Contraccezione, un’idea antica sul ‘proletariato’

abortDi tutte le discussioni scientifiche quella che stenta a decollare ancora oggi in Italia è quella della contraccezione. Nel libro ‘Storia della Contraccezione in Italia tra falsi moralisti, scienziati e sessisti’ il giovane ricercatore Matteo Loconsole prova a mostrare come sia nata e si sia evoluta l’idea della Contraccezione, attraverso uno studio dettagliato sull’origine dei primi studi sulla contraccezione nel post Risorgimento italiano e lo fa partendo dal neomalthusianesimo italiano e da una rivista (per l’epoca) all’avanguardia ‘L’educazione sessuale’. Luigi Berta, Secondo Giorni, Alfredo Polledro, Ettorina Cecchi e altri sfidarono la morale pudica di quell’Italia in cui l’onanismo e l’omosessualità erano dei tabù.

Attraverso i dibattiti che coinvolsero non solo gli anarchici e i socialisti, ma anche antropologi, scienziati e ginecologi, Loconsole ci mostra come il preconcetto per cui un decollo dello studio in Italia non sia stato impedito tanto dalla Chiesa, ma dal maschilismo radicato nella società di allora come di quella odierna. Il grande merito fu però quello di stimolare la crescita di un vero e proprio ‘protofemminismo’, i cui adepti non erano solo le donne, ma anche uomini che riconoscevano che “se la donna ha l’utero per sopportare la gravidanza, ha anche un cervello per pensare, dei sensi per godere tutti gli altri piaceri della vita”, come scrisse Luigi Fabbri, anarchico e saggista italiano perseguitato dal Fascismo. Curioso è poi riscoprire attraverso questo libro che il fondatore del fascismo, Benito Mussolini, prima di promuovere slogan sulla ‘forza’ della prole, sia stato tra coloro che consideravano necessario il controllo delle nascite. Nel questionario sulla rivista “L’educazione sessuale” quello che sarà poi il Duce affermò che “la prudenza procreativa non solo non è una dottrina immorale e pornografica, ma è un atto di saggezza, di responsabilità e probità che dovrebbe essere comune a tutti gli uomini che non vogliono scroccare la fama di ‘animali ragionevoli'”.

L’analisi di Loconsole è importante anche e soprattutto per i movimenti di sinistra dell’epoca in un periodo in cui il proletariato rappresentava una ‘potenza’ proprio in quanto forza numerica e la cui ricchezza era data proprio da quella prole che il controllo delle nascite rischiava di arginare. Inoltre il timore per il Partito Socialista era di portare avanti delle idee ‘eretiche’ come la libertà sessuale con il rischio di screditare i Movimenti operai ancora molto legati alla moralità delle donna in un’epoca in cui non le era consentito nemmeno il voto per censo.
Ma attraverso le analisi di questo libro scopriamo come il grande merito del Neomalthusianesimo sia stato, forse involontariamente, quello di riconoscere un ruolo alla donna non solo come ‘corpo da fecondare’ o meno, ma come essere consapevole, attraverso una giusta educazione sessuale che la porti così ad essere (se vuole) una buona madre. Inoltre dagli sviluppi sullo studio tra la teoria che si rifà al pensiero dell’economista Thomas Malthus e il femminismo scopriamo quanto in realtà il problema di una spinta sulla contraccezione sia legata alla società e al corpo della donna. Il legame matrimoniale, la libertà sessuale, l’indipendenza economica sono tutti temi e aspetti che vengono generati dalla possibilità della contraccezione e quindi dell’emancipazione femminile.libro loconsole

Matteo Loconsole, Storia della contraccezione in Italia tra falsi moralisti, scienziati e sessisti. Edizione Pendragon, 2017 – 15.00 Euro

La ripresa economica senza nuova occupazione

cerco lavoro disoccupazioneDopo un decennio di crisi, l’economia italiana sembra dare segni di ripresa: il PIL tende, sia pure stentatamente, a crescere; le esportazioni, che secondo alcuni osservatori hanno “salvato l’Italia” durante la crisi, aumentano; ma l’occupazione resta al palo. All’apparente contraddizione l’”Espresso” del 13 agosto scorso dedica due articoli: uno, “Il lavoro dov’è”, di Luca Piana e Francesco Sironi ed un altro, “Quanta propaganda sulle statistiche”, che riporta il testo di un colloquio di Luca Piana con Enrico Giovannini, già presidente dell’Istat dal 2009 al 2013 e già Ministro del lavoro nel governo di Enrico Letta.

La lettura degli articoli non offre un’univoca spiegazione della contraddizione, in quanto diverse sono le cause alle quali essa è ricondotta; ma la non univocità del perché, nonostante la crescita, il PIL, non vada di pari passi con l’aumento dei livelli occupazionali, non impedisce di cogliere la tendenza secolare che, per quanto evidente, sembra non attrarre la necessaria attenzione delle forze politiche e sindacali del Paese; non impedisce cioè di capire che una ripresa fondata sull’approfondimento capitalistico di medie imprese orientate ad operare sul mercato globale, al fine di conservarsi competitive, devono necessariamente frenare la domanda di lavoro. Per rendersi conto di ciò, è utile considerare gli effetti che, secondo Piana e Sironi, sarebbero stati determinati dalla crisi iniziata dieci anni or sono, integrando il loro discorso con alcune osservazioni avanzate da Giovannini.

I dati statistici – affermano Piana e Sironi – “raramente mentono: l’Italia è un Paese più povero di un decennio fa. Gli ultimi numeri dell’Istat dicono che lo scorso giugno i disoccupati restavano 2,8 milioni, più del doppio rispetto all’ultimo momento d’oro vissuto dall’economia nazionale, la primavera del 2007”. Ciononostante, a parere di Piana e Sironi, se si allarga lo sguardo sull’intero panorama industriale italiano, l’idea di un “sistema industriale in disarmo” tenderebbe a traballare. Dopo il crollo, verificatosi all’inizio della Grande Recessione, le esportazioni si sono riprese e sono cresciute secondo ritmi pressoché costanti, superando i livelli pre-crisi; anche il PIL ha iniziato, a partire dalla metà del 2013, a risalire lentamente, sebbene la ferita della recessione sia ancora aperta. Questi trend, però, secondo Piana e Sironi, non si traducono “nella crescita dei posti di lavoro che servirebbe”.

Oggi, in Italia, gli occupati sono circa 23 milioni, un tetto che è molto vicino a quello raggiunto negli anni d’inizio della crisi; esistono, quindi, tanti occupati, ma anche tanti disoccupati. “Quali sono – si chiedono Piana e Sironi – le ragioni di questo paradosso, che impedisce a molti di percepire i miglioramenti generali e distrugge la fiducia delle persone?” Le cause sono numerose; una di queste è certamente il fatto che il tessuto produttivo nazionale è sempre stato un po’ a “macchia di leopardo”, nel senso che l’economia italiana ha funzionato “a più velocità”, per la presenza, non solo del divario Nord-Sud, ma anche di specializzazioni e territori che hanno saputo resistere agli esiti della crisi, mentre altri sono rimasti fermi. Questo stato di cose ha concorso a tenere schiacciati verso il basso i redditi personali e a comprimere la domanda globale del sistema-Italia; sono andate bene solo le industrie medie che sono state capaci di “esportare e di insediarsi all’estero”, mentre quelle di grande dimensione, che non sono state all’altezza di affrontate la concorrenza dell’economia globalizzata, sono andate solitamente fuori mercato. Le industrie che hanno saputo inserirsi con successo nel mercato internazionale sono state, dunque, quelle di “taglia media”, grazie alla loro capacità di conservarsi in equilibrio nelle loro dimensioni.

