Governo e Pd. Gentiloni naviga a vista

gentiloni-uscitaPaolo Gentiloni parla poco, anzi pochissimo. La riservatezza è un tratto peculiare del suo carattere, ma c’è anche un’esigenza politica. Il presidente del Consiglio, da quando a dicembre ha sostituito Matteo Renzi a Palazzo Chigi, guida un governo di transizione che deve evitare sempre nuovi scogli pericolosi. È una navigazione sempre più difficile, a vista.
L’ultimo scoglio, solo in ordine di tempo, è la scissione del Pd. Roberto Speranza, Enrico Rossi, Pier Luigi Bersani, Vasco Errani, Guglielmo Epifani, Massimo D’Alema, hanno lasciato il partito dopo un lungo travaglio, aprendo la strada alla nascita dei gruppi parlamentari della “nuova formazione politica” di sinistra.
Il colpo è duro. Il Pd perderà una ventina di deputati e quasi quindici senatori, così calerà la maggioranza sulla quale può contare Gentiloni in Parlamento. Cresce il rischio di naufragio del governo. I fuoriusciti al Senato (nel quale l’esecutivo conta su una maggioranza risicata) sembrano orientati a votare anche la fiducia al governo, cosa che non farebbero alla Camera (nella quale il ministero ha un ampio margine). Tuttavia per Gentiloni aumentano i motivi per non dormire sonni tranquilli.
Il presidente del Consiglio a dicembre, nella conferenza stampa di fine anno, ha confermato l’intenzione di muoversi con cautela: «Il governo c’è finché c’è la fiducia della sua maggioranza». Ora però la maggioranza si è ridotta, è mutata sia dal punto di vista numerico sia dal punto di vista dell’identità e delle scelte politiche. Speranza e Bersani hanno già anticipato che chiederanno al governo delle “correzioni di rotta” per affrontare “il disagio sociale” e per tutelare giovani, lavoratori, pensionati e Sud colpiti dalla crisi economica.
È voluminoso il fascicolo dei problemi aperti per il presidente del Consiglio. Sul fronte politico la Lega Nord e il M5S, dall’opposizione, chiedono immediate elezioni politiche anticipate mentre il Pd sta preparando un suo turbolento congresso (Michele Emiliano ed Andrea Orlando sfideranno Renzi per la segreteria). Sul fronte economico ci sono da affrontare tanti temi delicati: l’anemica crescita, la debolezza finanziaria delle banche per i crediti deteriorati, le pressanti richieste della commissione europea di una manovra economica correttiva per ridurre il deficit pubblico. Infine c’è la questione esplosiva ed eterna della riforma elettorale, dopo la bocciatura di parte dell’Italicum ad opera della Corte costituzionale.
L’economia rischia di essere il tema più insidioso. La Ue ha chiesto una manovra aggiuntiva di 3,4 miliardi di euro, lo 0,2% del reddito nazionale, altrimenti scatteranno pericolose sanzioni per l’Italia. Si è parlato di taglio delle spese, di recupero dell’evasione fiscale, dell’aumento delle imposte indirette sulla benzina e sulle sigarette. L’estenuante trattativa tra Roma e Bruxelles per raggiungere un’intesa ancora è in corso. Gentiloni si è limitato a dire: «Faremo la correzione di conti senza manovrine depressive».
Il governo, dopo il colpo della scissione del Pd, cerca di tenere la rotta. Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al “decreto correttivo” al codice degli appalti per assicurare trasparenza e rapidità delle procedure e ha approvato cinque decreti attuativi della riforma Madia della pubblica amministrazione. Gentiloni ha difeso l’esecutivo respingendo le critiche: «Al di là delle discussioni sulla velocità delle riforme, il governo prosegue nel suo cammino. Lo ha fatto con decisioni molto rilevanti, dalla tutela del risparmio alla sicurezza urbana fino all’immigrazione».
Il presidente del Consiglio deve fare i conti soprattutto con Renzi, suo amico, suo sponsor per Palazzo Chigi. L’ex presidente del Consiglio in corsa per riconquistare la segreteria del Pd non vuole sentire parlare di nuove tasse, anche perché a giugno si voterà per rinnovare i sindaci di alcune importanti città: «I 3,4 miliardi si recuperano non aumentando le accise, ma con un disegno che permetta all’Italia nei prossimi mesi di continuare a sostenere la crescita».
Non solo. Renzi preferirebbe aprire le urne per le politiche il prima possibile, senza aspettare la fine della legislatura tra un anno. Al ‘Corriere della Sera’ l’ha messa così: «Il punto è se votare a giugno o a febbraio del 2018…Si vuole andare avanti? Siamo pronti, se si riterrà che serva».
Rischia di prodursi una incredibilmente anomala politica: Renzi assieme a M5S e Lega Nord per le elezioni anticipate; scissionisti del Pd, Sinistra Italiana, Forza Italia, centristi della maggioranza favorevoli alle urne nel 2018. Instabilità politica e crisi economica possono costituire due scogli invalicabili per l’ex sindaco di Firenze.

Rodolfo Ruocco

Milleproroghe, domani
il voto di fiducia

taxiIl Governo va avanti sul Milleproroghe e pone anche alla Camera la fiducia per la conversione del decreto legge. Il dl, già approvato dal Senato, dovrebbe quindi diventare legge entro giovedì alle 13. Nel frattempo, il ministro Graziano Delrio, titolare del dicastero dei Trasporti, potrebbe scrivere un’apposita legge delega per venire incontro alle esigenze di chi protesta e ha protestato in questi giorni.

Al centro delle proteste quelle dei tassiti, secondo i quali con la modifica – inserita nel Milleproroghe durante i lavori della commissione Affari costituzionali del Senato, si rimandano ancora le regole per mettere ordine tra le offerte alternative a quelle di categoria, come Uber.

Nel corso del dibattito per i socialisti è intervenuta la presidente del gruppo del Psi Pia Locatelli che ha annunciato il voto favorevole dei socialisti. “Noi socialisti voteremo la fiducia al Governo ma – ha aggiunto – non possiamo fare a meno di esprimere il nostro rammarico, come abbiamo fatto più volte per l’ennesimo ricorso a questo strumento. Il decreto Milleproroghe è un provvedimento che avrebbe richiesto un ampio dibattito da parte di tutti e due i rami del Parlamento; ci troviamo invece costretti dai tempi a votare un testo blindato. Capiamo l’urgenza, visto che, come ci ha detto la ministra Finocchiaro, scade il decreto scade martedì, ma non possiamo non esprimere il nostro disagio. Altrettanto non possiamo non denunciare, in modo certamente più vibrato, quanto è avvenuto in questi giorni nella Capitale, con manifestazioni che sono andate molto al di là del legittimo diritto alla protesta perché una parte della categoria non ha esitato a ricorrere anche a mezzi violenti per far sentire le proprie ragioni”.

