Sanremo, stessa minestra noiosa e mal riscaldata

de filippi contiSerata conclusiva del 67esimo Festival di Sanremo, durante la quale è stata proclamata la canzone vincitrice. In linea generale, la strana coppia Conti-De Filippi si rivela la peggiore di sempre: manca di alchimia, di vivacità, persino di professionalità: Conti si gela di fronte al minimo imprevisto e la De Filippi sembra ci stia facendo un piacere a sostare là, una presenza impalpabile, inespressiva e del tutto superflua. In più non si capisce perché i pezzi grossi della musica italiana, come Giorgia, Carmen Consoli, Zucchero e Tiziano Ferro, siano invitati in qualità di super ospiti invece di sporcarsi le mani partecipando, magari al posto dei vari Bernabei, Atzei, Comello, Elodie. La gara ne avrebbe guadagnato. Sono difatti piuttosto scadenti nel complesso i brani in gara quest’anno, fatte le poche dovute eccezioni – tutte al maschile -, il che contribuisce a rendere quest’edizione del Festival la più brutta e insignificante da diversi anni a questa parte.
La quarta serata sanremese scorre via senza lasciare traccia, noiosa come le tre che l’hanno preceduta. Andiamo dunque ad esaminare i brani dei big ascoltati venerdì:

RON – L’ottava meraviglia
Dispiace dirlo, ma in questo pezzo le cose che non funzionano sono diverse: anzitutto il testo, spoglio e a tratti jovanottiano: “l’ottava meraviglia del mondo siamo io e te” è la frase si cui poggia l’intero pezzo ed è a dir poco stomachevole. Anche le strofe mancano di musicalità. Meglio l’inciso, pur se nel solco della tradizione all’italiana.
VOTO: 4

CHIARA – Nessun posto è casa mia
Niente che non sia già stato detto: da quando Chiara è uscita da X-Factor non è mai riuscita a brillare. Il suo è stato un percorso scialbo, fatto di canzonette, spot pubblicitari e facili rime. Quest’anno prova a guadagnare terreno con una canzone incredibilmente ambiziosa nella sua mediocrità: troppe parole, troppa piattezza. Musicalmente tediosa, malgrado Chiara ci metta la sua impeccabile vocalità, come sempre. Molto meglio il brano con cui si presentò l’anno scorso, “Straordinario”, scritto da Ermal Meta.
VOTO: 4.5

SAMUEL – Vedrai
Una canzone che potrebbe anche essere carina se non fosse che Samuel, con o senza il suo gruppo Subsonica, è da 10 anni che ci propina sempre la stessa minestra riscaldata. Sarebbe interessante se anche gli artisti italiani più blasonati iniziassero a sperimentare un minimo anziché adagiarsi perennemente nella loro comfort zone.
VOTO: 5

AL BANO – Di rose e di spine
Mette un po’ tristezza sentire Al Bano in difficoltà e con la voce castrata, anche perché “Di rose e di spine” è una canzone parecchio datata che avrebbe richiesto un’interpretazione possente. Forse sarebbe stato meglio concedersi un periodo di pausa dopo il doppio infarto che lo ha colpito a dicembre…
VOTO: 4

ERMAL META – Vietato morire
Dopo tanti anni di gavetta durante i quali l’artista di origini albanese ha scritto per una pletora di artisti pop italiani (Annalisa, Sergio Sylvestre, Francesco Renga) pare proprio che il 2017 sia il suo anno. L’incredibile interpretazione fatta di “Amara Terra Mia” vince, a ragione, la serata delle cover. Ma il pezzo con cui si presenta in gara, “Vietato morire”, è una scelta di comodo, con quel ritornello urlato e monocorde e la tematica, delicata e attuale ma anche un po’ ruffiana, della violenza domestica. Può e dovrebbe fare molto meglio di così.
VOTO: 5.5

MICHELE BRAVI – Il diario degli errori
Il giovane e controverso vincitore di X-Factor nel 2013 ritorna su un palco importante, dopo molti anni di consapevole assenza dal mondo televisivo. A dargli manforte tre degli autori più quotati di questi anni: Cheope (pseudonimo di Alfredo Repetti, figlio di Mogol), Federica Abbate e Giuseppe Anastasi. L’emozione è tangibile ma la canzone c’è. Anche la voce, per quanto gentile e discreta, la veste molto bene.
VOTO: 6

FIORELLA MANNOIA – Che sia benedetta
Una canzone di una banalità sconcertante, scritta non a caso per lei da Amara, che avevamo avuto modo di conoscere prima ad Amici di Maria De Filippi, poi come autrice ancora nel grembo di Amici (Loredana Errore, Emma Marrone) e poi proprio a Sanremo, nella categoria “Nuove Proposte” con un brano che potrebbe essere il fratello gemello di quello cantato dalla Mannoia. L’interpretazione potente ed elegante della cantante romana non basta ad elevare una canzone brutta e paracula. Ma proprio per questo rischia di vincere, come fece Vecchioni con l’orribile “Chiamami ancora amore” nel 2011.
VOTO: 4

CLEMENTINO – Ragazzi fuori
Nell’inciso fatica molto a starci con il fiato. Il resto non è male, ma parecchio al di sotto rispetto a quanto fatto in passato.
VOTO: 4

LODOVICA COMELLO – Il cielo non mi basta
Non si sa come sia finita nella sezione “big” del festival, ma più che altro non si capisce come questa canzone abbia potuto ricevere l’ok da parte del direttore artistico. Carlo Conti, potresti illuminarci? In tutta onestà, si fa fatica a credere che non ci fossero pezzi e interpreti migliori. Dal canto suo, la giovane attrice ce la mette tutta per quanto nelle sue possibilità, ma non basta.
VOTO: 3

GIGI D’ALESSIO – La prima stella
Patetica, ridondante, banale (“Ed ho sperato/ mentre guardavo con gli occhi in su/ che la prima stella accesa/ quella fossi tu”). Non basta? Perfetto, allora aggiungiamoci anche che D’Alessio ha spudoratamente stonato sulle note alte.
VOTO: 2

PAOLA TURCI – Fatti bella per te
Poteva mai mancare un po’ di femminismo di bassa lega anche a Sanremo, che notoriamente è lo specchio della tangibile mediocrità italiana? Una Turci irriconoscibile, presenta una canzone facilotta, finto rock, tutta in salita (o meglio, urlata) e infarcita di frasi a là facebook (“non ti trucchi e sei più bella”, “sei più bella sovrappensiero”). Come sempre, incomprensibile l’entusiasmo di tanti “critici” e giornalisti di fronte ad una canzone semplicemente inconsistente.
VOTO: 3

MARCO MASINI – Spostato di un secondo
Bisogna aspettare un bel po’ prima di poter ascoltare un accenno di pianoforte e di violini da parte della povera orchestra. E anche un briciolo di sana malinconia e carica drammatica, dopo il rivoltante buonismo sbraitato da quasi tutti in questo festival. Un artista che ha di volta in volta il coraggio di cambiare e uno dei pochi in grado di affrontare il palco dell’Ariston con un brano che conferisca un minimo di dignità alla lingua italiana grazie a rime leggere ma non banali (“Io che con la nicotina non ho fatto pace/ vorrei tornare lì per non provare nemmeno/ Vedere da grande come diventa una voce/ se non la vizi con trent’anni di veleno”).
L’intensità del pezzo viene rinvigorita, oltre che dal peculiare timbro del cantante, anche dall’intreccio vocale sul finale.
VOTO: 7.5

