Dogman. Uccidi il Capobranco con “amore”. Le bestie di Garrone

dogmanIn una periferia dei giorni nostri abbandonata e a tratti selvaggia che potrebbe essere un antico villaggio del feudalesimo o del Vecchio West con i suoi traffici illeciti, ma con delle leggi ben definite, in cui vige la legge del ‘più forte’, vive Marcello. È un uomo smilzo e inetto con un negozio di tolettatura per cani: Dogman. L’uomo-cane potrebbe essere lui stesso, docile e servile e sempre fedele al suo padrone, Simoncino, un ex pugile cocainomane che spadroneggia per il quartiere come un re, ma un sovrano ingiusto e odiato da tutti. Dogman-Marcello chiama sua figlia e i cani di cui si prende cura con lo stesso nomignolo affettuoso di ‘Amore’. Con loro mangia, parla e scherza. Con la sua dolcezza riesce ad acquistare la fiducia anche di cani come i rottweiler, ha capito che basta dar loro un ‘biscottino’ per ammansirli, un premio.
Marcello ubbidisce a tutte le angherie del Capobranco Simoncino anche quando, all’ennesimo torto subito, nella piazza viene avanzata l’idea di un regicidio. Da bravo cane fedele lo segue in tutto e non lo tradisce nemmeno quando a essere messa a repentaglio è la sua reputazione e i suoi affetti. Marcello viene così esiliato dalla comunità per colpa di Simone che non solo non lo ricompensa per la sua complicità, ma lo riempie di botte quando Marcello prova a chiedere il suo ‘premio’.
Stanco, umiliato e solo, Marcello decide di provare ad addomesticare il cane più feroce, Simoncino, con la stessa tecnica con cui ammansiva i cani, portandogli un ‘biscottino’ (una dose di cocaina) e promettendogliene altra. Ma l’ex pugile non è un cane ammaestrabile, Simoncino è la bestia, il Capobranco che non ha affetto (nemmeno per sua madre), ma solo esigenze e istinti primari. La situazione precipita e come nelle leggi della natura Marcello finisce con l’ucciderlo per salvarsi e porta in dono il corpo di Simoncino nella piazza per essere riammesso nel quartiere.
Come in tutti i film di Garrone, alla fine giustizia viene fatta ‘secondo natura’.

Regia: Matteo Garrone
Sceneggiatura: Ugo Chiti, Massimo Gaudioso, Matteo Garrone

Interpreti
Marcello (Marcello Forte)
Simoncino (Edoardo Pesce)
Madre di Simoncino (Nunzia Schiano)
Franco – proprietario del Compro Oro (Adamo Dionisi)
Francesco – proprietario del negozio delle Slot machine (Francesco Acquaroli)
Alida – figlia di Marcello (Alida Baldari Calabria)
Ristoratore (Gianluca Gobbi)

‘Il capitano Maria’, una fiction tra ‘Don Matteo’ e ‘Scomparsa’

