martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Castro, Stalin e quella sinistra cieca – Ugo Intini – Il Mattino

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Se si guardano i giornali del marzo 1953 sulla morte di Stalin, assomigliano a quelli su Fidel: esaltazione assoluta a sinistra, enorme spazio al mito e poco ai lati oscuri sulla stampa indipendente. Sarà lo stesso per la storia di Cuba? In attesa, guardiamo nelle zone buie, che per tutti regimi comunisti, stranamente, si assomigliano anche a distanza di decenni.

Molte generazioni si sono chieste come i grandi intellettuali e i media siano stati ciechi verso i processi staliniani. Ma ci sono stati anche quelli castristi, neppure troppo tempo fa’. E quasi non ce ne siamo accorti. Arnaldo Ochoa aveva combattuto nella Sierra Maestra con Fidel. Era diventato il generale più prestigioso. Come tale, aveva comandato il corpo di spedizione cubano in Africa: 50.000 uomini decisivi per portare alla vittoria contro le milizie filo occidentali il governo comunista in Angola. Era tornato in trionfo all’Avana, osannato e riconosciuto come eroe nazionale. Nel 1989, improvvisamente, fu arrestato, accusato di traffico di droga, condannato a morte con un processo spettacolare e fucilato. Fu uno psicodramma nazionale e un giallo mondiale. Esattamente come nei processi staliniani, Ochoa si dichiarò colpevole, sulle piazze dell’Avana e di tutte le città cubane, gli altoparlanti diffusero davanti a una folla ammutolita le sue parole di disprezzo contro se stesso. Da anni, le autorità e la stampa americana accusavano Castro di procurarsi dollari spedendo droga negli Stati Uniti d’accordo con il cartello colombiano di Medellin. Il generale Ochoa e gli altri alti ufficiali condannati a morte con lui venivano indicati dagli osservatori occidentali come il punto di riferimento di un’opposizione crescente tra i militari, usata da Gorbaciov per spingere anche Cuba verso la perestroika. Castro pensò di scaricare lontano da sé la responsabilità per il traffico di droga? Volle liberarsi del contrappeso dell’esercito, come fece Stalin nel 1937 condannando a morte per tradimento il maresciallo dell’Armata Rossa Tuchacevskij insieme a molti generali? Raggiunse entrambi gli obbiettivi con un colpo solo?
Certo le campagne militari africane di Cuba furono lo strumento dell’imperialismo sovietico nel continente, contrapposto a quello occidentale. Ochoa stabilì con i colleghi sovietici rapporti stretti, combattendo non solo in Angola, ma anche nella regione somala dell’Ogaden, fianco a fianco con il generale Petrov. Di questo imperialismo, tutti si accorsero meno gli italiani. A Pechino, nel 1979, ero presente a un incontro con il successore di Mao, il presidente Hua Guofeng. Voi italiani- ci disse-siete certo esperti di Somalia. Vorrei il vostro consiglio sulla situazione nello stretto di Bab el Mandeb. Gelo e sgomento a causa della nostra clamorosa ignoranza.”Vedete- spiegò Hua pazientemente- il generale Petrov e i cubani stanno occupando in Somalia la zona dell’Ogaden. Hanno già un regime comunista loro alleato nello Yemen del Sud. Quindi controllano entrambe le sponde dello stretto di Bal el Mandeb, dal quale passa verso il Mar Rosso e Suez tutto il vostro petrolio. Quando vogliono, stringono le dita sulla vostra vena iugulare e vi soffocano”.
A Cuba, ancora oggi, immensi poster di Che Guevara affiancano l’autostrada al posto dei cartelli pubblicitari. Ma molti pensano che il Che andò a combattere per una improbabile e velleitaria rivoluzione in Bolivia perché era in urto con Fidel e non voleva fare la fine di Trotsky con Stalin. Se non ci mancasse spesso la memoria storica, ricorderemmo che la morte di Che Guevara ha una connessione anche con i nostri laceranti anni ’70. Legato alla sua fine è il nome del maggiore dell’esercito boliviano Quintanilla che, per allontanarlo dalla promessa vendetta cubana, fu trasferito come console ad Amburgo. Il governo di La Paz temeva i commandos dei servizi segreti cubani. Chiese invece di vederlo una elegante signora tedesca, estrasse una pistola dalla borsetta e lo uccise. Era una boliviana e guerrigliera comunista di origine tedesca, figlia di un simpatizzante nazista fuggito dopo la guerra dall’Europa. Si chiamava Monica Ertl. Scappando, perse la pistola: era stata acquistata a Milano dall’editore Giangiacomo Feltrinelli. Tornata in Bolivia, sarebbe stata a sua volta uccisa dal regime militare.
A distanza di tanti anni, le tragedie si stemperano, spesso sino alla banalità. L’uomo forte e persecutore di comunisti e guevaristi fu, per definizione, in Bolivia, il generale Hugo Banzer, che conquistò il potere con un colpo di Stato delle Forze Armate. Fu poi rieletto democraticamente e nel 2000 venne a Roma accolto con tutti gli onori. Ero lì quando incontrò il presidente della Repubblica Ciampi. Seduto accanto a lui, gli batté platealmente una mano sulle ginocchia e esordì con un gioco di parole dal gusto molto dubbio. “Presidente posso essere sincero? Si sono scritte cose molto ingiuste su di me. Ma la mia non
fue dictadura, fue dictablanda”.
Crollata a Mosca la casa madre, due soli regimi comunisti sono rimasti al mondo: in Corea del Nord e a Cuba. Su un punto, curiosamente, si assomigliano, quasi che, paradossalmente, l’ultimo stadio del comunismo porti a logiche dinastiche, ritornando alla monarchia. Figlio e nipote di Kim Il-sung hanno governato e governano a Pyongyang. Fidel Castro non aveva figli maschi e il successore è pertanto il fratello Raoul, che ha avuto un ruolo di punta nell’accusare e eliminare il generale Ochoa.
Credo che abbia fatto benissimo Obama ad avviare la normalizzazione dei rapporti con Cuba. L’ultimo regime comunista dell’emisfero occidentale sarà assorbito più facilmente attraverso il commercio e il turismo, mentre l’isolamento si è dimostrato controproducente: il presidente e i democratici americani hanno praticato saggiamente la realpolitik. Non ci hanno però mai aggiunto, come in Italia, l’indulgenza al mito della rivoluzione cubana. Un mito così forte che ancora fino a ieri era da noi difficile criticare Fidel. Ricordo con affetto e tristezza Carlos Franqui: un combattente castrista della prima ora, famoso giornalista e scrittore. Nel 1968, aveva osato condannare l’invasione sovietica della Cecoslovacchia e aveva dovuto a salvarsi con l’esilio. Ho organizzato per lui conferenze e interviste in Italia. Ma mai siamo riusciti a superare il muro di ostilità dei nostri media e della nostra cultura dominante. Che d’altronde non risparmiarono neppure Solgenitsin o Sacharov. Il mito, forse, è sempre più forte della verità. Almeno per quanti, in quel mito, sono cresciuti. A dire il vero, il fascino di Fidel in Italia si capisce meno, ma all’Avana ha una base molto semplice e formidabile. E’ la radicata, storica ostilità verso gli americani del Nord (gli yankee), accompagnata da complessi di inferiorità, invidia e risentimento (diffusi d’altronde ovunque nel continente sudamericano). Il tutto sintetizzato da una frase sola, sempre ripetuta, da decenni, a Cuba. “Viva Fidel, porque los yankee non pueden contra el”. Viva Fidel, perché aveva forse tante colpe, ma era l’unico che li faceva sentire alla pari dei più fortunati vicini, l’unico contro il quale lo strapotere di Washington (incredibilmente e per la prima volta) “nulla poteva”.

