Cybercrime: criminali senza territorio, crimine senza confini

Non c’è da sorprendersi. Un numero sempre crescente di persone possiedono un computer con il quale gestiscono conti bancari, fanno shopping online, conservano informazioni sensibili e dati di ogni sorta. Alla luce di questa realtà, non vi è, dunque, alcuna ragione per non rendersi conto che un universo così ricco è finito, da tempo, nel mirino dei network criminali. Stiamo, infatti, parlando di possibilità praticamente illimitate di «fare soldi, molti soldi» come spiega all’Avanti! Anthony Cecil Writhe, esperto di crimini informatici e presidente dell’ANSSAIF, l’Associazione nazionale Specialisti sicurezza in aziende di intermediazione finanziaria. Per avere un’idea delle dimensioni del fenomeno, basti considerare che, nel 2011, soltanto nel Regno Unito, gli utenti della “Rete” sono stati letteralmente inondati da una montagna fatta di 3.7 miliardi di “phishing” email, ovvero posta elettronica inviata con l’intento di introdursi nel computer delle vittime per poi rubare informazioni personali o dettagli di conti bancari. Parliamo di una massa di circa 420.000 email fraudolente inviate ogni ora, che significa una potenziale vittima di crimini informatici ogni 7 secondi. Una vera e propria miniera d’oro se consideriamo che obiettivo dei criminali sono, in molti casi, non soltanto sprovveduti utenti della Rete, ma anche importanti realtà aziendali che fatturano milioni di euro l’anno. Non stupisce, dunque, che i “crimini informatici”, il cosiddetto “cybercrime”, stia assumendo proporzioni spaventose tanto da rappresentare, secondo recenti stime, il quarto mercato criminale mondiale dopo la droga, il traffico umano e quello di armi. Continua a leggere

Cooperazione con il mondo e integrazione del mondo. Il direttore Marrazzo intervista in esclusiva il ministro Riccardi

Cooperazione internazionale e integrazione degli stranieri sono le competenze riunite oggi in Italia in un unico ministero. Il significato di questa scelta e l’attività del dicastero  sono argomento, insieme con i temi generali della libertà e dei diritti umani, dell’intervista data in esclusiva all’Avanti!online dal ministro Andrea Riccardi. Continua a leggere

Vasco Errani: spending review socialmente indigeribile

Una revisione della spesa pubblica in Italia serve di sicuro, ma se il Governo la fa da solo finisce per tradire le sue stesse intenzioni dichiarate, soprattutto in materia di equità. Vasco Errani, presidente della Regione Emilia Romagna e della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, commenta per l’Avanti! la cosiddetta spending review.

Una cosa deve essere chiara: l’operazione di revisione della spesa, per un paese come il nostro, è una cosa essenziale da fare. E ciò non vale solo oggi, sotto la spinta di  questa crisi finanziaria e dei conti pubblici, ma vale in generale per riqualificare la spesa pubblica.

Detto questo e sottolineato che le stesse Regioni unitariamente in passato hanno richiesto un tavolo comune per rivedere la spesa pubblica aggregata e di conseguenza modulare meglio le riduzioni di spesa di volta in volta richieste alle Autonomie locali, occorre dire che l’azione promossa dal Governo attuale e approvata di recente dal Parlamento sotto il nome di spending review tradisce molte delle intenzioni di base (a cominciare da quel “a servizi invariati” che fa da titolo), anche sul versante del metodo in quanto si configura come un atto del governo centrale mentre azioni di questa portata dovrebbero avere come protagonisti in modo integrato i diversi livelli di governo della Repubblica.

Una motivazione è certamente l’urgenza di una tale azione e, ugualmente, l’esigenza di una azione forte dai risultati misurabili e ravvicinati, come richiesto dalla delicatezza della situazione: i soggetti che si citano in questi casi sono “i mercati” e le istituzioni europee o più direttamente la Germania o la Bundesbank. Ma queste o altre semplificazioni nulla tolgono all’esigenza di raddrizzare un andamento dei conti che in Italia, sotto i governi della destra, erano di fatto alla deriva, penso al debito in crescita, ai messaggi contradditori sull’evasione fiscale, al deterioramento dell’avanzo primario, ora recuperato, al differenziale rappresentato dallo spread.

Ma questa esigenza non è mai andata da sola, neppure agli esordi del Governo Monti, bensì insieme all’obiettivo della ripartenza dell’economia nazionale. Rigore e crescita. Con un terzo punto che recitava: equità. Rigore con equità e impulso alla crescita. Ecco una intuizione programmatica da recuperare.

Ora, senza pretese esaustive, penso sia opportuno evidenziare pochi ma importanti elementi critici che rendono indigeribile socialmente la spending review.

