Vegan. Come seguire una dieta in semplicità

vegandishItaliani sempre più attenti ad un’alimentazione green e completamente naturale: parliamo, ovviamente, dei vegani. Nonostante ancora oggi questa sia solo una piccola nicchia in Italia, va comunque considerato come, nel 2016, la popolazione vegana italiana sia aumentata parecchio, soprattutto alla luce di un trend che appariva in netto calo nel 2015. I motivi del prepotente ritorno di questa scelta alimentare e di vita, ben delineati dalla relativa associazione, sono innanzitutto legati a un’attenzione sempre maggiore nei confronti della cura del proprio benessere e della propria salute, insieme all’attenzione nei confronti della tutela animale e dell’eco-sistema del nostro pianeta.

Veganismo in Italia: quali sono i dati?
Il veganismo in Italia, stando ai dati riportati da AdnKronos, ha di fatto conosciuto una seconda giovinezza nel 2016: secondo la nota agenzia di stampa, infatti, il numero di vegani nel nostro Paese ha conosciuto un aumento del +2,3% durante l’anno che si è appena concluso, portando il totale dei vegani italiani all’8% della popolazione. Pur trattandosi di percentuali ancora molto basse, va comunque sottolineato che nel 2015 il numero di vegani si era ridotto notevolmente, scendendo dal 6,5% del 2014 al 5,7% della popolazione dello Stivale. Stando alle interviste a campione, i motivi di questa scelta sono dovuti a motivi relativi alla salute (nel 47% dei casi), alla tutela degli animali (nel 30% dei casi) e al benessere del pianeta (nel 13% dei casi).

Dove acquistare i prodotti vegani?
I prodotti vegani sono sempre più spesso apprezzati dai consumatori, e non è un caso che grandi catene di supermercati e ipermercati come la Coop abbiano deciso di investire tantissimo in questo settore. Stando alle parole di Joos Sutter, direttore di Coop, gli investimenti nei cibi vegan sono stati una delle priorità dell’azienda: al punto da aver rafforzato il marchio proprietario Karma, includendo anche il noto marchio Veganz negli assortimenti. Lo scopo è andare incontro al futuro, favorendo anche l’acquisto dei prodotti vegani attraverso le nuove tecnologie: grazie al web, infatti, oggi è possibile fare la spesa da casa sullo shop online Easycoop, selezionando i migliori prodotti vegani dagli scaffali digitali e facendoseli consegnare direttamente a casa.

Alimentazione vegan: dalla dieta agli snack
L’alimentazione vegana è un ottimo sistema per curare la propria salute e per colorare i propri pasti: ma quali sono i cibi che è possibile includere in una dieta vegan, senza per questo rendere l’alimentazione noiosa e ripetitiva? Ad esempio, una dieta di questa tipologia potrebbe includere una colazione a base di latte di soia e avena, uno spuntino mattutino con kiwi e gallette di riso, un ben pranzo a base di pasta di semola, sugo di pomodoro e fagioli, ed una cena comprendente pane di segale e tofu, adeguatamente insaporito dall’olio extravergine di oliva. Ma condurre una dieta vegana non significa rinunciare necessariamente agli snack per spezzare la fame: non solo frutta, ma anche stuzzichini come le chips a base di mais, gli amatissimi biscotti Oreo, le caramelle senza zucchero, i biscotti per l’infanzia e persino i famosissimi crackers Ritz. Per quanto riguarda i dolci, invece, via libera alla cioccolata Lindt e alla crema spalmabile Venchi.

Elisa Leuteri

Basilicata. Dare forza alla “bussola socialista”

apre“Non serviva fare una verifica con le provinciali per capire che i socialisti in Basilicata esistono”. Lo afferma Livio Valvano, segretario regionale del Psi in Basilicata. “Siamo il secondo partito della coalizione che governa la Regione Basilicata, abbiamo un assessore nella Giunta Regionale con deleghe importanti, sindaci, amministratori di enti sub regionali, consiglieri e assessori comunali su tutto il territorio Regionale. Alle elezioni Regionali del novembre 2013 abbiamo eletto facendo registrare quasi l’8% sulla nostra lista con il simbolo PSI”.

Il candidato socialista è stato il primo degli eletti in una lista Pd. Questo ha un significato preciso. Quale?

Rocco Guarino lo abbiamo candidato con l’obiettivo di andare oltre, di recuperare le forze socialiste, di provare a riaprire un ragionamento con tutta l’area socialista di Basilicata. Dobbiamo provare a riannodare i fili della trama laico-liberale-socialista, per dare maggior peso alla sinistra riformista che fa fatica a insediarsi nel PD. Possiamo essere più utili al governo degli Enti locali ma forse anche del Paese se riusciamo a organizzare l’area della sinistra moderna che assume come priorità le questioni programmatiche, prima degli assetti di potere.

dentro

Livio Valvano, segretario regionale Psi Basilicata

Un ruolo importante…
I socialisti possono farlo. Aver raggiunto il primo posto nella lista con il simbolo PD dà il senso della convinzione, della maturità, della coerenza e lealtà di tutti gli amministratori che, con il loro voto, hanno voluto accordare fiducia nel progetto. In Basilicata ci stiamo provando sul serio e penso che abbiamo ottenuto i primi risultati in materia di ambiente e rifiuti con l’azione dell’assessore Francesco Pietrantuono. Alle provinciali Rocco Guarino era il candidato di cerniera che poteva consentirci di riaprire un discorso con l’intera area socialista. É stata una scelta politica che guarda al futuro.

Quali gli appuntamenti futuri del partito. E in cosa sta puntando per rafforzarsi ulteriormente?

In Basilicata si voterà tra due anni. Stiamo lavorando per aiutare le amministrazioni comunali ad affrontare con concretezza e maggiore efficacia alcune questioni che hanno impatto diretto sui cittadini lucani. La sfida è coinvolgere i tanti amministratori locali che si ritrovano nella “bussola socialista”. Per le prossime regionali ci poniamo obiettivi ambiziosi, con numeri a due cifre, visto che partiamo da un dato del 2013 molto significativo.

Quali le priorità da affrontare sul territorio di provincia e regione?
Lavoro, infrastrutture. La Basilicata è la Regione che ha l’indice più basso di infrastrutture (strade e ferrovie), edilizia sociale. Devo dire che il lavoro del segretario nazionale Riccardo Nencini è stato significativo. Ma c’è da recuperare un divario secolare con il resto del paese.

Qual è il ruolo delle province oggi? Non erano state abolite…
Io ho una mia opinione sulla questione, ma non mi meraviglia più vedere in questo Paese che il dibattito politico su questioni molto serie, come l’architettura istituzionale, debba essere compresso, anzi compromesso da un confronto pubblico degenerato. C’è un dato inequivocabile: serve o non serve un’entità amministrativa sovracomunale per gestire servizi e infrastrutture comuni a più enti, tipo le strade ultracomunali, le scuole superiori, i trasporti fuori del territorio comunale etc…? Nella domanda c’è la risposta che ovviamente è SI. Ora che a questo bisogno ineliminabile si risponda con un ente che si chiama Provincia la cosa non mi scandalizza affatto, anzi. Le Province sono l’entità istituzionale storicamente più legata all’identita del paese e dei cittadini. A questo punto mi chiedo: ma abbiamo bisogno delle Regioni? C’è necessità di 20 legislatori regionali che possono legiferare nel mentre l’Italia rafforza la partecipazione all’Unione Europa?

E come rispondi?
Ciò significa che nel mentre ci affanniamo a recepire in Parlamento le direttive comunitarie dobbiamo anche correre a rendere organica e coerente la legislazione di 20 legislatori regionali. Mi sembra una follia. Ma questo é un altro argomento.

Torniamo alle province…
La risposta è SI, le province servono, dobbiamo solo ritornare all’elezione diretta restituendo il voto si cittadini.

Daniele Unfer

MPS e il Capitalismo ‘familista’ italiano

mps-2Alla fine degli anni ’80 il noto giornalista americano Alan Friedman scrisse due libri, molto importanti, ovvero “Tutto in famiglia” e “Ce la farà il capitalismo italiano?”. Perché importanti? Perché svelarono, come solamente l’occhio di un osservatore esterno avrebbe potuto fare, la vera natura del capitalismo italiano: un sistema fondato sul familismo amorale, capace di autoriprodursi senza alcuno scrupolo, allergico a qualsiasi gerarchia fondata sul merito e sul valore della competenza. Un capitalismo furbo e arraffone, che vuole fare profitto investendo poco e rischiando nulla, e che grazie ad una estesa rete di legami familiari e di potere, evita sempre la concorrenza, puntando al monopolio. Questa è la sintesi di un modus operandi che purtroppo, da sempre, ha reso profondamente fragile la grande industria e la grande finanza del nostro paese al cospetto dei mercati internazionali, dove la concorrenza è spietata.

Fragilità che, però, è stata abilmente nascosta, in passato, dal sistema politico italiano; alcune volte in funzione degli interessi strategici dello stato, in altri casi per finalità meno nobili. Come? Coprendo di denaro pubblico e di commesse statali la nostra grande industria, a cui, tra l’altro, molte volte è stato consentito di agire indisturbata in condizioni di monopolio assoluto. Una scelta voluta, per permettere a questi giganti dai piedi d’argilla di poter competere, grazie al sostegno statale, con le grandi realtà industriali del capitalismo internazionale. Un sistema “dopato” che è durato quasi un cinquantennio, ovvero tutto il periodo che va dal secondo dopoguerra alla fine della Prima Repubblica. A fare da “cuscino protettivo” furono i partiti politici che avevano ricostruito l’Italia del dopoguerra. Per mantenere i loro mastodontici apparati organizzativi e burocratici e, quindi, indirettamente, il “costo” del sistema democratico italiano, cercavano molto spesso finanziamenti irregolari da diversi “fonti”, tra cui la grande industria, a cui, in cambio, era consentito operare in condizioni vantaggiose, a patto che assecondasse le politiche occupazionali e industriali intraprese dai governi (vedasi il caso FIAT nel Mezzogiorno d’Italia).
Un sistema che certamente dava forte potere contrattuale ai partiti, dato che gli consentiva di sostenere i costi della democrazia e allo stesso tempo di imporre agli industriali politiche di redistribuzione del reddito attraverso i posti di lavoro generati dai grandi siti produttivi. Un sistema che però aveva anche un grande difetto: aumentare considerevolmente la spesa pubblica e il debito dello stato. Va detto che in un paese come l’Italia, che all’epoca, dal punto di vista geopolitico si trovava al centro dello scontro tra i due blocchi ideologici della “guerra fredda”, ovvero quello occidentale e quello del comunismo sovietico, questo
modello, seppur discutibile, consentì, tutto sommato, di trovare un compromesso tra gli interessi del capitalismo privato e quelli del movimento operaio, ponendo fine al periodo di tensione provocato dagli “anni di piombo”. Un equilibrio complesso che, però, ebbe vita breve, infatti, con la caduta del muro di Berlino, il trionfante neo capitalismo mondiale, legittimato dalla sconfitta del comunismo, suo rivale ideologico, decise che quel sistema politico e sociale di mediazione, oramai divenuto troppo “ingombrante” e democratico, non serviva più. Se, infatti, prima esso era servito a frenare il “pericolo comunista”, adesso costituiva una sorta di ostacolo ai suoi appetiti liberisti.
Per far cadere un potere bisogna colpirlo nel suo punto debole. In Italia il punto debole del potere politico era proprio quel sistema di finanziamenti irregolari, all’ombra del quale, nel frattempo, erano proliferati comportamenti al limite della legalità, come, ad esempio, il sistema delle “tangenti”. Ecco, dunque, che i poteri forti della finanza e dell’industria, stufi di dover sottostare alle condizioni di una politica che gli imponeva certi “limiti”, facendogli addirittura pagare il “pizzo”, fiutano l’occasione. Utilizzando strumentalmente il sistema dell’informazione mediatica, di cui controllavano una fetta consistente, contribuiscono ad accelerare il declino del sistema partitico, che di lì a poco verrà spazzato via dall’inchiesta
giudiziaria “Mani Pulite”. Il circo mediatico-giudiziario messo in campo condiziona e spinge l’opinione pubblica italiana a credere che tutti i mali della società di quel tempo fossero da attribuire a quella politica corrotta ed affarista. Finalmente, senza la mediazione dei partiti scomodi, quegli stessi partiti che per anni gli avevano riempito la pancia di denaro pubblico e che li avevano protetti sul mercato internazionale per coprire le loro fragilità, i “capitani” d’industria e di finanza ora sono liberi di lottizzare il nostro paese e di spartirsi quello che resta della gloriosa industria di stato. Bel modo di cavarsela, ma adesso? Come si va avanti senza mamma politica che eroga sussidi a pioggia? Chi ci proteggerà dalla concorrenza ostile del libero mercato? Chi ci garantirà più commesse sicure? Chi darà la
copertura alle “scalate” dei capitani coraggiosi? Semplice, basta bussare alla porta del nuovo potere costituito, quello che ha sostituito la “vecchia politica”, quello che adesso conta: le banche finanziarie.
Eccoci dunque arrivati al 2017, allo scandalo del debito miliardario del Monte dei Paschi di Siena. Gli attori sono diversi, ma i ruoli sono gli stessi, solo che questa volta al posto della partitocrazia c’è la finanza a coprire le magagne del capitalismo nostrano. Cattivo pagatore, debitore insolvente, sempre in affanno sui mercati internazionali, bisognoso di sostegno più di prima, in altre parole impresentabile. Ma soprattutto, almeno da quanto emerge dalle indiscrezioni giornalistiche sulla lista dei debitori insolventi, a rappresentarlo ci sono gli stessi cognomi, quelli di sempre, nel rispetto della tradizione familistico dinastica del capitalismo italiano. A pagarne le spese? Il bilancio già sofferente del nostro stato, che dovrà tappare per l’ennesima volta una voragine miliardaria, i piccoli risparmiatori, le migliaia di piccole e medie imprese e di famiglie che non riescono più a ottenere credito da parte delle banche, perché i soldi da prestare vanno agli amici “potenti”.
Una vecchia storia, insomma, quella del capitalismo italiano, che come tutti i gattopardi d’Italia riesce sempre a rinnovarsi senza cambiare mai, e che, soprattutto, “tiene famiglia” e quindi deve essere aiutato.
Basti ricordare il famoso “sistema Cuccia”, che attraverso Mediobanca, considerata all’epoca il muro di Berlino del capitalismo italiano, teneva fuori migliaia di piccoli e medi imprenditori. Però, come direbbe Friedman, questa volta ce la farà a salvarsi? Se ci salveremo sarà solo grazie agli sforzi e ai sacrifici dei migliaia di piccoli e medi industriali eroi, che lottano ogni giorno per sopravvivere e per tornare a creare nuovi posti di lavoro. Non ci fidiamo più di chi, da sempre, cerca il credito facile grazie alla protezione dei politici o delle banche.

