Al MAXXI il Media Art Festival, soluzioni audaci per cambiare il mondo

Nella prestigiosa cornice del MAXXI, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo, dal 27 al 29 aprile, oltre 35 artisti digitali, nell’insolito ruolo di changemaker, sperimentano nuovi processi e sinergie tra tecnologia e arte nella mostra “The power to change the world”.

media art festivalIl Media Art Festival, l’iniziativa promossa dalla Fondazione Mondo Digitale per esplorare nuove frontiere della cultura e dell’arte, giunge alla sua terza edizione con il focus su “Path Toward Human Sustainability”, dedicato a una sfida cruciale del XXI secolo. Digitale, intelligenza artificiale e genetica sono i settori che stanno registrando le mutazioni più veloci e complesse, trasformando in profondità il modo di produrre e di consumare, anche a livello culturale. L’headline della scorsa edizione “L’arte in un mondo che cambia” diventa “L’arte che cambia il mondo”, grazie anche ai laboratori creativi per lo sviluppo sostenibile, realizzati con la collaborazione di ricercatori, scienziati e maker.

L’evento porta nella capitale artisti di rilevanza mondiale, dall’israeliana Sigalit Landau che, dopo la Biennale di Venezia, torna in Italia con “Salted Lake”, all’americano Joseph Delappe che, per la prima volta nel nostro paese, porta in mostra “Gold Gandhi” e dialoga con il pubblico in workshop e lecture.

Si consolida così la dimensione internazionale del Media Art Festival, che quest’anno si inserisce in un prestigioso “sistema di festival europei”, come Article Biennial di Stavanger (Norvegia) e Spectra Aberdeen’s Festival of Light (Scozia), sostenuti dal Programma Europa Creativa. Un progetto laboratorio unico nel suo genere, che attraverso la formula delle residenze di artista ha portato artisti stranieri a lavorare in Italia e artisti italiani a lavorare all’estero: dalle opere d’arte realizzate presso la Palestra dell’Innovazione per il progetto European Light Expression Network – ENLIGHT finanziato dalla Commissione europea, alle Residenze d’artista attivate con il Goethe-Institut.

Anche nella terza edizione si conferma l’attenzione per la formazione, a partire dalla scuola. Con il progetto “Carbon Footprint attraverso le digital art”, realizzato con il sostegno del Miur in collaborazione con il Dipartimento di Fisica della Sapienza Università di Roma, artisti, fisici e studenti delle scuole superiori lavorano insieme alla creazione di prodotti scientifico-artistici legati al concetto di sviluppo e sostenibilità.

Giovani artisti italiani sono impegnati nelle scuole per la realizzazione di opere d’arte da esporre al Maxxi: un vero e proprio laboratorio di produzione diffusa per avvicinare le nuove generazioni a un uso attivo, innovativo e creativo della tecnologia e allo sviluppo di nuove competenze strategiche per la nascita di futuri profili professionali.

Al talento dei più giovani è dedicata anche Hackreativity, la maratona informatica degli under 35 promossa in collaborazione con Lazio Innova, società in house della Regione Lazio. Una giornata alla Palestra dell’Innovazione per programmare soluzioni innovative e progettare idee imprenditoriali legate al mondo dell’arte, del design e della cultura.

Il Media Art Festival è un’iniziativa della Fondazione Mondo Digitale realizzata in collaborazione con Lazio Innova, Ambasciata americana in Italia, Europa Creativa (Commissione Europea), MiBACT, MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, MIUR, Sapienza Università di Roma, Goethe–Institut Rom, Accademia di Belle Arti di Roma, RUFA – Rome University of Fine Arts, Quasar Design University, Ambasciata di Israele. Sponsor tecnico è Epson. Media partner Inside Art.

Per conoscere gli artisti in mostra consultare il sito mediaartfestival.org.

Al Teatro de’ Servi, un vero e proprio inno al diritto di sognare

Non Rubateci i sogniE’ un vero e proprio inno al diritto di sognare, quello in scena al Teatro de’ Servi dal 25 aprile al 14 maggio: la commedia “Non rubateci i sogni”, scritta e diretta da Bernardino de Bernardis, racconta con grande leggerezza ma anche con grande efficacia il difficile tema del riscatto, di cui l’arte e in particolare il teatro è spesso portavoce.

Cosa succederebbe se un prete napoletano particolarmente timoroso, dopo vent’anni lontano dalla sua città di origine, venisse trasferito proprio in quel quartiere difficile dove ha vissuto la sua adolescenza? Don Angelo è un prete che ha condotto l’intera vita pastorale nella tranquilla valle Aurina in Trentino, immerso tra gente ordinata e pacifica, ma quando viene trasferito nel quartiere della provincia napoletana in cui è nato, l’iniziale entusiasmo dovrà fare i conti con la precaria e problematica realtà fatta di miseria e sotterfugi.

Inizierà cosi per lui una seconda vita che lo metterà di fronte a quel passato inconsapevolmente rimosso e ai continui soprusi che la sua comunità è costretta a subire, come quello dell’abbattimento del teatro che le istituzioni vogliono compiere per far posto a un centro commerciale dietro la cui iniziativa, in realtà, si nasconde la mano crudele della delinquenza locale.

Per convincere la comunità ad appoggiare la lotta contro l’abbattimento del teatro, Don Angelo porterà alcuni ragazzi della sua parrocchia a mettere in scena uno spettacolo teatrale che racconti le loro vite, le loro difficoltà, insomma che sia un grido contro la cultura della violenza e della sopraffazione. Ma come tutti i “capitano, oh mio capitano” della letteratura, Don Angelo non troverà la strada spianata e dovrà fare i conti con il proprio timore e la propria natura titubante. Contemporaneamente, anche la comunità farà i conti con il proprio atteggiamento servile, con quel capo chino con cui ha lasciato che la delinquenza tenesse in mano le redini della propria vita.

Sotterfugi, improbabili stratagemmi, paure e ipocondrie fanno da cornice alla perenne lotta tra il bene e il male, in cui si alternano personaggi che, dietro l’apparente leggerezza, nascondono ferite mai completamente rimarginate.

