La Lombardia
sulla via catalana
Ugo Intini
Il Mattino

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di Ugo Intini

Il referendum catalano era incostituzionale e devastante. Quello lombardo veneto del 22 ottobre è costituzionalissimo, legale, non chiede la secessione ma semplicemente una maggiore autonomia. Tutto bene dunque? Siamo sicuri che i capi i casi della Catalogna e della Lombardia non abbiano avuto e non avranno mai niente in comune? Qualche dubbio può venire, anche se il parallelismo è da tutti esorcizzato.
Quarant’anni fa, né a Barcellona, né a Milano si parlava di indipendentismo e nessuno avrebbe potuto neppure lontanamente immaginare un conflitto con lo Stato centrale. Anche se il dualismo Barcellona-Madrid e Milano-Roma ha radici antiche.

“Siamo stufi di pagare le tasse per mantenere quei fascisti di Madrid”. “Siamo stufi di pagare le tasse per mantenere quei parassiti del Mezzogiorno”. L’idea (si fa per dire) originaria degli indipendentisti catalani e della Lega è stata esattamente la stessa. Accompagnata dai calcoli indignati sul cosiddetto “surplus” costituito dal denaro versato allo Stato ma non restituito alle comunità locali (o direttamente o attraverso i servizi forniti dal governo nazionale). In Lombardia Maroni propaganda un surplus di 54 miliardi all’anno. Ma non si capisce come faccia i conti (che in effetti sono impossibili). L’Expo o la linea ferroviaria ad alta velocità, per esempio, a chi hanno giovato se non a Milano? E chi li ha pagati se non lo Stato centrale?

Si è cominciato con il portafoglio, poi si è arrivati ai simboli e ai miti. A Barcellona, la Estelada (la bandiera con le stelle) e Els Segadors (l’inno nazionale). In Lombardia, le bandiere e camice verdi, i celti, il culto della Padania, l’ampolla di acqua del Po e Pontida.

La lingua è sempre stata per i nascenti nazionalismi localisti parte essenziale della narrazione. A Milano ci si è limitati alle insegne stradali in lombardo e in italiano. A Barcellona si è partiti così. Sino a fare del catalano (che per la verità assomiglia a un simpatico dialetto ligure- piemontese) la prima lingua di insegnamento nelle scuole dell’obbligo. E sino al grottesco. Come quando, dopo la strage sulla Rambla, duecento giornalisti di tutto il mondo si sono sentiti tenere la conferenza stampa in catalano. La Vanguardia, il secondo quotidiano del Paese e il primo di Barcellona, d’altronde, ha due edizioni identiche: una in catalano e una in spagnolo.

Leader politici furbi e spregiudicati hanno alimentato e cavalcato l’ostilità allo Stato centrale sia a Barcellona che a Milano. In entrambi le città si sono trovati nei guai con la giustizia e in entrambe si sono dichiarati perseguitati dalla magistratura nemica del popolo. Il padre padrone dell’indipendentismo catalano Jordi Pujol, per decenni presidente della Regione, ha collezionato (lui e la sua famiglia) processi e condanne perché accusato di aver fatto sparire all’estero centinaia di milioni di euro accumulati in nero. Bossi e la Lega, al confronto, sono stati processati per noccioline (oltre a qualche piccolo diamante). Ma la reazione è stata la stessa. Pujol si definisce una vittima politica e il governo centrale insinua che l’accelerazione verso l’indipendentismo a Barcellona nasca anche dal tentativo di sfuggire alla giustizia nazionale, creando una magistratura dipendente dal potere politico catalano. E infatti Umberto Bossi, motivando le sue lotte per l’indipendenza della Lombardia, ha dichiarato. “L’indipendenza ti permette di avere tutti i poteri, anche quello giudiziario: essenziale quando come è successo a me e alla Lega la giustizia ti perseguita per farti sparire”.

Il separatismo lanciato da Bossi a Pontida ormai decenni fa ha fortunatamente avuto sviluppi ben diversi da quelli catalani. Lui e Maroni hanno preferito anziché lottare contro il governo nazionale diventarne comodamente ministri all’ombra di Berlusconi. Salvini, il rottamatore di Bossi, ha preferito abbandonare la bandiera verde separatista per abbracciare il tricolore insieme agli ex fascisti della Meloni. Pensando che si potesse cambiare in corsa (e vantaggiosamente) i nemici da additare al popolo: Bruxelles al posto di Roma ladrona, gli immigrati al posto dei “terroni”.
Meglio così. Ma attenzione. La Lega può ritornare alle origini. Oppure, dopo Grillo, un nuovo clown può trasformarsi in capo popolo riprendendo la bandiera del separatismo, potenzialmente molto più pericolosa in un Paese che (ipotesi non irrealistica) dovesse ritrovarsi nella ingovernabilità e nella crisi economica.

D’altronde, la bandiera verde è stata accantonata, non ammainata definitivamente. Ancora Bossi, pochi giorni fa, in una intervista al Corriere della Sera sul referendum del 22 ottobre, dichiarava infatti. “Se ho cambiato idea sull’indipendenza e sostengo in ogni modo questo referendum per l’autonomia è perché il primo processo prevederebbe tempi troppo lunghi. E noi non li abbiamo”. Solo una questione di opportunità e di tempi, dunque: non la rinuncia all’ideale separatista. D’altronde, basta un’occhiata ai titoli sulla Catalogna dei quotidiani filo leghisti del Nord per vedere dove batte il cuore.
Tra i commentatori, per il momento prevale la lettura tattica del referendum lombardo veneto. Che è in effetti uno spot elettorale per la Lega a spese della collettività e forse anche un abile tentativo di Maroni per mettere in difficoltà Salvini: sottolineando la contraddizione tra Nordismo e nazionalismo “sovranista” (e ponendo un cuneo tra lui e la Meloni).

La strumentalità nella tempistica del referendum è confermata dall’esperienza più recente. Si osserva infatti che Maroni è stato ministro dell’Interno per anni, sorretto da una larga maggioranza parlamentare esattamente uguale a quello della Regione Lombardia. Il ministro competente era lui, il presidente della Regione Lombarda era il suo amico e alleato Formigoni. Perché mai non hanno fatto insieme ciò che era in quel momento facilissimo ( ovvero un bell’accordo Stato- Regione che aumentasse i poteri autonomi della Lombardia, esattamente come si chiede adesso con il referendum)? Tutto vero. Siamo nelle furbizia di bottega e nella tattica politichese. Non nella devastante situazione catalana. Ma anche a Barcellona si è cominciato così. Poi i furbi hanno perso il controllo o sono stati sostituiti dei fanatici. Come avviene spesso, magari a distanza di anni, quando per piccoli giochi di potere gli aspiranti capi popolo accendono le passioni e evocano fantasmi.