Daniele Riggi

L’omertà non è stata inventata in Sicilia

A differenza degli studenti che mal sopportano leggere e commentare “I promessi sposi”, Leonardo Sciascia, che nelle aule delle magistrali di Caltanissetta aveva allargato il quadro delle sue prime letture, si era innamorato subito del capolavoro del Manzoni e lo lesse attraverso lenti non convenzionali e scolastiche. Allo scrittore di Racalmuto “I promessi sposi” apparivano “un’opera inquieta” e utilissima per capire la quotidianità del nostro Paese e i mali secolari che lo affliggono. “Si è affermato a torto e troppo spesso – ha scritto Sciascia – che “I promessi sposi” è un libro dove la realtà è edificante; non è affatto vero, perché questo libro, innanzitutto critico, contiene già tutto quanto noi conosciamo: la mafia, le Brigate rosse, l’ingiustizia, l’emigrazione”. E in effetti, anche se Manzoni non utilizza il termine mafia, la violenza che si respira nel microcosmo lombardo che fa da sfondo alla storia del matrimonio mancato e poi ritardato e a lieto fine tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella mostra non poche affinità con la criminalità mafiosa, dominato com’è dalle consorterie, dalle complicità, dalle impunità, dai silenzi e dalle codardie. Un contesto inquietante, dove la forza legale non proteggendo “in alcun modo l’uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi da far paura altrui”, genera il comportamento omertoso del curato don Abbondio e in una certa misura contamina anche la figura di Renzo. Personaggio, quest’ultimo, dal carattere metamorfico, pronto al perdono e al pentimento, ingenuo nelle strade di Milano, ansioso nel lazzaretto quando è in cerca di Lucia, ma anche minaccioso nello studiolo di don Abbondio e disposto a fare uso della violenza  quando medita propositi di vendetta nei confronti del prepotente don Rodrigo: “Si figurava allora di prendere il suo schioppo, d’appiattarsi dietro una siepe, aspettando se mai, se mai colui venisse a passar solo; e internandosi con feroce compiacenza, in quell’immaginazione, si figurava di sentire una pedata, quella pedata, d’alzar chetamente la testa; riconosceva lo scellerato, spianava lo schioppo, prendeva la mira, sparava, lo vedeva cadere e dare i tratti, gli lanciava una maledizione, e correva sulla strada del confine a mettersi in salvo”. Come la Lombardia del Manzoni, anche la Romagna di Giovanni Pascoli non è esente dal vizio dell’omertà. In una lettera datata 10 agosto 1904  indirizzata al giovane Leopoldo Notarbartolo, considerato un fratello di sventura poiché aveva avuto il padre ucciso dalla mafia, l’autore dei “Canti di Castelvecchio” accostava l’atteggiamento omertoso degli abitanti di San Mauro ai mafiosi siciliani coinvolti nel delitto di Emanuele Notarbartolo (febbraio 1893), prestigioso esponente del liberalismo moderato ed ex direttore del Banco di Sicilia. Nella lettera Pascoli scriveva che “in Romagna c’era allora uno spirito di setta, dall’apparenza politica e dalla sostanza delinquente volgare, che era tal quale è la mafia, se non peggio”. Nell’abbozzo della lettera conservata a Castelvecchio sappiamo che Pascoli aveva inizialmente scritto: “Sospirai giustizia, ruggii vendetta. Nulla! Ma tutti sanno, almeno in Romagna, che fu ucciso per togliergli il suo posto.[…] Tutti in Romagna sanno perché fu ucciso; ma nessuno della ignobile congiura sanguinosa ha avuto a soffrir nulla…”  Sebbene in Romagna la mafia intesa come gerarchica organizzazione come fu in Sicilia non è mai esistita, tuttavia utilizzando il termine “mafia”, Pascoli voleva sottolineare la chiusura omertosa dei romagnoli verso la possibilità di collaborare con le forze dell’ordine per smascherare gli assassini del padre Ruggero, ucciso il 10 agosto del 1867 sulla strada del ritorno a casa dopo essere stato a Cesena. Manzoni attraverso un grandioso e dettagliato affresco dei comportamenti, della mentalità, delle condizioni di vita  di tutti gli strati sociali della Lombardia secentesca e Pascoli con la sua lettera smentiscono il pregiudizio antimeridionale che vuole l’omertà e il fenomeno ad essa collegato, la mafia, iscritte nel Dna delle popolazioni siciliane, calabresi o campane. Ci aiutano a capire meglio fenomeni che rimandano al compito immane che aveva davanti la classe dirigente dopo l’Unità d’Italia. Paese crogiolo di culture diverse, abitato da popolazioni che non conoscevano la lingua dei funzionari di Stato. Governato da un sistema di potere caratterizzato dal clientelismo, dalla corruzione, da patti segreti che hanno saccheggiato le risorse della Res pubblica contaminandola con ampi settori della malavita organizzata. Per questo quando si dice da parte di uomini politici e di certi scrittori che le difficoltà nella lotta alla mafia vanno ricercate nella “omertà” dei siciliani ecc., si afferma una verità parziale e mistificante. Lo aveva capito bene lo scrittore Luciano Bianciardi. Nella corrispondenza con i lettori che l’autore di “La vita agra” tenne nel 1970-1971 sul settimanale “Il Guerin Sportivo”, sollecitato a parlare dell’argomento mafia, Bianciardi  scriveva che  “la mafia non fu inventata a Palermo”. Essa nasce “dove è carente lo Stato. […]Sorge  ed esiste dovunque vi sia una carenza comunitaria”. Bianciardi non era un mafiologo, anche se nel 1957 aveva tradotto per Feltrinelli il best seller dello scrittore scozzese Gavin Maxwell, “God Protect  me from my Friends” ( tradotto col titolo “Dagli amici mi guardi Iddio”: vita e morte di Salvatore Giuliano”),  però ci trasmetteva una verità semplice quanto drammatica: se nel nostro Paese non si migliorano le sorti di tanti uomini, donne e giovani condannati alla marginalità sociale, all’inadempienza scolastica, al lavoro precoce e privo di serie prospettive, a una condizione di invivibilità e insicurezza che in definitiva incoraggiano la pratica di comportamenti trasgressivi e criminali, fra non molto cesseremo di essere una nazione.

Lorenzo Catania

L’anno dei lutti delle star, conforto della società

Annus Horribilis

michealPerché quando muore un artista ci sentiamo così profondamente spaesati e gonfi di cordoglio? Pensieri che risuonano nella mente dopo il decesso di George Michael, avvenuto la notte di natale di questo 2016 straziante e tragico, non iniziato sotto i migliori auspici sotto alcun punto di vista.

I lutti musicali di questo 2016

Se l’attualità ci si è schiantata addosso con immagini di stragi e attentati, non ci è stato possibile trovare conforto neanche nella musica, oppressa dalla scomparsa di grandissimi artisti: da Natalia Cole, sofisticata cantante jazz figlia dell’indimenticato Nat King Cole, a David Bowie, che ci ha lasciato come epitaffio la sua “Lazarus” e l’album “Blackstar”, a Greg Lake, cofondatore dei King Crimson e degli Emerson, Lake & Palmer, due gruppi cardine del progressive anni ’70. E ancora, Prince, uno degli artisti pop più ingegnosi e prolifici di sempre, lo stravagante Pete Burns, noto soprattutto per la hit anni ’80 “You Spin Me Round”, cantata quando faceva parte della band Dead or Alive, e per la sua attitudine esuberante e fuori dagli schemi, passando per il poeta cantautore Leonard Cohen, la cui sensibilità dimessa e complessa ha costituito l’humus per qualsiasi songwriter, compresi quelli del Bel Paese, De Andrè e De Gregori in primis. La carrellata si conclude con il già citato George Michael, autore di famosissimi pezzi da classifica, come la sorniona “Wake Me Up Before You Go-Go”, “Last Christmas” e “Club Tropicana” quando faceva parte degli Wham!, così come di raffinate composizioni durante la carriera solista, come “Jesus To a Child”, struggente tributo al suo ex compagno Anselmo Feleppa, morto nel 1994.

L’artista come canovaccio

Ciò che ci lega ad un artista è dunque il suo essere canovaccio da iniettare di ricordi e sensazioni, in qualche modo saturazione espressiva delle nostre ondivaghe esistenze. E’ per questo che ci sarà chi, ad esempio, ricorderà con maggiore affetto il David Bowie elettronico ed elegante della trilogia berlinese e chi quello tutto lustrini, rossetto e rock’n roll marziano di Ziggy Stardust, a seconda di dove siano in maggiore misura collocati i propri piacevoli pensieri a lui associati. O chi, ancora, per lo stesso motivo, lo ricorderà per sempre come Jareth il re dei Goblin nel fim fantastico “Labyrinth”, chi avrà nel cuore il suo omaggio ai Queen con la storica esibizione di “Under Pressure”, in cui era accompagnato da Annie Lennox, chi lo ha amato come mentore e sostenitore di altri artisti (ne sanno qualcosa Lou Reed e Placebo) e chi penserà sempre a lui come quel Major Tom disperso tra le stelle.

Alchimia collettiva

E’ evidente che ogni artista, con la sua storia e le sue creazioni, costituisce un pastiche che non può fermarsi entro i confini di sé, ma diviene dunque alchimia collettiva. Ed è proprio quel pastiche ad essere smembrato e riassemblato dai tumulti onirici e dalle reminescenze di ciascuno di noi: un’infiorescenza personale e collettiva che ci fa sussultare, ricordare e commuovere.

Giulia Quaranta

X Factor. Agnelli sacrificali e altari da Sanremo

x-factor_groupLo scorso anno si era respirato, sul palco di X-Factor, un clima sereno e rilassato. Quest’anno le cose sono andate diversamente, quantomeno sul banco dei giudici: via Elio, Mika e Skin, dentro Manuel Agnelli, front-man della storica indie rock band italiana degli Afterhours, Alvaro Soler, stella nascente del pop spagnolo a livello internazionale, e Arisa, cantante nostrana di stampo sanremese.
Andiamo ora a riflettere sul percorso non solo dei giudici, ma in special modo di tutti i cantanti in gara (in ordine di classificazione finale!) che quest’anno hanno dato origine ad un crogiuolo largamente eterogeneo.