il capitano maria“Il Capitano Maria”, per la regia di Andrea Porporati, con Vanessa Incontrada, Carmine Buschini, Andrea Bosca e la partecipazione straordinaria di Giorgio Pasotti, affronta temi d’attualità, rivisitando cliché cinematografici e guardando ad esperienze in tale ambito del passato. Tra “Scomparsa” e “Don Matteo”. Tra droga e disagi esistenziali ed adolescenziali. Nel pieno divario tra città e periferia, ci si trasferisce per trovare un’identità e un equilibrio, per ritrovarsi e riscoprire le proprie origini, i posti da cui si (pro)viene, alla ricerca del sé, per cercare “un’altra (e nuova) vita” (per citare un’altra fiction con la Incontrada); per superare dei traumi come l’uccisione del magistrato Dino Guerra, marito di Maria Guerra (ora capitana dei carabinieri, come abbiamo visto nell’ultima serie di “Don Matteo” tra l’altro) e padre di Lucia Guerra, detta “Luce” (ragazza ribelle, ma sensibile), interpretata da Beatrice Grannò. Un caso da risolvere, che significa rimettere a posto i pezzi del puzzle della propria vita e del proprio animo. Il giallo è duplice e a carattere molto moderno: la droga che circola nelle scuole e un esplosivo piazzato proprio nella scuola di Lucia Guerra ad introdurre il tema del terrorismo islamico (forse per la prima volta nella fiction italiana e comunque un gesto di coraggio e molto significativo); per una fiction esplosiva potremmo dire. A parte la battuta, ci si muoverà tra lo scontro tra la generazione dei genitori e quella dei figli, dei docenti che insegnano e dei loro alunni, ovvero quella degli adulti e l’altra dei giovani rappresentata da Luce, ma anche dal suo coetaneo e compagno di classe Filippo Gravina (Carmine Buschini). Si oscillerà tra polveri da sparo, polvere chimica da sniffare, la polvere dell’inquinamento atmosferico e la polvere delle prove e degli indizi da rispolverare per scoprire la verità e giungere alla risoluzione del caso. Non manca un forte e centrale aspetto di mistero, che infonde suspense e tensione alla fiction: tra amori (anche tenuti nascosti) e confessioni e rivelazioni segrete dove, tra malavitosi e carabinieri, tra legalità e illegalità, la quotidianità è fatta di entrambi gli aspetti: contrasti antipodici, opposti estremi con cui si deve imparare a convivere perché coincidono entrambi nella realtà di tutti i giorni. Gli innocenti sono sempre i bambini, occorre far trionfare il bene sul male. I più piccoli sono protagonisti, con i giovani adolescenti, perché è da loro che deve partire il cambiamento (dicendo ad esempio basta, niente più droga né pillole, ribellandosi alla microcriminalità che li vorrebbe assoggettare, manipolare e schiavizzare; facendo profitto e guadagnando sulla loro pelle in modo cinico). C’è un ordigno nelle scuole dei bambini perché il terrorismo oggi passa per il più grande terrore e pericolo che è quello di non sentire più niente e di non avere più valori o esempi da dare e da lasciare alle generazioni future (come potrebbe essere quello del magistrato Dino Guerra), né umanità: quella che insegue, ricerca e tenta di riportare in auge Maria Guerra. Quest’ultima, poi, ha anche un altro figlio più piccolo: Riccardo Guerra (alias Martino Lauretta).
Per scampare dall’ordigno (“potente abbastanza da far saltare in aria tutta la zona”), ci si muove come nella simulazione di un’esercitazione a scuola, quasi ad imparare a destreggiarsi nelle insidie della vita. Si chiamano i servizi segreti anche perché ognuno ha un segreto. E Luce finisce per mettersi nei guai e in serio pericolo, tanto da scomparire e far preoccupare a morte la madre (come proprio avvenne in “Scomparsa”). Sono e siamo tutti in pericolo, in uno scenario apocalittico moderno. Nello scontro tra due mondi: adulti ed adolescenti, ma anche quello dell’universo della legalità e quello della criminalità. In mezzo c’è la normalità, che è fatta di amore, odio, gioia, dolore, rabbia, paura. I due mondi si contaminano e allora si è tutti in fuga: verso dove? In soccorso, in aiuto a salvare, un po’ ancora come in “Scomparsa”, arriva un personaggio nuovo, misterioso, sconosciuto: chi sarà? Si sa solo che è in contatto, con cellulari di ultima generazione (di nuovo il ruolo ricoperto nella società moderna dalle tecnologie), con un’amica e compagna di scuola e di banco di Luce: due amiche (proprio sempre come nella fiction “Scomparsa”), unite da un filo sottile, linea di confine tra il loro bene e il loro male: quasi a dire, ritrovare Luce per ritrovare la luce, la serenità, la pace, in un mondo di sofferenza e dolore.
Nel tormento di queste anime solitarie, vite naufragate e naufragi sulle coste alla ricerca di nuove spiagge, nuove speranze oltre le illusioni, le allucinazioni di pillole che anestetizzano l’anima, narcotizzano ogni sentimento, ogni famiglia, ogni quartiere, ogni città, ogni periferia, dove troviamo minorenni kamikaze di un mondo alla deriva, alla ricerca di una religione, di un dialogo con Dio.
Il Capitano Maria deve risolvere tutti questi problemi, forte del suo ‘sacro’ nome: Maria, come la madre di Gesù, la Madonna, diventa metaforicamente la guida per l’umanità, come la Vergine fu scelta quasi per miracolo per la Rivelazione. A ciò si unisce il cognome: Maria Guerra, come lo stesso conflitto mondiale planetario che pervade tutto il pianeta, ad indicare il tormento interiore di questa donna, come della figlia (Luce si chiama non a caso anche lei). Quasi che anche Maria si chiedesse, come la madre di Cristo, perché proprio io? Perché proprio a me spetta dare un futuro, una speranza, un domani soprattutto alle nuove generazioni, e salvare la mia città, la mia famiglia, la mia gente? E non a caso hanno lasciato Roma (sede del massimo potere religioso, della fede cattolica dove risiede il Pontefice), quasi a portare tale insegnamento e dottrina nei posti sperduti, nelle periferie. Una fiction realistica, moderna e noir.
Partita bene, forte del successo di share: più di sette milioni di spettatori con il 28,5% di share e capace di battere persino “Star Wars” su Canale 5 (che ottiene circa l’8%) e dunque -potremmo dire-, di fare concorrenza al Commissario Montalbano. Da segnalare l’ambientazione in Puglia. Infatti, dopo 10 anni, Maria Guerra fa ritorno in un piccolo porto del Sud Italia da dove era partita per Roma. Ciò è dovuto a due motivi: primo perché nella Capitale sua figlia aveva un giro di brutte amicizie e poi per il suo nuovo lavoro di capitana. Inoltre vuole scoprire la verità sull’uccisione di suo marito, proprio in quella città, un magistrato del Tribunale dei Minori. La fiction in quattro episodi vedi la partecipazione di Giorgio Pasotti (che lavora nella scuola di Luce, nei panni di Dario Ventura) e di Andrea Bosca (collega di Maria Guerra, alias Enrico Labriola). La fiction è un prodotto Palomar-Rai Fiction; inoltre uno dei produttori è Carlo Degli Esposti (già impegnato con la Palomar nel progetto di “Braccialetti Rossi” dove recitò lo stesso Carmine Buschini).

“Scomparsa” e “Il capitano Maria” a confronto. Il successo iniziale di questa nuova della serie ci ricorda che la speranza, l’amore, l’amicizia, la fratellanza, la solidarietà, l’umanità non devono mai essere una cosa scomparsa nel nulla, ma una certezza. Come, del resto, fece “Scomparsa”.
Non come, potremmo aggiungere, le protagoniste di quest’ultima fiction: Sonia e Camilla. Due adolescenti, due amiche inseparabili, due sedicenni, due ragazze dai caratteri completamente opposti, due giovani che sognano di fuggire da San Benedetto del Tronto per due ragioni diverse: Sonia Iseo (Pamela Stefana) vuole andare a Milano per avere una vita diversa, nuova, migliore e soprattutto lontano dal padre (con cui ha un forte attrito) e dalla madre (con cui non riesce a parlare), ma pronta a portare con sé la sorellina minore Greta; esuberante, irriverente, sfrontata, ribelle, spregiudicata e incosciente, non ha paura di “osare” e di “provocare” a suo rischio e pericolo. Camilla Telese (Eleonora Gaggero), invece, vorrebbe incontrare il padre che non ha mai conosciuto; decide di assecondare l’amica nella rischiosa impresa sebbene abbia un carattere più docile, sia più introversa, più moderata, più riflessiva, razionale e tranquilla dell’altra, meno impulsiva. Vedono in una festa “in” (che viene proposta loro dal farmacista del paese e sponsor della loro squadra di pallavolo dove giocano insieme: Ugo Turano, alias Alberto Molinari), l’occasione di evasione e svago, da cui potrebbe partire tutto, dove trovare la chance e la fortuna per poter andare via e scappare.
Da questo episodio prende il via la serie tv “Scomparsa” di Fabrizio Costa, campione di ascolti (come “Il capitano Maria”) nelle penultime due puntate, con quasi sette milioni di spettatori. Questo, soprattutto in periodo di feste e festeggiamenti, ci ricorda quanto vi siano due attitudini diverse per approcciarsi al divertimento e alle nostre ambizioni, sogni e desideri: uno più misurato ed equilibrato (col minimo rischio e accontentandosi), l’altro più estremista (dando il massimo e giocandosi il tutto per tutto). Quanto i giovani siano vulnerabili, influenzabili e fragili; ma di quanto, allo stesso tempo, insieme si possa essere più forti. Soprattutto se non si perdono di vista i sentimenti e l’umanità di ognuno di noi; in particolare la fiducia nell’altro e la sincerità con l’altro, senza maschere e senza più segreti. Anche persone apparentemente all’opposto, possono ben conciliarsi perfettamente. Ognuno cela -in fondo- (in)sofferenza e insicurezza.

