Suoceri Albanesi, divertente commedia
al Sala Umberto di Roma

suocerialbanesiUna famiglia borghese: un padre, una madre ed una figlia. Lui, Lucio, 55enne, consigliere comunale progressista in predicato di diventare assessore grazie alla politica che vola alto; lei, Ginevra, 50enne, proprietaria di un ristorante di cucina molecolare, con un passato fatto di lotte politiche e rivolte generazionali, ed oggi alle prese con piatti improbabili e lessi destrutturati. I due conducono un’esistenza improntata al politically correct, cercando quotidianamente di trasmettere alla figlia Camilla, sedicenne, questo loro stile di vita, pregno di valori importanti, di parole mai banali: l’importanza della politica, della solidarietà, della fratellanza.

Ogni occasione è buona per ribadire simili concetti: a tavola, ascoltando un telegiornale, commentando episodi di vita. E soprattutto frequentando gli amici della coppia, che irrompono sulla scena: Benedetta, coetanea di Ginevra, single ancora alla ricerca di una anima gemella e Corrado, colonnello giramondo amante del tai-chi, ma con un piccolo segreto…

E, come in tutte le famiglie, anche le incombenze pratiche occupano uno spazio importante nella vita di Lucio e Ginevra: la rottura di una tubazione del bagno di servizio, che rischia di allagare l’appartamento sottostante dove abita Corrado, obbliga i coniugi a chiamare una ditta per il restauro completo del servizio igienico. La ditta è formata da due ragazzi: Igli, 27 anni e Lushan di 18. Sono albanesi, con una storia alle spalle di quelle che si leggono tutti i giorni sui quotidiani. Viaggi su barconi fatiscenti, periodi di clandestinità, infine l’agognato permesso di soggiorno e adesso una propria impresa, con tanto di partita Iva e lavoro in quantità. Un esempio da seguire per Camilla! È questo che Lucio e Ginevra pensano, guardando a quella luce che illumina gli sguardi dei due muratori albanesi: una luce piena di vitalità, voglia di fare, come solo chi ha davvero conosciuto la fame può ancora avere. Ma un giorno Lucio dimentica un importante documento, torna a casa ad un orario imprevisto e le certezze sue e di Ginevra crollano come un castello di carte. E i vecchi proverbi non passano mai di moda: chi predica bene, razzola male….

La commedia “I suoceri albanesi” di Gianni Clementi, reduce dal grande successo di critica e di pubblico della scorsa stagione, torna quest’anno al Sala Umberto di Roma. Nell’allestimento in due atti all’apertura del sipario lo spettatore si ritrova nel salotto, lussuosamente arredato, della casa di Lucio e Ginevra. In questo ambiente si svolge tutta la rappresentazione, con i vari personaggi che entrano ed escono scena, accedendo alle diverse stanze che danno sul salotto. Le simpatiche musiche, prevalentemente di Paolo Conte, accompagnano lo spettacolo, coprendo i veloci intermezzi tra una scena e l’altra. Il linguaggio è italiano, con qualche accenno di romanesco. Davvero bravi gli attori sulla scena: superbi Francesco Pannofino che con il suo timbro sapientemente modulato impersona Lucio e l’attraente Emanuela Rossi, davvero credibile nei panni della sofisticata padrona di casa Ginevra. Molto caricaturati, senza tuttavia divenire eccessivamente macchiettistici, i personaggi di Corrado e Benedetta, interpretati molto simpaticamente da Andrea Lolli e Silvia Brogi. Spicca su tutti la recitazione di Maurizio Pepe, che interpreta con un perfetto accento albanese il muratore Igli. Su buoni livelli la recitazione anche di Filippo Laganà, figlio d’arte,  nei panni di un disorientato Lushan, ed Elisabetta Clementi, molto a suo agio nelle vesti di una adolescente romana dei nostri tempi. Va dato atto al regista Claudio Boccaccini di aver saputo mettere in scena una commedia dai ritmi sostenuti e  non scontata nell’esito; certo ha potuto lavorare su attori bravi, la cui recitazione senza esitazione e l’ottima mimica conferiscono a dare brio e divertimento al pubblico.

Lunghi e calorosi applausi alla prima al Sala Umberto di Roma, dove la commedia sarà replicata fino al 19  febbraio, per poi iniziare una tournée nazionale.

Al. Sia.

Luci della Ribalta per la prima volta al teatro. Riso e commozione

DSC_6854Luci della Ribalta è un memorabile film del 1952 che fu scritto, diretto ed interpretato da Charlie Chaplin. Fu l’ultimo film che il grande comico girò negli Stati Uniti, visto che da lì a poco sarebbe emigrato in Inghilterra perché sospettato di essere una spia comunista. Oggi è possibile rivedere questo spettacolo in una originale versione teatrale. Infatti, dopo alcuni anni di trattative, Antonio Salines ha ottenuto dalla famiglia Chaplin i diritti teatrali di quello che forse è stato il film più famoso di Charlie Chaplin e, certamente, il suo testamento spirituale.

Come tutti sanno la trama narra di un clown un tempo famoso ed ora in declino, Calvero, e del suo incontro con una bella e sfortunata ballerina, Teresa. Rimasta orfana, con la sorella prostituta, Teresa ha perso la fiducia nella vita e tenta il suicidio. Calvero le salva la vita e, accogliendola in casa con pazienza e dedizione, riesce ad infonderle fiducia e restituirle l’uso delle gambe. Calvero diventa il mentore di Teresa e nel far ciò ritrova egli stesso una ragione di vita. Teresa sboccerà come un fiore in primavera e tornerà al successo e anche Calvero, dopo tante vicissitudini, tornerà in qualche modo a calcare le luci della ribalta. Lei si innamorerà di lui e quel sentimento non nascerà dalla riconoscenza, sarà amore vero. Ma Calvero, consapevole di essere troppo vecchio per Teresa, proverà a dirottare il suo amore…

Nell’allestimento in due atti al Teatro Quirino di Roma ritroviamo le musiche originali del film, quelle per le quali nel 1972, quando il film fu in pratica realmente proiettato negli USA, ben venti anni dopo la sua uscita, Charlie Chaplin vinse il premio Oscar. Il film è stato portato a teatro in maniera fedele e creativa, grazie anche all’adattamento di Eleonora Zacchi e vi troviamo anche la celeberrima scena finale del “concertino comico” tra Charlie Chaplin e Buster Keaton.

Al Quirino la regia è magistrale ed il cast è eccellente: Antonio Salines nei panni di Calvero ci restituisce con fedeltà l’amara tristezza della vecchiaia ma anche la bontà d’animo del personaggio, portando il pubblico alla commozione; la brava Marianella Bargilli interpreta dolcemente Teresa, conferendole una rara umanità; Luigi Biava si cala con eleganza nei panni di Neville, il giovane compositore e pianista pieno di attenzioni per Teresa. Nel complesso tutti e sette gli attori presenti sulla scena offrono allo spettatore una buona performance.

Come spiega il regista Giuseppe Emiliani: “Mi affascina l’idea di mettere in scena, per la prima volta in teatro, quest’opera di Chaplin. Mi emoziona l’idea di offrire l’opportunità al pubblico di rivedere a teatro una vicenda che appartiene all’immaginario collettivo. Ho la sensazione che oggi gli spettatori abbiano il desiderio di lasciarsi accompagnare da storie capaci di emozionare e, perché no, commuovere”.DSC_6886

La storia in sé è davvero ricca di motivi che non hanno età: l’amore, le delusioni, la paura di non farcela, la voglia di riscatto, il desiderio di realizzare i sogni, lo sforzo di trovare un senso positivo all’esistenza e soprattutto il grande amore per il teatro che riesce a dare colore al grigiore della realtà.

