Una pietra per ricordare
un giornalista

Ferrazzuttorit

Venerdì prossimo, a Venezia, in Calle dei Fabbri, nel sestiere di S. Marco, sarà posta una pietra d’inciampo davanti al numero 4741, il luogo dove nacque e visse Bonaventura  Ferrazzutto, un uomo che dedicò tutta la vita ai più deboli, alla libertà e all’antifascismo. Fu amministratore del quotidiano socialista Avanti!,  dal 1920 al 1926 allorquando il giornale fu bruciato cinque volte, e per il suo giornale condusse una battaglia con grande generosità e abnegazione.

Passato alla Angelo Rizzoli Editore nel 1928, partecipò alla costruzione del grande complesso editoriale con grande impegno e molte geniali intuizioni. Tra il 1930 e il 1940 fa la spola tra Milano e Parigi per portare risorse finanziarie affinché il Comitato di Unità Antifascista potesse sopravvivere in Francia. Nel 1934 spinge Angelo Rizzoli nell’avventura cinematografica e realizzerà uno dei primi film parlati in lingua italiana “La signora di tutti”.

Nella casa editrice sarà lui che vorrà Mosca, Enzo Biagi e molti nomi prestigiosi del giornalismo italiano. Nel 1943 fonda con Lelio Basso il Movimento di Unità Proletaria. Per una delazione verrà arrestato il 26 novembre dalla Gestapo e portato a S. Vittore e dopo novantanove giorni, il 4 marzo,  trasferito a Mauthausen dove vi giungerà il 13. Il suo numero di matricola 57579. Stremato ma indomito, nel campo parteciperà all’organizzazione della rivolta, poi detta dei Russi . Gli italiani lo indicheranno come un loro rappresentante nel comitato di liberazione internazionale. Il 4 ottobre del 1944 sarà ucciso in camera a gas nel Castello di Hartheim,  come tanti uscirà per il camino.

Il primo maggio 1945, il suo giornale, l’Avanti! uscirà con la sua fotografia in prima pagina. Venezia, dopo settantatre anni, ricorda un uomo che ha lottato per la libertà di ciascuno di noi pagando con la vita il suo generoso impegno. La pietra davanti alla sua porta ricorderà il suo sacrificio ad ogni ignaro passante così non sarà mai più dimenticato.

Fabrizio Ferrari

Saragat. Palazzo Barberini settanta anni dopo

Prima puntata. SaragatE’ facile dire oggi che Saragat aveva ragione. Bisogna riuscire a dimostrare, ripercorrendo la storia degli anni immediatamente precedenti Palazzo Barberini, che Saragat aveva ragione allora. Richiamerò i fatti essenziali. In questo primo pezzo mi soffermerò sulle vicende precedenti il Congresso di Roma del gennaio 1947.

La scissione del Partito socialista, che allora si chiamava Psiup ed era il risultato dell’unificazione del Psi, rifondato a Roma da Romita, Lizzadri, Vernocchi nel 1943, cui si erano aggiunti i reduci dalla prigionia e dall’esilio Nenni, Saragat, Pertini e Buozzi, con il Movimento di unità popolare di Lelio Basso, che riteneva superate le vecchie distinzioni tra socialisti e comunisti, é infatti solo l’atto finale di uno scontro politico che inizia nell’immediato dopoguerra e che si inscrive pienamente nella storia delle diverse tendenze socialiste. Non a caso nel primo Consiglio nazionale del partito, che si svolse a poche settimane dalla Liberazione nell’estate del 1945, il tema prevalente fu proprio quello della fusione. Un conto era infatti l’accettazione del patto di unità d’azione con il Pci, sottoscritto il 28 settembre del 1943, dunque nel periodo successivo all’invasione tedesca, da Sandro Pertini, Pietro Nenni e anche da Giuseppe Saragat, altro conto era costruire un unico partito tra socialisti e comunisti. Il contenuto del Patto del 1943 era profondamente diverso da quello sottoscritto in Francia dai due partiti, che seguiva gli anni delle lacerazioni dovute alle teoria terzinternazionalista del socialfascismo. Quel patto “francese” era prevalentemente di carattere ideologico e manteneva ferme le distinzioni tra i due partiti. Quello sottoscritto in Italia aveva invece un taglio più impegnativo e postulava “l’unità politica della classe operaia”(1). Dunque un obiettivo, peraltro gia previsto nella revisione del patto francese del 1937, che ipotizzava un passo “verso un’unità organica dei due partiti” (2). Dal 1943 al 1945 socialisti e comunisti avevano però maturato convinzioni diverse rispetto al tema della monarchia, che Togliatti, con la svolta di Salerno, imposta da Stalin, accettava come il male minore, mentre Nenni continuava a porre con coerenza la pregiudiziale repubblicana. Tanto che i socialisti, contrariamente ai comunisti, decisero per questo di non partecipare al secondo governo Bonomi. Tale diversa scelta in qualche misura influenzò la stesura del nuovo testo del patto, redatto nel 1944, in cui non si menzionava più l’unità organica tra i due partiti. Eppure, nonostante i comunisti fossero appena stati piuttosto tiepidi ad appoggiare la candidatura di Nenni alla presidenza del Consiglio accettando subito di buon grado quella dell’azionista Ferruccio Parri, il tema della fusione occupò larga parte del primo Consiglio nazionale del Psiup. Già in quella circostanza venne alla luce la geografia politica interna al partito. In questa assise si misurarono infatti due mozioni. La prima, quella unitaria, anche se non immediatamente fusionista, era firmata da Pertini, Morandi e Basso. La seconda, di stampo più autonomista, era sottoscritta da Saragat, Silone e Bonfantini. Nenni, leader del partito, pur non avendo sottoscritto alcun documento, era apertamente schierato coi primi. Neanche loro sostenevano, per la verità, anche se quello più esposto per formazione politica in direzione del partito unico era Lelio Basso, la fusione come obiettivo immediato, ma la prevedevano come prospettiva politica. Questo anche se l’Avanti titolò la conclusione di quel consiglio con un titolo emblematico e cioè: “Verso la creazione del partito unico della classe lavoratrice” (3) e il giorno dopo con un altro titolo ad effetto: “Il partito unico realizza le speranze delle grandi masse popolari” (4). Nemmeno Saragat, Silone e Bonfantini mettevano in discussione il patto d’unità d’azione. Quello che per loro era inaccettabile, e che finiva per svilire le funzioni originali del partito, era la prospettiva del suo annullamento in una strategia di unità organica coi comunisti. Le due posizioni si confronteranno anche nell’arco del 1946 al congresso di Firenze. Nel marzo si era svolta un’ampia consultazione elettorale amministrativa coi socialisti ancora forti e prevalenti in aree urbane del Nord, coi comunisti già egemoni in Emilia e in Toscana. Contemporaneamente Nenni aveva agitato da par suo il tema della Costituente ottenendo, dopo diversi rinvii, la data del due giugno per la sua elezione congiunta al referendum popolare su monarchia-repubblica.