Tennis: pre-qualificazioni agli IBI 2018 e i campioni si prenotano

ibi tennis

Mentre si giocano al Foro Italico le pre-qualificazioni degli Internazionali Bnl d’Italia 2018, i big si prenotano un posto d’onore tra i favoriti per la vittoria finale agli IBI.

Chi saranno i più quotati? Già abbiamo detto di Rafael Nadal. Ora si aggiunge anche il campione Next Gen (ma ormai superato perché entrato a pieno regime nella top ten dei più forti, non a caso attuale n. 3 al mondo), Alexander Zverev che conquista in casa il titolo all’Atp di Monaco, in finale in un derby tedesco che ha sempre dominato e controllato (con maturità e sicurezza sorprendenti) sul connazionale più anziano Philipp Kohlschreiber con un doppio 6/3. Il giovane era testa di serie n. 1 ed ha rispettato i pronostici che lo davano superfavorito; l’altro ha fatto un buon torneo, ma non è bastato al n. 6 del seeding per portare a casa il trofeo. Il vincitore della passata edizione degli Internazionali, infatti, ha saputo sfruttare ogni occasione e fare il break decisivo che lo ha portato a servire prima per il set e poi per il match, in sicurezza, sbagliando molto poco, con una padronanza dei propri mezzi e del campo sorprendente: non ha tremato neppure un solo attimo. Più solido, concentrato, preciso, freddo e lucido, concreto in una parola, che nella semifinale contro Hyeon (testa di serie n. 4), che comunque ha battuto per 7/5 6/2, dopo essersi sbarazzato facilmente ai quarti di un fallosissimo Jan-Lennard Struff per 6/3 6/2.

Così come ha convinto il giapponese Taro Daniel all’Atp 250 di Istanbul, che la nostra nazionale di Coppa Davis ben ha imparato a conoscere e temere, sapendo quanto possa essere insidioso. Qui in Turchia prima ha battuto il nostro Matteo Berrettini per 7/5 6/3: l’azzurro ben si è difeso, ma la superiorità del talento nipponico si è vista; difficile che conceda un gratuito, rimette e respinge sempre ogni palla; poi ha eliminato la testa di serie n. 4 Bedene con un doppio 6/2; dopo ha avuto due match duri terminati al terzo set nei quarti e in semifinale: prima contro il brasiliano Dutra Da Silva (conclusosi con il punteggio di 1/6  6/1 6/4), in seguito – al turno successivo – del francese Chardy per 6/3 4/6 6/4. In finale contro Jaziri ha fatto la differenza con la regolarità, la precisione e il maggiore autocontrollo rispetto a un nervosissimo Jaziri. Daniel ha saputo mantenere più la calma e la concentrazione, ha avuto più pazienza, ha saputo aspettare e, al momento giusto, ha realizzato i punti del vantaggio che gli servivano giocando egregiamente il tiebreak del primo set (vinto per sette punti a quattro) e 6/4. Jaziri era anche in vantaggio e il giapponese ha dovuto rimontare il punteggio, ma non ha mai mollato, mentre l’altro si è distratto in contestazioni di chiamate di palle con l’arbitro che gli sono state poco utili.

Mentre nel femminile tornano a vincere di nuovo Elise Mertens e Petra Kvitova, rispettivamente al Wta di Rabat e al Wta di Praga. La prima finale è stata senza storia, dominata completamente dalla belga che ha prevalso nettamente sulla Tomljanović. Netto il 6/2 che le ha imposto nel primo set, l’avversaria ha avuto un sussulto solamente nel finale del secondo set. La belga è andata di nuovo a servire sul 5/2 per il match e tutto sembrava destinato a chiudersi con un doppio 6/2; invece la Tomljanović è riuscita con coraggio e orgoglio a strappare il servizio alla belga, poi a tenere il suo e portarsi sul 5/4, a crederci e pareggiare i conti sul 5-5; c’è stato di nuovo il break della Mertens, che però non è riuscita a completare il parziale e si è andati a un giusto, onesto e meritato tiebreak, però giocato meglio dalla più esperta belga, che lo ha portato a casa per sette punti a quattro, contro un’amareggiata ma generosa Tomljanović.

La ceca, invece, conquista il titolo al Wta di Praga (in casa) su un’avversaria ostica da tenere a bada, molto insidiosa e difficile, che emerge e sorprende tutti: la rumena Mihaela Buzarnescu. Si va al terzo set e solo la maggiore esperienza della Kvitova le ha permesso di vincere. 4/6 6/2 6/3 il punteggio con cui la rumena ha messo davvero in difficoltà diverse avversarie, tra cui la nostra Camila Giorgi in semifinale (in una maratona finita dopo due ore e mezza al terzo set, con molte occasioni non sfruttate dall’azzurra, che poteva anche chiudere). Tenace, grintosa, ha buoni fondamentali molto incisivi, profondi e potenti, in più passa bene e viene anche all’occorrenza avanti a rete, serve bene e potrebbe essere un misto della Mertens e della Giorgi perché tira ogni colpo, lotta su ogni palla, corre tanto e sbaglia poco, aggredisce molto. Abbastanza regolare, ha saputo sempre mantenere la lucidità e la freddezza necessarie al controllo del match, ma forse in finale ha accusato un po’ di stanchezza per la lunga battaglia sostenuta contro la marchigiana e di tensione e di emozione per giocarsi un titolo per lei importantissimo; tanto che ha iniziato a mostrare cenni di cedimento fisico e mentale e di nervosismo. Visibile la sua delusione nel finale, con gli occhi lucidi di dispiacere, tra l’esultanza euforica di Petra Kvitova, che si conferma ritornata e ritrovata. Ancor più evidenti i segnali di calo fisico e nervosismo della Buzarnescu, li si sono notati maggiormente contro la russa Maria Sharapova al primo turno del successivo torneo del Wta di Madrid. Qui contro la siberiana ha iniziato a commettere più errori, ad arrivare un po’ in ritardo sulla palla e a sbattere la racchetta con gesti di stizza a terra. Più lucida, precisa e fresca la Sharapova; con facilità e supremazia Masha si è imposta per 6/4 (con un solo break decisivo di vantaggio) per poi dilagare con un severo e netto 6/1 nel secondo set, in poco tempo, con una stremata rumena. La siberiana ha fatto tutto bene e giusto, sbagliando poco, mentre per l’avversaria c’è stato qualche errore di troppo con il dritto e al servizio (con il regalo di qualche doppio fallo di troppo); la Sharapova, invece, è stata incisiva soprattutto con il rovescio lungolinea. La Buzarnescu è diventata la nuova n. 32 al mondo, mentre la Sharapova ha confermato il buono stato fisico e di condizione anche al secondo turno battendo Irina-Camelia Begu per 7/5 6/1, in maniera speculare a quella con l’latra rumena.

