Ministro Bonafede, cominciamo da Beccaria

bonafedeIl ministro della Giustizia Alfonso Bonafede assicura di essere quotidianamente impegnato per garantire una “certezza della pena”. In che modo? Il condannato dovrebbe scontare la sua pena per intero in carcere, senza deroga (le pene alternative, insomma, non si prendono in considerazione). Tuttavia, concede, che si opererà perché vi sia “la rieducazione della pena…”. Cosa sia la “rieducazione della pena” è qualcosa di oscuro, che si fatica a comprendere. Forse il signor ministro intende riferirsi all’articolo 27 della Costituzione. Conviene leggerselo tutto, l’articolo: così si comprende l’“armonia” e lo spirito del legislatore, la grande saggezza dei nostri benemeriti Padri Costituenti:

1) La responsabilità penale è personale.

2) L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

3) Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

4) Non è ammessa pena di morte se non nei casi previsti dalle leggi militari di Guerra.

Conviene tralasciare i commi uno, due e quattro; anche su quelli tanto si potrebbe dire, ma non è questa l’occasione. Meglio concentrarsi sul terzo. Il signor ministro benissimo farebbe a focalizzare la sua attenzione, il suo impegno sulla prima parte del comma: quello relativo ai “trattamenti contrari”: facilmente scoprirebbe che lo Stato, il suo stesso ministero sono tecnicamente fuorilegge: violano la Costituzione.

Ecco, si parta da qui. Da qui abbia “cura” di concentrare la sua attenzione, il suo impegno. Poi si arriva a quello che si può considerare una sorta di lapsus: non è la “rieducazione della pena” che va perseguita, piuttosto quella del condannato; la pena a questo deve servire.

Nel momento in cui lo si scrive, ecco che si viene assaliti da un dubbio: forse il signor ministro proprio questo, voleva intendere: è la pena che va rieducata. Sarebbe, in questo caso, affermazione significativa, di indubbio valore: il riconoscimento che in Italia le pene sono “maleducate”, che vanno qualche modo condotte a “educazione’. Si attendono chiarimenti.

Nel frattempo, è comunque utile rinfrescare la memoria con i “fondamentali”. Proficua la rilettura (o lettura) di uno smilzo libretto del 1764 di Cesare Beccaria: Dei delitti e delle pene.

Beccaria in sostanza per prima cosa si preoccupa di distinguere il reato (danno alla società e quindi all’“utilità commune”, che si esprime come idea nata dal rapporto fra le persone); e il peccato (che l’uomo compie nei confronti di Dio, che quindi può essere giudicabile e condannabile solo dallo stesso “Essere perfetto e creatore”, confinato per questo in un ambito puramente metafisico).

L’ambito in cui il diritto può intervenire legittimamente non attiene dunque alla coscienza morale del singolo: imperscrutabile, e che si presta a una quantità di arbitrari fraintendimenti. Nel concreto, a noi, quello che deve interessare è l’esito di un’azione, non la premessa o l’intenzione.

Si arriva così alla pena, e alla sua utilità: «Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi».

Signor ministro, rileggiamolo bene insieme questo passaggio: «Pubblica, pronta, necessaria, la minima possibile… proporzionata».

Significa che, se si vuole, a rendere efficace la pena non è tanto la sua intensità, quanto la certezza e la prontezza che alla medesima si garantisce e assicura: «Non è l’intensione della pena che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione di essa…». La “prontezza”, in particolare: il ritardo fra delitto e somministrazione della pena non produce altro che disgiungere sempre più questa relazione di causa-effetto. Nell’immaginario collettivo l’immediatezza della pena serve a rinforzare il senso del giusto castigo; mentre il ritardare la pena farebbe percepire il castigo come una forma di spettacolo.

Beccaria torna utile anche in tema di prescrizione dei reati e lunghezza dei processi. La loro estensione, e la possibilità che un reato cada in prescrizione, vanno rapportati alla gravità dello stesso. Nel caso di un reato minore Beccaria sostiene che il tempo può curare la cattiva inclinazione del reo, piuttosto che lasciarlo vivere in una condizione di attesa della pena, qualora venisse comprovato colpevole. Infine, non meno importante, il compito del legislatore (depositario della volontà popolare e nazionale) è concepire leggi in forma chiara, che non siano interpretabili. Al magistrato compete “solo” verificare il rispetto della legge.

È quello che non si sono mai stancati di ricordarci nei loro scritti un fine giurista come Piero Calamandrei e un pre ”vedente” scrittore come Leonardo Sciascia; e nella sua riformatrice azione politica Marco Pannella.

A questi fondamentali precetti si è conformata tutta la moderna legislazione di paesi liberali e democratici (Stati Uniti d’America per primi: i padri fondatori leggono in originale il libro di Beccaria, e ad esso si ispirano). Non certo per un caso, nel 1766 il libro di Beccaria viene incluso tra quelli che il Papa-re considera “proibiti”.

Signor ministro della Giustizia, allora: si comincia da qui?