Marx ed Engels e il richiamo ai proletari

marx engelsIl 21 Febbraio 1848 veniva pubblicato a Londra il Manifesto del Partito Comunista. Frutto di 2 anni di lavoro, rappresentava l’essenza del pensiero di Karl Marx e Friedrich Engels. L’opera è stata alla base dei movimenti operai degli anni successivi, dando un notevole slancio alle rivendicazioni proletarie. Il cuore del manifesto è proprio lo scontro tra borghesia e proletariato, le uniche due vere classi esistenti (secondo i filosofi).
La lotta tra chi ha e chi non ha è il vero e proprio motore della storia, nella quale si susseguono continuamente questi conflitti sociali. Le rivoluzioni permettono quindi il passaggio tra le diverse epoche, sovvertendo l’ordine sociale preesistente. La caduta della borghesia era quindi una conseguenza storica necessaria, sostenuta anche da una sua naturale tendenza all’autodistruzione.
Il capitalismo poggia infatti la sua forza sul plusvalore ed attraverso questo soggioga il lavoratore permettendo l’accumulo di ricchezze da parte di una stretta cerchia. Ma proprio questa concentrazione farà implodere tutto il “sistema”.
Le fila della borghesia si restringeranno sempre di più, mentre quelle della classe povera si estenderanno, generando così un punto di rottura. La rivoluzione armata che ne seguirà avrebbe portato a un rovesciamento del potere, con una vera e propria dittatura del proletariato.
Mettendo da parte la condivisione o meno di questi ideali, è indubbio che il Manifesto abbia dato una maggior forza alle rivendicazioni delle classi più povere e compattato il movimento operaio. Le rivendicazioni dell’800 coordinate dalle varie “Internazionali” ne sono una dimostrazione. È innegabile quindi l’apporto positivo di questa ideologia per la conquista dei “nuovi diritti” per le classi disagiate.
Allo stesso modo ha però dato adito ad alcuni dei regimi totalitari più feroci della storia. Dietro lo scudo dell’ideologia operaia si sono nascoste delle tremende repressioni le cui prime vittime furono proprio “gli ultimi”. Si pensi allo sterminio dei Kulaki nella Russia degli anni ‘30 o allo sfruttamento degli operai nella Cina monopartitica dei nostri giorni. Gli ideali di Marx sono stati paradossalmente usati per soggiogare i più deboli, stravolgendo di fatto i suoi intenti.

Federico Marcangeli
Blog Fondazione Nenni

Quando la Merlin chiuse quelle “case”

merlinpEra il 20 febbraio 1958 quando entrò in vigore legge n. 75 dal titolo “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione”, prima firmataria la senatrice socialista veneta Angelina Merlin detta Lina che darà il nome alla legge.

Approvata con i voti di comunisti, repubblicani e democristiani. Votarono contro liberali, radicali, missini e monarchici. I socialdemocratici furono contrari all’approvazione della legge, mentre alcuni socialisti abbandonarono per protesta il Partito. Si contarono 385 sì all’abolizione contro 115 no.

Pietro Nenni fu riluttante fino alla fine minacciando di rendere pubblici i nomi dei socialisti che possedevano bordelli. Celebre il commento di Benedetto Croce: “Eliminando le case chiuse non si distruggerebbe il male che rappresentano, ma si distruggerebbe il bene con il quale è contenuto, accerchiato e attenuato quel male”.

Scattata la mezzanotte chiusero 560 case chiuse, dove lavoravano 2.700 prostitute. Ogni prestazione costava da un minimo di 200 lire (5 minuti in una “casa” di terza categoria) fino a 4.000 (un’ora in una “casa” di lusso), cioè in moneta attuale da 2,4 a 48 euro. Ogni ragazza incontrava da 30 a 50 clienti al giorno. Lo Stato su questo ricavato incamerava una percentuale (circa 100 milioni di lire di allora, pari a 1,1 milioni di euro attuali) in cambio di alcuni controlli soprattutto sanitari. Questo fu lo snodo cruciale. Nel 1949 l’Onu aveva impegnato gli Stati membri a punire chi traeva guadagno dalla prostituzione altrui. E lo Stato italiano che era entrato nelle Nazioni Unite nel 1955, rischiava di finire sotto accusa.

Quella degli anni Cinquanta era un Italia divisa tra mogli e mamme con la moralità ineccepibile e case chiuse e prostitute. Insomma, vizi privati e pubbliche virtù, una contraddizione che un paio di decenni dopo le femministe fecero esplodere con un famoso slogan: “Non più puttane, non più madonne, finalmente siamo donne”. Una legge nata per “abolire la regolamentazione della prostituzione, difendere la libertà personale di chi si prostituisce e pervenire ad una più efficace lotta nei confronti di ogni forma di parassitismo”.

La legge Merlin era la fotocopia della legge “Loi Richard” varata in Francia nel 1946 per iniziativa di due personaggi molto diversi: Marcel Roclore, deputato repubblicano (di destra), e Marthe Richard, una donna controversa, ex-prostituta, ex-spia ed ex-pilota di aerei, che nel dopoguerra era stata eletta consigliere comunale a Parigi. La Richard aveva prodotto un decreto locale che Roclore aveva poi trasformato in legge nazionale.

I suoi omologhi francesi ebbero molto più successo della Lina nazionale. Marthe Richard si dedicò ad attività culturali, ricevendo un premio di letteratura erotica e Marcel Roclore diventò Ministro della Salute.

Lina Merlin invece venne esclusa dal Psi dalle liste dei candidati alle elezioni nel 1963. Lei polemizzò con la destra e la sinistra definendoli “fascisti rilegittimati, analfabeti politici e servitorelli dello stalinisimo” e strappò la tessera del partito.

Per molti fu una conquista di civiltà. Per altri una legge ipocrita. Per i movimenti femminili una vittoria. Per la polizia un problema, perché la prostituzione non sparì ma si riversò nelle strade. Ciò non toglie che pur creando un vuoto ambiguo, la legge rappresentò un segno di civiltà e la Merlin in quella battaglia ci mise tutta la sua passione.