Tra l’altro, nel recente Wta di Madrid, la Kvitova ha continuato a vincere facile per 6/1 6/2 sulla Tsurenko; ma bene anche la Halep (6/0 6/1 alla Makarova) e la Muguruza (6/4 6/2 alla Peng). In terra spagnola continuano a trionfare Kristina Pliskova (doppio 6/4 alla Vikhlyantseva) ed Elise Mertens (con un doppio 6/4 alla connazionale belga Van Uytvanck); positivo il doppio 6/3 della Azarenka sulla Krunic; ci sono anche la Wozniacki, che si impone sulla Gavrilova per 6/3 6/1, e la Konta (6/3 7/5 su Rybarikova); male la Errani, che perde 6/1 6/4 dalla Barty (che si scontrerà proprio con la danese); perde la Osaka dalla cinese Zhang per 6/1 7/5.

“Wajib”: delicato film palestinese. Il senso della vita e la dura realtà

locandinaÈ finalmente uscito anche nelle sale italiane “Wajib- Invito al matrimonio”: film del 2017 opera di Anne Marie Jacir, regista, sceneggiatrice e produttrice cinematografica palestinese, nativa di Betlemme; coprodotto da più Paesi (tra cui Francia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti).

Interpretato dal celebre Mohammed Bakri, star del cinema mediorientale che ha lavorato anche coi fratelli Taviani e con Saverio Costanzo, e dal figlio Saleh, “Wajib” è, in sostanza, un “On the road”, che, però, rispetta rigorosamente la celebre unità aristotelica di tempo, luogo e azione. Perché i due protagonisti, padre (il vecchio insegnante Abu Shadi) e figlio (Shadi, che vive a Roma), pur muovendosi tutto il giorno in macchina, non escono da Nazareth: devono adempiere, infatti, il dovere del “Wajib”, cioè di consegnare personalmente, a tutti gli invitati, gli inviti al matrimonio della figlia – e sorella – Amal (Maria Zreik).

Sbrigare quest’incombenza – tipica d’una società, come quella palestinese, nonostante tutto ancora abbastanza contadina e patriarcale – permetterà loro di passare un’ intera giornata insieme, con una vera propria “abbuffata” di parenti e amici (in un clima che ricorda anche certe atmosfere del nostro Sud), e incontrando anche varie disavventure. Al termine della giornata (che ricorda, “mutatis mutandis”, quella di Leopold Bloom nell’Ulisse” joyciano), compiendo il “nostos”, il viaggio di ritorno, avran modo di ritrovare sè stessi, riscoprendo – dopo anni – il proprio rapporto.

Durante le peregrinazioni, infatti, è venuto inevitabilmente a galla il confronto, e quasi lo scontro, tra le due diverse mentalità. Quella di Abu Shadi, un moderato che per tanti anni ha accettato di piegarsi a tanti compromessi con gli occupanti israeliani per poter assicurare una vita dignitosa alla sua famiglia (è separato dalla moglie, che negli USA s’è rifatta una vita coniugale), e quella del giovane Shadi. Architetto che, a suo tempo, ha preferito lasciare la Palestina (dietro consiglio sempre del padre) e, a Roma, vive con una ragazza palestinese figlia d’un dirigente dell’OLP, e non vuole accettare gli equilibrismi del padre. Sullo sfondo, la dura realtà quotidiana della Cisgiordania occupata da Israele nella Guerra dei Sei giorni: coi mille escamotages cui devono ricorrere, per vivere, gli arabi palestinesi, stretti tra l’occupante e una leadership nazionale non sempre all’ altezza del proprio ruolo. Alla fine, però, padre e figlio sapranno comprendere ognuno le ragioni dell’altro.

Un film delicato, diremmo un “Monsoon wedding” più serio e drammatico: già insignito di vari premi in festival come quelli di Londra, Locarno e Mar della Plata), e candidato, per la Palestina, all’Oscar per il miglior film straniero. Senz’altro da vedere.

Fabrizio Federici

Premio Anna Magnani. Il 23 aprile quinta edizione a Cinecittà Studios

anna magnaniTutto pronto per la proclamazione della cerimonia di premiazione che si svolgerà il 23 aprile presso la Sala Fellini di Cinecittà Studios, con anticipazione di alcuni premiati tra cui: Carlo Verdone, Valeria Solarino, Vinicio Marconi, Premio Oscar Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, inoltre altre grandi sorprese con la presenza di autorevoli personaggi.

Il Premio Anna Magnani è la celebrazione da parte del cinema italiano della grande attrice italiana, con una impareggiabile carriera teatrale e cinematografica nazionale ed internazionale, culminata con l’Oscar vinto oltre sessantuno anni fa per l’interpretazione recitato in lingua inglese del film Serafina Delle Rose nel film “The Rose Tattoo” (La Rosa Tatuata) di Daniel Mann.

Il premio Anna Magnani è la più importante manifestazione internazionale dedicata alla memoria della grande attrice italiana .In questa V Edizione un programma ricco, del “PREMIO ANNA MAGNANI” ideato da Matteo Persica (autore del libro “Anna Magnani. Biografia di una donna”) e direttore artistico con Francesca Piggianelli,presidente di Romarteventi, con la collaborazione di Luce Cinecittà, il supporto di Roma Lazio Film Commission, il Patrocinio della Direzione Generale Cinema, Regione Lazio, Centro Sperimentale di Cinematografia,Cinecittà Panalight e con il sostegno dell’Associazione Equilibra. Un premio che viene assegnato agli artisti e personaggi del cinema, musica, dello spettacolo, maestranze più autorevoli e premi speciali.
Nelle precedenti edizioni citiamo alcuni dei premiati: Franca Valeri, Franco Zeffirelli, Lidia Vitale, Paola Cortellesi, Giovanna Ralli, Giancarlo Giannini, Valeria Golino, Lina Sastri, Gianni Togni, Giulia Michelini, Giuliano Montaldo, Paola Turci, Anna Foglietta, Alessandro Borghi,Giancarlo Governi, Fioretta Mari, Antonio Giuliani e tanti altri.

