Renzi, Calenda, Gentiloni
l’Irpef  della discordia 

IRPEF1

Irpef tagliata: da vent’anni è il sogno irrealizzato degli italiani. È la principale e più osteggiata tassa nazionale, quella che grava sui redditi personali di lavoratori e pensionati. La diminuzione dell’Irpef avrebbe un doppio effetto positivo: metterebbe un po’ di soldi nelle tasche degli italiani e aiuterebbe l’aumento dei consumi, fondamentale per sostenere la debole ripresa economica.

Meno Irpef è da sempre nei progetti di Matteo Renzi. Quando era presidente del Consiglio, nel suo cronoprogramma sulle riforme, aveva promesso di tagliare l’Irpef nel 2018. Ora ci siamo, mancano pochi mesi all’appuntamento. Da segretario del Pd lo scorso aprile ha confermato l’impegno: «Sull’abbattimento delle tasse dobbiamo andare avanti».  In particolare «sull’Irpef io penso a tre aliquote, ma si dovrà studiare un percorso spiegando le coperture». Si dovrà discutere con la commissione europea una maggiore flessibilità sul deficit pubblico italiano. Ha ricordato al suo governo che lui riusciva ad ottenere 20 miliardi di euro l’anno da Bruxelles. Lo scorso novembre, quando era ancora a Palazzo Chigi, delle simulazioni parlarono della necessità di trovare circa 10 miliardi di euro per coprire le minori entrate determinate dall’eventuale riduzione dell’Irpef.

Renzi e il governo, però, non parlano la stessa lingua. Mentre si stanno gettando le basi della legge di Bilancio del 2018, la fondamentale manovra annuale sui conti pubblici, l’esecutivo si divide anche al suo interno su quali tasse ridurre, di quanto e come. E, comunque, per adesso non c’è traccia di tagli dell’Irpef. Manca, in particolare, nel Def (Documento di economia e finanza) propedeutico alla manovra economica dell’anno prossimo.

L’economia sta andando meglio rispetto alle previsioni sia nel 2016 e sia nel 2017. Il dilemma è se premiare nella legge di Bilancio le imprese o i cittadini. Carlo Calenda e Paolo Gentiloni, nei giorni scorsi, si sono sganciati da Renzi. Il ministro dello Sviluppo economico dà la preferenza alle aziende: «La priorità è abbattere il carico fiscale sulle imprese, che costa immensamente meno rispetto al taglio dell’Irpef». Il tecnico già aderente a Scelta civica, il defunto partito di Mario Monti, spiega che si tratta di una strada obbligata: «La diminuzione delle tasse deve essere sulle imprese e non generalizzata, perché non siamo in grado di fare un taglio gigantesco dell’Irpef che sarebbe la via maestra».

Paolo Gentiloni, Pd, amico di Renzi e suo successore a Palazzo Chigi, ha una ricetta ancora diversa: «Faremo di tutto per la riduzione fiscale sul lavoro e in particolare sul lavoro dei giovani». Il presidente del Consiglio penserebbe a una riduzione delle imposte sui contratti di lavoro per favorire l’assunzione dei giovani. Il percorso è tutto in salita: «Se qualcuno descrive la prossima legge di Bilancio come una passeggiata si sbaglia».

L’economia e i conti pubblici vanno un po’ meglio, ma i margini sono stretti per le operazioni di spesa. La commissione europea continuamente punta il dito contro l’enorme debito pubblico italiano. Anche la Banca centrale europea (Bce) ha rilanciato l’allarme debito pubblico di alcuni paesi di Eurolandia. Sarebbero guai per nazioni come l’Italia se la Bce aumentasse i tassi d’interesse europei e se fermasse gli acquisti di titoli del debito pubblico (di 60 miliardi di euro al mese). In sintesi: il Belpaese deve stare attento a non compiere passi falsi per non innescare manovre speculative da parte dei mercati finanziari internazionali.

Ma, come si diceva una volta, il problema è politico. Soprattutto se le elezioni politiche si svolgeranno regolarmente la prossima primavera e non ci sarà un voto anticipato ad ottobre o a novembre, Renzi non può permettersi di presentarsi a mani vuote o, peggio, con una legge di Bilancio 2018 impopolare. Con gli 80 euro netti in più al mese in busta paga per gli stipendi medio-bassi, vinse le elezioni europee del 2014 con il 40,08% dei voti.

Successivamente andò male con la diminuzione parziale dell’Irap, l’imposta sulle attività produttive, e con la cancellazione delle tasse sulla prima casa. Mentre andò malissimo con il referendum sulla riforma costituzionale del governo, bocciato da quasi il 60% degli italiani lo scorso 4 dicembre.

Da mesi il segretario del Pd ripete: «Io le tasse le riduco davvero». Gli italiani, tra i contribuenti più tartassati del mondo, sono molto sensibili a questo tema. Il taglio dell’Irpef (un balzello enorme tra imposta nazionale, regionale e comunale) potrebbe essere la scelta giusta per varcare la soglia del 30% dei voti (assegnati dai sondaggi) e far rotta verso l’agognato 40% (alla Camera dà diritto al premio di maggioranza). Ma l’impresa è molto difficile. L’ex presidente del Consiglio deve affrontare quattro ostacoli: 1) l’offensiva delle opposizioni, 2) l’attacco della sinistra bersaniana uscita dal partito a febbraio, 3) i pareri contrastanti di Gentiloni e Calenda, 4) la linea finanziaria rigorista europea guidata dalla Germania.

Silvio Berlusconi per primo lanciò una campagna contro “le troppe tasse”. In particolare voleva ridurre le aliquote Irpef mentre Gianfranco Fini, l’alleato di An, spingeva per la diminuzione dell’Irap. Nel novembre 2004 scoppiò uno scontro tra gli alleati di centro-destra, ma l’allora presidente del Consiglio assicurò: «Ci sarà la riduzione delle aliquote dal primo gennaio 2005». Non se ne fece niente, invece. Gli alleati del presidente di Forza Italia e l’Unione europea, per motivi diversi, impedirono l’operazione Irpef. Dopo 13 anni la storia potrebbe ripetersi per Renzi.

Rodolfo Ruocco
 (Sfogliaroma)

Orlando: Non rassegnarsi alle larghe intese

Orlando_AndreaClima teso nel Pd. Il Congresso si è concluso da poco con la riconferma di Matteo Renzi alla segretaria. Ma le tensioni interne tipiche di un periodo di confronto sono ancora palpabili. L’occasione è la partecipazione di Andrea Orlando, avversario di Renzi alle primarie Pd, e altri esponenti della minoranza del Partito democratico alla manifestazione organizzata da Giuliano Pisapia in piazza Santi Apostoli a Roma. L’iniziativa, infatti, si sovrappone a quella del Partito Democratico, con il forum dei Circoli previsto per il 30 giugno e il primo luglio. “Ognuno è libero di fare quello che vuole. Io vado all’assemblea dei segretari di circolo Pd, anche perché abbiamo una legge elettorale che non prevede le coalizioni e reputo più utile discutere con segretari di circolo più che con altre forze politiche, se si vuole rafforzare il Pd” dice il presidente del Pd Matteo Orfini che continua: “Sulle alleanze considerata la legge elettorale esistente, la discussione attuale rischia di essere solo accademica”.

