Chissà se arriverà Godot… al Teatro degli Audaci dal 26 ottobre

Aspettando Godot“Chissà se arriverà Godot al Teatro degli Audaci” ecco come esordisce il direttore artistico del Teatro degli Audaci Flavio De Paola durante la conferenza stampa, nell’annunciare lo spettacolo “Aspettando Godot”, una delle opere più famose di Samuel Beckett. Dal 26 ottobre al 5 novembre vedremo Flavio De Paola nei panni sia di attore che di regista affiancato da Gianluca Delle Fontane, Giuseppe Abramo ed Emiliano Ottaviani nella famosissima rappresentazione teatrale.
Aspettando Godot è senza dubbio la più celebre opera teatrale di Samuel Beckett, nonché uno dei testi più noti del teatro del Novecento. La storia narra di due uomini, Estragone e Vladimiro, che, vestiti come vagabondi, si trovano sotto un salice piangente spoglio in una strada desolata di campagna. Si trovano lì poiché un certo Godot ha dato loro appuntamento, anche se l’orario è abbastanza vago. I due vagabondi non sanno neanche esattamente chi sia questo Godot, ma credono che quando arriverà li porterà a casa sua, gli darà qualcosa di caldo da mangiare e li farà dormire all’asciutto. Mentre attendono il suo arrivo, passa sulla stessa strada una strana coppia di personaggi: Pozzo, un proprietario terriero, e il suo servitore, Lucky, tenuto al guinzaglio dal primo. Pozzo si ferma a parlare con Vladimiro ed Estragone, che sono da una parte incuriositi dall’istrionismo del padrone, dall’altra spaventati dalla miseria e della condizione del servo. Ma dopo una serie di battute, monologhi che terminano in una zuffa tra i personaggi, Pozzo e Lucky riprendono il loro cammino.
Intanto è calata la sera, ma di Godot nessuna traccia! Arriva però un ragazzo, un giovane messaggero di Godot, il quale dice a Vladimiro e a Estragone che il signor Godot si scusa, ma che quella sera non sarebbe venuto. Arriverà però sicuramente il giorno dopo.
Ma riusciranno Vladimiro ed Estragone ad incontrare Godot? Resteranno ad aspettarlo oppure andranno via? Lo potete scoprire venendo al Teatro degli Audaci dal 26 ottobre al 5 novembre dal giovedì al sabato alle ore 21:00 e la domenica alle ore 18:00.

Un’opera teatrale molto divertente, dove la parola “Godot” composta dalle parole “go” e “dot” significa, appunto, rispettivamente “va” e “fermo” e dove Samuel Beckett sottolinea la frustrazione dell’uomo nel suo tentativo fallimentare di “muoversi”, procedere e cambiare la sua posizione.
L’opera è divisa in due atti, dove, apparentemente, sembra tutto fermo, ma, al contrario, “tutto è in movimento”.

A partire dal 26 ottobre al 5 novembre 2017 – Via Giuseppe De Santis 29 Roma. Tutte le sere ore 21:00 – Domenica ore 18:00 – lunedì, martedì e mercoledì riposo

Crisula Stafida. La Regina del noir protagonista di “The Antithesis”

foto Marco Barbaro

foto Marco Barbaro

Roma, 6 ottobre 2017 – «La storia e il ruolo mi hanno affascinata sin da subito» racconta all’Avanti! Crisula Stafida (in foto) protagonista di “The Antithesis” giallo-horror atteso nelle sale per la fine di novembre. «Una certa eleganza del personaggio e delle ambientazioni mi hanno ricordato alcune pellicole di genere degli anni ’70/’80, in particolare “Sette note in nero” di Lucio Fulci”» dettaglia l’attrice dal cognome e dal sangue greco da parte di madre, alla sua prima volta come attrice protagonista in un lungometraggio.

LA TRAMA DI “THE ANTITHESIS” – Diretta dal giovane regista Francesco Mirabelli, alla sua opera prima – e affiancata dalla giovane Karolina Cernic, – l’attrice italo-greca interpreta una geologa convocata in una dimora antica in Sicilia per indagare su alcuni misteriosi fenomeni termici che si verificano e che si scopriranno essere in rapporto a una forma di vita aliena, sottoposta – due secoli prima, – a esperimenti medico scientifici in quegli stessi luoghi. La colonna portante del film è a cura Claudio Simonetti dei Goblin mentre le musiche sono composte dagli “Ancestral“, gruppo di giovani musicisti siciliani.

The Antithesis

IL TOHORROR FILM FEST – Il film sarà proiettato in anteprima assoluta – e come evento speciale – all’interno del TOHorror Film Fest”, Festival Internazionale di Cinema e Cultura del Fantastico in programma a Torino dal 17 al 21 ottobre prossimi.  Sarà la stessa Stafida la guest star dell’edizione 2017 del Festival e la proiezione della pellicola è prevista per giovedì 19 ottobre – alle ore 20.30 – presso il cinema Greenwich di Torino.

UN ANNO PIENO PER LA STAFIDA Il curriculm della Stafida ne certifica e giustifica il passaporto di Regina del noir, ma nella sua esperienza artistica decennale non c’è solo horror: a fine 2017 interpreterà infatti il ruolo di una seducente ballerina di burlesque accanto a Filippo Timi – diretta da Roan Johnson – nella nuova stagione della serie televisiva Sky “I delitti del Barlume”.

