Palestina, l’ultima partita per la pace – Ugo Intini –
Il Mattino

Articolo uscito su Il Mattino del 3 gennaio 2017, dopo la delibera del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

La Palestina è di nuovo al centro dell’attenzione. Dopo 40 votazioni in cui ha sempre messo il veto, il rappresentante degli Stati Uniti nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è astenuto: Israele è stata pertanto condannata per i suoi nuovi insediamenti in Cisgiordania. Obama non deve più preoccuparsi per il peso elettorale degli ebrei americani . Pertanto per la prima volta si è sentito libero di fare ciò che gli appariva giusto, allineandosi alla posizione tradizionale degli altri quattro membri del Consiglio : non soltanto Russia e Cina, ma anche i più stretti alleati di Washington, ovvero Gran Bretagna e Francia. La condanna è quasi una ovvietà, perché è la logica conseguenza della posizione da decenni assunta dalle Nazioni Unite: Israele deve restituire i territori occupati con la guerra del 1967 per consentire la creazione di uno Stato palestinese accanto al suo. Quindi, non può occupare stabilmente nuove aree costruendo quartieri residenziali ebraici.
Con la conferenza internazionale prevista a Parigi per il 15 gennaio, l’attenzione alla questione palestinese si moltiplicherà. Vogliamo riassumere quello che è diventato un rompicapo della diplomazia internazionale (e che presto potrebbe aprire una nuova crisi)?
Con una procedura abbastanza consueta per i Paesi che vogliono acquisire un minimo di influenza, abbiamo a suo tempo ospitato a Roma in un grande albergo una quindicina di prestigiosi opinion leaders israeliani e palestinesi (di centro, destra e sinistra). Li abbiamo fatti “socializzare” tra loro con cene e visite da turisti vip. Poi li abbiamo chiusi in una stanza e, prima di lasciarli soli, abbiamo chiesto loro di cercare una soluzione di pace. Gli addetti ai lavori la chiamano “simulazione”: la sperimentazione cioè di quella che potrebbe essere un trattativa intergovernativa vera. Ecco i risultati.
Con un lavoro di taglia e cuci, Israele si può ritirare da quasi tutti i territori occupati (secondo la logica “terra in cambio di pace”) e i confini si possono ridisegnare. Anche se sarà penoso sloggiare i coloni israeliani (soprattutto fondamentalisti religiosi) che vi hanno creato i nuovi insediamenti.
E il centro storico di Gerusalemme (anch’ esso occupato con la guerra del 1967)? Ha un immenso impatto emotivo per tutte e tre le religioni del libro. Ci sono le rovine del tempio di re Salomone, distrutto dai romani, sul cui “muro del pianto “ancora oggi gli ebrei si lamentano e picchiano la testa a ricordo di quel disastro che aprì la strada a 2000 anni di diaspora. C’è la via Crucis percorsa da Gesù e la basilica del suo Santo Sepolcro. C’è la moschea di Al Aqsa, sorta dove Maometto si riunì con Abramo, Mosè e Gesù prima di salire al cielo accompagnato dall’arcangelo Gabriele, per ricevere ordini direttamente da Dio.
La storia ha un peso che può schiacciare, ma con buona volontà e fantasia lo si può reggere, anche perché alla fine, nell’area che costituisce il cuore delle tre religioni, abitano pur sempre poche decine di migliaia di persone. In questo “cuore” , la sovranità può essere “spacchettata”. I rappresentanti delle tre religioni possono esercitare congiuntamente la sovranità sull’area, rendendola extra territoriale rispetto sia allo Stato israeliano che a quello palestinese. Una sorta di “Stato vaticano”: che è extraterritoriale, appunto, rispetto all’Italia. La sovranità sulle persone non è un problema: gli israeliani avranno passaporto e leggi israeliane, gli arabi li avranno palestinesi. Bisognerà puoi raccogliere la spazzatura e regolare il traffico, ma si tratta pur sempre di problemi pratici non insormontabili. Gli abitanti del piccolo “Stato Vaticano” inter religioso avrebbero d’altronde grandi privilegi e un fiume di denaro proveniente dal turismo. E’ girata anche l’idea di trasferirvi da Ginevra, Vienna o New York una o più agenzie delle Nazioni Unite, con il personale internazionale che farebbe da cuscinetto tra arabi e israeliani, le opportunità di lavoro e i finanziamenti connessi, la natura cosmopolita e di “capitale spirituale del mondo” che ne deriverebbe.
Resta quello che i palestinesi chiamano il “diritto al ritorno”. Il diritto cioè dei cittadini arabi cacciati dalle loro case e dalla loro terra dai soldati israeliani di riprendersele. Ma il buon senso e il pragmatismo ci dicono che in Israele non possono tornare e pertanto dovranno accontentarsi di un indennizzo. Tel Aviv non metterà la mano al portafoglio, ma la comunità internazionale lo potrà fare. Chirac diceva che, se lo si fosse fatto per tempo, con i soldi spesi nei decenni per armi, guerre, caschi blu “peace keeping” e campi profughi, avremmo comprato un appartamento sui campi Elisi a tutti i rifugiati palestinesi.
È impossibile trasformare in realtà questa o altre “simulazioni”? Rabin e Arafat si erano avvicinati a compiere un passo avanti decisivo ma il primo è stato assassinato e il secondo (si sospetta fondatamente) anche. Abbiamo vissuto momenti di speranza. Come quando a Oslo, in un appartamento della periferia, i negoziatori israeliani e palestinesi restarono chiusi per mesi in segreto e partorirono una intesa. Che procurò a Arafat e Shimon Peres il premio Nobel per la pace.
Adesso, perso il momento felice, prevale chi rema (e ragiona) contro. A Tel Aviv, i falchi pensano che l’interesse per la crisi palestinese sia allentato dal terrorismo e da emergenze più gravi. Gli israeliani hanno la forza per continuare a imporre il fatto compiuto e il mondo arabo è pronto ad aiutare i palestinesi soltanto a chiacchiere. Inoltre, la vecchia logica “terra in cambio di pace” non è più valida di fronte al fanatismo terrorista: per quanta terra si ceda ai palestinesi, la pace definitiva non arriverà, perché sempre vi si opporrà un arabo più estremista.
In Palestina, i falchi pensano che la demografia e il tempo giochino a loro favore. Gli israeliani si troveranno in minoranza come i bianchi in Sudafrica. Dovranno dominare con la apartheid e nell’isolamento internazionale; i giovani cominceranno a preoccuparsi per il loro futuro e ad andarsene. Alla fine, la Palestina troverà il suo Mandela. Anche perché il ricordo dell’Olocausto e il complesso di colpa dell’Occidente che aiuta Israele dal 1945 può durare per molte generazioni, ma non più di un secolo.
Le voci razionali (anche quelle dei falchi) sono però sempre più sovrastate dal fanatismo religioso, ovvero dal fondamentalismo: da parte araba, come è evidente, ma non solo. Un tempo, il segretario generale del ministero degli Esteri israeliano (il diplomatico numero uno) era un signore nato e cresciuto a Roma. Ci si poteva anche litigare, ma come si fa a Trastevere. Adesso, il nuovo segretario generale ha così interrotto un ragionamento puramente logico . “Alt, scusi se la fermo. Mio papà è venuto qui a Gerusalemme dalla Russia per esservi seppellito, perché sa che il giorno del Giudizio Universale risorgerà prima degli altri”. C’è anche il fondamentalismo cristiano, che avvicina molti protestanti americani ai fondamentalisti ebrei. Dio stesso, dal monte Nebo, indicò la Cisgiordania a Mosé come la terra promessa al popolo israeliano. Quindi, cederla ai palestinesi sarebbe, oltre che oneroso, sacrilego. Fortunatamente, proprio nella quindicina di opinion leaders citata all’inizio, il più destra degli israeliani, un famoso rabbino, mi ha tranquillizzato. “Non esageriamo-ha spiegato-Dio ha dato una indicazione non così precisa e un pezzetto di Cisgiordania si può cedere”.
D’altronde, qual è l’alternativa? Se non la guerra tradizionale, una guerra strisciante. E sulla guerra Shimon Peres, un padre di Israele (e della sua arma atomica) aveva le idee chiare. In uno di quei momenti fortunati che potrebbero tornare, venne a Roma con Arafat per la “partita della pace” tra israeliani e palestinesi allo stadio Olimpico. Ricevuto al Quirinale da Ciampi, si sedette accanto a lui e gli disse. “Presidente, sa qual è la differenza tra il calcio e la guerra? Nel calcio si vince senza uccidere. Nella guerra, si uccide senza vincere”.

