Next Gen Atp Finals 2: titolo a Tsitsipas, ma non è il solo premiato

stefanostsitsipas

Due dei più attesi appuntamenti dell’anno, gli ultimi della stagione: le Next Gen Atp Finals di Milano e le Atp Finals di Londra. Le prime al via dal 6 al 10 novembre, nel capoluogo meneghino almeno fino al 2020. Dal 2021 la sede, infatti, potrebbe cambiare e diventare Torino, che già si è candidata ufficialmente; ma il nome della location lo conosceremo solamente nel marzo prossimo. Le seconde dall’11 al 18 novembre successivi, alla 02 Arena di Londra. E non si può non parlare di questi eventi senza parlare di vincitori e titoli. Infatti sono stati anche consegnati dall’Atp i primi riconoscimenti ad alcuni atleti. Vediamo quali. Il tennista dell’anno è stato eletto Novak Djokovic, il premio per la sportività è andato a Rafael Nadal, cui è stato assegnato il noto “Stefan Edberg Sportsmanship Award”; quello per l’atleta più apprezzato dai colleghi e dai fan a Roger Federer. Non è un caso; se un campione è per sempre, Federer lo è anche per la sua umanità e semplicità, genuinità, perché non ha dimenticato il suo passato da raccattapalle e si considera ancora uno di loro, quando stringeva la mano ai campioni di allora, sognando di essere un giorno lui al loro posto. Per questo al torneo di Basilea ha consegnato una medaglia a ciascuno di loro, schierati sulla linea di fondocampo, e si è fermato a parlare con loro. Inoltre, quando vince quel torneo, offre loro una pizza da mangiare tutti insieme. Sia Nole che Federer sono entrambi impegnati alle Atp Finals di Londra. Intanto, del suo successo meritato e strepitoso, Novak deve ringraziare il suo coach Marian Vajda, oltre che alla sua tempra e tenacia; infatti proprio Vajda è stato premiato dall’Atp come miglior allenatore dell’anno per questo 2018. Se il miglior torneo dell’anno è stato letto dai giocatori Indian Wells, mentre la miglior coppia di doppio quella di Brya e Sock, altri due premi ci portano alle Next Gen Atp Finals. Il greco Stefanos Tsitsipas è stato riconosciuto quale il tennista che ha fatto i migliori e maggiori progressi nell’anno, mentre l’australiano Alex De Minaur quale l’atleta emergente più di rilievo. E sono stati proprio loro a contendersi il titolo della seconda edizione delle Next Gen Atp Finals di Milano. E forse la X di ‘Next’ rimanda proprio al pareggio che c’è stato, come sulla schedina di calcio, tra i due, che hanno vinto entrambi e dato uno spettacolo memorabile. Se a Londra è sceso subito in campo nella prima giornata Kevin Anderson, che ha regalato emozioni sia per il fatto di battere l’austriaco Dominic Thiem per 6/3 7/6(10) che per aver cantato “tanti auguri” alla moglie Kelsey per il suo compleanno, non meno hanno fatto i giovani a Milano. A partire proprio da Stefanos Tsitsipas. Favorito, ha strameritato la vittoria. Ha giocato in maniera impeccabile, con grande maturità e concentrazione, ma soprattutto con tanta voglia di vincere. Infatti, curioso un episodio che lo lega al coaching: più volte ha rifiutato di mettere le cuffiette per parlare con il padre/allenatore Apostolos, preferendo concentrarsi e cavarsela da solo nel trovare la strategia giusta e più adatta. Proprio nella semifinale contro Rublev, vinta al quinto set, non appena ha visto che stava per perdere il comando del gioco, ha perso il controllo al cambio campo ed è scattato in un moto di rabbia, per cui – prima – ha picchiato forte con il pugno della mano sugli asciugamani di fianco alla panchina, poi ha preso la cuffietta e l’ha scaraventata più volte, sbattendola e fracassandola in mille pezzi, ferendosi anche a un dito della mano, che ha dovuto farsi medicare. L’ira giovanile e una collera che sa di sete di vittoria. Ma non è questa l’immagine cui vogliamo legare le Next Gen Atp Finals, bensì quella di Stefanos sorridente e raggiante tra i ball-boys; oppure l’abbraccio sincero tra i due finalisti. Questa edizione era partita come una sfida principale tra Tsitsipas e Rublev, poi si è trasformata sempre più in una lotta acerrima tra Stefanos e Alex De Minaur. Il russo, infatti, è riuscito ad arrivare solamente terzo, quarto un solido Munar. Per Rublev era l’ultima edizione, lo scorso anno si qualificò secondo e l’anno prossimo non potrà partecipare per l’età. Sicuramente dell’edizione 2018 rimarranno i tuffi in rovesciata alla Boris Becker a rete di De Minaur e di Liam Caruana; per l’italiano la soddisfazione di aver giocato un primo set impeccabile alla pari contro Rublev, perso per nove punti a 7 al tie break. E poi ancora, ne resteranno i passanti di dritto inside out di Alex e di Stefanos, ma anche di Andrey, o quelli di rovescio inside in di Tsitsipas e De Minaur. Questi giovani sembrano davvero aver raccolto l’eredità dei big del passato. Stefanos ha un gioco a metà tra quello di Borg e di McEnroe, che ricorda anche nel look (per la fascia e il taglio di capelli, oltre che per il fisico longilineo). Ora dovrà scegliere che cosa fare il prossimo anno, se tornare a difendere il titolo qui a Milano o volare a Londra. La stessa cosa che accadde ad Alexander Zverev, protagonista quest’anno alle Atp Finals alla 02 Arena, in un incontro in cui ha giocato due tiebreak sensazionali e perfetti contro Marin Cilic, aggiudicandoseli entrambi meritatamente. Non è un caso che anche i campioni di ieri si interessino a quelli di oggi: Ivan Lendl, ad esempio, sta allenando proprio il tedesco già da un po’. E, a proposito di allenatori, molti sostengono che, per un’ulteriore crescita agonistica e professionale (in cui ha già ha fatto registrare progressi straordinari) di Stefanos, occorra che venga anche lui affiancato da un altro allenatore – ‘specialista’ del settore -, che aiuti il padre Apostolos a seguire il figlio, dando suggerimenti tecnici ulteriori aggiuntivi, che potrebbero rivelarsi preziosi e fondamentali alla sua definita maturazione.

Sicuramente alle Next Gen Atp Finals di match belli ce ne sono stati molti; ma forse, dopo la finale in cui De Minaur ha avuto diversi match point – tutti annullati egregiamente da un Tsitsipas che si è dimostrato in questo molto maturo -, le partite più entusiasmanti sono state proprio quelle delle semifinali; di meglio il pubblico non poteva chiedere: entrambe terminate al quinto set e in perfetto equilibrio. Se la finale ha avuto ben due tie-break e si è conclusa a favore del greco per 2/4 4/1 4/3 4/3, altrettanti ce ne sono stati nello scontro di semifinale appunto tra lui e Rublev, finito col punteggio di 4/3 3/4 4/0 2/4 4/3. Molti erano pronti a scommettere che quella sarebbe stata la vera finale, ed effettivamente il vincitore è uscito da lì; ma Alex De Minaur ha stupito davvero tutti, con la sua versatilità e completezza. Ha dinamicità, incisività di gioco, estrema precisione, potenza, velocità, non sbaglia un colpo; gli riesce tutto e tira fuori dal suo cilindro tiri da manuale che è raro vedere spesso, che riescono a pochi. Come del resto ha fatto Stefanos. Altri cinque set e due tiebreak nel match tra l’australiano e lo spagnolo Munar. 3/4 4/1 4/1 3/4 4/2; bravo De Minaur a riacciuffare il match, onore al merito a Jaume di non aver mai mollato, aver sempre lottato, di aver dato tutto e di aver giocato i tie-break in maniera notevole. Forse ha avuto un leggero crollo e calo fisico proprio solo nell’ultimo set, accusando un po’ di stanchezza; mentre Alex ha saputo rientrare nel match alla grande, ritrovando la concentrazione e l’attitudine aggressiva giuste, insomma il suo miglior tennis. Chi ha brillato è stato anche Taylor Fritz, artefice di un match strepitoso contro Rublev, di certo non facile, anche se lo ha perso; il russo, infatti, è riuscito a portarlo a casa in maniera magistrale per: 4/2 1/4 3/4 4/3 4/2, rigirando la partita e riprendendo le redini di un incontro duro e difficile, contro un avversario ostico che non intendeva cedere un centimetro di campo e che gli metteva molta pressione con i suoi colpi. Fritz è un giocatore completo in grado di dominare in campo e ci sono voluti tutta la grinta, la tenacia e il mordente di Andrey per venire a capo dello scontro tra i due.

La Federation Cup. Per quanto riguarda, invece, il tennis femminile, segnaliamo una nota sulla finale di Federation Cup, giocatasi a Praga. Con Petra Kvitova sugli spalti a sostenere la sua squadra, ma senza giocare, la Repubblica Ceca ha battuto gli Stati Uniti per 3-0. Grazie alle vittorie dei tre singolari. Ad aggiudicarsele sono state: Barbora Strykova, che ha sconfitto Sofia Kenin per 6/7 6/1 6/4; Katerina Siniakova, che ha battuto prima Alison Riske (per 6/3 7/6) e poi (nel match successivo di seconda giornata) Sofia Kenin per 7/5 5/7 7/5. Quest’ultima ha perso un match davvero in maniera incredibile, avendo avuto più occasioni per vincerlo e non sfruttando e realizzando tutte le chance a sua disposizione, spesso in vantaggio e avanti nel punteggio (con alcuni match points a suo favore). Al termine abbiamo visto la giovanissima tennista statunitense 19enne in lacrime, amareggiata per lo scarso rendimento in Federation Cup e per non aver ‘salvato’ il suo team. Ma forse è stata una responsabilità troppo grande per una tennista così giovane appunto. Del resto, sicuramente, per lei rimarrà un’esperienza altamente formativa. D’altronde per gli Usa non c’erano molte alternative: con Madison Keys fuori per l’infortunio al ginocchio che l’ha costretta al ritiro al Wta di Zhuhai; senza le sorelle Williams, forse la soluzione alternativa sarebbe stato proprio rifar scendere in campo la Riske, oppure puntare a coinvolgere la Mattek-Sands. Ad ogni modo questo ci dà l’opportunità di parlare di ‘next gen’ al femminile. Infatti la Kenin non era la sola ‘teen’ del gruppo. Tra le ‘giovanissime’ vi erano anche la stessa Siniakova, 22 anni, anni da “next generation’ appunto, che ha dimostrato una grande capacità di disimpegnarsi nel duro compito impegnato di ‘guida’ della sua squadra. La Riske è ancora giovane, pur avendo già 28 anni. Ma, a proposito di talenti ‘made next gen’, non possiamo non annoverare la Barty in primis. Dopo il successo al torneo già citato di Zhuhai, l’australiana si dimostra una vera ‘aussie’, proprio come lo è Alex De Minaur. E non è solo la giovane età a farne un talento ‘next gen’. 19 anni per lui – come per la Kenin -, 22 per lei, entrambi hanno un gioco molto dinamico e vivace, brillante. Di Alex abbiamo già detto, un’ultima nota conclusiva la volgiamo dedicare ad Ashleigh. Trionfatrice in Cina, a premiare la tennista vincitrice è stata proprio Steffi Graf. La tedesca ha consegnato dei fiori, una mascotte di pelouche e la coppa alla prima classificata e il piatto alla finalista. Messa vicino alla Barty per la foto di rito, ci ha fatto venire in mente che forse l’Australia ha trovato una giocatrice che è la nuova Graf australiana, invece che tedesca, più di quanto lo possano essere la Kerber e la Goerges per la Germania. Il gioco della Graf, come quello della Barty, è infatti a tratti molo similare: fatto di back e attacco soprattutto. Di certo la tennista di Ipswich è da tenere in considerazione proprio per la nazionale australiana di Federation Cup, così come il giovane talento di Sydney, Alex De Minaur appunto, per la Coppa Davis. Tutti e due sono perfettamente in grado e all’altezza di farsi portabandiera della loro nazione.

