36 giorni senz’acqua per i rom di Castel Romano

Riportiamo e pubblichiamo il comunicato dell’Associazione Nazione Rom e la richiesta finora passata inosservata sulla mancanza di servizi idrici alle porte della Capitale

campo romNonostante le denunce di Sabaheta Hamidovic, rappresentante dei Rom, Sinti e Caminanti (RSC) dagli studi di Quinta Colonna su Rete 4 e quelle di Marcello Zunisi legale rappresentante dell’Associazione Nazione Rom (ANR), nonostante gli interventi della Prefettura di Roma Capitale della Protezione Civile e di Acea, avvenuti sabato scorso, la situazione del campo di Castel Romano, al centro del processo di Mafia Capitale, rimane drammatica.
I container in lamiera, dove vivono bambini, anziani, decine e decine di famiglie, sono privi del piu’ importante elemento della vita, l’acqua. Da 36 giorni è completamente assente il servizio di fornitura idrica.
Il campo di Castel Romano è situato 30 chilometri fuori dal centro abitato, su una landa desolata, nel mezzo di un vero e proprio deserto sulla Pontina. I suoi abitanti devono fronteggiare giornate meteo da «bollino rosso» senza acqua. Enorme il rischio sanitario. La loro vita è in pericolo. Si registrano i primi casi di scabbia tra i bambini. I terreni su cui sono istallate le abitazioni appartiene a Salvatore Buzzi.
La Polizia Municipale di Roma Capitale, coordinata dal Comandante Lorenzo Botta, si è recata sul posto giovedi e venerdi 22 e 23 giugno 2017 accertando la drammaticità della situazione. Allertate le istituzioni, gli uffici del Dipartimento delle Politiche Sociali di Viale Manzoni, l’Assessore Laura Baldassarre, il Sindaco Virginia Raggi, il Vicecapo di Gabinetto Marco Cardilli, i dirigenti Angelo Marra e Michela Micheli.
La Prefettura, tramite il dott. Massimo Grimaldi, ha interessato Protezione Civile ed Acea per provvedere all’immediata rifornitura di acqua: sabato sono state distribuite delle bottigliette di acqua, solo ad una parte del campo, questo risulta invece diviso in quattro settori. Le famiglie e le persone, ridotte allo stremo dalla mancanza di acqua, hanno litigato tra loro per averle.
Acea, la municipalizzata di Roma Capitale, ha scoperto una inquietante realtà. E’ il Geometra Roberto Bellinzaf a raccontarla telefonicamente al legale rappresentante dell’ANR : «nel campo di Castel Romano non esiste un contatore ne una fornitura diretta. I container dove abitano le famiglie sono servite tramite un utente separato, un importante soggetto privato che se pur fornito della necessaria cubatura di acqua preferisce tenersela per se lasciando le famiglie a secco»
Solo stamani il funzionario di Roma Capitale Fabrizio Fraternali dell’Ufficio RSC si è recato sul posto per poi ripartire. Il campo di Castel Romano rimane senza acqua, un vero deserto al quale sembrano condannate centinaia di persone.
ANR si è da tempo rivolta ad ANAC Autorità Nazionale Anticorruzione denunciando le gravi mancanze delle istituzioni capitoline e nazionali. Il stesso Governo di Paolo Gentiloni è stato formalmente messo sotto accusa. L’Unione Europea ha inviato all’Italia la somma di euro 2.146.000.000 (PON Metro e PON Inclusione 2014 – 2020) per garantire inclusione sociale di senza fissa dimora e RSC, ma nei campi si muore o si rischia di morire.
Chiediamo un intervento immediato ed urgente per garantire soccorso alle famiglie di Castel Romano ed un intervento della Magistratura per ripristinare lo Stato di Diritto. È in corso un’azione di pura barbarie, violenza, corruzione, razzismo, volta alla negazione della vita di RSC. I nostri diritti devono essere rispettati, siamo esseri umani e la legge è uguale per tutti.

Associazione Nazione Rom

L’Amsi e la Giornata Mondiale del Rifugiato

rifugiatoPer la Giornata Mondiale del Rifugiato del 20 giugno, l’Associazione Medici di Origine Straniera in Italia, AMSI, rinnova il suo appello a favore della “cittadinanza temperata” (cioè, in sintonia col ddl attualmente all’esame delle Camere, la concessione della cittadinanza ai figli, nati in Italia, di immigrati ormai da anni residenti legalmente qui, e a condizione che compiano tutto un percorso formativo sulla storia, la cultura e l’ordinamento giuridico italiani) lanciando il Manifesto #SanitàeMulticulturalismo. Il documento è frutto delle proposte e iniziative dei professionisti della sanità, italiani e d’ origine straniera, che si son messi in gioco per migliorare insieme il SSN, sentendo l’esigenza d’ associare la medicina alla conoscenza culturale e religiosa, e di rafforzare i servizi socio-sanitari in vista d’ un’immigrazione qualificata e programmata.

Tra i punti sollevati: garantire il diritto alla cura universale; contrastare le cure “fai da te”; sì a una legge europea sull’ immigrazione che si muova sui 2 binari politiche di accoglienza e integrazione- rispetto dei doveri civili, nella garanzia della sicurezza per tutti i cittadini; promuovere la ricerca e l’innovazione; autorizzare a livello nazionale la pratica della circoncisione; creare un albo specializzato per i mediatori culturali; promuovere l’aggiornamento professionale, con corsi ECM, su tematiche d’attualità; contrastare la medicina “difensiva” (fenomeno, questo, tipico dei Paesi industrializzati, che – causa la scarsa fiducia reciproca medici-pazienti, causa ogni anno spese elevate per interventi di avvocati e una massa di esami clinici, in realtà spesso inutili, prescritti dai medici ai pazienti “per precauzione”) con un’ alleanza tra i pazienti ed i professionisti della sanità; e tanti altri ancora, anche per contrastare l’isolamento e la radicalizzazione verso il terrorismo, stile “franco-britannico”, dei giovani con disturbi della personalità e dell’identità.
Il manifesto, promosso da AMSI, Unione Medica Euro Mediterranea – UMEM, Movimento internazionale “Uniti per Unire”, Fimmg Lazio, “Emergenza Sorrisi – Doctors for Smiling Children” Onlus, con la collaborazione di Fimmg Nazionale, Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai), e di varie confederazioni Internazionali, ambasciate, comunità straniere, scuole e associazioni, è stato annunciato ufficialmente nel corso del Congresso nazionale dell’AMSI.

Centrato sul tema “Patologie vertebrali: dalla diagnosi al trattamento riabilitativo” (primo convegno del XVIII corso d’aggiornamento internazionale e interdisciplinare dell’AMSI stessa), e svoltosi a Roma. presso la Clinica “Ars Medica”. Han partecipato a questo evento oltre 100 professionisti della sanità, italiani e d’origine straniera, che si son confrontati, con accreditamento ECM, su importanti temi scientifici, deontologici, medico-legali e sociali.