Silvia Sequi

“La musica del silenzio” di Radford: la vita di Andrea Bocelli in film

la musica del silenzioUn film sulla vita di un’artista ancora vivo. Cosa inedita, ma ancor più rara se se ne intravede il motivo per cui farlo. Stiamo – innanzitutto, per caprici – parlando de “La musica del silenzio”, per la regia di Michael Radford. Come noto ormai a tutti -poiché molta popolarità ed interesse ha subito sollevato sin dall’inizio- parla della vita di Andrea Bocelli, ma in modo originale. In primis per la scelta -da parte del cantante stesso- di optare per il nome proprio del suo alter ego e protagonista non di Andrea Bocelli, bensì Amos Bardi. Poi per la spiegazione alla base della decisione di girare un film del genere, una biografia così “atipica” per certi versi. È lo stesso tenore a esplicitarlo nel finale: perché “ogni vita è un’opera d’arte e merita di essere vissuta. Ognuna ci parla d’amore, che è il motore di tutto. Il caso non esiste. L’importante è vivere con fiducia e non perderla mai”. Un insegnamento che gli è venuto dalla moglie Elena (interpretata da Nadir Caselli), un messaggio di speranza, molto positiva che infonde ottimismo. Fu lei a dirgli: “dopo la tempesta torna sempre il sole Abbi fiducia. Abbiamo avuto tutti periodi difficili”. E solo lui sa quanto sia vero. Se gli altri (amici, coetanei, altri ragazzi con i loro sogni in cerca di un futuro) dovettero superare molti ostacoli, per lui si trattò di montagne da oltrepassare. Dovette essere sempre molto superiore, in ogni circostanza: nei concorsi, a scuola, all’università, ovunque. Attratto sin da piccolo dalla lirica, sognerà presto di fare il cantante d’opera. Ma, afflitto da una grave forma di glaucoma congenito bilaterale, perderà presto la vista da piccolo. Costretto ad imparare il Braille -malvolentieri- la vita lo priverà per un periodo -durante la crescita- anche della voce. Fu per lui una tragedia in quanto considerava quest’ultima “la cosa più importante della sua vita”. Ma non demorderà mai. Tanto che, da pianista di pianobar, arriverà a sostituire Pavarotti, a duettare con Zucchero (in “Miserere” nel 1993), a Sanremo, ad incontrare personalità del calibro di: Clinton, Obama, Papa Francesco e la regina Elisabetta d’Inghilterra. Non rinuncerà mai al suo sogno neppure quando tutti dicevano che mancava di originalità, che la sua musica non aveva colore, che era un musicista fallito, che non aveva il minimo talento, che non avrebbe mai potuto cantare a Sanremo perché non vedeva l’orchestra e la scenografia e non sarebbe riuscito a seguire. Sarà lo zio (alias Ennio Fantastichini) a supportarlo, sostenerlo e difenderlo, incoraggiandolo sempre; consapevole che lui era in grado di sentire e vedere qualcosa di più profondo. Come il piccolo Amos nel film dirà alla madre (interpretata da Luisa Ranieri): “vedo quello che voglio vedere. Ti vedo mamma perché so che ci sei”. Oppure -come spiegherà a Elena-: “sento quando ti mordi le labbra o quando muovi le palpebre”.
Si tratta della cosiddetta “musica del silenzio” che dà il titolo al film. L’opera di Radford vuole insegnare proprio questo: a dare il giusto peso a tutte quelle minime sensazioni impercettibili, concentrandosi sulle emozioni senza distrazioni, con profondità, concentrandosi su se stessi e nella scoperta del nostro vero “io”. Inevitabile il rimando alla similare canzone di Mina “La voce del silenzio”. Il rumore sonoro di ciò che è silenzioso, la potenza istruttiva del silenzio scoperta in solitudine e in assorta meditazione. Come gli insegnerà il suo Maestro (interpretato da Antonio Banderas), per essere un grande artista occorre tanto sacrificio. Uno stile di vita rigido, tanto esercizio quotidiano della voce e allenamento. Vuol dire fare della musica l’unica propria ragione di vita. E questa sarà la scelta di Amos (come di Andrea Bocelli). Ma non basta. A fare la differenza tra un talento puro e un artista dotato è il silenzio. “Il silenzio – gli spiegherà il Maestro – è la più importante delle discipline. Non parlare anche se hai cose interessanti da dire. La musica del silenzio ti farà da guida nel percorso di scoperta interiore e quello che scoprirai lo esprimerai solo attraverso la perfezione del canto. Devi sentire, prima di ogni esibizione, il rumore di ogni tuo muscolo”. Imparare ad ascoltare – non solo a sentire – diremmo oggi. A percepire ogni battito del nostro cuore per lasciarlo esplodere nel canto ad esprimere ciò che proviamo: quello sarà il più grande successo. E porterà a emozionare, commuovere, farà venire i brividi e da piangere a chi ci ascolterà. Altrimenti sarà semplicemente bella musica. Sottigliezza che pochi hanno affrontato. Un tema che viene affrontato con serietà e delicatezza. Amos/Bocelli lo sentirà molto: “spesso parlando si dicono sciocchezze. La disciplina del silenzio mi aiuta col canto, ma soprattutto nello spirito”, confesserà alla moglie Elena. Nel cast di questo film anche Francesco Salvi. È una battuta a farci comprendere la personalità di quest’uomo il cui impegno alacre fu immenso, ma sempre umile, dall’atteggiamento mesto, che si sminuiva e rassicurava, che non amava pavoneggiarsi perché cantava per la passione e il piacere di farlo. Per lui essere un lirico non era un passatempo o una distrazione, ma una necessità per sentirsi realizzato, sereno, riappacificato con la vita che tanto gli aveva tolto. Libero. “È meglio essere liberi che in prigione” -diceva-. Poi subito si corresse con Elena -appena conosciuta- quasi per la vergogna: “a volte dico cose sciocche”; “no, sei divertente” -gli rispose la giovane-. La semplicità della profondità di un animo (anzi di due anime) sensibile. Un grosso insegnamento di vita.
Il film ha la voce narrante fuori campo di Andrea Bocelli nei momenti in cui vuole sottolineare le lezioni morali; e si conclude con filmati veri storici della sua esistenza e degli eventi più importanti che hanno segnato la sua vita e carriera. Ma la peculiarità è un’altra. Nel nome attribuito e scelto per il protagonista, Amos Bardi, vi sono individuabili due connotati caratteristici. Bardi richiama Baldi: il cognome (con la ‘l’ invece che con la ‘r’) di Aleandro Baldi, altro artista straordinario non-vedente noto per il successo che portò a Sanremo con Francesca Alotta “Non amarmi”. Poi Amos è un nome molto significativo, non è casuale. Andrea Bocelli lo ha scelto perché “sa di democrazia”. Come dargli torto? È molto pregnante di senso: è stato uno dei profeti minori di Israele, le cui profezie sono riportate nell’omonimo libro biblico. Il suo nome in ebraico significa “Yahweh solleva”/”Yahweh porta”. Nato in un villaggio non lontano da Betlemme, visse la sua missione al tempo di Geroboamo II (783/82-753 a.C.) nell’VIII secolo a.C. Profeta e scrittore ebbe il merito teologico di ammonire e denunciare un culto corrotto e ridotto a pura esteriorità, in un tempo in cui la prosperità cresceva nel regno di Israele. Un po’ come l’esempio di Amos nel film serve a denunciare la corruzione (e la depravazione) morale e sociale di un’epoca in cui i valori e principi più importanti si sono persi e l’altruismo, la solidarietà sono difficili da trovare. Piuttosto la società è caratterizzata da ingiustizia sociale e dal giudizio superficiale di chi critica senza provare a capire, il merito non regna. I limiti e i difetti di chi lo ostacolò, non lo sostenne, lo allontanò, lo emarginò, di chi non credette in lui. Anche in un luogo di istruzione come la scuola; al liceo, quando chiese che gli potessero leggere la versione che lui l’avrebbe tradotta gli dissero che “la futura classe dirigente non può vantarsi dell’aiuto di altri”. Nulla di più sbagliato e lui lo dimostrerà loro. A tutti. Con la forza del suo coraggio, della sua determinazione e della sua ostinazione, che fu chiaro che aveva sin da piccolo a chiunque.

