Le “Medee”. Un mondo che non c’è più, ma che non possiamo dimenticare

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ANCONA – Spettacolo di successo quello delle “Medee”. Lo scenario è stato il Palazzo Tibaldi, sede del Museo Archeologico Nazionale delle Marche, che è stato illuminato di giallo, di blu e di rosso. I colori, che fanno da sfondo alle parole di Medea, permettono di suddividere la scena in vari episodi. La drammaturgia è il risultato della riduzione di diversi autori classici che hanno raccontato la storia del mito di Medea.

Lo spettacolo, prodotto dal Teatro dei Calanchi della Basilicata, diretto da Matteo Tarasco, è stato interpretato da Martina Cassenti, Federica D’Angelo, Serena Ferraiuolo, Annamaria Ghirardelli, Alice Giroldini, Diletta Masetti e Maddalena Serrator. La performance è stata inserita nel cartellone teatrale dell’AMAT Marche ed è andato in scena, lo scorso 10 luglio.

La drammaturgia è stata desunta da Appollonio Rodio “Argonautiche”, Seneca “Medea”, Ovidio “Eroidi”, Franz Grillparzer “Il Vello d’oro”, Heiner Muller “Materiai per Medea”, Christa Wolf “Medea voci”.

medee 2Il regista ha voluto raccontare un mondo che non c’è più, ma che non possiamo dimenticare perché fa parte delle nostre radici, quindi “inalienabile”. La scenografia del palazzo accresce il pathos; Medea è cacciata con i suoi figli da Corinto. Dall’interno del palazzo provengono lamenti e gemiti e si sentono parole di maledizione che sono pronunciate da Medea. Allora l’attrice in piedi davanti alla platea di Palazzo Tibaldi incomincia a parlare cercando di raccogliere consensi dal pubblico: ella vuole la solidarietà tra la gente. Le parole di Medea sono volenti; diventano accese e infuocate pensando a Giasone che era riuscito a impadronirsi del velo d’oro nella Colchide e di aver fatto uccidere Pelia. Il monologo della donna diventa sempre più tragico. Le sue parole sono pronunciate con concitazione: Giasone è disposto solo darle esilio. L’uomo la considera una barbara. Così Medea riesce a strappagli la promessa di esilio nella sua città. Inatteso passando da Corinto, tornando da Delfi, il sovrano di Atene Egeo cui Medea chiede asilo nella sua città. Non le rimane a questo punto che la vendetta!

Il cuore non è ascoltato e Giasone diventa un nemico. Perciò non rimane che la vendetta che è inneggiata con forza e passionalità fino alla morte. Queste caratteristiche di Medea non sono sempre presenti in tutti i personaggi del teatro moderno, e ancor meno in quello contemporaneo. “ Fare teatro oggi – ha detto Matteo Tarasco – ci ricorda che il valore della parola si riconosce nel silenzio dell’ascolto”. La figura di Meda è ancor’oggi attuale. La donna si sente straniera perché parla una lingua diversa e una vera e propria appartenenza a un popolo o ad una nuova comunità non sarà possibile per lei. Rimarrà una barbara…

Andrea Carnevali

“L’altra metà del cinema” III edizione Arena Forlanini dedicata a donne

arena forlanini“L’altra metà del cinema” racconta, in sette week end e quattordici film dedicati alle donne, la parità di genere e i temi del femminile attraverso film di grandi autori, anche internazionali, ospitati alla Festa del Cinema di Roma e in altri importanti festival di tutto il mondo. Da sabato prossimo, 14 luglio, al 26 agosto, al via la terza edizione dell’Arena Forlanini (Piazza Carlo Forlanini 1, Roma): lo annunciano Laura Delli Colli, alla guida della Fondazione Cinema per Roma, e il Direttore Generale, Francesca Via. La manifestazione rientra nel programma di CityFest, si svolge in collaborazione con Alice nella città ed è realizzata grazie alla Regione Lazio con l’obiettivo di sfruttare l’area dell’ex ospedale per il miglioramento della qualità della vita nel quartiere.

Le proiezioni, a ingresso gratuito fino a esaurimento dei posti disponibili, saranno accompagnate da incontri aperti al pubblico con autori e attori. I quattordici titoli in programma vanno dalle opere del cineasta spagnolo Pedro Almodóvar (Julieta) e del francese Martin Provost (Quello che so di lei) a quelle degli italiani Paolo Virzì (La pazza gioia), Edoardo De Angelis (Indivisibili), Sergio Castellitto (Fortunata) e Matteo Rovere (Veloce come il vento). Ci sarà spazio per la commedia e per il dramma in tutte le sue declinazioni (da La notte che mia madre ammazzò mio padre di Inés París a Sicilian Ghost Story di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia), per i temi dell’adolescenza e del rapporto genitori-figli (Piuma di Roan Johnson, Il cratere di Silvia Luzi e Luca Bellino) per giungere fino ai riadattamenti teatrali (Lady Macbeth di William Oldroyd). Infine, non mancherà un focus su alcune indimenticabili figure femminili, rese straordinarie da grandi interpretazioni attoriali (Jackie di Pablo Larraín, Florence di Stephen Frears, Gloria di Sebastian Lelio).

Per ricordare il regista Carlo Vanzina, prima di ogni proiezione verranno proposte alcune sequenze tratte dai film del regista romano.

Si ringrazia: 01 Distribution, BIM, Exit media, Fandango, La Sarraz, Lucky Red, Medusa, Rai Cinema, Teodora Film, Universal Pictures, Warner Bros.


L’ALTRA METÀ DEL CINEMA

“L’altra metà del cinema” si aprirà sabato 14 luglio alle ore 21 con Fortunata di Sergio Castellitto. Il film sarà introdotto da Edoardo Pesce, uno dei protagonisti. La pellicola, con la sceneggiatura di Margaret Mazzantini, è stata presentata al Festival di Cannes 2017 nella sezione “Un Certain Regard” ed è valsa a Jasmine Trinca il David di Donatello e il Nastro d’Argento per la Migliore attrice protagonista. Così il regista, sceneggiatore e attore romano racconta il suo film: “Fortunata è un aggettivo qualificativo femminile singolare. Ma è anche il nome di una donna. E soprattutto un destino. E non è detto che quel destino uno se lo meriti. Ci sono uomini in questa storia che non sono d’accordo sulla felicità di Fortunata”.

Domenica 15, il pubblico potrà assistere a La notte che mia madre ammazzò mio padre di Inés París: la regista e sceneggiatrice madrilena, affiancata da un cast di stelle, realizza una black comedy campione di incassi, con un esilarante intreccio che mescola le atmosfere di Agatha Christie con il più brillante humor spagnolo.

Il programma della manifestazione proseguirà il weekend successivo (sabato 21 luglio ore 21) con Gloria di Sebastian Lelio, film che esplora in profondità sentimenti e passioni di una donna divorziata prendendo spunto da storie realmente accadute nella città di Santiago. La stessa capitale cilena, insieme alla musica (compresa “Gloria” di Umberto Tozzi), può essere considerata come un ulteriore personaggio del film. La protagonista Paulina Garcia si è aggiudicata l’Orso d’Argento per la migliore attrice al Festival di Berlino.

Il giorno dopo, sempre alle ore 21, sarà la volta di Piuma di Roan Johnson, presentato in concorso alla 73esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. La pellicola affronta il tema della gravidanza nella società contemporanea: protagonisti del film una coppia di diciottenni, in un viaggio inatteso verso la maturità e le responsabilità, proposto attraverso uno sguardo leggero e ironico ma mai superficiale.

“L’altra metà del cinema” tornerà sabato 28 luglio alle ore 21 con Il cratere di Silvia Luzi e Luca Bellino, introdotti da Fabia Bettini e Gianluca Giannelli di Alice nella città, al loro primo lungometraggio dopo il successo dei documentari La minaccia e Dell’arte della guerra. Il film, presentato alla Settimana Internazionale della Critica, descrive l’ossessione di un padre verso le qualità canore della figlia, la ricerca del successo e della felicità a partire da un contesto di emarginazione, il desiderio viscerale di una rivincita personale e sociale da sempre agognata.

Il sogno di diventare una cantante torna in Florence di Stephen Frears (domenica 29 ore 21): tratto da una storia vera, il film è una commedia agrodolce che tratta temi come l’amore, la musica (la colonna sonora è firmata da Alexandre Desplat) e la realizzazione, a ogni costo, delle proprie aspirazioni. Il film è interpretato magistralmente da tutto il cast, Meryl Streep in primis, che è venuta a presentarlo alla Festa del Cinema di Roma nel 2016.

La programmazione della settimana successiva si aprirà, sabato 4 agosto alle ore 21, con Julieta di Pedro Almodóvar, il regista più popolare e amato del cinema spagnolo, Oscar® per il Miglior film straniero con Tutto su mia madre e per la Miglior sceneggiatura originale di Parla con lei. Con Julieta – che si ispira a tre racconti di Alice Munro, Premio Nobel per la letteratura – il cineasta torna a esplorare i temi a lui più cari, quelli legati all’universo femminile.

Domenica 5 agosto alle ore 21 sarà proiettato Sicilian Ghost Story di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia, favola oscura e romantica che porta sul grande schermo una storia d’amore impossibile tra due adolescenti. Nel 2017, il film ha aperto la Semaine de la Critique di Cannes.

Sabato 11 agosto (ore 21), “L’altra metà del cinema” proporrà Quello che so di lei di Martin Provost. Il film, un vero inno alla vita, ha al suo centro una storia di trasformazione: le due donne protagoniste della pellicola infatti colmano insieme il vuoto delle loro esistenze imparando a lasciarsi il passato alle spalle.

Il giorno dopo sarà la volta di Veloce come il vento di Matteo Rovere: il pluripremiato film, venduto nel mondo in più quaranta Paesi, vede protagonista una giovane pilota che, non ancora maggiorenne, gareggia nel campionato italiano GT. La trama sviluppa contemporaneamente numerosi temi forti, dalla disgregazione della famiglia agli affetti perduti, dalle subculture all’emarginazione, dal talento dissipato al desiderio del riscatto.