La sinistra vince solo
se è globale – Ugo Intini –
Il Mattino

La sinistra vince solo se è globale
Il Mattino – 24 novembre 2016

di Ugo Intini

Ezio Mauro, sulla Repubblica, compie un lungo, documentato “viaggio in Italia cercando la sinistra”: da Nord a Sud, dalla periferia ai centri urbani. Ex direttore e oggi autorevole opinion leader, si trasforma in diligente cronista e, aggiungendo coinvolgenti pennellate di colore, fotografa la realtà.

Scorrono le immagini dei poveri che votano non più PCI o PD, ma M5. Quelli veri (soprattutto i “nuovi poveri”) e quelli che si percepiscono comunque come tali, perchè soffrono la perdita di status e il declino del ceto medio. Ascoltiamo la rabbia contro la politica come “classe eterna” e le semplificazioni del populismo. Tocchiamo con mano lo smarrimento della sinistra che non sa più parlare a quella che un tempo era la sua gente. Che sceglie al Sud gli “sceriffi” e “uomini della provvidenza”. Che rischia di precipitare nel baratro incolmabile creato dalla “divaricazione epocale tra i privilegiati che vivono nello spazio sovranazionale dei flussi finanziari e dei flussi di informazione e i dannati che abitano il sottosuolo degli Stati nazionali”. Una sinistra che si trova stretta in una tenaglia infernale, perché “tradisce se stessa se chiude gli occhi davanti al corpo nudo del migrante e tradisce i cittadini se si tappa le orecchie di fronte alla loro richiesta di sicurezza”.

L’analisi è netta. Ma i rimedi non lo sono altrettanto. Mauro ricorda i meriti, sottolineati da Prodi, del welfare costruito in Europa nei “Trenta Gloriosi” anni successivi alla seconda guerra mondiale. Indica come esempio virtuoso quello costruito da Pisapia e Sala a Milano, con una larga alleanza di sinistra che va dalle frange più radicali sino ai borghesi illuminati come Milly Moratti. Sì conforta osservando che, secondo i sondaggi, ancora il 17 per cento degli italiani si considera di sinistra e il 17 di centro sinistra. Sembra indicare una sorta di rinnovato Ulivo come la possibile soluzione. Ma soprattutto crea le premesse per un dibattito che riguarda non soltanto la sinistra, bensì la democrazia italiana in generale. Un dibattito che vale davvero la pena di sviluppare.
L’Ulivo è una delle formule (tutte fallite) di quello che potremmo definire il nostro “ventennio perduto”: perduto perché, dalla metà degli anni ’90 a oggi, ci troviamo più poveri e con una democrazia meno solida. A mio parere, non è possibile riproporlo sperando che il “rito ambrosiano” di Pisapia e Sala possa affermarsi a livello nazionale. Non è possibile partire dall’Italia per una riflessione più generale sulla sinistra nel nuovo secolo. E soprattutto non è utile individuare per questa riflessione un solo orizzonte temporale. Dobbiamo indicarne due e ragionare pertanto separatamente su due piani distinti: quello dei tempi medi e lunghi (che riguarda l’intero Occidente); e quello immediato (che richiede risposte per l’Italia, qui e oggi).

Cominciamo dal primo. I bianchi dell’America profonda che eleggono Trump a dispetto di New York e Los Angeles, i ceti medi e popolari della provincia inglese che scelgono il Brexit contro Londra, i poveri (vecchi e nuovi) delle periferie italiane che votano M5, i piccolo borghesi impauriti e declassati che votano Lega, sono parte dello stesso fenomeno. Sono i perdenti della globalizzazione. Finita la minaccia comunista, il potere finanziario occidentale, da Wall Street alla City britannica, ha pensato che non bastasse più la privatizzazione dell’economia, ma che si potesse puntare alla “privatizzazione della politica”. Che si potesse ottenere non più soltanto lo “Stato minimo”, ma la “politica minima”: una politica così piccola da non poter ostacolare e neppure condizionare il trionfante liberismo senza frontiere. Già nel 2000, Alan Blinder (non un estremista di sinistra, ma il vice presidente della Banca Federale americana) scriveva. “Quando gli storici guarderanno indietro a questo periodo, diranno che la sua caratteristica principale è stata lo spostamento senza precedenti di denaro e di potere dal lavoro verso il capitale, dal basso verso l’alto della piramide sociale”. Da allora a oggi, il fenomeno si è ingigantito a valanga. Il potere senza freno della finanza internazionale, con i crolli successivi di Wall Street, ha bruciato una ricchezza pari a quella persa nell’ultima guerra mondiale. E ancora non ci siamo ripresi.

