Il grande rock dei Deep Purple. Ian Gillan
si racconta

gillan2Cortese, divertito, appassionato. È uno Ian Gillan lontano dallo stereotipo delle rock star insolenti quello giunto nella sede romana di Radio Rock 106.6, per un’esclusiva intervista di circa un’ora e mezza con la speaker Jelena Milic ed il cantante della band Urock Umberto Sulpasso – che già nello scorso aprile lo aveva intervistato in Portogallo.

Lo storico cantante inglese ha ripercorso la sua cinquantennale carriera a partire da “Infinite”, l’ultimo album dei Deep Purple, che verrà presentato al pubblico italiano con tre live a Roma, Bologna e Milano – rispettivamente il 22, 26 e 27 giugno. “Ogni show sarà diverso dall’altro – ha rassicurato. Suoneremo molti brani di “Infinite”, ma anche pezzi storici come “Strange kind of woman”, “Space Truckin’”, “Lazy” e “Smoke on the water”. In più daremo molto spazio all’improvvisazione”.

Se riguardo al futuro della band Gillan ha mantenuto un alone di mistero – “Non sappiamo se questo sarà il nostro ultimo album” -, non ha però esitato ad individuare le canzoni meglio riuscite della sua carriera: “Tutte quelle in cui sono riuscito a scrivere melodie e testi in 10 o 20 minuti, come ‘Child in time’, nata da un’idea di Jon Lord dopo aver ascoltato ‘  Bombay Calling’ degli It’s a Beautiful Day; o anche “Highway Star”, concepita nel corso di un’intervista”.

Non sono poi mancati momenti più scanzonati, in cui il frontman dei Deep Purple ha precisato la posizione della band riguardo al mito del “Sesso, droga e Rock’n’roll”: “Per noi non è masi stato così. Non mi sono mai fatto una canna fino ai 38 anni, al massimo fumavamo e bevevamo. Le ragazze, poi, venivano conquistate da manager e tecnici che lavoravano con noi”.

Ian Gillan si è quindi congedato dagli ascoltatori di Radio Rock 106.6 non lasciando molte speranze riguardo ad un possibile ritorno sul palco con Ritchie Blackmore – primo chitarrista dei Deep Purple -: “Non escludo nulla, ma è molto complesso. È come un divorzio: tu ti sei divorziato da tua moglie, ti sei messo con un’altra donna e c’è gente che viene a chiederti di tornare insieme alla tua ex per una notte. È molto difficile, ma con Ritchie non c’è nessun rancore”.

Il podcast dell’intervista integrale

“Charlie Chaplin – a man’s story” in anteprima al Teatro Marconi di Roma

Locandina Charlie Chaplin - a man's storyAl Teatro Marconi di Roma il 9 luglio 2017 alle ore 21:30 arriva lo spettacolo “Charlie Chaplin, a man’s story” vincitore, su 320 compagnie di tutta la penisola, del Festival “L’Italia dei Visionari 2017”.

Questo spettacolo è stato presentato, per la prima volta, al Teatro del Torrino in occasione del quarantesimo anniversario dalla morte di uno tra i più importanti e influenti cineasti del XX secolo, appunto Charlie Chaplin il 17 e il 18 settembre 2016 e in seguito al successo ottenuto è stato richiesto in altri teatri del territorio nazionale, approdando, per la stagione estiva, al Teatro Marconi di Roma.

Lo spettacolo nasce da un laboratorio estivo per attori durato 40 giorni, che ha prodotto uno spettacolo di grande impatto per le innovative scelte registiche, una ricostruzione del bianco e nero in teatro, considerato, per di più, uno dei suoi punti di forza. Luca Pizzurro ha deciso di indagare nella vita dell’uomo, in questo caso Charlie Chaplin, dapprima bambino povero ed estremamente sofferente per i colpi che la vita gli aveva assestato, fino al raggiungimento del suo successo. Ed è solo a questo punto che l’autore decide di creare una sospensione della narrazione, abbandonando quindi la carriera, nota oramai a molti, per entrare all’interno della sua bellissima casa in Svizzera dieci giorni prima della morte dell’attore.

È quì che la lente d’ingrandimento della storia indaga con sorprendente lucidità il Charlie Chaplin padre, un uomo, che al mondo appariva in modo assolutamente diverso da quello che i figli e, in particolar modo Jane Chaplin, la figlia, riscontrava dentro una casa dove regnava il silenzio e l’anaffettività, al punto da spingerla a definirsi figlia di un’icona e orfana di padre.

Uno spettacolo che catapulterà il pubblico presente in un mondo surreale che solo una delle personalità più creative e influenti del cinema muto degli anni ’20 può regalare.