Le “medie eccellenti”, però, cioè quelle industrie che, nonostante la crisi, sono riuscite a reggere l’impatto col mercato globale, per quanto abbiano “permesso all’Italia di tenere botta“ negli anni bui della recessione, non potranno mai assorbire la forza lavoro che ha perso la stabilità occupativa con la crisi delle industrie di grandi dimensioni. Dal punto di vista del lavoro, perciò, la mutata struttura della base industriale dell’Italia dà da pensare, nel senso che – come sostengono Piana e Sironi – se “questo è uno dei più radicali problemi” ereditati dalla recessione, che condanna al “nanismo (o meglio, alla ‘medietà’)” il sistema produttivo nazionale, l’unica speranza per i tanti disoccupati è riposta sulla possibilità che le industrie maggiori sopravvissute agli anni della crisi riescano a reinserirsi sul mercato.

A tal fine, però, queste industrie devono crescere, e per riuscirvi devono aumentare la loro efficienza produttiva “robotizzandosi”, accentuando il livello di automazione dei loro processi produttivi; qui sta, dal punto di vista del lavoro, l’altro radicale problema, in quanto, com’è noto, l’automazione dei processi implica “distruzione” di opportunità occupazionali, non un aumento dei posti di lavoro. In questo caso, la capacità di fare fronte a questo secondo radicale problema, dipenderà, secondo Piana e Sironi, dalla possibilità che a produrre i sistemi di automazione sia la stessa industria italiana; quindi, dalla possibilità per le industrie che si automatizzano di disporre di forza lavoro dotata della necessaria formazione; fatto, quest’ultimo, non sempre scontato, anche per via delle differenze territoriali, concludono Piana e Sironi, “che alla fine frenano l’Italia intera”.

Il problema delle scarse opportunità di lavoro assume dimensioni ben più preoccupanti, se le considerazioni di Piana e Sironi vengono integrate da quelle di Giovannini; a parere dell’ex presidente dell’Istat, la contraddizione tra la debole ripresa e la permanenza dell’alto numero dei disoccupati, oltre che dalle tendenze evidenziate dei giornalisti dell’”Espresso”, dipende anche da altri fattori, quali la crescita della popolazione (per via dell’immigrazione), l’allungamento dell’età pensionabile (che ostacola le nuove leve della forza lavoro ad entrare nel mondo della produzione) e soprattutto l’abolizione “delle garanzie dell’articolo 18 che proteggevano dal licenziamento i dipendenti delle aziende con più di 15 addetti”.

Questa abolizione, sostiene Giovannini, ha cambiato la struttura produttiva dell’economia italiana, portando le imprese “a superare quella soglia dimensionale che un tempo era ritenuta invalicabile”, determinando così, con la loro crescita e la ricerca di maggiore efficienza per reggere alla concorrenza, una contrazione dei posti di lavoro. Considerando, perciò, tutti i cambiamenti che hanno caratterizzato la struttura dell’economia italiana e le regole del mercato del lavoro, Giovannini ritiene che le certezze di poter ridurre l’alto numero dei disoccupati sarebbero poche, anche perché una crescita dimensionale delle imprese, necessaria per contrastare la disoccupazione, è ostacolata dalla propensione, tipica dell’imprenditorialità italiana, a conservare il controllo familiare dell’azienda.

Per ridare slancio all’occupazione, Giovannini non ha che da proporre tre “ricette”, dal “fiato corto”, perché affidate all’iniziativa di una classe politica poco credibile: la prima dovrebbe consistere nell’accelerare il tasso di crescita dell’economia nazionale, perché gli imprenditori percepiscano che l’Italia si è “rimessa davvero in moto”; la seconda dovrebbe essere volta a rilanciare il settore delle costruzioni per la riqualificazione di “edifici e città”; un’attività, questa, che crea posti di lavoro a più alto valore aggiunto; la terza, infine, dovrebbe consistere nel rilanciare l’occupazione attraverso la promozione di nuove imprese, avendo cura che il sostegno assicurato loro non sia limitato al momento della costituzione, ma sia esteso anche alla fase della loro crescita e definitiva affermazione.

Dalle valutazioni di Piana, Sironi e Giovannini emerge una condizione non certo esaltante riguardo al possibile futuro dell’economia italiana. Tuttavia, come afferma Giuseppe Berta in “Che fine ha fatto il capitalismo italiano?”, se è inevitabile un ridimensionamento sul piano strettamente economico, ciò non deve essere recepito come una sorta di autoripiegamento rispetto allo spazio occupato dal Paese nel passato; ma, al contrario, esso deve essere considerato come la premessa per “riguadagnare” al Paese una prospettiva certa e stabile, in funzione della quale poter effettuare scelte responsabili. Con quali forze?

La risposta a questa domanda può essere formulata solo ipotizzando che venga risolto un altro radicale problema, che pesa sulle sorti future del Paese, consistente nel trovare il modo di ricuperare la sinistra socialista e riformista ai suoi valori originari, attualizzati in funzione di tutti i cambiamenti avvenuti nel funzionamento dei moderni sistemi sul piano economico e su quello sociale. Ma quali sono le condizioni perché i partiti socialdemocratici, modernizzandosi, possano contribuire a fare riguadagnare al Paese una prospettiva certa e stabile riguardo al proprio futuro? Si può rispondere a questa ulteriore domanda, seguendo i suggerimenti formulati da Emiliano Brancaccio, economista dell’Università del Sannio, in un articolo pubblicato sull’”Espresso” del 6 agosto di quest’anno, dal titolo di per sé eloquente: “Si chiama destra il morbo della sinistra, Entrata in crisi al guinzaglio dei liberisti rischia di scomparire in coda agli xenofobi”

Passata di moda l’”idea blairista dell’obsolescenza delle socialdemocrazia e dell’esigenza di una ‘terza via’”, ci si sta convincendo che il socialismo riformista sia entrato in crisi perché “una volta al governo ha attuato politiche di destra”. Di destra sono state le politiche del lavoro; in molti Paesi, fra i quali l’Italia, il calo della protezione del lavoro è avvenuto col sostegno di maggioranze parlamentari sostenute dai partiti socialdemocratici, nonostante che le ricerche in materia, condivise dalle istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), abbiano chiarito che le riforme adottate in difesa del lavoro non hanno contribuito a sostenere l’occupazione.

Altra causa del mancato sostegno dell’occupazione va rinvenuta nella privatizzazione, che in Italia ha portato alla distruzione dell’”economia pubblica”; anche in questo caso, col sostegno dei partiti socialisti riformisti sulla base di motivazioni che studi delle stessa OCSE sono valsi a smentire; tali studi, infatti, hanno messo in rilievo che la dismissione delle grandi imprese pubbliche in base all’assunto che esse fossero inefficienti non corrispondeva al vero, evidenziando che le grandi imprese pubbliche presenti in molti Paesi avevano sempre avuto indici di redditività significativamente superiori alle imprese private e un rapporto tra profitti e capitale investito pressoché uguale.

Infine, l’altra causa che ha contribuito ad abbassare le garanzie occupazionali della forza lavoro sono state le politiche di liberalizzazione finanziaria e di apertura ai movimenti internazionali di capitale; anche il sostegno alla realizzazione di tali politiche da parte dei partiti socialisti è stato pressoché totale, sebbene le organizzazioni internazionali, prima favorevoli alla liberalizzazione, abbiano poi espresso critiche ad una circolazione senza regole dei capitali, per gli effetti negativi sulla stabilità dei singoli sistemi economici.