“Oggi il ruolo del medico e del professionista della sanità deve rappresentare una chiave per la conoscenza tra i popoli e le culture, e anche per le buone pratiche dell’integrazione”, dichiara a conclusione del Congresso, Foad Aodi, medico fisiatra, “Focal Point” per l’integrazione in Italia per l’ Alleanza delle Civiltà UNAoC ( organismo ONU), e fondatore di AMSI e UMEM. “Ci auguriamo – aggiunge – che i rifugiati trovino un’Italia e un’ Europa pronte a curare e ad accogliere chi fugge dal suo Paese a causa della guerra, e a promuovere la conoscenza, l’informazione, lo scambio socio-sanitario e l’aggiornamento professionale, come ribadito nel nostro Manifesto. Diciamo #Iussolitemperato, per consentire ai figli degli immigrati d’ ottenere la cittadinanza italiana – punto che abbiam già piu’ volte sollevato in passato – dopo aver sostenuto un ciclo scolastico, e dopo aver approfondito la cultura, la lingua e la storia italiane. Solo così contribuiremo a combattere quella crisi d’identità e quel senso di inferiorità di cui soffre il 50% dei giovani immigrati che non hanno la cittadinanza italiana” (chi voglia aderire, e contribuire ulteriormente al “Manifesto”, scriva a www.unitiperunire.org o www.amsimed.org ).

A valorizzare il lavoro di AMSI e dei 60 mila professionisti della sanità (medici, infermieri, fisioterapisti, farmacisti, odontoiatri, psicologi) d’ origine straniera operanti in Italia, il messaggi di saluto e di sostegno del ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, che “si riferisce all’impegno profuso dalla stessa Associazione nell’ambito della cooperazione e del dialogo tra i popoli, nonchè all’opera prestata nell’assistenza agli immigrati e ai rifugiati”. Sostegno e apprezzamento per le attività di AMSI sono stati espressi anche da Barbara Mangiacavalli, Presidente dell’IPASVI; e dal Ministro plenipotenziario Enrico Granara, coordinatore per gli Affari Multilaterali del Mediterraneo e del Medio Oriente presso il MAE, che ha ricordato -in qualità di supervisore alla Farnesina delle attività della RIDE, Rete Italiana per il Dialogo Euro-mediterraneo – “il prestigioso incarico onorifico, conferito da due anni a questa parte al prof. Aodi dal Ministero degli Affari Esteri, di testimoniare – a beneficio dell’Alleanza delle Civiltà delle Nazioni Unite – le buone pratiche che egli realizza in prima persona, e che contribuisce a realizzare sul piano dell’accoglienza e dell’integrazione in Italia, attraverso il suo operato nell’AMSI, nella CO-MAI e in UNITI per UNIRE. Il contributo di testimonianza del prof. Aodi – prosegue il Ministro in una lettera – è stato e continua ad essere importante, soprattutto in relazione ai suoi frequenti interventi in stampa e in televisione, specie in occasione di fatti che si impongono all’opinione pubblica. Momenti in cui è essenziale richiamare tutti ad avere uno spirito razionale, ogni qualvolta si affrontino temi complessi come i flussi migratori e le inevitabili connessioni con i problemi dell’ordine pubblico”.

Nel corso del Convegno è stato riconfermato all’unanimità l’ufficio di Presidenza dell’Amsi. “Sosteniamo il messaggio di multiculturalismo portato avanti con coraggio dai medici di AMSI, UMEM e FIMMG”, ha dichiarato Massimo Sabatini, portavoce di UMEM e membro del Consiglio Direttivo di FIMMG Lazio; “crediamo che il lavoro svolto dal medico di famiglia in Italia sia fondamentale per garantire a tutti i cittadini il loro diritto universale alla salute. Per questo invitiamo a nostra volta i medici ed i professionisti della sanità a informarsi e a conoscere i pazienti, nel rispetto delle loro diversità culturali e religiose, e rafforzando il rapporto di fiducia che hanno con loro”. “Vogliamo lavorare insieme, mettendo in gioco le nostre competenze e esperienze per portare avanti lo scambio socio-sanitario e la cooperazione tra i professionisti della sanità di tutto il mondo”,aggiunge Fabio Massimo Abenavoli, coordinatore del Dipartimento Cooperazione Internazionale di “Uniti per Unire” e presidente di “Emergenza Sorrisi-Onlus”.” Solo creando occasioni di confronto tra gli operatori e i medici che provengono dai vari Paesi possiamo consentire alla medicina e alla scienza di progredire nella direzione della ricerca e anche della solidarietà”.

In questo contesto, e proprio come incentivo all’innovazione e alla tecnologia, l’azienda multinazionale BTL-Italia. col Centro Studi Accademico Scientifico Culturale B-Academy, attraverso le parole dei suoi delegati, Dr. Antonio Forte, Dr. Sandro Camagna e Dr. Daniele Morfino, ha ribadito il suo sostegno alle attività di aggiornamento professionale di AMSI e UMEM. Presentando il presidio sanitario S.I.S., Sistema Super Induttivo, del quale si sta valutando l’efficacia – con risultati promettenti – come strumento di terapia antalgica (con l’emissione di campi magnetici ad alta intensità). E’ seguito l’intervenuto del Dr. Diego Pizzicaroli, Presidente di A.S.S.O (Associazionismo Sindacale Solidale Organizzato): per ribadire l’adesione di questa Confederazione e delle realtà affiliate al Manifesto #SanitàeMulticulturalismo, veicolandone il messaggio nel mondo sindacale e delle imprese, italiane ed europee.

