Monitoraggio Media. Conte resta all’ombra di Salvini

Secondo il monitoraggio di Mediamonitor.it su oltre 1500 fonti di informazione, dal 31 maggio all’11 giugno il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha avuto sui mezzi di informazione il 33% di citazioni in meno rispetto al ‘collega’ vicepremier Matteo Salvini

Italian Prime Minister Giuseppe Conte during the celebration for Italy's Republic Day,02 June 2018.ANSA/ANGELO CARCONI

ANSA/ANGELO CARCONI

Nonostante il suo debutto internazionale al G7 del Canada, il premier Giuseppe Conte non riesce a sottrarre la scena mediatica al suo ‘vice’ Matteo Salvini. A mettere in evidenza questo risultato è il monitoraggio[1] svolto su oltre 1.500 fonti d’informazione fra carta stampata (quotidiani nazionali, locali e periodici), siti di quotidiani, principali radio, tv e blog da Mediamonitor.it, che utilizza tecnologia e soluzioni sviluppate da Cedat 85, azienda attiva da 30 anni nella fornitura dei contenuti provenienti dal parlato. Mediamonitor.it ha rilevato le citazioni avute dal 31 maggio al 11 giugno sui media nazionali e locali dai membri del Governo appena costituito.

Dalla formazione del Governo all’11 giugno, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha raccolto sui mezzi di informazione nazionali 12.769 citazioni, quasi l’11% in meno rispetto al ministro dell’Interno Salvini, che a sua volta con 14.287 menzioni si lascia nettamente alle spalle il ‘collega’ vicepremier e ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio, con il 33% in meno (9.554).

Al di fuori dello stretto vertice della squadra di Governo, Paolo Savona, titolare del dicastero degli Affari Europei e che era stato oggetto del contezioso con il Quirinale per la formazione del Governo, è stato il ministro più presente sui mezzi di informazione ottenendo 3.686 menzioni. Nella classifica elaborata da Mediamonitor.it si posiziona al quinto posto il ministro dell’Economia Giovanni Tria, che nei primi 12 giorni del suo mandato è stato nominato 2.879 volte sui media.

Il pentastellato Danilo Toninelli nelle prime due settimane da ministro delle Infrastrutture è stato uno dei membri del governo più presenti sui mezzi di informazione (2342 menzioni, 6° nella classifica di Mediamonitor.it), anche in relazione alla chiusura dei porti italiani per evitare l’ingresso della nave Aquarius. Le dichiarazioni sul non riconoscimento delle “famiglie arcobaleno” ha fatto salire al settimo posto della graduatoria il leghista Lorenzo Fontana (1.899 citazioni), neo ministro per la Famiglia e le Disabilità.

Chiudono la top ten dei ministri più presenti sui media Elisabetta Trenta (1.532 menzioni), titolare del dicastero della Difesa, il leghista Giancarlo Giorgetti (1.344), sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, e il pentastellato ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (1.321), decimo nella classifica di Mediamonitor.it.

Il ministro che al momento ha la più bassa visibilità sui mezzi di informazione italiani è Sergio Costa, titolare del dicastero dell’Ambiente ed ex generale dei carabinieri, che secondo la rilevazione di Mediamonitor.it ha totalizzato 749 citazioni.

  1. Il monitoraggio è stato condotto considerando le ‘citazioni esatte’ (nome cognome) dei singoli personaggi.

Amici 2018: tonfo audience e vince Irama

In dieci anni calano visibilmente gli ascolti di un format ormai ‘datato’. La finale di Amici 18 è stata vista da una media di 4 milioni e 872 mila spettatori (share 25,1%), mentre nel 2008 la media è stata di 7 milioni e 187 mila spettatori (35,38% di share). Fa riflettere come il calo sia graduale e costante. Nel 2017, ad esempio, gli ascolti andarono meglio di quest’anno (28,5%). L’anno prima ancora meglio (29,2%). Nel 2015 ben 6.536.000 spettatori e 34,2% di share.

