Uòlter esce dall’ombra
Si fa alternativa a Renzi

EVIDENZA - Veltroni

Si può perdere tutto in un attimo. Walter Veltroni nel 2008 ci riuscì. Perse contemporaneamente contro Silvio Berlusconi le elezioni politiche, le regionali sarde, il Campidoglio dal quale si era dimesso da sindaco aprendo la strada all’era di Gianni Alemanno. Non solo. Negò nel 2008 un’alleanza elettorale alla sinistra radicale dell’Arcobaleno e a quella riformista del Psi in nome dell’autosufficienza del Pd, perse la segreteria dei democratici.

Un disastro. Nel febbraio del 2009 si dimise da segretario del Pd: «Me ne vado senza sbattere la porta…Non è il partito che sognavo. Ce l’ho messa tutta ma non ce l’ho fatta. Chiedo scusa».

Veltroni si fece da parte ma restò in pista, continuò a fare il deputato e a contare nel Pd fino a quando non fu “rottamato” da Matteo Renzi, il giovane ex sindaco di Firenze, divenuto prima segretario del Pd dalla fine del 2013 e poi presidente del Consiglio dall’inizio del 2014. L’ex segretario dei democratici cambiò vita: uscì dalla scena politica, si dedicò a scrivere libri, a firmare documentari televisivi e a fare il giornalista sportivo.

Sembrava scomparso dall’orizzonte politico come tanti altri finiti sotto il rullo compressore renziano della “rottamazione”, del ricambio generazionale: ma non è stato così. Sorpresa: è ricomparso il 14 ottobre al Teatro Eliseo per festeggiare i 10 anni del Pd. A Roma è salito sul palco con Renzi e il presidente del Consiglio Gentiloni e tra gli applausi ha annunciato un cauto ritorno. Ha sollecitato l’unità condannando divisioni e scissioni, ha invitato a costruire una sinistra riformista capace di tessere alleanze non spurie di centro-sinistra. Ha assicurato: «La mia vita è e sarà diversa, ma non sarà altrove».

Lui era presente all’Eliseo mentre gli altri padri fondatori del Pd del 2007 erano assenti: o si sono allontanati dal partito dedicandosi agli studi (Romano Prodi, Arturo Parisi, Enrico Letta) o si sono separati con dolorose scissioni (Bersani, D’Alema, Fassina, Civati, Cofferati, Speranza, Enrico Rossi).

Adesso c’è una nuova sorpresa: il cauto ritorno si è trasformato in un boato politico contro Renzi. L’ex segretario ha tuonato contro l’attuale segretario del Pd bocciando la mozione presentata alla Camera contro la conferma di Ignazio Visco a governatore della Banca d’Italia. La dichiarazione di ieri 18 ottobre all’Ansa è stata lapidaria: il no a Visco è «incomprensibile e ingiustificabile» perché «da sempre la Banca d’Italia è un patrimonio di indipendenza e di autonomia per l’intero paese».

È scoppiato lo scontro “fratricida”. Renzi ha confermato le critiche a Bankitalia per le carenze nella sorveglianza sui malandati conti di alcune banche italiane: in questi anni «è successo di tutto nelle banche…È mancata una vigilanza efficace. C’è bisogno di scrivere una pagina nuova».

Ulteriore sorpresa: buona parte del Pd e della maggioranza di governo si è schierata con Veltroni. Il ministro dello Sviluppo economico Calenda, il capogruppo democratico al Senato Zanda, l’ex presidente del Consiglio Monti e l’ex presidente della Repubblica Napolitano hanno dato ragione all’ex segretario del Pd. Ma al di là dei contenuti, la contestazione fa ritornare Veltroni protagonista, di fatto diventa una possibile alternativa al giovane segretario.

Uòlter, soprannome dato a Veltroni anni fa dai comici satirici Ficarra e Picone, è rimasto scolpito nel linguaggio comune. L’ex sindaco di Roma, ribattezzato così per il suo “buonismo”, sa tirare delle feroci zampate quando vuole. Da anni ha invitato a fare una politica col “cuore”, a mettere da parte le “ideologie”,  ad abbandonare l’”odio” anche contro Silvio Berlusconi. Ha indicato una strada da seguire: «Siamo uomini e boyscout». Ha sollecitato ad aiutare i “poveri” e le “popolazioni povere” dell’Africa. Anzi, ha annunciato più volte l’intenzione di voler andare in Africa dopo aver lasciato la politica. Dopo le dimissioni da segretario del Pd nel 2009 confermò la promessa:  «Dopo 33 anni di scena politica quello che ritrovo è il tempo, anche per andare in Africa, cosa che tante ironie ha suscitato».

Tuttavia l’impegno è stato disatteso, non è andato in Africa. Veltroni, 62 anni, ha una lunghissima carriera politica alle spalle che ha attraversato la Prima e la Seconda Repubblica. Ha accumulato una grandissima esperienza politica: consigliere comunale del Pci a Roma nel 1976, per la prima volta deputato nel 1987, segretario dei Ds e del Pd, due volte sindaco della capitale, vice presidente del Consiglio nel governo Prodi, ministro della Cultura.Nicola Rossi, economista, ex Ds, già deputato dell’Ulivo, stimava Veltroni e lo volle segretario del Pd perché sa «suscitare emozioni». Spiegava: somiglia a «una Vespa, quella di Vacanze romane. Elegante, leggera e facile nei cambi di direzione».

Uòlter è abile nelle elaborazioni e nei repentini cambi di marcia. Nel dicembre del 2008, dopo la sconfitta elettorale, esortava: «Meno dirigenti a vita. Serve un ricambio». Adesso è il solo uomo del vecchio gruppo dirigente del Pci-Pds-Ds-Pd rimasto in piedi, ha saputo resistere a Renzi e si scava uno spazio di sinistra.

