Pietro Artioli, il socialista anomalo e dimenticato

artioliUn libro di Marco Montipò, mio giovane amico, “Scandiamo e la grande guerra”, (Modena 2018) (1) propone la figura di uno scandianese, anzi per la precisione di un arcetano, che fu protagonista della nascita del socialismo reggiano e che è purtroppo stato dimenticato: Pietro Artioli. Lo avevo ricordato anch’io nel primo volume della Storia del socialismo reggiano (Montecchio 2009) (2). Marco d’altronde è uno storico che come me ama ricercare dove nessuno l’ha fatto o per negligenza o per scelta.

Nella storia di Pietro Artioli vi é la storia dell’origine del socialismo italiano: quell’insieme di patriottismo e di amore per la giustizia che ne hanno caratterizzato la natura. Siamo nei primi anni settanta dell’ottocento e Marx nella penisola non lo conosceva nessuno. Il Capitale non era ancora stato tradotto. Un compendio del Capitale di Marx, opera di Carlo Cafiero, prima marxista e poi anarchico, data 1879. Antonio Labriola, che non riuscì a convincere Turati a rinviare all’indefinito la fondazione del partito fino alla piena coscienza del ruolo rivoluzionario che il socialismo scientifico attribuiva alla classe operaia, inizia i suoi studi sul marxismo solo negli anni ottanta (nel 1887 il professore conquista la cattedra all’università di Roma). Il marxismo era solo un richiamo lontano per i primi socialisti, ancora confusi cogli anarchici, nei primi anni settanta dell’Ottocento. Nell’agosto del 1872 si svolse a Rimini la prima Conferenza dell’Internazionale e socialisti e anarchici vi parteciparono con una prevalenza dei secondi sui primi. Nel 1874 e nel 1877 (con Costa e Cafiero in prima linea) si verificano i moti di Bologna e del Matese (a cavallo tra Campania e Basilicata) cogli anarchici che tentano sommosse fallite a metà tra il tragico e il goliardico. Nel 1879, anche a seguito del fallimento dell’insurrezionalismo anarchico programmato dallo stesso Bakunin, Andrea Costa sceglierà dall’esilio francese la via socialista. Carlo Cafero, rampollo di una famiglia assai benestante, aveva finanziato il recupero di una villa a Locarno detta La baronata da cui Bakunin dirigeva le operazioni italiane, convinto com’era che la rivoluzione non dovesse essere opera degli operai, ma dei contadini e dunque che l’Italia fosse lo scenario ideale. Gli rimarranno nelle mani i cocci di tante illusioni.

Tra socialisti confusi cogli anarchici e garibaldini e mazziniani ferventi anche a Reggio il primo socialismo non fu affatto decisamente socialista. Il rapporto tra Risorgimento e nascita del socialismo é nel reggiano molto stretto. D’altronde Garibaldi aveva inneggiato al sol dell’Avvenire e Mazzini partecipato alla prima Internazionale a Londra 1864. I due si erano politicamente separati nel 1871 sul giudizio attorno al fallimento della Comune di Parigi, che Mazzini, al contrario dell’eroe dei due mondi, aveva condannato. Ma i due erano rimasti sentimentalmente uniti nel cuore dei primi internazionalisti, che anche a Reggio, penso alla figura di Angelo Manini, e a Mirandola a quella di Celso Ceretti, si ispiravano a entrambi. Al culto dell’indipendenza italiana, che si abbinava con la partecipazione, come del resto decise di fare Artioli, ad altre guerre di indipendenza in altre nazioni, si sommava la ribellione allo stato di indigenza della popolazione dopo l’unità, che si poteva toccare con mano proprio nelle campagne emiliane, alle prese con condizioni di vita umilianti per braccianti e mezzadri, spesso segnati da malattie e da morti precoci.

Pietro Artioli fonda a Reggio un circolo popolare già nel 1873 e già dal 1871 aveva creato la sua rivista politica e letteraria dal titolo L’Iride. Nel 1873 anarchici e socialisti partecipavano insieme ancora alla Prima internazionale (Bakunin rompe con l’Internazionale fondandone una sua, sul tema della rivoluzione, proprio nel 1873). Ma nonostante la scissione a livello internazionale i contatti tra socialisti e anarchici non cessarono, tanto che gli uni e gli altri parteciparono al primo congresso del partito dei lavoratori che si tenne a Genova nell’agosto del 1892. Solo in quell’assise, e dopo anni di tormenti e di momentanee separazioni, socialisti e anarchici intrapresero in Italia strade diverse.

Pietro Artioli ha il merito di avere anticipato tutti. La sua adesione a una forma di socialismo gradualista del 1877 anticipa sia quella di Andrea Costa che avviene nel 1879 con la famosa lettera “Ai compagni di Romagna”, sia quella di Camillo Prampolini che aderisce alla svolta di Costa solo nel 1883, dopo il suo comizio a Reggio e nel bel mezzo dell’esperienza del suo giornale “Lo scamiciato” (1882-1884).

Artioli aveva all’epoca 26 anni. Era nato ad Arceto nel 1851 da genitori della media borghesia, aveva fatto l’oste e il bottegaio, ma si era dotato di solida cultura umanistica e aveva abbracciato giovanissimo l’internazionalismo. Dopo aver fondato “L’Iride” agli inizi degli anni settanta gli scrisse niente meno che il generale Giuseppe Garibaldi: “Caro Artioli”, lo raccomandò Garibaldi”, dite ai nostri operai che liberino l’anima dal prete e si potrà allora aveva libertà materiale. Seguite poi i precetti di Guerrazzi: non fumare, non giuocare al lotto e tanti altri vizi che vi fanno schiavi dei birboni” vostro Garibaldi”. (3)

Nel 1874 Artioli parte volontario per la Spagna in difesa dei repubblicani nella guerra contro la monarchia che avrà la meglio. Parte soldato per una guerra come avevano fatto altri durante le guerre d’Indipendenza italiana e come faranno altri ancora in Grecia e altrove. La sua campagna militare dura un mese. Il 29 dicembre del 1874 un colpo di stato metteva fine alla Prima repubblica spagnola e innalzava al trono il re Alfonso XII. Artioli torna in patria e nel 1876 fonda un circolo di vaghe connotazioni socialiste. Poi nel 1877 rompe cogli anarchici e il circolo assume caratteri più decisamente socialisti. Dopo il fallito moto anarchico del Matese anche un gradualista come Artioli venne colpito dalla repressione e anche la sua organizzazione viene sciolta. Il suo circolo riprende vita con la definizione di Circolo di studi sociali. Nel frattempo Artioli assume un ruolo amministrativo nel comune di Scandiano, amministrato dai conservatori monarchici fino al 1920. Può apparire contraddittorio che un socialista accetti di svolgere le funzioni di assessore in un’amministrazione che di socialista non aveva nulla. Capitò anche ai socialisti reggiani che nel 1889 decisero di stipulare un’alleanza coi liberali crispini e vinsero, con questi ultimi, le elezioni comunali. Ma si trattava di un’allenza. Quella dei conservatori di Scandiano verso Artioli assumeva invece le caratteristiche di una cooptazione. E anche di un riconoscimento. Dimostrarono una certa intelligenza e anche una buona capacità di ipoteca sul futuro costoro che si affidarono proprio ad Artioli, cioè al primo che nel 1890 riuscì a promuovere un comizio in occasione del primo maggio, con un gruppo di suoi seguaci arcetani. Proprio in qualità di amministratore Artioli inaugurò la lapide commemorativa di Giuseppe Garibaldi l’8 luglio del 1888.

Artioli viene ad assumere, dopo la fondazione del partito e anche prima (con La Giustizia di Prampolini collaborò raramente), un ruolo quasi esclusivamente locale, e l’impressione é che si rintani nella sua Arceto dopo l’indiscusso ruolo di leader politico assunto da Camillo Prampolini in provincia. Ad Arceto fonda addirittura due banche: la Banca Popolare di Arceto nel 1883 e la Banca Agricola sempre nella sua Arceto dove inaugurò il teatro dedicato a Schakespeare e oggi purtroppo scomparso.

Artioli non é nemmeno delegato dalle due società di Arceto al congressi di Genova del 1892. Il comitato elettorale dei lavoratori di Arceto designa delegato Camillo Prampolini e la Società lavoratori di Arceto Giuseppe Garibotti. Lo troviamo poi a presiedere il congresso socialista nel collegio di Correggio, di cui Scandiano era parte. Era il 25 marzo del 1900. Stessa cosa nei congressi del 1901, del 1902, del 1903. Artioli partecipa invece come delegato al congresso nazionale di Bologna del 1904, quello della messa in minoranza dei riformisti da parte della maggioranza che faceva capo a Enrico Ferri e all’ala estremista di Arturo Labriola, leader dei sindacalisti rivoluzionari. La sua adesione alla tendenza riformista era fuori discussione.