Bisogna dunque aggredire le banche e la finanza? Bisogna condannare la globalizzazione? Assolutamente no. La globalizzazione ha liberato dalla povertà due miliardi di persone, ha reso i beni e servizi più economici per tutti, ha dischiuso opportunità immense. Ma come non vedere il nodo centrale? Oggi, inevitabilmente e sempre di più, sono globali il commercio, l’economia, la scienza, lo spettacolo, la comunicazione, il crimine, il calcio. Tutto, nel bene e nel male, è diventato globale, meno la politica, che è rimasto incatenata negli anacronistici confini nazionali e quindi conta sempre meno. Le multinazionali occidentali (e non solo) fanno bene a mietere profitti senza frontiere. Semplicemente, devono evitare che una economia di carta (fatta di prodotti finanziari “derivati” e di speculazioni che hanno trasformato le Borse in casinò senza regole) sostituisca l’economia reale e la schiacci. Semplicemente, devono pagare le tasse non alle Bahamas o alle isole Cayman (o nelle capitali dei furbi governanti che, come gli irlandesi, praticano il “dumping fiscale”), ma a New York, Parigi o Milano. Cosicché i governi possano investire in sicurezza e in assistenza per i perdenti della globalizzazione. Cosicché possano soprattutto investire in istruzione, perché i nostri giovani devono essere in grado di aggiungere, a ogni bene o servizio prodotto in Occidente, una quantità superiore e imbattibile di cultura, tecnologia e creatività. In tal modo, l’operaio siderurgico cinese o l’operatore del call center indiano o albanese smetteranno di essere un pericolo. Di più. Il nostro welfare e i nostri diritti di libertà non sono una conquista socialdemocratica da difendere senza convinzione, arretrando e tagliando continuamente di qua e di là. Devono essere adattati ai tempi, certo, ma rivendicati con orgoglio soprattutto dall’Europa che li ha creati e che trae da essi la sua stessa identità, devono essere propagandati come un modello. Non dobbiamo portare il terzo mondo in Europa, ma l’Europa nel terzo mondo. Perché quando questi diritti sociali e individuali verranno esportati, quando diventeranno “contagiosi”, l’operaio siderurgico cinese e l’operatore del call center indiano o albanese non saranno più dei concorrenti sleali.

Occorre per tutto questo più politica e più passione politica (non meno politica). Occorre soprattutto una “politica globale”: globale come tutte le altre espressioni della società moderna. E una politica globale si costruisce gradualmente, a tappe, aggregando e non disgregando. Per noi, si costruisce partendo dall’unità politica europea perché, appunto, ci serve non meno ma più Europa. Questo dicono i politici che hanno “vision”. Come il nuovo segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, vecchio amico e frequentatore dell’Italia, ex primo ministro portoghese e soprattutto ex presidente dell’Internazionale socialista, che darà alla sinistra delle sorprese positive. Come il candidato alle elezioni presidenziali che per la prima volta nella storia americana si è definito socialista e che è stato l’unico a scaldare il cuore dei giovani: Berny Sanders. A ben vedere, questo dice il Papa stesso, che è pur sempre un punto di riferimento anche e soprattutto per quei cristiani popolari europei i quali, non a caso, dialogano e si alleano con i socialdemocratici.

Il piano dei tempi medi e lunghi, necessari per costruire, attraverso lo sforzo di più generazioni, la “politica globale” nel mondo altrettanto globale non può essere dimenticato, se non si vuole perdere la bussola. Ma dobbiamo tornare alle miserie italiane e ai tempi brevi, anzi, brevissimi: al piano del qui e oggi. Anche perché la lotta epocale contro lo strapotere della finanza internazionale e del pensiero unico liberista non può essere condotta da un Paese isolato: non soltanto l’Italia, ma persino la Germania ne risulterebbe stritolata.

La nostra crisi si colloca nel contesto di quella generale dell’Occidente fotografata da Alan Blinder, ma è enormemente più grave. Così grave che richiede rimedi urgenti e quasi ovvi, tali da essere auspicabili non dalla sinistra o dalla destra, ma da qualunque persona politicamente razionale. Partiamo dai dati strutturali. L’Italia è tra i Paesi più vecchi del mondo e la vecchiaia non è mai stata un motore per lo sviluppo economico. Anzi, è considerata la causa principale dei bassi consumi e della conseguente deflazione. Nel contesto di una denatalità avvilente, i nostri giovani sono pochi e i pochi, per di più, sono i meno istruiti tra quelli dei Paesi moderni. Per percentuale di laureati, siamo infatti al 34º e ultimo posto tra i Paesi dell’OCSE. Gli italiani privi di un diploma di scuola secondaria sono il 39,5 per cento, contro il 13,1 e il 27,8 per cento rispettivamente della Germania e della Francia. Aggiungiamo che la giustizia non funziona e manca pertanto per gli investitore esteri la certezza del diritto: esattamente l’ostacolo che blocca lo sviluppo del terzo mondo. Che l’illegalità devasta intere regioni e che l’evasione fiscale è a livelli più sudamericani che europei. Ezio Mauro è straordinariamente efficace nel descrivere i mali, da Nord a Sud. Ma non si tratta di singoli mali contro i quali possono essere decisi singoli rimedi. E non si tratta di problemi della sinistra, bensì dell’Italia. Non guardiamo le tante pagliuzze, ma la trave. Parafrasando Clinton, si potrebbe dire : “è la povertà, stupido”. E’ la povertà che ha degradato e imbarbarito lentamente il Paese fotografato dalla Repubblica. Un Paese che dal 2000 al 2017, nel “ventennio perduto”, è cresciuto complessivamente dello 0,7 per cento: niente. Contro il 22 per cento della Francia e della Germania o il 30 per cento della Spagna. Vecchiaia, ignoranza, illegalità sono alla base di questa stagnazione epocale. E la propensione alla lotta contro queste calamità non è certo patrimonio di una sola area politica. E’ una lotta che non può evidentemente dare risultati in tempi brevi, ma richiede un lungo e paziente sforzo.