Il punto è proprio qui. La visione strategica. Quella di Orlando mira a coinvolgere il centrosinistra in modo più ampio. Mentre per Orfini il Pd il premio di maggioranza alla lista sembra un dato acquisto e immutabile. La risposta di Orlando non si è fatta attendere: “Sono lieto che Matteo Orfini si sia ricordato che esistono i circoli del Pd che, come è noto, sono stati investiti nelle settimane scorse di una discussione ampia e approfondita sulla legge elettorale. Io comunque sarò all’Assemblea dei circoli, non sono rassegnato a questa legge elettorale e ricordo che le coalizioni esistono sia nei Comuni che nelle Regioni, pertanto, ignorare gli alleati non è segno di lungimiranza”. E le recenti elezioni amministrative hanno infatti dimostrato che il centro sinistra è in grado di vincere solo quando si presenta unito. E Andrea Orlando intervistato dall’Huffington post – propone “un momento di confronto sul programma attraverso la convocazione di un tavolo programmatico e anche un metodo per la scelta della leadership. Anche una consultazione. Ma è importate prima la costruzione di un nuovo centrosinistra largo e plurale. Immagino una convenzione di tutte le forze che si riconoscono nel progetto”. Orlando sarà in piazza da Pisapia e spiga: “È giusto unire tutte le forze” e “rivedere la legge elettorale” per “non rassegnarsi alle larghe intese”.

A Orlando risponde anche Lorenzo Guerini, coordinatore del Pd: “Vorrei ricordare che abbiamo appena tenuto un congresso che non è stato né frettoloso né una conta ma un momento di confronto e discussione politica importante e una significativa prova di democrazia e partecipazione. Con una legittimazione chiarissima del segretario che abbiamo rieletto. Non vorrei che appena celebrato si fingesse di scordarselo”.

La Cgil in piazza sfiducia
il governo

Susanna Camusso-tredicesimaPer Paolo Gentiloni tira un bruta aria fin dal mattino. La Cgil alle 8 di sabato 17 giugno twitta: «La manovra con cui il governo ha cancellato i referendum è uno schiaffo alle regole democratiche». Un gruppo di lavoratori della Federazione lavoratori della conoscenza (Flc) si fa fotografare a piazza della Repubblica a Roma, da dove parte uno dei cortei della Cgil contro i nuovi voucher. Il messaggio lanciato con un tweet è #NonFateiBuoni. Un altro gruppo di lavoratori della Cgil dell’Emilia Romagna espone uno striscione umano, una lettera ad altezza uomo per ogni militante: «Rispetto! Per il lavoro, i diritti, la Costituzione».i partono i due cortei, da piazza della Repubblica e da piazzale Ostiense. Decine di migliaia di magliette e cappellini rossi, sotto un sole infuocato e in un caldo torrido, percorrono le strade di Roma per andare ad ascoltare il comizio finale di Susanna Camusso a piazza San Giovanni.

La battaglia della Cgil contro i nuovi voucher varati dal governo è senza frontiere. Il maggiore sindacato italiano aveva raccolto le firme per realizzare i referendum ed abolire i buoni con i quali pagare il lavoro occasionale (in molti casi era uno strumento utilizzato in modo anomalo al posto di un normale contratto di lavoro). I referendum, secondo la Cgil, si sarebbero dovuti votare lo scorso 28 maggio. Ma le urne non si sono mai aperte. L’esecutivo con un decreto legge prima ha cancellato i voucher, quindi ha approvato una nuova formulazione dei buoni lavoro nell’ambito della manovrina economica, passata in Parlamento con il voto di fiducia.

Susanna Camusso non perdona la mossa a Gentiloni. La segretaria della Cgil tuona nel comizio di piazza San Giovanni: «Il governo ha avuto paura di condurre una battaglia a viso aperto». Praticamente sfiducia il presidente del Consiglio: «Non si possono derubare i cittadini del voto» e «questo schiaffo alla democrazia non può passare inosservato».

Si appella al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e annuncia un ricorso alla Corte costituzionale contro la decisione del governo: «Continueremo a vigilare sulle regole democratiche». Il problema centrale è ancora una volta la precarietà del lavoro: «Con i voucher si reintroduce l’ennesima forma di precarietà, raccontando che è un contratto mentre invece è una pura transazione economica, che non prevede alcun diritto per i lavoratori».

Paolo Gentiloni rispetta la manifestazione della Cgil, ma la critica nel metodo e nel merito. Nel metodo perché la protesta non è dei sindacati «ma di uno, anche se il più importante dal punto di vista numerico». Il presidente del Consiglio poi boccia anche “il bersaglio sbagliato” della Cgil: «C’è veramente qualcuno che pensa che questi lavoratori non avevano bisogno di regole?».

Sale la tensione sul governo, già indebolito da una scissione a sinistra. Il Movimento democratico e progressista, i bersaniani che a febbraio hanno lasciato il Pd, è schierato tutto con la Cgil contro Gentiloni, il successore di Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Gli scissionisti anti renziani non hanno partecipato in Parlamento al voto di fiducia sulla manovrina e ora alzano il tiro. Il coordinatore del Mdp Roberto Speranza avverte: «Diciamo al governo che se non c’è una inversione di tendenza sul lavoro, non ci siamo. Bisogna cambiare rotta sul lavoro».

Se non è una dichiarazione di sfiducia come quella della Camusso, un annuncio di crisi di governo da parte del gruppo Bersani, D’Alema, Speranza, Rossi, poco ci manca. È comunque un serio avvertimento. Ma la cosa non sembra spaventare Renzi. Anzi. Il segretario del Pd sembrerebbe felice se ci fosse una crisi di governo e ci fossero le elezioni politiche anticipate a ottobre o novembre. In questo modo eviterebbe il voto nella primavera del 2018, con alle spalle una difficile legge di Bilancio dalle scelte non certo popolari.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Pisapia ‘strattonato’
da Renzi e Bersani

Roma, conferenza stampa Coordinamento Expo Milano 2015Uniti si vince, divisi si perde. Il centro-sinistra tira un sospiro di sollievo dopo le elezioni per i sindaci. Questa volta il Pd e le tante sinistre diverse hanno evitato una sconfitta. Nei circa mille comuni nei quali si è votato domenica o ha vinto o ha conteso il successo al centro-destra. Non era scontato.

L’alleanza tra il Pd e le varie sinistre ha funzionato. Così è successo anche nelle maggiori città: Genova, Palermo, Catanzaro, L’Aquila, Taranto, Parma. Si è ritornati al vecchio bipolarismo tra centro-sinistra e centro-destra. Il M5S, il terzo polo affermatosi nelle elezioni politiche del 2013, è il grande sconfitto: nella maggioranza dei casi nemmeno parteciperà ai ballottaggi per i sindaci, tra due settimane.

Sono giorni magici per Giuliano Pisapia, l’uomo che vuole dare vita a Campo progressista. L’ex sindaco di Milano da alcuni mesi sta lavorando per costruire un “nuovo centrosinistra”, un’alternativa progressista di governo contrapposta ai populismi, a Silvio Berlusconi e a Beppe Grillo. Si è candidato alla leadership di una sinistra unita e ha dato appuntamento a tutti il primo luglio a Roma.

La sua ricetta funziona, come dimostra il voto per i sindaci. Adesso certamente aumenteranno i “corteggiatori” e gli “strattonatori” dell’ideatore di Campo progressista, già comparsi prima delle elezioni amministrative.

Tra i più entusiasti c’è Pier Luigi Bersani, uscito dal Pd e tra i fondatori del Movimento democratico e progressista (Mdp). L’ex segretario democratico andrà alla manifestazione di Pisapia nella capitale: «Il primo luglio ci sarò e saremo in tanti». Ma ognuno intende l’unità a modo suo. Gli scissionisti del Pd vogliono l’accordo con Pisapia, ma osteggiano quello con Renzi. Roberto Speranza continua a imputargli la scissione realizzata contro «un uomo solo al comando». Stefano Fassina (Sinistra italiana) e Pippo Civati (Possibile) non vedono spazi di discussione. Entrambi hanno abbandonato il Pd in polemica con il segretario e sono contrari ad una intesa con l’uomo accusato di “subalternità” alle politiche della destra.