iramaSulla 17^ edizione del talent condotto da Maria De Filippi, “Amici”, piovono “Piume”: quelle del vincitore Irama, che ama indossarle e che vengono un po’ citate nel titolo del suo nuovo album “Plume” (ma dove compare anche la parola lume, ovvero luce, serenità in fondo al tunnel). Il giovane accede alla fase della finalissima senza dover sostenere nessuna sfida prima. A tutto ritmo, dunque, e da favorito rispetta appunto il favore dei pronostici. Il suo nome d’arte, infatti, in malese significa ritmo, oltre ad essere l’anagramma di Maria (in onore della De Filippi potremmo dire, ma soprattutto del suo nome di battesimo: Filippo Maria Fanti). A parte i giochi di parole, la sua è una storia di riscatto ed è questo forse che ha colpito. Il giovane di Carrara, dopo il successo, ha avuto problemi – ora chiariti – con la Warner, la sua casa discografica; non è stato facile per lui uscire da questo periodo di crisi e “Amici” gli ha dato proprio questa possibilità. Nel 2016 partecipa tra le “Nuove proposte” di Sanremo (battuto proprio da Ermal Meta, in giuria ad Amici, con “Odio le favole”) con “Cosa resterà” e poi al Coca Cola Summer Festival con “Tornerai da me”, dove invece si impone sia su Ermal Meta che su Madh. Quest’anno, durante la sua partecipazione al programma di “Queen Mary” ha presentato i singoli “Un giorno in più” (che lo porterà ai vertici della classifica iTunes), “Che ne sai”, “Che vuoi che sia”, “Un respiro” e “Nera”, contenuti nell’EP “Plume”. Ottiene anche il premio di radio 105, ma queste ultime canzoni sono per lui particolarmente importanti: “Nera” perché ama emergere proprio per il ritmo, la musicalità che trascina dei suoi brani, ballad dal sapore fresco, sensuale, estivo, che si candidano a diventare veri e propri tormentoni dell’estate; la seconda perché mostra la sua parte più profonda e sensibile, la sua vera anima emotiva. E lui stesso ha detto di voler essere apprezzato più che per il suo aspetto fisico affascinante, più che per il “colore” delle sue canzoni con il loro ritmo, per i contenuti, per le parole e le emozioni che vogliono comunicare e che suscitano in lui. Durante i ringraziamenti finali, dopo la vittoria, ha detto: “Quello che conta è rialzarsi. È stato un percorso incredibile e voglio ringraziare soprattutto Maria: sei una persona speciale”; concetto ribadito poi scrivendo ancora: “grazie per aver creduto nella mia musica, l’unica cosa che ho” (ma ne dubitiamo, poiché ha molte altre doti da vendere). “Spero – ha aggiunto visibilmente emozionato e contento – che sia solo l’inizio di un percorso, di qualcosa di bello per tutti noi”. Poi ha proseguito, commosso, con un pensiero ad un’altra persona speciale: “Ho pensato tutta la sera, mentre cantavo, alla persona per cui ho scritto il brano ‘Un respiro’, ovvero mia nonna a cui ero molto legato, perché penso che il ricordo sia qualcosa che rimanga per sempre e il suo, di sicuro, lo resterà”; concetto che ribadisce anche in “Che vuoi che sia” quando dice: “di una cosa sono certo un po’ mi dà conforto che due persone non si possono dividere finché esisterà il ricordo”. E non è un caso che anche il premio 105 gli sia stato conferito – come si può leggere nella motivazione –: “per il carattere e la grande personalità, perché è un artista completo che sa scrivere molto bene, coraggioso, che ha saputo reinventarsi” e conquistare il pubblico, arrivando e riuscendo ad instaurare con esso un’empatia particolare. Non è, pertanto, neppure una coincidenza che si sia imposto sulla finalista Carmen con il 63% dei voti contro il 37% dell’altra. Ed, ovviamente, poi un ringraziamento speciale non poteva che andare a tutti i suoi fan che lo hanno votato, come ha scritto sulla sua pagina FB: “Semplicemente grazie. Inizia adesso un nuovo percorso, ma con una grande differenza: ora ci siete voi con me”.

Sicuramente quello che è emerso è che “Amici” ha saputo tirare fuori il meglio e la grinta da giovani riservati e introversi, timidi, proprio come i due finalisti: Irama e Carmen. Il primo è stato definito vero “animale da palcoscenico” per come ha saputo muoversi e tenere il palco; ma, di certo, la finalissima ha regalato le migliori esibizioni di sempre dei ragazzi in tutte le puntate: Irama in “Un giorno in più”, Carmen in “Caruso” prima e poi – scatenatissima – in “Quando finisce un amore”, ad esempio. A Carmen è andato anche il premio dell’Università e-Campus (sponsorizzata dalla ballerina Elena D’Amario, che la pubblicizza): una borsa di studio per poter frequentare uno dei corsi di laurea triennali disponibili nell’ateneo. Poi veniamo agli altri due: Lauren, vincitrice della categoria danza, che non solo è riuscita a conquistare il titolo a pieno regime di “vera ballerina” nonostante le critiche di Alessandra Celentano per il suo fisico non esile (ma in forma diciamo noi), si aggiudica anche il Premio Vodafone della critica da 50mila euro e nella sfida della finale contro Einar canta pure. Forse a quest’ultimo sarebbe potuto essere attribuito qualche riconoscimento, così da premiare tutti e quattro i finalisti, ma comunque per loro c’è stata la possibilità di far ascoltare i loro inediti (oltre ai singoli con cui si sono presentati) e di cantare cover importanti di artisti immortali come Vecchioni (Irama), Cocciante o Dalla (Carmen) ad esempio. Però forse Einar è stato penalizzato dal fatto che i professori non sono rimasti abbastanza soddisfatti da come sia riuscito ad esprimersi e comunicare le sue emozioni, che comunque tutti erano certi avesse, pur apprezzando la semplicità e genuinità di questo umile ragazzo. Sensibile come tutti gli altri del resto. E proprio i professori sono stati protagonisti di uno dei momenti più esilaranti di tutte le serate e nella storia di “Amici”: quando, in un video, si sono andati a ripescare ad esempio Alessandra Celentano, Garrison e Rudy Zeri da giovani alle prese con alcune delle loro prime interpretazioni.

È stata forse, per quanto criticata, una delle edizioni più belle di “Amici” per varie ragioni. Ha trionfato con ascolti soddisfacenti nonostante il cambio di giornata in cui è andata in onda nella semifinale (spostata per la partita da sabato a domenica) e della finale al lunedì. Maria vorrebbe fortemente lasciare l’appuntamento del sabato sera e posizionarsi la domenica o un altro giorno, vedremo che cosa si deciderà. Poi per i momenti comici con le straordinarie interpretazioni di Elisa, Giulia Michelini e Marco Bocci. Poi per il momento di intrattenimento di Geppi Cucciari, in cui ha fatto commuovere anche Maria De Filippi che si è raccontata in un’intervista semi-seria e ha parlato di quanto le manchi la madre, di quanto al liceo copiasse mentre all’università fosse bravissima: voleva fare il magistrato, ma è stata bocciata all’esame, però si è laureata con 110 e lode in Giurisprudenza. Scegliere tra “C’è posta per te” e “Amici” non saprebbe, il suo cuore è diviso a metà. Poi per i momenti seri con le recitazioni ed interpretazioni dei giurati (da Marco Bocci a Giulia Michelini) con la lettura di poesie e di lettere o il racconto di storie commoventi, per affrontare temi importanti come la violenza sulle donne e la malattia, ma anche quelli per combattere i disturbi alimentari legati alla non accettazione di un fisico non perfetto e/o da modelli: ballerini non proprio filiformi hanno ballato più volte sul palco davanti al pubblico, esprimendo un carisma che molto è stato apprezzato.