Sarà dunque un semplice spettacolo di teatro a restituire dignità a questi protagonisti che non avevano la vocazione dell’eroe e a riscattare esistenze marginali che non hanno mai pensato di avere qualcosa da dire. Ma d’altronde, non è forse questo il ruolo del teatro?

The Start-Up di D’Alatri: l’Egomnia del nuovo Zuckerberg italiano

accendi il tuo futuro“The Start-Up-Accendi il tuo futuro”, per la regia di Alessandro D’Alatri è un interessante film ispirato a una storia vera. Anche l’Italia ha il suo Mark Zuckerberg. E “accendi il tuo futuro” è proprio lo slogan che Matteo Achilli, giovane 19enne romano, decide (con il suo compagno d’avventura, amico ed ingegnere Giuseppe) di adottare per lanciare la sua “invenzione rivoluzionaria”. Da vero “visionario”, inventa un “calcolatore matematico del merito”, un algoritmo in grado di stilare una classifica di tutti i disoccupati in cerca di lavoro: utile a loro e alle aziende per un più facile, rapido ed intuitivo sistema di reclutamento. La piattaforma non solo funziona come motore di ricerca, dunque, per imprese e per chi cerca un impiego ma, come tutte le invenzioni straordinarie tecnologiche, è anche sicuro. Infatti, se è vero che punta sulla meritocrazia, “il merito deve essere certo, oggettivo e imparziale”. Un social network in cui contino solamente titoli, referenze e requisiti, le competenze e non le raccomandazioni. In un’Italia in cui sono solo i figli di papà ad andare avanti. Deluso dal fatto di non essere stato scelto per accedere ai campionati di nuoto (dopo 10 anni di agonismo per prepararvisi), decide di dare una nuova possibilità a sé e a tutti quelli come lui, per un mondo più giusto e “pulito da tutto il marcio che c’è”. Così arriva a creare il software dell’anno, con un investimento iniziale di soli 10mila euro. Ecco dunque nascere Egomnia: ego è “chi si iscrive al sito”, omnia “le possibilità che gli si aprono di fronte”. O forse dovremmo dire: ergomnia? “Cogito ergo sum” diceva Cartesio e al centro del portale inventato da Achilli vi è proprio il singolo aspirante lavoratore, proprio grazie al fatto che le aziende sanno che possono assumere la persona veramente giusta e meritevole appunto. E poi, dopo la fase iniziale di lancio e di successo, Matteo sembra preso solo da se stesso, da quasi un “delirio di onnipotenza” (esagerando), che lo fa sentire il solo artefice di tutto, quello solo che conta davvero: “ego”, infatti, racchiude in sé le parole “egoismo”, “egoista”, “egocentrico” oppure, semplicemente, “egotista”. Ma dopo l’enfasi e l’euforia iniziale, non saranno tutte rosse e fiori e “la strada sarà in salita/ Non è semplice questa vita/ Da una torre cadere non è difficile” come cantava Gigi D’Alessio in “Non mollare mai”, brano che ben si addice al film. Il rischio è che crolli tutto; allora, dopo il blocco nella crescita del sito è meglio chiudere bottega e lasciar perdere tutto? “The show must go off”, dunque, per dirla con il nome del programma di Serena Dandini (per la regia di Igor Skofic, in onda in prima serata su La7) a cui ha partecipato Luca Di Giovanni che nel film è Giuseppe?

Quella con Egomnia per Matteo, che vi ha dedicato tutta la sua vita, è come una storia d’amore tormentata in cui ci si lascia e ci si riprende; come fa lui con la fidanzata Emma (nome che, non a caso, racchiude le iniziale di “Egomnia” e le sue di Matteo Achilli). Ḕ lui stesso a dire che: “i siti sono come le donne, conta la prima impressione”. E allora ecco che ci si trova ad interrogarsi: si può misurare matematicamente la felicità? Per la sua ragazza sì e, forse, per dirla alla latina, l’unico motto che conta è “amor vincit omnia”, ovvero “Ego-omnia” potremmo aggiungere. Tra l’altro l’attrice che veste i panni di Emma è Paola Calliari, che ha studiato veramente danza a Berlino, come ballerina vuole diventare la fidanzata del giovane aspirante imprenditore informatico. Non solo ha fatto parte del cast di “La felicità è un sistema complesso” di Zanasi (quasi la risposta all’interrogativo che la giovane coppia si è posto), ma è un dialogo tra i due che racchiude la portata di ciò che sta accadendo loro: “Qual è il tuo sogno? – Diventare prima ballerina, ma non succederà mai… – Che senso ha tutta quella fatica, allora? – Quello che la fatica fa di te!”.

L’amore vince su tutto e forse è l’unico vero calcolatore assoluto del merito di una persona, il suo vero valore assoluto. Anche in Italia, dove “a Steve Jobs non avrebbero dato neppure un mutuo per una casa” e “puoi avere una bella idea, ma rimani sempre uno di borgata”. Uno come lui, venuto dal quartiere della periferia romana di Corviale. Proprio qui, non a caso, è ambientato, sempre ispirato a una storia vera, un altro film che racconta la vicenda di un’altra imprenditrice di successo vittima della visione maschilista nel mondo del lavoro, che sa farsi largo con le sue trovate innovative e d’avanguardia: “Scusate se esisto!” (con Paola Cortellesi e Raoul Bova, per la regia di Riccardo Milani che è anche il marito dell’attrice); ovvero l’architetto “Serena Bruno” non “Bruno Serena”, che ristrutturò il quartiere modernizzandolo. Non a caso una delle attrici protagoniste, Matilde Gioli, ha recitato anche (oltre che ne “Il Capitale umano” di Paolo Virzì oppure “Gomorra”) sia in “Di padre in figlia” di Riccardo Milani che in “Mamma o papà?” con Paola Cortellesi e Antonio Albanese. In “Start-Up” interpreta Monica Dominici, una giovane esuberante che è alla guida della rivista universitaria di Economia alla Bocconi “Tre leoni”. Quando Matteo vuole illustrarle il progetto di Egomnia per pubblicizzarlo sul giornale lei gli risponde: “non credi ve ne siano già troppi” di social network? E lui gli risponde: “anche Bocconi quando creò l’Università sapeva che ve ne erano tante altre migliaia, ma lui voleva la migliore” e così riesce a farsi ascoltare da lei e convincerla, facendola esporre. Non a caso, poi, il colore che sceglierà per il sito sarà il verde come quello del quartiere di Corviale adottato dall’architetto nel suo progetto.