Matteo Renzi, dopo il fallimento dell’accordo con il trio Berlusconi-Grillo-Salvini sulla riforma elettorale, ha aperto le porte al dialogo con Pisapia. Su questa strada lo spingono anche Gianni Cuperlo ed Andrea Orlando, i leader delle due sinistre del partito. L’occhio del segretario del Pd è rivolto alle elezioni politiche: insieme conta di superare il 40% dei voti e ottenere il premio di maggioranza alla Camera. Però è stato cauto: «Noi ci siamo, vedremo cosa farà lui». Porte aperte, dunque, al confronto con Pisapia ma non con gli scissionisti del Pd, perché hanno rotto sulla base «di un atavico odio ad personam» contro di lui. Qualche mese fa il capogruppo democratico al Senato Luigi Zanda ha definito «imbarazzante» un eventuale dialogo con gli scissionisti.

I problemi non sono pochi sulla strada di una coalizione, dopo anni di scontri tra Renzi, le sinistre esterne, come Sel di Nichi Vendola, e le sinistre interne protagoniste di tre diverse scissioni negli ultimi tre anni (prima sono usciti Civati e Cofferati; poi Fassina; quindi Bersani, Speranza, Enrico Rossi e D’Alema).

Pisapia è consapevole delle difficoltà. Vuole evitare ogni subalternità verso Renzi e lo ha sfidato a realizzare elezioni primarie di coalizione. I punti centrali del suo programma sono la lotta alle disuguaglianze sociali e il riequilibrio tra il Nord e il Sud, ma niente nuove tasse. È fiducioso: «Credo che una sinistra unita e responsabile, all’interno di una coalizione di centrosinistra, abbia già dimostrato di saper governare e di farlo bene».

La situazione è in movimento, soggetta a mille variabili. Una cosa è sicura: l’era dell’autosufficienza del Pd, in versione renziana e veltroniana, è finita e si va verso un ritorno alle coalizioni. I sondaggi elettorali giorni fa hanno assegnato l’8% dei voti ad una eventuale sinistra unita guidata da Pisapia, mentre il Pd viene accreditato attorno al 30%. Tirando le somme è quasi il 40% dei voti, la soglia per far scattare il premio di maggioranza a Montecitorio.

L’ex sindaco di Milano è visto come un asso vincente ed è “strattonato” da una parte da Renzi e dall’altra dalle differenti sinistre, in parte critiche o contrarie al dialogo con il segretario del Pd. Pisapia prima dovrà ricomporre le divisioni delle frammentate sinistre e poi pensare ad un’intesa con Renzi. È un percorso praticabile ma complicato. Comunque nell’impresa di costruire “una sinistra non rancorosa” sembra che possa contare su Romano Prodi, l’inventore dell’Ulivo, l’uomo che è riuscito a battere per due volte Berlusconi alle elezioni politiche.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Carlo Galli e l’evoluzione del sistema politico

carlo-galliCarlo Galli, politologo e docente di Storia delle dottrine politiche, in “Democrazia senza popolo. Cronache dal Parlamento sulla crisi della politica italiana”, narra l’esperienza vissuta in prima persona, nel ruolo di deputato per il Partito Democratico eletto nelle elezioni politiche del 2013, relativa alla trasformazione dell’Italia e del suo sistema politico, per la precisione, specifica l’autore, fino all’assemblea nazionale del PD del 18 dicembre 2016; una trasformazione che ha segnato un passaggio epocale, coinvolgendo “Unione Europea, euro, assetto dell’economia, Parlamento, Costituzione, partiti, leader, sinistra, destra, terrorismo, legittimità e modalità della politica”. Cosicché il contenuto del volume potrebbe essere definito, come l’autore stesso tiene a precisare, “la contingenza politica vista da vicino e pensata in medias res”, non volendo essere un “libro di memorie, ma una “narrazione riflessiva su “un pezzo di storia politica d’Italia”, che riflette la profonda trasformazione che il Paese ha subito nel volgere di un periodo di tempo assi limitato.

Il primo interrogativo che, secondo Galli, nasce dalla riflessione su questa trasformazione riguarda “quanta necessità vi sia nell’attuale trend della politica italiana”, dove la necessità non è intesa “come complotto di pochi potenti”, ma nel senso che i recenti mutamenti strutturali della politica italiana sono avvenuti in un contesto di oggettività storica, la quale, in modo non ordinato e stabile, ha aperto il campo della politica ad avventure nel segno della soggettività e della occasionalità; ciò sta a significare – afferma Galli – che il “caos e il Capo si coappartengono”.

Le trasformazioni, a parere del politologo, sono consistite nel fatto che il PD è diventato il “perno del potere”, nel momento in cui il quadro politico del Paese si è fatto tribolare, con la presenza del movimento populista pentastellare, virando “verso una divaricazione duale tra “forze del sistema” e “forze antisistema” (nel senso di antiestablishment)”; ciò ha determinato che le trasformazioni si traducessero nel “segno della post-democrazia, cioè del mantenimento delle forme istituzionali della democrazia rappresentativa, e del contemporaneo loro superamento sostanziale in senso populistici e personalistico”; così che la democrazia, svilita a post-democrazia, si è deformata evolvendo verso una pseudo-democrazia, sorretta da un trend descrivibile come progressiva divaricazione tra i poteri economici sovra ed extrastatali e la politica nazionale e partitica orientata alla soluzione dei problemi nazionali.

Il trend delle trasformazioni sta spingendo, quindi, oggettivamente verso una pseudo-democrazia, cioè verso una “democrazia senza popolo”; il che significa – afferma Galli – che la rappresentanza politica è esercitata in assenza del rappresentato, ma le istituzioni attraverso le quali il popolo dovrebbe essere rappresentato “funzionano senza sapere analizzare la realtà sociale […] e anzi respingendola come un fattore di disturbo e cercando di sopravvivere con ‘narrazioni’ agli esiti disastrosi delle politiche che impongono”. Si tratta di un trend, quello delle trasformazioni del quadro politico nazionale, che risulta funzionale ai “potenti disegni economico politici, il cui governo è fortemente influenzato dalle “avventure personali dei politici”, implicanti un crescente adattamento dell’azione politica alla “qualità dei tempi”, adattamento che, a parere di Galli, è mancato a Bersani e a Letta, ma non a Renzi.

La prospettiva teorica con cui l’esperienza delle trasformazioni del quadro politico italiano è interpretata da Galli assume, come predicato esplicativo, la scomparsa nell’intero arco temporale in cui quelle trasformazioni si sono verificate, di ogni elemento di “resistenza” rispetto alle accelerazioni scomposte e divergenti causate sull’andamento dell’economia-mondo (della quale l’Italia è una delle componenti, sia a titolo individuale, che come membro di un disegno sopranazionale europeo) dal “trionfo e dalla crisi del neoliberismo”.