Di questa 17^ edizione non resterà solamente la sorpresa di Laura Chiatti al marito, ma anche il pensiero del primo ministro canadese Justin Trudeau ai giovani, che Maria ha voluto leggere a memoria del compito che essi hanno, del dovere e del diritto che spetta alle nuove generazioni al cambiamento e al ruolo di promotori di un impegno sociale collettivo. Per loro c’è sempre una prospettiva positiva e di speranza, anche nelle massime difficoltà e anche dopo le sconfitte. Basti pensare, ad esempio, che nella memoria dei fans di “Amici” non rimarrà solo impressa la storia d’amore e il suo romanticismo tra Emma e Biondo, oppure i video che i rispettivi familiari hanno inviato (in lacrime) ai propri ragazzi mano a mano, ma ugualmente il fatto che – ad esempio – anche dopo l’uscita dal programma c’è sempre una strada possibile da percorrere tutta in crescita per loro; sebbene, per esempio, una voce eccezionale come quella di Emma non abbia vinto, con qualche contestazione pure condivisibile che possa esservi stata, però lei ha subito avuto l’occasione della sua vita: il contratto con la casa discografica Warner Music. E poi ha trovato l’amore: che vogliamo di più!? A volte la fortuna arriva, basta solo saperla accogliere e intravedere. Ma a volte la vita rivela anche qualche triste “perdita”: come il ballerino Andrea Muller, che ha detto di voler lasciare la scuola per futuri impegni prossimi a venire in altri progetti diversi. Tra l’altro già scalpore aveva fatto l’uscita del ballerino Bryan (molto voluto dalla Celentano). Ed a proposito di danza, sono molto in tema le parole, pubblicate sul sito ufficiale della trasmissione, del coreografo Luca Tommassini (e le sue coreografie molto hanno lasciato esterrefatti, a bocca aperta e senza parole per il loro splendore): “Io adoro scoprire e aiutare i piccoli sognatori a creare un grande sogno”. E che dire del titolo della canzone e del suo messaggio che hanno cantato insieme nel finale i cantanti della giuria e che molto ha commosso perché molto toccante: “Ragazzo mio” di Luigi Tenco, sulla difficoltà di inseguire una passione, i sogni, cantata all’unisono da: Ermal Meta, Elisa Paola Turci, Emma, Alessandra Amoroso e Giusy Ferreri. Con l’invito, nelle parole finali, a: “non essere anche tu un acchiappanuvole che sogna di arrivare non devi credere, no, no, no non invidiare chi vive lottando invano col mondo di domani”, cioè lottare per i propri desideri con convinzione ed impegno, senza essere un perditempo con la testa fra le nuvole che spera e basta senza far poi nulla o molto per realizzare e inseguire i suoi sogni. Di certo, invece, al contrario è piaciuto meno l’intervento degli pseudo-comici Amedeo e Pio e la querelle tra la Celentano e la Parisi.

Il cambiamento della mappa del potere

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Sta per cambiare l’organigramma amministrativo del potere italiano. Ci sono centinaia di poltrone tra dirigenti della Pa, segretari generali, capi dipartimento dei dicasteri, capi area, staff di premier e ministri, vertici delle Agenzie, tutti soggetti ad un eventuale ricambio sulla base della legge 165 del 2001, lo  ‘spoil system’ che dà al nuovo governo la facoltà di revocare o confermare gli incarichi  entro 90 giorni dal giuramento.

Una norma introdotta per fare in modo che i tempi degli incarichi dirigenziali non superino la durata dell’organo politico che li ha nominati e che dunque farebbe saltare le poltrone assegnate durante i governi di Renzi e Gentiloni. A partire da Palazzo Chigi, dove a parte il naturale ricambio nello staff del premier, ci sono in ballo la poltrona di segretario generale, quella del consigliere diplomatico oltre a ben 19 capi dipartimento, dalla Protezione civile al delicato Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (il Dis).

Tra i posti chiave in attesa di assegnazione al Tesoro, la scrivania del direttore generale, dopo le dimissioni di Vincenzo La Via, e quella del Capo commissione speciale per fabbisogni standard, occupata in precedenza da Luigi Marattin poi eletto a Montecitorio. Esposte allo spoil system ci sono anche le nomine del capo di gabinetto, del ragioniere generale dello Stato e del capo dipartimento delle Finanze.

Restano in attesa di riconferma o di sostituzione tutti i capi di gabinetto e gli staff dei ministri in tutti gli altri dicasteri, Mise e Giustizia, tra i fronti più caldi. Da riconfermare o sostituire anche i vertici dell’Agenzia delle entrate, Demanio e Dogane, soggetti anch’essi allo spoil system.

Tempi stretti per rinnovare i cda in scadenza di Cdp e Rai. Entro il 16 giugno il Tesoro deve presentare la lista per Cassa Depositi e Prestiti. L’attuale presidente Claudio Costamagna , ha già ufficializzato l’indisponibilità a un secondo mandato. Qualche giorno fa, il banchiere Costamagna ha dichiarato: “Come ho avuto sempre modo di dire, proveniendo da una carriera trentennale nel mondo privato, ho vissuto questo prestigioso incarico come una missione a tempo determinato”.

