Caspita, quanto mi sushi! Una moda da provare

SushiÈ innegabile che come altre squisitezze esotiche il sushi abbia “stregato” una miriade di curiosi e di irreprensibili gourmet! In realtà, non si tratta solo di un assaggio routinario – bensì di uno stimolante tete-à-tete con una cultura lontana e parimenti affascinante…

In primis cos’è il sushi – questione “essenziale” per essere catapultati al nocciolo della discussione. Si tratta di una pietanza della cucina giapponese, che ha come perno il riso – unitamente ad altri ingredienti tra cui pesce, verdure, ortaggi, crostacei, alghe, uova e quant’altro. Relativamente al gustoso ripieno – esso può presentarsi crudo, cotto, insaporito grazie a marinatura, adagiato sul riso, disposto su foglie di alghe a guisa di vistoso talamo, oppure in altre originali interpretazioni. Anche i condimenti con cui deliziarlo sono parecchi – tra cui il celeberrimo Wasabi (pianta da cui si estrae una pasta verde dal sapore piccante), la famosa salsa di soia, il Gari (sottaceto giapponese) e lo Shiso (pianta le cui foglie sono utilizzate come contorno) – nondimeno è chiaro che questa sia “solo” una spiccia semplificazione, a mo’ d’esempio. In conseguenza, sia per l’unicità del piatto che dei suoi componenti – ogni assaggio è un iter eccittante che offre la chance di abbracciare usi e costumi differenti dai nostri.

E, probabilmente, l’incipit dei cibi appartenenti a culture distanti serbano l’aulico scopo – oltre alla degustazione canonica – di invogliarci a scoprire i contesti dove la ricetta ha preso le mosse, sovente in ambiti inimmaginabili. In sostanza “assaggio” quale mezzo per poi spaziare oltre – quasi fosse un’avventura prodigiosa – poiché il cibo ha un inconfutabile “liaison” con il territorio che lo ha reso tale. Un “ensemble” di spumeggianti sensazioni atte a stuzzicare non solo le papille gustative, ma altresì la brama ancestrale che è in noi, e cioè la “sete di conoscenza”! E può benissimo verificarsi che dopo l’assaggio “inaugurale” qualcuno resti affezionato al sushi a tal punto da voler ripetere l’esperienza, reputando la delicatezza “testata” sorta di rivoluzione copernicana declinata in modus culinario! Altri, bontà loro, preferiscono archiviare “l’avventura gastronomica” – optando invero per vivande a loro più “confidenziali” – pur avendo gradito l’excursus gustativo.

Va annoverato che negli ultimi anni c’è stato un effettivo “boom” di locali, bar e spazi definibili “all sushi” e la ricetta gode di ampio consenso. Il piatto del Sol Levante impera ovunque e a ogni ora! Lo si apprezza in pausa pranzo dove la delizia made in Japan ha dato il cambio a portate che sembravano inattaccabili sino a qualche anno fa; inoltre, ogni occasione è buona per una rapida tappa al “Sushi bar” – accompagnando la porzione di sushi con una tazza di tè verde, sino ad arrivare in orario vespertino – dove una cena oppure un vernissage dedicate alla bontà giapponese sono “rendez-vous” cui è impossibile dire no! Accanto a tantissimi estimatori che si ciberebbero di “poisson cru” dall’alba al tramonto – esiste uno zoccolo per certo resistente che non vuol saperne nulla né del piatto né di tutte le tematiche culturali e storiche che lo attorniano!

Forse, uno dei motivi di quest’ittica riluttanza risiede nel fatto che il pesce crudo incute “soggezione”, e ciò non convince diverse persone che rimangono perplesse negandosi a ogni opzione di assaggio. Sotto l’aspetto igienico-sanitario va perciò specificato che il pesce crudo è sì commestibile e sicuro a patto di attuare alcuni accorgimenti al fine di evitare pericolose intossicazioni alimentari. Il prodotto pelagico va “abbattuto”, e vale a dire congelato a una temperatura non superiore a -20 gradi per almeno 24 ore nei ristoranti e locali dove ci sono gli strumenti e le tecnologie per farlo, mentre in casa, nel comune freezer, il pesce va “ibernato” per una durata di 96 ore a una temperatura di -18. Questi dettami vanno rispettati con scrupolo e attenzione per poter godere di un’appagante scorpacciata di pesce “crudo” in tutta sicurezza.

In ogni caso, partendo dal mai demodé “de gustibus non est disputandum” è comprensibile che nonostante l’ampia diffusione mediatica elargita al sushi in tanti preferiscano dire no, e cibarsi con alimenti considerati meno “singolari”. In parole povere, nonostante la tendenza, il prestigio, il suo fascino intrinseco ed estrinseco e tutti dettami igienico-sanitario raccomandati – qualcuno al sushi preferisce (magari) un’italianissima carbonara. Del resto ognuno fa come gli pare e piace, ancor più a tavola! Per quanto ci riguarda, in linea generale, nei confronti di tutto il cibo è auspicabile una posizione “socratica”. In particolar modo in gastronomia, dove gli atteggiamenti volti all’ermetismo e al diniego assoluto non pagano, anzi, possono essere conflittuali con il leitmotiv dell’alimentazione, che oltre al sapore asperge interesse e fervida curiosità.

Per cui, il nostro informale consiglio resta quello di gustare il sushi almeno una volta, ovviamente nel momento e nel luogo che si ritiene più opportuno, vincendo così ogni infondato pregiudizio. E santa pazienza se dopo non ritornerà l’acquolina di fare il bis – scegliendo, in alternativa, un manicaretto nostrano! In chiusura non va tralasciato l’aspetto “clou” della questione – e cioè che oltre a qualsiasi “test” mangereccio, “la pappa” – alla fine – deve essere quella che più ci gratifica, evitando imposizioni e condizionamenti di ogni sorta, anche se del tutto autorevoli. Ciò ribadito, l’assaggio di una preparazione alimentare sconosciuta è un arricchimento e in più cospicua crescita, ragion per cui, vale sempre e comunque la pena intraprendere un itinerario gustativo “nuovo di zecca” tutte le volte che ne sussiste l’opportunità.