“In arte Nino”, Luca Manfredi racconta il Charlie Chaplin di Ciociaria

in_arte_nino_rai_1_2253569“Pe’ fa’ la vita meno amara, me so comprato ‘na chitara”, cantava Nino Manfredi. E questo ritornello ben racchiude la sua filosofia di vita. Di fronte ad ogni inconveniente avrebbe sorriso mestamente, coi suoi occhi spalancati dietro i grandi occhiali, accennato un gesto della mano e un’alzata di spalle e si sarebbe messo a cercare uno stornello, una melodia orecchiabile per sdrammatizzare. E ne avrebbe fatto l’emblema del suo genio creativo: uomo di teatro, approdato al cinema, da cui si fece tentare, rimanendo -però- sempre innamorato della sua vecchia passione primordiale per il teatro appunto. Un po’ come la seduzione del fascino femminile, che non disegnò, da cui fu spesso molte volte abbagliato -ma senza cadere nella superficialità di un rapporto futile- perché l’unica donna della sua vita sarà Erminia. Quest’uomo e questo artista così eclettico, creativo, dinamico, estroverso, irriverente, controverso, talentuoso e che amava improntare ci narra “In arte Nino”, film per la regia del figlio Luca Manfredi, che ci racconta un pezzo di vita di questo attore d’altri tempi; che forse solo Alberto Sordi è uno dei pochi ad eguagliare. Dal periodo del sanatorio, a partire dal 1942-1943, all’ingresso nell’Accademia di Arte drammatica, fino al successo nel 1958 a “Canzonissima”. 15 anni della sua esistenza, del suo viaggio dalla Ciociaria alla gloria di una fama intramontabile, perché seppe farsi apprezzare per la semplicità e la genuinità del suo approccio alle luci della ribalta. Ad interpretarlo è Elio Germano -che ha confessato di aver accettato solo perché a dirigerlo era il figlio Luca-; nel cast anche: Miriam Leone (nei panni di Erminia) e – tra gli altri – Stefano Fresi, Leo Gullotta e Giorgio Tirabassi.
A caratterizzarlo furono la passione per la comicità, le imitazioni, le donne, gli scherzi; e la musica. Quando al sanatorio morì un loro compagno e un altro disse di temere di essere lui il prossimo lui sdrammatizzò dicendo di non aver fretta e fece uno stornello appena l’altro rivelò di aver paura di morire. Era così, non poteva fare a meno di strappare e strapparsi un sorriso, anche amaro, in ogni situazione. Sempre e comunque: non riusciva mai ad essere serio e fare a meno di una battuta. Uomo di grande carattere e personalità, aveva soprattutto un temperamento forte che spiccava. Non amava farsi sottomettere, neppure dai datori di lavoro o da clienti maleducati e troppo esigenti. L’unico senso di inferiorità era verso il padre; per questo si sentì obbligato a laurearsi in giurisprudenza per farlo contento: un giorno gli disse persino “non sarò il figlio che volevi, ma la laurea l’ho presa” (‘per te’ sottinteso). Si improntò cameriere e persino autista per i tedeschi durante la guerra nel 1944. Lì conquistò con le sue imitazioni di Charlie Chaplin. E potremmo -a ragione- ben definirlo il Charlie Chaplin nostrano di Ciociaria. Non riusciva a stare lontano dal palcoscenico. La sua ironia sorprese tutti: fu la sua forza, perché è una cosa che o si possiede o non la si può conquistare. E lui puntava in alto, ad arrivare ad Amleto. Tenace, determinato, ostinato e testardo non si accontentava di un semplice avanspettacolo. Sotto la guida degli insegnamenti del maestro Costa e della sua arte mimica riuscì ad impressionare chiunque. Perché gli attori come lui “hanno il fuoco dentro”. Fu una sorta di Arlecchino, che più volte interpretò. Conobbe il significato dell’espressione “fare la gavetta”. Prima di approdare a Cinecittà, si sentì un fallito, deriso da tutti, una sorta di eroe romantico “squattrinato” perennemente con gli affitti arretrati, che per pagarli faceva serenate per 5mila lire. Ma fu così che arrivò la sua più grande fortuna e che conobbe Erminia Ferrari, ingannata dal suo futuro promesso sposo e fidanzato di allora che la derubò soltanto, ladro disonesto e scorretto interessato solamente al suo denaro. La scintilla nacque subito tra i due. Davanti a lei lo sbruffone che si pavoneggiava con sicurezza e alterigia diventava titubante, incerto, fragile, vulnerabile, docile; ma in realtà non lo fu mai uno sbruffone, era solo una maschera -come quelle dei suoi personaggi a teatro-. Fu lei l’unica donna della sua vita. Il film “In arte Nino” si conclude con il filmato d’epoca autentico e vero della sua esibizione a “Canzonissima” e si vede il padre che gli grida: “Bravo!”; fu questa la sua più grande vittoria. Non dimenticò mai da dove era venuto, neppure le donne con cui si era accompagnato per una notte, che per lui non furono comunque mai solo una semplice avventura di poco conto -ma se ne ricorderà sempre-.
Non è la prima volta che viene portata sullo schermo la biografia o monografia di un attore. Pensiamo a Modugno interpretato in “Volare” da Beppe Fiorello; oppure alla vita di Saverio Crispo in “Latin Lover”. E “In arte Nino” ha qualcosa di essi. Egli stesso può essere definito un latin lover, perché -in fondo, proprio come Saverio- è solo un attore preso ad esempio, uno dei tanti, uno qualunque, uno di noi. Una persona e un uomo comune. E se dovessimo scegliere una canzone per lui -che tanto amava la musica- a fare da colonna sonora alla sua vita, potremmo ben dire che potrebbe tranquillamente essere l’omonima “Latin lover” di Cesare Cremonini. Ma il differenziale di “In arte Nino” è che -innanzitutto- non viene narrata la sua vita integrale, ma una fase soltanto. E poi è il finale ad essere particolarmente interessante. Fu un artista diviso a metà tra cinema e teatro, ma fu conquistato dall’autenticità di quest’ultimo, dove non veniva doppiato e dove poteva lanciarsi nell’improvvisazione che tanto amava. Il suo talento gli permetterà di emergere in entrambi i settori, ma il film ben ci fa comprendere le diversità (di tempi, modalità, costi) tra i due ambiti -come poche volte avviene in tv-.
Infine –ci permettiamo una riflessione curiosa- potremmo dire: un nome, un destino. Il suo vero nome era Saturnino, ma per tutti era Nino -come ben noto-. Se l’aggettivo “saturnino” significa “propenso alla malinconia e alla fantasticheria”, questi furono due aspetti che connotarono in effetti il suo carattere. Ma non si può non ricollegare il nome al dio Saturno. Divinità romana di incerta origine, viene rappresentata con i compedes (lacci) di lana ai piedi; il che rimanda alla festività dei cosiddetti Saturnalia: un giorno di totale libertà per gli schiavi, che potevano persino banchettare insieme con i loro padroni, da cui venivano anche addirittura serviti. I Saturnalia, dunque, pertanto promossero e divennero simbolo di trasgressione dell’ordine vigente, e di una mancanza di regole liberatoria. Il fine ultimo è rigenerare il tempo sacro, richiamando -così- l’era aurea priva di conflitti e di differenze sociali, quando regnavano la prosperità e l’abbondanza e queste non erano frutto della fatica o della sofferenza. Saturno è poi il dio che ha insegnato agli uomini la tecnica dell’agricoltura e con essa la civiltà; per questo vengono accesi dei ceri durante i suoi riti, celebrati in occasione anche dell’apertura dei granai e della conseguente distribuzione del farro alla cittadinanza. Non a caso uno degli appellativi che gli venne dato fu Stercutus ovvero la divinità del concime: questo inteso anche come fertilità, ricchezza. Tanto che fu diretta conseguenza il fatto di venir considerato anche il fondatore di una comunità situata sul Mons Saturnus, prima che questi venisse indicato come Capitolium, così anche Roma fu indicata con il nome di Saturnia. Spesso viene accostato, ed identificato, con il dio greco Kronos, a causa delle festività Saturnalia collegate alle Kronia di Atene.
Chi meglio di Nino Manfredi promosse e insegnò la trasgressione, la libertà, la creatività e la lotta a ogni sopruso e costrizione? Il fatto che la sua figura e il suo esempio siano ancora attuali e moderni -senza retorica- lo dimostra il successo avuto dal film. Ha superato e battuto persino la concorrenza del “Grande Fratello Vip” su Canale 5, conquistando 5.595.000 di spettatori (pari al 23.4% di share). Del resto: chi non ha amato questo artista e le sue interpretazioni? Chi non ricorda le sue battute e scene? Conservando persino una memoria affettuosa -ad esempio- del suo personaggio simpatico in “Linda e il brigadiere” accanto a Claudia Koll.