Al congresso, il primo nel dopoguerra, della famiglia socialista, che si svolse al teatro comunale di Firenze, tra l’11 e il 17 aprile del 1946, il partito si trovò unito, sotto la guida di Pietro Nenni, a rivendicare la paternità e l’attualità della Costituente, alla quale i socialisti, più dei comunisti, avevano lavorato con coerenza e senza ripiegamenti. Tuttavia sui caratteri fondamentali del partito, e in particolare sul rapporto col Pci, il Psiup si trovò diviso in tre. Diciamo subito che l’obiettivo della fusione era stato ufficialmente abbandonato anche dalla maggioranza che faceva capo a Basso e Morandi con la copertura di Nenni, e a questa prospettiva restavano legati ormai solo Lizzadri e Cacciatore che poi furono indotti a ritirare il loro documento e a convergere sulla mozione Morandi-Basso. Sandro Pertini si era spostato su posizioni mediane difendendo l’autonomia e l’indipendenza del partito e firmando una mozione assieme a Ignazio Silone. Su questa mozione ripiegarono anche i giovani raccolti attorno alla rivista Iniziativa socialista, che contestavano i governi ciellenisti e sognavano una rivoluzione libertaria e non leninista. Saranno il perno su cui Saragat agirà per far scattare la molla della scissione.

Su posizioni ancora più intransigentemente autonomiste stavano i socialisti raccolti nella mozione di Critica sociale, appunto Saragat, Faravelli, Modigliani, D’Aragona, Simonini. Il congresso segnò una svolta. Il confronto, anzi lo scontro, non era più sul tema dell’attualità o meno della fusione, ma sul modello di socialismo. Saragat, nel suo intervento, richiamò il fatto che “lo sviluppo di un socialismo autocratico e autoritario (era) uno dei problemi attuali” (5) e gli contrapponeva il suo socialismo democratico. Basso parlò di un profondo dissenso “tra lo spirito classista e lo spirito liberalsocialista” (6). Alla fine il congresso diede un esito clamoroso. Le mozioni di Pertini, Silone e di Critica sociale raggiunsero il 51 per cento, quella cosiddetta di Base, cioè di Basso e Morandi, solo il 49. La Direzione venne composta per metà da membri della mozione di Base e per metà da esponenti delle altre due. Nenni da segretario si trasferì alla presidenza e segretario del partito venne eletto Ivan Matteo Lombardo, un esponente relativamente conosciuto, e non Sandro Pertini, come ci si attendeva.

Il partito riprese vigore e alle elezioni per la Costituente del 2 giugno la lista socialista col 20,7% sopravanzò, inaspettatamente, quella comunista, che si fermò al 18,9. La Dc si affermò come partito di maggioranza relativa col 35,2 e De Gasperi ottenne la presidenza del Consiglio formando un governo comprendente socialisti e comunisti, mentre Saragat venne chiamato alla presidenza dell’Assemblea costituente, che dopo la vittoria repubblicana aveva il compito di varare la nuova costituzione. I comunisti rimasero stupiti e in parte scioccati dal risultato elettorale. Nessuno di loro, lo confermò Amendola in dichiarazioni successive, si attendeva un risultato che prevedesse i socialisti più forti di loro. L’aver combattuto, in modi più strenui e con truppe più consistenti, il fascismo e, di rimbalzo, il forte fascino dell’Urss e della sua eroica e vittoriosa resistenza al nazismo, si erano rivelati elementi non sufficienti per ribaltare i rapporti di forza nella sinistra italiana.

Si apriva, dopo il 2 giugno, una fase nuova, nella quale uno degli obiettivi diventò per Togliatti la conquista di un’egemonia a sinistra, ancora non riconosciuta dagli elettori. Iniziò verso i socialisti una duplice iniziativa, come riveleranno successivamente due dirigenti comunisti dell’epoca, Gianni Corbi e Fabrizio Onofri. Da un lato si intensificò una polemica politica verso la maggioranza autonomista del Psiup che a Firenze aveva vinto il congresso, dall’altro si mise in campo una vera e propria opera di infiltrazione di militanti comunisti nel Partito socialista. Onofri scrive: “La presenza del Pci all’interno del Psiup era derivata sia da coloro che si richiamavano alla linea Togliatti, che da coloro che si richiamavano alla linea Secchia” (7). Per questi ultimi era funzionale a convertire il partito all’ora x della rivoluzione, per i primi a combattere lo slittamento socialdemocratico del partito e il suo distacco politico dal Pci. Ovviamente questa infiltrazione di comunisti nelle fila del Psiup (che fu massiccia e interessò l’intero territorio nazionale e un certo Luciano Lama, iscritto al Psiup, venne scoperto mentre indicava di votare per il partito fratello nella sua Forlì (8)) aveva l’obiettivo immediato di capovolgere i rapporti di forza interni in previsione di un congresso da svolgere in tempi ravvicinati.

La nuova situazione del Psiup spinse poi i socialisti a chiedere una nuova formulazione del Patto d’unità d’azione in modo da veder riconosciuta l’autonomia dei due partiti. Il patto venne rinnovato a ottobre. Questo non valse a moderare l’offensiva politica dei comunisti in particolare nei confronti di Saragat e dei suoi seguaci. Togliatti usò parole durissime, già a settembre, in una intervista al Gazzettino di Venezia, ove volle precisare che “il patto non funziona per colpa dei riformisti che hanno la direzione del partito socialista” (9). In più occasioni su l’Unità i dirigenti comunisti usarono frasi sferzanti verso la nuova maggioranza socialista e Togliatti rivendicò il diritto “di intervenire nelle questioni interne del partito socialista” (10) e di combattere contro tale frazione “con tutti i mezzi polemici i quali ci sono accessibili e dei quali ci sappiamo servire” (11). A Saragat Togliatti dedicò poi un fondo de suo giornale intitolato “Tre colonne di piombo” (12), in cui il leader comunista arrivò a definire Saragat e il suo socialismo democratico, contrapposto al comunismo reale, un simbolo per accreditarsi come “tessera ad honorem del movimento dell’Uomo qualunque” (13). A poco valse la replica di Pertini sull’Avanti dall’emblematico titolo “E il terzo gode”. La spinta autonomista dei socialisti portò non a caso, il 13 ottobre, alla promozione di una grande manifestazione nazionale in occasione del monumento a Filippo Turati, eretto a Canzo. Il leader dei riformisti era improvvisamente tornato di moda al punto che Guido Mazzali ebbe a sottolineare che “Turati è il socialismo” (14).