FRANCESCO GABBANI – Occidentali’s karma
E bisogna aspettare ancora un po’ per ascoltare una canzone che non parli d’amore e che si fregi di un ritmo scanzonato. Gabbani, vincitore nella sezione “Nuove Proposte” lo scorso anno, si conferma con un altro tormentone, in cui fa il verso all’intellettualismo saccente da social network (“intellettuali nei caffè/internettologi/ soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi/ L’intelligenza è démodé/ risposte facili/ dilemmi inutili”). Il titolo rappresenta una provocazione al modo di vivere di noi occidentali, sempre presi da piccole e insensate vanità e da un progresso sterile e solipsistico (“Piovono gocce di Chanel/ su corpi asettici/ mettiti in salvo dall’odore dei tuoi simili” e ancora “La folla grida un mantra/ l’evoluzione inciampa/ la scimmia nuda balla”). Il balletto con la scimmia richiama Battiato, che sembrerebbe proprio essere tra le preferenze artistiche del cantautore toscano.
Voce non indimenticabile ma finalmente si balla e si riflette persino a Sanremo, quindi va bene così.
VOTO: 6.5

MICHELE ZARRILLO – Mani nelle mani
Zarrillo ritorna al Festival dopo anni con un brano costruito male, oltre che stucchevole: è infatti evidente la flagrante sproposizione tra l’esiguità della trama musicale e la sovrabbondanza verbale nelle strofe.
VOTO: 4

BIANCA ATZEI – Ora esisti solo tu
Bianca Atzei non la si vede né sente mai durante l’anno, se non su RTL 102.5, che prova a pomparla inutilmente da anni. Compare solo a Sanremo, con l’immancabile brano scritto da quell’abile paroliere che risponde al nome di Kekkodeimodà.
Sentendo odore di eliminazione, ieri sera la Atzei ci prova anche con la pantomima della commozione. Ma non funziona: che “Ora esisti solo tu” sia una canzone di rara bruttezza e che lei sia un’interprete priva di personalità e consistenza artistica è ormai un dato di fatto.
VOTO: 2

SERGIO SYLVESTRE – Con te
Big Boy incanta con la sua voce soul, ma la canzone è debole e sa di già sentito, nonostante lo zampino di Giorgia.
VOTO: 5

ELODIE – “Tutta colpa mia”
La delfina di Emma Marrone si presenta con un pezzo scritto da Emma Marrone, cantato come Emma Marrone. Insomma, uno strazio annunciato.
VOTO: 3

FABRIZIO MORO – “Portami via”
Un brano che probabilmente si posizionerà in alto, più come riconoscimento alla carriera del suo autore, che ha saputo conquistarsi una certa credibilità come paroliere per altri artisti (Noemi, Fiorella Mannoia, Stadio, Emma Marrone), che per il brano in sé. “Portami via” è infatti una power ballad alla Vasco Rossi, in grado di arrivare dritto al cuore del pubblico sanremese ma che di fatto si poggia su fondamenta barcollanti.
L’esibizione vocale, troppo imprecisa, non ha certo aiutato.
VOTO: 5.5

GIUSY FERRERI – “Fa talmente male”
La canzone che sicuramente sentiremo di più nelle radio, nonostante l’eliminazione. Martellante ed efficace, anche se Giusy Ferreri non azzecca una nota neanche per sbaglio.
VOTO: 4.5

ALESSIO BERNABEI – “Nel mezzo di un applauso”
L’ennesimo pezzo scritto da Dario Faini e Roberto Casalino. Non sarà che c’è un’evidente penuria di buoni autori nel mondo mainstream italiano? Questo è evidentemente un brano inutile e butto, cantato da un ragazzo che sicuramente potrebbe impiegare le sue energie in qualcos’altro.
VOTO: 1

Giulia Quaranta
Quality Time

Crisi dei partiti e crisi della democrazia

partiti 2Peter Mair, in “Governare il nuovo. La fine della democrazia dei partiti”, affronta il problema della crisi della democrazia popolre, tematica – egli afferma – “che affonda le sue radici nella problematica ben più ampia della frattura fra politica e democrazia popolare”; egli inoltre analizza, in conseguenza della perdita del ruolo tradizionale del sistema dei partiti, come il “controllo sul processo decisionale politico” sia uscito fuori dalla ”portata del normale cittadino; le conclusioni cui Mair arriva prefigurano un processo in itinere in cui, da un lato, i partiti non riescono più a svolgere il ruolo al quale erano stati chiamati dopo il sorgere dello Stato di diritto e, dall’altro, la democrazia tende a sua volta ad adattarsi al cambiamento, con il risultato che “i partiti diventano sempre più deboli e la democrazia ancora più ridimensionata”.

Senza il sistema dei partiti – afferma Mair – “ci si trova in una situazione di assenza della democrazia”, oppure in presenza di un modello di governo ancora “definito democratico”, in cui il riferimento al popolo è però ridimensionato, se non addirittura rimosso, poiché esso (il riferimento) è strettamente legato all’esistenza dei partiti. In conseguenza di ciò, è inevitabile il formarsi di una democrazia costituzionale “post-popolare”. A fronte del “vuoto” democratico, che viene così a formarsi, emergono altri modelli di governo, sorretti da teorie del rinnovamento democratico che propongono “nuove forme di politica istituzionale”. Queste teorie – afferma Mair – condividono tutte l’interesse a “trovare o definire una nozione di democrazia che in primo luogo funzioni; che sia accettata in quanto legittima; e, da ultimo, che non ponga più al centro la nozione di controllo popolare o di responsabilità elettorale”.

La causa del crollo del sistema dei partiti è, a parere di Mair, duplice: da un lato, perché i partiti hanno perso, o stanno perdendo, la capacità di coinvolgere i cittadini, la cui partecipazione elettorale, soprattutto a partire dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, ha manifestato un trend orientato sempre più verso il basso, coniugato a un senso di appartenenza partitica in declino; dall’altro lato, perché i cittadini sono risultati sempre meno disposti a lasciarsi coinvolgere dai partiti. In presenza della convergenza di questa doppia e tendenza, i partiti politici possono ancora presentare validi motivi programmatici per motivare all’azione i leader politici, ma, di fatto, i programmi politici sono utilizzati dai leader stessi “come rampa di lancio per raggiungere altri uffici e posizioni”. In sostanza, i partiti starebbero fallendo perché l’arena della democrazia partitica, in cui “i cittadini interagivano con i loro leader politici e condividevano un senso di appartenenza partitica, è venuta meno”.

La democrazia partitica, perciò, si è indebolita, e ciò si è tradotto nel disimpegno popolare dalla politica attiva e nell’affievolimento dell’interesse dei leader politici per le istituzioni dello Stato. Questo processo ha portato con sé alcune conseguenze per la democrazia popolare tutte negative: in primo luogo, il crescente vuoto che si è creato tra governanti e governati ha “facilitato l’emergere della sfida populista che attualmente caratterizza molte delle avanzate democrazie europee”, ma anche una condivisa ostilità nei confronti della classe politica; in secondo luogo, l’indebolimento della democrazia partitica, seguito all’allentamento del rapporto tra governanti e governati, è valso ad affermare una “crescente accettazione e legittimazione dei processi decisionali non-politici o depoliticizzati”, quali sono, ad esempio, i processi decisionali di molte istituzioni dell’Unione Europea e, ad un livello ancora più generale, quelli delle agenzie internazionali, come l’Organizzazione per il Commercio Mondiale, il Fondo Monetario internazionale ed altre ancora; in terzo luogo, l’allentasi del rapporto tra governanti e governati ha anche originato la propensione dei cittadini e dei politici a cercare la soluzione a controversie e problemi di natura politica “attraverso soluzioni giudiziali”, in luogo di soluzioni politiche.