Ugo Intini

Libia, storia di un regime feroce e grottesco
di Ugo Intini
Il Mattino

 di Ugo Intini

Le crisi libica (che contribuisce a gettare sulle coste italiane migliaia di migranti non più trattenuti dal filtro un tempo costituito dallo Stato poliziesco di  Gheddafi) ci ricorda cos’è la “etica della responsabilità”. Suggerisce agli uomini di Stato- come insegnava Max Weber- che un bel gesto si può fare, specialmente quando è espressione di un principio di giustizia, apprezzato come tale dall’opinione pubblica, ma prima ci si deve domandare quali saranno le sue conseguenze: “e poi?”.

Un bel gesto è stato liquidare l’infame dittatore Saddam Hussein (e anche Gheddafi, pur molto meno sanguinario del Rais iracheno). Ma non si è pensato al dopo e le conseguenze sono state catastrofiche: non centinaia di morti (come quelli provocati dai regimi abbattuti) , bensì centinaia di migliaia di morti nel Medio Oriente (oltre che l’esplosione del terrorismo islamico a casa nostra).

Gheddafi è oggi spesso rimpianto sia in Occidente che in Libia (dove d’altronde gli attuali leader sono quasi tutti suoi ex collaboratori). Si rimproverano i principali responsabili dell’avventura militare a Tripoli: il presidente francese Sarkozy e quello britannico Cameron. Berlusconi, per la verità, cercò di fermarli, ma non osò opporsi frontalmente, anche perché indebolito dalle inchieste giudiziarie. In fondo, continuava esattamente la politica di tutti i governi precedenti, a cominciare da quelli di Craxi e Prodi. A dimostrazione del fatto che i nostri interessi nazionali nel Mediterraneo non sono mai cambiati e che i governi di destra e sinistra spesso hanno fatto esattamente le stesse cose, pur tra polemiche destinate a impressionare l’elettorato interno.

Oggi anche sulla Libia siamo ormai messi ai margini (è stata infatti Parigi a prendere l’iniziativa per la pacificazione del Paese) ma abbiamo alle spalle una lunga storia che può ancora insegnare qualcosa.

Nell’aprile 1986, Reagan decise di uccidere Gheddafi. Il dittatore libico lo sapeva, viveva in una tenda e si spostava continuamente. Un giorno, l’intelligence individuò esattamente dov’era. I caccia bombardieri americani si levarono da una base in Gran Bretagna (l’unico alleato disponibile ad appoggiare l’impresa) e sorvolarono lo spazio marittimo spagnolo(senza avvertire Madrid) per piombare sulla Libia. Il primo ministro Felipe Gonzales, informato dai militari, capì al volo. Era giovane e scosso. Telefonò sull’istante al suo “fratello maggiore” e compagno di partito nell’Internazionale socialista Craxi, allora presidente del Consiglio. Che non esitò un attimo, perché i jet bisonici avrebbero raggiunto il bersaglio in pochi minuti. Chiamò Gheddafi che scappò di corsa appena in tempo. Meno veloce fu una bambina figlia del dittatore, che rimase, tra gli altri,  uccisa nel bombardamento. Gheddafi non l’avrebbe dimenticato mai. E neppure l’apparato militare americano, furente con Craxi ancor più che per la crisi di  Sigonella un anno prima.

Il dittatore libico era un megalomane e non tollerava potenziali antagonisti neppure tra i suoi fedelissimi. Ma non li uccideva come Stalin. Il generale Jalloud, suo capo del Governo e alleato della prima ora, veniva continuamente a Roma, perché aveva stretti rapporti con l’Italia (e soprattutto perché aveva qui una amante). Faceva ombra al leader, che lo destituì e lo fece sparire dalla scena pubblica. Ma ha continuato ad abitare libero (e ricco) nel centro di Tripoli.

All’inizio, Gheddafi sollevò l’entusiasmo della sinistra radicale occidentale. Ricordo una celebrazione dell’anniversario della rivoluzione a Bengasi, con una Vanessa Redgrave adorante. C’era anche il fratello del presidente Carter, Billy, che però cercava soltanto di fare affari e per questo fu coinvolto nello scandalo “Billygate”, montato proprio in Italia dal giornalista Michel Ledeen (che sarebbe diventato consulente vicino all’amministrazione Reagan prima e a quella Trump poi).

Come tutte le potenze coloniali, l’Italia sa più degli altri sui Paesi un tempo controllati. Abbiamo sempre saputo, ad esempio, che la Libia è uno Stato finto: la Cirenaica (confinante con l’Egitto) e la Tripolitania hanno identità distanti e sono tenute insieme forzatamente. Non per caso, le due aree hanno oggi governi contrapposti (il generale Haftar a Bengasi e il presidente Serraj a Tripoli).

Il rapporto dei popoli diventati indipendenti con gli ex colonialisti è in genere di “amore-odio”. L’orgoglio nazionale li porta (anche giustamente) a celebrare la propria lotta contro gli oppressori europei. Gheddafi ha infatti realizzato un kolossal sulla guerra di liberazione guidata dall’eroe nazionale al-Mukhtar contro gli italiani, che lo impiccarono nel 1931. Il film (protagonista Anthony Quinn) è stato visto in tutto il mondo meno che in Italia, perché a noi non piace trovarci sullo schermo nella parte normalmente attribuita ai “nazisti cattivi”. Nella sua ultima visita del 2010 a Roma, il povero Berlusconi e il ministro degli Interni Maroni dovettero ascoltare la reprimenda del dittatore contro gli abominevoli campi di concentramento italiani in Sicilia, dove furono internati i patrioti libici. Lo show del dittatore durò un’ora, allo stadio di Tor di Quinto, davanti ai carabinieri a cavallo sull’attenti che attendevano di esibirsi con il loro Carosello.

La nuova classe dirigente di Tripoli gonfiava la retorica anti italiana, ma poi veniva a fare shopping in via Condotti e a curarsi nelle nostre cliniche. Molti erano probabilmente ladri, ma nessuno pensava di farsi esplodere in mezzo alla folla. Il figlio del ministro degli Esteri era un ragazzetto obeso con la maglia giallorossa e con forte accento romano, perché cresciuto ai Parioli quando suo papà era ambasciatore in Italia. Con il ministro, mi occupavo io nel 2007 di una trattativa esasperante. Gheddafi pretendeva che, per pagare i presunti danni provocati dal nostro regime coloniale, costruissimo un’autostrada da Tripoli al Cairo. Troppo lunga e costosa? Niente affatto-strepitava- gli antichi romani fecero 2000 anni fa strade ben più lunghe. La trattativa sembrava disperata, ma poi capìi che al regime interessava soprattutto l’aspetto propagandistico. Dietro l’apparenza, ci si poteva mettere d’accordo alla romana (quelli di oggi) ovvero “aum, aum”. Ad esempio, Tripoli poteva ridare all’ENI con una mano (petrolio super scontato) quello che prendeva dello Stato italiano con l’altra mano. Inoltre, le autostrade moltiplicano come si sa il valore dei terreni circostanti e l’Italia, zitta zitta, li poteva comprare per tempo mentre ancora erano valutati come deserto.

