Europa, i timori politici sull’Italia e il rischio del contagio
Ugo Intini
Il Mattino

Ugo Intini

L’allarme dell’Europa sulla svolta in Italia è politico prima che economico. Nasce dalla storia prima che dalle cifre, non riguarda soltanto il tema dell’euro e dell’Unione. Lasciamo da parte le vignette della stampa tedesca e i luoghi comuni. Può non piacere, ma nel nostro Paese, dall’inizio del secolo scorso, si è manifestata una catena di casi assolutamente unici.

Al sorgere del ‘900, in tutto l’Occidente, si sviluppò un movimento dei lavoratori ispirati alla lotta di classe e al marxismo. Ovunque prese la strada del socialismo democratico. Soltanto in Italia hanno prevalso le pulsioni anarcoidi, massimaliste, infine filo bolsceviche. E soltanto da noi-sempre-il riformismo è stato in minoranza.

Dopo la prima guerra mondiale, conclusa con otto milioni di morti e venti di feriti, i sacrifici immani provocarono dovunque tensioni drammatiche. Ma soltanto in Italia, all’inizio degli anni ’20, questi portarono al fascismo. Che come una malattia contagiosa da Roma si estese poi in forme più o meno virulente a Germania, Spagna, Portogallo, Ungheria, Romania. Che ebbe un seguito importante in Francia e Gran Bretagna. Che ispirò il peronismo in Argentina e America latina. Che affascinò nel terzo mondo i fondatori dell’attuale partito di governo indiano e quelli del socialismo nazionalista arabo (destinato a trionfare nel secondo dopo guerra: dall’Egitto, alla Siria, all’Iraq).

Il 68, partendo dalla California e da Parigi, ha cambiato il costume e ha contribuito a rinnovare la politica in tutto il mondo. Soltanto in Italia (forse qualcosa di simile si può dire per Argentina e Uruguay) la sua componente violenta ha prevalso e si è consolidata negli anni, portando migliaia di giovani a fiancheggiare negli anni di piombo il cupo fanatismo leninista delle Brigate Rosse. Mentre altri bruciavano la propria e la altrui vita con il terrorismo neofascista.

Dopo la caduta del muro di Berlino, tutti i grandi partiti democratici europei ebbero la necessità di rinnovarsi e riposizionarsi. Molti furono scossi da scandali finanziari. A cominciare dalla CDU tedesca (che vide inquisito il suo capo storico Kohl) e dal partito socialista francese dove, per la sua attività di tesoriere, fu incriminato il leader storico e presidente del Parlamento Henry Emanuelli. Ma soltanto in Italia le inchieste giudiziarie, trasformandosi in “rivoluzione” distrussero l’intero sistema istituzionale e cancellarono completamente i partiti democratici attraverso una ondata di antipolitica da allora mai rifluita.

Dopo il crollo dei mercati finanziari e l’interminabile recessione seguita, la politica tradizionale è stata contestata ovunque da movimenti cosiddetti populisti. In tutto il nostro continente la costruzione europeista è stata presa bersaglio. Ma-e qui veniamo all’oggi-in nessun grande Paese dell’area euro il populismo ha prevalso, né si è creata una rottura di continuità rispetto ai gruppi dirigenti o all’establishment consolidato. C’è stato qualche brivido in Francia, dove per un istante la Le Pen, legata a Salvini da una grande e reciproca ammirazione, è sembrata poter prevalere. Ma la destra populista non si è saldata con l’estrema sinistra di Malenchon. Soprattutto, l’establishment europeista e democratico ha trovato un leader di grande esperienza politica e professionale come Macron, in grado di prendere il timone.

Massimalismo rivoluzionario nel movimento dei lavoratori, fascismo, eversione rossa e nera degli anni ’70, distruzione per via giudiziaria dei partiti democratici storici e infine l’attuale trionfo populista sono dunque i casi unici dell’Italia. Evidentemente collegati tra loro per ragioni che, se si volesse approfondirle, richiederebbero la lettura non di un mio articolo, ma di molti libri di autorevoli cattedratici.

La catena delle unicità italiane è incontestabile, nota a tutti i dirigenti democratici europei e per tutti ovviamente inquietante. Il problema dei conti è grave e ben presente, certo. Ma quello storico e politico è anche più grave. L’Italia è infatti troppo importante e le malattie della sua democrazia, in un’Europa oggi molto più interconnessa, possono provocare un contagio difficile da circoscrivere. Questo è il punto e questa è la posta in gioco.

Gli interlocutori soprattutto francesi e tedeschi, continuatori dei partiti storici che hanno costruito l’Europa e che nel nostro Paese sono spariti, cominciano a dire riservatamente che i contabili e i banchieri hanno da mettersi le mani nei capelli leggendo il programma del governo giallo verde. Ma che una soluzione sui bilanci si può sempre trovare e che ormai il problema è anche più grave. Si dividono tra ottimisti e pessimisti. I primi partono da una considerazione non lusinghiera per noi. Osservano infatti che il nostro è pur sempre il Paese della Commedia dell’Arte: di Pulcinella e Arlecchino. In fondo, il perno della rivoluzione politica italiano è stato un comico e magari tutto finirà perciò senza serie conseguenze: in una risata o meglio in uno sberleffo.