SOUL SYSTEM – 6.5
I Soul System sono un gruppo di ragazzi di origini ghanesi (eccetto Alberto, unico “white nigga” della band) tutti nati e cresciuti tra Verona e Brescia. Sul palco (e fuori) sprigionano simpatia, entusiasmo e coesione. Il loro stile è un mix tra il rap di Leslie e il soul di Ziggy, con una spruzzata di funk e r&b. Finalmente un vincitore di X-Factor Italia in grado di esportare la propria musica anche all’estero.

GAIA – 7
La diciannovenne italo-brasiliana ha dimostrato di avere carisma, attitudine e buon gusto musicale. Nonostante la sua voce grossa e rock sappia di già sentito, c’è da dire che da tempo che tra le “Under Donna” di X-Factor non risplendeva un tale potenziale. Speriamo che adesso, nell’ingenuità della sua giovane età, non si lasci trasportare nel baratro imprenditoriale di Fedez.

EVA – 7.5
Vocalità lieve, grande sensibilità e personaggio interessante. Peccato per l’inedito, scritto per lei da Giuliano Sangiorgi. Bello sì, ma troppo tradizionale e datato. Sarebbe stato certamente più interessante ascoltare il brano scritto da lei riarrangiato con l’aiuto del suo giudice, Manuel Agnelli, con cui stregò pubblico e giuria alle audizioni. Splendido, invece, il duetto con Carmen Consoli l’ultima sera. Quel che è certo è che di Eva si sentirà parlare nel mondo della discografia italiana.eva-x-factor_980x571

ROSHELLE – 3
Sappiamo che Fedez è furbo e sa vendere molto bene i propri concorrenti, infatti ha accuratamente evitato di assegnare a Roshelle brani in italiano (così come l’anno scorso evitò di assegnare brani conosciuti ai Moseek), che l’avrebbero messa in pessima luce. Ha cercato di farci credere che Roshelle sia un’artista pronta per il mercato internazionale, pur sapendo perfettamente, dentro di sé, che ciò non implichi scimmiottare le cantanti americane più trash come Nicki Minaj, cosa che Roshelle ha fatto durante tutte le puntate. Perennemente supportata da cori e basi, anche così è riuscita a stonare e ad essere sempre calante. Timbro monocorde e sgradevole, sfumature espressive pari a zero.

ANDREA BIAGIONI – 7.5
Passando dai Radiohead a Ivan Graziani, Andrea ha dimostrato di sapersi destreggiare bene tra i generi più vari, non perdendo mai di vista la propria identità. Preciso, intonatissimo e un musicista di quelli che se ne vedono di rado in un talent show. Il ventottenne insegnante di chitarra è arrivato fino alla settima puntata, durante la quale è stato eliminato per lasciare il posto a Roshelle, una delle concorrenti meno meritevoli di quest’anno. Si tratta pur sempre di un programma televisivo, no?

LOOMY – 3
Un altro agnello sacrificale sull’altare di Arisa. L’abbiamo detestato e insultato, per poi scoprire che si tratta di un ragazzo buono e volenteroso, amatissimo – non a caso – dai suoi compagni di avventura. La colpa dell’accanimento è da imputare, ancora una volta, al suo giudice: Arisa. È lei, infatti, che sin dalle audizioni ha insistito per portarlo ai live, nonostante sia gli altri giudici sia il pubblico fossero – giustamente – contrari a tale scelta. Arisa ha puntato tutto su di lui, solo per il proprio orgoglio personale, per non dover ammettere di aver sbagliato. E a farne le spese è stato solo il giovane rapper, costretto a sopportare, di settimana in settimana, un carico di stress insostenibile.

CATERINA – 5
Dal temperamento dolce e ingenuo, Caterina ha dalla sua due ottime esibizioni: quella di “Summertime Sadness” di Lana Del Rey, suo cavallo di battaglia, e “La Canzone di Marinella” di De Andrè. Le altre sono state per lo più sciatte e forzate. X-Factor non sembrava essere il luogo giusto per la giovane trentina.

FEM – 6
Come è possibile che uno dei concorrenti più validi si sia tramutato, nel corso dei live, nella Conchita Wurst dei poveri? La risposta è semplice: Arisa. Se non fosse stato per l’inettitudine del suo giudice, Marco Ferreri, in arte Fem, avrebbe potuto puntare molto in alto. La sua splendida esibizione di “Writing’s On The Wall” di Sam Smith – un brano tutt’altro che facile – parla da sé.

DAIANA LOU – NC
Puntualmente, ogni anno alle audizioni, spunta qualcuno che canta malissimo ma strappa applausi e consenso sia da parte del pubblico che della giuria. Non si capisce il perché. Quest’anno è toccato al duo dei Daiana Lou, composto da una giovane coppia. Si sono presentati con una versione di “Chandelier” di Sia, distruggendola, stropicciandola, urlandola, deformandola, destrutturandola. La voce della ragazza è forzata, con un vibrato eccessivo e scomposto. Non è un caso che la loro unica esibizione accettabile sia stata quella di “Running With The Wolf”, in cui, per una volta, sono state accantonate le giravolte vocali.
C’è inoltre da dire che, durante le audizioni, i Daiana Lou hanno anche messo platealmente in piazza i loro problemi personali senza che qualcuno gliel’avesse chiesto, per poi scegliere, alla quarta puntata dei live e al primo ballottaggio – dopo settimane di elogi immeritati – di auto eliminarsi dal programma perché non si ritrovavano in quel mondo, in cui pure avevano sguazzato fino a quel momento. Una mossa pubblicitaria di pessimo gusto.

SILVA FORTES – 7
Un altro percorso bizzarro, che porta alla luce il problema più grave di X-Factor e in generale di tutti i talent show: la troppa importanza data al ruolo dei giudici. Silva Fortes è stata infatti eliminata durante una puntata in cui il suo giudice, Manuel Agnelli, sembrava aver perso la rotta, troppo preso da personalismi onastici e arroganti. Inoltre, le assegnazioni non hanno messo in luce il grande talento della ragazza di origini capoverdiane: il delicatissimo brano di Damien Rice, è stato un azzardo per la voce grave di Silva Fortes, per non parlare di “Life On mars” di Bowie cantata in portoghese. Ciò non toglie nulla alla bravura nitida della ragazza, probabilmente la voce più bella in gara.

LES ENFANTES – 6
Sembrerebbe proprio che X-Factor non sia il luogo adatto ai gruppi che si rifanno a sonorità dreamy, come l’esperienza dei Landlord dell’anno scorso insegna. Sound ottantino, voce possente, i Les Enfantes sono stati tra le band più interessanti ascoltate durante le audizioni, ma nei due live non sembravano trovarsi particolarmente a loro agio. Per il gruppo milanese si sarebbe auspicato un percorso ben diverso, ricco di interessanti sperimentazioni.xfactor_manuelagnelli_2016_thumb400x275

DIEGO – ?
Impossibile fornire una valutazione per Diego, eliminato durante la prima puntata, per scarsità di materiale. Di sicuro aver fatto parte della squadra di Arisa non lo ha aiutato, così come l’essere stato scelto per i live al posto di un altro ragazzo molto amato dal pubblico, Pink Gijibae.

MANUEL AGNELLI (Giudice Over) – 6.5
Nonostante abbia commesso diversi errori non da poco nel corso di questa sua prima esperienza come giudice di X-Factor, non si può non apprezzare il rocker italiano per l’autentica devozione e umanità con cui ha seguito i ragazzi della sua squadra e per l’autorevolezza dei suoi interventi. Agnelli ha inoltre dimostrato di avere un ottimo orecchio, in quanto i tre ragazzi della sua squadra erano senza dubbio i più forti, e con i tre che dovette abbandonare ai bootcamp avrebbe potuto formare una squadra altrettanto interessante.

FEDEZ (Under Donne) – 5
Fedez si conferma il solito stratega, in grado di individuare in men che non si dica le tendenze e direzionare il voto, a scapito della qualità (come nel caso di Roshelle). Quest’anno appare però più simpatico e meno volgare rispetto allo scorso anno. Come al solito, interessanti alcuni assegnazioni fatte.

ALVARO SOLER (Gruppi) – 5.5
Lo si è criticato tanto, eppure non si può negare che sia stato un giudice posato e razionale, nonostante la difficoltà nell’esprimersi correttamente in italiano. E per tutti coloro che affermano che Soler abbia inizialmente scartato i Soul System, vincitori di questa edizione, si sbagliano, dal momento che li ha portati avanti fino all’ultimo step prima dei live, preferendogli poi un’altra band (mediocre, bisogna dirlo), i The Jarvis. Nel momento in cui i Jarvis hanno scelto di auto escludersi dal programma, attuando una triviale una mossa pubblicitaria (che ha poi fatto tendenza, leggasi alla voce “Daiana Lou”), Soler ha scelto di ripescare i Soul System senza un briciolo di dubbio.
Peccato, piuttosto, per lo scialbo percorso fatto con i Les Enfants.

ARISA (Under Uomini) – NC
Quando con Dolcenera a The Voice credevamo di aver raggiunto il livello più basso mai toccato da una donna come giudice in un talent show, arriva lei, Arisa: si presenta ubriaca durante il primo live, lancia hashtag volgari, dà del misogino al povero Manuel per compensare la propria frustrazione, non conosce le canzoni proposte, fa assegnazioni banali e grossolane, abusa della lingua italiana, non riesce ad esprimersi e a formulare pareri che vadano oltre il “carino” e “bravo”. Durante la serata finale viene fischiata di continuo, anche quando non dice nulla di sciocco, segno dell’insostenibilità di questa figura dinnanzi agli occhi del pubblico. È il caso che i vertici di X-Factor decidano di accantonare Rosalba Pippa una volta per tutte e puntino su donne più preparate e brillanti, come Giorgia o Carmen Consoli, entrambe amabili ospiti durante i duetti della puntata finale, o Malika Ayane.

Giulia Quaranta

Referendum Jobs Act, torna la partita dei diritti

camusso-poletti-420x235-480882Per non lasciare l’Italia in astinenza di tormentoni ecco rispuntare con prepotenza l’articolo 18 soppresso di fatto dal Jobs act e che è oggetto del referendum della Cgil assieme ad altre mine vaganti come quella, ormai di massa, dei voucher.

Di quel referendum si era persa memoria, ma oggi l’appuntamento rimbalza agli onori della cronaca invadendo i media soprattutto in virtù del potenziale che porta con sè: dare la spallata finale a Renzi che del Jobs act ha fatto una bandiera. Incautamente il Ministro Poletti ha messo subito le mani avanti: si vada alle elezioni così si scongiurerà l’eventuale referendum che attende però ancora il via libera. L’uscita dell’impolitico Poletti (complimento involontario?) ha scatenato un putiferio di reazioni che appare come una… ristampa degli schieramenti del 4 dicembre, ma che non fa i conti con il Paese reale il cui sentiment è sempre più difficile da decifrare, anche se la componente protestataria è forte e rischia di diventarlo ancor di più se l’economia virerà verso fasi di stagnazione.

La storia dell’art. 18 è nota: un padre dello Statuto come Gino Giugni lo aveva previsto in una delle ultime stesure solo per tentare di ampliare il consenso parlamentare che vedeva il Pci arroccato su una posizione ideologica che negava diritto di cittadinanza a scelte sul lavoro che non lo vedessero protagonista diretto, malgrado quelle norme fossero il frutto di lotte unitarie di lavoratori e sindacati (in particolare dell’industria). Tanto che i comunisti non andarono oltre l’astensione nella votazione sullo Statuto. Successivamente quella norma si rivelò essere certamente un elemento di rigidità eccessivo che malgrado tutto fu assorbito nel tempo, malgrado ricorrenti mal di pancia industriali.

Negli anni ’90 la questione tornò in auge e vide ad esempio contrapporsi sul tema di una maggiore flessibilità del lavoro D’Alema ed il leader della Cgil Cofferati. In D’Alema la concessione alla revisione non fu altro che il tentativo di allearsi con quei grandi gruppi imprenditoriali e di potere finanziario, orfani della prima Repubblica, per rafforzare il potere post comunista. Per Cofferati fu invece una tappa necessaria per la conquista di una leadership a sinistra, ma anche un modo necessario per non spaccare la Cgil proprio quando balenava l’idea di semplificare il panorama sindacale, isolando il maggiore dei sindacati. Il merito come al solito cedette il passo alle strategie politiche.

