Agathotopia. Socialismo e imprese cooperative

agathopiaIn un articolo apparso sul n. 116/2015 di “Studi Economici”, Gaetano Cuomo (“Imprese cooperative e democrazia economica”), recensendo un saggio di Bruno Jossa (“Un socialismo possibile. Una nuova visione del marxismo”), afferma che la tesi di quest’ultimo “sul socialismo possibile può apparire a prima vista come un contributo tutto interno al dibattito marxista sull’attualità dl socialismo e sulle forme che esso dovrebbe assumere alla luce di quanto è accaduto a partire dalla caduta del muro di Berlino”. Ciò, però, a parere di Cuomo, sarebbe solo un aspetto del contenuto del saggio di Jossa, in quanto ad esso sotteso vi sarebbe una “parte del dibattito teorico che, nell’ultimo secolo, ha impegnato gli economisti sulla compatibilità tra mercato e socialismo e sulla teoria economica dell’impresa autogestita o cooperativa”.
Su questo tema si sono impegnato molti economisti, tra i quali risalta il nome del premio Nobel James Meade; questo economista, nella sua “opera summa” sull’argomento (“Agathotopia: l’economia di compartecipazione”), a differenza di molti altri economisti che, impegnati nel dibattito marxista, sostengono la realizzabilità di istituzioni perfette per cittadini perfetti, propone, la realizzazione di un “buon posto in cui è conveniente vivere” (traduzione etimologica di Agathotopia), all’interno del quale risolvere “al meglio” il problema distributivo del prodotto sociale che il socialismo burocratico ed accentratore, ma anche il libero mercato del capitalismo, non sono riusciti a risolvere.
Tradizionalmente, l’economia dell’autogestione, dopo il tramonto dell’organizzazione della produzione secondo il “modello del socialismo burocratico-accentratore” e il succedersi delle crisi nelle economie di mercato, rappresenta il tentativo di dare un fondamento teorico all’idea della cooperazione nel mondo della produzione tra il capitale e la forza lavoro, attraverso il loro coinvolgimento nella gestione delle attività produttive. Il punto di arrivo di questa corrente di analisi teorica (iniziata nel XIX secolo, parallelamente al rilancio del movimento cooperativo) è appunto il contributo di J.E.Meade; questi, come si è detto, a differenza degli utopisti, propone un’organizzazione cooperativa della produzione per risolvere “al meglio” il problema distributivo.
Con il suo ultimo saggio, anche Jossa, da oltre trent’anni impegnato sull’argomento dell’autogestione e della cooperazione, propone un sistema economico costituito esclusivamente, o prevalentemente, da cooperative, definendolo unica forma di socialismo oggi possibile. Le proposte di Meade e di Jossa – afferma Cuomo – hanno “in comune l’utilizzo dello stesso strumento, l’impresa cooperativa, figlia del socialismo, per suggerire, il primo, un imponente progetto di riforma che introduce nuove istituzioni economiche private e modifica il ruolo dello Stato, pur restando nell’ambito di una visione socialdemocratica del capitalismo, e, il secondo, una conversione in senso marxista della società […] , ma con innovazioni tali da non lasciare intravedere alcun contatto con le economie del vecchio socialismo reale”.
Meade e Jossa – sostiene Cuomo – pongono la dignità dell’uomo al centro dell’attenzione: il primo “vuole liberarlo dalla schiavitù della lotta per la sopravvivenza”, mentre il secondo vuole affrancarlo “dalla schiavitù nei confronti del capitale e renderlo soggetto alla propria azione”. I meccanismi di transizione alla società socialista sono – conclude Cuomo – sufficientemente definiti in Meade, anche se appaiono lunghi e complessi, mentre restano problematici nella proposta di socialismo di Jossa”, sebbene la transizione allo “stato finale” in quest’ultimo caso sia associato da Cuomo al verificarsi di eventi futuri, “come l’andamento della conoscenza e della tecnologia”, del tutto imprevedibili e indipendenti dalla volontà diretta dell’uomo.
Se così fosse, la tesi di Jossa sarebbe da ricondursi nel novero di quelle sostenute dagli economisti utopisti, per cui la sua proposta si allontanerebbe dal quella avanzata da Meade e fondata sulla realizzazione di un “luogo in cui è conveniente vivere”. Il fatto però che i meccanismi di transizione siano stati considerati da Jossa di natura problematica consente di ipotizzare che anche la sua proposta, come quella di Meade, assuma la transizione alla società socialista in termini asintotici, attraverso un processo per approssimazioni migliorative della società originaria alla società socialista.
La necessità di configurare la società socialista, non in termini di risultato finale, ma solo in termini di processo, consente tra l’altro di evitare le contraddizioni cui si va incontro, se si trascura il fatto che all’interno di un ordinamento economico fondato sulla proprietà cooperativa delle attività produttive permangono irrisolti, secondo J.E.Meade, tre ordini di problemi che la teoria tradizionale dell’autogestione non è riuscita a rimuovere.