Il regime libico era poliziesco, ma dietro la faccia feroce si intravedeva il grottesco. Gheddafi aveva sempre intorno a sé la sua guardia personale: un corpo speciale costituito soltanto da donne. Qualcuna era carina di viso, ma le forme non erano precisamente slanciate. Era un gesto simbolico per sottolineare il valore dell’emancipazione femminile? Era un corpo di amazzoni davvero temibile perché organizzato (così si diceva) nella Germania dell’Est? Mistero. E’ certo che il grottesco (sarà forse stata l’influenza italiana?) scivolava spesso nella farsa. Nel film su al-Mukhtar, le scene nel comando italiano a Bengasi furono girate all’hotel Plaza di Roma, dove io abitavo: un Gastone Moschin sempre ghignante faceva la parte del perfido federale fascista, seviziatore di  poveri guerriglieri a piedi nudi. Un mattino, mi imbatto in uno di loro, scalzo, e lo riconosco: era un maggiore dell’esercito che mi aveva accompagnato a Bengasi. Sudava e tentava di negare, ma invano: il regime lo aveva introdotto sul set come comparsa per controllare il tutto.

La farsa, come si è visto, è finita in tragedia. Al di là dei limiti. Anche se purtroppo, sin dall’inizio (sin dalla deposizione cioè del buon re Idris da parte di un gruppo di militari fanatici) elementi di tragedia non sono mancati. Le conseguenze le paga soprattutto l’Italia con le orde di migranti. Per colpa di Sarkozy e Cameron e della loro apparente inettitudine. O peggio. Perché a Francia e Gran Bretagna poteva anche dare noia l’eccessiva influenza economica dell’Italia e dell’ENI nella Libia di Gheddafi.

La nostra storia “socialista”
di Nicola Zoller
Trentino

Qui in Trentino avremmo una storia epurata, carente, una povera storia se non comprendesse anche le vicende e gli uomini del socialismo: questa considerazione di Walter Micheli, ricordata dal  direttore della Fondazione Museo storico del Trentino Ferrandi, introduce il libro “I personaggi socialisti del Trentino” per le Edizioni U.C.T., presentato recentemente a Trento con gli autori della ricerca, tra i quali troviamo Vincenzo Calì, Luca Rizzonelli, Nicola Zoller, Renato Ballardini, Mariapia Bigaran, Sergio De Carneri, Fabrizio Rasera. Ma la presentazione non si è limitata a ricordare le figure di spicco del socialismo e del mondo progressista trentino, a partire dal fondatore Cesare Battisti, per poi andare alla sua compagna Ernesta Bittanti, agli altri protagonisti di inizio ‘900 Antonio Piscel con la moglie Enrica Sant’Ambrogio, Augusto Avancini, Edoardo Costanzi, Patrizio Bosetti, passando per Giacomo Matteotti la cui famiglia era di origine solandra; proseguendo con Giuliano Piscel, gli antifascisti Angelo Bettini e Giannantonio Manci e i primi deputati dell’Italia repubblicana Gigino Battisti e Giuseppe Ferrandi e concludendo con due personalità come Livia Battisti e Renato Ballardini. Proprio da quest’ultimo, su sollecitazione di Sergio Bernardi coordinatore delle Edizioni U.C.T., è venuto il quesito d’attualità su cosa ha fatto e cosa può fare ancora la sinistra su scala generale, se i suoi valori siano attuali e se siano sostenuti con coerenza. La risposta per l’Italia e a livello internazionale resta problematica. Eppure nel libro è segnalato un percorso, nell’allegata scheda conclusiva dedicata ad “Un futuro per la cultura socialista”. Sì, perché anche in una rassegna dedicata alle vicende trentine, non potevano mancare riferimenti più generali, proposti alla redazione di U.C.T proprio dai socialisti trentini, a testimonianza delle relazioni che da sempre hanno sostenuto la visione globale del loro pensiero declinato poi nelle azioni locali quotidiane del passato e più prossime.

Da dove partire? Ecco, per superare ogni localismo viene citata l’opera lungimirante di un pensatore americano: “Un futuro per il socialismo” di John E. Roemer. Innanzitutto viene chiarito subito di quale socialismo si stia parlando: si tratta di “socialismo orwelliano”, in nome di chi, sostenendo un ideale dì socialismo anti – totalitario (v. George Orwell in “La fattoria degli animali” e “1984”) di quello totalitario ha saputo denunciare tutti i pericoli. Insomma,”un socialismo dal forte sapore liberale, basato su una riflessione attenta sulle ragioni del fallimento delle economie statalizzate”. Quest’ultime, spiega Roemer, è bene che siano collassate, perché con esse sono falliti dei regimi tirannici. Tali esperienze tragiche riconfermano la bontà dell’idea di un socialismo democratico che ponga attenzione alla uguaglianza delle opportunità e delle basi di partenza e quindi alla necessità di “creazione di un sistema educativo in grado di offrire ai più svantaggiati reali opportunità di accesso ad una formazione pienamente spendibile sui mercati del lavoro, compresi quelli più sofisticati e competitivi”. Inoltre occorre che la proprietà delle azioni aziendali sia distribuita molto diffusamente, per meglio ripartire la ricchezza prodotta; ma anche per limitare i “mali” dell’organizzazione produttiva, come l’inquinamento: l’azionariato diffuso – non la proprietà statalizzata, che ha tollerato livelli di inquinamento orripilanti nei paesi dell’orbita ex sovietica – può frenare efficacemente questo male che si riverbera sulla generalità degli azionisti. Segnaliamo al proposito anche il saggio di Giorgio Ruffolo, “Lo sviluppo dei limiti”: la biforcazione di fronte alla quale ci troviamo ci pone non il dilemma tra crescere e non crescere, ma quello tra due tipi di ‘sviluppo’, lo sviluppo della potenza e lo sviluppo della coscienza.

C’è dunque un futuro per il socialismo. Ed è un futuro auspicabile non solo per i socialisti ma complessivamente per le nostre società. Un futuro che è stato coltivato da una schiera di pensatori, che generalmente si ostinano a non ritenere “disparati e inconciliabili l’ideale della libertà politica e quello della giustizia sociale” ed infine a raccomandare con Bertrand Russel: “Se le vostre speranze e i vostri desideri sono limitati a voi stessi o alla vostra famiglia, o alla vostra nazione, o alla vostra classe, o agli aderenti alla vostra credenza religiosa troverete che tutti i vostri sentimenti generosi sono accompagnati in modo parallelo da antipatie e da sentimenti ostili. Da una simile dualità di sentimenti si originano quasi tutti i mali peggiori della vita umana, le crudeltà, le oppressioni, le persecuzioni, le guerre. Se il nostro mondo vuole sfuggire ai disastri che lo minacciano gli uomini devono imparare a essere meno circoscritti nei loro sentimenti di solidarietà”.