Ugo Intini

“I fondi?” Più tasse sull’azzardo” – Intervista a Riccardo Nencini – Avvenire

Siamo davanti a una «terribile urgenza» con «numeri decisamente preoccupanti». Per contrastare la diffusione della povertà non basta quindi limitarsi a riavviare l’iter legislativo del reddito di inclusione. Servono subito più risorse, già da quest’anno, perché i fondi stanziati non bastano. «Dove trovarli? Aumentando la tassazione sui giochi si possono reperire facilmente 1,5 miliardi. E poi bisogna cominciare a pensare a una patrimoniale sulle grandi ricchezze» così come «alla tassazione dei big dell’informatica, che fanno profitti straordinari ma oggi godono di condizioni di favore». Riccardo Nencini, viceministro alle Infrastrutture con Renzi e ora riconfermato con Gentiloni, è il segretario del Partito socialista italiano. «La sinistra riformista ha saputo governare la società industriale spiega ma oggi non ha un canone per governare la rivoluzione tecnologica e la globalizzazione. E questo è un problema perché in Italia le misure per l’uguaglianza sono sempre state frutto dell’azione del solidarismo cattolico e della sinistra».

Da dove nasce l’urgenza di intervenire?
I numeri della povertà sono sempre più preoccupanti e riguardano non solo l’estensione del fenomeno ma anche la natura dei soggetti coinvolti. Le iscrizioni all’università nel Sud sono crollate, segno di un disagio sempre più forte delle famiglie. C’è un impoverimento progressivo del ceto medio. Anche tra i professionisti, fino a non molti anni fa un’area di benessere diffuso, oggi c’è sofferenza. C’è una piramide sociale con una base sempre più larga e un vertice sempre più ristretto, i poveri aumentano e molti ricchi continuano ad arricchirsi.

Eppure tra le diverse riforme avviate negli ultimi tre anni quella per costruire una misura universale di tutela dalla povertà è forse quella che ha fatto meno strada, non trova?
Forse ci voleva maggiore urgenza perché il cratere del disagio si è molto allargato. Però va detto che il racconto è stato ottimista ma gli interventi messi in campo non hanno avuto lo stesso segno perché di misure per muovere il mercato del lavoro e favorire gli investimenti ce ne sono stati eccome.

Ora come si può procedere? Il ministro Martina propone un decreto legge.
Se si trova un accordo tra il ministro del Welfare e la Commissione del Senato per accelerare con un disegno di legge, bene. Ma se questa strada si dimostra inefficace meglio puntare sul decreto.

Cosa propone?
L’introduzione del salario di inclusione, ma non soltanto. Penso anche a un maggior controllo sulle tariffe. Non dobbiamo dare per scontati aumenti che incidono sul portafoglio delle famiglie. Poi c’è da mettere attenzione a tutto quello che riguarda il binomio merito-bisogno. Se uno studente merita di studiare deve aere il sostegno forte dallo Stato, dai libri agli affitti. Non possiamo permetterci di disperdere energie. Infine va rivista la tassazione dei big dell’informatica.

Quest’ultima misura serve a finanziare gli altri interventi?
Per un intervento strutturale contro la povertà ci vogliono 7-8 miliardi l’anno. Oggi ne abbiamo a disposizione poco più di uno. Bisogna studiare una patrimoniale una tantum sulle grandi ricchezze con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico e fare investimenti contro il disagio sociale. Poi va aumentata la tassazione sul gioco d’azzardo che ha un giro d’affari da 90 miliardi e che con un moderato aumento delle aliquote può facilmente dare 1,5 miliardi l’ anno. È una proposta che sosteniamo da tre anni.

Nicola Pini

Guterres, un socialista nel Palazzo di Vetro
– Ugo Intini – Il Mattino

Il 1° gennaio 2017, Antonio Guterres, 67 anni, si siederà al vertice del Palazzo di Vetro:il nuovo segretario generale delle Nazioni Unite. La sua elezione è stata una sorpresa e chi lo conosce di persona sa che darà delle sorprese, perché Guterres, a differenza dei suoi precedessori dell’ultimo messo secolo, no è un funzionario o un diplomatico. Le Nazioni Unite sono potenzialmente una macchina di pace e progresso: dipende molto di chi sta al volante.

La sorpresa di Guterres è controcorrente. In tempi di antipolitica e antipartitocrazia, è un politico puro. Anzi, un politico di professione e un uomo di partito. Militante socialista portoghese dal giorno della rivoluzione dei garofani (il 25 aprile 1974), deputato dal 1976, poi capogruppo alla Camera, poi Primo Ministro.

In tempi bui per il socialismo democratico, ne rappresenta addirittura un simbolo, perché è stato presidente dell’Internazionale socialista (pochi anni dopo Willy Brandt) dal 1990 al 2004. In tempi di antieuropeismo, è un europeista convinto. Anzi. È per l’unità politica dell’Europa. Commemorando a Roma Pietro Nenni, ha voluto ricordare che il padre fondatore del socialismo italiano Filippo Turati, lanciò oltre un secolo fa l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa.

In tempi in cui le sinistre tendono a trovare la propria identità più sui temi di costume che su quelli sociali, Guterres è un socialista cattolico, anzi, terziario francescano ed è cattolico tradizionalista. Al punto da accettare sì, per disciplina di partito, per il matrimonio gay, ma da manifestare nel contempo la sua contrarietà personale.

In tempi in cui nessun leader europeo osa opporsi frontalmente all’ondata popolare di rigetto contro l’immigrazione, da direttore dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), dove ha lavorato fino a ieri, Guterres non si è stancato di ricordare un paradosso. In Europa i Paesi più grandi e ricchi si disperano per poche centinaia di miglia di rifugiati. E lo si può comprendere, considerando lo choc continui, mostruosi attacchi terroristici. Ma in Turchia Libano e Giordania ce ne sono 4 milioni e 300mila. Nei miseri sobborghi dei Beirut, ne sono arrivati dalla Siria più che una intera Europa. Una volta, Guterres ha spiegato in un minuto, con tre semplici domande e risposte qual è il problema epocale che abbiamo di fronte. “Un istituto specializzato ha posto le seguenti domande a un campione di cittadini europei. Volete diventare una società di vecchi? La maggioranza ha ovviamente risposto di no. Progettate di aver più figli? Ancora no. Volete avere più immigrati? Sempre, ovviamente, no. Ma tutti e tre i no, come è evidente, non reggono”. A uno – fa osservare Guterres con normale buon senso – è giocoforza rinunciare.