In sostanza, conclude Brancaccio, “alla compulsiva ricerca di un’identità alla quale conformarsi, i partiti socialisti, [incluso quello italiano], hanno insomma applicato le ricette tipiche della destra liberista senza badare ai loro effetti reali, e con una determinazione talvolta persino superiore a quella delle istituzioni che le avevano originariamente propugnate”. Può ciò che resta del Partito socialista italiano riscattarsi prima di una sua possibile scomparsa definitiva? Si può rispondere di si, solo se esso sarà disposto ad aggiornare la propria visione del sistema-Italia, affrancandosi dalle posizioni di destra, sinora condivise, e da quelle di una finta sinistra riformista della quale è ora alleato.

Ciò può essere realizzato, innanzitutto con l’assunzione dell’obiettivo di modificare l’attuale welfare State, non più all’altezza di garantire un reddito alla generalità degli Italiani, spostando la riflessione dal problema dell’occupazione a quello della distribuzione equa del reddito; in secondo luogo, con l’ulteriore assunzione dell’obiettivo di attuare una politica di riacquisizione pubblica di buona parte del patrimonio produttivo privatizzato, per ricostituire quell’”economia pubblica”, che aveva consentito all’Italia di passare dalla periferia al centro del mondo fra i Paesi più industrializzati. Solo modernizzando la propria ideologia politica, conformandola agli obiettivi descritti, il socialismo riformista può riproporsi al Paese con una proposta credibile di progresso materiale e sociale.

Gianfranco Sabattini

Crisi dei mercati e recupero della “banca perduta”

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Nel libro “Alla ricerca della banca perduta”, Marco Onado, docente di Economia degli intermediari finanziari, spiega le cause che hanno determinato “un abisso tra la finanza come dovrebbe essere […], che svolge una funzione essenziale per la crescita, e la ‘nuova’ finanza che ha provocato la crisi”; ciononostante essa è stata oggetto di un salvataggio pubblico senza precedenti.

Onado vuole fare capire quali possibilità vi siano di ricuperare nel mondo attuale la “banca perduta”, al fine di riacquisire l’antica fiducia negli istituti di credito degli operatori e degli addetti ai lavori nel campo degli studi economici (imprese, risparmiatori ed economisti); essi, infatti, dopo quello che è successo, a seguito dello scoppio della bolla dei mercati immobiliare americani, non sanno più se possono ancora fidarsi delle decisioni dei banchieri, oppure condividere il giudizio di chi, nei confronti dei gestori dei mercati finanziari, ha introdotto il termine spregiativo di “bankster”, un epiteto che certamente non ha bisogno d’essere spiegato, tanto eloquente è ciò che il termine vuole evocare.

Imprese, risparmiatori ed economisti, pur ponendosi forse problemi diversi (di accesso al credito le prime, di tutela del risparmio i secondi e di sviluppo economico gli economisti), in realtà – afferma Onado – esprimono “diversi punti di caduta dello stesso problema, cioè il volto oscuro della finanza messo impietosamente in evidenza dalla crisi e che sembra prevalere su quella ‘buona’”, che, invece, occorre ricuperare e valorizzare. Per capire perché ciò sia avvenuto, occorre considerare i motivi per cui la finanza è diventata sempre più invasiva ed estesa rispetto all’economia reale, sino a subire una “sorta di ‘mutamento genetico’”; ciò è potuto accadere – sostiene Onado – per “le opportunità che il clima ideologico e politico di liberalizzazione e deregolamentazione su scala mondiale che ha dominato gli ultimi decenni e che ha basato la crescita economica […] su un’accumulazione di debiti senza precedenti, cioè su un castello di carte che non poteva che crollare miseramente”.

La comprensione della crescita abnorme della finanza porta anche a capire che quest’ultima è in realtà lo “specchio” degli squilibri dell’economia reale sottostante, nel senso che essa è l’esito di “una crisi delle imprese che hanno privilegiato i risultati a breve, a scapito degli investimenti e della crescita sostenibile; è una crisi sociale, perché sono aumentate le disuguaglianze e la povertà anche nei Paesi avanzati; è una crisi politica, perché le tensioni economiche e sociali spostano verso destra il baricentro dell’elettorato, spingendolo a chiedere misure di pura protezione degli interessi esistenti, non importa se fra questi sono presenti quello delle banche”.

La crisi della finanza e dell’economia reale sottostante, coniugate con la crisi sociale e politica, viene di solito denominata “Grande Crisi Finanziaria” o “Grande Recessione” dell’economia globalizzata; dal momento in cui la crisi è insorta, nel 2007, sono ormai trascorsi dieci anni, e molti Paesi, fra i quali l’Italia, sono ancora al di sotto dei livelli di reddito e di occupazione pre-crisi; riguardo all’economia italiana, il Fondo Monetario Internazionale ha addirittura stimato che occorreranno vent’anni prima che essa possa tornare ai livelli di occupazione raggiunti precedentemente al 2007. L’intensità della crisi si è manifestata in fasi diverse, ma in rapida successione: la prima fase si è manifestata nel 2007 ed ha avuto come epicentro il sistema finanziario ed i mercati immobiliari americani; la seconda è iniziata nel 2008, con il fallimento della Banca Lehman Brothers, allora la quarta banca d’affari degli Stati Uniti d’America, dando origine al crollo delle borse e alla diffusione del panico nei mercati finanziari di tutto il mondo; la terza si è manifestata nel 2010, interessando in particolare i Paesi europei, i cui alti debiti pubblici hanno causato, da un lato, un aumento dei tassi richiesti dai mercati finanziari internazionali per la loro sostenibilità e, dall’altro lato, un peggioramento del funzionamento del sistema bancario.

Le tre fasi – afferma Onado – avevano come epicentro una o più banche sull’orlo del fallimento, sebbene fino a poco tempo prima che iniziasse la crisi, i loro manager “si vantassero di essere al timone di corazzate inaffondabili”; ma anche dopo, a crisi avviata, una larga parte di economisti ha continuato a sostenere che il sistema finanziario si era trasformato, acquisendo maggior flessibilità e, quindi, maggiori capacita di adattamento ai cambiamenti ed agli shock esterni. Il sistema finanziario era certamente cambiato, ma non in meglio; ne è prova il fatto che, durante il suo corso la crisi si è diffusa ad una velocità e con un’intensità inaspettate; sono proprio le modalità con cui l’una e l’altra si sono manifestate che devono essere tenute presenti, in quanto costituiscono il “segno inequivocabile” che nel sistema finanziario era intervenuto qualcosa di nuovo.

Il “nuovo” che caratterizzava le banche alla vigilia della crisi era il fatto che avessero aumentato a dismisura la loro dimensione, connessa ai “mutamenti strutturali nel rapporto tra il sistema finanziario e l’economia reale”; ciò significa che la dimensione del primo è stata determinata dall’aumento del debito degli operatori finanziati dalle banche, cioè del settore pubblico e di quello privato, costituito da famiglie e imprese. L’aumento del debito complessivo è evidenziato dal fatto che quest’ultimo, negli ultimi trent’anni, è “cresciuto a un ritmo quasi doppio del prodotto lordo nominale”. E’ quindi evidente – secondo Onado – che la crisi “è molto di più di un fenomeno finanziario”, in quanto dietro le difficoltà delle banche “si delineano le contraddizioni di un modello di sviluppo trainato dai debiti, che ha comportato una caduta senza precedenti del reddito dei Paesi avanzati”; è questa la ragione per cui la “mutazione genetica della finanza […] non è la causa causarum” dei problemi insorti con la Grande Recessione.