Può questo sforzo essere affrontato da chi è minoranza nel Paese, perennemente assillato dalle imminenti scadenze elettorali, preoccupato di consultare i sondaggi e di dire alla gente quello che vuole sentirsi dire? Magari condannando la “casta” (quando governa a livello locale e nazionale da decenni), oppure l’Europa (quando ne condivide, altrettanto da decenni, tutte le decisioni)? La risposta è ovviamente no: occorre una maggioranza (o almeno qualcosa che le si avvicini) non in Parlamento soltanto, ma tra i cittadini.

Qui arriviamo alle risposte nazionali, che riguardano l’immediato. Esiste certo, ed è continuamente ricordata, l’esigenza della governabilità. Ma si dimentica quella della rappresentatività delle istituzioni, come se non fossimo in una democrazia definita, appunto, “rappresentativa”. Ormai abbiamo quattro poli: ciascuno formato approssimativamente del 25 per cento degli italiani. Il polo degli astenuti, quello della sinistra, quello della destra e quello di M5. L’attuale coalizione di governo (che detiene la maggioranza alla Camera soltanto grazie al premio) ha ottenuto, se si fanno bene i conti, il voto del 19,05 per cento degli italiani. In futuro, continuando nella logica del maggioritario e del bipolarismo (che resiste imperterrita nonostante la sparizione del bipolarismo stesso), chiunque vinca grazie al premio avrà pur sempre ottenuto (almeno in prima battuta) poco più o poco meno del 30 per cento dei voti espressi. Possiamo continuare a giocare alla roulette? Anzi, alla roulette russa, perché una vittoria di M5 potrebbe risultare mortale. Possiamo stupirci della impopolarità della politica e della scarsa fiducia nelle istituzioni quando esse stanno in piedi con il voto di un italiano su cinque?

La soluzione non piace a quasi tutti i leader politici, ma esiste. Basta abbandonare gli schemi del “ventennio perduto” e le forzature che fanno violenza ai fatti. I sindacalisti comunisti di SEL e i dirigenti della Confindustria Renziani, gli europeisti del Partito Popolare europeo e gli antieuropeisti di Salvini possono forse governare insieme Milano i primi e Venezia i secondi, ma non l’Italia. D’altronde, i comunisti della Linke non stanno con i socialdemocratici tedeschi e i lepenisti non stanno con il centro destra francese. Grillo e Salvini sono due pericoli da porre ai margini. La politica con la P maiuscola consiste nella paziente ricerca di punti di equilibrio, alleanze e minimi comuni denominatori. Chi per primo ha definito “inciuci” queste virtù della politica è stato Di Pietro. E non ha fatto precisamente la fine dello statista.

Nel contesto di un sistema elettorale proporzionale, che escluda la “roulette russa ” prima ricordata, l’area della razionalità politica si deve unire sino a che è in tempo, contrastando frontalmente (e non cavalcando) la retorica populista comune a Grillo e Salvini. Lo richiede la straordinaria gravità della situazione italiana. Ma non è in contrasto con la realtà europea. I cristiani popolari tedeschi e i socialdemocratici sono alleati, così come lo stanno diventando, in pratica, quelli spagnoli. E la maggioranza che guida il Parlamento europeo è non a caso costituita dal Partito Popolare (democratico cristiano) e dai socialdemocratici uniti.

Il tabu del bipolarismo e del maggioritario è stato custodito gelosamente, nel “ventennio perduto”, dai capi dei due poli, anche perchè si trattava di una camicia di forza che soffocava le minoranze interne e garantiva il loro potere (ultimamente, persino quello di “nominare” i parlamentari). Ma adesso il tabù deve cadere di fronte all’emergenza della crisi italiana. Deve cadere nella legislazione elettorale dopo che è caduto nella pratica, con la nascita di M5 e conseguentemente del “tripolarismo”. Non siamo alla fame, ma in un disastro materiale e morale che ricorda, fatte le debite proporzioni, l’immediato dopo guerra, quando addirittura comunisti e democristiani (il seguace di Stalin Togliatti e quello del Vaticano De Gasperi) si allearono per la ricostruzione. Una ricostruzione per la quale la base fu la verità. Scriveva Ignazio Silone nel 1943. “Il popolo italiano è degno della verità. Le sole conquiste politiche e sociali durature sono quelle che saranno costruite non sulla furberia, non sull’inganno, ma sulla verità”. La verità, oggi, è forse proprio quella che mette a nudo la crisi nelle sue esatte, drammatiche, spesso inconfessate dimensioni. Ed è quella di chiarire che tale crisi non può essere più affrontata con le vecchie risse bipolari tra (talvolta sedicenti) sinistra e destra.