Anche Nenni, sia pur da posizioni diverse, come già era avvenuto per la Costituente, sviluppava da ministro degli Esteri del governo De Gasperi una politica autonoma sui temi di Trieste, e dei confini con la Jugoslavia, al di fuori di condizionamenti ideologici. Un primo elemento negativo nel percorso relativamente autonomista del Psiup fu il risultato delle elezioni amministrative parziali di novembre. Nelle grandi città, da Roma, a Napoli, a Firenze, a Torino, i socialisti vennero superati dai comunisti che riuscirono a ribaltare a loro vantaggio i risultati ottenuti a giugno. Dove la lista socialista e comunista era unica, come a Roma, le cose andarono nel peggiore dei modi, coi comunisti che si aggiudicarono 16 consiglieri e i socialisti solo 5. La sinistra del Pspiup accusò gli autonomisti, questi ultimi, in particolare Saragat, spararono sugli altri che ancora “più imperterriti che mai” (15) si trovavano alla testa del partito. A giudizio del presidente dell’Assemblea costituente gli elettori non volevano “sottoprodotti, ma merce genuina. Se sono comunisti o di tendenza comunista non sanno che farsene di un massimal-fusionismo che ha liquidato il partito nel 1921-22 e che rischia di liquidarlo oggi” (17). Il seme della scissione era già stato lanciato.

Mauro Del Bue

Note

1) A. Benzoni, V. Tedesco, Documenti del socialismo italiano (1943-1966), Bologna 1968, p. 14. Anche in M. Del Bue, Il Partito socialista a Reggio Emilia. Problemi e avvenimenti dalla ricostruzione alla scissione, Venezia 1981, p. 86.
2) Ibidem.
3) Vedi Avanti, 1 agosto 1945.
4) Vedi Avanti, 2 agosto 1945.
5) Il discorso di Saragat, in Avanti, 16 aprile 1946.
6) Il discorso di Basso, ibidem.
7) A. Gambino, Storia del dopoguerra dalla Liberazione al potere Dc, Bari 1975, p. 277.
8) Traditori, in La Giustizia, 23 giugno 1946.
9) Tra comunisti e socialisti, in Avanti, 18 settembre 1946.
10) P. Togliatti, Un partito di governo e di massa, in Politica unitaria ed Emilia rossa, Torino 1946, p. 66.
11) Ibidem
12) Tre colonne di piombo, in L’Unità, 20 settembre 1946.
13) Ibidem.
14) Vedi M. Del Bue, Il Partito socialista, cit, p. 159.
15) Il Nuovo giornale d’Italia, 21 novembre 1946, anche in M. Del Bue, Il Partito socialista, cit, p. 160-161.

La scissione di palazzo Barberini… il centrismo

nenni-e-saragatL’11 gennaio 1947 nasce in seguito alla scissione di Palazzo Barberini il Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI) guidato da Giuseppe Saragat. Fin dall’emergere delle correnti massimaliste rivoluzionarie e minimaliste riformiste, i socialisti italiani avevano conosciuto delle divisioni al loro interno, che non di rado avevano portato alla formazione di gruppi politici autonomi.

Dopo la prima guerra mondiale, l’emergenza di fronte alle violenze del fascismo fece esplodere le divergenze interne. Nel 1922, a seguito della proposta volta a cercare collaborazione con i governi liberali, una parte dei membri del partito fu espulsa dalla dirigenza rivoluzionaria. Tra questi, vi era l’onorevole Matteotti, di lì a poco barbaramente ucciso dai fascisti.

Durante il periodo di clandestinità dei partiti, nacque da parte loro il Partito Socialista Unitario, diretto da Filippo Turati, Giuseppe Saragat, Claudio Treves e Carlo Rosselli. La vecchia casa socialista tornò ad unirsi nel 1930, in occasione del XX congresso del PSI. Ma non era un’unione destinata a durare. Il terreno di scontro fu quello dell’alleanza stretta con i comunisti durante la seconda guerra mondiale e mantenuta nel dopoguerra.

Una branca del partito, e in particolare quella di Saragat, sosteneva la necessità riacquistare autonomia rispetto al PCI. Questa idea si scontrava formenente con quella della dirigenza di Pietro Nenni, che al contrario vedeva l’alleanza con il PCI strettamente necessaria, al punto che nel 1946 venne stretto tra i due partiti un nuovo patto di Unità d’Azione.

Infatti, mentre Nenni tendeva a vedere la sinistra come un unico blocco da far crescere insieme, Saragat temeva che questa unione avrebbe portato alla dissoluzione dell’azione socialista. La divergenza emerse chiaramente a seguito delle elezioni amministrative del novembre 1946, quando per la prima volta i comunisti superarono i socialisti. Se per Nenni, l’avanzata complessiva della sinistra era una vittoria, per Saragat, la discesa dei socialisti era una sconfitta.

L’11 gennaio 1947, si giunse a un punto di non ritorno. Dopo una riunione dai toni non pacati presso Palazzo Barberini a Roma, il gruppo democratico-riformista di Saragat decise di staccarsi formando un nuovo partito, trascinando con sé 50 parlamentari e diversi intellettuali.

Nel quadro politico generale, questa scissione apriva interessanti prospettive per il governo De Gasperi. Il governo di Unità Nazionale dei tre partiti di massa stava per finire e le difficoltà della guerra fredda si stavano delineando anche in Italia. Contrariamente a quanto si è pensato negli anni passati, la storiografia recente dimostra come la scelta di tagliare fuori i comunisti dal governo non sia stata né imposta né indotta dagli Stati Uniti, ma sia stata autonomamente portata avanti dalla Democrazia Cristiana.

La scissione di Palazzo Barberini in quest’ottica ha svolto un ruolo importante poiché ha offerto a De Gasperi la possibilità di portare avanti il rimpasto di governo che si ebbe nel maggio 1947, quando infatti, i socialisti di Saragat entrarono a farne parte insieme ai liberali.

Alle elezioni del 1948 poi, il PSLI (ex PSDI), insieme ad un ulteriore gruppo di fuorusciti dal PSI tra cui Ignazio Silone e Piero Calamandrei, con la lista di Unità Socialista ottenne il 7.1% alla camera e il 4.2% al senato, contribuendo ad impedire di fatto la vittoria al blocco PSI-PCI.

Si apriva così definitivamente la pagina del centrismo. Negli anni successivi non sarebbero mancati riavvicinamenti e nuove scissioni. La vicenda si concluse con “Tangentopoli”, che vide il PSDI coinvolto insieme alle altre forze del del “Pentapartito”, cosa che determinò un calo forti dei consensi. Alle elezioni del 1994, praticamente non esisteva più.

Fermo restando che la storia non si fa con i “se”, possiamo chiederci cosa sarebbe successo se i socialisti fossero rimasti uniti in quegli anni così critici, in cui si stavano formando i due blocchi della guerra fredda. Avremmo forse potuto conoscere la tanto agognata alternanza al governo che è mancata nel nostro sistema bloccato? O la creazione di una terza forza in grado di dare più dinamismo al quadro politico nazionale e internazionale assumendo come punto di riferimento la contestazione tanto dell’espansionismo capitalistico americano quanto dell’espansionismo comunista sovietico?