La metamorfosi politica del Paese è oggi oggetto di una “partita” che si gioca tra le forze moderate di sistema, che si identificano, da un lato, nel “centrosinistra di governo” che cerca di gestire le trasformazioni attraverso un “decisionismo a bassa intensità e con iniezioni di narrazione ottimistica”, che però viene smentita dai fatti; dall’altro lato, nelle “forze antisistema”, che includono la destra estrema, le ondivaghe forze populiste e la destra moderata allo sbando. Le forze di sinistra, autonomamente considerate dalle forze moderate del centro, di fronte alla “partita” giocata tra i due opposti schieramenti – a parere di Galli- sembra priva, tanto della capacità “di essere radicalmente critica quanto di costruire un principio nuovo”; ciò perché si tratta di una “partita” giocata a tre, “tagliata trasversalmente dal dualismo sistema/antisistema”.

Se si volessero descrivere i poteri reali che condizionano l’evoluzione della situazione politica del Paese, si deve riconoscere che quello politico, tra i poteri in campo, è il meno forte; è questa, a parere di Galli, la questione centrale della crisi della democrazia: quello politico “è l’unico potere democratizzabile, ovvero l’unico attraverso il quale possono essere fatte passare […] le istanze umanistiche e personalistiche di emancipazione e di uguaglianza, che sono l’essenza della democrazia moderna. Tutti gli altri poteri [potere mediatico, potere scientifici-tecnologico e potere economico] sono per loro natura opachi ed elitari, hanno una natura intrinsecamente autoritaria, rivolta dall’alto verso il basso; oppure, anche se possono avere una funzione pubblica, sono prima di tutto privati, quando non segreti”. La politica debole non è solo inefficace e impotente innanzi ai poteri forti, ma è anche il “tradimento delle promesse della democrazia, la negazione di se stessa”.

Di fronte al quadro descritto, a parere di Galli, risulta che l”imperativo primario” della politica dovrebbe essere quello di ridare fiducia ai cittadini, dando vita ad una “stagione di riforme che […] si ponga l’obiettivo classico della democrazia moderna: emancipare le individualità, e al tempo stesso consentire che la società, rimarginate le proprie ferite, liberi le proprie energie in uno spazio pubblici in cui […] ai cittadini sia restituita la capacità di determinare il proprio destino”.

Un programma di riforme, questo, risultate estranee alle possibilità di azione delle forze di governo del centro-sinistra, in quanto al loro interno sono prevalse – afferma Galli – quelle che hanno individuato nel “Nuovo” l’”indiscussa centralità degli imperativi di un’economia da interpretare solo nell’ottica delle compatibilità di bilancio e dell’esclusiva attenzione alle esigenze di valorizzazione del capitale”. Il “Nuovo”, dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, è la forma che ha assunto il processo di accumulazione del capitalismo, il quale, oggi in crisi, deve essere salvato “senza che altri problemi possano assumere il medesimo rilievo che hanno le esigenze del capitale”. Il “nuovo”, quindi, è divenuto il fondamento indiscutibile della politica, per cui a questa non resta che un solo compito essenziale: quello di “assecondare lo sviluppo del Nuovo Ordine attraverso un esecutivo a forte competenza tecnica, con l’appoggio di un legislativo ampiamente collaborativi”. Chi si oppone al “Nuovo” deve essere necessariamente “rottamato”.

L’idea di fondo che sta alla base dell’elaborazione politica delle forze che sono portatrici del “Nuovo” è che il corso della storia contemporanea è divenuto talmente cogente da risultare determinato da “automatismi” non controllabili, la cui salvaguardia deve essere tutelata dall’azione di “mani visibili”, che non siano quelle di chi è tecnicamente adeguato a custodirla; il processo storico contemporaneo è, quindi, portatore di un “Destino” e, al “tempo stesso, c’è, per chi non lo riconosce, una Catastrofe in agguato”.

È stata questa la filosofia politica della destra moderata presente nel governo di centro-sinistra, che si è potuta assicurare al Paese sulla base dei risultati elettorali che hanno originato la XVII legislatura della Repubblica italiana; per legittimare la sua azione, a tutela del processo di accumulazione capitalistica secondo la logica neoliberista, questa destra moderata non ha esitato a negare dogmaticamente l’esistenza della tradizionale differenza, politicamente significativa, tra destra e sinistra; mentre la sua partecipazione ad un governo di centro-sinistra avrebbe dovuto originarla ad inaugurare una politica di “sinistra riformista”, “con un occhio alla realtà e un occhio alla sua possibile trasformazione emancipativa”, la cui essenza sarebbe dovuta consistere in “un realismo orientato da una scelta politica a misura umana”. Perché ciò non è accaduto? La risposta all’interrogativo, Galli la formula nei termini che seguono.

Alle elezioni del 2013 si sono fronteggiate forze politiche divise da profondi contrasti: il primo espresso dal dualismo “politica e antipolitica”; il secondo quello fra “populisti” e “responsabili” verso gli obblighi riguardo alla nuova forma dell’accumulazione capitalistica; il terzo quello della distinzione tra “destra” e “sinistra”.

I risultati elettorali sono stati tali da determinare sostanzialmente un cambio di Repubblica, dalla Seconda bipolare alla Terza tribolare; ma l’evoluzione successiva dei rapporti tra le forze politiche in campo è valsa a dimostrare che anche la “nuova” Repubblica era in realtà bipolare, non più nel senso della tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra, ma in quello della contrapposizione tra “forze di sistema” e “forze antisistema”, che alla fine è prevalsa, perché – afferma Galli – “dalla paralisi a cui il Tre aveva condotto si uscì con l’unione delle forze di destra e sinistra (tranne SEL) in opposizione al M5S”; un’unione che ha segnato la fine di ogni iniziativa in senso riformista da parte del Partito Democratico e la sua discesa a tutta velocità sotto il controllo del renzismo, divenuto il “cane da guardia” degli automatismi sottostanti la nuova logica neoliberista di accumulazione del capitale.

Il renzismo, infatti, nel breve volgere di alcuni anni, da “robusta minoranza” in seno al Partito Democratico è divenuto maggioranza, e alle iniziative del suo leader la componente costituita dagli eredi della sinistra della Prima Repubblica non ha tardato ad allinearsi per assicurare la governabilità del Paese, anche attraverso la rimozione della loro tradizione ideologica e culturale. Tuttavia, il disegno di “blindare” in modo definitivo “con le due leggi, costituzionale ed elettorale, fra loro combinate lo shift, già avvenuto di fatto, verso un regime del Primo ministro senza contrappesi, è stato respinto dagli italiani […], i quali non hanno creduto che i loro problemi, gravissimi e reali, fossero causati dal bicameralismo perfetto e dai ritardi (inesistenti) che questo comportava nella legislazione”. Anche se la rabbia ha prevalso sulla riflessione razionale riguardo alla scelta di voto, la maggioranza degli elettori si è però espressa – afferma Galli – per la difesa della Costituzione, bocciando l’idea che un “magnate dilettante”, impersonato dall’ex sindaco di Firenze, potesse diventare governatore dell’Italia.

In conclusione, sarà pur vero che, come sottolinea Galli, il voto referendario del dicembre scorso, ha interrotto, almeno per il momento, le ambizioni del ex Premier Renzi; ma occorre riconoscere che il renzismo è divenuto maggioranza del PD, non solo per le difficoltà della sua ala sinistra a trovare il supporto di alcuni segmenti delle forze politiche antisistema affermatesi dopo le elezioni del 2013, ma anche, e soprattutto, per la sua incapacità di rapportarsi a tali forze sulla base di un progetto per il futuro del Paese, che non riflettesse la pura e semplice governabilità dell’esistente; è stata la mancanza di progettualità della sinistra del PD a consegnare l’Italia al renzismo e a spingerla a “vivere alla giornata in un conflitto inconcludente fra il peggio e il meno peggio”; per poi esaurire la sua azione in una continua attività di proposta che, mancando di rispondere alla rabbia che ha alimentato il populismo, si è vista costretta ad assumere una posizione prona alla pretesa di governabilità dell’esistente, secondo gli interessi dei poteri forti.