Valter Vecellio
SfogliaRoma

Luigi Di Maio teme l’assassinio del M5S

di maioAccuse feroci, insulti, offese. Luigi Di Maio teme brutte sorprese elettorali alle europee di maggio. Così spara a cannonate contro il ”sistema”, i “vecchi partiti”, i “tecnocrati”, l’”establishment” italiano ed europeo. In particolare mira contro il malconcio Pd. Matteo Renzi, ex segretario democratico, è «un assassino politico» perché nel 2015 fece approvate il Jobs act, la riforma del mercato del lavoro. Maurizio Martina, attuale segretario del Pd, è tra «gli assassini politici dei diritti degli italiani» dopo la difesa di Renzi e l’attacco alla politica fatta con “odio” e “rancore”.
Il capo politico del M5S ha abbandonato i toni pacati e rassicuranti della campagna elettorale delle elezioni politiche del 4 marzo, vinte con un trionfale 32% dei voti. Da quando è diventato vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha imboccato sempre di più la strada delle accuse infuocate ad avversari politici vicini e lontani. Durante la campagna elettorale per le politiche incontrava diplomatici europei e americani, imprenditori e lavoratori assicurando: «Il M5S sarà garante della stabilità contro il caos». Adesso ha di nuovo imboccato la strada della rivoluzione populista, la vecchia strada del sanguinoso insulto, dell’offesa lacerante, cavalli di battaglia del travolgente successo di Beppe Grillo. Manca l’ironia del grande comico genovese, fondatore e guru dei cinquestelle, ideatore della politica del “vaffa..”, ma la dirompente impostazione populista è analoga.
Però le differenze sono molte: Grillo si scagliava a testa bassa contro un Pd potente, al governo, guidato prima da Pierluigi Bersani e poi da Renzi. Di Maio se la prende con un Pd in stato comatoso, sconfitto, lacerato, in cerca di un nuovo segretario, incapace perfino di realizzare una efficace opposizione all’esecutivo penta-leghista.
Il nervosismo del ministro cinquestelle, comunque, si può spiegare: l’agognata conquista del governo invece di accrescere i consensi li fa perdere al partito fondato da Grillo. Di Maio teme un bagno elettorale alle europee così picchia duro contro il Pd in disfacimento e contro Bruxelles, per cercare di rispondere con la radicalizzazione alla prorompente avanzata leghista e alle critiche interne (per ora sommerse) tra i grillini in stato di allarme.
Di qui l’audace “Manovra del Popolo” con il deficit pubblico alzato al 2,4% del Pil per tre anni per cancellare “la povertà”. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo punta a mantenere nel 2019, almeno in parte, le costose promesse elettorali introducendo il reddito e la pensione di cittadinanza, la modifica della legge Fornero sulle pensioni, il risarcimento dei risparmiatori colpiti dal crac delle banche.
I mercati non l’hanno presa bene, lo spread si è impennato fino ad oltre 300 punti (dai 120-130 del governo Gentiloni) facendo aumentare pericolosamente gli interessi sui titoli del debito pubblico italiano. Si è sfiorata la tragedia anche in Borsa. Solo la mediazione del ministro dell’Economia, il tecnico Giovanni Tria, con la soluzione di ridurre il deficit nel 2020 e nel 2021, ha riportato un po’ di calma e lo spread è ridisceso sotto quota 300.
Di Maio teme il collasso finanziario e cerca di scaricare le responsabilità sugli altri. Ha accusato la Commissione europea di giocare “a fare terrorismo sui mercati”. Ha accusato i giornali, il Pd e Forza Italia di provocare “terrorismo mediatico per fare schizzare lo spread sperando in un altro colpo di Stato finanziario”. Ma se lo spread metterà a rischio la credibilità economica dell’Italia sarà difficile uscire dalle contraddizioni. In testa una: l’uomo che assicurava di voler garantire la stabilità politica ed economica causerebbe una perniciosa instabilità.
Il nuovo attivismo bellicoso di Di Maio, però, non riesce ad invertire le tendenze elettorali: secondo i sondaggi la Lega sarebbe sempre il primo partito italiano con il 32% dei voti (dal 17% delle politiche) mentre il M5S stazionerebbe al 29 (dal 32%).
L’irritazione e i contrasti con il collega di governo Matteo Salvini, in maniera prudente, ogni tanto emergono. Cautamente si è lamentato: «Quando non siamo d’accordo discutiamo un po’ tra di noi, visto che l’opposizione non è granché». Di Maio teme la concorrenza leghista e batte i pugni sul tavolo per recuperare i consensi drenati da Salvini in favore del Carroccio. Interviste e dichiarazioni del giovane ministro del Lavoro piovono su giornali, televisioni, radio, internet.
È già campagna elettorale permanente per le elezioni europee. L’avversario da tenere d’occhio non è tanto il Pd di Martina o Forza Italia di Berlusconi, due forze in caduta libera, ma il Carroccio del collega di governo Salvini in forte ascesa. Di Maio sembra temere l’assassinio del M5S. Potrebbero arrivare perfino le elezioni politiche anticipate.

Rodolfo Ruocco

SfogliaRoma

Giuseppe Mazzini, il vero volto della democrazia

mazzini 2Negli ultimi anni la letteratura storica su Giuseppe Mazzini si è arricchita di molteplici studi, che vanno dalle biografie vere e proprie all’analisi del suo pensiero politico. Accanto alle biografie di Luigi Ambrosoli, di D. Mack Smith, di Roland Sarti e ai pregevoli saggi di Salvo Mastellone sul pensiero politico si aggiungono ora gli «Scritti sulla democrazia, l’autodeterminazione dei popoli e le relazioni internazionali» a cura di Stefano Recchia e di Nadia Urbinati (2011 e 2016, pp. 281 e 332), la raccolta antologica «Agli Italiani» (2017, pp. 125) a cura di Giancarlo Tartaglia, e il volumetto «Patria, Europa, umanità Italiani» (2017, pp. 54) di Maurizio De Blasio.
La molteplicità degli studi ha reso onore al principale protagonista del Risorgimento e al più acuto pensatore politico europeo, ma ha tralasciato un aspetto peculiare come quello dell’anticomunismo. Eppure Mazzini lo ha assunto come elemento conduttore della sua attività politica nella «Giovane Italia» (1831) fino all’esilio in Francia, alla costituzione della «Giovane Europa» (1850) e alla lotta per l’unificazione nazionale. Nel Manifesto del Comitato centrale europeo, Mazzini fissò infatti i punti essenziali del suo pensiero democratico, che riassunse nella triade «libertà, associazione. Progresso». Per dare slancio a questi aspetti, egli sostenne che bisognava procedere nella difesa del lavoro, nell’«applicazione dei principi di libertà e eguaglianza» e in un intensa opera pedagogica che mirasse soprattutto all’educazione e all’elevazione della coscienza democratica del popolo.
In questo contesto Mazzini congiunse il Risorgimento come anelito all’unificazione nazionale ad un progetto di Repubblica democratica come forma peculiare della sovranità popolare. Egli risolse così l’antitesi tra l’unità democratico-nazionale e il federalismo neoguelfo con il ricorso a una struttura politica moderna. Fin dal 1850 caldeggiò «l’unità politica armonizzata coll’esistenza delle Regioni, circoscritte da caratteristiche locali» e basate su «grandi e forti Comuni, partecipanti quanto più possibile, coll’elezione, al Potere». Il tema del regionalismo era così coniugato con la creazione di un partito democratico inteso come associazione politica.
Nella seconda parte «Dei doveri dell’uomo» (1860) Mazzini considerò l’associazione come unica garanza di progresso e attribuì ai lavoratori liberamente associati la capacità di risolvere la questione sociale. La sua acerrima critica fu rivolta sia al capitalismo che al comunismo, entrambi considerati responsabili della povertà della classe lavoratrice. Se ai comunisti rimproverò la loro visione della proprietà, ai capitalisti non risparmiò critiche violente per il loro dispotismo politico e per le loro responsabilità di tenere i lavoratori in una «condizione penosa». Il comunismo non poteva risolvere i mali sociali, perché voleva creare uno Stato «onnicomprensivo» con la soppressione di una società pluralista che, incentrata sul dibattito politico e sulla libertà di stampa, era considerata come l’unica istituzione capace di superare le spinte totalitarie del comunismo.
Sul piano politico Mazzini auspicò un’unità nazionale basata su una struttura regionale, unica premessa per creare un organismo statale, che superasse i contrasti politici del Risorgimento e sviluppasse un processo democratico nella società. La costituzione dell’Italia in uno Stato repubblicano, e quindi il rifiuto del comunismo come negazione della libertà, doveva poggiare su una larga base di autonomie amministrative in un quadro unitario dell’organizzazione politica centrale.
Tra il 1840 e il 1846, Mazzini rivolse particolare attenzione al concetto di democrazia su influsso di Thomas Carlyle e John Stuart Mill. In una serie di articoli, pubblicati sul periodico «The people’s journal» e raccolti nell’aureo volumetto Pensieri sulla democrazia in Europa (Milano 1997, pp. 164) a cura Salvo Mastellone, egli pervenne ad una concezione della democrazia, la cui essenza fu identificata con la sovranità popolare a condizione che la rappresentanza politica fosse scelta nell’ambito di persone oneste e qualificate sotto il profilo morale e culturale. La sua concezione di democrazia, rimasta invariata fino alla morte (1872), definì una dimensione etica volta «verso l’emancipazione, il miglioramento, la cooperazione di tutti» nella convinzione che il suffragio universale sia l’opzione più idonea per designare le capacità dei cittadini chiamati alla gestione dell’amministrazione pubblica.
La partecipazione democratica aveva come finalità quella di sottrarre il potere politico «a una cerchia di privilegiati», per costituire un «governo rappresentativo» e porre la sua direzione «sotto la guida dei migliori e dei più saggi». Nella scelta dei loro rappresentanti, i cittadini dovevano essere educati mediante la circolazione delle idee ad un progetto politico, che divenisse patrimonio comune di un nuovo «partito democratico» e poi dell’intera società. Una concezione della storia limitata all’aspetto economico e allo sviluppo degli interessi materiali tra gli uomini doveva essere sostituita da una democrazia etica, che – oltre ad essere garante dei diritti sociali, dei valori etici e del merito personale – fosse l’unica in grado di fornire le idee fondamentali necessarie per l’avvenire dell’Europa e di tutti i popoli.