Artioli ritorna protagonista dal 1911 a seguito della guerra di Libia, voluta da Giovanni Giolitti. Fu un’aggressione con carattere imperialista. Ma Giovanni Pascoli, che aveva aderito alle idee socialiste, la benedì con la famosa frase: “La grande proletaria si é mossa finalmente”. E alcuni socialisti, da Guido Podrecca, direttore del giornale satirico l’Asino, al presidente della deputazione provinciale Alessandro Mazzoli, la videro come occasione per allargare la base occupazionale per gli italiani. Non era adesione alla logica dell’Impero che più tardi animerà la spedizione italiana in Etiopia, ma un’occasione di nuova mano d’opera per l’Italia in crisi. Anche Bissolati, Bonomi, Cabrini non ritennero che l’impresa libica dovesse interrompere il rapporto di collaborazione con Giolitti, che Psi sosteneva, e dopo il fallito attentato al re lo stesso Bissolati si recò al Quirinale per manifestargli solidarietà. Apriti cielo.

Al congresso nazionale che si svolse a Reggio Emilia nel luglio del 1912, prima del Congresso Artioli pubblicò un opuscolo da, titolo polemico “Chi é socialista” (4), l’odg Mussolini decretò ad un tempo l’espulsione dei riformisti di destra (Turati, Prampolini erano allora definiti riformisti di sinistra) e la definitiva vittoria dei rivoluzionari. Gli espulsi si ritrovarono all’hotel Scudo di Francia e fondarono il Psri. Artioli vi aderì, con Giacomo Maffei, il primo deputato socialista eletto assieme a Prampolini nel 1890. Venne lanciato un giornale “Il Riformatore” (5) fondato dallo stesso Maffei nel 1912, cui collaborò anche Artioli.

Poi la svolta in occasione della posizione da assumere nei confronti della grande guerra. Dopo un distacco dalla Triplice alleanza e dopo una posizione, soprattutto sponsorizzata da Giolitti e dai socialisti, favorevole al non intervento, con le decisioni delle “radiose giornate di maggio” del 1915 l’Italia scese in campo assieme alle nazioni della Triplice intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia). Nel Psi prevalse il neutralismo, quello politico di Turati che poi dopo Caporetto, quando la guerra divenne di invasione, invitò i socialisti a sostenere la difesa in armi contro l’invasore, quella rivoluzionaria, e cioè della guerra come dissidio tra potenze capitalistiche sostenuta dallo stesso Mussolini fino alla sua conversione all’interventismo alla fine del 1915, quella un po’ ipocrita del “non aderire né sabotare” del vecchio Costantino Lazzari. Ma c’era anche l’interventismo irredentista del socialista trentino Cesare Battisti. E proprio in occasione di una conferenza tenuta da Battisti al Teatro Politeama Ariosto di Reggio Emilia si verificarono sanguinosi incidenti tra manifestanti, che intendevano impedire lo svolgimento della conferenza, e forze dell’ordine. Vennero lanciati sassi e i carabinieri spararono. Sul selciato restarono i corpi senza vita di due giovani: Mario Baricchi e Fermo Angioletti. Era il 25 febbraio del 1915. Anche a Scandiano, il giorno prima, si erano verificati analoghi incidenti e un giovane, Incerti Rinaldi, era stato ucciso. Il rapporto tra pacifismo e neutralismo non doveva mai sfociare nell’intolleranza e nella violenza. Prampolini lo disse nel comizio tenuto in piazza del Duomo il giorno dopo gli incidenti quando condannò sia la “sassata sia la fucilata” (6). Nel Psri invece prevalse subito l’interventismo democratico di Leonida Bissolati per il quale la discesa in campo contro l’Austria-Ungheria era un dovere di tutti coloro avevano a cuore democrazia e progresso. Anche Salvemini la pensava come Bissolati. Tra i socialisti l’interventismo non era fenomeno trascurabile. Furono per l’intervento Nenni, allora ancora repubblicano, che partì volontario, Pertini che si guadagnò una medaglia, Togliatti che alla guerra partecipò e in primis lo stesso Gramsci che fino al suo distacco dal Psi era molto vicino alle posizioni di Mussolini. Artioli, come molti altri socialisti reggiani, sposò le posizioni interventiste.

La guerra fu una barriera che segnò la fine di un ciclo politico e ne aprì un altro. In Italia i morti furono 650mila, il doppio di quelli caduti nella seconda guerra mondiale, e vittime anche dei furibondi bombardamenti sulle città oltre che della disgraziata spedizione di Russia. I caduti della prima guerra erano quasi tutti giovani, vittime delle cruente battaglie al fronte. Solo in provincia di Reggio le i caduti furono oltre 6mila e molti ragazzi anche delle scuole superiori partirono volontari senza più ritornare. Le famiglia erano quasi tutte segnate da lutti dolorosi. Chi aveva perso un figlio, chi un fratello, chi un nipote o un cugino. Il Psi non seppe rapportarsi a questa nuova situazione prodotta da una tragedia collettiva ma anche da tanti generosi impulsi a difendere la patria. Alle elezioni del 1919 tuttavia il Psi (per la prima volta si votava con la legge proporzionale e coi collegi poi aboliti solo nel 1994) ottenne un grande successo elettorale superando il 32% e coi popolari di Sturzo i socialisti potevano contare sulla maggioranza dei seggi alla Camera (il Senato non era elettivo). Ma il Psi, in particolare dopo il congresso di Bologna dello stesso 1919, era sostanzialmente divenuto un partito a maggioranza comunista di stampo bolscevico. I riformisti rappresentavano, nel partito, ma non nell’elettorato, una esigua minoranza. Non vollero rompere nel 1919, nel 1921 a Livorno saranno i comunisti cosiddetti puri a sbattere la porta per le resistenze di Serrati a espellere i riformisti e a cambiare il nome del partito sostituendo la denominazione di socialista con quello di comunista, su dictat di Mosca. Poi i massimalisti del Psi ci ripenseranno e cacceranno Turati, Prampolini, Matteotti dal partito a pochi giorni dalla marcia su Roma, nell’ottobre del 1922.

Alla questione patriottica, che aveva diviso la comunità socialista, si aggiunse la questione bolscevica che aveva non solo spaccato il Psi ma anche atterrito larghe fasce di pubblica opinione progressista. Proclamare la rivoluzione e la dittatura del proletariato come anche il Psi aveva fatto, senza peraltro metterla in moto (ma anche se fosse accaduto avrebbe fatto la fine della Baviera) determinò una spontanea migrazione verso altri lidi politici. Nel 1921 i fascisti avevano ottenuto, all’interno della lista del Blocco giolitiano (Giolitti si era messo in testa di normalizzare i fascisti come aveva tentato di fare con i socialisti), solo un dieci per cento dei seggi. Ma a Reggio Emilia i due deputati eletti erano entrambi fascisti: Ottavio Corgini e Michele Terzaghi. E alle comunali del novembre del 1922 la lista fascista ottenne la maggioranza. I socialisti avevano dato indicazione di non partecipare né all’una né all’altra delle due consultazioni. Ma alle comunali partecipò ugualmente la maggioranza assoluta degli aventi diritto. Quindi possiamo ritenere che una parte tutt’altro che trascurabile di elettori socialisti (alle precedenti comunali del 1914 il Psi contava su una larga maggioranza assoluta con 30 consiglieri su 50) si era spostata su posizioni fasciste. Oltretutto occorre ricordare che il primo sindaco fascista di Reggio fu Pietro Petrazzani, che era stato consigliere del Psi, amico di Prampolini, collaboratore de “La Giustizia”, che aveva perso un figlio in guerra. Aveva scritto una lettera di protesta a Prampolini per la decisione dei socialisti di non commemorare le vittime della guerra in Consiglio comunale. Anche il podestà, che sostituì nel 1931 Giuseppe Menada, Adelmo Borettini, era stato socialista e addirittura assessore della giunta Roversi. Il primo sindaco socialista di Reggio, Alberto Borciani, eletto nel dicembre del 1899 e poi deputato del Psi, aveva aderito nel 1921 al Blocco coi fascisti e il secondo sindaco di Reggio, il pittore Gaetano Chierici, fu convinto interventista e suo figlio Renzo divenne capo della polizia fascista, partecipò al Gran Consiglio del 25 luglio del 1943 e morì poco dopo nel carcere di Treviso in un attentato.

Dunque la conversione al primo fascismo di Pietro Artioli non fu un caso anomalo. Artioli fu delegato dal comitato promotore della Lega universale delle Libere Nazioni di Scandiano al congresso che si tenne a Milano nel dicembre del 1918. Alle elezioni politiche del 1919 ritroviamo Artioli, a settant’anni, tra i membri del Comitato elettorale reggiano della lista Fascio d’avanguardia, a pochi mesi di distanza dall’assemblea promossa da Mussolini degli ex combattenti in piazza San Sepolcro a Milano. In quell’occasione nel volantino di propaganda diffuso a Scandiano si legge che “il fascio d’avanguardia dirige la lotta per il blocco di sinistra” (7). Quella lista che poi altro non era che quella messa in campo dallo stesso Bissolati che intendeva unire tutti i socialisti interventisti, elesse nel collegio il fidentino Agostino Berenini. Bissolati mori poi l’anno dopo e non potè dar seguito alla sua iniziativa politica lascando spazio all’avanzata mussoliniana. Artioli ebbe modo di scrivere di Mussolini: “Non sono mai stato idolatra di quest’uomo. Nel congresso di Reggio mi aveva disgustato con la sua intransigenza. Mi aveva disgustato con il boicottaggio fatto a Bissolati in un teatro di Milano perché non esponesse il suo progetto per una pace coi jugoslavi” (8). Nelle elezioni comunali del 1920 a Scandiano Artioli, in presenza di due sole liste, quella socialista e quella popolare, sostenne la prima, e per la prima volta i socialisti, ancora uniti, espugnarono la città del Boiardo.