I pessimisti osservano che quanto succede in Italia è unico non soltanto in Europa, ma nel mondo. E che non ci si trova di fronte a un sistema distrutto da un movimento populista, con la sua ideologia e i suoi programmi, magari sbagliati ma precisi, costruiti con coerenza nel tempo. Ci troviamo di fronte, a loro parere, al collasso su se stesso del sistema. Crollato da solo e persino incapace di opporsi a quelli che, sommando estremismi inconciliabili, appare caos puro, che travolge i principi elementari non soltanto delle istituzioni, ma anche delle burocrazie, dei corpi dello Stato e delle organizzazioni in generale. A cominciare dai principi del merito, dell’esperienza, della competenza e della trasparenza nelle nomine (oggi al centro dell’attenzione). Secondo i pessimisti, non è soltanto l’antieuropeismo, ma la dissoluzione di uno Stato fondatore a mettere in pericolo gli altri Paesi del continente. Ai loro occhi, il simbolo del nuovo caso unico italiano, che si aggiunge a una lunga catena, è la persona stessa del presidente del Consiglio proposto. Mai al mondo si è infatti visto affidare il governo a quello che il New York Times ha definito “uno sconosciuto”.

Ugo Intini

La politica che fu e la generazione dell’antipolitica
Ugo Intini
Il Mattino

di Ugo Intini

Non si sa bene se e su quali nuove basi sia davvero nata una seconda Repubblica dopo la “rivoluzione” del 1992-94. E’ certo però che nell’ultimo ventennio, mentre si demonizzava la prima Repubblica, il reddito degli italiani ha avuto una crescita vicina a zero (mentre il reddito medio dell’area euro è cresciuto del 30 per cento). Adesso i Grillini annunciano trionfalmente la nascita della terza Repubblica, demonizzando la prima e la seconda. Speriamo che i numeri sul reddito non vadano in futuro anche peggio. Ma in tal caso saremo consolati dagli economisti del Movimento i quali hanno già spiegato che questi numeri sono parametri ormai antiquati, del tutto inadatti a misurare la felicità vera dei cittadini.

Di fronte alla performance dei nuovi dirigenti (di tutti gli schieramenti) qualcuno comincia a osservare che al loro confronto i politici della prima Repubblica erano dei giganti. Si tratta però di un giudizio frettoloso (non è d’altronde così importante che i singoli parlamentari attuali siano meglio o peggio dei precedenti). Il problema vero, gravissimo, è infatti un altro: la sparizione dei partiti. Perché da qui nasce la crisi della democrazia e della sua credibilità, non dalla qualità delle persone fisiche.

I padri fondatori della prima Repubblica avevano certo molti difetti. Ma nessuno poteva pensare che non credessero profondamente nelle cose che dicevano. Perché per le loro idee avevano rischiato o perso la vita e la libertà (propria o dei propri familiari). Questa loro autorevolezza si è riflessa (almeno sino a tutti gli anni ‘80) sui successori che essi stessi avevano scelto e che si ponevano in una condizione di continuità e rispetto: con una staffetta tra le generazioni e non con la contrapposizione oggi sempre più evidente.

In tutto il mondo (e nell’Italia della prima Repubblica) i partiti veri hanno, come le persone fisiche, una “reputazione”, ovvero una coerenza di comportamenti e valori che per i partiti stessi va molto aldilà dell’arco di una vita. Si rinnovano, evolvono, cambiano, certo. Ma il passato li rende affidabili: si sa cos’hanno fatto e si prevede perciò cosa faranno. Il trasformismo dei comportamenti, il sostenere improvvisamente tutto il contrario di tutto nasce per le formazioni politiche attuali anche dalla loro mancanza di radici. E giustifica il trasformismo individuale dei loro singoli rappresentanti, che nessun “contratto” o legge potrà impedire.

I partiti veri sono ovunque delle comunità. A livello locale e nazionale, I loro militanti si frequentano da anni e ciò fa emergere in modo quasi naturale le leadership. Le comunità della prima Repubblica, a livello di sezione, nuclei aziendali, circoli, si riunivano e discutevano continuamente. Cosicché i dirigenti conoscevano a fondo il Paese reale, senza le semplificazioni dei sondaggi. Dialogando con persone vere, non con una telecamera circondati da giovani figuranti che applaudono a comando o con i click del computer. Le comunità, sulla base dell’esperienza, elaboravano e aggiornavano proposte e programmi attraverso un lavoro collettivo. Di intellettuale collettivo parlava d’altronde Gramsci a proposito del suo partito. Il parlamentare o l’amministratore poteva anche essere di capacità limitate. Ma gli errori gravi gli erano evitati, perché a livello nazionale e locale i partiti avevano strutture, commissioni specializzate, uffici studi ad alto livello. Chi non sapeva, chiedeva e veniva guidato.

Il rappresentante poteva avere un curriculum professionale e scolastico scarso, ma sul piano dei comportamenti, del carattere, delle capacità di relazione, aveva subito una selezione durissima. Si cominciava infatti come consiglieri comunali e sindaci di un piccolo centro, poi come consiglieri e assessori di una città, infine, chissà, si diventava parlamentari o ministri. Perché ciascun militante, come i soldati di Napoleone, aveva nello zaino il bastone di generale.

Nelle riunioni interminabili di partito, di sindacato o di consiglio, si imparavano il confronto, la mediazione, il rispetto per i pareri opposti e anche l’umiltà, perché nel dibattito di sezione il manovale o il grande professionista si confrontavano (e magari scontravano) senza alcun timore riverenziale. Anzi.