Gianfranco Sabattini

Sibilia l’anti-vax che voleva sposare un’orchidea

sibiliaEntra finalmente in vigore da oggi la legge che introduce l’obbligatorietà di 12 vaccinazioni per l’iscrizione a scuola. Tre i punti chiave del decreto firmato ieri da Sergio Mattarella: le 12 vaccinazioni previste divengono requisito obbligatorio per l’ammissione all’asilo nido e alle scuole dell’infanzia quindi i vaccini obbligatori e tutti gratuiti passano dunque da 4 a 12 e la violazione dell’obbligo vaccinale comporta sanzioni pecuniarie da 500 a 7.500 euro.

Un esponente del Movimento Cinque Stelle, Carlo Sibilia su Facebook attacca il ministro della Salute. “Il vaccino obbligatorio e immediato deve essere quello contro la follia del ministro della Salute Lorenzin. La politica dell’incompetenza ha preso il posto della scienza. Chissà se un giorno verremo a sapere quanti rolex ha ricevuto il ministro per scrivere questo decreto irricevibile? La coercizione su 12 vaccini (numero senza precedenti in Europa) è senza senso, in Italia non c’è nessuna emergenza epidemiologica in corso per giustificare tutti questi vaccinati obbligati. Ci trattano come incoscienti. Impongono il TSO ai nostri bambini. Questo decreto sarà una delle tante fesserie fatte dal governo Renzi che cancelleremo appena al governo”.

La replica di Beatrice Lorenzin non si è fatta attendere: “Le sue dichiarazioni sono prive di fondamento e dal contenuto diffamatorio. Di queste dichiarazioni risponderà di fronte alla magistratura penale e civile competente. Sul piano del merito tutto ciò dimostra come il Movimento 5 Stelle faccia finta di essere a favore dei vaccini ma nella realtà li avversi in tutti i modi, facendo il controcanto ai no vax, dimostrando così la totale inadeguatezza a misurarsi sui temi scientifici e a candidarsi a governare i processi a tutela della salute pubblica”.

La polemica è tutta interna al Movimento. Sotto al post di Carlo Sibilia gli elettori grillini sembrano essere confusi dato che il M5s aveva detto di non essere contro i vaccini.

Il vero problema lo sintetizzò un po’ di tempo fa Umberto Eco, dicendo che “il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità”. Tutti diventano medici, esperti di vaccini e delle malattie infettive. Come il nuovo immunologo Carlo Sibilia, che ha conseguito la laurea triennale in biotecnologie presso l’Università degli Studi di Perugia. Con un curriculum politico di tutto rispetto tra l’altro. Nel novembre 2012 si batte per una proposta di legge che avrebbe consentito di “sposarsi in più di due persone e la possibilità di contrarre matrimonio (o unioni civili) anche tra specie diverse purché consenzienti” (anche un geranio, evidentemente, può esprimere il suo consenso). Nel maggio ripropone le teorie sul signoraggio. Come se non bastasse il 20 luglio 2014, definisce «una farsa» lo sbarco sulla Luna dell’Apollo 11 del 20 luglio 1969, per poi definire su Facebook il 23 ottobre 2014 che l’attentatore di Ottawa sia un “qualcuno che ha ritrovato la ragione”.

Il personaggio sembra godere di tanta considerazione all’interno del partito di Grillo, da essere stato addirittura inserito nel famoso (e ormai dimenticato) direttorio. Insomma, uno che conta e non si ferma certo alla tabellina del due. Parla poco, Sibilia, in compenso scrive molto, allietando così chi trova un certo piacere a leggerlo. Tra i suoi reconditi desideri ipotizziamo quello di sposare un orchidea, tra i nostri un vaccino che lo faccia rinsavire.