 Ugo Intini

Profughi. Riccardo,
il sindaco che combatte
le barricate

Dimensione Mendez. la politica non è una scienza esatta
di Stefano Ciancio

Profughi. Riccardo, il sindaco che combatte le barricate.
(intervista al sindaco socialista Riccardo Mortandello)

Stefano Ciancio, giornalista pubblicista ha collaborato con le testate ‘La Nuova Venezia’ e il ‘Corriere del Veneto’ specializzandomi in cronaca bianca. Mettendo assieme le mie due passioni oggi lavoro come addetto stampa e ghost writer in ambito politico.
Dal maggio 2015 ha aperto un blog dedicato in massima parte a temi e vicende di carattere politico. Dimensione Mendez


Riccardo Mortandello, sindaco Psi di MONTEGROTTO TERME

Riccardo Mortandello, sindaco Psi di MONTEGROTTO TERME

“Faccio il sindaco da giugno e nel mio Comune non ci sono ancora profughi ospitati. Ma la mia convinzione è che se l’accoglienza viene fatta un po’ da tutti, allora i problemi si risolvono. Per questo ho deciso di fare un lavoro di mediazione con i cittadini, per prepararci a questo momento. Un lavoro che non è sempre facile: ho dovuto ad esempio affrontare alcune mamme, impegnate a diffondere la voce che se arriveranno i profughi ci saranno contaminazioni di Aids. A loro ho fatto pervenire una lettera di diffida, avvisandole che se avessero proseguito le avrei denunciate per procurato allarme. Io la penso così: Montegrotto può ospitare 15 persone? Bene, noi lo facciamo”.

Piccole comunità. C’è chi a Gorino, frazione di Goro, nel ferrarese, alza le barricate ed impedisce a 12 donne (di cui una incinta) e 8 bambini di trovare un tetto. E chi invece, a 100 chilometri di distanza, decide di affrontare di petto la questione dell’accoglienza dei migranti. Con la forza della mediazione, della ragione e non delle barriere.

Riccardo Mortandello ha 35 anni, ed è il nuovo sindaco di Montegrotto Terme. Già la scorsa estate ha compiuto un miracolo elettorale, riuscendo a sbaragliare il sistema di potere granitico della destra che ha dominato per almeno un decennio l’area termale padovana. Qui tutto ruotava attorno a quello che Mortandello definisce il ‘Ducetto delle Terme’, Luca Claudio. Ed ora che il ‘ducetto’ (arrestato poche ore dopo la sua rielezione a sindaco di Abano), assieme all’ex sindaco di Montegrotto, Massimo Bordin, si trovano a fare i conti con la giustizia (e con le accuse di concussione, corruzione e induzione indebita a dare o promettere utilità), Mortandello si trova ad ingaggiare una battaglia all’insegna delle regole e della legalità.

“Questo territorio ha subito molte ferite e gli immigrati non c’entrano proprio nulla in quello che è successo. Non c’è procedura che prendiamo in mano che non sia viziata da difetti e anomalie: come amministrazione vogliamo far capire ai cittadini che le regole vanno rispettate sempre e non a seconda delle convenienze. Eppure c’è chi vuole usare la questione dei profughi per rifarsi una verginità, puntando l’indice su di loro per coprire un passato segnato dalle porcate più assurde”.

Accoglienza e legalità: è su questo doppio spartito che Mortandello, (sindaco socialista retto da una maggioranza che comprende PD, civici e laici liberali), prova a suonare una chiamata non populista. Allo stesso modo, senza peli sulla lingua, si è rivolto ai suoi concittadini (poco più di 11 mila) anche dallo scranno più alto del Consiglio comunale per spiegare le ragioni dell’opportunità di aderire allo Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati, di fatto una rete di centri di seconda accoglienza destinata ai richiedenti e ai titolari di protezione internazionale, ovvero i rifugiati).

“Con tutte le valutazioni del caso, ritengo che questa sia l’unica azione che può tutelarci – dice – altrimenti qualsiasi privato può essere incentivato ad accogliere e io non posso fissare alcuna regola di convivenza”.

Dunque anticipare i tempi per tutelare al meglio tutti…

“Sì, anche perché in questo modo si riesce a combattere e sconfiggere preventivamente le mistificazioni e il terrorismo, provocato da chi mette in circolo informazioni che puntano al clamore. Nella vicina Vigonza, ad esempio, le persone accolte sono state presentate ai cittadini e alle famiglie, sono state inserite nella comunità attraverso i lavori socialmente utili. Bisogna sconfiggere le paure della gente, cosa che porta sempre a reazioni istintive”.

A Gorino le cose sono andate diversamente. Le barricate hanno vinto e i profughi sono stati respinti e spediti altrove. Il tutto con la benedizione della Lega che ha definito i cittadini barricaderi come ‘eroi della resistenza contro la dittatura dell’accoglienza’…

“Quello che è successo rappresenta un precedente che può essere pericolosissimo perché segna una rinuncia dello Stato. Detto ciò, ritengo che la strada da intraprendere in queste situazioni non sia quella degli avvisi all’ultimo secondo ma del lavoro, tra prefetture e territori, per dettare assieme regole che garantiscano la pace sociale. Resta in ogni caso il problema della politica degli slogan e dello sfogo rabbioso che alimenta ogni senso di irresponsabilità”.

Il suo lavoro di mediazione sta portando frutti?

“Direi di sì, sia tra i cittadini che nel fronte delle associazioni di categoria. Questo è un territorio che ha nel turismo il suo settore economico di punta. Eppure, malgrado le fiaccolate e le marce anti-profughi, anche i commercianti e gli operatori hanno convenuto sulla opportunità di una accoglienza, proprio per evitare, un domani, situazioni fuori controllo. Insomma, i contestatari lanciano allarmi sui danni al turismo ma senza sentire cosa ne pensino davvero gli interessati: questa è la politica dei proclami ma che non ascolta”.

Cosa bisogna correggere comunque nel sistema?

“Bisognerebbe agire a livello governativo europeo per ristabilire relazioni con i Paesi del nord Africa ed evitare partenze indiscriminate, bisognerebbe investire in capitali e forze lavoro in queste aree. Oggi paghiamo a livello europeo e nazionale le conseguenze di una diplomazia deficitaria”.

Esiste il problema del razzismo?

“Assolutamente. Esiste quasi una predisposizione naturale al razzismo che si traduce da un lato nella ricerca del condottiero e contemporaneamente nella cura esclusiva del proprio orticello. Questo ha portato al fascismo e questa irresponsabilità va contrastata. Di fronte ad una Europa sorda, come italiani abbiamo comunque l’occasione e il dovere di dimostrare agli altri che si lavano la bocca che siamo un Paese che di fronte alle emergenze trova la soluzione più giusta e dignitosa per tutti”.