La causa della crisi deve essere infatti identificata nel quadro ideologico e politico su cui è stata fondata l’adozione di modelli di sviluppo che “richiedevano una crescita continua dei debiti e che consideravano quasi un atto di fede che i mercati avessero la capacità di raggiungere spontaneamente condizioni di equilibrio”. Sulla base dell’imperante ideologia neoliberista, la crescente finanziarizzazione dell’economia è stata considerata un fatto socialmente positivo, consolidandosi l’”idea che tanto più grande era il mondo della finanza, tanto meglio era”; ciò è valso a giustificava l’idea conseguente che fosse sempre conveniente offrire, soprattutto alle famiglie, prestiti per importi mai sperimentati in passato e a condizioni sempre più favorevoli.

In particolare, è stato giustificato il fatto che fossero immessi nei mercati finanziari quantità crescenti di titoli provenienti dalla cosiddetta securitisation dei mutui ipotecari, perché in questo modo, si sosteneva, non del tutto disinteressatamente da parte dei banchieri, sarebbero state ampliate le scelte degli operatori e sarebbe accresciuta la liquidità dei mercati finanziari. Ma in cosa è consistita la securitisation? La semplice descrizione della tecnica che l’ha espressa consente di capire perché la finanziarizzazione dell’economia ha condotto alla Grande Recessione.

I mutui concessi dalle banche sono stati trasferiti ad altra società finanziaria specializzata nell’emissione di “titoli strutturati” (o titoli derivati), il cui prezzo veniva basato sul valore di mercato di un altro “strumento finanziario”, definito sottostante (come, ad esempio, azioni, o titoli rappresentativi di materie prime). La società emittente collocava i titoli strutturati ad un prezzo tale da rappresentare una sorta di assicurazione contro imprevisti cambiamenti nei mercati dei mutui; nel tempo, però, la “parte assicurata” (i mutui) è diventata più grande della “parte assicurativa” (l’economia reale), sino ad assumere, alla fine degli anni Novanta, un valore superiore di circa dieci volte il valore del PIL mondiale. Una tale sproporzione ha stravolto una delle funzioni fondamentali di ogni sistema finanziario, consistente nell’offrire strumenti idonei a consentire la gestione di rischi di varia natura; la sproporzione, perciò, venuta meno ogni possibilità reale di poter garantire i rischi connessi all’enorme massa dei mutui in circolazione, è valsa a trasformare i titoli strutturati in strumenti utili solo per operazioni speculative.

Nel periodo precedente la crisi – afferma Onado – hanno così preso forma “due bolle speculative, una legata all’altra ed entrambe favorite dall’opacità della securitisation”: quella dei mercati immobiliari, “i cui prezzi sono cresciuti continuamente alimentando nuove aspettative di aumento”; e quella dei titoli strutturati, i cui rendimenti erano del tutto “sproporzionati al rischio effettivo, ma che tutti gli investitori ricercavano disperatamente”.

Dopo lo scoppio delle bolle, sono crollate le quotazioni della parte assicurativa dei titoli strutturati (azioni, o titoli rappresentativi di materie prime); le banche che avevano concesso mutui sono state necessariamente colpite nella consistenza della loro liquidità; per rimediare alla situazione, esse hanno fatto ricorso al ricupero dei loro crediti verso altre banche, mettendo così in moto una reazione a catena che, attraverso i rapporti finanziari internazionali, ha provocato l’estensione della crisi in tutto il mondo; una crisi che ha causato difficoltà bancarie generalizzate, con fallimenti di istituti di credito, sia in America che in Europa. La conseguenza, come tutti sanno, è stato il loro salvataggio a spese dei contribuenti, senza alcuna sanzione, di qualunque natura, nei confronti di chi si era reso responsabile del “disastro” e, sorprendentemente, senza che l’ideologia neoliberista, che aveva ispirato la finanziarizzazione dell’economia, fosse oggetto di discredito.

A questo punto viene naturale porsi la domanda: per quale ragione, dato il contesto economico ed istituzionale esistente a livello globale, gli assetti proprietari del sistema bancario non dovrebbero tendere a massimizzare il valore delle banche per gli stakeholders, cioè di tutti coloro che hanno interesse al corretto funzionamento dei mercati finanziari, privilegiando invece quello degli shareholders, cioè di coloro che ne sono i proprietari a titolo privato? I quali, pur di guadagnare, come realmente è accaduto, non hanno mancato di speculare, giocando d’azzardo, con i titoli strutturati, a danno di tutti coloro che poi sono stati chiamati a rimediare ai disavanzi bancari senza averne una responsabilità diretta. In che modo è possibile intervenire, per far prevalere assetti proprietari più convenienti per la stabilità del modo di funzionare del sistema economico globalizzato?

Si dirà che la soluzione del problema dell’assetto proprietario più conveniente delle banche è materia troppo complessa, per essere affrontata in termini univoci; però, appare molto debole la conclusione di Onado, secondo cui, dopo quello che è successo, risulterebbe difficile “disegnare una traiettoria di riforme che sappia incidere sulle cause della crisi riportando la finanza e la banca alla loro funzione di sostegno allo sviluppo”. Tutti, però, concordano sulla necessità di apportare al sistema finanziario “riforme strutturali”; ma quali?

I neoliberisti, che continuano ancora ad ispirare gli establishment dei Paesi ad economia avanzata, si dimostrano fedeli al “mantra” delle riforme del mercato del lavoro, delle privatizzazioni e dell’apertura dei mercati; il dibattito, sinora svoltosi a livello globale, ha prodotto analisi che, “sebbene spietate sugli errori e le distorsioni del passato”, non hanno fornito suggerimenti sul tipo di banca che sarebbe opportuno costruire e, in particolare, sulla struttura proprietaria del sistema bancario più conveniente per il futuro dell’economia globalizzata. In generale – osserva Onado – “è mancata una seria riflessione sui problemi collegati alle dimensioni elefantiache raggiunte dalla grandi banche mondiali”. Per contrastare lo strapotere delle banche non sono mancate proposte di interventi volti a limitare gli aspetti più pericolosi dell’attività finanziaria del tempo presente; ciò al fine di “riportare le banche al loro ruolo di motori dello sviluppo economico.

Tuttavia, conclude Onado, “poiché la responsabilità ultima della crisi è stata una politica troppo debole” nei confronti del processo di finanziarizzazione dell’economia mondiale, l’uscita dalla crisi “è resa difficile da una politica troppo debole” nei confronti della banche, che sono divenute “troppo grandi per fallire (too big to fail); se così stanno le cose e se il rischio cui sono esposti i cittadini è quello d’essere chiamati a socializzare le perdite causate da comportamenti di banchieri che sanno d’essere impunibili, l’unica via di uscita sarebbe la socializzazione del sistema del credito. La debolezza della politica però, varrà a continuare ad esporre i cittadini al rischio che il comportamento dei gestori delle grandi banche non sia conforme a quello dei gestori della “banca perduta”, ma a quello proprio dei gestori della cosiddetta “finanza creativa”, che è valsa ad assimilare le loro determinazioni più a quelle di un “bankster”, che a quella del banchiere di antica memoria.

Gianfranco Sabattini

Il ritorno di Gomorra:
serie cult fra i giovani

gomorra

I giovani di oggi? Attirati dal mondo del crimine, almeno nel mondo del piccolo schermo. Questa tendenza è dimostrata dal successo di serie come Gomorra, programma diventato da subito un autentico cult nell’ambito della televisione. Gli appassionati di questa TV serie, girata perlopiù nel cuore di Napoli, sanno bene che è pronta a triplicare: la terza stagione è oramai in rampa di lancio, attesissima in tutto lo Stivale. Il successo, anche per questa nuova stagione, è praticamente assicurato: in questi anni infatti la serie Gomorra ha riscontrato un fortissimo apprezzamento da parte di tutti. A partire dai critici, fino ad arrivare ai giovani telespettatori.