Come nelle intenzioni del regista, il pubblico si trova ad assistere ad uno spettacolo che, sia drammaturgicamente che visivamente, ha un vivace montaggio cinematografico. È come vedere una vecchia pellicola in bianco e nero in cui inaspettatamente irrompono, all’improvviso, il colore del teatro e le luci della ribalta. E tutto, quasi per magia, si trasforma: la realtà riscopre la poesia, il divertimento, la leggerezza. La scene, curate da Federico Cautero, sono molto articolate e, grazie ad una fine tecnica di molteplice schermatura della scena, consentono allo spettatore di passare dal grigio cinema muto al colore del teatro. Bellissimi i costumi di Chiara Aversano: memorabili soprattutto il variopinto costume da clown di Calvero e l’abito rosso da ballerina di Teresa indossati nelle scene finali, adatti più che mai ad immergere lo spettatore in uno contesto davvero poetico e commovente. Come indica ancora il regista Emiliani: “Quando sulla ribalta si spegneranno le luci sull’ultimo ballo di Teresa restituita alla vita e all’arte da un atto d’amore puro e generoso di Calvero, resterà la sensazione forte che la fantasia il più grande giocattolo della felicità. Solo l’immaginazione e la fantasia creatrice accendono il desiderio e restituiscono il senso della vita, alimentano il fuoco sotto la cenere. Perché, in fondo, pur nelle angosce e le difficoltà del quotidiano, quando ogni speranza sembra solo una remota possibilità, un irraggiungibile approdo, la fantasia, ci offre la consapevolezza che “nulla finisce, cambia soltanto” . Non resta che esserne consapevoli e non smettere di credere che la vita possa sorprenderci ancora. Per una nuova, lucente, ennesima ribalta”.

Uno spettacolo comico dal sapore amaro, introspettivo, poetico, commovente, molto curato su tutti i fronti, autentico evento culturale-teatrale e meta-cinematografico, originale ed al tempo stesso ricco di messaggi tuttora molto contemporanei. Per aiutarci a sognare, a ritrovare fiducia in se stessi e, soprattutto, ricordarci che la vita è desiderio. Ottimo riscontro alla prima. Repliche al Teatro Quirino fino al 12 febbraio.

Al. Sia.

Serial Killer per Signora al Sala Umberto di Roma, uccidere con successo

serial killer per signoraCristopher Kit Gill e Morris Bromo sono i protagonisti di questa commedia musicale che nasce da una novella di William Goldman, poi divenuta film, infine adattata per il teatro da Douglas J. Cohen, autore sia delle musiche che della drammaturgia. Kit e Morris non si conoscono e nessuno dei due sa dell’esistenza dell’altro. Kit è un attore disoccupato, da poco orfano di una madre che ne ha condizionato pesantemente l’esistenza. Si trattava di una grande attrice, troppo impegnata per donare l’affetto e le attenzioni di cui il figlio avrebbe avuto bisogno. Morris è un detective della polizia di New York, non più giovanissimo. Ha scelto di rimanere vivo e di non cercare clamori carrieristici. Nemmeno la vita privata brilla: vive ancora a casa con la madre, una signora ebrea invadente e possessiva. Poi Kit commette il primo omicidio, nel tentativo di emulare il successo della madre, ma in modo assai diverso. Un omicidio che evidenzia una psiche malata, tanto malata da telefonare al distretto di Polizia per lamentarsi della poca attenzione che la stampa gli ha dedicato. Kit cerca Morris ed inizia un rapporto simbiotico tra i due e le loro rispettive “carriere”.

L’opera in due atti portata in scena al Sala Umberto vede protagonisti nei panni di Morris e Kit rispettivamente Giampiero Ingrassa e Gianluca Guidi, quest’ultimo anche nelle vesti di regista. Ed è proprio Gianluca Guidi che ci spiega come “Kit, uccidendo, ottiene la prima pagina del New York Times e, secondo la sua mente malata, raggiunge il successo. Morris ne diventa l’inseguitore e potenziale carnefice, dando lustro alla sua sbiadita carriera. Nutrendosi uno dell’altro, iniziano una gara senza esclusione di colpi che, inevitabilmente, avrà un solo vincitore” . Ne nasce dunque un rapporto in cui sono l’uno il compendio dell’altro.

Al fine di non destare sospetto e rubare la vita delle sue vittime, il killer Kit deve convincentemente impersonare una serie di tipi di New York – dal prete irlandese, all’istruttore di ballo latino-americano, alla donna sola – e nell’interpretazione dei vari personaggi troviamo un delizioso Gianluca Guidi. Molto convincente e delicata anche la performance di Giampiero Ingrassia nei panni del poliziotto Morris, che vive ancora con una madre fin troppo premurosa, interpretata da Alice Mistroni. Ma a colorare la vita grigia di Morris penserà una una affascinante giovane donna dell’Upper Class newyorkese, interpretata da Teresa Federico, che contribuirà non poco a mettere confusione nella vita del povero detective Morris Bromo.

Le scenografie sono molto curate e dinamiche, come si conviene ad una commedia musicale dai ritmi incalzanti. Dallo sfondo nero si aprono ed arrivano in scena numerosi ambienti e viene anche giocata la carta del trompe-l’oeil. Le luci, anche esse molto mutevoli, sono adeguate ai rapidi cambiamenti scenici. Adeguati i costumi. Le liriche originali sono state adattate in maniera brillante e colta da Giorgio Calabrese, grande maestro della musica leggera italiana, beneficiando della direzione musicale originale di Riccardo Biseo con materiale aggiunto e orchestrato da Ciro Catrravano. Nel complesso una commedia musicale molto divertente, ricca di belle melodie e canzoni, dinamica, magistralmente interpretata da tutti e quattro gli attori presenti sulla scena. Grande successo di pubblico alla prima, a cui hanno assistito numerosi protagonisti del mondo dello spettacolo italiano. Al Sala Umberto di Roma lo spettacolo sarà replicato fino al 5 aprile.

Al. Sia.

“Novecento” di Baricco in scena al Teatro Lo Spazio con Flavio De Paola

flavio de paolaDopo il grande successo ottenuto nei teatri più importanti d’Italia, a grande richiesta, ritorna nella capitale “Novecento” il racconto di Alessandro Baricco con Flavio De Paola, per la regia di Pablo Maximo Taddei al Teatro Lo Spazio.
Dal 24 al 29 gennaio Tim Tooney (Flavio De Paola), narratore e amico del protagonista del romanzo Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, catapulterà il pubblico presente sul Virginian, il transatlantico su cui sarà ambientata l’intera storia.

Flavio De Paola descrive il nostro “eroe”, con un caldo accento siciliano, come l’uomo dalle grandi capacità di apprendimento, un uomo in grado di vivere attraverso i desideri e le passioni altrui, riuscendo ad esprimere le sue attraverso la musica, vivendo sospeso tra il pianoforte ed il mare, con il quale è in grado di emozionarsi ad ogni viaggio.

