Arrivano gli ultimi Jedi. Il nuovo Star Wars festeggia i primi 40 anni della saga

guerre stellari

Il nuovo Star Wars, episodio VIII “Gli ultimi Jedi”, che festeggia i primi 40 anni della saga, non ha fatto in tempo a esordire al cinema che è già candidato a diventare il maggiore incasso della storia del cinema. La serie più famosa e più redditizia dei film di fantascienza, infatti, ha esordito nelle sale cinematografiche il 25 maggio 1977 conquistando, sin dalla prima proiezione, un successo tanto immediato quanto duraturo.

Eppure gli auspici iniziali non sono stati dei migliori perché nessuno scommetteva sul successo di questo film. Di profeti inascoltati, da Cassandra in poi, è piena la storia, ma raramente profezia fu più sbagliata di quella di un attore alle prime armi che, durante le riprese, disse al regista:“Puoi mettere questa merda nei copioni, George, ma sono sicuro che tu non riusciresti mai a parlare così”. Le cronache non raccontano se i dialoghi siano stati cambiati o no.

L’attore è Harrison Ford (75 anni), il regista George Lucas (73 anni), il film è, appunto, “Guerre Stellari”, oggi conosciuto come “Star Wars: Episodio IV – Una nuova speranza” (40 anni), il primo film della Trilogia originale che uscirà nel 1977, qualche mese dopo la “profezia”, diventando uno dei più grandi successi della storia del cinema, ancora oggi al vertice delle classifiche, superato solo da “Via col vento” (1939) e da “Avatar” (2009). Senza dimenticare i sette premi Oscar vinti su dieci candidature. Invece non possiamo dilungarci sulla Industrial Light & Magic (ILM), l’altra creatura di Lucas nata proprio con l’intento di stupire gli spettatori con la nuova frontiera degli effetti speciali.

Già in fase di scrittura Star Wars sembra perseguitato da una sfortuna tenace. L’idea iniziale di Lucas è quella di un remake delle avventure di Flash Gordon (1934, personaggio dei fumetti scritto e disegnato da Alex Raymond con qualche apparizione sul grande schermo) ma non riesce ad acquistarne i diritti. Seguono riscritture, rimaneggiamenti, abbandoni e ritorni, sino alla stesura finale che viene rifiutata da diverse case di produzione.

E non poteva essere altrimenti. La grande (economicamente parlando) Hollywood degli anni Settanta considera George Lucas, pur reduce dal successo di “American Graffiti” (1973), un registra “strano”, persino più strano della trama del suo film. Alla fine sarà la 20th (oggi 21th) Century Fox a finanziarlo superando le perplessità iniziali grazie al diretto interessamento di Alan Ladd jr. che si fidava più del regista che della trama. Per cui il nostro si deve arrangiare con un budget risicato, intorno ai 10 milioni di dollari.

Ma le difficoltà per convincere i produttori a cacciar fuori i soldi impallidiscono di fronte alla iella che ha imperversato nei set sin dalle prime riprese. La cattiva stella inizia a brillare nel deserto tunisino, nel marzo 1976. La troupe, composta da 130 persone, arriva a Tozeur e trova i migliori alberghi occupati perché sono in corso le riprese di “Gesù di Nazareth”, di Franco Zeffirelli. Della serie: prenotazione questa sconosciuta. Così Lucas & Company devono accontentarsi di alberghi improponibili, anche se per due settimane.

guerre stellari 2E questo è niente: superati problemi tecnologici con i droidi e i robot, che avevano deciso di funzionare a singhiozzo o di non funzionare affatto, il secondo giorno arriva l’apocalisse: nella Tunisia occidentale piove per la prima in cinquant’anni e succede di tutto. Il temporale distrugge il set, un camion che trasportava dei robot prende fuoco, una parte dell’attrezzatura finisce nel fango, seguita dalla gru che avrebbe dovuto recuperarla. Dissenteria e polmonite colpiscono alcuni membri della troupe, che devono rientrare in Europa per curarsi.

Dopo la Tunisia, il trasferimento in Inghilterra, prima negli Elstree Studios di Borehamwood, poi a Londra nei Pinewood Studios, ma difficoltà e problemi non danno tregua. Prima ci sono i tagli per non superare il budget, poi lo scetticismo della troupe.