Di fatto è una alternativa a Renzi traballante che ha subito la pesante scissione di Bersani-D’Alema-Speranza dopo la disastrosa sconfitta nel referendum sulla sua riforma costituzionale. Certo Uòlter non può essere annoverato tra i giovani e il suo medagliere è piuttosto ammaccato. Ha cercato di conciliare impossibili contrasti come il comunismo e il liberalismo. Non a caso nel suo studio di segretario del Pd aveva sia la foto di Berlinguer e sia quella di Kennedy. Si è dichiarato un liberal kennediano. Alle volte è riuscito nell’impresa, spesso le contraddizioni sono deflagrate. Ora si è aperta una partita nuova, può succedere di tutto nel Pd.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

M5S, Lombardi-Raggi il tandem delle rivali

lombardi raggiLo slogan di Roberta Lombardi è già pronto: “Il Lazio è #LaNostraRegioneDiVita”. La deputata è stata eletta candidata del M5S alla presidenza della regione Lazio nelle elezioni del prossimo anno. Nelle elezioni online dei cinquestelle non ha ottenuto certo un risultato trionfale: ha vinto con 2.952 voti contro i 2.605 di Davide Barillari e i 954 di Valentina Corrado.
È stata un successo di misura, è il segnale di una spaccatura dei pentastellati romani sul suo nome. I cinquestelle di Roma si dividono tra i sostenitori di Roberta Lombardi, 44 anni, ex capogruppo alla Camera, e i seguaci di Virginia Raggi, 39 anni, sindaca della capitale. Sabato 14 ottobre al Parco della Pace c’era un clima di freddezza tra le due nella manifestazione del M5S a Marino, un paese vicino la capitale, per annunciare il risultato delle “regionarie” per il Lazio. È dovuto intervenire Beppe Grillo per riportare la pace nel Parco della Pace. Ha preso la sindaca di Roma e l’ha portata nelle braccia della Lombardi, quindi ha disteso le sue braccia sulle spalle di entrambe invitando i cineoperatori dei telegiornali e i fotografi a riprendere la scena e a scattare le foto. A quel punto sono apparsi i sorrisi, i baci e gli abbracci tra le due donne forti dei cinquestelle nella città eterna.
La Lombardi ha cantato un inno all’unità interna: «Siamo una squadra». E ancora: «Siamo tutti in campo, siamo una squadra». Ha indicato gli obiettivi, parlando degli avversari esterni e, forse, di quelli interni: «Noi non ci siamo mai arresi, io non mi sono mai arresa. Ora ci aspetta una battaglia importante, certamente alla nostra portata, ma comunque difficile, che è quella di riprenderci la nostra regione». Ha sottolineato «l’importanza di lavorare con umiltà, per distinguere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato per riconoscere i propri errori».
La deputata cinquestelle dovrà affrontare una campagna elettorale difficile: dovrà battere Nicola Zingaretti, stimato governatore di centro-sinistra del Lazio, e, probabilmente Sergio Pirozzi, sindaco della città terremotata di Amatrice, il nome sul quale convergerebbe il centro-destra. Ma la Lombardi, oltre alla battaglia con il centro-sinistra e con il centro-destra, probabilmente pensava anche a una disfida interna quando ha indicato le necessità di «riconoscere i propri errori».
La destinataria del discorso sembra essere Virgina Raggi, da sempre la sua rivale interna nella metropoli. La sindaca di Roma guida una giunta grillina traballante che quasi ogni mese perde un assessore (l’ultimo è stato Massimo Colomban con il mandato alla Riorganizzazione delle Partecipate del comune), alle prese con i conti in profondo rosso e con i pessimi servizi forniti dalle aziende municipalizzate.
Lo scontro tra la Lombardi e la Raggi divampò quando a metà dicembre fu arrestato per corruzione Raffaele Marra, alla guida del personale del Campidoglio, ex vice capo di gabinetto della sindaca. Già prima la deputata aveva violentemente attaccato lo stretto collaboratore della Raggi definendolo su Facebook «il virus che ha infettato il Movimento 5 Stelle».
La Raggi chiese scusa al M5S per gli errori, ma poi è arrivata anche sulla sua testa una tegola giudiziaria: la magistratura ha chiesto il suo rinvio a giudizio per falso. I problemi giudiziari e i disservizi pubblici (in testa autobus e rifiuti) hanno prodotto una miscela esplosiva che ha fatto calare i consensi dei romani verso la sindaca e il M5S. Roberta Lombardi cercherà di “scalare” la presidenza della regione Lazio nonostante la riduzione dei consensi targata Raggi. Le opposizioni in Campidoglio hanno scatenato una guerra contro “l’incapacità” dei cinquestelle di governare.
Grillo l’ha buttata tra il serio e il faceto nella manifestazione a Marino: «Non so dove stiamo andando. C’è una seconda generazione che è un po’ meno entusiasta della prima. Forse non vinceremo, ma so che sta per arrivare un altro mondo. Lo sento nelle mie farneticazioni notturne». Il comico genovese certo non ha svolto un discorso ottimistico e d’attacco.