Barbara Conti

Barbareschi porta in scena il Cyrano all’Eliseo di Roma    

Barbareschi in Cyrano

Il Teatro Eliseo ha aperto la stagione del centenario con il Cyrano de Bergerac, commedia in versi martelliani in due atti e divisa in cinque quadri. Scritta nel 1897 da Edmond Rostand, uomo ricco e illuminato, è la storia di un fenomenale spadaccino, spirito libero e poeta che porta nel bel mezzo della faccia un naso che “di almeno un quarto d’ora sempre lo precede”.  La figura di Cyrano è entrata di diritto nell’immaginario popolare tanto che le sue vicende sono state tradotte, adattate e interpretate innumerevoli volte.

La trama è nota: un cavaliere, un guascone, valoroso e fragile al tempo stesso, innamorato senza poterlo rivelare di sua cugina Rossana, a sua volta stregata dalla bellezza di Cristiano, avvenente ma privo della raffinatezza che gli è indispensabile per conquistare la raffinatissima dama, propone al giovane rivale un piano per far innamorare la fanciulla, “per incendiare la rocca mettendo le mie frasi nella tua bocca”. Tutti ricorderanno il patto mefistofelico che Cyrano propone a Cristiano: insieme, uno la bellezza, l’altro il genio, potranno raggiungere l’inarrivabile Rossana, per diversi motivi lontanissima da entrambi, lontana come la luna, ma accessibile se i due uomini uniscono le forze.

Cyrano de Bergerac è un inno al teatro, alla poesia, alla cultura che può essere rivoluzionaria. Il suo protagonista è un poeta che combatte i giganti, “orgoglioso del suo esercito di commedianti”. Cyrano si spinge verso il cielo, come se davvero la meta fosse un pianeta nuovo, luminoso, governato dalla leggerezza delle parole e del canto.

Tuttavia non tutti sanno che questo personaggio leggendario è ispirato alla figura storica di Savinien Cyrano de Bergerac, uno dei più eclettici scrittori del Seicento francese e precursore della letteratura fantascientifica. I suoi romanzi sono metafora di viaggi meravigliosi, realistici e visionari, verso la Luna e il Sole.  E un viaggio fantastico dentro la propria anima è quello che compiono i due protagonisti della commedia che, da rivali, si scoprono amici, alla ricerca di quella bellezza che pare essere il tema portante del racconto.

Nella rappresentazione al Teatro Eliseo – che coinvolge ben quindici attori e nove allievi della Scuola d’arte cinematografica Gian Maria Volonté –  troviamo uno strepitoso Luca Barbareschi nei panni di Cyrano. Grande mattatore come sempre, padrone della scena, capace di recitare in versi senza alcuna esitazione arricchendo la propria performance con una gestualità ed espressività unica. Delicata e raffinata anche la recitazione di Linda Gennari nei panni di Rossana. Nel complesso su ottimi livelli la recitazione di tutta la compagnia, impreziosita dall’inserimento di alcuni cori cantati, accompagnati dal suono di una fisarmonica dal vivo. Costumi molto curati ed impianto scenografico di alto livello, con i cinque quadri che si susseguono a sipario aperto ed anche qualche effetto speciale.

Cyrano resta uno dei personaggi più amati del teatro: brutto ma bello nel suo essere temerario, paga di persona per ogni atto di coraggiosa intransigenza; è straordinariamente moderno, un simbolo di coerenza e di libertà che ancora oggi continua a sorprenderci. Le caratteristiche di questa figura eccezionale, a metà fra storia e mito, fanno peraltro sì che il testo abbia la peculiare caratteristica di attraversare i generi e pur restando una delle storie più intense e commoventi che siano mai state scritte si concede momenti di autentica forza politica. Il desiderio morale e filosofico di esprimere coraggio e passione in ogni azione della propria vita è un atto profondamente politico che ci incatena al destino di Cyrano tanto da uscirne rinnovati, purificati. Repliche al Teatro Eliseo di Roma fino al 25 novembre. Spettacolo da non perdere.

Al. Sia.