Fabrizio Federici

Congresso Amsi, Sanità e multiculturalismo

mediciSi svolgerà il 17 giugno a Roma, presso la Clinica “Ars Medica” in Via Ferrero di Cambiano, il Congresso dell’AMSI, Associazione Medici d’origine Straniera in Italia, centrato sul tema “Patologie vertebrali. Dalla diagnosi al trattamento riabilitativo”: evento aperto a tutti i professionisti della sanità, italiani e d’ origine straniera, che si confronteranno esponendo le loro relazioni, con accreditamento ECM.
Continua così il lavoro portato avanti, da oltre 16 anni, dall’AMSI a favore dello scambio socio-sanitario, della cooperazione e dell’integrazione, e che ha visto organizzare oltre 500 convegni e congressi, nazionali e internazionali, arricchiti dalla recente istituzione dell’Unione Medica Euro Mediterranea – UMEM, realtà che conta migliaia di rappresentanti e delegati provenienti da vari Paesi euro-mediterranei. Nel corso dell’evento, i i professionisti della sanità partecipanti lanceranno il Manifesto #SanitàeMulticulturalismo, promosso da AMSI, UMEM, Movimento internazionale Uniti per Unire, Fimmg Lazio, “Emergenza Sorrisi – Doctors for Smiling Children” Onlus, con la partecipazione di ambasciate, ONG, comunità straniere in Italia, scuole e associazioni varie.
.Questo documento raccoglie le proposte di tutti i medici e gli operatori sanitari che spontaneamente si son voluti sentire parte di questa ricerca; ne emergono temi d’attualità che legano inscindibilmente la Sanità alla conoscenza culturale e religiosa, sollevati sulla base delle esperienze ricollegabili ai diversi Paesi e alle diverse culture, religioni e specializzazioni.
“Diamo il nostro contributo alla Sanità multiculturale con un manifesto che ci rappresenta e che speriamo possa migliorare il Sistema Sanitario Nazionale, dando un concreto spunto di cooperazione”, dichiara Foad Aodi, Presidente e Fondatore di AMSI e UMEM. “Il manifesto – aggiunge – sarà particolarmente ricco grazie al contributo di tutti coloro che han collaborato alla sua stesura, ed è il frutto delle esperienze dei nostri movimenti, di tante associazioni e comunità che operano a livello nazionale e internazionale. Per noi #Sanitàemulticulturalismo rappresenta il miglior farmaco per curare il populismo, per abbattere i muri della paura da una parte, la chiusura e l’isolamento di certe comunità e di alcuni cittadini immigrati dall’altra: contrastando la radicalizzazione dei “lupi solitari” e, allo stesso tempo, le strumentalizzazioni politiche degli immigrati e dei rifugiati. Proprio la medicina, infatti, insieme al dialogo, diventa lo strumento per eccellenza di apertura contro la paura e la chiusura. I punti che abbiamo messo in evidenza, poi, sono, a nostro avviso, i pilastri della sanità di oggi: aggiornamento professionale; telemedicina; prevenzione; scambio socio-sanitario; cooperazione internazionale; collaborazione inter-professionale; analisi delle patologie emergenti; sviluppo dei centri d’ascolto, comunicazione e informazione sui servizi sanitari nel rispetto delle diversità culturali e religiose, contrasto della medicina difensiva con una maggior alleanza tra medici e pazienti, e altri”.
“Il confronto e il dialogo multiculturale e multidisciplinare, da sempre caratteristica distintiva di AMSI ed UMEM, arricchisce i contenuti scientifici e propone un modello di collaborazione scientifica innovativo”, dichiara Pier Luigi Bartoletti, Segretario di Fimmg Lazio e Vicesegretario nazionale della Fimmg, “L’impegno di tutti i sanitari insieme, di qualsiasi origine, religione o colore di pelle”, aggiunge Fabio Massimo Abenavoli, presidente di “Emergenza Sorrisi – Doctors for Smiling Children” Onlus, e coordinatore del dipartimento Cooperazione internazionale di Uniti per Unire, “crea una sinergia fortissima contro ogni emarginazione, estremismo e intolleranza, e favorisce un vero percorso di benessere e integrazione”.
Anche Carlos Britos, Presidente del FOPEX (Forum peruanos en el exterior Italia – Europa) e coordinatore nazionale Comitato Immigrati in Italia (C.I.I.), esprime il suo sostegno nei confronti dell’iniziativa: “Come parte del processo dell’ immigrazione in Italia, attualmente ci sono milioni di persone immigrate che rivelano di avere veri bisogni socio-sanitari. Questo implica una risposta attraverso una formazione di medici, infermieri e altri operatori sanitari, per poter fornire prestazioni nel rispetto della nuova società, multietnica e multiculturale, italiana”.
Daniele Di Clemente, medico, esponente dell’ Ufficio di presidenza di Uniti per Unire e UMEM, aggiunge: “La problematica del contenzioso tra medici e pazienti, la cosiddetta “malpractice”, o medicina difensiva, affligge l’intero comparto sanitario causando un forte incremento annuale della spesa sanitaria (dato, questo, dimostrato da numerose ricerche). Per combattere e ridurre la medicina difensiva bisogna instaurare un’alleanza forte, di dialogo e fiducia, tra pazienti e professionisti della sanità, inclusi i pazienti di origine straniera: cercando di superare anche le differenze linguistiche, e rispettando la loro cultura e la loro religione”.

La vergogna di 1993
e l’estraneità del racconto

1993 la serieHo aspettato a commentare il film Sky “1993” perché ho voluto vedere tutte le otto puntate. Ho resistito fino alla fine. Non ne potevo più. Da parte mia, che quel periodo di storia ho vissuto in prima fila o quasi, posso solo rimarcare un’assoluta estraneità del racconto con la situazione del tempo. Si intrecciano nel film di Sky quattro storie soprattutto, che nulla hanno a che fare con quel che è accaduto. La prima è quella di una sensuale, provocante e giovane ragazza (parla sempre con l’espressione di chi sta provando un orgasmo), Veronica Castello, bella assai, interpretata da Miriam Leone, che si concede un po’ a tutti per fare carriera (chi mai l’avrebbe rifiutata?). Parliamo di dirigenti di Mediaset, della Rai, imprenditori, deputati, giornalisti, editori. Francamente una così nel 1993 non l’ho mai incontrata. E aggiungo, sinceramente, anche un purtroppo. Nemmeno la sorella, giornalista d’assalto che vuole le notizie in anteprima e per questo intreccia una relazione con un addetto ai lavori di Mani Pulite, ha poi un comportamento molto diverso. Solo un po’ più intellettualmente giustificato. Veronica ha un breve momento di pentimento e di spinta emotiva per uno scrittore al quale aveva demandato il racconto della sua vita. E’ solo un raptus di ritorno alla normalità, subito sedato.

La seconda storia è quella di Pastore, un aiutante del “grande Di Pietro”, ammalato di Aids, che si butta a capofitto nella battaglia contro la corruzione nella sanità, dove compare anche il sangue infetto (sic). Dunque tra le tante malefatte dei corrotti di Tangentopoli è inserita anche quella di avere partorito l’Aids, contratta anche dalla ragazza con la quale Pastore sviluppa una relazione (ma pare che stavolta i politici non c’entrino, perché lei confessa di avere avuto un rapporto con uno sconosciuto bassista di uno sconosciuto complesso musicale). Prima Pastore (anche lui un latin lover) aveva amoreggiato anche con la figlia di un noto imprenditore sanitario (che andava naturalmente alle feste dell’Avanti!) suicida, ma in realtà ucciso da un ricattatore. La terza storia è quella di Pietro Bosco, uno scapestrato nullafacente che prende a cazzotti di notte alcuni delinquenti e viene promosso deputato da Bossi. Questo Bosco, uno che ce l’ha duro, vuol rappresentare il leghista della prima ora. E’ lui (in realtà è Orsenigo) ad alzare il cappio alla Camera, boffonchia, urla, rubacchia, si fa orchestrare da un vecchio democristiano, naturalmente si concede a Veronica anche in amplessi dentro Montecitorio, scopre le trame del suo superiore che frequenta travestiti. Uno lo finge morto per mero opportunismo e carrierismo politico. Insomma ne combina di tutti i colori.

La peggior figura, però, la fa Gianfranco Miglio, che si fa infinocchiare da tale stratega, che prima lo induce a guerreggiare con Bossi, poi lo vende al senatur. Un pirla di qualità questo Bosco milanes de la bovisa. La quarta storia è la più tragica. Il dottor Notte, Stefano Accorsi, gelido funzionario Fininvest, è un ex sessantottino in disuso. Un arrivista senza scrupoli. Un freddo delinquente, di rara intelligenza criminale. Uno che sorride sempre cattivo come la matrigna di Biancaneve. Prima uomo di Berlusconi, poi, scaricato dal cavaliere, frequentatore e consigliere di D’Alema, si macchia di due delitti. Conosce il carcere, pare si innamori di una donna, che lo aveva massaggiato all’ospedale per disturbi alla schiena. Non alla testa. Lei scopre la sua vocazione criminale e lo fredda proprio alla fine dell’ultima puntata. Una buona azione. Ammazzare anche il regista e chi ha scritto i testi non sarebbe stato da meno. Resta un problema forse irrisolvibile. Quando si mischia storia e fantasia si cucina un piatto immangiabile. La storia comprime la fantasia e quest’ultima distorce la storia. Meglio, molto meglio film come il Processo di Norimberga o The Eichmann show, dove i racconti si svolgono sulla base della piena corrispondenza coi verbali. La fantasia meglio lasciarla ai romanzi d’avventura. Non ci saranno le fantastiche acrobazie sessuali di Veronica Castello, ma il rispetto della realtà sì. E non è poco quando si parla di eventi realmente avvenuti.