Il primo film in programma nel successivo fine settimana sarà Indivisibili di Edoardo De Angelis (sabato 18 agosto ore 21). Presentato alle Giornate degli Autori, il film ha vinto sei David di Donatello e cinque Nastri d’argento. Protagoniste della pellicola, due gemelle identiche con sogni e aspirazioni molto diversi, indivisibili in una società che porta a spettacolarizzare anche la loro diversità. Domenica 19 alle ore 21, il programma ospiterà Jackie di Pablo Larraín: il regista e sceneggiatore cileno dirige un film di grande impatto in cui emerge con forza la straordinaria prova attoriale di Natalie Portman, magistrale nel rendere la glaciale determinazione e la sofferta bellezza della protagonista nel momento più duro della sua vita.

Il weekend conclusivo della rassegna si aprirà sabato 25 agosto con Lady Macbeth di William Oldroyd. Al suo esordio cinematografico, il regista teatrale inglese firma un dramma in costume vittoriano, adattando liberamente il romanzo breve di Nikolaj Leskov “Lady Macbeth nel distretto di Mcensk”, e mescolando con sapienza William Shakespeare e Henry James, Michael Haneke e Alfred Hitchcock. L’ultimo appuntamento sarà con La pazza gioia, uno dei film più amati di Paolo Virzì, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes. La storia è quella di due donne simili e distanti allo stesso tempo, fragili e complesse, legate da una medesima condizione e da un intenso desiderio di ribellione, protagoniste di una fuga, ironica e toccante, lungo le strade della Toscana.

IL PROGRAMMA DAL 14 LUGLIO AL 26 AGOSTO

Ingresso gratuito fino a esaurimento posti disponibili.

Sabato 14 luglio, ore 21

FORTUNATA

di Sergio Castellitto, Italia 2017, 103’ [Universal Pictures]

Cast: Jasmine Trinca, Alessandro Borghi, Edoardo Pesce, Stefano Accorsi.

Fortunata è una giovane madre con un matrimonio fallito alle spalle e una bambina di otto anni. Ha una vita affannata, fa la parrucchiera a domicilio mentre sogna di aprire un negozio di parrucchiera tutto suo.

Domenica 15 luglio, ore 21

LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZÒ MIO PADRE

di Inés París, Spagna 2016, 94’ [Exit Media]

Cast: Belén Rueda, Eduard Fernández.

Isabel si propone di organizzare la cena di lavoro che suo marito Angel e la sua ex moglie Susana hanno in agenda con un famoso attore argentino: lo vogliono convincere a essere il protagonista del loro prossimo film.

Sabato 21 luglio, ore 21

GLORIA

di Sebastian Lelio, Cile 2013, 105’ [Lucky Red]

Cast: Paulina García, Sergio Hernández

Divorziata da anni con due figli ormai adulti, Gloria cerca un nuovo equilibrio in feste, eventi serali e discoteche nelle quali poter incontrare qualcuno della propria età, un nuovo fidanzato. Quando però sembra averlo trovato questi si rivela inaffidabile e misterioso.

Domenica 22 luglio, ore 21

PIUMA

di Roan Johnson, Italia, 98’ [Lucky Red]

Cast: Luigi Fedele, Blu Yoshimi, Michela Cescon.

Ferro e Cate sono due diciottenni che condividono un’attesa che è però un problema: lei è incinta. C’è anche l’esame di maturità che incombe e un viaggio in Spagna e Marocco da fare con gli amici. Di fatto non sembrano esserci le condizioni minime per portare avanti la gravidanza.


Sabato 28 luglio, ore 21

IL CRATERE

di Silvia Luzi, Luca Bellino, Italia, 2017, 93’ [La Serraz]

Cast: Rosario Caroccia, Sharon Caroccia.

Il cratere è terra di vinti, spazio indistinto, rumore costante. Rosario è un ambulante, un gitano delle feste di piazza che regala peluches a chi pesca un numero vincente. La guerra che ha dichiarato al futuro e alla sua sorte ha il corpo acerbo e l’indolenza dei tredici anni. Sharon è bella e sa cantare, e in questo focolaio di espedienti e vita infame lei è l’arma per provare a sopravvivere. Ma il successo si fa ossessione, il talento condanna.

Domenica 29 luglio, ore 21

FLORENCE

di Stephen Frears, Usa/Gb 2016, 110’ [Lucky Red]

Cast: Meryl Streep, Hugh Grant, Simon Helberg.

L’ereditiera newyorkese Florence Foster Jenkins sogna di diventare una cantante lirica, nonostante le limitatissime doti canore. Il suo sogno diventerà realtà grazie all’attore teatrale St. Clair Bayfield, suo marito e manager, che riuscirà ad organizzare un concerto per lei alla Carnegie Hall, nel 1944.

Sabato 4 agosto, ore 21

JULIETA

di Pedro Almodóvar, Spagna 2016, 96’ [Warner Bros]

Cast: Emma Suarèz, Adriana Ugarte, Daniel Grao, Imma Cuesta.

Il film racconta il rapporto conflittuale tra una madre, Julieta, e sua figlia, Antía, vissuto fra sensi di colpa e sofferenze. Julieta non è mai riuscita ad essere la madre di cui Antía avrebbe avuto bisogno, nessuna delle due è riuscita a superare il dolore per la perdita di Xoan, padre di Antía e marito di Julieta. A volte però il dolore, anziché avvicinare le persone, le allontana: così, quando compie diciotto anni, Antía abbandona la madre senza alcuna spiegazione. Julieta la ricerca in ogni modo possibile e scopre quanto poco conosca la figlia.

Domenica 5 agosto, ore 21

SICILIAN GHOST STORY

di Antonio Piazza, Fabio Grassadonia, Italia/Francia 2017, 120’ [Bim Distribuzione]

Cast: Julia Jedikowska, Gaetano Fernandez, Croinne Musallari, Andrea Falzone, Federico Finocchiaro.

Luna è una ragazzina siciliana che frequenta un compagno di classe, Giuseppe, contro il volere della madre perché il padre di lui è coinvolto con la malavita. Giuseppe un giorno scompare misteriosamente, al termine di un pomeriggio passato insieme a Luna. Lei non si dà pace e decide di cercarlo da sola.

Sabato 11 agosto, ore 21

QUELLO CHE SO DI LEI

di Martin Provost, Francia 2017, 116’ [BIM]

Cast: Catherine Frot, Catherine Deneuve.

Claire è un’ostetrica che nel corso della sua vita professionale ha fatto nascere innumerevoli bambini amando la propria professione. Proprio in un momento difficile per il suo lavoro ricompare dal passato una donna che l’aveva fatta soffrire quando era giovane. Si tratta di Béatrice, colei per cui suo padre aveva lasciato la famiglia.

Domenica 12 agosto, ore 21

VELOCE COME IL VENTO

di Matteo Rovere, Italia 2016, 119’ [Fandango]

Cast: Stefano Accorsi, Matilda De Angelis, Paolo Graziosi

Giulia è una pilota che a soli diciassette anni partecipa al prestigioso campionato italiano GT. Durante una delle prime gare del campionato, il padre ha un infarto e muore. Al funerale si presenta Loris, fratello maggiore Giulia, ora tossicodipendente ma un tempo pilota di talento, che pretende di tornare nella sua vecchia casa.

Sabato 18 agosto, ore 21

INDIVISIBILI

di Edoardo De Angelis, Italia 2016, 100’ [Medusa]

Cast: Marianna Fontana, Angela Fontana, Antonia Truppo.

Viola e Dasy sono due gemelle siamesi che cantano ai matrimoni e alle feste e, grazie alle loro esibizioni, danno da vivere a tutta la famiglia. Le cose vanno bene fino a quando non scoprono di potersi dividere.

Domenica 19 agosto, ore 21

JACKIE

di Pablo Larraín, Usa/Cile 2016, 100’ [Lucky Red]

Cast: Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Greta Gerwig.

Sono passati cinque giorni dalla morte di John Kennedy e la stampa bussa alla porta di Jackie per chiedere il resoconto. Una relazione particolareggiata dei fatti di Dallas. Jackie ristabilirà la verità e stabilirà la sua storia attraverso le domande di Theodore H. White, giornalista politico di “Life”.

Sabato 25 agosto, ore 21

LADY MACBETH

di William Oldroyd, UK 2016, 88’ [Teodora]

Cast: Florence Pugh, Cosmo Jarvis, Paul Hilton.

La giovane Katherine vive reclusa in campagna, inchiodata da un matrimonio di convenienza, evitata dal marito, disinteressato a lei, e tormentata dal suocero che vuole un erede. La noia estrema e la solitudine spingono Katherine, durante una lunga assenza del marito, ad avventurarsi tra i lavoratori al loro servizio e ad avviare una relazione appassionata con uno stalliere.

Domenica 26 agosto, ore 21

LA PAZZA GIOIA

di Paolo Virzì, Italia/Francia 2016, 116’ [01 Distribution]

Cast: Valeria Bruni Tedeschi, Micaela Ramazzotti, Valentina Carnelutti

Donatella e Beatrice sono ospiti di una comunità per donne affette da disturbi mentali in Toscana. Impegnate in alcuni lavori di riabilitazione, le due colgono al volo l’occasione di scappare via e cominciare un viaggio avventuroso che cambierà le loro vite.

In teatro Festival. Un laboratorio aperto per la libertà di Nassim

ancona teatro

Ancona – La sala è quasi piena. Il pubblico rimane in silenzio in attesa dell’inizio dello spettacolo. Arturo Cirillo in abiti da lavoro – camicia e pantaloni grigi – è presentato da un collaboratore del Teatro delle Muse. Fin qui, niente di nuovo!

La commedia in due atti, andata in scena il 29 giugno scorso, è stata scritta e interpretato da Nassim Soleimanpour.

Lo spazio scenico è diventato un’officina aperta in cui anche gli spettatori sono stati chiamati a recitare: applausi, interventi e partecipazione attiva, dunque. Una sorta d’idea pirandelliana ossia di “teatro nel teatro”.