A posteriori va detto però che negli anni ’90 aver aperto il rubinetto dei licenziamenti poteva solo aggravare e non di poco una situazione occupazionale sull’orlo del collasso. Oggi però, a parere di chi scrive, tornare totalmente indietro sarebbe anacronistico. Il mercato del lavoro è cambiato profondamente, la difficile priorità sembra essere quella di crearlo il lavoro. Il governo Renzi con furbizia ha accompagnato il varo del Jobs act ad incentivi che per mesi hanno favorito le assunzioni. Peccato che il loro ridimensionamento ha impietosamente messo in luce la modestia del tentativo riformatore. Il perdurare delle incertezze sul futuro, l’assenza di politiche economiche espansive, la carenza di investimenti privati ha fatto il resto. E sono ripresi i licenziamenti. A questo punto andrebbe fatta una riflessione sul comportamento degli imprenditori che molto hanno preso, poco hanno dato in termini di rischio e soprattutto in termini di propensione ad investire.

Il loro debito nei confronti della società italiana sta crescendo senza che da parte loro venga un mutamento reale di rotta. Inoltre il mercato del lavoro presenta le stesse lacune di prima della recessione: un mercato della domanda e dell’offerta del lavoro al limite del ridicolo (o del passa parola come negli anni ’50 e ’60), una precarietà esorbitante, la frattura territoriale nord-sud e, per finire, un ritardo esiziale sul piano della innovazione che però comporterà nuovi affanni sul piano occupazionale.

Con un piede nel passato ed uno in un futuro assai poco tranquillizzante il nodo del lavoro resta un nervo scoperto del nostro assetto economico e sociale. Il Governo Renzi voleva cambiare le regole. In realtà non ha capito che in questo Paese è già un miracolo se si…rispettano le regole. È il caso del secondo punto del referendum: l’abolizione dei voucher. Che sono una riedizione del proliferare delle partite Iva ovviamente molto più…in grande. Un espediente delle imprese, alla faccia del lavoro stabile, per aggirare la scelta di assumere. Con il Jobs act impotente in questo caso ad arginare il fenomeno. Abolire del tutto i voucher forse non sarebbe positivo: troppe piccole imprese finirebbero in difficoltà. Riscoprire la vera natura di compenso occasionale e solo occasionale sarebbe più opportuno. Ma anche in questo caso si sfiorerebbe solo il vero problema: come ridurre la precarietà e le troppe porte di ingresso al lavoro, spesso pertugi furbi ma solo in grado di aumentare diseguaglianze e disaffezione verso il valore lavoro. In questo senso va osservato che la proposta Cgil, criticabile quanto di vuole, va oltre i quesiti referendari e pone all’attenzione, finora disattenzione, generale la questione dei diritti del lavoro. Forse questo tema sarebbe un buon banco di prova per tutti. Rimetterebbe in pista l’intero movimento sindacale e porrebbe la politica di fronte ad una problematica che va oltre i giochi, perdenti, di potere. Ma l’orizzonte nel quale ci si muove appare purtroppo troppo angusto e dominato dalle tattiche, speriamo non autodistruttive, del mondo politico.

Sandro Roazzi
Blog Fondazione Nenni

Un popolo a sinistra. Il racconto di Tamburrano

Giuseppe Tamburrano, storico e testimone di un secolo, racconta in un libro la storia della sinistra del nostro Paese dalla fondazione del Partito Socialista Italiano sino ai giorni nostri ovvero al crepuscolo della prima Repubblica.
(“La sinistra italiana 1892-1992”, Edizioni Bibliotheka) sarà al centro di un dibattito a Roma che si svolgerà nella Sala degli atti parlamentari della Biblioteca del Senato, in Piazza della Minerva 38. L’appuntamento è per le 10,30. Sarà un confronto ricco a cui parteciperanno giornalisti, storici e autorevoli protagonisti dell’ultimo tratto del racconto: il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, Emanuele Macaluso, Riccardo Nencini, Cesare Salvi, Giuseppe Vacca, Walter Veltroni, Lucio Villari e Sergio Zavoli. Oltre, ovviamente, a Giuseppe Tamburrano, autore del libro e al presidente della Fondazione Nenni, Giorgio Benvenuto.



tamburrano
“Conoscere la storia per progettare il futuro”

Giuseppe Tamburrano, il più autorevole storico del socialismo, eccellente biografo di Pietro Nenni, ha scritto “La Sinistra Italiana: 1892 1992” un libro interessante, documentato, rigoroso, sulla storia della sinistra italiana. L’ho letto, l’ho riletto. Mi è molto piaciuto. É un contributo importante per dare un giudizio sereno sul ruolo della sinistra, del PSI e dei partiti laici nella storia della democrazia italiana.

Giuseppe Tamburrano ha un obiettivo: raccontare la storia della sinistra, del socialismo. Documentare l’impegno secolare del popolo di sinistra per la libertà, per la giustizia, per la solidarietà.

In un mondo dominato dalla Finanza e dal Mercato, in un mondo dove le differenze sono sempre più insopportabili Giuseppe Tamburrano vuole con il suo libro fornire un autorevole, documentato, approfondito contributo alla conoscenza e alla comprensione della storia dei partiti della sinistra ed in particolare del Partito Socialista. É preciso. É convincente. È, a volte, ironico. È rispettoso con tutto e con tutti. C’è a volte una nota di amara melanconia. Ma non è rassegnato. Non si arrende. Non rinuncia alle sue idee: è convinto che conoscere l’epopea del socialismo può servire a ricostruire la passione e la militanza politica.

Il mondo del lavoro si è sentito tradito perché i vecchi partiti di sinistra si sono sempre di più preoccupati di compiacere il “mercato” sacrificando pezzi di welfare e rinviando sine die le conquiste sociali.

Il libro “La sinistra italiana” non è scritto solo per gli esperti, per gli studiosi, per gli storici. È per tutti, per far sapere, per far conoscere, per approfondire, per ricordare le vicende della storia della sinistra italiana.

Miguel de Cervantes amava sottolineare che “gli storici devono essere esatti, spassionati, veritieri; né l’interesse, né il timore, il rancore o la simpatia devono farli deviare dal cammino della verità di cui è madre la storia, che ben può essere detta emula del tempo, archivio dei fatti, testimonianza del passato, esempio e ammonizione del presente, insegnamento dell’avvenire”.

È quello che fa Tamburrano. Reagisce all’attuale andazzo della politica e al fuggi fuggi dalle responsabilità. È convinto che occorra riportare al centro della politica il tema della giustizia e dell’equità sociale per riannodare i fili tra i settori più deboli, più emarginati, più poveri della società che si sentono alla deriva, convinti come sono di essere stati abbandonati dai loro storici difensori.

“Viviamo – scrive Mario Tronti – un tempo senza epoca. C’è il nostro tempo, manca però l’epoca. La storia è diventata piccola, prevale la cronaca quotidiana, il chiacchiericcio, il lamento, la banalità”.

Tamburrano con il suo libro dà, invece, una sollecitazione, una spinta, un invito a fare, a costruire, a cambiare. La strada che dobbiamo percorrere è cosparsa di problemi che sembrano irrisolvibili. Tamburrano, invece, vede che anche oggi, come è avvenuto nel passato nella storia del socialismo, si aprono spazi politici alla nostra intelligenza, alla nostra volontà. Nessuno è inutile. C’è bisogno di tutti. Ci vuole fiducia. Si deve essere al servizio del mondo del lavoro, dei più poveri, dei più miseri. È necessario reagire, anzi agire, se si vuole progettare e costruire il futuro.

Eugenio Colorni, socialista, appassionato e irriducibile combattente per la libertà, per la giustizia, per la pace e per l’Europa, scriveva nel maggio 1944, pochi giorni prima della sua morte in un conflitto a fuoco con i fascisti: “le dottrine ideologiche, le formule organizzative democratiche, sono vecchie, sono l’espressione di un mondo che non vive, ma sopravvive, non sono più capaci di animare fedi, di suscitare trascinanti passioni, di ispirare etiche di combattimento…. Ma noi non dobbiamo rassegnarci, dobbiamo andare avanti per cambiare, per fare”.

Quelle parole hanno una grande attualità. La sinistra politica e sociale è ora apatica, divisa, sfiduciata. Ha l’ansia di legittimarsi. Vuole “rottamare”. Non si accorge che negando, anzi rinnegando, il proprio passato finisce per rottamare se stessa.

Il libro di Tamburrano ha una straordinaria, intensa forza espressiva. Si rimane affascinati. Si avverte un forte pathos. Le sue pagine evocano antiche nostalgie. I ricordi colpiscono, soddisfano, emozionano. Il libro si articola in tre parti: la prima riguarda la nascita del socialismo, il suo sviluppo, la scissione dei comunisti, il fascismo; la seconda si riferisce alla lotta degli antifascisti durante i diciotto anni di esilio e alla guerra partigiana; la terza è riferita alla prima Repubblica e alla crisi della sinistra.

Sono avvincenti i primi capitoli del libro che si soffermano sulla nascita del Partito Socialista.

Nel terz’ultimo decennio dell’ottocento in Italia la nascita del socialismo è in ritardo rispetto all’Europa. I socialisti si costituiscono già in partito nel 1869 in Germania; poi nel 1879 in Spagna, nel 1883 in Russia, nel 1889 in Austria e in Svezia. Il 14 luglio 1889, a Parigi, nella Sala Petrelle, si svolge la prima riunione dei leader del socialismo mondiale, in rappresentanza di 19 paesi. Ricorre il centenario della rivoluzione francese. I presenti sono convinti che la seconda rivoluzione, dopo quella francese, sarà proletaria.

In una prima fase in Italia, in ritardo con l’industrializzazione e con una agricoltura arretrata, dilaga l’analfabetismo, la miseria, le malattie, lo sfruttamento dei contadini. In quegli anni si sviluppa l’egemonia anarchica. Andrea Costa il 27 luglio 1879 lascia l’anarchia e sulla Plebe scrive la lettera “ai miei amici di Romagna” che segna il passaggio al socialismo. Nasce il Partito Operaio Italiano (POI) e quindi il Partito Socialista Romagnolo. Nel 1892 a Genova si costituisce finalmente il Partito Socialista. Sorgono contemporaneamente le Camere del Lavoro e le federazioni di categoria che costituiranno la CGL (Confederazione Generale del Lavoro) nel 1906.

Il grande merito della costituzione e della crescita del Partito dei Lavoratori Italiani (dopo un anno si chiamerà PSI) è di Turati: trasforma con Anna Kuliscioff la rivista “Cuore e Critica” che ha acquisito da Ghisleri, in “Critica Sociale”.

Il partito nasce, nota con bonaria ironia Tamburrano, con una scissione. I socialisti si dividono dagli anarchici. Il congresso di Genova ha un valore storico anche se gli storici se ne accorsero solo dopo qualche tempo.

È forte l’influenza di Giuseppe Garibaldi. Era un socialista umanitario. Diceva: “sia io che Mazzini siamo repubblicani, però io sono socialista e Mazzini non lo è”. L’eroe dei due mondi era contro gli eccessi, le esagerazioni degli anarchici e dei marxisti, ma era sinceramente contro l’oscurantismo dei preti e i privilegi dei ricchi. In quegli anni era molto diffuso il giornale La Plebe di Enrico Bignami, un mistico mazziniano prima, un simpatizzante socialista poi. Il giornale visse tra il 1868 e il 1883. I suoi principi erano: eguaglianza, fratellanza, libertà, lavoro. Il suo motto era: “i così detti grandi non sono tali se non perché noi siamo in ginocchio: leviamoci”.

Robert Michels definisce Garibaldi come un socialista molto moralista. con atteggiamenti e linguaggio di profeta, un uomo, come Mazzini, estraneo alla gretta lotta politica quotidiana.

Lo scenario sociale e politico della sinistra in quegli anni è molto articolato. Tamburrano enumera le diverse fazioni: anarchici e autoritari; moderati ed estremisti; astensionisti e democratici; operaisti e legalitari; rivoluzionari ed evoluzionisti; radicali e socialisti; socialisti mazziniani; bakuniniani; proudhoniani; marxisti.

Il PSI nasce in un paese che è appena all’inizio dell’industrializzazione. L’Italia ha terribili problemi di arretratezza, miseria, analfabetismo. Il senatore Stefano Jacini, presidente della Commissione d’Inchiesta Agraria nominata dal Governo Deprètis, così descrive nel 1877 le condizioni dei lavoratori agricoli: “pessime abitazioni, vitto malsano, acqua potabile putrida, salari derisori e per conseguenza pauperismo e malattie… La pellagra, le febbri palustri mietono tante vittime. Imponenti le emigrazioni verso regioni incognite pur di liberarsi da uno stato presente insopportabile”.

