, meno Stato” e “più sviluppo”. Nel 1994 divenne presidente del Consiglio teorizzando “la rivoluzione liberale”, ergendosi a difensore dei “moderati” e divenendo leader di un centro-destra unito. Fu tra i fondatori della Seconda Repubblica all’insegna del bipolarismo e della “religione” del sistema elettorale maggioritario. Accusa di essere stato vittima di “cinque colpi di Stato” da parte della sinistra e di una parte della magistratura. Attacca il presidente del Consiglio e segretario del Pd perché si muove per essere “un uomo solo al comando”, ma non esclude la possibilità di definire nuove intese istituzionali.

Renzi, da quasi tre anni al governo, si presenta come il campione del riformismo contro il populismo. Si vanta di essere il segretario del “più grande partito riformista dell’Europa”, il Pd. Ha avviato un programma di riforme strutturali attaccando “i gufi”, “i tecnocrati”, “i frenatori” europei ed italiani. Si vanta di aver cominciato a ridurre “le tasse”, di aver conseguito una ripresa economica sia pure debole, di combattere la disoccupazione e la politica di rigore europea voluta dalla Germania. Annuncia nuovi tagli alle imposte nel 2017 per favorire i consumi e la ripresa. Respinge come folli le accuse di essere un dittatore e rivendica, da presidente del Consiglio, di essere l’artefice dello lotta alla “Casta” della politica e della burocrazia. Ora ha confessato a ‘Repubblica tv’: «Sono un populista mite».
In passato lo scontro politico in Italia era tra sinistra e destra, tra riformisti e rivoluzionari, tra populisti e anti populisti. Adesso, invece, la partita si gioca tra populisti estremisti e populisti miti.

Rodolfo Ruocco

In calo natalità anche degli stranieri

Nel 2015 il numero medio di figli per donna in Italia è sceso a 1,35 (era 1,46 nel 2010). In particolare le donne italiane hanno in media 1,27 figli, le straniere residenti in Italia 1,94. 2,1 figli per donna è invece la fatidica “soglia di sostituzione”, quella che consentirebbe alla popolazione di sostituirsi.


natalitaNatalità e vita lavorativa: i numeri che ci bocciano

di Giulia Clarizia

La cicogna ha smarrito la rotta per l’Italia e arriva sempre meno. Gli ultimi dati dell’ISTAT parlano chiaro, confermando la tendenza alla diminuzione della natalità. Per dare dei numeri, nel 2015 sono nati quasi 17 mila bambini in meno rispetto al 2014, 91 mila rispetto al 2008.

Ma le statistiche non dicono solo questo. Ci dicono anche che il calo è più forte nelle famiglie con entrambi i genitori italiani, sebbene anche il tasso di natalità nelle coppie miste o di entrambi i genitori stranieri sia in leggero calo.

Sembrerebbe che le donne italiane siano ultimamente poco propense ad avere figli, e che li facciano sempre più tardi. È in aumento infatti il tasso delle donne italiane che hanno figli oltre i 40 anni.

Inoltre, la media di figli per donna è pari a 1,35.

Famiglie poco numerose, con una crescita delle nascite al di fuori del matrimonio. Sono sempre meno infatti le coppie che in Italia decidono di sposarsi, cosa che, sempre secondo l’ISTAT, avrebbe influenzato il calo.

Secondo la statistica dell’Eurostat dello scorso luglio, l’Italia ha il tasso di natalità più basso d’Europa.

Al primo posto c’è invece l’Irlanda, seguita da Francia e Gran Bretagna. Anche in questi paesi però, la tendenza degli ultimi anni è in calo, il che fa pensare a un invecchiamento generale dell’Europa.

Mentre in Irlanda ci si è direttamente dati da fare per migliorare le statistiche europee, in Italia si è organizzato il Fertility Day, preceduto dal Family Day – perché chiamarla “giornata della fertilità” sarebbe stato fuori moda. Peccato che i toni del primo siano stati totalmente fallimentari e quelli il secondo rumorosamente ricattatori visto che chi lo organizza era animato da un unico interesse: fermare le unioni civili, prendere a randellate la modernità che è fatta anche di una idea di famiglia in piena evoluzione.

Per fare un altro esempio, lo scorso anno in Danimarca, paese che non presentava un tasso di nascite particolarmente brillante, per incentivare la procreazione è stato lanciato un simpatico spot in televisione intitolato “Do it for mum”. Nello spot, si esortavano le aspiranti nonne a regalare una vacanza rilassante alle giovani coppie, o consigliava a queste ultime di fare sport insieme per stimolare le endorfine. Sarà una coincidenza, ma nell’estate 2015 sono state registrate circa 1200 nascite in più rispetto all’anno precedente.

Questo provvedimento, non è poi così distante, di fatto, dalla campagna lanciata dal Fertilty Day, che però sbagliando i toni attraverso una dissennata campagna pubblicitaria ha prodotto l’unico effetto di un polverone di critiche (e una torsione ideologica a vantaggio di una parte politica) anche perché gli slogan della serie “Ricordati che devi morire” non suscitano molta simpatia (l’unica che riusciva simpatica, accanto a Vittorio De Sica, era Tina Pica), né tanto meno fanno venire voglia di contribuire alla replica del “miracolo della vita”.

Un altro problema in Italia, è che non appena si accenna all’idea di incentivare le nascite, il provvedimento viene immediatamente collegato al fascismo, che incoraggiava a sposarsi e fare molti figli, futuri guerrieri per la potenza dello Stato.

Che si voglia accettare o no, una società che genera poca nuova vita è una società insicura e in crisi (anche economica: il Pil è figlio legittimo, è proprio il caso di dire, del tasso di natalità).