Fassina a sinistra tifa per Savona pro Ue

Stefano Fassina arriva nella sede del Partito Democratico per la Direzione nazionale, Roma 09 aprile 2014. ANSA/ANGELO CARCONI

Stefano Fassina ANSA/ANGELO CARCONI

Una parte della sinistra, a sorpresa, fa il tifo per Paolo Savona. Stefano Fassina è sceso in campo lodando Savona, noto come l’economista grande teorico degli euroscettici (per questo motivo Sergio Mattarella stoppò la sua candidatura a ministro dell’Economia avanzata da Matteo Salvini). Il fatto nuovo si chiama politeia, il documento inviato ai primi di settembre dal ministro degli Affari europei a Bruxelles con le proposte per ricostruire una Ue all’insegna delle esigenze dei cittadini e non dei mercati finanziari.
Piace la proposta di Savona di rinnovare e di rafforzare l’unità europea e non di distruggerla. In particolare ha apprezzato l’iniziativa Stefano Fassina, dirigente di Sinistra Italiana, ex Pd, anche lui economista. Il vice ministro dell’Economia nel governo di Enrico Letta è soddisfatto: un esecutivo “per la prima volta” vuole modificare le regole della Ue, dell’euro e delle istituzioni europee a sostegno dell’occupazione e della crescita economica. «Il documento Savona propone una rotta keynesiana per la crescita e la riduzione del debito pubblico -ha scritto su www.huffingtonpost.it– attraverso il rilancio degli investimenti pubblici e un obiettivo di “deficit dinamico”».
Savona si batte per riformare in chiave democratica e popolare l’Unione europea, una lotta che avrebbe dovuto intraprendere il centro-sinistra. La critica di Fassina è ustionante: l’iniziativa del ministro dell’esecutivo Lega-M5S l’avrebbe dovuta prendere nel 2014 «il governo Renzi forte, a maggio di quattro anni fa, del 40,8% dei voti raccolti alle elezioni europee».
Tuttavia andò in maniera diversa. Ora Fassina spera che la bandiera alzata da Savona venga issata anche dai due combattivi vice presidenti del Consiglio Salvini e Di Maio e appoggiata dall’opposizione. Così, nell’ambito della Legge di bilancio, ha sollecitato «un atto parlamentare, approvato all’unanimità, di sostegno alla proposta del governo italiano elaborata dal ministro Savona».
L’impresa è molto difficile. Serve compattezza e determinazione perché si tratta di rivedere, quasi di ribaltare, l’impostazione di rigore finanziario sostenuta dalla Germania di Angela Merkel e dai suoi alleati, finora sempre vincente. Il dialogo con Savona è sbocciato improvvisamente a metà settembre, con l’invito al ministro di partecipare al Festival Proxima di Sinistra Italiana tenuto a Torino.
Nessuna rottura con la Ue, ha assicurato l’economista sardo: «L’Europa è utile al nostro Paese, l’euro è una parte indispensabile. Solo che a mio avviso la costruzione non è perfetta». La Ue “non perfetta” è un eufemismo. Secondo il ministro servono radicali cambiamenti, diretti a far rinascere l’Europa delle origini, quella espressione dei popoli e non delle banche. Serve «subito una modifica dei Trattati», è da percorrere immediatamente la strada degli investimenti per creare occupazione, combattere la povertà ed evitare una pericolosa disgregazione europea. Savona ha preso le distanze dai sovranisti, da chi rivendica il ritorno alle nazioni e ai confini statali: «Con la vittoria dei sovranisti le mie proposte avrebbero vita più difficile».
Vedremo quale sarà la risposta della commissione europea, della Germania della Merkel, della Francia di Emmanuel Macron e quella complessiva dell’esecutivo Conte-Salvini-Di Maio, il suo governo sovranista e populista. Vedremo anche se in Italia l’opposizione appoggerà o no la proposta di Savona, cosa dirà il frammentato centro-sinistra e il disastrato Pd.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Politeia, Savona contro il crollo Ue

paolo savonaPoliteia, la parola non esiste. Non se ne trova traccia né sfogliando il dizionario della lingua italiana Devoto-Oli né consultando il vocabolario Zingarelli. Ma è un termine che presto potrà diventare di uso comune in Italia e in Europa. Il nome lo lancia Paolo Savona, scavando nella cultura dell’antica Grecia, per indicare la sua proposta: una politica diretta a perseguire l’interesse generale, per delineare la costruzione di una Europa dei popoli e non delle banche.
La svolta è arrivata ai primi di settembre. Il ministro degli Affari europei ha inviato a Bruxelles un documento dal titolo: «Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa». L’economista sardo ha presentato un documento di 17 pagine, proponendo le scelte per “completare” l’unità europea, recuperando la fiducia dei cittadini colpiti dalla crisi economica, in rivolta contro una Ue più attenta al rigore della finanza che alle necessità delle persone.
Assegna un profondo senso alla parola politeia. Il ministro del governo Lega-M5S ha spiegato in un comunicato stampa: il riferimento lessicale a una “politeia”, anziché alla consueta “governance” è perché «la prima esprime una politica per il raggiungimento del bene comune, mentre la seconda -mutuata dalle discipline di management- indica le regole di gestione delle risorse. Politeia è quindi qualcosa di più di governance».
Rilancia quanto disse a maggio, quando la sua candidatura a ministro dell’Economia (proposta con determinazione da Matteo Salvini e sostenuta da Luigi Di Maio) fu bocciata dal presidente della Repubblica per il suo euroscetticismo comprendente anche l’idea di un Piano B su una eventuale uscita dalla moneta comune nel caso della comparsa del «cigno nero, lo choc straordinario». L’economista argomentò: «Voglio una Europa diversa, più forte, ma più equa». Successivamente Sergio Matterella nominò Giovanni Tria ministro dell’Economia e Savona ministro degli Affari europei.
Adesso, con il documento inviato a Bruxelles, l’economista ha proposto un progetto per cambiare la Ue costruendo una unione politica vera dotata anche di una solida moneta comune. Ha proposto «un Gruppo di lavoro» per esaminare «la rispondenza dell’architettura istituzionale europea vigente e della politica economica con gli obiettivi di crescita nella stabilità e di piena occupazione esplicitamente previsti nei Trattati».
Teoria e decisioni operative marceranno insieme. Il ministro punta su 50 miliardi di euro d’investimenti in Italia per sostenere l’occupazione e lo sviluppo. Enel, Eni, Terna e Leonardo potrebbero investire fino a 36 miliardi mentre gli altri 14 arriverebbero dal governo Conte. In questo modo nel 2019, è il suo ragionamento, potrebbe raddoppiare al 2% la zoppicante crescita del Pil (Prodotto interno lordo) italiano permettendo anche un consistente aumento delle entrate fiscali. Solo la crescita «può sventare il collasso» dell’Italia e della Ue.
Ad agosto il ministro è andato a Francoforte a trovare Mario Draghi, il presidente della Bce (Banca centrale europea) fiero difensore della Ue, dell’”irreversibilità” dell’euro, autore del piano di espansione monetario osteggiato dalla Germania di Angela Merkel e ormai agli sgoccioli. Savona, 81 anni, ministro dell’Industria del governo Ciampi, professore di Politica economica, già direttore dell’ufficio studi della Banca d’Italia e stretto collaboratore di Guido Carli, ha avviato un difficile dialogo con Draghi sui malandati conti pubblici italiani in vista della prossima manovra economica dai possibili contenuti molto costosi (reddito di cittadinanza, flat tax, modifiche alle legge Fornero sulle pensioni). Ha più volte ripetuto di non vuoler distruggere l’Europa ma di volerla forte, unita e interprete degli interessi dei cittadini. Con il populismo della Lega e del M5S non sembra avere nulla da spartire: vuole dare uno sbocco europeo alla protesta sociale. Non vuole confini nazionali chiusi: «Non sono un sovranista, sono un duro trattativista».
È una corsa contro il tempo. Servono profonde e urgenti riforme della Ue a trazione tedesca dominata da severe regole finanziarie e non di sviluppo, pervasa da pericolose spinte autoritarie. Occorre fare presto perché i tempi sono stretti. Entro ottobre il governo Conte-Salvini-Di Maio dovrà presentare la Legge di bilancio 2019 e a maggio si terranno le elezioni europee.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