Valentina Bombardieri
Blog Fondazione Nenni

Un convegno su Pertini
a 120 anni dalla nascita

Sandro Pertini-StellaRicordando il 120° anniversario della nascita del Presidente Sandro Pertini, e la sua storica visita di Stato in Salento nel marzo del 1980, che vide una notevole presenza e un vivo e partecipato entusiasmo popolare, definito da “risveglio islamico”, si terrà lunedì 27 Febbraio presso l’Aula Magna della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università del Salento – Ecotekne – Strada Provinciale Lecce – Monteroni, una rilevante manifestazione multimediale, nella quale verrà rievocata l’amata figura del Presidente.

Vi saranno delle toccanti testimonianze, richiami della sua eroica vita e coinvolgenti letture affidate al reading di attori, con video e supporti musicali, volti a raggiungere l’interesse dei giovani, tanto vicini al cuore di Sandro Pertini. Nel corso di questa kermesse, saranno quindi, presenti gli studenti universitari e gli allievi degli istituti scolastici salentini, con una folta rappresentanza di Primi Cittadini, con il loro Tricolore, autorità del Territorio e rappresentanze dei Sindaci e Consigli Comunali dei Ragazzi. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Presidente del Consiglio, On. Paolo Gentiloni, particolarmente attenti e sensibili a questo ricordo del Presidente Sandro Pertini e di sua moglie Carla, pur non potendo presenziare direttamente all’evento – cerimonia, hanno provveduto ad inviare un loro personale e caloroso messaggio che sarà letto ad apertura della manifestazione. I moniti del Presidente Sandro Pertini furono sempre orientati ai valori essenziali della libertà e democrazia, giustizia sociale e legalità, in onestà e fondamentale pulizia morale. Un esempio al quale guardare oggi, di fronte alle tante distorsioni della società contemporanea, soprattutto per le più giovani generazioni.

Il 16 febbraio ’59: l’ascesa del lider máximo

castro-195916 febbraio 1959: Fidel Castro divenne primo ministro di Cuba e mantenne la carica fino al 1976, quando questa fu abolita. La rivoluzione cubana aveva trionfato. Il giovane Fidel aveva sposato la causa anti-imperialista fin dai primi tempi dell’università, dove studiava diritto.

Nel 1947, dopo aver provato a partecipare ad un tentativo di spedizione per liberare Santo Domingo dalla dittatura di Trujillo, che fallì ancora prima di cominciare, aderì al Partito Ortodosso, fondato di recente dal senatore Eduardo Chibàs. Tra i principali obiettivi del partito, vi era quello di eliminare le basi americane a Cuba al fine di garantire all’isola la piena sovranità.

Tuttavia, iniziò un periodo complicato della sua vita. Invischiato nelle faide armate tra fazioni studentesche, Castro capì che era giunto il momento di viaggiare uscendo per la prima volta da Cuba. Destino volle che mentre era in Colombia si trovò nel mezzo di una sollevazione popolare, e dopo essere tornato in patria i giornalisti lo soprannominarono il “bogotazo”.

È interessante il fatto che di lì a poco sposò Mirta Diaz-Balart, figlia del sindaco di Banes e vicino a Fulgentio Batista. Il matrimonio ebbe luogo nel 1948 nonostante la forte opposizione della famiglia di lei, con cui la giovane coppia tagliò i ponti nonostante la necessità di aiuti economici che loro avrebbero potuto fornire.

Dopo un periodo negli Stati Uniti di cui non si sa molto, Castro tornò a Cuba e terminò i suoi studi.

Come avvocato, egli decise di battersi solo per i poveri e creò la Protect Home, un’associazione per gli abitanti del quartiere La Pelusa, a L’Avana, che rischiavano la demolizione della propria casa.

La vita di Castro ebbe una svolta il 5 agosto 1951, quando Chibàs si uccise all’improvviso durante una trasmissione radio, nonostante fosse in vantaggio nei sondaggi per le elezioni presidenziali. Dietro questo suicidio inaspettato vi era il disonore per aver accusato di corruzione il presidente Carlos Prìo Socarrás senza avere delle prove certe.

Castro, volendo iniziare a scalare il suo cursus honorum, prese in mano la situazione e dopo aver indagato denunciò nuovamente Prìo, questa volta a ragione.

Nel marzo 1952 tuttavia, arrivò il colpo di stato di Fulgentio Batista per cui le imminenti elezioni furono cancellate. Nel tentativo di assaltare la Caserma della Moncada a Santiago, Castro fu arrestato e molti dei suoi compagni furono uccisi. Durante il processo contro di lui, si difese da solo attaccando di fatto le ingiustizie del regime di Batista e concludendo con la celebre frase: “Condannatemi, non importa, la storia mi assolverà”.

Condannato a 15 anni di carcere, uscì di prigione nel 1955 in seguito ad un’amnistia. Una volta tornato a Cuba diede vita al Movimento 26 Luglio (in onore del giorno dell’assalto a Moncada), mentre Cuba era in preda alla violenza. È dal Movimento 26 che iniziò la guerriglia contro Batista a cui parteciparono anche il fratello Raul e il protagonista simbolo della rivoluzione Ernesto “Che” Guevara. Diventati un battaglione di 800 uomini, i combattenti del Movimento riuscirono a mettere in difficoltà le forze di Batista che il 1 gennaio 1959 fuggì da Cuba.

Venne formato un nuovo governo e Castro assunse il ruolo di Comandante in Capo delle Forze Armate. Tuttavia, il primo ministro in carica si dimise e il 16 febbraio Castro prese il suo posto.

Iniziava così la carriera politica del lider máximo di Cuba, che avrebbe caratterizzato la storia dell’isola per tutta la seconda metà del ‘900 fino ai nostri giorni.

Egli subito portò avanti i suoi obiettivi di indipendenza dagli Stati Uniti espropriando importanti compagnie come la United Fruit, poi l’accordo per acquistare petrolio dall’Unione Sovietica e la rottura dei rapporti diplomatici con gli Stati Uniti che culminò con la crisi di Cuba. La collaborazione economica e militare tra Castro e Chruscev condusse infatti ad uno dei momenti più critici della guerra fredda.