Stefano Buso

Il Grande Vecchio.
La P1, la P2 e la P38

Facciamo un’altra interessante conversazione con il grande Gianfranco Carpeoro. Questa volta la nostra chiacchierata ci porta nel torbido mondo della P2, della meno nota P1, della mafia e dell’ ostilità, del resto ricambiata, di questa zona grigia nei confronti del Psi di Craxi e del Partito radicale di Marco Pannella

massoneriaBettino Craxi parlando del “Grande Vecchio” a un certo punto dichiarò che era il caso di cercarlo tra coloro che avevano fatto politica giovanile in area socialista. Esiste una connessione tra i militanti della fu FGSI ed il terrorismo rosso?

Ma sa ce n’erano tanti. Quand’ero ragazzo c’era il “Gruppo Astolabio” che operava a Cosenza e che faceva capo a Franco Piperno. Ci scrivevo anch’io su quel giornale, si chiamava “Gruppo Astrolabio” perché faceva parte della corte di Giacomo Mancini. Li ho visti passare tutti: Lanfranco Pace, Franco Piperno (entrambi ex militanti di Potere Operaio n.d.r.), ce n’erano tanti insomma. Bettino Craxi è vero che inizialmente indicò il “Grande Vecchio” come qualcuno che aveva fatto politica giovanile in area socialista, come è vero che ci fu una connessione tra FGSI e il “partito armato” ma è anche vero che in seguito tornò sui suoi passi dicendo che il “Grane Vecchio” non era mai esistito. Senza contare che poi è intervenuta sui gruppi armati la “sovragestione”, cioè il cambio dei vertici delle BR fu funzionale alla gestione Santovito (Giuseppe Santovito, generale dell’esercito il cui nome fu trovato negli elenchi della P2 n.d.r.) che doveva realizzare gli scopi di quella tremenda organizzazione che fu “Stay Behind”, il cui obiettivo era impedire che i partiti comunisti prendessero il potere e quindi considerare la lotta armata ideologicamente schierata a sinistra  come il miglior strumento di lotta anticomunista. Il mondo era diviso in aree di influenza. Il  motivo per cui l’Unione Sovietica aveva potuto mandare i carri armati a Praga nel ’68 fu lo stesso per cui il Pci non poteva raggiungere il potere in Italia.

Stiamo parlando quindi di una sovragestione di marca atlantista, non sovietica?

Ma certo, le Br del resto hanno fatto comodo agli Americani, non ai Russi. C’entra la P1, è sempre lei. La P2 era solo uno strumento per altro limitato  il cui anello di collegamento era Gelli ed era uno strumento che metteva in fila politici di secondo piano, tutti i vice.

In Italia proprio su questi fatti, dal 2002 al 2006, ha indagato la commissione parlamentare “Mitrokhin”, il cui presidente era il senatore Paolo Guzzanti. Che ne pensa dei risultati prodotti da quell’esperienza?

A tal proposito la commissione “Mitrokhin” azzeccò la metà delle cose, non le cose intere. Nel senso che la grande connessione tra servizi segreti non l’ha azzeccata, ha portato a casa il minimo sindacale perché poi si è rivelata uno zero. Questo perché il potere era determinato affinché su queste inchieste non si andasse troppo a fondo. C’era una specie di saldatura per la quale i problemi gestiti a livello  d’intelligence  dovevano rimanere un affare dell’intelligence.

Cosa può dirmi in merito alla P1?

Il GOI non ha mai mostrato i provvedimenti relativi  alla P1: la bolla di riconoscimento, quando è stata ricostituita… nessuno ha mai messo il GOI alle strette sul problema delle logge Propaganda.

Perché si chiamava Propaganda? Perché dovevano entrarci personaggi di primo piano il cui livello doveva fare propaganda alla Massoneria, in questo senso doveva essere un emblema della dottrina massonica. Quindi la loggia Propaganda nasce con lo scopo opposto dall’essere segreta, perché non avrebbe molto senso fare propaganda attraverso una loggia segreta.

Nel mio libro (Dalla Massoneria al terrorismo, rEvoluzione Edizioni, 2016. N.d.r.) tra le righe indico anche chi era il Venerabile della P1, cioè Eugenio Cefis.

Probabilmente la Propaganda vera e propria è nata subito dopo la guerra, dopodiché la Propaganda 2 la ritroviamo operante ufficialmente dal 1970 , nonostante poi in realtà tutte le fonti riportano che Gelli ci entrò nel 1967. È probabile a questo punto che Gelli, affiliato alla Massoneria nel 1962,  nel ’67 entra nella P1 e dal 1970 iniziano le attività della P2. Una carriera garantita da uno sponsor potente quale era il Maestro Aggiunto Roberto Ascarelli (Avvocato, uomo di spicco della comunità ebraica romana,  vicino politicamente al Partito radicale di Pannunzio e in seguito aderente al PSDI, n.d.r.) che lo fa entrare prima nella loggia (riservata n.d.r.) “Hod” e poi lo sposta nella loggia Propaganda.

Sembra quasi che la “sovragestione”, per dirla con Lei, abbia scelto la forma della loggia massonica per operare in Italia

È una forma che hanno adoperato dappertutto. Pensi che anche per far fuori Salvador Allende hanno utilizzato la Massoneria, perché Augusto Pinochet era membro della stessa loggia del leader socialista cileno (Pinochet era “Primo Sorvegliante” della Gran Loggia del Cile n.d.r.). Non è una particolarità italiana.

La P1 vive e lotta insieme (o meglio contro) a noi?

Secondo me si ed è il motivo per cui si è messo su il teatrino della P3 della P4 e molto probabilmente su alcune cose riesce ad influire e su altre no. Sicuramente con la globalizzazione è molto meno potente di prima. Tutto in Italia è meno potente di prima

Quindi anche la Mafia?