Ma poi c’è un problema: l’ingresso lento nel mondo del lavoro, spesso favorito dal ricorso a formule contrattuali che non garantiscono grandi prospettive e sconsigliano programmi impegnativi per il futuro. Se i giovani, i più fertili, non trovano una stabilità nella vita e a trent’anni spesso vivono ancora con mamma e papà, come possono pensare di mettere su famiglia?

Questo si collega ad un altra statistica che ha ugualmente visto l’Italia in fondo alla classifica europea. Secondo l’Eurostat, il nostro è il paese in cui la vita lavorativa dura di meno, nonostante la legge Fornero del 2012 che ha innalzato l’età minima per le pensioni. Infatti, da noi la vita media lavorativa è di circa 20 anni in meno che in Svezia. Particolarmente bassa poi è l’aspettativa delle donne: vent’anni anni, contro i 35 della Svezia.

Se dobbiamo escludere (ormai) dalle cause il fatto che la gente normalmente smetta di lavorare presto, dobbiamo al contrario considerare il fatto che in Italia si vada a lavorare tardi.

Un altro dato rilevante, è che sono moltissimi i ragazzi che escono in ritardo dall’università. Laurearsi fuori corso sta diventando più la normalità che l’eccezione, e la laurea da sola non basta. Oggi, se non hai un curriculum lungo 10 pagine, se non fai master, corsi post-laurea ecc. non ti senti nessuno, non sei competitivo. Se un ragazzo esce dall’università a 27 anni, poi fa un anno di master, poi prova a cercare lavoro e se riesce a firmare un contratto da stagista di 6 mesi qua e là è un miracolo, non può far altro che rimandare l’idea di avere dei figli.

Insomma, invecchiamento della società, crisi della famiglia tradizionale, mancanza di stabilità, forse un pizzico di sindrome da Peter Pan: ecco cosa c’è dietro le cifre che segnano il paese con il più basso tasso di natalità e la più bassa aspettativa di vita lavorativa in Europa, uno scenario che induce alla riflessione e che dovrebbe portare provvedimenti risolutivi dall’alto, e buona volontà dal basso.

Giulia Clarizia

Blog Fondazione Nenni

Enrico Rossi e le proposte socialiste… da Sanders

rossi-rivoluzionarioEnrico Rossi, Presidente della Regione Toscana ha lanciato la sua candidatura alla segreteria del Pd già da tempo. Vuole andare al prossimo congresso con un’offerta e delle idee. Ieri, con le Fondazioni Nenni, Buozzi e Einaudi, ha presentato il suo libro-intervista Rivoluzione socialista (Castelvecchi, 128 pagine, 15 euro), scritto con Peppino Caldarola, al nuovo spazio “Mercato Centrale”. Un luogo nuovo, inaugurato da poco – quello di ieri era il primo evento nello spazio conferenze – a Roma (già aperto a Firenze da tempo) che vuole conciliare la cultura con il cibo tradizionale, nell’ex Dopolavoro della Stazione Termini. C’è una stazione anche nella sfida di Rossi al suo partito.

Rossi è convinto che si debba ricominciare dai valori del socialismo classico all’interno della Sinistra in Italia e in Europa. L’esperienza di Bernie Sanders negli Stati Uniti lo ha spronato ancora di più per la sua sfida. Il Movimento socialista attualizzato è al centro delle sue proposte: una critica radicale al capitalismo così com’è, regolazione del mercato, cercare di raggiungere il più possibile la piena occupazione, servizi che siano graduali e gratuiti. Ha portato alla platea esempi concreti, e esperienze personali, legate alla sua esperienza di sindaco di Pontedera, prima, e poi di assessore e di Presidente – non vuole che lo si chiami “governatore – toscano: l’industria, l’agricoltura, la sanità.

Hanno parlato insieme a Rossi il Presidente della Fondazione Einaudi, l’Avvocato Giuseppe Benedetto, e il nostro Presidente Giorgio Benvenuto. Moderava l’evento il direttore di Radio Radicale Alessio Falconio. Ci sono stati anche tre interventi dal pubblico su tematiche d’interesse sociale (il reddito minimo, l’autosufficienza) e sul referendum del 4 dicembre. È stato un dialogo aperto tra socialisti e idee liberali classiche, rappresentate dall’Avvocato Benedetto, che si è soffermato sul tema della giustizia. Benedetto è convinto che il garantismo e il primato della politica debbano essere difesi da lui come liberale e da Rossi come socialista. Il Presidente ha ripetuto che secondo lui “un avviso di garanzia è un avviso di garanzia. L’ho avuto anch’io”. Poi “c’è anche il rinvio a giudizio. Il cittadino finché è in corso l’indagine deve essere tutelato. Facendo il contrario abbiamo distrutto persone e intere carriere”. Secondo Rossi le ferite della crisi della Prima Repubblica sul tema non si sono ancora rimarginate, con una magistratura che è troppo protagonista. Giorgio Benvenuto e Rossi si trovano d’accordo su una politica che legittimi i corpi intermedi. “Sono nel sistema” secondo Benvenuto, “delegittimandoli si regalano voti a forze politiche che sono contro il sistema”.

Il Presidente Rossi è contrario a un prossimo congresso del PD anticipato o “breve e pasticciato”. Dovrà essere un congresso su idee, tesi, documenti per riunificare il PD, dilaniato dalla campagna referendaria. Ha, poi, ribadito che il 4 dicembre voterà Sì. La riforma non lo convince l’ha chiamata “riformetta” e dice: “Renzi ha sbagliato tutta la campagna elettorale”. Il regionalismo degli ultimi anni è stato un fallimento secondo Rossi, un “Federalismo di abbandono”. Una “tribuna nazionale” per le regioni e il nuovi rapporti con lo Stato possono migliorare la situazione.