Dove guardare Gomorra?

Chi non ha ancora avuto il piacere di scoprire Gomorra è sempre in tempo per farlo. Ma su quali canali va in onda questa serie TV cult? Su Sky Atlantic della piattaforma Sky, un canale compreso anche nel pacchetto base. Il consiglio, quindi, è di prepararsi per l’incoming della terza stagione ripassando o guardando per la prima volta le due precedenti, così sarà più facile capire bene i ruoli che gli attori interpretano nelle diverse trame della serie: questo perché in Gomorra nessun personaggio è secondario. Chi invece non è ancora abbonato e vuole avere più informazioni al riguardo potrà paragonare il costo dei pacchetti Sky elencati in questa pagina, così da scegliere quello che si preferisce ed essere pronto alla visione della serie tv quanto prima.

Gomorra: anticipazioni sulla terza stagione

La terza stagione di Gomorra approderà in TV il 17 novembre: più di un mese da oggi, che potremo occupare informandoci già su alcune delle anticipazioni più importanti. Ma quali sono queste news? Intanto una novità in termini assoluti: due puntate (la prima e la terza) verranno trasmesse in anteprima al cinema, il 14 novembre ed il 15. Per quanto riguarda le novità sulla trama, esordirà un nuovo gruppo mafioso intenzionato a comandare Napoli, guidato dal boss Enzo. Inoltre, entrerà in scena anche un nuovo giovane “guerriero”: il napoletano Valerio.

Scianèl e Patrizia: due personaggi sempre più complessi

La terza stagione di Gomorra sarà particolare: verranno infatti approfonditi i due personaggi femminili che avranno un’importanza crescente nella storia, ovvero Patrizia e Scianèl. Le due, rimaste le uniche superstiti di un mondo malavitoso in rosa, fortificheranno il proprio legame. Inoltre, la nuova stagione non farà altro che approfondire la loro psicologia: parliamo infatti di personalità sempre più complesse e profonde, fatta anche di diverse ambiguità. Entrambe le donne, segnate dai rispettivi lutti e dalle proprie disgrazie, dovranno affrontare la vita con una maturità rinnovata.

Valerio ed Enzo: i “talebani” sono volti nuovi

Come spesso è accaduto in Gomorra, la scelta per l’interpretazione dei ruoli chiave è quasi sempre caduta su attori emergenti. E lo stesso è accaduto per i due nuovi personaggi della serie: Enzo (Arturo Muselli) e Valerio (Loris De Luna), i cosiddetti “talebani”. Anche in questa circostanza, impareremo a scoprire due criminali ben da vicino, parliamo di due ruoli costruiti per spingere il telespettatore ad una riflessione su diverse questioni etiche.

Elisa Leuteri

Borse di studio per specializzandi in Medicina

Foto Matteo Corner - LaPressecronacaMilano 4 09 2012 Esame di ammissione alla facoltà di medicina all'università statale di Milano Nella Foto un momento del Test

Foto Matteo Corner – LaPressecronacaMilano 4 09 2012 Esame di ammissione alla facoltà di medicina all’università statale di Milano Nella Foto un momento del Test

Per la prima volta la Regione Piemonte finanzierà le borse di studio degli specializzandi in medicina integrando con una quota supplementare le risorse del Ministero dell’Istruzione. Lo ha comunicato questa mattina l’assessore regionale alla Sanità Antonio Saitta nel corso della seduta della Giunta regionale. Alle 380 borse di studio destinate dal ministero al Piemonte con il bando pubblicato nei giorni scorsi se ne aggiungeranno 10 in più, il cui costo sarà coperto integralmente dalla Regione per tutta la durata del contratto.

“Il fabbisogno del Piemonte è decisamente più elevato di quanto è stato effettivamente concesso – spiega l’assessore Saitta -, quindi abbiamo cercato una strada per far fronte almeno alle esigenze più rilevanti. Si tratta però di una modalità eccezionale, perché sarebbe logico che il Miur aumentasse i finanziamenti in base ai reali bisogni”.

Le 10 borse di studio supplementari saranno così concentrate sui settori con maggiori carenze: tre in Pediatria, tre in Medicina di Emergenza e urgenza, due in Medicina interna, una in Anestesia, una in Malattie dell’apparato digerente.

“Il problema della mancata corrispondenza tra l’offerta formativa e le esigenze della sanità pubblica comunque resta – aggiunge l’assessore Saitta –. Nelle ultime settimane ho sollevato questo tema in qualità di coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni: servono più medici, senza un’offerta adeguata si mettono a rischio alcuni servizi. L’idea che abbiamo sottoposto al ministero è che gli specializzandi possano essere considerati dipendenti regionali a tempo determinato e quindi possano lavorare all’interno della sanità con un regolare contratto”.

Cesare Pavese, il mestiere di non vivere

cesare pavese“E quando dal confino lo rimandarono a casa – rovinato, è la parola – per campare, non dico per vivere, per campare si aggiustò con Einaudi: Faccio, – rispondeva ad analoga domanda, – il cavallo da stanga del biroccio di Einaudi -; ma quel lavoro rientrava nei bisogni come il mangiare, che Pavese faceva senza gusto, quasi rabbiosamente come per necessità, ma non quello era il suo mestiere, il suo ministerium; quale dunque?[…]quello di scrivere, che non era una professione, un impiego…era letteratura”. Queste parole di Augusto Monti, professore al Liceo Massimo d’Azeglio di Torino, riferite al suo ex allievo, trovano un riscontro in una lettera ironica quanto sincera di Cesare Pavese a Giulio Einaudi: “Sì, Egregio Editore, è venuta l’ora di dirVi, con tutto il rispetto, che fin che continuerete con questo sistema di sfruttamento integrale dei Vostri dipendenti, non potrete sperare dagli stessi un rendimento superiore alle loro possibilità. C’è una vita da vivere, ci sono delle biciclette da inforcare, marciapiedi da passeggiare e tramonti da godere. La Natura insomma ci chiama, egregio Editore; e noi seguiamo il suo appello”. Terrorizzato dalla vita di routine, riluttante a fare una parte secondaria nella vita, da giovane Pavese accetta la sfida che richiede una progettualità quotidiana e stressante, e coltiva aspirazioni legittime: vuole inserirsi nell’ambito della intellettualità torinese. Il raggiungimento di questo obiettivo gli procurerà qualche certezza, ma provocherà pure nel futuro funzionario e scrittore insanabili lacerazioni. Complicando il suo dissidio interiore e scindendosi, un po’ pirandellianamente, in persona e personaggio Pavese si autocondanna a recitare un modo di essere che non gli appartiene del tutto e che gli impedisce di esplicare la propria identità, che non sempre coincide con quella del funzionario-scrittore serio e infaticabile, che gradualmente si afferma presso la casa editrice di Giulio Einaudi. Spinto a recitare la sicurezza che gli deriva dalla posizione assunta all’interno della Einaudi e dalla stima goduta presso la cerchia degli amici, Pavese avverte l’angoscia dell’esistenza fissata quotidianamente in riti e gesti precostituiti, immutabili. Sente precari i contatti sociali, delusivi i più elementari desideri, minacciata la sua personalità, le sue abitudini di vita, i suoi convincimenti: l’amore per la natura, la campagna, la diffidenza verso la storia e il progresso. Di qui la necessità di rifugiarsi nella odiosamata solitudine, che lo rende inaccessibile agli altri e lo sottrae ai rapporti umani percepiti come insidiosi. Pavese sente il bisogno di essere altrove rispetto al tran tran quotidiano, che impone legami e doveri, ma anche rispetto alla rude atmosfera dell’ambiente einaudiano, caratterizzato per lo più da uomini solidi e quadrati. Avverso nell’intimo alla routine casa-ufficio che mortifica la fantasia e impedisce l’abbandono alla vita senza divieti e restringimenti, Pavese vede sacrificato al rigore etico-intellettuale, al lavoro frenetico e a un astratto ideale di maturità il suo desiderio di sentirsi vivo e vero. Liberarsi dalla retorica del dovere, che si è posto al di sopra di ogni cosa, con il passare degli anni diventa una necessità sempre più impellente per Pavese. Intanto dopo il 1945 la dimensione utopica dell’esistenza (“nel periodo clandestino tutto era speranza; ora tutto è prospettiva di disastro” – annota il 5 aprile 1947 lo scrittore in Il mestiere di vivere ) si stempera. Come tanti altri intellettuali, Pavese non sa adeguarsi alla richiesta che gli viene dal partito comunista, che indica all’artista quale scelta deve operare per regolare la sua posizione. Scrivere ed essere capìto diventa per il nostro autore sempre più difficile e faticoso, mentre la vita politica diventa sempre più astrusa e monotona. Di qui gli equivoci e le incomprensioni, la sofferenza dello scrittore che avverte la diffidenza dell’ambiente politico-intellettuale che lo circonda. Una volta che la disarmonia con il mondo è diventata totale, il gesto suicida è indifferibile. Con la morte Pavese protesta la diversità dello scrittore arrivato ma non appagato che non scambia la sua libertà per la vita inautentica. Prende congedo da una società che si prefigura utilitaristica e volgare, fondata com’è sul denaro. In data 4 gennaio 1950 lo scrittore annota ne Il mestiere di vivere: “Visto e fiutato quanto Roma ha di peggio. Facile amicizia, vita d’occasione, denaro fatto e speso come se non ci fosse, e invece tutti i criteri, i gusti, le voglie ecc. sono in funzione del far denaro” .