Il primo riguarda l’assunzione del rischio, in quanto anche la forza lavoro, al pari del capitale, deve assumere una parte del rischio d’impresa. Al riguardo, però, non esiste la certezza che la maggioranza dei lavoratori sia disposta a preferire l’autogestione in luogo della sicurezza rappresentata dal salario fisso. Si potrebbe pensare di garantire, a livello di intero ordinamento economico, una diminuzione del rischio di disoccupazione in cambio della disponibilità da parte dei lavoratori ad accettare un più elevato livello del rischio di instabilità del salario; non è detto però che un trade-off di questa natura possa essere condiviso dalla maggioranza dei lavoratori, soprattutto se, all’interno delle attività produttive, esiste una minoranza della forza lavoro, più esposta al licenziamento in caso di crisi, che non sia disposta ad accollarsi l’onere delle diminuzione del rischio di disoccupazione a favore della maggioranza.
Il secondo problema concerne le possibili implicazioni negative della compartecipazione, quando di devono assumere delle decisioni il cui successo dipenda dalla possibilità di sperimentare forme di innovazione ad alto rischio.
Il terzo, infine, riguarda la possibilità che la forza lavoro che partecipa all’assunzione delle decisioni gestionali tenda a tutelare solo la massimizzazione del suo salario, frenando la crescita delle attività produttive, anche di quelle che hanno successo, la cui espansione è necessaria per contribuire ad elevare l’occupazione e a migliorare i livelli salariali. Pure in questo caso, tuttavia, la cogestione può essere caratterizzata dal permanere di conflitti latenti e interni alle attività produttive, tra i lavoratori che ritengono di dovere utilizzare i risultati positivi per migliorare i salari ed i lavoratori che, invece, sono propensi ad un’utilizzazione dei risultati positivi per promuovere, a parità delle altre variabili economiche (prezzi, profitti e salari), l’espansione della produzione, e con essa quella dell’occupazione dei lavoratori senza lavoro.
La mancata soluzione di questi problemi, tuttavia, se vale a dimostrare che la cogestione delle attività produttive non può garantire in termini ottimali uno stabile funzionamento del sistema economico, non vale però a dimostrarne l’improponibilità; ciò perché la presenza di problemi rimasti irrisolti è perfettamente compatibile con l’ipotesi che Meade ha assunto in Agathotopia, che la cogestione implichi l’istituzionalizzazione di un ordinamento economico complessivo “migliore” di quello che si avrebbe in sua assenza, per attori sicuramente imperfetti.
L’approccio microeconomico, inoltre, fa velo su un altro aspetto della cogestione, che a Meade non è sfuggito. Oltre ai problemi irrisolti, pur in presenza di una cogestione estesa a tutte le attività produttive dell’intero ordinamento economico, esistono anche problemi che possono essere affrontati solo dall’ordinamento politico, a livello macroeconomico. L’ordinamento politico costituisce, infatti, un contesto alternativo all’ordinamento economico, per la soluzione di tutti i problemi che quest’ultimo non può risolvere a causa dei cosiddetti fallimenti del mercato; tali sono la produzione e la distribuzione dei beni e dei servizi pubblici, la ridistribuzione del prodotto sociale complessivo e la stabilizzazione dell’attività produttiva. Queste tre grandi classi di problemi richiedono infatti, pur in presenza della cogestione, un ruolo attivo ed insostituibile dell’organizzazione complessiva dell’ordinamento politico; richiedono cioè un ruolo attivo e complementare dello Stato.
La cogestione, così come è stata studiata a livello microeconomico, presenta anche un altro limite, riconducibile all’assunzione dell’ipotesi del pieno impiego della forza lavoro, o quanto meno che il fenomeno della disoccupazione, quando insorge, sia sempre temporaneo e congiunturale. La realtà concernente il funzionamento del sistema economico dal punto di vista dell’occupazione è ben diversa, nel senso che il fenomeno della disoccupazione può ricorrere, non solo in termini congiunturali, ma anche in termini strutturali e permanenti. Ciò comporta che, a livello dell’ordinamento politico, il problema distributivo debba essere risolto in modo da tener conto anche del fenomeno della disoccupazione strutturale e della necessità di garantire all’intera economia un sistema di sicurezza sociale (welfare State) che assicuri un reddito pure a chi non riesce a partecipare quale socio ad un’attività produttiva cogestita.
Anche riguardo a questo problema il contributo di Meade è risultato sinora il più avanzato (“Poverty in the welfare state”; “Libertà, uguaglianza ed efficienza”); ciò perché egli ha descritto e spiegato le modalità organizzative dell’ordinamento politico e dell’ordinamento economico fondate sull’estensione a tutti i cittadini-lavoratori, indipendentemente dalla stabilità o meno del rapporto di lavoro, di un “reddito di cittadinanza” (che Meade chiama social dividend) o un “fondo sociale di cittadinanza” (R.M.Unger, Democrazia ad alta energia. Un manifesto per la sinistra del XXI secolo), sufficienti a garantire a tutti indistintamente i disoccupati permanenti, ed a coloro che sono dotati di un basso reddito, la possibilità di realizzare il proprio progetto di vita attraverso la fruizione di un reddito (o di una sua integrazione) dissociato dal rapporto di lavoro. Che altro è questa garanzia di un reddito per tutti se non la realizzazione, in senso socialdemocratico, di un ordinamento politico migliore, rispetto a quelli sinora sperimentati, realizzato attraverso la sua cogestione da parte di tutti i cittadini che, sulla base della regola democratica, concorrono a risolvere a livello macroeconomico il problema distributivo del prodotto sociale nell’interesse di tutti?