‘Facciamo che io ero’:
la semplicità e la comicità di Virginia Raffaele

Virginia-Raffaele-Facciamo-cheSoltanto quattro (purtroppo) le puntate per Virginia Raffaele per il suo show su RaiDue “Facciamo che io ero”. Buon ritmo, non troppo lungo, molto scorrevole e fruibile, é risultato piacevole. Però forse solo quattro puntate sono state poche per permettere a Virginia Raffaele di mostrare tutte le sue capacità, al pubblico di adattarsi e fidelizzarsi allo spettacolo, allo show di svilupparsi maggiormente: non ha fatto in tempo a cominciare che era già finito. Non é mancato nulla e se qualcosa poteva essere integrato era uno spazio interviste con gli ospiti in veste di giornalista per creare una pausa diversa ad inframezzare gli sketch comici. Un tentativo riuscito che potrebbe/dovrebbe essere replicato. Concluso con uno scoop che potrebbe rappresentare un nuovo avvio; costituito dalle imitazioni e dai personaggi classici della Raffaele (da Carla Fracci a Donatella Versace allo spazio di parodia di #carta bianca di Bianca Berlinguer, a Sandra Milo), non sono mancati gli ospiti. Uno di questi è stato Tiziano Ferro, che ha regalato il suo ultimo singolo “Lento/Veloce” e una cover di “Joyful joyfu”. Sicuramente il momento migliore della trasmissione, il cantante ha chiesto all’imitatrice di fare un programma insieme. Se l’artista di Latina ha dimostrato notevoli doti di imitatore, la Raffaele ha esibito ottime qualità canore nei duetti con Fiorella Mannoia e Mika. Virginia non è solo una abilissima imitatrice, sa presentare e cantare. Ha una voce splendida che ricorda quella di Serena Rossi: stessa simpatia, con una capacità comica che ricorda più quella di Paola Cortellesi. La vedremmo bene in un musical o a teatro per la sua intensità interpretativa emersa nei monologhi sui sogni e sulla rabbia. Nel primo ha rimarcato quanto abbiamo perso la voglia e la capacità di sognare: non sogniamo più perché non abbiamo sogni, non sappiamo più nemmeno noi cosa sogniamo e desideriamo; anzi è come sognassimo i desideri degli altri e non i nostri. E poi spendiamo -ha rimarcato nell’altro- un’infinità di energie nervose al giorno ad arrabbiarci per cose futili, dimenticandoci e senza capire che la rabbia é un sentimento importante, un’emozione preziosa che dobbiamo imparare non solo a gestire, ma ad usare con moderazione. Facciamo che ci pensiamo, dovremmo dire con il titolo, che forse è la cosa che ha convinto di meno. Un modo più incisivo forse sarebbe potuto essere: “Musicomedy”, che riprende le parole musica, ma anche musical e commedy, ovvero commedia, per il tono leggero e divertente di una commedia. Oppure, scritto attaccato o staccato, aggiungendo proprio l’aggettivo ‘comico’. “Music comedy comico” valorizzerebbe non solo anche le capacità recitative e drammaturgiche della Raffaele che (come Serena Rossi o Paola Cortellesi) farebbe bene anche un film. Senza contare il fatto che, oltre che con Tiziano Ferro, lei potrebbe fare un altro programma proprio con una di loro due, come fu per “Laura &Paola” con la Pausini e la Cortellesi; con una compagna di viaggio femminile invece che con un’ottima spalla quale è stato Fabio De Luigi. Ma quest’altro titolo non rimanda tanto al cinema quanto piuttosto alla realtà. Una trasmissione fatta di imitazioni non fu mai più ancorata alla vita vera di quella di Virginia Raffaele. Non solo dopo la ‘finta’ Carla Fracci é arrivata quella vera, ma alla copia di Donatella Versace si è affiancato il reale Renato Balestra, senza contare l’arrivo della vera Ornella Vanoni. Così man mano Virginia si è cimentata sempre più anche nel canto. Se già é stata a Sanremo e se la sua voce non è meno ‘nobile’ di quella di Serena Rossi e Paola Cortellesi, allora perché non pensare di tornare sul palco dell’Ariston in gara in un duetto oppure semplicemente per la serata delle cover? Un’esperienza diversa, ma di cui il Festival sarebbe degno e lei all’altezza. Soprattutto se avvenisse con un pezzo ‘impegnato’ come il contenuto dei suoi monologhi. Questo hanno legato alla quotidianità il suo show, intriso di un’umanità sorprendente. Virginia Raffaele stupisce per la sua semplicità ed umanità, per il suo essere sempre così se stessa in ogni personaggio che imita e in tutto ciò che fa. Anche a partire dall’abbigliamento: pantaloni e maglie, canottiere o casacche, molto eleganti anche se casual; vestiti sexy con paillettes, ma mai troppo esuberanti o fastosi. E le pettinature? Molto essenziali e non si preoccupa se le acconciature si stropicciano, ma lascia i capelli sciolti o raccolti in modo molto naturale. Del resto anche la scenografia del programma è stata tale. Divertente, sensibile, briosa, allegra, solare, dispensa sorrisi e riflessioni con una naturalezza istintiva, senza bisogno di copioni scritti ad hoc, ma dice solo ciò che pensa e sente. Le sue battute sono riuscite perché non tanto studiate appositamente, quanto propedeutiche a descrivere e fare un dipinto del mondo che la circonda a cui lei è attenta, con una carrellata delle principali problematiche. Problemi che sono sempre attuali, aggiornati e contemporanei, come le gag e lo spazio dedicato alla moglie del presidente americano Trump: una satira acuta, ma mai sarcastica. Coraggiosa, Virginia non usa mai, infatti, un sarcasmo offensivo. Sketch che fanno ridere senza essere volgari o retorici. Per un one woman show dovremmo dire. Ma onore all’impegno di Fabio De Luigi.

1993, la Serie. Colpi
di scena nel solco dell’incertezza

Stefano Accorsi

Stefano Accorsi

La settima e ottava puntata della fiction 1993, completano una Serie TV all’insegna dei colpi di scena, terminata sempre nel solco dell’incertezza di fondo che caratterizza la vita di ognuno dei protagonisti. Come accaduto in alcuni momenti della precedente fiction 1992, c’è in 1993, una marcata impronta paranormale, con continue visioni di personaggi e ricordi che riemergono dal passato dei protagonisti. Favolosi anche gli effetti scenici di tutta la serie, e l’ambientazione, con una cura maniacale anche ai piccoli dettagli.

I PERSONAGGI:

LEONARDO NOTTE, scaricato da Berlusconi, tenta di passare con il PDS di Massimo D’Alema, rivelandogli il programma politico del Cavaliere, per entrare nelle sue grazie. Ma alla fine si scopre che la sua è tutta una tattica. Infatti, Leo, ha registrato una incredibile confessione fatta da un suo amico del PDS, riguardante Primo Greganti, che potrebbe far saltare in aria anche il centrosinistra, e vuole utilizzarla. Quindi, chiede ed ottiene un appuntamento da Berlusconi, al Jolly Hotel, dove la squadra di Forza Italia si stava radunando. Ma non avrà la possibilità di far ascoltare la registrazione al Cavaliere, perché davanti all’albergo viene sparato da Arianna sua ex compagna e moglie di Rocco Venturi. A lei, precedentemente, in una cena, Notte, aveva confidato dell’omicidio del poliziotto, dopo aver spento il registratore che Arianna aveva portato per tendere una trappola a Leo.