Mauro Milano
Blog Fondazione Nenni

PES, le future generazioni cercano supporto oggi

Halloween-tempestaMercoledì, 16 Novembre, si è tenuto presso l’Università della Calabria in Arcavacata di Rende, “l’Action day” di presentazione del nuovo piano europeo della Gioventù promosso dal Partito Socialista Europeo. Da una nota congiunta firmata dal Presidente del Pes, Sergei Stanishev, dalla Presidente dello YES Laura Slimani e dall’Ambasciatrice dello Youth Plan designata dal PSI, Francesca Rosa D’Ambra si evoca l’importanza di questa data al fine di promuovere le nuove tematiche promosse dal PES in ambito delle Politiche giovanili. Sono stae più di cento le attività promosse in tutta Europa, in questo giorno.
Come riportato integralmente nella nota – Ogni generazione guarda all’Europa in modo diverso. Per la generazione che ha vissuto la seconda guerra mondiale, il progetto europeo ha rappresentato motivo di unità e promessa di prosperità con la garanzia che non sarebbero mai più accadute guerre nel continente. Per la generazione che è cresciuta nel blocco orientale, l’Europa ha rappresentato l’accesso alla libertà e la speranza di vivere un futuro migliore. Oggi, per la nuova generazione, nella fascia d’età compresa tra i 18-30 anni, l’Europa significa austerità, incertezza e mancanza di prospettive future. Questa situazione sta minacciando l’esistenza della stessa UE, come abbiamo visto negli ultimi mesi. Se vogliamo che tutti i giovani europei combattano per un’Europa coesa e unita, essa deve fornire garanzie per loro. Naturalmente, l’Europa significa pace, significa mobilità transfrontaliera, significa migliori condizioni di lavoro per donne e uomini. Ma i giovani d’Europa stanno perdendo fiducia in loro stessi a causa dell’alto tasso di disoccupazione ed è mortificante crogiolarsi sulla paghetta offerta dai genitori o lasciare il proprio paese d’origine al fine di trovare un emancipazione economica ma con la nostalgia della propria casa e dei propri affetti.
L’unico modo per superare la crisi della disoccupazione giovanile, la povertà e l’esclusione sociale in Europa è implementare e concertare una serie di investimenti sostenibili volti ad aumentare le competenze e le opportunità per i giovani. Ecco perché i socialisti europei e i socialdemocratici hanno come primo obiettivo, nella loro agenda politica, i giovani, l’occupazione e la protezione sociale – ed è questo l’obiettivo della giornata di azione per un nuovo piano della gioventù, organizzato il 16 novembre con campagne ed eventi pubblici in tutta Europa.
Il nostro Piano europeo per la gioventù si basa su quattro focus principali:
– Tutti i giovani hanno diritto di lavorare: Vogliamo fare in modo che il progetto di Garanzia Giovani abbia fondi a sufficienza  per andare avanti almeno fino al 2020, quindi vogliamo aumentare il finanziamento totale fino a 20 miliardi di euro.
– Cultura per tutti: chiediamo un assegno per la cultura europeo, un bonus che i giovani possano spendere per le attività culturali di loro gradimento.
– L’Istruzione è uno dei fulcri centrali della nostra coesione europea: chiediamo Erasmus per tutti, uno schema che avvantaggi tutti gli studenti partendo dalle scuole superiori e dalle scuole di formazione professionale includendo i giovani con condizioni economiche svantaggiate.
– La povertà infantile non è un’opzione: chiediamo maggiori garanzie per l’indigenza infantile per assicurare che tutti i bambini in Europa abbiano accesso all’assistenza sanitaria gratuita, all’istruzione gratuita, all’assistenza all’infanzia gratuita, a un alloggio decente e a un’adeguata alimentazione.
L’azione è davvero urgente. La Garanzia giovani, ad esempio, è stato uno dei progetti di maggiore successo promossi dal Partito dei Socialisti e Socialdemocratici Europei. Questo progetto è stato introdotto a seguito di diverse pressioni da parte della nostra famiglia politica. Assicura ad ogni giovane di età inferiore ai 25 anni, una volta terminati gli studi, l’offerta di un posto di lavoro, di apprendistato, di tirocinio o l’opportunità di formazione continua entro quattro mesi dal termine della scuola o dal momento in cui hanno perso il loro lavoro.
In soli tre anni, 9 milioni di giovani sono entrati nel circuito di garanzia giovani. Da un bilancio iniziale di 6,4 miliardi di euro, il progetto di garanzia giovani ha portato grandi cambiamenti strutturali in molti Stati membri. Attualmente vi sono 1,4 milioni di giovani disoccupati in meno.

Inutile dire che sia necessario potenziarlo ora più che mai. Il tasso di disoccupazione giovanile è a livelli record. Un giovane europeo su cinque è senza lavoro, più di un terzo non è in circuiti lavorativi da più di 12 mesi. Quando vengono adottate misure di austerità e tagli alla spesa, i giovani sono i primi a perdere il posto di lavoro o a trovarsi in una situazione di precariato.
Ma proprio in questo momento il progetto di garanzia giovani, si trova di fronte ad un futuro poco chiaro poiché la maggior parte del suo bilancio iniziale è esaurito e l’eventuale finanziamento fino al 2020 significherebbe la diminuzione annua del fondo del 75%.
Investire nelle competenze dei giovani è l’unico modo per controbilanciare gli effetti disastrosi delle misure di austerità adottate nel corso di questi ultimi anni. Vogliamo fare in modo che la Garanzia  Giovani abbia fondi a sufficienza  per andare avanti almeno fino al 2020, aumentando il finanziamento totale fino a 20 miliardi di euro e che si appresti a divenire un progetto permanente nell’agenda politica dell’occupazione europea.
Vogliamo rendere l’Europa un posto migliore per i giovani – un luogo in cui ognuno abbia la possibilità di sentirsi realizzato andando a lavorare ogni mattina e vivere un futuro prospero. Un luogo dove ogni bambino goda degli stessi diritti. Dove tutti i giovani possano avere scambi interculturali e avere l’opportunità di imparare all’estero.
Per i Socialisti e i Democratici europei, la solidarietà rappresenta la nostra linfa vitale. Così incoraggiamo tutti ad unirsi alla nostra Giornata, il 16 novembre e a sostenere tutti i giovani d’Europa – hanno concluso.