Apre le danze sir Alec Guinness che in una lettera scrive: “Non posso dire che il film mi piaccia. Ogni giorno che passa mi consegnano risme di fogli con nuovi dialoghi scadenti, nessuno dei quali rende il mio personaggio più definito o tanto meno sopportabile”. E Harrison Ford, di cui fatica a ricordare il nome di battesimo? “Un giovanotto languido e slanciato che probabilmente è piacevole e divertente”. Giudizio sulle qualità di recitazione non pervenuto.

A proposito del “non posso dire che il film mi piaccia”, sir Alec è in buona compagnia: gran parte del personale britannico è convinto che il film sia una montagna di sciocchezze e che sarà un flop al botteghino. E in sovrappiù non risparmia insulti e sfottò agli attori e al regista. Possiamo aggiungere le ricorrenti pause per il tè, previste dagli accordi sindacali, quella per il pranzo e l’orario blindato per l’inizio e la fine delle riprese giornaliere.

A un certo punto lo stress colpisce George Lucas più degli sfottò: dopo un infarto scopre di soffrire di ipertensione e di avere anche un esaurimento nervoso, che si poteva diagnosticare da solo. E forse in questo momento che decide di darsi più allo sviluppo degli effetti speciali che alla regia.

star_wars-c1Lucas propone una sua personale concezione della fantascienza, ancora oggi uno dei segni distintivi della serie, mettendo in scena un universo caratterizzato da un sottile strato di polvere, con abiti, oggetti, armi, astronavi e architetture logori per il troppo uso. Grazie a questo trucco mette in scena luoghi sconosciuti che appaiono come familiari allo spettatore, così come i personaggi, sin dalla prima occhiata.

Un altro marchio di fabbrica di Star Wars, inseparabile dalla musica di John Williams, è “Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana”, prima frase di una scritta che scorre dal basso verso l’alto dello schermo, scritta che funziona da prologo e da riassunto delle puntate precedenti. Un approccio da fiaba, da racconto intorno al fuoco dei tempi passati, che ha funzionato alla grande. Lucas ha confermato anche recentemente che lui ha volutamente realizzato un film per bambini di dodici anni, anche se probabilmente non si aspettava di risvegliare così prepotentemente quel bambino che è dentro legioni di spettatori di qualunque età, e di dare vita a un fenomeno di proporzioni planetarie.

In altre occasioni Lucas ha raccontato di aver voluto creare una fusione tra il genere fantasy e il film d’azione con un approccio molto più vicino alle storie dei fratelli Grimm che alla solita e per questo banale concezione della fantascienza degli anni Settanta. Tra i tanti altri riferimenti letterari e cinematografici che hanno contribuito alla creazione dell’universo di Star Wars (Guerre Stellari per una attempata generazione italica) si può anche dire che la saga può essere considerata come un omaggio al genere spaghetti-western di Sergio Leone, ovviamente ambientato in una galassia lontana lontana.

Il concetto dell’approccio fiabesco è spiegato meglio nel saggio di Sergio Arecco (George Lucas, Castoro Cinema, 1995): “Quello a cui io tendo: fare dei film che uno può consumare senza preoccuparsi troppo di sapere bene la storia… Voglio produrre storie che avrei voluto vedere io da bambino, quando correvo per andare al cinema e magari arrivavo che era già cominciato: immagini che non hanno niente di troppo reale, che risuonano nel cervello e nell’animo senza annoiare o preoccupare”.

Su questa linea è anche Simone Coppolaro critico cinematografico del quotidiano La Stampa che scrive: “Cambiavano soltanto le armi dei duelli, i costumi dei personaggi, gli sfondi spaziali, la cornice tecnologica: l’eroe maneggia una micidiale spada-laser, cavalca astronavi più veloci di un raggio di sole. L’orco ha lasciato il castello gotico e le mele avvelenate per una stazione spaziale grande come una luna e mortifera come una milione di bombe ai neutroni. Ma lo scontro tra il Bene e il Male, la lotta tra buoni e cattivi, con l’ottimistica vittoria dei perseguitati sui feroci tiranni, rimane intatto…”.