E Matteo accoglie l’invito del padre: “figlio non farti mai sfrattare” dal tuo quartiere e dal tuo Paese. E così il ragazzo sembra ben deciso e determinato a portare sino in fondo il suo progetto, proprio sulla filosofia di Steve Jobs e il suo “be foolish”. Un pizzico di sana follia che ci vuole in tutte le cose. Quella che lo ha portato a vedersi dedicare la copertina di Panorama Economy nel 2012, a vedere nascere la versione Beta di Egomnia, ed ad avere tra i suoi clienti: Microsoft Italia, Vodafone Italia, Assicurazioni Generali, Ericsson Telecomunicazioni, Heineken Italia e il World Economic Forum. Laureato alla Bocconi, capirà che l’importante è che, in qualsiasi luogo si vada, si resti sempre se stessi. Lo imparerà a sue spese. Ed è per questo che la colonna sonora è sancita dalla canzone che Alice Paba e Nesli hanno portato al Festival di Sanremo lo scorso febbraio: “Do retta a te”; ovvero do retta al cuore e non a caso, in latino, si può tradurre con “mens, mentis” che significa, al contempo “mente” e “animo”, nel senso di cuore appunto. Per coincidenza Alice ha vinto l’ultima edizione di “The Voice of Italy” nel team di Dolcenera, a proposito di “giovani talenti crescono”. Sembra narrare perfettamente la storia vissuta in prima persona da Matteo, anche quella d’amore con la sua fidanzata Emma; ma, soprattutto, racchiude il senso vero della vita, dell’esistenza di ogni singolo individuo fatta di alti e bassi. “Restare uniti oppure persi in questa vita e ricomincia quando è già finita/ E ridere perché ho imparato solo adesso a vivere”. “Andare lontano verso il proprio destino”, parafrasando le parole del testo, ma dando retta al cuore. Anche quando è difficile e non è facile dover scegliere o rinunciare a qualcosa. Il film sicuramente si regge sull’interpretazione eccellente di Andrea Arcangeli, protagonista assoluto nel ruolo di Matteo Achilli appunto. Lo abbiamo visto già in Fuoriclasse 2 e 3, ma soprattutto in “Romeo&Giulietta” (con Alessandra Mastronardi ed Elena Sofia Ricci). Quest’ultimo colossal è un cult che richiama l’atmosfera tragico-drammatica di un film realista quale “Start-Up” è, che però ha tratti romantico-struggenti direttamente proporzionali al traguardo elevato che insegue il principale di tutti i suoi personaggi. Il risultato è un film semplice e complesso, lineare quanto complicato come un social network, che pulsa di vita vera, quella della gente comune e dei suoi problemi. Difficile da gestire, forse, come un’azienda, una start-up di stampo moderno-contemporaneo. Allora, da dove cominciare per crearla? Da ciò di cui si ha bisogno. Qui è il rispetto e la dignità della persona umana, di tutti i precari e lavoratori non considerati, esclusi da un mercato che guarda solo agli interessi del business. Allora occorre dare anche la visibilità dei contatti avuti, senza strumentalizzare chi ci dà fiducia, “corrompendosi” con chi vuole sfruttare il successo avuto. Rimanendo con i piedi ben saldi per terra e continuando a fare ciò che si sa fare. Per questo Matteo deciderà di non “unirsi” a una politica (candidandosi, come gli viene proposto) che gli sembra arrivista e di comodo, interessata non al bene comune, ai cittadini, alle persone che si sono iscritte al suo sito, quanto solo ai numeri stratosferici delle iscrizioni al suo portale, senza considerare le storie, le difficoltà e i disagi che ci sono dietro; cosa che lui vuole ascoltare.

E se oggi Egomnia è realtà, una realtà consolidata, non meno lo è la strada che ha lanciato. Il futuro è nel Web e nell’informatica. Molti gli esempi che lo dimostrano. Due i casi recenti, su tutti, che si possono citare: LAZIOcrea e il Dipartimento di Ingegneria Elettronica dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, ma altre convenzioni sono state siglate con le Università “Link Campus University” e “La Sapienza” e “Roma Tre” di Roma, promuovono “Hackathon4Crea”, progetto che premia le App (dispositivi per smartphone e tablet, con sistema operativo Android) sugli open data della Regione Lazio. Scopo dell’iniziativa è promuovere lo sviluppo (in sei mesi di tempo, in versione Beta appunto) di applicazioni digitali innovative, partendo da set di open data messi a disposizione dall’azienda. Per singoli o per gruppi di al massimo tre persone. Temi oggetto della competizione sono: l’energia, l’ambiente, il turismo, la cultura, l’agricoltura (ma Matteo ha dimostrato che anche il lavoro può essere uno di essi). Oppure il Fablab Roma Makers alla Garbatella. O, ancora, il Festival of Media Global (che si terrà a Roma dal 7 al 9 maggio prossimi).

