Il colpo a salve del decreto “dignità”

di maio occhiataDopo circa due settimane dal suo primo annuncio, finalmente è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto legge 12 luglio 2018, n. 87, un po’ sbrigativamente ribattezzato “decreto dignità” e invece contenente diverse norme non solo relative alla disciplina del lavoro ma anche ad altri settori, tra cui delocalizzazioni, gioco d’azzardo e redditometro.
Tuttavia, il cuore del provvedimento è certamente costituito dai primi 3 articoli (sui 15 totali), che introducono parziali e limitate modifiche al Decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81 (contratti di lavoro a termine), al Decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 23 (contratto a tutele crescenti) e alla Legge 28 giugno 2012, n. 92 (mercato del lavoro). Nell’ordine, le modifiche possono così sintetizzarsi:

a) Contratto di lavoro a tempo determinato. La durata massima del rapporto di lavoro passa da 36 a 24 mesi, introducendo però, dopo i primi 12 mesi, un obbligo di causale scritta per procedere al rinnovo o alla proroga del contratto. In altri termini, il datore di lavoro, per avvalersi di una prestazione che ecceda i 12 mesi deve indicare la motivazione, che deve essere conforme alle clausole dettate dalla legge stessa, ossia esigenze temporanee sotto il profilo soggettivo (es. sostituzione di lavoratori), oppure necessità straordinarie di tipo oggettivo (es. incrementi produttivi e/o di attività). Al di fuori di queste due ipotesi, il contratto superiore ai 12 mesi e privo di valida causale potrebbe venire impugnato dal lavoratore per ottenere la conversione del rapporto a termine in quello a tempo indeterminato. Stessa regola vale per rinnovi e proroghe, ridotti, rispettivamente, ad un massimo di 5 ed a un massimo di 4. Esclusi dal regime della causale obbligatoria solo i lavori stagionali, all’interno dei quali dovrebbero trovare menzione, in sede di conversione parlamentare, anche quelli nei settori dell’agricoltura e del turismo.

b) Somministrazione di lavoro. Le nuove norme sui contratti a termine vengono estese anche a quelle che disciplinano il cd. “lavoro interinale”, per ciò che riguarda i rapporti tra Agenzia e lavoratore somministrato.

c) Indennità di licenziamento ingiustificato. Viene esteso l’ammontare dell’importo dell’indennità da corrispondere al lavoratore a tempo indeterminato (a tutele crescenti) in caso di licenziamento illegittimo: la misura di questa indennità dovrà essere compresa tra le 6 e le 36 mensilità (al posto della fascia attuale 4-24).

d) Contribuzione dei contratti a tempo determinato. Aumentata dello 0,5% in occasione di ciascun rinnovo, anche nelle ipotesi di lavoro interinale.
Fin qui le norme. Ma vediamo i riflessi politici.

Il governo esordisce con il primo provvedimento legislativo che, al di là delle roboanti dichiarazioni, non sembra contenere sostanziali novità rispetto al contesto attuale, se è vero che le modifiche non intaccano minimamente l’impianto delle tipologie di contratto. Ma soprattutto, a balzare agli occhi è il concreto rischio che, il pur apprezzabile irrigidimento delle norme per l’uso dei contratti a termine, produca una riduzione delle opportunità di occupazione, in ragione del fatto che l’obbligo di causale dopo i 12 mesi potrebbe rappresentare un serio deterrente alla prosecuzione del rapporto stesso con il medesimo lavoratore, con la conseguenza di uno spacchettamento dei contratti a 12 mesi su una pluralità di soggetti. Come si vede, la riduzione della durata massima a 24 mesi potrebbe in realtà tradursi in una contrazione sino a 12 mesi, un terzo di quella attuale.
Si potrebbe obiettare che le norme perseguono il fine di scoraggiare l’uso del contratto a termine per facilitare così le assunzioni stabili. Questo obiettivo, sicuramente condivisibile, si scontra tuttavia sull’assenza di incentivi materiali alla stipulazione di contratti tempo indeterminato, che di fatto impedisce un trade-off positivo tra precarietà e stabilità del posto di lavoro. Se si aumenta la contribuzione sui contratti a termine e non si riduce quella sui contratti a tempo indeterminato sarà dunque più difficile favorire l’occupazione di lungo periodo. E le imprese avranno meno interesse, quindi, a stabilizzare le proprie risorse che già impiegano (a tempo).
Inoltre, non è chiaro come le nuove regole possano applicarsi ai lavori interinali che, per definizione, sfuggono ad una disciplina più rigida. Non si capisce, infatti, come il giusto intento di restringere le occasioni di ricorso a tale istituto, che troppi abusi ha mostrato negli ultimi decenni aumentando la precarizzazione estrema del lavoro, possa tradursi nella pratica.
Così come, se è condivisibile l’aumento dell’indennità di ingiusto licenziamento, non si può non notare come nessuna novità venga prevista sul c.d. jobs act, ossia la tipologia di contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti introdotta nel 2015 e contro la quale spesso si sono scagliati gli attuali partner del governo giallo-verde.
A questo punto ci si può chiedere: se il jobs act non viene cambiato, e con esso la disciplina dei licenziamenti dopo i primi 36 mesi, se il contratto a termine viene irrigidito per scoraggiarne l’uso assieme a quello interinale, quali saranno le ricadute sui lavoratori?
Il lavoro precario, sottopagato e dequalificato è la piaga dei nostri tempi, soprattutto delle generazioni nate all’inizio degli anni Ottanta, che più di tutte hanno subito la trasformazione del mercato del lavoro dovute alla globalizzazione prima e alla rivoluzione tecnologica dopo. Sono le generazioni cresciute professionalmente con le forme di lavoro flessibile e atipico (Dlg 276/2003, governo di centrodestra con Maroni – Lega – come Ministro del lavoro), che hanno dovuto convivere per circa tre lustri con la precarizzazione estrema dei contratti, alla quale una prima risposta positiva, seppur incompleta, è stata offerta proprio dalla riforma targata centrosinistra del 2015, che, tra luci e ombre, ha comunque consentito a tante ragazze e ragazzi di liberarsi dalla camicia di forza delle “collaborazioni a progetto” per stipulare, finalmente, un contratto di lavoro subordinato. Quella riforma non è esente da critiche, e necessiterebbe di interventi correttivi sul lato delle tutele per la stabilità del posto di lavoro. Ad ogni buon conto, il decreto dignità nulla dice al riguardo, perdendo quindi una grande occasione.
Ecco perché, a parere di chi scrive, il presunto colpo contro il lavoro precario, non solo non ha “licenziato il jobs act” – come si annunciava dalle parti del governo –, ma pare sparato “a salve”, con il fondato rischio di rivolgersi proprio contro i precari, quelli di oggi e quelli di domani, rendendoli ancora più “migranti del lavoro”.
Incrociamo le dita e costruiamo l’alternativa.