Nel retroscena Nassim aspetta Arturo: l’iraniano offre un tè al suo amico servito in una tazzina appoggiata sopra una tovaglia verde ornata da ricami dorati. Grazie alle telecamere gli spettatori sono riusciti a vedere quello che accadeva nelle quinte. Così il “mistero” – del vero o del verosimile del teatro – è stato svelato. Il divertimento non è più nell’improvvisazione: la risata è stata strappata dalle emozioni, dalle gaffe e dalla scoperta dell’altro, ossia dal personaggio di Nassim.

La lingua iraniana, che appare, talvolta, un ostacolo insuperabile nella comunicazione, invece, insegnata grazie al gioco, alle immagini e alle fiabe, diventa un elemento di aggregazione. L’idioma per Nassim rappresenta la memoria, dove sono conservati i suoi ricordi, che vorrebbe raccontare al suo amico Arturo. Il libro delle favole con disegni, parole e cancellature illustra la sua infanzia. Egli ha purtroppo solo lo strumento della scrittura perché Nassim è muto!

La scelta della scenografia e l’uso della tecnologia non rendono lo spettacolo davvero originale. Invero, l’idea di raccontare la sua storia personale con un testo teatrale è il punto di forza della messa in scena. La scrittura è la depositaria della memoria: essa è un sistema antico che deve essere studiato e utilizzato se si vuole agire nella società e integrarsi. La scelta di far recitare lo stesso copione ad altri attori è un mezzo per affermare la propria libertà. Sia nell’interpretazione che nel linguaggio gestuale si scoprono delle differenze. Dal che si può apprende una lingua. Così Nassim Seleimanpour ha fatto salire sul palco in cinque giornate, anche, Neri Marcorè, Marco Baliani, Lella Costa e Lucia Mascino. “Ogni sera un attore diverso ha esposto il concetto di libertà, esilio e le limitazioni del linguaggio”( testo di presentazione dello spettacolo).

Andrea Carnevali

“Una vita spericolata” di Marco Ponti: tre giovani alle prese con il destino

vita spericolata filmÈ uscito nelle sale il 21 giugno scorso il film per la regia di Marco Ponti: “Una vita spericolata”. Nel cast: Lorenzo Richelmy, Matilda De Angelis, Eugenio Franceschini (che ha sostituito nel ruolo Domenico Diele, che inizialmente doveva avere la parte prima dei suoi problemi giudiziari e della condanna). Compaiono, però, anche Antonio Gerardi, Massimiliano Gallo e Michela Cescon.
Una storia di giovani e per giovani. Una commedia realistica (molto poco comica e più realistica), in cui non mancano gag divertenti e battute esilaranti, grazie anche alla verve spontanea degli attori, ma che è soprattutto una denuncia sociale aspra della situazione di stallo attuale che vive il nostro Paese, in cui soprattutto le nuove generazioni non trovano né un futuro né un possibile sbocco (professionale e umano di realizzazione). Per loro sembra quasi non esserci possibilità di trovare una propria identità e un proprio ruolo nella società. Tutto parte, come suggerisce il titolo, dalla citazione dell’omonima canzone di Vasco Rossi: “Una vita spericolata”, piena di difficoltà e di problemi da superare. Perché la vera protagonista è proprio la vita, in toto, a 360 gradi. “Forse questo film parla di una cosa sola: di quanto sia importante avere una vita intensa, dignitosa, generosa e, ovviamente, spericolata. Ho voluto incentrarmi -ha spiegato il regista Marco Ponti- sulla fase dell’esistenza in cui la vita stessa ti arriva addosso con la massima velocità possibile, adottando e descrivendo il tutto con uno spirito e un carattere adolescenziale”, che desse freschezza al film.
E la storia parte proprio da quando uno dei protagonisti si reca in banca. Roberto Rossi (Lorenzo Richelmy) è un meccanico la cui officina è in fallimento; gli pignorano la casa e perde tutto (anche la fidanzata Eva, Desirée Noferini, che lo lascia). Considerato da tutti un fallito e un buono a nulla, decide di prendersi il suo riscatto tentando proprio di chiedere un prestito alla banca. Lì incontra una giovane ragazza (Matilda De Angelis); ma il loro incontro si trasformerà prima in una lite con il personale e i responsabili della banca (rappresentati dal direttore interpretato da Michele De Virgilio), poi in una rapina non voluta, nata accidentalmente. Sorta per “divergenze di veduta”. I giovani partiranno in fuga, accompagnati dall’amico di Rossi (Bartolomeo, detto BB, alias Eugenio Franceschini), uno sfaticato ma buono d’animo e generoso. Inseguiti dalla polizia sognano di fuggire lontano: ci riusciranno? Arriveranno a coronare il loro sogno di libertà?
La situazione che si presenta è tragicomica, direi tragica, ma fa’ ridere dal nervosismo e dalla tensione palpabile. La banca non concede il prestito ai “poveretti” come Rossi; non vuole venirgli incontro ed investire (dando fiducia) – come dice il ragazzo- “nella vera risorsa del Paese: i giovani”. Quelli che lavorano in banca diventano degli “sciacalli”; non c’è giustizia: la polizia non è in grado di risolvere casi di corruzione e di traffico illecito di soldi riciclati (che tra l’altro circolano all’interno della stessa banca) o di droga; ma non è solo la corruzione, con l’arrivismo o il solo interesse personale privato che guidano ogni azione, il male dell’Italia. Il fatto è che neppure l’economia può crescere se “pochi hanno tanto e molti hanno poco”. E non è neppure il solo divario esistente (quello economico fra ricchi e poveri, fortunati e sfortunati), l’unico gap a dividere a metà il nostro Stato. C’è anche appunto il divario Nord-Sud, ma se si dice che “tutto il mondo è Paese” è vero che la situazione di stallo non cambia da Nord a Sud. Si parte da Torino e si arriverà in Puglia, ma non è che cambi poi molto. Inoltre non è devastata solo l’economia, il nostro Paese non è martoriato solo economicamente, ma anche dal punto di vista ambientale: “prima tracciano una riga sulla cartina, che poi diventa l’alta velocità che spazza via i piccoli paesi come il nostro” ragionano insieme Rossi e BB. E non sono solo i piccoli centri cittadini a ‘sparire’: intere fabbriche chiudono e un sacco di lavoratori vengono mandati a casa. La disoccupazione imperversa. E non è l’unico scempio. I ragazzi, disperati, si ‘vendono’, buttano via i loro sentimenti e la loro umanità, o finendo in mano alla malavita organizzata oppure sognando di andare a “L’isola dei famosi” o in tv, magari da Maria De Filippi. Questo è il loro sogno: la fama e la gloria, diventare noti sul piccolo e grande schermo; ma sono successi effimeri. Il personaggio di Matilda De Angelis, infatti, è una nota giovane attrice prodigio di telenovele di successo che non tutti riconoscono, ma che molti sfruttano. Il suo nome d’arte è “Soledad Agramante”. Soledad appunto, solitudine, come sono ‘sole’ e ‘solitarie’ le anime dei tre ragazzi protagonisti; loro sono alla ricerca della loro identità e il film è intramezzato da brevi narrazioni della loro vita vera: la verità sulla loro vita; ma non sappiamo mai davvero chi siano, soprattutto Soledad, che racconta tante storie, quante ne ha sentite, quante le bugie che le hanno raccontato. Eppure sono ragazzi che sognano solamente una vita normale. Ogni caso di cronaca è strumentalizzato dai media (la cui icona è la giornalista tv di cui veste i panni Stella Novari), dediti solamente allo scoop. Eppure al momento della rapina in banca, che non voleva fare, Rossi continua a gridare: “Non voglio i soldi! Non voglio niente!”, “Voglio solo andare via!”. E, prima di scappare, alle telecamere che li inquadravano e cercavano di strappargli una dichiarazione loro dicono solamente: “Siamo innocenti!”. È il grido sommesso, disperato e quasi rassegnato di una generazione allo sbaraglio. Non manca, poi, la pittura del mondo delle escort (di cui un po’ Soledad fa parte). Corpi venduti quasi al miglior prezzo e al miglior offerente in cambio del niente che hanno indietro se non delusioni, amarezza, rimpianti, dolore, umiliazione, frustrazione, vergogna, repulsione per se stesse di donne ‘mercificate’. Rimpiazzate subito poco dopo da altre vittime come loro: per quanto giovane talento prodigio, a soli 23 (o 25) anni Soledad è già vecchia, a lei si preferisce una 17enne uscita da Disney Channel che ha un botto di followers su Instagram. E così si sente una fallita, una che “ha avuto la sua grande occasione e l’ha sprecata”. D’altronde è lo stesso Vasco a ricordare in “Delusa” che: “Ehi tu ‘delusa’ attenta che chi troppo ‘abusa’ rischia poi di più”. E allora ci si chiede: appurato che “il mondo fa schifo”, un dato di fatto ormai purtroppo, ma “che cosa è successo a questo mondo?” ci si domanda. Se nessuno crede più in loro giovani (la banca non dà credito, crede solo alla burocrazia), nessuno la cerca e la vuole più per fare contratti (Soledad), per loro sembra finita. È davvero la fine di ogni speranza? Eppure lei (Soledad) non chiede poi tanto alla vita: sogna solo di avere l’ultimo I-phone 5 come desiderio massimo. Se la polizia (impersonificata dal capitano Greppi, alias Massimiliano Gallo) è incapace e corrotta essa stessa (almeno qui nel film nella parodia viene un po’ ridicolizzata per estremizzare i connotati tragici della situazione nazionale) e se l’interesse che sembra regnare è solo quello per il denaro, loro invece hanno ancora degli ideali: “sono i buoni”, come sottolinea più volte BB, che ama donare il denaro della rapina a tutti e sogna di poterne regalare un po’ anche ai bimbi poveri e bisognosi dell’Albania dove andranno a fuggire. Non solo, ma anche la donna più perfida (Elena Castiglioni, alias Michela Cescon), cattiva e ‘avida di sangue e di sofferenza’, odia ‘la violenza gratuita’ (cioè che non porta soldi), ma poi forse ci ripenserà. A tale proposito da notare il bacio (tipo quello di stampo mafioso di fedeltà al clan) che concede a Soledad: che sia lei (la Castiglioni) la sua vera madre, o lei (Soledad) è solo la figlia putativa che si è concessa per trovare una strada? In realtà ciò che accomuna i personaggi è che tutti cerano ‘amore’. Se il tema delle escort ad esempio ci ricorda quando Massimiliano Bruno lo affrontò con ironia in “Nessuno mi può giudicare” con Paola Cortellesi, sicuramente Ponti lo racconta in modo più serioso. Inoltre tutti i temi sono affrontati in maniera rapida, in rapida successione e sequenza senza soffermarvisi troppo, quasi accennati e non approfonditi (il che appesantirebbe i toni). Quasi a dire “Veloce come il vento” per citare il film che vede protagonista Matilda De Angelis con Stefano Accorsi. Forse perché lei stessa, va “veloce come il vento” (come dice Vasco nella canzone “Rewind”: “perché tu vai vai, veloce come il vento”); quasi a riavvolgere la sua vita (e quella degli altri due con lei), a ricominciare tutto da capo, da zero, azzerando e annullando tutta la sofferenza. E non è la sola. Infatti i tre si ritroveranno “a ridere e sorridere dei guai, proprio come non hanno fatto mai” (sempre per mantenere la linea tracciata dai brani del Blasco) perché “vogliono trovare un senso a questa vita anche se non ce l’ha e se non ha un senso domani arriverà, ormai è qua” (sempre per parafrasare le sue parole): loro tre insieme in fuga. Su una macchina a tutta velocità, guidata come un pilota di rally o di formula Uno da Eugenio Franceschini (BB). Allora potremmo pensare a un nuovo progetto che li vede protagonisti in “Veloce come il vento due” con Stefano Accorsi. Sicuramente essere al volante di quell’auto da corsa sarà stata un’esperienza emozionante indescrivibile, molto eccitante per il giovane attore. Ma non si può neppure escludere un sequel di “Una vita spericolata”, visto il finale aperto: magari lei incinta, in attesa di un figlio che non sa di chi dei due sia, a cui deve dare un futuro e dovrà affrontare le difficoltà di trovare un lavoro quale giovane madre con figlio a carico. E tutto ricomincia di nuovo. Perché, come ricorda Vasco, “stammi vicino e poi col tempo tutto si aggiusterà”. Se lo scenario sembra quello descritto da Vasco Rossi in “Sono innocente…ma”, a proposito della frase pronunciata proprio da Rossi nel film, loro capiscono bene che alla fine la lezione che più hanno imparato è che: “buoni o cattivi non è la fine, prima c’è il giusto o sbagliato da sopportare”.
Se sembra che “qui non arrivano gli angeli” (per dirla alla Vasco Rossi), c’è chi è ancora integerrimo ed agisce con integrità morale e fa rispettare le regole e viene in soccorso. Per ironia della sorte, se paiono esserci invece che angeli due demoni (gli uomini della Castiglioni Rambo e Rambo due la vendetta, alias rispettivamente Mirko Frezza e Alessandro Bernardini) loro agiscono “sempre in buona fede” (per citare una battuta del film). E saranno proprio la musica e la fede (cioè la religione) a salvarli -o forse no?-: la banda musicale durante la festa per il santo patrono in un paese della Puglia. E forse dunque non è un caso che il nome (o meglio il cognome) del protagonista interpretato da Lorenzo Richelmy (Roberto Rossi) possa essere al contempo un tributo al rocker Vasco oppure una citazione (solidale) al noto donatore benefico citato sempre nelle offerte per beneficenza (Mario Rossi) per donare il 5X1000 ad esempio alla Chiesa Cattolica (come un po’ sogna, come detto, BB). Del resto, se un minimo di romanticismo è accennato è rappresentato proprio da Soledad: “anima fragile” come canterebbe Vasco Rossi, delicata e sensibile in fondo, anche se si cela dietro la maschera della ‘cinica dura’. Se “non è niente male essere qui con voi” – dice a Rossi e BB -, si prende coscienza con amarezza che (nel bene e nel male però) “Niente è mai come te lo aspettavi”; parafrasando, potremmo dire, “Tutto può succedere” per citare un film in cui compare Matilda De Angelis (che si dimostra sempre più attrice giovane ma adatta a ruoli impegnati, che molto l’hanno fatta maturare artisticamente, professionalmente ed umanamente e che con coraggio ha fortemente voluto e ricercato; tra l’altro nel film “Una vita spericolata” c’è un’altra attrice della fiction con Matilda: Benedetta Porcaroli). Del resto tutto il repertorio di Vasco Rossi andrebbe bene e si potrebbe citare per questo film, lui sempre così attento al disagio giovanile. Qui, certo, questa problematica regna sovrana accanto a crisi economica, di valori morali, disoccupazione e quant’altro. Come poter riuscire a superare tutto questo? Si capisce che l’arma vincete è una sola: il coraggio, anche per (voler) andare via e fuggire. E questi tre ragazzi ne hanno da vendere, non hanno paura di affrontare nulla. Basterà? Soledad è la nuova “Sally” che sogna di vivere “Come nelle favole”. Sarà in grado di trasformare in realtà vera la favola che ha disegnato nella sua mente con la sua fantasia? Sicuramente un primo passo è la fuga da tutto ‘il male’: per far sì che si inizi ad avere una situazione di cambiamento per cui “c’è chi dice no” alla corruzione, al malaffare; come fanno loro tre, in un certo qual modo, scappando via. Per disegnare davvero “un mondo migliore”. Ma quanta strada c’è da fare, quanta fatica, non è affatto facile: “Eh già!” verrebbe da esclamare con Vasco. Ognuno dei tre sembra pensare il messaggio racchiuso nel brano: “Come vorrei”. Hanno bisogno di “Cambia-menti”, ma non è semplice attuarli. Per loro è tutto un andare e venire come ne “Il mondo che vorrei”. I giovani come Soledad e i suoi amici sono in grado di insegnare agli adulti come il suo manager Leonardi (Antonio Gerardi) ‘lezioni morali’ importanti proprio coi loro esempi di coraggio; ma Gerardi stesso non si dimostrerà da meno, anzi sarà e si comporterà come un vero padre per Soledad. E questo film sembra proprio disegnato sul repertorio musicale di Vasco Rossi: un viaggio attraverso le sue canzoni per conoscere meglio il disagio giovanile; un regalo indiretto (o forse voluto?), dunque, del regista, per tutti i fans del Blasco; che sicuramente avrà successo. Per promuoverlo al meglio forse basterebbe un pensiero di Matilda De Angelis per tutte le giovani ragazze come lei che sognano di intraprendere la sua strada. La giovane attrice non ha nascosto -in un’intervista a Mattia Pasquini di “Amica”- di “odiare l’ipocrisia” e amare viceversa la correttezza, la precisione e il rigore (compresa la puntualità agli appuntamenti). Già questo basterebbe, anche se le recenti parole di Anna Falchi hanno rincarato molto la dose inasprendo i connotati della vicenda (reclutamento giovani talenti e attrici): “per fare tv oggi ti ci vuole un potente, come manager o come amante” ha asserito senza mezzi stermini a “Tv fan page”.