Nicola Zoller
Segretario regionale Psi del Trentino-Alto Adige

Migranti, perché attiriamo i meno istruiti
di Ugo Intini
il Mattino

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di Ugo Intini

Nei giorni scorsi, il Corriere della Sera ha lanciato l’allarme nel titolo più importante di prima pagina: “in Italia i migranti con meno istruzione”. Ha ragione, perché in effetti le cifre sono impressionanti: abbiamo la minor percentuale di immigrati laureati e la maggiore di quelli con la sola licenza elementare. I dislivelli rispetto a Nazioni come la Gran Bretagna e la Germania sono abissali. La spiegazione è quasi ovvia. Una famiglia di un Paese arretrato, povera sì, ma dotata di buon senso, sulla base di ciò che legge sui media (e purtroppo anche della realtà obiettiva) manda se può i figli (che già parlano inglese o francese o spagnolo) non in un’area considerata in crisi come l’Italia, dove per di più devono imparare una lingua poco diffusa. Sono prevalentemente i disperati quelli che tendono a restare da noi. Il Corriere della Sera grida in un altro titolo sull’argomento: “ecco la vera emergenza”. Ha ancora ragione. E giustamente sottolinea che, mentre arrivano gli immigrati meno istruiti, gli italiani più preparati se ne vanno a lavorare all’estero. In effetti, 5 milioni sono gli italiani residenti all’estero e altrettanti 5 milioni sono gli stranieri in Italia. Ma il saldo è sostanzialmente zero soltanto sul piano quantitativo: sul piano qualitativo, detto brutalmente, esportiamo i migliori e importiamo i peggiori.
Che i nostri immigrati siano i meno istruiti è un problema reso ancora più grave dal fatto che per l’invecchiamento della popolazione e il calo demografico ne abbiamo assolutamente bisogno. Il governo tedesco, ad esempio, che lo sa bene, ne ha tratto le conseguenze con un piano organico: ha accolto in un solo anno 800.000 siriani (considerando che sono ad alta scolarità) e in più ha investito nel prossimo quinquennio 93 miliardi di euro per integrarli. Ha persino richiamato con forti incentivi i maestri di scuola pensionati più di recente per utilizzarli nell’insegnamento del tedesco.
Che si cominci a lanciare l’allarme sull’ignoranza degli immigrati è giustissimo, ma è stupefacente che nessuno lanci l’allarme su un problema immensamente più grave, addirittura disastroso. Non soltanto gli immigrati in Italia, ma anche gli italiani stessi sono i meno istruiti. Vogliamo dirlo provocatoriamente? L’ignoranza attira gli ignoranti e l’istruzione attira gli istruiti. Ho da poco scritto, con il consiglio e la prefazione di Giuseppe De Rita, un libro che fotografa questa realtà poco conosciuta e, “fresco di studi”, posso essere preciso. In dieci anni, abbiamo avuto un calo delle immatricolazioni all’università del 17 per cento, accompagnato da quello (22 per cento in sei anni) dei docenti. Siamo ormai al 34º posto e ultimo posto tra i Paesi dell’OCSE per la percentuale dei laureati tra i giovani. Ci troviamo dietro alcuni Paesi che siamo abituati a classificare nel terzo mondo. Abbiamo ad esempio meno di un terzo degli studenti universitari dell’Iran (che non raggiunge gli 80 milioni di abitanti). Siamo gli ultimi in Europa anche per la percentuale di diplomati. Nella fascia di età tra i 25 e i 54 anni, i tedeschi che non hanno ottenuto almeno un diploma di scuola secondaria sono infatti soltanto il 13,1 per cento, i britannici il 21,4, i francesi il 23,8, mentre gli italiani salgono purtroppo al 39,5 per cento.

Non soltanto i laureati sono pochi: hanno anche studiato materie che rendono difficile trovare un lavoro e che poco concorrono allo sviluppo tecnologico del Paese. Abbiamo tanti laureati in lettere come in ingegneria. I soli laureati in giurisprudenza pesano come quelli in tutte le discipline scientifiche messi insieme. Che sono infatti soltanto il 20 per cento del totale. Contro il 31 per cento della Germania, il 35 dell’India e addirittura il 40 della Cina. In Europa, soltanto Ungheria, Cipro e Malta stanno peggio di noi. Fa meglio il Messico e la Turchia sta per raggiungerci.
L’attenzione all’istruzione scientifica non soltanto è agli ultimi livelli nel mondo: è inferiore persino a quella di un tempo nell’Italia stessa. Vent’anni fa infatti stavamo all’incirca come oggi, intorno al 20 per cento. Ma nel 1930 eravamo al 28,2, nel 1950 al 31, nel 1960 al 28,5. Anche così si capisce come e da chi sia stato creato il miracolo economico. C’è di più. Sembra incredibile, ma le cose andavano meglio addirittura agli albori della rivoluzione industriale italiana. Nel decennio 1881-1890 infatti gli studenti di materie scientifiche erano i 32,8 per cento del totale, contro l’attuale 20 per cento prima ricordato.

Le conseguenze sono ben illustrate dagli addetti ai lavori. Il rettore della Bocconi ha denunciato che i ricercatori pubblici e privati in Italia sono 150.000, contro i 510.000 della Germania, i 430.000 della Gran Bretagna, i 340.000 della Francia, i 220.000 della Spagna. Il presidente della Assolombarda ha spiegato che il problema non riguarda soltanto il top ma, scendendo a cascata, anche i semplici tecnici: ne mancano a suo parere 100.000, cosicché non sono coperti i profili professionali specialistici indispensabili (come e più dei laureati) al funzionamento delle aziende. Su tutto ciò (purtroppo si tratta di crude e inoppugnabili cifre) il silenzio è assoluto. Il dibattito politico italiano insegue le pagliuzze e non vede la trave. Che in estrema sintesi è presto descritta. Insieme al Giappone e alla Germania, siamo tra i Paesi più vecchi del mondo. E mai si è visto che la vecchiaia sia un motore per lo sviluppo. I giovani, per di più, non soltanto sono pochi: quei pochi sono anche i meno istruiti fra i Paesi moderni. Non si capisce che, se la crescita dell’economia italiana continua ad essere la metà di quella (pur asfittica) europea, qui sta la ragione di fondo? Di fronte a questa vera e propria emergenza nazionale, vogliamo concentrare gli sforzi per lanciare una grande politica demografica e dell’istruzione (oltre che per tentare un’immigrazione selettiva)? Sono temi vitali che non sembrano in cima all’agenda. Anzi. Neppure se ne parla, anche perché l’opinione pubblica neppure viene informata dei dati che li rendono esplosivi.