Barbara Conti

“Il coraggio di vincere” di Marco Pontecorvo: pugilato a colpi di rap

coraggio_di_vincere_thumb660x453Marco Pontecorvo torna alla regia con “Il coraggio di vincere”. Già, perché per trionfare nella vita, come nello sport in una competizione, non ci vuole solo talento, ma anche tanto coraggio e forza di volontà. Capacità di rialzarsi dopo una sconfitta. Come nel pugilato dopo che si è caduti a terra. Così il regista ci racconta questo sport, ma anche l’immigrazione in modo diverso. L’importante non è vincere, ma combattete e lottare sempre. Il film ha perso la gara di ascolti contro “L’onore e il rispetto” su Canale Cinque: 11,8% di share (e 2.774.000 spettatori) contro il 15,4% (3. 513.000 spettatori) per la fiction con Gabriel Garko. Eppure ha lasciato una traccia importante, per una storia di solidarietà ed amicizia, di rinunce e conquiste.
La vicenda di chi, come Rocco (Adriano Giannini), messo ko dalla vita, spalle al muro, prova a risalire sul ring per riscattarsi. A tappeto, riesce a trovare una speranza per rialzarsi in Ben (Yann Gael), un giovane senegalese che gli insegna un pugilato “nuovo” con passi a ritmo di musica rap: la sua. Rocco, infatti, è un ex campione di pugilato che vede se stesso nel ragazzo, in cui non solo si riconosce nel carattere irriverente e provocatorio, ma trova in lui quel talento che può fare la fortuna di entrambi (e non solo economica di business). Decide di allenarlo, di dargli e darsi una seconda possibilità, opportunità di riscatto che viene dall’essere simili. Per lui (e per il suo ex allenatore Marcello, alias Nino Frassica) è un po’ come guardarsi allo specchio e vedere una chance di rivalsa. Un’impresa un po’ alla Rocky Balboa, che ricorda anche “L’oro di Scampia” interpretato da Beppe Fiorello, ma che rivisita il soggetto in maniera originale aggiungendo una venatura nuova e diversa: quella dell’immigrazione.
Ben è un ragazzo venuto in Italia a cercare un futuro migliore; sogna una famiglia, una casa, un lavoro e di poter essere felice. Anche Rocco ricerca la serenità e l’equilibrio, la pace dopo la delusione della fine del matrimonio con la ex moglie, da cui si è separato sentendosi un fallito e sprofondando nella rassegnazione. Ma non è solo questo ad accomunarli. Ben in Senegal ha lasciato una situazione atroce, fuggendo da una condizione di povertà, miseria, dolore, sofferenza, di sfruttamento e di fatica di chi chi è costretto a lavorare in miniere, di sogni infranti, di illusioni che si cerca di superare con l’inseguimento di speranze nuove. In uno stato paragonabile si trova Rocco, che viene da un mondo in cui dominano violenza, microcriminalità e corruzione, in cui il pugilato è un mezzo di profitto: come nell’equitazione si scommette sui cavalli, qui si scommette sugli uomini per pagare debiti con malavitosi ricattatori. Allora ecco che ne nasce un connubio vincente per cui è Ben che mostra a Rocco come si fa pugilato come fosse una danza rap, diventando il pugile “the dancer”, soprannome che evidenzia la capacità di destreggiarsi tra le difficoltà. Se “il segreto è tirare, colpire senza pensare troppo”, come gli dice il suo neo allenatore-talent scout, ancor più prezioso il suo gesto d’umanità e di umiltà. Oltre all’importante insegnamento, infatti, Rocco gli darà un monito: “non puoi rinunciare al tuo sogno per colpa mia; vai sul ring, vinci e prenditi quel titolo che meriti”. Credere nei propri sogni e ottenere il giusto riconoscimento per le proprie fatiche: un messaggio di universalità che unisce al contempo immigrati e italiani.
In questo il ruolo di Adriano Giannini è significativo: da doppiatore ad attore, sembra quasi doppiare la vita del suo personaggio e quella di Ben nel film; quella di chi prende a pugni la vita con rabbia e voglia di arrivare per non soccombere, ma riuscire e riaffiorare quando tutti credono sia finito. E forse è proprio per questo che gli infonde coraggio, quel coraggio di vincere così forte e pregnante del titolo. Quasi “stridente” come il pugilato: così violento eppure così ricco di umanità.

Barbara Conti

Il grande teatro di Bertold Brecht torna al Quirino di Roma

brecht1Considerata una delle migliori commedie di Brecht, scritta nel 1940 a guerra da poco iniziata, “Mr Pùntila e il suo servo Matti” fu rappresentata per la prima volta quando Brecht rientrò in Europa dall’esilio negli Stati Uniti, dapprima a Zurigo nel 1948, poi scelta per inaugurare nel 1949 la prima stagione del Berliner Ensemble. Brecht mette in scena una “variante” di dottor Jeckyll e Mister Hyde e, per altri versi, una variante di Luci della città, a cui si era probabilmente ispirato.

Il ricco possidente Puntila è infatti un personaggio a due volti, schizofrenico come il milionario del film di Chaplin e come Shen Te, la protagonista nell’Anima buona. Da sobrio è un tiranno che vessa i suoi dipendenti, sfrutta i suoi operai e vuol dare la figlia Eva in moglie a un diplomatico inetto e a caccia di dote, mentre, quando è ubriaco, diventa amico di tutti e vuol far sposare Eva al suo autista Matti, che tratta su un piano di parità. Sfortunatamente le sbronze passano sempre…

Al tagliente Matti il compito di smontare le false promesse e la falsa bontà del suo padrone, in un rapporto che a tratti richiama nobili precedenti – come quello tra Don Chisciotte e Sancho Panza o ancora il rapporto tra Don Giovanni e Leporello – e a tratti rimanda alle comiche finali dei film muti.

L’opera consente una riflessione sulla compresenza del bene e del male nell’animo umano, un’allegoria del capitalismo e dei suoi sorrisi da caimano dove Karl Marx incontra suo fratello Groucho. E il messaggio di Brecht, attualissimo in un mondo in cui l’uno per cento della popolazione detiene metà della ricchezza globale e il resto delle risorse è in mano a un quinto degli abitanti, suggerisce che solo un’autentica eguaglianza, piuttosto che uno slancio filantropico individuale, può davvero colmare il divario fra ricchezza e povertà e che il benessere di cui godiamo altro non è che il ghigno di Puntila ubriaco.

Ferdinando Bruni e Francesco Frongia firmano il primo Brecht “made in Teatro dell’Elfo”, a sessant’anni dalla morte del drammaturgo, e i due registi scelgono una “commedia popolare” – secondo la definizione brechtiana.

L’allestimento sprigiona tutto il suo potenziale comico facendo emergere, con esiti spesso esilaranti, le contraddizioni e le disuguaglianze sociali di un’epoca che, pur con altri abiti e abitudini, somiglia nella sostanza alla nostra.

