Il Natale e le polemiche infinite sul Presepe

Bergamo-Presepe-vietato-SalviniRassegniamoci: siamo sotto Natale: dovremo sorbirci l’ennesima polemica demenzial-provinciale sui nemici – più immaginari che reali – del nostro caro Presepe, uno dei simboli più antichi del Natale. Sono cresciuto in Emilia-Romagna, un tempo gloriosa Regione rossa, dove i comunisti mangiapreti facevano allestire presepi stupendi. Ricordo quello, poetico, di Cesenatico: una natività galleggiante pensata per i pescatori, fatta di sagome collocate nelle barche ormeggiate nel porto.

Purtroppo viviamo nel tempo della stupidità universale, sfoggiata con orgoglio. Ogni tanto saltano fuori alcuni idioti – italiani e, purtroppo, di sinistra – che manifestano l’incontenibile desiderio di bandire dalle scuole statali quella che, in Italia, da secoli, è la più popolare rappresentazione della Natività. In ossequio a uno pseudo-multiculturalismo che è tutta farina (avariata) del loro sacco. (S)ragionano, costoro, in base a una logica apparentemente “politically correct”: poveri alunni musulmani, che disagio imbattersi in statuine che raffigurano la Sacra Famiglia. Il Presepe, insomma, fa il paio con il Crocefisso appeso ai muri: è uno schiaffo all’identità islamica e al concetto stesso di accoglienza. Che si faccia dunque piazza pulita di tutti i simboli della nostra tradizione religiosa! Solo così riaffermeremo il principio di laicità che implica equidistanza da tutte le fedi. No comment.

Il problema è che gli xenofobi sono molto più intelligenti di questi multiculturalisti in salsa italica, provinciali che non hanno la più pallida idea di cosa sia il dialogo interculturale vero, quello serio – nessun dialogo ha senso quando si azzera la propria identità. E infatti gli xenofobi si fregano le mani: queste uscite folli sono occasioni ghiotte per la costruzione paranoica del nemico interno. Ieri gli ebrei, oggi i musulmani. Ecco che i fascioleghisti in cerca di visibilità mediatica evocano, tutti ringalluzziti, l’immagine truculenta a loro più congeniale: orde di islamici barbuti rifugiatisi in Italia che, coltello fra i denti, si accingono a mozzare la testa alle simpatiche statuine natalizie. Perché è fatto notorio che ogni musulmano è un simpatizzante (più o meno mascherato) dei tagliagole di Al Qaida, oppure un potenziale terrorista jihadista.

La cosa triste – per i cristiani veri – è questa: sempre più di frequente, nella nostra Europa sostanzialmente scristianizzata, simboli religiosi vengono branditi a mo’ di clava contro i nuovi barbari. Della serie: come ammazzare, da veri pagani, lo spirito del cristianesimo. Non sarà una campagna mediatica a favore del Presepe a riaccendere la luce della Fede, che si è fatta fioca. Ma oggi è ammesso tutto, la demenza è stata sdoganata sui social-media. Così avviene che sedicenti cattolici attacchino frontalmente Papa Francesco, accusandolo di eresia (ma non dovrebbero ubbidire, fedeli, all’autorità papale?), mentre esibiscono tracotanti il loro odio viscerale nei confronti del diverso di turno. I credenti, anziché colpevolizzare i musulmani di ogni malefatta legata all’affermarsi della modernità, dovrebbero gettarsi a capofitto nell’impresa immane di rievangelizzare l’Europa. Ci sta provando Papa Francesco. Guarda caso ha contro la destra xenofoba e i cattolici iper-tradizionalisti (i Salvini, i Veneziani, i Le Pen). In sintesi: Presepe e crocefisso (depotenziati, s’intende) sì; carità cristiana no. Ma ai teo-con, si sa, dello spirito evangelico importa assai poco. La loro agenda non ha nulla a che fare con la spiritualità: mirano a pietrificare il cristianesimo: una mitologia identitaria senza calore e senz’anima è un’arma potente da usare contro un Islam torbido e minaccioso. Una strategia, questa, che darà frutti abbondanti nelle urne, alle prossime elezioni.

Ecco perché trovo inutile, fuori tempo, indossare i panni dell’illuminista anticlericale. E’ molto più intelligente, oggi, riappropriarsi dello spirito del Cristianesimo in chiave progressista, solidale, egalitaria. Ascoltiamo un filosofo con una gran bella testa, Massimo Cacciari: la distinzione, oggi, “non è fra laico e cattolico, ma fra pensante e non pensante”. Purtroppo “l’indifferenza regna sovrana e avvolge un po’ tutti: i laici e i cattolici…Viviamo in un mondo che dimentica la dimensione spirituale…” Cosa sta avvelenando il Cristianesimo? Non gli immigrati di fede musulmana, bensì il consumismo sfrenato, la mercificazione, il materialismo più gretto. I cristiani che hanno accettato questo stato di cose sono “servi sciocchi del nostro tempo.” (“Natale non è solo dei cristiani. In ballo c’è la nostra civiltà, a cura di Stefano Zurlo, Il Giornale, 30.11.2017”).

Non dimentichiamo che La Caritas è la scintilla che ha acceso il socialismo democratico, libertario, non violento. Enfatizziamo dunque la carica sovvertitrice del Presepe, negata dai creso-cristiani d’ogni tempo e luogo: Gesù nacque povero in una famiglia povera. E si batte’ tutta la vita per i poveri. Ardita ma acuta la provocazione del Sindaco di Castenaso, nel bolognese, il quale, nella piazza principale della sua cittadina, ha fatto sistemare in un gommone Giuseppe, Maria e il Bambinello. Sarà filologicamente scorretta, o fin troppo fantasiosa, questa versione della Natività. Eppure la rievocazione della tragedia dei migranti morti in mare coglie con gran efficacia l’essenza del Cristianesimo. Lo fa meglio di certi presepi stereotipati, ingessati, tipici di una tradizione oleografica che ha edulcorato ogni messaggio rivoluzionario. Gesù – parlando di affamati, derelitti, stranieri, perseguitati, ammalati – disse a chiare lettere: “in verità vi dico tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me!”

Secondo la leggenda, il Presepe l’ha inventato San Francesco d’Assisi, nel 1223. L’autore del “Cantico delle Creature”, recatosi l’anno prima in pellegrinaggio a Betlemme, era rimasto affascinato dalle rappresentazioni folcloristiche della nascita di Gesù. Il poverello d’Assisi aveva preso parte – pacificamente, in qualità di “diplomatico” e missionario – alla Quinta Crociata. Nel 1219 era in Egitto, dove i cristiani combattevano i musulmani. Là incontrò il Sultano al-Malik al-Kamil, il cui regno si estendeva fino alla Terra Santa. Il Sultano non si convertì al cristianesimo, e neppure alla pace (conformandosi, in questo, al comportamento dei suoi omologhi, i regnanti cristiani). Ma rimase molto colpito dal coraggio e dal carisma di San Francesco, che fu trattato con grande rispetto. A seguito di quell’incontro storico, il Sultano autorizzò la presenza francescana nei luoghi santi della cristianità. San Francesco ottenne per i cristiani ciò che, in quel tempo, i cristiani negavano ai musulmani: la libertà di culto. Questo esempio di tolleranza va tenuto bene a mente: oggi, anche fra intellettuali di vaglia, va di moda propagandare una megaballa storica: ovvero che i rapporti fra Islam e cristianità sono stati caratterizzati da 1500 anni di ostilità ininterrotta. Per non fare figuracce, basterebbe leggersi i libri del medievista Franco Cardini.