La sua elezione nasce da una “congiuntura astrale” irripetibile perché, come è noto, un Segretario Generale non più riuscire se si oppone uno solo dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza. È per questo che le scelte degli ultimi decenni sono state sempre “al ribasso”: alla ricerca cioè del minimo comune denominatore accettabile contestualmente da Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna.

La prima spinta a favore di Guterres è venuta dai continenti emergenti. Come presidente di una Internazionale socialista con quasi 200 partiti membri (molti in Africa, Asia e America latina) aveva coltivato negli anni amicizie che hanno influenzato i Paesi in via di sviluppo.

E nel terzo gli ha giovato probabilmente anche l’influenza del Vaticano, dove certo non si è dimenticata la sua militanza cattolica.

Obama è accusato dai suoi nemici di essere “sotto sotto” un “socialista europeo” e lo ha certamente appoggiato (con Trump, dopo pochi mesi, avrebbe avuto “possibilità zero”). Guterres è un politico assolutamente “occidentale”, da sempre leale con la Nato. E questo piace agli occidentali. Ma in Russia e in Cina si apprezza che Guterres critichi lo strapotere della finanza internazionale anglosassone: è pur sempre un socialista. Mosca e Pechino sono inoltre protagonisti di un’organizzazione in ascesa che coltiva legami solidi con i Paesi poveri grandi sostenitori di Guterres: il BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), che si è riunito a Goa (guarda caso ex colonia portoghese) poco prima del via libera al nuovo Segretario Generale. Il presidente francese Hollande era segretario del partito socialista quando lui era a capo dell’Internazionale e lo ha sempre chiamato “caro compagno Antonio”. La Gran Bretagna del Brexit aveva altro a cui pensare.

Ed ecco Guterres alla guida delle Nazioni Unite. È al tempo stesso un pragmatico pignolo e un idealista. Laureato in fisica, di solida preparazione scientifica, cittadino del mondo e entusiasta della modernità, improvvisa discorsi a braccio indifferentemente in portoghese, spagnolo, inglese e francese (parlicchia anche italiano). Ma sogna come un vecchio socialista e non a caso ama citare Turati e Nenni.

Sogna cosa, esattamente? Ho ricordato come Guterres abbia citato Turati e la sua profezia sull’unità europea. Giurerei che gli piacerebbe citare un’altra profezia di Turati: gli “Stati Uniti del mondo”. Il padre del socialismo italiano infatti ha sempre visto l’unità europea come una tappa intermedia verso questo obiettivo finale dell’umanità.

Certo, Turati vedeva lontano di secoli. Troppo lontano. Certo Turati era un sognatore. Ma attenzione. Anche i padri fondatori delle Nazioni Unite, nel 1945, a San Francisco, lo erano. A cominciare dal loro vero architetto: Franklin D. Roosevelt, spentosi poco prima che si concretasse il suo disegno. E dalla vedova Eleanor, che ha scritto nel 1948 (lei, una donna) la famosa “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”. La carta fondante delle Nazioni Unite comincia infatti solennemente con queste parole: “ We the people…”. Esattamente, non a caso, le stesse parole con le quali comincia la carta fondamentale degli Stati Uniti d’America.

Guterres è ancora sconosciuto all’opinione pubblica, ma presto diventerà famoso in tutto il mondo, come i suoi precedessori: interlocutori e mediatori tra i grandi della terra. Le Nazioni Unite hanno un peso economico enorme (Banca mondiale, Fondo Monetario Internazionale, istituzioni finanziarie e di investimento). Un peso militare (oltre 100mila soldati con il casco blu in azione. Un peso organizzativo quasi proibitivo da gestire. Sessantamila funzionari nella sede centrale, decine e decine di agenzie in tutto il mondo: dall’Unesco (cultura) all’Unicef (infanzia); dall’Iaes (energia atomica) all’Unodc (droga e crimine); dalla Fao (alimentazione) all’Oms (sanità). Ma si può prevedere che questo straordinario potere non cambierà la semplicità di Guterres. Dopo essere stato Primo Ministro, ha ripreso da cattolico militante, a fare volontariato. A modo suo e con un messaggio implicito (credo) su quale sia oggi la chiave dello sviluppo economico: dando lezioni di matematica agli studenti poveri di Lisbona. Ho di lui nella memoria un flash fotografico più nitido degli altri. Consiglio generale dell’Internazionale socialista, non ricordo in quale continente. Deserto per pausa pranzo. Restano soltanto le ragazze che lavorano come hostess a mangiare un panino. E io in un angolo a scrivermi il discorso. Sento gemere e sbuffare. Trovo sulle scale, piccoletto, grassotello, paonazzo per lo sforzo, Guterres, che trasporta un tavolo. “Ma che fai?”. “Mancavano tavoli”. “E li trasporti tu?”. Mica posso chiederlo alle ragazze”.

Come definirebbe Guterres, usando solo due righe, la socialdemocrazia in cui crede? Il nuovo segretario generale delle Nazioni Unite vede in Olof Palme (il mito del socialismo scandinavo) il suo punto di riferimento e spesso ripete le sue parole. “La socialdemocrazia – insisteva Palme – non deve abbandonare l’utopia, perché l’antagonismo tra gli ideali e la realtà certamente le pone un problema, ma è anche la sua affascinante forza motrice”.

Ugo Intini

Figli, immigrati, donne,
le forze che mancano
Ugo Intini – Il Mattino

censis-mattino-1Dopo che la campagna referendaria ha lacerato e paralizzato il Paese per mesi, il dibattito è inevitabilmente concentrato sugli equilibri politici sconvolti. E ancora i problemi concreti restano in secondo piano. Ma per fortuna esistono i centri studi di statistica. Due giorni dopo i risultati del referendum, l’Istat ha reso noto uno studio sul rischio povertà in Italia. Rischio che colpisce in particolar modo il Mezzogiorno, dove il 46% dei cittadini è ai confini dell’esclusione sociale, e le famiglie con tre o più figli (il 48%). E proprio alla vigilia del voto, uno tra i più gravi di questi problemi ci è stato ricordato dal Censis di Giuseppe De Rita che per il 50esimo anno consecutivo ha fotografato la realtà italiana. E’ un problema che, tra l’altro, a ben vedere, ha influenzato e influenza profondamente anche il dibattito politico. I titoli dei quotidiani lo hanno sintetizzato con efficacia. L’Italia è il Paese “dove nipoti sono più poveri dei nonni”, come ha scritto Il Mattino. Pertanto, si è creato un “muro tra le generazioni”, ha aggiunto la Repubblica. Di conseguenza, rischiamo, ai due lati del muro, non più la “lotta di classe” cara un tempo alla sinistra comunista, bensì la “lotta di classi” (classi di età), come dice il titolo del mio ultimo libro al quale infatti proprio De Rita ha scritto la prefazione.
Alla riflessione su questa fotografia scattata dal Censis, una premessa va fatta. Le lotte (tra le classi sociali come tra le classi di età) nascono sempre dalla povertà, ovvero dalla scarsità delle risorse da dividere. E i nostri media spesso sottovalutano quanto la scarsità sia ormai da oltre due decenni una triste caratteristica dell’Italia. Ha provveduto recentemente a ricordarcelo l’Economist, sottolineando che il reddito pro capite degli italiani è rimasto immutabile del 1995 a oggi: crescita zero. Mentre quello dei 28 Paesi europei è mediamente salito, nello stesso periodo, del 33 per cento. Non cresciamo (e anche questo ci ricorda L’Economist) innanzitutto per l’ovvia ragione che gli italiani in età lavorativa occupati sono percentualmente tra i meno numerosi del mondo occidentale e dell’Europa, dove soltanto la Grecia lavora meno: in Germania ad esempio, gli occupati sono il 75 per cento e in Italia soltanto il 57.
Si aggiunge che il nostro è uno dei Paesi più vecchi del mondo e che la vecchiaia non è mai stata un incentivo al consumo, agli investimenti e conseguentemente allo sviluppo. Aggrava la situazione il fatto che i giovani non soltanto sono pochi: sono anche tra i meno istruiti del mondo occidentale (e proprio i meglio preparati spesso se ne vanno all’estero).
La ricchezza degli italiani è legata alle annate, come la qualità del vino. E’ più alta per quelli che hanno lavorato e risparmiato nei tempi fortunati, quando l’Italia cresceva come oggi la Cina. E’ più bassa per i loro figli. Ancora più bassa per i nipoti. E infatti (ci dice sempre il Censis) venticinque anni fa i giovani avevano una ricchezza del 18,5% inferiore a quella dei vecchi, mentre oggi è inferiore del 41,1 per cento; venticinque anni fa’ i giovani guadagnavano il 21 per cento più di adesso.
Lo scarsità delle risorse da dividere e il muro tra le generazioni comporta conflitti (tanto laceranti quanto fuorvianti) di cui già si vedono i prodromi: anche nel sistema politico. Chi si sente escluso (in genere i giovani) combatte contro chi viene visto come privilegiato (in genere i vecchi), secondo lo schema “gente comune contro casta”. Esattamente questo è lo schema che ha determinato il successo di M5S, non a caso rappresentato (a parte il guru Grillo) da una classe dirigente di giovani. Proprio questa forma di protesta ha cercato di cavalcare anche Renzi con la scelta delle parole (“casta” e “rottamazione”), con la sottolineatura della sua stessa giovane età e con la chiamata alla ribalta di ministre “simbolo” ancor più giovani di lui.