Flavio De Paola riporta alla mente tante vicende umane, storie di migranti partiti dall’Europa con pochi stracci e sbarcati con il vestito buono per l’America, storie di marinai, di musicisti e di amicizie indissolubili. Uno spettacolo che si trasforma in un one man show, un racconto che diventa un viaggio, un pubblico che dimentica di essere in platea e tutt’a un tratto, tutto insieme, si ritrova sul Virginian.
Infatti, la storia, per chi la conoscesse già, è arricchita dalla tecnica degli psicosuoni di Pablo Maximo Taddei, regista dell’opera, conducendo lo spettatore in un’atmosfera onirica, in un mondo immaginario a tratti surreale. È una tecnica che crea degli sbalzi spazio-temporali che “bombarda” lo spettatore di suoni e parole e che lo proietta in qualcosa di magico, mai visto prima. Un’esperienza teatrale decisamente da vivere.

Cristina D’Avena con la DBDays Band e il coro Voices of Heaven

cristina-d-avena“Credo di essere una persona estremamente sincera, un’artista che canta da una vita. Ho iniziato poi con le sigle negli anni, 80 ed ancora oggi canto e faccio concerti con tantissimo pubblico, ci divertiamo ed è una festa continua. Penso che più che un vero e proprio segreto ci sia il carattere e il modo di essere.

Sono una persona semplice, tranquilla, una persona che ama tantissimo il proprio lavoro e cerca di rispettare moltissimo i fans o chi comunque mi ama e che mi ha permesso di arrivare fin qui. Non sarei nessuno se non avessi avuto un seguito così importante. Ed è normale che io abbia un particolare riguardo per chi mi ama e mi segue da tantissimi anni e penso che questa sia una delle particolarità che mi avvicina al pubblico e che fa sì che il pubblico continui ad amarmi dopo tanto tempo. E che faccia sì che anche i piccoli che iniziano solo ora a conoscermi mi amino. Essere se stessi sempre e comunque, in qualunque momento, anche con il passare del tempo. Essere serena, umile, ma soprattutto essere vera”.

È questo quanto dichiara Cristina D’Avena per presentare il suo prossimo concerto romano all’Atlantico Live il 28 gennaio, in occasione del quale vedremo la regina delle sigle tv in una versione nuova, meno dissacrante rispetto a quando calcava i palchi con i Gem Boy, ma al tempo stesso gioiosa, divertente e ironica con un’orchestra di 20 musicisti ad accompagnarla per più di due ore di imperdibile live in compagnia di una delle più amate icone italiane.

“E’ un concerto di sigle di cartoni pure, così come ce lo aspettiamo” continua la cantante, “ovviamente con delle sonorità moderne. Sul palco saremo in 20, non siamo proprio pochi. Il coro è molto numeroso e ti dà il giusto colore, il giusto sapore, è bellissimo. E quando senti il pezzo con il coro dal vivo ti emoziona, E’ un concerto, secondo me, molto emozionante e che ti porta indietro nel tempo e che ti riporta a quando eri bambino”.

Un salto nel passato unico, da vivere questa volta anche con la famiglia, piccoli e adolescenti, adulti e amanti della buona musica per rivivere l’infanzia…con nuovi arrangiamenti e una nuova anima, sotto il segno della festa e della spensieratezza.

Su iniziativa del Papa una TV impegnata socialmente per la pace

Pope Francis gestures aboard his Popemobile as he arrives for an audience with participants of an international pilgrimage of altar servers on August 4, 2015 in Saint Peter's Square at the Vatican.   AFP PHOTO / FILIPPO MONTEFORTE        (Photo credit should read FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

 AFP PHOTO / FILIPPO MONTEFORTE (Photo credit should read FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

Un Palinsesto per la Pace in nome dell’appello di Papa Francesco. Dopo il suo discorso in occasione della Giornata mondiale per la pace (come di consueto ogni primo gennaio di ogni anno), in TV (e specialmente su RaiUno) ne è seguita una settimana durante la quale si è continuato a parlarne, nei sette giorni successivi, in film di vario genere e dai soggetti più disparati.

Al centro del messaggio di Papa Bergoglio, l’idea che tutti siamo “doni sacri dotati di una dignità immensa”. Il Pontefice ha invitato a tenere un atteggiamento di nonviolenza, per costruire la pace resistendo alla vendetta e all’odio; ma si tratta di una nonviolenza attiva, come quella praticata da Madre Teresa di Calcutta oppure dal Mahatma Gandhi e da Martin Luther King, ma in primis da Gesù che “tracciò la via della nonviolenza insegnando ad accogliere e perdonare l’altro con misericordia”. L’esempio più alto da seguire perché, ha ribadito con forza Papa Francesco: “Nessuna religione è terrorista” e “Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa, non la guerra!”. Tuttavia, ha proseguito il Santo Padre, “è fondamentale percorrere il sentiero della nonviolenza in primo luogo all’interno della famiglia. La famiglia è l’indispensabile crogiolo attraverso il quale coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle imparano a comunicare e a prendersi cura gli uni degli altri in modo disinteressato, e dove gli attriti o addirittura i conflitti devono essere superati non con la forza, ma con il dialogo, il rispetto, la ricerca del bene dell’altro, la misericordia e il perdono. Dall’interno della famiglia la gioia dell’amore si propaga nel mondo e si irradia in tutta la società”. Inoltre, ha evidenziato Bergoglio, occorre “non perdere l’opportunità di una parola gentile, di un sorriso, di qualsiasi piccolo gesto che semini pace e amicizia. Un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo”. Ḕ con questo atteggiamento da “operatori di pace”, ha sottolineato Papa Francesco, che si può costruire una pace duratura e profonda in quanto anche della diversità si riesce a fare un punto di forza e partenza per costruire il “nuovo”.
Tutti aspetti che si possono ritrovare nei film andati in onda in tv. A partire da “Amore, cucina e curry” (sullo stile delle serie di “Amori in cucina” e “Amori all’improvviso”), per la regia di Lasse Hallstrom. Qui viene enfatizzato particolarmente il concetto che i piatti sono memoria, per questo motivo vanno custoditi prima nel cuore e poi portati in cucina. Sono simbolo di cultura e tradizioni, valori identitari da difendere. Al centro della trama una vicenda di concorrenza sleale: tra l’Oriente, con l’India del giovane Hassan e i sapori delle spezie più insolite; e l’Occidente della tradizione della cucina francese di prestigio. Spesso i diversi sono visti come pericolosi, mentre Hassan ha appreso dalla madre ad “assaggiare” tutto. Ad un certo punto esplode anche del fuoco al ristorante indiano (di fronte a quello francese): un po’ come in guerra. Si capirà, poi, che l’inno di Francia non è solo un’incitazione alla distruzione del nemico, ma oltre alla Marsigliese c’è il noto motto di: libertà, uguaglianza e fratellanza. I piatti diversi sono ugualmente buoni e non c’è più motivo di essere ancora in guerra, con una concorrenza spietata in cui non si compete con il nemico in modo onesto, ma lo si denigra. Così la “c” di curry, concorrenza, è anche quella di contaminazione, collaborazione, complicità, complementarietà. Un invito all’aiuto reciproco arriva proprio dalle parole del giovane Hassan alla rivale: “Vorrei farle una omelette, ma per farlo mi servono le sue mani” (dopo che è rimasto ustionato per spengere l’incendio al suo locale).

