Carta stampata italiana
in scena l’ultimo atto

Editoria-finanziamentiIl crollo è rapido, verticale, drammatico, inarrestabile. Carta stampata ultimo atto: le copie vendute di giornali in dieci anni, in media, si sono più che dimezzate. Molti quotidiani e settimanali è inutile cercarli nelle edicole: hanno chiuso (l’ultima vittima è “l’Unità”, la testata legata al Pd, un tempo la potente voce del Pci).

Vanno malissimo i grandi e medi quotidiani nazionali, reggono un po’ meglio la “botta” quelli regionali e locali. I dati Ads (Accertamento diffusione stampa) danno il quadro impietoso della tragedia nei primi mesi di quest’anno. ‘Il Corriere della Sera’ ha dimezzato le vendite rispetto allo stesso periodo del 2007: poco più di 200 mila copie al giorno contro le quasi 430 mila del 2007.

E’ appena sopra la soglia delle 200 mila copie pur restando il maggiore giornale italiano. Chi sta peggio è ‘la Repubblica’: ha dimezzato e naviga a quota 180 mila. “La Stampa” viaggia sulle 120 mila copie, sempre la metà rispetto a dieci anni fa. “Il Sole 24 Ore” ha addirittura ha perso i due terzi delle vendite: è sceso a 58 mila da 180 mila. Nel baratro sono finiti “Il Giornale” e “Libero”: il primo è sotto le 60 mila copie contro quasi 160 mila, il secondo è calato a meno di 25 mila rispetto a oltre 100 mila. “Il Fatto Quotidiano”, inesistente nel 2007, è a circa 35 mila copie ma in discesa rispetto agli anni scorsi.

La carta stampata è in picchiata. Calano sia i giornali di centrosinistra, sia di sinistra, sia di centrodestra, sia di destra, sia cinquestelle. Scendono quelli prossimi all’area della maggioranza di governo e anche quelli vicini alle varie opposizioni. Vanno giù anche le testate economiche (di recente “Il Sole 24 Ore” di proprietà della Confindustria è inciampato in un brutto scandalo). Le agenzie di stampa hanno subito un terribile contraccolpo: alcune hanno chiuso i battenti, altre si sono fuse, praticamente tutte convivono con una crisi permanente (i contratti di solidarietà, per evitare i licenziamenti, sono quasi divenuti una regola).

I giornali online, soprattutto quelli emanazione dei grandi quotidiani della carta stampata, come il Corriere.it e Repubblica.it, vanno bene, ma non riescono a compensare le perdite. Sia gli abbonamenti dei quotidiani digitali sia la pubblicità su internet salgono ma non bastano ancora a riequilibrare il tracollo delle vendite nelle edicole.

Le conseguenze negative sono a cascata: la pubblicità si è squagliata;l’occupazione dei giornalisti e dei poligrafici (quei pochi sopravvissuti alle nuove tecnologie d’impaginazione digitale) è in picchiata; la disoccupazione e la cassa integrazione sono pane quotidiano; il deficit dell’Inpgi (l’istituto di previdenza dei giornalisti) è da collasso per i costi dell’assistenza fornita a chi ha perso il lavoro e per le spese conseguenti alle migliaia di prepensionamenti realizzati dagli editori che hanno dichiarato lo stato di crisi aziendale.

Carta stampata ultimo atto. È tutto un mondo che va in frantumi. Le edicole sono decimate, chiudono cinque chioschi al giorno. Delle 40 mila dei tempi d’oro ne restano circa la metà, le altre sono scomparse o aprono solo mezza giornata. A Roma, in particolare, la crisi è forte. Hanno chiuso i battenti circa 200 edicole. I motivi? Vado dal mio giornalaio di via Gregorio VII e domando se si vendono i giornali. Mi guarda stupito per la domanda: “Pochi, vendiamo pochi giornali. Sempre di meno. E’ tutta colpa di internet”. I giovani comprano i giornali, o in edicola vengono solo gli anziani? La risposta è immediata: “E chi li vede i giovani! Zero giovani comprano i giornali! Vanno su internet. Leggono lì le notizie!”. Per la crisi delle vendite molte edicole hanno chiuso… Annuisce: “E’ vero. La situazione è difficile. Noi resistiamo”.

Questa edicola è una delle poche che non ha chiuso ed ha mantenuto il vecchio meccanismo: apertura dalla mattina presto alla sera, due persone fisse e altre due di aiuto, due famiglie impegnate nell’impresa. Gli introiti da giornali sono calati, ma altri servizi introdotti (lotterie istantanee, ricariche telefoniche, pagamento delle bollette domestiche e delle multe, vendita dei libri e dei biglietti dell’autobus) hanno un po’ compensato i conti.

Carta stampata ultimo atto. In altri posti non è andata così. L’edicola di piazza Antonio Mancini sul Lungotevere Flaminio, nella quale andavo ogni tanto a comprare i giornali, ha chiuso l’anno scorso. Ora è in vendita. Eppure era in una buona posizione: al capolinea degli autobus dell’Atac, uno dei più importanti di Roma. La ragazza che cominciava a lavorare alle 7 di mattina si lamentava che non ce la faceva a reggere, e alla fine ha mollato! In molti altri casi gli edicolanti hanno venduto l’attività ad extra comunitari, in gran parte bengalesi, che hanno ritmi di lavoro estenuanti e si contentano di margini economici più ridotti (per motivi analoghi sono stati i protagonisti della rinascita dei negozi di frutta e verdura, un tempo scomparsi nella città eterna).

I giornali online gratuiti su internet, la crisi economica, l’abbassamento della qualità dei quotidiani di carta è stata la miscela esplosiva della devastante crisi dell’informazione. La concentrazione dei giornali sempre più forte nelle mani di pochi editori sta accentuando problemi e danni. Gli oligopoli editoriali fanno il bello e il cattivo tempo. Finora, però, hanno causato tempo brutto, grandinate terribili e ben poco sole sull’informazione.

Il gruppo Espresso sta allargando il suo impero: al settimanale, a ‘Repubblica’, ai giornali regionali e alle radio locali, ultimamente ha aggiunto ‘La Stampa’ e ‘Il Secolo XIX’. Carlo De Benedetti è riuscito ad acquisire le due testate della famiglia Agnelli (in ritirata dall’Italia si è disfatta anche del ‘Corriere della Sera’ comprato da Urbano Cairo). L’Ingegnere, un tempo proprietario della fallita Olivetti, ha dato vita a una concentrazione editoriale formidabile, cedendo solo poche testate locali per non superare i livelli di concentrazione vietati dalle leggi sulla stampa.