Dopo 125 anni. La linea
del Psi è sempre attuale
di Alessandro Pietracci
– Trentino

Pochi giorni fa il PSI era in piazza con i suoi gazebo per l’iniziativa denominata “le primarie delle idee”. Anche a Trento alcuni militanti incontravano i cittadini in una frequentata via del centro. Ebbene la gente si fermava oltre ogni previsione, interessata per i contenuti ma forse, inutile negarlo, per una certa sorpresa nell’accorgersi che i socialisti ci sono ancora. “Esiste il PSI?” – questa la domanda ricorrente. Un interrogativo legittimo visto che questo nostro piccolo partito (comunque presente alla Camera, al Senato e al governo) è letteralmente sparito, salvo cortesi eccezioni, dagli schermi radar dell’informazione politica, nazionale e locale. Eppure continua ad incontrarsi in tutti i territori del Paese, elabora idee, propone soluzioni, favorisce la partecipazione e contribuisce al dibattito democratico, ma soprattutto è presente agli appuntamenti elettorali eleggendo Sindaci e Consiglieri. Tant’è che il centro sinistra alle elezioni di domenica scorsa era di fatto composto da PD e PSI. Spiegare questo trattamento discriminatorio è abbastanza facile: il PSI sopravvive ancora nonostante l’ostracismo e la maledizione di Tangentopoli. Non si può dire che i socialisti non abbiano pagato per i loro errori, che pure ci furono. Quanto ancora durerà quest’esilio?

Ma la maledizione non è scesa solo su di noi, ma come una cappa pesa sull’Italia. È il macigno del mai risolto conflitto tra politica e magistratura – che oggi trova nuove espressioni nel caso Consip, nella difficoltà da parte di qualsiasi governo di varare qualsiasi riforma della giustizia o ancora nel protagonismo dei magistrati che parlano non con le sentenze, ma con i romanzi e le interviste. Potremmo sorridere nel leggere i commenti dei “quattro amici al bar” su Virginia Raggi oppure alla notizia degli indagati 5 Stelle per firme false. Adesso i manettari diventano garantisti perché conviene loro. I socialisti lo sono stati sempre. Non per difendere se stessi, ma per un’idea precisa di politica, secondo cui lo Stato non deve essere censore a priori della libertà dei cittadini, non può comminare pene attraverso processi mediatici, salvo poi non garantire la certezza del diritto. L’efficienza della giustizia, dalle carceri fino alle intercettazioni (per non dimenticare i tempi ragionevoli per arrivare a una sentenza!), è un punto cardine della democrazia moderna.

Da sempre i socialisti hanno cercato di favorire l’emancipazione degli individui – dapprima con le lotte operaie poi con la partecipazione alle competizioni elettorali – siano essi lavoratori o borghesi. Il PSI aveva ed ha l’ambizione di rappresentare tutti i cittadini che credono in un approccio riformista e realista alla politica consci che non esistono bacchette magiche o ricette semplici. Riformismo vuol dire attenzione all’insieme, giustizia sociale e competitività economica, sicurezza e inclusione, Europa e dimensione locale, assetto istituzionale fatto di “pesi e contrappesi” ma anche possibilità dell’esecutivo di realizzare la propria agenda senza finire impantanato nei veti contrapposti. Spesso è la fragilità del Governo a generare spinte autoritarie o populiste, più ancora del ribellismo fascistoide, dell’allarme sociale e della paura per la crisi economica, senza precedenti.

Oggi e domani il PSI festeggia a Bari i suoi 125 anni, ci sarà anche una pattuglia trentina. Una storia di luci ed ombre ma il cui bilancio complessivo è senz’altro positivo. Abbiamo raggiunto moltissimi traguardi. L’Italia è progredita con il PSI, si è rialzata dalla devastazione bellica, è diventata una nazione ricca in cui si vive bene. I socialisti hanno accompagnato questo percorso. Guarda caso gli ultimi 25 anni – da quando il PSI occupa un posto marginale nello scenario politico italiano – hanno segnato un preoccupante arretramento del Paese. Forse il rafforzamento dei socialisti potrebbe essere un elemento di ripresa anche per l’Italia?

Non possiamo però guardare al passato, alla storia e alle gloriose figure del socialismo italiano: Matteotti, Nenni, Saragat, Pertini. Siamo collocati in un periodo storico preciso, il tempo della velocità e dell’insicurezza. La politica arranca. Se non sa rinnovarsi, muore. Cinque anni fa il PSI festeggiava i suoi 120 anni dopo il primo turno delle elezioni presidenziali francesi. Hollande si apprestava a conquistare l’Eliseo. Si era aperta una possibilità di rinascita per i socialisti. Cinque anni dopo il presidente uscente non si ripresenta (prima volta in assoluto) e il candidato del PS Benoît Hamon ottiene il 6,36% dei voti, un terzo di quelli della sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon. In compenso Emmanuel Macron – le cui idee non sono così lontane da una sinistra riformista – diventa la speranza dell’Europa. Staremo a vedere, ma oggi più di ieri, la storia corre in fretta.

Corre anche per il Trentino. Ricordiamo che fu nel 1889 (tre anni prima della fondazione del Partito dei Lavoratori italiani di Turati) che Victor Adler, leader dei socialisti austriaci, raccolse in un unico partito i vari movimenti “nazionali” dei molteplici gruppi linguistici che componevano l’Impero austroungarico. Ma ancora in precedenza Cesare Battisti cominciava la sua battaglia politica in Trentino. Questa storia è dimenticata dai più… eppure bisogna partire da lì per dare una scossa necessaria a un Trentino troppo sonnolento, troppo titubante, troppo diffidente.

Alessandro Pietracci
segretario provinciale PSI

Macron, se un moderato
fa la rivoluzione
di Ugo Intini
Il Mattino

di Ugo Intini

Le rivoluzioni sono sempre state estremiste (di sinistra o di destra) e violente. In Francia abbiamo avuto il caso straordinario di una rivoluzione centrista e democratica. Probabilmente è stato l’effetto imprevedibile della paura per il populismo e della incapacità ad affrontarlo dei due partiti storici: i socialisti e i gollisti, il centro sinistra e il centro destra. Il lepenismo (come da noi il grillismo) costituiva un rischio mortale per la politica tradizionale e rendeva tripolare il sistema un tempo bipolare. Ma i vertici socialisti e gollisti, anziché unirsi contro la minaccia populista, hanno insistito nello scontrarsi secondo il vecchio schema, simile a quello della contrapposizione tra PD e Forza Italia.Visto che i partiti tradizionali non erano capaci di allearsi, Macron li ha scavalcati e ha creato un’alleanza non tra i loro apparati, ma direttamente tra i loro elettori, invitando i francesi a convergere verso il centro. Ha cooptato (lui, ex socialista) dirigenti socialisti e gollisti di esperienza (come si vede innanzitutto dalla composizione del governo) ma soprattutto ha lanciato uomini nuovi nelle elezioni parlamentari dove questa alleanza centrista ha ottenuto oggi il voto plebiscitario dei cittadini. Indicando che non necessariamente il centro, come si direbbe in Italia, è la “palude” degli “inciuci”.