Gianfranco Sabattini

Dalla Parks al divorzio: 1° dicembre dei diritti civili

**ADVANCE FOR THURSDAY, FEB. 12** In this Feb. 22, 1956 file photo, Rosa Parks, whose refusal to move to the back of a bus touched off the Montgomery bus boycott and the beginning of the civil rights movement, is fingerprinted by police Lt. D.H. Lackey in Montgomery, Ala. She was among some 100 people charged with violating segregation laws. (AP Photo/Gene Herrick, file)

(AP Photo/Gene Herrick, file)

Il primo dicembre è una data significativa nella lunga battaglia per i diritti civili. A distanza di quindici anni, in due continenti diversi, sono accaduti due avvenimenti slegati l’uno dall’altro, ma che segnano entrambi una vittoria per l’espansione dei diritti della persona.

Sessantuno anni fa, a Montgomery, in Alabama, una donna era seduta su un autobus. Aveva quarantadue anni, stava tornando dal lavoro e le dolevano i piedi. Rosa Parks, considerata la madre del Movimento per i Diritti Civili, quel giorno compì un gesto rivoluzionario nella sua semplicità che le costò l’arresto.

La donna aveva la pelle scura, perciò la legge dell’Alabama le imponeva di alzarsi e di cedere ai “bianchi” il suo posto a sedere nell’autobus affollato. Rosa era salita sul mezzo pubblico prima prima dell’uomo che lo reclamava in virtù di una norma razzista. Aveva lavorato e non riusciva a reggersi in piedi ma quel suo rifiuto corrispondeva a una violazione della legge

Quel primo dicembre del 1955 (soprattutto quel che ne seguì) rappresentò un passo importante nella lotta per i diritti civili. Fece da detonatore a un malessere che stava prendendo emergendo pubblicamente sotto forma di resistenza alla segregazione razziale, a una legislazione che imponeva una disparità di diritti e di trattamenti tra bianchi e neri. Già l’anno prima la Corte Suprema aveva chiuso il caso Brown vs Board of Education, dichiarando incostituzionale le norme che discriminavano nelle scuole pubbliche gli studenti in base al colore della pelle. Inoltre,i membri della NAACP (National Association for the Advancement of Colored People) avevano cominciato a organizzare forme non violente di protesta.

Rosa Parks era un’attivista e con il suo rifiuto diede vita alla scintilla che fece scoppiare l’incendio. Il presidente Obama, immortalato anni dopo in una fotografia seduto proprio nello stesso posto su quell’autobus, ha ricordato il diniego di Rosa Parks come “il più semplice dei gesti, ma la sua grazia e dignità nel rifiuto di tollerare l’ingiustizia, ha contribuito a innescare la scintilla per il Movimento dei diritti civili, che si è diffuso per tutta l’America”.

Il suo arresto, infatti, spinse numerosi afroamericani a boicottare gli autobus di Montgomery, chiedendo un trattamento eguale per tutti i passeggeri, cosa che ottennero nel novembre del 1956.

Il leader della resistenza era un personaggio già noto: Marthin Luther King. Ispirato dalle idee della non violenza di Gandhi, diede vita a una battaglia che avrebbe cambiato i valori americani e il senso stesso della parola libertà. Tutti sono liberi, tutti possono sentirsi cittadini. Idee rese celebri con il discorso pronunciato durante la marcia di Washington del 1963 sintetizzato in poche parole ripetute per affermare il concetto di una liberazione negata ma impossibile da negare per sempre: “I have a dream…”.

La presidenza Johnson lavorò (forse al di là delle stesse intenzioni presidenziali) a un allargamento effettivo dei diritti, lanciando un programma di riforme rivolte ai più deboli della società. Con il Voting Right Act (favorito da un’altra famosa marcia, quella di Selma) stabiliva che il diritto di voto non poteva essere limitato, comportando un aumento della partecipazione elettorale dei neri. Introdusse il principio dell’Affirmative Action, per cui le minoranze deboli sarebbero dovute essere difese negli impieghi e nelle scuole. Il problema vero però era il razzismo, alimentato dalle pessime condizioni di vita e l’alto livello di criminalità presenti nei ghetti. Inoltre, la condizione di emarginazione socio-economica favorì l’espansione di idee più radicali che, sulle ali dell’orgoglio nero, portò alla nascita nel 1966 del Black Panther Party, la cui immagine pubblica di maggiore potenza mediatica è forse ancora oggi il pugno guantato di nero alzato sul podio olimpico messicano dai duecentisti Tommie Smith e John Carlos. La battaglia per la liberazione dei neri assumeva forme diverse e anche differenti leader: da un lato Martin Luther King, dall’altro Malcom X.

Alla “liberazione” formale prodotta da quelle battaglie non ha, però, corrisposto una “liberazione” sostanziale: alla parità dei diritti non ha corrisposto la parità di opportunità e di condizioni economiche. Il malessere ha continuato a serpeggiare e, per uno strano paradosso, è esploso proprio in questi ultimi anni, sotto una presidenza che anche da un punto di vista pubblico avrebbe dovuto rappresentare il momento culminante della lunga marcia dei neri d’America. La questione razziale, invece, è tornata prepotentemente alla ribalta disintegrando un bel po’ di ipocrisie che si dicono e si leggono a proposito della terra dei pari, del sogno americano, della democrazia che a tutti garantisce una occasione. Non è, evidentemente, così.

I malesseri, faticosamente repressi, sono tornati a galla con violenza nel 2014, quando un agente della polizia ha ucciso un ragazzo di colore disarmato. E ancora, nel marzo 2015 in Southh Carolina, quando un uomo di colore di 50 anni è stato ucciso dall’agente Slager durante una lite per una infrazione al codice della strada.

Sempre il primo dicembre, ma nel 1970, venne votata in Italia la legge sul divorzio. In un paese fortemente condizionato dalla cultura cattolica e da una norma costituzionale che assegna una sorta di primato religioso smentendo, nei fatti, altre norme presenti nella stessa Carta in cui si fa riferimento alla completa libertà anche sul versante spirituale, in parlamento venne approvata l’introduzione dell’istituto del divorzio con molti anni di ritardo rispetto ai molti paesi occidentali avanzati.