Si Chiude la XIII Festa del cinema di Roma: non solo noir

festa del cinema xiiiE son 13. Sì è conclusa la tredicesima Festa del cinema di Roma. Record di incassi e presenze, guastati – nelle ultime giornate – dal maltempo: Roma allagata da temporali, ma – del resto -, anche lo scorso anno il giorno di chiusura aveva visto presentarsi la stessa situazione.
A parte questo, i numeri parlano chiaro. Un incremento del +6%, rispetto al 2017, di riempimento delle sale. Le proiezioni, in tutto 266, si sono svolte in tutta Roma in un totale di 14 sale: 4 all’Auditorium e 10 nel resto della Capitale. 91 complessivamente i film, provenienti da ben 30 Paesi. Di quelli in concorso, a vincere il Premio BNL del pubblico è stato “Il vizio della speranza” di Edoardo De Angelis. Proprio questo riconoscimento ha visto un +20% di votanti. Ma a crescere non è stato solo l’interesse per la manifestazione, che ha visto l’attrazione di ben 72 partner aderenti; ma anche l’attenzione della stampa. Un +1% in più di pubblicazioni su quotidiani locali, nazionali e di servizi radio e tv sui Tg; un +2% sul Web e un +13% addirittura sulla stampa estera e internazionale.
E che dire di come l’evento è stato seguito sui social e di quanto è stato condiviso lì? Basti pensare che c’è stato un incremento del +12% su Facebook, del +13% su Twitter, del +30% su Instagram e del +30% su YouTube.
Del resto molti gli ospiti e gli incontri con star internazionali. A partire da Martin Scorsese – forse il più seguito -, con gente in fila anche da quattro ore prima, che si è dovuta scrivere il numero di ordine d’ingresso per far rispettare la coda e l’ordine di entrata (si è arrivati a quota 104 presenze solo di pubblico, oltre agli accreditati, e ci si è dovuti bloccare e fermare per il sold out). Il regista Premio Oscar ha ritirato il Premio alla carriera, così come Isabelle Huppert. Per non parlare di Cate Blanchett, o Michael Moore, per arrivare fino al nostro Giuseppe Tornatore. Infine, l’ultimo giorno, incontro con le sorelle Alba e Alice Rohrwacher.
Ma, oltre a sette milioni in più d’incasso, grazie anche a un 9,2% in più di spettatori nel serale, un successo strepitoso lo ha avuto la sezione “Alice nella città”, con una presenza massiccia di scuole e ragazzi, adolescenti e alunni che sono rimasti fuori dalle sale di proiezione per quanto erano numerosi, ben 3.500; infatti la maggior parte delle proiezioni sono avvenute nel Sala Cinema Vision (con 180 posti) e nel Music Hall (con 280). Questi alcuni dei film che hanno vinto: “Ben is Back”, per la regia di Peter Hedges con Julia Roberts (che al cinema uscirà il 20 dicembre prossimo); Jellyfish (regia di James Gardner), “Go home-a casa loro”, per la regia di Luna Gualano. Un successo soprattutto della collaborazione di ‘Alice’ con ‘Every child is my child’, perché -spiegano gli organizzatori della sezione -: “bisogna aiutare gli ultimi, chi è in difficoltà, chi ha bisogno, soprattutto i bambini; perché ogni bambino è il nostro bambino. Pertanto parte del ricavato di ‘Alice nella città’ andrà in beneficenza a ‘Every child is my child’: è giusto così”.
Un’edizione della Festa del cinema incentrata sul noir. Infatti anche la copertina prevedeva un investigatore, con il classico cappello, un impermeabile e una pistola – come porta di consuetudine uno che fa questo mestiere -. Ma potremmo ben dire in nero…e bianco; nel senso che non c’è stato solo l’aspetto ‘poliziesco’ e nero a connotare i film e questa stagione della manifestazione; ma anche il ‘bianco’ della commedia e dell’innocenza di giovani protagonisti, spesso al centro dei film. Dunque non vuol dire un festival senza colori, tutt’altro, anzi il contrario persino. Un esempio su tutti è stato il riportare al cinema il mito di Stanlio e Ollio, alias Stan Laurel e Oliver Hardy in “Stan&Ollie”, per la regia di Jon S. Baird. Con immagini di repertorio in bianco e nero, affiancate alle scene a colori. Un film anche a tratti drammatico e realistico, molto veritiero e verosimile, che però non ha rinunciato a una venatura comica e ironica. Oltre a questa rivisitazione, molti i temi interessanti e importanti, anche nuovi, affrontati nei film in Concorso alla Festa del cinema 2018. Innanzitutto la magia in “The house with a clock in its wall” di Eli Roth, con Jack Black e Cate Blanchett. Sembra seguire saghe tipo Harry Potter o Twilight, ma – in realtà – dietro il soprannaturale, i superpoteri, la magia, l’inganno, gli incantesimi, le maledizioni messe in campo, non mancano tante risate regalate da una verve comica e, soprattutto, tutto porta alla ricerca di una propria identità e di riappropriarsi del senso della famiglia. Il piccolo protagonista di 10 anni, Lewis Barnavelt, saprà ben scegliere tra il proprio bene e quello delle persone cui è affezionato e che gli sono care, come lo zio Jonathan. Non esiterà tra lo scegliere se salvare solo se stesso oppure non rinunciare a salvare lo zio e l’amica di quest’ultimo: Mrs Zimmerman (Blanchett). Tutti e tre insieme sconfiggeranno il male, che sembrava più forte e potente, ma Lewis non ha dubbi: per lui sono loro la sua famiglia ora, da quando ha perso i genitori in un tragico incidente. Nonostante i loro difetti e imperfezioni. La cosa interessante è racchiusa nella frase d’apertura con cui inizia il film, di Albert Einstein: “La vita è come andare in bicicletta, se vuoi stare in equilibrio devi muoverti”. Sempre altra magia, con in più un po’ di tono horror, nel film “Halloween” di David Gordon Green, festa ormai alle porte. Oltre alla magia, un altro argomento non trascurabile è quello dei corrieri della droga, costretti a trasportare droga in corpo, al centro di “Sangre blanca” (regia di Barbara Sarasola-Day): sangue, della morte e delle ferite+il bianco della cocaina e dell’innocenza dei due giovani protagonisti, vittime della disperazione: Martina e Manuel (che morirà durante la fase di ‘trasporto’); ma sarà il racconto di formazione della prima, che ritroverà – per un breve periodo -, il rapporto con il padre Javier. La musica e i colori del Brasile sono portati sul grande schermo da Jeferson De in “Correndo Atràs”, tanto da sembrare un musical e con la proiezione terminata con una standing ovation, che mostra il sogno di diventare calciatore di un giovane, Glanderston: il nuovo Neymar, con un piede e un tocco di palla, una velocità tipo quelle di Pelè, agli occhi di Paulo Ventania, che cerca un progetto per sfuggire alla povertà e alla miseria del suo Paese, oppresso dai debiti e con una moglie e un figlio a carico da mantenere. Entrambi cercano, attraverso il calcio, il proprio riscatto, con il secondo che si fa imprenditore del primo, tra le insidie e le angherie di chi vuole truffare questo apprendista manager calcistico di un talento indiscusso, con la peculiarità di avere solo tre dita del piede destro. Così come cerca di redimersi attraverso il pugilato Miguel Galindez detto “Bayoneta”, la cui storia è raccontata in “Bayoneta” di Kyzza Terrazas; come avvenne lo scorso anno con “A prayer before dawn”.
Andando avanti nell’analisi degli argomenti trattati dai film, problemi di droga, tossicodipendenza, disintossicazione, dipendenza dagli stupefacenti e relativi difficili rapporti con la famiglia e difficoltà per uscire da questo tunnel sono al centro di “Beautiful boy” di Felix Van Groeningen, come di “Ben is back”. L’omosessualità al maschile è trattata in “Boy erased” (regia di Joel Edgerton); con Nicole Kidman e Russel Crowe; tra l’altro l’attrice fu presente alla Festa del Cinema con “Lion-la strada verso casa”, con una storia simile, poiché il protagonista di “Boy erased” deve ritrovare la strada verso casa, per ritornare dalla sua famiglia, dai genitori, e la madre lo aiuterà, accogliendolo e capendolo più del padre, che ha mostrato da sempre più ortodossia e ritrosia. E omosessualità al femminile c’è in “The miseducation of Cameron Post” (diretto da Desiree Akhavan); per entrambi anche il duro confronto con il rigore (religioso) ferreo di una religione che vorrebbe ‘cambiarli’ e ‘guarirli’. Se – tra i film per ragazzi – “Mia et le lion blanc” (di Gilles de Maistre) vuole sensibilizzare sul rischio estinzione per i leoni (soprattutto quelli rari bianchi), specie che in Sud Africa sta quasi scomparendo e che deve essere protetta e salvaguardata dai cacciatori che li uccidono spietatamente; “My dear prime minister” (regia di Rakeysh Omprakash Mehra), avanza l’enorme problematica dell’assenza di bagni pubblici in India, a Mumbai. Il protagonista Kannu, di 8 anni, scrive direttamente al primo ministro per farne costruire uno pubblico, dopo che la madre Sargam una sera è stata violentata mentre si recava ad espletare i bisogni naturali lontano da casa; aveva persino tentato di costruirne uno privato tutto loro, ma il maltempo lo ha presto distrutto. Se “Jan Palach” di Robert Sedlacek, narra e rivista la vicenda del giovane studente che si dette fuoco in Cecoslovacchia in segno di protesta nel 1969, “Three identical strangers” (di Tim Wardle) parla di tre giovani che scoprono di essere gemelli e apprendono l’esistenza di fratelli che non sapevano di avere nella New York degli anni Ottanta; ispirato a una storia vera realmente accaduta. Così come lo è “Green book” (regia di Peter Farrelly), che ripercorre la storia del pianista afroamericano di successo Don Shirley; con Viggo Mortensen e Mahershala Ali; il film ha ottenuto un tripudio di risate e ha conquistato e soddisfatto decisamente il pubblico. Commuove “The hate u give” (regia di george Tillman Jr.) sulla discriminazione dei neri e sugli episodi di intolleranza da parte della polizia nei loro confronti. Gente senza diritti, cresciuta nell’odio, nel dolore, nella sofferenza; quello stesso odio che si riversa sulle ultime generazione di giovani e piccoli. Protagonista è una ragazza Starr, di 16 anni, che si lancerà in un monologo finale – pregnante e ricco di significato – che molto fa ragionare e scuote le coscienze; decide di testimoniare per l’assassinio di un amico, Khalil, che spacciava droga, per sopravvivere, per il boss locale. Starr era cresciuta negli insegnamenti del padre e cerca di proteggere anche il fratellino minore, ma tutto cambierà quando quest’ultimo prenderà in mano una pistola e sarà pronto ad uccidere anche lui per salvare il padre. È in quel momento che è ora di dire ‘basta!’ a tutta quella violenza, a quella distinzione tra bianchi e neri che si vuole mascherare dietro l’ipocrisia. Per il centenario della fine della prima guerra mondiale si è ripercorso il tema dell’Olocausto e della deportazione in “They shall not grow old” (di Peter Jackson), con materiale d’archivio così come in “Who will write our history” (di Roberta Grossman). Il tema del suicidio, trattato con ironia sullo stile di “Green book”, è al centro di “Dead in a week or your money back” (di Tom Edmunds): un giovane, William, si vuole suicidare, ma tutti i suoi tentativi falliscono; decide di chiedere aiuto a un killer professionista vicino alla pensione, Leslie, che promette di ucciderlo entro una settimana, con cui firma persino un contratto formale non rescindibile. Però la vita del giovane cambierà totalmente e lui non vuole più morire, perché trova la sua ragione di vita in una giovane editrice, che si interessa al suo libro che ha sempre desiderato pubblicare; la stessa ragione per cui vale la pena morire, che è quella per cui lottare e vivere; ma William si rende improvvisamente conto che il senso di vuoto che sentiva era di inutilità e che la cosa che più gli premeva era sapere di essere utile, di poter aiutare gli altri: la sua morte preferita è essere investito dopo aver salvato un bambino, mentre tutti applaudono a questo nuovo eroe. Intanto Leslie lo insegue per ammazzarlo. Riuscirà a sfuggire a questa sorte beffarda e triste, cinica e spietata? O basterà l’amore dell’editrice a salvarlo?
Tra i film d’animazione va segnalato “Funan” (regia di Denis Do): il racconto della deportazione nei campi di prigionia in Cambogia della popolazione della protagonista Chou. Così come, della sezione “Alice nella città”, da rilevare la presenza di “Capernaum”, della regista Nadine Labaki. A Beirut il 12enne Zain deve districarsi per la sopravvivenza, nelle insidie e intemperie della vita, dopo che è fuggito di casa perché non ha condiviso che la sorellina sia stata data in sposa a soli 11 anni e che, successivamente, sia morta di parto. Sarà solo una delle tante tragiche situazioni che la gente del posto è costretta a vivere quotidianamente: l’espatrio, il rischio espulsione, il doversi comprare documenti falsi e di che vivere vendendo qualunque cosa, anche di contrabbando, oppure smerciando droga, prostituendosi, vendendosi come schiavi o meglio schiave – soprattutto le donne -; rubando, anche i più piccoli, per cui c’è solo l’obbligo di lavorare e non il diritto di andare a scuola. Si sopravvive nutrendosi di acqua e zucchero e così via. Per questo Zain decide di denunciare i genitori che lo hanno fatto nascere e vivere in un mondo del genere e in una società così squallida e misera, in segno di protesta, per ribellarsi e provare a cambiare qualcosa. La disperazione, infatti, rende anche pronti ad uccidere per vendicarsi di chi ci ha fatto del male, ma rende anche vulnerabili, facili prede di approfittatori senza scrupoli. Così come in “Jellyfish” (di James Gardner) la giovane protagonista deve crescere in fretta occupandosi del fratellino. E in centri di accoglienza è ambientato, in una Roma con tanto di invasione di zombie, “Go home” (di Luna Guarano): l’unico che potrebbe salvarsi da questi esseri mostruosi è Enrico, ma verrà tradito dal fatto stesso di non essere riuscito a salvaguardare e tutelare il più piccolo di tutta la contenuta comunità del centro di accoglienza (simbolo del futuro e di speranza per il domani), nonostante il sacrifico dei compagni. Un errore, un egoismo imperdonabile, un fallimento involontario certo, ma su cui nessuno è disposto a sorvolare. Zombie che avevamo trovato alla Festa del cinema lo scorso anno nel film “In un girono la fine”, prodotto dai fratelli Manetti, per la regia di Daniele Misischia, con Alessandro Roja.
Il bullismo è al centro di “Measure of a man” (di Jim Loach), così come la droga è alla base di “Hot summer nights” (di Elijah Bynum); così come Paolo Ruffini in “Up&Down-un film normale” parla dell’universo di ragazzi affetti da sindrome di Down in grado di recitare uno spettacolo intenso e memorabile, mentre ci si interroga sul senso e sul significato di ‘essere normale’. Cinque attori con la sindrome di Down, della Compagnia di Livorno Mayor Von Frinzius dell’amico – da più di 20 anni – Lamberto Giannini, ed uno autistico, sono i protagonisti di questo spettacolo con cui Ruffini ha voluto portare “parità e uguaglianza”, per lanciare il seguente messaggio – a chi ha tale tipo di problematiche -: “tu vali quanto me” e non “oh poverino/a”. “Ho capito che – ha concluso il regista – forse a volte agli ‘ultimi’ non interessa essere primi”, primeggiare, ma solo partecipare e godersi il loro momento, senza aspirazioni di gloria. Sulla stessa linea di “Be kind” (di Sabrina Paravicini), che mostra la diversità a tutto tondo.
Se non si può ignorare l’ultimo film da attore di Robert Redford in “The old man and the gun” di David Lowery, alla stessa maniera non passa inosservato il docufilm denuncia, inchiesta giornalistica, non priva di una satira sarcastica, di Michael Moore “Fahrenheit 11/09”, a cui fa eco la miniserie “Watergate”; e – a proposito di serie – come promesso lo scorso anno, è arrivata una nuova stagione di Skam Italia (diretta da Ludovico Bessegato). Così come a “Bayoneta” nella sezione “Alice nella città” è speculare “Butterfly” (di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman), ispirato alla storia di Irma Testa, giovane che si dette al pugilato.
Nella sezione in Concorso non delude “Notti magiche” di Paolo Virzì, in cui il cinema indaga se stesso, mostrando tanti retroscena inediti; dietro un giallo poliziesco in stile “Il capitale umano” (dello stesso regista); e sulle note della colonna sonora dei Mondiali d’Italia del 1990. Protagonisti sono tre giovani aspiranti sceneggiatori con i loro sogni nel cassetto. Non manca la musica alla Festa del cinema, come fu negli anni scorsi, con Michael Bublè e Rolling Stones. Quest’anno è la volta degli Afterhours in “Noi siamo Afterhours” di Giorgio Testi, in cui il frontman Manuel Agnelli racconta il concerto sold out al Forum di Assago per poi ripercorrere tutta la carriera del gruppo; o di De Gregori in “Vero dal vivo Francesco De Gregori” di Daniele Barraco; ma anche de “Il flauto magico di piazza Vittorio” di Mario Tronco e Gianfranco Cabiddu. O, ancora, di Fabio Rovazzi che, dopo l’esperienza de “Il vegetale” di Gennaro Nunziante (storico collaboratore di Checco Zalone) e di “Nut job-tutto molto divertente”, presenta il suo nuovo video (nella versione lunga): “Faccio quello che voglio”, incontrando anche il pubblico.
Alla Festa del cinema, da segnalare anche un altro importante ritorno: quello di Rosamund Pike: dopo “Gone girl-l’amore bugiardo”, con Ben Afflek, di David Fincher del 2014 e dopo “Hostiles” dello scorso anno, per la regia di Scott Cooper, l’attrice torna con un’altra intensa e straziante storia in “A private war” di Matthew Heineman: un biopic sulla reporter di guerra Marie Colvin, che – dal 1985 al 2012 – collaborò con il Sunday Times.
Così come interessanti sono stati i due film più lunghi della kermesse: “Corleone, il potere, il sangue. Corleone, la caduta” di Mosco Levi Boucalutl (sul clan dei Corleonesi, due ore e mezza) e “An elephant still sitting” di Hu Bo (ben quasi quattro ore di durata).
Il film che ha più emozionato forse è stato “If beale street could talk” di Barry Jenkins (il regista premio Oscar di “Moonlight”, presentato sempre qui alla Festa del cinema di Roma): la storia d’amore tra due giovani (Tish e Alonzo), separati dall’arresto per sbaglio di lui e lei che – nel frattempo – resta in attesa del loro figlio oltre che della sua liberazione e della prova della sua legittima e presunta innocenza. Il film emblematico della manifestazione è sicuramente stato quello d’apertura: “Bad times at the El Royale” di Drew Goddard; ricorda un po’ “La truffa dei Logan” per la verve a tratti comica, per quanto abbia una sfumatura molto più noir, tanto da essere presente un investigatore come quello della locandina dell’evento. Sette i protagonisti di una storia dall’intreccio eccellente, come i capitoli di un romanzo complesso quanto la vita dei personaggi, con i loro segreti, eppure incastonati così bene da tenere col fiato sospeso sino all’ultimo; così come ha fatto la 13a edizione della Festa del cinema: una contaminazione di generi e stili, per un cinema ‘nuovo’ e innovativo. E, ricorrenze per ricorrenze, non poteva passare indisturbato l’evento per i 15 anni delle Winx (dopo l’ape Maya dello scorso anno); così come non potevamo non segnalare la commedia (genere che non poteva essere assente) “Ti presento Sofia” di Guido Chiesa (con Fabio De Luigi e Micaela Ramazzotti).