Chi domina sono ormai i rapporti internazionali non quelli nazionali, nella misura in cui la Mafia è entrata negli uffici affari riservati delle grandi banche europee e mondiali sicuramente si muove anche usando il canale della finanza. Ma voglio dire è un contesto di estrema debolezza perché è tutto il Paese ad essere debole

Cioè Lei dice che nel contesto in cui stiamo vivendo anche la parte peggiore del Paese si è indebolito

Precisamente. Ci rifletta: domani mattina Draghi si alza, chiude i rubinetti e noi siamo di nuovo nei guai

La Mafia ha un’origine di società segreta ma anche di cultura esoterica? Mi vengono in mente i tre leggendari cavalieri che si narra abbiano fondato la ‘Ndrangheta: Osso, Malosso e Carcagnosso

Guardi, sicuramente le strutture mafiose, ndranghetiste e camorriste, hanno dovuto “schiavizzare” delle persone nel loro esercito,  hanno dovuto avvalersi anche di argomenti di questo tipo. I capi bastone hanno avuto bisogno anche di argomentazioni religiose/esoteriche anche per poter attirare persone a sé. Ma non è il legame più importante

E qual è il più importante?

La gestione del potere sicuramente. E per gestire il potere devo avere 1000 picciotti che mi obbediscono perché pensano di dovere la vita a Santa Rosalia e Santa Rita, allora uso queste credenze. Non è l’aspetto fondamentale però. Poi l’origine di queste organizzazioni è molto meno misteriosa di quello che sembra: gli esseri umani si associano per raggiungere uno scopo, in questo caso il potere.

Le risulta che il vecchio PSI abbia mai avuto rapporti con queste realtà?

La Mafia in meridione tende ad avere rapporti con chi gli serve: che sia un massone, un politico, un giornalista, una suora… nel periodo di cui stiamo parlando la Mafia era siciliana par exellence. Ebbene, mi citi un solo Siciliano che ha fatto carriera all’interno del PSI. Non gliene viene in mente nessuno vero? Sa perché? Perché Craxi ha sempre ostacolato la crescita del partito in Sicilia tanto è vero che il cartello siciliano lo hanno fatto assieme democristiani e comunisti. La “rete” di Orlando era questo.

Martelli da Guardasigilli nel ’91 chiamò Falcone al ministero per tradurre l’esperienza del Pool di Palermo in leggi dello Stato…

L’unico partito che ha cercato di non avere rapporti con la Mafia è stato il Partito socialista, vale a dire l’unico partito senza referenti siciliani

…E i radicali

Ma i radicali sono una storia a parte. Pannella tra le righe lo diceva che esisteva la P1. Quando diceva “la P2 e la P38” si riferiva ad Eugenio Cefis, il quale  aveva l’abitudine di girare armato. Pannella riusciva a dire queste cose solo perché nessuno le capiva, Cefis sapeva che una frase del genere poteva capirla solo lui e quindi lasciava correre. Marco non era furbo per fregare il prossimo ma lo era sufficientemente per difendersi

Pannella godeva di qualche protezione?

La sua purezza ero lo scudo più resistente che si potesse avere. Era totalmente avulso rispetto al sistema. Non lo potevi colpire sui soldi, non lo potevi colpire sul malaffare, non lo potevi colpire in nulla. Anzi se lo avessero colpito sarebbe diventato pericolosissimo. Era la volta buona che i Radicali prendevano il 50% dei voti.

Sarebbe stato certamente un altro Paese. Come lo sarebbe stato se i tre politici che hanno incentrato la propria attività politica al servizio del concetto di Autonomia, sia del Paese rispetto alla logica dei blocchi e sia  nella politica interna, non avessero fatto una fine prematura. Mi riferisco al già citato Bettino Craxi, ad Aldo Moro e ad Enrico Berlinguer. Della fine di  Moro e Craxi bene o male si è sempre discusso pubblicamente, mentre sulla morte di Enrico Berlinguer solo da poco tempo gira, quasi sussurrata, una tesi complottista. Che ne pensa?

No è morto di emorragia cerebrale, non c’è spazio per nessuna dietrologia. Anche perché Berlinguer in realtà era doppio: con la mano destra prendeva i soldi del PCUS e con l’altra faceva segno di no. Berlinguer prima di morire fa con Craxi il cosiddetto “incontro delle Frattocchie” nel quale stendono il piano per cui il Pci avrebbe dovuto essere riconosciuto dai socialisti, così da garantire ai comunisti la rimozione del veto per l’entrata nl PSE. Il problema è che poi Berlinguer e il Partito comunista non solo non si attennero minimamente a quanto fu deciso con Craxi in quell’incontro ma anzi fecero tutto l’opposto (nell’ottica della chiusura dell’esperienza comunista così da compiere “un ritorno a casa”, cioè all’unità precedente alla scissione del 1921. n.d.r.) . La solita “doppiezza togliattiana”. Del resto Craxi fu fatto fuori non per motivi inerenti alla sua persona, ma piuttosto relativamente allo spazio che occupava. Era l’ostacolo alla legittimazione definitiva del Partito comunista

Bologna, l’emarginazione delle donne in mostra

avanti domenica2C’è una bella mostrina al’Archiginnasio di Bologna su Augusto Majani (in arte Nasica), illustratore,cartellonista, pittore bolognese. La cosa ha un certo interesse per l’Avanti! perché Majani è stato illustratore, per l ‘”Avanti! della Domenica”, nei primi anni del secolo scorso. Tra il 1904 e il 1906 partecipò attivamente anche alla vita politica, impegnato come consigliere comunale nelle file del Partito Socialista. Il pregio maggiore della piccola esposizione sta nel profumo di bonomia bolognese che vi si respira. Non emerge nulla di rivoluzionario, né di orrido. Mortadelle, simpatici bolognesi su di taglia, belle donne in carne, fanno da sfondo al volto cadaverico di Carducci, alla morte di Verdi  ed a satire sul vate e il dannunzianesimo. Majani lavora per Il Resto del Carlino e per varie realtà editoriali, è artista “pragmatico”, disegna e illustra per mestiere, per vivere. Si capisce che la realtà con cui si confronta è quella di una città provinciale, grassa, gaudente. Rispetto a tante mostre “gridate”, con argomenti trattati sopra le righe, è una mostra simpatica e riposante, una passeggiata tra archivi che non sono fondamentali per la Storia con la esse maiuscola ma per la storia morantiana di tutti i giorni. Quello che conferisce poi un particolare merito è la cornice della mostra.