Mauro Del Bue

La musica come strumento per la pace

one-love-manchesterLa musica come strumento per lanciare un messaggio di positività e amore. E’ questo l’obiettivo perseguito da Ariana Grande nell’organizzare il concerto “One Love Manchester”, a favore delle famiglie delle vittime dell’attentato del 22 maggio avvenuto proprio durante un concerto della popstar 24 enne. Il concerto è stato trasmesso in diretta da 74 Paesi in tutto il mondo, Italia compresa, e ha raccolto 10 milioni di sterline – contro un obiettivo di 2 milioni.
L’evento è stato aperto da Marcus Mumford, leader del gruppo indie folk britannico Mumford & Sons, cui seguono i Take That, memorabile boyband degli anni ’90, dimostrazione più unica che rara di come una boyband possa continuare a far musica con eleganza e talento anche dopo i 40. I Take That eseguono le hit “Shine” e “Rule The World”, cantate a gran voce insieme al pubblico, e il recente singolo “Giants”, prima di lasciare il posto al loro ex leader e cantante Robbie Williams, visibilmente commosso ed emozionato, che intona – si fa per dire – i singoli “Strong” e la splendida “Angel”.

Da qui in poi si apre la parte centrale del concerto, incentrata interamente sugli idoli degli adolescenti: da Miley Cyrus alle Little Mix fino a Niall Horan, ex One Directions. E’ poi il momento del manager di Ariana Grande, Scooter Braun, che legge le lettere dei ragazzi che hanno perso i loro amici durante l’attentato. La commozione lascia il posto alla musica, con le esibizioni della padrona di casa, che per l’occasione indossa una felpa bianca su cui campeggia la scritta “We Love Manchester”. Infine, la Grande si schiera accanto ai Black Eyed Peas per interpretare la parte femminile – che un tempo fu di Fergie – nella più celebre canzone del gruppo: “Where’s The Love”, mai come oggi così attuale. Il pezzo fu infatti composto all’indomani dell’11 settembre ed è un inno alla pace, all’umanità e al rispetto razziale, culturale, religioso.

Una presenza inaspettata perché non prevista dalla scaletta, quella della cantautrice britannica Imogean Heap che incanta con la versione piano e voce (e che voce!) di “Hide and Seek”, il suo primo singolo da solista, uscito nel 2005.

Dopo la Heap, è nuovamente Ariana Grande a scaldare i cuori dei giovani fan, per poi duettare con l’amica Miley Cyrus su “Don’t Dream It’s Over” dei Crowded House, conosciuta in Italia grazie alla versione di Antonello Venditti (“Alta marea”).

Katy Perry fa il suo ingresso con un nuovo look sancito dai corti capelli platino e si esibisce in una versione acustica di “Part Of Me”, prima di ruggire con il singolone “Roar”, che fa ballare anche le forze dell’ordine.

A tal proposito, è diventato virale un video in cui si vede un poliziotto in servizio fare un girotondo con quattro bambine, durante la successiva esibizione di Justin Bieber, immagine quantomai paradigmatica dell’evento.

Mentre la serata volge al termine, entrano in scena gli attesissimi Coldplay, che rendono omaggio a Manchester con una cover acustica di “Don’t Look Back in Anger”, degli Oasis, scatenando il fervore entusiastico del pubblico meno teen, e danno il meglio di sé con le proprie hit “Fix You” e “Viva La Vida” e la recentissima “Something Like This”. Infine, fa il suo ingresso Liam Gallagher, mancuniano doc. Anche chi fino a poco tempo fa ancora auspicava in una reunion degli Oasis, avrà ora messo la nostalgia a tacere, in quanto è evidente che Noel non ne vuole a che sapere se, persino in una cornice come questa del One Love Manchester Concert, ha scelto di rimanere a debita distanza dal fratello. Lo spettro della band è però evocato dall’esibizione di “Rock’n Roll Star” prima e di “Live Forever” dopo: quest’ultima con Chris Martin dei Coldplay ad accompagnare alla chitarra.

Il One Love Manchester Concert è stato paragonato al Live Aid del 1985, organizzato da Bob Geldof e Midge Ure al fine di ricavare fondi per alleviare la carestia in Etiopia. Chiaramente la sproporzione qualitativa a livello musicale tra i due eventi c’è e si sente (qualche nome dei partecipanti al Live Aid: David Bowie, Queen, Elton John, U2, Bryan Adams, Bryan Ferry), ma essi sono uniti dai medesimi messaggi di umanità e affiatamento, di pace e resilienza. E per questo non si può non ringraziare Ariana Grande e tutti coloro che hanno lavorato affinché il concerto potesse essere organizzato in un arco di tempo così ristretto.

Giulia Quaranta

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Mario Brunetti e la favola su Antonio Gramsci