Vincenzo Iacovissi

Addio Guglielmo, cronista di vecchio stampo

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E’ scomparso a Roma, dopo una lunga malattia, Guglielmo Gabbi, giornalista professionista, direttore responsabile dell’ agenzia stampa “Fuoritutto”. Romano, con una vera passione per l’ informazione, manifestatasi sin da quand’era ragazzo, Gabbi aveva lavorato molti anni all’agenzia “Adnkronos”, ricoprendo l’incarico di caporedattore per la politica: svolto con molta competenza, grazie anche a un costante rapporto col Parlamento e con vari gruppi politici (che gli aveva permesso di fare anche veri e propri scoop). In seguito, era stato responsabile della redazione AKI prima di Palermo, poi di Napoli: lavorando, in ambedue i posti, sempre con impegno e in stretto rapporto col territorio. All’ AKI, Gabbi aveva a lungo collaborato con Velia Iacovino (salita poi alla direzione dell’agenzia), moglie di Franco Cuomo, brillante redattore dell'”Avanti!” e collaboratore di altre testate, storico e autore di teatro.

Andato in pensione, Guglielmo poi aveva creato, insieme al senatore del PSI Antonio Landolfi (giornalista, scrittore, docente universitario, molto vicino al socialista autonomista Giacomo Mancini) “Fuoritutto”: piccola, ma combattiva, agenzia stampa (che tuttora, da circa un ventennio, esce ogni settimana, raggiungendo tutti i quotidiani con continui aggiornamenti), di cui era divenuto direttore responsabile, alla morte di Landolfi, nel 2011.
I funerali di Gabbi si terranno domattina, sabato 14 luglio, nella cappella dell’ Istituto “Don Orione” in Via della Camilluccia, 112- 120, alle 10,30. Alla moglie Rita, ai figli Andrea e Manuela, a tutta la famiglia, vanno le piu’ sincere e affettuose condoglianze dell’ “Avanti!”.

Chi scrive ha perso veramente un amico sincero: col quale – così come, del resto, con Antonio Landolfi – avevamo un continuo scambio intellettuale, spirituale, affettivo (fatto soprattutto di belle telefonate), e dal quale ho avuto tante dimostrazioni di amicizia vera, e la possibilità d’imparare molto della professione. Ciao, Guglielmo: salutami Antonio, e tutti i componenti della grande famiglia socialista: e se il Padreterno volesse creare un ufficio stampa, o una vera e propria testata, so che ti farai valere…

Fabrizio Federici

Decreto dignità, voucher della discordia

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“Tra oggi e domani ci sarà il testo definitivo del decreto dignità”. Lo ha detto il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, davanti alle commissioni Industria e Lavoro del Senato, rispondendo alle domande dei senatori dopo aver presentato le linee guida dei suoi dicasteri. Il “decreto dignità” è ancora in attesa della firma del Capo dello  Stato e dell’approdo in Gazzetta ufficiale a oltre una settimana dall’approvazione in Cdm. E porta con sé, sul fronte lavoro, un complessivo aggravio burocratico, ed economico, sui datori. Tra le modifiche possibili in Parlamento, il ritorno dei voucher. I buoni lavoro che il governo Gentiloni aveva eliminato per evitare il referendum abrogativo proposto dalla Cgil. Da allora questo strumento non è ancora stato rimodellato o sostituito con un altro. Ora il governo è diviso. La Lega ne rivuole la reintroduzione, mentre per il M5s è più difficile capire quale sia la linea di pensiero.