PIETRO BOSCO, dopo aver pensato che la polizia fosse vicino al suo arresto per una tangente di 200 milioni, capisce che la mazzetta di cui si parlava non è la sua. Politicamente, ritorna vicino al leader leghista Bossi, che aveva appena siglato l’alleanza governativa con Berlusconi, tradendo il Professor Miglio.

VERONICA CASTELLO, preoccupata della possibile uscita del suo libro, decide di tendere una trappola all’editore, portandolo a letto in casa sua, e filmandolo inconsapevolmente, per poi, successivamente ricattarlo. Intanto, in una cena politica, si convince a partecipare ai provini della Fininvest per entrare a far parte di Forza Italia, e dopo aver incontrato Silvio Berlusconi, questo la sceglie.

GIULIA CASTELLO, decide di scrivere un libro sulla tangente Enimont, frutto di intere settimana di ricerche, ottenendo il tanto agognato successo.

LUCA PASTORE, grazie a Bibi Mainaghi, riesce a scoprire il nome fittizio di Duilio Poggiolini, che viene arrestato, e a cui, durante una perquisizione in casa, viene sequestrata una quantità smisurata di lingotti d’oro, gioielli e moltissimo denaro. Successivamente, Luca, rivela ai suoi colleghi della Procura di essere malato di AIDS, e, ritenendo di aver terminato il proprio lavoro, informa Di Pietro di voler lasciare la procura. Quest’ultimo cerca di convincerlo, ma da una parte c’è la proposta del Deputato Gaetano Nobile, che gli offre di far parte dei Servizi Segreti, e dall’altra quella di Eva, di mollare tutto e scappare a Panama. Pastore sceglie la seconda possibilità, spiegando via lettera Di Pietro i motivi che lo hanno portato a lasciare la procura la sua volontà di cambiare vita.

BIBI e ZENO MAINAGHI, decidono di collaborare con la giustizia per colpire Brancato, che, hanno scoperto essere, il mandante dell’omicidio del loro padre, Michele Mainaghi. Pastore chiede a Bibi di aspettarlo con le valigie pronte, ma Luca trova invece un’auto con degli assalitori, che ingaggiano con lui una drammatica sparatoria. Prima viene colpita la sua macchina, poi, una volta fermi, Luca riesce a bloccare e ad ammazzare i killer, inviati da Brancato per ammazzarlo. Bibi, intanto, probabilmente tradita dal fratello Zeno e dall’infermiera vicino a questo, viene uccisa dal suo autista, che fa passare l’accaduto per un’overdose, infatti, la ragazza esanime a terra viene trovata con una siringa nel braccio.

Alessandro Nardelli

1993, la serie. Un filo comune tiene insieme
tutti i personaggi

1993La quinta e la sesta puntata della fiction 1993, penultime di questa accattivante Serie TV, sono caratterizzate da un filo comune, che tiene insieme tutti i personaggi, quel sentimento di rinascita che spinge ognuno ad agire per ritornare a vivere, per dare un taglio a una parte oscura del proprio passato. Si comincia con l’arresto di Sergio Cusani (Stefano Dionisi), protagonista del caso relativo alla maxi tangente Enimont, per terminare con un nome ben preciso, Duilio Poggiolini, che sarà, probabilmente l’anteprima a quel che accadrà nelle puntate successive.

I PERSONAGGI:

Sergio Cusani, interpretato magistralmente da Stefano Dionisi, ragioniere e contabile della maxitangente Enimont, arrestato, rifiuta fin da subito di collaborare con la Magistratura, sostenendo di non avere alcun interesse a fare nomi di altre persone come hanno fatto molti altri personaggi eccellenti di Tangentopoli, che pur di uscire dal carcere si sono detti disponibili a collaborare. In galera, egli fa amicizia con un altro arrestato importante, Leonardo Notte, con cui condividono la passione per i buoni libri, e un’incredibile voglia di continuare a fare il proprio lavoro, questa volta, però, al servizio degli altri. Cusani infatti gestisce la contabilità dei carcerati.

Leonardo Notte, invece, inizia a condurre delle indagini di mercato tra gli arrestati, per conoscere qual’è il loro di soddisfazione della struttura carceraria. Intanto, pur di salvarsi, e di ritornare alla sua vita normale, acconsente alla richiesta di uccidere un imprenditore “ospite” della galera, evitando problemi con l’inviato di Cosa Nostra Brancato. Non potendo farlo lui, si serve di un altro carcerato di colore, al quale in cambio promette i soldi per far arrivare la figlia in Italia. Eseguito l’assassinio, come da accordi con la mafia (la colpa se la prende qualcun altro), Leo è finalmente libero, e torna al suo lavoro, quello di pubblicitario con la smania di far carriera. Resosi conto che Berlusconi non lo ritiene più il candidato ideale, allora chiede a Muratori, suo padre, di presentargli D’Alema.

Pietro Bosco, finito nella lista nera del “Senatur” Umberto Bossi, diviene un fedelissimo di Gianfranco Miglio, l’ideologo della Lega Nord, sperando in una ricandidatura, che Bossi non vuole offrirgli, ma che neanche Miglio può garantirgli. Bosco cerca di convincerlo allora di andare al congresso e di sfidare Bossi. Nel mezzo i problemi economici del padre, indebitatosi di 200 milioni con gli strozzini. Pietro riuscirà a salvare il padre, chiedendo il denaro alla gente a cui aveva fatto un favore quando era in commissione difesa, tradendo la Lega.