E’ ben vero che i pellegrini cristiani non sempre ebbero vita facile in Medioriente – mica tutti i leader politici islamici erano tolleranti o lungimiranti come al-Malik al-Kamil (del resto neanche tutti i re o imperatori cristiani erano persecutori sanguinari o “crociati belligeranti”, si pensi alla straordinaria figura di Federico II). Nel 1291, quando San Giovanni d’Acri – l’ultima roccaforte cristiana in Oriente – fu conquistata dalle armate musulmane, i francescani dovettero rifugiarsi a Cipro. Tornarono definitivamente in Terra Santa qualche decennio più tardi, dopo aver ottenuto il permesso di celebrare messa al Santo Sepolcro. Ci riuscirono grazie all’intervento dei Reali di Napoli, i quali nel 1333 avevano acquistato il Santo Cenacolo dal Sultano d’Egitto. Fatto sta che, nonostante le mille peripezie e difficoltà, per lunghi periodi i nostri fraticelli, nel corso degli ottocento anni che intercorrono dalla prima missione francescana ad oggi, hanno potuto custodire in santa pace i luoghi santi della cristianità, nonché officiare messe nella Basilica del Santo Sepolcro. (Già questo basterebbe a sfatare la propaganda in stile Oriana-Fallaci-Magdi-Allam, che soffia sul fuoco dell’odio interreligioso. Se l’Islam è da sempre un blocco monolitico e indifferenziato, se tutti i musulmani sono cloni di Osama Bin Laden, come si spiega la presenza ininterrotta – fin dal I secolo d.C. – di comunità cristiane in Oriente, nelle terre dominate dai perfidi musulmani?)

“Il modello di una chiesa in lotta contro i pagani e le nazioni non rientra nello statuto del francescano”. E infatti San Francesco propose, fra lo stupore dei cristiani belligeranti, una “terza via” ante litteram: né guerra religiosa, né isolamento o emarginazione del nemico, del’infedele. Questo formidabile messaggero della non violenza, “intuisce che il dialogo è lo spazio della missione per confrontarsi con chi non conosce il Vangelo. Una missione che non si regge sul rigido principio della verità, bensì su quello benevolo della carità.” (Edoardo Scognamiglio, “San Francesco e il Sultano d’Egitto” (http://www.sanfrancescopatronoditalia.it)

E sarà proprio la Caritas l’ideale ispiratore del primo presepe vivente voluto dal poverello d’Assisi. Teniamo bene a mente anche questo, quando ci tocca ascoltare le filippiche dei difensori del Presepe in funzione anti-islamica e anti-immigrati, ipocriti che iniettano l’odio in questa stupenda invenzione della nostra civiltà.

Edoardo Crisafulli
Blog Fondazione Nenni

Quotidiani a picco, la Rete un missile pericoloso

edicola

La Rete fa boom, i quotidiani flop. La mia edicola si è salvata, quella sul marciapiede di fronte no: ha chiuso i battenti per mancanza di clienti. Ha subito la sorte di tante altre edicole a Roma e in tutta Italia: i conti vanno in rosso e le serrande non si rialzano più. Anche via Gregorio VII, a cinquecento metri da San Pietro, non fa eccezione alla regola: si vendono sempre meno giornali, anche in zone come questa densa di centri universitari, scuole, attività commerciali e professionali.
Una crisi strutturale sta divorando i quotidiani e le riviste.
Il Censis (Centro studi investimento sociali), con il 51° “Rapporto sulla situazione sociale del Paese”, aiuta a capire meglio la malattia della carta stampata: gli italiani che leggono regolarmente i quotidiani per informarsi durante la settimana si sono ridotti nel 2017 ad appena il 14,2%. E sono solo il 5,6% tra i giovani. Un disastro.
Gli ultimi lustri sono stati una Caporetto. In 15 anni le copie vendute dei quotidiani si sono dimezzate: dai quasi 6 milioni al giorno del 2000 sono crollate a meno di 3 milioni nel 2016. I periodici, settimanali e mensili, hanno fatto registrare una piccola ripresa dopo essersi ridotti al lumicino.
Crollano le copie e sprofonda la pubblicità. Il fenomeno si è ripetuto negli ultimi mesi. Secondo l’Osservatorio Stampa Fcp (Federazione concessionarie pubblicità) il fatturato pubblicitario dei quotidiani è calato del 9,1% nel periodo gennaio-ottobre 2017 rispetto agli stessi mesi del 2016. I settimanali hanno accusato un colpo leggermente inferiore (meno 5,5%) come i mensili (meno 7,8%).
Sempre di più gli italiani preferiscono la televisione ed internet per informarsi. In particolare: la tv tradizionale regge negli ascolti (grazie soprattutto agli anziani) mentre il web è in fortissima espansione (è usatissimo dai giovani). Il Censis dà un’indicazione sulle scelte: la televisione conserva il primo posto nelle preferenze degli intervistati con il 28,5%, segue internet con il 26,6% e i social network con il 27,1%. Però sommando i due dati del web, la comunicazione online arriva alla maggioranza assoluta con il 53,7%. Il missile che va fortissimo è la Rete. Per gli altri media restano le briciole (il cinema si ferma al 2,1%).
Cos’è che non funziona? Perché la carta stampata sprofonda, la televisione regge e internet fa boom? Secondo il Censis i giornali su carta continuano a soffrire la mancata integrazione con il mondo della comunicazione digitale. Ma la malattia solo in parte si spiega con questa causa. I giornali tradizionali negli ultimi anni hanno conquistato importanti posizioni sulla Rete grazie alle rispettive versioni sul web (Corriere.it, Repubblica.it, La Stampa.it e via di seguito). I quotidiani su carta e su internet, fortemente integrati (gli stessi giornalisti confezionano gli articoli per le diverse versioni), danno un’informazione differenziata secondo le esigenze delle diverse piattaforme editoriali. Le differenti caratteristiche degli strumenti di comunicazione hanno tracciato i rispettivi spazi. L’informazione su internet è immediata, a ciclo continuo e sintetica; quella sulla carta stampata cade ogni 24 ore, è approfondita e ricca di analisi.
L’integrazione funziona. La credibilità giornalistica dei quotidiani su carta ancora tiene: così marciano bene i giornali online espressione dei quotidiani tradizionali mentre praticamente hanno pochissimo spazio le testate pensate e presenti solo sul web. Tuttavia il buon andamento dei quotidiani online (in parte gratis e in parte in abbonamento) non riesce a compensare la crisi di quelli su carta (la pubblicità cresce per i primi e sprofonda per i secondi).
La Rete, poi, è piene di trappole. Agli italiani piace internet ma sono in allarme per le false notizie, le cosiddette fake news usando un termine inglese molto di moda. A più della metà degli utenti di internet è capitato di dare credito a notizie false circolate in Rete: la percentuale scende di poco per le persone più istruite (51,9%), ma sale fino al 58,8% tra i più giovani. Il Censis spiega: «Per il 77,8% degli italiani, inoltre, quello delle fake news è un fenomeno pericoloso. Soprattutto le persone più istruite ritengono che le bugie sul web vengono create ad arte per inquinare il dibattito pubblico (74,1%) e che favoriscono il populismo (69,4%)».
Internet corre come un missile, è in ottima salute, è una enorme galassia in continua espansione ma insidiata da micidiali trappole. Il suo futuro, e soprattutto quello del corretto funzionamento della democrazia è legato alla cura (ancora tutta da scoprire) su come estirpare le false notizie, le bufale che danno una informazione sbagliata della realtà politica, economica, sociale.
Strettamente connesso è il problema del Far west del web. La Rete è uno sconfinato impero globale che non conosce frontiere governato da poche, potentissime multinazionali come Facebook, Twitter, Google, YouTube. In mancanza di una regolamentazione nazionale e, soprattutto, internazionale i giganti statunitensi del web, nati a cavallo del 2000 dall’inventiva dei dinamici ex giovani imprenditori della Silicon Valley, fanno il bello e il cattivo tempo. Dettano le regole agli utenti-consumatori e agli stessi Stati eludendo ed evadendo le tasse. Per ora solo le nazioni a regime autoritario, quelle più potenti, sono riuscite a porre dei paletti. Ecco, anche in questo campo, le democrazie rischiano di restare indietro e devono recuperare il terreno perduto.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Primo articolo – Segue