Programma della V Edizione
PROCLAMAZIONE VINCITORI DEL PREMIO ANNA MAGNANI: “Premio International”, “Premio speciale cinema”, “Premio miglior attrice”, “Premio migliore attore”, “Premio speciale musica”, “Premio speciale teatro”, “Premio mestieri del cinema” e “Premi speciali varie categorie”.
Conduce Claudio Guerrini, Il programma prevede,clip, premiazioni, testimonianze di artisti, registi, produttori, relatori, critici.

Il Comitato d’onore e giuria è composto da autorevoli personaggi della cultura e del giornalismo: Adriano Pintaldi presidente Roma Film Festival, Franco Mariotti segretario generale SNGCI, Giancarlo Governi scrittore ed autore tv, Marcello Foti direttore Centro Sperimentale, Giorgio Ginori direttore dell’Isola del Cinema, Carlotta Bolognini scrittrice e sceneggiatrice, Saverio Vallone direttore Premio Raf Vallone, Luigi De Filippis produttore della DreamWorldMovies, Giampietro Preziosa produttore Inthelfilm, Fabrizio Borni Presidente ANPOE, Giacomo Carioti direttore Agenzia DiStampa

Il Condannato – Cronaca di un sequestro. Il Doc di Ezio Mauro su Aldo Moro

EZIO MAURO R4 2Roma, Bruxelles e Londra. Sono le tre grandi città in cui sarà presentato Il Condannato – Cronaca di un sequestro, il film documentario di Ezio Mauro con la regia di Simona Ercolani e Cristian Di Mattia trasmesso per la prima volta su Rai3, senza interruzioni pubblicitarie, venerdì 16 marzo in prima serata in occasione del quarantennale della strage di via Fani e del rapimento di Aldo Moro.

Dopo aver riscosso il consenso del pubblico con una media di share del 6.9% e ben 1.674.000 telespettatori, il film prodotto da Stand by Me e Rai Cinema, in collaborazione con La Repubblica, è ora protagonista di altre quattro importanti iniziative, in Italia e all’estero, in memoria dell’anniversario del sequestro e della morte dell’allora presidente della Democrazia Cristiana.

Si inizia domani, mercoledì 18 aprile alle 11.00 con la proiezione del film documentario presso l’Auditorium del MAXXI di Roma, a ingresso gratuito fino a esaurimento posti, nell’ambito del progetto 55 giorni di Aldo Moro organizzato dal museo. La proiezione sarà preceduta da un incontro di presentazione introdotto dal Presidente della Fondazione Maxxi Giovanna Melandri a cui parteciperanno l’autore Ezio Mauro e Simona Ercolani, regista.

Il 2 maggio alle 18.00 il film sarà poi proiettato a Bruxelles, nella sede del Parlamento europeo, dove ad Aldo Moro è stata recentemente intitolata una sala. L’evento, ospitato dall’onorevole Simona Bonafè, membro del Parlamento Europeo, vedrà la partecipazione del presidente di Rai Cinema Nicola Claudio che insieme ad Ezio Mauro e Simona Ercolani presenteranno il film documentario.

Il giorno dopo, il 3 maggio alle 18.00, sarà la volta di Londra, nella sede dell’Istituto di cultura italiano, dove saranno presenti anche Ezio Mauro e Simona Ercolani.

Infine il 7 maggio, il documentario tornerà a Roma per essere presentato presso il Ministero dell’istruzione con una proiezione dedicata alle scuole superiori organizzata in memoria di Aldo Moro, a pochi giorni di distanza dal 40esimo anniversario dalla sua morte avvenuta il 9 maggio 1978.

Il film documentario Il Condannato – Cronaca di un sequestro è la cronaca dei 55 giorni che sconvolsero il paese del 1978: dal sequestro del Presidente della Democrazia Cristiana, avvenuto il 16 marzo in via Fani, in un feroce agguato dove furono uccisi gli agenti della sua scorta (i carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci e i tre poliziotti Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) fino alla drammatica conclusione in via Caetani, il 9 maggio 1978, dove venne rinvenuto il corpo senza vita di Aldo Moro in una Renault 4 rossa.

Ezio Mauro comincia il suo racconto dal giorno precedente a quel fatidico 16 marzo 1978. Le Brigate Rosse, l’organizzazione terroristica di estrema sinistra costituitasi nel 1970, sono ormai agli ultimi preparativi del rapimento, mentre Aldo Moro si prepara alla cruciale giornata politica che lo aspetta l’indomani in Parlamento. Il suo progetto politico sta per compiersi con la fiducia al Governo di solidarietà nazionale presieduto da Giulio Andreotti. Sono gli ultimi frammenti di vita da uomo libero del più importante uomo politico italiano. Dopo ci sarà solo il buio della “prigione del popolo”. 55 giorni attraversati dalla schizofrenia di un paese posto di fronte alla decisione più difficile di sempre: trattare o non trattare con i terroristi.

Ezio Mauro racconta gli eventi di quei mesi attraversando Roma: da via Mario Fani, luogo del rapimento, fino al covo delle Brigate Rosse di via Camillo Montalcini, sede della ‘prigione del popolo’, dove venne segregato l’Onorevole Moro. La ricostruzione vede la sua drammatica conclusione nel centro storico capitolino, tra la sede della Democrazia Cristiana a Piazza del Gesù, e quella del PCI in via delle Botteghe Oscure: via Michelangelo Caetani, dove viene rinvenuto il corpo senza vita del presidente della Democrazia Cristiana.

Il racconto di Ezio Mauro è impreziosito da materiali di repertorio unici. Le lettere autentiche scritte dal Presidente, i comunicati originali delle BR, le armi usate dai brigatisti per eseguire la sentenza e le automobili diventate simbolo della vicenda: la Fiat 130 in cui viaggiava Moro il giorno del sequestro, l’Alfetta della scorta crivellata dai colpi e la Renault 4 rossa. Inoltre, foto d’epoca selezionate da vari archivi fotografici e il repertorio video dell’Archivio del Movimento Operaio, fino ai servizi originali dei telegiornali Rai scelti grazie a un attento lavoro di ricerca e documentazione.