Inizialmente ha sempre frenato, escludendo del tutto un potenziale utilizzo di questo strumento. Quasi fosse un punto dirimente, una battaglia ideologica che non prevedesse alternative possibili. Tanto che le parole dette da Di Maio solo l’altro giorno solo così chiare da non avere bisogno di interpretazioni: “Se devono essere reintrodotti per sfruttare di nuovo i giovani ci sarà un muro di cemento armato del M5S. Non permetteremo nessuna reintroduzione dei voucher che lasci aperta la strada allo sfruttamento”. “Se il Parlamento – ha aggiunto Di Maio – vuole fare delle proposte migliorative va bene e siamo pronti a discutere. Ma non accetto nessun ricatto del tipo: o ci fate sfruttare i nostri giovani o li licenziamo”

Ma ora come se nulla fosse la linea cambia e arriva l’apertura: “Se i voucher possono servire a settori come l’agricoltura e il turismo, per specifiche competenze, allora ben vengano, l’unica cosa che chiedo alle forze di maggioranza è quella di evitare abusi in futuro”. Fatto sta che a dieci giorni e più dall’approvazione del decreto Dignità da parte del governo, il testo del provvedimento, al di là delle bozze circolate, rimane un oggetto misterioso. La cosiddetta entrata in vigore, dunque, rimane in bilico: la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale non è avvenuta. Ma di sicuro sappiamo, secondo l’annuncio del super-ministro Luigi Di Maio, che il decreto sarà votato dall’aula della Camera il 24 luglio. Un annuncio destinato, almeno nelle intenzioni del capo grillino, a mettere un freno proprio alle polemiche delle opposizioni sui ritardi dell’approdo in Parlamento del provvedimento. Ma anche un annuncio per tentare di sopire lo scontro con la Lega sul pacchetto lavoro dello stesso decreto e sulla reintroduzione dei voucher richiesta a gran voce dai leghisti. Matteo Salvini, nello specifico, ha ribadito la linea del Carroccio: “Ci sono alcuni limitati settori, penso ad agricoltura, commercio, turismo e servizi, lavori stagionali per i quali l’alternativa è lavoro nero o voucher? Io preferisco i voucher allo sfruttamento e al lavoro nero”. Posizione alla quale il ministro grillino pare essersi ora adeguato. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa il premier, Antonio Conte, di cui, almeno sui tempi di scontro del govereno, si sono perse le tracce. Stretto in una posisione scomoda, a metà tra il suo sponsor principale, il M5S, e la incontenibile preponderanza mediatica di Salvini.

Ironizza Matteo Renzi: “L’unica misura partorita sino ad oggi è il Decreto Dignità: era talmente urgente che nessuno trova più il testo”. Ma nel Pd non c’è una linea comune: “La parte sul lavoro va guardata con obiettività”, sostiene Orlando. Tutto questo mentre il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, incalza: “A Di Maio chiediamo di aprire un confronto sul decreto dignità in cui condividiamo i fini come la lotta alle delocalizzazioni e ridurre l’abuso dei contratti termine, ma noi abbiamo proposte che non danneggiano il sistema economico”.

Non è paese per giovani, neanche in politica

giovani politicaIl tasso di cambiamento della politica italiana può essere misurato analizzando il livello di ricambio generazionale della sua classe dirigente.

Un lavoro necessario per capire quale sia il reale peso dei più giovani nei diversi organi istituzionali del paese. La prima considerazione da fare è che i giovani nella politica italiana non sono tanti, e pur allargando lo sguardo agli under 40 il risultato non cambia di molto. Nonostante in parlamento i dati siano in crescita, mai l’età media è stata così bassa, il quadro nazionale è più complesso. Sia nelle regioni che nei comuni capoluogo infatti a fare da padrone sono i nati negli anni ’70, soprattutto nei ruoli chiave.

Le riflessioni da fare quando si fanno questo tipo di analisi non devono limitarsi a guardare i numeri assoluti, per esempio quanti sono gli assessori comunali under 40, ma bisogna fare lo sforzo di entrare un po’ meglio nella natura di questi incarichi, per capire quanti di essi ricoprono le cosiddette key position. All’interno di uno stesso stesso organo infatti non tutti gli incarichi hanno lo stesso peso e, per esempio, un assessore al bilancio ha molta più influenza di un assessore allo sport.

Un tipo di considerazione particolarmente attinente al governo Conte. Se da un lato infatti gli under 40 sono solo 3 su 19, è anche vero che la presenza di un 32enne vice presidente del consiglio, Luigi Di Maio, rappresenta una novità non da poco.

La situazione in parlamento
Alla camera dei deputati la porzione più grande dei parlamentari aveva al momento dell’elezione tra i 30 e 40 anni, il 34,50%. Una fascia che per i motivi costituzionali, per essere eleggibili al senato bisogna avere almeno 40 anni, è completamente assente a Palazzo Madama, dove invece quasi la metà dell’aula (il 45,22%) aveva tra i 40 e i 50 anni. Intervallo che a Montecitorio riguardava il 31,32% degli eletti.

Il parlamento dei 40enni
Deputati e senatori divisi per fasce d’età
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È molto interessante vedere come il dato degli under 40 cambi nei diversi gruppi parlamentari di Montecitorio. Le due forze politiche attualmente al governo, Movimento 5 stelle e Lega, sono quelle con l’età media più bassa. In aggiunta guidano la classifica per percentuale di deputati under 40, il 70,72% del gruppo 5stelle e il 34,68% della Lega. I dati del partito guidato da Luigi Di Maio sono molto sopra la media, e risultano essere un’eccezione rispetto al resto degli schieramenti. Per fare un confronto, la percentuale di under 40 registrata dal Partito democratico è più di 3 volte inferiore a quella del M5s.