Fahrenheit 11/09: Moore e ‘la tempesta’ Trump. Ombra su elezioni

locandina-fahrenheit-9-11-441663.660x368Come prepararsi alle prossime elezioni americane del 6 novembre di metà mandato (o ‘midterm’)? Occorre innanzitutto decidere per cosa votare più che per chi votare. Si deve stabilire se si vuole ancora ‘salvare’ questa America e, soprattutto, se sia ancora possibile farlo. Ma – in primis – c’è da chiedersi come si sia potuti arrivare a tutto ciò. Stiamo parlando di una terra che era quella del ‘sogno americano’: ha ancora senso? Sembra partito da qui Michael Moore per la creazione e produzione del suo “Fahrenheit-11/09”. O forse dovremmo dire 09/11? Sì, perché non si tratta di un remake del suo colossal di successo del 2004 (“Fahrenheit-11/09”, appunto, sulla tragedia dell’11 settembre ovvero dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle). Stiamo parlando di un altro evento che ha stravolto e cambiato per sempre la storia politica dell’America: l’elezione del 45esimo presidente Donald Trump. Si è aperta una nuova fase, di cui lui mostra tutti i retroscena più oscuri, o meglio noti, ma su cui tutti hanno taciuto a lungo. Ma, per quanto estremamente e profondamente satirico e provocatorio, il regista vuole andare oltre la semplice contestazione del presidente; per quanto non si possano negare il tono e l’atteggiamento irriverente di Moore, che non nasconde l’antipatia per Trump. Lo arriva persino a definire razzista e dittatore, tanto da paragonarlo a Hitler per il modo di condurre la sua azione politica, facendo opera di dissuasione di massa. Persuadeva l’elettorato e la sua ascesa fu favorita dalla convinzione che, opere illegali come le leggi razziali o simili, violazione ai diritti umani, non sarebbero mai potute essere attuate in concreto, certi che c’era la Costituzione a vietarlo a garanzia. Invece oggi essa, come allora, potrebbe non bastare più. C’è una nuova minaccia che incombe, peggio di quella terroristica: non tanto quella alla sicurezza quanto quella alla libertà. Infatti, se Trump si è posto come salvezza per l’America, l’obiettivo del regista americano è la tutela dei diritti umani; un film molto sociale dunque. Con il suo documentario-denuncia, Moore ci vuole ricordare l’importanza di questi valori, proprio nel momento in cui si deve decidere del futuro politico del Paese. Siamo ancora certi di godere della libertà? Se no, siamo disposti a sacrificarla per sempre? Dobbiamo pensarci in fretta, perché farlo dopo potrebbe essere già troppo tardi – esorta il regista -. Più che un attacco diretto, sferzato al presidente Trump, il suo sembra il monito di un uomo, di un cittadino, preoccupato per lo stato in cui versa la sua nazione: la terra dove regnano leader del calibro di Trump, ma anche del governatore Rick Snyder. Non tanto capi politici, quanto piuttosto manager che trattano i loro elettori come clienti, guardando al profitto e facendo gli interessi di un’oligarchia a loro vicina che gli dà consenso, che cercano di mettere al vertice i loro amici che li hanno sostenuti. A dispetto di tutto e di tutti. Anche di gente innocente come quella di Flint (nel Michigan, dove è nato Moore). Certo, si potrebbe obiettare, c’è un certo conflitto d’interessi, ma un dato è sicuro: lì sorgerà un caso simile a quello denunciato dalla giornalista Erin Brockovich sul cromo esavalente andato a finire nelle acque di uso pubblico, inquinandole fatalmente. Qui a Flint era presente del piombo in alta concentrazione. I limiti di tollerabilità – previsti per legge – erano di 3,5; mentre, quelli riscontrati nelle analisi, andavano da un minimo di 5, fino persino a 10 o 14. Inutile dire i morti che ha fatto. Eppure quei risultati non sono mai stati resi noti, ma modificati e falsati. Così come è avvenuto per i voti. Flint è divenuta, in seguito, sede di esercitazioni militari, i suoi cittadini nuovi bersagli di una politica distruttiva, in cui non si è neppure liberi di fuggire perché: chi compra la casa che si ha lì? Tutto questo per volontà del governatore Snyder, che aveva fatto costruire un altro viadotto (inutile, oltre all’altro già esistente), che non si alimentava delle acque dolci del fiume Huron (parte del sistema idrico di Detroit), ma da fonte contaminata da piombo appunto del fiume Flint stesso. Perché e da chi è stato finanziato il nuovo sistema idrico realizzato? Naturalmente dalla General Motors (fondata qui a Flint nel 1908) che c’era dietro l’elezione del governatore repubblicano del Michigan Snyder, tanto che la prima fabbrica a cessare di utilizzarlo sarà proprio uno stabilimento della GM. Dall’altro lato i brogli elettorali non sono la sola denuncia mossa a Trump: l’impeachment, ma anche gli scandali sessuali, l’accusa di razzismo e quant’altro. Come ha fatto a resistere in mezzo a tutta questa bufera che gli si è ritorta contro? Perché “io sono la tempesta”, tuona Trump stesso, fiero e convinto del suo potere. Già, perché – per uomini come lui – politica rima solo con potere e non tanto con principi morali. Ma, aggiunge Moore, ci vogliono dei Trump per scuotere le coscienze. Di fronte a un elettorato disilluso, tradito dalle politiche dei precedenti presidenti come Barack Obama, che intervenne direttamente sulla questione Flint in maniera clamorosa: mediatico-sensazionalistica più che pragmatica, come speravano quei cittadini, ovvero mandando la protezione civile a sostituire le condotte contaminate da tubature corrose ad esempio e non aerei militari per le esercitazioni. Invece Obama provocò, facendosi prendere un bicchiere d’acqua da bere per dimostrare l’inesistenza di rischi. Oppure da politici come il governatore Snyder, che seppe creare il governatore per le emergenze solo per dare occupazione ai suoi fidati.
Tutto questo lo scenario che ha permesso l’ascesa di Trump. Nella sfida alle presidenziali, Hilary Clinton sembrava favorita, invece perderà clamorosamente. Trump si farà annunciare da Gwen Stefani, che veniva pagata più di lui negli show, geloso della sua visibilità. Curiosa coincidenza, a sostegno della moglie di Clinton nel film si vedono anche Julia Roberts e George Clooney; proprio l’attrice che aveva interpretato Erin Brockovich in “Erin Brockovich-forte come la verità” (film del 2000 per la regia di Steven Soderberg). E, se per lo scandalo del piombo, Snyder dovette chiedere scusa pubblicamente, Moore sembra mosso da quella ricerca di verità e giustizia simili nella giornalista. È quella verità che vuole smascherare. Del resto anche Moore ha un passato da giornalista.
Non ebbe mai simpatie per Trump, anche se i due si incontrarono in più di un’occasione e si comportarono sempre in maniera civile; tollerante Moore, anche Trump resistette ad offendere, come fatto con la stampa più volte, che umiliava e strumentalizzava, scherniva, facendosi attendere per le interviste, che diceva lui come dovevano essere condotte o che denigrava. Eppure scoprirono di avere una cosa in comune: Trump aveva visto il film di Moore “Roger&Me” (del 1989) e gli piacque, anche se non sarebbe mai voluto essere nel povero Roger; ovviamente. Infatti, per chi conosce la trama, è facile comprendere la sua posizione. Roger potrebbe tranquillamente essere Snyder; tanto che, il documentario di Moore del 1989 narra proprio della crisi della General Motors e della chiusura di una fabbrica di automobili a Flint. Il ‘Roger’ del titolo è proprio Roger B. Smith, ex amministratore delegato della GM. Quest’ultimo licenzierà ben 30mila lavoratori, operai e dipendenti di quella fabbrica. Oltre a negarsi al confronto diretto con il regista, per Moore sorge lo spunto per raccontarci le storie personali, private e umane di tutti quegli uomini e quelle famiglie. Come accadrà nello stesso film “Erin Brockovich-forte come la verità”: Erin sapeva perfettamente a memoria i numeri e gli indirizzi, con esattezza, senza sbagliarne uno, dimenticarne nessuno e senza bisogno di dover consultare i registri e gli elenchi che ne aveva stilati. Per entrambi è la lotta alle multinazionali ed alle loro lobbies.
Trump in politica è stato come un terremoto che ha stravolto lo scenario politico americano, che ha fatto crollare, sotterrandole, tutte le certezze dei votanti, cancellando e azzerando ogni fiducia nella politica da parte degli elettori. Uno tsunami che ha messo a soqquadro e raso al suolo il governo americano. Disegnando un pronostico apocalittico ed epocale: un’ecatombe, ‘la morte della democrazia’ – come la definisce Moore -, come il genocidio razziale nazista (e fascista) degli ebrei. In questo scenario regna solo disperazione, non c’è più speranza. O forse sì, ne è rimasta ancora? L’America è quella multiculturale, ma delle diseguaglianze, della violenza montante anche a seguito della legalizzazione delle armi (che non rendono la gente di questa terra più sicura però). Non è una questione etica e/o morale. Qui non c’entrano né Trump nè Moore. Qui c’entra il ritornare ad essere la “grande America” del passato, una grande America: quella che lo stesso presidente ha auspicato e che Moore medesimo vuole poter riveder risorgere dalle macerie, di corruzione e depravazione, che sembrano non lasciare spazio per il futuro. Per questo non è tanto un processo, un’accusa, un’invettiva, un pamphlet sulla linea del noto “J’accuse” di Zola, quanto una denuncia sociale. Da dove ripartire, soprattutto in vista delle prossime elezioni di novembre?
Il film (presentato in anteprima alla Festa del cinema di Roma, a cui ha partecipato anche il regista stesso), nelle sale dal 22 al 24 ottobre prossimi, sembra proprio voler dire che bisogna ripartire da questa occasione che si ha, di andare di nuovo al voto il mese prossimo. Guidati da un interrogativo, che ricorda il titolo di un altro film presentato alla 13esima Festa del cinema di Roma: “Who will write our history” (per la regia di Roberta Grossman), sull’Olocausto. E allora, viene da rispondere: chi scriverà la storia dell’America? Chi, se non gli americani stessi con il loro voto? Ma da dove cominciare a decidere? Ma naturalmente seguendo gli esempi che sono già stati lanciati e che il regista mostra come spiraglio di luce e speranza. Si spera! Ovvero la protesta delle insegnanti del West Virginia, sottopagate, che non arrivano a fine mese, ma che gli alunni chiamano mamme, perché magari sono rimasti orfani in quanto la loro madre è morta per overdose. O quella, più importante, dei giovani. Dei ragazzi, adolescenti di licei e università che si sono uniti per contrastare il potere delle lobbies, che frutta miliardi a pochi a danno di tanti; ovvero di loro coetanei, morti e uccisi barbaramente in attentati in cui altri ragazzi come loro si sono introdotti in scuole e hanno sparato a raffica con fucili: vittime anche loro di un sistema fallato e depravato, che diffonde e istiga alla violenza, alla rabbia, all’odio, all’uso di armi appunto – sempre più diffuso tra i giovani stessi -. Denunciare il porto d’armi ormai è diventato come registrarsi all’anagrafe: è un’abitudine diventata consuetudine e parte intrinseca della cultura americana. Civiltà poco civile, in cui le minoranze non hanno diritti, se non quello di dover subire. E allora è la mobilitazione di chi non è stato ascoltato e/o riconosciuto che può portare a qualcosa di nuovo. Stiamo parlando di giovani, donne, soprattutto di colore, oppure di religione o indirizzo sessuale diverso. Cioè, vuol dire ascoltare il grido, non troppo silenzioso, di queste ribelli emancipate e rivoluzionarie. Perché i nomi delle candidate alle prossime elezioni già dicono tutto. Quello che si prevede attueranno, che ne potrà nascere e che già stanno iniziando a compiere, è il miracolo di una rivoluzione femminile, ma non femminista. Ci sono molte brutte pagine da cancellare; e non solo la tragedia di Flint, per la morte di circa 10mila persone (per la maggior parte bambini) per l’acqua inquinata dal piombo: “un incubo di ingiustizia, povertà e mancanza di democrazia” nella terra del “sogno americano” (disilluso) – come è stata definita -. Se si vuole il cambiamento, non lo si può fare eleggendo le stesse persone.
“La follia è rileggere sempre le stesse persone e pensare che qualcosa possa cambiare”; questo il pensiero di una delle candidate: Alexandria Ocasio-Cortez. Ma nel documentario di Moore ne appare anche un’altra: Rashida Tlaib. Tuttavia non sono le sole.
Andiamole a conoscere tutte. La prima, 28 anni, è portoricana del Bronx e socialista affermata, avrà un seggio sicuro al prossimo Congresso, dopo aver battuto un leader democratico storico come Joseph Crowley. Lei è l’icona di questo nuovo ‘movimento’, in quanto è riuscita a sovvertire una tendenza abbastanza diffusa: “donne come me non è previsto che corrano alle elezioni”, aveva spiegato. La seconda, potrebbe diventare la prima musulmana-americana ad ottenere un seggio al Congresso. Lei, infatti, ha 42 anni, è un avvocato e ha origini palestinesi, ma è nata, cresciuta e ha vissuto sempre a Detroit. La città, tra l’altro, vide scontri mostruosi tra poliziotti e afro-americani (uccisi a sangue e in maniera violenta dalla polizia), che sono stati al centro dell’omonimo film del 2017 (diretto da Kathryn Bigelow e scritto da Mark Boal); dunque l’aspetto sociale della sua politica sarà centrale, nonché fondamentale e da tenere assolutamente in considerazione. Alle elezioni lei rappresenta i Democratic Socialists of America.
Poi c’è anche Jahana Hayes, 45enne di Waterbury. Premiata come miglior insegnante degli Usa nel 2016, è impegnata nel sociale poiché è cresciuta in una casa popolare e aveva una mamma drogata; anche lei è stata presto una giovane madre, aiutata solo dal sostegno della sua comunità. Potrebbe diventare la prima afro-americana del Connecticut al Congresso. E che dire di Christine Hallquist? Potrebbe essere lei il primo governatore americano transgender nel Vermont (nella regione del New England). ‘Vermont’: il nome deriva dal francese ‘mont’ ‘monte’ e ver ossia ‘vert’ ‘verde’; infatti, qui nel New England, c’è la catena delle Green Mountains (a cui il nome si ricollega), dunque particolare attenzione dovrà essere rivolta alle problematiche ambientali. Poi c’è anche la 35enne, originaria di Mogadiscio (in Somalia), Ilhan Omar, cresciuta lì dal padre e dal nonno (poiché perse la madre da piccola); la sua eventuale elezione al Congresso ne farebbe la prima ‘rifugiata’ americana nel Minnesota per i Democratic Farmer Labor. Arrivò in America (per la precisione a Minneapolis) per sfuggire alla guerra. Altra emigrata, ma stavolta di origini asiatiche, proveniente dalle Filippine e ‘sbarcata’ a San Antonio, – particolarmente rilevante per diverse ragioni – è la figura della 37enne Gina Ortiz Jones; donna esperta di guerra e lesbica, è un vero e proprio marines, una combattente a tutti gli effetti, che ha agito in Iraq ed è stata un membro dell’Intelligence americana. Si candida nel Texas a rappresentante di tutte le minoranze femminili. Come lei, anche la 42enne Amy McGrath è un’esperta militare. Proviene da Cincinnati (nell’Ohio), ma si candida per la Camera del Kentucky; ha fatto parte dei marines per circa un ventennio, partecipando a missioni in Afghanistan e Iraq. È stata la prima donna a pilotare un areo caccia F-18. Infine, segnaliamo anche la presenza, tra le candidate, di Sharice Davids. La 38enne è impegnata a contendersi il seggio in Kansas e potrebbe portare all’elezione della prima indiana (americana) ed anche lesbica; infatti è una nativa di una tribù del Wisconsin, giunta per studi in Kansas. Ma, oltre a tutto questo, Sharice Davids è anche un avvocato, che ben conosce e pratica le arti marziali, che padroneggia con abilità.
Comunque le si voglia definire e valutare, anche incapaci o illuse, i loro programmi di certo sono diversi, ma soprattutto fanno rabbrividire quelli come il governatore Snyder&co, che potremmo definire i ‘Robin Hood’ dei ricchi: prendere ai poveri per dare ancora di più ai ricchi. Nel programma di Alexandria Ocasio-Cortez si parla di istruzione gratuita, tanto per cominciare e fare un esempio. Ma non ci interessa giudicare, indirizzare le preferenze, simpatizzare, accusare o criticare nessuno. Né da una parte né dall’altra. Perché di una cosa siamo certi: che qualsiasi americano, di destra o di sinistra, democratico o repubblicano, socialista o liberale, donna o uomo, di colore o bianco, di qualsiasi fede religiosa o indirizzo sessuale, concorderà su una cosa: l’amore per la sua terra, per il bene dell’America. E allora, per ciascun/a candidato/a sarà imprescindibile possedere un connotato: farsi rappresentante dell’unità del Paese. Viene in mente il titolo di un film dei Vanzina: “Mai Stati Uniti”. Dei fratelli si ritrovano a fare un viaggio negli USA insieme (dove non erano mai stati prima), dopo la morte del padre; e allora scoprono, per la prima volta, di essere davvero una famiglia. Dunque potremmo anche dire: mai stati uniti, nel senso di non essere mai stati prima così coesi. Mai come ora, in America (come in Italia e ovunque) c’è bisogno di essere uniti. Soprattutto per gli Stati Uniti d’America, patria della Guerra d’indipendenza coloniale americana. Ricordo ancestrale di un passato glorioso da riesumare, da quella terribile e temibile tomba della democrazia che preoccupa tanto Moore. Affinché le problematiche sociali e le emergenze umanitarie non siano più strumentalizzate e politicizzate, diventando parte integrante della promozione dell’azione governativa, o di campagne elettorali che sembrano seguire la logica di una strategia di marketing più che dei principi o valori morali. E i movimenti di protesta studenteschi e giovanili sono stati, in questo, centrali nel ribadire tale concetto, ma nel sottolineare anche il fatto che è l’unione a fare la differenza. Consapevoli dell’importante ruolo che potevano avere per veicolare un messaggio sociale del genere. E dettero vita a 700 marce in tutta America e 100 in tutto il mondo; vere e proprie fiaccolate per la memoria di vittime innocenti. Condotte sulle note di “Take me home, country roads” (di John Denver): portami a casa, perché tutti questi americani vogliono poter ritornare a casa, ritrovare cioè la loro patria. E, a tale proposito, un’ultima nota la merita la musica (con canzoni scelte con cura da Moore) che fa da colonna sonora al film, che dà ritmo, incisività, profondità e fruibilità ai contenuti, fornendo un tono di freschezza che non guasta; il regista, inoltre, è bravo a dosare simpatia e ironia accanto all’ asprezza della satira e della denuncia (sociale, giuridica, economica e politica).