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni

Dal M5 Stelle addio
alla “purezza”

Grillo-Germanwings-RenziLa svolta è arrivata a sorpresa con l’avvio del 2017. Niente sanzioni automatiche del M5S verso un suo eletto inquisito dalla magistratura. La novità è annunciata al punto 4 del “Codice di comportamento del MoVimento 5 Stelle in caso di coinvolgimento in vicende giudiziarie”. Più esattamente: “La ricezione, da parte del portavoce, di ‘informazioni di garanzia’ o di un ‘avviso di conclusione delle indagini’ non comporta alcuna automatica valutazione di gravità dei comportamenti potenzialmente tenuti dal portavoce stesso”. Il “Codice di comportamento” composto da 6 punti è pubblicato dal 2 gennaio sul blog di Beppe Grillo e diverrà operativo quando si concluderanno le votazioni online degli iscritti pentastellati, possibili dal 3 gennaio.

No, dunque, ad autosospensioni, sospensioni ed espulsioni automatiche per un avviso di garanzia giunto a un amministratore locale o a un parlamentare. Se passerà il “sì” alla ratifica del “Codice di comportamento”, come è quasi certo visto l’imprimatur di Grillo, si affermerà una svolta garantista di rilievo. Le leggi italiane e delle democrazie occidentali stabiliscono che ogni imputato è da considerarsi innocente fino all’arrivo di una sentenza di condanna definitiva. Non è raro, infatti, un errore giudiziario o la comparsa di elementi nuovi di giudizio; così una sentenza in Corte di assise di appello o in Corte di cassazione può essere addirittura opposta a quella in primo grado del Tribunale.

Il M5S, e il suo garante Grillo, adesso fanno i conti con gli effetti dello straordinario successo politico ed elettorale. I grillini, a poco più di 7 anni dalla fondazione, possono contare su molti deputati e senatori (nonostante i circa 30 parlamentari espulsi o che hanno detto addio) e tanti sindaci, anche di città importanti come Roma e Torino. Tuttavia la conquista di un rilevante ruolo politico ha portato anche dei guai giudiziari per alcuni sindaci come nel caso di Livorno, Parma e Quarto. Senza il “Codice di comportamento”, il sindaco di Livorno non è stato estromesso dai cinquestelle, mentre gli altri due sì.

Ma una tegola giudiziaria, un avviso di garanzia, potrebbe arrivare anche a Virginia Raggi, dopo la tempesta degli arresti, degli avvisi di garanzia e delle dimissioni a catena piombate sulla sua amministrazione. Per il M5S le dimissioni, la caduta di Virginia Raggi, la perdita della capitale per via giudiziaria sarebbe un bruttissimo colpo. Oltretutto i romani sono infuriati per le carenze del trasporto urbano e della raccolta dei rifiuti. Il fondatore del M5S alcuni giorni fa, pur rimproverando degli “errori”, ha difeso la sua sindaca anche dalle pesanti critiche partite da una parte dei cinquestelle della città: «Roma va avanti con Virginia Raggi sindaco del Movimento 5 stelle». Sarà uno coincidenza, ma il blog  di Grillo, in apertura, pubblica proprio un articolo firmato dalla sindaca di Roma dal titolo “#LaFestaDiRoma unica al mondo: il 2017 inizia alla grande”. E accanto all’articolo della Raggi, in posizione meno evidente, c’è la notizia del varo del “Codice di comportamento”.

La presunzione di innocenza è una norma, un principio fondamentale di uno Stato di diritto e di una democrazia, ma non sempre questa “stella polare” ha retto alle temperie della storia. I venti delle rivoluzioni, che spirano dei momenti di crisi politica, economica e sociale, alle volte hanno messo in discussione le conquiste di civiltà dando spazio alle tendenze forcaiole, alla presunzione di colpevolezza verso classi dirigenti ritenute corrotte e da abbattere. Il “cappio” agitato al posto di tesi politiche contrapposte, alle volte ha azzerato senza tanti complimenti in un clima violento le vecchie classi politiche, arrivando in alcuni casi all’instaurazione di terribili dittature.

Gli esempi di sanguinose dittature di destra, sinistra e teocratiche, artefici di campi di sterminio e di gulag nei quali rinchiudere gli oppositori, purtroppo non mancano nelle storia antica e recente dell’umanità. Anche alcune rivoluzioni nate nei sacri principi di libertà, uguaglianza e democrazia poi hanno subito tragiche involuzioni totalitarie. È successo, in particolare, quando le rivoluzioni hanno alzato la bandiera della moralità in chiave di “purezza” dei comportamenti. La “purezza”, in troppi casi, inciampando anche nel codice penale, ha portato all’orrore dello Stato etico, motore delle peggiori dittature come fascismo e comunismo.

Le vere rivoluzioni sono quelle riformiste, democratiche, rispettose della legalità, che hanno cambiato e cambiano la società, la rendono più giusta ed egualitaria ricorrendo allo strumento delle libere elezioni.

Rodolfo Ruocco

Renzi, rivolta a sinistra.
La partita non è finita

Renzi-riforme-aula«Torno a casa davvero… Qualche commentatore finge di non vedere l’elenco impressionante di riforme che abbiamo realizzato». Matteo Renzi, lasciata la presidenza del Consiglio, l’11 dicembre ha scritto una lettera-confessione su Facebook. Un occhio era rivolto al passato («Sono stati mille giorni di governo fantastici») e uno al futuro («Non ci stancheremo di riprovare a ripartire»).

Il segretario del Pd ha perso la sua scommessa di governo quando il 4 dicembre ha vinto il “no” al referendum sul superamento del bicameralismo paritario: è affondata la riforma centrale del suo esecutivo e si è dimesso da presidente del Consiglio. Tuttavia la partita ancora non è finita. Renzi ha lasciato Palazzo Chigi, però resta segretario del Pd almeno fino al prossimo congresso, previsto alla fine del 2017.

Intende “riprovare a ripartire”. Non sarà semplice. Deve fare i conti con le opposizioni e con le sinistre del Pd galvanizzate, per motivi diversi, dal successo referendario del “no”. Deve affrontare la rivolta della sinistra politica interna, esterna e di quella sociale. Questa volta il tema dello scontro non sarà la riforma costituzionale, ma il lavoro in tutte le sue declinazioni. Il lavoro del resto, storicamente, è una questione fondamentale per una forza di sinistra, sia dal punto di vista del numero degli occupati sia da quello dei diritti. Roberto Speranza si è candidato ufficialmente alle segreteria del partito contro Renzi, chiedendo “un cambio di rotta” e  definendo la sua sfida quella di “Davide contro Golia”. Il leader della minoranza bersaniana del partito ha detto basta a “un uomo solo al comando”, vuole spostare dal centro a sinistra il Pd, rappresentando “le periferie” e “i lavoratori”.