Margherita e il Maestro, il racconto degli “estranei” al giorno d’oggi

20770468_123843931578706_5302880652028739619_nIspirato al capolavoro di Bulgakov, Margherita e il Maestro promette gli stessi ingredienti dell’opera del dissidente russo: l’umorismo, la magia, il pensiero critico. Tuttavia nell’ardua impresa finisce invece con il raccontare una storia d’amore ‘travagliata’ ai nostri tempi: quella tra una giovane alcolizzata Margot e un poeta immigrato clandestino.
Usando gli stessi personaggi la regista, Nicoletta Conti, prova a immaginare una Roma in cui il diavolo (interpretato da Daniele Di Martino) arriva con i suoi aiutanti per trovare una regina che possa officiare il suo ballo. Tra tutte le ‘margherite’ viene scelta proprio la giovane che sogna e aspetta tra un bicchiere e l’altro notizie del suo amato: il poeta e Maestro imprigionato perché straniero e immigrato irregolare, accusato di essere uno scafista.
Ma c’è un personaggio in più rispetto all’opera di Bulgakov, Natasha (Francesca Termine) che ha più che altro la funzione di ‘spalla’ della protagonista.
Nessun riferimento all’esistenza di Dio, nessun processo di Ponzio Pilato, nemmeno la pazzia e il manicomio, ma qualche artefizio sulla magia, la previsione di Woland sulla morte di Berlioz (spiegata dallo stesso ‘decapitato’) e un gatto enorme con accento toscano che gioca e lascia vincere il diavolo con gli scacchi.
Sul finale i due amanti si ricongiungeranno e in premio il diavolo restituirà loro il romanzo scritto dal Maestro che Margherita aveva bruciato.
Da segnalare l’ottima interpretazione di Lorenzo De Angelis (Azazello) e di Danilo Fiorentini (Ivan).

Al Teatro Trastevere fino al 1 Ottobre.