Punto primo, la sanità. Qui i tagli nuovi per i prossimi anni, intorno ai tre miliardi, si sommano ai tagli già voluti dal precedente governo (circa 8 miliardi) senza cambiare logica: si tratta di minori risorse date alle Regioni per gestire la salute dei cittadini, si tratta di posti letto in meno (circa trenta mila) da tagliare su una base puramente ragionieristica che ben poco ha a che fare con l’efficienza, la produttività, la qualità. Questo assieme a tante altre misure che riguardano gli acquisti di materiali sanitari, di farmaci, di servizi che per produrre veri risparmi, a parità di servizi offerti, richiederebbero un forte governo locale dei processi così avviati. Io mi limito a sottolineare due cose: non è vero che la sanità italiana costi troppo, né nei valori procapite, né in relazione al PIL. E’ vero che va migliorata la qualità della spesa, combattuti gli sprechi, introdotti i costi standard, distribuita meglio l’offerta sui territori. Ma tagliare 10/11 miliardi di euro su 100 in due/tre anni significa dare un colpo pesantissimo all’unico comparto della spesa pubblica che ci vede fra le prime nazioni d’Europa per qualità del sistema universalistico (come attesa l’Organizzazione mondiale della sanità). Significa costringere i cittadini a pagare di tasca propria molto più della compartecipazione attuale. Significa spingere verso il privato una parte rilevante delle prestazioni, con un cambiamento di sistema gravido di conseguenze a medio e lungo termine. Ciò che invece sarebbe giusto fare, e noi lavoreremo con tenacia in questa direzione è preparare un lavoro Stato/Regioni in autunno un nuovo Patto  per la salute, che tenga conto delle compatibilità finanziare ma anche dell’esigenza di mantenere servizi territoriali e di qualità per i cittadini. Questa è la proposta che abbiamo fatto al governo, e comunque le Regioni si muoveranno in questa direzione, mettendo il Patto  al primo posto, e siamo certi di poter dimostrare che la sanità si può difendere con la qualità, con l’equilibrio dei conti, rispettando il diritto alla salute dei cittadini.

Secondo esempio, enti locali e Comuni. Qui il problema non è difendere qualcuno o qualcosa, perché dobbiamo essere capaci tutti di metterci in discussione. Ma mi chiedo: perché per due terzi la manovra colpisce  la spesa degli enti locali e la spesa sanitaria? Dopo avere tagliato con il governo precedente pesantemente la scuola e l’assistenza (giovani e anziani hanno già oggi meno istruzione, meno assegni di cura, meno servizi) perché colpire la spesa dei Comuni, anche di quelli che hanno risorse nella cassa,  che possono invece difendere lo stato sociale, i trasporti, l’ambiente e dare un impulso positivo alla crescita dando lavoro alle piccole imprese, aprendo cantieri per le manutenzioni, pagando gli artigiani fornitori e così via? In questo modo io credo si risparmi poco e lo si faccia in modo iniquo, si deprimano i consumi, si mettono in difficoltà molte piccole imprese, senza riuscire a delineare una prospettiva positiva di sviluppo e di occupazione nuova. Mentre avremmo un grande bisogno di dare speranza, di alimentare fiducia, di distribuire in modo equo ed produttivo quel tanto di risorse pubbliche che sono disponibili.

Compito di ogni forza responsabile è quello di farsi carico dei problemi, di trovare, in questo caso, strade alternative al taglio dei servizi che si prefigura molto grave. Non possiamo rassegnarci al collasso della sanità, al declino dei servizi sociali. L’equità e la solidarietà devono trovare spazio nelle politiche di governo ai diversi livelli ed aiutare l’Italia e l’Europa a riprendere un percorso di sviluppo e di crescita nell’economia e nelle istituzioni. I segni di una svolta e di un cambiamento ci sono: dopo la vittoria di Hollande in Francia, la prossima primavera tocca a noi battere un colpo.

Vasco Errani

Il Psi ha 120 anni. L’Avanti a colloquio con Riccardo Nencini

Sul lavoro si costruisce il socialismo. Sul primato del lavoro si basa la Costituzione della Repubblica. Sui diritti del lavoro si dà un futuro a questa nostra Italia, ai giovani, alle donne, agli immigrati, a ciascuna persona. E questo futuro non prescinde da quelle parole d’ordine – lavoro appunto, diritti, persone – che hanno fatto la storia dei socialisti.  Dapprima si chiamò Partito dei Lavoratori Italiani. Quel 15 agosto 1892, a Genova, nacque l’organizzazione politica autonoma della classe operaia e contadina. Continua a leggere

L’Italia è ancora una Repubblica fondata sul lavoro? A colloquio con il giurista Augusto Barbera

Su quell’idea conversero le idee socialiste, la dottrina sociale cattolica, del marxismo e del pensiero liberale in senso proprio. Fu il terreno d’incontro delle più importanti culture politiche del nostro Paese: nel redigere la Carta fondamentale della Repubblica, l’Assemblea Costituente pose il primato del lavoro come principio sul quale erigere il patto civile dell’Italia del dopoguerra. Quell’idea, quella «visione lungimirante» che inquadrò il lavoro come un «valore in grado di esprimere le più alte qualità di una persona  attraverso il contributo che può dare alla crescita alla società» è ricordata dal professor Augusto Barbera, esperto giurista, ordinario di Diritto Pubblico a Bologna e profondo conoscitore della Costituzione italiana. Continua a leggere