Quindi può essere proprio questo il segreto del successo: George Lucas e i suoi epigoni hanno recuperato lo spirito delle storie senza tempo (tipo quelle di Omero e Virgilio, di Esopo piuttosto che dei fratelli Grimm) e lo hanno riproposto al cinema riuscendo ad affascinare adulti e bambini. Possiamo anche citare un concetto espresso da C. S. Lewis nel 1950, quando pubblicò il primo volume de “Le Cronache di Narnia”: “Se un romanzo non può essere letto da un bambino non è un romanzo”. Pensiamo che possa adattarsi anche ai film.

La saga di Star War, col passare degli anni, è diventata un fenomeno culturale e un successo commerciale di proporzioni epiche in tutti i campi dell’intrattenimento: dai parchi tematici alle statuette, dai costumi di carnevale ai libri, dalle figurine ai giocattoli e ai mattoncini Lego, dai fumetti ai cartoni animati. Un successo che ancora oggi coinvolge tutte le fasce d’età: al pubblico che segue la saga da quarant’anni, infatti, continuano ad aggiungersi nuove generazioni di fan che tengono sempre accesa la fiaccola del mito e alti gli incassi al botteghino.

La catena dei film di Star Wars inizia con cosiddetta Trilogia originale, gli episodi III, IV e V: “Guerre Stellari”, titolato qualche anno dopo “Una nuova speranza” (1977), L’impero colpisce ancora (1980) e “Il ritorno dello Jedi” (1983).

A fine anni Novanta parte la Trilogia prequel, che racconta avvenimenti precedenti al primo film: “Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma” (1999), “Star Wars: Episodio II – L’attacco dei cloni” (2002) “Star Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith” (2005).

Nel 2012 la Disney acquista la Lucasfilm per oltre 4 miliardi di dollari e l’avventura continua con la Trilogia sequel, che racconta storie successive al terzo film: “Star Wars: Il risveglio della Forza” (2015), “Star Wars: Gli ultimi Jedi” (2017), in programmazione in questi giorni in tutto il mondo e in Cina dal 5 gennaio, e “Star Wars: Episodio IX, ancora senza un titolo preciso e previsto per il 2019.

Nel frattempo la Disney, decisa a sfruttare al meglio personaggi e atmosfere dell’universo inventato da George Lucas, ha lanciato la nuova serie intitolata Star Wars Anthology. Il primo film è “Rogue One” (2016), mentre l’anno prossimo toccherà a “Solo: A Star Wars Story”, con Alden Ehrenreich, che interpreta la versione giovane del personaggio che ha lanciato Harrison Ford nell’Olimpo dei più grandi e meglio pagati attori.

Qualche giorno prima che “Gli ultimi Jedi” uscisse nelle sale, la Disney ha elettrizzato i fan annunciando che ha in fase di progettazione una quarta trilogia. Nessun altro dettaglio è stato rivelato, men che meno le date di uscita, ma sicuramente questi nuovi film saranno proiettati nel corso del prossimo decennio.

Notizia ancora più fresca è che la Disney ha acquistato la Fox per 53,4 miliardi di dollari, più 13,7 miliardi di debiti. La notizia ha fatto veramente sbavare i fan di Star Wars perché la Fox era proprietaria dei diritti della versione cinematografica del primo Guerre Stellari. Per spiegarci meglio, si tratta della pellicola originale, quella che George Lucas ha successivamente rimaneggiato più volte usando inediti trucchi digitali a iosa nelle varie edizioni per l’home video. Anche la nuova versione del 1997, quando viene riproposto in prima visione, è stata oggetto diversi rimaneggiamenti. Quindi già si ipotizza un ritorno sul grande schermo del film che ha dato origine a tutto, che sarà vecchio di quarant’anni ma che è ancora capace di catturare milioni di spettatori. Ai quali non mancherà la Forza di andare a vederlo.