L’Italia dei Visionari: ecco i vincitori degli spettacoli selezionati

cartellone-9-febbraio-gruppi-di-visione2-428x640Sono 343 i progetti arrivati da tutta Italia in risposta alla terza edizione del bando L’ITALIA DEI VISIONARI, ideato da CapoTrave / Kilowatt nell’ambito del progetto europeo “Be SpectACTive!” (Sansepolcro – AR), in collaborazione con Festival Le Città Visibili (Rimini), Nuovo Teatro Faraggiana (Novara), Pilar Ternera/Nuovo Teatro delle Commedie (Livorno), a cui si sono aggiunti, quest’anno, TiPì Stagione di Teatro Partecipato (San Felice sul Panaro, MO), Utovie Teatrali (Macerata), Associazione Sosta Palmizi (Cortona AR), Progetto Fertili Terreni Teatro di Torino, formato da ACTI Teatri Indipendenti, Ass. Il Cerchio di Gesso, Tedacà e il Mulino di Amleto.
Il bando, destinato ai singoli artisti e alle compagnie emergenti e indipendenti che operano professionalmente nel teatro contemporaneo, nella danza e nella performing art, uno dei pochi che non pone i consueti limiti anagrafici, ha portato alla formazione, in ognuna delle strutture teatrali coinvolte nel progetto, di un gruppo di spettatori locali, cittadini appassionati di teatro e di danza detti “I Visionari”, incaricati di visionare tutti i materiali video pervenuti, per un totale di 350 spettatori appassionati.