Veronica Castello, intanto, prosegue nella redazione del suo libro intervista, e riesce a ritrovare veramente la sua persona grazie all’aiuto di Davide, lo scrittore che si sta occupando di buttare giù assieme a lei l’autobiografia di quest’ultima. Cominciano a sorgere in Veronica i primi dubbi, e comincia a chiedersi se è davvero il suo mondo questo, oppure può rinascere mollando tutto e riscoprendo se stessa.

Giulia Castello, inizialmente litiga pesantemente con Scaglia, collaboratore di Di Pietro, che la ritiene in parte responsabile del suicidio di Gardini, con quell’articolo scoop in prima pagina su Giuseppe Garofano, ex presidente della Montedison ed ex amministratore delegato della Ferruzzi. Questo litigio gli fa sorgere dubbi riguardo all’etica del mestiere che svolge, dissipati subito da Indro Montanelli, al quale chiede consiglio.

Luca Pastore, dopo un trip da LSD, comincia a immaginare situazioni strane, fino a diventare protagonista dello spot Aids che impazza in tv. Nel mentre, un dualismo, da una parte la voglia di mollare tutto e andare via, e dall’altra le indagini sulla malasanità, che vede Pastore interrogare De Lorenzo. In tutto ciò, la vaghezza dei familiari del Prof. Antonio Vittoria, suicidatosi in circostanze poco chiare, e la voglia del figlio di fare giustizia, che porterà quest’ultimo a fornire a Pastore, alcuni oggetti personali del Professore, contenenti un foglio con tanti appunti, in cui compare un nome, Duilio Poggiolini.

Zeno Mainaghi, in una clinica per disintossicarsi dalla dipendenza dagli stupefacenti, nonostante tutto riesce ad assumere cocaina anche qui, fin quando ritrova come infermiera una sua conoscenza d’infanzia, che si prende cura di lui, cercando di riportarlo sulla retta via.

1993, la Serie. Dopo l’attentato di Via Fauro l’oscurità nei personaggi

Come sempre avvincenti, la terza e la quarta puntata della fiction 1993, caratterizzate però da una certa aria di cupezza, a partire dall’inizio, con l’attentato di Via Fauro, per continuare con il suicidio in carcere, con la testa in un sacchetto di plastica, di Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni, fino alla conclusione con il suicidio del noto imprenditore della chimica, Raul Gardini, trovato morto con un colpo di pistola alla tempia, la mattina in cui doveva essere interrogato in Procura.

1993 3 4 puntataI PERSONAGGI:

LEONARDO NOTTE, inizialmente sempre più vicino al passaggio dal semplice entourage, al cerchio magico di Silvio Berlusconi, ancora indeciso se tentare o meno il salto in politica, nonostante le pressioni continue, e fruttuose di Notte, che diventerà grande amico con il Cavaliere, tanto da visitare assieme a lui il mausoleo di Arcore. Qui, Berlusconi avrebbe voluto seppellirci sia la sua persona che i suoi amici. Difatti, erano stati già approntati loculi di Confalonieri, Dell’Utri, Previti e Notte, sempre più uomo di fiducia di Silvio, che lo considerava il candidato ideale per l’eventuale forza politica che sarebbe scesa in campo.

Questo fin quando non viene ritrovato il cadavere di Rocco Venturi, un poliziotto che nella fiction 1992, lavorava con la squadra di Di Pietro ma che ha sempre nascosto la sua vera vita. Venturi, ammazzato da Leonardo Notte, era stato sepolto da quest’ultimo nel cantiere della famiglia Mainaghi, ma, una volta riaperte le indagini, successivamente alla macabra scoperta, questi verrà accusato da uno spacciatore di essere l’assassino, e verrà arrestato. In carcere Notte verrà avvicinato dall’avvocato di Bibi Mainaghi per uno scambio di “favori”, che permetterebbe al pubblicitario di uscire dal carcere (“La colpa se la prendono altri”). Leo inizialmente rifiuta, poi, per non abbandonare la figlia Viola, si convince.

PIETRO BOSCO, inizialmente lo si vede al capezzale del suo “scopritore” Bortolotti, finito in coma, e fortunatamente salvatosi, dopo aver tentato il suicidio perché ricattato da un transessuale, al quale Bosco offre ospitalità in casa propria, dopo aver saputo che era a sua volta minacciata dal suo protettore. Questo fin quando, un giorno, Bortolotti, ristabilitosi ed eletto al consiglio comunale di Milano con Formentini sindaco, non nota il transessuale in casa di Pietro, scatenando un putiferio, che culmina in una discussione accesa nell’ufficio del leader leghista Umberto Bossi, davanti al Senatùr. Nel mezzo, Bosco scopre che la commissione di vigilanza ha molto meno potere di quello che lui credeva, e, consigliato dal vicino di casa democristiano, Gaetano Nobile, inizia a frequentare i salotti della nobiltà decadente, con la speranza di riuscire a convincervi anche Bossi.

VERONICA CASTELLO, è praticamente ossessionata dal fantasma di Mainaghi senior, suo amante e protettore, che vede ovunque. Preoccupata dalla possibilità di non essere la prima ballerina del programma “Vamos a bailar”, Veronica è disposta a tutto, anche ad avere un rapporto sessuale con un dirigente RAI. Ma una volta ottenuto quello che voleva, ecco scoppiare lo scandalo, che vede Veronica pronta a finire sulle pagine dei giornali con degli scatti privati che la riguardano e che la vedono fare del sesso orale ad un uomo. Lei, però, per evitare che la pubblicazione avvenga propone al direttore del giornale, che accetta, un libro confessione.

GIULIA CASTELLO, cronista d’assalto, pronta anch’essa a tutto per mantenere il proprio compito di cronista che segue la Procura di Milano, anche a masturbare un collaboratore di Antonio Di Pietro, Scaglia, con il quale si frequenta, pur di ottenere i verbali dell’interrogatorio di Giuseppe Garofano.