Non solo.  Minaccia di affondare il governo di Paolo Gentiloni, amico e già stretto collaboratore di Renzi, sul tema dell’occupazione. Speranza ha annunciato a sorpresa: «Via i voucher o sfiducia» al ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Più esattamente: la minoranza bersaniana voterà in Parlamento in favore della mozione di sfiducia delle opposizioni, presentata contro Poletti, se non verranno cancellati (o fortemente ridimensionati) i voucher, cioè i buoni con i quali si paga il lavoro occasionale. L’ex capogruppo del Pd alla Camera ha precisato: a fine 2016 arriveranno intorno all’astronomica cifra di 150 milioni favorendo “la precarietà” del lavoro.

Ora la parola passa a Poletti, al presidente del Consiglio Gentiloni e a Renzi. Il problema è se e come rivedere i voucher. E non finisce qui. Il lavoro è un pericoloso fronte scoperto a sinistra per il segretario del Pd. L’ex sindaco di Firenze deve fare attenzione ad un altro, possibile e rischioso referendum: quello chiesto dalla Cgil per abolire di fatto il Jobs Act (la confederazione sindacale punta soprattutto a mettere da parte i voucher e a ripristinare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sulla tutela dai licenziamenti, cancellato per i nuovi assunti). Quella del mercato del lavoro è una riforma centrale del suo esecutivo dei “mille giorni”: la minoranza del partito l’ha attaccata perché “favorisce i licenziamenti”, mentre lui l’ha difesa. Anzi, il segretario del Pd ha respinto l’accusa che sia una riforma liberista di destra e l’ha rivendicata come un provvedimento di “sinistra”, perché combatte il precariato e la disoccupazione con il contratto di lavoro a tutele crescenti in favore dei giovani.

La Corte Costituzionale dovrebbe esaminare l’ammissibilità delle richieste di referendum sul Jobs Act il prossimo 11 gennaio. Paolo Gentiloni e Giuliano Poletti sarebbero intenzionati a correre ai ripari, nel caso del disco verde della Consulta, per evitare il referendum. Il presidente del Consiglio e il ministro del Lavoro, in particolare, starebbero valutando una nuova normativa per combattere l’abuso dei buoni lavoro (da gennaio ad ottobre scorso ne sono stati usati 121 milioni).

Il primo bersaglio del referendum della Cgil sarebbe Renzi, che sembrerebbe favorevole anche a cercare di ottenere le elezioni politiche anticipate entro la prossima primavera, pur di far slittare di un anno il referendum sul mercato del lavoro. La consultazione referendaria è ad alto rischio: la grande maggioranza degli italiani potrebbe votare per l’abrogazione. Un risultato del genere segnerebbe la definitiva disfatta del segretario del Pd.

Rodolfo Ruocco

Gentiloni-Raggi, vuoti
a perdere

1195833 : (Vincenzo Tersigni / EIDON), 2016-06-22 Roma - Virginia Raggi. Primo giorno da sindaco con la fascia tricolore - Virginia Raggi, Maria Elena Boschi

(Vincenzo Tersigni / EIDON) Virginia Raggi e Maria Elena Boschi

Il governo Gentiloni potrebbe durare appena 4-5 mesi o forse meno. Il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio non ha usato perifrasi: “Penso che la primavera sia la scadenza in cui andremo alle elezioni, ma decide il presidente della Repubblica”. Matteo Renzi, predecessore di Paolo Gentiloni alla presidenza del Consiglio e segretario del Pd, vorrebbe andare a votare in tempi rapidi: tra aprile e giugno del 2017.
Il perché lo ha spiegato bene il ministro del Lavoro Giuliano Poletti: “Mi sembra che l’atteggiamento prevalente sia quello di andare a votare presto, quindi prima del referendum sul Jobs act”. La considerazione, successivamente in parte rettificata, fa emergere la nuova paura di Renzi: perdere il referendum sulla riforma del mercato del lavoro dopo la sconfitta già subita nella consultazione del 4 dicembre sulla revisione della Costituzione.
Il segretario del Pd ha pronta la contromossa. La Consulta dovrebbe decidere l’11 gennaio la data del referendum chiesto dalla Cgil per abolire il Jobs act e Renzi punta sulle elezioni politiche anticipate per far slittare al 2018 il pericoloso appuntamento referendario. Teme il disastro totale e cerca di evitarlo: con il referendum sulla riforma costituzionale è stato sfrattato dalla presidenza del Consiglio, con quello sul Jobs act rischia di perdere anche la segreteria dei democratici. La riforma del mercato del lavoro non piace a molti italiani e una nuova batosta referendaria decreterebbe la sua morte politica.
Gentiloni, amico e già stretto collaboratore di Renzi, è prudente. Il presidente del Consiglio, chiedendo il voto di fiducia alla Camera il 13 dicembre, ha definito il suo governo “di responsabilità” con una vita legata a “fin quando avrà la fiducia del Parlamento”. Già, fino a quando “avrà la fiducia del Parlamento”.
Il conto alla rovescia è già cominciato. Per aprire in tempi rapidi le urne si sta formando un folto schieramento anche se eterogeneo: il Pd renziano, il M5S di Beppe Grillo, la Lega Nord di Matteo Salvini, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Forza Italia di Silvio Berlusconi, i vari centristi di maggioranza e di opposizione, le sinistre di Nichi Vendola e Stefano Fassina, le minoranza del Pd sarebbero invece per arrivare alla fine della legislatura all’inizio del 2018.
In una situazione molto difficile, molto più precaria di quella di Gentiloni è Virginia Raggi. La sindaca grillina di Roma, eletta appena sei mesi fa a furor di popolo a guidare il Campidoglio, sta naufragando nel caos amministrativo, politico e giudiziario. Tangenti, arresti per corruzione, dimissioni a catena nella giunta e nelle aziende municipalizzate di servizi pubblici chiave come Atac (trasporto urbano) e Ama (rifiuti), si sono abbattuti sulla testa della prima cittadina della metropoli. Ha perso i più stretti collaboratori, è stata messa sotto accusa da gran parte del M5S della capitale e dallo stesso Grillo.
La Raggi è sotto assedio e il peggio potrebbe presto arrivare sotto forma di una pericolosa tegola giudiziaria. Fino a poco tempo fa assicurava: “Non mollo”. Adesso è cauta: “Se mi arriverà un avviso di garanzia? Valuterò”, Le accuse cinquestelle contro di lei e l’arrivo in giunta di uomini stimati da Davide Casaleggio e da Grillo? Gioca in difesa: “Non sono commissariata e mi sento ancora dentro il M5S”.
Sia Paolo Gentiloni sia Virginia Raggi sono appesi a un filo, sono come due vuoti a perdere. Il primo e la seconda sono due specchi di due diverse crisi: quella del Pd e quella del M5S. Il presidente del Consiglio è il volto della crisi del Pd renziano, la maggiore forza del Parlamento e del governo, il baricentro del sistema politico italiano. La sindaca di Roma è l’emblema della crisi del M5S, la maggiore forza dell’opposizione, la testa d’ariete della protesta anti sistema.