L’insufficienza dei posti di lavoro spinge alla richiesta di “rottamazione” anche nell’attività produttiva, senza tener conto del fatto che non necessariamente un posto lasciato libero da un anziano crea un nuovo posto di lavoro per un giovane: era così nella vecchia fabbrica, ma non nella complessità dell’economia moderna.

 Per la crisi crescente della finanza pubblica, il terreno delle pensioni è diventato quello dove il conflitto di interesse tra le generazioni si fa più duro. Le pensioni dei ceti medi vengono così indicate come “d’oro”, si colpevolizzano gli anziani che percepiscono ogni anno 46 miliardi di pensioni non coperte dai contributi versati e si individua in questi 46 miliardi la cassaforte che, se aperta, potrebbe far quadrare i bilanci. Dimenticando però che la quantità di denaro sottratta annualmente in modo illegale al fisco è almeno tre volte più alta: basterebbe (se soltanto fosse ridotta a proporzioni europee anziché sudamericane) per risolvere tutti i problemi della finanza pubblica.

La rissa sul poco che c’è toglie lucidità e “vision”, impedisce di pensare in positivo e di concentrarsi sull’essenziale.
Se la vecchiaia è una delle cause principali della stagnazione, i casi sono evidentemente due. O si lancia una grande campagna per la natalità, condotta sul piano del costume e soprattutto degli investimenti pubblici a sostegno della famiglia. O si accetta un’immigrazione programmata. O si sceglie un mix di entrambe le cose.

Se la scarsa istruzione dei giovani è, con la vecchiaia, l’altro macigno che blocca lo sviluppo, se in quanto a laureati siamo al 34° e ultimo posto tra i Paesi dell’OCSE, occorre considerare come priorità assoluta un investimento straordinario sulla scuola e sull’università. Con incentivo ai meriti. E a chi sceglie studi utili alla competitività: meno giurisprudenza, ad esempio, e più discipline scientifiche. Perché i nostri laureati in queste materie sono percentualmente la metà che in Cina e agli ultimi posti nel mondo: sembra incredibile, ma nella seconda metà dell’Ottocento erano un terzo più di oggi.
L’immigrazione è un tema politicamente scivoloso? Diciamo allora la verità. L’Italia attira i disperati. In Lombardia (che pure sta meglio delle altre regioni) gli stranieri e extracomunitari laureati sono il 15,9 percento. Contro il 44,5 per cento dell’area metropolitana di Londra e il 36 percento di quella di Parigi.
Una politica sugli immigrati significa innanzitutto cercare di attrarre quelli utili (come si è sempre fatto nei Paesi organizzati). E comunque non siamo affatto travolti dei rifugiati. Proprio il Censis ci dice ancora che l’Italia è al 34º posto al mondo per il numero di quelli stabilmente accolti e che ne ospita lo 0,7% del totale. Lasciare le cose come stanno, senza immigrati e senza aumento della natalità, preparerebbe per l’Italia del 2050 uno scenario da incubo: una popolazione ridotta di dieci milioni (il che in sé non sarebbe necessariamente negativo). Ma (ed è questo l’aspetto catastrofico) dodici milioni di giovani capaci di lavorare in meno e due milioni di vecchi da assistere in più.

Il tasso di occupazione straordinariamente basso dell’Italia è dovuto soprattutto all’insufficiente lavoro femminile: che è di 23,5 punti percentuali inferiore a quello della Germania e si trova esattamente al livello del Messico. Soprattutto nel Mezzogiorno, la situazione appare disastrosa perché ad esempio ( è importante ricordarlo su queste colonne), mentre a Bologna lavora il 63,2% delle donne, a Napoli questa percentuale si riduce al 24,4%.

Il tema del Mezzogiorno e quello della condizione femminile tornano inevitabilmente e prepotentemente alla ribalta. Ma non c’è contraddizione tra l’esigenza di maggiore natalità e quella di lavoro per le donne? Niente affatto, al contrario: le donne spesso non fanno figli perché non lavorano e quindi non hanno certezze economiche. E il sottosviluppo economico provocato dal mancato lavoro femminile impedisce di trovare i mezzi per assicurare i servizi pubblici all’infanzia e alle donne stesse. E’ il classico cane che si morde la coda. In Svezia, ad esempio, il 74 per cento delle donne con due figli lavora felicemente.

Nelle sue conclusioni, il rapporto del Censis indica una delle ragioni profonde per cui i problemi veri non si affrontano e il disagio sociale si esprime in una protesta confusa, come la lotta (strisciante) tra classi di età e quella (conclamata) tra esclusi e “casta”. Si è rotta-spiega De Rita- “la cerniera tra elite e popolo”. Anche per questo, i leader politici cavalcano le paure e gli umori prevalenti per trovare voti: seguono anziché guidare gli umori del momento, non sono “pastori” ma si mescolano come pecore al gregge, consultano i sondaggi e dicono quello che la gente vuole sentirsi dire. E’ un fenomeno ormai diffuso in tutte le democrazie occidentali, che però in Italia si è sviluppato prima e in modo più acuto.

De Rita non lo scrive nel rapporto, ma spesso lo ricorda. La cerniera venuta a mancare sono innanzitutto i partiti politici, poi i sindacati e i corpi intermedi. Che sapevano riconoscere, incanalare e razionalizzare la protesta, trasformandola in istanze costruttive. Di più. Sta venendo a mancare anche (non soltanto in Italia, perché Trump insegna) la funzione della stampa, che un tempo orientava l’opinione pubblica e che viene ormai spesso surrogata da Internet, dove chiunque si può improvvisare commentatore politico. Di più ancora. Lo si dice poco, ma è forse il problema più grave e proprio il direttore de Il Mattino lo ha ricordato alla vigilia del voto referendario. L’unica democrazia al mondo che si conosca è quella rappresentativa, che comporta una delega da parte del popolo ai suoi rappresentanti. Anche questa delega viene oggi contestata. Ma- come stato scritto-si tratta di “una delega indispensabile, a dispetto di tutte le utopie disintermediatrici, che illudono le masse con la democrazia diretta della rete o della piazza e poi puntualmente deludono con altrettanti disastri politici e amministrativi”.