Non fu solo il patriottismo alla Bissolati a spingere Artioli al sostegno al primo fascismo. L’adesione al bolscevismo, il proclama della rivoluzione, l’ostracismo verso chi aveva combattuto, l’occupazione delle fabbriche, gli scioperi a catena che rischiavano di portare l’Italia nel baratro, lo convinsero che la ricetta fascista poteva essere quella buona. “Cos’é che vuole questo partito? Vuole che la vittoria della nostra guerra ottenuta dopo tanto tempo e tanti sacrifizi non sia vituperata e misconosciuta come facevano i signori bolscevichi. Vuole che coloro che questa guerra l’hanno sofferta e vinta non siano più sbeffeggiati e percossi”. Osservò a proposito della situazione russa: “La Russia a forza di esiliare, sopprimere, calpestare i ricchi, gli intellettuali e i commercianti, é ridotta a una miseria che non si é mai vista al mondo… Secondo statistiche recenti ha gia fatto morire 1 milione e 700mila persone… Lenin, il nuovo Nabucodonosor, sembra impazzito dalla sifilide…. dalle mani di nessun tiranno al mondo é mai grondato tanto sangue, tante lagrime e tante miserie e dolori come dalle mani di questo carnefice dell’umanità” (9). Artioli non divenne tuttavia un fascista militante, ma restò un libero pensatore. Come quando nell’estate del 1922 criticò i fascisti che a Reggio avevano fischiato il sen. Camillo Ruini. Nel 1923 attaccò la nuova giunta fascista di Scandiano: “Ora i fascisti spuntano come i funghi. Chi cerca un impiego, chi aspira a una carica” (10). Dopo questa sua ultima presa di posizione pubblica a favore delle migliori menti scandianesi escluse dalla amministrazione locale, Artioli si mentenne silenzioso. Una malattia lo porterà a morte l’anno dopo, nell’ottobre del 1924. Non sapremo mai come avrebbe reagito all’omicidio Matteotti (la sua morte fu preceduta da lunghi mesi di semi incoscienza) e alla trasformazione del fascismo in regime. Dalla lettura della sua vita si può supporre che il suo amore della verità e della libertà lo avrebbe spinto a prendere posizione contro chi quei valori finì per ripudiare.

Note

1) M. Montipò, Scandiano e la grande guerra. Nel centenario della vittoria italiana nella grande guerra, un p aggio a quegli scandianesi che l’hanno vissuta e vinta, Modena 2018.
2) M. Del Bue, Storia del socialismo reggiano, volume 1, dalle origini alla prima guerra mondiale, Montecchio Emilia 2009.
3) Vedi L’Iride, Reggio Emilia, Tipografia Torreggiani e comp. 1874, p. 30.
4) P. Artioli, Chi é socialista, per la sincerità, la libertà e l’unità del partito nel prossimo congresso di Reggio Emilia, Scandiano 1912.
5) Il Riformatore, organo del Psri reggiano, venne fondato subito dopo il congresso e la fondazione del Psri. Organo nazionale fu L’azione socialista.
6) Vedi I sanguinosi fatti di giovedì sera. Una dimostrazione finita tragicamente, in La Giustizia, settimanale, 28 febbraio 1915.
7) M. Montipò, Scandiano e la grande guerra, cit, p. 206.
8) Ibidem.
9) Ibidem.
10) Ibidem.

Poesia. Italia e Cina a confronto

poesia cinese

La Fondazione Lu Xun si è incontrata a Roma con l’Accademia Belli il giorno 9 ottobre 2018 alle ore 10,00 nella Sala Molajoli del Complesso Monumentale di San Michele del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. La delegazione della Fondazione cinese intitolata a Lu Xun, il padre della moderna lingua cinese, accompagnata dall’agenzia per l’internazionalizzazione HUB, ha partecipato ad un meeting con i dirigenti del Ministero e personalità del mondo della letteratura e poesia.

All’evento sono stati anche presenti oltre al Capo della Segreteria del Direttore, Annarita Orsini e la Direttrice dei rapporti internazionali del Mibac, Rosanna Binacchi, anche alcuni rappresentanti dell’Accademia Gioacchino Belli di Roma guidati dal Presidente Fausto Desideri.

La delegazione cinese è stata guidata dal Presidente della Fondazione Lu Xun, Zhou Lingfei e dal Direttore He Junjie del Governo della città di Shaoxin.

Dopo alcuni interventi dedicati all’importante ruolo della poesia nella cultura e nell’arte, sono stati recitati alcuni sonetti a tema del Belli messi a confronto con componmenti del poeta cinese Lu Xun sullo stesso tema.

Nel corso della sessione di incontro, il Presidente Zhou Lingfei ha invitato il Ministero e l’Accademia ad essere ospiti per il 2019 del progetto culturale ‘Il Dialogo dei Grandi Maestri’, che ogni anno vede coinvolto un differente paese europeo.

A margine dell’incontro, Fausto Desideri ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Per l’Accademia Belli, dal settembre 1970 la più importante associazione culturale romana, è un grande onore incontrare la cultura di un popolo così grande e antico. Spero che questo sia l’inizio di possibili scambi culturali al fine di lasciare un’orma da calcare a chi verrà dopo di noi. Questa missione è l’ulteriore conferma che la cultura avvicina i popoli, ma è anche un grande strumento di diplomazia commerciale. Abbiamo rinsaldato i già buoni rapporti con la Fondazione Lu Xun e raccolto con entusiasmo l’invito del Presidente Zhou Lingfei per il 2019”.

Il Presidente di Hub, Michele De Gasperis ha concluso: “Abbiamo pertanto posto le fondamenta per nuove iniziative che saranno di grande interesse culturale ma anche di soddisfazione commerciale per il nostro ed il loro Paese”.

Saro

Carlo Emilio Gadda e il galateo radiofonico

gadda 2Pubblicato per la prima volta nel 1953, il testo Norme per la redazione di un testo radiofonico di Carlo Emilio Gadda è ora riproposto dalle edizioni Adelphi con la curatela di Mariarosa Bricchi. Quell’anno egli lavorava per la RAI, ma aveva già svolto un’intensa attività letteraria come collaboratore della rivista fiorentina «Solaria» e autore di novelle, prose poetiche e memorie. Seppure ingegnere, la sua passione fu sempre rivolta alla letteratura e all’attività di scrittore, verso cui nutrì particolare predilezione.

Il «Castello di Udine» ricevette il premio Bagutta (1935), la novella «Prima Divisione nella notte» quello di Taranto (1950), le «Novelle del Ducato in Fiamme» quello di Viareggio (1953). Opere che rimasero circoscritte a un gruppo ristretto di persone per qualche stravaganza imputabile alla sua formazione tecnica (aveva per qualche anno esercitato la professione di ingegnere) e per una massiccia dose di scapigliatura in ritardo.

Lo scrittore milanese (era nato il 14 novembre 1893), forse per curare meglio le sue opere, si trasferì nel 1940 a Firenze, dove frequentò l’intellettualità più rinomata dell’epoca da Eugenio Montale a Riccardo Bacchelli e a Gianfranco Contini. Nell’ottobre del 1950 si stabilì a Roma per collaborare alla redazione del Terzo Programma della RAI. Verve letteraria, curiosità per il linguaggio e arguzia stilistica lo aiutano a redigere il testo Norme per la redazione di un testo radiofonico, con cui rivolgeva un invito ai vari autori di usare un linguaggio intellegibile a tutti.

A differenza di quanto scrive Andrea Ballarini sul quotidiano «Il Foglio» del 29 settembre, il testo è stato riproposto più volte (1973, 1989, 2010) per la miriade di suggerimenti e l’utilità che ne possano ricavare redattori radiofonici e giornalisti televisivi. Quanto mai attuale, il testo presenta un’attualità sorprendente, consona alla nuova realtà dei social network. Ma l’invito è rivolto ai giornalisti della radio, perché usino un linguaggio semplice, senza ricorrere a vocaboli antiquati e a dissennate forme verbali. Seppure Gadda sia consapevole della complessità della scrittura, egli propone un «galateo» linguistico nel loro «differenziarsi anche in relazione agli ambiti d’uso».

Sulla base di questa avvertenza iniziale, rilevata con intelligenza dalla curatrice, Gadda propone una serie di regole del parlato radiofonico, la cui struttura deve poggiare sull’«accessibilità fisica, cioè acustica, e intellettiva della radio trasmissione, chiarezza, limpidità del dettato, gradevole ritmo». Altre questioni riguardano la durata e il dialogo: la prima può essere ampliata con il ricorso a due e più voci, mentre il secondo deve essere improntato al rapporto tesi-antitesi e alla dialettica domanda-risposta. Nel primo caso il «conversato audio» può ricorrere a testimonianze, esempi, modelli e prove per confermare o corroborare il discorso. Nel secondo caso l’espositore non deve mai prevalere sul suo interlocutore, evitando che questi diventi vittima della sua autorità.