L’Archiginnasio di Bologna. Da solo vale una visita. Perché è un luogo sacro del sapere universitario d’antan, quando l’Alma mater studiorum era un faro della cultura europea, se non mondiale. Nell’Archiginnasio furono riunificate nel 1563 dal cardinale Carlo Borromeo, allora legato pontificio di Bologna, diverse scuole universitarie, prima sparse entro le mura bolognesi. All’interno dell’Archiginnasio, due perle: la Sala dello Stabat Mater e il Teatro anatomico. Di quest’ultimo, voglio fare un particolare elogio. Ricostruito pressoché totalmente nel dopoguerra con una cura che l’ha riportato ai fasti originali, è la culla della medicina bolognese. I “Dottor Balanzone” venivano formati qui. Al centro del Teatro anatomico, c’è il tavolo dove venivano effettuate le autopsie. Una magia. C’è il pulpito da cui teneva lezione il professorone di turno e, sotto, il tavolo su cui si macellava a scopo scientifico la spoglia di qualche poveretto senza nome e senza famiglia. Tutt’intorno, le statue lignee dei grandi maestri della medicina, da Galeno in poi. Lunghe vesti, sembrano abiti femminili. Non fatevi ingannare. Una donna, tra le statue in legno dei luminari, non c’è.

Le donne alle scuole, non erano proprio ammesse. Non potevano studiare nè accedere alla carriera medica e tanto meno a quella accademica. La prima cittadina italiana a laurearsi in medicina in Italia fu Maria Farnè Velleda laureatasi a Torino nel 1878. Maria Montessori si laureò nel 1896 a Roma. Fino ai primi anni del XX secolo, le donne medico si specializzavano esclusivamente in ginecologia e pediatria poiché solo in tali ambiti venivano accolte le richieste di specializzazione delle prime donne medico. Inoltre, venendo loro negato il diritto di esercitare in ospedali pubblici, aprivano studi in cui ricevevano esclusivamente donne e bambini. Proprio come oggi avviene nei paesi islamici.

Avrei  quindi una cosa da dire e sottolineare. Nella guida per i turisti, disponibile gratuitamente in tante lingue presso l’Archiginnasio, questa cosa non è scritta. Una grave omissione. Sarebbe giusto ricordare che, solo fino all’altro ieri, il nostro paese era talebano tanto quanto lo è l’Islam attualmente. Sarebbe importante ricordare l’ostracismo culturale patito dalle donne. Un po’ come oggi si ritiene d’obbligo ricordare lo sterminio degli ebrei nei campi di concentramento. Anche la sottomissione e l’emarginazione delle donne è una vergogna da non dimenticare.

La mostra su Majani è aperta sino al 26 marzo, è gratis ed è aperta tutti i giorni compresa la domenica.