LUCA PASTORE, inizialmente, per la felicità della sua fidanzata, aveva deciso di mettere da parte il sentimento di vendetta. Ma spostato a Roma, incaricato da Di Pietro di collaborare con la Procura della Capitale, tramite con quella di Milano, riprende questa sete di giustizia, che lo vede accelerare sulle indagini riguardanti la Sanità. Nel mentre si è occupato dell’arresto eccellente di Leonardo Notte, colpevole dell’omicidio del collega di Pastore, Rocco Venturi.

BIBI MAINAGHI, alle prese con collaboratori poco raccomandabili, che gravitano intorno a lei e a suo fratello Zeno, è disposta a tutto pur proteggere quest’ultimo, la cui presenza, mette a repentaglio gli intrecci poco chiari e gli affari che tali persone portano avanti. Questo perché Zeno, fuori controllo per via della dipendenza dalle droghe, potrebbe rivelare i segreti all’esterno.

Alessandro Nardelli

“Ci vediamo domani”: nuovi anziani, giovani eterni scopritori

ci vediamo domani“Ci vediamo domani”, perché “Andiamo a quel paese”. Non è una conversazione tra amici per mettersi d’accordo e darsi un appuntamento; ma un modo per descrivere il film del 2013, per la regia di Andrea Zaccariello (il primo) con Enrico Brignano e Francesca Inaudi, con un’idea di base che ricorda quella ripresa nel secondo (del 2014, di Ficarra e Picone). Il concetto è che, in un’epoca in cui i dati Istat sulla disoccupazione non sono rassicuranti e il precariato é sempre più imperante, “bisogna inventarsi qualcosa” che sia quell’occasione tanto attesa di successo e riscatto. Così il protagonista, Marcello Santilli (Enrico Brignano), considerato un fallito dalla moglie Flavia (Francesca Inaudi) pensa di aver trovato la sua: aprire un’agenzia di pompe funebri in un paesino sperduto della Puglia dove vivono solamente ultra novantenni. Non ha considerato, però, che quei simpatici e vivaci vecchietti sembrano avere sette vite come i gatti e non essere destinati ad esaudire il suo sogno di avere un’attività florida, ricca e ben quotata. Man mano che entra in contatto con loro capirà molte cose sul senso della vita. Un’esperienza che lo metterà di fronte a diversi interrogativi, sul significato di immortalità e di eternità. Comprenderà davvero quale è l’elisir dell’eterna giovinezza che rende immortali questi anziani così attivi e longevi. Di sicuro -afferma- “c’è un’aria diversa in giro, non so se morale o no”, ma di certo differente con “una nuova moralità”; discutibile, forse non etica, in cui vigono diversi principi che dettano le nuove priorità. Allora, se non sembra più esistere neppure l’amore (la moglie lo molla per un altro, ovvero Gabriele Camicioli interpretato da Ricky Tognazzi), riscoprire i valori di una volta potrebbe aiutare. Ci si chiede: rivorreste indietro la vostra vita e il vostro passato? Perché, in fondo, è chi ha avuto il passato e lo ha mantenuto dentro sé e salvaguardato che può avere il futuro. “Non potete morire perché non avete rimpianti”, -si rivolge loro così Marcello, che pare quasi intendere più i principi morali di cui sono portatori che rivolgersi agli anziani-. “Siete già nell’eternità perché sapete che cos’è” – è la sua illuminante scoperta-: ovvero quel dirsi sempre ‘Ci vediamo domani’ (del titolo) prima di lasciarsi, dandosi appuntamento al giorno dopo; quasi a significare di esserci sempre, di sentire uniti come una famiglia, vicini e contenti di incontrarsi e di vivere e fare le cose insieme. Non si muore (soprattutto dentro) quando ‘non si ha più nulla da perdere’ (come chi sembra arrivato alla fine della sua vita), perché è in quel momento che si può avere ‘il coraggio assoluto di fare tutto’. Soprattutto, loro sanno godere in pieno della vita perché ‘non si possono raccontare loro balle sul futuro’. Ed è così che la verità è una sola: “per essere liberi oggi bisogna non possedere niente”. Quasi che l’unica cosa che si debba possedere é quell’essere ancorati ai valori di un tempo e la sola che valga, in una società materialista. C’è una povertà peggiore di quella economica o di lavoro, che è quella dell’aridità di cuore. Essere liberi dai preconcetti, dai pregiudizi, dal dominio del ‘dio denaro’, del guadagno facile, del ‘tutto e subito’ in una vita programmata e scandita da ritmi frenetici in giornate che sono routine sempre uguali. Poter apprezzare, invece, le piccole cose e ogni momento (anche quello più insignificante) senza troppi pensieri né preoccupazioni ne fa assaporare meglio il valore. Un’apologia dell’anzianità, mentre si cerca di capire cosa sia e resti per sempre. Ai tempi in cui c’è la riscoperta dell’agricoltura quale motore economico e degli antichi mestieri, gli anziani possono ancora fare scuola a tutti gli effetti e meritano non solo rispetto ma un ruolo guida in quanto vera risorsa sociale (le parole di Papa Francesco lo ricordano e anche il recente ‘reato di tortura’ sottolinea l’importanza del rispetto della dignità della persona umana). Tanto che, se oggi vige la fobia delle ruge, che si sfuggono ricorrendo sempre più comunemente al lifting, si arriva all’esplicito desiderio di voler invecchiare del protagonista Marcello Santilli. Ma il film non è solo un elogio del nuovo primato di ‘anziani giovani dentro’, ma è anche una pittura della società moderna con tutte le sue difficoltà e contraddizioni intrinseche, recenti e attuali. Una commedia realistica in cui l’impronta di realismo e comicità si sente forte ed è data dalla presenza di Enrico Vanzina e Alessio Maria Federici che ne hanno scritto il soggetto, a cui si è aggiunto Carlo Vanzina che ne ha firmato la sceneggiatura. Ma non intercetta solo i luoghi comuni sociali, ha persino la drammaticità e la teatralità di un’opera di teatro. Perché quest’ultimo è anch’esso una forma d’arte antica, ma sempre nuova e valida. Centrale è sicuramente il ruolo di Enrico Brignano (protagonista assoluto dell’interpretazione). Per questo “Ci vediamo domani” starebbe bene portato sul palco di un teatro, per un ‘one man show’ di Brignano, sullo stile di quei tanti monologhi impegnati cui ci ha abituati (persino al Festival di Sanremo). Con, ovviamente, l’allestimento di un’ambientazione semplice, essenziale, asciutta. Un uomo, chiuso dentro una stanza, seduto su una sedia a guardare tutto il mondo fuori che cambia da una finestra; e che magari comunica con le nuove tecnologie (computer e cellulare, oltre al tradizionale telefono). Per poi ritrovarsi nel finale tutti seduti a un tavolo a raccontarsi la propria vita, a rivelarsi le nuove scoperte fatte, se davvero tutto è cambiato e se il passato è veramente perso per sempre o può tornare. Ma soprattutto a confessarsi che nella vita bisogna essere sempre curiosi, osare, voler conoscere per sapere cose nuove. Quello ci fa sentire vivi. Sempre. Perché, per uscire fuori nel mondo, occorre prima essere pronti ad accogliere e far entrare dentro (sé) il ‘nuovo’ che c’è all’esterno. Per una storia individuale, universale e collettiva. “Ci vediamo domani”: appuntamento con la vita, con il nuovo e con l’esperienza saggia e molto educativa degli anziani.