C’è di più: la “grazia di Stato”, ovvero un concetto elaborato dai teologi cattolici che si potrebbe applicare a tutte le istituzioni, compresi i partiti. Per “Stato”, non si intende quello nazionale, con la “S” maiuscola, bensì lo “status“, ovvero il ruolo e la funzione. Può darsi-spiegavano un tempo i preti-che la persona fisica chiamata a diventare vescovo o cardinale sia troppo modesta. Ma, nel momento in cui lo diventa, acquista anche le capacità necessarie. Perché mai? Perché lo Spirito Santo gli fa questa grazia: “grazia di stato“, appunto. Per chi dubita degli interventi ultra terreni, la constatazione dei vecchi teologi conserva comunque una spiegazione logica. Il carisma della Chiesa e così forte da riflettersi sul prelato il quale, ancorché modesto, assume autorevolezza e credibilità, brillando di luce riflessa.

Fuor di metafora, è ingiusto prendersela con i politici attuali come persone. Semplicemente, un parlamentare modesto, nella prima Repubblica (almeno agli occhi dei suoi elettori) era ammantato dal prestigio del partito. Un parlamentare modesto, oggi, appare nudo e indifeso nella sua modestia.

I partiti e di conseguenza le democrazie sono in crisi o in affanno in tutto il mondo. Ma in Italia la loro distruzione è più totale e definitiva perché è cominciata non adesso, come ad esempio in Francia, ma 25 anni fa, nel 1992-94. In fondo, ha una parte di ragione il movimento Cinque Stelle quando parla di “terza Repubblica”. Siamo a una nuova e definitiva spallata dopo quella di Mani Pulite, ovvero alla liquidazione totale dei partiti.

Ciò che è peggio, la distruzione dei partiti è più grave in Italia che in ogni altro Paese moderno. Storicamente infatti noi non abbiamo mai avuto una solida borghesia degna di questo nome, non un corpo di gran commis e servitori dello Stato (con o senza divisa) capaci di diventare un pilastro della Nazione. Più che altrove, la “alfabetizzazione politica” degli italiani è stata opera dei partiti (persino, seppure con le sue aberrazioni propagandistiche, del partito fascista). Anche la maturazione dell’unità nazionale e avvenuta grazie al cemento dei partiti. Perché un comunista veneto o siciliano, ad esempio, si sentiva prima comunista, poi veneto o siciliano. Infatti l’unità nazionale si sta disgregando. Lo stesso sviluppo dell’unità europea è stato opera dei partiti e del loro legame con gli altri partiti europei appartenenti alla stessa famiglia. E anche per questo l’ideale europeista appare svanire.

Lo ha scritto con autorevolezza e concisione anche Sabino Cassese nel suo libro “La democrazia e i suoi limiti“ (Mondadori, 2017). “L’indebolimento dei corpi politici produce un vuoto di educazione civica e di selezione della classe dirigente“. E ancora decenni fa, il grande sociologo americano Lester Thurow osservava che l’indebolimento dei partiti politici porta con sé “tre grandi mali: localismo, lobbismo, corporativismo“. Mali che infatti in Italia si sono ingigantiti in modo canceroso.

Una intera generazione, dal 1992 a oggi, è cresciuta nella antipolitica o comunque nell’ignoranza di cosa è stato davvero la politica democratica. E a questa generazione appartengono non per caso (come osservava nei giorni scorsi Galli della Loggia ) tutti e tre i leader del momento: Di Maio, Salvini e Renzi. Ci sono tra loro molti altri tratti comuni, come ancora ha scritto Galli della Loggia, e il rapporto tra i primi due nasce anche (forse soprattutto) proprio dall’appartenenza a una nuova generazione contrapposta alla “vecchia politica”. La crisi italiana viene alimentata in tal modo da un nuovo conflitto, quello dei giovani contro gli anziani: la “lotta di classi” di età” (è il titolo di un mio libro) si sostituisce alla “lotta di classe” un tempo cara ai comunisti. E diventa una tra le chiavi di lettura principali per interpretare quanto sta accadendo. Si tratta di un altro caso unico tra le democrazie, che per di più contrappone ai “vecchi” non giovani dalla preparazione eccezionale (come Macron), né in continuità con l’establishment (ancora come Macron o come il nuovo premier austriaco Kunz), ma di scarsa cultura, di nessuna esperienza al di fuori della politica e in una posizione di rottura con il passato. A ben vedere, la comune insofferenza di Salvini e Di Maio verso Berlusconi è anche un simbolo di questa contrapposizione.

I partiti di una volta non potranno più tornare. L’ultimo erede di uno di essi, ovvero il PD (nato dal PCI) ha tagliato tutte le sue radici e cancellato la sua storia (quella buona insieme a quella cattiva) per seguire la moda “anti partitocratica” e “anti casta”, contribuendo così al suo suicidio. Adesso è tardi. Costruire partiti moderni adatti all’oggi, ammesso che sia possibile, richiederebbe molto tempo e il tempo non c’è. Si può temere un crollo traumatico delle istituzioni o un degrado simile a quello dell’ultimo ventennio: il ventennio perduto” che, come si osservava all’inizio, ci ha declassato del 30 per cento rispetto all’Europa (e immensamente di più rispetto al resto del mondo).