Ciò ricorda un po’ la frase del protagonista del film di Alessandro Siani (che egli stesso interpreta ne “Il principe abusivo”: “É l’amore che ci rende tutti uguali”; nobili e napoletani doc, reali e gente semplice e umile che vive a scrocco, ma non contratta l’amore. “Spesso voi reali –prosegue il personaggio del regista- siete quanto di più distante dalla realtà”. Gli fa eco l’altra figura, suo alter-ego; ovvero quello del maggiordomo di cui veste i panni Cristian De Sica (ma c’è anche la principessina interpretata da Sarah Felberbaum): “Volevo cambiarlo, ma è lui che ha cambiato me”; non manca nulla in questa favola realistica e moderna.
Ed ecco allora che (tornando ad “Amore, cucina e curry”), ci si influenza a vicenda e Hassan vuole imparare la cucina ‘classica’, che deriva da ‘classe’. Forti le resistenze: un indiano non può diventare francese e viceversa; almeno così si crede. Così si ergono muri di intolleranza. “Perché cambiare una ricetta che ha quasi 200 anni? Perché forse 200 sono troppi”, ci si interroga. Perché non provare ad attraversare la strada che divide (i due ristoranti, come le due culture, uno di fronte all’altro) e cercare di superare le ostilità?, ci chiediamo vedendo il film. Cambiare e modificare non significa annullare, cancellare, ma mutare vuol dire anche migliorare, arricchire, (r)innovare. Insieme. Ci pare di sentire la lezione riassunta nel concetto che “Insieme si è più forti” e ci si può aiutare meglio, come dice Alice a Salvatore e al suo amico ne “La mafia uccide solo d’estate” di Pif (al centro di una master class al Roma Fiction Fest quest’anno). Due, non a caso, infatti sono le stelle date al ristorante francese: due come le culture che le hanno portate, quando qui arriva Hassan come cuoco in apprendistato; stelle come le medaglie d’onore di riconoscimento al valore militare in guerra per i soldati più valorosi (e gli chef migliori). La cucina ora è una scienza non più un’arte. E dunque il giovane indiano si rammenta di quando la madre gli insegnò (e lui imparò) a sentire con i sensi attraverso i sapori. Ora l’unica regola da rispettare (anche ai fornelli) è l’innovazione tramite la sperimentazione. Pe r arrivare a trovare quel gusto esplosivo tramite la combinazione di sapori differenti. Alcuni piatti però non riescono bene ad Hassan come quando li faceva con la sua Marguerite (la giovane chef del ristorante francese di cui si innamora): conta anche con chi si cucina allora pertanto. Se il ristorante francese insegue la terza stella, come tre sono i principi di libertà, uguaglianza e fratellanza, occorre però partire per ritornare (come fa Hassan andando in Francia) per arrivare ad ottenerla. Solo così vi sarà quello scambio del segno di pace, stringendosi le mani come si fa a Messa, alla Maison Mumbai (il ristorante indiano del padre di Hassan). Ritornare per restare. Così ne nascerà “La Francia del ristorante Maison Mumbai”, con due soci: un connubio insolito, ma vincente. E solo in questo momento si prenderà la terza stella insieme.

Spesso sono la sete di potere e di prevaricazione che spinge all’ostilità. Un po’ come insegna “Maleficient-Il segreto della Bella Addormentata”, “Malefica”, con Angelina Jolie; per la regia di Robert Stromberg. Remake del classico Disney del 1959 de “La Bella Addormentata”, in questo caso la Bella Addormentata é la piccola Aurora (Elle Fanning), vittima di un sortilegio della strega cattiva interpretata dalla Jolie; gelosa del fatto che suo padre Stefano, ovvero il suo innamorato di gioventù, l’abbia tradita ed ingannata (privandola delle sue magiche ali enormi) per la bramosia di diventare re. L’incantesimo prevede che la giovane Aurora vivrà in serenità ed armonia fino al suo sedicesimo compleanno e un giorno, quando (a seguito della ferita di un oggetto contundente con cui si pungerà) cadrà in un sonno profondo da cui potrà svegliarsi solo con il bacio dell’amore vero. Ma se Malefica ha in sé nel nome il termine “male”, non è così perfida come sembra. Regina della Brughiera (con la ‘b’ di “bene”), presto si pentirà della sua malvagità e deciderà di salvare Aurora. Il bacio dell’amore vero é quello ad esempio materno, di una madre per una figlia, più che di un innamorato. Così, in questa lotta manichea tra bene e male intrinseci in ogni cosa, in ogni essere, in ciascun luogo e persona (un po’ come gli aspetti negativi e positivi di ogni situazione), Aurora si fa metafora di una nuova alba per il mondo, con un’umanità da salvare, come si è voluta salvaguardare la piccola in infanzia. La Brughiera, parallelamente, diventa simbolo di un muro che divide più che unire, come lo fu quello di Berlino. Aurora, tuttavia, sembra debba essere protetta più che dall’incantesimo dall’egoismo, dal cinismo, dalla miopia di re Stefano, pronto a rinunciare a tutto pur di governare e diventare sovrano; anche all’amore, ad Aurora stessa, che più che tutelare pare trattare come un bene materiale da possedere per prestigio e usare a proprio comodo. La maledizione lanciata da Malefica è magia nera finché a predominare sono l’odio, la vendetta, la prevaricazione dell’altro, l’arrivismo. L’armonia ritornerà quando si attuerà l’aiuto reciproco.

E da Malefica, impossibile non citare “Biancaneve” con Julia Roberts nei panni di una strega veramente perfida. Qui si insegna che “bisogna riconoscere quando si è sconfitti”, mettere in pratica sempre la riconoscenza e la gratitudine. Soprattutto si invita ad andare oltre le apparenze: i nani sono considerati ospiti sgraditi e odiati anche in ragione della loro statura (che li porta ad essere emarginati, ghettizzati, isolati e discriminati in un regno diviso a metà), mentre la loro antipatia deriva dalla sofferenza che hanno provato nel venir mal giudicati; così, allo stesso modo, Biancaneve é considerata debole, mentre è più forte di ciò che sembra. Nel film con la Roberts, poi, l’ordine è inverso rispetto a “Maleficient”: c’è una regina davvero malvagia e un re buono; è il principe a rimanere vittima del sortilegio e la potenza della magia ricade su chi l’ha usata in maniera errata. Se “Biancaneve deve cadere come la neve” – si dice -, lei farà capire a tutti che per avere pace bisogna aiutarsi a vicenda, amarsi e rispettare l’altro. Se i nani possono essere stati malvagi è perché sono stati maltrattati e offesi dalla cattiveria avuta nei loro confronti. Non bisogna, pertanto, giudicare in base a canoni estetici e alla mera esteriorità, ma alla bontà d’animo e generosità di avere la disponibilità di soccorrere chi è bisognoso e in pericolo: questa la vera bellezza di Biancaneve. Ciò vale tanto per gli uomini che per le donne.

Favole moderne di storie senza tempo, reali quanto fantastiche. Regni tormentati in cerca di pace. Sempre in guerra finché non domina l’amore. Sogni di libertà in paesi in battaglia; ali di libertà non a caso metaforicamente rubate in “Maleficient”.

Così come, a proposito di film d’animazione, storia di liberazione è quella di “Belle e Sebastien”, dove protagonista è un’altra figura femminile: quella di Angelina, guida alpina che aiuta a fuggire dall’occupazione tedesca, lungo i passi più sconosciuti di montagna, all’epoca della Seconda guerra mondiale. Fuggire anche da sé; liberare e liberarsi, per tornare ad essere liberi. In mezzo ad ambizioni di pace e desideri reconditi, soprattutto di speranza, Angelina vuole andare in Inghilterra per costruire “qualcosa di importante” e di migliore; così, il capo dei tedeschi pentito si immola e salva un gruppo di ebrei da un agguato di alcuni compatriotti, che i suoi connazionali attendevano al varco (pronti ad attaccare).