Non ha fatto mistero sull’obiettivo del “contenimento dei costi”, prima già ridotti tagliando pesantemente gli organici dei redattori ricorrendo ai prepensionamenti finanziati dallo Stato, e ora da realizzare con l’operazione fusione. Ridurre i costi è un traguardo rispettabile, ma insufficiente a rilanciare i giornali se manca un progetto per migliorare la qualità del prodotto e per potenziare gli investimenti non solo sulle tecnologie digitali. In seriosi convegni gli editori continuano a ripetere: non si salvano i giornali senza l’aumento della qualità del prodotto ma poi non arrivano scelte conseguenti.

E la carta stampata continua a inabissarsi. La spiegazione c’è. Troppo spesso gli editori utilizzano le testate per difendere i propri interessi collaterali imprenditoriali, industriali, finanziari, politici. Oppure i giornali danno spazio ad avvenimenti ad effetto, ma poco rilevanti rispetto al altri sottovalutati o ignorati. I lettori sfiduciati così, in gran parte, non comprano più i giornali accontentandosi di ascoltare le notizie dai telegiornali o di leggerle su internet. La prima vittima è l’occupazione. Gli amministratori dei giornali si limitano a tagliare fortemente gli organici, a centralizzare e concentrare i servizi, ad assumere pochissimi giovani dopo una lungo lavoro da precari.

La parola d’ordine è flessibilità. I giornalisti, davanti alla grave crisi e alle innovazione tecnologiche, hanno accettato d’impaginare direttamente i propri articoli e di scrivere un pezzo sia per il quotidiano su carta sia uno praticamente in tempo reale per la versione web della testata. Alle volte confezionano anche dei servizi televisivi per la web tv del quotidiano online. In alcuni casi c’è stato un arricchimento della professionalità dei redattori, in molti altri un impoverimento per gli scadenti contenuti dovuto al lavoro multiplo (soprattutto quando si scrivono più articoli anche per le diverse piaffaforme).

Carta stampata ultimo atto. Serve una svolta, dei progetti con al centro la qualità e l’innovazione dell’informazione per immaginare e realizzare un rilancio. Ma restano nel limbo i contenuti di questi sacri principi per la rinascita della stampa. Si parla poco delle capacità dei giornalisti e della loro autonomia professionale, la base di un giornale di successo. Si va imponendo una ricetta distruttiva: pochi giornalisti legati in redazione alla “cucina”, un’impostazione sempre più accentrata e omologata dei quotidiani, e una miriade di collaboratori esterni mal pagati e sotto ricatto (in molti casi un articolo viene compensato con 10 euro lordi). E’ come se si volessero fare dei giornali senza giornalisti, ma con dei comunicatori ubbidienti impaginatori di notizie selezionate secondo gli interessi di chi comanda.

Eppure si è aperta una grande occasione da cogliere per rilanciare l’informazione. Si tratta della “nuova frontiera” dei giornali online in forte espansione, con immense potenzialità di penetrazione per la capacità d’informare in tempo reale i lettori sugli avvenimenti italiani ed internazionali. I quotidiani sul web e quelli di carta stampata possono offrire una considerevole complementarietà: i primi possono dare in maniera sintetica ed immediata le notizie, i secondi possono approfondire i temi e fornire le chiavi di lettura a una valanga d’informazioni altrimenti confuse e poco comprensibili.

Carta stampata ultimo atto. Nel consiglio di amministrazione di fine luglio della Gedi (la nuova società editoriale nata dalla fusione del gruppo Espresso con ‘La Stampa’ e il ‘Secolo XIX’) si è parlato degli utili prodotti dall’accorpamento dei giornali di De Benedetti con quelli ex Agnelli, ma non dei piani editoriali per il futuro. Carlo, 82 anni, ha passato le consegne al figlio Marco De Benedetti, 54 anni, nominato presidente della Gedi. L’Ingegnere rimarrà unicamente presidente onorario: ma questa è soltanto un’altra successione dinastica in una proprietà di famiglia che, in questo caso, è un grande impero multimediale. Le precedenti incoronazioni dinastiche nei grandi gruppi imprenditoriali italiani, in genere, non hanno portato bene.

Rodolfo Ruocco

Costituzione di Weimar e lezione dei “contrappesi”

Friedrich Ebert

Friedrich Ebert

Il 31 Luglio 1919 venne adottata a Weimar l’omonima costituzione; una tappa fondamentale per le sorti dell’Europa. Proprio questo evento è stato infatti accusato di aver spianato la strada all’avvento di Hitler. Questa fama è in parte giustificata, anche se sulla carta la costituente aveva progettato un testo democratico e razionalizzato (che garantisse maggiore governabilità). Come in ogni democrazia moderna, il ruolo dei contrappesi era stato previsto dalla costituente. Il dualismo Governo/Parlamento era infatti alla base dell’ordinamento statale (di tipo federale). L’impostazione generale era quella del semi-presidenzialismo (non ancora teorizzato dalla dottrina dell’epoca), con un presidente eletto direttamente (con un mandato di 7 anni) ed un rapporto fiduciario tra governo e parlamento. Il cancelliere (primo ministro) e tutti i ministri, nonostante venissero nominati dal presidente, necessitavano dell’approvazione del Reichstag.

Fin qui non sembrano esserci particolari rischi di derive totalitarie, il problema risiedeva però negli eccessivi poteri lasciati al presidente. In primo luogo non erano stati previsti limiti alla sua rielezione. Un candidato poteva essere rieletto un numero teoricamente infinito di volte. Questa scelta, abbinata alla pressoché totale libertà di scioglimento del Reichstag, consentiva al presidente di eliminare tutte quelle assemblee a lui contrarie. L’unica limitazione era quella di non poter sciogliere la camera con la stessa motivazione più di una volta; limite aggirabile con estrema facilità. Inoltre il presidente disponeva di vastissimi poteri emergenziali, le cui condizioni di esercizio erano molto generiche. Tali poteri avevano una portata vastissima ed includevano la “sospensione dei diritti di libertà”, nonché la possibilità di legiferare senza l’apporto del parlamento. Quello che mancava era quindi un giusto contrappeso allo strapotere presidenziale.