Ugo Intini

Il “Veglione del Primo Maggio” a New York: maratona di interventi
Michela Demelas e Ilaria Maroni
La voce di New York

Il Primo Maggio è stato celebrato con 4 ore di dialogo ininterrotto sul lavoro, sulla storia, sulla nascita delle proteste e sui risultati di queste. Qualcuno che dormiva c’era, ma la maggior parte dei presenti é rimasta ammaliata da un’atmosfera surreale che parlava di ieri come se fosse un domani, e delle problematiche di oggi, comprensibili solo attraverso la grande lente della memoria.
Il Primo Maggio è arrivato anche quest’anno, per la 120esima volta, e gli italiani di New York hanno deciso di accoglierlo all’Istituto italiano di cultura nel modo migliore, con un Convegno di studi. Ieri, 30 aprile, la comunità italo americana ha infatti aspettato la festa dei lavoratori con ansia, assistendo ad una lunghissima maratona di interventi – durata 4 ore – riguardo alla storia, la cultura e le possibili sfaccettature che ha incarnato, e potrà incarnare in futuro, il lavoro.
Ma non è finita qui, stamattina la Rassegna Cinematografica al John D. Calandra Italian American Institute e la Liturgia di san Giuseppe Artigiano. A seguire, il reading e il canto In Memoria, al Museo di Ellis Island e tanto altro ancora.
“O vivremo del lavoro, o pugnando si morrà”, scriveva Filippo Turati nel suo Canto dei Lavoratori, e, il 30 aprile, una sessantina di persone sono state sedute, ininterrottamente, ad ascoltare la memoria di quella lotta, che appartenesse ad un secolo fa o agli incubi peggiori del mondo contemporaneo. Qualcuno che dormiva c’era, come da prassi in una veglia degna di tale nome, ma la maggior parte dei presenti é rimasta ammaliata da un’atmosfera surreale che parlava di ieri come se fosse un domani, e soprattutto parlava da New York all’Italia con grande dimestichezza.

Icona del Primo Maggio, 1898.
“Ci troviamo tra Scilla e Cariddi”, ha detto Luigi Bobba, Sottosegretario di Stato al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del governo uscente ed ex presidente delle Acli, riferendosi alla piega che sta prendendo il mondo dei lavoratori nell’età moderna, che da una parte persiste nell’assenza di impiego e d’occasioni e, dall’altra, rischia di essere totalizzante e di non lasciare spazio a nient’altro.
Lo spessore del resto del Convegno di studi non è stato da meno. In ordine, sono intervenuti Francesco Genuardi, Console Generale a New York; Giorgio Benvenuto, presidente della Fondazione Bruno Buozzi; Tiziano Treu, Presidente del Cnel; Anthony Tamburri, Dean del John D. Calandra Italian American Institute; Luigi Troiani, professore universitario e columnist de La Voce di New York; Marco Zeppieri, della Fondazione Bruno Buozzi; Marcella Bencivenni, professoressa di Storia e direttrice dell’Italian American Review; Ugo Intini, ex direttore dell’Avanti! (leggi l’intervento integrale); Luigi Bobba; e Mario Mignone, direttore del Centro di Studi Italiani di Stony Brook…

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La crisi siriana e la revisione delle alleanze
Ugo Intini
Il Mattino

di Ugo Intini

Gli eserciti di Assad padre e di Saddam Hussein erano inquadrati e armati da Mosca. Già questo indica che la storia aiuta a capire quanto sta accadendo in Siria. Filippo Turati, a Gramsci e ai comunisti che se ne andavano dal partito socialista nel 1921, diceva. “Col tempo il mito russo sarà evaporato. Avrete capito allora che la forza del bolscevismo russo è nel peculiare nazionalismo che vi sta sotto e che è pur sempre una forma di imperialismo. Noi non possiamo seguirlo perché diventeremmo per l’appunto lo strumento di un imperialismo eminentemente orientale”.

Già allora, chi aveva “vision” capiva l’essenziale. Che Mosca guidava (chiunque la governasse) un impero. Che quello unificato dalla falce martello era la continuazione dell’impero zarista con l’aquila “bicipite”. Che si trattava di un impero strutturalmente non democratico. Perché sin dal tempo degli zar una testa dell’aquila guardava a Ovest (verso la modernità e la tecnologia) ma l’altra guardava a Est, verso l’imperialismo e quindi il dispotismo “orientale”.

Mosca, conquistato tutto ciò che si poteva a Oriente, sino a Vladivostok, pensava di espandersi a Sud, nel Mediterraneo, per una esigenza imperialista ma anche per difendersi con confini più sicuri. La grande Caterina (imperatrice dal 1762 al 1796) teorizzava la penetrazione nei “mari caldi“ e mandò il suo amante e ammiraglio Potemkin (sì, quello che ha dato il nome alla corazzata) a occupare la Crimea (tornata da poco, con la crisi Ucraina, di scottante attualità). Sconfisse per ottenerla l’impero ottomano, con il quale la Russia si scontrò di nuovo durante la guerra di Crimea (1853 -1856) e durante la prima guerra mondiale.