Isabella Ricevuto Ferrari

L’Acqui Storia compie 50 anni. Al via Bando 2017

acqui storiaIl Premio Acqui Storia è giunto alla 50° edizione, un importante traguardo per uno degli appuntamenti culturali più attesi dell’anno, non solo in Italia. Anche per l’edizione attuale la Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria si conferma partner fondamentale dell’iniziativa.
L’edizione passata ha riscosso un grande successo, vista l’elevata qualità delle opere vincitrici, dei personaggi insigniti dei Premi speciali e dei presentatori Mauro Mazza ed Antonia Varini che hanno condotto la cerimonia, oltre che il crescente interesse sul premio documentato tutto l’anno sui più importanti quotidiani e settimanali, italiani e stranieri. Alla cerimonia erano presenti
storici, giornalisti, fotografi e inviati speciali delle più importanti reti televisive non solo nazionali, Autorità civili e militari, parlamentari, diplomatici, tanta mondanità e diversi esponenti del jet set internazionale.
I vincitori nelle rispettive sezioni previste dal regolamento del Premio sono stati: per la sezione storico-divulgativa, che annoverava l’incredibile numero di 98 volumi in concorso, Pierluigi Battista con il volume “Mio padre era fascista” Mondadori Editore e Stenio Solinas con il volume “Il corsaro nero. Henry de Monfreid l’ultimo avventuriero” Neri Pozza Editore; Luigi De Pascalis con “Notturno Bizantino” La Lepre Editore Roma per la sezione del Romanzo Storico, cui erano giunte 59 opere letterarie; per la sezione scientifica, sui 61 volumi presentati, Vladimiro Satta con il volume “I nemici della Repubblica” Rizzoli Editore. Una speciale targa è stata attribuita a Enrica Garzilli per il volume “L’esploratore del Duce” Asiatica Edizioni, che è risultata la più votata dalla Giuria popolare dei 60 lettori del Premio Acqui Storia.
Il premio Testimone del Tempo 2016, che rappresenta il momento più prestigioso della manifestazione, è stato assegnato a cinque figure di straordinario rilievo nel panorama artistico e culturale contemporaneo: Vittorio Sgarbi, Maurizio Molinari, il Direttore del quotidiano torinese La Stampa, Maurizio Belpietro, ex Direttore di Libero e attuale Direttore del neonato quotidiano “La Verità”, l’attrice e modella Manuela Arcuri e Giorgio Albertazzi (il Premio è stato ritirato da sua moglie Pia de’ Tolomei). Tutti questi personaggi hanno riscosso uno straordinario successo nel rinnovato teatro Ariston di Acqui Terme sabato 15 ottobre scorso.
Il premio “LA STORIA IN TV 2016” ha voluto rendere omaggio ad Alessandra Gigante e
Fabio Andriola per i documentari de “La Storia in Rete” che in questi ultimi undici anni sono stati visti sulle principali televisioni italiane e messi in onda anche in network televisivi di Stati Uniti, Russia, Polonia, Slovenia.
La “macchina” organizzativa del Premio Acqui Storia riparte nel 2017 con la pubblicazione e la stampa della brochure della 50° edizione, un appuntamento sul quale si concentra l’attenzione di Autori ed Editori, stampa e televisioni (bando scaricabile anche dal sito www.acquistoria.it ).
Potranno concorrere al Premio le opere a stampa di autori italiani e stranieri pubblicate in Italia nel 2015, nel 2016 o nel 2017 su argomenti di storia dal XVIII secolo ad oggi per quanto riguarda le sezioni storico-scientifica e divulgativa, e su argomenti storici di qualsiasi epoca per quanto riguarda la sezione dedicata al romanzo storico.
Le Case editrici possono inviare le opere concorrenti entro il 31 maggio 2017; fra queste i giurati individueranno entro il mese di luglio i 5 finalisti per ogni sezione e per l’autunno i vincitori delle tre sezioni a cui andrà un premio di 6500 euro cadauno. La manifestazione mette in gara pubblicazioni che affrontano tematiche di storia: possono concorrere sia romanzi storici che saggi scientifici, sia opere di taglio maggiormente divulgativo, di autori italiani e stranieri.
Alle tre prestigiose Giurie accademico-scientifiche si affianca un Gruppo di 60 Lettori che esprimono una valutazione sui volumi che accedono alla fase finale del Premio e, tramite i Rappresentanti, concorrono alla designazione dei tre vincitori nelle rispettive sezioni, insieme ai vari giudici togati.
Con la promulgazione del bando di concorso 2017 sono riconfermati i due premi speciali La Storia in TV e Testimone del Tempo.
Come anticipato da Carlo Sburlati, Responsabile Esecutivo della manifestazione e del gemello Premio Acqui Ambiente, da Enrico Bertero Sindaco di Acqui Terme e da Pier Angelo Taverna Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, la cerimonia di consegna dei vari riconoscimenti si terrà ad Acqui Terme, presumibilmente sabato 14 ottobre.
Fin dagli esordi, il Premio intende onorare il sacrificio a Cefalonia di circa 2000 fra ufficiali e soldati italiani della Divisione Acqui. L’Acqui Storia è uno dei più prestigiosi premi letterari del panorama culturale italiano ed internazionale, senz’altro il maggiore per quanto riguarda la storia sui libri ed al cinema ed in Tv e continua ad essere sostenuto dagli enti promotori: la Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, massimo ente finanziatore del premio, la Regione Piemonte, la Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, il Comune di Acqui Terme, Assessorato alla Cultura, cui fa capo la concreta organizzazione della manifestazione.
Il Premio Acqui Storia, nei suoi cinquant’anni di storia, ha ottenuto il patrocinio del Presidente della Repubblica Italiana, del Presidente del Consiglio, del Presidente del Senato, del Presidente della Camera dei Deputati e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

L’immancabile tazzina di caffè, da pausa a piacere

Ma dove vai se “la tazzina” non ce l’hai – dichiarazione che di per sé non fa una piega! Pare, infatti, che gli italiani siano disposti a rinunciare a tanti capricci ma non al piacere del caffè! In effetti, a ben vedere, durante il giorno non mancano più “intervalli” – molti dei quali dedicati “all’espresso”, a tal punto che l’esterofila asserzione “coffe break” è diventata un cliché …

caffèChissà se tra il fitto catalogo degli incubi capaci di mandar all’aria il nostro riposo c’è un “raccapricciante” risveglio senza caffè – elisir indispensabile a metterci sull’attenti al pari di una fleboclisi adrenalinica. Caspita, una iattura se “la visione” divenisse caustica realtà, poiché, un caffè mattutino è un propellente (quasi) tassativo! E fa nulla se sia espresso o di moka – basta che non manchi all’appello! In ogni caso, per qualcuno unicamente “una quota” di caffè non basta per connettersi con il presente! Per cui, dopo il “tasting” casalingo serve far tappa al bar per un ineluttabile “bis” – che rintocca di ultima boccata d’ossigeno prima dell’ufficio. E lì, saldamente incollati allo scranno sino all’agognata pausa – sorta di circostanza “rianimatoria” in cui il baldo stacanovista gode di qualche nanosecondo di terapeutico relax.

Spesso “lo stop” è copia conforme del caffè gustato all’alba – disponibile in versione ordinaria o gustosamente macchiata. E infine, chiusa definitivamente la saracinesca del break, si abdica di nuovo per la scrivania ma più ritemprati – “incubando” l’anelito che arrivi presto il profetico time lunch, per beneficiare, poco dopo, di un altro caffè! Ma la giornata è tutt’altro che terminata – della serie – ogni occasione è utile per una “tazzina” mordi e fuggi – da soli o in compagnia. In fin dei conti, stiamo parlando di un insopprimibile godimento per migliaia di persone, perciò, dove sta scritto che durante l’eterno pomeriggio lavorativo – tra uno sbadiglio, un timbro e una pratica – non si trovi il tempo per trangugiare l’ennesimo “coffee”?

Magari il buon senso, o la saggezza – sbotterebbe “il grillo parlante” di turno – visto che non si dovrebbe esagerare con la citata delizia, poiché la caffeina è un corroborante da dosare con cautela. Insomma, sì al caffè ma con buon senso, ed eventualmente in sussiego ai consigli del medico quando si hanno problemi di salute. A tal proposito, va considerata quale caffeina assimilata quella presente (come esempio) nel cappuccino, o nelle bevande in cui l’ingrediente principale è per l’appunto l’annessa sostanza. Parsimonia non significa, tuttavia, rinuncia indiscriminata, bensì prudenza. Del resto, il popolare proverbio – “poco ma buono” – vale anche e soprattutto per quest’irripetibile ambrosia che ha ovunque legioni di fans e ammiratori!