Lorenzo Catania

Mediterri-Amo: Maurizio Scaparro lancia progetto

scaparroPer raccontare le storie del nostro mare, per raccoglierne le voci e le immagini, per riscoprirlo come luogo privilegiato di nostalgia, Maurizio Scaparro il 27 settembre 2017 lancia a Roma Mediterri-amo, una rassegna itinerante che toccherà anche Firenze (12-13 ottobre) e Venezia (5 dicembre) per tentare, insieme ad artisti, studiosi, scrittori, filosofi di recuperare l’immagine di quella mitica età dell’oro in cui il nostro mare era il centro del mondo, crocevia di culture, di lingue e di conoscenze.

Shahrazad, per non morire, raccontava storie. E forse, oggi più che mai, è questo il compito dell’arte e degli artisti: raccontare storie, per comprendere l’altro e per ricordare il nostro passato.

Un progetto che, sotto la guida di uno dei Maestri del grande Teatro Italiano, diventa una finestra aperta sulle tante sponde del Mediterraneo, per tracciare le coordinate di un viaggio fatto di immagini, suoni, parole.

Il nostro Mediterraneo non è un mare di confine, ultimo avamposto di un’Europa distratta che ha dimenticato le radici del suo passato; non vuole ridursi a campo di battaglia in cui trionfano populismi, paure ed egoismi; ma vuole essere un luogo di riferimento e incontro in cui riconoscersi, avvicinando prima di tutto gli artisti rifugiati, in collaborazione con l’UNHCR, e grandi ospiti italiani tra istituzioni e mondo della cultura per cercare di riabbracciare quei valori comuni di un vivere civile che le tragedie umanitarie sembrano aver spazzato via.

Mediterri-amo è un percorso a tappe nelle città crocevia d’Italia e che hanno costituito momenti fondamentali nella vita artistica di Maurizio Scaparro: Roma, dove il progetto vedrà la sua apertura il 27 settembre alla Casa del Cinema, in una giornata di studio e incontri aperta alle giovani generazioni con laboratori, letture, proiezioni e racconti; Firenze il 12 e 13 ottobre con una due giorni di eventi e spettacoli al Teatro della Pergola e Venezia il 5 dicembre, con una chiusura dedicata a uno dei massimi drammaturghi per i quali il Mediterraneo è stato punto di riferimento e narrazione fondamentale, Shakespeare.

È possibile passare dal sogno alla re-invenzione della cultura e della vita stessa mediterranea? Passare dallo scontro alla collaborazione?
Sono queste alcune delle domande che ci guideranno nelle giornate di Mediterri-amo.

Roma 27 settembre 2017, Casa del Cinema
Firenze 12 – 13 ottobre, Teatro La Pergola
Venezia 5 dicembre, Ateneo Veneto

con
Carmelo Alberti, Michela Andreozzi, Shaul Bassi, Eugenio Bennato, Maria Ida Biggi, Francesca Corrao, Emilia Costantini, Ugo De Siervo, Diplomati della Scuola per Attori “Orazio Costa”,Izzedin Elzir, Nicole Grimaudo, Stefano Fresi, Syed Hasnain,Lino Guanciale, Stephane Jaquemet, Sebastiano Maffettone, Pino Micol, Enzo Moscato, Orchestra Almar’à, Orchestra di Piazza Vittorio, Alessandro Preziosi, Mario Primicerio, Claudio Romano, Igiaba Scego, Pasquale Scialò, Peppe Servillo, Solis String Quartet, Massimiliano Vado e Maurizio Scaparro

con il contributo di
Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo

con il sostegno di
SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori, Fondazione Teatro della Toscana

con il patrocinio di
Regione Lazio, Roma Assessorato alla Crescita culturale, Comune di Firenze, Università LUISS “Guido Carli” e UNHCR

in collaborazione con
Agiscuola, Casa del Cinema, Compagnia Italiana, Ex Novo, Fondazione Giorgio Cini, Fondazione Giorgio La Pira, Istituto Luce Cinecittà

Il panino è sempre politically correct!

paninoEsiste una ricetta pratica, poco ingombrante, che in men che non si dica metta fine alla fame e doni un granello di buonumore? Come no, ad esempio, un panino farcito – senza limiti a fantasia e desideri culinari! Del resto è un cibo cui tanti ricorrono quando lo stomaco inizia a “protestare” e chiedere conforto. Così, senza beceri formalismi, due fette di pane con formaggio, salumi, verdure, sottaceti (o altro) sono l’ideale per mandare “a quel paese” il fastidioso languorino o per godere di uno spuntino fuori orario. A parte questo, le occasioni dove “addentare” un sandwich non mancando, ad esempio, sul lavoro, durante la sospirata pausa. Eh sì, nel corso del break “la pagnotta” può diventare un espediente per ‘metter ko’ la fame! È di sicuro “il pranzo” per tantissimi, specie di chi preferisce rinunciare alla mensa aziendale, o per coloro che – per penuria di tempo – evitano la scappatina in trattoria. Niente paura, con un panino a portata di mano (o in tasca) il salvacondotto verso la felicità e garantito.