L’angosciante rivoluzione demografica – Galli della Loggia – Corriere della Sera

L’angosciante rivoluzione demografica
di Ernesto Galli della Loggia
sul Corriere della Sera del 4 ottobre 2016

È una patologia all’apparenza inevitabile dei regimi democratici: il «presentismo». Cioè la fisiologica difficoltà dei loro governi nel prendere decisioni atte a contrastare quei fenomeni di lunga durata che richiedono contromisure sui tempi lunghi, politiche che magari durano anni e anni. Di regola, insomma, le democrazie decidono spingendo lo sguardo mai oltre la più vicina scadenza elettorale. È anche per questo che la rivoluzione demografica — cioè il forte calo della natalità che si verifica da anni in tutto l’Occidente, ma che in Italia è sempre più vertiginoso — ci trova del tutto impreparati e può manifestare tutti i suoi effetti devastanti. Sui quali si leggono ora con molto profitto le pagine intelligenti di Ugo Intini (Lotta di classi tra giovani e vecchi?, prefazione di Giuseppe De Rita, Ponte Sisto, pp. 160, 12), divenuto da esponente di punta del socialismo riformista italiano un appassionato saggista.

Si tratta di pagine che non si leggono senza che nasca dentro un’angoscia sottile. Le cifre da sole sono impressionanti. L’Europa, che ancora nel 1900 rappresentava oltre un quarto dell’umanità, nel 2050 ospiterà sì e no il 5 per cento degli abitanti della Terra. Negli Stati Uniti si calcola che più o meno entro il 2043 i bianchi di origine europea diventeranno una minoranza. Per parlare di noi, invece, già nel 2030, cioè in pratica domani, gli ultrasessantenni costituiranno la metà della popolazione italiana, mentre del poco più di mezzo milione di bambini che sono nati nella Penisola nel 2014, un’assoluta maggioranza (398.540) aveva almeno uno dei genitori non italiano.

Ma il cuore del libro di Intini si sofferma come è ovvio non tanto sulle cifre, quanto sulle conseguenze che presumibilmente esse avranno o stanno già avendo. A cominciare da un certo diffuso venir meno nei più diversi ambiti sociali di questa parte del mondo della vitalità, del coraggio di rischiare e di gettarsi in imprese nuove, della fantasia e della capacità inventiva. La vecchiaia, osserva giustamente il nostro autore, non è mai stata un motore dello sviluppo, e quella italiana è più delle altre, ormai, una società di vecchi. Lo sanno a loro spese i giovani. Al loro elevatissimo tasso di disoccupazione fa da contrappunto il fatto emblematico che nel nostro Paese le pensioni impegnano già oggi risorse quattro volte superiori a quelle della scuola, e il doppio la sanità (il cui bilancio, dal canto suo, è assorbito per il 50 per cento dall’assistenza sanitaria destinata agli anziani).

Tutto si riflette come è ovvio in un impoverimento generale. Si rovesciano contemporaneamente antichi paradigmi e antiche illusioni di progresso che sembravano iscritti nella natura stessa delle cose.

La scolarità decresce, decresce il numero dei laureati, mentre si profilano fenomeni per l’innanzi impensabili, come la sempre più percepibile concorrenza sul piano sessuale tra maschi anziani in grado di disporre di maggior reddito e maschi giovani più poveri, probabilmente destinati a restare tali; mentre aumenta di conseguenza il numero dei padri ultracinquantenni, nonché l’ammontare delle vendite del Viagra e dei cosmetici maschili. Ma la rivoluzione demografica e il conseguente invecchiamento, oltre il costume, cambiano ovviamente anche la politica. Società di anziani come le nostre non sono più capaci di immaginare il futuro, di fare progetti in grande, si barricano dietro politiche deflazionistiche e di austerità, per loro natura incuranti dello sviluppo che servirebbe ai giovani, e che invece garantiscono i risparmi di chi ha potuto risparmiare, e cioè in genere dei vecchi.

È difficile non concludere che forse non è il profetizzato tramonto dell’Occidente: certo però è qualcosa che gli assomiglia molto.

Ilaria Capua – Lascio la Camera, questione di rispetto e credibilità

«Io, Ilaria Capua, lascio la Camera Questione di rispetto e credibilità»
L’intervento di ieri nell’Aula di Montecitorio:

di Ilaria Capua
“Gentile Presidente, Cari colleghi,

oggi rassegno le mie dimissioni da Deputato della Repubblica italiana. È stata una decisione sofferta e ponderata, che ho maturato nel tempo e che si è articolata intorno alla parola «rispetto». Quando sono entrata alla camera dei Deputati ero una scienziata conosciuta e stimata per gli studi che avevo svolto in virologia, ero piena di buoni propositi e assolutamente determinata a sollecitare quei cambiamenti nel mondo della ricerca di cui l’Italia ha un disperato bisogno. Avevo una missione, avevo a cuore un obiettivo, uno solo. Ho rivestito con orgoglio, determinazione e credo con equilibrio la carica di vice presidente della commissione Cultura, Scienza ed Istruzione della Camera cercando di essere rigorosa ed imparziale come uno scienziato deve essere.

Dopo circa un anno dalla mia elezione sono stata travolta da una indagine giudiziaria risalente agli anni duemila (1999-2007) che mi accusava di reati gravissimi, uno dei quali punibile con l’ergastolo. È stato per me un incubo senza confini ed una violenza che non solo mi ha segnata per sempre, ma che ha coinvolto e stravolto anche la mia famiglia. L’effetto più devastante che queste accuse hanno avuto sul mio ruolo di parlamentare, è stato quello di aver minato la mia credibilità, ed è proprio in questo particolare della vicenda che entra in gioco la parola rispetto. Un parlamentare che non è credibile non è in grado di portare avanti con forza le istanze nelle quali crede. Il parlamentare che non è credibile viene attaccato, anche in maniera strumentale e le sue battaglie perdono energia vitale. Un parlamentare che non è credibile non viene preso sul serio. Nell’affrontare ogni giorno in questa Camera la mia nuova condizione di «persona non credibile», e oltretutto accusata di crimini gravissimi, ho vissuto sulla mia pelle per oltre due anni, come la mancanza di credibilità non mi stesse permettendo di portare avanti quello per cui mi ero impegnata con i miei elettori. E qui torno alla parola rispetto – perché è proprio la combinazione del rispetto per i miei elettori ed il rispetto per me stessa che – come se fossero parte di un algoritmo – mi ha fatto comprendere che in quelle condizioni non stavo utilizzando al meglio il tempo che avevo a disposizione.