La finanziaria divide il governo

Conte CameraFervono i lavori in corso nel cantiere della Legge di Bilancio  che approderà nel Consiglio dei ministri a metà ottobre.  Il fulcro dovrebbe reggere la flat tax, il reddito di cittadinanza, e la legge Fornero. Inoltre, dovrebbe contenere la riedizione del piano Industria 4.0, la pace fiscale e il parziale riordino della giungla delle detrazioni/deduzioni fiscali. Gli interventi che potrebbero entrare nella manovra 2019 sono continuamente oggetto di diverse valutazioni che producono effetti ballerini in corso d’opera.

Nella prima manovra targata Lega e M5S dovrebbero comunque esserci almeno un avvio di flat tax, reddito di cittadinanza e riordino della Fornero, i tre cavalli di battaglia che hanno caratterizzato la campagna elettorale dei due partiti, poi inseriti nel contratto di governo. L’entità degli interventi  dipenderà tuttavia dagli spazi di bilancio che si creano nel negoziato con Bruxelles e dalle risorse della revisione della spesa.

Sul fronte della tassa piatta, per le partite Iva con ricavi fino a 65mila euro (circa 2 milioni) si dovrebbe introdurre un regime forfettario al 15% (comprende tutti i tributi, anche l’Iva) e il 20% sui ricavi tra i 65mila e i 100mila euro. Sul tavolo anche l’opzione di un taglio delle accise, la cedolare secca sulla locazione degli immobili commerciali, l’Ires al 15% per le società che reinvestono gli utili. Si ragiona anche su un taglio dell’Irpef, dal 23 all 22%, ma i commercialisti mettono in guardia contro i risultati esigui di un simile intervento: in base ai calcoli del Consiglio della categoria costerebbe intorno ai 4 miliardi con un vantaggio economico per il contribuente tra i 7 e i 12,5 euro al mese. E’ possibile comunque che la riduzione Irpef slitti al 2020.

Per finanziare il reddito di cittadinanza, servirebbero almeno 10 mld di euro, dei quali 2 mld solo per potenziare i centri per l’impiego. Ma la spesa potrebbe calare includendo in questa misura il Rei, il reddito di inclusione varato dai governi del Pd per gli indigenti e Garanzia Giovani. Per reperire altre risorse si ragionerebbe anche alla possibile abolizione della Naspi, l’assegno di protezione temporanea della disoccupazione, e resta sul tavolo l’ipotesi di cancellare il bonus da 80 euro. La posta in ballo è ghiotta visto che la misura voluta dall’ex premier Matteo Renzi libererebbe circa 9 mld di euro, ma si teme un forte contraccolpo di impopolarità, quindi è una strada che almeno in questo primo anno di bilancio si cercherà di non percorrere.

Sul fronte previdenziale si lavora a due fascicoli: la quota 100 cara alla Lega e le pensioni di cittadinanza volute dai Cinque stelle. Sul primo versante si stanno valutando i ritocchi alla Fornero riducendo l’età di ritiro dal lavoro con l’introduzione di quota 100: il vicepremier Salvini punta a 62 anni di età e 38 di contributi, mentre al Tesoro si lavora su 64 anni e 36 di contributi. La seconda misura consiste nell’allineamento graduale dell’assegno dei pensionati indigenti (in totale 4,5 milioni) a quota 780 euro mensili, valore appunto che l’Istat considera come soglia di povertà. Per avviare l’intervento si ragionerebbe sul taglio delle pensioni d’oro, quelle superiori ai 4mila euro non giustificati dai versamenti contributivi, che porterebbero però una cifra esigua, circa qualche centinaio di milioni di euro.

Nella manovra il governo dovrebbe anche disinnescare 12,5 mld di rialzi dell’Iva che scattano in automatico in caso di mancato adempimento degli impegni di bilancio.

Il governo sta studiando anche diverse declinazioni di pace fiscale: sul fronte leghista si punta ad un intervento di più ampio respiro sulla falsa riga del tombale di Tremonti del 2002, sul fronte M5S si opta per introdurre uno sconto molto vantaggioso per erodere l’enorme mole di cartelle di difficile riscossione.

Si andrebbe verso la riconferma delle decontribuzioni al 100% per le assunzioni stabili al Sud.

La nuova legge di Bilancio dovrebbe, inoltre, contenere una riedizione del piano Industria 4.0 estendono gli incentivi all’innovazione alle pmi.

Il governo giallo-verde starebbe accarezzando l’idea di sfoltire la selva delle 799 agevolazioni-detrazioni fiscali, pari nel 2016 a 313 mld di euro (l’8% del pil, percentuale che ha fatto schizzare l’Italia in cima alla classifica Ue per ‘sconti’ in relazione al prodotto interno lordo, e al secondo posto nel mondo). Capitolo altamente impopolare al quale mettere mano, nel taglio delle tax expenditures si sono già cimentati senza successo diversi governi del passato.

Su questo argomento si sta molto impegnando il ministro dell’Economia. Invece, con   riferimento alle pensioni per badanti, Giovanni Tria, nel corso di un convegno sul Mediterraneo promosso a Napoli dal CNR, ha detto: “Regolare i conti delle nostre pensioni future lucrando sulle badanti o cose di questo tipo non mi pare un approccio volto a risolvere i veri problemi. I maggiori ostacoli arrivano dall’egoismo dei paesi europei. Loro pagano contributi che non vengono riscossi dall’Inps”.