Rodolfo Ruocco

Campidoglio. L’incubo
di Virginia Raggi

Roma-mafia-CampidoglioTangenti, corruzione. Raffaele Marra, fedelissimo di Virginia Raggi, capo del personale del comune di Roma, è stato arrestato ed è finito nel carcere di Regina Coeli. Non è venerdì 17, ma venerdì 16 dicembre quando scattano le manette per Marra, ma anche se non si tratta del numero infausto per antonomasia è un giorno nero per la sindaca grillina della capitale, nerissimo. Anzi, è una settimana da dimenticare per la Raggi. Lunedì 12 dicembre, appena quattro giorni prima, si è dimessa da assessora all’Ambiente Paola Muraro, accusata dalla magistratura romana di gravi reati ambientali. La giunta cinquestelle della città, con alle spalle appena sei mesi di vita, scricchiola.

Per la Raggi è una giornata da incubo. L’assemblea del consiglio comunale di Roma si è trasformata in una bolgia tra accuse, grida ed insulti. I consiglieri del Pd hanno occupato i banchi della giunta reclamando spiegazioni sulla vicenda, ma la prima cittadina di Roma non si è fatta vedere e sono stati espulsi dall’aula. Le opposizioni, tra grida di protesta, hanno alzato cartelli con le scritte “Onestà” e “Trasparenza”, i vecchi motti dei pentastellati. Le opposizioni di centrosinistra e di centrodestra attaccano la sindaca. Soprattutto il centrodestra ha reclamato le dimissioni sue e della giunta.

Virginia Raggi, tesissima, ha replicato con i giornalisti: «Noi andiamo avanti, con serenità». Ha riconosciuto l’errore ed ha cercato di smorzare la valenza politica del caso: «Ci siamo fidati e probabilmente abbiamo sbagliato, ma Marra non è un esponente politico, bensì uno dei 23 mila dipendenti del comune di Roma». Dopo aver difeso ad oltranza il capo del personale dei lavoratori capitolini, adesso però ha chiesto scusa a tutti: «Mi dispiace. Per i romani, per il Movimento e per Beppe Grillo, che aveva avanzato perplessità».

Cosa farà ora? Chi prenderà il posto di Marra? Chi subentrerà alla Muraro nel delicato incarico di assessore all’Ambiente? Come verranno superati i contrasti tra i grillini? Domande inevase. È stata una strana conferenza stampa quella della Raggi. Non ha risposto a nessuna delle domande dei giornalisti, ha rilasciato le sue dichiarazioni alla stampa ed è andata via, come è accaduto molte altre volte in passato nei passaggi più difficili della sua giunta.

Già, però ha riconosciuto di aver sbagliato per sei mesi. Prima aveva nominato Marra vice capo di gabinetto del Campidoglio, poi lo aveva spostato a guidare il dipartimento del personale, dopo pesanti accuse lanciate dall’interno del M5S romano e le riserve espresse dallo stesso Grillo. Marra, ex ufficiale della Guardia di finanza, ex uomo di Gianni Alemanno e di Renata Polverini, nelle amministrazioni di centrodestra del comune di Roma e della regione Lazio, non aveva una grande fama. Aveva spaccato il M5S. Era sommerso dalle critiche da parte di molti esponenti dei cinquestelle. In particolare l’ex presidente dei deputati pentastellati della Camera Roberta Lombardi era durissima: Marra è “il virus che ha infettato il Movimento”. Tuttavia la sindaca continuava a difenderlo e avvertiva: «Se va via Marra, mi dimetto anche io».

La Raggi, nel giugno scorso, vinse in modo trionfale la sfida per il Campidoglio col 67% dei voti, nel ballottaggio contro Roberto Giachetti, Pd. Divenne una delle bandiere del successo del M5S di Grillo contro il Pd di Matteo Renzi. Ma questa bandiera cominciò subito a piegarsi. I guai cominciarono immediatamente: il primo settembre si dimise da assessore al Bilancio Marcello Minenna e da capo di gabinetto Carla Romana Rainieri. Rainieri, magistrata di Corte d’Appello, successivamente precisò: «Ero ‘scomoda’, avvertita come un corpo estraneo, come un nemico da abbattere».

La navigazione della Raggi, con la maggioranza assoluta dei seggi in consiglio comunale, avrebbe potuto essere una tranquilla passeggiata, invece si è tramutata in un incubo. Dimissioni per contrasti politici interni e per guai giudiziari hanno scosso e scuotono la giunta con conseguenze imprevedibili. Dimissioni a catena dei vertici dell’Atac (l’azienda municipalizzata del trasporto pubblico) e dell’Ama (l’azienda comunale della nettezza urbana) hanno messo ulteriormente in crisi le corse degli autobus e la raccolta dei rifiuti, esasperando i cittadini. La sindaca troppe volte è assente o non decide su problemi importanti per lo sviluppo e la stessa sopravvivenza della metropoli. È quasi un fantasma, come accade in svariate conferenza stampa.

Grillo è molto preoccupato. Il garante del M5S ha cancellato il programmato blitz a Siena contro l’ennesimo piano di salvataggio del dissestato Monte dei Paschi ed è piombato a Roma. Ha fatto il punto ricevendo Roberto Fico e Luigi Di Maio all’Hotel Forum, il suo albergo di soggiorno abituale nella capitale. Grillo e i due giovani ex componenti il direttorio cinquestelle cercano di parare i micidiali colpi.

Il M5S, principale vincitore della bocciatura della riforma costituzionale di Renzi nel referendum del 4 dicembre, rischia grosso. Il caos della Raggi a Roma potrebbe danneggiare seriamente i cinquestelle, in forte ascesa a livello nazionale (i sondaggi elettorali gli attribuiscono il podio di primo partito italiano). Il caso Roma produce una doppia ferita: 1) mette in discussione la capacità del M5S di passare da forza di opposizione a forza di governo, 2) fa traballare l’immagine di onestà e di lotta alla corruzione pubblica.

Pare che Grillo abbia telefonato alla Raggi: «Su Marra te lo avevo detto, ora rimedia». Il leader del M5S lo scorso agosto lanciò l’allarme dopo la vittoria del M5S nelle elezioni comunali di giugno: «Stiamo attenti a dirci onesti da soli». Aggiunse: «Bisogna farselo dire ‘sei una persona onesta’». Il fondatore dei cinquestelle fu preveggente. Adesso è il M5S a dover dare una risposta ai problemi della corruzione pubblica.