Un altro suggerimento impartito da Gadda verte sul rapporto tra audio ascoltatore e conduttore radiofonico, che deve evitare discorsi eruditi e dottrinari con il ricorso a varie fonti, disposte come antidoto e conforto critico. Erudizione e argomento dottrinale devono pertanto essere esclusi, perché non si presentano in modo consono ad un discorso radiofonico, essendo aspetti peculiari di una prolusione universitaria o di discorsi commemorativi. Il pubblico ascoltatore è variegato, per cui è necessario che la voce sia modulata in senso rassicurante e rasserenante. Essa non deve «suscitare l’idea di un’allocazione compiaciuta, di un insegnamento impartito, di una predica, di un messaggio dall’alto», perché «il radio collaboratore non deve presentarsi al radio ascoltatore in qualità di maestro, di pedagogo e tanto meno di giudice e di profeta, ma in qualità di informatore, di gradevole interlocutore».

Sulla base di questo consiglio, Gadda fissa alcune norme volte a privilegiare un rapporto di parità, senza che il conduttore provochi il cosiddetto «complesso di inferiorità culturale», perché in questo caso potrebbe suscitare uno stato di ansia e di irritazione. Una situazione certamente nociva alla prosecuzione colloquiale tra ascoltatore e dicitore, che potrebbe creare un vuoto e una calamità radiofonica. Per questo motivo egli sconsiglia così l’uso della prima persona: «Il pronome “io” ha carattere esibitivo, autobiografante o addirittura indiscreto. Sostituire all’“io” il “noi” di timbro resocontistico-neutro, o evitare l’autocitazione». Come pure sconsiglia di usare termini e locuzioni straniere, quando nella lingua italiana esistono termini simili: «Usare la voce straniera soltanto ove essa esprima un’idea, una gradazione di concetto, non per anco trasferita in italiano. Per tale norma inferiority-complex, nuance, blitz-Krieg e chaise-longue dovranno essere sostituiti da complesso d’inferiorità, sfumatura, guerra lampo e sedia a sdraio: mentre self made man, Stimmung, Weltanschaung, romancero, cul-de-lamp e coktail party potranno essere tollerati».

Sull’uso dei verbi, Gadda avanza l’ipotesi che «non tutti … sono utilmente coniugabili in tutti i tempi, modi e persone»: il verbo rappattumarsi «genera per esempio uno sgradevole e male assaporato ti rappattumi (seconda singolare indicativo presente), il verbo agire genera, al primo udirlo, un incomprensibile agiamo (prima plurale indicativo presente), il verbo svellere uno svelsero (terza plurale indicativo remoto) alquanto indigesto, il verbo dirimere e il verbo redigere degli insopportabili perfetti. Tali mostri sono figli legittimi della coniugazione, ma la legittimità dei natali non li riscatta dalla mostruosità congenita».

La serie di consigli si ritrovano leggibili in un testo di piacevole lettura, che rappresenta una svolta emblematica nel linguaggio comunicativo, seppure distante dal significato letterario di opere come Quel pasticciaccio brutto di via Merulana (1957) oppure La Cognizione del dolore (1963). Testi che assumono una valenza positiva di stridente attualità per la feroce irrisione alla subcultura del fascismo, incarnato in un personaggio come Mussolini che Carlo Emilio Gadda definisce in molteplici epiteti come «Maramaldo» o «Nullapensante».

La disabilità non distrugge l’amore per la Tamaro

susanna tamaro“Il tuo sguardo illumina il mondo” è l’ultimo libro di Susanna Tamaro (edito Solferino). 208 pagine sul senso della vita, da riscoprire insieme e grazie a chi ci vuole bene. Un libro molto intimo. L’amicizia e l’amore per superare la disabilità. Un testo nato da una promessa. Ma partiamo dal titolo. Lo sguardo cui si riferisce è quello del suo amico carissimo, Pierluigi Cappello, degli occhi del quale si innamorò quando li vide in una foto. Sì disse che avrebbe assolutamente dovuto conoscere quella persona e, non appena le si presentò l’occasione, ne nacque un rapporto solido, sincero e duraturo. I due condividevano tante cose, ma soprattutto si promisero che avrebbero scritto un libro insieme. La malattia di lui non lo ha permesso loro. Tuttavia, non appena rielaborato il lutto, Susanna sì è messa al lavoro su questo testo così importante per lei. Tuttavia il titolo del libro introduce, in qualche modo, quello che ne sarà il senso più profondo: sì coglierà il vero senso della vita. Infatti si parla di ‘sguardo’, non di occhi o viso/volto, cioè di visione del mondo; che è ciò che illumina, rischiara, chiarisce e palesa quale è la vera essenza di cui è fatta l’esistenza di un essere umano. Cioè amare ed essere libero. Infatti, non solo la Tamaro si innamorerà della sua poesia, ma con lui riuscì (forse per la prima volta) a sentirsi libera. Con lui poteva essere se stessa, senza cesure, sapendo di essere accettata per quello che era. Del loro rapporto parla in tali termini: “gli anni della nostra amicizia sono stati per me gli anni della grande libertà. Libertà di essere come sono”.
Come ha spiegato alla presentazione del libro all’Orto botanico di Roma (di sabato 6 ottobre mattina), loro furono da subito “intimi e vicini, accomunati dal profondo senso di solitudine in cui si erano rinchiusi”. Ciò che li accomunava era un grande e incondizionato amore per la vita, che entrambi avevano, nonostante tutte le difficoltà legate alla loro malattia: la sindrome di Asperger per Susanna e la tetraplegia a seguito di un incidente (da quando aveva 16 anni) di Pierluigi. Di lui la colpì il fatto che tale disabilità, con tutti i suoi limiti, non hanno mai diminuito il suo amore per la vita o non gli hanno comunque impedito di viverla sino in fondo. Un carattere energico come quello di Tamaro. Quest’ultima si descrive come dolce e forte, tenera e dura allo stesso tempo. Curiosa, ama sperimentare e conoscere cose, persone e realtà nuove. Complicata e ipersensibile, è questo suo carattere socievole e allegro che le ha permesso di superare “i macigni” che si portava dentro dietro per questa sua malattia neurologica che non si riusciva a individuare. La diagnosi le arriverà tardi, quando fino ad allora era vista come una bambina “strana”, che si sentiva incompresa. E per questo sempre più sola, disperata e triste. Mentre, per sua natura, si definisce una persona molto equilibrata, affettuosa e fedele nei rapporti umani personali.
Inoltre, questa sede romana – scelta per incontrare il pubblico – era quasi una conseguenza logica per la scrittrice (da sempre attenta alle problematiche ambientali, tanto da essere iscritta a varie associazioni del settore), con la passione per la botanica e l’entomologia, naturalista fervente e convinta. Ma non è la sola: il prossimo appuntamento è per il 18 ottobre al teatro Franco Parenti di Milano (alle ore 18). Se il libro fosse una canzone, probabilmente sarebbe quello che la Tamaro ha scritto nel 1997 con Ron, per Tosca, che lo ha portato quello stesso anno sul palco di Sanremo: “Nel respiro più grande”. Sembra tutto racchiuso in quel respiro eterno, in cui l’“io e te” di Susanna e Pierluigi rimarrà per sempre immutabile. Quasi fosse scritto tutto d’un fiato, in quel respiro dell’anima, che è la voce del cuore, di quell’anima messa a nudo. Trasparente. Così sincera, schietta e genuina da commuovere.
Se fosse una poesia sarebbe “La morte non è niente” di Henry Scott Holland, perché niente finisce con la morte, ma il legame tra due persone continua a vivere nel cuore di chi resta (“io sono sempre io e tu sei sempre tu” – si dice -; “quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora” – si aggiunge -).