Sul condono fiscale ci sarebbe l’opposizione del M5S. In proposito, il vice premier Luigi Di Maio ha detto: “Il  Movimento 5 Stelle non è disponibile a votare nessun condono. Se stiamo parlando di pace fiscale, di saldo e stralcio siamo d’accordo, ma se parliamo di condoni non siamo d’accordo. Abbiamo già visto per anni i Governi Renzi fare scudi fiscali che hanno creato solamente deterrenti a comportarsi bene e hanno fatto sempre pensare che in questo Paese  una via d’uscita all’evasione  ci potesse essere”.

Poi, il vicepremier Di Maio ha aggiunto: “Per quanto riguarda la legge di bilancio, attualmente sotto la lente del governo, i prossimi giorni saranno decisivi e importanti, ma non di scontro, perché ognuno in questo Governo ha tanta voglia di fare bene”.

Sul reddito di cittadinanza, invece Di Maio chiarisce: “Qui  bisogna mantenere le promesse, altrimenti è inutile che stiamo al governo. Abbiamo priorità, e non solo il reddito di cittadinanza. Ci sono temi importanti che abbiamo portato avanti per una vita e che bisogna affrontare come ad esempio il taglio agli sprechi”.

Secondo il ministro: “Questa deve essere una legge di bilancio che vede il Governo con in mano un paio di forbici a tagliare tutto quello che non serve. L’ho promesso agli imprenditori e ai cittadini. Non ci dovranno essere più sprechi in questo Paese: non abbiamo interessi loschi in questa legge di bilancio. Sarà la prima legge di bilancio che metterà al centro i cittadini e che lascerà un po’ a casa quei personaggi che hanno mangiato sulla pelle degli italiani e sulle loro tasche”.

Mentre, sulle pensioni il ministro del lavoro ha precisato: “Dev’essere chiaro che  vogliamo mantenere ogni promessa, compresa quella sulla pensione di cittadinanza, precisa il ministro del Lavoro. E’ di Alberto Brambilla, esperto di previdenza vicino alla Lega, che ha bocciato in un’intervista le pensioni minime”. Su Brambilla, Di Maio ha detto : “Parla a titolo personale. Superare la Fornero significa svecchiare la pubblica amministrazione mettendo nuove energie nella macchina della Pa. Quindi la riforma delle Pensioni è al centro”.

Sull’altra questione in merito al commissario per la ricostruzione del  Ponte di Genova, invece, ha assicurato: “Stiamo lavorando, non stiamo litigando. Ci serve una persona preparata e onesta  perché questa persona agirà in deroga su tante cose quindi per quanto mi riguarda dovremo trovare una persona preparata”.

Per Alberto Brambilla, l’ipotesi di un sostegno delle aziende al vaglio del Governo in manovra, è in questi termini: “Quota cento per le pensioni, rilanciando l’opzione 62 + 38 e compensando l’aumento della platea facendo operare i fondi di solidarietà ed i fondi esubero”. Esperto di previdenza, vicino alla Lega, su questo tema si confronta con Matteo Salvini, non spesso, ma come dice, ‘almeno settimanalmente’.

Brambilla, presidente del centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali, interpellato a margine delle ‘giornate del lavoro’ della Cgil a Lecce, ha spiegato: “All’interno della maggioranza Matteo Salvini ha ipotizzato che quota cento 64 con 36 fosse riduttivo ed ha rilanciato 62 con 38. Ovviamente la platea aumenta e conseguentemente è probabile che quel completamento, che peraltro è nel programma della Lega ed era anche nel programma del Centrodestra cioè quello di far operare i fondi di solidarietà e fondi esubero, sul modello di quanto già accade con grande successo nel settore del credito e delle assicurazioni, possa essere un complemento alla riforma in modo tale da consentire quella flessibilità che si voleva reintrodurre. Questo è lo stato dell’arte: si sta lavorando sul fronte fondi di solidarietà e fondi esubero che potrebbero dare una mano a tutto il sistema”.

E’ così, ed entro questi limiti, che va inquadrata l’indiscrezione che sul tavolo del Governo ci sia la possibile soluzione di varare quota cento a 62 anni con un sostegno delle aziende? A questa domanda Brambilla ha risposto: “Si, non direttamente. Nel senso che abbiamo una ape social in questo momento, ha determinate caratteristiche, più o meno queste caratteristiche coincidono con quelle dei fondi esubero e di solidarietà di banche, assicurazioni, Poste che ormai ha finito di operare ma più o meno era quello, e quindi diventa una necessità barra una soddisfazione di obiettivi sia da parte delle aziende sia da parte delle parti sociali in generale. Quindi è una ipotesi che si sta cercando di percorrere”.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, intervenendo alla sessantottesima sessione del Comitato Regionale per l’Europa dell’Oms, in svolgimento a Roma, ha detto: “Come da decreto è previsto che il commissario sia nominato con decreto del presidente del Consiglio entro 10 giorni dall’entrata in vigore del decreto per Genova. Alto, bello, biondo, occhi blu? Vediamo, aspettiamo ancora. Non abbiamo ancora l’identikit preciso ma sarà sicuramente colui che ci garantirà di realizzare il ponte quanto prima: ci interessa il risultato.  Vogliamo stare vicino ai nostri medici e professionisti che sono eccellenze mondiali e rimettere al centro il merito e la trasparenza: il nome di Li Bassi per l’Agenzia del farmaco è un segnale chiaro perché parliamo di uno di quei cervelli in fuga che vogliamo riportare a casa.   Lavoreremo per colmare le disuguaglianze nell’accesso al sistema sanitario e contrastare la povertà e le forme di emarginazione sociale. Misure come il reddito di cittadinanza che il governo si è impegnato a varare, potranno essere utili per reagire a questo. L’Italia è seconda in Europa per aspettativa di vita: qui si vive di più, siamo il paese della bella vita. E noi vogliamo rilanciare e preservare il sistema sanitario perché il diritto alla salute garantito a tutti resti un pilastro del nostro vivere comune. Sosteniamo l’obiettivo della copertura sanitaria universale come obiettivo dell’Oms. Il diritto a essere curati è da garantire a tutti. Questo ci impegna a lavorare intensamente e non a caso anche nel contratto di governo è puntualmente precisato che è prioritario tutelare l’attuale modello di gestione del servizio sanitario nazionale, salvaguardando lo stato di salute del Paese, con uniformità dei livelli essenziali di assistenza. Uno dei primi passi è l’adozione di un piano nazionale della cronicità e un piano nazionale della prevenzione, di portata quinquennale”.

Il ministro della salute Giulia Grillo, ha detto: “Il mio impegno è produrre interventi concreti: finora la sanità in Italia ha subito molti tagli e la mappa della salute nel nostro paese è piena di luci e ombre e le diseguaglianze sono troppe; tuttavia il nostro sistema sanitario nazionale con un modello universalistico resta un punto di riferimento per tutto il mondo”.