Alla presidenza di Cdp, su indicazione delle fondazioni che detengono il 16% dell’istituto, potrebbe andare Massimo Tononi, come Costamagna con un passato in Goldman Sachs e più recentemente alla presidenza di Mps. L’assemblea degli azionisti è prevista in prima convocazione il 20 giugno e il 28 di questo mese per l’eventuale seconda. Rimane comunque fermo il termine del 16 per la presentazione delle liste. Il cda nomina il presidente che dovrà ottenere il via libera da parte della commissione di vigilanza a maggioranza di due terzi. M5S e Lega da soli non bastano.

A fine giugno dovrà essere rinnovato il cda della Rai con le nuove disposizioni previste dalla riforma Renzi. Cda a sette membri di cui quattro nominati da camera e Senato, due dal Tesoro (che indicherà anche l’ad) e uno dai dipendenti. Oggi sono stati resi i nomi delle autocandidature per i componenti di nomina parlamentare. In totale 365 candidati ma 129 hanno inviato il curriculum sia alla Camera e sia al Senato. Tra questi figurano molti componenti dell’attuale cda come Carlo Freccero e Arturo Diaconale. Tra i nomi noti ci sono Michele Santoro e Giovanni Minoli, l’ex deputata Nunzia De Girolamo, l’ex direttore del Censis Giuseppe De Rita. Ha presentato il curriculum Emmanuel Gout, ex presidente di Tele+, ex volti noti della Rai come Fabrizio Del Noce. C’è anche l’ex iena Dino Giarrusso, candidato alle politiche con il M5S. C’è Alberto Contri già in passato nel cda Rai ai tempi di Zaccaria presidente. C’è anche Stefano Rolando, a lungo capo del dipartimento editoria di Palazzo Chigi, il fondatore del Codacons Carlo Rienzi e Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Consumatori. Nell’arco dei prossimi tre mesi, dunque, verrà ricostruita la nuova mappa del potere in Italia.

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Una guida contro le molestie a lavoro

raffaele guarinielloLe molestie sessuali come questione impellente nel mondo del lavoro affliggono tutte o quasi le società umane. Esse come fattispecie giuridica si configurano nel quadro della normativa prevista dal Codice penale (art. 609 bis e sgg.) contro la «violenza sessuale». La 107esima sessione della Conferenza Internazionale, in corso a Ginevra dal 28 maggio all’8 giugno, presenta all’ordine del giorno proprio la questione relativa «alle violenze e alle molestie contro le donne e gli uomini nel mondo del lavoro».
Il rapporto, presentato durante la Conferenza ginevrina, nasce dalla decisione che il Consiglio di amministrazione si propone nell’ottobre 2015 con la finalità di definire una normativa internazionale sulla «violenza e molestie sul lavoro». Esso assume un significato particolare per la raccolta dei dati condotta l’anno successivo in ottanta Paesi del mondo, dove sono analizzati gli aspetti più gravi di molestie e di violenze nel mondo del lavoro. Segue una parte centrale in cui viene esaminato il quadro giuridico e normativo di questi Paesi con riferimento alla legislazione del lavoro, i contratti collettivi e le attività di sensibilizzazione per contrastare la piaga della violenza delle molestie contro donne e uomini nel mondo del lavoro.
Il rapporto della Conferenza è ora arricchito dall’e-book Molestie e violenza anche di tipo sessuale nei luoghi di lavoro (Wolters Kluwer per Ipsoa, Milano 2018) di Raffaele Guariniello, l’ex magistrato ora in pensione ma sempre impegnato nella difesa dei diritti umani. Egli ha sempre rivolto una particolare attenzione al mondo del lavoro, come dimostra il suo impegno a favore dei consumatori e a tutela dell’ambiente, della libertà commerciale, delle malattie professionali, della sicurezza sul lavoro e contro la sopraffazione di genere.
Il titolo dell’e-book, enfatizzato con quel «anche», è significativo per sottolineare una grave questione, ben regolamentata dall’ordinamento italiano, ma poco nota alla diretta interessata e spesso dai suoi difensori. Proprio il Testo unico sulla Sicurezza sul lavoro, di cui Guariniello ha scritto un analitico commento edito l’anno scorso sempre dal medesimo editore, è una guida per coloro che si sentono minacciati e vilipesi in fabbrica oppure in ufficio. Nel Testo egli riporta una sentenza della Cassazione penale del 12 luglio 2012, secondo cui «lo strumento tradizionale di tutela accordato per assicurare protezione alle vittime di molestie sessuali sui luoghi di lavoro è costituito dall’art. 2087 c.c. predisposto a carico del datore di lavoro onde garantire l’obbligatoria sicurezza e protezione del lavoratore». Pertanto il datore di lavoro, venuto a conoscenza delle molestie sessuali, è considerato responsabile per la mancata adozione di misure idonee (sospensione, licenziamento, etc.) a salvaguardare l’integrità fisica e «la personalità morale dei dipendenti».
In quest’ottica Guariniello pone l’accento sulla prevenzione degli abusi e sull’obbligo agli imprenditori di una equa valutazione dei rischi e dell’osservanza delle norme in materia sanitaria sulla base della normativa nazionale ed europea. Egli sostiene infatti che le violenze e le molestie sessuali possono previste con il rispetto della normativa vigente, che in Italia è all’avanguardia per l’imposizione ai datori di lavoro di determinate regole e per la specificazione di obblighi preventivi: una nota è esemplare in questo senso, là dove afferma che «la tolleranza e il far finta di niente non sono contemplati». Da questo assunto normativo deriva l’obbligo per gli organi di vigilanza di garantirne il rispetto con l’intervento oculato del Ministero del Lavoro e delle Regioni chiamate a formare nuovi ispettori e a potenziare la loro professionalità.