Lenin e Stalin continuarono a preoccuparsi del pericolo proveniente da Sud, anche perché temevano la destabilizzazione delle repubbliche sovietiche di popolazione musulmana (dall’Uzbekistan al Kazakistan). Sradicarono perciò spietatamente ogni traccia di religione islamica, deportarono milioni di persone. Eppure non bastò. Perché, quando nel 1941 arrivò l’armata nazista, un esercito di volontari di quelle repubbliche andò ad affiancarli. Ce lo ricordiamo anche in Italia dove, con i tedeschi, combatterono contro i partigiani quelli che chiamavamo “mongoli“, ma erano in verità proprio questi volontari passati con la Wermacht per odio verso i comunisti sovietici

Dopo la seconda guerra mondiale, Mosca usò l’ideologia per allargare a Sud la sua sfera di influenza (e il suo cuscinetto di protezione). Contrastando nello stesso tempo il neocolonialismo occidentale e l’islamismo. I militari siriani e iracheni (Assad e Saddam) erano laici, anti occidentali e ispirati dal Baas-Baat (il partito socialista arabo). Erano alleati ideali, come si è ricordato all’inizio, da armare e proteggere. Assad padre era addirittura un alleato naturale, perché apparteneva a una setta minoritaria sciita (gli alauiti) e quindi era il nemico giurato del mondo religioso sunnita (quello che poteva insidiare le repubbliche musulmane sovietiche e poteva creare un vasto fronte coeso ai confini meridionali dell’Urss).

Proprio questo possibile fronte era l’incubo di Mosca e spiega in parte la guerra in Afghanistan. Nel 1989, andai a trovare Vladimir Falin, il successore del mitico Suslov nella carica di responsabile esteri del partito comunista sovietico. Aveva appena gestito la fine della guerra in Afganistan e la ritirata dell’Armata Rossa. Ma ancora difendeva la scelta di invadere Kabul. Mi disegnò un quadro che a quei tempi in Occidente era sconosciuto. Mi spiegò che i generali laici (e appoggiati da Mosca) dell’Afganistan erano minacciati dal fondamentalismo islamico. Che, se il fondamentalismo conquistava Kabul, poteva innestare con un effetto domino la crisi nelle repubbliche sovietiche di tradizione islamica. Che anche noi occidentali avremmo dovuto preoccuparci per il resto del Medio Oriente e quindi per la sicurezza nel Mediterraneo.

Nel 2001, pochi mesi prima che fosse assassinato da Bin Laden, ho incontrato al confini tra Afganistan e Tagikistan il generale Massud (che certo filo sovietico non era, perché aveva guidato la vittoriosa guerra di liberazione contro i russi). Mi ricordava con rimpianto che, quando a Kabul dominava Mosca, lui studiava ingegneria al Politecnico e le sue compagne di corso portavano la minigonna.

In effetti, ancora oggi, se si guardano le manifestazioni di sostegno a Assad (vere o inscenate dalla propaganda del regime siriano) si nota che le donne velate non esistono. Perché il cristianesimo ortodosso degli zar prima, l’ateismo comunista poi (e un mix tra i due oggi con Putin) sono ancora il nemico numero uno del fondamentalismo islamico. Il quale d’altronde, con l’Isis, ha ricominciato a sognare qualcosa di simile all’impero ottomano: una mezzaluna sunnita che vada dalla costa atlantica del Marocco all’Afghanistan, tenuta insieme non da un imperatore corrotto a Istanbul, ma dalla purezza del Corano.

Questo è il pericolo mortale per la Russia, che non occupa più le repubbliche ex sovietiche, ma vede pur sempre in esse un’area di influenza vitale, dove quasi 60 milioni di persone che parlano russo sono minacciate dall’estremismo islamico. E in parte lo alimentano. Perché in Siria e in Iraq molti combattenti dell’Isis sono fanatici provenienti dall’Uzbekistan e dalle Repubbliche circostanti.

Questo pericolo è mortale per la Russia e anche per noi. Ci ricorda che abbiamo certo a che fare, a Mosca, con un imperialismo e con un dispotismo orientale (come diceva Turati), ma dovremmo ciò non di meno tener presente il nostro interesse. Cercando (almeno come Unione Europea) di avere una strategia coerente e priorità precise. Così come (giuste o sbagliate che siano) le ha la Russia.

Nella guerra di Crimea, insieme ai francesi e agli inglesi, i bersaglieri combatterono contro i russi a fianco degli ottomani. Per questo hanno ancor oggi il berretto rosso con il fiocco blue: era un fez prestato dagli alleati ottomani (i sunniti del tempo) al quale avevano tolto l’imbottitura. Oggi, forse, nello scontro tra i sunniti e Putin, le nostre alleanze dovrebbero cambiare.

Ugo Intini

Guerra fredda, cosa accadeva in Italia nella seconda Repubblica
Ugo Intini 
Il Mattino

di Ugo Intini

Negli Stati Uniti, gli inquirenti sul Russiagate puntano direttamente contro Trump e accusano di reati gravissimi alcuni suoi collaboratori: falso, cospirazione e tradimento per aver tenuto rapporti con Mosca allo scopo di avvantaggiarsi nella campagna elettorale. In Europa e nel mondo si moltiplicano gli scandali per veri o presunti rapporti di partiti e leader politici con il Cremlino. Una guerra di spie ha portato alla cacciata dei diplomatici russi dalle capitali occidentali e viceversa.