Il 70% dei deputati 5stelle ha meno di 40 anni
Percentuale di deputati under 40 nella XVIII legislatura
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Ma è scavando più affondo a questi numeri che emergono gli aspetti cruciali della materia. Quanti di questi under 40 ricoprono una posizione chiave all’interno di Montecitorio? Ad oggi possiamo contare alla camera 78 ruoli chiave: il presidente di aula, i 7 capigruppo, i 14 presidenti di commissione, i 28 vicepresidenti e i 28 segretari di commissione. Il 37,18% di questi 78 incarichi sono nelle mani di deputati under 40. Un dato certamente notevole, considerando che rispecchia perfettamente quello più generale dell’aula, dove gli eletti under 40 sono il 38,78%.

2 capigruppo su 7 alla camera hanno meno di 40 anni: Francesco D’Uva (Movimento 5 stelle) e Riccardo Molinari (Lega).

Particolarmente significativa la situazione per le presidenze di commissione, per il 50% in mano a parlamentari che hanno meno di 40 anni, come anche quella delle vice presidenze (42,86%). Altro incarico centrale per l’attività del parlamento è quello dei capigruppo. Dei 7 gruppi al momento attivi a Montecitorio, 2 sono guidati da deputati con meno di 40 anni. Parliamo nello specifico di Francesco D’Uva (Movimento 5 stelle) e di Riccardo Molinari (Lega).

Qual è la situazione nelle regioni
Circa il 22,90% dei consiglieri regionali in Italia aveva 40 anni o meno al momento dell’elezione. Percentuale che scende al 9,95% se si considerano invece le giunte regionali. Dati quindi notevolmente più bassi rispetto al parlamento.

La giunta con la percentuale più alta di membri under 40 al momento dell’insediamento è quella della regione Lazio, il 27,3% del totale. A seguire l’Abruzzo (25%), e il Friuli-Venezia Giulia (18,2%). Sopra soglia 15% anche la Basilicata (16,7) e il Molise (16,7).

Per come funziona l’attuale impianto normativo il numero di assessori dipende dalla grandezza della popolazione regionale: più è popolosa, più saranno i membri di giunta. Una dettaglio che è importante da sottolineare e che dà ulteriore importanza alla percentuale fatta registrare dalla regione Lazio. Regione che vista la popolazione, ha una delle giunte con più assessori.

Di tutt’altra natura invece le considerazioni da fare per 6 regioni (Calabria, Piemonte, Sardegna, Toscana, Trentino-Alto Adige e Umbria) che non avevano all’insediamento neanche un membro di giunta con di 40 anni. A queste possiamo anche aggiungere la giunta regionale molisana, dove il 50% dei membri aveva più di 60 anni.

Record di assessori under 40 nel Lazio
Più nello specifico a livello nazionale sono quindi 19 i membri di giunta regionale che al momento della nomina avevano meno di 40 anni. La giunta del Lazio è quella più rappresentata con ben 3 assessori (Alessandri, Onorati e Troncarelli), mentre a seguire rispettivamente con 2 troviamo l’Abruzzo (Paolucci e Sclocco), il Friuli-Venezia Giulia (Fedriga e Roberti) e la Lombardia (Cambiaghi e Piani).

Massimiliano Fedriga è l’unico presidente di regione che al momento dell’elezione aveva meno di 40 anni.

Presenti anche la Basilicata (Pietrantuono), la Campania (Marciani), l’Emilia-Romagna (Rossi), la Liguria (Giampedrone), le Marche (Bora), il Molise (Di Baggio), la Puglia (Piemontese), la Sicilia (Razza), la Valle d’Aosta (Aggravi) e il Veneto (Corazzari).

I comuni capoluogo, consigli e giunte
Nei consigli comunali delle città capoluogo gli over 60 sono più degli under 30, rispettivamente il 13% e l’8% degli eletti. Anche qua, raggruppando i consiglieri per fasce d’età, quelli tra i 40 e i 50 anni sono i più presenti.

il 70% dei consiglieri aveva più di 40 anni al momento dell’elezione.

Tra le 14 città metropolitane spiccano i dati di Torino, Bologna e Catania. In questi 3 comuni la percentuale di consiglieri comunali under 40 supera il 40%, raggiungendo il 45% nel capoluogo piemontese. Ben sotto la media nazionale invece quanto fatto segnare da Napoli (23,08%) e Venezia (19,44%), ultime tra le città prese in considerazione. Con risultati simili tra loro e leggermente sopra il dato nazionale quanto fatto registrare dai consigli comunali di Milano (34,69%) e Roma (33,33%).

Rispetto ai consigli, nelle giunte dei comuni capoluogo la percentuale di under 40 scende drasticamente.

All’interno delle giunte di queste città invece il dato degli under 40 scende notevolmente. Se i consiglieri nei comuni capoluogo con 40 anni o meno al momento dell’insediamento erano poco più del 30%, la percentuale per i membri di giunta scende al 23%. Questo vuol dire che il restante 76% aveva più di 40 anni, circa tre quarti dei nominati.