Govoni, adulatore di Mussolini per denaro

Govoni

Corrado Govoni (1884-1965) è stato autore prolifico di libri di poesie che hanno segnato la storia letteraria del primo Novecento, nonché di romanzi, prose liricheggianti e testi teatrali.Da ragazzo Govoni studia nella vicina Ferrara, nel collegio dei Salesiani, fino alla quinta ginnasiale. Qui, a dispetto della “deprimente claustrazione” procuratagli dal severo collegio, la lettura dei Promessi sposi e l’incontro con alcuni testi del Leopardi servono ad aprirgli il germe del gusto artistico latente. Discendente da un’agiata famiglia di mugnai e di agricoltori, Govoni nella giovinezza si dedica alle sue campagne. In seguito, però, desideroso di “correre dietro agli illusori e ingannevoli miraggi della poesia”, prima abbandona le sue “bellissime terre”, poi è costretto a venderle “per un piatto di lenticchie”. Da quel momento inizia per Govoni la disperata ricerca di una stabile sistemazione economica, che durerà per oltre cinquant’anni. Ora l’impellente esigenza di denaro costringe Govoni ad esercitare diversi mestieri: venditore di giocattoli, avicoltore, impiegato allo Stato civile, poi all’Archivio Comunale di Ferrara. Dopo il primo conflitto mondiale, Govoni, collaboratore di riviste e periodici e autore delle importanti raccolte poetiche Le fiale, Armonie in grigio et in silenzio, Fuochi d’artifizio, Gli aborti e Poesie elettriche, si stabilisce a Roma. Qui il poeta diventa vicedirettore della sezione del libro della Siae e, dal 1928 al 1943 segretario del Sindacato nazionale autori e scrittori. Dopo l’avvento del fascismo, Govoni, che fascista non è, per mantenere la famiglia composta dalla moglie, da tre figli e dall’anziana madre, lo diventa. Per ricevere le elargizioni che il regime offre a giornalisti, poeti e scrittori, per costruire un esercito di intellettuali “in linea”, Govoni scrive molte lettere di supplica al Duce (che si possono leggere nel libretto di Giuseppe Iannaccone, Suppliche al Duce (Terziaria Editore, Editore, Milano 2002, pp.127, che raccoglie la documentazione inedita dei rapporti tra il poeta e Mussolini), nelle quali chiede soldi, che gli saranno generosamente concessi, ed espone le sue difficoltà economiche, le umiliazioni subìte nel posto di vicedirettore alla Sezione del Libro, il desiderio (frustrato) di essere nominato nel ruolo di Accademico d’Italia. Riportiamo stralci di alcune di queste lettere seguendo un ordine cronologico.27 maggio 1931: “Eccellenza, nella mia condizione presente, tristissima, sarebbe per me una vera fortuna ottenere un prestito di 20.000 lire che mi permettesse di arrivare alla fine dell’anno, col sollievo di sapere un po’ rallentato l’assedio asfissiante dei miei creditori”.

Settembre 1931: “Eccellenza! Sono rimasto vittima di un’ingiustizia. La Direzione della Società degli Autori, dopo avermi defraudato per ben 28 mesi della metà dello stipendio…conferente alla mia carica di Vice Direttore, alla Sezione Libro, avrebbe voluto mettermi nientemeno in sottordine ad una impiegata, mia dipendente; facendomi così una condizione di disagio morale tale, da costringermi a dimettermi da funzionario”.19 luglio 1932: “Eccellenza, Se il Duce vuole aiutare ancora la mia poesia (come l’ha già generosamente aiutata), in questo momento io mi trovo in condizioni ancora più dure dell’anno passato. Da incorreggibile poeta che spera fino all’ultimo respiro, prima di rivolgermi al grande cuore del Duce, ho aspettato di non avere in tasca che poche lire. Confidando sempre in Vostra Eccellenza, con devoto affetto Corrado Govoni”.

13 gennaio 1933: “Eccellenza, in questi giorni, andando avanti e indietro per lo studio, sempre seguito dagli occhioni del suo ritratto, dicevo mutamente, con il singhiozzo nell’anima: ‘Grandi occhioni pieni di passione, non vedete dunque quale pauroso straccio sto moralmente diventando?’ Ma gli occhi del Duce mi avevano già letto in cuore la mia cupa disperazione, se è vero che stamattina ho ricevuto la lettera dell’On. Polverelli con il generoso aiuto. Che Iddio benedica Vostra Eccellenza, i Suoi vivi e i Suoi morti! Io, che cosa posso fare per il Duce?”.

1 aprile 1939: “Duce, perdonatemi! Da due eterni anni vivo di quelle grandiose parole per l’Accademia che Voi mi faceste così generosamente telefonare. Sono ancora nelle vostre mani benedette. Che Dio tenga lontana da me l’immensa sventura di vedermi abbandonato dal Duce!”. Naturalmente, per ricevere emolumenti dal regime, Govoni produce “poetici omaggi” (Saluto a Mussolini nel 1932 e Poema di Mussolini nel 1937) e scritti di propaganda utili al fascismo. Come nel 1933, quando il suo contributo sul ruolo dell’intellettuale nella società, intitolato L’assedio d’amore alle torri d’avorio viene sintetizzato così dall’Ufficio stampa del Duce: “L’autore esalta la funzione della poesia e chiede che i poeti vengano aiutati non con sussidi né con premi di incoraggiamento né con ‘i milioni spezzettati in briciole’ dall’Accademia d’Italia, ma con un numero limitato di ‘sinecure onorifiche’, sufficientemente retribuite e affidate a quei poeti che danno maggior affidamento di poter lavorare ‘in linea’ ”. La vicenda umana ed intellettuale del poeta Govoni, trasmessaci dalle sue lettere al Duce, retaggio di un costume arcaico-feudale che non nasceva con il fascismo, esprime bene la soggezione e la sudditanza dei ceti medi acculturati verso uno stato solo formalmente moderno. Alcuni mesi prima di essere straziato dalla morte del primogenito Aladino, militante della Resistenza romana, torturato e ucciso alle Fosse Ardeatine, in una lettera dell’1 settembre 1943 indirizzata a Giovanni Papini, Govoni si riconosceva colpevole di “aver creduto, piuttosto tardi e solo per un certo periodo” in Mussolini e di averlo omaggiato in versi, in cambio di “qualche migliaia di lire” date come elemosina, accettate per necessità, pagate con “vergognose anticamere affannoso salire e scendere scale di redazioni di giornali e di ministeri”. Parole che non cancellano l’atteggiamento adulatorio e politicamente ambiguo tenuto da Govoni verso Mussolini, ma rivelatrici delle mire di un sistema totalitario maligno, abietto e prepotente che, offrendo agli intellettuali non recalcitranti prebende, privilegi e visibilità, invadeva la vita degli individui, ed alternando ricompense e punizioni li spingeva ad uniformarsi alla stupidità, alla volgarità e alla violenza del regime.

Lorenzo Catania

Dalla Silicon Valley
alle officine orbitali

d orbitLuca Rossettini, dottorato di ricerca al Politecnico di Milano, certificate in business alla Santa Clara University Leavey School of Business, Silicon Valley. Poi torni in Italia e fondi D-ORBIT, una startup piuttosto particolare, per così dire, nel panorama italiano. Non ti limiti a cercare opportunità nel mercato delle agenzie spaziali, come fanno la maggior parte delle aziende aerospaziali. Da subito D-ORBIT sviluppa una propria mission orginale, puntando ad un’area di mercato che ancora non esiste…
Sono andato in Silicon Valley perché volevo acquisire competenze lato business, a complemento delle ottime competenze tecniche che mi aveva fornito l’Università Italiana. Quando ho capito che la strada per diventare astronauta si era chiusa, dovevo trovare un altro percorso che mi portasse nello spazio: quale miglior idea di creare un’azienda che si occupasse di trasporto spaziale? Chiaramente un’azienda deve avere un prodotto competitivo e un mercato in cui venderlo. Il problema dei detriti spaziali era già noto da tempo, soprattutto a livello scientifico. Ma poco si era fatto a livello industriale e nel 2009 la mia percezione era che venisse preso un po’ alla leggera. I detriti spaziali possono minare lo sviluppo del settore spaziale, e quindi anche il mio futuro di viaggiatore spaziale. Da lì l’idea di trasformare il problema in una opportunità di business: nessuno stava seriamente pensando a delle soluzioni che risolvessero il problema portando un vantaggio economico all’utilizzatore finale —l’operatore di satelliti — e io avevo già in mano una soluzione che, almeno sulla carta, era scalabile, operante in qualsiasi orbita, e applicabile a qualsiasi veicolo spaziale — non solo satelliti. Chiaramente il mercato non esisteva. Parlare di fine-vita sembrava fantascienza anche solo quattro o cinque anni fa. L’interlocutore tecnico tipico giudicava i nostri prodotti come un extra-costo, senza considerare i vantaggi economici e operativi di un sistema che permette di rimuovere un satellite, anche non più funzionante, liberando il carburante residuo per prolungare le operazioni in orbita. Una simile reazione aveva accompagnato la proposta di installare un computer di bordo direttamente nei satelliti alcune decine di anni fa. Anche in quel caso un computer di bordo era visto come un costo e una massa aggiuntiva, a fronte di soluzioni tecnologiche che avevano già dimostrato di funzionare. Oggi il computer di bordo non è più considerato un costo extra né una massa addizionale: è un sottosistema fondamentale del satellite. Sarà così anche per sistemi di fine-vita. Al principio il mercato andava educato a capire i nuovi vantaggi di una rimozione pulita e rapida a fine vita. Oggi i costruttori di satelliti hanno fatto grandi passi avanti, aggiungendo funzioni di fine-vita alle squadre di progetto dei nuovi satelliti, e attivandosi nel ricercare soluzioni che funzionino. E il mio telefono squilla. Allo stesso tempo, sempre più stati stanno guardando alle regolamentazioni Europee, ed in particolare la French Law. Tra le proposte per nuove linee guida di mitigazione dei detriti si mormora addirittura di istituire una sorta di revisione obbligatoria dei satelliti con cadenza annuale, proprio come accade per le nostre automobili. Qui sulla terra, un’auto che non passa la revisione non può più circolare. Lo stesso verrà applicato ai satelliti, con cadenza annuale: se le prestazioni e l’affidabilità di un satellite scendono sotto a un certo valore, l’operatore sarà obbligato a rimuoverlo. L’operazione non è così difficile come sembra, le compagnie di assicurazioni già elaborano condizioni di prestazione dei satelliti su base annuale. Questa pratica potrebbe sconvolgere l’industria, ma anche generare nuova innovazione. Per noi di D-Orbit ovviamente questa pratica porterà all’affermazione dei nostri prodotti come il nuovo standard di decommissioning. Un satellite con il nostro D3 a bordo può proseguire la propria vita operativa a dispetto del possibile fallimento del satellite, dato che potrà essere rimosso comunque.