Il “finché morte non vi separi” appariva sempre di più una regola teorica ma di impossibile realizzazione nella pratica perché i sentimenti sfuggono a logiche restrittive di governo seppur imposte da una autorità superiore e soprannaturale. La libertà personale veniva da quel vincolo (spesso rotto nei fatti ma non nell’ufficialità burocratica) profondamente lesa.

Quando nel 1954 il deputato socialista Luigi Renato Sansone chiese di discutere l’introduzione del cosiddetto “Piccolo divorzio”, ovvero il divorzio che riguardava situazioni estreme, come il tentativo del coniuge di ammazzare il partner o di uno dei due dato da tempo per disperso o in carcere, la proposta non fu neanche discussa. Altre proposte di legge si sovrapposero (compresa quella di Giuliana Nenni) ma senza risultati tangibili: la cappa politica del centrismo era troppo spessa e il Concilio Vaticano Secondo insieme al suo animatore, Giovanni XXIII, ancora troppo lontano. Poi, però, quando i tempi mutarono con l’entrata dei socialisti nell’area di governo, la questione tornò di attualità. Con maggior vigore e con un seguito popolare crescente.

Nel 1965 il Partito Radicale diede vita a intense campagne di sensibilizzazione, e soprattutto nel 1969 si organizzarono numerose manifestazioni in merito. Ma fu un socialista, Loris Fortuna insieme a un liberale, Antonio Baslini, a consegnare al Parlamento le “armi” per abbattere un divieto così anti-storico da avere caratteri innaturali. E così il primo dicembre 1970 venne approvata la legge sulla “disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”. Un traguardo importantissimo, confermato dal referendum abrogativo del 1974, dove il 59.3 % votò per il mantenimento della legge in vigore. Una pesante sconfitta per la Democrazia Cristiana e per Amintore Fanfani che avevano scelto di farsi trascinare in una anacronistica battaglia dalle frange più oltranziste ma evidentemente ormai minoritarie nel Paese.

Giulia Clarizia

Blog Fondazione Nenni

Banche: ancora sul tavolo
i contenziosi irrisolti

Sistema bancarioI contenziosi con le banche sono ancora sul tavolo, nessuno li ha risolti e nessuno li ha fermati, diciamo che per un po’ sono stati dimenticati dalla vittima, ma certo non dal “carnefice”.

Dopo un dispiacere si sente il bisogno di rifiutare anche solo il ricordo di ciò che ha provocato la ferita, in molti casi soprattutto perché ci si vede responsabili di quanto è accaduto. Si è coscienti che il problema non solo non è stato risolto, ma lo abbiamo rifiutato lasciandolo coscientemente nel cassetto. Vuoi per l’impossibilità di farlo, ma soprattutto per la prudenza di non lasciarsi trasportare da quella emotività collettiva che avrebbe potuto, come è successo a molti, peggiore la situazione.

Abbiamo rinunciato perfino di ascoltare e leggere sull’argomento specifico, preferendo svaghi e letture diverse. Chi non si è dato pace, mi riferisco quelle persone che per pagare un debito di diecimila euro, per esempio, ne hanno contratti dieci da mille euro, magari perché consigliati dalla stessa banca creditrice o dal loro contabile sono finiti nel tritacarne della follia, al punto di ricevere non più una telefonata al giorno, ma dieci: qualcuno si è perfino ucciso dalla disperazione. Adesso con più freddezza possiamo iniziare a riparlare di quel problema irrisolto, la ferita è ancora aperta ma non infetta. Ora è possibile guardare con freddezza cosa non ha funzionato, e anche in chi avevamo riposto la fiducia. Ma cosa è cambiato oltre alla scomparsa dell’emotività del momento?

Si è modificata la consapevolezza che le banche da paladine dell’arroganza, loro stesse, oggi, sono attività fallibili, proprio come le nostre. Con una differenza fondamentale, che quando abbiamo accettato di stipulare un mutuo, piuttosto che un prestito, noi abbiamo firmato le garanzie che ci sono state richieste e, in molti casi, anche costosissime assicurazioni. Mentre le banche, invece, hanno “truffato” i nostri risparmi vendendoci delle azioni senza valore con la lucidità e la consapevolezza di “fotterci”, il tutto mentre la Banca d’Italia si girava dall’altra parte per non vedere!

Questo immenso fiume di disperati è stato messo nelle condizioni di non poter far valere le sue buone ragioni perché il funzionario con cui avevano trattato – solo poco tempo prima – non c’è più, così come non c’è più la filiale e nemmeno quello che una volta si chiamava “capo area”. Con una velocità incredibile, le banche, hanno portato a compimento una serie di fusioni dove oggi non si capisce più nulla; noi non ci capiamo nulla; i professionisti che hanno succhiato i nostri ultimi spiccioli sapendo che non sarebbe servito a niente non ci capiscono nulla; le associazioni nate per tutelare gli interessi dei risparmiatori, non ci capiscono nulla. Tutto questo perché il sistema – complice dei misfatti – ha permesso alle banche “truffatrici” di mimetizzarsi, insomma le banche sono ancora lì ma non ci sono, perché tra fusioni e contro fusioni è come avessero smontato il banchetto delle tre carte in autogrill per fuggire col bottino.

Visto, però, che ora abbiamo assorbito il colpo, e la ferita sta rimarginando, possiamo affrontare di nuovo l’argomento è confrontarci con i mutui ipotecari che vedranno portare via le nostre case dalla signora “ipoteca”, perché nel frattempo la macchina degli uffici legali degli istituti di credito non si è fermata. Noi, invece, ci siamo fermati, nella “illusione” che i professionisti a cui avevamo affidato la nostra “vita”… ci avessero difesi.