XVI Edizione del Roma Videoclip. A Ron il Premio ‘Special Award’

Presid.Luciano Sovena-Ron-Francesca PiggianelliL’annuncio del bravo artista nella presentazione della XVI Edizione del Roma videoclip-il cinema incontra la musica, in una affollata sala Auditorium Arte-Festa del cinema di Roma, dove è stato premiato per la sua carriera artistica, dal Presidente della Roma Lazio Film Commission Luciano Sovena e dal Direttore del Kermesse Francesca Piggianelli. RON ha ricevuto anche un Premio per il videoclip “Almeno pensami” regia di Gianluca Calu Montesano consegnato da una rappresentanza di giornalisti.

Un altro premio speciale a LUNA VINCENTI per l’interpretazione e l’originalità del videoclip “Mille anni luce” presente anche la regista Luisa Carcavale, con la partecipazione di Giulio Berruti
Presenti, altri premiati di questa Edizione tra cui Piotta, Miriam Galanti, la band La Scelta.
Gli appuntamenti del Roma videoclip-il cinema incontra la musica sono ad Apollo 11 -7 dicembre 2018 Festa Videoclip Indie, la premiazione in data 11 dicembre Sala Fellini-
Premiazione Roma Videoclip – 11/12/18 ore 19:00 Sala Fellini Studi di Cinecittà
Presenti, altri premiati di questa Edizione tra cui Piotta, Miriam Galanti, la band La Scelta.

Roma Videoclip è la più importante kermesse nazionale, ideata da Francesca Piggianelli, dedicata al settore della musica e del cinema, realizzata in collaborazione con Luce Cinecittà, il supporto di Roma Lazio Film Commission, il patrocinio di Direzione Generale Cinema, Regione Lazio. la partecipazione di Sagevan ed Equilibra. Una rassegna che omaggia artisti, registi, videoclip, musiche.

A fine presentazione del Roma videoclip, sono stati presentati in anteprima i cortometraggi, Core Nero, L’Idea Malvagia, Othello 3.0, Sombras ed il trailer di Cristallo in omaggio alle donne, il libro di Ciro Formisano, L’Esodo ed anteprima trailer del film Il Ribelle 2, con la presenza dei registi, del cast, dei produttori e del collettivo femminile.

“Ti presento Sofia”, commedia sentimentale sulla diversità

Ti-presento-sofia-filmMara … ti presento Sofia; anzi, Sofia si presenta. Potremmo dire così – parafrasando il film (del 1989, per la regia di Rob Reiner) “Harry, ti presento Sally” -, per introdurre l’ultima commedia di Guido Chiesa; con Fabio De Luigi e Micaela Ramazzotti. Molto divertente, è la storia di un padre (Gabriele, De Luigi); sposato, poi divorziato e con una figlia, – Sofia (Caterina Sbaraglia) -, è convinto di aver chiuso con l’amore, dedito solamente alla sua bambina e al suo negozio, perché “troppo complicato” per avere una storia o un’altra relazione. “È solo una scusa, sei tu il problema, non Sofia”, tuonano i suoi amici (come il medico Beppe, alias Bob Messini), che cercano di fargli conoscere altre donne. Invece Gabriele è tutto casa e Chiesa (in omaggio al regista) ,- come si suole dire-. Tutto casa e negozio: ex musicista, ha una piccola ‘bottega’ di strumenti; dove lavora con il fratello minore immaturo Chicco (Andrea Pisani), che ha cresciuto lui, dopo che il padre li ha abbandonati.
Dunque pensa solo a far quadrare i conti (e ad ogni incontro con altre donne mostra sempre tutte le foto di Sofia e non parla che di lei). Tutto prosegue in una tranquilla e classica routine standard, almeno finché non incontra di nuovo – dopo circa dieci anni – una sua amica di gioventù (ed ex fiamma): Mara (Micaela Ramazzotti). Quest’ultima è una fotografa che gira il mondo, ama la sua indipendenza e, soprattutto, non ama i bambini. Tra loro inizia una storia, ma Gabriele non può dirgli di Sofia, così come non può dire a Sofia di Mara; anche perché la sua ex moglie Adriana (Caterina Guzzanti) è di nuovo incinta del suo nuovo marito Max (Daniele De Martino). Ma il ritorno di Mara non sarà il solo nella sua vita, così come quella di Caterina Guzzanti non sarà l’unica partecipazione straordinaria nel film. Infatti Gabriele rivedrà anche quel padre illusionista che tanto odia: Oscar, interpretato da Sheldon Shapiro.
E, anche per questo, la musica ha un ruolo preponderante in “Ti presento Sofia”. Se quest’ultima già di per sè in una commedia serve a dare ritmo e colore, qui lo è ancor di più. La colonna sonora giusta avrebbe dovuto prevedere e includere – a ragion veduta – la canzone di Alvaro Soler “Sofia”. Invece, oltre a segnalare la presenza degli Afterhours e di Manuel Agnelli, il brano – molto melodico (che si preannuncia esso stesso un tormentone) – che ne fa da cornice è quello che canta Sofia, che fa più o meno così: “One way or another….”, ovvero – tradotto dall’inglese – “una strada o l’altra”. Perché, in fondo, la cosa che accomuna i tre personaggi è la ricerca di stabilità, di cui hanno bisogno. Anche quelli come Mara, che – si scoprirà – più che odiare i bimbi, odia i bugiardi. Mai mentire in amore, perché le bugie hanno le gambe corte. E Gabriele non potrà tenere il suo ‘segreto’ per sempre. Provare a cambiare in continuazione l’arredamento di casa, quando accoglie la figlia o la sua donna, non gli servirà a sfuggire i problemi. Ed è così che la verità che si palesa è una sola: fuggire dai e i problemi, non basterà ad evitarli e sfuggirgli eternamente. Eppure, è come se ognuno cercasse la sua strada, un modo o un altro per cambiare la propria vita in meglio (che sembra come se apparisse loro un po’ troppo monotona) – come dice la strofa della canzone di Sofia -. Più che un triangolo qualsiasi, i tre sono di fronte alle loro paure: quella di scappare sempre davanti alle difficoltà, di non riuscire ad esprimere quello che provano e di essere abbandonati, lasciati soli e feriti ancora una volta. Per questo andare in analisi non sarà sufficiente. La paura di sbagliare e di dover scegliere incombono.
Ma non si deve per forza scegliere tra figlia e amata, tra padre e ‘matrigna’. Per questo la somma perfetta di tre sembra fare uno: un solo cuore, un solo amore, anche se diverso – in differenti forme -. La domanda che ci si deve porre, che sembra essere alla base del film e di partenza, non è: che cosa devo fare? Che faccio ora, in mezzo al caos sentimentale in cui ci si ritrova? Ma quello che fa notare Gabriele a Mara: sai quanto è bello amare, vivere, avere una storia con una persona diversa da te? Sai quanto può arricchire? L’altro ha sempre qualcosa che tu non hai. In fondo, non è male! Sembra quello che hanno pensato sia Mara che Sofia. È l’intraprendenza e la complicità di quel “sono cose nostre” che si dicono. Nemiche e amiche per affetto di Gabriele. Così c’è sempre una via di mezzo percorribile. E prima o poi si cresce tutti, anche gli apparenti immaturi come Chicco (molto legato al padre però); e finalmente riuscirà ad aprirsi con la donna che ama: Piera (Chiara Spoletini). Ancora una volta tutto siglato dalla musica, a sancire questo; come la canzone che Chicco scrive per il fratello Gabriele. E così si scopre che tra padre e fratelli, cioè un fratello che per lui è stato come un padre perché gli ha fatto da papà, c’è quello che lui chiama e battezza ‘patello’. Così come potremmo creare il neologismo di ‘mamica’, cioè mamma-amica per Mara, da parte di Sofia.
L’eccezione che conferma la regola: chi odia i bimbi, impara ad accettarli, perché sono loro che – con il loro istinto – portano quello scompiglio salvifico alle nostre vite. Sarà infatti Sofia stessa a ‘smascherare’ sia Gabriele che Mara, presentandosi all’improvviso (come dicevamo all’inizio) – senza preavviso, come lo era stato il ritorno di Mara – a casa del padre, spacciandosi per la sua sorella più piccola, per aiutarlo. Anche così piccola, saprà dare il suo contributo. Così come una cinica come Mara, non è poi così spietata e cattiva, ma anche lei è stata ferita.
L’interpretazione straordinaria degli attori ne fa una commedia riuscita. Caterina Guzzanti, simpaticissima, doppiamente incinta per ben due volte. Chiara Spoletini sembra quasi doppiata da Serena Rossi (con un potente accento napoletano come quello dell’attrice in “Song’e Napule”). Andrea Pisani tira fuori la stessa voce di Eugenio Franceschini. Micaela Ramazzotti è perfetta per la parte, disinvolta e molto fresca nella sua lunga capigliatura. Fabio De Luigi ha il personaggio che sembra costruito apposta per lui e lo calza a pennello.
Tutto questo ne fa molto di più di una semplice commedia umoristica e degli equivoci quasi. Più che una commedia sentimentale su un intreccio amoroso, sembra una commedia sulla (accettazione della) diversità, che rende tutto migliore, più bello e… che rende sempre tutto pazzesco – come cantava Chiara Galiazzo in “Nessun posto è casa mia”. Un modo per vedere la genitorialità e l’essere figli con uno sguardo diverso, ma con entrambi i punti di vista forniti. Senza giudicare né criticare. E in questo ha aiutato molto il fatto che il film sia stato scritto a sei mani, con il contributo di tre genitori anche. Il regista definisce la sua opera “una commedia sentimentale, con uno spirito rock, con l’ambizione di andare oltre i cliché”. È la liberazione di tre personaggi “bloccati”. in apparenti sicurezze e certezze. Per imparare a non rinunciare, a non scappare, ad aprirsi, a dichiararsi, a non rassegnarsi.