Cast
Greta “Deirdre Maeve” Civitareale – Margherita
Lorenzo De Angelis – Azazello
Daniele Di Martino – Woland
Danilo Fiorentini – Ivan
Giorgia Francozzi – Begemot
Antonello Gualano – Korov’ev
Francesca Termine – Natasha
Daniele Termine – Il Maestro

Adattamento e Regia – Nicoletta Conti
Aiuto Regia – Simone Buffa
Tecnico luci e suoni: Pietro Frascaro

REf17, da stasera arriva il Festival più eclettico e cosmopolita d’Italia

Dopo la travolgente inaugurazione con il debutto italiano di Kreatur, ultimo lavoro della grande coreografa tedesca Sasha Waltz, la 32esima edizione di Romaeuropa Festival entra nel vivo della sua intesa programmazione.

fractus_vIl 26 – 27 settembre, all’Auditorium Conciliazione, salirà sul palcoscenico un altro dei maggiori esponenti della danza contemporanea, Sidi Larbi Cherkaoui. Nel suo Fractus V Cherkaoui vuole dare forma materica al conflitto comunicativo della società contemporanea, dispiegando danzatori e musicisti dalla provenienza geografica e dal background diversissimo per affrontare, attraverso le parole del linguista e filosofo Noam Chomsky, il problema della manipolazione dell’informazione.

Dal 28 settembre al 1 ottobre toccherà invece alla coreografa sudafricana Dada Masilo, in scena al Teatro Olimpico con la sua rabbiosa rilettura di Giselle sulle musiche composte da Philip Miller e con le immagini di William Kentridge. Per l’occasione il 27 Settembre il festival Romaeuropa organizza una performance pubblica e spontanea all’interno dei prestigiosi spazi di Villa Medici in cui la compagnia danzerà insieme al pubblico un frammento dello spettacolo, per una festa improvvisa in omaggio a questa grintosa coreografa

Musica antica coniugata nello spazio scenico: questo avverrà dal 29 settembre al 1 ottobre al MACRO Testaccio con la compagnia Muta Imago che insieme all’Ensemble Arte Musica allestisce in versione integrale il ciclo dei Canti Guerrieri dal Libro Ottavo dei Madrigali di Monteverdi.

Torna a REf17 il grande artista belga Jan Fabre, che dopo aver presentato nel 2015 il suo Mount Olympus, opera monumentale della durata di 24 ore vincitrice del Premio Ubu 2016, il 30 settembre e il 1 ottobre propone il nuovo BELGIAN RULES/BELGIUM RULES. Quella che andrà in scena al Teatro Argentina è un’invettiva e al contempo una dedica al suo Belgio e una riflessione personalissima sul presente dell’Europa.

Il 27 settembre inoltre sarà possibile vedere il film Surrender che il regista Phil Griffin ha dedicato al grande artista belga e al suo Mount Olympus.

Domenica 1 ottobre inaugura invece il primo dei numerosi live musicali che costellano la variegata programmazione di Romaeuropa Festival. L’Auditorium Parco della Musica verrà conquistato dall’incredibile incontro tra musica techno e afrobeat: Tony Allen, uno dei migliori batteristi di tutti i tempi secondo Brian Eno, incontra il re del clubbing più sperimentale Jeff Mills per un concerto unico dove il jazz si intreccia all’elettronica.