Sul consumo che dire? Scansando per una volta “il balletto” di statistiche e cifre, va detto che il caffè seduce in tutte le sue avvolgenti “edizioni” – ortodosso o corretto a prescindere. Per fermo, in Italia ne consumiamo abbastanza, anche se negli ultimi decenni – l’intrepida tazzina – è divenuta una routine così beneaccetta da godere di una duttile trasversalità geografica. I costi non sono però uniformi; talvolta, pur nella stessa città il prezzo è variabile (anche solo di pochi centesimi). Generalmente un caffè espresso servito al banco costa, pressappoco, un euro (€ 1)! A ogni buon pro, vezzo esteso e senz’altro iconografico del belpaese è “il solletico” del caffè al bar, quindi come momento sacrale in cui – oltre a una valente bevanda – si gode di un quid fatato, che nel corso della giornata serve a rigenerarsi. Attimo surreale dove si solidarizza con il prossimo discutendo informalmente di qualsiasi argomento, oppure – complice la bontà “del nostro” – si socchiudono gli occhi immaginandosi altrove!

Oltre a ciò, il caffè detiene non poche virtù e rilevanti requisiti, che fanno bene all’organismo tra cui all’umore, a patto, come prima enumerato, di non farne un uso smodato. Dopo questo debito tributo a una delle squisitezze più amate da una buona parte degli italiani, non ci resta che chiudere “il sipario”, magari sulle note della canzone di Fred Buongusto “Spaghetti a Detroit” – in compagnia di un’immancabile tazzina di caffè…

Stefano Buso

Legambiente: “Montichiari al collasso”

montichiari«La presenza di cave dette di “fossa” ha consentito a partire dagli anni ’80 l’insediamento di 16 discariche, trasformando un’area consistente, inizialmente destinata ad essere ripristinata a territorio agricolo, in un ricettacolo di rifiuti da 13 milioni di metri cubi autorizzati». È questo ciò che ha scritto Legambiente nella sua relazione annuale sulle cave in Italia, facendo riferimento nello specifico alla situazione del territorio di Montichiari. Al paese della Bassa bresciana, infatti, è dedicato un paragrafo nello studio stilato dalla più nota associazione ecologista italiana. Montichiari, ha messo in evidenza Legambiente, è una sorta di matassa ingarbugliata dove le questioni si intrecciano tra di loro: «Ai problemi di traffico, polveri, inquinamento degli impianti di escavazione delle 12 aziende presenti sul territorio si aggiungono quindi quelli derivanti dalle discariche, nelle quali vengono depositate ogni giorno rifiuti urbani e assimilabili, speciali pericolosi, non pericolosi e tossico-nocivi. Tutto ciò accanto ai campi coltivati ed a soli 500 metri dal centro abitato di 25 mila abitanti», ha descritto Legambiente parlando di Montichiari come di un «territorio al collasso» per «la grande quantità di estrazioni autorizzate dall’ultimo Piano Cave della Provincia, con 10,7 milioni di metri cubi previsti per il decennio di validità del Piano solo per sabbia e ghiaia, ed una estensione complessiva delle aree interessate pari a 2,57 milioni di metri quadrati». Legambiente ha dedicato un paragrafo del suo studio anche a Botticino. «La legge regionale riguardo il piano cave e conseguente rispetto della natura non è quasi mai rispettato», ha ricordato l’associazione green. E il motivo è riconducibile ad una sorta di «corto circuito» tra istituzioni e imprenditori privati: «La lobby dei cavatori si è sempre attivata ad ogni revisione decennale del piano provinciale cave per ottenere sempre maggiori quantitativi da cavare, dall’altra parte gli enti locali continuano a trarre le risorse economiche per incrementare le entrate dei loro bilanci». In un contesto del genere, ha concluso Legambiente, la vittima principale è il «territorio consumato senza nessun criterio».

Valerio Morabito 

Malesia, il Sultano salva uomo dall’impiccagione

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Shahrul Izani

Sarà un compleanno meno amaro il prossimo 9 marzo. Quel giorno Shahrul Izani spegnerà 33 candeline ma questa volta, a differenza degli ultimi 13 anni, non lo farà più con l’incubo dell’esecuzione dietro l’angolo. Il sultano di Selangor, Sharafuddin Idris Shah, ha infatti deciso di concedergli la grazia accogliendo la speranza di organizzazioni come Amnesty International e decine di migliaia di persone che dal 2015 si sono mobilitate con appelli e lettere in suo favore.

Shahrul Izani era stato condannato a morte nel 2003 perché trovato in possesso di oltre 600 grammi di cannabis. A nulla valsero i suoi 19 anni e il fatto che fosse incensurato. In Malesia, i reati legati alla droga comportano la pena capitale obbligatoria.

“Questa è una battaglia vinta, perché una vita è stata salvata, ma la guerra contro l’uso della pena di morte continua”,  ha detto Shamini Darshni, direttore esecutivo di Amnesty International Malesia. “Ora che il sultano di Selangor ha accolto la domanda di clemenza di Sharul, speriamo che il governo possa esercitare la sua volontà politica abolendo la pena di morte obbligatoria come primo passo verso l’abolizione totale”.

Lo scorso anno, almeno quattro persone sono state messe a morte. Altre sono in attesa di esecuzione come i fratelli Rames e Suthar Batumalai che rischiano in queste ore l’impiccagione. La vita di Shahrul è salva ma la battaglia per salvarne altre e fermare la pena capitale continua.

Massimo Persotti

L’Oscar 2017 tra colpi
di scena a ripetizione

Jordan Horowitz,Warren Beatty,Jimmy Kimmel

A causa di una busta sbagliata consegnata a Warren Beatty, l’Oscar per il miglior film è stato assegnato a La La Land ma in realtà era stato vinto da Moonlight. I produttori di La La Land avevano anche iniziato il discorso di ringraziamento, poi la clamorosa smentita. Warren Beatty e Faye Dunaway dopo una lunga pausa e guardandosi negli occhi annunciano la vittoria di La La Land. I produttori del musical fanno il loro discorso ma vengono stoppati.