Il Reichstag era per sua natura un organo debole, eletto con sistema proporzionale che non garantiva maggioranze forti. Il suo unico potere in ottica anti-presidenziale era quello di chiederne la revoca, attraverso un referendum. Però, in caso di sconfitta della mozione, il mandato veniva automaticamente rinnovato per altri 7 anni: un rischio molto alto per l’assemblea, che rischiava di rafforzare ancora di più il presidente sgradito.La seconda camera (il Reichstrat rappresentativo dei Land) non aveva, invece, alcuna possibilità di arginare il presidente, potendo solo esercitare un’azione sospensiva sulle leggi. In questo quadro si venne a creare una situazione di totale sottomissione del parlamento nei confronti di questa figura, che pian piano acquisì sempre più potere.

Sotto la minaccia di scioglimento anticipato, il Reichstag divenne una stampella del Presidente, evitando qualsiasi azione contraria alla linea governativa. I governi nascenti non avevano il minimo rapporto fiduciario reale con le camere, contribuendo a creare sempre maggiori attriti con i rappresentati del popolo. Nonostante tutte queste criticità, attribuire a tale costituzione tutte le responsabilità per l’avvento di Hitler è comunque ingeneroso. Quello che però va attribuito a Weimar è la facilità con cui il dittatore austriaco prese il potere, dimostrando, ancora una volta, quanto sia importante un giusto sistema di contrappesi in uno stato democratico.

Federico Marcangeli
Blog Fondazione Nenni

Enzo Bettiza
l’anticonformista

enzo bettizaNon è piacevole iniziare un ricordo di un grande che ci ha lasciato con una polemica. Eppure è necessaria poiché il combinato disposto “ignoranza-antisocialismo” che caratterizza Repubblica non ha mancato dall’appalesarsi anche nel “coccodrillo” che disegna il profilo di Enzo Bettiza, il grande giornalista scomparso oggi a 90 anni. Ebbene nelle note biografiche del giornale on line non si fa menzione del fatto che fu europarlamentare del Psi, amico e ascoltato consigliere di Bettino Craxi.

Nel pezzo, non firmato, si parla unicamente del mandato di senatore per il Pli.

Non c’è di che stupirsi di tanta becera superficialità: non è la prima volta e non sarà certo l’ultima che, fintantoché sarà in vita l’ultranovantenne fondatore, a Repubblica si usa la cartavetro sui segmenti di storia italiana in cui c’entra il Psi. Le motivazioni sono fin troppo note ed è perfettamente inutile tornarci sopra.

A maggior ragione è giusto, sul nostro Avanti!, ricordare quella che fu, nell’avventurosa vita di Bettiza, esule dalmata profondo conoscitore e avversario del totalitarismo comunista, la più felice intuizione politica tale da provocare il divorzio con Indro Montanelli, con Bettiza cofondatore de Il Giornale.

Una suggestione che coltivò mediante un serrato e fecondo confronto con i socialisti, in particolare con Ugo Intini: l’incontro in Italia di due culture, quella socialista democratica e quella liberale finalizzato alla costruzione di un’area politica della sinistra riformista in tutto e per tutto distinta e alternativa al Pci.

Quella del Lib-Lab resta una prospettiva che pur stentando a crescere e affermarsi conserva in sé le potenzialità che possono costituire se non nel medio, probabilmente nel lungo periodo, un obiettivo e un approdo per quanti seguitano a immaginare e a sperare che si materializzi finalmente una sinistra depurata dalle troppe scorie e tossine di cui l’egemone cultura comunista nella sinistra italiana ha lasciato profonde tracce dure da sradicare.

Ovviamente Bettiza non è stato solo questo: splendido corrispondente da Vienna e Mosca, raffinato notista di politica estera, inimitabile narratore di fatti e personaggi, spietato analista dei tanti, troppi miti di paglia del novecento, ha rappresentato un modo efficace e coraggioso di praticare una disciplina che spesso riserva amarezze e disillusioni ma che costituisce la cifra della sua grandezza: l’anticonformismo, quello vero e sostanziale, da lui elevato, per forza e per amore, a regola di vita professionale.

Enzo Bettiza ci mancherà anche per questo.

Emanuele Pecheux

Rubinetti a secco. Manca l’acqua ma Roma la butta

nasoneIncubo rubinetti a secco. I romani guardano con apprensione ai rubinetti di casa: tra una settimana l’acqua potabile potrebbe arrivare ad intermittenza o addirittura mancare. Tanto fuoco e niente acqua. Sono tempi bui per la capitale. Per la grave siccità e l’azione criminale di piromani, Roma già da settimane deve fare i conti con spaventosi incendi che hanno addirittura causato la chiusura dell’Autostrada del Sole e la distruzione di buona parte della pineta di Castel Fusano. Ora alle fiamme si aggiunge anche il pericolo di restare all’asciutto per la sparizione dell’acqua.

Il presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti, Pd, ieri ha annunciato allarmato: «Purtroppo è una tragedia. Sta finendo l’acqua a Roma». Il lago di Bracciano, una delle riserve idriche della metropoli, è ridotto ai minimi termini. Così una direttiva della regione Lazio ha vietato l’altro ieri all’Acea (l’azienda comunale per l’acqua, la luce e il gas) di prelevare l’acqua dal lago di Bracciano a partire dal 28 luglio. Zingaretti vuole evitare il rischio di “catastrofe ambientale” perché il livello del bacino è calato paurosamente negli ultimi mesi.

Il governatore del Lazio ha fornito dati da brividi: il lago già un mese e mezzo fa «era sotto la soglia minima di un metro e mezzo. Nel frattempo con la pioggia che non arriva, il livello è continuato a scendere di un centimetro al giorno». Il problema è grave, ma è possibile trovare una soluzione che assicuri l’acqua alle case e riduca i disagi anche perché, è il ragionamento, l’apporto di Bracciano rappresenta «solo l’8%» del flusso complessivo.

Lo scontro esplode con l’Acea e con il Campidoglio. L’azienda comunale multi utility paventa il peggio. Lo stop ai prelievi avrà gravi conseguenze: «Ci costringerà a mettere in atto una rigida turnazione della fornitura che riguarderà circa 1.500.000 romani». Paolo Saccani ha attaccato «l’atto abnorme e illegittimo». Secondo il presidente dell’Acea si tratta di «un atto irresponsabile» che comporterà il razionamento dell’acqua «alle attività produttive, turistiche, ai palazzi delle istituzioni, al Vaticano». Praticamente a tutti o quasi: acqua col contagocce o per niente.