Angelo Santoro

Chiudono 1000 sportelli bancari: l’ABI brinda

abi-emblema-258Oggi parliamo del compiacimento del Presidente di ABI, Antonio Patuelli, per aver soddisfatto le richieste della BCE di Mario Draghi… quelle di chiudere oltre mille sportelli bancari in appena sei mesi con i conseguenti licenziamenti di personale che ne deriveranno. La storia è appena cominciata!

L’apertura di uno sportello bancario era una conquista solo fino a qualche tempo fa, le banche, infatti,  misuravano il potere sui territori in funzione del numero di filiali. Addirittura una banca valeva solo esclusivamente per il numero di sedi periferiche che aveva. Rendimento, costi, servizi, soddisfazione del cliente erano ininfluenti, Insomma la  banca diventava appetibile all’istituto di credito interessato esclusivamente se trasbordava di sportelli bancari.

I presidenti di ABI, insieme ai Governatori di Banca d’Italia, erano considerati dal personale delle banche dei Santi, tanto li veneravano, e i rispettivi Presidenti e Governatori del momento permettevano loro di baciargli le mani e, qualche volta, anche i piedi. Poi improvvisamente qualcosa è cambiato, si sono annoiati di tutti questi baciamenti e hanno scelto di diventare loro stessi bacioni… iniziando dai piedi degli oligarchi della finanza europea, mentre a Mario Draghi di BCE… baciano solo le mani.

Con questa sottomissione hanno accettato la loro obbedienza a qualsiasi cosa gli venisse ordinato di fare. Ebbene, gli è stato ordinato di massacrare tutti i clienti affidati che avevano quattro volte le garanzie del fido, e lo hanno fatto, gli è stato ordinato di rastrellare tutti i risparmi degli italiani con la vendita di azioni e obbligazioni “truffaldine” di molte banche, hanno fatto anche questo… portando maggiori ricchezze ai nuovi “padroni” di ultima generazione per decine di miliari di euro. Pensate che solo nelle due banche venete, Banca popolare di Vicenza e Veneto Banca, hanno rastrellato circa trenta miliardi di euro! Ora tocca alle filiali, e alla metà dei dipendenti. “Indietro tutta”, come la famosa trasmissione di Arbore.

Ordine di squadra, chiudere tutti gli sportelli possibili e cacciare i dipendenti a pedate nel sedere. Ebbene, stanno eseguendo gli ordini come bravi soldatini. Patuelli è addirittura orgoglioso di questa sua titanica impresa, al punto che ha dichiarato alla stampa che:

“Nei soli primi nove mesi di quest’anno sono già stati chiusi circa mille sportelli, il doppio di quanto avvenuto nell’intero anno scorso…”.

“Questi nuovi dati – ha concluso il presidente dell’Abi – sono a fronte di un numero di filiali in Italia che già nel dicembre scorso era inferiore a quello di Francia, Germania ed anche della ben meno popolosa Spagna, mentre la Gran Bretagna aveva meno sportelli…”.

Sembra che sia stato elusivo quando hanno chiesto al Presidente Patuelli: che fine faranno i duecentomila impiegati di banca che saranno cacciati con la benedizione dei sindacati? Per il momento gli unici preoccupati sono i dipendenti delle banche che per farsi benvolere dal funzionario di turno sono ancora disposti a raccontare frottole ai pochi clienti rimasti.

Chiudono 1000 sportelli bancari: l’ABI brinda

abi-emblema-258Oggi parliamo del compiacimento del Presidente di ABI, Antonio Patuelli, per aver soddisfatto le richieste della BCE di Mario Draghi… quelle di chiudere oltre mille sportelli bancari in appena sei mesi con i conseguenti licenziamenti di personale che ne deriveranno. La storia è appena cominciata!

L’apertura di uno sportello bancario era una conquista solo fabiino a qualche tempo fa, le banche, infatti,  misuravano il potere sui territori in funzione del numero di filiali. Addirittura una banca valeva solo esclusivamente per il numero di sedi periferiche che aveva. Rendimento, costi, servizi, soddisfazione del cliente erano ininfluenti, Insomma la  banca diventava appetibile all’istituto di credito interessato esclusivamente se trasbordava di sportelli bancari.

I presidenti di ABI, insieme ai Governatori di Banca d’Italia, erano considerati dal personale delle banche dei Santi, tanto li veneravano, e i rispettivi Presidenti e Governatori del momento permettevano loro di baciargli le mani e, qualche volta, anche i piedi. Poi improvvisamente qualcosa è cambiato, si sono annoiati di tutti questi baciamenti e hanno scelto di diventare loro stessi bacioni… iniziando dai piedi degli oligarchi della finanza europea, mentre a Mario Draghi di BCE… baciano solo le mani.

Con questa sottomissione hanno accettato la loro obbedienza a qualsiasi cosa gli venisse ordinato di fare. Ebbene, gli è stato ordinato di massacrare tutti i clienti affidati che avevano quattro volte le garanzie del fido, e lo hanno fatto, gli è stato ordinato di rastrellare tutti i risparmi degli italiani con la vendita di azioni e obbligazioni “truffaldine” di molte banche, hanno fatto anche questo… portando maggiori ricchezze ai nuovi “padroni” di ultima generazione per decine di miliari di euro. Pensate che solo nelle due banche venete, Banca popolare di Vicenza e Veneto Banca, hanno rastrellato circa trenta miliardi di euro! Ora tocca alle filiali, e alla metà dei dipendenti. “Indietro tutta”, come la famosa trasmissione di Arbore.