Sì, perché non ci piace pensarlo, ma ognuno di noi ha un tempo limitato che gli resta da vivere – e utilizzare al meglio quel tempo è una forma di rispetto verso se stessi e verso gli altri. Anzi un dovere. Ho sentito quindi, che fosse giunto il momento di tornare ad usare il mio tempo al meglio, di tornare nel mondo scientifico, purtroppo non in quello italiano, in un ambiente nel quale non avessi mai perso la credibilità e nel quale fossi riconosciuta ed apprezzata. Ho accettato, su richiesta di una organizzazione internazionale, un incarico di Direttore di un Centro di Eccellenza all’Università della Florida. Ho deciso di trasferire la mia famiglia negli Stati Uniti per proteggerla dalle accuse senza senso ma nel contempo infamanti che mi portavo sulle spalle.

Perché una mamma ed una moglie deve farsi carico anche di questo. Proteggere. E aggiungo, una donna di scienza nel quale questo Paese e l’Europa hanno investito ha il dovere di non fermarsi. Ha il dovere di continuare a condurre le proprie ricerche nonostante tutto, perché la scienza è di tutti ed è strumento essenziale per il progresso.

Venti giorni dopo il trasferimento negli Stati Uniti la Procura di Verona in sede di udienza preliminare ha smontato il castello accusatorio pezzo per pezzo, prosciogliendomi dai molteplici capi d’accusa perche «il fatto non sussiste». Secondo la giudice una sola accusa meritava di essere eventualmente approfondita in dibattimento, ma il presunto reato era ormai prescritto da tempo e quindi sarebbe stato inutile proseguire. La sentenza è passata in giudicato e nessuno l’ha impugnata. Nessuno. Ora che è finita, potrei tornare indietro, ma vi dico la verità, non me la sento. Devo recuperare forze, lucidità e serenità, devo lenire la sofferenza che è stata provocata a mia figlia e a mio marito. Devo recuperare soprattutto fiducia in me stessa, appunto perché voglio usare al meglio il tempo che ho a disposizione. Lo devo ai miei genitori che mi hanno fatto studiare, ai miei maestri, ai miei amici e ai miei allievi di ieri e di domani.

Paradossalmente, penso che se questo mio passaggio di vita come rappresentante del popolo italiano, lascerà un segno, non riguarderà la scienza o la ricerca. Riguarderà la giustizia. Quello che è successo a me accade troppo spesso in Italia, e potrebbe succedere a chiunque. In occasione di questo momento voglio dar voce a tutte le persone innocenti accusate ingiustamente, che attendono – impotenti, che la giustizia faccia il suo corso. Perché anche loro meritano rispetto. Cari colleghi, ci sono molti cambiamenti all’orizzonte nel nostro Paese, e sono certa che attraverso di voi e attraverso l’operato del governo l’Italia diventerà un Paese più innovativo e più giusto. Ora, infatti, le questioni che più mi stanno a cuore sono due, e non più una sola. Torno al mio posto, a fare quello che so fare meglio, all’ estero, ma sempre con lo sguardo rivolto verso l’Italia“.
Ilaria Capua


L’aula della Camera ha detto sì alle dimissioni di Ilaria Capua da deputata di Scelta Civica. Sono stati 238 i voti a favore, 179 quelli contrari. Subentra come nuovo eletto Domenico Menorello.
L’Assemblea è stata chiamata ad esprimersi a voto segreto. “Una decisione sofferta e ponderata”, ha detto la scienziata che era stata accusata di essere una “trafficante di virus”, accusa da cui è stata pienamente assolta.
Pia Locatelli è intervenuta per la dichiarazione di voto a nome dei parlamentari socialisti. Ecco il testo dell’intervento:

“Noi Socialisti voteremo contro le dimissioni di Ilaria Capua. È il solo modo che abbiamo per protestare contro i fatti che ne sono all’origine, una vicenda, questa, che si è conclusa con la perdita per la comunità scientifica e per il nostro Paese di una scienziata di valore, un’altra, ma questa volta non per le ragioni che conosciamo (mancanza di strutture, di risorse, di investimenti). No ! Questa volta per una grave fuga di notizie giudiziarie e per la pronta costruzione di una gogna mediatica, con Ilaria Capua sbattuta in prima pagina come trafficante di virus e quindi, delinquente internazionale.
Pagherà qualcuno per avere messo in piazza un’indagine in corso ? Si saprà mai chi ha fornito a l’Espresso tutte le informazioni dettagliate sulle attività dei NAS, che hanno avviato l’inchiesta coordinata dalla procura di Roma e poi trasferita a Venezia ?
Conosco Ilaria Capua da diversi anni. L’avevo invitata ad un convegno su donne e scienza, quando al Parlamento europeo mi occupavo del settimo programma quadro per la ricerca. Fu tra le protagoniste di quel convegno e diede un importante contributo. Quando isolò per prima il virus dell’aviaria, gioimmo certamente per la scoperta, soprattutto apprezzammo che la mettesse a disposizione di tutti. E motivò la sua decisione con il fatto che l’Africa, continente già pesantemente colpito dall’HIV, non poteva essere colpito da un’altra tragedia, che faceva morire gli animali di cui la popolazione africana si cibava.
Ilaria Capua lascia questa Camera dopo essere stata accusata di fatti ignobili. Per ventiquattro mesi non è mai stata ascoltata da nessuna autorità giudiziaria. Ora è stata completamente scagionata, ma, ormai, Ilaria se ne è andata oltre oceano e noi l’abbiamo persa, come collega e come scienziata, che ha dato lustro al nostro Paese.