In scena una compagnia affiatata di dodici attori di diverse generazioni che sa dosare ritmi incalzanti e sospensioni liriche. A guidarli Ferdinando Bruni nel ruolo mutevole e schizofrenico di Puntila, affiancato dal servo Matti di Luciano Scarpa che torna tra le file dell’Elfo dove aveva interpretato Orazio nell’Amleto, Elicone nel Caligola, il giovane Eugenio nella Bottega del caffé. Completano il cast Ida Marinelli, Elena Russo Arman, Corinna Agustoni e Luca Toracca, insieme agli “elfi d’adozione” Umberto Petranca, Nicola Stravalaci, Matteo de Mojana, Carolina Cametti e ai nuovi scritturati Francesca Turrini e Francesco Baldi.

Le scene, firmate da Bruni e Frongia, alludono a un ambiente rurale del secolo scorso, tra sipari di tela grezza stampati come enormi monete, sacchi di iuta pieni di soldi, quarti di bue appesi, immagini di animali scuoiati, ossa e crani a richiamare quanto di crudele si nasconda dietro la facciata bucolica della vita contadina. Non manca sullo sfondo uno schermo che, come nei vecchi film muti, titola le diverse scene della commedia. Le musiche accompagnano tutta la rappresentazione con straordinari siparietti musicali, ora cantati, ora suonati con violini, tamburi, chitarra e finanche bouzouki; tutto rigorosamente dal vivo. Le luci sono dinamiche e passano dai toni caldi a quelli freddi e spettrali…brecht2

I costumi di Gianluca Falaschi rimandano ironicamente agli anni bui del primo dopoguerra con la marsina, il panciotto e la tuba dell’eterno capitalista Puntila e dei suoi amici notabili, o ancora con gli abiti hollywoodiani di Eva o coi costumi consunti e rattoppati delle cameriere e dei contadini. Un mondo che spazia dalle comiche di Charlot alle foto di August Sander.

.Ma basta poco perché dalla remota Puntiland, dove regna il protagonista, ci si ritrovi, nel giro di una battuta, nell’attualità, quando ad esempio Puntila rimpiange di aver sottoscritto mentre era in preda ai fumi dell’alcool “un contratto a tempo indeterminato”…

Uno spettacolo di elevato livello culturale e di qualità sopra la media in ogni dettaglio, un’opera da non perdere consigliata soprattutto ai giovani che vogliano capire il mistero della vita e le sue convenzioni. Pienone di pubblico alla prima, lo spettacolo sarà replicato al Teatro Quirino solo per pochi giorni ovvero fino al 9 aprile.

Al. Sia.

Parsons Dance conclude il tour italiano al Brancaccio di Roma

Ahmad Simmons, Elena d’Amario, Eoghan Dillon, Geena Pacareu, Ian Spring, Omar Roman De Jesus, Sarah Braverman, Zoey Anderson / Parsons Dance

Ahmad Simmons, Elena d’Amario, Eoghan Dillon, Geena Pacareu, Ian Spring, Omar Roman De Jesus, Sarah Braverman, Zoey Anderson / Parsons Dance

Torna al Brancaccio di Roma Parsons Dance, la compagnia americana molto amata dal pubblico per la sua danza atletica e vitale che trasmette gioia di vivere. La Parsons Dance è una compagnia di danza moderna con sede a New York riconosciuta a livello internazionale per la creazione e l’esecuzione di brani di danza americana contemporanea di straordinario talento. Fondata nel 1985 da David Parsons, uno dei più grandi coreografi viventi di danza moderna, e dal lighting designer Howell Binkley, la Parsons Dance è tra le poche compagnie che, oltre ad essersi affermate sulla scena internazionale con successo sempre rinnovato, sono riuscite a lasciare un segno nell’immaginario teatrale collettivo e a creare coreografie divenute veri e propri “cult” della danza mondiale.

I loro show, sempre richiestissimi, sono già andati in scena in più di 383 città, 22 Paesi nei cinque continenti e nei più importanti teatri e festival in tutto il mondo fra i quali il The Kennedy Center for the Performing Arts di Washington, la Maison de la Danse di Lione, il Teatro La Fenice di Venezia, il Teatro dell’Opera di Sydney e il Teatro Muncipal do Rio de Janeiro.

Parsons Dance incarna alla perfezione la forza dirompente di una danza carica di energia e positività, acrobatica e comunicativa al tempo stesso. E’ ormai un caposaldo della danza post-moderna made in Usa, che può mixare senza paura tecniche e stili per ottenere effetti magici e teatrali, creativi e divertenti. Una danza elegante, ariosa e virtuosistica che continua comunque a essere accessibile a tutti.

Sin dagli esordi, l’elevata preparazione atletica degli interpreti e la grande capacità di David Parsons di dare anima alla tecnica sono state gli elementi distintivi della compagnia. Come ha scritto il New York Times, “I ballerini vengono scelti per il loro virtuosismo, energia e sex appeal, attaccano il pubblico come un ciclone, una vera forza della natura”.

La Parsons Dance continua oggi a perseguire la sua missione di trasmettere positività ed esperienze di vita arricchendo il pubblico di tutto il mondo con un repertorio di oltre 75 opere coreografiche dello stesso David Parsons e continuando a produrre sempre nuovi brani.

Nel programma del tour italiano 2017 non manca la celebre e richiestissima “Caught”, coreografia del 1982 che David Parsons creò per se stesso, incredibile assolo su musiche di Robert Fripp nel quale la danzatrice sembra sospesa in aria grazie ad un gioco di luci stroboscopiche. “Caught” è una hit della modern dance ed è stata definita dalla critica come una delle più grandi coreografie degli ultimi tempi. A fianco di questa e altri classici del repertorio della Parsons Dance come “Union”, “Hand Dance” e “In The End”, la compagnia presenta in Italia, in anteprima europea, altri due brani originali.