Una modalità di selezione elaborata dal regista e drammaturgo Luca Ricci nel 2007, sviluppata all’interno di Kilowatt Festival di Sansepolcro, e che è diventata da tre anni un progetto condiviso da dieci strutture teatrali.
I diversi gruppi di Visionari hanno lavorato ciascuno in completa autonomia, rispetto agli altri gruppi, e hanno scelto differenti spettacoli per la programmazione 2018 di ciascuno degli enti/teatri/festival coinvolti, per un totale di 23 repliche offerte, tutte con pagamento a cachet.
Nelle specifico le repliche sono così suddivise 9 spettacoli a Kilowatt Festival Sansepolcro, 1 a Sosta Palmizi di Cortona, 1 ad Utovie, 1 a Le Città Visibili Rimini, 1 presso Tipì, teatro partecipato, 6 al Teatro Civico Faraggiana di Novara, 1 al Little Bit Festival di Livorno e 3 nel circuito di Fertili Terreni Teatro.
Sono 37 i Visionari di Sansepolcro, i veterani dell’iniziativa, al loro dodicesimo anno di attività (sebbene poi la composizione del gruppo cambi di anno in anno) che hanno assegnato le nove repliche in replica a Kilowatt Festival 2018, di cui due di danza, C&C “Beast without Beauty” e Daria Menichetti con la prima assoluta di “Meru” e i restanti di teatro. Maniaci D’Amore con “Il desiderio segreto dei fossili”, Mitmacher con la prima assoluta di “Almost Dead- 46 ore di felicità”, Bartolini/Baronio in “Dove tutto è stato preso”, Giovanni Betto con “Neve”, Leviedelfool in “Heretico”,Teatrodilina in “Il bambino dalle orecchie grandi” e, infine, Emanuele Aldrovandi/MaMiMò con “Nessuna pietà per l’arbitro” sono gli spettacoli scelti dai Visionari di Sansepolcro.
I Visionari che fanno riferimento al Festival Le Città Visibili hanno scelto lo spettacolo “Questa è casa mia” di Alessandro Blasoli, quelli diSosta Palmizi “Passenger_il coraggio di stare” di Tommaso Serratore, Livorno/Pilar Ternera ha assegnato la replica a Gloria Giacobini con “Sogliole a piacere”. Il gruppo di Novara/Farragiana ha scelto “Le buone maniere” (Alchemico 3) – spettacolo scelto anche dal gruppo di Utovie – “Dita di dama” (Aparte), “Montagne Russe” (Eccentrici Dadarò), “Ritratto di donna araba che guarda il mare” (Lab121), “Coppia aperta quasi spalancata” (MoMì), “In qualunque posto mi trovi” (Cicconi/Radice).
Fertili Terreni ha assegnato una replica a ciscuno dei teatri che compongono questo circuito: “Sogliole a piacere” di Gloria Giacobini a San Pietro in Vincoli Zona Teatro, “Abbracciami pirla” di Viandanti Teatranti a Cubo Teatro e “L’estranea di casa” di Kuziba a BellArte, spettacolo scelto anche da TiPì Stagione di Teatro Partecipato .
Tutti gli spettacoli selezionati saranno inseriti nelle stagioni dei teatri e/o dei festival che hanno partecipato all’iniziativa a partire dal mese di luglio 2018.

African Sky. Festa della Musica 2018 alla Galleria Nazionale

Galleria-Nazionale-dArte-Moderna-e-ContemporaneaGiovedì 21 giugno 2018, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea celebra la Festa della Musica con African Sky, un titolo che richiama la mostra in corso e si accorda con le sonorità che durante la giornata andranno a creare un percorso che va dalla musica europea sino alla fusion con la ritmica africana.
L’evento vedrà le sale espositive e la scalinata del museo trasformarsi in uno spazio per accogliere la musica e festeggiare l’arrivo dell’estate, con un ricco programma che prenderà avvio a partire dalle 17.00.

Il concerto sarà, infatti, anche l’occasione per salutare la mostra in chiusura I is an Other / Be the Other dedicata al linguaggio dell’arte africana contemporanea, ancora visibile fino al 24 giugno e darci appuntamento il 16 luglio per la mostra BRIC-à-brac | The Jumble of Growth | 另一种选择 che apre la nuova stagione espositiva.

L’evento rientra nel programma della Festa della Musica, alla sua terza edizione, promossa dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo con il contributo di SIAE e AIPFM, che coinvolge artisti, istituzioni e luoghi della cultura in tutta Italia, in virtù dei valori di integrazione e partecipazione che la musica riesce sempre a trasmettere.

PROGRAMMA:

dalle ore 17.00 alle 19.30

PROMU Sky Call

All’interno della Galleria, si sviluppa una call per i giovani musicisti romani, o comunque attivi nel circuito cittadino, che avranno a disposizione un percorso all’interno della Galleria creato con 8 postazioni, un itinerario musicale che dialogherà con le opere esposte. Il pubblico grazie agli artisti partecipanti sarà guidato in un percorso di “arte che prende vita”.

ore 19.45

Al termine de percorso musicale nelle sale della Galleria, i Solisti Aquilani, importante formazione d’archi italiana attiva da ben 50 anni sulla scena nazionale e internazionale, si esibiranno in un concerto in Sala delle Colonne:

ANTONIO VIVALDI

Concerto in la minore per due violini, archi e basso continuo op. 3 n. 8 RV 522

Allegro – Larghetto e spiritoso – Allegro

Solisti: Daniele Orlando e Alessandro Marini

LUIS BACALOV

Concerto grosso per violino, archi e cembalo

Allegro moderato – Adagio – Moderato

Solista: Daniele Orlando

ore 20.30

Western Sky Concert

La scalinata della Galleria diventa un palco a cielo aperto: il programma serale si apre con il concerto a cura di PROMU con la partecipazione dell’importante trio jazz creato da Roberto Gatto, naturalmente alla batteria, Domenico Sanna al pianoforte e Luca Bulgarelli al contrabbasso.

ore 21.45

Gavino Murgia

African Sky Concert

Una serata dedicata al grande jazz di Gavino Murgia e dei suoi musicisti, un trio che si esibirà in premiere assoluta. Murgia sarà accompagnato da Majid Bekkas e Badara Seck e con la speciale partecipazione di Hamid Drake, uno dei più importanti batteristi della scena jazz internazionale, con musiche composte appositamente per questa occasione. Il concerto African Sky unirà radici e apertura, tradizione e modernità, in un melting pot di strumenti e musica araba, gnawa, jazz, arcaica come quella sarda e quella afro americana.

A seguire

La musica continua con una live performance a cura di DJ YaYa (Ilaria Gianni).

Per la Festa della Musica l’ingresso al museo sarà gratuito ai visitatori a partire dalle ore 17.00 fino alle ore 22.30 (ultimo ingresso ore 21.45).

***

Gavino Murgia (Nuoro, 1969)

Studia e cresce con il jazz e la musica classica, sperimentando fin da giovanissimo formazioni musicali di ogni tipo: duo, trio, quartetto. Al sax soprano e tenore affianca anche il sax baritono, flauti e duduk. Le radici musicali sarde sono costantemente presenti nel suo percorso sonoro: il canto sardo a tenore e le Launeddas si fondono nel tempo con la musica afroamericana trovando un percorso inedito e originale. Ha suonato e registrato con: Rabih Abou Kalil, Bobby McFerrin, Mal Waldron, Michel Godard, Antonello Salis, Al di Meola, Djivan Gasparian, Araik Bakhtckian, Salvatore Bonafede, Paolo Fresu, Roswell Rudd, Sainko Namtcylak, Bebo Ferra, Danilo Rea, Babà Sissokò, Badara Seck, Hamid Drake, Franck Tortiller, Luigi Cinque, Mauro Pagani, Gianna Nannini, Andrea Parodi, Vinicio Capossela, Piero Pelù, Tazend, Luigi Lai, Hosoo Khosbayar, NOA, Gil Dor, Zohar Fresco e tantissimi altri. Inoltre ha suonato con vari gruppi nei principali jazz festival italiani europei ed extraeuropei.

Solisti Aquilani

Costituiti nel 1968 sotto la guida di Vittorio Antonellini, abbracciano le più diverse epoche musicali, da quella pre-barocca alla musica contemporanea, con particolare riguardo ai compositori italiani, senza trascurare interessanti incursioni nel teatro d’opera. Per l’ottimo livello delle esecuzioni, l’alto numero dei concerti effettuati, l’ampio repertorio, la vastissima dislocazione dei centri raggiunti e l’unanime consenso di pubblico e di critica, I Solisti Aquilani hanno conquistato una precisa e insostituibile posizione nel quadro delle più prestigiose formazioni cameristiche internazionali.

Protagonisti di numerose e importanti tournée in Italia, Africa, America, Europa, Medio ed Estremo Oriente, sono ospiti delle più prestigiose istituzioni musicali e sale da concerto.

Daniele Orlando è il violino di spalla. Dal 2013 la direzione artistica è affidata a Maurizio Cocciolito.

Roberto Gatto (Roma, 1958)

Il suo debutto professionale risale al 1975 con il Trio di Roma (Danilo Rea, Enzo Pietropaoli) e da allora ha suonato in tutta Europa e nel mondo con i suoi gruppi e a fianco di artisti internazionali. Oltre ad una ricerca timbrica raffinata, i gruppi a suo nome sono caratterizzati dal calore tipico della cultura Mediterranea. Gatto vanta importanti partnerships con artisti del mondo del jazz e non solo. Numerose sono le sue collaborazioni come sideman: ha suonato con Chet Baker, Freddy Hubbard, Lester Bowie, Gato Barbieri, Kenny Wheeler, Randy Brecker, Enrico Rava, Ivan Lins, Vince Mendoza, Kurt Rosenwinkel, Joey Calderazzo, Bob Berg, Steve Lacy, Johnny Griffin, George Coleman, Dave Liebman, Phil Woods, James Moody, Steve Grossman, Lee Konitz, Kirkland, Stefano Bollani, Enrico Pieranunzi, Dave Kikosky, Franco D’Andrea, John Scofield, John Abercrombie, Billy Cobham, Bobby Hutcherson, Didier Lockwood, Richard Galliano, Pat Metheny, Adam Rogers, Rita Marcotulli e tantissimi altri.

È titolare della cattedra di batteria jazz al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma.

FIAF Inaugura la mostra fotografica dedicata alla famiglia italiana

Quasi 1300 scatti, un libro fotografico, una mostra nazionale aperta fino al 9 settembre presso il Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena (AR), un catalogo e oltre 100 mostre locali in tutta Italia
Inaugurazione sabato 16 giugno 2018, ore 17,30
Parteciperanno la Vice Presidente della Regione Toscana ed Assessore alla Cultura Monica Barni e il Sindaco di Bibbiena Daniele Bernardini

La Famiglia in Italia - Progetto Fotografico FIAFLa FIAF – Federazione Italiana Associazioni Fotografiche – associazione senza fini di lucro che si prefigge lo scopo di divulgare e sostenere la fotografia su tutto il territorio nazionale – annuncia la mostra fotografica del nuovo grande progetto nazionale “La Famiglia in Italia” che verrà inaugurata sabato 16 giugno 2018 al CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena (Via delle Monache 2), a partire dalle ore 17,30. La mostra rimarrà poi aperta fino a domenica 9 settembre 2018. All’inaugurazione parteciperanno la Vice Presidente della Regione Toscana ed Assessore alla Cultura Monica Barni e il Sindaco di Bibbiena Daniele Bernardini.