Certo, la scienza non ha confini e continueremo a beneficiare del suo lavoro, ma lei ha scelto, comprensibilmente, di andarsene e Pag. 66noi l’abbiamo persa. E ci dispiace molto”.

 

 

Francesco Dambrosio, morto il ‘papà’ della legge sull’aborto –
Il Fatto quotidiano – Valeria Gandus

Il Fatto Quotidiano. it
di Valeria Gandus
Francesco Dambrosio, morto il ‘papà’ della legge sull’aborto

Valeria Gandus, scrittrice e inviato speciale a Panorama di politica per oltre trent’anni, ha scritto anche di musica (jazz) e cinema.


Se le donne italiane hanno da quarant’anni il diritto di abortire, lo devono in gran parte a lui: Francesco Dambrosio, ginecologo, storico primario della clinica Mangiagalli di Milano, morto pochi giorni fa a 81 anni. Fu lui, infatti, insieme a un pugno di colleghi, a mettere in piedi il consultorio pubblico dove vennero effettuati i primi aborti legali. Accadeva a Seveso nel 1976, dopo che la fuoriuscita di diossina dall’Icmesa aveva devastato le vite degli abitanti della zona e compromesso, forse, il futuro della loro progenie.

La legge 194 sarebbe arrivata solo due anni dopo, l’aborto era quindi vietato salvo che in pochissimi casi e solo per la salvaguardia della salute della donna. “A Seveso demmo una nuova interpretazione della legge” ha ricordato Dambrosio a chi scrive in un’intervista di qualche anno fa. “Interpretammo la legge considerando anche i rischi per la salute psichica della donna. La decisione era presa da tre medici, uno dei quali psichiatra”. Fu il grimaldello che aprì un varco nella legge e nelle coscienze.

“Medico degli aborti”, “killer dei bambini”, così veniva definito Dambrosio dai suoi detrattori, in primis i colleghi cattolici che gli resero la vita molto difficile in ospedale, che lo bersagliarono di denunce, tutte finite nel nulla. E a lui quell’etichetta andava davvero stretta, perché nella sua lunga carriera professionale aveva dedicato alla vita molte più energie e passione. Gli piaceva ricordare che a Seveso, in un anno di attività del consultorio, gli aborti erano stati 50 ma le nascite 800. Padre di quattro figli, aveva fatto nascere migliaia di bambini, e salvato centinaia di vite essendo stato fra i primi in Italia a dedicarsi alla medicina trasfusionale e alla prevenzione della isoimmunizzazione Rh.

Ma Dambrosio è stato soprattutto un amico delle donne, un uomo sempre dalla loro parte: quando dava la pillola a quelle di Seveso, terrorizzate di rimanere incinte di bambini malformati (era legale dal 1971, ma i medici locali non la prescrivevano), quando contribuiva alla diagnosi precoce del cancro al seno applicando per primo nuove tecniche ecografiche, quando conduceva importanti studi epidemiologici sulla mortalità perinatale, natale e materna.

Nato in Puglia, a Cerignola, Dambrosio è stato un grande milanese: sotto la Madonnina ha studiato, esercitato la professione, fatto politica (è stato radicale e socialista, quando quest’ultima non era una parolaccia), lottato per i diritti civili. La sua morte è passata sotto silenzio da giornali, tv, web. Sarebbe bello se la città lo ricordasse. Sindaco Beppe Sala, se ci sei batti un colpo.

Valeria Gandus

L’Europa non deve cadere nella trappola dell’Isis- R. Capocelli su Newsday

L’Europa non deve cadere nella trappola dell’Isis
Roberto Capocelli su Newsday


Europe shouldn’t fall for ISIS trap

The Islamic State has raised the bar.
On Tuesday, two terrorists killed an elderly Roman Catholic priest during morning mass in a quite suburb in Normandy, some 70 miles from the heavily guarded Paris. While France has seen a spate of deadly attacks in Paris and Nice, this is the first attack in a more rural area and has sparked fear that the jihadist movement is spreading. The perpetrators were not some mentally unstable, self-radicalized individuals, but militants with established links to ISIS.

After the recent terror assaults in France, Belgium, Germany and Turkey, Europe has come under attack at a time already filled with uncertainty for the European Union, both financially and politically. By targeting a church, SIS is hoping to fan the flames of a clash of civilizations, especially in the wake of losses the terror group has experienced on the ground. Depicting the recent wave of terror hitting Europe as a religious war would play directly into ISIS’ strategy. It would help expand its recruiting base among a marginalized Muslim population. It also would transform the stated goal of ISIS — the restoration of a caliphate — into a more credible goal.

A caliphate, or religious domination, does not represent a credible political, economic and social model. It is just the last spasms of a wrecked ideology resulting from the chaos in the Middle East.

Europe shouldn’t bait the hook.
The first testing ground will be Germany, recently hit by three episodes of violence that echoes some link to fundamentalist ideology.
Germany’s federal election next year will be crucial moment for Chancellor Angela Merkel’s coalition. A recent poll by the German political magazine Cicero found that two thirds of German voters would oppose a fourth term for Merkel and found that the support for the chancellor’s party has fallen sharply.

This would open the door to the Alternative for Germany, the anti-immigration party and anti-establishment alternative. After last week’s shooting rampage in Munich — even after it was established that the attacker had no link to ISIS — a local leader of Alternative for Germany blamed “the Merkel-Unity party” for the terror in Germany and Europe.

Nationalistic parties rising to power in Europe would further divide and weaken the continent. And a weak Europe, without a clear foreign policy, unable to deal with the migrant crisis and unwilling to militarily engage the terrorists, is the only thing that can keep ISIS alive.