Se nelle fiabe il lieto fine è auspicato, il film citato all’inizio “Amore, cucina e curry” è stato anticipato dalla trilogia della serie “Purché finisca bene”: non si riferisce tanto all’happy end finale quanto alle nuove consapevolezze raggiunte. In questo è centrale ed emblematica la frase di uno dei tre film, “Mia moglie, mia figlia, due bebè”, con Neri Marcorè e Serena Autieri (ovvero Antonio e Amalia, i genitori della diciassettenne Noemi, che rimane incinta come la madre): bisogna avere paura della propria paura quando essa ci blocca e non è più un mero campanello d’allarme di pericolo che ci mette in allerta. Bisogna avere il coraggio di vivere la vita sino in fondo senza preoccuparsi troppo, almeno finché si ha la forza. Per essere in pace con se stessi e con l’altro, e che si è pronti ad accogliere pur nella sua diversità e con i suoi difetti e limiti, come accade nell’altro film: “Il mio vicino del piano di sopra”, con Sergio Rubini e Barbara Bobulova, rispettivamente Bruno (un designer sognatore e disoccupato) e Claudia (una manager grintosa e cinica), che litigano per un super attico; un bene materiale di lusso, ma varrà tutto il valore che gli viene attribuito e che si contendono?, oppure ci sono beni (immateriali) più preziosi, come i sentimenti e i principi morali? Infine il terzo (quello di “Piccoli segreti, grandi bugie”, con Chiara Francini e Giuseppe Zeno) sembra invitare alla sincerità nel rapporto con l’altro e ad agire con trasparenza e correttezza, con un’etica professionale improntata alla veridicità dell’informazione e non all’inganno. Nella guerra mediatica moderna allo scoop più sensazionale, Isa (alias la Francini) è una giornalista che cerca l’inchiesta ad ogni costo, anche denigrando e screditando l’oggetto preso di mira (in questo caso un albergo); ma presto si pentirà di questa sua tendenza ad estremizzare ed esagerare i toni e i termini. I tre film hanno quasi preparato il terreno al concetto di pace nel senso lato del termine.

A chiudere il cerchio, l’inizio della quarta stagione della serie televisiva: “Che Dio ci aiuti”. Se la religione si basa su un credo di fede, quest’ultima significa anche fiducia nell’altro; ma occorre passare dalla filosofia del “devo pensare a me” a quella dell’“uscire fuori dal sé”, aprendosi all’altro con altruismo e riuscendo ad ascoltarlo e comprenderlo. Interessante il concetto di un individuo come “un codice a barre”: un tatuaggio (dipinto sul collo di una giovane, un personaggio che è uno dei tanti nuovi protagonisti della fiction, come quello di suor Angela) che ricorda quanto oggi giorno si sia disposti a vendersi e mercificare il proprio corpo, prostituendo non solo il fisico ma anche l’anima, per vedere quanto l’altro sia pronto a pagare per averci; dall’altro lato, al contempo, indica che è riconducibile a una singola e specifica persona ben identificabile, irripetibile e inimitabile nella sua unicità e univocità: qui risiede la sua massima dignità più alta di essere vivente. Accogliere l’altro con quest’ultimo approccio, più che con il primo, permette di instaurare quel legame di fiducia che fa sentire uniti e come “una grande famiglia” all’Angolo Divino di Suor Angela (Elena Sofia Ricci) e Suor Costanza (la Madre Superiora interpretata da Valeria Fabrizi). La bellezza di ogni essere umano risiede nel caos che lo contraddistingue. Portare scompiglio non è sempre negativo, può essere positivo se fatto con gli occhi del perdono e dell’amore: i due ingredienti principali per costruire la pace.