Beddapoesia, canti della Sicilia popolare all’Ottobrata Romana

MARIO INCUDINE

Mario Incudine

Sabato prossimo, 13 ottobre, alle ore 21, nella Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, nel calendario della manifestazioni dell’11esima edizione della Ottobrata Romana, andrà in scena una produzione originale della Fondazione Musica per Roma: uno spettacolo che propone storie e canti della Sicilia popolare attraverso opere di nuovi e vecchi maestri della tradizione.

Si tratta della prima esecuzione di “Beddapoesia”, un progetto di Ambrogio Sparagna con l’Orchestra Popolare Italiana, il Coro Popolare diretto da Anna Rita Colaianni, con la partecipazione speciale di Giorgio Onorato. Progetto che si caratterizza per un’originale produzione dedicata alla grande tradizione della poesia popolare.

Il protagonista è Mario Incudine, grande interprete del canto popolare siciliano e solista dell’Orchestra Popolare Italiana.

Lo spettacolo propone una selezione di canti di grande suggestione, alcuni dei quali sono stati tratti dalle più importanti raccolte dell’Ottocento, tra cui quelle di Lionardo Vigo (1799–1879), Giuseppe Pitrè (1841-1916) e di Salvatore Salomone Marino (1847- 1916).

Un progetto originale che attraversa la grande tradizione della poesia popolare siciliana, un “corpus” straordinario ancora largamente diffuso, che, grazie alla sua originaria forza espressiva e alle sue strutture poetiche, ha fortemente caratterizzato la storia della cultura popolare italiana.

Attraverso un lungo e appassionato lavoro di ricerca etnomusicologica, Ambrogio Sparagna ha scelto alcune piccole gemme di questo straordinario patrimonio poetico.

Mario Incudine li reinterpreta esaltandone la loro antica bellezza originaria grazie alla sua straordinaria vocalità, così intensa e drammatica.

Insieme al Coro e all’Orchestra Popolare Italiana, Incudine ci trascina in un viaggio avvincente tra immagini e paesaggi sonori di una Sicilia affascinante, dove vive ancora l’eco di antiche storie e leggende popolari.

Una terra di rara bellezza e di passioni struggenti, come testimonia anche l’intensa ballata di Ignazio Buttitta (1899 – 1997) sulla strage di Portella della Ginestra del Primo maggio 1947.

Ambrogio Sparagna

Ambrogio Sparagna

Appena terminato lo spettacolo subito partenza per il Sud America. Dal prossimo 15 ottobre prossimo, infatti, prenderà il via il tour in Brasile di Ambrogio Sparagna e dell’Orchestra Popolare Italiana, dove proporranno la musica tradizionale italiana e in particolare il loro repertorio di pizziche e tarantelle. Il viaggio toccherà alcune delle più importanti città brasiliane, tipo Brasilia, Porto Alegre, San Paolo e Belo Horizonte.

Redazione Avanti!

L’inaffondabile successo del Titanic torna nelle sale per tre giorni

TITANIC 04“Titanic” di James Cameron, il film dei record grazie al quale Leonardo DiCaprio e Kate Winslet hanno conquistato successo planetario e fama imperitura, ritorna nei cinema in occasione del ventesimo anniversario della sua uscita.

Questo ritorno è un evento speciale, in città e sale selezionate, che durerà solo tre giorni, da lunedì 8 a mercoledì 10 ottobre, per festeggiare il film dei record. Un appuntamento che sembra quasi rispondere alla fake news che circola in Internet, con tanto di trailer, su di un “Titanic 2”, ipotesi che non è mai stata presa in considerazione soprattutto da DiCaprio.

E chissà se le sale saranno invase come venti anni fa da torme di ragazzine che andarono a vederlo decine e decine di volte in ogni parte del mondo, per poi sciogliersi in lacrime a ogni proiezione. Un’isteria collettiva, una non tanto nascosta voglia di vivere una straordinaria storia d’amore come quella raccontata da Cameron, ma anche un film fatto come si deve, dato che in alcuni Paesi è rimasto in programmazione per un anno intero, caso più unico che raro nella storia del cinema.

Il film di Cameron racconta la tragedia del transatlantico RMS Titanic, il più grande e lussuoso mai costruito, uno dei gioielli tecnologici del Novecento definito inaffondabile dai progettisti. Nel corso del viaggio inaugurale, la notte del 14 aprile 1912, quattro giorni dopo la partenza dal porto di Southampton e mentre era in rotta verso New York, il Titanic si scontra con un iceberg al largo dell’isola di Terranova e affonda, alla faccia dei progettisti, causando circa 1.500 vittime, fra cui anche il capitano, mentre 706 persone riescono a salvarsi.

Il disastro del Titanic serve a Cameron per realizzare straordinari e innovativi effetti speciali, e per raccontare una travolgente storia d’amore tra due ragazzi appartenenti a classi sociali agli antipodi. Proprio grazie alla magia del grande schermo l’incontro al calor bianco tra il povero Jack Dawson (Leonardo DiCaprio) e la ricchissima Rose DeWitt Bukater (Kate Winslet) è diventato una delle più grandi storie d’amore di tutti i tempi capace di rivaleggiare con quella di Romeo e Giulietta.

Titanic è stato il film più costoso dei suoi tempi: 200 milioni di dollari, un bel botto ancora oggi, e uno di quelli che ha incassato di più nel mondo, stabile al secondo posto, con oltre 2 miliardi e 180 milioni di dollari, grazie anche alla riedizione in 3D del 2012. “Titanic” è stato superato nel 2009 da “Avatar” sempre di James Cameron, che sfiora i 2 miliardi e 800 milioni di dollari di incassi.

Tra i primati inanellati dal Titanic ci sono le 14 candidature agli Oscar, come “Eva contro Eva”(1950, di Joseph L. Mankiewicz con Bette Davis e George Sanders) e “La La Land” (2016, di Damien Chazelle con Ryan Gosling ed Emma Stone), con 11 statuette vinte, al pari di “Ben-Hur” (1959, di William Wyler con Charlton Heston) e “Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re” (2003, di Peter Jackson con Elijah Wood e Ian McKellen).

Citiamo solo i due Oscar a Cameron come miglior film (assegnato al produttore) e come miglior regista; quello per gli effetti speciali e i due a James Horner per la colonna sonora e per la miglior canzone, assieme a Will Jenning: “My Heart Will Go On”, una ballata romantica che Céline Dion ha portato in vetta alle classifiche di tutto il mondo facendola diventare il singolo più venduto del 1998.

TITANIC 09

Un successo incredibile per i due attori protagonisti ma niente Oscar. Kate Winslet era candidata come miglior attrice protagonista, ma il premio è andato a Helen Hunt per “Qualcosa è cambiato”, mentre zero nomination per il bel Leo.

Ma come sarebbe stata la vita di Jack e Rose se fossero entrambi sopravvissuti al naufragio del Titanic? Magari come quella di Frank e April Wheeler in “Revolutionary Road”, film del 2008 diretto da Sam Mendes che vede per la prima volta riunita in un set la coppia stellare del Titanic nella drammatica storia di marito e moglie che, nella New York degli anni Cinquanta, si confrontano con la realtà quotidiana, i ruoli, i doveri sociali e le ipocrisie che hanno infranto i sogni della loro gioventù. Un film drammatico con un finale triste e una scena di pochi secondi non del tutto inaspettata ma che colpisce come un pugno nello stomaco.