Leo Sansone
Sfoglia Roma

D’Alema, riemerge la gerontocrazia

Renzi-DAlemaGiuliano Pisapia ha detto che D’Alema “è uno che divide” e lo ha invitato a farsi da parte. La risposta del “leader Massimo” è stata la scissione del partitino nato dalla rottura con il Pd renziano. Achille Occhetto, dando voce a un antico rancore lo ha definito «un serial killer… che le ha sbagliate tutte». Ma il diretto interessato, sempre a proprio agio nella polemica, sembra deciso ad andare avanti per la nuova strada senza voltarsi indietro.
Smessi i panni del viticoltore, si è rituffato nella mischia prendendo la guida di Mdp, nella speranza (ma per D’Alema ci sono sempre e solo certezze) di tornare in auge come leader della sinistra e ritrovare quel posto in Parlamento dal quale lo aveva sfrattato Matteo Renzi ai tempi della “rottamazione”.
Con buona pace della volontà, più volte espressa, di non voler far parte di una minoranza irrilevante, l’ex segretario del Pds, per dirla con Pisapia, si è messo alla guida d’un “partitino del 3 per cento”. Lo ha fatto appena sei mesi dopo (31 marzo 2017) aver ribadito con il solito tono solenne: «Noi abbiamo una vocazione maggioritaria. L’obiettivo è di fare in modo che ci sia un grande partito del centrosinistra».
Ma chi conosce D’Alema, sa bene che la coerenza non è fra le sue doti migliori. Nel 1996 impallinò l’Ulivo di Prodi, che aveva appena vinto le elezioni e conquistato Palazzo Chigi. Meno di tre anni dopo, organizzava a Firenze la grande riunione dell’“Ulivo mondiale”, ospitando Clinton, Blair, Schröder e i leader di quella “Terza via” che allora andava tanto di moda.
Da presidente del Consiglio, nel 1999 autorizzò l’intervento dei militari italiani nella guerra in Kosovo senza chiedere il voto del Parlamento previsto dalla nostra Costituzione. Gli ci sarebbero voluti dieci anni per ammettere che “fu un errore”.
Sfrattato Romano Prodi da Palazzo Chigi, ne prese il posto grazie al sostegno di Cossiga, che insieme ai suoi fedelissimi (“gli straccioni di Valmy”) aveva formato l’Upr, un partitino “fuori dai poli” dove avevano trovato asilo la Cdu di Buttiglione e la neonata Cdr di Clemente Mastella.
Comunque sia, oggi il vero problema del “compagno Max” messosi al timone di Mdp, non è la coerenza, cosa sempre difficile da chiedere a un uomo politico, il suo grande limite è il bagaglio politico che si porta dietro. Dentro ci sono gli schemi da vecchia scuola di partito (il Pci delle Frattocchie), le antiche ricette che non servono più a nessuno, l’incapacità di trovare risposte adeguate ai bisogni di una società dove tecnologia e globalizzazione hanno cambiato tutto.
Non è un problema solo italiano. La sinistra è in crisi in tutti i paesi industrializzati, proprio perché si dimostra impotente di fronte allo tsunami che, dopo aver spazzato via ogni cosa, ha accresciuto le disuguaglianze tra ricchi e poveri e cambiato radicalmente la vita di milioni di persone.

Il “compagno Max” che oggi riappare sulla scena politica nazionale per rivendicare un ruolo a sinistra del Pd renziano entra quindi a pieno titolo nella “gerontocrazia politica” della sinistra. Come rivelano, prima ancora delle proposte, lo stile e il linguaggio datati. Le parole con cui sferza gli avversari ricordano le invettive di Rodrigo di Castiglia nei corsivi pubblicati sulla ‘Rinascita’ negli anni Cinquanta. Quando ‘Rinascita’ era la rivista ideologica del Partito comunista italiano e Rodrigo di Castiglia era lo pseudonimo scelto dall’inflessibile segretario del Pci Palmiro Togliatti.
Certo, oggi D’Alema non definirebbe André Gide “un pervertito” o Ignazio Silone “un rinnegato”, come faceva “il Migliore”, ma il modo per sminuire e delegittimare chi gli si mette di traverso è lo stesso. Quello che 18 anni fa lo spingeva a parlare dell’allora segretario della Cgil come del “dottor Cofferati” e oggi lo porta a etichettare come “l’avvocato Pisapia” l’uomo politico che vuole dialogare con Renzi.
Ma l’apice D’Alema lo ha raggiunto con il ministro dell’Interno Marco Minniti definito “un tecnico della sicurezza”, un modo per ridicolizzare il ruolo politico di quello che fu il suo braccio destro a Palazzo Chigi. Sessant’anni fa per dileggiare un ministro dell’Interno democristiano, Rodrigo-Togliatti avrebbe potuto usare le stesse parole.

Felice Saulino
Sfoglia Roma

Legge elettorale, 
una tira l’altra

elezioni-scrutatoreMattarellum, Porcellum, Italicum. La legge elettorale domina la scena. La Seconda Repubblica batte ogni primato: giù l’occupazione, il sistema industriale, la produttività, il reddito dei cittadini, la qualità e la quantità dei servizi sociali erogati, su le leggi elettorali. Tante: il Mattarellum approvato nel 1993, il Porcellum nel 2005, l’Italicum nel 2015.

Tre diversi sistemi elettorali, fatti approvare dal Parlamento o dal centro-sinistra o dal centro-destra, tramontati in appena pochi anni. L’ultimo, l’Italicum, primato nel primato, non è mai stato usato nemmeno in una consultazione perché prima bocciato in alcuni punti per incostituzionalità dalla Consulta e poi definitivamente affondato, dopo il no al referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale proposta da Matteo Renzi.

Così tutto è ricominciato da capo. A giugno sembrava fatta per la nuova legge elettorale. Pd, M5S, Forza Italia e Lega Nord rimisero mano alla riforma elettorale e proposero il Germanellum, un sistema proporzionale con sbarramento al 5% ispirato al modello tedesco. Ma la larghissima intesa tra una forza della maggioranza, il Pd di Renzi, e le opposizioni di Beppe Grillo, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, non approdò a nulla: il progetto fu silurato nei voti segreti in Parlamento.