Ciò è avvenuto perché lo schema di Macron era l’unico capace di assicurare la sconfitta del populismo, ma ancor più per il contenuto e i toni della sua compagna elettorale. I due partiti storici (di centro sinistra e di centro destra) si erano mossi sulla difensiva. Anzi, avevano inseguito il populismo sui temi che sembravano più adatti a raccogliere il consenso: dalla rivendicazione degli interessi nazionali contro l’Europa, alla paura per la sicurezza e gli immigrati, alla retorica del “chi sta sotto” contro la politica e le elites che “stanno sopra”. Macron ha preso la bandiera dell’unità europea capovolgendo l’argomento della sovranità caro al populismo di destra. Nel mondo irreversibilmente globalizzato –ha spiegato- di fronte alla Cina o allo strapotere della finanza internazionale, nessun singolo Paese europeo può contare qualcosa e difendere da solo la propria sovranità: l’Europa unita sì. In poche parole, nel suo libro- manifesto, Macron ha liquidato il “sovranismo” con questa semplice impostazione. Quanto all’immigrazione, all’Islam, al terrorismo, la scelta è oggi tra una visione chiusa e una aperto del mondo, tra l’ottimismo e la paura, tra l’andare avanti e il tornare indietro, tra la fiducia nei propri valori e la rinuncia. Anche Macron, come i populisti, si è rivolto in questo modo alla pancia del Paese, ma ne ha tratto il meglio, non il peggio.

Lo ha fatto puntando sul rinnovamento, ma non contro l’establishment, né all’insegna della rottamazione per gli uomini e le idee. Macron è un liberalsocialista, che riconosce come suo padre politico Michel Rocard, il primo ministro riformista di Mitterand. La continuità con il meglio del centro sinistra e del centro destra è scolpita nella sua biografia stessa. La sua carriera e il suo successo nascono infatti quando nel 2007 il presidente gaullista crea per la modernizzazione del Paese una commissione internazionale di personalità bipartisan e la affida alla guida di un socialista, Jaques Attali. C’è bisogno per la commissione di un segretario al tempo stesso svelto e colto. Ecco allora che Attali (l’altro suo padre politico) sceglie Macron non ancora trentenne, il quale da lì comincia la sua fortuna.

Il presidente francese, oggi vincitore totale, supera in questo modo il luogo comune della contrapposizione tra novità e tradizione, tra giovane e vecchio. D’altronde, ha una moglie di 65 anni. Supera anche la contrapposizione tra pubblico e privato, tra povero e ricco. Ha lavorato infatti al vertice della banca privata Rotschild, ma anche al vertice delle istituzioni, come vice segretario generale della Presidenza della Repubblica e come ministro dell’Economia. Ha fatto molti soldi come banchiere, ma proviene da una famiglia modesta e le parole più efficaci (e toccanti) le ha spese sulla necessità di rendere prioritario l’aiuto a chi è rimasto emarginato nelle periferie. Per la verità, non necessariamente i leader giovani, come quelli a cinque stelle in Italia, devono avere un’esperienza a livello zero. Macron, a 39 anni, ha più curriculum di un anziano.

Le democrazie riservano davvero delle sorprese, spesso cancellando i luoghi comuni delle narrazioni comunemente accettate. La rivoluzione centrista in Francia è la sorpresa più clamorosa, ma la lunga tornata di votazioni avvenuta in Occidente ne ha riservate altre. Ad esempio, non è sempre vero che i giovani votano per i giovani, né che i politici di professione sono impopolari, né che i socialisti tradizionali sono finiti. Bernie Sanders, a 76 anni, sindaco dal 1980 e parlamentare dal 1990, è stato la novità di successo nelle elezioni americane a sinistra, come l’altrettanto vecchio Trump lo è stato a destra. Sanders è stato la novità definendosi socialista con gli argomenti più tradizionali del socialismo europeo, così come Trump lo è stato cavalcando i temi conservatori più consueti. Jeremy Corbyn era ininterrottamente deputato da 34 anni, non era precisamente un socialista innovatore e tutti i commentatori politici lo descrivevano come un relitto. Ma lo ha votato il 70 per cento dei giovani ( soprattutto quelli a più alta scolarità). E oggi i sondaggi lo danno vincente nel caso di elezioni anticipate. Forse i media (e soprattutto la politica) hanno qualche problema nel cogliere la realtà.

Ugo Intini

Perché fanno sempre più paura le conquiste dell’Iran
di Ugo Intini
Il Mattino

di Ugo Intini

L’attacco terroristico al Parlamento di Teheran è uscito dalle prime pagine dei giornali ma avrà a lungo conseguenze pesanti sugli equilibri del Medio Oriente e non solo. Nell’immediato, può essere visto come una controffensiva dell’ISIS, i cui miliziani sono incalzati a Rakka, in Siria, da un esercito appoggiato proprio dagli iraniani. Nel più lungo termine, la strage acuisce la già altissima tensione nel Golfo tra sciti e sunniti, tra Qatar e sauditi, tra l’Iran e gli Stati Uniti di Trump, rimproverati di aver armato oltre misura Riyadh e di aver scagliato l’accusa di terrorismo contro chi oggi ne è vittima, esattamente come Londra e Parigi.
Siamo nella fase esplosiva di un conflitto che ha avuto una escalation negli ultimi anni con continui successi dell’Iran, tali da portare i sunniti al livello di allarme rosso. Teheran ha acquisito una capacità nucleare che forse il trattato con Obama ha bloccato, ma solo temporaneamente. A causa del clamoroso autogol degli americani, ha conquistato praticamente l’Iraq dove, votando liberamente (com’è naturale e come si poteva facilmente prevedere) hanno vinto gli sciti, per il semplice motivo che sono la maggioranza del Paese. Attraverso gli sciti libanesi (che sono aumentati di numero a danno dei cristiani e dei sunniti) Teheran pesa sempre di più a Beirut. E la milizia scita libanese degli hezbollah, alleata di Assad e Putin, sta riprendendo il controllo della Siria in chiave anti sunnita. Grazie al solido legame con Hamas, Teheran è penetrata nella striscia di Gaza e insidia la leadership dell’OLP in Palestina. Attraverso la guerriglia degli houti (una setta vicina agli sciti)si espande nello Yemen e minaccia il confine stesso dell’Arabia Saudita, che reagisce mandando soldati e caccia bombardieri, con un impegno costoso e sanguinoso. L’Iran persegue il controllo del Kuwait e soprattutto del Bahrein, dove la maggioranza della popolazione è scita e potrebbe travolgere i governi sunniti. Persino in Arabia Saudita, gli sciti sono sì una piccola minoranza, ma sono concentrati nella provincia orientale di Damman (la più ricca di petrolio), confinante con il Bahrein e vicina all’Iraq, che potrebbe tentare una secessione.

Se nel conflitto si moltiplicano (almeno per il momento) i punti a favore di Teheran, ci si deve domandare naturalmente da dove esso nasca. Tutti conoscono la sua radice, che risale a oltre un millennio fa. Quando morì Maometto, i fedeli si divisero nella successione: da una parte chi voleva procedere per elezione tra i capi e collaboratori del profeta (i sunniti), dall’altra (gli sciti) chi voleva procedere per via ereditaria, scegliendo Alì, il marito di Fatima, l’unica figlia del profeta a dargli un discendente. Tra stragi, battaglie e scomuniche, la disputa si è trascinata per secoli, come quella tra  cattolici e protestanti.