Ugo Intini

Castro, Stalin e quella sinistra cieca – Ugo Intini – Il Mattino

castro-il-mattinodi Ugo Intini

Se si guardano i giornali del marzo 1953 sulla morte di Stalin, assomigliano a quelli su Fidel: esaltazione assoluta a sinistra, enorme spazio al mito e poco ai lati oscuri sulla stampa indipendente. Sarà lo stesso per la storia di Cuba? In attesa, guardiamo nelle zone buie, che per tutti regimi comunisti, stranamente, si assomigliano anche a distanza di decenni.

Molte generazioni si sono chieste come i grandi intellettuali e i media siano stati ciechi verso i processi staliniani. Ma ci sono stati anche quelli castristi, neppure troppo tempo fa’. E quasi non ce ne siamo accorti. Arnaldo Ochoa aveva combattuto nella Sierra Maestra con Fidel. Era diventato il generale più prestigioso. Come tale, aveva comandato il corpo di spedizione cubano in Africa: 50.000 uomini decisivi per portare alla vittoria contro le milizie filo occidentali il governo comunista in Angola. Era tornato in trionfo all’Avana, osannato e riconosciuto come eroe nazionale. Nel 1989, improvvisamente, fu arrestato, accusato di traffico di droga, condannato a morte con un processo spettacolare e fucilato. Fu uno psicodramma nazionale e un giallo mondiale. Esattamente come nei processi staliniani, Ochoa si dichiarò colpevole, sulle piazze dell’Avana e di tutte le città cubane, gli altoparlanti diffusero davanti a una folla ammutolita le sue parole di disprezzo contro se stesso. Da anni, le autorità e la stampa americana accusavano Castro di procurarsi dollari spedendo droga negli Stati Uniti d’accordo con il cartello colombiano di Medellin. Il generale Ochoa e gli altri alti ufficiali condannati a morte con lui venivano indicati dagli osservatori occidentali come il punto di riferimento di un’opposizione crescente tra i militari, usata da Gorbaciov per spingere anche Cuba verso la perestroika. Castro pensò di scaricare lontano da sé la responsabilità per il traffico di droga? Volle liberarsi del contrappeso dell’esercito, come fece Stalin nel 1937 condannando a morte per tradimento il maresciallo dell’Armata Rossa Tuchacevskij insieme a molti generali? Raggiunse entrambi gli obbiettivi con un colpo solo?
Certo le campagne militari africane di Cuba furono lo strumento dell’imperialismo sovietico nel continente, contrapposto a quello occidentale. Ochoa stabilì con i colleghi sovietici rapporti stretti, combattendo non solo in Angola, ma anche nella regione somala dell’Ogaden, fianco a fianco con il generale Petrov. Di questo imperialismo, tutti si accorsero meno gli italiani. A Pechino, nel 1979, ero presente a un incontro con il successore di Mao, il presidente Hua Guofeng. Voi italiani- ci disse-siete certo esperti di Somalia. Vorrei il vostro consiglio sulla situazione nello stretto di Bab el Mandeb. Gelo e sgomento a causa della nostra clamorosa ignoranza.”Vedete- spiegò Hua pazientemente- il generale Petrov e i cubani stanno occupando in Somalia la zona dell’Ogaden. Hanno già un regime comunista loro alleato nello Yemen del Sud. Quindi controllano entrambe le sponde dello stretto di Bal el Mandeb, dal quale passa verso il Mar Rosso e Suez tutto il vostro petrolio. Quando vogliono, stringono le dita sulla vostra vena iugulare e vi soffocano”.
A Cuba, ancora oggi, immensi poster di Che Guevara affiancano l’autostrada al posto dei cartelli pubblicitari. Ma molti pensano che il Che andò a combattere per una improbabile e velleitaria rivoluzione in Bolivia perché era in urto con Fidel e non voleva fare la fine di Trotsky con Stalin. Se non ci mancasse spesso la memoria storica, ricorderemmo che la morte di Che Guevara ha una connessione anche con i nostri laceranti anni ’70. Legato alla sua fine è il nome del maggiore dell’esercito boliviano Quintanilla che, per allontanarlo dalla promessa vendetta cubana, fu trasferito come console ad Amburgo. Il governo di La Paz temeva i commandos dei servizi segreti cubani. Chiese invece di vederlo una elegante signora tedesca, estrasse una pistola dalla borsetta e lo uccise. Era una boliviana e guerrigliera comunista di origine tedesca, figlia di un simpatizzante nazista fuggito dopo la guerra dall’Europa. Si chiamava Monica Ertl. Scappando, perse la pistola: era stata acquistata a Milano dall’editore Giangiacomo Feltrinelli. Tornata in Bolivia, sarebbe stata a sua volta uccisa dal regime militare.
A distanza di tanti anni, le tragedie si stemperano, spesso sino alla banalità. L’uomo forte e persecutore di comunisti e guevaristi fu, per definizione, in Bolivia, il generale Hugo Banzer, che conquistò il potere con un colpo di Stato delle Forze Armate. Fu poi rieletto democraticamente e nel 2000 venne a Roma accolto con tutti gli onori. Ero lì quando incontrò il presidente della Repubblica Ciampi. Seduto accanto a lui, gli batté platealmente una mano sulle ginocchia e esordì con un gioco di parole dal gusto molto dubbio. “Presidente posso essere sincero? Si sono scritte cose molto ingiuste su di me. Ma la mia non
fue dictadura, fue dictablanda”.
Crollata a Mosca la casa madre, due soli regimi comunisti sono rimasti al mondo: in Corea del Nord e a Cuba. Su un punto, curiosamente, si assomigliano, quasi che, paradossalmente, l’ultimo stadio del comunismo porti a logiche dinastiche, ritornando alla monarchia. Figlio e nipote di Kim Il-sung hanno governato e governano a Pyongyang. Fidel Castro non aveva figli maschi e il successore è pertanto il fratello Raoul, che ha avuto un ruolo di punta nell’accusare e eliminare il generale Ochoa.
Credo che abbia fatto benissimo Obama ad avviare la normalizzazione dei rapporti con Cuba. L’ultimo regime comunista dell’emisfero occidentale sarà assorbito più facilmente attraverso il commercio e il turismo, mentre l’isolamento si è dimostrato controproducente: il presidente e i democratici americani hanno praticato saggiamente la realpolitik. Non ci hanno però mai aggiunto, come in Italia, l’indulgenza al mito della rivoluzione cubana. Un mito così forte che ancora fino a ieri era da noi difficile criticare Fidel. Ricordo con affetto e tristezza Carlos Franqui: un combattente castrista della prima ora, famoso giornalista e scrittore. Nel 1968, aveva osato condannare l’invasione sovietica della Cecoslovacchia e aveva dovuto a salvarsi con l’esilio. Ho organizzato per lui conferenze e interviste in Italia. Ma mai siamo riusciti a superare il muro di ostilità dei nostri media e della nostra cultura dominante. Che d’altronde non risparmiarono neppure Solgenitsin o Sacharov. Il mito, forse, è sempre più forte della verità. Almeno per quanti, in quel mito, sono cresciuti. A dire il vero, il fascino di Fidel in Italia si capisce meno, ma all’Avana ha una base molto semplice e formidabile. E’ la radicata, storica ostilità verso gli americani del Nord (gli yankee), accompagnata da complessi di inferiorità, invidia e risentimento (diffusi d’altronde ovunque nel continente sudamericano). Il tutto sintetizzato da una frase sola, sempre ripetuta, da decenni, a Cuba. “Viva Fidel, porque los yankee non pueden contra el”. Viva Fidel, perché aveva forse tante colpe, ma era l’unico che li faceva sentire alla pari dei più fortunati vicini, l’unico contro il quale lo strapotere di Washington (incredibilmente e per la prima volta) “nulla poteva”.