Siamo a una nuova guerra fredda? Si potrebbe temere quasi di sì, ma è stupefacente come sembra venuta meno la memoria storica su cosa faceva Mosca durante la guerra fredda vera. Sarebbe interessante ricordarlo soprattutto per quanto riguarda l’Italia: perché siamo italiani ma anche perché le ingerenze della Russia (e le complicità con la Russia stessa) hanno avuto da noi manifestazioni più gravi e clamorose che in qualunque altro Paese del mondo non comunista. La sostanza è sempre stata conosciuta, ma adesso emergono dagli archivi di Mosca documenti che nella loro precisione e inconfutabilità fanno una certa impressione.

Da sempre, addirittura dalla fondazione stessa del partito comunista, i russi lo hanno finanziato regolarmente con denaro contante (e pertanto non tracciabile). Il buon Cossiga (grande esperto della materia) mi raccontava ridacchiando che i servizi segreti italiani lo sapevano benissimo ma si preoccupavano soltanto che i dollari (questa era la moneta per i pagamenti) non fossero falsi.

Da un certo momento in poi, i rapporti tra PCI e URSS si sono fatti però più sofisticati e i comunisti italiani più ricchi, grazie all’ingresso sulla scena di un terzo attore: l’industria italiana, a sua volta assolutamente partecipe nella spartizione. Nel 1967, da tempo il meccanismo “trilaterale” funzionava evidentemente molto bene con Mosca. I comunisti italiani lo volevano pertanto introdurre anche negli altri Paesi dell’Est e in particolare in Cecoslovacchia. Ecco dunque come viene descritta la triangolazione, che segna un salto di qualità (e quantità). Informativa dell’ambasciata dell’URSS in Cecoslovacchia al CC del PCUS. 28 febbraio 1967. Segreto. “Il PCI ritiene che una delle fonti di ricerca dei fondi sia la sua attiva partecipazione agli scambi commerciali tra l’Italia e la Repubblica di Cecoslovacchia. Se la Repubblica cecoslovacca decidesse di firmare un accordo con ditte italiane, sarebbe preferibile che l’intenzione fosse comunicata prima al PCI il quale, preservando la massima segretezza, riceverebbe un compenso materiale per l’attività di mediazione a favore della positiva conclusione delle trattative”.

Vogliamo parlare dell’ENI? Ecco come i russi descrivevano un esempio virtuoso da imitare. “L’ENI si era accordata con l’URSS per la costruzione del gasdotto URSS-Italia ma non era stato risolto il problema del prezzo di vendita del gas. L’ENI si è rivolta al PCI chiedendo al partito di mediare e, durante la permanenza di Cossutta a Mosca, la questione è andata in porto: come ricompensa il PCI, per i prossimi dieci anni, riceverà grosse commissioni“.

Vogliamo parlare della FIAT e della sua fabbrica di Togliattigrad? Ecco un altro caso virtuoso. “Per esempio, durante la conclusione del noto accordo con l’URSS, la FIAT ha discusso con la controparte sovietica di alcune questioni concrete attraverso il PCI, ritenendo che esso avesse un accesso diretto alla dirigenza del PCUS“.

A proposito di Cecoslovacchia, cui si riferisce il documento segreto appena citato, emerge anche una ennesima dimostrazione di come il denaro influenzi sempre la politica (e viceversa). Il PCI com’è noto irritò i sovietici sostenendo la “primavera di Praga” e condannando persino a metà (ovvero con molta prudenza) l’intervento repressivo dei carri armati sovietici nell’agosto 1968. La condanna a metà provocò una riduzione (pertanto altrettanto a metà) del denaro diretto dal Cremlino a via delle Botteghe Oscure. Il Politburo decise di dimezzare nel 1969 il contributo del 1968 al PCI: da 6,7 milioni di dollari a 3,7 milioni, ai quali si aggiunsero i 700.000 dollari per il PSIUP. Non poco. Perché un milione di dollari dell’epoca equivaleva a oltre 40 milioni di euro oggi.

La penuria fu comunque di breve durata. Le “fraterne relazioni” (così si chiamavano nel linguaggio di rito) tra PCI e PCUS ritornarono infatti normali già un anno dopo, così come i finanziamenti: soprattutto quelli (ormai i più importanti) legati agli affari delle nostre aziende a Mosca. Come continuamente si legge nei documenti, i dirigenti comunisti italiani piangevano per i costi dell’Unità e delle campagne elettorali (e i russi si commuovevano). Si trattava di bassa cucina riservata agli amministratori, delle quali i vertici politici potevano non sapere? Non esattamente. Enrico Berlinguer nel 1970 era di fatto il segretario del partito (vice segretario di Pietro Longo colpito da un ictus). Era sì impegnato nella elaborazione della “questione morale“, ma ciò non gli impediva di mettere a frutto la ritrovata armonia con Mosca dopo lo strappo per i carri armati a Praga. Lettera dell’Incaricato di Affari provvisorio dell’URSS in Italia S. Kuznecov al segretario del CC del PCUS B.N. Ponomarev. 20 agosto 1970. Rigorosamente segreto. “Egregio Boris Nikolaevic, inviamo una lettera del compagno Enrico Berlinguer indirizzata al CC del PCUS. Nella missiva Berlinguer comunica che la dirigenza del PCI ha di recente analizzato la questione delle relazioni commerciali tra le ditte legate al partito e le organizzazioni del commercio estero sovietico. Gli amici valutano positivamente i risultati raggiunti in questo settore e ritengono che ora ci siano le condizioni favorevoli per allargare ulteriormente gli affari con varie ditte che producono strumenti agricoli, prodotti chimici, macchine automatiche ed elettroniche, macchinari e pezzi di ricambio, beni di consumo di massa e domestico. Nell’allegato alla lettera di Berlinguer vi è una lista di queste ditte e alcuni consigli pratici degli amici su tale questione”.