Valentina Bombardieri
Blog Fondazione Nenni

Dal 4 dicembre alla presunta vittoria di Renzi

boschi renziMolti commentatori, ovviamente di parte, fra questi molti autorevoli personaggi che si considerano al di sopra delle querelle politiche, all’indomani del referendum del 4 dicembre scorso, col quale la maggioranza degli italiani ha risposto “No” alla riforma costituzionale pretesa da Renzi e dalla sua ministra Maria Elena Boschi, hanno interpretato il risultato finale in senso favorevole al “partito personale del capo del Governo”; questa interpretazione è stata fondata sulla considerazione del fatto che, avendo la riforma conseguito il “Si” del 40% degli aventi diritto dei partecipanti al voto, a conferma della politicizzazione e della personalizzazione della consultazione referendaria, il voto è stato considerato un “successo” personale di Renzi, senza minimamente considerare la natura composita del “blocco” del “Si”.
Per “smontare” questa tesi di parte, Terenzio Fava, docente di Scienza politica all’Università di Urbino, ha pubblicato su “Il Mulino” (2/2017) un articolo, dal titolo “Il voto al referendum costituzionale”, nel quale analizza, non solo la dimensione e la distribuzione territoriale del voto, ma anche le implicazioni politiche legate al referendum ed al suo esito. Negli ultimi quarant’anni – afferma Fava – “il tema della riforma costituzionale è sempre stato presente nel dibattito politico” e i tentativi di apportare modifiche alla Carta sono stati numerosi; in tre casi si è arrivati al referendum confermativo (2001, 2006 e 2016), solo in quello del 2001 la riforma ha trovato “legittimazione popolare”.
Nel 2001, il referendum riguardava una modifica costituzionale relativa al federalismo, voluta dal centro-sinistra, approvata in Parlamento alla fine della XIII legislatura, nella prospettiva di “catturare” il placet politico della Lega nelle imminenti elezioni politiche. Quando si è tenuta la consultazione referendaria, al governo vi era il centro-destra e la campagna si è svolta in un clima privo di eccessivi contrasti, forse perché il federalismo era un tema condiviso, e la riforma è stata approvata col sostegno prevalente degli elettori del centro-sinistra; infatti, la consultazione è stata caratterizzata da una diserzione in massa dalle urne da parte degli aventi diritto al voto.
Nel referendum del 2006, la riforma costituzionale aveva ad oggetto modifiche che rafforzavano i poteri dell’esecutivo e il riconoscimento di maggiori competenze alle regioni; la riforma era stata approvata dal Parlamento, con al potere le forze di centro-destra, mentre il referendum confermativo è stato celebrato con il ritorno del centro-sinistra al governo del Paese, con la vittoria del “No” deciso da un elettorato attivo di poco superiore alla metà degli aventi diritto.
Nel 2016, infine, il referendum è stato indetto per confermare una riforma costituzionale fortemente voluta dal presidente del Consiglio Matteo Renzi; la riforma, precedentemente approvata dal Parlamento, innovava molto significativamente la Costituzione repubblicana, con una revisione in senso centralistica delle regole disciplinanti i rapporti tra Stato e regioni. Nella fase di elaborazione, sino alla sua approvazione in Parlamento, la riforma ha “assunto – afferma Fava – “una valenza fortemente politica, con la trasformazione del referendum in un voto pro o contro il presidente del consiglio e il suo governo”. Al referendum si è giunti il 4 dicembre del 2016, dopo una lunga campagna “fortemente mediatizzata, polarizzata e dai toni contrastati e duri”; questi toni sono serviti a promuovere una mobilitazione elettorale non prevista ed il risultato è stato inaspettatamente radicale, “con una secca bocciatura delle riforma” Il “Si” si è fermato al 40% dei partecipanti al voto, cui hanno fatto seguito le dimissioni del presidente del Consiglio e del Governo. La mancata approvazione della riforma costituzionale è stata seguita da altre bocciature significative, tra le quali quella inferta dalla Corte costituzionale che, nel gennaio del 2017, ha dichiarato parzialmente incostituzionale la legge elettorale connessa alla riforma costituzionale bocciata dagli elettori.
Rispetto ai referendum del 2001 e 2006, quello del 2016 si è svolto all’interno di una realtà politica cambiata e, per la prima volta, è stato celebrato con un Governo e un Parlamento che sono stati gli stessi che hanno proposto e approvato la riforma; la diversità della realtà politica ha riguardato, a parere di Fava, “il clima politico, il sistema dei partiti e la logica di governo”.
Il clima era quello che si era instaurato dopo le elezioni politiche del 2013, i cui risultati hanno reso difficile la costituzione di una compagine governativa, con l’aggravante dell’”alone di illegittimità” gravante sulle istituzioni politiche per l’intervento della Corte costituzionale. Il sistema dei partiti era quello uscito dalle elezioni politiche del 2013, caratterizzato falla forte presenza dal Movimento 5 Stelle e dal multipolarismo, nel senso di un’accentuata dispersione, delle forze politiche rispetto ai decenni precedenti.
Il governo era quello che, essendo nato dalla confluenza sulle posizioni del centro-sinistra, retto principalmente dal Partito democratico, di segmenti di forze politiche di destra, ha dovuto scontare critiche provenienti sia dalla sua destra, che dalla sua sinistra, diventando in tal modo il “punto di fuoco di tre opposizioni, lontane e poco conciliabili (la destra capitanata da Matteo Salvini e Giorgia Meloni, il M5S, e la sinistra ‘interna ed esterna al PD)”; la riforma costituzionale risulterà l’esito, in presenza di tutte queste opposizioni, della confluenza innaturale delle forze eterogenee che Renzi, in presenza delle difficoltà del sistema dei partiti ad esprimere possibili alleanze politicamente omogenee e durature, è riuscito a promuovere.
Ma l’opposizione che Renzi ha trovato in Parlamento ha avuto un ampio riscontro, sia nella grande partecipazione elettorale al referendum, sia nella dimensione e nella distribuzione elettorale del voto. Al referendum confermativo della riforma di Renzi vi è stata, infatti, una grande affluenza degli aventi diritto al voto, la cui consistenza ha reso la partecipazione referendaria simile a quella delle elezioni politiche del 2013. A parere di Fava, l’alta partecipazione è stata la conseguenza del fatto che il presidente del Governo ha politicizzato a tal punto la riforma, da renderla percepibile dall’elettorato come “passaggio” a un futuro non ben determinato e niente affatto liberato dalle conseguenze negative abbattutesi sul sistema sociale ed economico del Paese a seguito della Grande Recessione del 2007/2008; ciò ha incentivato la mobilitazione del fronte del “No”, espresse, sia da una parte dell’opinione pubblica, trasversale a tutte le forze politiche (che hanno percepito la riforma come un “attentato” alla natura democratica della Carta), sia in particolare dalle forze politiche rappresentate dal M5S e dalla Lega Nord (che sono riuscite a porsi come catalizzatrici del malcontento e della protesta sociali).
Nel referendum del 2016, gli elettori attivi sono stati quasi 32 milioni, pari al 68,5% degli aventi diritto al voto, con un’affluenza che si è assestata a meno di sette punti percentuali rispetto alle politiche del 2013, nelle quali l’affluenza era stata di poco superiore il 75% degli aventi titolo. A livello nazionale, il 40% degli elettori si è espresso per il “Si”, posizionandosi a meno di 20 punti percentuali dal “No”. Una vittoria, quella del “No”, senza “se” e senza “ma”; ma non per il Presidente del Consiglio sconfitto.
Infatti, poco dopo la sconfitta al referendum confermativo riguardo alla riforma costituzionale da lui fortemente “sponsorizzata”, Renzi – ricorda Fava – ha avuto modo di affermare davanti al suo partito che, in anni ravvicinati, “per due volte” è stato raggiunto il 40%: nel 2014, alle elezioni europee e, nel 2016, al referendum; nel primo caso, conseguendo una vittoria, nel secondo, una sconfitta. Un modo, questo – afferma Fava – “per rivendicare una forza che proprio alla luce del referendum […] 2016 dovrebbe essere ripesata”. Ciò perché, se il 40% dei voti espressi nel 2014 sono ascrivibili al PD, il 40% del “Si” referendario del 2016 è ascrivibile al “fronte” del “Si”, nel quale sono confluite anche altre forze di diverso orientamento rispetto al PD; è da ritenersi, perciò, del tutto improbabile che il 40% del “Si” referendario del 2016 possa rappresentare un possibile futuro elettorale del partito di Renzi.
In sostanza, il referendum del 4 dicembre del 2016 suggerisce alcune considerazioni pregnanti di significato, sia sul piano costituzionale, che su quello strettamente politico. Sul piano costituzionale, la bocciatura della riforma di Renzi rappresenta la vittoria di quanti hanno ritenuto prioritario l’impegno per salvaguardare l’integrità della Carta repubblicana e dei valori che la sottendono; sul piano strettamente politico, la stessa bocciatura rappresenta la sconfitta di un governo che non è stato in grado di allentare gli effetti della crisi nella quale si dibatte il Paese ormai da dieci anni, e che neanche è riuscito ad avviare un processo di riforma delle strutture interne del Paese che non fosse funzionale alla cura esclusiva degli interessi dei poteri forti nazionali ed europei.
A parte il risultato positivo realizzatosi con la grande mobilitazione politica che il referendum ha saputo suscitare, quello del “No” deve essere conclusivamente considerato la bocciatura di una riforma presentata come condizione essenziale per il “passaggio verso il futuro” del Paese, senza che di questo futuro fosse offerta un’immagine democraticamente condivisa dall’intera società civile italiana.

Gianfranco Sabattini

La XVII legislatura
sotto una cattiva stella

Ci sono legislature fortunate e sfortunate, così come gli uomini. La XVII legislatura, l’attuale, sorta dalle elezioni politiche all’inizio del 2013, è sfortunata. Anzi, è sfortunatissima. È nata sotto una cattiva stella. Gli amanti della cabala indicano tutti i guai in quel 17, un numero ritenuto malaugurante.

Probabilmente la XVII legislatura repubblicana non finirà regolarmente all’inizio del 2018, ma qualche mese prima: si potrebbero aprire le urne tra settembre ed ottobre, in autunno. Nessuno ci avrebbe scommesso un euro, ma l’accordo sulla riforma elettorale sembra a portata di mano. Pd, M5S, Forza Italia e Lega Nord hanno praticamente raggiunto un’intesa sul cosiddetto “modello tedesco”, un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento al 5% dei voti.

Matteo Renzi sta conducendo il confronto con tutte le forze politiche su come sostituire l’Italicum bocciato dalla Corte costituzionale e il traguardo sembra vicino. Al progetto, ancora da limare, praticamente si oppongono per motivi diversi solo Angelino Alfano e i parlamentari orlandiani del Pd. Il leader dei centristi della maggioranza non vede di buon occhio la soglia di sbarramento del 5%, considerata troppo alta. Invece l’ala del Pd sostenitrice di Andrea Orlando contesta il passaggio dal sistema maggioritario al proporzionale perché, dopo le elezioni, probabilmente porterebbe alla formazione di un governo di grande coalizione tra Renzi e Berlusconi.