Gramsci«La sorte peggiore che possa capitare ad un pensatore non è l’oblio; peggiore dell’oblio è l’agiografia. La celebrazione acritica del maestro è una violenza al suo pensiero a cui si impedisce di fluire nell’alveo della critica, unico banco di prova della verità contenuta in esso». Questo giudizio, espresso dallo storico Giuseppe Tamburrano in un saggio del 1959, si adatta nitidamente al nuovo libro Antonio Gramsci. L’uomo, la favola, presentazione di Antonio Gramsci junior (Rubbettino, Soveria Mannelli 2017, pp. 217) di Mario Brunetti, politico di professione e storico d’improvvisazione.
Il libro presenta un carattere agiografico della figura di Gramsci, che si caratterizza anche per stridenti pregiudizi storici, analisi superficiali e gravi errori interpretativi. Esso è dedicato al «più grande pensatore del ’900», verso cui «Mussolini e il fascismo avrebbero deciso di non far funzionare il suo cervello per oltre 20 anni» (p. 17). Da questo sommario giudizio, mai pronunciato dai giudici fascisti, si desume che l’Autore conosce poco e male la biografia del pensatore sardo. Il giudizio si ritrova infatti nell’articolo scritto da Palmiro Togliatti all’indomani della morte di Gramsci (cfr. «Lo Stato operaio», maggio-giugno 1937, XI, n. 5-6, p. 273) e non tiene presente che egli fu arrestato l’8 novembre 1926, tradotto a Regina Coeli e, dopo un breve periodo di confino a Ustica, venne rinchiuso dal 7 febbraio 1927 all’11 maggio 1928 a San Vittore, di nuovo a Regina Coeli e poi a Turi dal 19 luglio 1928 al 19 novembre 1933 per trascorrere gli ultimi anni della sua vita nella clinica di Formia (7 dicembre 1933-24 agosto 1935) e poi nella clinica «Quisisana» di Roma, dove morì nelle prime ore del mattino del 27 aprile 1937: tra carcere e ricoveri in clinica, Gramsci trascorse undici anni e non «oltre venti anni» (cfr. Cronologia della vita di Antonio Gramsci, in A. Gramsci, Nel mondo grande e terribile, Antologia degli scritti 1914-1935, a cura di G. Vacca, Einaudi, Torino, pp. LXXXVII-XCIV).
Nel prosieguo del suo lavoro, l’Autore presenta la figura di Gramsci con tono accesamente agiografico e con un’esaltazione di un pensiero elaborato da «una mente filosofica e storica originale», in grado di «indicare ipotesi possibili di uscita dalla crisi del nostro tempo» (p. 19) come «punto di forza per il cambiamento della società italiana» (p. 22). Quali siano queste ipotesi non vengono specificate dall’Autore, che nel suo racconto biografico considera Gramsci «un pensatore universale» (p. 27), in grado di occupare il «primo posto tra i cinque italiani inseriti nell’elenco dei 250 autori della letteratura di tutti i tempi» (p. 36). In un continuum di elogi esagerati e noiosamente inutili, Gramsci «rimane senza “se” e senza “ma” il più grande intellettuale italiano del secolo scorso» (p. 22), faro luminoso di una Sinistra incapace di «rinnovare se stessa e proporre una visione del mondo» (p. 23).
Con un ammasso di fandonie, l’Autore crede che il richiamo alla «grande lezione di Antonio Gramsci» (p. 24) possa risolvere ex abrupto la spinosa questione meridionale (pp. 23-27), sopravvissuta ai «150 anni di Unità nazionale» (p. 28) per cause oggettive della politica contingente attuata nel corso dell’Italia postunitaria. L’attuale crisi può essere superata solo con l’applicazione dei dettami gramsciani, volti ad indicare «una via alternativa» al processo di «mondializzazione finanziarista» (p. 37); anzi la possibilità di uno «sviluppo alternativo […] può avvenire se si sostituisce all’Europa dei mercati una Europa dei popoli portatrice di scelte alternative che fuoriesca dal capitalismo predatorio» (p. 37): una tesi che l’Autore attribuisce a Gramsci, ma già espressa da Giuseppe Mazzini, laddove afferma: «L’unità europea, com’oggi può esistere, non risiede in un popolo: essa risiede e governa suprema su tutti. La legge dell’umanità non ammette monarchia di individuo o di popolo» (cfr. G. Mazzini, Dell’iniziativa rivoluzionaria in Europa, 1834, in Id., Scritti politici, a cura di T. Grandi e A. Comba, Utet, Torino 2005, p. 408).
Nel paragrafo Riformismo e trasformismo del secondo capitolo (pp. 28-30), l’Autore distorce completamente la storia d’Italia, attribuendo a Gramsci una frase mutila di Mazzini, di cui non cita la fonte (p. 28), che appare così sibillina da non rendere l’intrinseco significato. La frase si ritrova nel Quaderno 15 e dice: «Nella lotta Cavour-Mazzini, in cui Cavour è l’esponente della rivoluzione passiva – guerra di posizione e Mazzini dell’iniziativa popolare – guerra manovrata, non sono indispensabili ambedue nella stessa misura? Tuttavia bisogna tener conto che mentre Cavour era consapevole del suo compito (almeno in una certa misura), in quanto comprendeva il compito di Mazzini, Mazzini non pare fosse consapevole del suo e quello di Cavour; se invece Mazzini avesse avuto tale consapevolezza, cioè fosse stato un politico realista e non un apostolo illuminato (cioè non fosse stato Mazzini) l’equilibrio risultante dal confluire delle due attività sarebbe stata diverso, più favorevole al mazzinianesimo: cioè lo Stato italiano si sarebbe costituito su basi meno arretrate e più moderne» (cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 1975, p. 1767).
Le riflessioni di Gramsci dimostrano una scarsa conoscenza dell’opera di Mazzini, che in molteplici scritti aveva denunciato le mire politiche di Cavour e proposto un originale progetto repubblicano di un’Italia unita: basti citare la lettera Al conte Cavour del 1858, là dove Mazzini enuncia la famosa tesi sull’unità italiana come conquista regia, rivolgendosi così allo statista piemontese: «Tra noi e voi, Signore, corre un abisso. I nostri sono due programmi radicalmente diversi. Perché, come noi facciamo, nol dite? Perché persistere a ingannare l’Italia e l’Europa sul vostro intento? Noi rappresentiamo l’Italia: voi rappresentate la vecchia cupida e paurosa ambizione di Casa Savoia. Noi vogliamo anzi tutto l’unità nazionale: voi non cercate, se non un ingrandimento territoriale nel Nord d’Italia ai regi dominii: voi avversate l’unità, perché disperate di conquistarla e di dominarla» (op. cit., p. 812).
Su un distorto impianto storico l’Autore riferisce di un fantomatico «Governo De Pretis-Minghetti, seguito alle elezioni del 1882» (p. 29), che – a parte la trascrizione erronea del cognome Depretis – non è mai esistito nella storia d’Italia. Minghetti non fece mai parte dei ministeri presieduti dallo statista lombardo, essendo la sua ultima carica quella di presidente del Consiglio nel governo della Destra storica (10 luglio 1873-25 marzo 1876). Su Minghetti, morto il 10 dicembre 1886, scrive frasi erronee e confuse, attribuendogli la paternità di un teorema «enunciato […] nel numero dell’anno 1900 della rivista “Quid agendum” » p. 31): in realtà non si tratta di una rivista, ma di un saggio scritto da Sidney Sonnino e pubblicato sulla «Nuova Antologia» (16 settembre 1900, n. 9, pp. 342 sgg.). Avventurandosi in elucubrazioni storiche, prive di significato, include in un elenco farraginoso personaggi come Concetto Marchesi (non Marchese) e Piero Calamandrei, Lelio Basso e Arturo Carlo Jemolo (p. 31), diversi per cultura e scelte politiche.
Nei capitoli quarto e quinto l’Autore presenta le origini della famiglia paterna di Gramsci, la cui presenza risale forse al XV secolo al seguito di Giorgio Castriota Scanderberg (1405?- 1468), il condottiero albanese che riuscì a fronteggiare i turchi per venticinque anni consecutivi e a coalizzare contro di loro i principi albanesi. Di queste vicende, caratterizzate dall’oppressione turca, ho parlato in alcune sintetiche pagine della mia “Storia dell’Albania” (Roma 1997, pp. 15-17): eppure l’autore crede che il «mondo arbëresch» sia un arcipelago «ai più misterioso» e conosciuto solo da pochi. Di certo restano le considerazioni erronee di Gramsci, che attribuisce lo spostamento dei suoi avi «dopo o durante le guerre del 1821» (cfr. lettera a Tania, in A. Gramsci, Lettere dal carcere 1931-1937, Palermo 1996, p. 480).
In realtà gli avi di Gramsci – come rileva in modo disordinato l’Autore – si erano stabiliti un secolo prima, se è vero che il suo bisnonno era nato a Plataci nel 1769 e morto a Portici (oppure a Napoli) nel 1824; che il nonno Gennaro (1810-1873), anch’egli nato nel paese calabrese, era sposato con Donna Teresa Gonzales, discendente «da qualche famiglia italo-spagnola dell’Italia meridionale» (A. Gramsci, Lettere dal carcere 1931-1937 cit., p. 481). Il padre Francesco, nato il 6 marzo 1860 e considerato stranamente «tra i meno assistiti dalla fortuna» (p. 65), lasciò Gaeta nel 1881 per dirigere il locale Ufficio del registro di Ghilarza in seguito ad un concorso vinto nell’amministrazione statale: all’Autore non sorge mai il dubbio che egli potesse essere «raccomandato» da qualche suo fratello, uno dei quali era funzionario di Stato presso il Ministero delle Finanze. Le peripezie giudiziarie di Francesco Gramsci, arrestato il 9 agosto 1898 e stranamente tradotto nel carcere di Gaeta (suo paese natio), non ricevono una spiegazione adeguata dall’autore, che preferisce riportare lunghe lettere prive di commento.
Nel capitolo sesto l’Autore analizza l’infanzia di Antonio Gramsci, la deformazione fisica imputabile al morbo di Pott, pubblicando la nota lettera a Tania (23 aprile 1933), senza apportare un minimo contributo alla conoscenza della travagliata esistenza del pensatore sardo. Il difficile rapporto con il padre (pp. 72-73), causato dall’arresto per alcuni reati amministrativi, è addirittura spiegato con il ricorso al Kanun, sui cui l’Autore si lascia andare a considerazioni stravaganti: l’elogio di Gramsci per la vergogna del padre rapportato al Kanun (p. 73), la conoscenza della lingua albanese per il mancato uso delle doppie nell’infanzia (p. 74), la sua identità «italo-albanese» (p. 77) ricondotta all’antico insediamento dei suoi avi (p. 78): un quadro fantasioso, di cui non si ritrova alcun cenno nei «Quaderni».
Nel capitolo settimo, intitolato «Dalla Sardegna a Torino» (pp. 79-106), l’Autore riporta la nota lettera al padre (31 gennaio 1910), attribuendo al giovane stabilitosi nella città subalpina una precoce iniziazione politica ai valori di palingenesi sociale. L’attività universitaria, quella giornalistica e politica è presentata con un tono smaccatamente agiografico, che esula da ogni forma esplicativa degli temi e dei problemi dibattuti durante la Grande Guerra, il «biennio rosso», la marea montante del fascismo mussoliniano. Dall’incontro con le sorelle Eugenia e Iulca Schucht (pp. 107-112), nitidamente ripercorso da Noemi Ghetti nel suo libro La Cartolina di Gramsci. A Mosca, tra politica e amori, 1922-1924 (Donzelli, Roma 2016, pp. 221), all’elezione di Gramsci a deputato nelle elezioni del 6 aprile 1924, al suo rientro in Italia, alla sua attività parlamentare e allo scontro con Mussolini (pp. 116-123), al suo arresto (8 novembre 1926) e agli anni trascorsi in carcere si ha un susseguirsi di lunghe citazioni e di pagine superficiali, che non contribuiscono alla conoscenza del pensatore sardo.