Ma più utile della storia è semplicemente sapere cosa gli sciti dicono dei sunniti e viceversa. Ecco una sintesi degli argomenti ascoltati, in anni di frequentazione, a Teheran. Da noi- sostengono gli iraniani- c’è l’unica vera democrazia del Medio Oriente. In effetti, se ci si affaccia all’aula del loro Parlamento, si sentono le urla di liti vere. Anche se il “supremo consiglio dei guardiani della costituzione”, presieduto dall’ayatollah Khamenei (successore di Khomeini) potrebbe essere paragonato a una sorta di sommatoria tra il consiglio superiore della magistratura italiano e la Corte Costituzionale, dotato però di una milizia (i pasdaran) e di mezzi economici enormi. La nostra – continuano gli iraniani- è l’unica Nazione vera del Golfo (a parte forse l’Arabia Saudita) perché gli altri Stati sono il frutto di quanto hanno disegnato sulla mappa le potenze coloniali.  Si tratta di Stati finti, dove i cittadini costituiscono una esigua minoranza rispetto agli immigrati: i soli che lavorano e producono davvero. In tutto il Medio Oriente, gli sciti (a parte i commercianti di successo) sono i poveri, perché sono sempre stati  oppressi dai governanti sunniti. La loro persecuzione è stata massima in Afghanistan, al punto che quasi tre milioni di rifugiati hanno trovato asilo in Iran. Al di là delle parole, si coglie a Teheran un malcelato disprezzo verso i potenti del Golfo: in fondo, beduini arricchiti per il petrolio, senza storia e cultura alle spalle.
Nel mondo sunnita, proprio da questo disprezzo si parte per la contro arringa. A Riyadh come al Cairo, si afferma che gli iraniani sono arroganti perché non hanno mai accettato psicologicamente la fine del loro antico impero. Ancora una volta, vogliono dominare nel Golfo e oltre. Questo conta più della divisione religiosa tra sciti e sunniti. Che comunque c’è e vede gli sciti nella posizione dei miscredenti, anzi, dei superstiziosi idolatri che hanno subito, con una sorta di sincretismo, l’influenza cristiana. I sunniti sostengono di praticare un dialogo diretto tra gli individui e Dio, mediato e disciplinato soltanto dalla sacre scritture (a ben vedere, se al posto il Corano si cita la Bibbia, i cristiani protestanti dicono qualcosa di simile). Gli sciti invece hanno una gerarchia di preti. Come i cattolici e i pagani, venerano santi e martiri (del martirio poi hanno un culto maniacale). In effetti, la più grande fontana di Teheran sprizza acqua rossa per celebrare il sangue dei caduti e nelle feste popolari ci si flagella come nelle processioni del nostro Mezzogiorno durante il Venerdì Santo. Nel cortile della grande moschea di Damasco, si resta attoniti a vedere i pellegrini sciti che urlano e singhiozzano per celebrare la testa del nipote di Maometto e figlio di Fatima, mozzata dal califfo sunnita nella battaglia di Karbala (680 d.c). Gli iraniani- imperversano i sunniti- adorano gli imam (quasi una specie di Papa). Credono nella futura resurrezione del dodicesimo Imam, scomparso e “occultatosi” oltre mille anni fa per sottrarsi alle persecuzioni. La sua resurrezione (altra somiglianza con il cristianesimo) coinciderà con il riscatto e la giustizia per gli oppressi. Infine – dicono i sunniti- gli sciti sono falsi: per natura e per la elaborazione teologica del concetto di “dissimulazione”. Una dissimulazione consigliata allo scopo di difendere la fede. Può darsi in effetti che in alcune aree i vescovi lasciati in carica come amministratori dopo la conquista da parte musulmana e i popoli cristiani assoggettati si siano convertiti per necessità all’Islam, conservando in modo surrettizio alcune credenze precedenti. Naturalmente, a Teheran, si nega il tutto. E si ritorce che salafismo e wahabismo (le scuole teologiche più rigorose e più diffuse nel Golfo) nulla hanno a che fare con il vero Islam: sono anzi all’origine di al Qaeda, dell’ISIS e del terrorismo.
Ascoltare ciò che si dice dall’una e dall’altra parte è per gli occidentali utile, ma ancor più utile è ricordare che da queste esperienze il nostro vecchio continente è già passato. I luoghi comuni feroci di un tempo contro inglesi o tedeschi, francesi o italiani non hanno fortunatamente impedito l’unità europea. E le furibonde accuse (anzi, gli eccidi) di protestanti e cattolici non hanno impedito al Papa di abbracciare i leader luterani e anglicani. Un giorno forse finirà così anche in Medio Oriente e si deve sperare che nel frattempo scorra molto meno sangue di quanto è stato versato da noi per secoli, sino a ieri. Certo, per il momento, non si deve essere distratti quando si parla del Golfo. Se lo si chiama “persico” in presenza dei sauditi o “arabo” in presenza degli iraniani, ci si crea inevitabilmente dei nemici. E per sempre.

Ugo Intini

 

Crisi coreana, quando
la storia aiuta
a capire il futuro
di Ugo Intini
Il Mattino

Di Ugo Intini

Nella crisi Corea del Nord-Stati Uniti, la storia aiuta a capire, come sempre. Oggi tutti indicano in Pyongyang il male assoluto, ma non è sempre stato così e gli errori da parte occidentale sono stati tanti. Non soltanto da parte dei comunisti. Quando nel 1950 il Nord invase la Corea del Sud (così mi hanno raccontato i vecchi giornalisti dell’Avanti!) il dialogo tra il direttore Sandro Pertini, allora direttore del quotidiano socialista, e i suoi redattori è stato più o meno il seguente. “Da dove viene la notizia che il Nord ha assalito il Sud?”-ha chiesto Pertini. “Ecco l’agenzia Associated Press”. “È un’agenzia americana e sicuramente è vero il contrario”. Il titolo dell’Avanti! dettato da Pertini fu pertanto. “La Repubblica popolare coreana aggredita contrattacca. Stroncata la provocazione dei separatisti della Corea americanizzata”. I comunisti italiani fecero anche peggio, naturalmente. Ma certo Kim Il-sung ha tentato con minore successo quanto era invece riuscito al leader del Vietnam Ho Chi Minh. Come lui, Kim è stato un capo della resistenza ai giapponesi, come lui è giunto a controllare il Nord e come lui ha cercato di riunificare il Paese sotto il suo regime comunista.