Rodolfo Ruocco

Spettro Piazze contro Parlamento

gentiloni-uscitaNon sarà facile archiviare in modo indolore Matteo Renzi. Paolo Gentiloni, amico e successore dell’ex presidente del Consiglio, ha tanti fronti aperti, molti problemi da affrontare. Ma il neo presidente del Consiglio, già stretto collaboratore del giovane “rottamatore” di Firenze “rottamato” dalla sconfitta al referendum costituzionale del 4 dicembre, dovrà fare i conti soprattutto con la protesta sociale, causata dalla crisi economica e dall’immigrazione di massa.
Dovrà fare i conti soprattutto con Beppe Grillo, massimo interprete del profondo malessere sociale, provocato dalla Grande crisi finanziaria internazionale scoppiata nel 2008. Il fondatore del M5S è un personaggio straordinario, è per metà comico e metà politico. Da uno spettacolo tenuto al Teatro Politeama di Genova ha dato la linea per combattere Gentiloni: le Piazze contro il Parlamento. Alla folla di spettatori del Politeama ha annunciato: «Tutti i nostri 140 parlamentari usciranno da questo Parlamento finto e antidemocratico e usciremo nelle piazze» per abbattere il governo.
Dal suo potente blog su internet ha precisato la strategia: entro il 24 gennaio verrà organizzata una grande manifestazione dei cinquestelle, «noi compariremo in una piazza d’Italia e terremo lì una seduta parlamentare: sarà un flash mob per la democrazia, dove a parlare e ad essere ascoltati saranno i cittadini». Il Parlamento è snobbato come pure le consultazioni sulla crisi di governo svolte da Gentiloni, perché “riti tristi, triti e ritriti”. L’obiettivo è difendere “la sovranità popolare” stabilita dall’articolo 1 della Costituzione perché Gentiloni, il Pd, il sistema politico, «Il palazzo non vuole prendere atto del no di 20 milioni di italiani» nel referendum contro la riforma costituzionale di Renzi.
È partita la sfida sul rispetto dei principi e delle norme della Costituzione. Gentiloni, chiedendo il voto di fiducia della Camera al governo, ha replicato: è un esecutivo “di responsabilità” che durerà “fin quando avrà la fiducia del Parlamento”. Ha parlato in un’aula in parte vuota, senza i deputati del M5S, della Lega Nord e dei verdiniani di Ala: «La politica è confronto, non odio e post verità. Chi rappresenta i cittadini non deve diffondere paure». Ha contestato le opposizioni assenti e, in particolare, i pentastellati: «Abbiamo i super paladini della centralità del Parlamento che nel momento più importante della vita parlamentare non ci sono». Ha rilanciato la necessità del confronto e di abbassare i toni: «Bisogna farla finita con l’apparentemente inarrestabile escalation di violenza verbale. Il Parlamento non è un social network. Contribuiamo a rasserenare il clima nelle famiglie del nostro Paese».
Gentiloni vuole porre al centro del suo governo l’impegno per il lavoro e rivedere l’Italicum, la riforma elettorale ormai affondata. Tuttavia, dopo il referendum, adesso si annuncia una seconda battaglia campale per chi rispetta la Costituzione. Ognuno prepara la sua lotta.
Le piazze e i comizi sono il sale della democrazia come il Parlamento liberamente eletto dai cittadini. Si tratta di due strumenti essenziali della democrazia come altri, tipo la libertà di stampa. Ma Piazza e Parlamento non vanno messi in contrapposizione, per delegittimare uno dei due. Quando ciò è avvenuto, alcune volte, si sono imposte spaventose dittature.

Rodolfo Ruocco

12 dicembre 1969: scia di sangue senza colpevoli

strage-piazza-fontanaAlle 16 e 37 un ordigno con 7 Kg di tritolo esplode nella sede della Banca Nazionale dell’agricoltura a Milano. Il grande salone dal tetto a cupola trema e un cratere si apre nella sala ancora gremita. Ottantasette feriti, diciassette morti e una ferita che ancora oggi non si è rimarginata.

È il 12 Dicembre 1969 e da quel giorno lo stragismo fa irruzione sulla scena italiana.

Durante quel Venerdì nero altri 3 ordigni furono fatti esplodere a Roma (un totale di 17 feriti) ed uno fu rinvenuto a piazza della Scala a Milano.
Quel terribile giorno aggiunge ulteriore benzina ad un periodo già teso da un punto di vista sociale: l’Autunno Caldo era cominciato solo pochi mesi prima.
Scaduti i contratti collettivi di lavoro, gli operai erano scesi in piazza dal settembre di quell’anno, chiedendo rinnovi e miglioramenti delle condizioni di lavoro. I metalmeccanici furono la categorie più attiva, anche a causa di una situazione salariale drammatica. L’Italia era infatti tra i paesi con gli stipendi più bassi tra quelli dell’Europa Occidentale.
Poco dopo la strage il rinnovo arrivò, rasserenando il clima.

Le prime piste relative alla serie di attentati si concentrano su quella anarchica, portando al fermo di Giuseppe Pinelli.
L’anarchico fu subito sospettato di conoscere alcuni dettagli relativi all’attentato e quindi sottoposto a fermo presso la prefettura di Milano (con altri 84 sospetti). L’interrogatorio successivo finì però male, con la caduta dell’anarchico dal quarto piano dell’edificio e la sua morte durante la corsa in ospedale. Tra accuse, autopsie ed inchieste, la versione ufficiale attribuisce quel decesso ad un malore. Precisamente ad una alterazione del centro di equilibrio che, a causa di numerosi fattori (stress, freddo e sigarette), avrebbe fatto barcollare l’imputato in prossimità della finestra. Nessun responsabile quindi: una versione ancora oggi contestata da più parti.
Le indagini che si susseguirono nel corso degli anni scagionarono totalmente l’uomo.
I processi che si conclusero nel 2005 non accertarono mai le responsabilità materiali. L’unico reo confesso fu Carlo Digilio, che però vide prescritta la sua pena, anche grazie alle numerose attenuanti derivanti dal suo contributo alle indagini.
Nonostante questa totale assenza di colpevoli “ufficiali”, la cassazione confermò che la strage fu compiuta da una cellula eversiva di Ordine Nuovo, in un chiaro piano di diffusione del terrore: “i tragici fatti del 12 dicembre 1969 non rappresentano una ‘scheggia impazzita’ ma il frutto di una coordinata ‘acme’ operativa iscritta in un programma eversivo ben sedimentato, ancorché di oscura genesi, contorni e dimensioni”.

La tragicomicità di questa vicenda si conclude quindi senza alcun colpevole e con le famiglie delle vittime costrette a pagare le spese processuali.