Castro, come è noto, si è spento lo scorso 25 novembre dello scorso anno e la sua figura rimane avvolta da sentimenti contrastanti, tra chi lo ritiene un liberatore e un eroe, e chi invece lo vede come un dittatore come un altro, colpevole di aver soffocato la libertà dei cubani. Cosa sarà di Cuba quando anche il fratello Raul lascerà il posto alle nuove generazioni, è una pagina tutta da scrivere.

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni

Il mito renziano del 40% e il caos seguente

renzi 7Non un miraggio ma un traguardo a portata di mano. Matteo Renzi quasi tre anni fa lavorava ad incassare il 40% dei voti nelle elezioni politiche. Riteneva che ci fossero le premesse. Il Pd nelle elezioni europee del maggio 2014 aveva ottenuto un trionfale 40,82%. Aveva seminato il M5S al 21,16% e Forza Italia al 16,83%; e così tutti gli altri avversari impigliati in livelli ancora più bassi. In questo clima Renzi, allora presidente del Consiglio e segretario del Pd, impostò l’Italicum, la  nuova legge elettorale che, tra l’altro, assegnava un premio di maggioranza al partito che avesse incassato almeno il 40% dei voti.

Però poi tutto è cambiato rapidamente: sono arrivate le disfatte. Renzi prima ha perso colpi nelle elezioni regionali del 2015, quindi è stato sconfitto nelle comunali del 2016 e infine è arrivata la batosta nel referendum del 4 dicembre scorso sulla riforma costituzionale del governo: respinta con il 59,11% di “no” contro il 40,89% di “sì”. A gennaio la Corte costituzionale ha bocciato alcuni punti dell’Italicum, ma non il premio di maggioranza di seggi al partito più forte, con almeno il 40% dei consensi.

Così non svanisce, resta, anzi si rafforza il mito del 40%. Renzi, con l’obiettivo del voto anticipato in tempi rapidi, prima della fine naturale della legislatura all’inizio del 2018, ne ha parlato più volte dopo la sconfitta al referendum col 40% di sì: «Ripartiamo da qui». Ha indicato degli esempi storici: «Il Pd ha preso il 40,8% alle Europee, miglior risultato di un partito politico in Italia dalla Dc del 1959. Sono convinto che se il 4 dicembre si fosse votato per i partiti, saremmo risultati nettamente primi». È scoppiata una rissa. La tesi è stata contestata sia dalle minoranze del Pd sul piede di guerra contro Renzi sia dalle opposizioni dei cinquestelle, del centrodestra, di Sinistra italiana. Tuttavia l’ex presidente del Consiglio insiste, nonostante i venti di scissione che soffiano nelle sinistre del partito.

Il 40%, però, è una cifra che affascina un po’ tutti. Giuliano Pisapia, impegnato per dare vita al Campo Progressista, ritiene che sia un traguardo possibile per un centrosinistra rinnovato ed unito. L’ex sindaco di Milano ha lanciato un preciso messaggio a Renzi invitandolo a mettere da parte la linea dell’autosufficienza: «Penso che l’alleanza tra il Pd, noi, le liste civiche, gli ecologisti possa arrivare al 40%».

Il 40%  è un numero che ipnotizza.  Beppe Grillo ha chiesto di andare a votare subito, applicando il Legalicum, come ha battezzato il testo dell’Italicum rivisto dalla Consulta. Vede la vittoria e Palazzo Chigi a portata di mano: «La Corte costituzionale ha tolto il ballottaggio, ma ha lasciato il premio di maggioranza alla lista al 40%. Questo è il nostro obiettivo per poter governare». Tuttavia l’ascesa trionfale del M5S, dopo tante vittorie, è ostacolata dal caos nel quale naviga la giunta comunale di Roma, la metropoli guidata dalla sindaca grillina Virginia Raggi. È un caos pagato con la discesa dei cinquestelle nei sondaggi elettorali.

Anche Giorgia Meloni, alleata della Lega Nord di Matteo Salvini, ha chiesto immediate elezioni per portare un centrodestra unito al traguardo del 40%. La presidente di Fratelli d’Italia è fiduciosa sulla riunificazione del centrodestra:«Chiederemo agli italiani di darci il 40% per ottenere la maggioranza in Parlamento».

Silvio Berlusconi è attratto dal 40%, tuttavia esistono dei ma. Il presidente di Forza Italia un anno fa diceva: «Solo con questo vecchietto» il centrodestra unito «può raggiungere il 40%, vincere le elezioni  e governare il Paese». Non ha cambiato idea, però il centrodestra resta diviso perché “questo vecchietto” non vuol cedere a Salvini o a un leader populista la leadership. Niccolò Ghedini vede un futuro in rosa. L’avvocato di Berlusconi e senatore di Forza Italia con ‘Libero’ dà per scontata l’intesa con la Lega: «Solo Silvio può tenere insieme Salvini e Alfano. I sondaggi ci danno al 35%, con il Cav in campo arriveremo al 40%». La complicata partita del 40% è appena cominciata ed è tutta da giocare.

Rodolfo Ruocco

La propaganda della “Via della Seta”