Antonio Salvatore Sassu

Mariti e Mogli, l’amore cinico di Woody Allen al Quirino di Roma

mariti e mogli“Husbands and Wives” è un film del 1992 diretto da Woody Allen ed è l’ultimo realizzato prima della fine della relazione con Mia Farrow, in seguito allo scandalo di Soon-Yi Previn, figlia adottiva della Farrow e ora moglie del regista. Il film venne distribuito nelle sale poco tempo prima della fine della relazione tra Allen e la Farrow, ed è l’ultima delle tredici pellicole girate insieme dai due. Monica Guerritore ne ha riscritto la sceneggiatura e ne ha tratto una versione teatrale, ricavandone un piacevole spettacolo in atto unico, attualmente in scena al Quirino di Roma.

Jack e Sally stanno per divorziare e chiedono aiuto a una coppia di amici, Gabe e Judy. Jack e Sally sono tuttavia rilassati, la loro è una decisione amichevole, che consentirà ad entrambi di “crescere”, e crescere, nel mondo disilluso alla Allen, è certamente preferibile ad impegnarsi, condividere, sacrificarsi. La notizia del divorzio però coglie di sorpresa ed è una bufera per il professore universitario Gabe e per sua moglie Judy che lavora in una rivista d’arte : pensavano che i loro amici stessero così bene e fossero così felici insieme! La notizia è vissuta come una implicita minaccia, perché se una coppia così perfetta come quella tra l’uomo d’affari Jack e la sua moglie intellettuale emancipata Sally può scoppiare, nessuna relazione coniugale può considerarsi al sicuro. Peraltro in realtà Jack e Sally non erano una coppia perfetta, anche se un equilibrio lo avevano trovato, costruendo una relazione che consentiva loro di lavorare e rimanere in qualche modo indipendenti, mentre da qualche parte nel mezzo vi era il loro amore ed i figli che crescevano. Dopo avere sperimentato alcune avventure extraconiugali, però, i progetti e le reazioni dei protagonisti cambieranno…

Accanto alle due coppie principali, troviamo una serie di personaggi laterali molto divertenti che consentano di far emergere le dinamiche psicologiche dei protagonisti: Rain, giovanissima scrittrice allieva di Gabe; Sammy, giovane prosperosa, esperta di aerobica e burlesque; Michael, atletico e prestante collega di Judy; Paul, un vecchio impiegato coinvolto nella vicenda suo malgrado.

Tutti gli attori sono davvero molto credibili, con una recitazione sciolta ed ottimi tempi scenici. Davvero una compagnia ben allestita. Bravissimi i quattro protagonisti Monica Guerritore, Francesca Reggiani, Ferdinando Maddaloni e Cristian Giammarini, quest’ultimo nel ruolo impersonato a suo tempo da Woody Allen.

Come indicato dalla protagonista e regista Monica Guerritore, nell’allestimento al teatro Quirino tutto accade in una notte piena di pioggia in un luogo dalle luci soffuse che con il passare delle ore diventerà una sala da ballo, una sala d’attesa, un ristorante deserto e che costringe gli otto personaggi – mariti, mogli, amanti ed altro – al girotondo di piccole anime che, sempre insoddisfatte, girano e girano intrappolate nella insoddisfazione cronica di una banale vita borghese.

Tradendo le location originali del film, in particolare Manhattan, la Guerritore evoca nel luogo teatrale unico i luoghi delle vite coniugali e nelle simultaneità delle relazioni e degli intrecci clandestini Nelle rotture e improvvise riconciliazioni si percepiscono le ‘piccole altezze degli esseri umani’ familiari a Bergman, a Strindberg. Il tempo che scivola via è ben rappresentato dal perdersi in danze all’unisono su musiche bellissime, da Louis Armstrong a Etta James, a Cechov.

Quello che l’opera sembra in un primo momento voler trasmettere è che le relazioni “razionali” non sono così durature come sembrano perché in ognuno di noi si racchiude un fanciullo alla continua ricerca della felicità, da soddisfare quanto prima anche perché la vita è breve…

Spettacolo da non perdere, che ha registrato un grande successo di pubblico alla prima e che sarà replicato al Quirino di Roma fino al 17 dicembre.

Al.Sia.