Parlando di protezione dell’ambiente, le attenzioni sono rivolte esclusivamente alla superficie terrestre, come se quello che c’è fuori dell’atmosfera non ci riguardasse, e potesse essere trattato come una discarica… Un atteggiamento per certi versi simile a quello che osserviamo nei confronti del mare, in cui si scaricano migliaia di tonnellate di rifiuti, come se non ci riguardasse. La tecnologia D-ORBIT, prima nel mondo nel suo genere, vuole essere un primo passo nella giusta direzione: dotare i satelliti di un sottosistema che li riporti a bruciare rientrando in atmosfera. Ma i rottami in orbita sono un grande valore, se opportunamente recuperati e riprocessati… Quali sono quindi gli obiettivi strategici, a medio lungo termine?
Noi esseri umani siamo bravi a generare problemi pensando che qualcun altro, in un futuro più o meno lontano, li risolverà. Abbiamo fatto così in molti ambiti e sfumature dell’inquinamento terrestre. Nello spazio il principio non cambia, ma cambiano radicalmente le tempistiche. Inquinare un’orbita significa spargere attorno alla terra detriti che mettono a rischio l’intera infrastruttura satellitare in prossimità. Evitare quindi di inquinare è sicuramente il primo passo, ma non basta. Bisognerà anche andare a prendere i rifiuti che già sono in orbita. A livello di ricerca accademica e industriale si sta facendo già molto, soprattutto in Europa. Chiaramente un servizio di pulizia orbitale dovrà poi confrontarsi con le leggi di mercato. La migliore opzione sarà offrire la pulizia orbitale come parte di un servizio di manutenzione orbitale. Su questo punto preferisco non andare oltre. Al momento i satelliti in orbita bassa – la maggior parte dei satelliti in orbita – vengono diretti verso terra dove per lo più bruciano per attrito, e ciò che rimane è di fatto inutilizzabile o difficilmente recuperabile. Questi rifiuti spaziali possono in realtà essere visti come risorsa. Satelliti opportunamente smantellati e riciclati possono essere fonte di materiale che può essere usato direttamente in orbita, evitando così di dover spedire nuovo materiale dalla Terra per creare infrastrutture necessarie direttamente nello spazio, come satelliti, stazioni orbitanti, e attività commerciali. Questo modo di operare è una sorta di produzione a ciclo chiuso, un concetto ben noto sulla Terra. È impensabile che riusciremo a sviluppare in modo economicamente sostenibile un intero settore commerciale nello spazio se restiamo legati ad collo di bottiglia imposto dalla Fisica: il trasporto del materiale dalla Terra all’orbita. Nell’immediato futuro non abbiamo alternative, pertanto i lanci di satelliti continueranno a crescere. Qui sulla terra costruiamo le navi direttamente nei porti. Similmente, è evidente che il futuro dell’industria manifatturiera spaziale è la manifattura in orbita. Avere a disposizione materie prime da utilizzare nei processi produttivi direttamente disponibili in orbita, quindi a costi ragionevoli, sarà un fattore abilitante necessario per la sostenibilità economica del settore. Infine mi piace fare un altro esempio, molto calzante pensando al futuro del settore spaziale: il concetto di trasporto spaziale. Quando prendiamo un aereo, non portiamo con noi la nostra automobile con noi; ci spostiamo in taxi. Portare con noi la nostra automobile sarebbe troppo costoso e complesso. I nostri veicoli spaziali al momento trasportano con sè il proprio mezzo di trasporto —un motore a propulsione liquida o elettrica. Un satellite senza motore orbitale sarebbe molto più semplice da progettare e costerebbe meno, sia in termini di costo di piattaforma che di lancio. Un servizio di trasporto orbitale permetterebbe agli operatori di ridurre drasticamente i costi nella fase più critica del progetto – quella iniziale – e di affidarsi a sistemi di trasporto per spostarsi nell’orbita operativa. Sulla terra le attività commerciali sono intrinsecamente associate a servizi di trasporto. Lo stesso dovrebbe avvenire nello spazio. Per essere economicamente sostenibili, questi sistemi di trasporto si dovranno avvalere di un’industria orbitale capace di stampare in 3D componenti di satelliti e di veicoli spaziali; in pratica dei veicoli di trasporto. Questo tipo di trasporto renderà lo spazio fruibile a prezzi accessibili a tutti. Lo spazio diventerà un altro ambiente dove il genere umano potrà lavorare, viaggiare, esplorare, e divertirsi.

Ormai circolano diversi piani strategici, che preconizzano una progressiva industrializzazione dello spazio geo-lunare, a partire dalle orbite terrestri, all’orbita lunare, ai punti di Lagrange. Vedasi diverse interviste di Jeff Bezos (CEO di Amazon e Blue Origin), o alcuni documenti della ULA. L’ESA ha messo in agenda la costruzione di una grande infrastruttura, a metà strada tra la Terra e la Luna. Ad un recente incontro di Space Renaissance Italia, tenutosi presso la sede D ORBIT di Fino Mornasco, abbiamo introdotto il tema del secondo congresso nazionale dell’associazione, che si terrà il 18 e 19 Maggio 2018, presso l’INAF di Bologna: le Officine Orbitali. Quali sono le attività industriali che si possono ipotizzare per tali infrastrutture?
Secondo me è opportuno invertire il punto di vista, e puntare a individuare le attività che non si potrebbero fare, o che non sono fatte sulla Terra. Oggi ci sono aziende che vogliono costruire e lanciare nello spazio capannoni da affittare a catene di hotel o a chi vuole farne un uso industriale. Ci sono aziende che si prefiggono di portare in orbita passeggeri con biglietto. C’è una intera industria satellitare completamente in subbuglio che sta vivendo un cambio di paradigma nella produzione e utilizzo dei satelliti. Ci sono centinaia di cose da costruire e usare in orbita. Chi legge quest’articolo potrebbe formularne altre cento o più. Mi piace pensare che l’espansione del genere umano nello spazio sia una necessaria applicazione del principio di biodiversità alla nostra specie. Rimanere sulla Terra significa essere esposti a innumerevoli possibilità di estinzione. Dobbiamo moltiplicare le nostre possibilità di sopravvivenza. La creazione di un’industria spaziale è, di fatto, una condizione necessaria.