Adesso ci risiamo. Dal nome del capogruppo Pd alla Camera, Ettore Rosato, è il turno del Rosatellum bis (la prima versione è stata affossata nei mesi scorsi). Una nuova maggioranza, formata da Renzi, Berlusconi, Salvini ed Angelino Alfano (Alternativa popolare) sta cercando di far passare un sistema elettorale misto, per un terzo maggioritario e per due terzi proporzionale. Alla Camera, nell’aula e in piazza Montecitorio, lo scontro è stato furibondo anche perché il governo Gentiloni ha chiesto tre voti di fiducia sul testo. Cinquestelle, Mdp e Sinistra italiana sono perfino arrivati alle accuse di “Fascistellum”, gli altri hanno replicato agli “Agitatores” dandogli degli irresponsabili.

La lotta è anche a colpi di latino maccheronico. Fu il professor Giovanni Sartori ad utilizzare per primo la lingua di Marco Tullio Cicerone. Per semplificare la spiegazione di sistemi elettorali complicati, ricorse al latino maccheronico. Nei suoi editoriali sul ‘Corriere della Sera’, s’inventò prima il nome di Mattarellum (perché il proponente fu Sergio Mattarella, allora capogruppo dei popolari alla Camera) e poi quello di Porcellum (riferendosi alla definizione di “porcata” affibbiata alla legge elettorale dal suo stesso elaboratore, il leghista Roberto Calderoli).

Mattarellum e Porcellum per combattere la frammentazione dei partiti e garantire governabilità adottarono meccanismi maggioritari, ma fu un fallimento. L’instabilità dei governi crebbe e aumentarono il numero dei partiti e dei partitini. Sartori, morto lo scorso aprile a 92 anni, fin dall’inizio fu critico, pronosticò la “moltiplicazione” dei partiti perché si trattava di sistemi misti e non pienamente maggioritari. Il meccanismo ha scatenato una micidiale pioggia acida.

Non solo. I sistemi elettorali per le amministrative, sempre maggioritari, sono ancora diversi. L’Italia va a votare alle regionali con il Tatarellum (dal nome di Giuseppe Tatarella, braccio destro di Gianfranco Fini nel Msi e in An, inventore di quel meccanismo elettorale maggioritario di tipo presidenziale), anche se poi le varie regioni hanno adottato particolari modifiche. Poi si va alle urne per le province con il Provincellum e alle comunali con il Comunellum.

La politica non sopporta supplenze. L’ingegneria elettorale da sola non può supplire alle carenze della politica. La Prima Repubblica, per quasi cinquant’anni, ha avuto un unico sistema elettorale pienamente proporzionale e in Parlamento, in genere, erano rappresentati solo 8 partiti. Nella Seconda Repubblica siamo arrivati invece fino ad oltre quota 40, tra partiti, partitini e micro partiti. Dal 1945 al 1994 la Dc, al centro del sistema politico italiano, garantì la stabilità politica alleandosi o con i partiti laici (centrismo), o con il Psi (centro-sinistra) o con il Pci (unità nazionale).

La Camera la sera di giovedì 12 ottobre, dopo il disco verde a tre voti di fiducia, ha approvato il testo a scrutinio segreto con 375 sì e 215 no, ma alla maggioranza pro Rosatellum bis sono mancati 66 sì nel segreto dell’urna. E’ una pesante ipoteca sul futuro. Al Senato i numeri della maggioranza sono più risicati e i “franchi tiratori” potrebbero affossare la legge elettorale, l’esecutivo Gentiloni e la legislatura ormai agli sgoccioli.

C’è il rischio, se naufragherà anche il Rosatellum bis, di andare a votare alle politiche all’inizio del 2018 con due diversi sistemi elettorali, uno per la Camera e l’altro per il Senato (l’Italicum non concedeva potestà legislativa a palazzo Madama). Negli altri paesi europei i sistemi elettorali durano decenni, in alcuni casi secoli. Invece in Italia le leggi elettorali sono come le ciliegie: una tira l’altra.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Il ritorno di “Cicciobello” tentato dal Campidoglio

francesco rutelliCicciobello è tornato. Scomparso dai radar della politica subito dopo il 2008, quando si candidò per la terza volta al Campidoglio e fu sconfitto da Gianni Alemanno, adesso è di nuovo sotto i riflettori dei media. Dopo anni di silenzio, “Cicciobello”, come lo aveva perfidamente ribattezzato Cossiga, ha deciso che la disastrosa esperienza della sindaca Raggi adesso gli sta offrendo una grande occasione, e così è tornato a scrivere lettere ai giornali, a farsi intervistare dal Messaggero, a farsi vedere in televisione e a ravvicinarsi al Pd partecipando alla festa dell’Unità.
Nove anni fa il brutto colpo subito nella capitale, la sua città, quella di cui era stato sindaco per due volte prima della grande ribalta nazionale, lo aveva messo ko. Da quel momento in poi furono solo sconfitte. L’uscita dal Pd (2009), la fondazione di una specie di Ulivo bonsai, Alleanza per l’Italia, che si rivelò un fallimento. Cicciobello inanellò una serie di disastri culminati nel 2012 con l’arresto di Luigi Lusi, il tesoriere della Margherita, accusato d’aver sottratto 13 milioni di euro dalle casse del partito di cui Rutelli era stato leader e presidente.
Arrivato il momento di uscire di scena, Cicciobello lo fece con eleganza, annunciando che non si sarebbe ricandidato alle politiche del 2013. Per lui incominciava una tranquilla seconda vita da ex. Ex di tante cose, comunque: sei volte in Parlamento, due volte ministro, poi vicepresidente del Consiglio, candidato premier del centrosinistra nel 2001. Ma, soprattutto, lui, piacione romano di famiglia alto borghese, era stato due volte sindaco (1993 e 1997). “Il sindaco del Giubileo”, come ha sempre amato ricordare.
Sembrava destinato a una vita da pensionato di lusso, senza incarichi politici ma con una comoda poltrona da presidente dell’Anica, l’associazione delle industrie cinematografiche. Invece no. Il fallimento di Marino e poi il disastro Raggi devono averlo convinto che forse era il caso di fare un altro giro da sindaco. E così da qualche mese è tornato a parlare in pubblico. Sempre e soltanto di Roma e dei suoi tanti problemi e sempre per sottolineare garbatamente la differenza tra un professionista come lui nato e vissuto nella capitale e l’accoppiata Marino-Raggi, due dilettanti. A febbraio 2017 con la scusa di rispondere a Ignazio Marino scrive una lettera all’Huffington Post e rivendica i risultati della sua amministrazione, con tutti i numeri in crescita e la città che “si aggiudica il rating Tripla A”. Da allora è stato un crescendo, fino alla recente intervista al Messaggero, al palco della festa dell’Unità e all’apparizione nel salotto televisivo di Lilli Gruber. Dove non ha confermato ma nemmeno smentito il progetto di tornare in pista, presentandosi come alternativa alla fallimentare gestione della sindaca grillina.
Un’operazione già riuscita a Leoluca Orlando, che è tornato a fare il sindaco di Palermo dopo essersi candidato per la terza volta, proprio invitando gli elettori a non lasciarsi più tentare dai dilettanti ma a puntare ancora una volta su di lui, “l’usato sicuro”.