Donne e pubblicità, troppe immagini non responsabili. A colloquio con Clara Albani, direttore ufficio informazione a Roma del Parlamento Eu

Le donne potrebbero conquistare ruoli di vertice nella politica e nel mondo del lavoro se la rappresentazione del femminile anche nella comunicazione commerciale fosse differente e meno carica di stereotipi e strumentalizzazioni. Nuda sulle copertine di una rivista o coperta da un burqa, la donna risponde sempre a un punto di vista elettivo maschile, ancora egemonico. La pubblicità è uno dei linguaggi più trasversali della società, incidendo fortemente sulla riproposizione costante di vecchi clichè, che agiscono sulla formazione delle persone sin dall’infanzia, perpetuando così le ineguaglianze tra uomo e donna. Continua a leggere

Spread sociale e poveri vecchi e nuovi. A colloquio con Andrea Olivero, presidente nazionale Acli

Lo spread che andrebbe veramente considerato è quello sociale, inteso come differenziale tra ricchi e poveri. E questo vale – con buona pace degli idolatri del mercato che leggono la realtà solo in termini di spread, appunto, rating e default – anche nell’economia reale, perché non esiste crescita economica senza coesione sociale. Andrea Olivero, presidente nazionale delle Acli, le Associazioni cristiane lavoratori italiani, non ha incertezze nel denunciare un asservimento alle dinamiche e al potere della finanza di chi dovrebbe essere classe dirigente del Paese. Mentre tutti i rapporti più attendibili, dal Censis, all’Istat, alla Caritas, denunciano un incremento drammatico del numero di persone ridotte in miseria, l’Italia resta con la Grecia l’unico dei Paesi dell’euro a non essersi dotato  di una misura stabile per il contrasto della povertà. La società civile, l’associazionismo, gli osservatori più attenti denunciano il progressivo aumento dei cosiddetti nuovi poveri, giovani senza occupazione e anziani senza una casa che si ritrovano ad affrontare una vita meno dignitosa, anzi un’esistenza che di dignitoso ha ben poco. E la politica cosa fa? Resta a guardare. Anzi, peggio: interviene con misure che aggravano la situazione, per esempio la soppressione dell’Osservatorio nazionale dell’associazionismo di promozione sociale e del volontariato. Continua a leggere

L’Italia che verrà. Giuseppe Roma, direttore del Censis: «Bisogna elaborare una logica di bene comune»

Ci sono in Italia tre milioni e mezzo di persone in stato di cosiddetta povertà assoluta, quella di chi non raggiunge neppure un reddito minimo, che sopravvive tra espedienti e carità. È la povertà che si fa accattonaggio e totale emarginazione sociale, che affolla le mense delle organizzazioni umanitarie, che dorme nei cartoni quando non trova un posto nei ricoveri gratuiti. Poi c’è quella che chiamano relativa, la povertà di quanti un reddito minimo ce l’hanno, ma con bilanci di mera sopravvivenza, che una qualunque spesa imprevista – una caldaia che si rompe o magari solo  un rincaro di una tariffa, dell’abbonamento all’autobus – basta a spingere in un rosso che significa mangiare di meno o contrarre debiti che non si sarà in grado di pagare. E sono più di otto milioni di persone. E c’è il lavoro sempre più incerto e precario, la famiglia che non ce la fa più a mantenere il suo ruolo di principale e spesso unica agenzia di welfare, i giovani con sempre meno prospettive – quasi un milione di giovani occupati in meno nell’ultimo quadriennio – e con l’Italia a vantare il triste primato della cosiddetta generazione “neet”, l’acronimo inglese di “not in education, employment or training”, cioè i giovani che non studiano e non lavorano.  È una galleria fotografica impietosa quella presentata dall’ultimo rapporto annuale, il 45°, del Censis, il Centro studi investimenti sociali, il maggiore istituto italiano del settore. E nel percorrerla con Giuseppe Roma, il sociologo che del Censis è direttore generale, emerge un Paese che arretra sempre più, non solo sul piano economico, ma soprattutto su quello della coesione sociale, un tessuto nazionale con sempre più strappi, nel venir meno di quella che lo stesso Roma chiama «una logica del bene comune», che oggi occorre elaborare di nuovo. Continua a leggere

Dove va il sindacato. Intervista al segretario della Uil Luigi Angeletti

Con un Paese che va a avanti a spread e tagli (lineari e non) alla spesa, l’unica certezza che rimane agli italiani è quel senso di precarietà che attanaglia le loro notti insonni, la sola stabilità è quella che non troveranno mai nei loro contratti, nei diritti minimi dei quali non godranno mai sul loro posto di lavoro a cottimo. Sembra un paradosso o forse il conclamato fallimento di anni di lotte sindacali. Co.co.co., co.co.pro., finte partite iva e via dicendo: la proliferazione, difficilmente reversibile in tempi brevi, di contratti precari negli ultimi 10 anni segna il ritorno del lavoro a cottimo e quindi il fallimento dei sindacati su una loro storica conquista. Continua a leggere