La situazione se non fosse drammatica sarebbe ridicola. La crisi era cominciata a metà giugno alla chetichella con la soluzione di togliere l’acqua temporaneamente e progressivamente alle 2.800 Nasone, le storiche fontanelle pubbliche in ghisa della città. Adesso siamo arrivati all’ipotesi del razionamento di massa, un paradosso. Manca l’acqua, ma Roma la butta. I circa 5.400 chilometri di tubature per la distribuzione dell’acqua nella capitale (in gran parte risalenti a dopo la Seconda guerra mondiale) sono un colabrodo: addirittura il 45% del prezioso liquido va perso per i guasti, le perdite e le cento cause di dispersione. Quasi la metà dei 18 mila litri al secondo, che scorrono nelle condutture dell’Acea, va perso. Se la rete idrica funzionasse bene, non ci sarebbero problemi di carenza di acqua anche in un periodo, come questo, di forte siccità.

Il problema delle tubature colabrodo c’è, lo riconoscono sia l’Acea sia Virginia Raggi. Saccani, però, giustifica la società: «L’azienda su mandato dei sindaci ha investito negli anni scorsi in fognature e depurazione, perché era lì l’emergenza, non è una responsabilità dell’Acea».

La sindaca grillina di Roma è allarmatissima. Ha ricordato di aver denunciato per prima la situazione drammatica del lago di Bracciano e ha rinviato la palla ai due contendenti: «Spero che soluzioni siano trovate quanto prima da Regione e Acea». La Raggi, però, riconosce l’esistenza del problema annoso delle condutture fatiscenti e dà man forte all’Acea: la società «sta monitorando e riparando la rete idrica per mettere fine alle dispersioni. Insomma un bel cambiamento rispetto al passato».

Il passato, il riferimento è ancora una volta alle responsabilità delle precedenti giunte di centro-sinistra e di centro-destra. Certo le condutture colabrodo sono un male antico, come il disastroso funzionamento dei trasporti pubblici e della raccolta dei rifiuti. Adesso Roma però, per la prima volta nella sua lunga storia, soffre anche per la penuria d’acqua. Un fatto mai successo. Il Campidoglio per salvaguardare questo bene pubblico primario forse si sarebbe dovuto muovere immediatamente. Non ci si può muovere solo all’ultimo momento. Se i lavori di riparazione, ammodernamento e potenziamento della rete idrica fossero partiti un anno fa, forse non saremmo a questo livello di emergenza.

Il governo è pronto a formalizzare lo stato di calamità naturale nazionale per la siccità. Il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina ha annunciato: «Siamo pronti a collaborare con le Regioni nel censimento dei danni e nella verifica delle condizioni per dichiarare lo stato di eccezionale avversità atmosferica».

È una corsa all’ultimo minuto per l’acqua. Ma adesso solo l’arrivo di forti piogge ci può salvare. Il tifo per i temporali estivi è corale ed appassionato: per avere l’acqua e per combattere la soffocante afa con temperature sahariane attorno ai 40 gradi. Al posto di Caronte (come i meteorologi chiamano, scomodando la mitologia greca, lo stato di sole accecante e di alta pressione atmosferica) ci vorrebbe Zeus pluvio. Scrutiamo il cielo, come facevano i popoli antichi, nella speranza di provvidenziali nubi nere cariche di pioggia.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Un luogo alla memoria di Falcone e Borsellino

falcone-borsellinoLa segreteria provinciale del Partito Socialista Italiano, assieme alla Federazione Giovani Socialisti di Vibo Valentia invierà una lettera ad ogni Comune della provincia con la quale si chiederà ad ogni Amministrazione di dedicare un monumento pubblico, un luogo pubblico od uno spazio pubblico alla memoria dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

“Questo – spiega Domenico Tomaselli coordinatore del gruppo di Fgs Vibo Valentia – in relazione al turpe evento che si è recentemente verificato nel quartiere Zen di Palermo, ossia la decapitazione del mezzobusto posto all’ingresso della scuola intitolata a Giovanni Falcone, simbolo della lotta contro la criminalità organizzata e la mafia. Un gesto, questo che voglio proporre alle nostre amministrazioni, che sicuramente non cambierà il mondo, i problemi resteranno, però un gesto simbolico per decidere da che parte stare e schierarsi una volta per tutte. Ovviamente – spiega Tomaselli – come segreteria ed Fgs provinciali, siamo disposti a sovvenzionare noi la targa che verrà apposta. Questo perché è giusto sensibilizzare le persone, è giusto ricordare la storia, ed è giusto ricordare anche, come diceva la vittima di mafia Peppino Impastato, che la mafia è una montagna di merda. Quindi noi scegliamo di stare dalla parte giusta, ossia quella della legalità nei fatti. Un piccolo gesto che possa riportare alla memoria, che possa dare un futuro e una speranza di giustizia e legalità alle nuove leve. Mi auguro, pertanto, che questa semplice ma dovuta ed efficace iniziativa possa trovare un largo consenso non soltanto nella politica, nelle amministrazioni locali, ma sopratutto tra la popolazione”.

Berlusconi come Crono divora i successori

BerlusconiSaltano uno dopo l’altro i candidati alla successione di Silvio Berlusconi. Sergio Marchionne domenica scorsa con cortesia ha respinto l’idea, lanciato dal presidente di Forza Italia, di essere lui il nuovo leader del centro-destra. L’amministratore delegato della Fiat-Chrysler e della Ferrari è stato netto nel rifiuto: “Berlusconi è un grande, ha spiazzato tutti. Ma io non ci penso per niente, neppure di notte”. Il Cavaliere qualche giorno fa, parlando con ‘Il Tempo’, aveva avanzato a sorpresa la proposta: “Per il centrodestra punto su Sergio Marchionne. Tra non molto gli scade il contratto negli Stati Uniti, e se ci pensate sarebbe l’ideale…”.

L’ex presidente del Consiglio, da quando scese in politica nel lontano 1994, ha più volte ipotizzato un nome per la sua successione e la proposta alle volte “galleggiò” nel mare della politica italiana per mesi ed anni prima di affondare. I guai giudiziari e l’età non più giovanile (il Cavaliere ha compiuto 80 anni) lo hanno spinto a pensare ad un passaggio di mano. Questa volta l’ipotesi di successione con Marchionne, però è nata e morta nel giro di pochi giorni. Il Cavaliere ha proposto negli anni le candidature di politici e di tecnici, imprenditori come lui, tutte iniziative dissoltesi per un motivo o per l’altro.