Non vorrei annoiare con conti pignoli. Ma certo, sulla base di quanto emerge dagli archivi sovietici, il fiume di denaro proveniente dal Cremlino è stato, nell’arco della prima Repubblica, tra cash e tangenti sugli affari, di molti miliardi di euro attuali. Senza contare gli aspetti trasparenti: le migliaia di giornate di vacanza e cure mediche gratuite per i dirigenti comunisti. E senza contare gli aspetti oscuri. A proposito dei quali sarebbe interessante riflettere su questa frase lasciata cadere recentemente da Eugenio Scalfari in uno dei suoi fondi domenicali sulla Repubblica. “I brigatisti rossi naturalmente erano sostenuti e in parte anche finanziati dai servizi di sicurezza sovietici”.

Gli inquirenti che a Washington stanno attaccando lo staff di Trump certo condannerebbero a decine di anni di galera, se fossero americani, tutti i protagonisti (politici e imprenditori) citati nei documenti appena emersi. E la guerra diplomatica con Mosca diverrebbe esplosiva. Per la verità le condanne arriverebbero forse anche dagli inquirenti italiani di oggi. Stanno accusando infatti l’amministratore delegato dell’ENI per i presunti fondi neri ai politici nigeriani, ma i fondi neri, sempre dell’ENI, ai politici italiani degli anni ‘70 non erano diversi. Come si deduce dal documento segreto prima citato sulle “grosse commissioni per dieci anni” quali “ricompensa” al PCI.

Ma (e qui si arriva all’oggi) l’esperienza italiana della prima Repubblica dovrebbe far riflettere. La minaccia del Cremlino era allora immensamente più grave. Era sistemica, perché l’impero sovietico voleva estendersi a tutti i Paesi del mondo portandovi al potere i partiti comunisti. Oggi non ci sono più né l’impero, né il comunismo: la minaccia è episodica e le ingerenze di Putin sono inezie rispetto a quelle dei suoi predecessori. Di fronte una montagna, i partiti democratici italiani hanno evitato reazioni traumatiche per prudenza, realismo e ragion di Stato. Hanno scongiurato una guerra civile, hanno assicurato decenni di libertà e progresso, hanno sviluppato la democrazia. E alla fine la guerra fredda tre Est e Ovest è stata vinta comunque. Di fronte a un topolino, Washington e i governi occidentali di oggi, probabilmente, dovrebbero seguire la stessa prudenza.

Certo, resta una considerazione politica e morale. I dirigenti del PCI nella prima Repubblica, mentre incassavano miliardi di euro, hanno goduto della tolleranza manifestata dai partiti democratici. I loro successori, caduto il muro di Berlino e esplosa Tangentopoli, non hanno usato la stessa tolleranza nei confronti di quegli stessi partiti democratici. Ma questa è storia della seconda Repubblica (e forse della terza che si affaccia).

Ugo Intini

Il macigno sugli entusiasmi di Di Maio e Salvini
Il Mattino
Ugo Intini

di Ugo Intini

Di Maio e Salvini si dichiarano i trionfatori delle elezioni e pretendono pertanto la guida del governo. Certamente hanno vinto se si considera che hanno largamente superato il risultato precedente e tutte le previsioni. Ma, quanto al trionfo, le cifre e i fatti sollevano seri dubbi: le cifre e i fatti che ci vengono dall’esperienza storica e anche dalle democrazie normali.

Di Maio sostiene che con il suo 32,66 per cento sarebbe un insulto se gli fosse negata la presidenza del Consiglio. Eppure, se ci si guarda indietro nel tempo (o intorno in Europa) si trovano esempi innumerevoli che suggeriscono il contrario.

Nel 1992, la DC di Forlani prese una percentuale un po’ inferiore ma quasi un milione di voti in più di M5S (perché, nonostante il minor numero di cittadini elettori, la percentuale dei votanti fu molto più alta di oggi). Tuttavia, il leader democristiano fu da tutti dichiarato sconfitto per il calo netto del suo partito e dovette lasciare la presidenza del Consiglio al socialista Giuliano Amato.

Il partito comunista, pur avendo ottenuto in molte elezioni una percentuale di consensi (rispetto agli aventi diritto al voto) superiore a quella di M5S, fu sempre escluso dal governo e cionondimeno mai gridò allo scandalo. C’era la guerra fredda, è vero. Ma i suoi capi storici erano pur sempre tra i padri della Costituzione e mai avevano delegittimato il Parlamento o le istituzioni come Grillo.