Sergei Stanishev
Presidente PSE

Laura Slimani,
Presidente YES

Francesca Rosa D’Ambra
Ambasciatrice Youth Plan PSI

La giunta Sala si divide
su esercito e sicurezza

Il commissario Expo Giuseppe Sala a Milano in occasione dell'incontro "Expo Milano 2015: le ragioni del successo", 16 dicembre 2015. ANSA / MATTEO BAZZI

Il commissario Expo Giuseppe Sala a Milano in occasione dell’incontro “Expo Milano 2015: le ragioni del successo”, 16 dicembre 2015.
ANSA / MATTEO BAZZI

Il referendum del 4 dicembre, quale che ne sia l’esito, produrrà effetti significativi nel quadro politico italiano senza risparmiare i governi di regioni e comuni. Nulla è scontato ma sembra prevalere, in caso di vittoria del No, la tendenza a evitare immediate elezioni politiche per non correre il rischio di un successo dei grillini, che scompiglierebbe il gioco delle forze politiche tradizionali.
Detto ciò non sono per nulla da escludere cambiamenti importanti a livello locale che spesso anticipano nuovi equilibri nazionali. Esplodono già le contraddizioni e i contrasti interni al centrodestra e al centrosinistra. Il fu Popolo della Libertà si è ormai liquefatto anche per effetto della rivendicazione di Matteo Salvini ad assumerne la guida con una connotazione lepenista. Che appare ai più una scelta minoritaria priva di grandi prospettive. Berlusconi, al momento occupato principalmente a succedere a sé stesso, avrebbe d’altra parte interesse a rientrare in gioco come al tempo del Nazareno. Certo – in caso di vittoria del Sì – sarebbe inutile accorrere in soccorso del vincitore, ma se fosse bocciata la riforma costituzionale garantire a Renzi una tregua, magari per fronteggiare una emergenza indotta dall’impennarsi del ben noto spread, potrebbe portargli interessanti dividendi politici.
Ma il leader indiscusso di Forza Italia sembra voler tenere i piedi in due staffe riconoscendo a Salvini lo status di alleato permanente di una coalizione destinata perdere fatalmente il voto dei moderati. Le ferite aperte dalla campagna referendaria rendono impossibile pensare ad un governo di unità nazionale, ma non è improbabile che si assista alla nascita di nuovi equilibri nelle amministrazioni locali che vedono protagoniste le aree politiche di centrodestra e di centrosinistra a vocazione di governo.
La vicenda del comune di Padova è un antipasto robusto di questo scenario e non dobbiamo dimenticare che ormai va delineandosi il posizionamento delle candidature per il rinnovo di alcuni consigli regionali tra cui la stessa Lombardia. E’ evidente che in questo quadro la scelta strategica di Salvini metta fortemente a rischio la posizione di Maroni (e in prospettiva quella di Toti nel qual caso è più corretto parlare di tentato suicidio politico) non lasciando del tutto tranquillo neppure il più solido Zaia. Qualche avvisaglia viene anche da Venezia dove l‘astuto sindaco di centrodestra Brugnaro, nel corso di un pubblico confronto con Beppe Sala sul referendum, si è portato avanti annunciando pubblicamente il suo appoggio alla causa del Sì (i maligni sottolineano che come Sindaco potrebbe diventare membro del nuovo Senato), attirandosi le ire di Salvini. E non è un caso che in laguna aleggi l’ipotesi di un rimpasto di maggioranza (e di giunta) con l’uscita della Lega e l’ingresso di esponenti renziani.
Ma il discorso vale, seppur in termini diversi, per una città saldamente in mano al Pd come Milano. Nella maggioranza e nella giunta oggi si confrontano in punta di fioretto due schieramenti: quello di chi, in un’ottica riformista, guarda ai risultati concreti che una qualunque amministrazione deve ottenere, e quello di chi, invece, vorrebbe mantenere un profilo ideologico-pedagogico dedito all’affermazione di una identità di sinistra. Ad esempio emergono alcune serie contraddizioni se si confrontano le posizioni del sindaco e di alcuni assessori sull’utilizzo esteso delle telecamere o sull’impiego dell’esercito per combattere la criminalità e garantire la sicurezza.
Da una parte si vogliono diffondere questi strumenti in città adottando le tecnologie più avanzate per una svolta digitale nella sicurezza e si chiede di utilizzare anche l’esercito, come hanno fatto lo stesso Sala e l’assessora Rozza. Dall’altra parte invece molti – tra cui la vicesindaca Scavuzzo – sostengono che la presenza dei militari produca una sensazione di “deriva totalitaria”: in questo senso si giudica diseducativo utilizzare le telecamere negli asili nido e nelle scuole, perché verrebbe meno il legame di fiducia con gli educatori.
La maggioranza di Sala, sia pur caratterizzata da una gestione day by day, è oggi sufficientemente solida per non incorrere in gravi incidenti di percorso. Anzi, il comune di Milano è oggi l’istituzione più forte in Lombardia giacché il governo regionale vivacchia stretto tra l’attivismo di Matteo Salvini che vuol dare alla Lega una nuova identità nazional-populista antieuropea e una fastidiosa vicenda giudiziaria ancora aperta che provoca qualche pensiero al governatore Maroni. D’altro canto anche le vicende giudiziarie di Expo – che sembravano destinate all’archiviazione – sono tornate sotto i riflettori per l’intervento della procura generale che ha tolto la pratica ai pm.
Dopo il referendum qualche carta potrebbe essere rimescolata aprendo delicate questioni di equilibrio politico anche nel Pd. Questa è la ragione di fondo per cui il sindaco di Milano ha tutto l’interesse a tessere una solida rete di rapporti costruttivi con quella parte di opposizione disponibile al confronto, che potrà essere molto utile nell’immediato futuro.