La sinistra vince solo
se è globale – Ugo Intini –
Il Mattino

La sinistra vince solo se è globale
Il Mattino – 24 novembre 2016

di Ugo Intini

Ezio Mauro, sulla Repubblica, compie un lungo, documentato “viaggio in Italia cercando la sinistra”: da Nord a Sud, dalla periferia ai centri urbani. Ex direttore e oggi autorevole opinion leader, si trasforma in diligente cronista e, aggiungendo coinvolgenti pennellate di colore, fotografa la realtà.

Scorrono le immagini dei poveri che votano non più PCI o PD, ma M5. Quelli veri (soprattutto i “nuovi poveri”) e quelli che si percepiscono comunque come tali, perchè soffrono la perdita di status e il declino del ceto medio. Ascoltiamo la rabbia contro la politica come “classe eterna” e le semplificazioni del populismo. Tocchiamo con mano lo smarrimento della sinistra che non sa più parlare a quella che un tempo era la sua gente. Che sceglie al Sud gli “sceriffi” e “uomini della provvidenza”. Che rischia di precipitare nel baratro incolmabile creato dalla “divaricazione epocale tra i privilegiati che vivono nello spazio sovranazionale dei flussi finanziari e dei flussi di informazione e i dannati che abitano il sottosuolo degli Stati nazionali”. Una sinistra che si trova stretta in una tenaglia infernale, perché “tradisce se stessa se chiude gli occhi davanti al corpo nudo del migrante e tradisce i cittadini se si tappa le orecchie di fronte alla loro richiesta di sicurezza”.

L’analisi è netta. Ma i rimedi non lo sono altrettanto. Mauro ricorda i meriti, sottolineati da Prodi, del welfare costruito in Europa nei “Trenta Gloriosi” anni successivi alla seconda guerra mondiale. Indica come esempio virtuoso quello costruito da Pisapia e Sala a Milano, con una larga alleanza di sinistra che va dalle frange più radicali sino ai borghesi illuminati come Milly Moratti. Sì conforta osservando che, secondo i sondaggi, ancora il 17 per cento degli italiani si considera di sinistra e il 17 di centro sinistra. Sembra indicare una sorta di rinnovato Ulivo come la possibile soluzione. Ma soprattutto crea le premesse per un dibattito che riguarda non soltanto la sinistra, bensì la democrazia italiana in generale. Un dibattito che vale davvero la pena di sviluppare.
L’Ulivo è una delle formule (tutte fallite) di quello che potremmo definire il nostro “ventennio perduto”: perduto perché, dalla metà degli anni ’90 a oggi, ci troviamo più poveri e con una democrazia meno solida. A mio parere, non è possibile riproporlo sperando che il “rito ambrosiano” di Pisapia e Sala possa affermarsi a livello nazionale. Non è possibile partire dall’Italia per una riflessione più generale sulla sinistra nel nuovo secolo. E soprattutto non è utile individuare per questa riflessione un solo orizzonte temporale. Dobbiamo indicarne due e ragionare pertanto separatamente su due piani distinti: quello dei tempi medi e lunghi (che riguarda l’intero Occidente); e quello immediato (che richiede risposte per l’Italia, qui e oggi).

Cominciamo dal primo. I bianchi dell’America profonda che eleggono Trump a dispetto di New York e Los Angeles, i ceti medi e popolari della provincia inglese che scelgono il Brexit contro Londra, i poveri (vecchi e nuovi) delle periferie italiane che votano M5, i piccolo borghesi impauriti e declassati che votano Lega, sono parte dello stesso fenomeno. Sono i perdenti della globalizzazione. Finita la minaccia comunista, il potere finanziario occidentale, da Wall Street alla City britannica, ha pensato che non bastasse più la privatizzazione dell’economia, ma che si potesse puntare alla “privatizzazione della politica”. Che si potesse ottenere non più soltanto lo “Stato minimo”, ma la “politica minima”: una politica così piccola da non poter ostacolare e neppure condizionare il trionfante liberismo senza frontiere. Già nel 2000, Alan Blinder (non un estremista di sinistra, ma il vice presidente della Banca Federale americana) scriveva. “Quando gli storici guarderanno indietro a questo periodo, diranno che la sua caratteristica principale è stata lo spostamento senza precedenti di denaro e di potere dal lavoro verso il capitale, dal basso verso l’alto della piramide sociale”. Da allora a oggi, il fenomeno si è ingigantito a valanga. Il potere senza freno della finanza internazionale, con i crolli successivi di Wall Street, ha bruciato una ricchezza pari a quella persa nell’ultima guerra mondiale. E ancora non ci siamo ripresi.

Bisogna dunque aggredire le banche e la finanza? Bisogna condannare la globalizzazione? Assolutamente no. La globalizzazione ha liberato dalla povertà due miliardi di persone, ha reso i beni e servizi più economici per tutti, ha dischiuso opportunità immense. Ma come non vedere il nodo centrale? Oggi, inevitabilmente e sempre di più, sono globali il commercio, l’economia, la scienza, lo spettacolo, la comunicazione, il crimine, il calcio. Tutto, nel bene e nel male, è diventato globale, meno la politica, che è rimasto incatenata negli anacronistici confini nazionali e quindi conta sempre meno. Le multinazionali occidentali (e non solo) fanno bene a mietere profitti senza frontiere. Semplicemente, devono evitare che una economia di carta (fatta di prodotti finanziari “derivati” e di speculazioni che hanno trasformato le Borse in casinò senza regole) sostituisca l’economia reale e la schiacci. Semplicemente, devono pagare le tasse non alle Bahamas o alle isole Cayman (o nelle capitali dei furbi governanti che, come gli irlandesi, praticano il “dumping fiscale”), ma a New York, Parigi o Milano. Cosicché i governi possano investire in sicurezza e in assistenza per i perdenti della globalizzazione. Cosicché possano soprattutto investire in istruzione, perché i nostri giovani devono essere in grado di aggiungere, a ogni bene o servizio prodotto in Occidente, una quantità superiore e imbattibile di cultura, tecnologia e creatività. In tal modo, l’operaio siderurgico cinese o l’operatore del call center indiano o albanese smetteranno di essere un pericolo. Di più. Il nostro welfare e i nostri diritti di libertà non sono una conquista socialdemocratica da difendere senza convinzione, arretrando e tagliando continuamente di qua e di là. Devono essere adattati ai tempi, certo, ma rivendicati con orgoglio soprattutto dall’Europa che li ha creati e che trae da essi la sua stessa identità, devono essere propagandati come un modello. Non dobbiamo portare il terzo mondo in Europa, ma l’Europa nel terzo mondo. Perché quando questi diritti sociali e individuali verranno esportati, quando diventeranno “contagiosi”, l’operaio siderurgico cinese e l’operatore del call center indiano o albanese non saranno più dei concorrenti sleali.