Barbara Conti

Quelli che… “Sarà Sanremo”: 30 protagonisti in gara al Festival

sanremo2017Tempo di Natale, tempo di Sanremo. Anche in clima di festività natalizie appunto si è cominciato a parlare di Sanremo con i nomi dei 30 protagonisti in gara (tra Big e Nuove Proposte), usciti e già noti al pubblico. A comunicarli Carlo Conti nella trasmissione, che è un po’ l’apertura ufficiale pre-Festival, “Sarà Sanremo” (in onda il 12 dicembre scorso). Al centro la gara dei giovani; in diretta da Villa Ormond, per la regia di Maurizio Pagnussat. Se per la kermesse occorrerà aspettare febbraio (come consuetudine), un altro appuntamento è stato lanciato nel frattempo: quello con le canzoni, che si potranno ascoltare sin da fine gennaio. Un’attesa di circa un mese che, intanto, il conduttore ha promesso di riempire iniziando a lavorare meglio e più approfonditamente su quello che ha definito “il contorno” dell’evento: ovvero gli ospiti, l’intrattenimento e tutto ciò che ruota intorno a colei che resterà la protagonista assoluta (e deve rimanere tale, per stessa ammissione del presentatore), ossia la musica e i brani che saranno presentati. Colpiscono i grandi nomi (con grandi ritorni, quasi a sancire degli anniversari e delle ricorrenze da festeggiare) e l’età media bassa dei concorrenti, molti provenienti da “Amici” di Maria De Filippi. Se, metaforicamente, Conti ha paragonato il Festival a un mazzo di fiori colorato da esibire e regalare al pubblico (con le sfumature più varie di tipologie di artisti e generi musicali offerti), a sbocciare sono proprio i giovani talenti (molti nati e lanciati proprio da ‘Sanremo giovani’ appunto e dall’area delle Nuove proposte).
Già dai nomi questo emerge chiaramente. Sul palco dell’Ariston a febbraio saliranno: Al Bano con “Di rose e di spine”; Elodie (direttamente da ‘Amici’) con “Tutta colpa mia”; Paola Turci con “Fatti bella per me”; Samuel (dei Subsonica) con “Vedrai”; Fiorella Mannoia con “Che sia benedetta” (ma il testo è stato scritto da Amara, che già abbiamo visto tra le Nuove Proposte di Sanremo); Nesli e Alice Paba (ragazza di Tolfa vincitrice di The Voice nel team di Dolcenera) con “Do retta a te”; Michele Bravi (giovane di Città di Castello che ha vinto la settima edizione di X-Factor, con all’attivo il testo della sua canzone “A piccoli passi” scritto da Tiziano Ferro): all’Ariston porterà “Il diario degli errori”; Fabrizio Moro con “Portami via”; Raige e Giulia Luzi (quest’ultima protagonista dell’ultima parte di “Tale e quale show”) con “Togliamoci la voglia”; Ron con “L’ottava meraviglia”; Ermal Meta con “Vietato morire”; Michele Zarrillo con “Mani nelle mani”; Lodovica Comello con “Il cielo non mi basta”; Sergio Sylvestre (vincitore di “Amici 2016”) con “Con te”; Clementino con “Ragazzi fuori”; Alessio Bernabei con “Nel mezzo di un applauso”; Chiara Galiazzo con “Nessun posto è casa mia”; Francesco Gabbani (già vincitore tra le Nuove Proposte lo scorso anno) con “Occidentali’s karma”; Marco Masini con “Spostato di un secondo”; Giusy Ferreri con “Fa talmente male”; Gigi D’Alessio con “La prima stella”. Questi Big si esibiranno nelle prime due serate del Festival (in onda dal 7 all’11 febbraio): 11 per ciascuna di esse, 8 accederanno subito di diritto alla quarta serata; gli altri sei eliminati inizialmente, prenderanno parte a un torneo eliminatorio nella terza serata: solamente quattro saranno ripescati, per due di loro l’uscita da Sanremo sarà definitiva. Carlo Conti ha difeso il regolamento (lo stesso dell’anno scorso): nuovamente direttore artistico della kermesse, ha sostenuto che il meccanismo funziona e non si cambia, poiché garantisce una gara equilibrata.
Tra le Nuove Proposte finiranno, invece, giovani dell’Area Sanremo risultati vincitori: Valeria Farinacci con “Insieme” (testo di Giuseppe Anastasi che tenta di descrivere cosa sia l’amore) e (Federico) Braschi con “Nel mare ci sono i coccodrilli”. Gli altri sei trionfanti dalla competizione della serata di “Sarà Sanremo” sono stati: Marianne Mirage (che già si è fatta conoscere al Festivalbar) con “Le canzoni fanno male”, Maldestro (ragazzo di Scampia, figlio di un boss che si è rifugiato nella musica) con “Canzone per Federica”, Lele con “Ora mai”, Leonardo Lamacchia con “Ciò che resta”, Tommaso Pini con “Cose che danno ansia”, Francesco Guasti con “Universo”. Proprio quest’ultimo è stato di nuovo protagonista per la seconda volta, come lo scorso anno, dello spareggio finale eliminatorio: non gli andò bene nel 2015, in questo 2016 è riuscito ad accedere agli otto finalisti che si andavano ad unire ai 22 Big. Tra gli artisti al centro della gara di “Sarà Sanremo” i ragazzi di “Amici”: Chiara Grispo, che è stata una delle due eliminate (con Valeria esibitasi in “La vita è un’illusione”), nonostante la positività del messaggio del suo brano “Niente è impossibile”. Non solo. Ma uno degli spareggi a tre previsti (con quattro gruppi formati e di cui solo due passavano ed uno era eliminato), ha visto una sfida tra un trio di ex concorrenti del programma di Maria De Filippi. I talenti che lo costituivano erano: Chiara Grispo appunto, Lele e La Rua. Ad essere eliminato è stato quest’ultimo. Tuttavia, oltre le lacrime di Daniele, molta polemica poi si è sollevata. Consapevoli della forte critica e contestazione che ne erano nati, per ottemperare a questo malcontento Conti ha promesso che qualcosa si farà. Per regolamento non possono essere ammessi alla gara, ma la loro canzone “Tutta la vita questa vita”, potrebbe finire quale ritornello del Festival ad inframezzare le pause per spot pubblicitari. Sicuramente il loro ritmo è molto energico, e il gruppo punta molto sulla potenza degli strumenti. La band forse dovrebbe mettere più enfasi sulle parole, con più melodie pop e sonorità più soft e meno dark-rock. Soprattutto per una canzone sanremese. Il loro talento indiscutibile ha prevalso, però. Viceversa, hanno destato scalpore altre due eliminazioni all’unanimità (vittime la 18enne Carola Campagna e il duo composto da Aprile e Mangiaracina), accomunate e motivate principalmente dal veder concorde l’intera giuria.
Nella scelta delle canzoni molte le componenti che incidono: il look dell’artista in gara; la melodia e il testo delle canzoni, ma soprattutto se si adatta alla vocalità di chi si esibisce; il suo carattere e la sua capacità di arrivare, di comunicare emozioni e di creare empatia durante la performance con un’esecuzione che deve essere ‘giusta’, ‘adatta’, ‘essenziale’. Spesso è solamente una di queste a vacillare leggermente. Come giusta è stata la volontà di Carlo Conti di dare una spiegazione a come sia possibile che vedremo tra i “Campioni” (uno affianco all’altro), veterani e giovani usciti dai talent. Sono le vendite e il successo a sancire il primato di un artista e, soprattutto, la rapidità di ascesa nelle vette delle classifiche e negli indici di gradimento e di notorietà.
Ultima nota sul Festival di Sanremo 2017 è che sarà una kermesse senza gruppi: “abbiamo avuto poche richieste da parte di band, così come di rapper”, ha precisato Conti.
Una curiosità, infine, che si può notare è che una strana coincidenza o scherzo del destino unisce le sorti (per ironia) di Fabrizio Moro ed Elodie: fu il primo ad “Amici” (come giurato) a scrivere e regalare alla giovane la canzone “Sono anni che ti aspetto”. Ora entrambi si ritroveranno sul palco dell’Ariston.