Beni confiscati alle mafie: l’Agenzia è fondamentale

agenzia beni confiscatiIl regolamento approvato in esame preliminare dal Consiglio dei Ministri del 26 aprile scorso su proposta del Ministero dell’Interno – relativo alla disciplina sull’organizzazione e la dotazione delle risorse umane e strumentali per il funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata ed in attuazione della riforma del Codice Antimafia – presenta carenze procedurali e organizzative che rischiano di mettere l’Agenzia nelle condizioni di non poter esercitare in pieno le funzioni istituzionali di restituzione alla collettività dei patrimoni sottratti alle mafie e ai corrotti. Seppur la legge 17 ottobre 2017, n. 161 abbia introdotto un potenziamento della struttura con l’ampliamento della dotazione organica di personale (da 30 a 200 unità), non si può non ribadire che si sarebbero potute fare scelte più incisive, prevedendo una procedura diversa dalla mobilità, ad es. tramite concorsi di selezione pubblica di professionalità con competenze interdisciplinari. Non ci sono, altresì, certezze dei tempi per portare a regime l’organico nonostante l’urgenza di rendere l’Agenzia pienamente operativa. Non si può non evidenziare che i compiti dell’Agenzia hanno una forte valenza territoriale vista la collaborazione con le Prefetture, le Amministrazioni locali, gli Uffici giudiziari, i coadiutori e le diverse rappresentanze sociali per rendere efficace e veloce il percorso di riutilizzo dei beni e delle aziende sequestrate e confiscate. I nuclei di supporto delle Prefetture ed i tavoli provinciali sulle aziende sequestrate e confiscate di recente introduzione richiedono, pertanto, un presidio dell’Agenzia costante ed efficiente. Non si può quindi procedere con una visione meramente burocratica senza considerare l’esperienza concreta maturata e le buone pratiche amministrative e sociali attivate dal 1996 ad oggi. Le organizzazioni e le associazioni firmatarie del presente Appello esprimono una forte preoccupazione sul metodo sinora adottato e chiedono, quindi, che il confronto con le organizzazioni sindacali di settore possa proseguire nei prossimi giorni in maniera proficua e si rendono disponibili sin da subito a fornire ogni utile suggerimento ed indicazione per migliorare il sistema e l’operatività dell’Agenzia, spinti dalla convinzione che rappresenti un soggetto della Pubblica Amministrazione essenziale nell’azione di contrasto al potere economico e finanziario delle mafie e dei corrotti e di valorizzazione per finalità pubbliche e sociali dei beni mobili, immobili e aziendali confiscati.

Acli, Arci, Avviso Pubblico, Centro Studi Pio La Torre, Cgil, Legambiente, Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, Uil

Sostegno record all’UE, nonostante la Brexit

Europa

L’ultimo sondaggio Eurobarometro del Parlamento europeo, pubblicato a un anno dalle elezioni del maggio 2019, conferma il crescente sostegno dei cittadini all’Unione europea. A un anno dalle prossime elezioni europee, il sondaggio Eurobarometro, commissionato dal Parlamento europeo e condotto nell’aprile 2018 da Kantar Public su 27.601 cittadini dei 28 Stati membri, rivela che il 60% di loro ritiene che l’appartenenza del proprio Paese all’UE rappresenti una “cosa positiva”. Inoltre, più di due terzi degli intervistati è convinto che il proprio Paese abbia tratto beneficio dall’appartenenza all’UE. Questo è il punteggio più alto mai registrato dal 1983.

Le percentuali in Italia sono più basse, anche se in aumento rispetto a sei mesi fa. Il 39% degli italiani intervistati ha risposto che l’appartenenza dell’Italia all’UE è una cosa positiva, 3 punti in più rispetto allo scorso novembre, mentre il 44% – 5 punti in più – sostiene che l’Italia abbia tratto beneficio dall’appartenenza all’UE.

Elezioni e nomina del futuro presidente della Commissione
A livello UE, quasi un terzo degli intervistati è già a conoscenza della data delle prossime elezioni europee. In generale, la procedura per la nomina dei candidati alla Presidenza della Commissione europea da parte dei partiti politici europei, è percepita come uno sviluppo positivo per la democrazia in Europa. Quasi la metà degli intervistati, infatti, ha dichiarato che questa procedura li incoraggerebbe a partecipare al voto. Quasi tre quarti dei cittadini desiderano che questa scelta dei candidati alla Presidenza della Commissione sia accompagnata da un vero dibattito sulle tematiche europee e sul futuro dell’UE.

Il 53% degli italiani intervistati ha risposto che la scelta del presidente della Commissione da parte del Parlamento li renderebbe più propensi ad andare a votare, mentre il 68% sostiene che tale processo dovrebbe essere accompagnato da un dibattito sulle questioni europee e sul futuro dell’UE. Sempre in Italia, alla domanda relativa alla data delle prossime elezioni, il 28% ha risposto “maggio” mentre l’11% ha risposto “2019”. In conclusione, quattro italiani su dieci sono in qualche modo a conoscenza della data delle prossime elezioni europee.

I poteri del Parlamento europeo
Il 42% degli italiani desidererebbe attribuire al Parlamento europeo un ruolo più importante, mentre il 28% gradirebbe vederne i poteri diminuiti, a fronte di un 18% che preferisce la situazione attuale. Il 34% dichiara di avere un’immagine positiva dell’Istituzione, mentre il 22% ne percepisce una negativa.