Il Partito Socialista è un partito che nasce rurale. È il partito dei poveri e delle plebi. È un partito prevalentemente nordista. È, come commenta maliziosamente Robert Michels, un partito di intellettuali, “un partito universitario”.

Il PSI è il primo partito politico nazionale nella storia d’Italia. Si può anzi affermare che i socialisti unificano un paese nel quale ci si esprimeva in tanti dialetti (non si conosceva l’italiano) e dove gli abitanti di un comune ritenevano addirittura “foresti” gli abitanti dei paesi confinanti.

L’idea forza del PSI fu il riformismo, un riformismo vero, concreto, fattivo. I socialisti seppero trasformare la protesta e l’indignazione delle plebi in proposta; non furono mai degli agitatori; erano convinti che le proteste si sarebbero esaurite in disperate sommosse per essere poi stroncate con una accanita e spietata repressione.

Il Partito Socialista si rafforza con le lotte, con le proposte, con la solidarietà. La sparuta pattuglia di parlamentari via via cresce; sono 13 nel 1895; diventano, dopo la sanguinosa repressione di Bava Beccaris, 33 nel 1900. A Natale nel 1896 nasce il quotidiano nazionale Avanti!, ne vengono vendute 40.000 copie. Ha lo stesso nome dell’organo ufficiale del Partito Socialdemocratico tedesco Vorwarts (Avanti). Riprende il titolo dal quotidiano Avanti che in Romagna aveva diffuso diversi anni prima Andrea Costa.

La reazione della classe dirigente è feroce. I “moti della fame” vengono stroncati con efferatezza. Bava Beccaris utilizza l’esercito assassinando a cannonate più di ottanta manifestanti a Milano. Vengono promulgate leggi repressive eccezionali. Sono arrestati e condannati, tra gli altri, Turati, la Kuliscioff, Morgari, Lazzari, Don Albertario. La situazione si esaspera oltre ogni limite. Umberto I viene assassinato a Monza. Il nuovo re e soprattutto Giovanni Giolitti capiscono che occorre aprire un rapporto politico con i socialisti e con i sindacati.

Vennero fatte, sotto la pressione dei socialisti, dei repubblicani e dei radicali, importanti leggi a tutela del lavoro. Il sindacato e i partiti socialisti divennero degli interlocutori. Andrea Costa nel 1902 ad Imola con soddisfazione, in occasione del Congresso del PSI, commentò: “prima eravamo dei malfattori ora siamo dei legislatori”.

In questo nuovo scenario i socialisti elaborano il proprio programma. Lo definiscono “minimo”. Ecco gli obiettivi: 1) Suffragio universale. Indennità ai deputati. 2) Abolizione di ogni legge restrittiva della libertà di stampa. 3) Sostituzione della nazione armata all’esercito permanente. 4) Referendum politico e amministrativo e diritto di iniziativa popolare. 5) Eguaglianza giuridica e politica dei due sessi. 6) Autonomia comunale e indennità a tutte le cariche elettive.

Completavano il programma “minimo” del Partito Socialista le proposte economiche tra le quali hanno un particolare significato: a) la riforma dei patti colonici; b) il divieto di sostituire la forza pubblica agli operai in sciopero; c) la nazionalizzazione di ferrovie, miniere, mezzi di comunicazione; d) l’espropriazione delle terre incolte; e) la tassa unica progressiva sui redditi e sulle successioni; l’esenzione delle tasse per i redditi minimi; f) la cassa pensione per gli inabili; g) le otto ore di lavoro al giorno; i minimi salariali; le 36 ore di riposo settimanale consecutive; h) le agevolazioni per donne e fanciulli; i) l’ istruzione laica obbligatoria alle elementari.

Filippo Turati costruì un partito autenticamente riformatore. Era fautore di un pensiero e di un’azione socialista ancorata ai valori della democrazia, rifiutava la violenza rivoluzionaria e aborriva ogni forma di dittatura del proletariato inevitabile portatrice di oppressione. L’azione politica di Turati fu di estrema coerenza, ispirata ai principi della libertà come metodo e come fine, al gradualismo e al garantismo. I socialisti riuscirono in quella fase della politica a far approvare molte leggi importanti sugli aspetti sociali.

La svolta di Giolitti ha molti oppositori nei ceti conservatori e reazionari. Ci sono molte proteste. Significativa è una notizia apparsa nella cronaca di allora. Un grosso proprietario terriero mantovano, il conte Arrivabene, si lamenta con le istituzioni e scrive a Giolitti: “Oggi io, senatore del Regno, ho dovuto condurre l’aratro, abbandonato dai miei contadini, che fedeli alla mia famiglia da secoli, sono ora in sciopero col beneplacito del governo”. Giolitti così gli replica: “La esorto a continuare; così potrà rendersi conto della fatica che fanno i suoi contadini, e pagarli meglio”.

Il Partito Socialista si rafforza. Ecco alcuni dati significativi: i deputati socialisti sono 7 nella XVIII legislatura (1892-1895); 12 nella XIX (1895-1897); 16 nella XX (1897-1900); 33 nella XXI (1900-1904); 29 nella XXII (1904-1909); 41 nella XXIII (1909-1913); 52 nella XXIV (1913-1919).

Turati cerca di rafforzare le convergenze con Giolitti; appoggia il Governo Luzzatti e poi il Governo Giolitti per modificare la legge elettorale per allargare la platea degli aventi diritto al voto. Viene conquistato il 22 giugno 1913 il suffragio universale ma solo per gli uomini (le donne dovranno aspettare sino al 1945).

Ai congressi del PSI di Reggio Emilia e di Ancona Turati va in minoranza, nasce la stella massimalista di Mussolini. Commenta Tamburrano: “non ci sono più i pochi grandissimi del Risorgimento, ma c’è una miriade di grandi, medi e piccoli, tutti attivi e tutti inquieti. Sono anni di grandi eventi: i moti popolari, le spedizioni coloniali, la Settimana Rossa, la guerra, l’avventura dannunziana di Fiume, l’occupazione delle fabbriche, la marcia su Roma: tutti avvenimenti promossi non da partiti o da sindacati, ma da un “capo”, o da un gruppo di poche persone non legate che da un’idea, spesso da una idea del momento”.

È così che Mussolini in tre anni conquista il partito, ne è acclamato capo al Congresso di Ancona. È l’aprile 1914; ma sette mesi dopo viene espulso dal PSI essendo diventato interventista.

Scoppia la prima guerra mondiale. L’Internazionale Socialista non è in grado di assumere una posizione. È impotente. Prevale in Europa in ogni partito di tradizione socialista una ipocrita linea di neutralità se non di sostegno più o meno mascherato alla propria patria. Ambigua è la scelta del Partito Socialista Italiano (“né aderire, né sabotare”). Molti dirigenti socialisti scelgono la strada dell’interventismo. Alcuni sono suggestionati dalla necessità di completare le guerre risorgimentali per l’indipendenza dell’Italia dall’Austria. Altri sono convinti che la guerra porterà a tanti e tali sommovimenti che potranno favorire la rivoluzione proletaria. Sintomatico è il caso dell’Italia: partono volontari Pietro Nenni, Giuseppe Di Vittorio; vanno al fronte Sandro Pertini e Palmiro Togliatti. Persino il Premio Nobel per la pace Ernesto Teodoro Moneta va a combattere. Rifiutano e condannano invece la guerra Camillo Prampolini e Giacomo Matteotti.

La guerra muta profondamente la società italiana. “Fu – osserva Tamburrano – un potente fattore di unità ideale e sociale (“La patria comune”) perché costrinse cinque milioni di giovani provenienti da tutte le regioni d’Italia, che avevano difficoltà a capirsi tanto diversi erano i loro dialetti (l’unica lingua parlata), a vivere insieme, a conoscersi, a sodalizzare e dunque a nutrirsi di idee e sentimenti comuni”.

Forte, fortissima l’influenza della Rivoluzione in Russia. “Fare come in Russia” diventò l’obiettivo dei massimalisti. I socialisti raggiunsero nel 1919 il top del consenso: alle elezioni elessero 154 parlamentari, diventando il primo partito italiano, seguito dal Partito Popolare. I fascisti in quell’occasione non elessero nemmeno un deputato e presero meno di 5.000 voti. Turati, assecondato anche da Bruno Buozzi, cercò di dare uno sbocco politico di governo. In Parlamento illustrò un convincente programma politico (“Rifare l’Italia”) ma non riuscì nel suo scopo. Ci furono le ostilità e le diffidenze dei popolari. Ma determinante fu la scissione del PSI nel 1921 a Livorno con la costituzione del PCdI (Partito Comunista d’Italia).

I massimalisti socialisti come Serrati e Lazzari credevano nella rivoluzione come in una palingenesi globale. Si direbbe che la ineluttabilità della rivoluzione li dispensasse dal farla loro; si sarebbe fatta da sola. “E così – commenta con amara ironia Tamburrano – i massimalisti predicano la rivoluzione e praticano l’inerzia: il Partito Socialista perde prima i comunisti e poi i riformisti e perde soprattutto l’occasione di salvare la democrazia”.

Il commento più efficace al congresso di Livorno (massimalisti circa 100.000 voti; comunisti 58.000; riformisti 15.000) lo fa Turati. Indimenticabile. Profetico. Così si rivolge agli scissionisti comunisti: “quando avrete fatto il Partito Comunista, quando avrete impiantato i soviety in Italia, se vorrete fare qualcosa che sia rivoluzionaria davvero, che rimanga come elemento di civiltà nuova, voi sarete forzati a vostro dispetto, ma ci verrete perché siete onesti, a ripercorrere completamente la nostra via, a percorrere la via dei socialtraditori, e questo lo dovrete fare perché questo è il socialismo che è il solo immortale, che è quello che veramente rimane di vitale in tutte queste nostre beghe e diatribe”.

La scissione del PCI dal PSI indebolisce la sinistra. Il fascismo dilaga con la violenza. Le elezioni del 1921 portano ad un primo arretramento: i parlamentari socialisti sono ora 123. Non si arresta però la conflittualità nel Partito Socialista tra massimalisti e riformisti. Il 4 ottobre 1922, poche settimane prima dell’avvento del fascismo, al XIX Congresso a Roma del PSI i massimalisti di Serrati ottengono 30.106 voti; i riformisti 29.119 voti. C’è una nuova scissione. Ci si divide consensualmente. I riformisti escono dal PSI e costituiscono il PSU, del quale eleggono segretario Matteotti. Fanno parte del PSU, tra gli altri, Baldesi, Buozzi, Dugoni, Altobelli, D’Aragona, Morgari.

Al XX Congresso del PSI a Milano il 17 aprile1923 viene respinto l’ultimatum del Comintern per la realizzazione della fusione tra PSI e PCI. Nenni, caporedattore dell’Avanti!, costituisce un “Comitato Nazionale di difesa socialista per l’unità delle forze rivoluzionarie, che maturi dal basso e non sia imposta dall’esterno”. Nenni ottiene la maggioranza con 5.361 voti; l’ordine del giorno fusionista di Lazzari-Buffoni raccoglie 3.968 voti.

Alle elezioni del 1924 fallisce il tentativo di una lista unitaria tra gli spezzoni del vecchio Partito Socialista. Ecco i risultati: il PSU di Matteotti ottiene alla Camera 24 seggi, il PSI 22, il PCI appena 19.

Il PSU guidato da Giacomo Matteotti è il più deciso nel richiedere il ripristino delle libertà violate.

Matteotti – ricorda Tamburrano – era un oppositore testardo, uno che criticava con i dati alla mano; non aveva lasciato passare nulla delle illegalità, degli abusi, dei soprusi, degli affari loschi del regime e probabilmente aveva molti dossier ancora da aprire anche sulla Corona. La denuncia alla Camera dei brogli elettorali fece traboccare il vaso della tolleranza del duce “bisogna dargli una lezione” ed i suoi sicari obbedirono.

Giacomo Matteotti viene rapito e assassinato. La sinistra non riesce ad unirsi. La scelta dell’Aventino è maldestra. Si affida alla correttezza costituzionale del re. È un’illusione. Mussolini riprende il controllo della situazione. Le leggi fascistissime del 1925 spengono la democrazia. I partiti e i sindacati vengono sciolti.