Sul piano economico finanziario, le officine orbitali possono assicurare un ritorno di investimento in tempi ragionevoli, tale da attrarre l’attenzione di investitori nel nostro paese? Potrebbero costituire una risposta all’esigenza, che preoccupa molti investitori, di trovare settori sicuri su cui puntare, considerando l’estrema volatilità dei mercati, negli ultimi anni?
Questa è una domanda fondamentale che è molto difficile da affrontare. Nessun business è sostenibile senza un mercato. A volte il mercato esiste ma non è percepito, ed emerge soltanto con l’educazione dei portatori di interessi. Fino a pochi anni fa – prima che arrivassimo noi – nessuno pensava al decommissioning come a un mercato. Oggi stiamo scoprendo quanto grande sia. Per quanto riguarda il trasporto spaziale, il riciclo, e la manutenzione in orbita, credo che se procediamo un passo alla volta, ogni nuovo mercato predisporrà il successivo. Quest’approccio graduale fornirà la giusta motivazione a investitori di capitali di rischio mostrando la logica sequenzialità dei business costruiti. D-Orbit oggi offre InOrbit NOW, il primo servizio di trasporto spaziale per piccoli satelliti. Questo sistema permette di trasportare in orbita un gruppo di piccoli satelliti, rilasciando ogni singolo satellite nella posizione orbitale desiderata dall’operatore in un decimo del tempo oggi necessario. Si tratta di un servizio complementare a quello del lanciatore classico che non si può permettere di assecondare le necessità di ogni singolo piccolo satellite che trasporta. Subito dopo aver annunciato questo servizio siamo stati contattati da quasi tutte le aziende che prevedono di lanciare costellazioni di piccoli satelliti. Questo è il mercato. Al momento non posso dire con confidenza che esista un mercato per il trasporto di satelliti di qualunque dimensione. Al momento il nostro servizio è limitato ai piccoli satelliti, ma non ho dubbi che il mercato si espanderà se seguiremo il percorso giusto.

L’Italia può dare molto al rinascimento, su tutti i fronti della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico. Siamo anche però consapevoli che oggi occorre vincere una vera e propria battaglia culturale: proporre buone idee e reali vettori di sviluppo non è sufficiente. Bisogna anche vincere l’apatia e l’inerzia, vizi di cui purtroppo soffre da sempre il nostro ambiente nazionale, ed ancora più in questa lunga crisi, da molti definita epocale. E non solo, vi sono correnti ideologiche decrescitiste e retrograde, fautrici di un ecologismo del mondo chiuso, pervicacemente limitato alla superficie del nostro pianeta. La maggior parte del mondo politico nostrano è del tutto disinformato e pervicacemente ignaro dell’enorme orizzonte di sviluppo costituito dall’espansione industriale nello spazio esterno. Un imprenditore geniale deve quindi muoversi su più fronti, non solo su quelli propri dell’innovazione e del business, ma anche sui fronti culturale, filosofico e politico. Recentemente hai assunto la presidenza dell’AIPAS, storica associazione italiana delle aziende aerospaziali, e non risparmi il tuo sostegno ad un’associazione filosofica come Space Renaissance. Puoi darci un’idea di come intendi muoverti anche su questo terreno?
Ho accettato il ruolo di presidente di AIPAS perché ho potuto apprezzare il valore e il contributo che ha dato non solo alle piccole ma anche alle medie e grandi aziende spaziali Italiane. Oggi sono ormai 40 le realtà spaziali associate, aziende che offrono prodotti e servizi all’avanguardia a livello internazionale. Portare all’attenzione del mercato globale le perle tecnologiche che abbiamo nel nostro Paese è un dovere. Questo fenomeno è già in atto, grazie anche al continuo supporto dell’Agenzia Spaziale Italiana, sempre impegnata a portare lo sviluppo dell’industria spaziale un passo avanti, e alla sempre attiva collaborazione con le altre due associazioni di settore, ASAS e AIAD. Space Reinassance è un’associazione filosofica, e forse anche un po’ fantascientifica. A me piace pensare che la fantascienza di oggi sia la scienza di domani. Immaginare il futuro è il primo passo per crearlo. Coloro che oggi leggono fantascienza, discutono sopra lo sviluppo umano nello spazio, immaginano l’Uomo colonizzare mondi, sono di fatto i futuri progettisti, ingegneri, e creativi dell’industria spaziale. Saranno loro – e mi ci metto anch’io, da assiduo lettore di fantascienza – che creeranno una realtà che nella loro testa è già chiara.

Adriano Autino

Link:

D ORBIT S.r.l.
Il Secondo Congresso Nazionale di Space Renaissance Italia
Iscrizione al Congresso

1917, l’anno della rivoluzione in un libro

Lenin addressing vsevobuch troops on red square in moscow on may 25, 1919.

Le ricorrenze dei centenari di importanti eventi storici si prestano spesso per operazioni editoriali che di culturale hanno poco. Saggi triti e ritriti, libri che non aggiungono niente di nuovo a ricostruzioni correnti e universalmente accettate. Si produce carta, tanta carta, e dispiace che anche editori accreditati prestino il fianco alla “ragion di stato”, a opere che contengono tante parole e poca scienza. Il centenario del 1917 non ha avuto una genesi diversa, salvo, fortunatamente, per alcuni lavori che offrono quadri interpretativi più ampi e accattivanti.

Tra questi registriamo il bel libro di Angelo D’Orsi, 1917 l’anno della rivoluzione, edito da Laterza, un volume che non limita il suo sguardo alla rivoluzione russa, ma che, nell’incedere dei mesi, traccia un profilo dei mille eventi che hanno caratterizzato la guerra mondiale, di certo acceleratrice dei momenti rivoluzionari, spartiacque epocale della storia del novecento. Il 1917, anno della rivoluzione, è anche l’anno della grande stanchezza per le vicende di una guerra che si stava trascinando più a lungo delle previsioni; è l’anno dei cedimenti ma anche degli sforzi che si riteneva risolutivi, nel contesto di una speranza che stava al passo con la stanchezza e che alimentava, come una favella che non intendeva spegnersi, il controverso rapporto tra governi e gerarchie militari.

Si registrano allora il caso del generale francese Nivelle, ammaliatore del governo repubblicano e che prometteva il colpo risolutivo allo Chemin des dames, tradottosi poi in una tragica ecatombe; o la disfatta italiana a Caporetto, culmine di due anni e mezzo di scriteriate offensive che avevano massacrato il morale dei fanti contadini sfracellatisi sulle difese austriache al fronte Isonzo. Ma ancora, vanno registrati, e D’Orsi lo fa molto bene, i tentativi di giungere alla pace, frutto di qualche ardita operazione diplomatica, poi fallita di fronte al desiderio totalizzante di vittorie definitive; le parole del papa, che inascoltato aveva lanciato un appello per interrompere l’inutile strage. Eserciti di massa, sistemi coercitivi, ideologie e propagande: tutto avrebbe fatto da humus per quei fenomeni che avrebbero generato processi come quelli di nazionalizzazione delle masse e di massificazione della politica che parvero con tutta la loro chiarezza nel dopoguerra.

Con questi quadro di fondo, ecco l’evento che, insieme alla discesa in campo degli Stati Uniti, segna l’ascesa verso una dinamica più internazionale della nostra storia: la rivoluzione d’ottobre. La rivoluzione che ha visto grande protagonista il Lenin leader dei bolscevichi. Il Lenin intellettuale, teorico, il Lenin trascinatore, capace di cogliere il momento, di interpretare gli eventi, di guidare i bolscevichi verso il trionfo della lotta come momento di rottura epocale. Donald Fleming ha detto che ogni rivoluzione, per dirsi tale, deve avere tre componenti principali: un atteggiamento specifico verso il mondo, un programma per trasformarlo in modo essenziale e una fiducia incrollabile che questo programma si possa realizzare: una visione del mondo, un programma e una fede. D’Orsi ha aggiunto anche che una rivoluzione avviene per una precisa combinazione di un momento, e della contemporanea presenza di individui che sanno interpretarlo e guidarlo. Lenin è l’uomo che ha saputo farsi interprete dell’impresa, il protagonista autentico dell’azione che ha cambiato la storia, una storia che da allora, così come ci ha raccontato bene un maestro come Hobsbawn, ha aperto i propri orizzonti, la propria strada, ad un approccio più globale e globalizzato alla sua narrazione.