Le preoccupazioni degli europei e degli italiani
Interrogati su quali temi dovrebbero essere discussi durante le campagne elettorali in tutta l’UE, quasi la metà degli europei (49%) cita la lotta contro il terrorismo come tema prioritario, seguito da disoccupazione giovanile (48%), immigrazione (45%) nonché economia e crescita (42%).

Per gli italiani, i temi più importanti da affrontare in campagna elettorale sono l’immigrazione (66%), la lotta alla disoccupazione giovanile (60%), l’economia e la crescita (57%) e la lotta al terrorismo (54%).

Movimenti e partiti antieuropei
Il 56% degli intervistati ritiene che sia necessario un vero cambiamento e che tale cambiamento possa essere condotto dai movimenti e dai partiti anti-establishment ma, allo stesso tempo, sette europei su dieci credono che il fatto di essere contro qualcosa non porti benefici (a pensarla così è anche il 67% degli italiani).

La GV Bucket di Givenchy. Arrivano le novità

GivenchyLe linee slanciate della capiente GV Bucket rimandano alle caratteristiche tipiche di GV3, la borsa che ha segnato il debutto di Clare Waight Keller per la Maison: finitura vintage, dettaglio a catena e chiusura a “doppia G”. Coniugando femminilità e allure maschile, la GV Bucket propone una rivisitazione del tradizionale borsone da marinaio ed è proposta in due varianti. La prima in pelle e la seconda in una versione meno tradizionale, presentata in una combinazione di suede, vernice e pelle. La palette cromatica comprende le tinte del nero, castagna, grigio/blu e melanzana/grafite. La GV Bucket si fa notare e apprezzare per i sofisticati dettagli metallici e per le due diverse opzioni di chiusura, un raffinato e discreto twist-lock magnetico e una chiusura a gancio. Entrambi i modelli sono proposti con una tracolla regolabile in morbida pelle che accentua la portabilità della borsa, indossabile a spalla, a tracolla o a zaino. La GV Bucket bag sarà disponibile nelle boutique Givenchy a partire dal 1° giugno 2018.

Andrea Malavolti

Il mondo spremuto da una montagna di debiti

mondo spremuto

Il debito globale è salito ininterrottamente dalla Seconda Guerra mondiale, toccando nel 2016 un nuovo picco di 164.000 miliardi di dollari, circa il 225% del pil del pianeta. Questo quadro è emerso da un nuovo documento del Fondo monetario internazionale che passa in rassegna il debito ‘lordo’ (pubblico più privato) di 190 Paesi dal 1950 ad oggi. Con qualche sorpresa, si scopre che  le economie più indebitate del mondo sono anche le più ricche.

I primi tre debitori nella classifica mondiale sono Stati Uniti, Cina e Giappone e rappresentano oltre la metà del debito globale, significativamente superiore alla loro quota di produzione globale. Al primo posto gli Usa con un debito lordo (pubblico più privato escluse le società finanziarie) a 48mila miliardi; a seguire la Cina a 25,5 mila miliardi, il Giappone a 18,2mila miliardi e la Francia a 6,7 mila miliardi. Il debito delle restanti economie avanzate complessivamente ammonta a 46,2 mila miliardi, mentre dei restanti paesi emergenti ammonta a 12,7mila miliardi.

L’approdo della Cina tra le prime posizioni è comunque uno sviluppo relativamente nuovo, con la quota del colosso asiatico nel debito globale che è salita da un livello inferiore al 3% agli inizi del millennio a oltre il 15% oggi, con l’ascesa del credito dopo la crisi finanziaria globale.

Rispetto al picco precedente del 2009, il debito globale è ora superiore del 12% rispetto al prodotto interno lordo, con un trend generale in rialzo trainato dal settore privato, che dal 1950 ad oggi ha quasi triplicato il suo debito. Ampliando la visione, emerge come il debito globale ha seguito la tendenza al rialzo quasi ininterrotta dalla Seconda guerra mondiale ad oggi. L’osservazione è stata fatta dagli analisti del Fondo monetario.

Le economie avanzate hanno dominato il panorama per quasi sei decenni, con il debito del settore privato non finanziario che ha raggiunto un picco del 170% del Pil nel 2009, mentre le economie emergenti hanno assunto un ruolo guida all’indomani del collasso di Lehman Brother, data convenzionale per indicare l’inizio della grande crisi finanziaria. Nonostante ciò il divario tra il debito del G20 e i mercati emergenti è ancora significativo, superando in media il 90% del pil. I paesi a basso reddito invece rappresentano meno dell’1% del debito globale, ben al di sotto del loro prodotto.

Inoltre, anche se la storia del debito globale è stata dominata dal settore privato, anche il debito pubblico ha svolto un ruolo importante con due fasi distinte: fino alla metà degli anni ’70 è diminuito progressivamente per effetto della crescita e dell’inflazione nelle economie avanzate, dopo ha invertito il suo corso con dinamiche diverse nei vari paesi.

In questo panorama si potrebbe dedurre che la politica economica dell’Italia, almeno fino alla fine degli anni ottanta, è stata encomiabile. In quel periodo l’Italia era diventata la quinta potenza mondiale con un debito lordo inferiore a quello di altri paesi ad economia avanzata.

Salvatore Rondello

La Sicilia e la risorsa dei borghi fantasma

Borgo Borzellino

Borgo Borzellino

«Mettere sul mercato i borghi rurali». Un paio di mesi fa il Presidente della Regione Musumeci, in conferenza stampa aveva dichiarato che questa sarebbe una delle azioni centrali della sua amministrazione nei prossimi mesi. Poi nei documenti allegati alla Finanziaria regionale l’articolo di abolizione dell’Ente di Sviluppo Agricolo, proprietario ancora di una decina di questi borghi, è stato cassato. Resta tuttavia in campo l’ipotesi della dismissione. Ma cosa sono questi borghi rurali?