Lo scopo del progetto LA FAMIGLIA IN ITALIA è quello di documentare e interpretare la famiglia italiana contemporanea alla luce delle trasformazioni epocali che hanno riguardato i diversi ruoli dei suoi componenti, le identità sessuali, le esigenze economiche, il ruolo della donna, la presenza di immigrati e italiani di nuova generazione e molti altri aspetti che modificano continuamente un’idea di famiglia che per molti anni era apparsa congelata nelle sue statiche certezze.

Se l’articolo 29 della Costituzione Italiana afferma che “la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio”, è lecito domandarsi l’attualità dell’affermazione: le trasformazioni sociali hanno messo in discussione sia l’esistenza di un’unica forma naturale di famiglia, sia il matrimonio come suo istituto fondativo per eccellenza. Dalle famiglie allargate fine alle coppie di fatto e le unioni civili, le nuove famiglie si presentano in maniera poliforme: Cosa è dunque oggi famiglia? Partendo da tale interrogativo, la ricognizione fotografica collettiva della FIAF ha inteso esplorare e rappresentare la famiglia italiana in tutte le sue declinazioni, tracciandone i nuovi confini. Ogni Autore ha affrontato la tematica del progetto partendo dalla propria esperienza personale, con uno sguardo intimo verso la realtà della propria condizione affettiva, oppure ha voluto aprirsi al racconto delle famiglie degli altri, senza alcuna preclusione linguistica.

Il progetto ha incoraggiato la ricerca della molteplicità e delle specificità familiari, chiarendo che per famiglia italiana si doveva intendere la famiglia che vive stabilmente in Italia, indipendentemente dalla nazionalità di origine dei suoi componenti. I campi di indagine hanno riguardato tematiche classiche come la nascita della coppia, le modalità di convivenza, il rapporto con l’esterno e gli equilibri interni, i figli o la loro mancanza, il rapporto tra fratelli, i rapporti con i genitori e con gli anziani, le risorse condivise (la casa, i mezzi di spostamento, etc.), gli spazi privati della famiglia e del singolo, le affinità, i vincoli, i rapporti tra padre/madre e figli, il ruolo dei nonni e degli zii, insieme a tematiche relativamente nuove quali l’omosessualità e la riproduzione assistita, la discriminazione, il ricorso alle terapie di sostegno, le famiglie allargate, quelle mono-genitoriali, le famiglie cosiddette “miste”, le comunità, le case famiglia e tutto quanto la sensibilità e la ricerca degli Autori fotografici potesse portare a scoprire nei mille universi dei nuclei famigliari contemporanei.

A partire dalla nascita del progetto, nel marzo 2017, gli iscritti sono stati quasi 1200, 742 dei quali hanno inviato le loro opere per la selezione. Delle 12.780 immagini arrivate sono stati selezionati 313 Autori con un totale di circa 1.300 fotografie, in rappresentanza di diciassette Regioni italiane.

Le immagini prodotte mostrano complessità e articolazione di rapporti, affetto e solidarietà. La famiglia appare prevalentemente sana e robusta, frutto di scelte ponderate e resistente nelle difficoltà. Ma non mancano accenni a un lessico meno famigliare e più esistenziale, come quello del singolo per scelta, per necessità, per ritorno o per anzianità.

LA FAMIGLIA IN ITALIA non è però solo un’esposizione fotografica, bensì un più grande lavoro di ricognizione fotografica che comprende anche la pubblicazione di un catalogo della mostra nazionale di Bibbiena contenente tutte le opere esposte, la pubblicazione di un libro delle mostre locali contenente una selezione delle immagini esposte nelle mostre locali diffuse in tutto il territorio nazionale e 100 mostre locali che verranno inaugurate in contemporanea con la mostra di Bibbiena.

FUJIFILM ha scelto di supportare il progetto coinvolgendo 9 fotografi e offrendo loro la possibilità di interpretare il tema del LA FAMIGLIA IN ITALIA con attrezzatura FUJIFILM: Bruno Maddeddu, Enrico Genovesi, Carlo Panza, Renato Iurato, Davide Grossi, Filippo Venturi, Umberto Verdoliva, Vittorio Scheni e Nazzareno Berton con la loro esperienza hanno portato ai partecipanti nuove idee e spunti di riflessione.

“Quando si attiva un progetto il momento dell’idea è quello più creativo, ma questa volta è stato facile. Il settantesimo compleanno della Federazione e il suo essere istituzione analoga a quella della famiglia era una constatazione fin troppo ovvia. Se la famiglia è solidarietà, reciproca assistenza e fratellanza, allora la FIAF è una famiglia formata da chi si è scelto e si riconferma, di anno in anno, quale membro affezionato della comunità – ha commentato Roberto Rossi, Presidente della FIAF – In questo nuovo progetto nazionale troviamo chi parla della famiglia multietnica, chi della mononucleare, chi pone l’accento sui figli, chi sugli anziani, chi vede la famiglia come un’entità in cui il tempo si manifesta con la moltiplicazione dei propri membri, chi patisce l’assenza o l’abbandono di chi si è amato. Ampio spazio viene dato alla famiglia composta da coppie di sesso differente, ma c’è una speciale attenzione verso le famiglie omosessuali. Credo che nessuno di noi pensi alla famiglia come un’entità perfetta, tutti i partecipanti a questo progetto hanno però guardato alla famiglia con un’attenzione, con un affetto, con un trasporto che ci fa comprendere come ancora la famiglia sia al centro dei nostri pensieri, come sia il luogo ove maggiormente si spendono le nostre energie affettive. È un posto in cui si dona incondizionatamente e parimenti si chiede, e si deve ottenere, amore e rispetto”.

FIAF
Fondata nel 1948 a Torino, la FIAF è un’associazione senza fini di lucro, attenta da sempre alle tendenze e alle istanze culturali della fotografia italiana, che si prefigge lo scopo di divulgare e sostenere la fotografia amatoriale su tutto il territorio nazionale. In oltre sessant’anni di storia la FIAF non ha cambiato il suo originale intento ed oggi annovera circa 5.500 associati e 550 circoli affiliati, per un totale di oltre 40.000 persone coinvolte nelle attività dell’Associazione, accomunate dalla passione per il mondo della fotografia e a cui fornisce molteplici servizi, dai più pratici mirati al sostegno alle organizzazioni a quelli rivolti alla formazione e alla crescita culturale di ogni singolo associato. www.fiaf.net

CIFA
Il Centro Italiano della Fotografia d’Autore nasce a Bibbiena, in provincia di Arezzo, per volontà della FIAF, la più importante e meglio organizzata associazione fotografica nazionale non professionale. La sua diffusione sul territorio nazionale e la sua “trasversalità” a livello sociale e culturale permettono al Centro di porsi come osservatorio privilegiato sulla fotografia. L’attività del Centro pone particolare attenzione allo studio e alla valorizzazione della fotografia italiana del periodo storico che parte dall’ultimo dopoguerra. Di fondamentale importanza è l’impegno nel campo della conservazione, inventariazione, catalogazione e riproposizione al grande pubblico del proprio patrimonio fotografico. A questo scopo sono stati approntati dei locali realizzati secondo le più recenti normative sulla conservazione del materiale fotografico e sta per partire una campagna di inventariazione e catalogazione dei fondi già acquisiti, da realizzarsi con programmi che permettono di interfacciare i dati con quelli delle altre istituzioni culturali italiane. www.centrofotografia.org

Brigata Arcobaleno, la liberazione continua. Roma Pride 2018

roma-pride-2017“Brigata Arcobaleno, la liberazione continua”, è il motto del Roma Pride 2018 che avrà due testimonial d’eccezione: i partigiani Tina Costa di 93 anni e Modesto 92 anni, che parteciparono alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo.
“Brigata Arcobaleno – La liberazione continua nasce dalla necessità di dare una risposta concreta alla situazione che imperversa nel nostro Paese”, ha spiegato in una recente intervista Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli e portavoce del Roma Pride. “Sono ormai mesi che la cronaca denuncia da Nord a Sud continue aggressioni a danni di persone Lgbt+, vere e proprie aggressioni fasciste. Questo è il frutto di un clima politico avvelenato anche da una campagna elettorale che Amnesty International ha definito ‘intrisa d’odio e xenofobia’ indirizzati ‘non solo ai migranti, ma anche ai rom, alle persone Lgbt, alle donne e ai poveri’. In un Paese che, purtroppo – puntualizza Secci – tende a cancellare la memoria e a riscriverla a proprio piacimento, è giusto ricordare le Brigate della Resistenza e quei ragazzi e quelle ragazze che l’hanno portata avanti. Non si tratta, tuttavia, di una semplice celebrazione bensì di un impegno nel portare avanti quella lotta contro vecchi e nuovi fascismi”. “Il Circolo Mario Mieli già da tempo ha intrapreso un percorso di collaborazione politica con l’Anpi, che ha visto le diverse realtà del Coordinamento Roma Pride sfilare in prima linea alla manifestazione del 25 aprile. Questo è accaduto perché noi ci sentiamo parte di quella lotta e protagonisti della nostra battaglia, diversa ma idealmente affine, iniziata a Stonewall ‪il 28 giugno‬ del 1969, contro ogni forma di oppressione, prevaricazione, omologazione e normalizzazione delle nostre identità, dei nostri orientamenti affettivi e sessuali e delle nostre specificità, in una parola una lotta quotidiana contro ogni forma di fascismo”, ha concluso il Portavoce Secci.
Il 9 giugno 2018 la comunità Lgbtqi scenderà in piazza per chiedere uguaglianza piena per tutti i cittadini.
“La lotta della comunità LGBT+ è fatta, fra le altre cose, di visibilità. È necessario che anche i nostri politici e le nostre istituzioni si rendano visibili, dando un forte segnale di vicinanza e sostegno alle nostre battaglie, sostegno che nel 2018 non può certo continuare limitarsi ad una firma su un patrocinio o ad una dichiarazione sui social” dichiara Sebastiano F. Secci portavoce del Roma Pride e Presidente del Circolo Mario Mieli che continua: “Siamo felici che il Presidente Zingaretti si unisca senza alcuna esitazione alla Brigata Arcobaleno, la liberazione continua!”.
Quest’anno la città di Roma è candidata per il World Pride del 2025, candidatura presentata dal Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli.
Venerdì 8 e Sabato 9 Giugno nel weekend più colorato dell’anno in cui in città si conclude la primavera dei diritti con il Roma Pride, al Gay Village è di scena un teatro dai toni arcobaleno. Venerdì è la volta di “Mi Presti La Cravatta”, divertente commedia scritta e diretta da Ennio Trinelli, con Ilenia Giambini e Alessandro Giova, centrata sulle nuove relazioni esistenti oggi nella società, simbiotiche ed amicali; Sabato si potrà assistere allo struggente “Io Che Amo Solo Te”, di Alessandro Di Marco e Lucilla Lupaioli, con interpreti i giovanissimi Riccardo D’Alessandro e Andrea Lintozzi, in scena insieme allo stesso Di Marco, che ne cura anche la regia. La pièce sta già raccogliendo molteplici consensi nel raccontare un viaggio eroico, doloroso ed entusiasmante: il percorso verso l’accettazione di sé.