Fondamentale resta il ruolo del light designer Howell Binkley – vincitore di un Tony Award per lo spettacolo di Broadway “Hamilton” – che esalta con fantasia e immaginazione le performance della compagnia.parson 7

Tra gli otto ballerini che sono protagonisti sul palco da segnalare la performance davvero notevole di Elena D’Amario, unica italiana della compagnia, che ha interpretato con rara maestria proprio “Caught”, danza che da sola vale il prezzo del biglietto. Elena, qualche anno fa ha partecipato popolare talent show italiano “Amici di Maria De Filippi”, che l’ha portata a vincere una borsa di studio con la Parsons Dance per la stagione 2010-2011 e quindi si è unita alla Parsons Dance nell’agosto 2011.

Davvero uno spettacolo da non perdere al Brancaccio che incarna il senso più genuino di una danza che punta dritto all’emozione e al desiderio nascosto di ogni spettatore di ballare, saltare e gioire insieme ai ballerini. Grazie anche alle musiche ed alle luci, è difficile non lasciarsi trasportare dai ritmi vibranti e dalle coreografie avvolgenti e colorate dei ballerini della Parsons Dance. Parsons Dance sarà al Teatro Brancaccio di Roma fino al 2 aprile, ultima data del tour italiano.

Al. Sia.

Le ragazze di ‘Non è la Rai’ nello show “Rewind” Ritorno al Futuro

Locandina Rewind Live TourArriva il tour di “Rewind” – Ritorno al futuro! la prima data il 31 marzo all’Auditorium Castelli Romani di Cecchina (Rm) alle ore 21:00.

Angela Di Cosimo, Eleonora Cecere e Pamela Petrarolo che noi meglio conosciamo come le “Ragazze di Non è la Rai” dopo aver collezionato strepitosi successi nelle precedenti date dell’11 e del 17 dicembre 2016, intratterranno nuovamente il pubblico, questa volta dei Castelli Romani, con lo show più strepitoso degli ultimi tempi: “Rewind” nato da un’idea dell’ormai conosciuto regista romano Luigi Galdiero.

Ritroveremo le nostre beniamine in uno show che le vedrà esibirsi a 360°: Angela, Eleonora e Pamela balleranno, reciteranno e canteranno, il tutto rigorosamente “live”. Si esibiranno sul palcoscenico riportando i cavalli di battaglia che le hanno rese famose e che ancor oggi migliaia di fan cantano insieme a loro. Uno spettacolo che mette a nudo anche alcune curiosità della loro vita privata, iniziando dall’adolescenza, alle prime delusioni d’amore, ai figli, passando attraverso lo strepitoso successo e la notorietà che il format “cult” per eccellenza gli ha dato.

Parleranno anche di come, per loro, “Non è la Rai”, sia stato il vero contributo in termini di notorietà, ricordando anche che la loro fama la devono alle notevoli esperienze artistiche che hanno avuto nel campo della tv, del cinema e della danza. Inoltre la consapevolezza del loro incontro viene data soprattutto da ciò che è sopraggiunto dopo “Non è la Rai”, dai successi collezionati dopo il noto programma degli anni ’90.

Quindi non ci resta che annunciarvi la prima data italiana di questo attesissimo live tour il giorno 31 marzo alle ore 21:00, a Cecchina (Rm) per la regia di Luigi Galdiero le nostre beniamine del programma più discusso degli anni ’90 Angela Di Cosimo, Eleonora Cecere e Pamela Petrarolo con la partecipazione straordinaria della cantante Valentina Galdiero, in uno show di rilevanza nazionale “Rewind”.

A distanza di venti anni, (1996-2016), le ragazze si incontrano sul palcoscenico dove riporteranno i loro successi più famosi. Pezzi che hanno fatto ballare più di una generazione. Canzoni che muovono ricordi e sentimenti di un periodo straordinario, vissuto dai fan, che attendevano per ore e ore, il loro passaggio sfidando il freddo e la pioggia, con la speranza di vederle anche se per pochi secondi.

Angela, Eleonora e Pamela ad oggi ricevono lo stesso affetto e successo di allora, anche se per vent’anni le loro strade si sono separate, intraprendendo destini diversi (chi nella tv, chi nella danza e chi nel teatro) oggi si sono incontrate nuovamente, più belle e frizzanti di prima, più brave di prima, ma soprattutto più determinate di allora.

A presentare lo spettacolo AB Management, agenzia di spettacolo romana, che da pochi giorni ha raggiunto il traguardo dei “vent’anni di spettacolo”.

Tomas Milian lascia il teatro della vita. Dai film d’autore a “Er Monnezza”

milianÈ morto a 84 anni uno dei colossi del cinema degli anni ’70, il bravissimo Tomas Milian, in arte Er Monnezza. Viveva da molti anni negli Usa ma era noto soprattutto in Italia dove, nonostante avesse lavorato con autori come Lattuada, Visconti o Maselli, era famoso per la sua partecipazione in western e nei film polizieschi dove impersonava l’ispettore Nico Giraldi e il poco onesto quanto romanissimo Sergio Marazzi. L’attore è stato trovato nella sua abitazione di Miami. La morte è avvenuta per ictus. Lo ha svelato la sua amica Monica Cattaneo. ”La settimana scorsa – racconta la donna – l’ultima volta che ci siamo sentiti, mi chiedeva di riportarlo a Roma perché aveva deciso che lì voleva vivere gli ultimi anni della sua vita e morire nella città che aveva visitato l’ultima volta quando era stato premiato alla Festa del cinema di Roma”.