“Latin lover”, un attore raccontato dalle sue donne

latin-lover_main“Latin lover”, per la regia di Cristina Comencini, è innanzitutto la storia di un uomo che prima di ogni altra cosa è stato un grande attore che ha amato il suo lavoro e vissuto profondamente per esso. Un grande attore che faceva sognare le donne, perché l’ha fatto con il cuore, la cui vita privata si è mischiata al mestiere di attore. Dietro la persona di Saverio Crispo (di cui si racconta la vita e interpretato da Francesco Scianna) c’era soprattutto un attore con tanti personaggi. Infatti, se il genere è quello di “Perfetti sconosciuti” o “Dobbiamo parlare”, se fosse una pièce di teatro potrebbe tranquillamente essere la messa in scena di un’opera pirandelliana quale – in primis – proprio “Uno, nessuno, centomila”. Maschere che calano a sorpresa nel finale, sconvolgendo le vite di tutte le protagoniste. Un racconto leggero, attraverso cui si dipinge la figura di Saverio: uomo, marito, padre. Tramite le sue due mogli (quella italiana Rita -che si avvale dell’ultima interpretazione di Virna Lisi, cui il film è dedicato – e quella spagnola Ramona, alias Marisa Paredes) e le sue quattro figlie, tutte di nazionalità diversa: la maggiore Susanna (Angela Finocchiaro), italiana, poi la francese Stéphanie (Valeria Bruni Tedeschi), poi Segunda (spagnola, Candela Peña), Shelley (americana, Nadeah Miranda), Solveig (svedese, Pihla Viitala). Nel cast anche Neri Marcoré (nei panni del compagno segreto di Susanna, Walter, montatore degli ultimi film di Crispo), Claudio Gioè (che è Marco Serra, uno studioso molto interessato e preparato sulla vita di Saverio).
La filosofia di Crispo era vivere la vita con leggerezza; come disse: “la vita è un gioco, va presa con leggerezza e ti porta via dove vuoi”, in alto. Descritto dalle donne che lo hanno circondato come “egocentrico, ironico, forte, leggero”, era romantico, dolce e un seduttore spietato e cinico al contempo. Viceversa, per lui le sue figlie erano come “un marchio di fabbrica perché in fondo loro sono le mie donne” -diceva a proposito del fatto che tutti i loro nomi cominciassero per “S”, la stessa iniziale del suo-. Una famiglia allargata diremmo oggi, e pure “intercontinentale” – come viene definita nel film – che si ritrova riunita (causa forza maggiore) nel casale del paesino pugliese dove l’attore è nato e morto per la ricorrenza del decennale della sua scomparsa. Una storia di amori, tradimenti, gelosie, invidie, delusioni, gioie, dolori, rimpianti, rimorsi, ricordi amari che hanno un sapore dolce-amaro come quello di chi sente che è come se non avesse vissuto fino in fondo tutto il rapporto padre-figlia, moglie-marito. Messo in secondo piano rispetto al ruolo di attore. Infatti il film sembra piuttosto descrivere quanto sia difficile, non facile, a tratti persino dura la vita di un attore, di colui la cui esistenza si fonde inevitabilmente a quella del proprio lavoro, che mette sopra e avanti a tutto, da cui si fa quasi annullare, sostituire. Il mestiere di chi ha amato profondamente la recitazione (a teatro o al cinema non fa differenza) non è solo la gioia del successo, ma anche la rinuncia al proprio ambito privato; la fama rischia di confondere e dunque non si riesce più a scindere l’uomo dall’attore, lavoro e vita privata. Si continua a recitare sempre. Ininterrottamente. Ma senza essere meno autentici o ricchi di sentimenti potenti. Tanto che l’argomento principale e cardine di “Latin lover” è proprio la passione. Essere uno “sciupa-femmine” apparentemente non significa essere superficiale o tenere meno alle persone cui si vuole bene, anche se se ne sono amate tante. Se il vero amore non è eterno, non vuol dire che non esista. Se un legame non dura per sempre non è che il rapporto sia meno profondo o insignificante, anzi può essere anche più incisivo nell’animo di una persona. Se la passione viene definita da Alfonso (alias Jordi Mollà, marito di Segunda) “come quando fumi una sigaretta per la prima volta: ti piace talmente tanto che ne devi fumare subito un’altra”. Spesso si fanno scelte sbagliate o di cui ci si pente, ma tutte servono. Se un attore ricerca sempre l’approvazione del pubblico e se Saverio Crispo fu soprattutto un uomo affascinante (un po’ come il fascino del successo è allettante), non vuol dire che pianse solo perché lo applaudirono meno. Un attore non è diverso da una persona comune: ha gli stessi sentimenti e problemi. Geloso, probabilmente come tutti ricercava la felicità e di sentirsi libero. Leggerezza che gli dava il mestiere di attore, come un po’ la musica. Quasi si nascondesse dietro il ruolo per parlare di sé, di chi era veramente. Per andare proprio oltre le apparenze richieste da quel lavoro. Ed è il finale, infatti, a farci capire che il suo ruolo all’interno della sua famiglia allargata era proprio quello di portare leggerezza, come si fa con il canto. La figlia americana Shelley, infatti, a fine film canta un brano immaginando quando lo faceva il padre; quasi fosse tornato a portare spensieratezza, armonia, pace con la musica come fosse il suo show, uno spettacolo in cui ricorda che si può essere uniti (anche per sempre, anche distanti, anche non vedendosi o incontrandosi), avendo una consapevolezza -come dice la canzone- “io so che da me tornerai”: questo è l’amore, sapere che una persona tiene a noi, anche se non ce lo dice, non ce lo dimostra e anzi sembra sia l’opposto, anche se la crediamo persa o irraggiungibile. Perché, se un attore deve e vuole “far sognare”, non meno vale per un padre e/o un marito. E da qui nasce il perdono -mostrato nel film- con la certezza che si può sbagliare perché si è esseri umani, ognuno ha i propri difetti ma occorre accettarli se si vuole veramente amare, incondizionatamente, al di là di ogni tradimento per andare oltre ogni (pre)giudizio sterile. Il tono non è, infatti, meno melodrammatico a tratti di quello, ad esempio, di “La pazza gioia” -in cui troviamo la stessa Valeria Bruni Tedeschi-. Anche qui realtà e finzione si confondono ed è come se si entrasse ed uscisse da un set cinematografico. Ề una scena in particolare a mostrarcelo, in cui le protagoniste vengono scambiate per due attrici, comparse sul set di un film che si stava girando e ne approfittano per evadere. Il mondo dello spettacolo è sicuramente evasione, che porta la stessa leggerezza della musica, ma la vera potenza creativa è farlo insieme a qualcuno -anche se distrattamente apparentemente-: Saverio può cantare o recitare, anche da solo o distante da casa, ma sa che c’è sempre dietro di lui una donna da amare, la sua famiglia. Così come un attore, senza umanità di cui circondarsi, sarebbe perso. Siamo sicuri che se sembra solo apparenza, sia tale e non sostanza? In fondo il film pare farci notare che, in fondo, siamo tutti simili: uomini, donne, mogli, mariti, figlie, fatti delle debolezze umane, così misere -si potrebbe considerare,- eppure così vere e nobili, autentiche. Chi si è amato è come una presenza invisibile che ci portiamo sempre dentro, appresso con noi -pur non volendolo- e che dice chi siamo. E se potremmo ribattezzare “Latin lover”, cambiando il titolo in “Saverio Crispo: vita da attore tra amori, tradimenti, passione e perdono”, una curiosità vuole che il nome Saverio -di origine Ibera-basca-castigliana (per via araba)– significhi “Casa nuova [e splendida-risplendente]”; il nome si diffuse grazie alla devozione per il santo spagnolo Francesco Saverio. Cos’altro aggiungere? L’obiettivo e lo scopo di tutti i membri di questa famiglia sembra essere la ricerca (e l’aver trovato) “una nuova casa”, ossia un posto, un luogo anche metaforico in cui stare, riconoscersi, un punto di riferimento. Se tutto sembrava avviato ad un addio, si scoprirà -come si suole dire- “che non è un addio, ma un arrivederci”; l’apparente fine di tutto non è che un nuovo inizio, da cui ripartire e ricominciare rinnovati e sollevati. Più leggeri nell’animo, quasi sollevati dai sensi di colpa. Finalmente liberi. Finalmente se stessi. Veri, senza maschere. Persone e non più attori. Sempre molto umani.

“La pazza gioia di Virzì”. Una amicizia sincera
in una storia struggente

pazza gioia

Ề stata Rai Tre a mandare in onda l’eccellente film per la regia di Paolo Virzì del 2016: “La pazza gioia”. Una storia struggente e intensa che vede la straordinaria interpretazione delle protagoniste: Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi. Il racconto di un’amicizia sincera, di una complicità naturale e rara che si viene a creare inaspettatamente. Il disturbo mentale trattato e visto con occhi diversi. La ricerca della felicità di due donne e la loro fuga verso la serenità e la liberazione da ogni pregiudizio; la rincorsa verso ciò che conta davvero: l’amore, l’affetto, l’amicizia appunto. Sono questi ultimi sentimenti autentici che spingono a compiere il gesto estremo di una sana follia, della lucida pazzia di chi è disposto a tutto pur di ottenere quella gioia che gli spetta, quel diritto quasi che gli viene negato.