Negli anni successivi lo stragismo continuò il suo percorso, raggiungendo l’apice con la Strage di Bologna.
Il 28 Maggio 1974 fu colpita Brescia, nella sua centralissima Piazza della Loggia. I morti furono otto, tutti esponenti di sindacati e comitati antifascisti, in marcia contro il terrorismo di estrema destra.
Nella notte tra il 3 ed il 4 agosto dello stesso anno una bomba deflagrò sul treno Italicus (in transito in provincia di Bologna) e anche in questo caso alcuni innocenti morirono (12).

Il crescendo di violenze trova però il suo apice con la Strage di Bologna.

In quel 2 agosto del 1980 ottatacinque persone persero la vita e 200 rimasero ferite.
In piazza delle Medaglie d’oro ancora oggi l’orologio commemorativo ricorda le 10:25 di quel giorno.

Il filo conduttore di questi atti è quello dello neofascismo militante.
Una strategia del terrore a cui molti hanno cercato di dare risposta ed il cui intento principale era quello di intimidire. Una strategia sistematica e portata avanti con incredibile cinismo nel corso degli anni.
Quello che è emerso non è però esente da interrogativi.
Fin dagli anni 80 sono emersi alcuni elementi relativi a depistaggi e disinformazione. Il tentativo è stato quello di slegare le stragi da una strategia del terrore, facendole passare come “spontaneismo armato” (cioè iniziative di cani sciolti).
In alcune di esse (Loggia, Fontana e Bologna) si rilevano anche delle inquietanti coincidenze che coinvolgerebbero i servizi segreti italiani. Non sono stati riscontrati al momento dei legami ufficiali, ma molti dubbi sono stati sollevati da più parti.
I servizi tirati in ballo non sono solo quelli nostrani.
Alcune teorie gettano ombra anche sul ruolo di quelli USA e Israeliani, stizziti da una politica italiana non allineata su alcuni temi scottanti (Gheddafi e Palestinesi).

La nebbia che tuttora avvolge questi episodi non può che alimentare sempre più domande e ipotesi. E’ probabile però che non sarà mai fatta chiarezza e che questi anni di terrore rimarranno sempre più un mistero.

Federico Marcangeli
Blog Fondazione Nenni

Democrazia e voto.
Renzi, la cabala 40.8%

D'Alema-Renzi-UeMassimo D’Alema sembra aver confidato nell’aiuto divino per la vittoria del No al referendum sulla riforma costituzionale del governo. L’esponente della sinistra del Pd, alla vigilia del voto del 4 dicembre, pare abbia assicurato a un amico: «La Madonna è con noi». L’invocazione dell’ex presidente del Consiglio, se c’è stata, ha funzionato.
Matteo Renzi è stato sconfitto al referendum e sonoramente: il 59,11% degli elettori ha votato No al superamento del bicameralismo paritario e solo il 40,89% ha tracciato una croce sul Sì. Ben 19.419.528 cittadini hanno respinto il progetto renziano di modernizzare e semplificare le istituzioni mentre appena 13.432.187 lo hanno promosso.
Gli italiani hanno affollato le urne: i votanti sono arrivati al 65,5%. È stata bocciata la revisione della Costituzione del presidente del Consiglio e segretario del Pd, la riforma centrale del suo governo. Renzi ne ha preso atto e ha immediatamente annunciato le sue dimissioni da presidente del Consiglio. Non ha perso il piacere per le battute: «Volevo tagliare le poltrone della politica e alla fine è saltata la mia».
Ora tutte le decisioni passeranno nelle mani di Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica dovrà valutare la delicata crisi. Sono improbabili le elezioni politiche anticipate chieste dal M5S, dalla Lega Nord e da Fratelli d’Italia. C’è l’urgenza di approvare il disegno di legge di Bilancio (votato dalla Camera e non ancora dal Senato), un provvedimento fondamentale per la finanza pubblica italiana. C’è anche la necessità di varare un nuovo sistema elettorale per le politiche o, comunque, di cambiare in profondità l’Italicum (la legge elettorale voluta da Renzi, legata strettamente alla riforma costituzionale naufragata, prevede solo l’elezione dei deputati e non dei senatori). Mattarella dovrà verificare se esiste una maggioranza in Parlamento per affrontare queste due priorità e a chi affidare l’incarico di guidare il nuovo governo.
È difficile la nascita di un Renzi bis, l’incarico di formare un nuovo esecutivo potrebbe andare ad una figura di carattere istituzionale (tra i papabili c’è il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e il presidente del Senato Pietro Grasso).
La batosta è pesante. Il voto referendario, di fatto, si è trasformato in un referendum su Renzi, sulle sue riforme strutturali, sui suoi quasi tre anni di governo. Renzi ha personalizzato e politicizzato il voto. Da solo ha sfidato tutti: Beppe Grillo (M5S), Silvio Berlusconi (Forza Italia), Matteo Salvini (Lega Nord), Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia), Nichi Vendola e Stefano Fassina (Sinistra Italiana), Mario Monti (ex presidente del Consiglio del governo tecnico del 2011-2012), Pier Luigi Bersani (sinistra Pd). Negli ultimi giorni ha avuto un aiuto tiepido solo da Romano Prodi, ex presidente del Consiglio e inventore dell’Ulivo e del Pd.
Renzi ha perso clamorosamente la sfida. Ha vinto la protesta sociale. Praticamente tutta Italia (tranne le roccaforti emiliane, toscane e trentine) hanno bocciato la riforma costituzionale. La Grande crisi internazionale del 2008 e la globalizzazione hanno avuto gravissime conseguenze economiche e sociali. La chiusura di molte fabbriche, la disoccupazione, il precariato, la valanga dell’immigrazione, la Ue a trazione tedesca, il forte impoverimento hanno spinto il ceto medio e quello operaio a votare in massa contro la classe dirigente e il governo (come è già avvenuto in Gran Bretagna con il referendum sull’uscita dalla Ue e negli Usa con l’elezione di Donald Trump a presidente, come successore di Barack Obama).
La grande maggioranza degli italiani ha respinto la riforma costituzionale, ha votato Sì solo il 40,89%, un numero strano. C’è una singolare coincidenza. Ancora una volta, nel destino di Renzi, compare il 40,8%: questo per lui è un numero da cabala. Lo stesso numero, in situazioni diverse, ha avuto per lui prima una valenza fortunata e poi infausta. Il presidente del Consiglio nel 2014, appena due anni fa, trionfò nelle elezioni europee proprio con il 40,8% dei voti, sgominando tutte le opposizioni e mettendo nell’angolo tutti gli alleati. Adesso nel referendum, con lo stesso numero, ha conosciuto una disfatta.

Il giovane “rottamatore” di Firenze è finito “rottamato”. Ha commentato: «Mi assumo tutte le responsabilità della sconfitta e dico agli amici del Sì che ho perso io, non voi». Ora si apre una nuova fase politica, con probabili nuovi equilibri.

Rodolfo Ruocco