In conclusione, negli ultimi decenni, a parere di Mair, il mondo dei partiti politici, o dei leader politici, si è separato dai cittadini, per cui la democrazia partitica si è trasformata in una “democrazia del pubblico”, lasciando aperta la questione se a determinare la crisi della democrazia popolare sia il crescente disimpegno degli elettori ad essere responsabili dell’”emergere di questa nuova forma di democrazia politica, o se, al contrario, si tratti di una nuova forma di democrazia politica che incoraggia questo disimpegno”. Quel che è certo – afferma Mair – è che i “due fenomeni si alimentano a vicenda. Nel momento in cui i cittadini lasciano l’arena della politica nazionale, inevitabilmente indeboliscono gli attori che continuano a muoversi quell’arena, ovvero i partiti politici. E ciò, a sua volta, è parte di, e promuove, la cosiddetta ‘democrazia del pubblico’”.

La crisi della democrazia popolare balza in modo particolarmente evidente allorché di passa a considerarla a livello dell’Unione Europea, dove sinora è stata percepita, errando, solo come “deficit di democrazia”. Alla luce dell’analisi di Mair, il problema del deficit di democrazia può essere meglio compreso se considerato come esso è sorto, analizzando l’esperienza istituzionale vissuta dai popoli europei, sin dalla stipula dei Trattati istitutivi della Comunità Europea. Le istituzioni europee, infami, sono venute lentamente a configurarsi come un sistema politico, costruito dai leader politici nazionali, estraneo all’esperienza tradizionale dei partiti; in altri termini, come un sistema istituzionale al cui interno il processo politico poteva “evadere – afferma Mair – i limiti imposti dalla democrazia rappresentativa”.

Il sistema istituzionale che è nato a livello europeo, infatti, non ha nulla dei caratteri minimi di una democrazia autenticamente popolare; non possiede cioè nessuno dei caratteri minimali propri della definizione di democrazia che ne ha dato, ad esempio, Joseph Alois Schunpeter; secondo il quale, com’è noto, la democrazia è un sistema che richiede libera competizione per un libero voto, che procedurizza il classico accordo istituzionale, attraverso il quale i cittadini che lo legittimano perseguono il raggiungimento di decisioni politiche attraverso leader politici che divengono loro rappresentanti attraverso un confronto competitivo per la conquista del voto popolare.

Ora, questi caratteri minimali stanno cessando, o sono del tutto cessati, d’essere “considerati garanti assoluti della legittimità”, nel senso che ora le strutture del potere e del processo decisionale sembrano aver bisogno d’“essere protette dall’azione popolare e dai suoi ‘input’ eccessivi”. In altre parole, sembra essere divenuto necessario creare e proteggere le procedure decisionali “dagli ostacoli posti dagli obiettivi di redistribuzione” perseguiti normalmente dai partiti, salvaguardando gli obiettivi perseguibili dalle “inclinazioni predatorie dell’élite politica transitoria”.

La logica sulla quale si è consolidato il funzionamento delle istituzioni europee ha avuto un impatto negativo diretto sui partiti nazionali e sulle modalità che regolano la loro competizione: innanzitutto, perché il processo decisionale europeo ha ridimensionato il ruolo dei partiti, sia in quanto uno dei principali effetti dell’architettura istituzionale europea è stato quello di limitare lo “spazio politico” della competizione tra i partiti attraverso l’armonizzazione delle politiche nazionali, che ha imposto un processo forzato di convergenza all’interno dell’area europea; in secondo luogo, perché l’Unione ha limitato le capacità dei governi nazionali con la riduzione degli “arnesi politici” a disposizione, attraverso lo spostamento del processo decisionale dal livello nazionale a quello europeo, come avviene, ad esempio per il governo della “moneta unica”, attraverso le decisioni della Banca Centrale Europea; in terzo luogo, perché l’Europa ha avuto l’effetto di impedire “quelle che a lungo sono state pratiche politiche standard”, perché considerate interferenti con il funzionamento del libero mercato, quali quelle connesse all’attuazione, ad esempio, delle politiche keynesiane di stabilizzazione dell’attività economica e di ridistribuzione del prodotto sociale.

Tutti i limiti indicati hanno finito col ridurre la competitività dei partiti nazionali, diminuendo le potenziali differenze dei governi che si succedono all’interno dei singoli Paesi membri. Ciò, lentamente, ha concorso, per un verso, a diminuire il significato delle politiche pubbliche e, per un altro, a rendere la competizione politica sempre più depoliticizzata. In questo modo, afferma Mair, l’Unione europea, anziché dare origine a uno Stato democratico è divenuta uno “Stato regolatore”. L’Unione, in definitiva, è divenuta un sistema che “non può essere adeguatamente penetrato o al quale non si può avere accesso attraverso elezioni e partiti, ovvero attraverso i tradizionali organi e canali rappresentativi”; l’Unione è divenuta un sistema che è aperto a una gamma estesa di “agenzie”, “organizzazioni” e “attori”, ma nello stesso tempo è diventata una struttura inaccessibile ai detentori della sovranità politica, ovvero agli elettori.

A parere di Mair è su questo punto che ci si deve porre gli interrogativi del perché è stata creata un’Europa “apolitica” e del perché le sue istituzioni non sono motivate ad essere propriamente democratizzate, al fine di procurare un effetto positivo a cascata sulla competitività politica dei partiti nazionali. Per Mair, le ragioni possibili sono diverse: intanto, perché è sempre mancato il riferimento ad un “demos” europeo, a causa della mancata unificazione politica dei Paesi che hanno aderito al “progetto europeo”; in secondo luogo, perché i “decisori politici” sono sempre stati tendenzialmente motivati ad agire in funzione dei propri interessi “particulari”, piuttosto che in funzione del bene comune; infine, perché, più fondatamente, l’Europa è stata costruita per “fornire un’alternativa alla democrazia convenzionale”: da un lato, per via del consolidato antico convincimento che “i meccanismi della democrazia popolare fossero diventati “sempre più incompatibili con le necessità dei policy-makers”; dall’altro, per via dell’altro antico convincimento che il problema delle elezioni imponesse “un limite tropo forte alla capacità dei governi di prendere decisioni per il bene comune”.

Qual è la conseguenza di tutto ciò? L’Unione Europea – conclude Mair – si è dotata di un sistema politico che rappresenta “una soluzione ai problemi politici e alle questioni di credibilità che i decision-makers e “i loro clienti” hanno dovuto affrontare, offrendo un mezzo per istituzionalizzare un sistema regolatore che non sempre può essere percorribile se dipendente dalle oscillazioni della politica elettorale”. In conseguenza di ciò, da parte di una folta schiera di “costruttori” di sistemi istituzionali, vi è stato uno sforzo orientato, non al ricupero delle democrazia popolare a livello europeo ed a livello nazionali, ma unicamente orientato a “ridefinire il concetto di legittimità”, in modo da configurare l’Unione Europea come un sistema di governo che non sia “convenzionalmente democratico”.