Da qui il titolo: quella gioia ritrovata che rende pazzi di felicità appunto, per cui si compie qualsiasi follia; persone libere che diventano matte di gioia finalmente e non perché siano malate. Ritenute socialmente pericolose, forse perché semplicemente incomprese, sarà la loro solidarietà reciproca a riabilitarle. Ề l’incontro di due anime fragili, la cui sensibilità è stata offesa dalla violenza, dalla crudeltà di un mondo superficiale che giudica senza conoscere, o provare a capire veramente e basato solo sull’apparenza, sulla convenienza, sull’arrivismo dell’interesse personale. Con brutalità il pressapochismo sentimentale ed emotivo di gente distratta si è accanito su di loro privandole persino di un semplice gesto d’affetto e di riconoscenza. Vittime soprattutto di un maschilismo abbietto, sarà la vicinanza fra di loro e del personale di Villa Biondi (nei dintorni di Pistoia, una comunità per donne affette da disturbi mentali dove si ritrovano entrambe e si incontrano) a ripagarle. Remunerate almeno psicologicamente, riusciranno a trovare la loro strada e il coraggio per “ricominciare” e ripartire da zero quasi, ma con un obiettivo ben preciso: essere pazze di gioia, godendosi finalmente la vita nonostante non abbiano avuto molto e riappropriandosi di tutto ciò che di buono sono riuscite a costruire. La loro alchimia nasce probabilmente dal riconoscersi simili, un’empatia che le fa comprendere perfettamente facendo capire ad ognuna ciò di cui ha bisogno veramente l’altra. Molto è racchiuso nella frase commovente che Donatella (il personaggio di Micaela Ramazzotti) dice a Beatrice (quello di Valeria Bruni Tedeschi): “meno male che ci sei tu” (ad aiutarmi, a sorreggermi, a soccorrermi, a sostenermi).

Ề sicuramente l’interpretazione profonda ed intensa, molto sentita e partecipata, delle due attrici -a tratti struggente e commovente- il vero fiore all’occhiello del film, dando il valore aggiunto che ne fa la differenza. Non è un caso che abbiano ottenuto molti riconoscimenti. David di Donatello 2017 a Valeria Bruni Tedeschi quale Miglior attrice protagonista (oltre a Miglior Film e Miglior regista a Paolo Virzì -tra l’altro-); l’anno prima già i Nastri d’argento 2016 avevano convalidato la critica positiva, incoronando Virzì “regista del miglior film”, eleggendo entrambe (sia Valeria Bruni Tedeschi che Micaela Ramazzotti) miglior attrici protagoniste; oltre a premiare Paolo Virzì e Francesca Archibugi per la Miglior sceneggiatura (riconoscimento confermato anche ai Globo d’Oro 2017) e Carlo Virzì per la Miglior colonna sonora. Infine ai Ciak d’Oro 2017 vediamo la conferma per Miglior film e quella per Miglior attrice protagonista a Micaela Ramazzotti. Ma i premi per le due attrici non sono finiti qui. Infatti la Ramazzotti ottiene quello Wella per l’immagine e la Bruni Tedeschi quello Shiseido. Sempre nel 2016. Senza considerate che verranno elette anche quali Migliore attrice dell’anno nel 2016: all’Ischia Film Festival Valeria Bruni Tedeschi, e dalla Federazione Italiana Film d’Essai (che premia “La pazza gioia” quale Miglior Film d’Essai tra l’altro) la Ramazzotti.

Se già una menzione alla colonna sonora è stata giustamente fatta, occorre aggiungere una precisazione: è la canzone “Senza fine” di Gino Paoli a delineare l’isolamento e il distacco dalla realtà di Donatella che adora quella canzone e con cui si sottrae e distrae dal senso di oppressione e sofferenza che la circonda, estraniandosene. Quasi ad evidenziare il romanticismo di quest’anima delicata che desidera qualcosa di duraturo e vero.

Il film, infatti, non è meno realistico e drammatico -a tratti persino doloroso e tragico- di altri dello stesso regista quali “Il capitale umano”, cui tra l’altro “La pazza gioia” è molto legato per diverse ragioni. Innanzitutto per il tono e poi per come è nato. Presentato in anteprima nella sezione Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes 2016, distribuito in 400 copie, dal 10 maggio al 5 giugno 2016 ne è stata persino ricavata una mostra alla Casa del Cinema di Roma con le foto di scena. Tutto, però, è cominciato da un’intuizione acuta e fortunata di Paolo Virzì mentre stava girando una scena de “Il capitale umano”; vide la moglie Micaela Ramazzotti, incinta della loro secondogenita (venuta a trovarlo per il suo compleanno) camminare insicura nel fango e nella neve per mano di Valeria Bruni Tedeschi “con un misto di paura e di fiducia”: quello che volle descrivere nel rapporto tra Donatella e Beatrice, che imparano a fidarsi l’una dell’altra e a sorreggersi a vicenda, ne “La pazza gioia” appunto. Per quanto riguarda, poi, il personaggio di Valeria Bruni Tedeschi di Beatrice Morandini Valdirana, la sua camminata leggiadra e spensierata, con una risata che dà un senso di pura rilassatezza e libertà (reiterata con entusiasmo dall’attrice più volte nel film “La pazza gioia”) deriva sempre da una scena finale non prevista de “Il capitale umano”, tagliata durante il montaggio e raffigurante Carla Bernaschi che fugge dalla sua casa correndo a piedi nudi nel parco della villa.

“La pazza gioia”: l’evasione di due donne che ora sanno di non essere più sole, ma di avere qualcuno su cui poter contare che le è vicino. Due caratteri diversi che si incontrano e completano, complementari ed antipodici allo stesso tempo.
Beatrice così esuberante, intraprendente, egocentrica, effervescente, solare, frizzante, nasconde l’amarezza della delusione per essere stata rifiutata da un uomo volgare e violento quale Renato (alias Bobo Rondelli): lei nobile aristocratica ricca, decaduta. Apparentemente più forte, maschera tutto dietro un sorriso.
Donatella: fragile, depressa, ha avuto un figlio (Elia di un anno) dal suo ex datore di lavoro (Maurizio) del locale dove faceva la ballerina sul cubo, che non l’ha riconosciuto e l’ha abbandonata. Più aggressiva e violenta, è molto introversa e meno capace di reagire.