La Merkel ha avuto una percentuale maggiore di Di Maio (e ha fatto sì il governo). Ma non dopo aver criminalizzato e svillaneggiato i suoi potenziali alleati. Bensì dopo aver rispettosamente e pazientemente negoziato i programmi e i ministeri (quelli che da noi si chiamano “poltrone”) con tutti: prima (senza successo) con verdi e liberali, poi, finalmente, con i socialdemocratici. Se avesse mostrato una aggressività pari a un decimo di quella di Di Maio, nonostante il suo curriculum (non esattamente uguale) avrebbe fallito.
Altre epoche? Altre realtà nazionali? Certo. Ma la normalità è questa: nella nostra storia come nell’Europa di oggi. Resta, e pesa sugli entusiasmi di Di Maio e Salvini, il macigno che non si può nascondere. M5S ha preso il voto di un italiano su quattro. La Lega di poco più di un italiano su otto (perché –non bisogna mai dimenticarlo-ha votato soltanto il 72,93 per cento).
Sulla base di questi semplici dati, sorprende che al trionfalismo di di Maio e Salvini non venga rimproverato l’eccesso (e persino il ridicolo). Ma la spiegazione sta anche nel fatto che troppo a lungo si sono trascurate le cifre (e con esse il senso delle proporzioni). Il PD ad esempio ha governato sino a ieri con una larga maggioranza assoluta dei deputati, ma avendo ottenuto alle elezioni del 2013 il consenso di meno di un italiano su cinque. Il che ha probabilmente contribuito a una reazione di rigetto.
Nessuno ricorda che il quadripartito Forlani- Craxi (considerato travolto e delegittimato dalle elezioni politiche del 1992 prima ancora che da Mani Pulite) ottenne la maggioranza assoluta dei seggi e il 49 per cento (non il 37 come l’attuale centro destra). Prese due milioni di voti più della coalizione che (con Berlusconi nel 2008) realizzò il successo più grande nella storia della seconda Repubblica.
La mitizzazione del maggioritario e del bipolarismo, con la connessa demonizzazione del proporzionale e del multipartitismo, ha consolidato in questa seconda Repubblica (in contrapposizione alla prima) una mentalità che ha esaltato il valore della governabilità e trascurato quello della rappresentatività. Al di là di ogni limite (e del rispetto per i numeri). Sino a che la Corte Costituzionale ha dovuto intervenire. Anche per questo sono state ignorate tanto a lungo le cifre sui voti veri.

Adesso non c’è più il bipolarismo, il sistema maggioritario si è ridotto a un terzo dei seggi, ma la mentalità è dura a morire. Molti leader politici continuano nei proclami muscolari del “noi“ contro “loro” e nel definire “inciucio“ la ricerca (normale nelle democrazie proporzionali) di punti di equilibrio e compromesso. Come ad esempio quelli che hanno portato alla presidenza del Consiglio Spadolini (con il 3,03 per cento dei voti repubblicani) e Craxi (con l’11,44 per cento dei voti socialisti).

Non si vede neppure che quel terzo di uninominale rimasto non ha garantito affatto il vantaggio tipico del sistema e cioè la possibilità di scegliere persone rispettate e radicate nel territorio. I candidati nei collegi uninominali sono risultati infatti per lo più sconosciuti e il voto è stato dato non ai tanti “signori nessuno”, bensì ai simboli di partito. Il sistema (pur ridotto a un terzo dei seggi) ha prodotto invece danni ulteriori. Il primo danno è stato l’instabilità, perché l’uninominale si è mosso come un elefante nella fragile barca della nostra democrazia, destabilizzandola con spostamenti rapidi e imprevisti. Come in Sicilia, dove il centro destra ha vinto nettamente le elezioni regionali creando l’aspettativa di un cappotto a vantaggio di Berlusconi (simile a quello del 2008). E invece, dopo soli quattro mesi, M5S ha fatto l’ en plein. Il secondo danno (e più grave) è stato l’effetto moltiplicatore nella divisione dell’Italia. Perché ad esempio il Veneto ha eletto nei collegi uninominali di Camera e Senato 28 parlamentari su 28 della destra, mentre la Sicilia ne ha eletti 28 su 28 di M5S. Come se le due regioni si trovassero su pianeti diversi e come se tutti gli altri partiti non esistessero.

La mentalità maggioritaria crea l’insofferenza alla mediazione e anche la propensione a cercare come giocatori di poker la conquista dell’intero piatto rischiando il tutto per tutto (magari ripetendo la partita, ad esempio con immediate nuove elezioni). Senza il suo superamento, sarà difficile trovare soluzioni. Anche perché molti degli attuali leader politici sono cresciuti con questa mentalità e con essa hanno conquistato la leadership di partiti ormai disabituati al paziente dibattito (o addirittura completamente privi di democrazia interna).Hanno sostituito la propaganda da talk show alla cultura di governo e alla politica (che è l’arte del possibile, non del picchiare i pugni sul tavolo). Hanno preferito la costruzione dell’immagine a quella della realtà.

“Italy votes for iresponsability”- ha sintetizzato nel suo titolo l’Economist. Ma l’irresponsabilità è stata alimentata dai leader politici stessi. Non solo, come è stato ampiamente ricordato, con le promesse più mirabolanti. Ma anche con una contraddizione clamorosa: quella di cavalcare l’antipolitica pur essendo politici di professione, che non hanno mai avuto in vita loro nessuna altra occupazione se non la politica stessa (da Renzi a Di Maio e Salvini). Forse, per uscirne, bisognerebbe tornare alla razionalità e pertanto alle cifre. Quelle dei voti veri, che sarebbero un antidoto all’arroganza megalomane. E ancor più quelle dell’economia, che sarebbero un antidoto alla politica dei regali per tutti (per i disoccupati del Sud come per gli evasori fiscali del Nord).

Ugo Intini

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