Nei comuni capoluogo gli assessori under 40 sono il 23%
Membri di giunta nei comuni capoluogo per fasce d’età

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Gli under 40 al momento della nomina o elezione, nel caso dei sindaci, sono più di 230. Tra questi figurano 17 sindaci, tra cui Virginia Raggi a Roma e Chiara Appendino a Torino, e ben 18 vice sindaci.

17 sindaci di comuni capoluogo al momento dell’elezione avevano 40 anni o meno.

Per quanto riguarda le specifiche mansioni che vengono assegnate agli assessori, la situazione è un po’ più complessa. Mentre la suddivisione delle deleghe nelle regioni segue degli schemi più regolari, lo stesso non si può dire dei comuni. Spesso infatti deleghe che possono essere considerate affini, vengono scorporate, e assegnate a più assessori. A questo poi bisogna aggiungere il ruolo delle dinamiche politiche locali, che rendono ogni caso particolare.

Le deleghe che più spesso vengono date agli assessori under 40 sono quelle allo sport e ai giovani.

Ciò detto le deleghe che più spesso sono state date ad assessori under 40 sono quelle allo sport e quella ai giovani. Queste due mansioni sono di gran lunga le più ricorrenti. A seguire l’ambiente e poi tutte le altre. Da notare come bilancio e sviluppo economico figurino in fondo a questa classifica. Ancora una volta man man chi ci si avvicina agli incarichi più di peso, più diminuisce il numero di under 40 presenti.

È giusto specificare che sono state calcolate le singole deleghe, conteggiate individualmente, e non gli assessori stessi, che quindi possono essere stati inclusi due volte da questo calcolo.

Sport e giovani le deleghe più ricorrenti agli assessori under 40
Deleghe più ricorrenti ad assessori under 40 nei comuni capoluogo

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La Strada a Sinistra. Intese per il futuro

la Strada a sinistraTerminato il week-end riminese de “La Strada a Sinistra”, organizzato dal Psi locale e aperto alle migliori energie nazionali della sinistra italiana. Idee, proposte, goliardia e una bandiera socialista che sventolava sul lungomare riminese. Una due giorni occasione di analisi sulla strada da percorrere nel prossimo futuro.
Europa, lavoro, immigrazione, territorio sono solo alcuni dei temi affrontati.
Presenti al dibattito serale del venerdì – aperto del segretario del PSI locale Francesco Bragagni – l’on.le Gennaro Migliore (PD), l’on.le Lara Ricciatti (Leu), Maria Pisani, Portavoce nazionale del PSI, il corrispondente da Parigi per il Foglio Mauro Zanon e il sen. Enrico Buemi (PSI).
Il ruolo di moderatore è stato affidato a Federico Parea della segreteria nazionale del Psi.
Dopo la relazione politica di Luigi Iorio, responsabile nazionale Lavoro del PSI, si è sviluppato un confronto serrato tra le varie anime della sinistra, non privo di una onesta autocritica, che è stato utile per capire le nuove linee politiche che la sinistra dovrà seguire in Italia e in Europa.
Sabato è stato affrontato invece il tema del Psi del futuro con un occhio particolare ai temi della solidarietà sociale e dell’integrazione: sono intervenuti Cesare Carini, segretario regionale PSI Umbria, Maria Adele Berti della Segreteria Regionale del PSI Marche, Simone Oggioni, del coordinamento nazionale di Art. 1 – Mdp, Alice Parma, Sindaco di Santarcangelo, Gerardo Giovagnoli del PSD sammarinese, Gilberto Martinini di Avvocato di Strada Onlus e Ivan Innocenti del Partito Radicale.

La proposta finale emersa dalla discussione generale consiste nel ripensare idealmente la sinistra sui temi (globalizzazione, lotta alle disuguaglianze, Europa dei popoli) e nel portare avanti un indispensabile rinnovamento delle leadership di tutto il centrosinistra.
E’ necessario, inoltre, mettersi subito a lavoro per una lista da presentare alle Elezioni Europee del maggio 2019, che possa far riavvicinare un elettorato di sinistra disilluso e deluso e riaggregare la comunità socialista, evitando di pensare ai congressi di altri partiti.
Una lista che non può non ripartire dalle idee socialiste e che si deve rivolgere a tutta quella sinistra non convenzionale, alle associazioni di area, andando a rappresentare uno stimolo, in termini di proposte, per un PSE ormai da troppo tempo arido di elaborazione politica.

Borsellino, “Il più grande depistaggio della storia”

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I giudici della corte d’assise di Caltanissetta nel tardo pomeriggio di sabato hanno depositato le motivazioni della sentenza del processo Borsellino quater: 1.856 pagine che parlano “del più grande depistaggio della storia italiana”, con elementi dello Stato” indussero il collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino a rendere false dichiarazioni sulla strage che uccise il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e i poliziotti della scorta.

Secondo la corte “è lecito interrogarsi sulle finalità realmente perseguite dai soggetti, inseriti negli apparati dello Stato, che si resero protagonisti di tale disegno criminoso, con specifico riferimento ad alcuni elementi”. Ma chi sono gli uomini dello Stato chiamati in causa? Si tratta di alcuni investigatori del gruppo Falcone e Borsellino, guidati dall’allora capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera. Avevano il compito di scoprire i responsabili delle bombe, ma lavorarono per “costruire” alcuni falsi pentiti. E secondo la corte non lo fecero per sete di giustizia. A Scarantino, si legge nelle carte, furono suggerite “un insieme di circostanze del tutto corrispondenti al vero”.