L’idea di lasciare lo “scettro” del centro-destra cadde prima sugli alleati Pier Ferdinando Casini (Udc) e poi su Gianfranco Fini (An); ma con il primo ruppe nel 2008 e con il secondo nel 2010. Poi la scelta cadde su Angelino Alfano, segretario del Pdl (partito fondato sempre da Berlusconi), ma anche in questo caso arrivò un divorzio traumatico nel 2013. Poi si parlò dell’investitura del giovane Raffaele Fitto, ex governatore della Puglia ed ex ministro per gli Affari regionali, ma anche in questo caso si consumò una divisione nel 2015. In maniera analoga andò con il giornalista Giovanni Toti. Il presidente di Forza Italia lo nominò suo consigliere politico, si parlò di successione e fu eletto nel 2015 governatore della Liguria. Ma poi Toti si avvicinò un po’ troppo alle posizioni dell’alleato leghista Matteo Salvini e tutto finì lì.

Quindi è seguita l’era dei tecnici. L’anno scorso è emersa l’idea di affidare la guida del centro-destra al manager Stefano Parisi (Confindustria, Fastweb, Royal Bank of Scotland, Chili Tv). Nel 2016 solo per una manciata di voti è stato sconfitto da Giuseppe Sala nella sfida a sindaco di Milano. La sintonia tra Berlusconi e Parisi, però, si è raffreddata. Il manager non è entrato in Forza Italia e ha fondato un suo movimento con grandi ambizioni: Energie per l’Italia. Ora sembra anche possibile un riavvicinamento.

Tuttavia l’attività del fondatore della Fininvest, del Pdl e di Forza Italia gira sempre “a mille”. Negli ultimi mesi si è mobilitato su tre diversi fronti: 1) ha venduto il Milan ai cinesi ricavando consistenti risorse finanziarie (740 milioni di euro); 2) sta fronteggiando il tentativo di scalata del francese Vincent Bollorè (Vivendi) alle tv Mediaset; 3) sta restaurando la sua autorità sul centro-destra contestata dal leghista Matteo Salvini (ha vinto le elezioni comunali dello scorso giugno e i sondaggi lo danno con il vento in poppa).

Di qui il rinnovato attivismo in politica. La ricerca di volti giovani per rinnovare Forza Italia e la selezione di nomi da candidare eventualmente alla presidenza del Consiglio nelle elezioni politiche. C’è stata l’uscita a sorpresa sull’uomo che ha salvato la Fiat, ma potrebbero seguire iniziative più mirare, sempre calibrate nell’area dei tecnici. Ci potrebbe essere il corteggiamento dell’economista Carlo Calenda, ex uomo di Luca di Montezemolo e di Mario Monti, ora ministro dello Sviluppo economico nel governo diretto da Paolo Gentiloni. Ma la vera mossa a sorpresa della quale si parla è Emma Marcegaglia, imprenditrice, tassello italiano della cordata in corsa per comprare l’Ilva, ex presidente della Confindustria.

Può accadere di tutto. Berlusconi alle volte si è definito “un vecchietto” ma altre volte ha confermato la volontà di non mollare. Dopo aver lanciato il nome di Marchionne ma ribadito ai microfoni del Tg1: “Io sono in campo e ci resto. Farò il padre nobile quando avrò l’età adeguata. Ora sono un giovanotto piuttosto vivace”. Un fatto è certo: finora tutti i successori designati sono stati “divorati” dal Cavaliere. E’ quello che, secondo la mitologia greca, faceva Crono con i suoi figli. Ma Zeus riuscì a non essere divorato, si salvò e detronizzò il padre.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

L’estate rovente 
di papa Francesco

papa-francescoCase, lavoro, scuole e ospedali. Papa Francesco in quattro anni di pontificato ha ripetuto mille volte queste parole. Le stesse pronunciate ossessivamente negli anni Cinquanta e Sessanta da Giuseppe Saragat e Pietro Nenni. Per i due leader del socialismo italiano erano la spina dorsale del programma di riforme, del governo di coalizione con la Dc per cambiare la società, per rendere più giusta e democratica l’Italia. Case, lavoro, scuole, ospedali sono divenute le parole chiave di Jorge Mario Bergoglio assieme a pace, ambiente, diritti umani, accoglienza degli immigrati.

Si capì subito il profilo del nuovo papa eletto dopo le traumatiche dimissioni di Benedetto XVI. La sera del 13 marzo 2013 si affacciò dalla loggia di San Pietro subito dopo l’elezione e conquistò immediatamente il cuore dell’enorme folla di fedeli con parole semplici: «Fratelli e sorelle buona sera». Li invitò a pregare per lui, il papa scelto dai «miei fratelli cardinali» in Argentina, «quasi alla fine del mondo».

Colpì la scelta del nome Francesco, il santo dedito ai poveri, l’artefice del rinnovamento morale della Chiesa. Colpì il semplice abito bianco senza stola e il crocifisso di ferro. Colpì la decisione di non alloggiare nella sontuose sale dei Palazzi Apostolici ma a Casa Santa Marta, il semplice pensionato che in Vaticano ospita i cardinali riuniti per il conclave. Francesco stupì per i suoi comportamenti: da vescovo di Buenos Aires girava in autobus e in bicicletta, a Roma ha accettato di viaggiare su un’auto del Vaticano, ma non si trattiene dall’infrangere l’etichetta scendendo improvvisamente dalla macchina per comprarsi un paio di occhiali.

A 80 anni ha una buona fibra, regge bene alle fatiche e alle tensioni del pontificato. Viaggia molto in Italia e all’estero. Difende i giovani senza lavoro, i vecchi abbandonati, punta il dito contro il profitto senza scrupoli del capitalismo, critica lo scempio dell’ambiente. Insiste sul dialogo tra le religioni, la messa al bando della guerra, i pericoli della «terza guerra mondiale a pezzi».

La lotta alla povertà, la pace tra i popoli, la riunificazione delle Chiese cristiane, il dialogo con l’Islam sono il costante riferimento del suo pontificato. In questi anni il suo prestigio, il suo carisma sono cresciuti enormemente in Italia e a livello internazionale, con un ruolo geopolitico sempre più importante soprattutto in America Latina, in Medio ed Estremo Oriente. Il papa gesuita che si chiama Francesco ha riscosso grandi successi, ma nella Curia romana, in Vaticano, fa fatica ad affermarsi il suo rinnovamento.

Questa estate è appare particolarmente difficile, è rovente per il papa argentino non solo per le alte temperature climatiche. Ne parla Massimo Franco in un articolo sul ‘Corriere della Sera’ dal titolo: “Fra trame di potere e veleni. Il percorso ad ostacoli di Francesco”. Il notista politico del quotidiano milanese, attento analista delle vicende vaticane, scrive: «Dopo dimissioni e nuove nomine si intravede l’affanno delle riforme di Bergoglio».