Il contesto
In Sicilia esiste una sessantina di piccoli centri realizzati in occasione di due grandi azioni volute della Stato per disarticolare il latifondo: la prima è la “colonizzazione” voluta da Mussolini nel 1939; la seconda è la Riforma agraria del 1950.
Se Mussolini aveva avviato l’“assalto”, dopo la bonifica integrale, per dare attuazione a una strategia antiurbana e per resistere all’embargo con il rafforzamento dell’autonomia alimentare, la neonata repubblica aveva puntato l’obiettivo poiché il latifondo era considerato causa del ritardo di sviluppo in cui versavano alcune regioni tra cui la Sicilia. Lo smembramento del latifondo era lo strumento principale per rendere più produttive vaste aree agricole, togliendole ai grandi proprietari che ne utilizzavano le rendite senza occuparsi di migliorare quantità e qualità dei prodotti, e trasferirle alla piccola proprietà terriera, ritenuta più dinamica e interessata alla modernizzazione dell’agricoltura.
Precedute da un decreto legislativo del 1948, che consentiva mutui trentennali a vantaggio dei coltivatori diretti con lo scopo di favorire la formazione della piccola proprietà terriera e che aveva prodotto il passaggio di proprietà di oltre 1,9 milioni di ettari di terra coltivabile in 10 anni (mentre il numero degli agricoltori crollava da 2 milioni a circa 700 mila, a causa della spinta all’industrializzazione delle regioni settentrionali) le due leggi di Riforma del 1950 (e quella specifica relativa alla Sicilia) consentirono l’esproprio di altri 700 mila ettari e l’assegnazione a 113 mila famiglie in gran parte di contadini senza terra.
Con questa azione si riteneva che si potesse raggiungere l’obiettivo della modernizzazione del comparto, il miglioramento della redditività e l’eliminazione delle sacche di inefficienza legate alle coltivazioni estensive e all’ insufficienza di acque per irrigazione.
La Riforma arrivava, però, con 50 anni di ritardo e si rivelò un fallimento perché l’Italia ormai inseguiva il sogno industriale, ma soprattutto perché molte terre assegnate ai contadini si rivelarono inadatte alla coltivazione e perché la dimensione media del fondo, circa 4 ettari, fu inadeguata per consentire anche solo il sostentamento della famiglia assegnataria.
Ma ancora più fallimentare fin da subito fu la politica insediativa che accompagnava la riforma e che aveva previsto, destinando ingenti somme, la realizzazione di diversi tipi idi insediamenti: borghi accentrati, semi accentrati e case sparse.

I borghi.
«Come mai è vuoto?» chiede Monica Vitti dopo aver girovagato per le case di un borgo rurale fantasma ne “L’avventura” di Michelangelo Antonioni, film del 1960. E Gabriele Ferzetti risponde: «Chi lo sa? Io mi domando perché l’hanno costruito». Quel borgo è Schisina, in Sicilia, nel territorio di Francavilla a Mare, provincia di Messina. Ma Schisina è, in questo caso, metafora di tutti i borghi siciliani realizzati in quel quindicennio.
L’errore commesso da Mussolini viene ripetuto nella riforma repubblicana nonostante una attenta lettura delle pratiche sociali, ma anche di alcuni resoconti letterari, avrebbe dovuto indurre il governo De Gasperi a scegliere un altro percorso. Nel 1938 Carlo Emilio Gadda, in un articolo pubblicato su “Le Vie d’Italia” aveva scritto: «La fatica [del contadino] si raddoppia giornalmente col lungo viaggio ch’egli deve compiere per recarsi dal paese al luogo del lavoro e farne ritorno. Si stacca dal sonno verso le tre della notte. Cavalcando, col figlioletto dietro, il suo somaro, o un mulo, o un cavallo; o conducendo il piccolo carro dipinto, con gli arnesi, egli percorre chilometri e chilometri prima di arrivare alla mèsse, o alla semina. Vivono i contadini in paesi popolosi, foltissimi […] La colonizzazione, voluta e ideata dal Duce, si attua […] secondo un tipo di appoderamento sparso, a cui è e tanto più sarà di sostegno il cosiddetto borgo rurale. La famiglia colonica viene insediata nella nuova casa rurale: sorge questa sul terreno stesso che gli uomini son chiamati a coltivare. La strada e l’acqua, i due termini perentorii della bonifica, arrivano già oggi alla casa».
A Gadda e ai riformatori postbellici sfugge il problema vero: le famiglie contadine non andarono ad abitare nelle case sparse e nei borghi non tanto perché nelle città c’era l’acqua, ma perché le famiglie contadine erano da sempre inurbate e le donne non vollero spostarsi dalle città dove vivevano una socialità impossibile sia nella casa isolata che nel borgo che, peraltro, era soprattutto un borgo di servizi.
Nei borghi, però, i migliori architetti siciliani attivi tra gli anni 40 e 50 ebbero la possibilità di sperimentare modelli urbanistici e architettonici, da quelli vernacolari a quelli razionalisti : Edoardo Caracciolo, Roberto Calandra, Francesco Fichera, Giuseppe Caronia, Giuseppe Marletta e tanti altri apposero la loro firma in calce al progetto di almeno un borgo.