Walter Galbusera
Formiche.net

L’Europa fissa gli obiettivi di sviluppo per tutti

Patto stabilita-EuropaPer la prima volta nella storia, ieri, l’Unione Europea ha fissato l’obiettivo di sviluppo per l’eurozona in +0,5% del PIL. Significa che per i Paesi dell’Eurozona il PIL dovrebbe crescere in media dello 0,5%. Alcuni Paesi supereranno la media prefissata di sviluppo, altri Paesi si troveranno al di sotto di tale media. La Commissione dell’UE ha fissato le regole. Chi si troverà sopra la media verrà premiato, chi si troverà nella media o ad un livello inferiore verrà penalizzato. Paesi come la Germania che potrebbero trovarsi molto probabilmente ad un livello di sviluppo maggiore, potranno utilizzare la differenza in eccedenza per alimentare una domanda interna e per nuovi investimenti. I Paesi che non avranno un surplus del PIL rispetto all’obiettivo, dovranno fare i conti con i problemi di bilancio per rispettare i parametri fissati dalla UE. Facilmente si può dedurre che i Paesi con l’incremento più alto del PIL avranno più possibilità di crescita futura della propria economia, mentre i Paesi della UE con una economia più debole continueranno ad essere penalizzati nella costruzione di un loro sviluppo economico. Questo segnale è in controtendenza rispetto ai principi fondanti dell’Unione Europea. Gli accordi originari si fondano sul concetto di solidarietà tra i popoli.

Per risolvere la crisi cronica dell’UE, bisognerebbe superare il clima da consorteria che aleggia tra i Governi presenti nella Commissione Europea. Bisognerebbe continuare seriamente il processo di unificazione e di integrazione per la costruzione di una Unione Europea in Stato Federato. Si dovrebbe iniziare a lavorare al più presto possibile per definirne la Costituzione, per omogeneizzare il costo della vita tra i diversi paesi aderenti, unificare il welfare, la contrattazione del lavoro, la politica fiscale, la difesa e la politica estera. Certamente ci vorrà del tempo, ma è indispensabile che gli atti della UE siano gradualmente finalizzati al raggiungimento di tale obiettivo. Invece, oggi, si alimentano tensioni e spinte centrifughe come se ci fosse una volontà recondita e perversa finalizzata allo sgretolamento dell’Unione Europea. L’Europa Nazione consentirebbe, nel tempo, notevoli risparmi sulla spesa della pubblica amministrazione liberando risorse che potrebbero essere investite in una diversa politica di sviluppo economico in cui il PIL dell’eurozona potrebbe crescere con valori percentuali interi superando la marginalità degli obiettivi conseguibili attualmente. Se l’Italia si è astenuta per l’approvazione del bilancio dell’UE, ha ragioni ben fondate. Sono troppo esigue le risorse messe a disposizione dell’Italia per sostenerla sulle questioni di cui l’Italia necessita.

Oltre ai fondi per lo sviluppo sostenibile, non si riscontrano aiuti significativi per le calamità naturali che hanno colpito l’Italia e sono insufficienti le risorse messe a disposizione per fronteggiare le problematiche dell’immigrazione di massa dall’Africa e da altre zone del mondo.