Spiccano tre casi. Il Primo. Libero Milone il 20 giugno si è dimesso dal ruolo di Revisore Generale del Vaticano (con tre anni di anticipo sul previsto). Era stato nominato il 9 maggio 2015, qualche mese dopo il suo computer fu violato. Secondo caso. Georghe Pell, il ministro dell’Economia della Santa Sede, ha lasciato il Vaticano. Pell è stato accusato di reati sessuali in Australia ed è partito «per difendersi». Terzo caso. Il primo luglio il papa ha deciso di non confermare Gerhard Ludwig Muller alla guida della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio. Il cardinale tedesco aveva completato la sua direzione quinquennale, ma avrebbe potuto essere confermato.

Da anni si parla di uno scontro in Vaticano tra cardinali conservatori e progressisti, tra innovatori e restauratori. Sono comparsi anche dei “corvi” che hanno sottratto e divulgato delle carte riservate di papa Francesco. Le tensioni sono fortissime, soprattutto nelle scelte dottrinarie e in quelle economiche. È quasi una “guerra interna” tra porporati.

Sarà un caso, ma Bergoglio ha accennato a una sua possibile uscita di scena. Nell’agosto 2014, ad appena un anno dalla sua elezione a successore di San Pietro, usò parole criptiche: «Ancora due o tre anni e via, si torna alla casa del Padre». Nel marzo 2015 è tornato sull’argomento: «Ho la sensazione che il mio pontificato sarà breve. Quatto o cinque anni. Non so, o due, tre. Ben due sono passati da allora». Perché? «È come un piccolo, vago sentimento». La Curia vaticana? «Vivo nell’ultima corte che rimane in Europa» perché «le altre si sono democratizzate».

Gli intrighi vaticani sono di vecchia data. Erano forti anche durante il lungo pontificato di Karol Wojtyla. Di tanti segreti era a conoscenza Joaquin Navarro-Valls, direttore della sala stampa vaticana dal 1984 al 2006. Ma il “portavoce” ed uomo di fiducia di Giovanni Paolo II è morto ieri, non potrà più dire nulla.

Il papa polacco, di tempra morale e fisica fortissima, era molto popolare come papa Francesco. Bergoglio, come il predecessore, va avanti come un treno, stimato ed ascoltato a livello internazionale. Sa curare l’immagine ma può vantare contenuti di spessore. Si arriva anche ai paradossi. A sinistra è divenuto addirittura un mito Da alcuni esponenti della sinistra, in grave crisi, è indicato come il vero leader mondiale dei progressisti. Fausto Bertinotti fu il primo nel 2015 ad apprezzare il pontefice argentino: «Non mi pare che ci siano cose più interessanti di quelle che dice Papa Francesco, nel desolante panorama politico europeo». L’ex segretario di Rifondazione comunista fu netto: la sinistra «o è morta o è ininfluente».

Fancis X. Rocca, in un editoriale sul “The Wall Street Journal”, scrisse nel dicembre 2016: «Quando Francesco diffonderà il suo tradizionale messaggio natalizio, questo fine settimana, non lo farà solo da Capo della Chiesa cattolica, ma anche da improbabile portabandiera di tanti progressisti in tutto il mondo».

Massimo D’Alema guarda con interesse a Bergoglio. L’ex segretario del Pds-Ds ora esponente del Mpd dopo aver lasciato il Pd, lo scorso maggio ha sollecitato la sinistra a trarre ispirazione “da Francesco” su come lottare contro i conflitti e i frutti avvelenati della globalizzazione.

Qualcuno ha accusato papa Francesco perfino di essere un comunista. Il pontefice ha replicato: «Per quanto riguarda l’essere comunista: sono certo di non aver detto nulla di più rispetto a quanto insegna la Dottrina sociale della Chiesa. Sono io a seguire la Chiesa, e su questo credo di non sbagliare». Non mancano gli illustri precedenti di interventi papali sulla dottrina sociale della Chiesa. Papa Paolo VI scrisse nel 1966 la “Populorum Progressio”, l’enciclica sulla questione sociale e morale. Giovanni Paolo II, il papa polacco che sconfisse il comunismo, nel 1991 promulgò la “Centesimus Annus”, l’enciclica sull’uguaglianza e il rispetto dei lavoratori.

Bergoglio sta conducendo la sua battaglia di rinnovamento con decisione fuori e dentro il Vaticano. Per qualcuno, però, potrebbe anche gettare la spugna come ha fatto Benedetto XVI. Rifacendosi alla parole sibilline di papa Francesco c’è chi vede le sue dimissioni tra la fine del 2017 e il 2018. Il pontefice gesuita agisce con impegno, ma è sempre più in allerta. Nel ristorante di Casa Santa Marta c’è stata una novità negli ultimi mesi. Prima mangiava in un tavolo al centro della sala. Adesso è in un tavolo in un angolo. Si accompagna a pochi selezionati commensali e volta le spalle al resto della sala.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

La sinistra di Roma
contro la sinistra di Milano

Si predica l’unità e si pratica lo scontro. La sinistra di Roma contro la sinistra di Milano. La fotografia delle due sinistre è emersa con forza sabato primo luglio. La sinistra di Renzi contro quella di Pisapia-Bersani. A Milano si è riunita la sinistra renziana, a Roma quella antirenziana.

Ad aprire il match è stato in mattinata Matteo Renzi, seduto tra Maurizio Martina e Matteo Orfini, due ex Ds suoi decisi sostenitori nel Pd. All’assemblea nazionale dei circoli democratici nel capoluogo lombardo ha fatto un discorso tutto all’attacco: «Sono pronto a ragionare con tutti, ad ascoltare chiunque, ma sui temi del futuro dell’Italia non ci fermiamo davanti a nessuno». I suoi strali sono rivolti soprattutto a chi ha lasciato il Pd: Bersani, D’Alema, Speranza, Fassina, Civati (gli ex esponenti della sinistra del partito che avevano votato “no” al referendum sulla riforma costituzionale del suo governo). Ma non risparmia nemmeno Giuliano Pisapia, con il quale era in sintonia, che pure aveva incoraggiato a creare Campo progressista, una nuova aggregazione di forze di centrosinistra.

Il segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio vinse trionfalmente le elezioni europee del 2014 con il 40,08% dei voti, ma poi ha perso le altre competizioni elettorali (comunali del 2016 e di giugno 2017, referendum costituzionale del 4 dicembre). E sono cominciati i guai. È scattata una serie di scissioni a catena.