E il panino “al sacco” diventa formidabile anche a scuola, perché non c’è nulla di meglio del buon pane fresco “abbellito” con ciò che più aggrada. A questo punto, dubbi e perplessità sull’utilità gastronomica di questa “tascabile” ghiottoneria dovrebbero essere svaniti, come quando Eolo soffia sulle nubi e le spazza via. Sarebbe invece interessante capire qualcosa sulla sua origine, insomma – chi lo ideò! Fu uno stratagemma nato per necessità, o un’astuta invenzione gastronomica, che bollare unicamente come “rivoluzione copernicana” è poco? Accipicchia, dura svelare l’arcano, però il panino “pieno” non è un’invenzione dell’altro ieri! Sembra che nell’antica Roma ci fosse l’abitudine di consumare il pane assieme a carne di maiale ben rosolata – una specie di pane e prosciutto, però differente da quello odierno. Quindi è ovvio che imbottire il panino con affettati, formaggi o persino golosi rimasugli non è un costume recente, bensì antico. Come se non bastasse, questa cosmopolita leccornia gode di una trasversalità mica da poco, poiché nel globo ha diverse nomee e appellativi. Oltralpe è il kebab, la tortilla, il sandwich, il taco, il toast o il famoso hot dog che tutti conoscono e mangiano. Naturalmente la “gastro-list” non finisce qui, infatti, in qualsiasi luogo ci sarà un panino pronto a saziare chiunque. E magari abbinato a salse, salsine e condimenti – tra cui la maionese, il ketchup, la salsa rosa o il Tabasco.

Dopo questa carrellata gastronomica nel tentativo di offrire promozione al panino – occorrono due parole relative alla sua ‘edizione’ domestica. In questo caso non devono venire meno il tipo di pane e ovviamente il ripieno – quest’ultimo in totale licenza creativa. In parole povere, una spericolata “avventura” tra i fornelli in cui noi – comuni mortali di sicuro non cuochi professionisti – possiamo dar sfogo alle nostre velleità culinarie! Tra i più interessanti troviamo il pane con frittata e formaggio (in alternativa va bene l’omelette), quello con salame e verdura saltata in padella, il panino con fette di arrosto e senape senza tralasciare “quello” integrale con pomodoro, mozzarella e origano – versione parecchio apprezzata durante l’estate. Come detto è solo un elenco – perché il panino può essere “colmato” di ogni bendidio.

Insomma, per farla breve, un’infinità di invitanti prelibatezze, non complicate da realizzare e comode da portare con sé – sul lavoro, in viaggio o in una gita fuoriporta, dove il pranzo al sacco è composto soprattutto da panini e cibi sbrigativi. Ciò appurato – un consiglio: se è possibile, nella farcitura sarebbe preferibile inserire della verdura fresca, ad esempio, foglie di lattuga, cetrioli, pomodori e peperoni, per rendere lo spuntino meno “asciutto” e di conseguenza più digeribile.

Stefano Buso

Visite animate. Tuffo nella storia di “teatrOrtaet”

visiteanimateUna nuova formula di spettacolo teatrale, particolarmente suggestiva, è quella delle “Visite animate” (format originale, dal 2012 marchio registrato), che coniuga adeguatamente teatro e riflessione storica. È la formula che, da alcuni anni, l’associazione “teatrOrtaet” (il nome evoca il gioco di simmetria insito nella parola e nell’idea stessa di “teatro”), nata nel 2004 e diretta dagli attori professionisti Carlo Bertinelli e Alessandra Brocadello, ha scelto per organizzare spettacoli sponsorizzati soprattutto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali o dagli enti locali.

I due attori interrpretano ogni volta una pièce che, in contesti museali e monumentali di grande significato (dal Vittoriale sul Garda a Castel S. Angelo a Roma, dalla casa-museo del Petrarca ad Arquà al Castello Estense di Ferrara), alla presenza del pubblico ripercorre un preciso momento della storia. Interpretando, ogni volta, una coppia famosa o una serie di personaggi dalle vicende strettamente legate a quel contesto (d’Annunzio e la Duse, Petrarca e Laura, ecc…), “teatrOrtaet” permette al pubblico di capire meglio l’ambiente storico-artistico in cui si trova, e cogliere anche quelle che sono, spesso, le radici antiche di problemi moderni. Il tutto, con grande attenzione sia alle vicende storiche (accurata è la ricerca alla base dei testi, scritti da Bertinelli) che ai costumi dell’epoca, minuziosamente ricostruiti nei dettagli.

Bertinelli, autore d’una decina di commedie, in teatro dal 1980, dal 1990 ha lavorato per Venetoteatro; poi, dal ’92, per il Teatro Stabile del Veneto “Carlo Goldoni”. Vincitore di alcuni premi nella regia teatrale, dal 2004 si dedica esclusivamente alle produzioni di teatrOrtaet. Alessandra Brocadello, debutta in teatro già nel ’95; laureata in Psicologia nel 2002, nel 2000 ha iniziato la sua formazione in teatroterapia, divenendo, nel 2002, socio fondatore della Federazione Italiana Teatroterapia (FIT) e iniziando (2003) il sodalizio artistico con Bertinelli. Ultimo spettacolo della coppia, “Giotto sotto le stelle”: ambientato (dall’1 al 6 settembre) nella storica Cappella degli Scrovegni di Padova (la cui nuova illuminazione sarà presentata in occasione della prossima visita in città del ministro per i Beni e le Attività Culturali, Dario Franceschini).

S’è trattato di un itinerario in 3 tempi, con partenza (e ritorno finale) dal Chiostro degli Eremitani, e piena immersione nell’ammaliante atmosfera della Cappella affrescata da Giotto. Tra i personaggi, figure come Chiara d’Assisi, che seguì Francesco nella scelta di “santa povertà”; Sant’Antonio e la Beata padovana Elena Enselmini (morta, giovanissima, nel 1231), che, sulla loro scia, sono stati a Padova i massimi testimoni d’un’esistenza protesa all’“imitatio Christi”, al ravvedimento dai vizi della violenza, dell’usura (contro la quale s’impegnò particolarmente Antonio da Lisbona-Padova), dell’invidia.

Allo stesso modo, nella parte finale della visita, è evocato un coetaneo (e, secondo la tradizione, amico) di Giotto, Dante Alighieri: che scrisse la sua opera più famosa, la Divina Commedia, dal 1306 in poi, quando il capolavoro giottesco era già compiuto, ma che tratteggiò, nelle sue terzine infernali (XVII canto), un indelebile ritratto di Rinaldo Scrovegni (padre di Enrico), ricchissimo committente della Cappella.

Da venerdì 8 a domenica 10 settembre, invece, “teatrOrtaet” sarà in scena a Roma, nella magica atmosfera di Castel Sant’Angelo. Nel contesto della rassegna “Art City”, ideata e organizzata da Edith Gabrielli, direttore del Polo Museale del Lazio, e curata da Anna Selvi, va in scena lo spettacolo “Castel Sant’Angelo allo specchio. I volti segreti della storia”: carrellata di personaggi, tra i grandi protagonisti del Cinquecento romano. In 2 spettacoli (alle 20,30 e alle 22, vedi i siti www.teatrortaet.it e www.visiteanimate.it, e il sito del Museo, www.castelsantangelo.com), i due artisti condurranno il pubblico nella Roma rinascimentale: inerpicandosi dal Cortile dell’Angelo al Giretto di Pio IV, sino alla fastosa Sala Paolina, il cuore degli appartamenti di papa Paolo III Farnese, con vista immediata sulla splendida Loggia di Giulio II.