La seconda parte della “Storia della Sinistra” di Tamburrano riguarda il periodo dell’esilio. I socialisti si rimettono insieme. I comunisti invece sono sempre più sottomessi all’URSS, a Giuseppe Stalin.

La narrazione della lotta al fascismo in Italia e fuori è avvincente.

È un’epopea. È il racconto di uomini coraggiosi, che lottano per la giustizia e per la libertà. Appaiono – come ha ricordato Gaetano Arfè – simili agli eroi delle chansons de geste che combattevano, erano a volte sconfitti, ma non si ritenevano mai vinti.

Pietro Nenni in un saggio in lingua francese edito a Parigi “Six ans de guerre civile en Italie” che reca nel frontespizio una citazione di Victor Hugo (“être proscrit, c’est être choisi per le crime pour reprèsenter le droit”) scrive “il fascismo durerà ancora degli anni: è terribile per chi muore nelle prigioni, è grave per noi che siamo in esilio, è ingiusto per l’Italia senza libertà e democrazia. Ma cadrà, cadrà ignominiosamente. Cinque o dieci anni sono tanti nella vita di una persona, sono niente per la storia. Torneremo in una Italia nuova e libera”.

Il periodo dell’esilio, la difficile ricerca dell’unità con i comunisti, i sacrifici, il lavoro paziente di elaborazione e di documentazione è raccontato da Tamburrano con dovizia di particolari e con una attenta ricerca delle fonti. Tamburrano ha un grande merito. Sono raccontati tanti episodi interessanti che per molti lettori appaiono inediti, perché troppo spesso sono stati o per conformismo o per opportunismo censurati. Bellissime le pagine che parlano della vittoria del Fronte Popolare in Francia; commovente il ruolo della sinistra italiana e dei socialisti nella guerra civile in Spagna; i drammatici rapporti altalenanti con i comunisti: prima le accuse ai socialisti di socialfascismo; poi l’unità antifascista; poi il dramma dell’accordo tra Hitler e Stalin per la spartizione della Polonia; poi la Resistenza contro i nazifascisti dopo l’invasione della Russia; poi il ritorno in Italia.

Tutto è raccontato con passione, scioltezza, con precisione, con ammirazione. Il tono del linguaggio convince, anzi avvince. Si rimane commossi nel leggere le vicende di tanti protagonisti di quella epopea. Romita, Saragat, Nenni, Rosselli, Turati, Buozzi, Pertini, Amendola, De Rosa, De Bosis, Terracini, Gramsci e tanti altri di cui non si ricorda il nome anche se hanno fatto la storia scorrono dinanzi al lettore in tutta la loro grandezza morale e la loro forza politica. Non si assiste ad una rappresentazione. Non ci si sente estranei. Si partecipa. Ci si immedesima. Si diventa dei partigiani. Si condividono le battaglie. Si milita nella Resistenza che lotta per la nuova patria, la Repubblica.

La sconfitta del nazifascismo, la Repubblica, la Costituzione, il voto alle donne, la scelta con la CGIL dell’unità sindacale, sono le grandi riforme che socialisti, comunisti e democristiani, uniti nel Comitato di Liberazione Nazionale assieme ai partiti laici realizzano tra il 1944 e il 1947.

Grande è il merito di Pietro Nenni e il ruolo del Partito Socialista.

Occorre riformare, non restaurare. I socialisti svolgono un ruolo determinante. Tamburrano ricorda il ruolo intransigente di Pietro Nenni (“O la Repubblica o il caos”): nelle elezioni del 2 giugno della Assemblea Costituente il PSI sopravanza per voti e per seggi il PCI.

Tamburrano amaramente osserva come, ancora una volta, il PSI perde una grande occasione. La situazione internazionale precipita. Il mondo si spacca in due: da una parte gli americani dall’altra i russi.

Giuseppe Saragat organizza all’inizio del 1947 la scissione di Palazzo Barberini. Fu un errore perché, come rimproverò poi Nenni a Saragat, con la presenza dei socialdemocratici avrebbe prevalso nel PSI la linea degli autonomisti. All’errore di Saragat fece seguito quello di Nenni. I socialisti concordano per le elezioni liste unitarie con i comunisti: il 18 aprile 1948 trionfò, alle elezioni, la DC; i socialisti uscirono massacrati alle urne.

La rinascita del Partito Socialista fu lenta, lentissima. La ricostruzione del paese avvenne con un sindacato diviso e con un ruolo marginale dei socialisti nella politica e nel sociale. Anche i socialdemocratici non incisero sulla politica centrista di De Gasperi. La situazione cambiò solo a metà degli anni ‘50. Fallì il tentativo di rafforzare il centrismo con la legge truffa del 1953. Morì Stalin. Cominciarono a verificarsi elementi di dissenso nei paesi dell’Est. I socialisti cominciarono a parlare, anche se con cautela e prudenza, di formule di governo diverse. Avevano in testa il centrosinistra.

Gli avvenimenti si susseguono. Avvengono lentamente. Tamburrano li rende nel suo racconto incalzanti. La morte di Stalin, l’avvento di Krusciov, la distensione, la destalinizzazione, il dissenso in Polonia, la rivolta in Ungheria, il congresso del PSI a Venezia, la nomina a Papa di Giovanni XXIII, rafforzano tra i socialisti le spinte per riprendere in toto la propria autonomia, mandando in soffitta il patto che li univa al PCI.

Si creano così le premesse per la realizzazione del centrosinistra. Ma ci vuole molto tempo. Bisogna aspettare il 1963. Prima però è stato sconfitto nel 1960 il tentativo di bloccare il dialogo tra DC e PSI con il Governo Tambroni appoggiato dai neofascisti del MSI. Nasce con Fanfani e con Moro il primo centrosinistra.

Tamburrano si sofferma molto sugli avvenimenti di quel decennio fornendo elementi preziosi per una lettura non propagandistica, serena, concreta, di quello che significò per l’Italia. È quel decennio, senza se e senza ma, una stagione di riforme vere: diritti civili, scuola media unica dell’obbligo, unità sindacale, istituzione delle regioni, statuto dei lavoratori, riforma delle pensioni, avvio della riforma sanitaria, superamento delle discriminazioni per le donne e per i giovani, unificazione dei minimi tabellari attraverso le eliminazioni delle zone salariali, abolizione della censura nella comunicazione televisiva e cinematografica, nazionalizzazione dell’energia elettrica.

Nella terza parte del libro Giuseppe Tamburrano racconta con rigore, con passione, con uno stile sobrio gli avvenimenti che lo hanno visto come partecipe e come spettatore. Sono pagine di grande spessore narrativo. È un affresco nel quale sono riconoscibili i personaggi di quegli anni: Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, Giuseppe Di Vittorio, Ugo La Malfa, Giuseppe Saragat, Pio XII, Giovanni XXIII e via via Amintore Fanfani, Aldo Moro, Sandro Pertini, Giorgio Amendola, Luciano Lama, Giacomo Mancini, Giacomo Brodolini, Riccardo Lombardi, Enrico Berlinguer, Giovanni Paolo II, Francesco De Martino, Bettino Craxi, Giorgio Napolitano. È un giacimento di idee, di considerazioni, di giudizi; molti dimenticati, alcuni inediti, tutti appassionanti.

Il racconto di Giuseppe Tamburrano procede spedito. Con chiarezza. Senza fronzoli. È privo di retorica. Non sottovaluta gli errori e soprattutto indica le occasioni perse. Sono lucide, sincere, coraggiose le osservazioni, le puntualizzazioni evocate nella “Storia della sinistra”. Non c’è nessuna professione di anticomunismo; c’è l’orgoglio di non essere anti ma di essere socialista.

Il compromesso storico, il terrorismo, il governo Craxi, la fine della prima repubblica, la lunga stagione di Berlusconi, della Lega, di Prodi vengono vissuti come momenti decisivi per rafforzare l’unità della sinistra. La caduta del muro di Berlino è l’ultima occasione persa dal Psi e dal Pci. La globalizzazione e la finanziarizzazione mandano in soffitta i valori fondamentali della sinistra.

Lo scontro tra Psi e Pci ha messo fuori gioco la sinistra. Precisi, obiettivi, amari i giudizi contenuti nella rievocazione di Tamburrano. Per rafforzarli è interessante riprendere alcune riflessioni dei protagonisti di allora.

Nelle sue memorie Piero Fassino, ultimo segretario dei Ds (democratici di sinistra) commenta così la differenza di visione tra Bettino Craxi ed Enrico Berlinguer nella vicenda dell’accordo del 1984 sulla revisione della Scala mobile: «Craxi… coglie un punto di verità: l’Italia degli anni ’80 ha un gran bisogno di innovazione… il nostro è un paese ingessato, con una struttura produttiva cresciuta al riparo di ombrelli protezionistici, un’organizzazione sociale statica e rigida, un sistema politico e istituzionale consociativo e privo di alternanze… La sfida di Craxi coglie i comunisti impreparati e mette a nudo il loro ritardo a misurarsi con la modernità. Craxi interpreta le domande di dinamicità di una società che cambia e chiede alla politica di stare al passo. Il Pci invece vede nei cambiamenti un’insidia anziché una opportunità e si arrocca in un atteggiamento difensivo che ne ridurrà influenza e credibilità politica. Mi ha sempre colpito l’inspiegabile contraddizione per cui la sinistra nasce da un’intuizione di Marx – il movimento è il motore della storia – ma poi guarda spesso con timore e ostilità a tutto ciò che si muove… Come poi si vedrà sarebbe stato più saggio, per lui e per noi, dedicare meno energie a combatterci reciprocamente, perché quella “guerra civile” a sinistra porterà alla distruzione della sinistra, travolgendo non solo il vinto ma anche il vincitore».

È interessante una riflessione sull’argomento di Claudia Mancina: «La battaglia sulla scala mobile come fu subito chiaro, non aveva a oggetto i punti di contingenza, ma qualcosa di molto più importante. Craxi voleva dimostrare che si poteva governare senza il preventivo accordo con l’opposizione. Quindi era un tentativo di superare la democrazia consociativa alla quale, comprensibilmente, il Pci era attaccatissimo, per affermare un modello di democrazia governante… erano a confronto due concezioni della democrazia. L’una assembleare e fondata sulla cosiddetta centralità del Parlamento; l’altra fondata sulla responsabilità degli esecutivi (neoparlamentare, la chiamano i politologi). La prima era propria della peculiarità italiana, parte dell’anomalia di un sistema politico caratterizzato dalla mancanza di alternanza. La seconda – al di là della declinazione aggressiva datale da Craxi – era propria dei sistemi parlamentari più avanzati».

La sinistra accettò lo scontro come un evento ineluttabile, quasi con lo stesso atteggiamento fatalistico con cui si metabolizza un terremoto o una inondazione. Eppure, sbaglierebbe chi pensasse che il referendum fu l’atto finale dell’incomunicabilità tra due monoliti. Perché monolitico non era il Pci e monolitico non era il Psi. I canali di comunicazione esistevano, alacremente lavorarono i cosiddetti “pontieri” ma venne deciso dai leader (e su questo terreno appare ormai confermata la responsabilità di Berlinguer) che con quei canali di comunicazione bisognava regolarsi come fanno gli eserciti in ritirata quando per rallentare la marcia del nemico fanno saltare i ponti. Il referendum divenne inevitabile per volontà umana non per prescrizione divina. A una soluzione si andò vicinissimi. Lo ha spesso raccontato negli ultimi trent’anni Emanuele Macaluso che all’epoca ricopriva all’interno del Partito Comunista un ruolo strategico: direttore dell’organo del partito, “l’Unità”, quasi una sorta di vestale della “linea”. Ebbene, Macaluso ha ricordato come Giorgio Napolitano e Rino Formica, capigruppo alla Camera di Pci e Psi, una intesa per rimettere insieme i cocci della “guerra a sinistra” evitando il referendum, l’avessero trovata ma Berlinguer decise di andare avanti consegnando alla fine della direzione del 5 giugno a Gerardo Chiaromonte, capo del gruppo al Senato, un semplicissimo mandato: annunciare al termine del dibattito (i comunisti abbandonarono l’aula e non parteciparono al voto) la raccolta di firme per la convocazione della consultazione popolare. Anche le urne, un anno dopo, dimostrarono che in campo non si erano schierati due monoliti. La lettura dei dati elettorali, infatti, dimostra che per la prima volta nella storia della Prima Repubblica, l’elettorato dei due partiti di sinistra, almeno in parte, aveva “tradito” le indicazioni delle segreterie annunciando quella “fluidità” che sarebbe diventata il segno distintivo delle urne della Seconda Repubblica. Un “tradimento” che nel Psi aprì una sorta di crisi personale tra Bettino Craxi e Rino Formica colpevole, a parere del leader, di non essersi speso a sufficienza, soprattutto al Sud, per la vittoria del “no” alla cancellazione del decreto di San Valentino. D’altro canto, che Formica apprezzasse poco l’idea di una guerra senza quartiere al Pci e alla Cgil (relativamente alla componente comunista) lo sapevano tutti, anche Craxi, anzi, soprattutto Craxi. Oggi sembrano quasi sfuggire le ragioni di un voto che avrebbe potuto essere tranquillamente evitato.