Nuovo cd per Stefano Ianne, le emozioni
del caso Chernobyl

roli & meUn nuovo disco, dopo “Iamaca”, per Stefano Ianne. Il settimo, sempre in trio. Anche nell’ultimissimo “Duga-3”, canta con altri due colossi della musica: il “veterano” e “compagno d’avventure” di sempre Mario Marzi e poi il vero “asso nella manica” Terl Bryant. I sintetizzatori, poi, danno quell’in più che fa la differenza con gli altri dischi. Nell’album ha voluto soprattutto descrivere le emozioni che il film “Il complotto di Chernobyl” di Chad Gracia gli ha lasciato. La tragedia della strage successiva al disastro nucleare di Chernobyl in musica, diventa musica, che fa da base a un viaggio descritto dalle parole in rima di Franco Costantini. Ha voluto provare a cambiare cifra stilistica per essere più incisivo e impressivo sulle coscienze popolari, per smuovere l’opinione pubblica e dare un contributo al cambiamento sociale. Un impegno e una missione non da poco. Ianne sicuramente è una persona – almeno ci appare dalla chiacchierata che abbiamo fatto con lui per l’intervista – una persona eclettica che ama mettersi in gioco e sperimentare. Sicuramente sempre in movimento e occupato, molto creativo, non sa mai stare fermo e mette mano a innumerevoli progetti: “Sono davvero tanti. Tutti molto curiosi, elaborati e rischiosi. A volte penso di mettere in una scatola tanti foglietti quanti i progetti che vorrei realizzare ed estrarre a sorte, perché so già che non riuscirò a farli tutti. E ciò mi dispiace molto” – ci confessa -.

Tra i prossimi impegni di sicuro spicca l’imminente appuntamento del 7 dicembre al teatro del Centro Culturale di Quero (BL), in cui presenterà un nuovo rivoluzionario strumento che ha inventato. Non vuole dare anticipazioni, perché tutto è “ancora in fase di studio ed elaborazione”; in fase di lavorazione, ma l’idea è già stata brevettata. “Il pubblico di Quero sarà protagonista – ci dice solo – per primo di questa sperimentazione”. Ci preannuncia poi solamente: “muoverò le mani nell’aria e produrrò suoni, plasmandoli come voglio”. Cosa dobbiamo aspettarci allora dopo l’esperienza del 2012 quando è stato il primo compositore al mondo a comporre per un robot con “Rain Again”, prima opera in assoluto per robot e pianoforte, espressamente scritta per TeoTronico, il robot ideato da Matteo Suzzi e che sfida nei concerti il pianista Roberto Prosseda? Staremo a vedere. Intanto di quell’esperienza afferma simpaticamente: “Ricordo solo che io parlavo al robot e lui non mi rispondeva”.

Invece sicuramente il pubblico risponderà benissimo al suo nuovo disco “Duga-3”…
Sì credo proprio di sì e lo spero fortemente. Ci tengo particolarmente; già in passato i miei album hanno riscosso successo con mia (e dei miei compagni di musica) grande soddisfazione; qui ho voluto fare addirittura qualcosa di più e di nuovo. Basti pensare che il titolo è basato sulla storia vera di un’antenna costruita a 12 km dalla centrale nucleare di Chernobyl e che è stata senza dubbio la causa “morale” del disastro nucleare. Ho voluto leggere con i miei occhi musicali questa tragedia. Una volta non mi piacevano tanto i musicisti impegnati socialmente; adesso, invece, la vedo in maniera diversa: se qualcuno può fare qualcosa di buono nel sensibilizzare l’opinione pubblica, quelli sono proprio gli artisti. La mia cifra stilistica è sempre riconoscibile, come sul precedente Iamaca; anche se questi due album differiscono parecchio. Ascoltarli, per credere e poi poter dire.

ianne webUn album che vede inoltre la collaborazione con Terl Bryant.
Terl ha già suonato con me in “Piano Car”, il mio quarto album. Un album pieno di collaborazioni felici: Nick Beggs, Ricky Portera, Trilok Gurtu, John De Leo. Rispetto al precedente “Iamaca”, che aveva preso una strada che sfiorava a tratti il free jazz, ho preferito rimanere qui sul mio binario progressive e Terl Bryant è un ‘Caterpillar’ in tal senso. Con in più tanto gusto ed eleganza.