È vero che di continuo si sostiene che il sistema politico europeo è democratico, solo perché è “aperto e accessibile” alla rappresentanza degli interessi organizzati; ma è altrettanto vero che si tratta di un sistema politico che manca degli elemento costitutivi di una vera democrazia popolare. In particolare, nel governo dell’Unione, manca ogni dinamica governo-opposizione e, quel che è fonte di maggior stravolgimento del senso della democrazia quale si era affermato dopo il secondo conflitto mondiale, manca di un’opposizione. Fatto, questo, che si sta ribaltando anche a livello nazionale, dove l’impatto dell’Unione Europea “vuole” che le decisioni politiche nazionali si allineino a quelle assunte a livello sopranazionale, (chi non ha udito in questi ultimi anni affermare l’urgenza dell’adozione di un provvedimento impopolare solo perché l’”Europa lo vuole”?).

Non è casuale e privo di senso, perciò, il diffondersi, a livello di opinione pubblica nei diversi Paesi membri dell’Unione, dell’euroscetticismo, destinato non certo ad esaurirsi, sin tanto che non si porrà rimedio alle cause reali, globalizzazione, sue istituzioni e sua ideologia, che sinora hanno ispirato solo un pensiero post-democratico.

Gianfranco Sabattini

I vegani influiscono sul paniere dell’Istat

VegansI dati pubblicati dal RAPPORTO VEGANOK ITALIA 2017 promosso e curato dall’Osservatorio VEGANOK, lo hanno anticipato all’inizio dell’anno: numeri che testimoniano una tendenza ancora più marcata verso una scelta vegan: puntualmente è arrivata una importante conferma perché il nuovo paniere Istat per il calcolo dell’inflazione ha incluso le preparazioni vegane.

Dal rapporto 2017 si evince che sono attualmente il 2,6% le persone che si dichiarano vegane in Italia, di cui il 59% donne e il 41% uomini; i primi 10 mesi del 2016 hanno visto un decremento rispettivamente del 5,8% per le carni rosse, del 5,3% per i salumi e del 3,2% sui prodotti caseari. Sono numeri significativi se si pensa che a questi cali corrispondo interessanti aumenti di prodotti vegan: latti vegetali (+19%), zuppe (+37%), piatti pronti, condimenti, salse e sostituti dei secondi piatti (+27,1%).

Il “RAPPORTO VEGANOK ITALIA 2017” è prodotto dall’Osservatorio VEGANOK, sotto la guida della Dottoressa Paola Cane, specializzata in analisi di mercato con esperienze internazionali di altissimo profilo. Il RAPPORTO VEGANOK ITALIA 2017 è la prima e unica fonte accreditata, competente e autorevole del settore, unico riferimento per brand di varie categorie merceologiche (con produzione vegan o che aspirano a introdurre un comparto produttivo vegan), accessibile e consultabile da stampa e associazioni.

L’Osservatorio VEGANOK delineerà ogni anno in modo preciso quello che è il trend di acquisto vegan analizzandone le direzioni di espansione, in grado di profilare la popolazione vegan definendone il target dal punto di vista del marketing e sotto il profilo sociodemografico e geografico. Analizza le motivazioni dei cittadini che hanno fatto questa scelta, per poi poter prevedere le direzioni di sviluppo del veganismo, e misurare quanto questa evoluzione si possa consolidare ulteriormente fino a diventare un cambiamento così importante da poter essere definito rivoluzionario.

Si ha conferma di una popolazione consapevole e che quando compera vuole conoscere gli ingredienti di quello che acquista perché ambisce alla qualità e al valore del cruelty free. Persone virtuose che desiderano vivere in modo armonico, difendendo scelte di rispetto non solo nei confronti dei propri simili ma anche di tutte le specie animali e del Pianeta. I cittadini vegani non amano gli sprechi perché impattano sull’ambiente, ma hanno stili di vita normali e quindi si nutrono, si vestono, lavorano con le tecnologie e acquistano in varia misura prodotti confezionati e di largo consumo, privilegiando quelli più vicini alle loro necessità e bisogni.

Lazarillo, antieroe moderno e attuale

bambinoAntieroe castigliano

Il periodo è quello in cui protagonisti dei romanzi erano per lo più i cavalieri della tradizione cavalleresca. Lazarillo è invece un ragazzino, orfano e solo, in perenne ricerca del suo posto nel mondo. Non ha la spada, non è virtuoso, a muoverlo non è l’amore verso una dama né l’onore o il senso patriottico, bensì la fame. Al contempo non è neanche una vittima, non cerca mai di muovere a compassione.
È un fanciullo senza valore e senza valori, che nel romanzo ci fa addentrare nel viaggio febbrile, a tratti compulsivo, che è la sua esistenza.

Satira sulle ipocrisie di un’epoca

Il linguaggio comico dell’anonimo autore che scrisse il romanzo nel 1554, mitiga e distende l’atmosfera, rendendo quasi ovattata l’inquietudine che si cela dietro le peripezie di Lazaro.lazarillo
Il protagonista cerca di rimanere a galla in una società che sembrerebbe invece mandarlo perennemente a fondo, e non è un caso che l’unico tratto distintivo del suo carattere ad emergere chiaramente è la determinazione. È grazie alla determinazione, infatti, se riesce a superare i soprusi dei suoi padroni, la fame e la stanchezza. Ed è grazie ad essa che riesce sempre a trovare il modo di trarre vantaggio dalle situazioni. Cosa non facile, in quella Spagna di Carlo V che già mostrava evidenti segni di deterioramento morale e politico. Una società viziata da miseria umana e ipocrisie compiacenti, così ben rappresentate dalla figura dello scudiero caduto in rovina che viveva, poverissimo, in una stanza buia, senza mai mangiare né dormire dignitosamente, ma che pure andava a passeggiare vestito di tutto punto, con aria fiera e altezzosa, antesignano del compatriota Don Chisciotte.
Era infatti Lazaro, nel periodo in cui gli fu servo, a sfamare il padrone-scudiero, anziché il contrario, in un rovesciamento comico che oppone la morale pratica e disincantata di un picaro a quella aristocratica e putrescente di un hidalgo.
Un interessante abbozzo di satira.