Adesso pesano le accuse della sinistra di Roma di essere il responsabile delle sconfitte del centrosinistra e i ‘no’ a una ricandidatura alla presidenza del Consiglio in nome di una “forte discontinuità” politica. Il segretario dei democratici sprona i suoi a Milano: «Non è un attacco contro di me, ma è un attacco contro il Pd. Ma così attaccano l’unica diga che c’è in Italia contro i populisti». Basta con lo sguardo rivolto al “passato” e con la “nostalgia” di ciò che è stato. Conclusione svolta davanti alla sinistra di Milano: fuori del Pd «non c’è la rivoluzione socialista, marxista, leninista» ma «la sconfitta della sinistra» e la vittoria del M5S e della Lega Nord.

Il discorso meno teso della sinistra di Roma verso Renzi lo fa Pisapia. L’ex sindaco di Milano lancia “Insieme”, parlando a Roma in piazza Santi Apostoli, un tempo la piazza dei comizi di Romano Prodi e dell’Ulivo. È un inno all’unità: «Uscire dai problemi da soli è avarizia, assieme è politica. Da soli non si va da nessuna parte». Lo slogan della manifestazione è: «Nessuno è escluso».

Sono presenti Bersani, D’Alema, Speranza (Mdp). Civati (Possibile), Fratoianni e Fassina (Sinistra Italiana), Bonelli (Verdi), Tabacci (Centro democratico), i redattori dell’”Unità” che ha chiuso i battenti. Delinea il traguardo: «Oggi nasce la nuova casa comune del centrosinistra. Senza dimenticare il passato, ma radicalmente innovativo». Insiste sulla necessità di superare i laceranti contrasti: «Non c’è altra strada insieme. L’altra strada della divisione, di non essere ancorati a principi rischia di dare il nostro Paese alla destra, al populismo, alla demagogia». Ma insieme con Renzi è un’impresa difficile: c’è una “mancanza di autocritica”, anche dopo “la sonora sconfitta” nelle elezioni comunali di giugno.

Chi attacca frontalmente Renzi a piazza Santi Apostoli, applaudito dai militanti, è Bersani. L’ex segretario democratico chiede una «radicale discontinuità» e «non per rancore, nostalgia, antipatia ma perché abbiamo un pensiero radicalmente diverso». Boccia la gestione leaderista del partito e le scelte politiche del governo soprattutto sul lavoro. Usa parole pesanti come pietre: «Basta camarille, gigli magici, arroganza. Non se ne può più».

La sinistra di Roma e la sinistra di Milano parlano lingue diverse, le distanze aumentano, viaggiano ormai in rotta di collisione. È difficile immaginare, per ora, una collaborazione. Sarà arduo, forse impossibile costruire una intesa elettorale per le politiche.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Le rottamazioni incrociate
del centro sinistra

prodirenzi.jpgAvanti con la coalizione di centrosinistra. Basta coalizione. Rottamazioni incrociate. Proviamo una nuova coalizione o “larga” o “stretta”. La sconfitta elettorale ai ballottaggi di domenica 25 giugno brucia la pelle e i polmoni delle sinistre e del Pd. Le sinistre e i democratici respirano a fatica, con l’affanno, alla ricerca di una medicina efficace.

Per Prodi, Bersani, D’Alema, Pisapia, Nencini (sinistre riformiste esterne al Pd) la medicina è l’unità, la coalizione di centrosinistra: è questa la strada, ma diversamente modulata, per tornare a vincere sconfiggendo il centrodestra e i cinquestelle. Pier Luigi Bersani, però, ha chiesto “discontinuità” chiudendo la porta a una ricandidatura di Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Andrea Orlando e Gianni Cuperlo (sinistra interna Pd) sollecitano Renzi a un immediato cambio di linea imboccando la strada della coalizione.

Sinistra Italiana, invece, non vuole più accordi con Renzi e con il Pd. Secondo Nicola Fratoianni e Stefano Fassina è ormai su posizioni neo centriste. La nuova sinistra radicale nemmeno vuol sentire parlare del segretario democratico. Tomaso Montanari e Anna Falcone, nell’assemblea del 18 giugno al Teatro Brancaccio a Roma, sono stati durissimi. Montanari ha tuonato: ormai Renzi «fa parte della destra».

Coalizione no, coalizione sì. Un caos post sconfitta elettorale. Renzi è per il no: «Il dibattito sulla coalizione addormenta gli elettori e non serve». Il segretario del Pd ha indicato un’altra strada, quella della leadership, dei risultati, dei progetti e dei contenuti: «Agli italiani interessa cosa facciamo sulle tasse…Trovatemene uno interessato alle coalizioni e gli diamo un premio fedeltà».

Renzi sembra intenzionato a rottamare la coalizione di centrosinistra puntando le sue carte sull’autosufficienza del Pd. Nelle elezioni comunali il segretario democratico ha scelto le coalizioni, ma ha perso anche a Genova nella quale il centrosinistra era unito. Così sindaco della città, storica roccaforte “rossa”, è divenuto un uomo del centrodestra, anche grazie all’aiuto dei voti targati cinquestelle.

Una “legnata” sulla testa di Romano Prodi. Va in rotta di collisione con Renzi. L’inventore dell’Ulivo, dell’Unione di centrosinistra e del Pd si era mostrato pronto a spendersi come “federatore” per ricomporre le tante divisioni del centrosinistra. La polemica con Renzi è dura: «Leggo che il segretario del Partito democratico mi invita a spostare un po’ lontano la tenda. Lo farò senza difficoltà, la mia tenda è molto leggera. Intanto l’ho messa nello zaino».

Sembra che Prodi si sia infuriato soprattutto dopo aver letto l’affermazione di Renzi al ‘Quotidiano Nazionale’: «I migliori amici di Berlusca sono i suoi nemici, che invocano coalizioni più larghe…». Secondo quel ragionamento, ha pensato Prodi, Renzi imputava la sconfitta del Pd a tutti i sostenitori della coalizione di centrosinistra, compreso l’inventore dell’Ulivo. Poi un post di Matteo Orfini su Twitter ha fatto deflagrare lo scontro. Il presidente del Pd aveva messo su Twitter un’immagine di un vertice dell’Unione ai tempi di Prodi. Si vedeva un enorme tavolo con l’allora presidente del Consiglio, alcuni ministri e una miriade di esponenti di partiti, partitini e micro partiti (in tutto 33 persone). L’immagine era accompagnata da un commento di Orfini dal sapore ironico: «La nuova linea è ‘Renzi convochi subito il tavolo del centrosinistra!’. Favoriamo l’immagine per facilitare il lavoro».