Nel film documentario si alternano tre tipologie di interviste: le interviste on location ai testimoni diretti degli eventi più significativi; le conversazioni di Ezio Mauro con quattro dei protagonisti più importanti del caso Moro come il figlio Giovanni, Nicola Rana segretario particolare di Moro per quasi 25 anni, il Sostituto Procuratore Luciano Infelisi che ha guidato le indagini, oltre alla ex-brigatista Adriana Faranda, che partecipò al sequestro facendo da “postina” per le lettere di Moro e i comunicati delle BR. Ci sono poi le testimonianze di personaggi che attraverso i loro ricordi forniscono dettagli storici e umani di quei 55 giorni, come l’ex Presidente Giorgio Napolitano ai tempi Senatore del PCI e primo comunista italiano a essere invitato e accolto negli USA; Claudio Signorile che prese parte alle trattative del PSI con le Brigate Rosse; Giovanni Ricci figlio di Domenico, autista di Aldo Moro, morto nell’agguato del 16 marzo 1978; Luigi Zanda nel ’78 Segretario-portavoce di Francesco Cossiga, l’uomo più vicino al Ministro dell’Interno; Giuseppe Pisanu nel ’78 Deputato DC e Capo della Segreteria politica nazionale della DC, guidata da Benigno Zaccagnini e molti altri.

Una cronaca rigorosa e coinvolgente di quei giorni del 1978 per rivivere una delle pagine più dolorose della storia italiana. Una storia firmata da Ezio Mauro con la regia di Simona Ercolani e Cristian Di Mattia, prodotta da Stand by Me e Rai Cinema, in collaborazione con La Repubblica.

Mark Knopfler – A Life in Songs. Su Sky il doc sul fondatore dei Dire Straits

knopflerÈ considerato tra i più grandi chitarristi viventi della storia del rock. Non si contano i chitarristi che negli anni hanno cercato di riprodurre i funambolici riff del suo repertorio e lo stesso vale per le tribute band nate da musicisti affascinati dalle canzoni dei Dire Straits. Stiamo parlando di Mark Knopfler: compositore, cantautore, produttore e musicista noto per aver fondato la band dei Dire Straits che, in 30 anni di carriera e con oltre 300 canzoni all’attivo, molte delle quali famosissime, ha fatto letteralmente scuola.

A lui è dedicato il documentario targato BBC in onda in esclusiva e in prima visione tv mercoledì 11 aprile su Sky Arte HD (canale 120 e 400 di Sky) Mark Knopfler – A Life in Songs.

Nato a Glasgow il 12 agosto 1949 da Louisa Mary Laidler, un’insegnante originaria del Northumberland ed Erwin Knopfler, un architetto e scacchista ungherese che aveva trovato rifugio in Scozia all’inizio della seconda guerra mondiale, dopo essere stato espulso dal paese nativo a causa della sua attività di oppositore al regime filonazista, Knopfler si è affermato come fondatore e leader del gruppo rock Dire Straits (1977- 1995), ma dopo lo scioglimento della band ha proseguito la propria carriera come solista continuando a distinguersi per il suo stile, ma anche per la sua sobrietà e la sua riservatezza.

Nel corso del documentario Knopfler descrive le canzoni che hanno influenzato la sua vita da musicista e accompagna il suo racconto con fotografie personali mai viste prima. Da quando era un giovane musicista da pub a Leeds negli anni Settanta, al successo con i Dire Straits, fino alla sua trionfale tournée mondiale come solista.

Maria Maddalena: primo film dal punto di vista della donna di Magdala

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Il primo vero film su Maria Maddalena, la donna che fu la probabile compagna di Gesù di Nazareth (in passato si registra solo l’abominevole “Maria Maddalena”, pellicola realizzata per Mediaset, come parte della serie “Gli amici di Gesù”, per il Giubileo del 2000, con Maria Grazia Cucinotta come protagonista). Parliamo di “Maria Maddalena”, il film del regista australiano Garth Davis realizzato ultimamente in coproduzione anglo-american-australiana, e nelle sale dal 15 marzo scorso.
Maria di Magdala è personaggio centrale nella vicenda di Cristo: la pellicola di Davis segue complessivamente le narrazioni sia dei Vangeli canonici che degli apocrifi. Aderendo alle ricostruzioni fatte dagli storici moderni, i quali han contestato l’identificazione ( fatta per la prima volta, nel 591 d. C., da Papa Gregorio Magno) di Maria con l’adultera da Cristo salvata dalla lapidazione, o addirittura con un’ ex-prostituta (identificazione peraltro ridiscussa dalla stessa Chiesa cattolica dopo il Concilio Vaticano II).

Nel film, Maria, ottimamente interpretata da Patricia Rooney Mara (la Lisbeth Salader di “Millennium”, pellicola tratta dal romanzo di Stig Larsson “Uomini che odiano le donne”), è una donna ebrea in rivolta contro la sua famiglia, che vorrebbe per forza darla in sposa a un uomo che non ama ( la scena in cui i suoi familiari, saputo della sua adesione al movimento di Gesu’, si precipitano da Lui cercando di riportala a casa con la forza ricorda fortemente l’episodio, di molti secoli dopo, del tentato rapimento di Chiara d’ Assisi, aderita al movimento di Francesco, da parte dei suoi parenti). Solo conoscendo Gesu’, e capendo che la sua rivoluzione non è violenta e non riguarda la politica, ma l’ interiorità dell’uomo, soprattutto il suo rapporto con Dio, premessa essenziale per poter veramente cambiare il mondo secondo princìpi di amore cosmico, Maria trova la sua strada.
La Maddalena di Garth Davis, quindi, è senz’altro una delle prime femministe: colpita a fondo dalla forza e dalla coerenza del messaggio di Cristo (qui interpretato da un grande Joaquin Phoenix, già lo psicotico Commodo del “Gladiatore” e l’ ambiguo carceriere del marchese de Sade in “Quills-La penna dello scandalo”). Seguendo piu’ i testi apocrifi, il film ci mostra poi i contrasti tra gli apostoli – iniziati a manifestarsi già con Cristo ancora vivo – sull’ ammissibilità, per la mentalità dell’ epoca, che una donna, per quanto affettuosamente vicina a Gesu’, potesse ricoprire un ruolo dominante nella sua comunità (la questione, che riflette fortemente le tensioni presenti nelle primissime chiese cristiane, sembrava riguardare anche la probabile esistenza d’ un insegnamento esoterico del Cristo stesso, e la stessa ammissibilità d’ un vero e proprio esoterismo cristiano).
Girata a Matera ( città ormai promossa – da Pasolini a Mel Gibson e altri – a “Gerusalemme cinematografica”) , Gravina e altre località del Mezzogiorno, nonchè in Spagna e a Malta, il film si caratterizza inoltre per un ritmo non incalzante ma dolce e meditato, che riflette pienamente l’ evoluzione mentale e spirituale dei protagonisti. Ottima la fotografia di Greig Fraser. Senz’ altro da vedere.