Antonio Salvatore Sassu

“La vita promessa”, una vecchia storia di emigrati e speranze

la vita promessa“La vita promessa” (regia di Ricky Tognazzi) è una fiction struggente; racconta una pagina importante della storia degli italiani: emigrati in America, sono come i migranti di oggi. La ‘vita promessa’ è quella che la protagonista, Carmela Carrizzo (Luisa Ranieri), sogna per sé e per i suoi figli e che giura di dare a se stessa e a loro. Si va dalla Sicilia degli anni Venti all’America della crisi del ‘29, del fatidico ‘giovedì nero’; crisi economica, che ricorda quella moderna, in cui molti imprenditori e affaristi, a seguito del crollo della borsa, si suicidarono. Napoli, da cui si imbarcano per l’America, è come la Sicilia e Little Italy a New York come l’Italia: tutto rimane immutato. Carmela sfugge a una violenza sessuale subita da un ammiratore insistente e ossessivo (il campiere Vincenzo Spanò) degna di uno stalker odierno e di uno stupro contemporaneo; ed anche alla mafia, ma troverà la pericolosa (e forse peggiore) ombra della ‘Mano nera’. Tutto ciò rende l’opera attuale e profonda, grazie soprattutto all’intensa interpretazione di Luisa Ranieri, che sente molto il personaggio, così come di tutti gli altri attori che fanno la differenza, regalando anche un po’ di commozione nel finale. È una storia corale, in cui questa donna si trova da sola a combattere per i figli, per proteggerli sino all’ultimo. Lotta per il loro bene con coraggio, tenacia e forza di volontà, anche a costo di sbagliare per troppo amore. Determinata e ostinata, prende decisioni importanti con fermezza, come ha raccontato l’attrice del suo personaggio. Nell’ultima puntata ha avuto oltre sei milioni di spettatori (e il 26,20% di share) e il finale – che resta un po’ aperto e sospeso – potrebbe regalare una seconda stagione.
Cinque figli, ognuno ha un carattere diverso. Uno di loro, Rocco (Emilio Fallarino), viene picchiato a sangue e accusato di essere un ladro per aver ‘rubato’ un agnello morto per mangiarlo. Rischierà la vita, tentando il suicidio, ma non sarà in pericolo di morte. Sì riprenderà, tuttavia il trauma sarà talmente forte che rimarrà ‘minorato mentalmente’ per sempre. Questo ricorda che vi sono ferite ben più profonde di quelle fisiche, che restano indelebili e spesso non si cicatrizzano e non guariscono, se non parzialmente: quelle dell’anima. Bravissimo l’attore nel rendere bene la devastazione emotiva dietro il problema psichico. Presto si comprenderà quanto tale frustrazione sia comune ai suoi fratelli.
Poi c’è Michele (Cristiano Caccamo), il più responsabile, riflessivo e maturo. Sente il peso di dover sostenere la madre e il resto della sua famiglia dopo la scomparsa del padre (Salvatore Carrizzo, Marco Foschi). Sì occupa principalmente di lavoro e politica.
Antonio (Giuseppe Spata), il più ribelle, apparentemente il più incosciente e scellerato, il più disorientato e problematico, si caccia sempre in un mare di guai. In realtà è solo un atteggiamento per catturare le attenzioni della madre, da cui si sente trascurato; ma sarà lei a dirgli che per lei i suoi figli sono “tutti uguali”. E, infatti, si dimostrerà anche generoso e protettivo nei confronti della madre e dei fratelli, pronto a sacrificarsi per loro se necessario.
Alfredo (Antonio Magazzù) è il più piccolo, ma il più intelligente, molto studioso: il che lo porterà anche a guadagnare molti soldi.
Infine c’è Maria (Francesca Di Maggio), dolce, sensibile, romantica e innamorata del suo Alfio (Primo Reggiani); si ammalerà di colera a Napoli e rischierà anche lei di morire. Le vicissitudini della vita la separano dalla madre, dai fratelli e dal suo fidanzato (con cui aveva deciso di sposarsi), che poi ritroverà in America; ma il destino ha deciso per lei un’altra sorte: sposare, per poter raggiungere i suoi parenti, Mosè Pogany (Flavio Furno), da cui avrà un figlio. Dimenticare e separarsi da Alfio non sarà facile. Anzi, il finale sarà tragico, come sarà drammatica la situazione che tutti loro si trovano a vivere in questa serie melodrammatica e realistica.
In breve, si tratta delle vicende di chi, ridotto sul lastrico, nella povertà, nella fame e nella disperazione, è costretto a fuggire dalla propria terra (in questo caso la Sicilia) per trovare fortuna e una speranza di un futuro diverso e migliore. Donne come Carmela che, rimaste sole, per sfamare i loro figli, se volevano approdare in America erano costrette a sposarsi per procura, senza conoscere chi vi fosse dall’altra parte dell’oceano ad attenderle. Donne senza scelta, come lei e come Rosa Canuto (Miriam Dalmazio) che (come poi accadrà un po’ anche a Maria), con un figlio a carico e per smettere di prostituirsi per avere il minimo indispensabile per sopravvivere, decide di tentare la sorte con un matrimonio per procura e di andare anche lei in America: diventerà la moglie di Rocco, ma senza sapere del suo handicap mentale. La Chiesa di Don Cosimo (Lollo Franco) e don Ignazio (Giacomo Rizzo) aiutava questa gente onesta, che non aveva niente, a ‘salvarsi’. Ma questa ‘salvezza’ consisteva in un ‘salto nel buio’, cioè nel rischiare tutto, nel vendere ogni cosa per racimolare il denaro sufficiente al viaggio e alla traversata. Lasciare tutto per salpare, avendo l’ignoto ad attenderli. Non potevano più andare avanti, ma neppure indietro. Sarebbero approdati in America, sapendo di non avere un lavoro e, soprattutto, che lì non tutti potevano mettere piede: (un po’ come per i migranti di oggi, ahimè), lì gli emigrati li volevano tutti sani, belli e forti. Quelli ‘malati’ come Rocco no, venivano rifiutati, mandati via e rispediti a casa. Così, anche lì serviva sempre un santo in Paradiso, un protettore in grado di mettere una buona parola, di intercedere, di promuovere la loro causa: come Mr. Amedeo Ferri (Thomas Trabacchi); un uomo buono e generoso, che sinceramente si innamora (di un amore impossibile, o forse no?) di Carmela e si affeziona alla sua famiglia ed aiuta Alfredo a studiare. Onesto come lo sono Carmela, che non ne approfitta mai, neppure quando potrebbe impossessarsi dei soldi che aveva trovato nelle sue camicie, mentre le stirava, e come Rosa, che vuole subito lavorare e studiare alla scuola serale per mantenersi da sola. Un uomo solo che aiuterà molto i Carrizzo.
Se la ‘fortuna’ è qualcosa che Carmela non ha conosciuto fino a quel momento, il viaggio in America avrà un prezzo carissimo. Nel suo cuore ci sono solo dolore, sofferenza, tristezza e non c’è posto per nessuno se non per i figli. Gente come lei si chiede e si interroga: adesso che faccio? Come faccio? Che devo fare? Aveva perso tutto, anche la speranza. Disperata, non confida più neppure in un gesto di misericordia, di gentilezza e di bontà, che stenta sempre ad arrivare al momento del bisogno. Ha conosciuto solo dolore, botte, rabbia, vergogna. Dall’altro lato, però, in mezzo a tutta questa solitudine di cuori straziati, c’è Little Italy, dove ci si ritrova tutti, davanti a un caffè, a una tavola con buoni cibi italiani, genuini, magari fatti in casa (come la lasagna, pane, pasta e succo d’uva), dove si è tutti una famiglia, si è ospitali e ben accolti, si è tutti fratelli, senza distinzioni né discriminazioni, come a casa. Ma, nella vita di questa comunità, si insedia l’ombra della malavita locale, che cerca di ‘accaparrarsi’ le giovani leve; con i traffici di armi e di merce di contrabbando (sigarette o altro), in luoghi come i ‘mescita’ (una sorta di osterie, dove si discute di affari illeciti e ci si accorda in segreto). Ed è così che molti nostri si fanno ‘corrompere’ (vedendola come l’unica possibilità): come Antonio o come Matteo Schiavon (Andrea Pennacchi), marito per procura di Carmela. Questi malavitosi sono come i nostri mafiosi, come Spanò (agricoltore a guardia dei campi privati, che in realtà voleva solo dominare con la prepotenza). E sono loro che hanno diffuso il preconcetto degli italiani: “violenti”, “ubriaconi” e “mafiosi”. Ma gli italiani hanno anche l’arte, il fascino della musica lirica di Verdi e Puccini e del teatro. Se sembra che abbiano attraversato un oceano per ritrovarsi nella stessa situazione (“che differenza fa tra lì e qui?, tanto valeva rimanere dove eravamo” si chiede Carmela), Mr Ferri le insegna che “bisogna sempre essere pronti a partire e a cambiare”, a lottare tutti insieme quasi, ma l’importante è la strategia (come dice ad Alfredo): mai fare una mossa se non c’è un’idea dietro. I miracoli a volte accadono. L’America è la “dea dell’abbondanza: se hai voglia di fare ti accoglie”. Però dipende da quanto si è disposti ad investire. Se Carmela si sente inadeguata per lui (così nobile e ricco), lui le fa notare che gli abiti sono solo apparenze. Lei sogna di aprire un ristorante lì, come hanno fatto molti connazionali. Ma soprattutto lotta per la propria libertà e i diritti. Quelli di donne a cui è stata tolta la dignità. Come Rosa, che ha conosciuto uomini come Spanò. Intanto si svela man mano la scena della violenza su Carmela, ma conosciamo anche meglio la storia di questa gente che chiede rispetto. Non è solo un regolare i conti con il proprio passato, ma trovare il proprio riconoscimento (di diritti e dignità appunto). Non è con i soldi che si può comprare tutto, né tanto meno il rispetto, la libertà e la dignità. Eppure in una società violenta e corrotta (come quella italiana e americana, con la polizia corrotta che carica sulla folla e uccide), c’è chi combatte per l’emancipazione. Le donne, quanto gli uomini, i lavoratori; che scioperano perché difendono la loro dignità, non solo il loro salario. Ma bisogna saper aspettare, protestare al momento opportuno, perché non è gettandosi nel fuoco che si vincono le battaglie e spesso ribellarsi può essere un suicidio – ricorda Michele ai compagni -. Se lui è una guida, un esempio, un uomo giusto, occorre sempre rispettare le regole, le leggi che dovrebbero convalidare e riconoscere i loro diritti, che in America vigono: “la mossa geniale fatta al momento sbagliato ti può far perdere tutto”, dice Mr. Ferri; mai usare la violenza, ma la ribellione deve essere pacifica, pare ammonire Michele. Dovrebbe sempre esserci anche chi le salvaguarda, ma le ingiustizie comunque imperversano e bisogna sempre contrastarle. Così c’è chi, come Antonio, per sfuggire alla malavita, è costretto di nuovo a fuggire, a scappare da New York in California, dove trova altra povertà e miseria.
“La vita promessa” è una fiction bella come una foto di famiglia: quella del finale. Come quella nell’album di tanti italiani emigrati, nostri connazionali, che hanno dovuto patire molto per avere la loro dignità e libertà. Come gli ebrei del quartiere ebraico vicino a Little Italy. Tutti stranieri in terra straniera, che cercavano di sentirsi a casa, sognando di poter tornare a casa.

Andrea Rivera agli Audaci con “I quartieri di Roma ed altre storie…”

Locandina Andrea RiveraPrende il via la stagione al Teatro degli Audaci, lo stabile del III Municipio di Roma, con uno degli spettacoli più divertenti del momento “I quartieri di Roma ed altre storie…” scritto ed interpretato da Andrea Rivera in scena dal 4 al 14 ottobre 2018

I quartieri di Roma ed altre storie è uno spettacolo di teatro – canzone incentrato su Roma e sulle sue mille sfaccettature: dal Re di Roma al problema delle buche, dalla storia all’attualità, tutto è spunto per stimolare un pensiero nel pubblico, seppur tra una risata e l’altra.

“Un giorno nei Giardinetti, ho visto una Donna Olimpia…co du Boccea così! La classica Romanina non certo la Pisana”… inizia così il viaggio-omaggio a Roma e ai suoi personaggi di ieri, tra re ed imperatori “Anco m’Arzio e me ritrovo un Nerone nel letto”. Ritroviamo anche la plebe “cal-pestata” come è accaduto a Giorgiana Masi e a Stefano Cucchi.

Ormai con tutte le buche che ha si canta Roma “Capocciata” ma sarà sempre una Caput mundi, si vendono persino contraccettivi anche in Vaticano, ma solo se parli in latino! Per i giovani c’è il “carpe diem” per gli anziani il “requiem” per i miopi “urbi et orbi”.

“Il mio biglietto costa 16 euro l’entrata…3.500 l’uscita! Infatti la gente resta volentieri con me a parlare dopo lo spettacolo!”

I teatri di periferia e i cine..mah, sostituiti dalle urla Romamericane “Bingo”, sono l’unica forma di lotta contro la distruzione dell’impero Romano d’accidente! “Veni, vidi, viCina! Tutto il resto……arRivera’”!

Ma Andrea Rivera oltre a far sorridere e ridere tanto è conosciuto per la capacità di affrontare numerosi temi sociali come la mancanza di lavoro, la sanità, il dilagante razzismo e l’intolleranza che si vive nel nostro paese e non solo.

Sarà uno spettacolo, ironico, unico nel suo genere, ma soprattutto un’occasione per ridere assieme di noi stessi e per combattere la paura degli altri, dove il noto attore e cantautore ogni sera improvviserà brani diversi “la scaletta – afferma Andrea Rivera – è l’unico mezzo per salire che non rispetto!”

4 ottobre alle ore 21:00 presso lo stabile del Comune di Roma, sito in via Giuseppe De Santis