Ordine di squadra, chiudere tutti gli sportelli possibili e cacciare i dipendenti a pedate nel sedere. Ebbene, stanno eseguendo gli ordini come bravi soldatini. Patuelli è addirittura orgoglioso di questa sua titanica impresa, al punto che ha dichiarato alla stampa che:

“Nei soli primi nove mesi di quest’anno sono già stati chiusi circa mille sportelli, il doppio di quanto avvenuto nell’intero anno scorso…”.

“Questi nuovi dati – ha concluso il presidente dell’Abi – sono a fronte di un numero di filiali in Italia che già nel dicembre scorso era inferiore a quello di Francia, Germania ed anche della ben meno popolosa Spagna, mentre la Gran Bretagna aveva meno sportelli…”.

Sembra che sia stato elusivo quando hanno chiesto al Presidente Patuelli: che fine faranno i duecentomila impiegati di banca che saranno cacciati con la benedizione dei sindacati? Per il momento gli unici preoccupati sono i dipendenti delle banche che per farsi benvolere dal funzionario di turno sono ancora disposti a raccontare frottole ai pochi clienti rimasti.

ABI: Patuelli e il suo tappeto volante

tappeto-volanteANSA – “Banche: Antonio Patuelli, costi su clienti? cittadini liberi cambiare: “Premesso che l’Abi “non deve e non può” esprimersi sui costi, bisogna ricordare che “vi è pienezza di concorrenza, non esiste un monopolio bancario, sono tutti liberi di scegliere e di spostare mutui e depositi”: così il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, risponde a chi gli domanda come intenda – il settore – rassicurare il ministro Padoan che chiede di non scaricare sui clienti i costi dei salvataggi bancari”.

Sconcertato ma non troppo, nel senso che questa supponenza di ABI ci era già nota; nel senso che ABI è la più ricca del reame; nel senso che essere il capo branco di lupi famelici con gli occhi di fuoco ti esalta; nel senso che nulla intimorisce l’ABI, se non l’ABI stessa; nel senso che per emettere sentenze bisogna conoscere le carte del processo e, noi, dell’ABI non ne sappiamo nulla, o meglio sappiamo ma anche non sappiamo. Questo giustifica il delirio di onnipotenza e di irriverenza, di fastidio, che si può provare di fronte a delle piccole pulci rognose come noi risparmiatori comuni mortali. Lo dico con sincerità, perché non so se al posto di Patuelli mi comporterei come Patuelli, forse peggio o anche meglio, ma non posso saperlo perché non ci sono, piuttosto, ci farei volentieri un giretto sulla poltrona del Presidente dell’ABI, per capire cosa si prova.

Certo la notizia dell’ANSA letta da parte di noi “pulci” ci fa effetto, ci fa sentire quello che siamo e non vorremmo essere, “pulci”, appunto. Che le banche siano da tempo infastidite dai depositi dei pensionati italiani era di tutta evidenza già da tempo, stare lì a rompersi le palle col risparmiatore che non riesce a capire che le banche non danno interessi, ma li chiedono per tenerti i soldi è fastidioso… a pensarci bene è anche giusto! I tempi che furono sono un’altra cosa, peraltro, prima ci mettiamo in testa che quel periodo non tornerà mai più e meglio è per tutti, perché questa storia del direttore di banca che raccoglieva i soldi della vendita del raccolto di patate per distribuire la somma depositata sul territorio, in modo che potessero prosperare altre piccole aziende di cipolle per il bene del Paese è diventata di una noia mortale.

Oggi il mondo è globalizzato, si parla per grandi numeri e, l’ABI, nel suo complesso finale è un grande numero che compete con il mondo, che poi le banche associate siano 800 o solo 50 il complessivo totale è sempre lo stesso, fuse o cotte che siano! Oggi hanno bisogno di un decimo degli spazi e di un decimo di collaboratori nel sistema bancario nazionale, perché una volta liberati definitivamente del risparmiatore “pulcioso” si potranno dedicare alla conquista dei risparmi dei risparmiatori, e non più come facevano i vecchi direttori rimbambiti – risparmiatore per risparmiatore -, ma a colpi di 100.000 per volta. Risparmiatori a cui svuotare il portafoglio esultando all’operato dei commando della finanza di ultima generazione, con l’autorizzazione di leggi interpretative che l’ABI interpreta, accidenti se le interpreta, ma ad uso e consumo degli associati che stanno facendo del risparmiatore classico “carne da mattatoio”. Ci duole ricordare che la vendita di azioni, obbligazioni e addebiti di spese indiscriminate che hanno distrutto l’economia delle famiglie italiane e della classe media del Paese sono state il frutto dell’indifferenza, e la sua controlla Banca d’Italia. Facile dire, oggi, che tutti sono liberi di spostare mutui e depositi quando nessuna banca vuole più rogne… e “pulci”! Presidente Patuelli, faccia un giro nei cimiteri delle zone industriali di provincia, e si accorgerà che dietro le “pulci” ci sono gli uomini a cui avete portato via ogni risparmio, peraltro il “gruzzolo” è ben visibile dal suo tappeto volante!

Angelo Santoro

ABI ‘sensibilizza’ banche terremotati

abiScatto di reni di ABI, che suggerisce al suoi associati di non pignorare le “macerie” dei terremotati, non solo, esprime solidarietà e vicinanza alle popolazioni del Centro Italia colpite dall’evento sismico del 30 ottobre.

Ebbene è arrivato il momento di chiedersi se sono “stupidi”, perché se è così la cosa è davvero preoccupante. Ho sempre pensato all’ABI come ad una Associazione di volpi; una Associazione di rapaci pronti ad artigliare la preda; una Associazione di banche e funzionari senza scrupoli; una Associazione di uomini privi di sentimenti.