Felice Saulino
Sfoglia Roma

Sinistra, Pisapia molla D’Alema perché divide

MASSIMO D'ALEMA POLITICO  PIERLUIGI BERSANI POLITICO GIULIANO PISAPIA POLITICO

MASSIMO D’ALEMA, PIERLUIGI BERSANI 
e GIULIANO PISAPIA

I malumori tra Giuliano Pisapia e Massimo D’Alema prima erano sommersi, ora esplodono in aperto scontro politico. E sono scintille tra le due sinistre che pure cercano di costruire un unico partito. Risultato: sono ai ferri corti Campo Progressista e Artitolo 1 Movimento democratico e progressista, più semplicemente Mdp.
Lo scontro è sui rapporti con Matteo Renzi, con il governo guidato da Paolo Gentiloni e sul rinnovamento generazionale. Tutte e due le sinistre sono per “una netta discontinuità” con la politica del segretario del Pd e con quella del governo per combattere le aumentate disuguaglianze sociali, ma sul come realizzarla si aprono forti divaricazioni. Pisapia, leader di Campo Progressista, vuole “sfidare” Renzi ma non lo considera “alternativo”. La stessa impostazione vale per l’esecutivo presieduto da Gentiloni ora alle prese con due importanti scadenze: la legge di Bilancio e quella per rivedere il sistema elettorale. Ma D’Alema boccia ogni tipo d’intesa e di alleanza elettorale con il segretario del Pd.
Altro che unità, i rapporti tra Pisapia e D’Alema sono arrivati addirittura al punto di rottura. L’ex sindaco di Milano ha sollecitato l’ex segretario del Pds-Ds a farsi da parte: «D’Alema? Deve fare un passo di lato» perché «anche lui, come Renzi, è divisivo». Ha sottolineato: «D’Alema sa perfettamente che io sono a disposizione di un progetto unitario e invece lui continua a fare dichiarazioni che dividono». L’occasione dello scontro è stata la decisione se e a quali condizioni votare in Parlamento la manovra economica del governo.
Il problema, per ora, è stato superato perché alla fine sia i senatori di Campo Progressista sia quelli di Mdp hanno votato a favore ai primi passi delle legge di Bilancio, ma la spaccatura politica resta. La ferita tra le due sinistre sanguina. Pisapia, che aveva già sollecitato un ricambio generazionale nelle candidature alle prossime elezioni politiche, adesso ha mollato ufficialmente D’Alema. Ha attaccato: «Lui era favorevole» a votare contro lo scostamento di bilancio, ma un no avrebbe portato all’aumento dell’Iva.
D’Alema per ora non ha replicato, la tensione è altissima. L’ex presidente del Consiglio in una intervista al ‘Corriere della Sera’ di qualche giorno fa non aveva risparmiato delle frecciatine a Pisapia: «Dovrebbe essere più coraggioso». La sollecitazione era a candidarsi per un seggio in Parlamento ripensando al suo no, ma a prescindere dal tema l’invito ad “essere più coraggioso” non è un bel viatico per chi dovrebbe guidare il futuro partito unitario della sinistra italiana (la costituente è prevista a novembre). E poi D’Alema non ha molta intenzione di seguire l’invito di Pisapia a farsi da parte. Non a caso aveva precisato: si ricandiderebbe alla Camera se la richiesta “venisse dai cittadini”.
Ma ora sembra essere stata messa in discussione la stessa leadership di Pisapia, già al centro di contestazioni. Lo scorso primo luglio nella manifestazione a piazza Santi Apostoli a Roma era stato investito, presente Pier Luigi Bersani, del mandato di riunificare le sinistre e di ricostruire “un nuovo centrosinistra”. Bersani lo ha più volte incoraggiato: «Giuliano Pisapia è perfettamente in grado di fare il federatore» della sinistra. Lo slogan della manifestazione romana era: “Insieme”. Tuttavia adesso quello slogan suona fortemente stonato.