“È del tutto logico ritenere — scrivono i giudici — che tali circostanze siano state suggerite a Scarantino da altri soggetti, i quali, a loro volta, le avevano apprese da ulteriori fonti rimaste occulte”. Chi ispirò i suggeritori? La corte, si legge su Repubblica, ricorda che il 13 agosto 1992, il centro Sisde di Palermo, comunicò alla sede centrale che “la locale polizia aveva acquisito significativi elementi sull’autobomba”. Alcuni poliziotti indefeli avrebbero pilotato il falso pentito. Accanto a loro operarono anche alcuni magistrati poco attenti. Nomi non ce ne sono, ma nelle carte si legge che due pm, Ilda Boccassini e Roberto Saieva, avevano scritto una nota ai colleghi per segnalare “l’inattendibilità delle dichiarazioni rese da Scarantino su via D’Amelio”.

Il procuratore aggiunto di Caltanissetta Gabriele Paci e il sostituto Stefano Luciani hanno chiesto il rinvio a giudizio per i tre poliziotti del gruppo di La Barbera. Ci sarà un processo per depistaggio. Gli imputati sono il dottor Mario Bo, oggi in servizio a Gorizia, e gli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Per Scarantino i giudici hanno chiesto la prescrizione, concedendo l’attenuante per chi viene indotto a comettere un reato.

Oggi la richiesta al Csm di aprire una pratica relativa al depistaggio sul caso Borsellino è stata presentata in Comitato di presidenza dal togato di Area Antonello Ardituro, componente della Sesta Commissione, competente anche sulla materia antimafia. Ardituro ha sollecitato l’acquisizione della sentenza della Corte d’assise di Caltanissetta nel processo Borsellino quater, in cui si parla di “gravi depistaggi” nelle indagini sulla strage di via D’Amelio, in cui il 19 luglio 1992 furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta.

Lombardi, orgoglio socialista e alternativa

In una fase in cui l’unica alternativa che sembra prevalere in Italia e in Europa è costituita dallo scivolamento a destra sotto forme diverse e con diverso tasso di pericolosità, ci sembra utile riproporre questo scritto di Riccardo Lombardi, sostenitore ai tempi solitario, dell’alternativa di sinistra (i comunisti lavoravano per il compromesso storico trovando sponde solide nelle aperture di Aldo Moro). In questo testo, il dirigente socialista non ha problemi a puntare il dito contro il centralismo democratico che diventa centralismo burocratico, ma soprattutto con orgoglio rivendicava l’egemonia politico culturale di una idea socialista con solide fondamenta democratiche.

-di RICCARDO LOMBARDI*-

lombardiLa svolta a sinistra, con la connessa corresponsabilizzazione comunista e senza l’esclusione pregiudiziale, anche se obiettivamente non ipotizzabile della Dc, riguarda la congiuntura, l’immediato, i tempi brevissimi; obiettivi limitati e temporanei, anche se oggi importanti e urgentissimi ivi compresi dell’ordine democratico. La svolta a sinistra non contraddice, anzi può essere un punto di passaggio obbligatorio sia per l’una sia per l’altra delle strategie di fondo, quella comunista del compromesso storico e quella socialista dell’alternativa.

L’alternativa di sinistra, difatti, non è una strategia di soli schieramenti né un semplice espediente di alternanza al potere (anche se il diritto all’alternanza deve essere rigorosamente garantito), l’alternativa di sinistra significa l’accesso a un governo da cui parta il processo di transizione graduale verso una organizzazione socialista della società e dello stato. Naturalmente, le due strategie riposano su analisi differenti della crisi del capitalismo; analisi che sarà, io spero, al centro del dibattito congressuale del Psi. È dal convincimento dell’impossibilità di uscire “durevolmente” dalla crisi del sistema (ciò che non significa che il capitalismo sia pronto a morire) che deriva la posizione socialista di una transizione al socialismo e non soltanto di una alternativa “democratica con elementi di socialismo” dell’ipotesi comunista. C’è campo per un franco e utile confronto che non implica affatto l’accantonamento o l’indebolimento del processo di sempre maggiore unità dei due partiti della sinistra, unità che non viene indebolita anzi che trae alimento dalla originalità dell’apporto differenziato delle due componenti.

A questo proposito vorrei rilevare l’importanza dell’affermazione di Bufalini che tale processo unitario “tende a superare la scissione del 1921”. E’ un’affermazione che è risuonata più volte nel corso del trentennio o come constatazione o come auspicio e sotto diversi e spesso equivoci profili. A mio giudicio molte delle ragioni della scissione del ’21 hanno cessato di valore o meglio di attualità e altre, queste specialmente di carattere internazionale, tendono a deperire; nello stesso tempo è avvenuta una reciproca compenetrazione di tradizioni e posizioni socialiste e comuniste che si sono influenzate scambievolmente. Basta riflettere a quante delle posizioni culturali che i socialisti hanno introdotto o difeso, spesso in anticipo sui tempi, sono oggi patrimonio comune o rendono a divenirlo; valgono per tutte, la posizione neutralistica, la concezione della pianificazione democratica, una certa idea dell’europeismo che, elementi di divisione di un tempo, sono divenuti, o tendono a divenire, patrimonio comune.