All’apertura della 68/ma riunione del comitato regionale dell’Oms Europa, svoltosi per la prima volta a Roma, all’avvio dei lavori, nel suo intervento, il ministro Grillo ha detto: “Il diritto alla salute è per tutti i cittadini, indipendentemente dal reddito o alla carta d’identità di provenienza. L’impegno dell’Italia a essere un soggetto attivo nelle politiche sanitarie a fianco dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: l’Ue non è un’idea astratta ma un impegno quotidiano e pragmatico”.

Nel frattempo, Matteo Salvini ha incontrato Silvio Berlusconi ad Arcore. Antonio Tajani, vice presidente di Forza Italia, ha affermato: “Non si è parlato di Rai, non c’è nessuno accordo sui nomi. A noi interessa il metodo: se il centrodestra esiste, serve un metodo diverso. Ma ieri non si è presa nessuna decisione, ci sarà un incontro anche con Meloni per un quadro complessivo. A noi interessa l’alternativa al governo M5s, lavoriamo per un governo di centrodestra che è l’unico che può risolvere i problemi degli italiani, a cominciare dalla disoccupazione giovanile che non si risolve certo col reddito di cittadinanza”.

Poi, il Presidente del Parlamento Europeo ha detto: “Sono pronto a scommettere che questo governo non durerà 5 anni. È impossibile che Lega e M5s che hanno identità diverse possano andare avanti a lungo, solo per interessi di potere. Troppo diversi, si vedono già i contrasti tutti i giorni: Tav, Tap, litigano ogni giorno. È un accordo contro natura e durerà poco.  Per questo vogliamo che la Lega torni a casa, torni ad essere parte integrante del centrodestra a livello nazionale. Perché è impossibile governare il paese con una coppia contro natura. Riemergerà il centrodestra, lo vedremo alle prossime regionali, ma serve un accordo politico complessivo sul centrodestra”. Per Tajani: “E’ impossibile che Toninelli resti al governo dopo i pasticci che ha fatto sulla vicenda del ponte Morandi crollato a Genova”.

Nonostante le dichiarazioni di facciata fatta dalle due componenti governative, di fatto sono aperti i giochi di competitività elettorale per le prossime elezioni europee. Lega e M5S continuano a fare promesse di principio ma mai ben definite nei dettagli attuativi. Nel frattempo i fatti sono silenti oppure esprimono cose poco piacevoli. Comunque è chiara la natura dicotomica del Governo Conte con tendenziale mutazione tricotomica.

Salvatore Rondello

Il sogno precario di una vita in vacanza

ridersD’estate c’è chi si riposa, si diverte dopo un anno di fatiche e chi lavora. E ci sono i ragazzi precari. Sulle spiagge, in montagna e negli alberghi lavorano tanti ragazzi precari: fanno i camerieri, i maestri di tennis, i fotografi, i bagnini, gli skipper, le guide, gli attori negli spettacoli serali. Fanno di tutto. Sono i lavori stagionali offerti dal turismo, uno dei pochi settori produttivi che continua a tirare nell’Italia afflitta dalla bassa crescita economica. Sono contratti da uno a quattro mesi.
I contratti di lavoro non sono esaltanti: molta fatica e salari bassi, ma i ragazzi passano l’estate fuori casa, guadagnano e, ogni tanto, ci scappa un bagno al mare. Come capita nella splendida Villasimius in Sardegna. Una ragazza trentenne di Roma, china su un computer in un chiosco sulla spiaggia, dice: «Distribuisco ombrelloni e lettini. I clienti sono incontentabili, qualcuno non vuole pagare e occupa il posto dei legittimi proprietari quando si allontanano. Siamo costretti a intervenire e sono discussioni. Addirittura vanno a fare il bagno e lasciano i loro asciugamani sui lettini degli altri! Noi li prendiamo e li portiamo qui, nel chiosco…».
A settembre le file di persone che vogliono un ombrellone si sono ridotte, c’è l’afa ma non è più quella asfissiante del sole rovente di luglio ed agosto. Indica un ventilatore nel chiosco: «Serve a poco ma aiuta a respirare! Almeno non bollisco al sole!». Il futuro? «Non lo so! Sono fotografa e guido bene, anche auto da competizione, ma non ho una occupazione stabile. Non so cosa farò quando tornerò a casa: sono una donna senza fissa dimora».
I lavoratori precari sono moltissimi in Italia e sono tanti soprattutto i ragazzi precari con davanti un grande punto interrogativo sulla loro vita. Una ventenne di Catania, istruttrice di ginnastica e di vela, parla solo del presente, è incantata dalla Sardegna: «Vengo da un’isola, la Sicilia è bella ma la Sardegna è straordinaria, mi ha stregato. Certo, dopo Ferragosto è arrivata una raffica di temporali, qualche volta non siamo potuti uscire in barca e fare il bagno. Pazienza! Adesso sono riprese le belle giornate: io amo crogiolarmi al sole come una lucertola! Voglio sempre fare questa vita!».
Un trentenne sardo si occupa di security, di sicurezza sulla spiaggia: vigila contro gli scalmanati, i ladri e i rapinatori. Per ora, fortunatamente, ha sedato solo delle liti tra vicini di ombrellone per chi occupava più spazio per essere più vicino al mare. È un simpatico ragazzo che fa i conti con la realtà: «Quando finirà la stagione estiva penso che tornerò alla mia vecchia occupazione, quella di fruttivendolo».
Ragazzi precari. Un ventenne sardo filosofeggia: «Porto spaghetti e caffè, faccio il cameriere. Non ho il tempo di respirare: comincio la mattina con le colazioni, proseguo con il pranzo e concludo la sera lavorando per la cena. È un lavoro faticoso, ma è un lavoro!». Un altro cameriere ventenne del nord Italia non sa cosa l’aspetta tra qualche mese: «Il futuro? Il prossimo inverno non so cosa farò! L’anno scorso ho girato molto: Barcellona, Parigi, Londra».
Un’altra persona è riuscita a fare il salto da ragazzo precario a lavoratore autonomo. È un quarantenne muratore di Villasimius: «Assicuro la manutenzione alla struttura. Quando qualcosa si rompe intervengo io. D’estate lavoro qui, d’inverno svolgo la manutenzione a un’altra struttura alberghiera nelle vicinanze che concentra i lavori nel periodo di chiusura».
Un diciottenne, sempre del Nord, fa l’animatore: «Ballo, recito, organizzo lotterie. Quest’anno mi diplomo e poi vedrò. Se mi si aprisse una possibilità seria di lavoro mi piacerebbe proseguire nel mondo del turismo!». Penso all’agenzia di viaggi di Roma dove sono cliente, è gestita da un quarantenne che prima ha fatto per anni il capo villaggio: «Ho lavorato per tanti anni nei villaggi in Italia e in tutto il mondo: in Sardegna, in Sicilia, in Puglia, in Campania, in Tunisia, in Egitto, in Grecia, in Messico, a Zanzibar, in Thailandia». Poi ha tirato i remi in barca: «Ho preso questa agenzia di viaggi diversi anni fa. Adesso organizzo e vendo vacanze!».
Un tormentone musicale dell’estate, una delle canzoni più gettonate gira attorno al ritornello di “una vita in vacanza…”. Purtroppo la vita non è una vacanza, c’è anche il lavoro e se manca è un dramma. Il lavoro è una componente importante della vita, permette la libertà, l’autonomia economica, assicura la dignità personale e sociale. Anche il lavoro stagionale e precario è importante, si può fare in allegria ma solo se è un impegno transitorio verso una occupazione stabile: non esiste “una vita in vacanza…”.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Il sodalizio culturale tra Bobbio e Primo Levi