Romanzo moderno e realismo

È indiscutibile che Lazarillo faccia simpatia. Perché appare al lettore tremendamente vero nel suo oscillamento morale e umano, nel suo non avere un baricentro sociale, nel suo essere inclassificabile secondo un prototipo. Lo si sente vicino per via della sua imprescindibile modernità: pur essendo per noi impossibile impersonarci nelle sue disavventure ambientate tra Tejares, borgo natio, e Toledo, la capitale, il suo modo di agire e soprattutto di parlare, così agile, colloquiale ma sempre acuto, ci risulta straordinariamente espressivo.
Lazarillo de Tormes aprirà le danze al genere picaresco in letteratura, dove l’idealismo lascia il posto al materialismo della propria abiezione: “nel dubbio che si tratti di una storia vera e autentica o di letteratura d’immaginazione, […] è l’atto di nascita del romanzo realista?”. (1)

Romanzo di formazione al contrario

Molte cose, come si è visto, appaiono, nel Lazarillo de Tormes, rovesciate rispetto alla consuetudine. Salta subito all’occhio che la storia, suddivisa in sette parti (quanti i padroni avuti da Lazaro), si configura come un bildungsroman – ossia un romanzo di formazione – ma al contrario. Lazarillo è costretto a lasciare presto la famiglia e ad avventurarsi entro un’infanzia girovaga, ma durante le sue peripezie non apprenderà virtù e valori né andrà alla scoperta di se stesso. Lo scarto con i più tardi e ben inquadrati romanzi di formazione come “Le avventure di Oliver Twist” di Dickens e “Il giovane Holden” di Salinger, è evidente.
Come Lazaro stesso racconta, passerà presto da uno stato di “puerile ingenuità in cui mi ero addormentato” a una scaltra malizia. Il primo passo avviene con il suo primo padrone, il cieco avaro e furbo: da lui impara a tenere gli occhi sempre aperti e a destreggiarsi con furbizia contro le avversità del fato. “Costui mi diede la vita dopo dio è m’addestrò alla carriera del vivere” – racconta ancora Lazaro. La cecità diviene dunque metafora di un apprendimento basato su una morale deteriorata. Lazaro riesce, sopruso dopo sopruso o, meglio, insegnamento dopo insegnamento, a superare il maestro fino a tendergli un ultimo scherzo meschino: lo manderà a sbattere contro un palo e lo abbandonerà lì.
Come ogni romanzo di formazione che si rispetti, anche in questo caso il protagonista, alla fine, riesce a trovare un nuovo equilibrio: Lazaro, divenuto ormai adulto, sposa la domestica del suo ultimo padrone, un arciprete; compromesso, questo, che gli permetterà di vivere senza doversi più preoccupare di fame e indigenza. Ma rappresenta anche il suo fallimento umano e morale, apogeo della sua politica della convenienza e della ricerca di una prosperità tutta materiale. Il suo essere, per l’appunto, un antieroe moderno a tutti gli effetti.

Giulia Quaranta
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(1) Francisco Rico, “Il romanzo picaresco e il punto di vista”, 2001

Un calendario civile per la memoria italiana

repubblica italianaUn modo diverso e originale per raccontare e ricordare la storia italiana, attraverso le sue tappe e le sue date cruciali, un vero e proprio calendario, in forma di libro. “Calendario civile. Per una memoria laica, popolare e democratica degli italiani”, edito da Donzelli e in uscita nelle librerie il 26 gennaio è prima di tutto un progetto collettivo all’insegna dell’impegno civile della memoria. Ed è firmato da studiosi e intellettuali, ognuno di loro affronta e racconta una delle 22 date che mettono storia e memoria a confronto.
Un progetto realizzato in collaborazione con il Circolo Gianni Bosio e curato dallo storico Alessandro Portelli che ha ammesso che non è stato facile ‘selezionare’ alcune date a discapito di altre, ma che si tratta comunque di un calendario in divenire.
Il libro si apre con il ‘Giorno della memoria-27 gennaio’, introdotto da Adachiara Zevi e si chiude con la ‘Strage dei Piazza Fontana-12 dicembre’ di Gad Lerner. Ogni voce è accompagnata anche da un documento di memoria e da poesie e canzoni. Ogni data poi non è solo la ricostruzione di un dato fatto, ma rimanda a un contesto storico più ampio, come ad esempio la legge sul divorzio che si collega alla conquista di alcuni diritti civili, come l’aborto. Tra le date anche quella del 21 luglio e dei fatti di Genova durante il G8. Una data cruciale che divide ancora l’opinione pubblica nostrana. Non a caso nell’introduzione Alessandro Portelli scrive: “Questo libro, venuto a compimento in un momento di aspra divisione della nostra vita democratica, è un luogo di unità nell’adesione condivisa e convinta alle regole che ci permettono di vivere insieme, ma è anche un luogo di interrogazioni e di differenze”.calendario civile
“La memoria è sempre con-divisione, perché oltre ad essere condivisa spesso l’opinione su di essa di fatto divide”, afferma Carmine Donzelli nel presentare il libro.
L’obiettivo resta quello di creare una memoria collettiva anche se vista da latitudini diverse, perché solo in questo modo si costruisce una cittadinanza consapevole e attiva.

Saggi:
Renata Ago, Quinto Antonelli, Angiolina Arru, Anna Bravo, Guido Crainz, Cesare Bermani, Anna Foa, Vittoria Franco, Umberto Gentiloni, Gabriella Gribaudi, Gad Lerner, Salvatore Lupo, Luigi Manconi, Federica Graziani, Claudio natoli, Raoul Pupo, Alessandro Portelli, Vanessa Roghi, Gianpasquale Santommasino, Benedetta Tobagi, Alessandro Triulzi, Nadia Urbinati, Adachiara Zevi.

Vegan. Come seguire una dieta in semplicità

vegandishItaliani sempre più attenti ad un’alimentazione green e completamente naturale: parliamo, ovviamente, dei vegani. Nonostante ancora oggi questa sia solo una piccola nicchia in Italia, va comunque considerato come, nel 2016, la popolazione vegana italiana sia aumentata parecchio, soprattutto alla luce di un trend che appariva in netto calo nel 2015. I motivi del prepotente ritorno di questa scelta alimentare e di vita, ben delineati dalla relativa associazione, sono innanzitutto legati a un’attenzione sempre maggiore nei confronti della cura del proprio benessere e della propria salute, insieme all’attenzione nei confronti della tutela animale e dell’eco-sistema del nostro pianeta.

Veganismo in Italia: quali sono i dati?
Il veganismo in Italia, stando ai dati riportati da AdnKronos, ha di fatto conosciuto una seconda giovinezza nel 2016: secondo la nota agenzia di stampa, infatti, il numero di vegani nel nostro Paese ha conosciuto un aumento del +2,3% durante l’anno che si è appena concluso, portando il totale dei vegani italiani all’8% della popolazione. Pur trattandosi di percentuali ancora molto basse, va comunque sottolineato che nel 2015 il numero di vegani si era ridotto notevolmente, scendendo dal 6,5% del 2014 al 5,7% della popolazione dello Stivale. Stando alle interviste a campione, i motivi di questa scelta sono dovuti a motivi relativi alla salute (nel 47% dei casi), alla tutela degli animali (nel 30% dei casi) e al benessere del pianeta (nel 13% dei casi).

Dove acquistare i prodotti vegani?
I prodotti vegani sono sempre più spesso apprezzati dai consumatori, e non è un caso che grandi catene di supermercati e ipermercati come la Coop abbiano deciso di investire tantissimo in questo settore. Stando alle parole di Joos Sutter, direttore di Coop, gli investimenti nei cibi vegan sono stati una delle priorità dell’azienda: al punto da aver rafforzato il marchio proprietario Karma, includendo anche il noto marchio Veganz negli assortimenti. Lo scopo è andare incontro al futuro, favorendo anche l’acquisto dei prodotti vegani attraverso le nuove tecnologie: grazie al web, infatti, oggi è possibile fare la spesa da casa sullo shop online Easycoop, selezionando i migliori prodotti vegani dagli scaffali digitali e facendoseli consegnare direttamente a casa.