“Famiglia all’improvviso-istruzioni non incluse”, amare inaspettatamente

famiglia-all-improvviso-l-emozionante-trailer-italiano-del-film-con-omar-sy-v3-287817“Famiglia all’improvviso-istruzioni non incluse” è uno di quei film che fa ridere e piangere, ma soprattutto sa stupire con un effetto sorpresa finale. A stravolgere tutto é più quello che non si sa che le certezze acquisite. Insegna come siano gli imprevisti a farci crescere e maturare, a responsabilizzarci, a farci capire cosa significhi prendersi delle responsabilità, a non avere paura oppure a come affrontarla nel migliore dei modi: con il sorriso e la fantasia. A come porsi di fronte alla malattia e persino davanti alla morte: sdrammatizzando e vivendo intensamente ogni momento come fosse l’ultimo. Non pensando, come uno stuntman che sta per schiantarsi con una macchina o per gettarsi nel vuoto dall’undicesimo piano per fare la controfigura in una scena che, più rischiosa é e più è sensazionale o “sublime”. Fare di ogni caduta una festa: questo rende immortali. Insegna che riuscire ad esserci sempre per una bambina che non sai nemmeno se sia la tua e di cui ti ritrovi all’improvviso a doverti occupare, questo significa essere un padre. E soprattutto un uomo vero. Vivere da persone libere non significa essere superficiali, perché la sofferenza si può nascondere anche dietro un sorriso. “Famiglia all’improvviso” (da non confondere con l’omonimo film del 2012, per la regia di Alex Kurtzman, dove a cambiare è il titolo originario in inglese di “People like us”) è anche una storia di una profonda amicizia, che tratta anche l’omosessualità, vista come una risorsa, un’ancora di salvezza più che un impedimento, un ostacolo o un limite. Per essere una famiglia (o dei veri amici) occorre prima innanzitutto sentirsi tali veramente.
Il titolo potrebbe essere fuorviante. “Famiglia all’improvviso-istruzioni non incluse” di Hugo Gélin potrebbe far pensare a un film che dica e mostri come si diventa una famiglia ai tempi moderni, in cui ne esistono migliaia di tipologie e quella allargata sembra essere quella che descrive meglio la realtà sociale e demografica che si presenta in uno scenario culturale come quello moderno, multiculturale e globale. Tuttavia non è solo questo il tema centrale. Il titolo si riferisce a “Instructions not included”, il film messicano del 2013 per la regia di Eugenio Derbez di cui è un remake. Invece il titolo originale di questo film francese è “Demain tout commence”, “Domani comincia tutto”. Infatti si parla di futuro, di guardare avanti sebbene il presente sia quello che conta. Se delle istituzioni ci sono, sono quelle per come diventare eterni e inseparabili. Non ci sono regole su come fare il padre o la madre od essere un buon genitore, perché genitori non si nasce (imparati) lo si diventa. Come si vede si va ben oltre il concetto di famiglia.
Non solo. L’altra idea e impressione fuorviante che ne può sorgere è che tutto sia incentrato su una concezione di paura e che tutto il film sia concentrato in un racconto di formazione persino a lieto fine, dove tutto finisce bene “e vissero felici e contenti”, una volta ripristinato l’equilibrio e chiuso il cerchio che ha portato a ricongiungere chi sembrava destinato ad essere separato e invece rimarrà per sempre insieme. Così non è. Si parte certo dalla definizione di paura, subito in apertura. Il protagonista stesso descrive il momento in cui -da piccolo- il padre gli disse: “Chi ha paura di qualcosa dà a questa paura un potere immenso; è come un animale, che può essere addomesticato o ucciderti”. E lui confessa: “non ho capito cosa volesse dire, ma ho compreso che quel giorno voleva diventassi un uomo”.
Ma quello che si va ad affrontare sono i rapporti sociali a tutto tondo, di un gruppo che affronta insieme i problemi e si relaziona; impara ad entrare in contatto con l’altro, scoprendo aspetti inediti di sé e di chi ha incontrato nella sua vita. Ognuno dà il suo contributo a suo modo. Non è solo la storia di un padre e di una figlia o di una coppia e un eventuale triangolo aggiuntivo che si venga a creare. Non è una semplice favola moderna, la classica commedia realistica melodrammatica. Certo gag divertenti non mancano a causa della scarsa conoscenza scolastica dell’inglese da parte del protagonista. Se con un corso di lingua questa si può imparare, quello che non si può insegnare né apprendere é ad amare a prescindere dai legami di sangue. Quello raccontato è un tipo di amore che va oltre tutto: l’amore incondizionato. Per una storia attuale in una realtà mitteleuropea. Da Parigi a Londra. La conclusione è che, se una paura da temere c’è, non è quella del rischio o del pericolo, ma quella di non vivere: persino la paura di morire è nulla in confronto a quella. Così come per essere felici basta poco e non occorrono eventi eccezionali. Il film parte un po’ in sordina e tutto sembra far intravedere che sia destinato a rivisitare molti luoghi comuni. Invece, ben presto, sfaterà tutti i cliché. Con la semplicità con cui si parla ai più piccoli, come una bella fiaba letta a un bambino.
Il protagonista è Samuel (Omar Sy), un apparente immaturo latin lover, che ama spassarsela con diverse donne senza mai
legarsi, inaffidabile anche sul lavoro. Vive nel Sud della Francia e non è di certo il ritratto della costanza e dell’attendibilità. Finché, da Londra, non ritorna una sua ex: Kristin (Clémence Poésy), con tanto di figlia a carico che gli dice sia sua. Gli lascerà la piccola Gloria (Gloria Colston), per poi scomparire. Lui deciderà di andarla a cercare nella capitale della Gran Bretagna. Non la troverà e lui perderà anche il suo precedente lavoro. Poi a Londra diventerà uno stuntman dopo aver incontrato nella metropolitana Lowell (Ashley Walters), visibilmente gay. Alla figlia manca la madre e così si inventerà finte mail inviate dalla mamma in giro per il mondo quale agente segreto. Così come dirà bugie alla preside della scuola della figlia (Miss Appleton alias Anna Kottis), che porta sul set, per le assenze ingraziandosela con segreti in anteprima sulla serie che gira come stuntman. Così ci si interroga se quella sia un’educazione, se lui sia veramente in grado di fare il padre, se sia giusto mentire a fin di bene e ne valga la pena per regalare in un sorriso. Anche fosse per poco tempo. Che cos’è allora davvero la felicità? Due persone bastano? Intanto, dopo otto anni trascorsi così, ritorna all’improvviso Kristin con il suo nuovo compagno Bernie (Antoine Bertrand): chiede l’affidamento, ci sarà un processo e vorrà il test di paternità. Inoltre uno dei due (tra Samuel e Gloria) si scopre essere malato. Insomma ne accadono delle belle che stravolgono continuamente gli eventi.