Una polemica come quella in atto in Francia rispetto alle ipotesi autogestionarie, così essenziali per la prospettazione di un socialismo persuasivo anche perché svincolato dalle esperienze storiche del “marxismo al potere” (o dei “marxismi al potere”), sarebbe difficile avvenisse fra comunisti e socialisti italiani come invece è avvenuto in Francia; e tuttavia non per questo i socialisti e i comunisti possono riconfondersi in una indiscriminata unità che sarebbe non un potenziamento, ma un impoverimento derivante dalla cancellazione di impostazioni in fondo non cancellabili. Si pensi a un elemento che sembra solo organizzativo, ma che è profondamente politico, cioè all’organizzazione interna dei due partiti. Se un partito proletario deve prefigurare nel suo regime interno lo stato e la società di domani, non vi è dubbio che la struttura che dà libertà e diritto di espressione organizzata delle correnti è quella giusta per un partito che prefiguri lo stato e la società di domani come non autoritari e pluralistici.

Certo che la pratica delle correnti del Psi è degenerata, ma ciò significa che va corretta e ripristinata nel suo valore esemplare, non cancellata in una pratica di centralismo democratico caratteristica del Pci che di fatto, e inevitabilmente, sbocca in un centralismo che non cessa di essere burocratico per il fatto di essere spesso intelligentemente praticato dai comunisti italiani; ai quali è giusto riconoscere il valore attrattivo che questa pratica ha in questa fase e che permette al gruppo dirigente comunista di aggregare forze e opinioni eterogenee senza accordare loro diritto pieno di espressione organizzata, attraverso la forza di una egemonia di gruppo dirigente, basata appunto sulla pratica del centralismo e della cooptazione; ma in nuce e senza il minimo processo di intenzione alle senza dubbio radicate convinzioni democratiche e pluralistiche dei comunisti italiani, c’è in questa struttura interna qualche cosa che oggi può essere invidiabile, se confrontata ad altri processi dispersivi, ma diviene meno rassicurante per domani. E il domani, il domani socialista, per noi non può essere rinviato né temporalmente a un secolo imprecisato, né territorialmente a realizzazioni storiche che purtroppo sino a oggi sono le sole concretamente visibili e nelle quali ai partiti socialisti democratici (non solo i partiti socialdemocratici) è stata offerta sempre solo la scelta fra la fagocitazione e la scomparsa.

Qualunque prospettiva dunque di trasformazione profonda della società e dello stato esige come condizione necessaria l’unità a sinistra. Condizione necessaria ma che non sarebbe sufficiente ove l’unità non fosse sicuramente dominata da una linea culturale e politica interamente laica che rivendichi non solo il diritto all’errore, ma il diritto di sbagliare essa stessa affidandosi al metodo dell’ ”esperimento e dell’errore” soggetti a permanente verifica democratico e in ciò, “mai soltanto in ciò”, riconoscendo la sua appartenenza al mondo occidentale. Non è indispensabile che tale linea sia “incarnata” e monopolizzata dal partito socialista, ma è certo che non potrebbe esserlo di alcun altro partito. Senza dunque pretese egemoniche di partito, ma con esigentissime pretese egemoniche di linea, la credibilità di una alternativa, comunque configurata, riposa sulla crescita del partito socialista, ma anche nella vastissima area orientata verso il socialismo democratico, di un vasto consenso, anche elettorale, che renda credibile e vincente la costruzione di una società e di uno stato non solo tolleranti ma realmente liberi perché concretamente democratici. In tale contesto la rivendicazione dell’autonomia socialista esprime un significato ben più profondo e impegnativo di quanto ma nei abbia avuto nel passato.

Blog Fondazione Nenni

*Questo articolo di Riccardo Lombardi venne pubblicato su “Il Mondo” del 16 ottobre 1975. Si tratta di una risposta al dirigente comunista Paolo Bufalini. Dal libro “Riccardo Lombardi scritti politici 1963-1978. Dal centro-sinistra all’alternativa”, a cura di Simona Colarizi, Marsilio Editori, 1978, pagg. 299

Psi Umbria. “Necessaria una coalizione riformista”

umbria“Dopo la disfatta alle ultime elezioni politiche, il centrosinistra umbro subisce innegabilmente un’altra sconfitta anche alle amministrative, ma non tutto nella nostra regione è addebitabile al trend nazionale, come dimostrano i casi di Terni e Umbertide, dove la consiliatura è terminata in anticipo a causa delle divisioni interne al Partito democratico. A Spoleto l’apparentamento ha dimostrato che la somma matematica non corrisponde a quella politica”. Questo il commento della segreteria regionale dell’Umbria del Partito socialista dopo l’ultima tornata elettorale che ha riguardato anche le amministrazioni comunali umbre.

“Da tempo, come socialisti – proseguono dalla segreteria umbra del Psi –, sosteniamo la necessità di rilanciare una coalizione riformista che nel corso degli anni si è andata sempre più deteriorando e disgregando sul piano politico e programmatico. Pensiamo che il Partito democratico avrebbe fatto bene a valorizzare le forze politiche della coalizione, a vantaggio del pluralismo e della rappresentanza. Si è preferito scegliere di perseguire un disegno egemonico, che forse ha saputo conquistare solo qualche singolo esponente politico, ma non certo gli elettori, ormai sempre più delusi”.