Giorgio Benvenuto
Blog Fondazione Nenni

Paolo Flores D’Arcais.
Il laico e la democrazia

paolo-flores-arcais-328399_tnNel libro “La democrazia ha bisogno di Dio, Falso!” (edito da Laterza nella collana “Idola”), Paolo Flores D’Arcais torna su un tema a lui caro, ponendosi la domanda: “Dio è incompatibile con la democrazia?”. La risposta, secondo il filosofo e direttore di “MicroMega”, “dovrebbe essere un perentorio NO” o, in termini più problematici e meno tranchant, “difficilmente”, solo però sotto la condizione che il Dio che il credente si è creato lo lasci “libero di scindersi tra credente e cittadino, di prescindere da Lui nella sfera pubblica. Di obbedire a Dio nella condotta personale ma di rifiutarsi che alla legge di Dio debba obbedire la comunità dei liberi ed uguali che si dà da sé la propria legge”. Ciò perché – afferma D’Arcais – due sovranità non possono convivere nello stesso spazio pubblico di una democrazia: o “la sovranità di Dio, o la sovranità dei cittadini”; perciò, “una delle due deve essere proscritta”.
Oggi, sembra prevalere l’idea che l’accettazione della sovranità di Dio costituisca per i cittadini l’irrinunciabile opzione per la salvezza delle democrazie in crisi. Si tratta di un’idea, a parere di D’Arcais, che ha preso corpo ormai da trent’anni; ne è prova il fatto che una “strana alleanza” sta dando la caccia al pensiero laico. Si tratta di una “santa alleanza”, nella quale si ritrovano, non tanto tutte le religioni impegnate a combattere la secolarizzazione delle società moderne, quanto, “in sconcertante consonanza di amorosi sensi”, gli ultimi Papi della “crociata contro i Lumi”, ma anche il pensatore del fondamentalismo islamico mascherato da liberal, Tariq Ramadan, il “filosofo dell’intransigenza” repubblicana e democratica, Jürgen Habermas, e infine una folta schiera di laici-devoti di sinistra, che si professano laici nei giorni feriali e devoti nei dì di festa.
L’alleanza, che oggi invoca la presenza di Dio nello spazio pubblico, per salvare la democrazia, ponendola sotto le sue ali protettrici, “riconoscendo un ruolo pubblico a chiese e religioni”, è dunque variegata ed eterogenea, ed il discorso degli “alleati” non può non originare un senso di inquietudine in chi crede laidamente nella democrazia; senso di inquietudine che origina, sol che si rifletta sulle “parole dei suoi maîtres à penser”, che D’arcais non manca di riportarne il pensiero.
Tra gli ultimi papi, Karol Wojtyla è stato uno dei più espliciti critici militanti ad intraprendere la “crociata contro i Lumi”, con parole che, a parere di D’Arcais, “sembrano sedurre la laicità in voluttà di autocritica”. Nell’enciclica “Veritatis Splendor”, del 1993, il Papa polacco ha avuto modo di affermare sul relativismo etico che “dopo la caduta in molti Paesi, delle ideologie che legavano la politica ad una concezione totalitaria del mondo”, non meno grave è ora “il rischio dell’alleanza fra democrazia e relativismo etico, che toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento”; contro il relativismo etico, Papa Wojtyla ribadirà, nel 1995, il suo anatema nell’enciclica “Evangelium Vitae”, facendone – afferma D’Arcais – “uno dei fili conduttori del suo intero magistero”.
Nel 2005, in “Memoria e identità”, uno scritto sui fondamenti etici della democrazia e dei diritti umani, sull’identità dell’Europa, potentemente plasmata dal cristianesimo fino alla frattura provocata dall’illuminismo, Wojtyla rincarerà la dose bollando l’illuminismo della responsabilità d’aver indicato l’uomo come “creatore della propria storia e della propria civiltà” e come colui che “decide di ciò che buono e di ciò che è cattivo”, riconoscendolo ed esaltandolo come colui “che esiterebbe ed opererebbe etsi Deus non daretur (come se Dio non ci fosse)”
Nel 2005, alla morte di Giovanni Paolo II, il Cardinale Joseph Ratzinger, a Subiaco, nel ritirare il Premio San Benedetto, ha tenuto una conferenza dal titolo “L’Europa nella crisi delle due culture”, una sorta di manifesto – afferma D’Arcais – col quale il Cardinale si è candidato alla successione del Papa polacco; durante lo svolgimento della sua conferenza, Ratzinger, a sostegno del ruolo di Dio a supporto della democrazia in crisi, ha affermato che, nell’interesse della democrazia, si dovrebbe “capovolgere l’assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse”. Lo stesso Ratzinger, due settimane dopo la morte di Giovanni Paolo II, nella basilica di San Pietro, nell’omelia della messa “pro eligendo Romano Pontefice”, ha ribadito l’anatema contro la “dittatura del relativismo, che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”.
Nel 2013, dopo che Ratzinger, divenuto Papa col nome di Benedetto XVI, ha annunciato la sua rinuncia al ministero di vescovo di Roma e di successore di San Pietro, restando tuttavia pontefice emerito e conservando la qualifica di “Sua Santità”, il suo successore, Papa Francesco, al secolo Mario José Bergoglio, pur annunciando sostanziali mutamenti in tema di laicità, nella sua prima enciclica “Lunen Fidei” del 2013, anche se in termini meno tranchant rispetto ai sui predecessori, ha ribadito che la fede quando “viene meno, c’è il rischio che anche i fondamenti del vivere vengano meno […]. Se togliamo la fede in Dio dalle nostre città, si affievolirà la fiducia tra di noi, ci terremmo uniti soltanto per la paura, e la stabilità sarebbe minacciata”.
Agli anatemi di alcuni Papi contro lo spirito laico e ai consigli paterni e preoccupati elargiti dall’ultimo papa per fugare i pericoli cui sarebbe esposta la vita sociale, se venisse meno la fede in Dio, fanno da sponda le dichiarazioni dell’islamico Tariq Ramadan e del presunto laico Habermas. Il primo ha condannato il fatto che la libertà di scelta da parte dei singoli individui sarebbe “diventata talmente preponderante che, nel suo eccesso, ha finito per negare ogni punto di riferimento, trasformandosi in permissività morale”; ragione questa che ha spinto un suo sostenitore, professore di storia americano, R. Scott Appleby, a riassumerne la posizione secondo la quale il cristianesimo avrebbe “molto da imparare dall’esperienza moderna dell’Islam e dalla sua resistenza feroce a certe forme di compromesso con la filosofia dei Lumi, come la riduzione della religione alla sfera privata e l’erezione di un muro a tenuta stagna tra la religione e lo Stato”.
Ma più sorprendenti sono le valutazioni, sul ruolo della religione nelle società moderne, dell’erede della “Scuola di Francoforte”, Jürgen Habermas, il quale, come riportato da D’Arcais, in “La società post-secolare” (“Reset”, n. 108/2008), ha rimproverato agli “intellettuali laicisti di stampo francese” lo “zelo militante a difesa della tradizione universalistica dell’illuminismo”, che avrebbe avuto il torto di assumere, sulla base di un “postulato assai discutibile, che la religione avrebbe dovuto ritirarsi dalla sfera pubblica politica”, e quindi limitare il suo impatto unicamente sulla sfera privata dell’individuo. A tal fine, lo stesso Habermas, ha affermato, in “Tra scienza e fede”, la necessità che ciascun individuo sociale operasse “il superamento autoriflessivo di una nozione di sé laicisticamente sclerotizzata della modernità”.
Dopo queste esternazioni da parte di personaggi, estranei al mondo della Chiesa cattolica, in pro del ruolo di Dio nella salvaguardia della democrazia nelle società moderne, nessuna meraviglia – afferma D’Arcais – “se la cattedra di Pietro si impalca a maestra di razionalità”, impostando tutto il suo discorso “come un sillogismo”, che ha come premessa maggiore, l’assunto secondo il quale l’”illuministica sovranità della ragione che prelude alla sovranità politica, e la hybris del ‘darsi da sé la propria legge’ e la loro congiunzione con cui l’Homo sapiens entra nella modernità democratica, piombano in realtà l’umanità nell’anomia morale e scatenano nuove spaventose piaghe d’Egitto”; a seguire, come premessa minore, l’assunto che “senza una legge morale assolutamente vincolante la catastrofe del genere umano è solo questione di tempo”.
Date le due premesse, la conclusione non può che essere l’ammissione di Dio come fondamento per la regolazione dei rapporti umani, costituente l’unica opzione che credenti e non credenti hanno a disposizione “perché il mondo non cada totalmente preda dell’autodistruttiva legge ‘del più forte’”; ma anche perché possano sottrarsi allo sconvolgimento della loro coscienza morale e accomunarsi, come ha affermato Ratzinger, nel loro “essere immagine di Dio” che è ciò che conferirebbe loro dignità e inviolabilità. Proprio la ricerca del come garantire la loro dignità e inviolabilità, credenti e non credenti dovrebbero perciò aprire la democrazia a Dio, finendola con l’etica relativistica dell’Illuminismo, al fine di “rovesciare il verdetto della modernità come disincanto”. Solo in questo modo, a parere di Ratzinger (“L’Europa nella crisi delle culture”), nessuno sarà più limitato nella sua libertà, in quanto tutti potranno trovare un sostegno in un criterio del quale hanno un urgente bisogno.
Eppure – afferma D’Arcais – attraverso il relativismo etico, tutti possono salvaguardare la loro dignità nella libertà con la democrazia; il fondamento etico relativistico della democrazia esige infatti “da ogni cittadino la con-divisione di un ethos repubblicano minimo, l’eguale dignità di tutti e di ciascuno […]. Questo ethos non può essere messo sullo stesso piano di altre opzioni di valore quali le fedi religiose” o altre presunte etiche universalistiche; ciò perché, a differenza di queste, l’”ethos repubblicano minimo non brandisce nessuna pretesa di universalità”, in quanto fondato sull’assunto che “qualsiasi opzione di valore è nel suo fondamento ultimo indimostrabile”, essendo questo fondamento una decisione di tutti, presa nella libertà. Con ciò – continua D’Arcais – “viene in chiaro, intanto, che al relativismo non è imputabile alcuna indifferenza etica, visto che non solo costringe a scegliere, ma smaschera come preferenza/decisione anche ogni presunta mera obbedienza”.
L’uguale dignità di tutti a fondamento della democrazia è, quindi, “decisione esistenziale irriducibile” e una volta che si opti per la democrazia non è possibile esimersi “dal volere anche l’ethos che la sorregge”; cioè la con-divisione di un ethos repubblicano minimo che, essendo fondato su una concezione relativistica dei valori, è garanzia della dignità nella libertà per tutti. Il relativismo è il contrario del dogmatismo; è spirito critico che vale ad educare l’uomo a scegliere nella libertà e autonomia di giudizio, ma esige anche che egli sia intollerante nei confronti dei nemici della democrazia, sino al limite della soppressione della libertà di coloro che osano tentare di rovesciare la democrazia. La conservazione della democrazia, perciò, conclude D’Arcais, implica che i cittadini siano costantemente animati dall’ethos repubblicano e che questo non soccomba mai ad altri valori identitari premoderni, siano essi di fede, di sangue o di suolo.
L’ethos repubblicano deve risultare irriducibile anche quando le promesse della pari dignità siano per qualsiasi ragione momentaneamente frustrate, inducendo i cittadini a percepirle come illusorie ed esponendoli al rischio di non resistere alla “seduzione di qualche soddisfazione vicaria”; ciò implicherebbe una delega, a Dio o ad altro Capo mondano, della tutela della uguale dignità di tutti, nell’illusione che, per questa via, tutti possano essere salvati da un Altro, anziché dal loro impegno a conservare la democrazia, mossi unicamente dalla “passione di essere cittadini”.
Per uscire dalla contrapposizione di sempre tra laici e fedeli, sarebbe necessario, come suggerisce Ronald Dworkin, uno dei massimi pensatori liberali, distinguere due modelli contrapposti di organizzazione sociale: un modello religioso, che “tollera” i non credenti, e un modello alternativo laico, che “tollera” i credenti. Nel sistema religioso e tollerante nessuna religione è di Stato, mentre nel sistema sociale laico e tollerante, lo Stato è permissivo nei confronti di tutte le religioni. Entrambi i sistemi alternativi considerati sarebbero, dunque, “tolleranti” nei confronti di qualsiasi pratica religiosa, per cui si potrebbe anche pensare che essi possano concordare sull’impatto della pratica religiosa sulla vita pubblica. Non è però così, poiché, in virtù dei valori non negoziabili propri di ciascuno dei modelli, essi di fatto differiscono per quanto concerne ciò che la tolleranza presuppone. Infatti, in un sistema sociale religioso e tollerante, la libertà religiosa non presuppone la libertà di ogni singolo soggetto nel decidere autonomamente sulle questioni etiche “sensibili”; mentre un sistema sociale laico tollerante non potrebbe ammettere una simile restrizione all’esercizio della libertà personale.
Tutto ciò comporta che in un sistema sociale democratico, tollerante per definizione, la libertà religiosa sia derivata da un diritto più generale rispetto a quello che garantisce l’esercizio della libertà, un diritto che trascenda la stessa libertà religiosa. E’ questo il punto centrale del dibattito pubblico tra devoti e laici in seno alla società civile, nel senso che il “diritto più generale” dovrebbe anche rendere possibile scegliere tra il modello religioso e il modello laico, entrambi tolleranti; sulla base delle argomentazioni svolte, parrebbe che al modello religioso, che presuppone una concezione più ristretta della libertà religiosa rispetto al modello laico, sia da preferirsi quest’ultimo. E’ possibile, come afferma Dworkin, che le argomentazioni a sostegno del modello laico non facciano cambiare idea ai devoti; è tuttavia sperabile che li induca, anziché a demonizzare i laici, a formulare argomentazioni più convincenti di quelle da loro normalmente sostenute.