Per concludere, ritengo che il lavoro di D’Orsi sia da consigliare anche per la sua chiarezza e la sua capacità espositiva, merce rara anche nel mondo degli storici, ormai. In un mercato editoriale sempre più contaminato da libretti e marchette, un libro di questo profilo è quasi una mosca bianca.

Leonardo Raito

Ue: parità retributiva
fra uomini e donne

commissione_berlaymontLa Commissione europea ha deciso di lanciare un “piano di azione” per la parità retributiva fra donne e uomini da completare entro la fine del suo mandato, la primavera del 2019. “In questo periodo turbolento – si legge nella nota dell’esecutivo comunitario, che fa riferimento alle rivelazioni sulle molestie e le violenze nei luoghi di lavoro – servono azioni concrete per porre fine al divario retributivo: una nuova indagine Eurobarometro conferma che la parità non è ancora stata raggiunta nei paesi europei”.

“Dobbiamo sfruttare l’attuale momento di risonanza mediatica e politica su questi temi per passare da dichiarazioni di principio ad azioni concrete – ha commentato il vicepresidente Frans Timmermans -. In tutt’Europa le donne hanno diritto alla parità di trattamento, all’emancipazione e alla sicurezza, ma questi diritti non sono ancora realtà per un numero troppo elevato di loro”.

Come ha sottolineato la commissaria alla Giustizia Vra Jourovà, “le donne sono ancora sottorappresentate nelle posizioni di vertice in ambito politico e nel mondo imprenditoriale. Continuano a guadagnare in media il 16% in meno rispetto agli uomini in tutta l’UE e la violenza nei loro confronti è ancora diffusa. Tutto ciò è ingiusto e inaccettabile e l’indipendenza economica delle donne è la loro miglior protezione contro la violenza.”

L’attuazione del piano predisposto a Bruxelles secondo gli auspici della Commissione “permetterà tra l’altro di migliorare il rispetto del principio della parità di retribuzione, valutando la possibilità di modificare la direttiva sulla parità di genere; di ridurre lo svantaggio connesso alle mansioni di accudimento familiare, sollecitando il Parlamento europeo e gli Stati membri ad adottare rapidamente la proposta dell’aprile 2017 sull’equilibrio tra vita professionale e vita privata; di infrangere il “soffitto di cristallo”, finanziando progetti volti a migliorare l’equilibrio di genere nelle imprese a tutti i livelli di gestione e incoraggiando i governi e le parti sociali ad adottare misure concrete per migliorare l’equilibrio di genere nei processi decisionali”.

Freddo, vento, gelo? Ecco il bollito misto!

bollitoE ti pareva che freddo, nebbia e intemperie non arrivassero puntuali a far lo sgambetto al nostro sistema immunitario! Comunque, per rendergli la “vita difficile” e allo stesso tempo per coccolare pancia e cuore – un piatto di bollito misto potrebbe essere una buona idea. Bollito (o lesso!) che a pieno titolo fa parte del patrimonio culinario nostrano, e a discapito di anni e anni di onorata carriera non ne vuol sapere di andare in pensione. In più – è una pietanza semplice da farsi, e ciò la rende particolarmente “gettonata”. Per cui “l’imperativo” è vestirsi pesante e “addentare” il prima possibile una razione fumante di bollito misto! A tal proposito il prossimo 7 dicembre, a Carrù (Cuneo), si terrà l’edizione numero 107 della “Fiera Nazionale del Bue Grasso” (la prima ebbe luogo nel lontano 1910) – appuntamento davvero imperdibile per gli amanti del bollito e in generale delle cose buone!
Caspita, fa piacere che nonostante i morsi ferini della crisi, il consumatore non dica no ad una porzione di carne lessa – tutt’al più in compagnia di sottaceti o una “morbida” purea di patate! Ciò significa che per gli italiani mangiar bene è ancora un aspetto importante, che strizza l’occhiolino a salute e benessere. A parte questo, il bollito è da sempre “un must” per tutti quei buongustai che si considerano tali. A dire il vero questa ricetta non è mai finita nel dimenticatoio, né ha dimostrato timidezza verso preparazioni più blasonate. In poche parole, la cucina tradizionale, quella di nonne e mamme riesce sempre a farci venire l’acquolina in prima battuta. Ma veniamo al lesso che deve avere delle imprescindibili caratteristiche, per cui all’appello non mancheranno il cotechino (o lo zampone), la gallinella, la testina di manzo, la lingua, il fiocco di punta, la coda, il cappello del prete e la fesa di spalla. Ovvio che il cotechino avrà una cottura personale, idem per la gallinella e lo stesso dicasi per i tagli di manzo destinati a comporre il piatto di lesso, in pratica, ognuno nel suo “pentolone”.
Ci sono, tuttavia, due ingredienti “extra” da non scordare, ovvero la calma e la pazienza. Per cui l’idea balzana di alzare la fiamma per far prima non va presa mai in considerazione – se si vorrà realizzare un bollito degno d’esser tale. Va detto che qualche furbacchione s’illude che questa preparazione sia una banalità da fare a occhi chiusi. Falso! Facile sì, ma a condizione di rispettare regole e istruzioni per l’uso. E comunque, se si è alle prime armi o non si ha mai avuto occasione di cimentarsi con il bollito, armarsi di un ricettario di cucina, oppure chiedere istruzioni ai più esperti – al fine di non rovinare tutto l’ambaradan. Ogni passaggio ha la sua importanza: la quantità d’acqua, la temperatura della stessa, gli ortaggi e gli odori adoperati per insaporire la carne e tante altre sacre “piccolezze”! Come regola generale per un bollito da intenditori la carne va immersa nell’acqua calda, in modo che mantenga caratteristiche organolettiche e sapore. Quando sarà cotta, lasciarla raffreddare a temperatura ambiente – magari avvolta in uno strofinaccio pulito prima inumidito con acqua fredda. Evitare di affettare la carne “a caldo”. Senza fretta, lasciando che “la calura” del manzo si abbassi il taglio al coltello sarà ottimale, e le fette di manzo si presenteranno in modo urbano e non a brandelli come se fossero passate sotto le grinfie di qualche “barbaro”. Quindi si procederà all’allestimento della pirofila con la carne (dal manzo alla gallinella!), se fa piacere con qualche piccola decorazione, ad esempio, delle carote lessate e poi tagliate a listarelle, oppure qualche ciuffo di prezzemolo fresco che darà vivacità al tutto. Insomma, porte aperte ad estro e fantasia.
Per quanto riguarda i contorni magnifico il purè di patate, la verdura cotta in padella (spinaci, catalogna, bieta), le carote glassate o i cipollotti in agrodolce. Ortaggi a parte è assolutamente opportuna la presenza di salse specifiche e altri golosi “artifici” per non farsi mancar nulla, tra cui la salsa verde, la senape, la maionese, il cren, la giardiniera, la salsa di mele e la mostarda. Ed ecco, in epilogo, la domanda che non manca mai, e cioè quale vino? In linea di massima un rosso abbastanza giovane, non particolarmente strutturato e perché no, anche frizzante – poiché regala una sensazione di freschezza visto che nella portata ci sono il cotechino e talvolta lo zampone. L’importante che l’accostamento sia calibrato e intrapreso con il cuore per non far pasticci; anche in questo caso se ci sono dubbi chiedere è sempre cosa buona e giusta. Così facendo si darà origine ad un “matrimonio” che solleticherà il palato e anche l’anima.
Naturalmente il vino va sempre assunto con moderazione!

Stefano Buso

Rugby, per l’Italia
test di rinnovamento

 

Rugby-Italia-Test [tèst] : “anglicismo; Esperimento variamente espletato allo scopo di saggiare, mediante determinate reazioni, l’entità o la consistenza di un’attitudine o di una capacità individuale o collettiva”.

Conor O’Shea,coach della nazionale italiana di rugby, per il trittico novembrino ha preso alla lettera la definizione del termine “Test”. Mettendo in atto il suo progetto di “rinnovamento”, per i tre match che vedono gli Azzurri scontrarsi contro Fiji (oggi, venerdì 10 novembre,  ore 15 allo Stadio “Angelo Massimino” di Catania e diretta DMAX canale 52 dalle 14.15), Argentina (Firenze, sabato 18 novembre) e Sudafrica (Padova, sabato 25 novembre), ha confezionato un gruppo di 31 elementi confermando solo tre documentati “veterani” e buttando nella mischia cinque esordienti assoluti ed il resto con pochissimi caps. Media anagrafica di 26 anni, media presenze in nazionale pari a 17. Considerare che gli “anziani”, Parisse, Ghiraldini e Gori, da soli confezionano la bellezza di 275 maglie azzurre.