Presente e futuro dei borghi
Negli ultimi anni sono state attivate da alcune regioni o enti locali politiche di riconoscimento, valorizzazione e tutela dei paesaggi e dei borghi fascisti e di quelli della Riforma.
Anche in Sicilia, nella stagione dei piani paesaggistici che è stata promossa all’inizio del secolo, il “paesaggio della Riforma agraria” è stato tipizzato solo in alcuni dei piani redatti dalle Soprintendenze, ma già nelle “Linee guida per il Piano territoriale paesistico regionale” del 1999, i borghi (almeno quelli censiti, e non sono tutti) vengono individuati come “nuclei storici a funzionalità specifica” e sottoposti a tutela alla stregua di centri storici. In tal modo viene loro riconosciuto un interessantissimo status di “Archeologia contemporanea” che, in molti casi, non ha mai vissuto fasi di effettiva utilizzazione, passando dallo stato di incompiuta a quello di rudere.
La proprietà dei borghi è, nella maggior parte dei casi, passata ai Comuni, ma l’Ente di Sviluppo Agricolo, erede degli enti che gestirono le due operazioni a metà del XX sec., ne mantiene ancora una decina che sono quelli che il governo Musumeci vorrebbe mettere in vendita.
Per questi, nell’ambito del POR 2007-13, l’ESA aveva elaborato un “Progetto di riqualificazione dei Borghi rurali dell’Ente Sviluppo Agricolo” in cui viene immaginata una “Via dei borghi” percorso di oltre 150 km, per la mobilità dolce. In questo progetto i centri di servizio rinascono a nuova vita: ricettività, locali di esposizione e vendita, spazi per la didattica, centri di assistenza per i vari mezzi di trasporto, rimettono in gioco i “borghi mai nati”.
Ma c’è di più: sette di questi borghi si trovano lungo la dorsale nord-ovest / sud-est che da Borgo Borzellino, vicino a S. Giuseppe Jato, attraversando tutta la Sicilia, giunge fino a Borgo Lupo, vicino Mineo. Ciascuno dei piccoli insediamenti è al centro di un’area particolare legata alle eccellenze della Sicilia o alla sua identità: Borgo Borzellino e la terra del vino; Borgo Portella della Croce e la terra dell’olivo; Borgo Petilia e la terra dello zolfo; Borgo Baccarato e la terra del grano; Borgo Lupo e la terra degli agrumi.
Per questo il “vero” recupero dei borghi può avvenire solo all’interno di politiche più ampie che riguardano l’economia agraria in cui la potenziale attrattività turistica dei borghi restaurati e rifunzionalizzati si concretizza all’interno di politiche paesaggistiche e agricole volte a raggiungere obiettivi di ricostruzione (in alcuni casi alla costruzione) del legame tra il borgo e il suo agro.
Un processo di questo tipo potrebbe affiancare al Tour della Sicilia classica, quello della Sicilia profonda, alternativo e complementare al primo, con notevolissime ricadute nelle aree della Sicilia interna.
Può questo obiettivo essere raggiunto con la vendita al miglior offerente di questi beni culturali? Non è detto. Senza essere pregiudizialmente contrari alla dismissione di patrimonio pubblico sottoutilizzato o inutilizzato, in questo caso specifico occorrerebbe procedere alla vendita dei borghi in blocco per garantirne una governance unitaria. E occorrerebbe scegliere l’acquirente non in funzione dell’offerta economica, ma della presentazione di un progetto di sviluppo integrato che preveda un riuso dei borghi compatibile con il loro status di beni culturali e funzionale a un più ampio progetto di sviluppo.

Le Seduzioni del Tempo, nuovo lavoro di Licia Fierro

Copertina Licia Fierro tg

Le seduzioni del tempo è un’opera segnata da una dualità irrisolta, che si esprime attraverso la tensione tra eros ed introspezione, tra la dimensione corporea e le voci dell’anima, tra il segno lasciato dagli orrori vissuti nel lager ed una tenace affermazione di vita gravida di futuro. Nel precario equilibrio tra passato e divenire, Giulia Nepi, un’ebrea sopravvissuta all’orrore del campo di concentramento, ricompone negli anni i frammenti della propria esistenza: sperimenta la vita nei rapporti umani, ricostruisce una famiglia e si ricongiunge con la propria storia.

Era solo una bambina la notte del ghetto, quando venne trascinata via dai giochi allegri e dalle passeggiate sul Lungotevere; quella notte in cui tanti furono rapiti dietro il portico di Ottavia. Sopravvissuta alla violenza, Giulia ricostruisce la sua vita a Firenze, in un’apparente completezza nei suoi ruoli di giudice, moglie e madre. La sua esistenza è dominata dal corpo e le sue scelte sono guidate dal bisogno di vita: con Aldo sperimenta la potenza del desiderio e con la figlia

Miriam la forza creatrice della maternità. Ma la sua anima la tiene per sé, al riparo dagli altri e dalle seduzioni del tempo, nutrendola di arte e filosofia. Poi, l’incontro con Enrico la ricongiunge alla sua persona: Enrico è l’amore che dà senso alle parole e all’attesa, oltre la ricerca dell’appagamento dei sensi. Ma nessuno, meno che mai un’ebrea, può smettere di fare i conti con il passato; è l’anziano Gad, l’uomo che l’aveva accompagnata nel viaggio di ritorno dal campo di concentramento, a dare a Giulia l’occasione per tessere insieme i fili tra passato e presente, e per intrecciare in modo inaspettato il dolore alla colpa. Di fianco alla complessità delle tematiche affrontate e del vissuto della protagonista, si pone, tuttavia, una scrittura sottile, una narrazione essenziale e sintetica, che si arricchisce e si nutre di spunti di arte e filosofia.