ANSA – “Terremoto: ABI, sensibilizzate banche su sospensione rate”. Come sensibilizzate? Sensibilizzare cosa? Forse vogliono dire che suggeriscono, a bassa voce, alle banche “amiche” che sarebbe opportuno sospendere le rate? Ma le rate a chi? Un territorio che non c’è più, attività commerciali e industriali distrutte, le persone colpite dal sisma, oltre 100.000, sono costrette a salire sui pullman per andare in alberghi lontani con una valigia fatta in fretta e furia. E, ancora, la generazione dei più anziani non riuscirà a tornare dov’è nata prima di morire e, l’ABI, sensibilizza banche su sospensione rate?! Sono esterrefatto per la nostra ignoranza, perché per anni abbiamo affidato i nostri risparmi, la salute economica delle aziende e, quindi, della famiglia a funzionari “incapaci”, talmente incapaci da non capire neppure che non c’è nulla da prendere nelle zone terremotate.

Mi sarei aspettato un segno di lungimiranza, di saggezza, di furberia; avrebbero dovuto dire in termini espliciti che ogni posizione a debito, nei luoghi del terremoto, era sospesa sine die e, invece, questi strani “esseri”, sensibilizzano! Ma questa è una sventura, il sistema bancario italiano dovrebbe finanziare l’intera ricostruzione dei territori distrutti senza interessi, né acquisterebbero di credibilità, quella credibilità che hanno perso in maniera sfacciata. Ma chi ha suggerito questa dichiarazione di ABI che offende tutti i cittadini che hanno perso ogni cosa? La Banca d’Italia, dov’è? Sono tutti spariti i guru della finanza che ci spiegavano le “meraviglie” del bail-in? Nessuno di loro ha il fegato di andare in televisione a dare piena disponibilità per quei territori dilaniati dal cataclisma? Solo un laconico messaggio: sensibilizzate banche su sospensione rate! Ecco, l’Europa ha polverizzato la classe media del Continente per fare gli interessi di questi “campioni”!

Angelo Santoro

Il “muezzin”
del Monte dei Paschi

mps-uTutti sapevano che lo sapevano, e lo sapevano anche quelli che non lo avrebbero dovuto sapere. Questa filastrocca introduce i fatti che ancora un volta hanno coinvolto la Banca del Monte dei Paschi di Siena, una preda pronta per gli uomini vestiti di bianco e di nero. Già da venti giorni si vociferava di acquisti insoliti e inverosimili per un’Istituto di Credito che non riesce a stare lontano dai riflettori della finanza dei film “porno”.

Puntualmente, nella scorsa settimana, il titolo ha guadagnato ben oltre il cinquanta percento per la gioia di chi preferisce “fottere” il prossimo piuttosto che lavorare. Una cosa odiosa l’insider trading, anche se il nome anglofono lo fa apparire come un thriller di Alfred Hickok.

Questo è stato l’argomento, e anche il riferimento specifico che ho fatto recentemente in altro articolo proprio sul’ “Insider trading”. Insomma, è accaduto con precisione e senza ritegno quello che tutti ci aspettavamo. La banca più antica del mondo trascinata ancora nel “fango” per arricchire gli “spioni” della finanza che avevano ascoltato nel segreto del confessionale le cose più segrete… quelle che avrebbero dovuto essere le più segrete di tutte! Ma cosa deve accadere perché intervenga l’ordine “divino” dopo tante scorrettezze e un suicidio che non era tale o anche lo era? Ma cosa deve accadere perché si renda onore al cimitero dei clienti “fuori porta” vittime degli inganni più miserevoli?

Eppure il segreto del sistema Mussari, che vedeva parcheggiati due miliardi di euro in una banca di Londra, frutto del sovrapprezzo per l’acquisto di Banca Antonveneta, si è svelato con questa “tangente” che doveva pagare l’avidità delle eminenze grigie che “governavano” la banca più antica del mondo! Per quanto ne sappiamo noi mortali, sul quel conto londinese c’era la madre di tutte le tangenti, (tanto per ricordare Enimont), una mamma che doveva sfamare gli appetiti perversi di uomini perversi. L’orrore di oggi è pari a quello di ieri, perché consumato in piena rianimazione dei correntisti che avevano riposto i sogni della loro vecchiaia nella Banca Monte Paschi.

L’acquisto di Antonveneta è stato l’inizio della fine, cioè, quando l’istituto senese sborsò nove miliardi di euro in contanti per comperare la banca veneta… quella montagna di miliardi che, successivamente, per non far fallire l’MPS ha finanziato lo Stato, nel senso che lo ha fatto ma anche non lo ha fatto perché non sono passati dalla porta principale… ma di servizio!

Ci preme, infine, girare il coltello nella piaga allo scopo di rammentare, ancora una volta, ai risparmiatori e ai semplici impiegati di MPS, che solamente sette miliardi andarono direttamente al Banco Santander, mentre due miliardi vennero depositati su un conto di Londra per sfamare i “confessori” artefici del grande inganno di allora, e di oggi.

Angelo Santoro

Banchieri, “marionette”
a caccia di nobiltà

BancheNon è la prima volta che le lacune del nostro sistema bancario ci appaiono in maniera così cristallina e smacchiata, però, facendo a meno di intraprendere pindarici viaggi nel passato – anche perché non saprei dove avventurarmi e se cercassi su internet scommetto verrebbe fuori un pasticcio, un minestrone di quelli industriali e pieni di conservanti, mica quello genuino della nonna! –  mi sforzo di rivisitare la mia memoria in tempi recenti. Ebbene c’è stato un periodo in cui fare il banchiere rappresentava un mestiere senz’altro oneroso, ma più agevole da svolgere. Un banchiere sapeva amministrare i risparmi e finanziare quelle piccole imprese che, dal “boom” fino agli anni Novanta, a poco a poco, sono cresciute e sono andate a rappresentare il motore del sistema economico e produttivo nostrano. Era l’Italia della crescita economica, del lavoro e dello sviluppo. Poi, con un colpo di spugna, abbiamo privatizzato gli istituti di credito, ma con un aggravante non di poco conto: abbiamo lasciato agli acquirenti i precedenti privilegi istituzionali, le garanzie proprie del sistema “pubblico”.