Occorre per tutto questo più politica e più passione politica (non meno politica). Occorre soprattutto una “politica globale”: globale come tutte le altre espressioni della società moderna. E una politica globale si costruisce gradualmente, a tappe, aggregando e non disgregando. Per noi, si costruisce partendo dall’unità politica europea perché, appunto, ci serve non meno ma più Europa. Questo dicono i politici che hanno “vision”. Come il nuovo segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, vecchio amico e frequentatore dell’Italia, ex primo ministro portoghese e soprattutto ex presidente dell’Internazionale socialista, che darà alla sinistra delle sorprese positive. Come il candidato alle elezioni presidenziali che per la prima volta nella storia americana si è definito socialista e che è stato l’unico a scaldare il cuore dei giovani: Berny Sanders. A ben vedere, questo dice il Papa stesso, che è pur sempre un punto di riferimento anche e soprattutto per quei cristiani popolari europei i quali, non a caso, dialogano e si alleano con i socialdemocratici.

Il piano dei tempi medi e lunghi, necessari per costruire, attraverso lo sforzo di più generazioni, la “politica globale” nel mondo altrettanto globale non può essere dimenticato, se non si vuole perdere la bussola. Ma dobbiamo tornare alle miserie italiane e ai tempi brevi, anzi, brevissimi: al piano del qui e oggi. Anche perché la lotta epocale contro lo strapotere della finanza internazionale e del pensiero unico liberista non può essere condotta da un Paese isolato: non soltanto l’Italia, ma persino la Germania ne risulterebbe stritolata.

La nostra crisi si colloca nel contesto di quella generale dell’Occidente fotografata da Alan Blinder, ma è enormemente più grave. Così grave che richiede rimedi urgenti e quasi ovvi, tali da essere auspicabili non dalla sinistra o dalla destra, ma da qualunque persona politicamente razionale. Partiamo dai dati strutturali. L’Italia è tra i Paesi più vecchi del mondo e la vecchiaia non è mai stata un motore per lo sviluppo economico. Anzi, è considerata la causa principale dei bassi consumi e della conseguente deflazione. Nel contesto di una denatalità avvilente, i nostri giovani sono pochi e i pochi, per di più, sono i meno istruiti tra quelli dei Paesi moderni. Per percentuale di laureati, siamo infatti al 34º e ultimo posto tra i Paesi dell’OCSE. Gli italiani privi di un diploma di scuola secondaria sono il 39,5 per cento, contro il 13,1 e il 27,8 per cento rispettivamente della Germania e della Francia. Aggiungiamo che la giustizia non funziona e manca pertanto per gli investitore esteri la certezza del diritto: esattamente l’ostacolo che blocca lo sviluppo del terzo mondo. Che l’illegalità devasta intere regioni e che l’evasione fiscale è a livelli più sudamericani che europei. Ezio Mauro è straordinariamente efficace nel descrivere i mali, da Nord a Sud. Ma non si tratta di singoli mali contro i quali possono essere decisi singoli rimedi. E non si tratta di problemi della sinistra, bensì dell’Italia. Non guardiamo le tante pagliuzze, ma la trave. Parafrasando Clinton, si potrebbe dire : “è la povertà, stupido”. E’ la povertà che ha degradato e imbarbarito lentamente il Paese fotografato dalla Repubblica. Un Paese che dal 2000 al 2017, nel “ventennio perduto”, è cresciuto complessivamente dello 0,7 per cento: niente. Contro il 22 per cento della Francia e della Germania o il 30 per cento della Spagna. Vecchiaia, ignoranza, illegalità sono alla base di questa stagnazione epocale. E la propensione alla lotta contro queste calamità non è certo patrimonio di una sola area politica. E’ una lotta che non può evidentemente dare risultati in tempi brevi, ma richiede un lungo e paziente sforzo.

Può questo sforzo essere affrontato da chi è minoranza nel Paese, perennemente assillato dalle imminenti scadenze elettorali, preoccupato di consultare i sondaggi e di dire alla gente quello che vuole sentirsi dire? Magari condannando la “casta” (quando governa a livello locale e nazionale da decenni), oppure l’Europa (quando ne condivide, altrettanto da decenni, tutte le decisioni)? La risposta è ovviamente no: occorre una maggioranza (o almeno qualcosa che le si avvicini) non in Parlamento soltanto, ma tra i cittadini.

Qui arriviamo alle risposte nazionali, che riguardano l’immediato. Esiste certo, ed è continuamente ricordata, l’esigenza della governabilità. Ma si dimentica quella della rappresentatività delle istituzioni, come se non fossimo in una democrazia definita, appunto, “rappresentativa”. Ormai abbiamo quattro poli: ciascuno formato approssimativamente del 25 per cento degli italiani. Il polo degli astenuti, quello della sinistra, quello della destra e quello di M5. L’attuale coalizione di governo (che detiene la maggioranza alla Camera soltanto grazie al premio) ha ottenuto, se si fanno bene i conti, il voto del 19,05 per cento degli italiani. In futuro, continuando nella logica del maggioritario e del bipolarismo (che resiste imperterrita nonostante la sparizione del bipolarismo stesso), chiunque vinca grazie al premio avrà pur sempre ottenuto (almeno in prima battuta) poco più o poco meno del 30 per cento dei voti espressi. Possiamo continuare a giocare alla roulette? Anzi, alla roulette russa, perché una vittoria di M5 potrebbe risultare mortale. Possiamo stupirci della impopolarità della politica e della scarsa fiducia nelle istituzioni quando esse stanno in piedi con il voto di un italiano su cinque?

La soluzione non piace a quasi tutti i leader politici, ma esiste. Basta abbandonare gli schemi del “ventennio perduto” e le forzature che fanno violenza ai fatti. I sindacalisti comunisti di SEL e i dirigenti della Confindustria Renziani, gli europeisti del Partito Popolare europeo e gli antieuropeisti di Salvini possono forse governare insieme Milano i primi e Venezia i secondi, ma non l’Italia. D’altronde, i comunisti della Linke non stanno con i socialdemocratici tedeschi e i lepenisti non stanno con il centro destra francese. Grillo e Salvini sono due pericoli da porre ai margini. La politica con la P maiuscola consiste nella paziente ricerca di punti di equilibrio, alleanze e minimi comuni denominatori. Chi per primo ha definito “inciuci” queste virtù della politica è stato Di Pietro. E non ha fatto precisamente la fine dello statista.

Nel contesto di un sistema elettorale proporzionale, che escluda la “roulette russa ” prima ricordata, l’area della razionalità politica si deve unire sino a che è in tempo, contrastando frontalmente (e non cavalcando) la retorica populista comune a Grillo e Salvini. Lo richiede la straordinaria gravità della situazione italiana. Ma non è in contrasto con la realtà europea. I cristiani popolari tedeschi e i socialdemocratici sono alleati, così come lo stanno diventando, in pratica, quelli spagnoli. E la maggioranza che guida il Parlamento europeo è non a caso costituita dal Partito Popolare (democratico cristiano) e dai socialdemocratici uniti.