Barbara Conti

Stomp, l’emozione
del puro ritmo urbano
al Brancaccio di Roma  

Trolleys flatDifficile raccontare l’emozione di uno spettacolo così particolare a chi non lo abbia mai visto. Senza trama, personaggi né parole, Stomp mette in scena il suono del nostro tempo, traducendo in una sinfonia intensa e ritmica i rumori e le sonorità della civiltà urbana contemporanea.

Con strofinii, battiti e percussioni di ogni tipo, i formidabili ballerini-percussionisti-attor i-acrobati di Stomp danno voce ai più volgari, banali e comuni oggetti della vita quotidiana: bidoni della spazzatura, pneumatici, lavandini, scope, spazzoloni, carrelli della spesa, barattoli di vernice, palloni trovano una nuova vita e diventano veri e propri strumenti musicali, in un delirio artistico di ironia travolgente.

Si comincia con le scope, che battono e strofinano, si continua con i loro manici; perfino le scatole di fiammiferi e comuni buste diventano incredibili strumenti ritmici. Molto originale il passaggio fatto al buio con gli accendini zippo che, accendendosi e spegnendosi, generano una geometria di luci e suoni. Impressionanti davvero e aldilà di ogni immaginazione le percussioni sulle enormi camere d’aria dei dumper.

Sarah Ian bins1 - CopiaGli otto performers, che cambiano rapidamente ruolo, sono di base abilissimi percussionisti; dispongono però di una buona capacità attoriale, particolarmente evidente in alcuni di essi, a cui è dato il compito di costruire ironicamente, se non una trama, almeno un leit motiv della rappresentazione. Lo spettatore si scopre così immerso in un crescendo musicale e scenografico che punta anche a coinvolgerlo attivamente.

Stomp trova dunque la bellezza e la sua essenza nella realtà quotidiana in cui viviamo. Trasforma scope in strumenti, battiti di mani in una conversazione, bidoni della spazzatura in percussioni. Il disordine della vita urbana diventa fonte di stupore e ritmo contagioso.

Grande progettualità e lavoro si percepiscono dietro e prima della performance dei percussionisti: luci, ritmi, modalità di realizzazione dei suoni, movimenti e loro coordinamento in veste scenografica sono davvero inimmaginabili.   Sfidando continuamente ogni convenzione sui confini di genere, Stomp infatti è danza, teatro e musica insieme. E’ sia un elettrizzante evento rock che un anomalo concerto sinfonico in stile “videoclip”: senso rapido del tempo, visualizzazione della musica, vortice ritmico nella scansione delle immagini.

Uno spettacolo che nel corso degli anni si è trasformato da avvenimento teatrale a fenomeno globale. Nato nel 1991 è tuttora in cartellone a New York con un cast interamente americano, mentre altri gruppi tengono spettacoli in tutto il mondo. In Italia è tornato regolarmente, sempre rinnovandosi, all’insegna di genialità e novità. Uno spettacolo superiore, soprattutto in alcune delle sue performance. Repliche al Teatro Brancaccio di Roma fino al 20 maggio.

Al. Sia.