“Del resto, le poche affermazioni positive per il centrosinistra – aggiungono dal Psi dell’Umbria – si sono avute, non per caso, solo nei Comuni in cui si è saputo valorizzare il pluralismo all’interno della coalizione. Il Psi dell’Umbria non intende arrendersi dinanzi al declino politico della coalizione ed intraprenderà sin d’ora tutte le iniziative necessarie per il rilancio effettivo dell’area riformista nella nostra regione”.

“In tal senso – concludono i socialisti umbri –, rivolgiamo un appello a tutte le forze politiche e civiche che condividano con noi l’esigenza di contrastare le derive populiste e massimaliste sempre più presenti anche nei nostri territori”.

Meno corruzione dove ci sono più donne al Governo

merkel ditoUn recente rapporto pubblicato su Science Daily evidenzia che ci sia un rapporto inverso tra la partecipazione delle donne alla politica e la corruzione:

“Una maggiore rappresentanza delle donne nel governo è una cattiva notizia per la corruzione”, secondo un nuovo studio pubblicato sul Journal of Economic Behavior & Organization dai ricercatori Chandan Jha del Le Moyne College e Sudipta Sarangi di Virginia Tech.

“In un’analisi transnazionale di oltre 125 paesi, questo studio rileva che la corruzione è più bassa nei paesi in cui una quota maggiore di parlamentari è costituita da donne. Lo studio rileva inoltre che anche la rappresentanza delle donne nella politica locale è importante – la probabilità di dover corrompere è minore nelle regioni con una maggiore rappresentanza delle donne nella politica a livello locale in Europa.

“Questa ricerca sottolinea l’importanza dell’empowerment delle donne, la loro presenza nei ruoli di leadership e la loro rappresentanza nel governo” ha dichiarato Sarangi, professore di economia e responsabile di dipartimento alla Virginia Tech. “Questo è particolarmente importante alla luce del fatto che le donne rimangono sottorappresentate in politica nella maggior parte dei paesi, compresi gli Stati Uniti”.

Mentre il livello di partecipazione delle donne ai parlamenti mondiali è in aumento, rimane comunque al 24%, con ampie variazioni: i paesi scandinavi e l’Islanda oltre il 40%, ; il Bahrein, l’Iran, la Repubblica centrafricana, Haiti e molti altri paesi al di sotto del 10%. L’analisi completa per paese è disponibile sul sito della Banca mondiale.

Gli autori ipotizzano che le donne responsabili delle politiche siano in grado di avere un impatto sulla corruzione perché scelgono politiche diverse da quelle degli uomini. Un ampio corpus di ricerche precedenti dimostra che le donne politiche scelgono politiche che sono più strettamente legate al benessere delle donne, dei bambini e della famiglia”.

Gli autori avvertono anche che la riduzione della corruzione quando più donne partecipano sembra applicarsi solo al governo e al processo decisionale, piuttosto che essere una qualità intrinseca in tutti i settori della vita sociale.

Traduzione dall’inglese di Annalaura Erroi

Silvia Swinden
Pressenza

 

Amministrative Imperia, affermazione dei socialisti

comune imperia

“Imperia di tutti – Imperia per tutti”. Questo il nome della lista di chiara ispirazione socialista che ha partecipato alle elezioni amministrative a Imperia. I valori sono nel nome e la rosa nel simbolo del movimento. Otto candidati sindaci, 18 liste e oltre 500 candidati al consiglio comunale. Situazione molto fluida nel capoluogo ligure, che ha visto anche il ritorno di Claudio Scajola in lizza per la poltrona da primo cittadino e che, proprio a Imperia, negli anni ottanta ha cominciato la sua carriera politica.

In questo contesto politico caotico e fortemente frammentato Imperia di tutti si ripresentava alle elezioni dopo essere già stata in amministrazione, tra le file della maggioranza, nei cinque anni precedenti ed aver espresso due consiglieri comunali, un assessore ed anche l’attuale presidente della Provincia. Il movimento si era presentato assieme al Partito Democratico e a due liste civiche a sostegno del candidato sindaco Guido Abbo , già assessore della precedente amministrazione e proposto in prima battuta proprio da Imperia di tutti.

Gli elettori imperiesi hanno, in maniera inaspettata, premiato l’ex ministro che, al primo turno, ha superato ogni aspettativa, raggiungendo oltre il 35% e che andrà al ballottaggio con il candidato del centro destra che ha raggiunto circa il 28%. Poco dietro Guido Abbo anche a causa di un pessimo risultato del Partito Democratico rimasto sotto il 10%.

imperia-di-tutti-+-psiOttimo successo di Imperia di tutti che, raggiungendo quasi il 4%, ha migliorato il suo precedente risultato di circa un punto percentuale, unica realtà politica in controtendenza nel panorama del centrosinistra imperiese. Un risultato che, proprio alla luce del contesto nazionale e del gran numero di liste e candidati, assume un valore ancora più importante. Male invece il resto della sinistra che si è presentata anch’essa divisa e che ha raggiunto nel complesso poco più del 4%.

Imperia di tutti rimane ora in attesa dei risultati del ballottaggio per capire se grazie all’ottimo risultato raggiunto potrà vedere seduto nelle file dell’opposizione il primo tra i propri votati.

Claudio Luppi

coordinatore movimento politico
Imperia di tutti Imperia per tutti