Cina abolisce figlio unicoLa “Belt and Road Iniziative” (BRI), la visione geopolitica del presidente cinese Xi Jinping, ha avuto la sua traduzione operativa nel progetto “One Belt, One Road” (OBOR), “Una Cintura, Una Strada”. Un megaprogetto che, con l’avvento alla Casa Bianca di Donald Trump, è diventato oggetto di approfondimento e di preoccupazioni. Considerato ieri solo propaganda diretta a contrastare la politica con cui Obama perseguiva l’obiettivo di un contenimento” regionale della Cina, tale progetto è considerato un “messaggio” diretto al nuovo presidente degli Stati Uniti, che del cambio radicale della politica soft di Obama nell’Oceano Indiano e nel Mar Cinese meridionale ha fatto uno dei motivi del suo successo elettorale.
Il progetto OBOR si compone di due parti che si integrano l’una con l’altra: la “Cintura” (Cintura Economica della Via della Seta) e “la Strada” (Strada della Seta Marittima). La “Cintura”, su base terrestre, è costituita da una vasta fascia della Cina centrale, che attraversando un gran numero di Paesi asiatici, non sempre in relazioni pacifiche tra loro, raggiunge l’Europa orientale; la “Strada”, su base marittima, invece, è una rotta che si estende dal Mar della Cina Meridionale e si irradia verso il Sud-Est asiatico, il Mediterraneo orientale e, attraversando l’Oceano Pacifico, l’America meridionale.
La visione geopolitica di Xi Jinping, a parere di Mu Chunshan, autorevole opinionista cinese e già responsabile dell’ufficio per la diffusione dell’immagine della Cina nel mondo, è ambiziosa ma pacifica. Xi Jinping, eletto “nucleo” del partito, durante la VI sessione del XVIII° Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, intende realizzare una politica estera che si articola, stando alle indicazioni riconducibili al progetto OBOR, secondo tre direttrici che, nell’insieme, prefigurano le aspirazioni del Grande Paese asiatico: la prima è quella che vorrebbe la Cina proiettata verso il conseguimento di obiettivi politici e strategici, attraverso l’impiego di mezzi puramente economici; la seconda, è volta ad assicurare al Paese una crescente e stabile presenza militare nel mondo; la terza tende a conseguire per la Cina uno status di pari importanza nelle relazioni tra le grandi potenze.
In un recente articolo, “Geopolitica di Xi Jinping” (“Limes”, n. 1/2017), Mu Chunshan osserva che, dopo trent’anni di crescita, di riforme e di apertura al mondo, la Cina ha accumulato una sufficiente credibilità per aspirare ad “influenzare il mondo con l’economia, strumento di potere che gli altri Paesi accettano più facilmente rispetto a quello politico e militare”; da ciò consegue, secondo l’opinionista cinese, la giustificazione della seconda direttrice delle aspirazioni geopolitiche cinesi, ovvero la propensione a “salvaguardare meglio gli interessi nazionali e far abituare il mondo a una Cina diversa dal passato”, tendendo ad “influenzare l’ordine mondiale e regionale per cambiarlo uniformemente ai propri interessi”.
Una volta insediatosi al potere e consolidata la sua posizione all’interno del partito, Xi Jinping intende conseguire questo risultato, abbandonato il principio, già stabilito da Deng Xiaoping, di “mantenere un basso profilo”, per non suscitare sospetti e diffidenza da parte del resto del mondo; al contrario del suo predecessore, Xi Jinping è del parere che la Cina abbia acquisto ora una maggior forza economica, e poiché è diventata la seconda potenza economica mondiale, la sua influenza politica e militare deve crescere in proporzione; perciò, se in passato era plausibile tenere un profilo basso e introverso, è giunta l’ora di perseguire, sia pure in maniera pacifica, obiettivi più estroversi rispetto al resto del mondo.
In realtà, la Cina di Xi Jinping è andata molto oltre i limite del “basso profilo”, spesso con la pretesa di tutelare suoi presunti interessi secondo modalità dure ed aggressive; a partire dal 2013, i rapporti con i Paesi bagnati dal Mar Cinese Meridionale si sono deteriorati e la Cina ha incominciato ad inviare soldati all’estero per garantire l’integrità dei pozzi petroliferi al cui sfruttamento è interessata e la sicurezza dei propri tecnici impegnati in vari Paesi nella costruzione di infrastrutture.
Sul fronte delle relazioni tra le grandi potenze, Xi Jinping, con il progetto OBOR, infine, vuol definire, in particolare nei confronti degli Stati Uniti, le priorità geopolitiche del proprio Paese; pretesa questa che, a partire dall’inizio dell’anno corrente, deve fare i conti con il cambiamento della politica estera annunciato dal nuovo “inquilini” della Casa Bianca, proprio nei confronti della Cina.
Per l’attuazione del progetto OBOR, la Cina conta di poter fare affidamento sul supporto di una serie di banche per lo sviluppo, fra le quali la Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), il Silk Road Fund e la New Development Bank (NDB). L’AIIB, è attualmente sostenuta da 57 Paesi membri, alcuni dei quali europei ed alleati degli Stati Uniti, la Corea del Sud e tutti i Paesi riuniti nell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN). Il Silk Road Fund è un fondo di investimento statale cinese, costituito per il finanziamento della costruzione delle infastrutture nei Paesi che saranno attraversati dalle vie della seta. Infine, l’ANDB è la banca dei BRICS, Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, Paesi che da tempo perseguono lo scopo di costruire un sistema commerciale globale alternativo a quello basato sul dollaro.
Oltre che contare sulla dotazione di queste istituzioni bancarie, ammontante a circa 240 miliardi di dollari, il successo del progetto OBOR può contare anche sul fatto che la Cina ha già investito 62 miliardi di dollari in infrastrutture strumentali al successo del progetto, attraverso l’impegno della China Development Bank, della Export-Import Bank of China e della Agricultural Development Bank of China e di quello della China Construction Bank, un’altro istituto finanziario che a partire dal 2013 ha investito 40 miliardi di dollari l’anno in infrastrutture. Un’altra ragione di possibile successo del megaprogetto può essere ricondotta al fatto che la Cina, in cooperazione con le istituzioni finanziarie di Singapore, ha anche stanziato 22 miliardi nella realizzazione di progetti nell’Asia sud-orientale, per la costruzione di infrastrutture che saranno parte della via della Seta marittima.