 

bobbioAlcuni giorni dopo la morte di Primo Levi, suicidatosi l’11 aprile 1987, Norberto Bobbio rilasciò su «La Stampa» una testimonianza sull’amico scomparso con il titolo «La sentinella contro il buio» (14 aprile). Egli confermò quanto aveva scritto dieci anni prima nel suo aureo volumetto Trent’anni di storia della cultura italiana (1920-1950) (1977), ma tenne a precisare il loro sodalizio culturale, riconoscendo «di essere un lettore privilegiato e fortunato perché … suo amico». Una caratteristica che gli permetteva di confrontare l’uomo e lo scrittore per arricchire la conoscenza dell’uno e dell’altro.

primo leviNel corso del suo articolo Bobbio presentò l’amico appena scomparso come uno scrittore problematico «che si interroga e ci costringe ad interrogarci», senza racchiudere le sue riflessioni sulla deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz. Il grande intellettuale di via Sacchi, situata proprio di fronte al dopolavoro ferroviario, rievocò le loro passeggiate nelle montagne intorno a Torino (il monte Freidour, La Rocca Patanúa, la Sbarúa) e il racconto di storie, motti e facezie.

La passione alpinistica è raccontata infatti da Levi in un capitolo del romanzo Sistema periodico, pubblicato nel 1975 con un intervista di Philip Roth: una passione che egli coltivò da giovane e che riscoprì all’inizio degli anni Ottanta. Ma il «mestiere di vivere», come avrebbe detto Cesare Pavese, gli fu difficile per la dolorosa esperienza vissuta ad Auschwitz. Di dieci anni più giovane del suo conterraneo Bobbio, Levi sopravvisse alla ferocia nazista, diventandone il più acuto narratore nel suo romanzo più famoso Se questo è un uomo (1947). Egli non era uno scrittore, ma un chimico prestato alla letteratura, pur avendo in precedenza scritto qualche racconto e poesia. Eppure quel romanzo inaugura un vasto elenco di opere, che contengono un originale valore letterario come testimone dei lager nazisti, romanziere di fantascienza e poeta. Un aspetto della sua personalità, quest’ultimo che lo stesso Bobbio incoraggiava di realizzare in un altro articolo del 3 giugno 1988: «Attendo con impazienza che raccolga le sue poesie in un volume, come ha fatto via via per i racconti» (cfr. Testimonianza per primo Levi, in «La Stampa», 3 giugno 1988).

L’auspicio di Bobbio fu accolto lo stesso anno dall’editore Einaudi, che pubblicò la raccolta delle sue poesie, alcune già note a partire da quella posta nel frontespizio Se questo è un uomo (1947): «Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case Voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango Che non conosce pace Che lotta per mezzo pane Che muore per un sì o per un no». In un’altra poesia intitolata Partigia (luglio 1981) Levi sottolinea il senso profondo della Resistenza e dei suoi protagonisti. L’interesse per la lotta partigiana si unì ad una verve poetica vissuta come partecipazione a un rito comunicativo particolarmente ricco di spunti autobiografici.

Il valore della Resistenza come opposizione al regime fascista e momento inclusivo dei valori repubblicani unisce l’afflato poetico di Levi alle lucide analisi di Bobbio. Questi mise in rilievo più volte come «la fedeltà all’insegnamento era più forte della censura fascista», ricordando il caso dell’intellettuale tedesco Heins Riedt, partecipe e animatore della Resistenza come membro di una formazione partigiana. Al termine del Secondo conflitto mondiale Riedt rientrò a Berlino e divento il primo traduttore dell’edizione tedesca Se questo è un uomo (1947).

Nunzio Dell’Erba

La sinistra divorata dal Movimento 5 Stelle

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Sinistra estinta o quasi. «Di quanto stiamo sprofondando?». Massimo D’Alema alla vigilia delle elezioni politiche del 4 marzo non era ottimista. Sembra che si rivolse con un certo pessimismo a un sondaggista. Andò peggio delle più buie previsioni: l’ex segretario del Pds-Ds e già presidente del Consiglio, candidato nelle liste di Liberi e Uguali, non riuscì nemmeno a farsi rieleggere nel suo tradizionale collegio del Salento ed è rimasto fuori del Parlamento.

Sinistra estinta o quasi. I risultati elettorali sono stati catastrofici per tutti: centro-sinistra, sinistra riformista, radicale e antagonista. Alle politiche c’è stata la disfatta della sinistra e del centro-sinistra travolti dal M5S (salito al 32% dei voti) e dalla Lega (oltre il 17%). È stato annientato tutto il fronte progressista. Il Pd di Matteo Renzi franò al 18,7% dei voti dal 40,8% del 2014. Liberi e Uguali, la sinistra critica di Bersani-D’Alema-Speranza-Fratoianni-Civati ottenne appena il 3,3%. La lista dei radicali di Emma Bonino spuntò il 2,5%. La sinistra antagonista di Potere al popolo incassò un impietoso 1,1%. L’alleanza tra il Psi di Riccardo Nencini, i Verdi di Angelo Bonelli e i prodiani di Giulio Santagata registrò solo un terrificante 0,60%. I centristi della Lorenzin totalizzarono un agghiacciante 0,50%.

Alcuni indicavano il rischio dell’estinzione ed è finita proprio così: la sinistra, in tutte le sue molteplici espressioni, è stata quasi cancellata. Le scissioni a catena e le divisioni sono una delle cause del disastro. Il comico Corrado Guzzanti, nei panni di monsignor Florestano Pizarro a La7 Propaganda Live, ha ironizzato: esiste «una sinistra lesionista e una autolesionista», si scindono sempre.

Ma il problema non è solo quello della frammentazione, della mancata unità. C’è anche un problema di programmi, di identità politica, di sradicamento sociale e di leadership. La sinistra ha perso il suo elettorato tradizionale, quello operaio, proletario e popolare e non ha conquistato quello moderato. Il governo di Matteo Renzi ha deluso, ha deluso il Pd fondato nel 2007 da Walter Veltroni, hanno deluso le sinistre riformiste, critiche ed antagoniste. Così i disoccupati, i precari, i lavoratori, i pensionati, gli intellettuali hanno cambiato strada: alle elezioni hanno votato per i cinquestelle di Luigi Di Maio oppure si sono astenuti. In qualche caso hanno votato perfino per la Lega di Matteo Salvini.

Sinistra estinta o quasi. A sei mesi dalle politiche la situazione non è migliorata, se possibile è peggiorata. Immigrati, lavoro, Europa, ambiente. La sinistra (come pure il centro-sinistra) è irrilevante, annientata. Non riesce nemmeno a svolgere il suo ruolo, relativamente più semplice, di opposizione, non riesce ad incidere su nulla. Non è riuscita a recuperare i suoi due pilastri storici: uguaglianza e libertà.