Salvatore Rondello

L’amministrazione Trump ‘copia’ Sanders

trump-votoAlla fine, anche se dopo il gran botto, tutti, dagli analisti più blasonati fino al più sprovveduto sondaggista, hanno dovuto riconoscere che Donald Trump ha vinto perché ha affrontato di petto i problemi economici e occupazionali che affliggono la stragrande maggioranza degli americani. Di coloro che lavorano per vivere, di quei cittadini che negli Stati Uniti chiamano la “middle class”. Anche in Italia nessun media aveva capito che questa America non era preoccupata primariamente per l’immigrazione, la politica estera, le guerre o il terrorismo bensì per il proprio livello di vita.
In tutti i suoi discorsi Trump ha ripetuto che “oggi, 92 milioni di americani sono ai margini, fuori dalla forza lavoro, non sono parte della nostra economia. È la nazione silenziosa degli americani disoccupati.”. Se molti votanti vi hanno creduto, allora vuol dire che le statistiche ufficiali, che osannavano la grande ripresa con milioni di nuovi posti di lavoro, non riflettevano la verità, la situazione reale.
È quindi proprio sul fronte dell’economia che la polemica di Trump contro l’establishment ha fatto presa e ha coagulato il voto di protesta. Adesso si dovrà vedere quanto delle tante promesse fatte in campagna elettorale egli sarà capace di mantenere.
Nel suo discorso della vittoria ha ribadito l’intenzione di voler “investire almeno 1.000 miliardi di dollari nelle infrastrutture”. Prevede investimenti addirittura per 50.000 miliardi di dollari nei settori dell’energia. I tassi di interesse non saranno in futuro così bassi come quelli odierni, ha detto, per cui oggi è il momento migliore anche per fare nuovi debiti per costruire nuovi aeroporti, ponti, autostrade, treni veloci, ecc. E ha aggiunto che intende usare la leva del credito, che lui ama molto, per moltiplicare le disponibilità finanziarie necessarie.
Al riguardo è però opportuno ricordare che ad agosto alcuni banchieri d’assalto avevano già avanzato la proposta di creare proprio una banca per le infrastrutture per mille miliardi di dollari. Come sempre occorrerà vedere chi sarà alla testa di una simile operazione e sulla base di quali principi economici verrebbe realizzata.
Questa politica di investimenti dovrebbe essere parte di una serie di iniziative miranti a creare 25 milioni di nuovi posti di lavoro in 10 anni, mantenendo un tasso di crescita annuo del 3,5%. Per sostenere un tale progetto, Trump ha aggiunto di volere ridurre al 15% la pressione fiscale delle imprese, che attualmente negli Usa è del 35%.
Per passare dai numeri ai fatti la strada si farà difficile e complicata, soprattutto se dovesse pensare che si possano ottenere simili risultati lasciando che i mercati operino da soli, senza alcuna guida o correzione. In questo, il nuovo presidente crede, forse per troppa convinzione ideologica liberista, che una diminuzione delle tasse porti automaticamente a più posti di lavoro. Nei passati anni molti desiderati automatismi economici e monetari si sono rivelati delle pure illusioni sia negli Usa che in Europa.
Trump riconosce che il deficit commerciale annuale americano di 800 miliardi di dollari nei confronti del resto del mondo non è più sostenibile. Vuole rinegoziare gli accordi commerciali con il Messico e il Canada e cancellare quello con i Paesi del Pacifico. Per il neo presidente la Cina è il principale ‘nemico’ economico che manipola, con le svalutazioni, la propria moneta, per cui essa dovrà essere fatta oggetto di sanzioni e dazi. Per Trump si tratta di politiche che penalizzano l’occupazione negli Usa. Al di là di certi slogan protezionistici, sarà certamente una prova molto complessa quella di bilanciare la ripresa occupazionale interna con la stabilità delle relazioni commerciali internazionali.
E’ importante che in campagna elettorale, copiando un intervento del democratico Bernie Sanders, Trump abbia posto al centro del dibattito l’idea di reintrodurre la Glass-Steagall Act per la separazione bancaria. Si tratta della legge voluta nel 1933 da Roosevelt per mettere un freno alla speculazione finanziaria fatta dalle banche con i soldi dei risparmiatori. Purtroppo fu proprio Bill Clinton nel 1998 a cancellarla, aprendo così la strada allo tsunami speculativo fatto di derivati finanziari e di altri titoli tossici che hanno portato alla grande crisi bancaria del 2008 e alla susseguente depressione economica mondiale.
Al riguardo Trump, sempre imitando Sanders, ha denunciato la cosiddetta riforma Dodd-Frank del sistema finanziario americano come “un disastro che penalizza i piccoli imprenditori e i loro tentativi di accedere al credito” . Secondo lui un principio di giustizia più equa vuole che anche Wall Street sia sottoposta a regole stringenti.
Nel campo economico e finanziario di carne al fuoco ne ha messo tantissima. Occorrerà aspettare per vedere. Ma nemmeno troppo a lungo. Si potranno già capire le reali politiche dell’amministrazione Trump quando nominerà i ministri chiave. Se, per esempio, al Tesoro dovesse andare un banchiere, sia esso della Goldman Sachs o della JP Morgan di cui tanto si parla, allora sarà chiaro che alle tante parole e alle tante promesse, difficilmente seguiranno fatti nuovi.
Comunque è troppo presto per avere certezze. Le incognite non sono poche. Abbiamo il dovere di verificare prima di dare giudizi definitivi. Per il momento vi sono le parole. A noi corre l’obbligo di ricordare che tra il dire e il fare molto spesso c’è di mezzo il mare.