Nunzio Dell’Erba

Gemelli. Terapie integrate contro il tumore al seno

tumore senoSono 50mila le donne che ogni anno si ammalano di tumore al seno. Un’incidenza sempre più in costante aumento in pochi anni. Ma è una malattia sempre più curabile. Si muore sempre meno e i farmaci sono sempre di più e più efficaci. Ma non basta. Non si dà la giusta importanza alla qualità di vita delle pazienti. Per questo è nata la cosiddetta oncologia integrata, ovvero l’associazione di stili di vita e terapie complementari validate, che servono a ridurre e controllare gli effetti collaterali di cure come chemio e radioterapia.
Di questo ha parlato il dottor Stefano Magno, chirurgo senologo della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli di Roma e coordinatore del Servizio Terapie Integrate del Centro di Senologia dell’ospedale stesso, ormai attivo già da due anni e mezzo. Dopo l’evento “Rosa di sera” di marzo al castello Odescalchi di Bracciano, infatti, un evento su questa tematica si è tenuto (venerdì 19 maggio alle ore 18) anche ad Oriolo Romano a Palazzo Altieri dal titolo: “Terapie integrate per la prevenzione e la cura del tumore al seno”. La novità assoluta è stata la presentazione delle cosiddette “Pigotte di Velia”, per raccogliere fondi a favore della Susan Komen Italia per la prevenzione oncologica. Velia é una squadra che riunisce numerose associazioni dei paesi limitrofi della Tuscia e del Sabatino (quest’anno si sono aggiunte anche Sant’Oreste e Subiaco). L’origine del nome deriva dal fatto che simbolo scelto è l’icona di una donna etrusca raffigurata sulle tombe di Tarquinia. Durante la cerimonia a Palazzo Altieri, infatti, è stato letto (dalla signora Marialina Pacelli) un brano di un’autrice di Trevignano: “Il testamento di Velia”; “l’autrice immagina -ha spiegato Magno- che Velia stessa sia deceduta a causa di un tumore al seno e che, morendo senza lasciare figli, abbia affidato ai posteri (e quindi alla squadra di Velia) la missione di vivere sino in fondo la vita, cogliendone il senso più profondo che è quello di ricevere e donare amore per il prossimo”. Sono state realizzate ben 500 pigotte (tutte vendute), fatte a mano da una volontaria (Aurora de Vincentiis), ciascuna diversa dalle altre, ma “l’idea – ha aggiunto il senologo – è quella di associare ciascuna donazione ad una prestazione clinica e ad un tipo, pertanto, di terapia integrata”. Quest’ultima tipologia di cure sono interamente autofinanziate dalla Susan G. Komen Italia e dunque gratuite per le pazienti, e spaziano dall’agopuntura, alla fitoterapia, all’omeopatia. Ogni singola donazione libera per le pigotte, a base minima di cinque euro, finanzierà tali terapie permettendo alle malate oncologiche, ad esempio, di fare più sedute di agopuntura o più giorni di fitoterapia. È assolutamente da ricordare che le terapie integrate, anche se non curano i tumori, associate alle cure standard ne riducono gli effetti collaterali (insonnia, vampate di caldo, nausea). Complementari alle terapie tradizionali, aiutano però a migliorare la qualità della vita e il recupero psico-fisico delle pazienti oncologiche. Questa oncologia integrata dà in particolare la giusta importanza allo stile di vita, all’attività fisica svolta e all’alimentazione tenuta dalla malata. “Ciascuna tipologia di terapia integrata, infatti, -ha precisato il dottor Magno- ha un’evidenza scientifica e impatta favorevolmente su specifici effetti indesiderati. Ad esempio l’agopuntura agisce soprattutto sulle vampate e sulla nausea da chemioterapia; l’omeopatia sulle radiodermiti; la fitoterapia, infine, contrasta la stipsi, la nausea, l’insonnia e i dolori articolari provocate dalle cure classiche”.
Il senologo, successivamente, ha anche parlato del successo del Servizio di Terapie Integrate del Gemelli, che coordina, e dove, mediamente, si hanno in cura circa 20 pazienti a settimana con l’agopuntura, 10 con l’omeopatia e 30 con la fitoterapia. All’ospedale, inoltre, è attivo anche un laboratorio gratuito di arte-terapia, in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti, per pazienti in terapia ormonale. La strada intrapresa dalle terapie integrate significa terapie e innovazione, ma non può prescindere dall’informazione. “La Susan Komen Italia –ha precisato Magno-, infatti promuove dal 2000 eventi educativi sulla prevenzione oncologica in tutta Italia, perché riteniamo che una migliore conoscenza dei problemi e delle cause sottostanti aiuti ad evitare comportamenti a rischio e ad adottare più efficaci strategie di prevenzione”. “In particolare in campo sanitario –ha proseguito il senologo-, poi, l’informazione è uno degli elementi chiave di una corretta e documentata divulgazione dei fatti scientifici, soprattutto nella nostra era digitale e di diffusione dei social, che espongono come mai prima al rischio di informazioni tendenziose, non basate su evidenze scientifiche ma su interessi commerciali o di parte”.
In occasione del convegno a Palazzo Altieri, è stata lanciata anche la nuova edizione per il 2017 di “Oriolo in Rosa”, fissata per il prossimo 16 agosto, che ne sarà il vero fulcro. Parallelamente, impossibile non citare l’altro imperdibile appuntamento con la Race For the Cure, a Circo Massimo, a partire dal 19 maggio, poi continuata sabato 20 ed anche domenica 11 mattina eccezionalmente: con la corsa competitiva da 5 km (da via Petroselli a Porta Capena, passando per piazza Venezia-via dei Fori Imperiali-Terme di Caracalla) e quella ‘leggera’ da 2 km, fino a via dei Cerchi. Ma ci sono anche altre date da ricordare –ha aggiunto Anna Rita Delicati, volontaria della Susan G. Komen Italia e sostenitrice delle terapie integrate, anche in quanto lei stessa colpita in passato e guarita attualmente dal cancro al seno, tramite la sua associazione (lo studio A.S.D. AR Pilates): “partiranno diverse raccolte fondi per le terapie integrate. Stiamo coinvolgendo, per mezzo della mia associazione, altre palestre. L’evento per tale mega raccolta fondi consiste in uno street workout, ossia una camminata fitness molto dinamica e verranno coinvolte tutte le persone che vogliono camminare e donare una piccola quota per le terapie integrate. Verranno fatte, dopo quella del 29 aprile scorso ad Oriolo, il 28 maggio prossimo a Vejano e altre date da decidere saranno fissate per giugno, luglio ed agosto per coinvolgere i paesi limitrofi di Manziana, Canale Monterano e Capranica”. “Lo faccio perché ci credo –ha commentato infine Anna Rita-. Se non fossi convinta fino in fondo del progetto non andrei avanti. Ḕ molto impegnativo, richiede tanto sacrificio e c’è poco guadagno; è tutto a scopo benefico, ma sono iniziative a fin di bene: è una condivisione sia nel male (per via della malattia che affligge spesso chi ne è promotore) che nel bene (nella positività di tali iniziative che portano un sorriso e un po’ di speranza con la ricerca)”.
Ne “Il testamento di Velia” ella chiama tutte le donne “sorelle” ed è molto bello questo senso di condivisione, ha sottolineato la musicista Carmela Ansalone, che al pianoforte ha inframezzato la lettura del Testamento con un Andante dalla Suonata K 330 di Mozart. Da sempre, ci ha raccontato, ha sempre partecipato a iniziative a scopo benefico (per la ricerca per la sclerosi multipla, per la leucemia e per la Croce Azzurra). L’adesione a questa per l’oncologia integrata è nata grazie alla collaborazione con la Consulta femminile di Oriolo, di tutte donne molto attive con cui è bello lavorare e cooperare –ci confessa-, che vede in primis l’impegno della ex-sindachessa di Oriolo Romano Graziella Lombi. “Il tumore al seno è una malattia che dilaga, le cifre aumentano e sono stata impressionata da tali dati – rivelaCarmela -. Quando ti trovi a prendere parte ad eventi per la raccolta fondi per la ricerca o per la lotta al cancro c’è sempre più partecipazione emotiva, è un coinvolgimento – non ha nascosto – più intimo, personale e profondo”. “Una volta –ci ha detto- mi sono trovata coinvolta in un’iniziativa per raccogliere fondi per comprare un pulmino per trasportare malati oppure un’altra volta a suonare per i degenti all’interno dell’ospedale stesso. Sono state entrambe esperienze molto toccanti; molte cose banali cui diamo importanza nella vita di tutti i giorni si annullano di fronte a tali tipi di situazioni anche drammatiche e il piacere di poter rendere felice chi sta male con poco, con un semplice gesto, suonare per i malati si raddoppia perché dà gioia a loro e a te che suoni per loro perché doni qualcosa agli altri permettendo che godano di un momento ricreativo che fa mettere loro da parte la malattia”.