Non si hanno ancora notizie dei funerali ma l’artista aveva espresso la volontà di essere cremato. La moglie era morta nel 2012, lascia il figlio Tommaso che vive a New York. I primi lavori teatrali a Broadway e, nel1957, la sua partecipazione a una serie televisiva statunitense. Una donna poliziotto (Decoy). Alla fine degli anni cinquanta ebbe inizio la sua fortunata carriera italiana: arrivato in Italia con soli cinque dollari in tasca, partecipò nel 1959 al Festival di Spoleto: recitò una pantomima di Jean Cocteau e venne individuato e scelto dal regista Mauro Bolognini per il personaggio di un film che aveva intenzione di girare (La notte brava). Milian firma un contratto che lo lega alla Vides di Cristaldi e tra il 1960 e il1966 recita in ruoli impegnati lavorando con registi del calibro di Alberto Lattuada, Valerio Zurlini, Luchino Visconti e Pier Paolo Pasolini, oltre allo stesso Bolognini. A questo periodo della sua carriera appartengono i ruoli interpretati in molti film assieme con Claudia Cardinale, in opere quali “I delfini” e ”Il bell’Antonio” del 1960, “Gli indifferenti”del 1964, e “Ruba al prossimo tuo” di Francesco Maselli del 1968. Contrariato dal doppiaggio, insoddisfatto dei ruoli e dei guadagni, non rinnova il contratto e tenta la strada del cinema popolare. Nel 1967, dopo il buon successo di “The Bounty Killer”, fu protagonista di “La resa dei conti”, spaghetti-western diretto da Sergio Sollima; quindi continuò con questo genere, diventandone uno degli attori simbolo. Indimenticabili i suoi personaggi western di “Cuchillo” (nella trilogia western diretta da Sergio Sollima), e di “Chaco” (nello spaghetti-western iperviolento I quattro dell’apocalisse, diretto da Lucio Fulci). Il grande successo giunse però negli anni settanta, anche grazie all’eccellente doppiaggio di Ferruccio Amendola, con film polizieschi all’italiana che la critica ufficiale ha sempre giudicato di qualità inferiore ma che sono stati a poco a poco rivalutati, e oggi sono diventati dei cult movie.

Famoso il suo sodalizio con il regista Umberto Lenzi, che lo ha diretto in molti polizieschi divenuti cult come “La polizia accusa”, “il Servizio Segreto uccide” di Sergio Martino, con Luc Merenda e Mel Ferrer, “Roma a mano armata”, con Maurizio Merli, “Il giustiziere sfida la città” (dove – siamo nel 1975 – interpreta un personaggio col nome di Rambo ben sette anni prima dell’omonimo impersonato da Stallone), “Milano odia: la polizia non può sparare” con Henry Silva e Ray Lovelock e “La banda del gobbo”.

Tra il 1976 e il 1981 si era dedicato anche a film della commedia erotica all’italiana come 40 gradi all’ombra del lenzuolo, un film ad episodi di Sergio Martino con Edwige Fenech, Uno contro l’altro, praticamente amici, con Anna Maria Rizzoli e Renato Pozzetto e Messalina, Messalina! di Bruno Corbucci del 1977. I successi di molti film polizieschi li ebbe negli anni 60-70 con Gastone Moschin in “Squadra volante”, Mario Carotenuto, Ray Lovelock, “La banda del trucido” di Stelvio Massi, e anche “Squadra antifurto” di Bruno Corbucci con Lilli Carati del 1976. Nella sua filmografia ci sono anche due film a sfondo politico con Gian Maria Volonté: uno è Banditi a Milano di Carlo Lizzani e un altro è Faccia a faccia di Sergio Sollima. I thriller più famosi girati da Tomas Milian furono La vittima designata di Maurizio Lucidi, con Pierre Clémenti, I cannibali di Liliana Cavani, con Pierre Clémenti, Il consigliori di Alberto De Martino, con Martin Balsam.
Tornò agli impegni drammatici iniziali con La luna (1979) di Bertolucci e Identificazione di una donna (1982) di Antonioni. Il declino del genere poliziesco sembrò coincidere con quello della sua carriera ma, dopo un periodo di scarse apparizioni in pellicole non certo indimenticabili, all’inizio degli anni novanta tornò negli Stati Uniti per partecipare, sia pure per parti minori, a film diretti da noti registi internazionali come Tony Scott, Sydney Pollack, Oliver Stone, Steven Spielberg, Steven Soderbergh,Andy Garcia e in varie produzioni televisive. Vive a Miami Beach in Florida. In America riscopre il teatro, partecipando inoltre alla sit-com Frannie’s Turn, che purtroppo dopo una mezza dozzina di puntate naufraga per mancanza di audience. Nel 2011 è ritornato in Italia, dopo un’assenza di vent’anni, per girare il film Roma nuda (rimasto tuttora inedito per problemi distributivi), con la regia di Giuseppe Ferrara, dove interpreta il ruolo di un funzionario di polizia in pensione. Durante una sua intervista per il programma Rai Da Da Da del 2010, ha dichiarato che alla sua morte vorrà essere sepolto sotto la terra di Roma, città che ha regalato all’artista una notorietà inossidabile nonostante i tanti anni di silenzio artistico. Il 14 aprile 2013 è testimone alle nozze di Eva Henger e Massimiliano Caroletti. L’8 ottobre 2014, dopo una lunga gestazione, esce la sua autobiografia, scritta con la collaborazione di Manlio Gomarasca, Monnezza amore mio. Il 16 ottobre dello stesso anno, Milián ha ricevuto il Marc’Aurelio Acting Award alla carriera al Festival internazionale del film di Roma. Nel 2014 è protagonista del documentario The Cuban Hamlet – Storia di Tomas Milian, diretto da Giuseppe Sansonna, nel quale Tomas Milian ritorna dopo 58 anni nella sua Cuba, che aveva lasciato nel 1956. Il film è un’intervista sull’onda dei ricordi e delle emozioni provocate nell’attore dal suo ritorno alla natìa L’Avana. Questa la vita cinematografica del fantastico e inimitabile Er Monnezza. I romani lo ricorderanno per il suo stile semplice.

Agrippino Castania

Al Palco delle Favole va in scena “Charlie e la magia del cioccolato”

1000-Locandina-Charlie-e-l-680x961_cGrande successo al Teatro del Torrino per il Palco delle Favole che sta giungendo al termine e che ospiterà la sua ultima commedia musicale a partire dal 2 aprile “Charlie e la magia del cioccolato” con la partecipazione straordinaria di Franco Oppini, in scena tutte le domeniche del mese di aprile alle ore 16:00.

Gli spettacoli sono stati curati nei minimi dettagli dal regista Luca Pizzurro, è reduce da numerosissimi successi in ambito teatrale ed insignito, di recente, di un grande riconoscimento per lo spettacolo “Je m’en fous”, il prestigioso Premio Fersen alla regia. Invece le coreografie, per gli spettacoli come “The Lion King” e “La Sirenetta”, sono state curate dal famosissimo ballerino e coreografo Andre De La Roche.