“Prodigi-La musica è vita” e i 70 anni di Unicef
in onda su Rai 1

prodigi-la-musica-e-vita-1Presentato in anteprima a “Tale e quale show”, il nuovo programma andato in onda su RaiUno “Prodigi-la musica è vita”, sarebbe potuto apparire a molti, a un primo impatto, un sequel di “Ti lascio una canzone”; con Vanessa Incontrada (ospite in giuria alla trasmissione condotta da Carlo Conti) nei panni di una neo Antonella Clerici in versione spagnoleggiante con i suoi “besitos”. Una gara tra dodici giovani “prodigi”, ma soprattutto un’occasione per festeggiare i 70 anni dell’Unicef (presentando, con gli ospiti, alcuni dei progetti umanitari più significativi realizzati). Di cui il 14 dicembre ricorre l’anniversario. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), infatti, come ben noto tutela i diritti e il benessere dei rifugiati in tutto il mondo; è stata istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 14 dicembre 1950: da allora l’Agenzia ha aiutato più di 60 milioni di persone a ricostruire la propria vita. Per questo le sono stati assegnati due Premi Nobel per la Pace, il primo nel 1954, il secondo nel 1981.
Questo ha fatto di “Prodigi” qualcosa di nuovo e diverso rispetto al programma della Clerici (o quale potrebbe essere “Little Big Show” con Gerry Scotti). Infatti “prodigi” non va inteso solamente come talenti, ma anche come miracoli, ovvero eventi eccezionali che si riescono a concretizzare, cambiando completamente alcune realtà tragiche che caratterizzano aree del mondo in difficoltà. Piccole grandi rivoluzioni ricche di umanità. A questo sono serviti i numeri verdi 800 93 93 22 e quello per inviare sms 45566. Alla base di queste “missioni” compiute (come quelle dei missionari appunto parafrasando) la musica, in grado di dare senso di libertà, la forza e il coraggio di trovare quella volontà di andare avanti e sognare ancora. Per questo alla conduzione la Incontrada non è stata sola, ma una valida spalla è stata il Maestro Beppe Vessicchio. Una trasmissione caratterizzata da tre categorie: musica strumentale, danza e canto classico. Tre tutor/giurati: Gino Paoli, Eleonora Abbagnato, Andrea Griminelli. Tre finalisti per ciascuna sezione: Zaira Di Grazia (13 anni nel canto: sa suonare anche il pianoforte, adora Céline Dion e Whitney Houston e quando canta le sembra di stare volando), Emma (15 anni, di lei la Abbagnato ha detto: “la prenderei subito con me nel Balletto dell’Opera”) nella danza e Giuseppe Gibboni (16 anni) nella musica strumentale. Un solo vincitore assoluto: Gibboni. Per quest’ultimo una targa e una borsa di studio. “La musica –ha raccontato il trionfatore- riempie le mie giornate. Mi esercito tre ore al giorno d’inverno e sei d’estate. Il tempo e le ore passate a suonare sono come ore di preghiera per me, di crescita personale. Sicuramente di gioia e passione, con cui le vivo pienamente”. Tutti i giovani in gara hanno più volte evidenziato questo senso di liberazione che provano cantando e suonando.
Soprattutto un programma caratterizzato dai volti di tanti ambasciatori Unicef, testimonial d’eccezione di una serata “speciale”: Roger Moore, Francesco Totti, Orlando Bloom, Audrey Hepburn, Ricky Martin, Leo Messi, Samantha Cristoforetti. Sono loro che hanno prestato il loro volto, mettendoci la faccia (come si suole dire), con il loro viso, esponendosi in prima persona negli spot pubblicitari e promozionali mostrati. Del resto l’impegno dell’Unicef è sostanzioso: ha salvato più di tre milioni di bambini dalla malnutrizione ed ha permesso il diritto all’istruzione a più di 15 milioni di bimbi grazie a una scuola itinerante, ovvero il progetto “Scuola Mobile-School in the box” (non a caso la Incontrada ha recitato con Flavio Insinna in “La classe degli asini”, sull’abolizione delle classi differenziali). Distribuisce più di due miliardi di litri d’acqua ogni giorno. Dal 1990 ha ridotto molto la mortalità infantile, poiché molti bimbi (circa 16mila) periscono a causa della diarrea oggi (che diventa dissenteria).
L’Unicef si è aperta soprattutto all’universo digitale e social, e ai giovani, affinché siano loro i primi principali protagonisti del cambiamento e si avvicinino sempre più a queste realtà. Un esempio è venuto anche grazie al profilo Twitter #prodigi2016 che ha spinto in tale direzione; ma soprattutto dall’intervento di una youtuber (Greta) che collabora con l’Unicef e il cui pensiero è stato ben chiaro: “il mondo social appartiene ai giovani e così voglio portare un messaggio ai miei coetanei per coinvolgere le generazioni come la mia e quelle vicine in un impegno sempre più costante e attivo”. Anche questo è un piccolo “prodigio”, un piccolo “miracolo”, una piccola “rivoluzione”, un piccolo “cambiamento” importante, avvenuto dal basso, da gente comune. Ognuno può fare qualcosa.
Durante la trasmissione sono stati illustrati, in particolare, tre progetti realizzati molto peculiari. Il primo è stato presentato dalla cantante Noemi. Si tratta di un’idea innovativa che ha avuto luogo in Paraguay, dove sono stati ricostruiti degli strumenti musicali con dei resti ritrovati nella discarica nei pressi della quale vivevano e a ridosso della quale hanno convissuto con fame, disperazione e miseria, ma con alto senso di dignità e fantasia. Tanto da costituire e diventare una vera e propria orchestra itinerante che tiene concerti, con una tournée in America latina e persino in Europa. Da qui il richiamo forte al titolo esplicativo della trasmissione “la musica è vita”, un motivo per rinascere. Se è vero, spiega la gente del posto, che non si può accendere un fuoco senza una fiamma, loro sono andati a cercarla in una discarica, dove hanno trovato e (ri)scoperto la forza della musica appunto. Noemi ha parlato di “un sogno realizzato” attraverso la concretizzazione di questi strumenti colorati, che simboleggiano “di quanto siano un modo per loro per suonare e potersi esprimere: una dimostrazione, poi, in più di quanto sia importante il riciclo per sé e per il pianeta intero”.
Poi è stata la volta dell’ambasciatore per eccellenza: Lino Banfi, protagonista del momento forse più toccante e commovente del programma. L’attore ha letto la lettera che una giovane mamma siriana ha scritto al figlio, scomparso durante una delle tante traversate del Mediterraneo da parte dei comuni barconi “della morte” di migranti. Nel testo si legge: “L’acqua purifica, rinnova, disseta, è vita; ma nell’acqua del mare ti ho perso, quel mare che hai attraversato in cerca di una nuova vita. A te è capitato di nascere in una parte del mondo sbagliata. Se potessi scegliere un luogo dove farti morire sarebbe il mio grembo, per poterti far rinascere di nuovo”. La missiva è estratta dal libro “Il giorno dopo” di Andrea Iacomini. Nonno Libero ha raccontato di quando è stato in Eritrea e Angola, non certo una passeggiata con tutti i vaccini da fare; di quando si è recato nella sede di Copenaghen per vedere di persona come si lavora all’interno dell’Unicef, che sostiene: un impegno che ha preso molto seriamente, ha garantito e dimostrato. Per questo ha invitato tutti a dare una mano, ognuno come può. Se non si è in grado di andare direttamente di persona in questi paesi del Terzo Mondo, basta recarsi in un reparto oncologico oppure inviare sostegni che comunque servono sempre: “Basta poco che ce’ vo’”, come dicevano con il sorriso nel noto spot pubblicitario (per Amref) Giobbe Covatta e bimbi africani dallo sguardo tenero.
Poi c’è stato il racconto di Fedez e dell’esperienza forte che ha vissuto in Libano, a pochi chilometri dal confine con la Siria: “un viaggio del genere è nulla rispetto a quello che ricevi, ti dà una forza e una (ri)carica indescrivibili”, ha commentato. Il rapper ha insegnato ai bambini a usare il computer per poter registrare le loro canzoni e (ri)ascoltare la loro musica, ma anche per poter iniziare a suonare. Ha portato una consolle, un pc, una tastiera, un software che ha scaricato, dei microfoni con cui poter far musica; tanto che ha registrato un video che ha fatto vedere che è una testimonianza per sensibilizzare sulla drammaticità della situazione e sull’emergenza. Lì c’è “una situazione precaria e fatiscente” –ha spiegato Fedez- e i bambini sono i più colpiti. I loro occhi –ha proseguito senza retorica- hanno visto solo terrore e dolore. In quei posti a volte sognare diventa difficile”. E qui ha parlato della storia della piccola Fatima: questa bambina non va a scuola per aiutare a mantenere la famiglia, ha il taglio di capelli alla maschiotta per non farsi riconoscere, per non subire violenze e per poter fare lavori duri e pesanti persino.
Infine è stata la volta della medaglia d’argento alle Olimpiadi 2016 a Rio di scherma di Elisa Di Francisca. L’atleta ha mostrato un video in cui dei bambini ballano come per distrarsi, estraniarsi e lasciarsi trasportare altrove verso luoghi (anche immaginari) più felici; e accordano chitarre, un po’ come a (ri)costruire il loro futuro e la loro speranza, la loro fiducia in un domani possibile e migliore; oppure creano braccialetti da rivendere per portare qualcosa a casa: “i nostri occhi –dicono- non dovrebbero vedere la guerra, mentre non hanno conosciuto altro che paura, morte e distruzione. Eppure non vogliamo smettere di studiare e di andare a scuola”. “Ḕ importante imparare da loro. Non hanno niente eppure riescono a realizzare i loro sogni. Col ballo superano la pura, come uno sportivo con lo sport. La musica dà loro la voglia, la determinazione e la forza per reagire. Per questo dobbiamo permettere a tutti loro di sognare e di poter continuare a farlo senza smettere mai”, ha affermato con convinzione Di Francisca.
La musica è universale, è per tutti, si pratica per passione e non è un talento ereditario trasmesso familiarmente, ma ognuno può essere dotato se davvero la sente (ha spiegato Vessicchio). Pertanto anche un non vedente (come il caso di Coselito, di dieci anni e ceco) può persino avere più sensibilità e capacità, sentire la melodia più di altri e suonarla o interpretarla in modo più fine. Pertanto se metaforicamente l’Unicef è Musica vitale (a riprendere “la musica è vita” che è lo slogan di “Prodigi”) per tutti i bimbi più svantaggiati, la sua Melodia è quella dell’Unione con la U di Unicef appunto, dovuta verso tutti (piccoli e adulti, donne e bambini) più sfortunati e bisognosi. Perché la Musica ha il potere e la Magia di Unire anche, oltre che di portare sollievo. Soprattutto a Natale. E, allora, durante il periodo di queste festività natalizie e in tempo di acquisti, perché non riservare un pensiero all’idea di regalare una bella “Pigotta”: la famosa, tenera, colorata e graziosa bambola dell’Unicef? Ormai entrata a pieno regime anche nelle scuole, tra l’altro?