Questi incontri hanno una valenza importantissima per il nostro rugby. I risultati che concepiremo serviranno sia per far apportare, o riportare, la giusta fiducia, sia per incrementare la situazione in chiave ranking mondiale. Il rugby italiano, dopo le ultime figuracce nel Sei Nazioni e i Test Match di giugno gli azzurri sono scesi nientemeno in quattordicesima piazza. Ci sovrastano nazionali come Georgia, Tonga e Giappone che, con tutto il rispetto, sono assolutamente alla portata della squadra azzurra. Davanti, al decimo posto, ci sono proprio le Fiji e  vincere sabato potrebbe significare fare un primo passo verso la riconquista della top-10, obiettivo minimo per il rugby italiano

Solo pragmatismo nel professionismo e O’Shea, privo appunto di sentimentalismi italici, depenna dal taccuino giocatori come Venditti, Benvenuti, Favaro (sul flanker si dovrebbe aprire un cristallino scambio di vedute visto che lo danno per infortunato ma … ).

In Francia si usa dire che é al piede del muro e non al bistrot che si vede il vero muratore. Presto fatto. Il trittico sarò un banco di prova niente male per questa “ nursery ovale” che dovrà da subito aguzzare i canini se non vorrà farsi bistrattare dalle scortesie avversarie.

Nel match odierno, dodicesimo scontro diretto tra gli Azzurri e figiani, le rudezze non mancheranno visto che i “guerrieri del Pacifico” fanno dell’individualismo e la fisicità le armi principali.  Un bilancio totale che vede Fiji in vantaggio 6-5 dopo l’ultimo scontro vinto per 22-19, giocato a Suva lo scorso giugno, e secondo successo consecutivo sugli Azzurri.

O’Shea prova a contrapporre una formazione a “blocchi” con un pacchetto di mischia di marca Benetton Rugby e una linea arretrata etichettata Zebre Rugby Club. Non smentisce le aspettative inserendo l’esordiente, seppur non giovanissimo, Jayden Hayward nel ruolo di estremo dal primo minuto di gioco e portando i restanti quattro novizi “in panchina”.

L’equiparato neozelandese della Benetton sarà affiancato alle ali da Leonardo Sarto e Mattia Bellini formando , un cosiddetto triangolo allargato,di sostanza e peso. L’assenza di Campagnaro, rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro, è sicuramente handicap rimbombante. Quanto ha dimostrato nelle ultime prestazioni, sia in Azzurro, sia con la maglia dei campioni d’Inghilterra dell’Exeter, ha testimoniato l’attitudine innata del giovane milanese. Proverranno a colmare classe ed’esplosività la coppia di centri delle Zebre Tommaso Castello, al terzo cap in carriera che si trova in un periodo di forma strepitosa, e Tommaso Boni. Sempre “striata Zebre” la linea mediana, con Canna e Violi, quest’ultimo al debutto da titolare in un test-match interno.

Una terza linea di collaudata esperienza internazionale, con capitan Parisse, al cap centoventisette,  Minto e Steyn, ed una seconda con Budd e Fuser, non dovrebbero fallire il compito affidato.

Stesso discorso riguarda ampiamente le conferme in prima linea. Ferrari a destra, Lovotti a sinistra e Bigi come tallonatore a guidare un pack che supera i 330 kilogrammi e che nei test match dello scorso giugno ha piegato, sia la prima linea figiano, sia quella della ben più blasonata Australia.

A disposizione Ghiraldini come tallonatore, il pilone Chistolini e il mediano Gori, sono nomi conosciuti e ampiamente provati  ma l’attesa riguarda il resto della panchina. Oltre a Zani e Lazzaroni, riflettori puntati sul flanker ed unico siciliano Giovanni Licata, il “piccolo” del gruppo con i suoi vent’anni, sull’utility back Matteo Minozzi ed il mediano d’apertura Ian McKinley.

I talentuosi Licata e Minozzi, stanno interpretando un Pro14 con performance di livello assoluto e altissima continuità, e l’esordio in nazionale potrebbe fare la differenza in campo consacrando l’entrata ufficiale nel rugby che conta. McKinley, mediano di apertura del Benetton ma di scuola Leinster, ha invece una storia personale quasi da tradurre per il grande schermo. Giocare nelle giovanili del Leinster non è da tutti. Poi un terribile incidente gli fa perdere la vista da un occhio troncando una sicura carriera nel rugby. Fine dei giochi?  La malasorte ha volte non sa con chi ha a che fare, incappa in persone che sono più “dure” di lei. C’è chi mostra veramente tutta la forza che ha dentro.  Ian è così, un rugbista vero e, finché la palla rotola, non si da per sconfitto. Afferrato alla sua granitica tenacia si rimette in gioco. Può giocare grazie a degli speciali occhiali, subito non autorizzati da tutte le federazioni . Riparte da Udine che milita in serie C, ma la classe non è acqua e sale di categoria quindi Viadana ed infine Treviso. L’esordio internazionale di club è emblematico. Succede a Dublino contro il suo Leinster. Azzurro per residenza se oggi O’Shea, anch’egli ex Leinster, lo facesse scendere in campo, a 28 anni, potrebbe trovarsi di fronte ad un nuovo a confronto con la vita giocando un test a livello internazionale. Sarebbe, inoltre, il primo atleta a scendere in campo in un test-match utilizzando speciali occhiali protettivi.

ITALIA 15 Jayden HAYWARD, 14 Leonardo SARTO 13 Tommaso BONI 12 Tommaso CASTELLO 11 Mattia BELLINI 10 Carlo CANNA       9 Marcello VIOLI 8 Sergio PARISSE 7 Abraham STEYN 6 Francesco MINTO 5 Dean BUDD 4 Marco FUSER 3 Simone FERRARI 2 Luca BIGI 1 Andrea LOVOTTI Head Coach Conor O’SHEA
a disposizione 16 Leonardo GHIRALDINI 17 Federico ZANI 18 Dario CHISTOLINI 19 Marco LAZZARONI 20 Giovanni LICATA  21 Edoardo GORI 22 Ian MCKINLEY  23 Matteo MINOZZI

FIJI 15 Kini MURIMURIWALU 14 Josua TUISOVA 13 Asaeli TIKOIROTUMA 12 Jale VATUBUA 11 Timoci NAGUSA 10 Ben VOLAVOLA 9 Frank LOMANI 8 Nemani NAGUSA 7 Akapusi QERA 6 Semi KUNATANI 5 Leone NAKARAWA 4 Apisalome RATUNIYARAWA 3 Manasa SAULO 2 Tuapati TALEMAITOGA 1 Campese MA’AFU. Head Coach John McKee
a disposizione 16 Sunia KOTO 17 Peni RAVAI 18 Ropate RINAKAMA 19 Sikeli NABOU 20 Mosese VOKA 21 Henry SENILOLI  22 Levani BOTIA 23 Vereniki GONEVA

RugbyingClass di Umberto Piccinini

Ius soli in Senato dopo
la legge di bilancio

Ius soli-Iorio-Psi

Il disegno di legge sullo ius soli potrebbe arrivare in Senato subito dopo il via libera alla legge di Bilancio, per essere approvato in via definitiva entro questa legislatura. È stata Anna Finocchiaro, ministro per i Rapporti con il parlamento, a rilanciare l‘ipotesi, parlando a margine della presentazione di un libro sul tema dello ius soli a Palazzo Madama: “Certo che è possibile…”, ha risposto a chi le chiedeva se fosse realistico portare il testo in aula prima dello scioglimento delle Camere.

Il Senato sta al momento discutendo la manovra, che dovrebbe essere approvata in prima lettura alla fine di novembre. Lo ius soli potrebbe approdare a Palazzo Madama “nelle tre settimane tra l‘approvazione della legge di bilancio e la pausa natalizia”, dice un senatore del Partito democratico, che non esclude che il governo ponga la questione di fiducia sul provvedimento.