Luca Pizzurro, al termine di questa famosissima rassegna, e dopo un meritatissimo successo, asserisce dicendo che “Le Fiabe che ho deciso di portare in scena credo che appartengano all’infanzia di ognuno di noi” – continua – “la scelta di dedicare parte di una stagione a Disney, quindi, risiede proprio nel fatto che queste storie riescono a parlare al bambino e all’adulto contemporaneamente. Sono molti i messaggi forti che stanno dietro delle semplici scene da favola, messaggi che forse il bambino di allora non riusciva a cogliere ma che l’adulto di oggi legge in modo inequivocabile e ne trae tutto il nutrimento che sanno dare all’anima”.

Ma in questi nove anni di attività del “Palco delle Favole” non sono state portate in scena solo le storie della Disney, ma anche tutte quelle storie che si prestassero ad un pubblico variegato, infatti si parla di veri e propri Musical per famiglie, proprio come “Charlie e la magia del cioccolato”.

Come per le altre commedie musicali anche Charlie e la magia del cioccolato sarà in scena sabato 29 aprile alle ore 21:00.

Bioparco di Roma: simpatica iniziativa
per bambini e non solo

bioparco1E’ stata recentemente inaugurata al Bioparco di Roma la mostra “La cacca: storia naturale dell’innominabile” ovvero: ciò che tutti fanno ma di cui pochi parlano! La rassegna, in doppia lingua, è costituita da dieci sezioni interattive in cui si trovano installazioni tridimensionali e modelli realistici, fra cui due dinosauri con escrementi fossili. E poi la “cacca machine”, una macchina didattica che illustra il processo digestivo a partire dal cibo ingerito.

Tutto ciò, oltre a coinvolgere i fruitori, favorisce l’apprendimento di una tematica ‘particolare’, che suscita ilarità nei visitatori, soprattutto nei bambini, con garbo e ironia. Pensata con un linguaggio e una grafica a misura di bambino, la mostra è di interesse anche per gli adulti, consentendo di apprendere che ben pochi altri materiali si prestano a una simile varietà di utilizzi. La cacca infatti è fonte di cibo, è mezzo di comunicazione, di identificazione, è combustibile, è materiale da costruzione, fertilizzante, nascondiglio.

bioparco“La mostra trae origine dall’omonimo libro della zoologa inglese Nicola Davies – spiega Federico Coccìa, Presidente della Fondazione Bioparco di Roma – ed ha l’obiettivo di far conoscere, in maniera divertente, la naturalità di questo materiale da molteplici punti di vista, a partire da quello fisiologico per arrivare a quello naturalistico ed ecologico, con un filo conduttore: la cacca è vita, ovvero, senza la cacca degli animali non ci sarebbe terra fertile e quindi non ci sarebbero gli alberi, l’ossigeno, il cibo…non ci sarebbe la vita.”

La mostra è introdotta da un percorso erboso minato da cacche che i visitatori devono attraversare facendo attenzione a non calpestare. Ecco il primo impatto con l’innominabile: un fastidio da evitare per scoprire però che non è soltanto questo. Numerose ed interessanti le sezioni della mostra: si parte da “Dimmi cosa mangi…ti dirò come la fai!”,  sezione che evidenzia la correlazione tra ciò che si mangia e ciò che… si fa, quali siano le differenze tra erbivori e carnivori, quale genere di regime alimentare permette di sfruttare meglio le fonti di cibo. I bambini si troveranno davanti a un tavolo apparecchiato con tre modelli di cacca e tre cibi nascosti da coprivivande e dovranno scoprire cosa hanno mangiato i proprietari della cacca.

Vi è poi la sezione “Perché si fa la cacca?”, ovvero il processo della digestione spiegato attraverso la divertente “cacca machine”: da un cesto i bambini possono prelevare modelli in plastica di cibi diversi, li inseriscono nella macchina ed azionano una manovella che produce cacca ed energia.

“La cacca per comunicare”, sezione che spiega il ruolo fondamentale degli escrementi nel linguaggio degli animali,  che la usano per delimitare il territorio, per comunicare la disponibilità sessuale o per segnalare la propria presenza. Attraverso pannelli esplicativi, sagome a grandezza naturale di animali come lontra, tasso, impala e ippopotamo e relative cacche, il visitatore può apprendere come in natura le feci costituiscano una forma di comunicazione. Si prosegue con “Chi l’ha fatta questa?”,  sezione dove sarà possibile imparare ad identificare gli animali dai loro escrementi. Ancora “La cacca da mangiare”, che mette in luce come in alcuni animali coprofagi sfruttino le sostanze nutritive della cacca da un punto di vista alimentare. “La cacca come risorsa per gli animali e per le società umane”, che fa capire come la cacca possa essere utile come materiale da costruzione, come combustibile, fertilizzante o mezzo di difesa. Ed ecco “Scienziati per un giorno”, sezione che mostra l’importanza della cacca per la scienza. Qui una postazione interattiva permette ai bambini di calarsi nei panni di scienziati al lavoro: paleontologi che studiano la cacca fossile, zoologi che analizzano il contenuto di una cacca di volpe, medici/veterinari per osservazione al microscopio di vetrini di feci con parassiti, etologi per rilevare e riconoscere varie tipologie di cacche lungo un percorso allestito. Ed infine “La cacca del passato”, con due enormi modelli tridimensionali di dinosauro: un Neovenator salerii, carnivoro, e un Styracosaurus albertensis, erbivoro. Accanto ai modelli ci sono modelli di coproliti, ovvero escrementi fossili. Al termine del percorso, un plastico stilizzato rappresenta in sequenza la trasformazione della cacca in sostanza concimanti, utili per la crescita delle piante.

La mostra sarà visibile fino al 30 giugno 2017 e le prossime due domeniche – il 19 e  26 marzo – saranno disponibili specifiche attività collegate per tutta la famiglia, quali laboratori e  visite guidate.

Redazione Avanti!