Barbara Conti

Riflettere sullo scorrere
del tempo. Un Nemico
che diventa Amico

tempoRiflettere sullo scorrere del tempo e su ciò che esso rappresenta per ciascun individuo vuol dire ragionare sul senso della vita e  l’uomo ha la grande possibilità di poterlo fare: “Cogito ergo sum” insegna Cartesio; quindi perché non raccogliere ed analizzare il variegato stato d’animo trasmesso da tutti quegli scrittori, filosofi e scienziati che si sono interrogati in proposito? Monsignor Gioia ha colto questa esigenza per fornire una più ampia ma agevole opportunità di riflessione, con diverse chiavi di lettura ed interpretazione. Il risultato è questo libro che parte dall’excursus del pensiero altrui relativamente ad  una delle più grandi questioni metafisiche esistenti, per arrivare all’attualissimo ed intramontabile invito di ampliare la visione occidentale con la quale “pensiamo” il tempo.

fare-pace-con-il-tempo-copertina“Pensarsi“ in base al tempo assume un significato ben più ampio di quello che può essere il tempo dentro e fuori di noi… si può parlare di rappresentazione e sentimenti del tempo che nelle varie epoche susseguitesi connotano il nostro modo di abitare la terra. Le costruzioni della storia prescindono l’abitare il tempo, la cui figura è la forma che ritroviamo nelle cose. Nel costante e inappagabile bisogno di autoaffermazione, vorremmo manovrarlo, esserne padroni a seconda delle nostre esigenze temporali, con l’obiettivo di armonizzare i suoi tre momenti di snodo cioè presente, passato e futuro, estendendo tale padronanza alle relazioni sociali. In realtà, la socialità insita nell’uomo si inserisce nel più ampio spazio della connessione universale che lega tutti gli esseri del creato: l’Io ha necessariamente bisogno di un Tu con il quale rapportarsi, sia per conoscere che per amare. La vera dignità consiste proprio nel pensiero che ci nobilita piuttosto che nello spazio o nel tempo che possiamo occupare.

Federica Zene

L’uomo dal fiore in bocca. Capolavoro di Pirandello
al Quirino di Roma

filippo-manzini-_2Un uomo, un uomo pacifico ed una donna come “un’ombra che passa in lontananza”, che non parla e non entra in scena, sono i tre protagonisti de “L’uomo dal fiore in bocca …e non solo”, capolavoro di Pirandello rivisitato da Gabriele Lavia. L’originale pirandelliano tratto dalla novella “La morte addosso”, che non subisce alcuna modifica nella trasposizione teatrale che ne fece l’autore, è stato infatti arricchito dal regista e protagonista Gabriele Lavia con altre novelle che affrontano il tema della donna e della morte: “per Pirandello sono figure inscindibili, vorrei dire sovrapposte”  chiarisce Lavia.

L’atto unico, rappresentato per la prima volta il 24 febbraio 1922 al Teatro Manzoni di Milano, è un colloquio fra l’Uomo dal fiore in bocca ovvero un uomo che si sa condannato a morire a breve e che per questo medita sulla vita con urgenza appassionata, interpretato da un bravo Gabriele Lavia, ed il Pacifico Avventore, un uomo come tanti, che vive un’esistenza convenzionale, senza porsi il problema della morte, interpretato abilmente da Michele Demaria.

La scena si apre su una simbolica sala d’attesa di una qualche stazione ferroviaria del Sud Italia. E’ notte, è estate e piove a dirotto. C’è un uomo nella stazione quando arriva anche un ometto pacifico, pieno di pacchi colorati, che perde sempre il treno e che lo perderà sempre.

Lfilippo-manzini-lunga’Uomo dal fiore in bocca comincia a dialogare con il Pacifico Avventore con un’insistenza crescente, ironica e disperata, dimostrando una straordinaria capacità di cogliere i più minuti e all’apparenza insignificanti aspetti della vita. Un filosofeggiare che passa dal ruolo delle donne alla mutevolezza soggettiva della realtà, un dialogo ricco di considerazioni amare che però pian piano disvela una terribile verità: l’uomo è in attesa di morire.

Mentre è in preda a queste dolorose confessioni, l’Uomo dal fiore in bocca vede dietro l’angolo l’ombra della moglie, interpretata dalla delicata Barbara Alesse. È una donna preoccupata, lo vorrebbe curare col proprio affetto, ma all’Uomo dal fiore in bocca non è di consolazione, anzi, è un ostacolo alla sua stringente necessità di vita da vivere che lo porta addirittura ad osservare i commessi che impacchettano la merce venduta.

“C’è una donna, che guarda dentro la sala d’attesa, da fuori della grande vetrata – spiega Lavia – e poi ci sono tante “donne…donne…donne” che non si vedono ma che sono l’assillo o l’incubo del nostro piccolo “uomo pacifico”. Chi è quella donna che passa? La moglie? La morte?”.

Ecco nella rivisitazione di Lavia troviamo dunque anche il tema  del rapporto tormentato fra marito e moglie. Così questa donna che passa da lontano e che forse è il simbolo di quella morte che l’uomo si porta appresso come un’ombra diviene, in questa drammaturgia, la protagonista invisibile dei guai grandi e piccoli, ma pur sempre inguaribili, dei due protagonisti. Ma può l’uomo rinunciare alla donna? No, l’uomo non può proprio fare a meno della donna, la sua malattia mortale.

Nell’allestimento in un unico atto al Quirino dobbiamo segnalare l’imponenza della scenografia, disegnata da Alessandro Camera, e realizzata interamente nei laboratori del Teatro della Pergola di Firenze, riaperti appositamente per questa produzione. La struttura portante, alta almeno 9 metri, tutta in legno di pioppo, regge le vetrate annerite della vecchia stazione. Ai lati vi sono lunghe panchine con scanalature e braccioli a motivi semicircolari, mentre il pavimento è composto di tasselli d’abete e ricoperto da uno strato di decorazione a motivi geometrici; al centro, incombente, un grande orologio senza lancette che ha smesso di girare.

Il rumore di sottofondo della pioggia accompagna quasi tutta la rappresentazione. Tuoni, lampi ed una dolce musica ne sottolineano i passaggi salienti. La luce fioca diventa più viva quando l’Uomo dal Fiore in bocca rivela le sue amare verità, per poi spegnersi pian piano.

L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello è la rappresentazione della solitudine che si aggrappa alla banalità dei particolari più piccoli e insignificanti del quotidiano per cercare di rintracciare una superiorità della vita sulla morte. E la morte non è qualcosa che ci salta addosso e che, quindi, possiamo scacciare. No, la morte, quando entra in noi, è invisibile. Uno spettacolo per riflettere, che ha registrato al Teatro Quirino di Roma un grande successo di pubblico alla prima, con la presenza di numerose personalità del mondo dello spettacolo e della politica e che sarà replicato fino al 18 dicembre.

Al. Sia.