“Il fulgore di Dony” di Pupi Avati: storia di un incontro ‘folgorante’

avatiIl film per la regia di Pupi Avati, “Il fulgore di Dony” -andato in onda su Rai Uno il 29 maggio scorso-, affronta temi importanti: una ‘disabilità’ improvvisa a seguito di un incidente in cui si ritrova un giovane, la crescita degli adolescenti al tempo d’oggi in una Bologna moderna con i primi innamoramenti e delusioni, l’amore che folgora, quegli incontri che ti cambiano la vita, quasi epifanie ermeneutiche un po’ pirandelliane. Protagonista della storia è una giovane 17enne di Bologna, Donata Chesi (detta Dony); già dal suo nome si intravede la figura preziosa di questo personaggio, che sarà un vero e proprio ‘dono’ per un altro giovane: Marco Ghia (Saul Nanni, che già abbiamo visto recitare in “Scomparsa”, la fiction per la regia di Fabrizio Costa con Vanessa Incontrada e Giuseppe Zeno). I due si innamoreranno, di un amore profondo, un sentimento folgorante; per Dony sarà amore a prima vista, così forte da pervaderla: “è stato in quel momento (quando lo ha incontrato per la prima volta) che è successo il miracolo”. Vero e proprio miracolo che sembra destinato a far trionfare gioia, felicità, allegria, romanticismo. Ma per un regista impegnato come Avati non poteva bastare, non poteva fermarsi qui; il regista con questo film è voluto -a nostro avviso- andare oltre per affrontare tematiche più profonde. Infatti un giorno Marco avrà un grave incidente sugli sci con il padre (Andrea Roncato), che lo porterà a un grave handicap fisico e mentale (a seguito di un forte trauma cranico le sue capacità motorie e cognitive saranno drasticamente e progressivamente sempre più ridotte); l’unica persona in grado di calmarlo, che il ragazzo cercava e pertanto che poteva ‘salvarlo’, era proprio Dony (rimasta sempre nella sua mente nonostante la grave patologia). Per questo la madre (Lunetta Savino) chiede aiuto a lei; in nome del suo amore. Così profondo, da farle dire: “quando rideva era ancora più bello”, “sarei rimasta lì per sempre a parlare con lui”; amore anche eterno ed in grado da rinunciare a tutto per lui? Nonostante la giovane età? Dony si ritrova di fronte a questo bivio. Lui le chiede di sposarlo e di fuggire via con lui. I compagni le dicono di lasciar stare questo suo “stupido sogno” romantico inutile, di ripensarci. La ragazza all’inizio ha un attimo di titubanza, poi troverà il coraggio di portare avanti il suo amore e inseguire il suo sentimento. La famiglia non approva (né la madre, Ambra Angiolini, né il padre, Giulio Scarpati): “Sei matta come lui” le dice sua mamma. Ma per lei esisteva solamente una legge shakespeariana di “O tutte e due o niente”, solo loro due insieme, così forti che si bastavano a vicenda. Dei nuovi Romeo&Giulietta moderni. Quasi forte del suo nome, di un amore che le era stato donato e che doveva restituire. Il fulgore del titolo, però, non è solo la sua forza di volontà, il suo amore per la vita, il suo coraggio di andare contro tutti per Marco, la vitalità che riuscirà a portare nella vita del giovane. “Fulgore” infatti significa -da dizionario- folgore, bagliore, luce vivissima che abbaglia, lucentezza e brillantezza nel senso di sfolgorio, ma anche dunque metaforicamente “il momento migliore della propria vita”. Dunque è in questo senso che va letto il termine scelto dal regista per il titolo; cioè il godersi in pieno la fase migliore della vita, la giovinezza, nonostante tutte le difficoltà e nonostante anche la malattia, ma anche il bagliore che acceca delle cose importanti della vita come l’amore, che con fragore irrompono nella nostra vita con questi incontri che te la cambiano e con i veri piccoli miracoli che accadono: il vero folgore di quell’età magnifica che è l’adolescenza. Un film di adolescenti e per adolescenti. Ma se da adolescenti si sogna l’amore eterno, romantico e passionale, Dony finisce in analisi, in terapia dallo psichiatra e psicoanalista (Alessandro Haber), perché non riesce a parlare con la sua famiglia, che non condivide la sua scelta di rinunciare a tutto per questo ragazzo. “Ne sono consapevole. Mi ritiro dalla scuola per qualcosa di più importante. Voglio sposarlo. Lo faccio per il bene che mi vuole, per la sua paura che ha di perdermi, per il bisogno che ha di me. Non avevo mai pensato di poter essere così importante per qualcuno”. Dunque una ragazza che diventa una donna, che capisce che crescere significa prendersi delle grosse responsabilità. Non è solo il tenero romanticismo di una giovane sognatrice, innamorata, dall’anima delicata e sensibile, appassionata di letteratura e soprattutto della scrittrice Anna Maria Ortense, di cui la colpisce soprattutto il suo rapporto con il dolore (a seguito della perdita del fratello marinaio Emanuele). Ed è quest’ultimo sentimento che è entrato, con l’amore, nella sua vita. Lei ama la danza classica e vorrebbe diventare una scrittrice. Per dirla con Anna Maria Ortense, allora, come scrisse nel suo primo racconto “Pellerossa”: la giovane si ritrova a vivere “lo sgomento delle grandi masse umane, della civiltà senza più spazi e innocenza, dei grandi recinti dove saranno condotti gli uomini comuni”, cioè l’incomunicabilità, per la percezione deviata della diversità, discriminata, che ci emargina in spazi chiusi dove siamo rinchiusi come in gabbie sempre più strette, circondati da spazi enormi di città che si fanno metropoli, nella società di massa appunto che tende a stereotipare e stigmatizzare tutto. Ed ancora, si potrebbe aggiungere, con le parole della Ortense in “L’infanta sepolta” (pubblicato da Adelphi nel 1994), che sembrano descrivere alla perfezione lo stato d’animo di Dony: “Qui, (…) tutte le cose, il bene e il male, la salute e lo spasimo, la felicità più cantante e il dolore più lacerato, (…) tutte queste voci erano così saldamente strette, confuse, amalgamate tra loro, che il forestiero che giungeva in questa città ne aveva (…) una impressione stranissima, come di una orchestra i cui istrumenti, composti di anime umane, non obbedissero più alla bacchetta intelligente del Maestro, ma si esprimessero ciascuno per proprio conto suscitando effetti di meravigliosa confusione”. Ma la città è la stanza, la casa dove vive con Marco; cioè spesso la gente non potrà capire, ma ormai l’infanzia e l’adolescenza sono superate: lei e lui non sono più bambini, nonostante il giovane sia affetto da un progressivo ritardo mentale a seguito dell’incidente. L’amore è felicità e sofferenza insieme, nella gioia e nel dolore come si dice nel rituale del matrimonio; capire questo significa diventare grandi e saper davvero amare.

Un modo per descrivere l’adolescenza in maniera un po’ pittoresca, quasi ci trovassimo davvero in un romanzo letterario storico d’altri tempi, antico e moderno contemporaneamente. Forse Pupi Avati poteva approfondire meglio tematiche importanti solo accennate come la disabilità, la gioventù coraggiosa e la psicoanalisi; bene ha fatto a trattare e ad approfittare di una trama assolutamente interessante ed originale. Forse poteva approfittarne meglio. I temi sono solo accennati, trattati in maniera semplice e a volte semplicistica; magari si poteva sfruttare meglio il filone della psicoanalisi per un’evoluzione nei personaggi, in Dony come nei genitori, per mostrare il vero cambiamento che porta; oppure dare più risalto alla scelta coraggiosa della ragazza, coinvolgendo anche gli altri coetanei e compagni di scuola, facendoli diventare parte attiva del suo ‘progetto’ di aiutare il ragazzo a superare il trauma del suo incidente diventando una vera comunità più unita e ampia, invece di essere distanti e spettatori passivi quasi infastiditi; oppure mostrare come la disabilità non sia invalidante in toto impendendo ad una persona di realizzarsi nei suoi sentimenti, in questo aspetto troppo poco approfondito: sì c’è io matrimonio dei due che lottano contro tutti, però rimane una cosa ristretta a loro due, solo loro due, mentre sarebbe stato bello vederlo esteso a più persone, con un maggior ruolo della città, di Bologna che fa solo da cornice senza avere parte attiva, eppure città molto ‘fresca’ e ‘viva’. “Il fulgore di Dony” sembra più una nuova versione de “La solitudine dei numeri primi” che finalmente convergono, ossia la solitudine di due anime simili e predestinate, cioè destinate ad incontrarsi ed unirsi che finalmente mette fine a un loro isolamento individuale stringente. La storia di questi due giovani in cui la vera protagonista è Dony (Greta Zuccheri Montanari), più che lui (Marco Ghia, Saul Nanni), poiché il suo incidente è la causa scatenante di tutto il cambiamento, che è lui stesso ad avviare, ma che senza di lei non potrebbe proseguire: i due diventano inseparabili, ma ne è lei la promotrice e la forza vincente. Sicuramente, una volta di più, Pupi Avati -dall’alto della sua esperienza e maturità professionale, forte dell’impegno del suo mestiere e del suo ruolo socialmente impegnato e utile- ci ricorda che i giovani possono (e devono) fare tanto, per dare il ‘la’, l’esempio, quasi una guida per mettere in moto un mutamento sociale collettivo significativo e dettare nuove regole del vivere civile, nonostante la loro giovane età -ribadiamo-. Questo il vero fulgore che deve essere folgorante per tutti.