Agathotopia. Socialismo e imprese cooperative

agathopiaIn un articolo apparso sul n. 116/2015 di “Studi Economici”, Gaetano Cuomo (“Imprese cooperative e democrazia economica”), recensendo un saggio di Bruno Jossa (“Un socialismo possibile. Una nuova visione del marxismo”), afferma che la tesi di quest’ultimo “sul socialismo possibile può apparire a prima vista come un contributo tutto interno al dibattito marxista sull’attualità dl socialismo e sulle forme che esso dovrebbe assumere alla luce di quanto è accaduto a partire dalla caduta del muro di Berlino”. Ciò, però, a parere di Cuomo, sarebbe solo un aspetto del contenuto del saggio di Jossa, in quanto ad esso sotteso vi sarebbe una “parte del dibattito teorico che, nell’ultimo secolo, ha impegnato gli economisti sulla compatibilità tra mercato e socialismo e sulla teoria economica dell’impresa autogestita o cooperativa”.
Su questo tema si sono impegnato molti economisti, tra i quali risalta il nome del premio Nobel James Meade; questo economista, nella sua “opera summa” sull’argomento (“Agathotopia: l’economia di compartecipazione”), a differenza di molti altri economisti che, impegnati nel dibattito marxista, sostengono la realizzabilità di istituzioni perfette per cittadini perfetti, propone, la realizzazione di un “buon posto in cui è conveniente vivere” (traduzione etimologica di Agathotopia), all’interno del quale risolvere “al meglio” il problema distributivo del prodotto sociale che il socialismo burocratico ed accentratore, ma anche il libero mercato del capitalismo, non sono riusciti a risolvere.
Tradizionalmente, l’economia dell’autogestione, dopo il tramonto dell’organizzazione della produzione secondo il “modello del socialismo burocratico-accentratore” e il succedersi delle crisi nelle economie di mercato, rappresenta il tentativo di dare un fondamento teorico all’idea della cooperazione nel mondo della produzione tra il capitale e la forza lavoro, attraverso il loro coinvolgimento nella gestione delle attività produttive. Il punto di arrivo di questa corrente di analisi teorica (iniziata nel XIX secolo, parallelamente al rilancio del movimento cooperativo) è appunto il contributo di J.E.Meade; questi, come si è detto, a differenza degli utopisti, propone un’organizzazione cooperativa della produzione per risolvere “al meglio” il problema distributivo.
Con il suo ultimo saggio, anche Jossa, da oltre trent’anni impegnato sull’argomento dell’autogestione e della cooperazione, propone un sistema economico costituito esclusivamente, o prevalentemente, da cooperative, definendolo unica forma di socialismo oggi possibile. Le proposte di Meade e di Jossa – afferma Cuomo – hanno “in comune l’utilizzo dello stesso strumento, l’impresa cooperativa, figlia del socialismo, per suggerire, il primo, un imponente progetto di riforma che introduce nuove istituzioni economiche private e modifica il ruolo dello Stato, pur restando nell’ambito di una visione socialdemocratica del capitalismo, e, il secondo, una conversione in senso marxista della società […] , ma con innovazioni tali da non lasciare intravedere alcun contatto con le economie del vecchio socialismo reale”.
Meade e Jossa – sostiene Cuomo – pongono la dignità dell’uomo al centro dell’attenzione: il primo “vuole liberarlo dalla schiavitù della lotta per la sopravvivenza”, mentre il secondo vuole affrancarlo “dalla schiavitù nei confronti del capitale e renderlo soggetto alla propria azione”. I meccanismi di transizione alla società socialista sono – conclude Cuomo – sufficientemente definiti in Meade, anche se appaiono lunghi e complessi, mentre restano problematici nella proposta di socialismo di Jossa”, sebbene la transizione allo “stato finale” in quest’ultimo caso sia associato da Cuomo al verificarsi di eventi futuri, “come l’andamento della conoscenza e della tecnologia”, del tutto imprevedibili e indipendenti dalla volontà diretta dell’uomo.
Se così fosse, la tesi di Jossa sarebbe da ricondursi nel novero di quelle sostenute dagli economisti utopisti, per cui la sua proposta si allontanerebbe dal quella avanzata da Meade e fondata sulla realizzazione di un “luogo in cui è conveniente vivere”. Il fatto però che i meccanismi di transizione siano stati considerati da Jossa di natura problematica consente di ipotizzare che anche la sua proposta, come quella di Meade, assuma la transizione alla società socialista in termini asintotici, attraverso un processo per approssimazioni migliorative della società originaria alla società socialista.
La necessità di configurare la società socialista, non in termini di risultato finale, ma solo in termini di processo, consente tra l’altro di evitare le contraddizioni cui si va incontro, se si trascura il fatto che all’interno di un ordinamento economico fondato sulla proprietà cooperativa delle attività produttive permangono irrisolti, secondo J.E.Meade, tre ordini di problemi che la teoria tradizionale dell’autogestione non è riuscita a rimuovere.
Il primo riguarda l’assunzione del rischio, in quanto anche la forza lavoro, al pari del capitale, deve assumere una parte del rischio d’impresa. Al riguardo, però, non esiste la certezza che la maggioranza dei lavoratori sia disposta a preferire l’autogestione in luogo della sicurezza rappresentata dal salario fisso. Si potrebbe pensare di garantire, a livello di intero ordinamento economico, una diminuzione del rischio di disoccupazione in cambio della disponibilità da parte dei lavoratori ad accettare un più elevato livello del rischio di instabilità del salario; non è detto però che un trade-off di questa natura possa essere condiviso dalla maggioranza dei lavoratori, soprattutto se, all’interno delle attività produttive, esiste una minoranza della forza lavoro, più esposta al licenziamento in caso di crisi, che non sia disposta ad accollarsi l’onere delle diminuzione del rischio di disoccupazione a favore della maggioranza.
Il secondo problema concerne le possibili implicazioni negative della compartecipazione, quando di devono assumere delle decisioni il cui successo dipenda dalla possibilità di sperimentare forme di innovazione ad alto rischio.
Il terzo, infine, riguarda la possibilità che la forza lavoro che partecipa all’assunzione delle decisioni gestionali tenda a tutelare solo la massimizzazione del suo salario, frenando la crescita delle attività produttive, anche di quelle che hanno successo, la cui espansione è necessaria per contribuire ad elevare l’occupazione e a migliorare i livelli salariali. Pure in questo caso, tuttavia, la cogestione può essere caratterizzata dal permanere di conflitti latenti e interni alle attività produttive, tra i lavoratori che ritengono di dovere utilizzare i risultati positivi per migliorare i salari ed i lavoratori che, invece, sono propensi ad un’utilizzazione dei risultati positivi per promuovere, a parità delle altre variabili economiche (prezzi, profitti e salari), l’espansione della produzione, e con essa quella dell’occupazione dei lavoratori senza lavoro.
La mancata soluzione di questi problemi, tuttavia, se vale a dimostrare che la cogestione delle attività produttive non può garantire in termini ottimali uno stabile funzionamento del sistema economico, non vale però a dimostrarne l’improponibilità; ciò perché la presenza di problemi rimasti irrisolti è perfettamente compatibile con l’ipotesi che Meade ha assunto in Agathotopia, che la cogestione implichi l’istituzionalizzazione di un ordinamento economico complessivo “migliore” di quello che si avrebbe in sua assenza, per attori sicuramente imperfetti.
L’approccio microeconomico, inoltre, fa velo su un altro aspetto della cogestione, che a Meade non è sfuggito. Oltre ai problemi irrisolti, pur in presenza di una cogestione estesa a tutte le attività produttive dell’intero ordinamento economico, esistono anche problemi che possono essere affrontati solo dall’ordinamento politico, a livello macroeconomico. L’ordinamento politico costituisce, infatti, un contesto alternativo all’ordinamento economico, per la soluzione di tutti i problemi che quest’ultimo non può risolvere a causa dei cosiddetti fallimenti del mercato; tali sono la produzione e la distribuzione dei beni e dei servizi pubblici, la ridistribuzione del prodotto sociale complessivo e la stabilizzazione dell’attività produttiva. Queste tre grandi classi di problemi richiedono infatti, pur in presenza della cogestione, un ruolo attivo ed insostituibile dell’organizzazione complessiva dell’ordinamento politico; richiedono cioè un ruolo attivo e complementare dello Stato.
La cogestione, così come è stata studiata a livello microeconomico, presenta anche un altro limite, riconducibile all’assunzione dell’ipotesi del pieno impiego della forza lavoro, o quanto meno che il fenomeno della disoccupazione, quando insorge, sia sempre temporaneo e congiunturale. La realtà concernente il funzionamento del sistema economico dal punto di vista dell’occupazione è ben diversa, nel senso che il fenomeno della disoccupazione può ricorrere, non solo in termini congiunturali, ma anche in termini strutturali e permanenti. Ciò comporta che, a livello dell’ordinamento politico, il problema distributivo debba essere risolto in modo da tener conto anche del fenomeno della disoccupazione strutturale e della necessità di garantire all’intera economia un sistema di sicurezza sociale (welfare State) che assicuri un reddito pure a chi non riesce a partecipare quale socio ad un’attività produttiva cogestita.
Anche riguardo a questo problema il contributo di Meade è risultato sinora il più avanzato (“Poverty in the welfare state”; “Libertà, uguaglianza ed efficienza”); ciò perché egli ha descritto e spiegato le modalità organizzative dell’ordinamento politico e dell’ordinamento economico fondate sull’estensione a tutti i cittadini-lavoratori, indipendentemente dalla stabilità o meno del rapporto di lavoro, di un “reddito di cittadinanza” (che Meade chiama social dividend) o un “fondo sociale di cittadinanza” (R.M.Unger, Democrazia ad alta energia. Un manifesto per la sinistra del XXI secolo), sufficienti a garantire a tutti indistintamente i disoccupati permanenti, ed a coloro che sono dotati di un basso reddito, la possibilità di realizzare il proprio progetto di vita attraverso la fruizione di un reddito (o di una sua integrazione) dissociato dal rapporto di lavoro. Che altro è questa garanzia di un reddito per tutti se non la realizzazione, in senso socialdemocratico, di un ordinamento politico migliore, rispetto a quelli sinora sperimentati, realizzato attraverso la sua cogestione da parte di tutti i cittadini che, sulla base della regola democratica, concorrono a risolvere a livello macroeconomico il problema distributivo del prodotto sociale nell’interesse di tutti?

Gianfranco Sabattini