Sinistra estinta o quasi, divorata dai grillini. I cinquestelle, in nome dell’uguaglianza e della lotta ai privilegi hanno fatto bingo. La promessa del reddito di cittadinanza (750 euro al mese), dell’abolizione della legge Fornero sulle pensioni, della cancellazione del Jobs act, dell’azzeramento dei privilegi della “casta” (in testa i vitalizi dei parlamentari e le “pensioni d’oro”) hanno suscitato l’entusiasmo. Di Maio ha puntato e punta ad assorbire gli elettori e i militanti della sinistra. Ha martellato: il M5S sta dalla parte dei lavoratori mentre il Pd «sta da quella dei padroni». Il capo dei cinquestelle anche da ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha confermato: «Il reddito di cittadinanza per me è la priorità più grande».

Disoccupati, precari e poveri assistiti dalla Caritas hanno votato in massa, soprattutto al Sud, per questi accattivanti impegni. Anche se c’era e c’è scetticismo per le promesse populiste a cinquestelle, hanno votato per protesta contro il Pd e la sinistra visti come i difensori delle classi dirigenti e non più dei lavoratori. Un analogo discorso, pur con molte differenze, vale per la Lega. Gran parte dei voti per Salvini vengono dai ceti produttivi del nord, dai piccoli imprenditori e dai professionisti esasperati dalle troppe tasse e dalla burocrazia, ma il segretario leghista ha affascinato anche una parte degli elettori una volta di sinistra con i suoi slogan: via gli immigrati clandestini, la Fornero, l’austerità dell’Unione europea (in molti casi, ha dato la linea ai grillini) e avanti con il taglio delle imposte e la flat tax. Salvini, nonostante sia incappato in seri guai giudiziari, continua a salire nei consensi: secondo molti sondaggi la Lega avrebbe perfino superato i voti dei pentastellati.

Le promesse sovraniste euroscettiche, populiste di sinistra-destra dei grillini, e quelle leghiste populiste di destra e, alcune volte, di estrema destra, adesso sono alla prova verità del governo giallo-verde. Se l’esecutivo Conte-Di Maio-Salvini riuscirà a realizzare le seducenti promesse della campagna elettorale dagli alti costi finanziari avrà la strada spianata per le elezioni europee di maggio. Se non ci riuscirà le conseguenze saranno imprevedibili.

Primo articolo – Segue

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Trenord, accordi tra Regione Lombardia e Fs

trenordS’avanza un nuovo progetto per Trenord, la società che gestisce il traffico locale in Lombardia ed è controllata oggi pariteticamente dalla finanziaria quotata Fnm, di proprietà di Regione Lombardia, e da Trenitalia di Ferrovie dello Stato.

Il progetto, varato dall’allora governatore Roberto Formigoni, mirava a razionalizzare il trasporto pubblico in regione con la prospettiva di integrare anche le reti di trasporto urbano ed extraurbano di Milano con una tariffazione unica. L’idea era (e rimane) buona. Il modello di governance ha però prodotto una gestione a dir poco inadeguata. Ritardi, soppressioni di corse, pulizie scadenti, disservizi vari, hanno reso difficile la vita ai quasi 800 mila pendolari che utilizzano ogni giorno Trenord.

A questo si è aggiunto la difficoltà di garantire tanto la sicurezza ai passeggeri quanto, in primo luogo, l’incolumità al personale addetto al controllo dei biglietti, più volte vittima di aggressioni e di lesioni gravissime. E’ vero fino ad un certo punto che le ragioni del pessimo funzionamento di Trenord siano attribuibili al fatto che la suddivisione paritaria della proprietà abbia reso difficili alcune decisioni o abbia prodotto compromessi e ritardi. Il nodo centrale della questione risiede nell’insufficienza di investimenti per il materiale ferroviario e per la manutenzione della rete.

Ma le responsabilità più evidenti sono delle Ferrovie dello Stato che tutt’oggi utilizza sulle linee lombarde carrozze con un’anzianità di 30 anni mentre quelle della Regione non superano i 10 anni. E’ lecito ipotizzare che l’amministratore Fs, Renato Mazzoncini (legato al governo precedente e recentemente sostituito da Gianfranco Battisti), investisse con una certa parsimonia perseguendo l’obiettivo di un programma di rilancio solo a fronte dell’acquisizione della maggioranza di Trenord.

Questo approccio “imperialista”, (nello stesso tempo le Fs sono entrate anche nella nuova metropolitana “viola” di Milano) è apparso evidente quando Fs si è offerta di acquisire dalla Regione l’1% di Trenord in cambio di importanti investimenti. La parola d’ordine delle Ferrovie, attraverso Trenitalia, era: “Investiamo dove controlliamo”. Ora lo scenario è cambiato.

Se prima si ipotizzava una sorta di divorzio contrattato con il ritorno allo “statu quo ante 2011” delle due società., dopo le forti perplessità sollevate dai 5Stelle (che non fanno parte della maggioranza in Regione Lombardia ma che hanno gestito il cambio della guardia alle Fs che risponde al governo), ora sembra prender corpo un nuovo assetto di separazione consensuale fondato su ruoli complementari.

Alla Regione verrebbe affidato tutto il servizio regionale con l’acquisizione delle tratte ex Trenitalia mentre a Trenitalia toccherebbe il compito della manutenzione dell’intera rete. Certamente questo modello di riorganizzazione è più razionale ed incontra l’interesse delle organizzazioni sindacali che vedono attenuarsi il rischio (eventuale) di un ritorno a contratti differenziati tra Regione e Ferrovie dopo che era stato raggiunto l’ambito traguardo di un unico contratto.

Ma la questione centrale riguarda il finanziamento per il rinnovo della flotta, in particolare dei treni ex Fs che sono impiegati nelle tratte di più lunga percorrenza e, questione più delicata, le gare i tempi di consegna. I nuovi treni ordinati dalla Regione dovrebbero arrivare nel 2019, quelli delle ferrovie entro il 2023. Anche partendo dal presupposto che l’ultima ipotesi di intesa tra Regione e Fs (che dovrebbe assumersi impegni finanziari non marginali) vada in porto, i tempi di attuazione della riqualificazione del servizio da tempo promessa, soprattutto ai pendolari, potrà ragionevolmente concretizzarsi solo nel giro di qualche anno.

Il governatore Attilio Fontana e la maggioranza non possono permettersi il lusso di fallire, il trasporto pubblico regionale sarà un terreno importante su cui saranno giudicati. Per questo è fondamentale che la Regione, una volta raggiunto l’accordo definitivo con le Fs (e con il governo), avvii una efficace campagna di informazione e di “persuasione” degli utenti in cui siano indicati tutti gli atti e i tempi di realizzazione della riqualificazione del servizio. Potrebbe costituire un elemento di novità e di trasparenza individuare momenti di coinvolgimento diretto di viaggiatori e di dipendenti per raccogliere proposte e pareri, o attribuire loro un ruolo di partecipazione al governo dell’Azienda.

Per coloro che passano una parte importante della loro vita sul treno e pagano il biglietto, è fondamentale, salvo eventi eccezionali e irripetibili, la certezza del servizio e della sua puntualità e qualità. Dopo tanti rinvii e delusioni il compito non facile del nuovo management sarà quello di riconquistare la credibilità su un programma in cui la gradualità inevitabile del ricupero dell’efficienza si dimostri con la concretezza dei risultati.

Walter Galbusera
Fondazione Anna Kuliscioff