Rodolfo Ruocco

Sfoglia Roma

Sinistre irrilevanti
l’incubo incombe

Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani

Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani

È il momento dei sudori freddi per chi aveva scommesso sulla nascita di una sinistra alla sinistra del Pd. Sinistre irrilevanti, appare lo spettro. I sondaggi elettorali degli ultimi giorni danno risultati da incubo per le tre sinistre pronte a dare battaglia nelle politiche all’inizio del 2018. Articolo 1- Movimento Democratico e Progressista, più semplicemente Mdp (Bersani-D’Alema-Speranza), viaggerebbe attorno al 3-4% dei voti. Sinistra Italiana (Fratoianni e Fassina) oscillerebbe intorno al 2%. Campo Progressista (Pisapia) a stento potrebbe arrivare all’1%.

Sinistre irrilevanti, cresce l’allarme. Certo si tratta solo di sondaggi, molte volte si sono rivelati sbagliati. Ma possono indicare una tendenza. La delusione è forte. Da quando a febbraio Bersani, D’Alema e Speranza, dicendo addio al Pd, hanno fondato il Mdp, la corsa è diventata sempre più difficile. Il progetto iniziale di raccogliere il 10-15% dei voti, recuperando consensi dal M5S e dal bacino dell’astensione, si va sempre di più appannando.

Non va meglio a Sinistra Italiana che stazionerebbe attorno al 2% dei voti: meno del 3,2% ottenuto nel 2013 quando si chiamava ancora Sel, prima di accogliere uomini usciti dal Pd come Stefano Fassina. Infine Campo Progressista fondato pochi mesi fa da Giuliano Pisapia fatica a raggiungere l’1%. Per ora stentano a vedersi i successi ottenuti cinque anni fa a Milano quando trionfò come sindaco di un centro-sinistra unito.

E qui sta il problema centrale. Le tre sinistre sono divise tra di loro e anche al loro interno sul tema cruciale del rapporto con Matteo Renzi. Solo Pisapia, a certe condizioni (se ci saranno delle primarie di coalizione per scegliere il candidato premier), è pronto ad allearsi con il segretario democratico: lo vuole sfidare ma non si considera alternativo. Gli altri, nella stragrande maggioranza, neppure vogliono sentire parlare di un’intesa, anche solo elettorale, con l’ex presidente del Consiglio.

Dopo la scissione, punteggiata da scambi di accuse pesanti sul piano politico e personale, è difficile riaprire il dialogo nella variegata famiglia del centro-sinistra. A Renzi gli scissionisti hanno rimproverato l’”arroganza”, di essere “un uomo solo al comando”, la “deriva di centro” o “di destra” nella politica economica e sociale. Il segretario del Pd li ha accusati di fomentare le divisioni per “odio” verso di lui o per l’impostazione di “una sinistra conservatrice”. Massimo D’Alema ha detto no ad ogni tipo di alleanza perché «Renzi alla sinistra è totalmente estraneo».

Frammentazioni, sinistre irrilevanti. Le distanze sono forti, quasi siderali. I contrasti sono difficilmente colmabili sia secondo Renzi sia secondo le tre sinistre lanciate in un difficile progetto di riunificazione. Sia il primo sia gli altri vogliono combattere le aumentate disuguaglianze sociali e realizzare una politica espansiva per combattere la disoccupazione e aiutare la ripresa economica. Tutti vogliono mettere in piedi una forza di governo e non di opposizione, ma gli strumenti che vogliono utilizzare sono diversi.

C’è anche una quarta sinistra radicale emersa a giugno, quando si riunì al Teatro Brancaccio a Roma, di questa però si sono perse le tracce. In quella assemblea romana Anna Falcone e Tomaso Montanari attaccarono sia Renzi sia le tre sinistre tradizionali, delineando un programma di scelte sociali, economiche ed istituzionali intransigenti. Tuttavia non c’è stato un seguito a quella iniziativa.

Sinistre irrilevanti sì o no? La domanda drammatica ritorna martellante: esiste uno spazio alla sinistra del Pd? Oppure le sinistre sono condannate ad una micro presenza di tipo residuale. Bersani non si rassegna. L’ex segretario del Partito democratico prima ha invocato “un nuovo Prodi” e poi ha indicato Pisapia come l’uomo giusto per dare vita a un nuovo centro-sinistra perché «è perfettamente in grado di fare il federatore».

Già, il federatore. Gran parte delle sinistre contesta a Pisapia proprio la capacità di essere “un federatore”. La partita è aperta e tutta da giocare. Gira anche il nome di Pietro Grasso come possibile leader di Mdp se la candidatura di Pisapia dovesse naufragare. Il presidente del Senato è stato molto applaudito alla Festa dei bersaniani. Si candiderà alle elezioni e con chi? La risposta di Grasso è elusiva: «Il mio futuro non lo conosco».

Certo è difficile immaginare un centro-sinistra senza il Pd, il partito al quale i sondaggi attribuiscono il 27-28% dei voti, in lotta con il M5S per essere la maggiore forza politica italiana e con il centro-destra in fase di rilancio che cerca di ricostruire la sua unità.

Sinistre irrilevanti votate alla sconfitta? Bersani ha indicato il pericolo di una terribile disfatta della sinistra. Dopo la sconfitta dei socialdemocratici e della sinistra radicale in Germania ha commentato: la sinistra in Italia rischia di fare «la fine del coniglio davanti al leone». È una delle sue simpatiche metafore per farsi capire meglio.