#colpodifulmine, la favola moderna in metro a Roma

colpo di fulmine metro romaSarà vera oppure dobbiamo credere che si tratti della solita bufala? La dichiarazione d’amore alla ragazza del metro di Roma sembra una favola moderna, di quelle che non esistono più. Un incrocio di sguardi su un vagone gremito. Un incontro Karmico come quelli che molti di noi credono di fare ogni volta che – random- chiedono amicizie nuove sui social, sperando sia la volta buona. Che – pescando tra i grandi numeri- qualcosa si raschia, dal fondo del bidone delle possibilità.

E poi quell’annuncio sbilenco: il richiamo alle cuffie, allo smartphone, ai jeans strappati. Potrebbe trattarsi di una qualsiasi adolescente di oggi. Un’età in cui i ragazzi sono tutti omologati, nelle loro vesti d’ordinanza. Pare di vederla, questa ragazza ‘principessa’. Gli occhi pieni di vita, guardando al futuro. I capelli curati, gli anelli che tintinnano a tutte le dita di mani ancora incerte. Pantaloni, sneakers. Assorta nella musica, indovinando i sogni di un’estate incipiente, fuori dalla canicola appiccicosa che avvinghia Roma in queste ore.

Anche l’indirizzo e-mail pare un’ottima idea. Tanto buona da meritare una risposta. Non da una, ma da tutte le ragazze che sono alla ricerca del proprio principe azzurro. Con tanto di conio di hashtag. #colpodifulminetotale che sicuramente nelle prossime ore scalerà le vette dei trending topics.

Così e’, se vi pare. Cinderella non temere. Arriverà la tua ora. Prima o poi.

1993, la serie. Un anno meraviglioso e confuso

1993 la serieDopo un’attesa che sembrava interminabile, per chi ha vissuto appieno la prima serie, rimanendone totalmente coinvolto emotivamente, fino a “traslarsi” virtualmente in quell’epoca, ha finalmente avuto inizio la fiction di Sky Atlantic, 1993, secondo capitolo di quella che dovrebbe essere non una semplice trilogia, ma “La Trilogia”. Uno spaccato socio-politico di quegli anni di paurosa cupezza che hanno visto spazzata via un’intera classe politica, i suicidi di personaggi illustri quali Sergio Moroni, Gabriele Cagliari e Raul Gardini, e l’attacco della Mafia allo Stato, culminato nei terrificanti omicidi dei Giudici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con vere e proprie scene di guerra. A proposito di ciò, in questa seconda serie è stato ricreato un altro attentato che ha segnato il 1993, quello di via Fauro, che doveva compiersi tramite l’esplosione di un’autobomba ai danni del conduttore Maurizio Costanzo, allora impegnato attivamente, assieme a colleghi come Michele Santoro, nella lotta contro la Mafia. Solo per miracolo, Costanzo e la sua compagna di allora Maria De Filippi scamparono a morte sicura. Nella fiction, si è ricostruita alla perfezione la situazione dell’esplosione, che ha coinvolto anche una delle protagoniste, Veronica Castello (Miriam Leone), scaraventata per terra dalla forza d’urto dello scoppio.

Questa prima puntata, inizia con Leo Notte che pronuncia la frase di Danton al patibolo, “Cosa importa se muoio, ho speso bene i miei soldi, ho fatto bene baldoria, ho accarezzato molte donne… Andiamo a dormire”, e con l’iconica immagine di Bettino Craxi che esce dall’Hotel Raphael, mentre viene sommerso dalle monetine lanciate dalla folla inferocita ed urlante. Sono stati tre i personaggi che nella prima puntata, più di tutti si sono presi la scena: Protagonista principale, Leo Notte (Stefano Accorsi), pubblicitario, oramai entrato a far parte del cerchio magico dell’allora giovane imprenditore Silvio Berlusconi, novità di questa serie, interpretato ottimamente da Paolo Pierobon, in maniera realistica. Tale caratteristica è venuta fuori proprio perché l’attore non ha mai scimmiottato un personaggio come il Cavaliere, fin troppo caricaturizzato in questi anni. Tornando a Notte, per lui il difficile compito di convincere “Sua Emittenza”, come veniva chiamato allora il proprietario di Rete 4, Canale 5 e Italia 1, a scendere in politica, perché” bisognava smettere di incassare colpi, reagendo”, e l’unico capace di far ciò è Silvio Berlusconi.