A questi nuovi parvenu della finanza abbiamo affidato tutti i gioielli di famiglia, senza garanzie in cambio. È stato quando li abbiamo visti girare per il castello in canottiera e infradito, con i nostri brillocchi al collo, che abbiamo capito di aver sbagliato! Ma ormai era troppo tardi: Fazio già allenava la squadra dei furbetti del quartierino! Inutile il suo goffo tentativo di mimetizzare i propri “ragazzi”, facendogli indossare vestiti su misura e cravatte di Fenollo, per non sfigurare soprattutto ai consigli d’amministrazione del Corriere della Sera.

Questi maldestri yuppies giravano per i corridoi delle banche storiche in brache corte, addentando cosce di pollo e bevendo vini francesi nei bicchieri del servizio buono. E i loro “discepoli” non furono meglio. Del resto, con i maestri che si ritrovavano, hai voglia a far corsi di aggiornamento professionale e training finanziari!

La “seconda generazione” fu del tutto impreparata ad affrontare quella crisi che ha schiacciato nella morsa della disperazione centinaia di famiglie italiane. Intanto, imperterriti, i banchieri d’Oltralpe hanno continuato a cambiare radicalmente il sistema bancario del Vecchio continente, lasciando però quei banchieri inetti ai posti di comando. Gli unici a tenersi alla larga da questo pasticcio sono stati gli inglesi: sarà forse solo un caso se la piazza finanziaria londinese è una delle più importanti al mondo?

Nel frattempo, noi italiani siamo tuttora intenti a guerreggiare quei banchieri a caccia di nobiltà, dei quali non capiamo la lingua e il significato dei discorsi… forse perché sono intenti a masticare cosce di pollo e a sorseggiare del Sauvignon d’annata, in barba alle imprese che chiudono battenti e a tutte le famiglie che non arrivano a fine mese!? Nonostante i ladrocini con cui hanno depredato i risparmi degli italiani con le azioni “finte”, e poi aver portato al fallimento le stesse banche che ancora dirigono, fanno carriera e prendono centinaia di migliaia di euro di stipendio. E pensare che molti di loro arrivano dai mestieri più “variopinti”, ma qui… ci vorrebbe Checco Zalone!

Angelo Santoro

Il grande bluff
delle banche

soldi in neroLa beffa è che contestare le banche non serve a nulla, perché avete perso ancora prima di iniziare; infatti, la potenza di fuoco di cui dispongono per contrastare le vostre buone ragioni, anche se loro hanno torto marcio, è infinita. Sempre loro, le banche, possiedono almeno due prerogative fondamentali per affrontarvi sul campo legale: tempo e denaro!

Con tutti gli avvocati di cui dispongono che fanno gara per ingraziarsi le banche nella speranza di avere una pratica o una occasione di collaborazione, gli istituti di credito hanno la possibilità di piegare il tempo a disposizione a proprio vantaggio, di muoversi tra passato, presente e futuro, per modificare la storia a proprio piacimento…manco utilizzassero la mitica De Lorean di “Ritorno al futuro”.

Invece, per quanto riguarda il denaro l’inganno è fantastico: utilizzano il vostro! Come direbbe Abatantuono in uno dei suoi vecchi film: “eccezionale veramente!”. I banchieri contano i nostri soldi per farci la guerra e, quando scarseggiano, si inventano aumenti di capitale per averne ancora. Ultimamente, poi, abbiamo scoperto che ci hanno venduto azioni e obbligazioni ad un prezzo alto ma a tassi per noi vantaggiosissimi, proprio per invogliarci ad abbuffarci di queste azioni per farle precipitare, come sono puntualmente sfracellate a valore zero poco dopo aver incassato la nostra avidità. Hai ragione tu, caro Abatantuono: “eccezionale veramente!”

Ora, con le nuove normative europee, se entri negli istituti di credito con delle valanghe di soldi contanti ti fanno i ponti d’oro senza chiederti nulla, salvo fare la spia all’ufficio delle imposte due minuti dopo. Qualcuno dice che lo fanno per il rispetto che hanno della legalità. Macché, lo fanno per essere certi che non potrai più ritirare i tuoi quattrini! Provate a entrare in banca per ritirare dei soldi che avete versato il giorno prima; vi obbligheranno a compilare moduli a non finire e sarete sottoposti a domande da interrogatorio con la luce sparata in faccia à la ispettore Clouseau, per quanto si muovono con furbizia e pure circospetti. Ma d’altronde è sempre stato così: i regnanti reprimevano ogni ipotesi di ribellione popolare, utilizzando lo stesso denaro che estorcevano attraverso le gabelle. Ed ecco così che siamo arrivati ai giorni nostri.

Ai soprusi dei Re c’eravamo abituati, al punto quasi da pensare che avevano ragione. I cambiamenti, invece, sono duri da digerire. Chiediamo solo il tempo di abituarci a queste nuove teste di “reali”, così da aiutarli ad aggiustare il tiro affinché ci sparino meglio addosso i nostri soldi. Una sola richiesta, però: che non siano i due euro di ferro messi sulla brace e tirati alla strega come faceva il Marchese Onofrio Del Grillo.