Fabrizio Federici

Delitto Varani, in onda il docu-film sul caso che sconvolse la Capitale

prato-foffo-varani-2Il delitto Varani è la nuova produzione A+E Networks Italia, uno speciale docu-film che ricostruisce il caso con immagini e testimonianze inedite e un accesso esclusivo al materiale delle indagini, mentre i dialoghi tra gli attori delle ricostruzioni si basano sulle parole dette durante gli interrogatori. Il programma sarà in anteprima assoluta per l’Italia da Crime+Investigation (in esclusiva su Sky al canale 118) martedì 27 marzo alle 22.00.

La sera del 5 marzo 2016, nella caserma dei carabinieri di Piazza Dante a Roma, Manuel Foffo, studente di giurisprudenza 29enne fuori corso viene interrogato dalle forze dell’ordine. Manuel è stato arrestato perché ha confessato al padre Valter di aver compiuto un omicidio nel suo appartamento di via Igino Giordani 2, nel quartiere Collatino. La vittima, che Manuel dice di non conoscere, è Luca Varani, 23 anni, originario della Macedonia, figlio adottivo di una famiglia della Storta, periferia nord di Roma, che lavorava presso un’officina meccanica.

In un lungo interrogatorio davanti al magistrato Francesco Scavo, Manuel racconta che avrebbe ucciso Luca Varani la mattina del 4 marzo, al termine di un festino lungo tre giorni, con la complicità di Marco Prato, un trentenne, noto PR della movida gay romana.

Tuttavia, Prato sparisce, non può confermare, né smentire la tesi. Seguendo le indicazioni di Foffo, i carabinieri riescono a rintracciarlo nella camera di un albergo a piazza Bologna. Le forze dell’ordine lo trovano riverso sul pavimento, in precarie condizioni, dopo aver ingerito un mix potenzialmente letale di alcool e tranquillanti. Prato voleva suicidarsi: sulla scrivania vengono infatti rinvenuti decine di biglietti di addio. Viene trasportato d’urgenza all’Ospedale Sandro Pertini e le sue condizioni appaiono meno gravi del previsto, tanto che viene dimesso il giorno dopo, domenica 6 marzo 2016.

Quel giorno tutta l’Italia conosce il terribile omicidio del Collatino. Luca Varani è stato massacrato, i carabinieri l’hanno ritrovato sul letto, coperto da un piumone, con un cavo elettrico intorno al collo, un coltello a lama corta infilato nel petto, e quasi cento ferite sul corpo. L’autopsia parlerà di martellate, coltellate, sevizie, inferte a Luca dopo essere stato stordito con una potente droga. Perché tanta ferocia? Perché Manuel Foffo e Marco Prato hanno ucciso Luca Varani?

Promettendogli un centinaio di euro, Marco Prato attira Varani a casa di Foffo, la mattina del 4 marzo 2016, anche se il movente dell’omicidio resta un mistero.

Foffo sostiene che nella notte tra il 3 e il 4 marzo, dopo due giorni passati a bere e consumare cocaina, i due erano usciti con l’auto di Prato alla ricerca di una vittima da uccidere. dirà, attribuendo tuttavia l’idea del delitto a Prato, accusato di averlo “incastrato” in quella situazione con un ricatto a sfondo sessuale. Diversa, invece, la versione di Marco Prato che dichiara di essere vittima di Manuel, di cui è innamorato.

Oltre alle versioni dei fatti, anche i destini giudiziari dei due assassini si divideranno: da un lato Foffo sceglierà il rito abbreviato, portando nel giro di due mesi alla sentenza di primo grado, 30 anni senza l’aggravante della premeditazione. Marco Prato, invece, opta per il rito ordinario, professandosi innocente. Tuttavia, la prima udienza, prevista il 21 giugno 2016, non si svolgerà mai: Prato si toglie la vita la notte precedente, nel carcere di Velletri, lasciando un testamento in cui dice essere “impossibile reggere la pressione mediatica, la vita così mi è insopportabile”.

Lo speciale ricostruisce la vicenda a partire dalla mattina del 4 marzo 2016, giorno del ritrovamento del corpo senza vita di Luca con l’ausilio di ricostruzioni e testimonianze. Tra gli intervistati figurano Giuseppe Varani, padre di Luca; Valter, padre di Manuel, che torna a parlare in esclusiva di fronte alle telecamere dopo un lungo silenzio; Nicola Lagioia, scrittore vincitore del Premio Strega, il quale arriverà ad affermare che “questa storia rappresenta il nostro lato oscuro”.

Il documentario è di Alessandro Garramone e Annalisa Reggi e prodotto da Briciola TV per A+E Networks Italia ed è diretto da Nicola Prosatore.

62^ edizione del David di Donatello. Spielberg riceve premio alla Carriera

david-donatello-2018-raiCarlo Conti condurrà la cerimonia di premiazione della 62ª edizione dei Premi David di Donatello in diretta mercoledì 21 marzo su Rai 1 a partire dalle ore 21.25. La serata più importante del nostro cinema vedrà sul palco la presenza di grandi star internazionali. Fra queste, il regista e produttore premio Oscar®, Steven Spielberg, che riceverà il David alla Carriera – Life Achievement Award 2018: il riconoscimento sarà consegnato dall’attrice italiana più celebre all’estero, Monica Bellucci. A Diane Keaton, interprete affascinante e anticonformista, anche lei premio Oscar®, andrà un David Speciale. Lo stesso riconoscimento sarà conferito a Stefania Sandrelli, protagonista femminile assoluta del cinema italiano e internazionale. Già assegnato, nelle scorse settimane, il premio per il Miglior Cortometraggio a Bismillah di Alessandro Grande.

Sono ventisette i film di lungometraggio candidati ai Premi David di Donatello 2018. Tra questi, hanno ricevuto il maggior numero di candidature Ammore e malavita (15); Napoli velata (11); La tenerezza, Nico, 1988, The Place (8). Numerosi i protagonisti del mondo del cinema e dello spettacolo che consegneranno i premi: dalla già citata Monica Bellucci a Pierfrancesco Favino e Roberto Bolle, da Luca Zingaretti a Nino Frassica e Beppe Fiorello. Tre raffinate esponenti del mondo della canzone italiana, Giorgia, Carmen Consoli e Malika Ayane, eseguiranno dal vivo le canzoni originali di alcuni grandi film del passato, rendendo un loro personale omaggio al cinema italiano. La regia della serata è di Maurizio Pagnussat, la scenografia di Riccardo Bocchini.
Centrale il ruolo di Rai Movie che, oltre ad aver dedicato una programmazione speciale ai Premi, seguirà in diretta il red carpet a partire dalle ore 19.40 con Livio Beshir.