Barbara Conti

Norman. Richard Gere nei panni del capro espiatorio ebreo

gere conferenza stampaRichard Gere sveste i panni del bello e si cimenta nell’insolito ruolo di personaggio goffo e ‘fastidioso’, come lo stesso divo di Hollywood lo definisce durante la presentazione a Roma de ‘L’incredibile vita di Norman‘. Film del registra israeliano Joseph Cedar (nelle sale dal 28 settembre), in cui Gere interpreta la parte di Norman Oppenheimer, un businessman ebreo insolito che rivela l’altra faccia della medaglia degli affari della Grande Mela. Norman non è infatti un uomo ricco e senza scrupoli, ma un bonario ciarlatano che vive di promesse e di legami fittizi, tentando inutilmente di scalare le vette, ma finendo sempre per restare ai margini della società. È un personaggio sopra le righe, ma che “si ritrova in ogni settore della società: politico, economico, giornalistico”, spiega l’attore americano durante la conferenza stampa al cinema “Quattro fontane”.
Cedar riprende la classica narrazione dell’ebreo, abbiamo infatti “l’ebreo cortigiano”, quello “errante” e infine “l’ebreo capro espiatorio”.
Nella prima fase vediamo il Norman nei panni del classico faccendiere sull’orlo del fallimento, ma durante tutti i suoi colpi ‘a salve’, l’uomo riesce in un gran colpo che lo porterà a risalire la china all’improvviso e a portarlo ad aprire una di quelle porte a cui aveva bussato inutilmente come ‘ebreo errante’. Sarà proprio questa porta inaspettatamente spalancata a trascinarlo inevitabilmente fino a inabissarsi in una spirale oscura e verso la sua ultima fase quella dell’ebreo “capro espiatorio”. Ma Cedar ci restituisce anche un’altra visione del personaggio e dell’ebreo in questione: l’uomo utile. Ma con un’accezione più larga, un uomo utile alla propria comunità. Il regista ce lo mostra non solo con il finale, ma anche attraverso un personaggio che vediamo dopo la metà del film: Alex Green (alias Charlotte Gainsbourg). Fin dal loro primo incontro la donna del Governo, alla solita domanda di Oppenheimer (“Come posso esserti utile?”), risponderà inaspettatamente: “Potresti farmi capire se quello che faccio sia un bene per il mondo?”. Prima del loro ultimo incontro Norman Oppenheimer si ritroverà al Consolato tra due porte, la seconda delle quali non si apre se non si chiude la prima, lì tra due porte Norman tentenna, ma alla fine decide di chiudersi alle spalle la porta che aveva fatalmente aperto.
Una commedia drammatica che restituisce finalmente il ruolo di attore completo all’affascinante Gere che con il solo aiuto di un paio di orecchie a sventola finte riesce a interpretare magistralmente un personaggio brutto e impacciato.
Tanto che qualcuno gli ha chiesto se con questo ruolo ambisce a farsi notare dagli Academy Awards. “L’Oscar mi servirebbe eccome perché mi spianerebbe la strada verso la realizzazione di un numero maggiore di film indipendenti. Quindi, perché no?”, ammette Richard Gere che riconosce anche di non avere più ventotto anni e di essere quindi ormai pronti per ruoli più ‘maturi’.

Al cinema dal 28 settembre.
Regia: Joseph Cedar.
Cast: Richard Gere; Michael Sheen; Steve Buscemi; Charlotte Gainsbourg; Dan Stevens; Isaach De Bankolé; Lior Ashkenazi
Distribuito da LuckyRed

Flavio De Paola inaugura la quinta stagione del Teatro degli Audaci

Teatro-degli-Audaci-2015-palco-300x225“…senza pubblico non c’è teatro e senza teatro addio civiltà…” ecco la headline di questa nuova stagione 2017/2018 del Teatro degli Audaci che vedrà salire sul suo palcoscenico artisti di un certo calibro quali Enzo De Caro, Mario Zamma, Pablo e Pedro, Patrizia Pellegrino, Stefano Masciarelli, Enzo Casertano, Fabio Avaro, Benedicta Boccoli e infine, ma non di minore importanza, il direttore artistico di questo ormai famoso stabile, nonché l’attore che ci ha fatto ridere e sorridere nelle precedenti stagioni Flavio De Paola.
Sarà proprio lui a recidere il nastro di questa importantissima stagione con la conferenza stampa che si terrà il 14 settembre alle ore 19:00 presso lo stabile del Comune di Roma, sito in via Giuseppe De Santis, 29.
Aprirà il sipario di questa divertentissima stagione Mario Antinolfi con lo spettacolo “Xanax” di Angelo Longoni per la regia di Marco Cavallaro.
Gli spettacoli spazieranno da grandi nomi come quelli suddetti, ad attori emergenti, ma di altrettanto talento artistico e professionale, come Emiliano Ottaviani, Giuseppe Abramo, Maria Cristina Gionta, che abbiamo già visto nelle precedenti stagioni.
Sarà un anno che assicurerà al suo affezionatissimo pubblico inaspettate sorprese e tante risate…ma la vera sorpresa è l’anteprima assoluta dello spettacolo “Aspettando Godot” di Samuel Beckett, regia di Flavio De Paola, che sarà in scena dal 26 ottobre al 5 novembre.
In seguito al successo riportato lo scorso anno con lo spettacolo “Chiedo i danni” quest’anno cavalcherà le scene del teatro degli Audaci, per ben quattro settimane, Grazia Scuccimarra con il suo nuovo spettacolo “Sono una donna lacero confusa” dal 1 al 25 febbraio.

Inoltre per la gioia degli amanti di Alessandro Baricco, dal 22 al 31 marzo 2018, sarà in scena l’acclamatissimo spettacolo “Novecento”, conosciuto ormai in tutta Italia per le sue repliche nei teatri più celebri, sempre per la regia di Pablo Maximo Taddei e la sua tecnica degli “psicosuoni”, elemento caratterizzante di questo seguitissimo capolavoro, vedremo in scena il one man show di Flavio De Paola.
Ma la vera grande novità artistica, dal 7 al 17 dicembre 2017, sarà lo spettacolo “Antonio De Curtis…in arte Totò” di Enzo De Caro e L. De Curtis che vedrà salire sul palcoscenico Enzo De Caro con il cappello e la giacca che indossava il “principe della risata”!

Inoltre, anche quest’anno il direttore artistico Flavio De Paola trascorrerà insieme al suo affezionatissimo pubblico il capodanno 2018 con uno spettacolo “a sorpresa”, proprio per finire in bellezza e concludere un anno ricco di emozioni!