Mario Lettieri e Paolo Raimondi

In democrazia il popolo non sempre è sovrano

gentileLo storico Emilio Gentile, in un recente libro della collana “Idola”, edita da Laterza (“In democrazia il popolo è sempre sovrano”. Falso!), svolge alcune riflessioni sulla democrazia e il popolo sovrano, contribuendo a chiarire le idee, rese molto confuse dal recente dibattito massmediatico sulla natura della democrazia rappresentativa. Gentile sottolinea, in particolare, il “malessere che sta mutando la democrazia rappresentativa in democrazia recitativa, dove al popolo sovrano è assegnata solo la parte di comparsa nel momento delle elezioni”.
Democrazia – afferma Gentile – significa “potere del popolo”; in quanto titolare della democrazia, il popolo è anche titolare della sovranità, ovvero della somma dei poteri di governo di una data comunità, statualmente organizzata; di conseguenza, se in uno Stato democratico è sovrano il popolo, “nessun governante può essere al di sopra del popolo o al di fuori del popolo. Dalla volontà dei governati deriva ogni autorità dei governanti”.
Ci sono però molte definizioni di democrazia; al fine di sgombrare il campo da tutti i “se” e da tutti i “ma” che potrebbero essere avanzati per “precisare” e “integrare” l’articolazione del suo discorso, sino a renderlo poco comprensibile e “nebuloso”, Gentile dichiara di riferirsi alla definizione di democrazia rappresentativa avanzata da Raymond Aron; secondo il sociologo francese, quando nel mondo contemporaneo, si parla “di democrazia moderna, e non di quella ateniese, i caratteri fondamentali dei regimi democratici sono appunto le elezioni, il regime rappresentativo, la lotta fra i partiti e la possibilità del cambiamento pacifico del governo”.
Nel mondo attuale, la democrazia rappresentativa appare trionfante – sottolinea Gentile – e “quasi tutti i governi affermano di essere democratici, e quasi tutte le costituzioni degli Stati esistenti dichiarano che la fonte di ogni potere è il popolo sovrano”; si dà il caso che si debbano nutrire seri dubbi sulle veridicità di queste affermazioni, perché, com’è nell’esperienza di tutti, la “democrazia è molto malata, e molte sono le insidie che mirano a privare il popolo della sua sovranità”.
L’affermazione che la democrazia appaia trionfante nel mondo moderno, ma nello stesso tempo sia afflitta da una “malattia che potrebbe essere mortale”, può sembrare una contraddizione; questa, però, è nella realtà della vita politica moderna e, per avvertirla, basta considerare se la democrazia, nonostante sia trionfante, sia anche realmente operante.
Tutta la storia della democrazia moderna negli ultimi due secoli, “dalle rivoluzioni democratiche del Settecento ai giorni nostri – afferma Gentile – è stata una storia di lotte, di sconfitte e di conquiste, un avvicendarsi di successi e insuccessi, fra moti, sommosse, manifestazioni di massa, rivolte, rivoluzioni, guerre civili, guerre fra Stati, e persino due guerre mondiali: tutte combattute per riconoscere al popolo sovrano, a tutti i popoli del mondo, il diritto di vivere in libertà e dignità”.
Le lotte hanno realmente contribuito a migliorare le condizioni dell’esistenza di buona parte dell’umanità. Vi sono stati, e continuano ad esservi, dei realisti critici della democrazia rappresentativa, come ad esempio Vilfredo Pareto, Gaetano Mosca e Joseph Alois Schumpeter, secondo i quali il popolo non ha mai governato, nel senso che il potere è sempre stato detenuto ed esercitato da una minoranza variamente denominata classe politica, élite, oligarchia; d’altronde, anche Gentile pensa che il popolo sovrano sia “uno dei grandi idoli della modernità”. Tuttavia, non può essere negato che in nome del popolo sovrano è stata compiuta la grande impresa, consistita nella “traslazione della sovranità da Dio all’uomo” e nella “proclamazione degli esseri umani padroni del proprio destino”. Oggi, sottolinea Gentile, tranne le monarchie assolute di alcuni paesi, tutti gli Stati hanno costituzioni nelle quali è affermato che la sovranità è esercitata dal popolo.
Ciò nondimeno, negli ultimi tempi, la democrazia rappresentativa è passata dal “trionfo alla ritirata”. Ciò è particolarmente vero soprattutto se si considera quanto accade, o sta accadendo, al popolo sovrano nelle democrazie rappresentative di più consolidata tradizione liberale. Secondo alcuni critici attuali, a determinare l’arretramento della democrazia è il dilagare della corruzione (intesa questa non solamente ed esclusivamente in termini di reati comuni) come aspetto ormai pervasivo della vita politica. Tuttavia, la corruzione, a parere di Gentile, non è l’unico fattore a determinare la “ritirata” della democrazia; un altro fattore è il degrado della comunicazione politica di massa, a causa della personalizzazione della politica; accanto a questa vi è anche la decadenza della “discussione politica seria”, dovuta al ricorso all’industria dello spettacolo per indirizzare il comportamento di voto del popolo; fatti, questi, che impediscono al popolo stesso di dare forma autonoma alla valutazione dei propri interessi.
L’insieme dei fattori corruttivi della democrazia ha determinato, o sta determinando, la concentrazione nelle mani di una minoranza di governanti, i quali, legati e proni agli interessi dei poteri forti, contribuiscono alla “ritirata” delle democrazia, con la sua trasformazione “in postdemocrazia o democrazia recitativa”: dove il “popolo rimane sovrano nella retorica costituzionale ma nella realtà è desovranizzato”. La difettività della democrazia non è però solo un fenomeno recente; dacché è nata, a partire della rivoluzione americana e da quella francese, la democrazia è sempre stata accompagnata dall’”alone dell’ideale e dall’ombra dell’ipocrisia”, due fattori inevitabilmente conflittuali: in America la dichiarazione dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani non ha impedito le discriminazioni razziali e le guerre di sterminio contro i nativi, mentre in Francia la stessa dichiarazione di uguaglianza non ha impedito che si negassero, ad esempio, alle donne gli stessi diritti riconosciuti agli uomini.
Il conflitto è evidente soprattutto nel mondo attuale, “dove per la prima volta nella storia umana quasi tutti i popoli organizzati in Stati indipendenti e sovrani sono membri di un’unica organizzazione internazionale, l’ONU, che professa i principi, i valori, gli ideali e gli scopi della sovranità popolare”: la realtà, però, è molto distante dall’immagine che danno di sé, non solo le Nazioni Unite, ma anche gli Stati democratici, nei quali alla democrazia rappresentativa si è sostituita una democrazia recitativa, con i governanti che hanno espropriato il popolo della sua sovranità, nonostante continuino a proclamare d’”essere i suoi più genuini e devoti rappresentanti”.
A parere di Gentile, non è possibile prevedere come evolverà la democrazia recitativa. La complessità del fenomeno rende difficile ogni previsione; ma, in ultima istanza, afferma lo storico, finché i governanti saranno eletti dai governati, dipenderà da questi la loro elezione, nel senso che dipenderà dai governati se vorranno tornare ad essere sovrani e “protagonisti di una democrazia rappresentativa”, oppure continuare ad essere ridotti a semplici comparse in una democrazia recitativa.
Ciò non significa eliminare del tutto dalla democrazia rappresentativa l’ombra dell’”ipocrisia”; al di là però della “gag” di Winston Churchill, secondo il quale la democrazia è la peggior forma di governo, eccetto le altre forme sperimentate sinora, non sarà sufficiente una riforma della costituzione e delle istituzioni parlamentari per porre rimedio all’espropriazione della sovranità della quale è stato “vittima” il popolo.
Occorrerà, invece, eliminare la cause che hanno condotto alla postdemocrazia, rimuovendo in particolare ciò che, secondo John Rawls, ha originato una “zoppia genetica” della democrazia moderna, ovvero il fatto che essa, nel suo costituirsi, ha garantito in “ex ante” i valori di libertà, uguaglianza e solidarietà solo in termini formali e non anche in termini sostanziali; in tal modo, non è stato salvaguardato il principio cardine della democrazia, ovvero la paritaria partecipazione politica al governo della comunità, sia pure attraverso l’istituto della rappresentanza, su cui è fondata la sovranità del popolo. IL principio è stato disatteso dal modo di operare proprio delle istituzioni dello Stato democratico; questo, infatti, non ha saputo garantire nel tempo una parificazione delle posizioni individuali, evitando che queste fossero spesso determinate dal caso, oppure da condizionamenti esterni. In tal modo, si sono creare le premesse perché la democrazia rappresentativa fosse minata intrinsecamente dalla diffusione della corruzione, intesa come aspetto pervasivo della vita politica, che ha condotto il popolo ad essere espropriato della propria sovranità.
In conclusione, per affrancare la democrazia da molte delle sue criticità occorre riformare le costituzioni e le istituzioni degli Stati democratici, perché diventi possibile la realizzazione di una reale parificazione delle posizioni dei singoli componenti della società; se ciò non significa eliminare del tutto l’alone dell’”ipocrisia”, del quale la democrazia ha sinora sofferto, significa però, come afferma Gentile, di continuare a sentirsi “amico” della democrazia e non un suo “amante”; ciò perché chi ama una cosa, vede acriticamente in essa solo qualità per cui vale la pena di amarla, ignorandone i difetti e, cantandone le lodi anche quando non le merita.
L’essere amico e non amante delle democrazia, è infatti il solo modo per essere costantemente vigili e pronti a mobilitarsi, ogni volta che la “cosa amica” presenti un qualche difetto di funzionamento o sia esposta al pericoli di qualche insidia esterna. Le riforme costituzionali, o quelle delle istituzioni democratiche, che non rinforzino l’”amicizia con la democrazia” si collocano, perciò, solo nel segno della continuità del processo di espropriazione della sovranità del popolo.