Alimentazione vegan: dalla dieta agli snack
L’alimentazione vegana è un ottimo sistema per curare la propria salute e per colorare i propri pasti: ma quali sono i cibi che è possibile includere in una dieta vegan, senza per questo rendere l’alimentazione noiosa e ripetitiva? Ad esempio, una dieta di questa tipologia potrebbe includere una colazione a base di latte di soia e avena, uno spuntino mattutino con kiwi e gallette di riso, un ben pranzo a base di pasta di semola, sugo di pomodoro e fagioli, ed una cena comprendente pane di segale e tofu, adeguatamente insaporito dall’olio extravergine di oliva. Ma condurre una dieta vegana non significa rinunciare necessariamente agli snack per spezzare la fame: non solo frutta, ma anche stuzzichini come le chips a base di mais, gli amatissimi biscotti Oreo, le caramelle senza zucchero, i biscotti per l’infanzia e persino i famosissimi crackers Ritz. Per quanto riguarda i dolci, invece, via libera alla cioccolata Lindt e alla crema spalmabile Venchi.

Elisa Leuteri

Basilicata. Dare forza alla “bussola socialista”

apre“Non serviva fare una verifica con le provinciali per capire che i socialisti in Basilicata esistono”. Lo afferma Livio Valvano, segretario regionale del Psi in Basilicata. “Siamo il secondo partito della coalizione che governa la Regione Basilicata, abbiamo un assessore nella Giunta Regionale con deleghe importanti, sindaci, amministratori di enti sub regionali, consiglieri e assessori comunali su tutto il territorio Regionale. Alle elezioni Regionali del novembre 2013 abbiamo eletto facendo registrare quasi l’8% sulla nostra lista con il simbolo PSI”.

Il candidato socialista è stato il primo degli eletti in una lista Pd. Questo ha un significato preciso. Quale?

Rocco Guarino lo abbiamo candidato con l’obiettivo di andare oltre, di recuperare le forze socialiste, di provare a riaprire un ragionamento con tutta l’area socialista di Basilicata. Dobbiamo provare a riannodare i fili della trama laico-liberale-socialista, per dare maggior peso alla sinistra riformista che fa fatica a insediarsi nel PD. Possiamo essere più utili al governo degli Enti locali ma forse anche del Paese se riusciamo a organizzare l’area della sinistra moderna che assume come priorità le questioni programmatiche, prima degli assetti di potere.

dentro

Livio Valvano, segretario regionale Psi Basilicata

Un ruolo importante…
I socialisti possono farlo. Aver raggiunto il primo posto nella lista con il simbolo PD dà il senso della convinzione, della maturità, della coerenza e lealtà di tutti gli amministratori che, con il loro voto, hanno voluto accordare fiducia nel progetto. In Basilicata ci stiamo provando sul serio e penso che abbiamo ottenuto i primi risultati in materia di ambiente e rifiuti con l’azione dell’assessore Francesco Pietrantuono. Alle provinciali Rocco Guarino era il candidato di cerniera che poteva consentirci di riaprire un discorso con l’intera area socialista. É stata una scelta politica che guarda al futuro.

Quali gli appuntamenti futuri del partito. E in cosa sta puntando per rafforzarsi ulteriormente?

In Basilicata si voterà tra due anni. Stiamo lavorando per aiutare le amministrazioni comunali ad affrontare con concretezza e maggiore efficacia alcune questioni che hanno impatto diretto sui cittadini lucani. La sfida è coinvolgere i tanti amministratori locali che si ritrovano nella “bussola socialista”. Per le prossime regionali ci poniamo obiettivi ambiziosi, con numeri a due cifre, visto che partiamo da un dato del 2013 molto significativo.

Quali le priorità da affrontare sul territorio di provincia e regione?
Lavoro, infrastrutture. La Basilicata è la Regione che ha l’indice più basso di infrastrutture (strade e ferrovie), edilizia sociale. Devo dire che il lavoro del segretario nazionale Riccardo Nencini è stato significativo. Ma c’è da recuperare un divario secolare con il resto del paese.

Qual è il ruolo delle province oggi? Non erano state abolite…
Io ho una mia opinione sulla questione, ma non mi meraviglia più vedere in questo Paese che il dibattito politico su questioni molto serie, come l’architettura istituzionale, debba essere compresso, anzi compromesso da un confronto pubblico degenerato. C’è un dato inequivocabile: serve o non serve un’entità amministrativa sovracomunale per gestire servizi e infrastrutture comuni a più enti, tipo le strade ultracomunali, le scuole superiori, i trasporti fuori del territorio comunale etc…? Nella domanda c’è la risposta che ovviamente è SI. Ora che a questo bisogno ineliminabile si risponda con un ente che si chiama Provincia la cosa non mi scandalizza affatto, anzi. Le Province sono l’entità istituzionale storicamente più legata all’identita del paese e dei cittadini. A questo punto mi chiedo: ma abbiamo bisogno delle Regioni? C’è necessità di 20 legislatori regionali che possono legiferare nel mentre l’Italia rafforza la partecipazione all’Unione Europa?

E come rispondi?
Ciò significa che nel mentre ci affanniamo a recepire in Parlamento le direttive comunitarie dobbiamo anche correre a rendere organica e coerente la legislazione di 20 legislatori regionali. Mi sembra una follia. Ma questo é un altro argomento.

Torniamo alle province…
La risposta è SI, le province servono, dobbiamo solo ritornare all’elezione diretta restituendo il voto si cittadini.

Daniele Unfer

MPS e il Capitalismo ‘familista’ italiano

mps-2Alla fine degli anni ’80 il noto giornalista americano Alan Friedman scrisse due libri, molto importanti, ovvero “Tutto in famiglia” e “Ce la farà il capitalismo italiano?”. Perché importanti? Perché svelarono, come solamente l’occhio di un osservatore esterno avrebbe potuto fare, la vera natura del capitalismo italiano: un sistema fondato sul familismo amorale, capace di autoriprodursi senza alcuno scrupolo, allergico a qualsiasi gerarchia fondata sul merito e sul valore della competenza. Un capitalismo furbo e arraffone, che vuole fare profitto investendo poco e rischiando nulla, e che grazie ad una estesa rete di legami familiari e di potere, evita sempre la concorrenza, puntando al monopolio. Questa è la sintesi di un modus operandi che purtroppo, da sempre, ha reso profondamente fragile la grande industria e la grande finanza del nostro paese al cospetto dei mercati internazionali, dove la concorrenza è spietata.