Non l’ha presa bene nemmeno Bersani. L’ex segretario del Pd, da febbraio nel Mdp, ha considerato atti di ingenerosità” o perfino “canaglieschi” addossare agli scissionisti e alla sinistra in genere la responsabilità della “botta” alle comunali.

Ma la stessa maggioranza renziana è in fibrillazione. Dario Franceschini, uomo forte della maggioranza del partito, critica il segretario e il no alla coalizione: «Il Pd è nato per unire, non per dividere». I renziani di stretta osservanza sono in allarme. Temono un attacco concentrico contro il segretario, appena rieletto dal congresso a grande maggioranza di voti nelle primarie. Il primo passo dei critici sarebbe di candidare non Renzi, ma un altro nome a presidente del Consiglio tipo Enrico Letta o Carlo Calenda.

Tiene banco un caotico scontro. Il progetto di coalizione di fatto è archiviato. Sono arrivate rottamazioni incrociate, operate in modo corale e con obiettivi contrapposti dai diversi protagonisti.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Tutti contro Renzi.
Il Cav vince ballottaggi

Berlusconi-Renzi-CapalbioLe elezioni comunali fanno sorridere Silvio Berlusconi e incupire Matteo Renzi. Nei ballottaggi per i sindaci di domenica 25 giugno il centro-destra sottrae 12 capoluoghi di provincia al centro-sinistra. La coalizione Berlusconi-Salvini-Meloni espugna tradizionali “roccaforti rosse”: Genova, La Spezia, L’Aquila, Piacenza, Pistoia, Rieti. Cade dopo 70 anni perfino Sesto San Giovanni, un comune alle porte di Milano, un tempo noto come la “Stalingrado d’Italia” per il voto operaio compatto in favore delle sinistre.

Un anno fa il Pd aveva perso già due grandi città: Roma e Torino, ma in questo caso la vittoria era andata al M5S. Il centro-sinistra si deve accontentare dei sindaci di Padova, Taranto, Lecce e Lucca (al primo turno Leoluca Orlando aveva trionfato a Palermo).

È una brutta sconfitta. Renzi, però, cerca di smorzare l’impatto della botta: i risultati complessivi delle elezioni comunali «sono a macchia di leopardo. Nel numero totale dei sindaci vittoriosi siamo avanti noi del Pd». Anzi, tra le polemiche, su Twitter ha tirato un bilancio sul voto nei comuni sopra i 15 mila abitanti: il centro-sinistra in testa con 67 sindaci, secondo il centro-destra con 59, terzo il M5S con 8. Comunque ha riconosciuto: «Poteva andare meglio: il risultato non è un granché. Ci fanno male alcune sconfitte, a cominciare da Genova e L’Aquila».

Hanno fatto la differenza i voti dei cinquestelle, praticamente fuori da tutti i ballottaggi importanti (hanno partecipato e vinto a Carrara e Guidonia). Si è ripetuto il meccanismo di “tutti contro Renzi”. Gli elettori grillini in genere o hanno votato per il candidato sindaco del centro-destra, oppure non hanno partecipato alle elezioni comunali. Non a caso gli astenuti al secondo turno di domenica sono stati una enormità: l’affluenza alle urne ha riguardato meno della metà del corpo elettorale, il 46,03%, il 13% in meno rispetto al primo turno di due settimane fa.

Il meccanismo è ormai collaudato: quando c’è un ballottaggio, il centro-destra e i pentastellati votano sempre insieme contro il Pd. È successo domenica scorsa in molte città come Genova (i cinquestelle hanno votato e fatto vincere il candidato del centro-destra), è accaduto un anno fa a Roma e a Torino (in questi casi i berlusconiani hanno decretato la vittoria di due grilline), si è verificato due anni fa in Liguria (l’ha spuntata come governatore regionale il berlusconiano Toti, grazie ai consensi del M5S). Ad inaugurare il meccanismo è stata cinque anni fa Parma: fu eletto sindaco Federico Pizzarotti, contrapposto a un candidato del centro-sinistra, grazie ai voti moderati (unica differenza: in quel momento Renzi non guidava il Pd). E domenica Pizzarotti, dopo la rottura con il M5S, è stato rieletto sindaco con una lista civica.

Berlusconi può essere soddisfatto. Le elezioni comunali sono una sua vittoria: gli italiani «ci hanno dato il mandato di cambiare il futuro delle nostre città» ed è una responsabilità «della quale sono pronto a fami carico, con Forza Italia e tutta la coalizione». Il Cavaliere parla delle elezioni comunali, ma in realtà pensa alle politiche, punta a rientrare a Palazzo Chigi.

Il presidente di Forza Italia, 80 anni suonati, si è impegnato a fondo nella campagna elettorale: ha attaccato Renzi e il governo Gentiloni. Ha rialzato la bandiera antica del taglio drastico delle tasse e quella nuova della difesa degli animali. Soprattutto ha attaccato Beppe Grillo sul piano etico: è «un buon comico, col vizio di farsi pagare in nero».

Tuttavia Grillo non si dà per vinto. Anche il garante dei cinquestelle ha davanti il traguardo delle politiche. Ha usato una citazione di un film di Al Pacino: «Da qui al governo è questione di pochi metri». Non si è lamentato del risultato elettorale: «Ogni maledetta elezione il M5S continua a crescere».

Chi è in difficoltà è Renzi. Il segretario del Pd è sotto assedio. Il Cavaliere, Grillo, Andrea Orlando (sinistra Pd) cercano di stingerlo alle corde. Indebolito dalla scissione a sinistra dei bersaniani, deve ripensare la sua strategia in vista delle elezioni politiche, sia che si svolgano regolarmente nella primavera del 2018 sia che si scivoli verso il voto anticipato a novembre. Non ha funzionato il corteggiamento degli elettori delusi del centro-destra e cinquestelle, il cosiddetto Partito della nazione ipotizzato dall’ex sindaco di Firenze, tanto contestato prima da Pier Luigi Bersani e ora da Andrea Orlando. Il leader di una delle sinistre del Pd imputa al segretario la responsabilità della sconfitta elettorale: «Il Pd è isolato politicamente e socialmente perde quasi ovunque. Cambiare linea. Ricostruire il centrosinistra subito».

Renzi ha più fronti sui quali combattere. Probabilmente cercherà di lavorare sui contenuti, rilanciando la battaglia per il taglio delle aliquote Irpef (l’imposta sui redditi delle persone fisiche), una misura prevista nel 2018 dal cronoprogramma di riforme, formulato quando era presidente del Consiglio. Ma gli ostacoli, all’interno e all’esterno del governo e del Pd, sono tanti.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)