Una scena mai vista nell’evento più straordinario nel mondo dello spettacolo mondiale. La La Land di Damien Chazelle, porta sa casa sei statuette: poco meno della metà delle 14 nomination che potevano consegnarlo alla storia. Ma nella storia resterà comunque, per il clamoroso errore dell’annuncio della settima statuetta per la migliore regia, che invece era andata a Moonlight. Comunque il musical vince l’Oscar come migliore regia, facendo entrare Chazelle nel guinness dei primati: con i suoi 32 anni è il più giovane regista a vedersi assegnato questo premio. Migliore attrice ad una commossa Emma Stone. Miglior fotografia, miglior sceneggiatura, miglior colonna sonora, miglior canzone originale. Gli ospiti dell’Oscar 2017 non si sono mica annoiati, anzi hanno assistito alle Comiche 2. Risate a non finire, anche questo è spettacolo.

Agrippino Castania

“Here’s to you,
Nicola and Bart”

sacco e vanzettiNella nuova era trumpiana dei muri che sostituiscono i ponti e in quella delle grandi migrazioni verso l’Europa da parte di popolazioni provenienti da paesi flagellati da guerre e miserie, è bene ricordare una storia di migrazione e speranza, di sogni infranti e di ideali riabilitati, un storia italiana, americana e molto contemporanea. La storia di Sacco e Vanzetti.

La vicenda di Nicola e Bartolomeo, Nick e Bart come venivano chiamati, è una storia impossibile da dimenticare, un esempio di lotta per la libertà e l’eguaglianza.

È il 1908 quando il ventenne Bartolomeo Vanzetti dal Piemonte emigra in America, la libera, la generosa ‘Merica; l’anno dopo ad arrivare dalla Puglia nella terra delle possibilità è Fernando Nicola Sacco allora diciassettenne. Le loro strade però non si incroceranno fino al 1916, anno in cui entrambi entrano a far parte di un collettivo anarchico italoamericano. Sono gli anni della Grande Guerra e Nick e Bart, pacifisti convinti, decidono insieme ad altri di fuggire in Messico per non essere chiamati alle armi, per non dover combattere per quel Paese che non li ha accolti come figli, che li ha emarginati e sfruttati. Sono gli anni della presidenza di Woodrow Wilson, sotto la cui amministrazione viene introdotta la segregazione razziale nel governo federale, gli anni della paura della cospirazione ‘rossa’ e dell’insidia sovversiva; gli italiani, anarchici e indomabili, vengono sempre più spesso controllati dall’amministrazione americana: bisogna dimostrare al mondo che si ha mano ferma dinnanzi ai pericoli eversivi. Nicola e Bartolomeo con i loro ideali rappresentano, come molti allora, una minaccia.

Sacco è un grande lavoratore, fa l’operaio in un calzaturificio a Milfort, una cittadina del Massachusetts; lavora più di dieci ore al giorno per sei giorni la settimana. Partecipa attivamente a manifestazioni e proteste per i diritti dei lavoratori e quando la sera, stanco, torna a casa ad aspettarlo trova l’amatissima moglie Rosina e i figli Dante e Ines. Sacco, nelle sue lettere, descrive lucidamente lo sfruttamento lavorativo degli immigrati sotto lo stretto controllo dei “bosses”, una pratica che non si allontana affatto dal moderno caporalato che specula con lucidità criminale sulla manodopera dei migranti e non solo.

Quella di Vanzetti è un anima diversa, più inquieta e avventurosa, legge avidamente Zola, Marx, Tolstoj e Darwin ma anche Dante e Leopardi; fa il pescivendolo perché da operaio della Cordage Company di Plymouth aveva guidato una rivolta di lavoratori che protestavano per la riduzione delle ore di lavoro e per un equo salario, e da allora nessuno più aveva voluto offrirgli un lavoro.

Entrambi tornano dal Messico in Massachusetts alla fine della guerra; tra di loro nasce una grande amicizia, e condividendo gli stessi ideali si schierano dalla parte dei deboli e degli oppressi, dei semplici e dei perseguitati. Non sanno però di essere nell’elenco segreto che il Dipartimento di Giustizia ha compilato includendovi coloro che professano idee contrarie all’ordine pubblico. E’ in quel contesto difficile che muore in circostanze misteriose, precipitando dal quattordicesimo piano dell’edificio di polizia dove è trattenuto, Andrea Salsedo un anarchico siciliano amico di dei due. Vanzetti, Sacco e altri compagni, ormai consapevoli del clima di terrore che si sta instaurando, decidono di nascondere il materiale di propaganda in loro possesso. Ciò che emerge dalle lettere dei due italiani è che Sacco stava preparando bagagli e documenti perché aveva deciso di tornare in Italia, deluso e amareggiato dall’esperienza americana.

È troppo tardi: Sacco e Vanzetti vengono arrestati a Bridgewater e trattenuti in carcere con l’accusa di possesso illegale d’armi; accusa che verrà tramutata dopo poco in rapina e duplice omicidio perché l’occasione di colpire finalmente gli ideali in cui i due anarchici credono è arrivata: circa un mese prima Frederic Parmenter e Alessandro Berardelli restano uccisi in una rapina a mano armata nel calzaturificio Slater&Morrill a South Braintree. I testimoni, che riferiscono di aver visto degli uomini bruni e tarchiati, fanno pensare agli investigatori che potrebbe trattarsi di italiani. Durante il processo sono molti i momenti in cui il procuratore distrettuale Frederick Katzmann e il giudice Webster Thayer dimostrano chiari atteggiamenti razzisti nei confronti dei due imputati, definiti “bastardi anarchici” e Wops, termine denigratorio con cui venivano chiamati molti immigrati italiani.