Il tabu del bipolarismo e del maggioritario è stato custodito gelosamente, nel “ventennio perduto”, dai capi dei due poli, anche perchè si trattava di una camicia di forza che soffocava le minoranze interne e garantiva il loro potere (ultimamente, persino quello di “nominare” i parlamentari). Ma adesso il tabù deve cadere di fronte all’emergenza della crisi italiana. Deve cadere nella legislazione elettorale dopo che è caduto nella pratica, con la nascita di M5 e conseguentemente del “tripolarismo”. Non siamo alla fame, ma in un disastro materiale e morale che ricorda, fatte le debite proporzioni, l’immediato dopo guerra, quando addirittura comunisti e democristiani (il seguace di Stalin Togliatti e quello del Vaticano De Gasperi) si allearono per la ricostruzione. Una ricostruzione per la quale la base fu la verità. Scriveva Ignazio Silone nel 1943. “Il popolo italiano è degno della verità. Le sole conquiste politiche e sociali durature sono quelle che saranno costruite non sulla furberia, non sull’inganno, ma sulla verità”. La verità, oggi, è forse proprio quella che mette a nudo la crisi nelle sue esatte, drammatiche, spesso inconfessate dimensioni. Ed è quella di chiarire che tale crisi non può essere più affrontata con le vecchie risse bipolari tra (talvolta sedicenti) sinistra e destra.

 Ugo Intini

Profughi. Riccardo,
il sindaco che combatte
le barricate

Dimensione Mendez. la politica non è una scienza esatta
di Stefano Ciancio

Profughi. Riccardo, il sindaco che combatte le barricate.
(intervista al sindaco socialista Riccardo Mortandello)

Stefano Ciancio, giornalista pubblicista ha collaborato con le testate ‘La Nuova Venezia’ e il ‘Corriere del Veneto’ specializzandomi in cronaca bianca. Mettendo assieme le mie due passioni oggi lavoro come addetto stampa e ghost writer in ambito politico.
Dal maggio 2015 ha aperto un blog dedicato in massima parte a temi e vicende di carattere politico. Dimensione Mendez


Riccardo Mortandello, sindaco Psi di MONTEGROTTO TERME

Riccardo Mortandello, sindaco Psi di MONTEGROTTO TERME

“Faccio il sindaco da giugno e nel mio Comune non ci sono ancora profughi ospitati. Ma la mia convinzione è che se l’accoglienza viene fatta un po’ da tutti, allora i problemi si risolvono. Per questo ho deciso di fare un lavoro di mediazione con i cittadini, per prepararci a questo momento. Un lavoro che non è sempre facile: ho dovuto ad esempio affrontare alcune mamme, impegnate a diffondere la voce che se arriveranno i profughi ci saranno contaminazioni di Aids. A loro ho fatto pervenire una lettera di diffida, avvisandole che se avessero proseguito le avrei denunciate per procurato allarme. Io la penso così: Montegrotto può ospitare 15 persone? Bene, noi lo facciamo”.

Piccole comunità. C’è chi a Gorino, frazione di Goro, nel ferrarese, alza le barricate ed impedisce a 12 donne (di cui una incinta) e 8 bambini di trovare un tetto. E chi invece, a 100 chilometri di distanza, decide di affrontare di petto la questione dell’accoglienza dei migranti. Con la forza della mediazione, della ragione e non delle barriere.

Riccardo Mortandello ha 35 anni, ed è il nuovo sindaco di Montegrotto Terme. Già la scorsa estate ha compiuto un miracolo elettorale, riuscendo a sbaragliare il sistema di potere granitico della destra che ha dominato per almeno un decennio l’area termale padovana. Qui tutto ruotava attorno a quello che Mortandello definisce il ‘Ducetto delle Terme’, Luca Claudio. Ed ora che il ‘ducetto’ (arrestato poche ore dopo la sua rielezione a sindaco di Abano), assieme all’ex sindaco di Montegrotto, Massimo Bordin, si trovano a fare i conti con la giustizia (e con le accuse di concussione, corruzione e induzione indebita a dare o promettere utilità), Mortandello si trova ad ingaggiare una battaglia all’insegna delle regole e della legalità.

“Questo territorio ha subito molte ferite e gli immigrati non c’entrano proprio nulla in quello che è successo. Non c’è procedura che prendiamo in mano che non sia viziata da difetti e anomalie: come amministrazione vogliamo far capire ai cittadini che le regole vanno rispettate sempre e non a seconda delle convenienze. Eppure c’è chi vuole usare la questione dei profughi per rifarsi una verginità, puntando l’indice su di loro per coprire un passato segnato dalle porcate più assurde”.

Accoglienza e legalità: è su questo doppio spartito che Mortandello, (sindaco socialista retto da una maggioranza che comprende PD, civici e laici liberali), prova a suonare una chiamata non populista. Allo stesso modo, senza peli sulla lingua, si è rivolto ai suoi concittadini (poco più di 11 mila) anche dallo scranno più alto del Consiglio comunale per spiegare le ragioni dell’opportunità di aderire allo Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati, di fatto una rete di centri di seconda accoglienza destinata ai richiedenti e ai titolari di protezione internazionale, ovvero i rifugiati).

“Con tutte le valutazioni del caso, ritengo che questa sia l’unica azione che può tutelarci – dice – altrimenti qualsiasi privato può essere incentivato ad accogliere e io non posso fissare alcuna regola di convivenza”.

Dunque anticipare i tempi per tutelare al meglio tutti…

“Sì, anche perché in questo modo si riesce a combattere e sconfiggere preventivamente le mistificazioni e il terrorismo, provocato da chi mette in circolo informazioni che puntano al clamore. Nella vicina Vigonza, ad esempio, le persone accolte sono state presentate ai cittadini e alle famiglie, sono state inserite nella comunità attraverso i lavori socialmente utili. Bisogna sconfiggere le paure della gente, cosa che porta sempre a reazioni istintive”.

A Gorino le cose sono andate diversamente. Le barricate hanno vinto e i profughi sono stati respinti e spediti altrove. Il tutto con la benedizione della Lega che ha definito i cittadini barricaderi come ‘eroi della resistenza contro la dittatura dell’accoglienza’…

“Quello che è successo rappresenta un precedente che può essere pericolosissimo perché segna una rinuncia dello Stato. Detto ciò, ritengo che la strada da intraprendere in queste situazioni non sia quella degli avvisi all’ultimo secondo ma del lavoro, tra prefetture e territori, per dettare assieme regole che garantiscano la pace sociale. Resta in ogni caso il problema della politica degli slogan e dello sfogo rabbioso che alimenta ogni senso di irresponsabilità”.

Il suo lavoro di mediazione sta portando frutti?

“Direi di sì, sia tra i cittadini che nel fronte delle associazioni di categoria. Questo è un territorio che ha nel turismo il suo settore economico di punta. Eppure, malgrado le fiaccolate e le marce anti-profughi, anche i commercianti e gli operatori hanno convenuto sulla opportunità di una accoglienza, proprio per evitare, un domani, situazioni fuori controllo. Insomma, i contestatari lanciano allarmi sui danni al turismo ma senza sentire cosa ne pensino davvero gli interessati: questa è la politica dei proclami ma che non ascolta”.

Cosa bisogna correggere comunque nel sistema?

“Bisognerebbe agire a livello governativo europeo per ristabilire relazioni con i Paesi del nord Africa ed evitare partenze indiscriminate, bisognerebbe investire in capitali e forze lavoro in queste aree. Oggi paghiamo a livello europeo e nazionale le conseguenze di una diplomazia deficitaria”.

Esiste il problema del razzismo?

“Assolutamente. Esiste quasi una predisposizione naturale al razzismo che si traduce da un lato nella ricerca del condottiero e contemporaneamente nella cura esclusiva del proprio orticello. Questo ha portato al fascismo e questa irresponsabilità va contrastata. Di fronte ad una Europa sorda, come italiani abbiamo comunque l’occasione e il dovere di dimostrare agli altri che si lavano la bocca che siamo un Paese che di fronte alle emergenze trova la soluzione più giusta e dignitosa per tutti”.