L’origine delle preoccupazioni nutrite da molti Paesi asiatici, e soprattutto delle grandi potenze, USA in testa, connesse ai possibili scenari futuri legati all’attuazione del progetto OBOR è la diffusa incertezza sulle reali motivazioni della Cina. Il presidente Xi Jinping ha definito il progetto OBOR come un modello di “cooperazione” rivolto alla creazione di una “comunità dal destino comune”, ma anche, come già precedentemente si è detto, ad assicurare alla Cina “una posizione geopolitica, economica e militare che corrisponda ragionevolmente al suo livello di sviluppo”. L’attuazione del progetto, a parere di Mu Chunshan, non punterebbe “a superare gli USA e a diventare la nuova ‘polizia del mondo’”; ciò perché la politica di Xi Jinping sarebbe solo “conforme alla realtà del rapido sviluppo dell’economia cinese degli ultimi trent’anni”.
Ma un altro articolo, sempre dello stesso Mu Chunshan, comparso sullo stesso numero 1/2017 di “Limes”, dal titolo “La via per tornare ad essere il numero uno del mondo”, contraddice sostanzialmente le pacifiche intenzioni attribuite al presidente Xi Jinping; in esso si sostiene, infatti, che nell’attuazione del megaprogetto delle vie della seta sarebbe implicito il “sogno cinese”, proposto dal presidente divenuto “nucleo” del Partito Comunista, che prevede di portare a compimento la “grande rinascita del popolo cinese”, in concomitanza con il centesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese (2049)”. Il termine “rinascita” non sarebbe casuale, perché, significherebbe “ripristinare il rango internazionale della Cina nelle epoche Han e Tang”, appunto le due dinastie che hanno rappresentato “il periodo di maggiore prosperità della via della seta”; obiettivo, questo, che sarebbe proprio del progetto OBOR, destinato a diventare uno dei “vettori di realizzazione del ‘sogno cinese’”.
Ovviamente, lo stesso Mu Chunshan sembra essere consapevole che la realizzazione del megaprogetto andrà incontro a molti sospetti e rischi di rigetto da parte del resto del mondo. I sospetti sarebbero dovuti al fatto che gli stranieri non capirebbero il senso che la realizzazione del progetto avrebbe per la Cina, soprattutto perché, per tanto tempo, la società internazionale si sarebbe abituata a considerare la Cina introversa e marginale. Ciò sarebbe valso a consolidare il convincimento che la “Cina dovesse agire esclusivamente entro i limiti prestabiliti del suo spazio geografico”. In molti Paesi, sia nelle èlite che fra la gente comune, si stenterebbe, perciò, a comprendere che la Cina è cambiata, diventando sempre più estroversa, e che il progetto OBOR rappresenta il marchio del mutamento. E’ chiaro – conclude Mu Chunshan – che uno sviluppo così rapido della potenza cinese sarà “difficile da accettare”, sino a risultare naturale che l’attuazione del progetto OBOR sollevi diffuse diffidenze circa il senso che gli viene assegnato dalla Cina moderna.
Ma non è solo il mondo in astratto a nutrire diffidenze circa le intenzioni della politica di Xi Jinping; esse serpeggiano anche presso alcuni Paesi asiatici che dovrebbero essere direttamente investiti dal megaprogetto delle vie della seta. Alle diffidenze si aggiungono anche i molti rischi ai quali è esposta l’attuazione del progetto, dovuti al fatto che la sua realizzazione investe direttamente alcuni Paesi, soprattutto quelli mediorientali che, nel loro insieme, costituiscono un’area molto instabile, dato che ciascuno di essi tende a conquistare una posizione dominante.
Altri rischi provengono direttamente dalla Cina, ovvero dalla sua debolezza riguardo al processo di globalizzazione; e ciò per due ordini di motivi. Il primo di questi concerne la possibilità che le attività produttive cinesi non si adattino facilmente alle regole del gioco prevalenti al di fuori dei confini della madrepatria; le imprese cinesi che operano all’estero, oltre all’esercizio della propria attività, concorrono a plasmare l’immagine della Cina, per cui se tali imprese dessero della loro madrepatria un’immagine “aggressiva”, la realizzazione del progetto OBOR ne sarebbe influenzata negativamente. Inoltre, anche dal punto di vista interno della stessa Cina, l’attuazione del megaprogetto delle vie della seta è destinata a sollevare non pochi rischi politici, nascenti dagli interrogativi circa gli effetti derivanti dalla destinazione di tante risorse all’estero, a scapito degli investimenti interni, volti a rimuovere i tanti squilibri territoriali e sociali che ancora permangono, nonostante il “grande balzo in avanti” compiuto dalla Cina moderna,
Il secondo ordine di motivi che vede la Cina debole riguardo al processo di globalizzazione, è dovuto al fatto che ancora essa non dispone di una “area valutaria ottimale”, tale da consentirle di trasformare il “renminbi” in una valuta sostitutiva del dollaro nella regolazione delle transazioni internazionali, strumentali per il successo del progetto stesso; ciò perché, al di là delle sue aspirazioni a perseguire la “grande rinascita del popolo cinese”, la Cina non dispone del necessario potere militare per presiedere l’area valutaria, al fine di garantire alla sua valuta nazionale la sicurezza e la fiducia da parte degli operatori internazionali.
Infine, l’OBOR è esposto al rischio di un confronto “a tutto tondo” con la superpotenza americana, l’unica al momento in grado di egemonizzare le modalità di funzionamento in condizioni di stabilità del processo di globalizzazione; al di là della politica asiatica “minacciata” da Trump, gli analisti delle relazioni internazionali tendono a valutare il progetto delle vie della seta niente più che pura propaganda; l’obiettivo di sarebbe quello di controbilanciare il tentativo di Obama di costruire una cintura di contenimento contro la tendenza della Cina ad espandersi territorialmente a spese dei deboli Paesi vicini, nonché a porre rimedio alla sua presunta ostentata incapacità di “gestire in sicurezza” un vicino suo protetto, dotato di deterrenza atomica, che di continuo minaccia la stabilità dell’intera area asiatica e la sicurezza delle rotte marittime, perno dell’egemonia strategica ed economica globale della superpotenza a “stelle e strisce”.
Al momento, c’è solo da augurarsi che le due potenze mondiali, Cina ed USA, privilegino, nella regolazione dei loro conflitti di interesse, la via del negoziato in luogo del ricorso alla forza militare, e in particolare: che la Cina non dia l’impressione sbagliata (ma non troppo) di usare Kim Jong-un per destabilizzare l’area asiatica e le rotte marittime che la solcano; e che gli USA, dipendendo dall’importazione di capitali cinesi, non pretendano di rimettere in discussione tutto ciò che, riguardo alla Cina, è stato realizzato col loro interessato consenso, ricorrendo ora a barriere tariffarie anticinesi e a possibili strategiche alleanze di segno opposto a quelle sinora praticate.