Poi, Luca Pastore (Domenico Diele), un poliziotto coinvolto in una trasfusione di sangue infetto, con la conseguenza di una sieropositività che lo rende tanto più vulnerabile, quanto più voglioso di scoprire il più possibile su questo scandalo sanitario. Questo lo porta ad essere accecato da una sete di verità, da ricercare a tutti i costi, raggiungendo anche compromessi illeciti con il deputato Democristiano Gaetano Nobile, pur di far arrestare il più stretto collaboratore (nella fiction s’intende) dell’allora Ministro della Sanità Gaetano De Lorenzo. Le novità che riguardano Pastore, sono, intanto il rapporto sempre più stretto con Antonio Di Pietro (Antonio Gerardi), a formare una “inseparabile” coppia che fa dell’odi et amo il trait d’union. Poi l’arrivo nella sua vita di una donna, anche lei sieropositiva, che gli starà sempre vicino nel corso delle puntate.

Infine l’Onorevole leghista Pietro Bosco (Guido Caprino), devastato dopo la traumatica fine del rapporto con Veronica Castello, dovuta alla violenza di questi nei confronti della donna. Un uomo ormai diventato l’ombra di se stesso, quasi sempre ubriaco e in situazioni di continui eccessi, capace di toccare il fondo anche in Parlamento, quando durante una seduta sventola un cappio da impiccagione, urlando contro i socialisti. Quest’azione scatena l’ira dell’Onorevole Formentini, candidato Sindaco a Milano, al quale Bosco chiede di poter lasciare Roma, per andare nella città meneghina ad occuparsi del futuro Consiglio Comunale. Formentini accetta, sotto promessa giurata di un cambiamento delle abitudini di Pietro, ma alla fine sarà Gianni Bortolotti a prendere il suo posto, convinto proprio da Bosco, che lo sostituirà nella Commissione di Vigilanza Rai.

PUNTI DEBOLI:
Storie e dialoghi che si intrecciano in un vorticoso turbinio di situazioni che, se da una parte danno brio, ritmo e quella trepidazione, sale dell’intero prodotto, possono risultare un po’ confuse per chi guarda con leggerezza una serie tv che va vissuta più che guardata.

PUNTI FORTI:
Senza dubbio l’arte di riuscire a riprodurre nei minimi dettagli ogni situazione, che rende la rappresentazione di questa fiction, un capolavoro stilisticamente figlio delle migliori soluzioni scenografiche. Inoltre entusiasmante il richiamo a personaggi del passato, quali Gigi Marzullo e Gad Lerner, nei cui programmi Sottovoce e Milano Italia sono stati ospiti rispettivamente Veronica Castello e l’Onorevole Pietro Bosco. Per un attimo, è come se il tempo si fosse fermato, per un attimo è 1993.

Alessandro Nardelli

Il metro di Savatteri
e il cinema “siciliano”

Novità in Libreria ... la Sicilia ...-2Nel libro “Non c’è più la Sicilia di una volta” (Laterza, 2017), il giornalista e scrittore Gaetano Savatteri racconta che tanti indizi provenienti dal mondo dell’arte (il cinema, il teatro, la narrativa, la musica) e della produzione ci fanno percepire che la Sicilia cerca di uscire dalla prigione dell’immobilismo. Pertanto, dichiara senza mezzi termini che non ne può più di quei libri, fotografie e film infarciti di gattopardismo, gallismo, ridicole “corde pazze” che hanno contribuito alla costruzione di una Sicilia immaginaria e stereotipata che non ci appartiene più. Partendo da questa constatazione, Savatteri costruisce un discorso polemico, tipico delle epoche di crisi e di decadenza, in cui si hanno poche idee e la creatività fa difetto. Intendo dire che, facendosi un po’ trascinare dal titolo “gridato” del suo libro, l’assunto che Savatteri si propone di dimostrare spesso si sovrappone o prevale sui testi e le opere bersagli della sua polemica e li destoricizza.

Come in queste righe: “Ho rivisto qualche tempo fa Sedotta e abbandonata del grande Pietro Germi, con Stefania Sandrelli e Saro Urzì. Ho sorriso e ho riso. Mi sembrava però un film di mezzo secolo fa. Infatti. Sono andato a controllare: è del 1964”. Premesso che, come le poesie, anche i film non sono eterni, possono avere una durata maggiore o minore, possono essere soggetti a eclissi totali o parziali, Savatteri cade in un errore di fondo: decontestualizza il lavoro del regista, non informando i lettori che la storia al centro del film si scaglia contro l’anacronistica sopravvivenza del matrimonio riparatore che manda un uomo in galera se violenta una donna, ma lo assolve se la sposa. Raccontando la vicenda di Vincenzo Ascalone, padre padrone impulsivo e manesco, che a suon di sberle e sotterfugi cerca di difendere l’onore della propria famiglia, compromesso dalla figlia incinta senza essere sposata, Germi posa ancora una volta il suo sguardo sulla Sicilia più arcaica e arretrata, in superficie immobile, in realtà attraversata da mutazioni antropologiche, fremiti e stoltezze non circoscrivibili entro rigidi confini regionali. Svela un universo popolato di individui moralmente corrotti, disposti ai compromessi, impegnati a piegare ai propri interessi le leggi e a sacrificare la vita in difesa della famiglia, ma non dei valori collettivi o della nazione, percepita come un’entità astratta, quasi una dimensione altra rispetto alla propria esperienza quotidiana. Disegna un affresco pungente dell’Italia di allora, leggibile come una sorta di apologo del “Paese mancato”. Negli anni in cui dopo il boom economico la congiuntura cominciava a mordere, Germi, realizzando il “dittico dell’onore” costituito dai film Divorzio all’italiana e Sedotta e abbandonata, ci faceva riflettere su un Paese nella sostanza fragile e disorientato, che non riusciva a cancellare povertà antiche e squilibri tra economie avanzate ed economie storicamente arretrate, pregiudizi e stereotipi che ogni giorno mettevano in discussione la maturità e l’unità del popolo italiano.

Pare che non sia trascorso più di mezzo secolo da quando Germi girava i suoi film ambientati nell’Isola. I baffetti, la retìna e il risucchio dentale del barone Fefè Cefalù e poi il corpo grasso e sudaticcio di Vincenzo Ascalone, il suo sguardo ora allucinato ora disperato o ebete, hanno costretto i siciliani e gli italiani a guardare dentro se stessi per conoscersi meglio e cambiare mentalità.

Lorenzo Catania

p.s. In queste settimane si è letto di una biblioteca di Palermo, che conta 45 dipendenti, ma è aperta solo per pochi giorni e poche ore, e della protesta degli studenti che vorrebbero orari e spazi come nel resto del mondo. Alla luce di questa vicenda paradossale, siciliana, sono troppo pessimista (apocalittico, politicamente scorretto) se affermo che ho netta la percezione che il titolo gridato del libro di Savatteri nasconde l’ennesima impostura?