Nel frattempo Tamaro con questo libro indaga il peso, il senso e l’importanza delle parole, che sono quelle che permettono di palesare i nostri sentimenti più reconditi. “I libri salvano le vite” – ammette Susanna – e questo libro l’ha aiutata a conoscere molte cose anche di se stessa, – confessa l’autrice -. Se – precisa -, bisogna imparare che tutto ha un prezzo da pagare e che non tutto si può comperare – e tutti dovremmo ricordarcelo più spesso -, lei è riuscita attraverso le parole a “mettere ordine a tutta la confusione intorno a me”. Ha imparato a gestire persino il suo disturbo neurologico: “il problema dei problemi neurologici è che chi ne soffre si colpevolizza sempre”. Per lei ora è “un ospite sgradito” con cui convive, consapevole che è come se vivesse sempre con 4 freni a mano tirati, che le impediscono di fare tante cose normali. Un “nemico interno” che, però, le ha permesso di vedere tante cose che altri non riuscivano a scorgere. Per esempio, sin da piccola, si è sempre interrogata molto sul senso delle parole, sul loro significato, se chiamare le cose con il loro nome in un’altra lingua cambiasse qualcosa nel loro senso, se significasse la stessa cosa o si dicesse qualcos’altro.
E, a proposito della sua ultima opera “Il tuo sguardo illumina il mondo”, dice: “questo libro è l’unico di cui conoscevo già la fine; non potevano esserci sorprese o colpi di scena: per un finale di morte scritto accanto al tuo nome (quello di Pierluigi), come in un appello a scuola, a cui non avresti potuto più rispondere ovviamente”.
Per quanto riguarda il peso, l’importanza delle parole, la scrittrice dice di essere molto preoccupata dall’aggressività (e violenza) verbale, usata (soprattutto dai giovani) nei confronti dell’altro; e dalla dipendenza (quasi ossessiva) dei ragazzi in particolare dalle nuove tecnologie: gli smartphone annullano e cancellano ogni forma di umanità, dando vita e spazio alla nostra “esistenza digitale”.
Il suo invito è ad essere sempre se stessi. Presentando questo libro ha raccontato un aneddoto sulla sua infanzia ed adolescenza tormentate. Da piccola le piaceva un ragazzo e, per conquistarlo, un giorno decise di andare a scuola in minigonna per essere più attraente e seducente, rispetto ai soliti jeans e maglietta sportivi e casual che indossava sempre. Sperando, con un look più elegante, di attirare le sue attenzioni e il suo sguardo. Invece nulla, così ritornò all’abbinamento di tutti i giorni. A distanza di tempo, i due si fidanzarono e lei gli chiese se si fosse mai accorto che quel giorno lei aveva messo la minigonna per lui, si era fatta bella per lui. Il ragazzo le rispose: “ah sì che orrore, temevo e avevo paura che fossi come tutte le altre”. Episodio molto significativo, che non crediamo abbia bisogno che sia aggiunto altro.
Anche per questo il libro “Il tuo sguardo illumina il mondo” è importante e centrale nella carriera di Susanna Tamaro. Ci mostra, una volta di più, la sua poliedricità: sia come autrice che come persona. Lei ha la scrittura nel sangue, nel DNA: è parente alla lontana di Italo Svevo – tra l’altro -. Inoltre, l’autrice del romanzo di successo “Va’ dove ti porta il cuore” (del 1994, che ha venduto 15 milioni di copie n tutto il mondo), di cui Cristina Comencini (nel 1996) ha fatto un film, con lo stesso titolo (con Virna Lisi e Margherita Buy), si è occupata anche di molto altro nella sua carriera. Infatti, non solo è stata autrice del brano “Nel respiro più grande” (come detto), ma ha scritto anche (nel 1998) il soggetto per la storia a fumetti di “Paperino e la corsa al best-seller”; uno spettacolo teatrale (nel 2006) con Grazia Di Michele, e persino un film (nel 2005): “Nel mio amore”. Si è occupata sempre di sociale e di problematiche sociali, non ultimo anche nella raccolta “Fuori” del 2003, in cui vi sono inserite storie di immigrati emarginati. Inoltre ha costituito anche la Fondazione Tamaro che opera nell’ambito della solidarietà e del volontariato. Nel 2006, poi, ha dato seguito a “Va’ dove ti porta il cuore” con “Ascolta la mia voce”. Attenta a temi quali eutanasia, aborto, genetica e maternità surrogata, è possibile intravedere anche quasi un precedente di “Il tuo sguardo illumina il mondo”, in “Ogni angelo è tremendo” (del 2013, edito Bompiani); quest’ultimo, infatti, è ugualmente autobiografico e tratta la vicenda di un’infanzia difficile, tormentata, vissuta da una giovane piccola protagonista che potrebbe tranquillamente essere l’alter ego di Susanna Tamaro, così come c’è molto di lei bambina nell’ultimo libro edito Solferino.
Dall’incontro di presentazione di quest’ultimo, infine, è emersa una Susanna Tamaro molto disponibile, cordiale, socievole, tranquilla, alla mano, che si è fermata a chiacchierare con il pubblico, con cui si è intrattenuta senza mostrarsi infastidita, che ha letto alcuni passaggi del libro, che ha risposto con sincerità e onestà a tutte le domande della moderatrice, che ha voluto fare una foto-ricordo di gruppo con tutti i partecipanti, che è restata nel finale per il firma-copie, che si è raccontata aprendosi molto, forse anche più del previsto, con simpatia ed allegria, con naturalezza e spontaneità, senza risparmiarsi. E questi eventi illuminano il mondo, così come libri come “Il tuo sguardo illumina il mondo”, così intriso di amore, amicizia, solidarietà, fratellanza, altruismo e umanità che sono ciò che cambia davvero il mondo in meglio, illuminandolo (parafrasando il titolo).

Quell’ansia di “lumi” di Artemisia Gentileschi

artemisia-gentileschiÈ vittima di un riflesso condizionato, quasi un pregiudizio che dura da quattro secoli. Artemisia Gentileschi (Roma, 8 luglio 1593, primogenita e unica donna di quattro figli) richiama subito il file dello stupro a opera del pittore Agostino Tassi (6 maggio 1611) e il processo che ne seguì.
Che montò una nuvola di morbosità in tutta Roma attorno alla ragazza ancora in boccio, tanto che il padre, Orazio, pensò di scrivere una lettera a Cristina di Lorena, vedova di Ferdinando I de’ Medici (12 luglio 1612) per vantarne le precoci doti artistiche.
In realtà, per mandarla a Firenze, sottraendola in tal modo al ruolo di “vittima” a vita che l’avrebbe segnata e pregiudicato la carriera, la mission.
Artemisia è la luce, poiché tutto è nella luce.
Essa svela la realtà e i suoi mille chiaroscuri, l’anima e le sue facce nascoste, lo sguardo e i suoi infiniti orizzonti, le visioni e i deliri.
Fu la “poiesis” di Federico Fellini, resse tutta la sua monumentale opera. Nn era un’intuizione originale, era stata dapprima di Caravaggio e di Artemisia Gentileschi, contemporanei, che rubarono al cielo e alla terra quella luce violenta e pura che piove verticale su ogni cosa e che ci rende impotenti e muti, talvolta sgomenti e increduli, incapaci di un pensiero.
Se i Lumi furono anche un’ansia diffusa di modernità, una febbre, una smania di padroneggiare il proprio destino sortendo dalle tenebre e le superstizioni del Medioevo, in cui l’oscurantismo cattolico aveva tenuto i popoli, si può dire senza tema di smentita che Artemisia Gentileschi è stata una protagonista geniale e coraggiosa (anche per la sua parabola esistenziale), audace e innovativa, e si pone, per l’appunto, allo snodo fra un mondo destrutturato, in rapida decomposizione, e un altro tutto da inventare, esplorare, da costruire su postulati del tutto inediti, che al suo tempo erano appena vagheggiati. Ma anche un’icona immortale del femminismo ante litteram. Lo si intravede nell’opera tutta: la Giuditta che decapita il generale assiro Oloferne, per esempio, non è, psicanaliticamente, la proiezione di se stessa?
“Artemisia Gentileschi”, di Alessandro Grassi, Pacini Editore, Pisa 2017, pp. 272, euro 25,00, ricostruisce la vita, i viaggi, le traversie, le relazioni sociali e, ovvio, l’opera di una pittrice che segna il suo tempo, col rischio che la dimensione artistica, pubblica, ne venisse “soffocata”.
Un’opera sontuosa, impegnativa (realizzata al meglio da Federica Fontini, Stefano Fabbri, Elena Mariotti, traduzioni di Samuele Grassi), ma dettata anche da un evidente codice divulgativo (nel solco delle mostre dell’ultimo secolo), un tentativo di rendere “popolare” un’artista geniale e ribelle, nata postuma di se stessa, in cui ogni donna può specchiarsi e ritrovarsi, appropriandosene.
Sfatta dalle malattie, la grande artista morì, si crede, all’inizio del 1564. Fu sepolta in San Giovanni dei Fiorentini, ma della tomba non v’è più traccia. Resta la sua opera, immortale.

Il “Caso Moro”, il Psi e le ipotesi complottiste

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A 40 anni di distanza dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro, abbiamo fatto qualche domanda al giornalista e blogger Nicola Lofoco. Da tempo impegnato negli studi di quello che più volte è stato definito “ Il caso Moro”, è stato autore di alcune pubblicazioni sul tema. Da anni ha espresso posizioni critiche contro l’ipotesi che i tragici fatto del 1978 siano stati il frutto di una cospirazione, ordita da centri di potere occulto. Iniziamo a chiedergli proprio questo:

Lei è uno degli studiosi del caso Moro che non ha sostenuto la tesi del complotto internazionale orchestrato dagli Stati Uniti. Da dove nasce questa sua convinzione?

Guardi, personalmente sono sempre stato dell’ opinione che i fatti vanno analizzati e compresi per quello che sono e che la loro comprensione deve basarsi sempre, solo ed esclusivamente, su delle prove certe. Bene, se seguiamo con precisione questa linea direttrice, possiamo affermare che, sino ad ora, il dramma dell’ omicidio di Aldo Moro, dei carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci e degli agenti di polizia Giulio Rivera, Raffaele Iozzino e Francesco Zizzi è imputabile alle sole Brigate rosse. Molto spesso si tralascia il quadro storico-politico in cui matura tutta questa drammatica vicenda. Siamo, infatti, a pochi mesi di distanza dal funesto “ 77”, anno in cui entra profondamente in crisi il nostro sistema industriale e, contemporaneamente, in cui iniziano ad impennarsi, in maniera abbastanza preoccupante, i numeri inerenti alla disoccupazione giovanile. In questo dedalo di instabilità economica, cresce anche a dismisura la protesta studentesca nelle Università. Le rivendicazioni provenienti dal mondo giovanile, studentesco e non, hanno progressivamente portato molti giovani ad uno scollamento sempre più forte dai partiti tradizionali, incapaci di cogliere il loro malessere e le loro istanze. Se per un giovane, allora, era preferibile fare politica con una “ P38” in mano, anziché frequentare le sezioni di partito, ci sarà stato pure un motivo ben preciso. Questo non giustifica, in alcun modo, tutto quello che ha prodotto il terrorismo, di destra o di sinistra che sia stato. Ma comprendere le ragioni di un fenomeno credo sia opera imprescindibile per qualsiasi buon ricercatore. Non mi stancherò mai, sino alla noia, di ricordare che, in quel periodo, non vi furono le sole Brigate rosse. Il Viminale aveva schedato oltre 500 sigle di fazioni comuniste combattenti, che molto spesso agivano con logiche diverse. Cosi come operavano numerosi gruppi di stampo neo-fascista. Come si vede la genesi storica è abbastanza complessa. Ed imputare il tutto a presunte manovre dei decantati servizi segreti non credo sia corretto.