Fragilità che, però, è stata abilmente nascosta, in passato, dal sistema politico italiano; alcune volte in funzione degli interessi strategici dello stato, in altri casi per finalità meno nobili. Come? Coprendo di denaro pubblico e di commesse statali la nostra grande industria, a cui, tra l’altro, molte volte è stato consentito di agire indisturbata in condizioni di monopolio assoluto. Una scelta voluta, per permettere a questi giganti dai piedi d’argilla di poter competere, grazie al sostegno statale, con le grandi realtà industriali del capitalismo internazionale. Un sistema “dopato” che è durato quasi un cinquantennio, ovvero tutto il periodo che va dal secondo dopoguerra alla fine della Prima Repubblica. A fare da “cuscino protettivo” furono i partiti politici che avevano ricostruito l’Italia del dopoguerra. Per mantenere i loro mastodontici apparati organizzativi e burocratici e, quindi, indirettamente, il “costo” del sistema democratico italiano, cercavano molto spesso finanziamenti irregolari da diversi “fonti”, tra cui la grande industria, a cui, in cambio, era consentito operare in condizioni vantaggiose, a patto che assecondasse le politiche occupazionali e industriali intraprese dai governi (vedasi il caso FIAT nel Mezzogiorno d’Italia).
Un sistema che certamente dava forte potere contrattuale ai partiti, dato che gli consentiva di sostenere i costi della democrazia e allo stesso tempo di imporre agli industriali politiche di redistribuzione del reddito attraverso i posti di lavoro generati dai grandi siti produttivi. Un sistema che però aveva anche un grande difetto: aumentare considerevolmente la spesa pubblica e il debito dello stato. Va detto che in un paese come l’Italia, che all’epoca, dal punto di vista geopolitico si trovava al centro dello scontro tra i due blocchi ideologici della “guerra fredda”, ovvero quello occidentale e quello del comunismo sovietico, questo
modello, seppur discutibile, consentì, tutto sommato, di trovare un compromesso tra gli interessi del capitalismo privato e quelli del movimento operaio, ponendo fine al periodo di tensione provocato dagli “anni di piombo”. Un equilibrio complesso che, però, ebbe vita breve, infatti, con la caduta del muro di Berlino, il trionfante neo capitalismo mondiale, legittimato dalla sconfitta del comunismo, suo rivale ideologico, decise che quel sistema politico e sociale di mediazione, oramai divenuto troppo “ingombrante” e democratico, non serviva più. Se, infatti, prima esso era servito a frenare il “pericolo comunista”, adesso costituiva una sorta di ostacolo ai suoi appetiti liberisti.
Per far cadere un potere bisogna colpirlo nel suo punto debole. In Italia il punto debole del potere politico era proprio quel sistema di finanziamenti irregolari, all’ombra del quale, nel frattempo, erano proliferati comportamenti al limite della legalità, come, ad esempio, il sistema delle “tangenti”. Ecco, dunque, che i poteri forti della finanza e dell’industria, stufi di dover sottostare alle condizioni di una politica che gli imponeva certi “limiti”, facendogli addirittura pagare il “pizzo”, fiutano l’occasione. Utilizzando strumentalmente il sistema dell’informazione mediatica, di cui controllavano una fetta consistente, contribuiscono ad accelerare il declino del sistema partitico, che di lì a poco verrà spazzato via dall’inchiesta
giudiziaria “Mani Pulite”. Il circo mediatico-giudiziario messo in campo condiziona e spinge l’opinione pubblica italiana a credere che tutti i mali della società di quel tempo fossero da attribuire a quella politica corrotta ed affarista. Finalmente, senza la mediazione dei partiti scomodi, quegli stessi partiti che per anni gli avevano riempito la pancia di denaro pubblico e che li avevano protetti sul mercato internazionale per coprire le loro fragilità, i “capitani” d’industria e di finanza ora sono liberi di lottizzare il nostro paese e di spartirsi quello che resta della gloriosa industria di stato. Bel modo di cavarsela, ma adesso? Come si va avanti senza mamma politica che eroga sussidi a pioggia? Chi ci proteggerà dalla concorrenza ostile del libero mercato? Chi ci garantirà più commesse sicure? Chi darà la
copertura alle “scalate” dei capitani coraggiosi? Semplice, basta bussare alla porta del nuovo potere costituito, quello che ha sostituito la “vecchia politica”, quello che adesso conta: le banche finanziarie.
Eccoci dunque arrivati al 2017, allo scandalo del debito miliardario del Monte dei Paschi di Siena. Gli attori sono diversi, ma i ruoli sono gli stessi, solo che questa volta al posto della partitocrazia c’è la finanza a coprire le magagne del capitalismo nostrano. Cattivo pagatore, debitore insolvente, sempre in affanno sui mercati internazionali, bisognoso di sostegno più di prima, in altre parole impresentabile. Ma soprattutto, almeno da quanto emerge dalle indiscrezioni giornalistiche sulla lista dei debitori insolventi, a rappresentarlo ci sono gli stessi cognomi, quelli di sempre, nel rispetto della tradizione familistico dinastica del capitalismo italiano. A pagarne le spese? Il bilancio già sofferente del nostro stato, che dovrà tappare per l’ennesima volta una voragine miliardaria, i piccoli risparmiatori, le migliaia di piccole e medie imprese e di famiglie che non riescono più a ottenere credito da parte delle banche, perché i soldi da prestare vanno agli amici “potenti”.
Una vecchia storia, insomma, quella del capitalismo italiano, che come tutti i gattopardi d’Italia riesce sempre a rinnovarsi senza cambiare mai, e che, soprattutto, “tiene famiglia” e quindi deve essere aiutato.
Basti ricordare il famoso “sistema Cuccia”, che attraverso Mediobanca, considerata all’epoca il muro di Berlino del capitalismo italiano, teneva fuori migliaia di piccoli e medi imprenditori. Però, come direbbe Friedman, questa volta ce la farà a salvarsi? Se ci salveremo sarà solo grazie agli sforzi e ai sacrifici dei migliaia di piccoli e medi industriali eroi, che lottano ogni giorno per sopravvivere e per tornare a creare nuovi posti di lavoro. Non ci fidiamo più di chi, da sempre, cerca il credito facile grazie alla protezione dei politici o delle banche.