Certo in Germania Spd e Die Linke hanno perso, però complessivamente hanno ottenuto il 30% dei voti mentre in Italia le sinistre rischiano percentuali microscopiche, irrilevanti. C’è perfino il pericolo di non riuscire ad entrare in Parlamento. Strana sorte sarebbe per D’Alema sempre sulle barricate contro una sinistra minoritaria.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Russiagate: arrivano le conferme

HAMBURG, GERMANY - JULY 7: (----EDITORIAL USE ONLY MANDATORY CREDIT - " RUSSIAN PRESIDENTIAL PRESS AND INFORMATION OFFICE / HANDOUT" - NO MARKETING NO ADVERTISING CAMPAIGNS - DISTRIBUTED AS A SERVICE TO CLIENTS----) Russia's President Vladimir Putin (L) and US President Donald Trump (R) shake hands during a bilateral meeting on the sidelines of the G20 summit in Hamburg, Germany, on July 7, 2017. (Photo by Russian Presidential Press and Information Office/Anadolu Agency/Getty Images)

Photo by Russian Presidential Press and Information Office/Anadolu Agency/Getty Images

Che i russi avessero cercato di influenzare le elezioni americane non è una novità, ma le conferme ufficiali sono sempre state un po’ frammentarie (anche per l’ostruzionismo del neo-presidente). Oggi è arrivata però una notizia che darebbe un’ulteriore conferma di questa manipolazione. Twitter ha infatti annunciato di aver chiuso oltre 200 account legati ad ambienti filorussi, di cui 3 gestiti da Russia Today. Il canale TV satellitare è tra le emittenti russe più diffuse al mondo ed il suo appoggio al presidente Putin è noto a tutti. Nel 2016 il network ha investito ben 274.000 dollari per promuovere i 1823 tweet dei succitati account, al solo scopo di influenzare le elezioni americane.

I dati non sono ipotetici, ma sono stati diffusi dal vice presidente dell’azienda Colin Crowell. Il manager si occupa anche delle relazioni istituzionali ed è stato sentito in questi giorni dalle commissioni di Camera e Senato impegnate nel Russiagate. L’azienda ha inoltre dichiarato di “rispettare profondamente l’integrità del processo elettorale, pietra miliare di tutte le democrazie” e aggiunge: “Continueremo a rafforzare la piattaforma contro i tentativi di manipolazione”. Ma la vicenda non si concluderà qui. Secondo alcuni media USA, il 1° Novembre sono stati invitati a comparire davanti al Congresso i top manager delle compagnie americane protagoniste della vicenda: Facebook, Twitter e Alphabet (la controllante di Google).

La domanda che ora sorge spontanea è: se i russi hanno influenzato un evento sotto i riflettori come le elezioni, è plausibile che possano intervenire anche in periodi più in ombra? La risposta è: si. Anche in questi ultimi giorni sembra che i troll sovietici stiano manipolando l’opinione pubblica (social) americana. L’ultimo caso è stato quello della vicenda “Trump vs Nfl”, in cui il presidente ha attaccato i giocatori di football in protesta contro il suo operato. Attraverso un’abile operazione di “alimentazione dei trend”, lo staff di Trump, supportato (incosapevolmente o meno non lo sappiamo) dai russi, ha distolto l’attenzione dallo scandalo mail che stava affossando il genero del presidente. Il marito di Ivanka avrebbe infatti utilizzato server non protetti durante la campagna, un’azione simile a quella compiuta dalla Clinton durante il suo impegno istituzionale (tanto criticata dai repubblicani).

Gli ulteriori sviluppi di questa vicenda sono tutti da seguire e fanno riflettere sul grande ruolo dei social network. Delle piattaforme (private) di propaganda incontrollabili e senza regole, che possono diventare delle armi potentissime contro la democrazia.

Federico Marcangeli
Blog Fondazione Nenni

Primarie, 
Pisapia spariglia

Pisapia-unioni civiliLe elezioni politiche di inizio 2018 si avvicinano e tutti cercano di non restare “scottati” dal decisivo appuntamento con le urne. Giuliano Pisapia ha un problema enorme da affrontare: vuole costruire “un nuovo centro-sinistra” con il Pd e con le sinistre, ma il primo e le seconde sono in rotta di collisione tra di loro. Eppure in teoria sia il Pd di Matteo Renzi sia le tre sinistre (Campo progressista di Pisapia, Mdp di Speranza-Bersani-D’Alema e Sinistra italiana di Fratoianni-Fassina) avrebbero un forte interesse a un accordo.

I motivi per superare i duri contrasti sono evidenti: il Pd ha bisogno di alleati perché il M5S di Beppe Grillo gli insidia il primato di maggiore partito italiano e Silvio Berlusconi può ricomporre un concorrenziale centro-destra; le tre sinistre divise stentano a superare lo sbarramento del 3% dei voti previsto dall’attuale legge elettorale per accedere alla Camera (al Senato la soglia minima è addirittura dell’8%). Tuttavia, nonostante il grande interesse all’unità o comunque a raggiungere un’intesa elettorale, la lotta fratricida continua. Lo scontro è permanente tra il Pd, da una parte, e il Mdp e Sinistra italiana, dall’altra.

Pisapia, corteggiato da tutti i contendenti, ha cercato di costruire “un centro-sinistra largo” ma finora con scarsi risultati. Le sinistre rimproverano a Renzi una “deriva di destra” e il segretario del Pd controbatte con l’accusa di “sinistra conservatrice”. Lo stallo dura da tempo e la contesa si è inasprita con la scissione del Pd, realizzata lo scorso febbraio dal trio Speranza-Bersani-D’Alema. È difficile se non impossibile dialogare dopo una scissione.

Così tutte le speranze sono riposte su Pisapia apprezzato da tutti. L’ex sindaco di Milano ha cercato di riunire le sinistre e di dialogare con Renzi, ma lo stop è arrivato ogni volta puntuale. Poi è seguita la svolta. Ha lanciato un colpo a Renzi. Ha sparigliato giocando la carta delle primarie di coalizione, ha sollecitato il Pd a seguire questa strada per scegliere il candidato premier: «Dica apertamente che non è autosufficiente e che il candidato non sarà il segretario del Pd».