Quindi i servizi non hanno avuto nessun ruolo secondo lei?

Proprio sul finire del 1977 erano stati sciolti sia il servizio segreto militare , il SID, quanto il servizio segreto degli affari interni (Affari Riservati). Era stata una scelta necessaria, dato che molti dei loro esponenti erano stati coinvolti in alcune gravissime inchieste giudiziarie, come quelle sulla strage di Piazza Fontana o sul Golpe Borghese. Agli inizi del 1978, quindi, i neonati Sismi e Sisde erano ancora in fase di organizzazione in tutte le loro articolazioni, anche sotto l’aspetto prettamente logistico. Contrastare l’efficiente organizzazione delle Br era praticamente impossibile , soprattutto se teniamo conto che vi fu uno scarso coordinamento durante le indagini tra le varie forze dell’ ordine.

Quindi tutto chiaro e trasparente? Ne è sicuro?

Sino ad oggi molti fatti definiti più volte “ misteriosi “ del caso Moro, non sono risultati tali. Prenda ad esempio il caso più clamoroso, quello di un testimone dell’ agguato di via Fani, che asseriva di essere stato bersagliato, con colpi di arma da fuoco verso la sua moto, circostanza poi risultata falsa grazie ad alcune foto recuperate in rete. Ma si potrebbe fare un elenco vastissimo degli inesistenti “enigmi” che hanno caratterizzato tutta questa dolorosa storia. Come non è mai risultata vera, in nessuna aula di tribunale, la cosiddetta teoria dell’ “ etero-direzione “ delle Brigate Rosse. La verità è che i brigatisti sono stati favoriti nelle loro azioni da una vastissima area della società civile, che ne ha avallato gli intendimenti . Ma, anche qui, è imprescindibile compiere una considerazione puramente storica: bisogna prendere atto che, sino a quel momento, vi era una consistente porzione della nostra società che sognava la rivoluzione socialista. Una svolta rivoluzionaria che il Pci non aveva mai perseguito, sin dalla “ Svolta di Salerno” del 1944 intrapresa da Palmiro Togliatti. Per tutti quelli che non credevano più nell’ opera del Pci, le Br erano diventate un preciso punto di riferimento politico ed anche culturale.

Il Partito socialista era favorevole ad una trattativa per liberare Moro. Era giusto secondo lei?

Tutti sanno benissimo che la cosiddetta “ linea della fermezza” , cioè il rifiuto totale di qualsiasi tipo di trattativa con le Brigate Rosse, fu la linea tenuta, in modo ferreo e convinto, prima di tutto dal Pci. In un momento in cui si andava delineando la concreta fase politica del “compromesso storico “ tra democristiani e comunisti, la Dc non poteva in alcun modo mantenere un comportamento che non fosse convergente proprio con il Pci. All’interno della Dc vi erano personaggi di rilievo contrari alla trattativa, ma non tutto il partito era unito su questa posizione (a differenza del Pci). E va anche ricordato il non piccolo particolare che l’allora ministro dell’ Interno, Francesco Cossiga, aveva concordato ogni mossa insieme al ministro “ombra“ del Pci Ugo Pecchioli. I socialisti, invece, si mantennero su un’altra posizione. Il loro segretario politico, Bettino Craxi, aveva proposto un atto di clemenza da parte del Presidente della Repubblica verso un solo brigatista detenuto nelle carceri, e a riguardo vennero fatti anche diversi nomi. Personalmente credo che l’ iniziativa del Psi si potesse perseguire, in quanto avrebbe salvato una vita umana , restituendo Aldo Moro ai propri cari. E se cosi fosse stato, non credo che il corso della storia sarebbe stato poi tanto diverso da quello che abbiamo avuto.

Fabrizio Federici

Severino e la crisi del nostro tempo

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Uno dei più rilevanti fenomeni del nostro è quello delle disuguaglianze distributive, non solo tra le diverse aree del mondo, ma anche tra i diversi gruppi sociali all’interno di singoli Paesi; il fenomeno è fortemente aumentato rispetto al passato, per il diverso grado di sviluppo delle singole aree mondiali e per il diverso ritmo col quale è cresciuta, ma anche per le regole attraverso cui la ricchezza prodotta viene distribuita.

Afferma Emanuele Severino (filosofo e accademico dei Lincei) in “Il tramonto della politica. Considerazioni sul futuro del mondo”, che la maldistribuzione della ricchezza esiste all’interno di una cultura dalla quale essa (la maldistribuzione) è interpretata; ma le varie interpretazioni (cristiana, islamica, capitalistica, marxista, ecc.) si combattono, per via del fatto che esse “hanno avuto una storia diversa”. Nel medioevo, la cultura cristiana e quella islamica si sono affermate entrambe nell’alveo della filosofia greca; poi il cristianesimo, a differenza dell’Islam – continua Severino – si è imbattuto nella critica della cultura moderna, che ne ha contestato in modo radicale le fondamenta, sino a lasciarsi “alle spalle”, oltre che lo stesso cristianesimo, persino l’”intera tradizione dell’Occidente”, creando in tal modo le condizioni di una sua crisi profonda.

Attualmente ci si accorge della crisi, pensando che essa riguardi l’economia e la politica, ma mancando di percepire e capire la sua profondità. Il livello di tale profondità, sostiene Severino, consiste nel fatto che essa è “un aspetto della crisi dell’intera tradizione dell’Occidente”; ciò perché le categorie fondamentali sulle quali si reggono tutte le società del mondo sono importate dall’Occidente. Il fenomeno della globalizzazione, interpretata come diffusione in tutto il mondo dell’economia di mercato, ha le sue radici nel capitalismo occidentale. D’altra parte, quest’ultimo, assieme alla democrazia e al socialismo appartengono alla tradizione dell’Occidente, per cui può correttamente affermarsi che “la crisi della tradizione occidentale investe l’intero pianeta”, presentandosi “come la forma autentica della ‘globalizzazione’”.

La crisi, secondo Severino, non proviene dall’esterno dell’Occidente, ma dal suo interno; la causa principale è espressa dallo “smantellamento del dominio del mondo” da parte dell’Occidente stesso, ovvero di quel dominio con cui esso riusciva a contenere la “pressione dei popoli poveri”. I problemi attuali della parte essenziale dell’Occidente, l’Europa, sono dovuti al venire meno di quel contenimento, per cui l’immigrazione, che il Vecchio Continente sta subendo, non è un fattore di crisi interno alla sola Europa; in realtà, esso è una conseguenza della crisi profonda dell’intero Occidente.
Quest’ultima, a parere di Severino, è dovuta al fatto che in Occidente le masse si sono allontanate “dai valori religiosi del passato”; inoltre, è poco noto il fatto che “tale allontanamento è analogo al distacco, più o meno elitario”, che si è verificato in tanti altri ambiti: filosofico, scientifico, giuridico, economico, artistico e politico. Ormai, – afferma Severino – “non si crede quasi più nell’esistenza di una realtà eterna, immutabile, al di là del mondo: quella che è stata sempre chiamata ‘Dio’ e che si rispecchia nel mondo mediante gli ordinamenti che nella tradizione sono a loro volta considerati immutabili, come le Chiese, la morale, il bello e il vero naturali; e ancora come il ‘diritto naturale’, o l’economia di mercato (anch’essa intesa come legge naturale eterna), o lo Stato ‘etico’ e totalitario e la democrazia in quanto configurazioni sociali che si adeguano al vero e immutabile ordinamento della realtà”. Tutto questo, la tradizione dell’Occidente, è andato – secondo Severino – al tramonto.

Del progressivo distacco delle masse dai valori religiosi è prova la diffusione ostentata dei valori laici; l’Occidente si è liberato delle varie forme di assolutismo con la critica della razionalità moderna e con le rivolte o con le guerre; non così della democrazia: pur non liberandosene, l’Occidente l’ha trasformata “da adeguazione dello Stato al vero ordinamento della realtà” a “democrazia ‘procedurale’, dove la legge non è ciò che è vero, ma la volontà della maggioranza”. Anche il capitalismo, per “merito” di alcuni suoi esaltatori (come ad esempio Joseph Alois Schumpeter), ha cessato di essere concepito come “economia ‘naturale’, per essere considerato come ‘esperimento’ che può fallire o che è destinato a fallire”; Inoltre, anche la scienza è stata ritenuta “tanto più potente ed esplicativa”, quanto più avesse rinunciato ad “essere sapere assoluto, incontrovertibile, ossia quel tipo di sapere che la tradizione filosofica ha inteso evocare per prima”.