Daniele Riggi

L’omertà non è stata inventata in Sicilia

A differenza degli studenti che mal sopportano leggere e commentare “I promessi sposi”, Leonardo Sciascia, che nelle aule delle magistrali di Caltanissetta aveva allargato il quadro delle sue prime letture, si era innamorato subito del capolavoro del Manzoni e lo lesse attraverso lenti non convenzionali e scolastiche. Allo scrittore di Racalmuto “I promessi sposi” apparivano “un’opera inquieta” e utilissima per capire la quotidianità del nostro Paese e i mali secolari che lo affliggono. “Si è affermato a torto e troppo spesso – ha scritto Sciascia – che “I promessi sposi” è un libro dove la realtà è edificante; non è affatto vero, perché questo libro, innanzitutto critico, contiene già tutto quanto noi conosciamo: la mafia, le Brigate rosse, l’ingiustizia, l’emigrazione”. E in effetti, anche se Manzoni non utilizza il termine mafia, la violenza che si respira nel microcosmo lombardo che fa da sfondo alla storia del matrimonio mancato e poi ritardato e a lieto fine tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella mostra non poche affinità con la criminalità mafiosa, dominato com’è dalle consorterie, dalle complicità, dalle impunità, dai silenzi e dalle codardie. Un contesto inquietante, dove la forza legale non proteggendo “in alcun modo l’uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi da far paura altrui”, genera il comportamento omertoso del curato don Abbondio e in una certa misura contamina anche la figura di Renzo. Personaggio, quest’ultimo, dal carattere metamorfico, pronto al perdono e al pentimento, ingenuo nelle strade di Milano, ansioso nel lazzaretto quando è in cerca di Lucia, ma anche minaccioso nello studiolo di don Abbondio e disposto a fare uso della violenza  quando medita propositi di vendetta nei confronti del prepotente don Rodrigo: “Si figurava allora di prendere il suo schioppo, d’appiattarsi dietro una siepe, aspettando se mai, se mai colui venisse a passar solo; e internandosi con feroce compiacenza, in quell’immaginazione, si figurava di sentire una pedata, quella pedata, d’alzar chetamente la testa; riconosceva lo scellerato, spianava lo schioppo, prendeva la mira, sparava, lo vedeva cadere e dare i tratti, gli lanciava una maledizione, e correva sulla strada del confine a mettersi in salvo”. Come la Lombardia del Manzoni, anche la Romagna di Giovanni Pascoli non è esente dal vizio dell’omertà. In una lettera datata 10 agosto 1904  indirizzata al giovane Leopoldo Notarbartolo, considerato un fratello di sventura poiché aveva avuto il padre ucciso dalla mafia, l’autore dei “Canti di Castelvecchio” accostava l’atteggiamento omertoso degli abitanti di San Mauro ai mafiosi siciliani coinvolti nel delitto di Emanuele Notarbartolo (febbraio 1893), prestigioso esponente del liberalismo moderato ed ex direttore del Banco di Sicilia. Nella lettera Pascoli scriveva che “in Romagna c’era allora uno spirito di setta, dall’apparenza politica e dalla sostanza delinquente volgare, che era tal quale è la mafia, se non peggio”. Nell’abbozzo della lettera conservata a Castelvecchio sappiamo che Pascoli aveva inizialmente scritto: “Sospirai giustizia, ruggii vendetta. Nulla! Ma tutti sanno, almeno in Romagna, che fu ucciso per togliergli il suo posto.[…] Tutti in Romagna sanno perché fu ucciso; ma nessuno della ignobile congiura sanguinosa ha avuto a soffrir nulla…”  Sebbene in Romagna la mafia intesa come gerarchica organizzazione come fu in Sicilia non è mai esistita, tuttavia utilizzando il termine “mafia”, Pascoli voleva sottolineare la chiusura omertosa dei romagnoli verso la possibilità di collaborare con le forze dell’ordine per smascherare gli assassini del padre Ruggero, ucciso il 10 agosto del 1867 sulla strada del ritorno a casa dopo essere stato a Cesena. Manzoni attraverso un grandioso e dettagliato affresco dei comportamenti, della mentalità, delle condizioni di vita  di tutti gli strati sociali della Lombardia secentesca e Pascoli con la sua lettera smentiscono il pregiudizio antimeridionale che vuole l’omertà e il fenomeno ad essa collegato, la mafia, iscritte nel Dna delle popolazioni siciliane, calabresi o campane. Ci aiutano a capire meglio fenomeni che rimandano al compito immane che aveva davanti la classe dirigente dopo l’Unità d’Italia. Paese crogiolo di culture diverse, abitato da popolazioni che non conoscevano la lingua dei funzionari di Stato. Governato da un sistema di potere caratterizzato dal clientelismo, dalla corruzione, da patti segreti che hanno saccheggiato le risorse della Res pubblica contaminandola con ampi settori della malavita organizzata. Per questo quando si dice da parte di uomini politici e di certi scrittori che le difficoltà nella lotta alla mafia vanno ricercate nella “omertà” dei siciliani ecc., si afferma una verità parziale e mistificante. Lo aveva capito bene lo scrittore Luciano Bianciardi. Nella corrispondenza con i lettori che l’autore di “La vita agra” tenne nel 1970-1971 sul settimanale “Il Guerin Sportivo”, sollecitato a parlare dell’argomento mafia, Bianciardi  scriveva che  “la mafia non fu inventata a Palermo”. Essa nasce “dove è carente lo Stato. […]Sorge  ed esiste dovunque vi sia una carenza comunitaria”. Bianciardi non era un mafiologo, anche se nel 1957 aveva tradotto per Feltrinelli il best seller dello scrittore scozzese Gavin Maxwell, “God Protect  me from my Friends” ( tradotto col titolo “Dagli amici mi guardi Iddio”: vita e morte di Salvatore Giuliano”),  però ci trasmetteva una verità semplice quanto drammatica: se nel nostro Paese non si migliorano le sorti di tanti uomini, donne e giovani condannati alla marginalità sociale, all’inadempienza scolastica, al lavoro precoce e privo di serie prospettive, a una condizione di invivibilità e insicurezza che in definitiva incoraggiano la pratica di comportamenti trasgressivi e criminali, fra non molto cesseremo di essere una nazione.

Lorenzo Catania

L’anno dei lutti delle star, conforto della società

Annus Horribilis

michealPerché quando muore un artista ci sentiamo così profondamente spaesati e gonfi di cordoglio? Pensieri che risuonano nella mente dopo il decesso di George Michael, avvenuto la notte di natale di questo 2016 straziante e tragico, non iniziato sotto i migliori auspici sotto alcun punto di vista.

I lutti musicali di questo 2016

Se l’attualità ci si è schiantata addosso con immagini di stragi e attentati, non ci è stato possibile trovare conforto neanche nella musica, oppressa dalla scomparsa di grandissimi artisti: da Natalia Cole, sofisticata cantante jazz figlia dell’indimenticato Nat King Cole, a David Bowie, che ci ha lasciato come epitaffio la sua “Lazarus” e l’album “Blackstar”, a Greg Lake, cofondatore dei King Crimson e degli Emerson, Lake & Palmer, due gruppi cardine del progressive anni ’70. E ancora, Prince, uno degli artisti pop più ingegnosi e prolifici di sempre, lo stravagante Pete Burns, noto soprattutto per la hit anni ’80 “You Spin Me Round”, cantata quando faceva parte della band Dead or Alive, e per la sua attitudine esuberante e fuori dagli schemi, passando per il poeta cantautore Leonard Cohen, la cui sensibilità dimessa e complessa ha costituito l’humus per qualsiasi songwriter, compresi quelli del Bel Paese, De Andrè e De Gregori in primis. La carrellata si conclude con il già citato George Michael, autore di famosissimi pezzi da classifica, come la sorniona “Wake Me Up Before You Go-Go”, “Last Christmas” e “Club Tropicana” quando faceva parte degli Wham!, così come di raffinate composizioni durante la carriera solista, come “Jesus To a Child”, struggente tributo al suo ex compagno Anselmo Feleppa, morto nel 1994.

L’artista come canovaccio

Ciò che ci lega ad un artista è dunque il suo essere canovaccio da iniettare di ricordi e sensazioni, in qualche modo saturazione espressiva delle nostre ondivaghe esistenze. E’ per questo che ci sarà chi, ad esempio, ricorderà con maggiore affetto il David Bowie elettronico ed elegante della trilogia berlinese e chi quello tutto lustrini, rossetto e rock’n roll marziano di Ziggy Stardust, a seconda di dove siano in maggiore misura collocati i propri piacevoli pensieri a lui associati. O chi, ancora, per lo stesso motivo, lo ricorderà per sempre come Jareth il re dei Goblin nel fim fantastico “Labyrinth”, chi avrà nel cuore il suo omaggio ai Queen con la storica esibizione di “Under Pressure”, in cui era accompagnato da Annie Lennox, chi lo ha amato come mentore e sostenitore di altri artisti (ne sanno qualcosa Lou Reed e Placebo) e chi penserà sempre a lui come quel Major Tom disperso tra le stelle.

Alchimia collettiva

E’ evidente che ogni artista, con la sua storia e le sue creazioni, costituisce un pastiche che non può fermarsi entro i confini di sé, ma diviene dunque alchimia collettiva. Ed è proprio quel pastiche ad essere smembrato e riassemblato dai tumulti onirici e dalle reminescenze di ciascuno di noi: un’infiorescenza personale e collettiva che ci fa sussultare, ricordare e commuovere.

Giulia Quaranta