Gianfranco Sabattini

126 anni fa nasceva un gigante: Pietro Nenni

“Sarebbe stato uno splendido presidente delle Repubblica, e ci avrebbe fatto bene averlo al Quirinale. Ma non glielo permisero, non ce lo permisero. I suoi amici prima ancora dei suoi nemici”. (Oriana Fallaci)

nenni (1)Il 9 febbraio 1891, a Faenza nacque un uomo destinato a fare la storia italiana. Si chiamava Pietro Nenni, e fin da bambino, dimostrò di avere carattere, a 7 anni conobbe il suo battesimo politico. Era il 1898 ed erano in corso i moti per la fame. Uomini e donne protestavano e assaltavano i forni, e quando la cavalleria iniziò la carica contro di loro, il piccolo Pietro sentì per la prima volta lo sdegno per le ingiustizie della società.

E pensare che sarebbe potuto diventare prete. Entrò infatti nell’istituto “Maschi Opera Pia Cattani”, ma questo non arrestò il suo interesse per la politica. Dopo aver scritto sui muri dell’istituto “Viva Bresci”, l’anarchico che aveva ucciso il re Umberto I, ne venne definitivamente espulso nel 1908 dopo per aver partecipato ad uno sciopero di agricoltori.

Lo stesso anno, iniziò la sua carriera da pubblicista scrivendo il suo primo articolo sul Popolo di Faenza. La prima bandiera politica che decise di adottare fu quella del Partito Repubblicano. È in quei mesi che nacque un’amicizia che sarebbe diventata una guerra. Nenni infatti conobbe Benito Mussolini, un giovane che allora dirigeva il giornale socialista Lotta di Classe, per cui Pietro scrisse alcuni articoli. È noto l’episodio che vede i due lottare insieme contro la guerra in Libia, dichiarata nel settembre del 1911. Arrestati per lo stesso motivo, condivisero in carcere la stessa cella per un anno e quindici giorni. La prigione non frenò minimamente il temperamento del giovane Pietro, che continuò la sua attività di giornalista.

La crisi della sua identità repubblicana giunse dopo la prima guerra mondiale. Pietro infatti era a favore dell’interventismo e si arruolò come volontario. Subito dopo la conquista di Gorizia la moglie Carmen diede alla luce la sua terza figlia, chiamata a buon auspicio Vittoria. Tuttavia, in generale l’esperienza della guerra fu molto forte e portò Pietro a riflettere sulle sue idee interventiste. Per questo, si allontanò dal Partito Repubblicano e iniziò a frequentare i circoli socialisti. L’anno della svolta definitiva fu però il 1920, quando, per attività giornalistiche, compì un viaggio nel Caucaso e conobbe il mondo sovietico. È allora che decise definitivamente di lasciare il Partito Repubblicano.

Dopo lo sdegno per l’assalto di un gruppo di fascisti alla sede dell’Avanti! Nenni decise di sposare ufficialmente la causa socialista. Iniziò quindi a lavorare da Parigi come corrispondente per il quotidiano socialista, di cui, nel 1923 divenne direttore.

Oggi ricordiamo il 126esimo anniversario della sua nascita ma anche quel percorso forse non lineare ma pieno di passione e ricco di esperienze che lo hanno portato a capire quale fosse, per lui, la giusta parte da cui combattere, ma sempre con lo stesso obiettivo: la giustizia sociale.

La sua carica, la sua incredibile onestà e fierezza lo hanno condotto non solo alla guida del Partito Socialista, ma anche tra gli uomini che hanno guidato il paese nel delicatissimo periodo del dopoguerra, periodo a cui Nenni giunse non senza essere coinvolto in tragedie personali, come l’esilio e la perdita della figlia Vittoria, morta ad Auschwitz. Nel dopoguerra, per citare solo alcune delle sue battaglie, si schierò per la repubblica, per il mantenimento del Fronte Democratico Popolare con i Comunisti, contro l’ingresso dell’Italia nel Patto Atlantico, che non vedeva affatto come uno strumento di pace. La sua ultima battaglia fu invece quella per il divorzio. La prima quella forse più entusiasmante: con una determinazione che tradiva le sue origini, si batté per la Repubblica, considerato come unico baluardo democratico possibile dopo il vergognoso fallimento della monarchia; quindi, da ministro per la Costituente portò il Paese alla costruzione di una Carta che nacque non solo sorretta da una grande tensione ideale ma anche accompagnata da uno studio delle scelte così approfondito da far impallidire i recenti tentativi di revisione (o forse sarebbe meglio dire, manomissione).

Amato dagli amici, rispettato dagli oppositori, Nenni si spense il primo gennaio 1980. Per chi volesse portargli un fiore, oggi riposa al cimitero del Verano a Roma.

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni


Qui di seguito la lettera in versi di Pier Paolo Pasolini a Pietro Nenni, pubblicata per la prima volta sull'”Avanti!” del 31 dicembre 1961

Era il pieno dell’estate, quell’estate
dell’anno bisestile, così triste
per la nazione in cui sopravviviamo.
Un governo fascista era caduto, e dappertutto
c’era, se non quell’aria nuova, quella nuova
luce che colorò genti, città, campagne,
il venticinque Luglio — una sia pur incerta
luce, che dava al cuore un’allegrezza
eccezionale, il senso di una festa.
E io come « il naufrago che guata » (scrivo
a un uomo che certo mi concede il cedere
a delle citazioni antidannunziane…)
felice d’aver salvato la pelle — bisestile
doppiamente per me, è stato l’anno —
ho avuto, per un mattino, dentro, il senso
d’un « poema a Fanfani »: e non soltanto
per solidale antifascismo e gratitudine,
ma per un contributo, anche se ideale,
di letterato: un « appoggio morale », com’è
uso dire. Fu l’idea di un mattino
bruciato dal sole di quell’estate
che qualcuno aveva maledetto, e il cui biancore
faceva, dell’Italia ricca, — che ronzava
in lidi popolari e in grandi alberghi,
nelle strade delle Olimpiadi incombenti
— l’imitazione d’una civiltà sepolta.

E poi, ero ridotto a una sola ferita:
se ancora ero in grado di esistere,
lo dovevo a una forza prenatale, ai nonni
o paterni o materni, non so, a una natura
radicata ormai in un’altra società.
Eppure, in quel mio slancio, mezzo
pazzo e mezzo troppo razionale,
c’era una necessità reale: lo vedo
meglio ora, che la collaborazione
è un problema politico: e Lei lo pone.
Dal quarantotto siamo all’opposizione:
dodici anni di una vita: da Lei
tutta dedicata a questa lotta — da me,
in gran parte, seppure in privato
(quanti interni terrori, quante furie).

Con che amore io vedo Lei, acerbo,
gli occhiali e il basco d’intellettuale,
e quella faccia casalinga e romagnola,
in fotografie, che, a volerle allineare,
farebbero la più vera storia d’Italia, la sola.
Io ero ancora in fasce, e poi bambino,
e poi adolescente antifascista per estetica
rivolta… Timidamente La seguivo
d’una generazione: e L’ho vista trionfare
con Parri, con Togliatti, nei grandiosi,
dolenti, picareschi giorni del Dopoguerra.
Poi è ricominciata: e questa volta,
abbiamo, sia pur lontani, ricominciato insieme.