Craxi vedeva in Mosca il pericolo principale e guardava perciò con interesse tutti i Paesi comunisti che perseguissero una maggiore o minore autonomia nei confronti dei russi: dalla Cina alla Jugoslavia, dalla Romania appunto alla Corea del Nord che, a partire dagli anni ’60, si era allontanata dal Cremlino. Andai io a Pyongyang, nel 1982, e Kim Il-sung mi diede per l’Avanti! (e riprodusse poi con grande rilievo sui media nazionali) una intervista di due pagine. Anche se non diceva cose sensazionali, fu uno scoop, perché se ne ricordava soltanto un’altra ai giornali occidentali: a Le Monde. Dalla sua teoria cosiddetta dello “juche”, già si capiva che voleva instaurare una sorta di monarchia assolutamente isolata dal mondo e perciò inespugnabile: la Corea del Nord- questa era la sostanza-doveva contare soltanto su se stessa, sulle proprie risorse, sul proprio apparato militare e produttivo. I rapporti con l’Occidente erano tenuti in francese e il nome di Kim Il-sung (altro particolare che la dice lunga) era sempre associato a questa definizione : “Le grand leader, bien aimé e respecté”. A Pyongyang le vie erano larghissime e quasi deserte, perché le automobili private non esistevano. Ma c’era una metropolitana con scale mobili di rapidità incredibile, per portare in tempi ragionevoli i passeggeri a una profondità che sembrava invece assolutamente irragionevole. Perché le stazioni della metropolitana si trovavano nelle viscere della terra? Perché erano anche e forse soprattutto un rifugio antiatomico. Infatti (e qui si arriva al tema del momento) gli Stati Uniti durante la guerra di Corea valutarono seriamente di usare armi atomiche contro Pyongyang e (dopo l’intervento di “volontari” cinesi a fianco di Kim) anche contro la Cina. Per bloccare pericolose avventure volute dai militari (questo ci ricorda la forza della democrazia americana) il presidente Truman destituì il comandante delle Forze Armate che non era un generale qualunque, bensì il mitico eroe nazionale Douglas MacArthur, il vincitore della guerra nel Pacifico.
I coreani del Nord non costruirono soltanto la metropolitana bunker, ma cominciarono anche a progettare un reattore nucleare tale da poter produrre armi atomiche. E qui ho della storia, ormai recente, un ricordo diretto. Nel 2000 il ministro degli esteri Dini andò a Pyongyang (il primo di un Paese del G7) per avviare con Kim Jong-il (il figlio e successore di Kim Il-sung) una mediazione incoraggiata dall’amministrazione Clinton. La conseguenza fu, il 24 maggio 2000, un vertice a Villa Madama tra i negoziatori coreani (guidati dal vice ministro degli Esteri Kim Kye-gwan) e americani (guidati da Charles Kartman). Me ne occupai io, come sottosegretario al ministero degli Esteri incaricato di seguire l’Asia. Aprii i lavori con buone parole generiche e me ne andai, perché gli italiani svolgevano la sola funzione di “facilitators”. Le delegazioni rimasero chiuse per due giorni a Villa Madama e al termine i loro due capi vennero per cortesia (separatamente) a riferirmi. Si sarebbe cercato di rendere operativo il seguente compromesso: i coreani avrebbero sospeso la costruzione della centrale nucleare; gli americani avrebbero fornito loro, in cambio, il petrolio necessario a compensarli per la mancata energia che avrebbe prodotto la centrale. Come sia finita, lo sappiamo. C’è stata malafede sin dall’inizio da parte dei coreani? È prevalsa la sfiducia reciproca? Sono nati intoppi che non conosciamo? Francamente non ho una risposta. Qualche costatazione di buon senso invece mi sento di avanzarla.
Saddam Hussein è stato attaccato e ucciso non perché aveva le armi nucleari, ma perché non le aveva. Se le avesse avute, Washington ci avrebbe pensato due volte prima di invadere l’Iraq. Questa lezione involontaria e “diseducativa” da parte americana ha provocato e provoca in tutti i regimi dittatoriali le scelte peggiori. E probabilmente ha contribuito a spingere la Corea del Nord (forse anche l’Iran) a sviluppare tecnologia nucleare.
Quando l’Occidente minaccia il cambio di regime contro le dittature, le rende più crudeli e paranoiche. Le porta a eliminare chiunque anche lontanamente sia sospettabile di diventare un nostro potenziale interlocutore. In questo modo otteniamo l’effetto opposto: le dittature diventano ancor più impenetrabili.
L’Iran (con le sue possibili armi atomiche) costituisce un problema che interagisce pesantemente con tutti gli equilibri dell’area: su Israele, sui Paesi sunniti avversari di Teheran, sui rapporti di forza tra sciiti e sunniti in ciascuno di loro. Pyongyang non ha invece alcun ascendente al di fuori del suo confine blindato ed è pertanto un problema strategico minore.
La carta cinese (ovvero il tentativo di spingere Pechino a fermare Kim Jong-un) si può certo giocare, ma senza contarci troppo. Perché la teoria dello “juche” (della autosufficienza) vale anche verso la Cina e perché i cinesi e i coreani , nella guerra del 1950-53 hanno pur sempre combattuto uniti, da fraterni alleati, contro gli americani.

Infine e soprattutto, bisogna evitare logiche da guerra fredda. Durante quest’ultima, si soleva dire che la pace era assicurata dalla formula MAD (Mutual Assured Distruction). Si osservava che la formula era al tempo stesso razionale e “pazza” (questo è il significato letterale del termine “mad” in inglese). Il mostruoso e appunto pazzesco arsenale atomico di Washington e Mosca era infatti tale da assicurare la completa distruzione di entrambi i contendenti, rendendo pertanto razionalmente improponibile una guerra. L’equilibrio del terrore funzionava. La formula MAD non si adatta più alla situazione attuale. Perché in caso di conflitto la distruzione della Corea del Nord sarebbe assicurata. Mentre quella dell’Occidente sarebbe invece fortunatamente esclusa. Attenzione però. E’ vero che Kim Jong-un guida un piccolo Paese, ha una modesta tecnologia e poche testate nucleari. Ma anche quelle poche (magari lanciate da un sottomarino non localizzabile) possono provocare milioni di vittime. I 20 mila cannoni, mortai e lanciarazzi puntati su Seul sono inoltre sì armi convenzionali ma nelle prime due ore di fuoco –calcolano gli esperti- prima di essere localizzati e eliminati, possono fare 130 mila morti nella capitale sud coreana (che sta a appena 40 chilometri e ha dieci milioni di abitanti a portata di tiro). Il regime inoltre non è fanatico o suicida come i combattenti dell’ISIS. E’ razionale e ha il solo obbiettivo di sopravvivere, non certo di attaccare per primo. Tuttavia non segue la nostra stessa logica. Si identifica con il Paese: è pertanto disponibile a sacrificarlo e a farlo distruggere con tutti i suoi abitanti pur di non cedere. La fine della sua dinastia e della Corea del Nord, nella testa di Kim Jong-un (come del padre e del nonno) coincidono. Quindi, le esibizioni muscolari e la propaganda non devono varcare la linea rossa al di là della quale un incidente o un fraintendimento sono possibili. Kim Jong-un è un dittatore sanguinario sì, ma con un regime da clowns. E’ nocivo sì, ma soltanto ai suoi sudditi. Sarebbe un “mad leader” (un leader democratico pazzo) un presidente degli Stati Uniti che per eliminarlo rischiasse una catastrofe. Trump ha adesso un interlocutore utile nel nuovo presidente della Corea del Sud: il moderato Moon Jae-in. Farebbe probabilmente bene ad ascoltare innanzitutto i suoi consigli.

Ugo Intini