La prima parte della “visita animata” è centrata sul cinquecentenario della “protesta” luterana con l’affissione delle 95 tesi (sulla porta del Duomo di Wittenberg, il 31 ottobre 1517). Un evento che cambia il destino delle genti germaniche, a cui Lutero (uno dei personaggi interpretati da Carlo Bertinelli) fa appello, invitandole alla riscossa contro le esose tasse papali. Dieci anni dopo, gli eserciti di Carlo V, forti anche di migliaia di lanzichenecchi luterani, nella guerra della Lega di Cognac (animata da Francesco I contro Carlo V) metteranno a ferro e fuoco l’Urbe: un trauma, questo del Sacco di Roma, che – vedi le testimonianze di storici di rilievo, come il francese Andrè Chastel – cambierà nel profondo il clima culturale della penisola. Sempre Bertinelli, poi, è Papa Clemente VII Medici, imprigionato appunto in Castel S. Angelo, assediato dai lanzichenecchi. Poi, la galleria dei personaggi femminili, resi con altrettanta versatilità da Alessandra Brocadello: Isabella d’Este, che ha indugiato a Roma per ottenere il cappello cardinalizio per il figlio Ercole e sfugge a malapena alla furia dei saccheggiatori, grazie all’intervento dell’altro figlio, Ferrante, generale degli Imperiali. Giulia Farnese, artefice dell’ascesa della famiglia e musa ispiratrice di suggestive allegorie. Sino agli artisti decoratori di Castel S. Angelo: da Perin del Vaga, discepolo di Raffaello e principale decoratore degli appartamenti papali, a Michelangelo, autore, a Castel Sant’Angelo, della facciata della cappella di Leone X. Ci sono, infine, i portavoce delle esigenze d’ autentica riforma presenti nello stesso mondo cattolico: come il cardinale inglese Reginald Pole, legato pontificio alle prime fasi del Concilio di Trento, e la sua “figlia spirituale”, la poetessa Vittoria Colonna, tanto cara a Michelangelo.

I visitatori giungono infine all’ultima tappa: legata all’altro grande centenario attuale, quello della Grande Guerra, follia collettiva dell’Europa giunta, un secolo fa (proprio ad agosto 1917, Benedetto XV definiva il conflitto “un’inutile strage”), sull’orlo del suicidio. Alla Prima guerra mondiale, infatti, sono ispirate le decorazioni liberty di Duilio Cambellotti (1876-1960) delle tre sale dell’ultimo piano del castello. Sala delle Colonne, Sala dei Corpi speciali e Sala della Cavalleria vengono raccontate dallo stesso Bertinelli/Cambellotti, e da un personaggio femminile che esprime, nei versi di Ungaretti e nel canto della storica canzone “O’ surdato ‘nnamurato”, di Califano-Cannio (osteggiata, ai tempi di Caporetto, dalle alte sfere militari, perchè ritenuta un sostanziale invito alla diserzione!) l’emozione struggente della memoria. Al tema della Prima guerra mondiale nel ricordo collettivo, del resto, i due artisti, entrambi padovani, sono particolarmente legati: nell’altro spettacolo “La Grande Guerra” andato in scena al Nord dal 2008 al 2016, tra i personaggi figuravano Treves, d’Annunzio, Benedetto Croce e un convincente Filippo Turati (colto nei giorni in cui, con coraggio e lungimiranza, dopo la disfatta di Caporetto esortava il Paese alla resistenza collettiva contro il nemico).

Fabrizio Federici

AAA – netiquette on line cercasi!

Miss-Netiquette-08_17_2013-headerPrima i forum, poi le chat e quindi i moderni social network. Già, proprio i social – “luoghi” aperti a chiunque, quasi sempre gratuiti, sorta di agorà cibernetiche dove poter conversare, interagire, esprimere le proprie idee (magari con pacatezza) e, per parecchi di noi, mezzo performante di attività. Inoltre, veicolo fondamentale per la comunicazione che grazie a questi potenti mezzi informatici raggiunge ogni angolo del globo. Ma è solo questo? No, per alcuni tenebrosi “figuri” è anche l’habitat preferito per scaraventare insulti a destra e a manca, per concretizzare lo stomachevole cyberbullismo di cui tanto si parla e poco si fa, oppure per prendere di mira una persona e versarle addosso uno “tsunami” di schifezze che ripetere qui ora, su queste pagine, significherebbe provocare un’epidemia di nausea collettiva senza poi poter approntare un’adeguata terapia di conforto.
Per accertarlo, per toccar con mano – qualora qualcuno ne dubitasse – basta addentrarsi in un social a caso e verificare motu proprio. I bersagli preferiti di questi “arditi” dal click facile sono i personaggi più in vista, i cosiddetti “vip”. E non importa se onorevoli, politici, star del cinema, giornalisti, opinionisti e altre celebrità, che a prescindere dall’incarico svolto vanno rispettate punto e basta! Per il diffamatore seriale che usa la tastiera come un lanciafiamme, l’importante è aspergere la sua dose di veleno quotidiana. Tanto è più che convinto di farla franca, di eludere ogni regola e controllo! Comunque, vittime sacrificali della violenza on line sono anche le persone comuni – con l’unica “colpa” di dimorare in quello spazio per trascorrere un po’ del loro tempo in tranquillità, e che invece, loro malgrado, devono subire vessazioni perpetue.
Il tanto auspicato autocontrollo e la popolare “netiquette” sembrano essere stati archiviati troppo in fretta. In fin dei conti la Rete non è così anziana, anzi! Lo sono, invece, le sozzerie che ogni ora vengono catapultate nel web, e che parimenti a meteore impazzite vanno a colpire l’individuo causandogli tribolazione e comprensibile imbarazzo. Chi è vittima di questa meschina “incursione” digitale spesso sopporta – cercando di non cadere nella trappola della provocazione, anche se non è sempre così semplice mantenere un comportamento “virtuoso”. Talvolta, pur ignorando chi liberamente ferisce, oppure mettendo nella “black-list” questi inqualificabili personaggi non si risolve nulla, poiché costoro, furbamente, cambiano account e iniziano di nuovo a tempestare di insulti il malcapitato o la malcapitata di turno.
Poi, come non bastasse, s’instaura il nefando “derby” dell’emulazione diffamatoria, una forma di competizione aberrante che consiste nello scrivere e poi “rendere visibile” a tutti l’offesa peggiore. Non di rado, specie quando vengono denigrate persone in vista, dopo le prime ingiurie formulate dallo spavaldo di turno ne seguono a ruota altre, persino più schifose, quasi a dar sostegno a chi ha stoltamente aperto le danze. Detto così sembra un orrido videogame dove si assiste a un’eterna tenzone tra buoni e cattivi, ma purtroppo è la realtà! Da parte nostra, lavorando nella comunicazione siamo i primi ad affermare che Internet non va limitato con veti più consoni a regimi già stati condannati dalla storia oltre che dai tribunali internazionali. Vanno, invece, condannate e perseguite secondo i termini di legge tutte quelle condotte lesive della dignità, che mortificano chi è vittima del cyberbullismo e di conseguenza anche tutti gli internauti corretti ed educati – per fortuna, in maggioranza.
Per arginare e cercare di sconfiggere questo “bubbone” che con il passare del tempo cresce a dismisura, serve l’attuazione di una “netiquette” severa, che funzioni in modo puntuale senza far sconti a niente e nessuno. Poi, la presenza di moderatori, come era in auge nelle prime chat e nei forum, interventi che in fin dei conti funzionavano e fungevano da deterrente. Se qualcuno non è in grado (o non vuole) reprimere le proprie pulsioni offensive, è corretto sia emarginato dal social che lo ospita. Una sorta di “Daspo” internettiano, sperando in un futuro pentimento o di un’auspicata condotta perbene!
Inoltre, quanti ricevono il loro immancabile “aerosol” di impropri e di insolenze, dovrebbero rendere pubblico “il lerciume” avuto, in modo da far vergognare chi si è permesso di intraprendere il pubblico dileggio. Star sempre zitti e tollerare non paga! Purtroppo s’è visto che sopportando, sperando nell’immediata “redenzione” degli spacconi non si risolve nulla, anzi, questi beceri personaggi in cerca di vana gloria si sentono ancora più autorizzati a proseguire la loro squallida “missione”. Palesemente – un insano e illegittimo mandato di infangare per sedare la sete di frustrazione che li accompagna da sempre.

Stefano Buso