Il segretario del Pd, però, va avanti. Da poco riconfermato alla guida del partito dalle elezioni primarie, vorrebbe andare alle urne al più presto per evitare il rischio di un logoramento di consensi (a dicembre dovrà essere approvata una manovra economica pesante, di circa 30 miliardi di euro, e si sono visti poco gli effetti della “ripresina” nei portafogli degli italiani). M5S, Forza Italia e Lega concorderebbero per motivi differenti. Beppe Grillo, in particolare, è pronto ad andare a votare “anche il 10 settembre” e Matteo Salvini preme da mesi per aprire “subito” le urne.

Fortuna, sfortuna. La XVII legislatura ha avuto un parto difficile e quattro anni di vita convulsa. Sin dalla partenza ha pesato l’instabilità politica. Le elezioni legislative all’inizio del 2013 non decretarono né la vittoria del centrosinistra, né del centrodestra, né dell’esordiente M5S, forte del 25% dei voti. È una “non vittoria”, commentò subito Pier Luigi Bersani, perché aveva ottenuto la maggioranza alla Camera ma non al Senato (il premio in seggi, per pochi voti in più rispetto al centrodestra, era scattato a Montecitorio, ma non a Palazzo Madama). I tentativi per formare un nuovo governo furono difficilissimi. L’allora segretario del Pd fallì. Ci riuscì invece l’allora vice segretario del Pd Enrico Letta, ma dovette dare vita ad un governo di grande coalizione con Silvio Berlusconi, l’avversario di sempre.

Letta resse appena un anno e, all’inizio del 2014, subentrò come presidente del Consiglio Matteo Renzi, il nuovo segretario del Pd. Il terremoto è continuato. Nello scorso dicembre è arrivata la terza “botta”. Renzi, dopo la sconfitta subita il 4 dicembre 2016 al referendum sulla riforma costituzionale, si è dimesso, lasciando a Paolo Gentiloni (suo amico e stretto collaboratore) la poltrona di presidente del Consiglio. All’assemblea nazionale del Pd del 19 dicembre indicò immediatamente la rotta la seguire: «Non abbiamo perso, abbiamo straperso», ma «ripartiamo da qui», il 41% di sì raccolti al referendum perso sulla riforma costituzionale.

Ora il braccio di ferro è sulle elezioni politiche anticipate. Alfano attacca: «Non capisco l’impazienza del Pd di portare l’Italia alle urne tre o quattro mesi prima: questa impazienza ha un costo salatissimo». Difensori del sistema maggioritario, 31 senatori orlandiani parlano del rischio «di un salto nel buio”, del pericolo di far scattare «spinte ad attacchi di speculazione finanziari».

Renzi, però, accelera. Alla direzione del Pd ha proposto di approvare il sistema elettorale alla tedesca «entro la prima settimana di luglio». Non è «un entusiasta di un sistema proporzionale con soglia al 5%». ma c’è l’esigenza di perseguire «un consenso più ampio possibile».. A chi suona l’allarme contro l’apertura anticipate delle urne ha ribattuto: «Succede di andare alle elezioni. Il veto di un piccolo partito non può costituire un blocco».

Sergio Mattarella sembra contrario alle urne anticipate. Ma il presidente della Repubblica difficilmente potrebbe resistere alle pressioni per lo scioglimento anticipato delle Camere, se la richiesta dovesse provenire da larga parte del Parlamento.

A settembre i tedeschi voteranno per le elezioni politiche ed Angela Merkel punta ad essere confermata per la quarta volta cancelliera della Repubblica federale. A Renzi piacerebbe un abbinamento elettorale, evitando di andare alle urne nel 2018 in Italia con il peso di una manovra economica che non si presenta molto popolare.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

D’Alema tenta
di uscire dall’angolo

d'alemaMassimo D’Alema comincia a pensare alle elezioni comunali di giugno. Ma soprattutto riflette sulle prossime elezioni politiche sia nel caso siano a cadenza regolare all’inizio del 2018 sia nell’ipotesi di un voto anticipato a settembre. L’ex presidente del Consiglio e già segretario del Pds-Ds si pone in netta contrapposizione con Matteo Renzi: “Stiamo lavorando per offrire agli elettori una proposta alternativa di sinistra”.

D’Alema ha lascito il Pd a febbraio e ha fondato il Movimento dei democratici e progressisti (in sigla Mdp) assieme a Bersani, Speranza, Enrico Rossi. In una intervista al ‘Corriere della Sera’ ha difeso la scelta della scissione del Pd, definendola  “inevitabile e persino tardiva” perché  “tutta l’’ispirazione politica renziana è contraria ai valori della sinistra”.

Alza le spalle verso i sondaggi elettorali che assegnano appena il 3% dei voti al Mdp:“Meglio prendere il 3% a favore di ciò che si ritiene giusto che il 20% a favore di ciò che si ritiene sbagliato. E comunque io credo che lo spazio a sinistra del Pd sia molto più grande”.

Un ragionamento singolare per  uno dei “cavalli di razza” del Pci-Pds-Ds-Pd, poi “rottamato” dal giovane Renzi, un progetto viziato da una seria difficoltà. D’Alema, sia dal governo sia dall’opposizione, ha sempre puntato a costruire una forza popolare e maggioritaria di centrosinistra mentre adesso si trova a fare i conti con il rischio di un Mdp fortemente minoritario e marginale. Non solo. Lo spazio alla sinistra del Pd è sempre più stretto e più affollato di piccoli partiti alle ricerca di un rilancio e della stessa sopravvivenza: in particolare ci sono Sinistra Italiana di Nicola Fratoianni (nata a febbraio e composta da ex Sel ed ex sinistra Pd come Stefano Fassina), Possibile di Pippo Civati (ex sinistra Pd e dissidenti del M5S) e il neonato Campo Progressista di Giuliano Pisapia, l’ex sindaco di Milano.

D’Alema, in nome della lotta alle disuguaglianze, ha proposto “una alleanza per il cambiamento” a Pisapia , a Sinistra Italiana e alle forze della società civile critiche con Renzi e col suo obiettivo d’intesa con Silvio Berlusconi sulla nuova legge elettorale. L’alleanza di sinistra sarebbe soprattutto un accordo contro il segretario democratico, accusato  di sbandare sempre di più verso il centro, verso il liberismo e verso Silvio Berlusconi: “Il ‘Renzusconi’ non mi pare molto popolare, anzi tirerà la volata a Grillo”.

D’Alema cerca di uscire fuori dall’angolo nel quale è finito dopo la scissione. Con questo obiettivo assimila Renzi a Berlusconi, l’avversario storico del centrosinistra negli ultimi vent’anni. Ma deve affrontare tre difficili contraddizioni: 1) lui stesso quando era segretario del Pds cercò una intesa sulle riforme istituzionali con il presidente di Forza Italia (il famoso “patto della crostata” del 1997 siglato a casa di Gianni Letta e poi affondato dal Cavaliere); 2) gran parte degli elettori di sinistra dal 2013 vota per il M5S di Beppe Grillo su posizioni di totale opposizione antisistema; 3) è impossibile per la sinistra (o meglio le sinistre) sconfiggere il centrodestra e i cinquestelle senza un’alleanza con Renzi rieletto segretario del Pd a larghissima maggioranza nelle elezioni primarie.