Le nuove norme sulla cittadinanza, che riguardano i nati entro i confini anche da genitori stranieri, sono passate alla Camera a ottobre 2015, anche grazie al sostegno di Alternativa popolare. Il partito di Angelino Alfano, a fine settembre, ha però annunciato il suo no al via libera definitivo in Senato per motivi di opportunità
Il mancato appoggio da parte di Ap potrebbe però essere compensato dal voto favorevole di Mdp, Sinistra italiana e di Ala, il gruppo di Denis Verdini.

Blade Runner 2049.
La speranza che si rinnova

Blade-Runner-2049

Indubbiamente un bel film, degno dell’illustre precedente. La prima parte troppo lenta. Non sono contrario in assoluto alla lentezza. C’è la lentezza del grande Celibidache, un vento poderoso che spinge sulle vele dell’orchestra con forza costante. C’è la lentezza di una grande macchina che, pur con i motori a tutta forza, impiega del tempo a guadagnare velocità, ad esempio in mare, o nello spazio, dovendo vincere l’inerzia. In tutti questi casi avvertiamo la potenza, e l’accelerazione che comunque ci inchioda al sedile, togliendoci il respiro per l’anticipazione… E c’è la lentezza di chi tergiversa, o forse cerca un po’ di ipnotizzare lo spettatore, prima di cominciare a cercare di shockarlo. Ho l’impressione che in questo caso siamo esposti più a questo tipo di lentezza che al primo. Certo, si potrebbe anche discutere se sia legittimo “continuare” l’opera di un grande e geniale scrittore come Philip Dick, dal cui capolavoro “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” era stato tratto il capolavoro cinematografico di Ridley Scott, Blade Runner. C’è addirittura, tra i critici, chi pensa che Ridley Scott abbia concesso volentieri la liberatoria per il sequel a Denis Villeneuve, pregustando sornione l’impietoso confronto. Comunque, una volta che il motore della storia è andato a regime, il film imbocca un buon ritmo, senza lesinare con il simbolismo, tanto che a volte sembra di essere stati catapultati in una pellicola di Alejandro Jodorowsky. Il nostro Joe va alla ricerca della sua “montagna sacra”, e di risposte alle proprie domande esistenziali. Lì trova il vecchio Harrison Ford, ma non voglio svelare troppo a chi non ha ancora visto il film, considerando che suspense ed intreccio sono due punti di forza di questo lavoro.

La colonna sonora si caratterizza prevalentemente come una sequenza di rumori molto forti, a sottolineare l’atmosfera cupa, dove non si vede mai il sole, e la natura è completamente scomparsa dal pianeta Terra. Indubbiamente mi manca molto Vangelis. Ma, in generale, del romanticismo del primo Blade Runner qui rimane solo una certa eco di nostalgia, che però non trova il tempo di comunicarsi, nonostante le tre ore abbondanti di durata del film. In questo, bisogna dire, il film esprime bene il carattere del nostro tempo. Qualsiasi sentimento romantico, compresa la nostalgia, sembra essere bandito: quella che si avverte non è tanto nostalgia, quanto un vago ricordo della nostalgia, che non riesce a commuovere. Come se, morta o morente la natura, qualsiasi sentimento fosse confinato in un limbo dal quale non riusciamo a portarlo fuori. Paradossalmente, le uniche a provare sentimenti, ed a versare qualche lacrima, sono proprio loro, le persone arificiali. Nate o create in un mondo senza sole, non sembrano averne bisogno per nutrire sentimenti fin troppo umani. E questa sembra già una dichiarazione di una specie pronta a succederci.

Se il mondo immaginato da Dick era l’enorme periferia di una sconfinata megalopoli, il mondo di BR 2049 è un’immensa discarica, un gigantesco immondezzaio di rottami ferrosi, inframmezzato da zone contaminate. Nel bel mezzo della zona nuclearizzata — forse a simboleggiare i miracoli continuamente evocati lungo lo svolgimento della trama — troviamo arnie di api jodorowskiane! Cosa vuole dirci Denis Villeneuve? Viene il sospetto che questa, come altre, sia solo una trovata dal sapore retrò-simbolista escogitata dai creativi che hanno contribuito al soggetto, per spiazzare la nostra percezione. E va bene, mettiamoci anche Brecht, e spiazziamoci pure. Mi piace essere spiazzato, quando mi si vuole predisporre a ricevere un concetto a mente aperta: se però mi si spiazza solo per aggiungere un po’ di pepe, che altrimenti non sboccia dal soggetto, allora mi sento un po’ preso per i fondelli.

Scontato, ma non obbligatorio, il carattere ultra-distopico del soggetto. Sappiamo che l’umanità si è espansa nello spazio, il fantomatico ”extramondo”, che non ci mai è dato vedere, ma a volte è citato come luogo di delizie ed a volte come luogo dove si impara a conoscere il dolore che non si è mai davvero conosciuto. È chiaro che l’espansione della civiltà nello spazio non è considerata, dagli sceneggaitori, che un dettaglio del tutto ininfluente sul piano sociale. Infatti la civiltà non ha affatto cambiato verso: l’ecosistema terrestre è chiaramente collassato, ben oltre la catastrofe ambientale, e l’umanità non sembra certo navigare nell’oro. Anche i privilegiati iper-tecnocrati vivono in una specie di inferno terreno. Dick scrisse la sua fantascienza distopica negli anni ‘60 del secolo scorso, con grande anticipo su quello che poi sarebbe diventato un filone floridissimo, innestandosi sulle ideologie verdi teorizzatrici dell’uomo distruttore della natura.

Ma, se non ci avesse lasciati nel 1982, Dick apprezzerebbe questa visione ultra-distopica, incurante di qualsiasi variante dello sviluppo civile? Sarebbe interessante esplorare dickianamente una realtà in cui il maestro non è passato a miglior vita, e cura personalmente il soggetto di Blade Runner 2049… Forse un un simile soggetto descriverebbe lo scenario che si potrebbe verificare nel caso la civiltà non si espandesse nello spazio. Un mondo chiuso e buio, dove la catastrofe eco-sociale sarebbe stata inevitabile. Oppure vorrebbe regalarci finalmente una visione sia pure prudentemente utopica, grazie all’avvenuta espansione nello spazio, ed al conseguente sviluppo a risorse virtualmente infinite?

Comunque, tornando alla storia che possiamo vedere oggi nelle sale, a modo suo, limitatamente, questo film propone anche un concetto di speranza positiva. In questo caso sono certo di non guastare la sorpresa a nessun futuro spettatore, visto che questo concetto ci viene rivelato fin dalle prime sequenze, ed intorno a questo concetto si sviluppa tutta la storia. Il primo cacciatore di androidi e la sua dolce amante androide ebbero un bambino. Grazie ad un incredibile quanto imprevisto sviluppo delle tecniche biocibernetiche, Rechel era infatti in grado di restare incinta e di partorire. E questo bambino è la speranza dell’umanità. Rappresenta la fusione tra intelligenza umana ed intelligenza artificiale. Una prospettiva che può tranquillizzare quanti temono che l’homo sapiens venga prima o poi soppiantato da una nuova specie artificiale, che prenderebbe il sopravvento così come i Sapiens fecero a danno dei Neandertal.

Il fatto che questo concetto di speranza sia affidato alla vita che si rinnova dà un tocco umanista a questa storia: la nuova specie che si annuncia è pur sempre parte della natura. Un caso di vita intelligente che progetta e costruisce una specie superintelligente, integrando le capacità e le velocità di calcolo e di pensiero dell’elettronica (peraltro ormai completamente organica) con le capacità di intuizione e creatività dell’intelletto sapiens. Sarebbe lecito supporre che la superintelligenza sia poi in grado di comprendere appieno la convenienza infinitamente maggiore dell’etica, e della competizione leale, in un contesto (extramondo!) di risorse abbondanti, rispetto alla cattiveria ed alla sopraffazione nel mondo chiuso e limitato…

Tale superintelligenza saprà forse anche scrivere finalmente un soggetto cinematografico in cui si apprezza pienamente la differenza tra una civiltà implosa nel mondo chiuso, ed una che riprende a svilupparsi nel mondo aperto del sistema solare. Ma questa è una storia ancora tutta da scrivere.

Adriano V. Autino