Al tramonto della tradizione dell’Occidente, a giudizio di Severino, ha contribuito persino la filosofia, con l’abbandono della propria tradizione, staccandosi dall’idea dell’inamovibilità e dell’incontrovertibilità del sapere, attraverso cui “si mostra la verità”; la gravità di questo distacco è espressa dal fatto che esso rimane nascosto nel “sottosuolo filosofico”, nel quale ha modo di tradursi, con l’abbandono delle verità immutabili, nella invincibile potenza distruttiva nei confronti della tradizione dell’Occidente. Severino ritiene che l’abbandono del sapere immutabile da parte della filosofia abbia modificato radicalmente il rapporto tra “’mezzi e fine’, e quindi il rapporto tra le tecniche e le grandi forze che oggi intendono servirsi di essa per realizzare i loro scopi […] come un compito ineludibile, ossia come qualcosa che deve essere incondizionatamente e universalmente realizzato, e pertanto come un immutabile che si impone su ogni tempo e in ogni circostanza perché, realizzandolo, ci si adegua alla verità e al senso immutabile della realtà”.

Le forze prevalenti impegnate in un’incontenibile confronto per adeguare il mondo al senso immutabile della realtà sono il capitalismo e il socialismo, la cui competizione va intesa, secondo Severino, come una delle più importanti forme di concorrenza che si svolge “all’interno del mondo capitalistico”, per il controllo e la destinazione finale del risultato dell’attività produttiva. La potenza originata dalla tecnica, profusa dalle grandi forze nella loro contrapposizione, ha cessato di essere “al servizio della politica”.
Fino al Medioevo, la politica indirizzava l’economia al “bene del signore”, inteso come “bene comune” o “vita buona”; ma lavorando per il “signore”, il “servo” (cioè la tecnica) è diventato potente, più potente del “signore”. Inoltre, il “servo”, lavorando per il bene del “signore”, non produceva solo beni di consumo, ma anche i beni strumentali finalizzati a “produrli, difenderli e conquistarli”; in questo processo, il “signore” è rimasto passivo, statico, mentre il “servo” ha acquisito “conoscenze e poteri sempre più nuovi ed efficaci”, che gli hanno permesso di rovesciare il tradizionale rapporto tra “mezzi e fine”: la produzione, che prima era mezzo per garantire il benessere del “signore”, è divenuta scopo, trasformandosi in “fine di se stessa”.

Il sovvertimento del rapporto tra “mezzi e fine” ha così comportato il rovesciamento della “subordinazione del mondo economico al mondo politico”, analogamente – sostiene Severino – al rovesciamento della subordinazione “delle tecnica al capitalismo”. Il doppio rovesciamento ha comportato un’alterazione dello scopo tradizionale del capitalismo: prima, tale scopo coincideva con l’aumento della produzione per soddisfare il bene comune; ora, con la subordinazione del capitalismo alla tecnica, esso coincide con l’aumento della produzione fine a se stessa. Se tale scopo viene contrastato, è inevitabile una crisi del capitalismo; a parere di Severino, è quanto sta accadendo da alcuni decenni, per via dell’azione delle forze di rilevanza sociale (democrazia, socialismo, cristianesimo, Islam, ecc.) che hanno inteso, in concorrenza tra loro, di “imporre al capitalismo scopi diversi da quello che gli è proprio”.

Inoltre, continua Severino, il capitalismo non ha dovuto confliggere solo con queste forze; esso ha dovuto fare i conti con la concorrenza esistente al suo interno, divenuta un suo connotato essenziale. Senza di essa, il capitalismo non potrebbe liberarsi dei suoi concorrenti più deboli; ma questa eliminazione conduce fatalmente al “monopolio planetario, ossia a un’economia che non è più capitalistica; quindi, il capitalismo, per Severino, non è che “una gigantesca contraddizione. Non solo ha dei nemici, ma è nemico di se stesso”.
Infine, ironia della sorte, questa contraddizione sarebbe ancora più profonda: il modo di produzione capitalistico, devastando l’ambiente nel quale opera, finisce col devastare se stesso e, nei limiti in cui ne acquista consapevolezza, “si rivolge alla tecnica per ottenere una forma di produzione di ricchezza dove la devastazione della terra sia il più possibile contenuta”; in tal modo, il capitalismo arriva a servirsi “della tecnica, non solo per prevalere sulle altre forze che intendono porsi alla guida del mondo, ma anche per non essere distrutto da se stesso”.

In conclusione, secondo Severino, tutte le grandi forze che si contendono il primato nel mondo, per prevalere si servono della tecnica; di qui l’incremento del suo impiego che tende “a diventare, esso [l’incremento], lo scopo di tutte le forze che si illudono di poter illimitatamente servirsi dello strumento apparentemente ‘neutrale’ della tecnica”. Ma questa tecnica della quale si servono le grandi forze – avverte Severino – “non è la tecnica quale è concepita all’interno del modo in cui la tecno-scienza concepisce se stessa”; la tecnica in grado di far “diventare lo scopo delle forze dominanti l’incremento della potenza è infatti quella che è capace di ascoltare e capire ciò che proviene dal sottosuolo filosofico del nostro tempo: che lo scopo di tali forze non è una verità assoluta e che la sua realizzazione non è l’adeguarsi a una verità assoluta”, per cui essa (la tecnica) ha “la forza di oltrepassare ogni limite che quelle forze vogliono imporle”.
Tuttavia, Severino precisa che l’intero suo discorso non è un’apologia della tecnica, ma una riflessione sulla tragicità dell’uomo, inteso come “essere tecnico”, dotato della capacità di organizzare le risorse delle quali dispone, per l’incremento senza fine della capacità di realizzare scopi: ragione, questa, che fa della tecnica “l’inveramento supremo dell’uomo”. Ma pensare l’uomo subordinato alla tecnica – puntualizza Severino – non è che “l’alienazione estrema del senso autentico dell’essere uomo”; lo è di fronte allo smarrimento della tradizione dell’Occidente e, quindi, dell’intero pianeta in quanto erede dell’Occidente.

Il tramonto della tradizione dell’Occidente si è tradotto così nel sacrificio del benessere e della felicità dell’uomo; l’incombenza di tale stato di cose fa maturare il tempo in cui “si fa avanti nei popoli il bisogno di ripensare, al di là di tutte le sapienze dell’Occidente – quindi anche di quella, terribile, del sottosuolo filosofico del nostro tempo – il senso autentico della verità”.
Insomma, la conclusione di Severino sembra essere un invito a riflettere sullo stato delle cose presenti, al fine di interiorizzare una critica radicale nei confronti di un sistema economico, quello capitalistico, che sinora si è servito della tecnica conducendo l’uomo all’alienazione. In sostanza, il discorso di Severino può intendersi come analisi critica dell’ideologia neoliberista del nostro tempo, nella speranza che la filosofia, ricuperando la sua funzione antica e supportandone la riflessione critica, possa contribuire a prefigurare per l’uomo un mondo migliore.

Gianfranco Sabattini

SSN, campagna nazionale contro il razzismo

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Una grande campagna di sensibilizzazione per “mettere al bando il razzismo e l’ intolleranza dal nostro Servizio sanitario nazionale”: coinvolgendo l’opinione pubblica, puntando ad un messaggio contro il razzismo ed in favore della tolleranza, con l’affissione di manifesti nelle farmacie e nelle Asl. E’ la proposta lanciata dal presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, dopo l’episodio di razzismo denunciato da una dottoressa di Cagliari. L’idea, annuncia Anelli, “é coinvolgere anche gli altri professionisti sanitari e le associazioni dei cittadini”. Altri manifesti saranno affissi per le strade, negli studi e negli ospedali.

“Lancio un’idea – spiega Anelli – che spero possa essere condivisa anche dalle altre federazioni degli Ordini delle professioni sanitarie e dalle associazioni dei cittadini: mettere in piedi, tutti insieme, una grande campagna contro il razzismo”. Alla campagna sono aderite l’ Associazione Medici di origine Straniera in iIalia (AMSI) e la Confederazione internazionale-Unione Medica Euro-Mediterranea (U.M.E.M), che ringraziano la Fnomceo.

“La collega Maria Cristina Deidda, con la sua denuncia – afferma Foad Aodi ,fondatore dell’ AMSI e dell’UMEM, riferendosi alla dottoressa che ha denunciato l’episodio di razzismo in cui vari pazienti si sono lamentati per aver atteso “per colpa di un negro” – ha testimoniato in modo encomiabile la grande sensibilità dei professionisti italiani verso i diritti umani e l’uguaglianza: mettendo in evidenza quelli che sono i valori fondanti della nostra professione e della nostra società, a prescindere dal colore della pelle, dalla religione, dalle opinioni, o da chi, nella situazione amministrativa, è regolare o irregolare “.