“Un matrimonio da favola”, la fatalità
della storia di amicizia

matrimonio-da-favola“Un matrimonio da favola” dei fratelli Vanzina é la classica commedia all’italiana per una storia di amicizia. Ricorda i più recenti “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese, oppure “Non si ruba a casa dei ladri” e un po’ anche “Mai Stati Uniti”, degli stessi registi. Del primo richiama il monologo finale in cui ognuno si svela con maggiore sincerità, rivelando segreti reconditi. Del secondo il fatto di essere una commedia degli equivoci e di basarsi su un umorismo divertente che fa sorridere, attraverso tutte le vicissitudini bizzarre dei protagonisti: stessa location, Zurigo, e medesimo artificio di avere dei ‘ladruncoli buoni e bonari’ che si vendicano e colpiscono solo per farsi giustizia e per riscattarsi. Del terzo il fatto che da un viaggio nato per un diverso motivo ne sorge un’esperienza formativa che insegna l’importanza dell’unione: in “Mai Stati Uniti” era quella tra fratelli, in “Un matrimonio da favola” quella tra amici. Tra l’altro alcuni degli attori scelti dai Vanzina sono comuni ai film: Stefania Rocca ha recitato sia in “Un matrimonio da favola” che in “Non si ruba a casa dei ladri”; Ricky Memphis sia in “Un matrimonio da favola” che in “Mai Stati Uniti”. Proprio quest’ultimo è il protagonista principale del film dei Vanzina “Un matrimonio da favola”. Veste i panni di Daniele che invita, dopo vent’anni, i compagni di classe alle sue nozze a Zurigo. Tutti si chiedono: “ma se da ragazzi eravamo così uniti come abbiamo fatto a perderci?”, – fa riflettere Sara (Ilaria Spada), amante di Giovanni (Emilio Solfrizzi), soffocato e succube dalla perfida moglie avvocato divorzista. Allora, più che al matrimonio, tutto sembrerebbe indirizzato alla separazione; ma un velo di romanticismo sempre c’è. Ḕ Sara, infatti, a rimarcare la monotonia della sua vita di commessa le cui giornate erano tutte uguali, scandite dagli stessi orari ed eventi, rotta dall’incontro con Giovanni: “poi sei arrivato te e ho pensato che la mia vita potesse cambiare. E ho cominciato a sognare il matrimonio e i figli” –gli rivela-. Poi c’è il rimpianto e la malinconia di ciò che sarebbe potuto essere: “chissà, se avessi avuto il coraggio di dirtelo forse la mia vita sarebbe stata diversa”, dice Luciana (Stefania Rocca) ad Alessandro (Giorgio Pasotti), di cui è perdutamente innamorata da sempre, senza mai averglielo confessato. Ed ora sposata, ma annoiata dalla monotona e tediosa seriosità del marito. I partner non mancano ovviamente. Ma neppure le sorprese. Alessandro infatti è gay, con tanto di compagno. “Cosa vuoi? –risponde a Luciana- La nostra vita non dipende da noi, ma dal nostro destino”. Fatalità degli eventi? Si riflette anche su questo. Anime (pre)destinate a unirsi o separarsi. Sicuramente ognuna in cerca della propria identità e strada. Come la futura sposa Barbara (Andrea Oswart), che non sa neppure lei cosa voglia (ma sta tentando di capirlo) e che tradisce il marito proprio poco prima delle nozze con Luca (Adriano Giannini), latin lover ma questa volta amico traditore e infedele inconsapevole (non sa chi sia la fidanzata di Daniele).

Allora l’ingrediente giusto per “Un matrimonio da favola” non sembrano il menù, le bomboniere, la location o altro, quanto gli invitati, che fanno davvero la differenza rendendolo “scoppiettante”. E così il matrimonio diventa come una partita di calcio, in cui si può anche perdere, ma ci si riscopre una squadra più forte perché più unita. Le nozze possono ance persino saltare, ma in fondo l’unica legge del goal (come cantava Pezzali) è la regola che domina incontrastata le relazioni tra i protagonisti: “le ragazze vanno e vengono, gli amici restano”. E se si è destinati a lasciarsi o ritrovarsi, vuol dire che doveva andare così. Questo il tema centrale affrontato in modo leggero. Gli (ex) compagni (non più tali) scoprono di “essere ancora una squadra. C’era tutto un secondo tempo da giocare (insieme) e tutto poteva ancora succedere”. Quel che accade si vedrà, l’unica certezza è che la vita ci sorprenderà ancora con la sua casualità fortuita. La sicurezza è quella che Sara dice a Giovanni: “il treno prima o poi passa per tutti e ho deciso che non lo voglio perdere e che, nonostante te, voglio ancora continuare a credere nell’amore”. Per una delusione ricevuta un nuovo palpito arriverà, ognuno avrà la sua occasione, la chance del riscatto per essere felice, gioendo delle piccole cose. Insieme. Per un film che coglie il pretesto del matrimonio, dove le nozze sono solo un mezzo e un tramite, per parlare di amicizia, di amore (in tutte le sue sfaccettature nei suoi diversi tipi ed equilibri di coppia), e di destino. Come nelle favole e nelle fiabe, appunto, è il fato spesso a designare e disegnare la fine di ogni romantica storia d’amore. Di certo –come avverte il fidanzato di Alessandro- “niente sarà più come prima dopo il matrimonio”. Ma si farà? L’incertezza regna sino alla fine, come il fatto di non sapere quale delle coppie resterà in piedi sino in fondo. Daniele verrà lasciato o abbandonerà la sposa sull’altare? Dichiararsi (Luciana con Alessandro, ma anche Giovanni che deve parlare con la moglie per lasciarla per Sara) servirà a qualcosa o porterà a una rottura? Fino alla fine si può segnare o subire il goal (all’ultimo minuto), al contempo della vittoria o della sconfitta, del traguardo o della perdita di tutto; oppure pareggiare con un rigore da tirare prendendo il massimo del rischio. Del resto, “l’amore non è bello se non è litigarello” –si dice- e un matrimonio con la sua organizzazione porta sempre scompiglio, fermento e tormento, incertezze e titubanze se si stia facendo la cosa giusta. Proprio come in ogni decisione che si deve prendere nella vita. E l’interrogativo è: “tutto è successo per caso o perché doveva succedere?”. Il confine tra fatalità e fortuita casualità e coincidenza si confonde. Si sollevano, così, molti dubbi: l’amore è cieco o forse no? La fortuna e la sfortuna esistono? Ḕ davvero tutta colpa del destino e della sorte?

Barbara Conti