La 62ª edizione dei Premi David di Donatello è realizzata dall’Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello e Rai – Rai 1, si svolge sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, con il contributo del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Direzione Generale per il Cinema, d’intesa con AGIS e ANICA e con la partecipazione, in qualità di partner istituzionali, di SIAE e Nuovo IMAIE. Piera Detassis è il Presidente e Direttore Artistico dell’Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello.

I NUMERI DELLA 62ª EDIZIONE

FILM ISCRITTI

129 film italiani di lungometraggio di finzione usciti nel 2017
121 film italiani di lungometraggio di finzione iscritti al David di Donatello 2018 di cui 37 opere prime
11 registe donne per 10 film
5 registe esordienti donne
101 documentari
265 cortometraggi

FILM DI LUNGOMETRAGGIO NOMINATI IN CINQUINA
27 film italiani in nomination:

15 Ammore e malavita
11 Napoli velata
8 La tenerezza
8 Nico, 1988
8 The Place
7 A Ciambra
7 Gatta Cenerentola
6 Brutti e cattivi
5 Riccardo va all’inferno
4 Fortunata
4 La ragazza nella nebbia
4 Sicilian Ghost Story
3 Come un gatto in tangenziale
3 Tutto quello che vuoi
2 Easy – Un viaggio facile facile
1 Addio fottuti musi verdi
1 Agadah
1 Cuori puri
1 Gramigna – Volevo una vita normale
1 I figli della notte
1 Il colore nascosto delle cose
1 La guerra dei cafoni
1 Malarazza – Una storia di periferia
1 Monolith
1 Smetto quando voglio saga
1 Sole cuore amore
1 Una questione privata

DAVID DI DONATELLO: LA STORIA
La storia dei David di Donatello inizia nel 1950, quando a Roma viene fondato l’Open Gate Club. Dato il rilievo sempre maggiore assunto dal cinema in quegli anni, tra il 1953 e il 1955 nasce il Comitato per l’Arte e la Cultura e il Circolo Internazionale del Cinema, che dà origine ai Premi David di Donatello destinati alla migliore produzione cinematografica italiana e straniera. Il 5 luglio del 1956 ha luogo la prima cerimonia di premiazione dei David di Donatello: la pellicola Racconti Romani è considerata la migliore, Vittorio De Sica e Gina Lollobrigida sono i migliori attori protagonisti rispettivamente per le loro interpretazioni in Pane, amore e… e La donna più bella del mondo e Walt Disney il miglior produttore straniero per Lilli e il vagabondo.
Nel corso degli anni si alternano le sedi delle premiazioni: Roma, Taormina, Firenze, poi dal 1981 ancora Roma.
Vittorio Gassman e Alberto Sordi sono gli attori che per il maggior numero di volte, sette per la precisione, hanno ricevuto il Premio David di Donatello nella categoria Miglior Attore Protagonista; lo stesso riconoscimento è stato assegnato cinque volte a Marcello Mastroianni, quattro a Toni Servillo, Nino Manfredi e Giancarlo Giannini, tre a Elio Germano e Ugo Tognazzi. Due premi a Sergio Castellitto, Stefano Accorsi, Valerio Mastandrea, Adriano Celentano, Francesco Nuti e Gian Maria Volonté. Due premi anche a Carlo Verdone e Roberto Benigni: entrambi si sono aggiudicati inoltre il David per la Miglior Regia e il David Speciale. Anche Nanni Moretti ha ricevuto riconoscimenti come Miglior Regista e Miglior Attore Protagonista; quest’ultimo David è stato assegnato anche a Massimo Troisi, premiato inoltre con la statuetta per il Miglior Film (nel suo esordio alla regia con Ricomincio da tre).
Sofia Loren è la primatista nella categoria Miglior Attrice Protagonista con sei statuette; seguono Monica Vitti e Margherita Buy, cinque volte insignite del riconoscimento. Quattro Premi David sono andati a Mariangela Melato e Valeria Bruni Tedeschi, tre a Gina Lollobrigida e Silvana Mangano, due ad Anna Magnani, Claudia Cardinale, Giuliana De Sio, Lina Sastri, Florinda Bolkan e Asia Argento.
Tra i registi è Francesco Rosi ad aver ottenuto il maggior numero di statuette per la Miglior Regia: a lui, infatti, andarono ben sei David. Quattro a Mario Monicelli e Giuseppe Tornatore, tre a Ettore Scola, Ermanno Olmi, Federico Fellini. Due David a Paolo Sorrentino, Luchino Visconti, Vittorio De Sica, Franco Zeffirelli, Matteo Garrone, Marco Bellocchio, Gillo Pontecorvo, Pietro Germi e ai fratelli Taviani.
Ennio Morricone ha ricevuto nove David come Miglior Musicista, lo scenografo e costumista Danilo Donati si è aggiudicato otto premi, mentre sette sono stati assegnati al direttore della fotografia Luca Bigazzi. Tra gli sceneggiatori, cinque riconoscimenti sono andati a Sandro Petraglia e quattro a Stefano Rulli. Cinque statuette sono state assegnate a Ruggero Mastroianni come Miglior Montatore, quattro a Dante Ferretti come Miglior Scenografo e quattro anche a Tonino Delli Colli come Miglior Autore della Fotografia.
La ragazza del lago di Andrea Molaioli ha ottenuto dieci David di Donatello, nove per La grande bellezza di Paolo Sorrentino, Anime nere di Francesco Munzi, La vita è bella di Roberto Benigni, L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci, Pane e tulipani di Silvio Soldini e Il mestiere delle armi di Ermanno Olmi. Otto riconoscimenti per Romanzo Criminale di Michele Placido e Vincere di Marco Bellocchio. Sette premi per Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, Il racconto dei racconti di Matteo Garrone, Il capitale umano di Paolo Virzì, Noi credevamo di Mario Martone, Il divo di Paolo Sorrentino, Gomorra di Matteo Garrone e Speriamo che sia femmina di Mario Monicelli.