Gianfranco Sabattini

Silvano Miniati, dalla parte di operai e contadini

silvano-miniatiÈ morto Silvano Miniati, a 82 anni, instancabile compagno e collaboratore del nostro giornale. La redazione dell’Avanti! si unisce al cordoglio della famiglia per la scomparsa di uno uomo che ha speso la sua vita dalla parte dei lavoratori e dei più deboli.

Qui di seguito l’articolo dedicato dalla Fondazione Nenni al compagno Silvano


Ciao Silvano

Ci mancherà Silvano Miniati, con quella sua schiettezza toscana, quella rudezza un po’ contadina, quella passione incontaminata che ha caratterizzato la sua vita. La battuta pronta e un bagaglio ricco di ideali, costruito con pazienza nel Psi, nel sindacato (prima la Cgil e poi la Uil dove per molti anni è stato il segretario generale dei pensionati, prima ancora organizzando per la confederazione grandi battaglie come quella, a metà degli anni Ottanta, contro l’evasione fiscale), in quella che un tempo veniva chiamata sinistra extra-parlamentare o ultra-parlamentare. Ha attraversato la vita politica di questo Paese partecipando a eventi storici che hanno inciso sulle sorti dell’Italia (la scissione del Psi che portò alla nascita del Psiup nel 1963 ma anche le grandi battaglie del’Autunno Caldo; la creazione di nuovi partiti come il Pdup o Democrazia proletaria). Ha vissuto molte vite in una vita sola, senza mai ammainare bandiera, con l’entusiasmo dei ragazzi e la lucidità di analisi degli adulti. Ha ricoperto molti incarichi (consigliere del Cnel e ultimamente vice-presidente della Fondazione Buozzi) eppure le mail che accompagnavano i suoi pezzi per questo Blog erano precedute da poche parole: “Vedi un po’ se può essere utile”. Avrebbe voluto mandarne uno anche qualche giorno fa: sull’invasione dell’Ungheria, sui mal di pancia che quella vicenda suscitò nel Psi, sulle fratture che creò e che portarono a quella scissione a cui lui aveva partecipato in veste di promotore. Ma non stava bene. Ci mancherà quell’articolo perché avrebbe probabilmente illuminato realtà che a molti di noi sfuggono. Ma ci mancherà soprattutto lui con quella sua battuta che rivolgeva normalmente a chi ancora oggi, a distanza di anni, continua a dichiararsi lombardiano: “Ma quando ci si dimette dalla corrente lombardiana?” Lui non si è mai dimesso dalla politica, dalla passione intesa come partecipazione e non come occupazione di una poltrona o un territorio; come necessità di essere in movimento e dentro un movimento; senza arroganza o chiusure ma nella consapevolezza di essere comunque da una parte e che da quella parte non si può e non si deva mai fuggire, perché nella vita si possono raccontare bugie ma non si può mai raccontare di essere stati incoerenti, cioè di essersi raccontati delle bugie. L’ultimo libro per la Fondazione Buozzi (“Una ragione c’è. Ricordarsi di quando gli anziani erano considerati una risorsa”) è il suo piccolo testamento, la testimonianza di quella sua irriducibile vicinanza alle battaglie di una vita.

Grazie e Ciao.

Blog Fondazione Nenni