Dodici anni, è, in fondo, tutta la mia vita.
Io mi chiedo: è possibile passare una vita
sempre a negare, sempre a lottare, sempre
fuori dalla nazione, che vive, intanto,
ed esclude da sé, dalle feste, dalle tregue,
dalle stagioni, chi le si pone contro?
Essere cittadini, ma non cittadini,
essere presenti ma non presenti,
essere furenti in ogni lieta occasione,
essere testimoni solamente del male,
essere nemici dei vicini, essere odiati
d’odio da chi odiamo per amore,
essere in un continuo, ossessionato esilio
pur vivendo in cuore alla nazione?

E poi, se noi non lottiamo per noi,
ma per la vita di milioni di uomini,
possiamo assistere impotenti a una fatale
inattuazione, al dilagare tra loro
della corruzione, dell’omissione, del cinismo?
Per voler veder sparire questo stato
di metastorica ingiustizia, assisteremo
al suo riassestarsi sotto i nostri occhi?
Se non possiamo realizzare tutto, non sarà
giusto accontentarsi a realizzare poco?
La lotta senza vittoria inaridisce.

(Una lettera, di solito, ha uno scopo.
Questa che io Le scrivo non ne ha.
Chiude con tre interrogativi ed una clausola.
Ma se fosse qui confermata la necessità
di qualche ambiguità della Sua lotta,
la sua complicazione ed il suo rischio,
sarei contento di avergliela scritta.
Senza ombre la vittoria non dà luce).

Elisabetta II, la regina contro tempo

Elisabetta-IIIl 6 febbraio 1952 ha avuto inizio il longevo regno di Elisabetta II, regina del Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, e capo del Commonwealth.

Da bambina Elisabetta non si aspettava di diventare regina. Le cose cambiarono quando il fratello di suo padre, diventato re con il nome di Edoardo VIII, abdicò per sposare una donna americana due volte divorziata, atto considerato inaccettabile secondo il protocollo reale.

In quanto figlia maggiore del nuovo re Giorgio VI, Elisabetta divenne la legittima erede al trono.

Come è noto, durante la seconda guerra mondiale la famiglia reale rimase in Gran Bretagna, nonostante i frequenti bombardamenti. La principessa Elisabetta si diede da fare: nel 1945 divenne membro della Women’s Auxiliary Territorial Service dove lavorava come autista e meccanico.

Elisabetta annunciò ufficialmente il suo fidanzamento il 9 luglio 1947, e non si trattò di un matrimonio combinato. Lei stessa, all’età di 13 aveva dichiarato di essersi innamorata del principe di Grecia e Danimarca, Filippo, con il quale iniziò una corrispondenza. Egli, seppur di origini inglesi da parte di madre, era nato all’estero e sua sorella aveva sposato un nobile tedesco legato al nazismo. Per questo, il fidanzamento da molti non era visto di buon occhio. Nonostante ciò, Filippo rinunciò al titolo di principe di Grecia e Danimarca, si convertì all’anglicanesimo dal cristianesimo ortodosso e acquisì il nome della famiglia inglese di sua madre, Mountbatten.

Il matrimonio reale ebbe luogo il 20 novembre 1947. L’anno successivo, nacque il loro primo figlio, il principe Carlo, seguito dalla principessa Anna, dal principe Andrea e dal principe Edoardo.

La giovane coppia prese la sua residenza a Clarence house a Londra, ma tra il 1949 e il 1951 trascorse diversi periodi a Malta, dove Filippo lavorava come ufficiale della Royal Navy.

Già nel 1951, Elisabetta iniziò a sostituire suo padre in alcune mansioni che a causa delle cattive condizioni di salute, il re non poteva svolgere, come il tour del Commonwealth per il quale Elisabetta e Filippo partirono nei primi mesi del 1952. Mentre erano in Kenya, il 6 febbraio giunse la notizia della morte del re. Elisabetta, che era arrivata come principessa, lasciò il paese da regina.

Quando le fu chiesto quale nome avrebbe voluto, scelse di tenere il suo.

Per quanto riguarda il cognome della casa reale invece, sebbene per tradizione sarebbe dovuto essere il padre a tramandare il proprio ai figli, e dunque sarebbe dovuto diventare Mountbatten, sotto la spinta del primo ministro Winston Churchill e della regina madre, si scelse di mantenere il nobile cognome di Windsor. Filippo, risentito, dichiarò di essere il solo uomo in Inghilterra a non poter trasmettere il nome ai propri figli.

Passò più di un anno prima che la nuova regina fosse incoronata. La data prescelta fu il 3 giugno 1953. Per la prima volta nella storia la cerimonia venne trasmessa in televisione.

L’idea era quella di iniziare una nuova epoca, quella di una monarchia giovane e aperta alla modernità. E, in effetti, da quel giorno nel 1952 molte cose sono cambiate per la monarchia britannica, in primo luogo per effetto della decolonizzazione che consentì a più di venti paesi di ottenere l’ indipendenza.

Il regno di Elisabetta II è da record: Il più longevo della Gran Bretagna, dopo aver superato nel settembre 2015 quello della regina Vittoria, nonché il più lungo in assoluto per una regina. Inoltre, è la regnante più anziana e con la più lunga “attività di servizio” tra quelli ancora viventi dopo la morte del re della Thailandia Rama IX. Ha visto succedersi tredici primi ministri, ha conosciuto cinque papi e indetto tre giubilei.

Sotto di lei, lo stesso concetto di monarchia ha subito delle modifiche, soprattutto in seguito alla crisi di consensi degli anni ’90: ora la Casa Reale paga alcune tasse e Buckingam Palace è stata aperta ai turisti. Il punto culminante dell’impopolarità Elisabetta II in patria lo raggiunse in occasione della morte di Lady Diana ma riuscì, dopo numerosi tentennamenti, a superare le rigidità (che amasse poco la nuora era a tutti evidente) e quasi a dare l’impressione di essere anche lei addolorata al pari degli altri sudditi del Regno per la scomparsa di una donna decisamente apprezzata (una sorta di icona pop, accompagnata nell’ultimo viaggio non a caso dalle note di Elton John). Nonostante ciò, il concetto di monarchia britannica sembra essere ancora solido in quanto potere neutrale e simbolo di una unione, a dir il vero piuttosto debole, della nazione.

Giulia Clarizia

Blog Fondazione Nenni