Nel processo di Dedham per l’omicidio di South Braintree, Sacco e Vanzetti indignati protestano invano contro il traduttore Joseph Ross, amico del giudice Thayer che manipola in inglese le loro affermazioni. Il 14 luglio 1921, dopo un anno di processo, nonostante le prove insufficienti a loro carico, vengono dichiarati colpevoli di duplice omicidio di primo grado e condannati a morte. L’istanza di rinnovo del processo e le successive 4 eccezioni deposte dalla difesa vengono tutte respinte. Nemmeno un debole spiraglio di luce entra nelle buie celle dove sono rinchiusi. L’unica speranza arriva inaspettata dopo 4 anni, nel 1925, quando il gangster portoricano Celestino Madeiros, rinchiuso nello stesso carcere di Sacco a Dedham, confessa di aver partecipato alla rapina di South Braintree e indica nella banda dei fratelli Morelli i colpevoli del duplice omicidio, scagionando di fatto i due anarchici italiani. Il giudice Thayer respinge però anche la mozione deposta dopo la confessione di Madeiros. La grande macchina della giustizia americana è contro di loro.

Il 9 aprile del 1927 venne confermata la condanna a morte; pochi giorni dopo Vanzetti, ancora fiducioso al contrario dell’amico Sacco, firma la richiesta di clemenza; il governatore del Massachusetts, Alvan T. Fuller, la rifiuta.

Nonostante la mobilitazione di attivisti e intellettuali come Albert Einstein, Bertrand Russell, George Bernard Shaw, Dorothy Parker e Alice Stone Blackwell, che con Vanzetti intratterrà anche una commuovente corrispondenza epistolare dal carcere, per i due sfortunati italiani non c’è più nulla da fare.

Restano ormai solo i giorni dei ricordi: come quelli di un giovanissimo Vanzetti che appena arrivato in America, di fronte a quella nuova realtà così diversa dal suo paese, ripensava alla sensazione provata, così forte e sconcertante, in cui “I migranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolore che pesa così tanto su chi è appena arrivato”.

E’ il 23 agosto del 1927, da poco è passata la mezzanotte e le luci del penitenziario di Charlestown brillano quattro volte. E’ il segno che la condanna è stata eseguita. Nick e Bart sono morti, dopo sette anni di carcere, giustiziati sulla sedia elettrica a 6 minuti di distanza l’uno dall’altro. Le ultime parole di Sacco furono “Viva l’anarchia!” e poi un pensiero commosso alla moglie e ai figli.

Condannati ingiustamente perché anarchici e immigrati italiani, perché credevano profondamente e con coerenza nei loro ideali, la memoria di “Nick” e “Bart” è stata formalmente riabilitata solo nel 1977, quando l’allora governatore del Massachusetts Michael Dukakis, ha riconosciuto ufficialmente l’errore giudiziario.

Nel 1921, dalla prigione, Vanzetti aveva scritto: Cercai la mia libertà nella libertà di tutti, la mia felicità nella felicità di tutti. Compresi che l’eguaglianza di fatto, nelle necessità umane, di diritti e di doveri, è l’unica base morale su cui può reggere l’umano consorzio. Strappai il mio pane con l’onesto sudore della mia fronte; non ho una goccia di sangue sulle mie mani, né sulla mia coscienza.

Da ottant’anni, ogni 23 agosto, viene proclamato il S.&V. Memorial Day. Sul documento, scritto dal governatore Dukakis per l’occasione, si legge: “Il processo e l’esecuzione di Sacco e Vanzetti devono ricordarci sempre che tutti i cittadini dovrebbero stare in guardia contro i propri pregiudizi, l’intolleranza verso le idee non ortodosse, con l’impegno di difendere sempre i diritti delle persone che consideriamo straniere per il rispetto dell’uomo e della verità”.

Giuliana Salvi
Blog Fondazione Nenni

Roma ricorda Valerio Verbano, 37 anni dopo

valerio-verbanoAnche quest’anno, il 22 febbraio, c’è stato il ricordo di Valerio e oramai anche della mamma Carla Verbano, con la deposizione alle 16 alla lapide in via Monte Bianco e dopo le 17, un corteo cittadino che si è snodato per le vie della zona.
37 anni fa, in quelli che ancora sono ricordati come gli anni di piombo, il 22 febbraio 1980 un commando di estrema destra assassinò Valerio Verbano, giovane militante di sinistra, nella sua casa in via Monte Bianco, nel quartiere di Montesacro. Valerio aveva appena 19 anni quando venne assassinato in casa con i suoi genitori, irrompono tre uomini, più o meno mascherati con due pistole: legano e imbavagliano i genitori con del nastro adesivo, li tengono sottomira e sparano al giovane.
Roma in quegli anni è divisa a macchia di leopardo: ci sono i quartieri di destra e quelli di sinistra, le scuole di destra e quelle di sinistra.
Verbano svolge dapprima un’attività di documentazione molto importante sugli sfratti nei quartieri popolari, documentati a fini di rappresentazione politica, poi usa il teleobiettivo per quell’attività di catalogazione, schedatura e documentazione dell’ambiente eversivo della destra romana; redige un vero e proprio fascicolo, poi chiamato Dossier Nar (Nuclei armati rivoluzionari), nel quale raccoglie nomi, foto, luoghi di riunione, amicizie politiche e presunti legami dei neofascisti con gli apparati dello Stato. Proprio la sua attività contro i Nar gli costa la vita. L’omicidio è attribuibile fin da subito all’area dell’estrema destra, in particolare al gruppo dei Nar, ma le indagini della magistratura non approdano a nulla e presentano anzi gravi errori e depistaggi.
Oggi Roma lo ricorda ancora: il Consigliere metropolitano Paolo Ferrara, in rappresentanza della Città metropolitana di Roma Capitale, e il vicesindaco Luca Bergamo hanno deposto una corona d’alloro sulla lapide commemorativa dell’uccisione di Valerio Verbano.
Anche Napoli ha voluto ricordare il giovane ucciso in casa. Pietro Spaccaforno, militante del Centro sociale Insurgencia di Napoli, a margine della commemorazione che si è tenuta stamattina a Scampia in memoria di Valerio Verbano ha affermato: “Non assicuriamo un corteo pacifico in occasione della venuta di Salvini qui a Napoli: speriamo in un corteo colorato e partecipato, ma che abbia anche un senso di conflitto verso chi porta odio nelle città italiane”.