“Siamo indignati e preoccupati – prosegue Aodi – per l’aumento crescente degli episodi di razzismo e di discriminazione nei confronti dei professionisti della sanità e dei cittadini di origine straniera. Molte segnalazioni giungono allo sportello AMSI , il quale ha registrato un aumento del 35 per cento, negli ultimi tre anni in particolare, di episodi di discriminazione nei confronti dei cittadini di origine straniera . Le donne lo sono per motivi legati al velo, gli uomini per la barba lunga . Spesso si viene discriminati per il colore della pelle o per i soli vestiti religiosi e tradizionali. Le segnalazioni provengono maggiormente dalle regioni Lombardia , Veneto, Trentino Alto Adige , Marche e Sardegna. Gli episodi si verificano spesso al pronto soccorso , nelle Asl, al Cup,nei centri di fisioterapia ed analisi”.

“Si registra – prosegue Aodi, che é anche consigliere dell’ OMCEO di Roma con delega ai rapporti coi Comuni e agli Affari Esteri – un aumento dello sfruttamento dei professionisti della sanità di origine straniera: con personale sottopagato , ritardi nei pagamenti e licenziamenti continui senza giusta causa, come ci viene raccontato allo sportello Amsi, dove le segnalazioni provengono da tutte le regioni italiane, in particolare dal centtro- sud. “Continuiamo a combattere la “guerra tra poveri” , gli episodi di razzismo e le discriminazioni: utilizzando la “terapia del dialogo” , la conoscenza ed il principio dei diritti e doveri , l’uguaglianza e la solidarietà”.

Con AMSI e U.M.E.M aderiscono all’ iniziativa anche il Movimento internazionale “Uniti per Unire” e le associazioni e comunità aderenti, comprese le Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai), la ONLUS Emergenza Sorrisi-Ong, attiva da anni nella cooperazione sanitaria col Terzo Mondo, e la Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa -(Cili-Italia).

Fabrizio Federici

Trieste, Mussolini e le leggi razziali

fascisti a triesteL’Assessore alla Cultura di Trieste ha negato agli organizzatori del Liceo cittadino “Petrarca” la sala per avviare un dibattito sulle leggi razziali proclamate da Mussolini il 18 settembre 1938 contro gli Ebrei, a seguito del “Manifesto della Razza” pubblicato sul “Giornale d’Italia”. L’invito, rivolto dagli studenti liceali, non ha ricevuto largo consenso dalla Giunta di destra, che ha “censurato il manifesto del progetto culturale”. Eppure la città di Trieste è stata un centro importante dell’ebraismo europeo, restando la “Porta di Sion” per gli esuli del Centro Europa in transito verso la Palestina o le Americhe.

Appoggiati dalla Preside, gli studenti liceali hanno espresso il desiderio di organizzare una mostra nella città dove il duce annunciò il provvedimento con solenni parole: “Triestini! …. nei riguardi della politica interna il problema di scottante attualità è quello razziale. Anche in questo campo noi adotteremo le soluzioni necessarie”, volte alla “conquista dell’Impero” e dettate da “una severa coscienza razziale che stabilisca non soltanto delle differenze ma delle superiorità nettissime”. Il provvedimento, comprensivo di un corpus di leggi antiebraiche, rimase in vigore fino al 25 luglio 1943 ed ebbe una chiara impronta razzistica biologica, costringendo le persone di “razza ebraica” ad allontanarsi dall’Italia e vietando loro di svolgere qualsiasi attività lavorativa.

A Trieste gli Ebrei si erano distinti per la loro operosità e per il loro senso di patriottismo italiano dal Risorgimento fino al successo del fascismo cittadino. Insigni storici come Tullia Catalan e da Michele Sarfatti hanno sottolineato l’efficienza organizzativa del Comitato italiano di assistenza agli emigranti ebrei, che ricevettero grande sostegno durante il regime fascista: nel periodo 1933-36 si ebbero 17-26 mila imbarchi annui. In quegli anni Mussolini, prima del suo cedimento al nazismo, non professò un acceso antisemitismo, come si può rilevare dal suo comportamento contraddittorio e da alcuni episodi riconducibili alla sua attività politica. L’8 marzo 1934 egli chiese informazioni al prefetto di Trieste per nominare senatore Edgardo Morpurgo, presidente e amministratore delegato delle Assicurazioni Generali.

Uno dei più attivi e apprezzati podestà di Trieste era stato Paolo Emilio Salem (nato nel 1884) che – come amministratore comunale dall’ottobre 1933 all’agosto 1938 – legò il suo nome al riordino urbanistico del centro storico con la demolizione di case fatiscenti e la costruzione di nuovi edifici. La destituzione di Salem come podestà era stata richiesta sin dalla sua nomina da autorevoli giornalisti come Ottavio Dinale che il 4 ottobre 1933 – sul quotidiano “Il Popolo d’Italia” – deplorò il fatto che a Trieste gli Ebrei detenessero “cariche, funzioni di comando e posti di controllo nella proporzione del cento per cento”.

Altri casi di fascisti triestini possono essere ricondotti a quelli di Piero Jacchia, uno dei fondatori dei fasci locali, che morì in combattimento il 14 gennaio 1937 contro la dittatura di Franco. Oppure quello di Enrico Rocca, anch’egli fascista della prima ora e insigne studioso di letteratura tedesca, morto suicida a causa delle leggi razziali. Il 17 giugno 1937 il presidente della Provincia di Trieste consegnò a Mussolini un lungo elenco degli ebrei triestini, identificati sulla base “della razza e non della religione professata”. Era il preludio della promulgazione delle leggi razziali, che furono invocate proprio a Trieste nel suo discorso del 18 settembre 1938, quando Mussolini definì l’ebraismo mondiale “un nemico irreconciliabile del fascismo” per il suo antifascismo, promulgando così quel corpus di leggi che confluì nell’esclusione degli Ebrei dalle cariche pubbliche e dall’esercito proprio a significare la loro identità etnica e la lontananza dalla patria italiana.

Nel caso degli Ebrei triestini fu approntato un elenco con le relative partenze e gli spostamenti da un luogo ad un altro per esercitare un controllo capillare sulle loro attività produttive. Così alla fine del 1938 le ditte ebraiche triestine furono censite e sottoposte al vaglio di specifiche commissioni nazionali. Il risultato fu quello di una loro svendita o di un passaggio fittizio a prestanome “ariani” delle ditte, molti delle quali mai restituite. Pittori e scultori furono esclusi dalle mostre e privati di ogni forma di sostentamento: nel settembre 1940 il museo comunale di Trieste rimosse dalle sale pubbliche le opere di artisti ebrei e ritirò il catalogo che ne illustrava la presenza. L’8 ottobre dell’anno successivo cominciò una sequela di atti intimidatori contro gli ebrei triestini, che quasi provocò venti giorni dopo l’incendio della sinagoga.

L’applicazione delle leggi razziali sconvolse infatti la comunità ebraica triestina, che fu privata dei suoi esponenti più autorevoli. Addirittura durante l’occupazione nazista molti ebrei furono arrestati dai tedeschi e concentrati a Trieste prima nel carcere del Coroneo e poi con la deportazione nella Risiera di San Sabba, l’unico forno crematorio esistente in Italia. Per gli Ebrei la Risiera divenne un centro di raccolta per la deportazione: almeno 1173 ebrei furono deportati da Trieste con 23 convogli o piccoli trasporti compiuti tra il 7 dicembre 1943 e il 24 febbraio 1945 (si vedano le molteplici pagine scritte da L. Picciotto Fargion, Il libro delle memoria. Gli Ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Milano 1991).

Questi episodi incresciosi, messi in rilevo dagli studenti liceali nella loro mostra, potrebbero sviluppare una benefica azione pedagogica e frenare i rigurgiti razzisti in atto in alcuni ambienti culturalmente degradati del nostro Paese. La conoscenza delle cosiddette “leggi della vergogna” dovrebbe essere meglio stimolata in molte città con mostre e attività culturali più di quanto sia stata fatta dalla Giunta di Trieste.

Nunzio Dell’Erba

Ermanno Scervino non abbandona la nazionale

NazionaleModa

La Nazionale di calcio va a fondo, ma Ermanno Scervino non la abbandona. Il marchio toscano, che dal 2015 veste gli Azzurri e la cui ‘Luxury Partnership’, da contratto, durerà fino ad agosto 2018, Mondiali russi inclusi, non verrà meno al proprio accordo. “Il contratto è in essere, e non abbiamo intenzione di rivederlo”, fanno saperes dall’azienda.L’accordo di sponsorizzazione per le divise (la maglia da gioco è invece realizzata da Puma) era stato siglato nel novembre del 2015, e aveva visto la maison sostituire Dolce&Gabbana. Il debutto ufficiale era stato in occasione dei campionati Europei 2016, che si erano svolti in Francia. L’intesa con la Nazionale si era poi ulteriormente cementata con la sponsorizzazione anche dell’Under21 e della Nazionale Femminile. Si tratta di una (parziale) buona notizia per il calcio italiano: il disastro di lunedì sera non è stato solo sportivo, ma anche economico. La perdita finanziaria derivante dalla non partecipazione ai Mondiali si stima sia intorno ai 100 milioni, ed è legata, in aggiunta ai mancati guadagni legati alla partecipazione e alla flessione dei diritti tv, anche dai ricavi da sponsor (tra cui c’è anche Puma). Si calcola che ci sarà nell’immediato una perdita di circa 4 milioni dovuta al minor merchandising, e una riduzione significativa nel quadriennio che condurrà a Qatar 2022 (attualmente i ricavi commerciali della Figc ammontano a 43 milioni).

Mario Valtaneda