È una stoccata dura per l’ex presidente del Consiglio, che punta a ritornare a Palazzo Chigi dopo le elezioni politiche. Ed è una mossa che aggrega le tre sinistre sul piede di guerra contro Renzi, sinistre sicure di raccogliere i voti di protesta finiti ai cinquestelle o nell’astensione se si presenteranno come forze alternative al segretario democratico.

Ma è una mossa che, a sorpresa, alla fine può risultare vincente. Le primarie di coalizione sono una carta importante giocata dal leader di Campo progressista. Tutti alla fine potrebbero approvare la proposta. Pisapia potrebbe vantare la “discontinuità” ottenuta dal Pd con le primarie di coalizione per votare il candidato premier, le sinistre rientrerebbero in gioco riacquistando un ruolo, Renzi potrebbe vincere anche questa nuova sfida elettorale interna dopo quella per il secondo mandato da segretario del Pd.

Tutto può cambiare. Pisapia potrebbe tagliare il traguardo di “un centro-sinistra largo”. Il leader di Campo progressista invita “a stare insieme” per combattere le aumentate disuguaglianze sociali. Vuole un centro-sinistra unito: «I miei avversari sono il populismo, la destra e il centrodestra, il mio nemico è il nazifascismo». E qualcosa si muove: nel Pd hanno apprezzato l’abbraccio di Pisapia a Maria Elena Boschi, la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio contestatissima a sinistra.

Dalla sinistra arriva un’apertura alla proposta. Pier Luigi Bersani, a sorpresa, ha aperto la porta al dialogo con Renzi e alle primarie di coalizione: «Fosse per me le farei». L’ex segretario del Pd ha alzato il disco verde a una sfida tra Renzi e Pisapia per la premiership ad una cena di autofinanziamento del Mdp a Pontelagoscuro vicino Ferrara. Ma ha posto delle condizioni e, in particolare di andare a votare alle politiche con il Mattarellum mettendo da parte il cosiddetto Rosatellum, ora all’esame della Camera: le primarie di coalizione si devono realizzare con «il Mattarellum, che prevede vere coalizioni, non con questa legge che stanno discutendo. E con un’intesa su un programma in discontinuità con i governi di questi anni». Adesso, anche se è scettico, aspetta la risposta del segretario del Pd: «Noi non siamo la sinistra settaria, non siamo la Cosa rossa. Se c’è un centrosinistra unito senza Alfano, come nel Lazio e in Lombardia, noi ci sediamo al tavolo. Ma non credo che Renzi vorrà allearsi con noi. Non ci ha neppure invitato alle Feste dell’Unità».

La situazione è in movimento. Giuliano Pisapia è riuscito a sparigliare. Si è aperto uno spiraglio per un accordo tra il segretario e l’ex segretario del Pd, tra Renzi e chi ha lasciato il partito sbattendo la porta. Bersani è sceso in campo per dare una mano a Pisapia.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Perché è illegale il referendum catalano

catalogna“La Costituzione si basa sulla indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto all’autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà fra tutte le medesime”. Questo recita l’articolo 2 della costituzione spagnola. Non la carta del governo spagnolo o di Madrid, ma di tutti gli spagnoli. La base dell’incostituzionalità (ed illegalità) del Referendum Catalano sta proprio qui. Non c’è da discutere se sia giusto o sbagliato, c’è da prendere atto della situazione. Nel percorso post-Franco la costituzione del 1978 è stata frutto di una stesura “democratica” e la sua approvazione è passata da un referendum popolare. Non parliamo di un testo dittatoriale od imposto con la forza, ma di una scelta del popolo spagnolo.

Tanto basta per dichiarare illegittimo il referendum del primo ottobre. Se così non fosse la stabilità di ogni ordinamento democratico potrebbe essere minata da qualsiasi movimento populista (o meno) che abbia un grande seguito. Se per superare la costituzione fosse sufficiente un referendum (per giunta limitato ad una singola regione), allora molti atti incostituzionali sarebbero legittimati. Chi approva questo tentativo di secessione, riempiendosi la bocca con “autodeterminazione dei popoli” o “democrazia”, va proprio contro questi stessi concetti. Un popolo che si dà delle regole limita il suo raggio d’azione alle stesse, imponendosi di rispettarle per vivere in una società civile. Questo non significa che i referendum secessionisti siano illegittimi in senso assoluto, ma che debbano rientrare entro gli schemi di legge eventualmente previsti dalle singole costituzioni. Si pensi a quello del Quebec nel 1995 o al tentativo scozzese nel 2014. In entrambi i casi furono seguiti gli iter di legge, rispettando i principi democratici dei singoli paesi. Aspetto che pare non stare troppo a cuore ai leader indipendentisti spagnoli. Il governo catalano, in barba alla costituzione ed al buonsenso, ha persino indetto un referendum senza quorum e a indipendenza automatica in caso di vittoria dei secessionisti.

Ma oltre al “tecnicismo” costituzionale, la scelta della secessione risulta persino sconveniente. In un mondo che va verso la globalizzazione estrema, la divisione non può che far male. I dati del “Registro Mercantil” (“Registro delle Imprese” spagnolo) parlano di 8000 imprese fuggite dalla Catalogna (a partire dal 2008) a causa del rischio di secessione e per la pressione fiscale crescente. Questi dati portano la regione al secondo posto per fuga di società, subito dietro alle Canarie. Gli ultimi due anni sono stati ancora peggiori. Nel 2016 sono stati persi capitali per 1,3 miliardi di euro, mentre i primi 8 mesi del 2017 hanno registrato la migrazione di 414,6 milioni. Numeri che dovrebbero far allarmare la classe politica catalana, ma che evidentemente non bastano per far comprendere il rischio della secessione.

Federico Marcangeli
Blog Fondazione Nenni