Il rapporto Renzi-D’Alema sembra irrecuperabile. Il segretario democratico cerca di evitare le polemiche. A febbraio, quando stava per scattare la scissione del Pd, replicò: “D’Alema nutre nei miei confronti  un rancore personale che è evidente. Non voglio più polemiche.Adesso conduce solo battaglia personali”. Girò il coltello nella ferita: “Di solito il suo obiettivo è distruggere il leader della sua parte quando non è lui il capo. Ci è riuscito con Prodi, Veltroni, Fassino”. Ora il segretario del Pd sembra intenzionato a discutere con tutti di riforma elettorale: da Berlusconi a Grillo, con l’esclusione però di D’Alema. Non solo. Sembra pronto ad allearsi con Pisapia ma non con D’Alema.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

I seminari di Reset-Dialogues sui populismi

Populismo-web-300x225-480x360L’Associazione Internazionale Reset-Dialogues on Civilisations inaugura a Venezia l’edizione 2017 di Reset-DoC Seminars, i dialoghi filosofici Est-Ovest svoltisi per un decennio a Istanbul.
L’incontro internazionale si terrà dall’8 al 10 giugno alla Fondazione Giorgio Cini – Isola di San Giorgio, ed è organizzato in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari, la Fondazione Giorgio Cini e l’università turca Bilgi University. I seminari, che si svolgeranno in lingua inglese, sono gratuiti e aperti a tutti, previa registrazione sul sito resetdoc.org, entro il 31 maggio.
La conferenza sarà preceduta e accompagnata da una Summer school che inizierà il 5 giugno e che permetterà agli studenti di ottenere 6 crediti formativi (tutte le informazioni sul sito di ResetDOC, resetdoc.org).
Titolo di quest’anno “The Upsurge of Populism and the Decline of Diversity Capital”, ovvero la crescita dei populismi che hanno incrinato la solidità di valori quali la diversità, la tolleranza, il pluralismo. Il voto francese ha interrotto una montante marea xenofoba e antieuropeista, ma una tendenza autoritaria si è fatta strada in questi decenni minacciando i fondamenti delle democrazie occidentali. Nuove forme di arroganza, chiusura e polarizzazione nel discorso politico stanno mettendo in discussione il modello plurale della costruzione democratica impensabile senza il pluralismo culturale, la moderazione nei conflitti politici, la capacità di dialogo, la mediazione e il contenimento dei contrasti.
Dopo un lungo periodo di globalizzazione economica e di espansione del cosmopolitismo culturale tra le fasce più liberali della popolazione, nella sfera pubblica e nella società, stiamo forse vivendo una fase di declino di quello che possiamo chiamare “capitale di diversità” delle democrazie occidentali? La loro capacità deliberativa è a rischio? Con il fallimento delle Primavere Arabe e l’affermarsi di regimi autoritari che hanno spezzato le speranze di molti e le promesse per un futuro democratico e pluralista, con la crisi dei rifugiati e le ondate migratorie che continuano ad investire l’Europa, dopo la Brexit e le elezioni statunitensi, il mondo occidentale invece di aprirsi alla promozione del pluralismo e contribuire a combattere i radicalismi, sta forse tornando a nuove forme di chiusura e di ripiegamento su sé stesso?
Diversi gli autori internazionali chiamati a discutere su questi interrogativi. Alla lezione magistrale di apertura di Michael Sandel (Populism, Nationalism, and the Future of Liberalism) seguiranno gli interventi di Kiku Adatto, Giuliano Amato, Lisa Anderson, Albena Azmanova, Akeel Bilgrami, Murat Borovali, Giancarlo Bosetti, Cemil Boyraz, Michele Bugliesi, Giorgio Cesarale, Lucio Cortella, Hamid Dabashi, Sara De Vido, Alessandro Ferrara, Pasquale Ferrara, Nina zu Fürstenberg, Manlio Graziano, Amr Hamzawi, Volker Kaul, Jonathan Laurence, Tiziana Lippiello, Stephen Macedo, Yves Mény, Lea Nocera, Claus Offe, Nancy Okail, David Rasmussen, Carol Rovane, Adam Adatto Sandel, Luigi Tarca, Roberto Toscano.reset-doc-logo_0
È possibile registrarsi a singole sessioni del programma scrivendo a seminars2017@resetdoc.org

Fondazione Giorgio Cini si trova sull’Isola di San Giorgio ed è raggiungibile con il vaporetto della linea Actv 2 con fermata San Giorgio.


PROGRAMMA

dal 5 all’8 giugno (mattina)
Ca’ Dolfin, Aula Magna Silvio Trentin, Università Ca’ Foscari,
calle Saoneria – Dorsoduro 3825/E – 30123 Venezia
Lunedì, 5 giugno
Volker Kaul: Populism and Identity
Sara de Vido: Refugee Laws in Europe: Closing or Opening Borders?
Tre workshop a scelta:
(1) Populism and Identity (Volker Kaul)
(2) Political-Economic Resources of Populism (Cemil Boyraz)
(3) Global Authoritarianism (Manlio Graziano)
Martedì, 6 giugno
Lea Nocera: Trajectories of Populism in Turkey
Manlio Graziano: The Geopolitical Roots of the Decline of the West
Tre workshop a scelta:
(1) Populism and Identity (Volker Kaul)
(2) Political-Economic Resources of Populism (Cemil Boyraz)
(3) Global Authoritarianism (Manlio Graziano)
Mercoledì, 7 giugno
Stephen Macedo: Liberal Nationalism?
Cemil Boyraz: Political-Economic Sources of Populism Today
Tre workshop a scelta:
(1) Populism and Identity (Volker Kaul)
(2) Political-Economic Resources of Populism (Cemil Boyraz)
(3) Global Authoritarianism (Manlio Graziano)
 dall’8 (pomeriggio) al 10 giugno
Fondazione Giorgio Cini
Venezia – Isola di San Giorgio Maggiore 30100
Questa parte dei seminari, che si svolgeranno in lingua inglese,
sono gratuiti e aperti a tutti, previa registrazione sul sito resetdoc.org,

Giovedì, 8 giugno
14.30
Michael Sandel: Populism, Nationalism, and the Future of Liberalism
Tiziana Lippiello: The Paradigms of Religious and Philosophical Plurality: The Return
of “the Sacred” in the Globalized World and the Chinese Example
Alessandro Ferrara: Political Liberalism, Indigenous Unreasonability and PostLiberal
Democracy
Cemil Boyraz: Neoliberal Populism at Work: The Foundation of “Public Relations
and Communication” Centers in Turkey
Venerdì, 9 giugno
9.30
Luigi Tarca: The Right to be Right: Recognizing the Reasons of Those who are
Wrong
Adam Adatto Sandel: What is an Open Mind?
Yves Mény: Back to ‘Basics’: Populist Primitivism in Modern Societies
Akeel Bilgrami: What is this ‘Populism’?
14.30
Murat Borovalı: Ad Hominem Argumentation in Politics
Stephen Macedo: Liberalism, Social Solidarity, and Diversity in a Globalizing
World
16.00
ROUNDTABLE: Populism in Europe and the United States
Giuliano Amato, Lisa Anderson, Akeel Bilgrani, Manlio Graziano, Michael Sandel
Chair: Roberto Toscano
Sabato, 10 giugno
9.30
Albena Azmanova: The Populist Catharsis
Claus Offe: Referendum vs. Institutionalized Deliberation
Hamid Dabashi: Are there any People in Populism?
14.00
Amr Hamzawy: Egypt’s Blend of Religious and Nationalistic Populism
Lisa Anderson: Bread, Dignity and Social Justice: Populism in the Arab World
16.00
ROUNDTABLE: Global Authoritarianism and the Future of Democracy
Hamid Dabashi, Jonathan Laurence, Claus Offe, Nancy Okail, David Rasmussen
Chair: Pasquale Ferrara