Ba Co

Cannes, grandi ritorni e blockbuster per riportare il pubblico in sala

odissea nella spazioIl Festival del cinema di Cannes, conclusosi pochi giorni fa, ha premiato i due film italiani in concorso. Marcello Fonte, protagonista di “Dogman” di Matteo Garrone, ha vinto il premio al miglior attore, e Alice Rohrwacher  il premio alla miglior sceneggiatura per “Lazzaro felice”, di cui è anche regista. Un importante risultato per la cinematografia nostrana che mostra così i primi segni di una rinascita che speriamo porti buoni frutti anche al botteghino.

Perché le sale italiane hanno bisogno di spettatori, dato il calo registrato nel 2017 con quasi la metà dei biglietti venduti rispetto a due anni fa. Il 2016 è stato un anno d’oro per il box office perché trainato dallo straordinario successo di “Quo vado?” di Gennaro Nunziante e con Checco Zalone, che ha toccato il record di oltre 65 milioni di incassi e più di 9 milioni di spettatori. Un altro successo è stato “Perfetti sconosciuti”, di Paolo Genovese, che ha superato i 15 milioni.

Ma l’anno scorso è stato un disastro, segnato da un calo quasi catastrofico dei biglietti venduti. E non sono i grandi blockbuster ad avere fallito, anzi fanno sempre numeri interessanti, ma tutti gli altri. E i bilanci del box office italiano sono sprofondati in un “Profondo rosso” così da paura che neanche il film di Dario Argento.

Speriamo che dai successi di Cannes inizi una rinascita tanto attesa quanto indispensabile perché, non dimentichiamolo, un pezzo importante della vita dei film passa ancora per le sale, che a loro volta vivono grazie ai biglietti staccati.

L’edizione 2018 del Festival di Cannes ha anche riproposto due grandi classici del cinema restaurati in occasione del loro 70esimo e 50esimo anniversario: “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica e “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick.

“Ladri di biciclette”, capolavoro del neorealismo girato con pochi soldi e con attori non professionisti da Vittorio De Sica nel 1948, è considerato uno dei più grandi film di tutti i tempi. Vi fa la sua prima apparizione, come comparsa nel ruolo di seminarista, quel Sergio Leone che qualche lustro dopo conquisterà un successo globale con la Trilogia del dollaro.

Il film racconta una vicenda piccola, piccola, di quelle che di solito non meritano neanche due righe in cronaca ma che la bravura di De Sica (cosceneggiatore assieme a Cesare Zavattini) ha trasformato in una storia universale di grande livello narrativo, che va oltre la Roma del dopoguerra, e con un impatto emotivo che ha pochi eguali nella storia del cinema.

“Ladri di biciclette”, che ha conquistato una valanga di premi in Italia e all’estero, fra cui un Oscar onorario nel 1950 al miglior film straniero, è stato restaurato dal laboratorio L’Immagine Ritrovata. Il restauro è stato voluto dalla Fondazione Cineteca di Bologna e dalla Compass Film di Stefano Libassi, in collaborazione con Arthur Cohn, Euro Immobilfin, Artedis, e con il sostegno dell’Istituto Luce – Cinecittà.

Da un film piccolo piccolo, con il quale a De Sica riuscì anche il colpaccio di contrastare al botteghino i kolossal hollywoodiani, al budget stratosferico di 12 milioni di dollari di “2001: Odissea nello spazio”, che dal 1968 ha rivoluzionato il modo di raccontare le storie su grande schermo, tutte e non solo quelle di fantascienza; il blockbuster padre di tutti gli effetti speciali degli ultimi cinquant’anni; il capolavoro dei capolavori partorito dal genio di Stanley Kubrick.

“2001: Odissea nello spazio” ritornerà sugli schermi della Penisola il 4 e il 5 giugno prossimi dopo essere stato proiettato nello splendore dei 70 millimetri della versione originale nella sezione Classics del Festival di Cannes, grazie a un restauro curato dalla Warner Bros e dal regista Christopher Nolan (“Batman”, “Interstellar”, “Dunkirk”), che lo ha anche presentato in occasione della prima mondiale di Cannes. E si può parlare di seconda giovinezza perché si è lavorato al negativo originale con un procedimento di ricreazione fotochimica dei fotogrammi. Una sorta di “rinfrescata” del materiale in analogico, senza passaggi in digitale o modifiche al montaggio originale voluto da Kubrick.

Per parlare in maniera adeguata della fotografia e dell’uso del colore, degli arredamenti e delle scenografie, della colonna sonora e degli straordinari effetti speciali di un film sontuoso come “Il Gattopardo” di Luchino Visconti e claustrofobico come “… e poi, non ne rimase nessuno” (dall’omonimo romanzo di Agatha Christie) non basterebbe un’enciclopedia, quindi ci limiteremo a brevi note.

La citazione di Agatha Christie è quasi obbligata perché “2001” racconta, proprio come nel più classico giallo di scuola inglese, anche di delitto e castigo, di una serie di omicidi in una camera chiusa che più chiusa non si può, (un’astronave che viaggia nello spazio), della caccia all’assassino e della sua inevitabile punizione: la condanna a morte. Anche se si tratta di una vita artificiale.

Quindi un aspetto del film, oggi più attuale di ieri , riguarda il rapporto tra gli umani e l’intelligenza artificiale, con macchine che ha volte hanno reazioni più umane degli stessi umani. Per non parlar di aspetti tipo la punizione per l’uomo che osa sfidare gli Dei, la sindrome della torre di Babele, quella di Frankenstein, e che il potere assoluto corrompe assolutamente, come diceva Montesquieu. E che di buone intenzioni sono lastricate le strade degli Inferi, soprattutto di quelli dei Puritani e degli Anglicani.

Indimenticabile anche la scena dove un osso lanciato in aria da un primate come gesto di vittoria e di sfida si trasforma in una navetta spaziale raccontando, con un montaggio mai osato prima, milioni di anni di evoluzione in un battito di ciglia.

Sul significato del film è in corso un dibattito sin dalla sua prima apparizione avvenuta il 2 aprile 1968 all’Uptown Theater di Washington. Dai grandi teorici del Vaticano agli scienziati più atei, tutti ci hanno trovato parte di sé, del proprio credo, quasi una proiezione dell’idea (del sogno, della precognizione) del presente, del passato e del futuro di ogni singolo spettatore più che dell’umanità in senso generale. Ciascuno può vederci quello che gli pare, come disse una volta Kubrick. Può dare al film il significato che vuole in base al suo vissuto personale, a quello che ha letto o visto nella realtà o nei propri sogni. Meglio lasciarsi catturare da una fantasia a occhi aperti, da un viaggio attraverso lo schermo dove lo spirito guida non è più il Coniglio Bianco dello specchio di Alice ma “il” Monolite nero.

Il team degli effetti speciali con a capo Douglas Trumbull (Oscar per gli effetti speciali assieme a Kubrick, e che ha lavorato anche a “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, “Star Trek” e “Blade Runner”) ha aperto la strada a una vera e propria rivoluzione dei trucchi cinematografici, a partire dalle Guerre Stellari di George Lucas per arrivare a “Solo: a A Star Wars Story” di Ron Howard, l’ultimo nato della saga uscito nelle sale proprio in questi giorni, e presentato sempre a Cannes con una messa in scena sul red carpert veramente da fantascienza.

E proprio il film che racconta la giovinezza di Han Solo (con Alden Ehrenreich che interpreta il personaggio su cui riposa gran parte della fama imperitura di Harrison Ford) sarà il prossimo successo al botteghino. Così come grandi incassi hanno prodotto “Black Panther”, con un 1 miliardo e 300 milioni di dollari, e “Avengers: Infinity War” che non ha ancora finito al sua corsa in sala ma che già si avvicina a 1 miliardo e mezzo di dollari, con oltre 15 milioni in Italia; e “Deadpool 2”. Mentre sulla linea di partenza ci sono altri due sicuri campioni di incassi: “Jurassic World: Il regno distrutto”, quinto capitolo della serie di Jurassic Park e “Ant-Man and the Wasp”, iconici personaggi Marvel.

I blockbuster Usa e i cinecomics, soprattutto quelli Marvel, hanno un impatto pensato proprio per la visione su grande schermo per godersi dettagli e scene pensate proprio per la visione in sala. Ma questo successo non produce un effetto “cascata”, non porta nelle sale nuove generazioni di spettatori nel cosiddetto giorno medio, come dimostra il calo di oltre il 50 per cento dei biglietti venduti in Italia.

Sarà che ha ragione Netflix (che proprio in questi giorni ha toccato grandi traguardi alla Borsa di Wall Street, diventando più preziosa della Walt Disney), la grande esclusa di Cannes, che produce film per qualsiasi tipo di formato e supporto? Che per vedersi un gran bel film sarà sempre meno obbligatorio andare al cinema? Georges Méliès ha detto una volta: “Amici miei, mi rivolgo a tutti voi, stasera, per ciò che davvero siete: illusionisti, sirene, viaggiatori, avventurieri e maghi. Venite a sognare … con me”. Oggi è più facile che il sogno ti arrivi in uno degli schermi di casa piuttosto che muoversi per raggiungerlo. Che stia per sorgere l’alba di un nuovo mondo anche per l’industria cinematografica? E che niente sarà più come prima?

Antonio Salvatore Sassu