Il CD è ispirato a “Il complotto di Chernobyl” di Chad Gracia: cosa c’è del film nel disco?
Il docu-film è un’inchiesta giornalistica e politica. Io ho voluto introdurre le emozioni in musica che mi hanno coinvolto vedendo il film, aggiungendovi la voce narrante di Franco Costantini che in endecasillabi accompagna questo “viaggio”.

E poi, Mario Marzi nuovamente. È proprio un vizio allora…
Eh sì! Ma in realtà è lui che mi ha viziato. Quando lo ritrovo uno così, che suona come lui e che capisce perfettamente le mie intenzioni? Lasciando stare il prestigio di avere in ‘ensemble’ uno che è il primo sax dell’orchestra La Scala. La verità è che ci completiamo perfettamente. E un po’ della mia musica è anche sua.

Quanto valore aggiunto danno i sintetizzatori e le chitarre che ha usato?
Tantissimo; nell’ultimo anno il mio studio è stato completamente assorbito dalla chitarra e dal synth. Un conto è suonicchiare uno strumento ed un conto è conoscerlo bene. Come in tutte le cose, ci vogliono impegno, sacrificio e dedizione. Per conoscere il variegatissimo mondo dei sintetizzatori, per esempio, ci vorrebbe veramente una vita. Ma anche quel poco che ho imparato ha portato qualcosa di profondamente diverso a DUGA-3, integrandosi perfettamente con noi tre. Inoltre confesso che vorrei tanto provare a portare ‘live’ un mio concerto “solo con sintetizzatori”: è uno dei miei “sogni nel cassetto” che mi piacerebbe realizzare per primo; lo desidero davvero molto.

Come intendete promuovere “Duga-3”?
Fino ad adesso ho sempre fatto tutto io, da indipendente: televisione, radio, stampa, internet, concerti. Ma non nascondo che sarei ben lieto di avere qualcuno che mi sollevi da tutto il resto che non sia espressamente la musica. In passato avevo provato con qualcuno, che però si è dimostrato inadeguato. Proprio in questi giorni mi trovo in una trattativa interessante con un’etichetta discografica che sta decidendo di prendere in mano la situazione, occupandosi del booking, dell’ufficio stampa, delle edizioni, della promozione. Spero che si riesca a trovare un accordo. Ci stiamo lavorando. Vediamo quello che succederà.

È stato anche editore e ideatore, con Roberto “Freak” Antoni, del fumetto bimestrale “Freak” ispirato alla vita del leader e cantante del gruppo rock demenziale Skiantos. Pensa di continuare su quella strada e riprenderla anche in futuro, magari con un prodotto per il Romics? Che cosa offre di più il fumetto rispetto alla musica oppure quanto sono complementari e affini?
Difficile che io riprenda a fare fumetti di qualsiasi tipo. È stata una bella esperienza, ma è stato anche un bagno di sangue. Sembra che quando fai qualcosa di originale e inaspettato il pubblico abbia bisogno di molto tempo per capirlo; nel frattempo le casse si svuotano. Con il Freak abbiamo provato a fare una cosa mista, ma non ci siamo riusciti poiché lui se ne è andato prima. Spesso, poi, gli appassionati di fumetto sono anche musicisti, come nel caso del mio caro amico Giancarlo Berardi, l’autore di Ken Parker e Julia.

È laureato in Conservazione dei Beni Culturali. Tra questi ultimi è stata inserita anche la musica e i prodotti discografici: quanto ciò è importante? Viceversa, per quanto riguarda la normativa sul diritto d’autore che ne pensa: dovrebbe cambiare qualcosa secondo lei?
Ci stanno lavorando da un po’. In Italia le cose vanno sempre a rilento. Per dire: per smuovere quelli della Siae è dovuta nascere Soundreef (l’ente di gestione indipendente, nato nel Regno Unito nel 2011, che permette agli utenti di tracciare le utilizzazioni, rendicontare i compensi al 100% in modo analitico e pagare velocemente gli aventi diritto; diffusa in 20 Paesi del mondo, la società è punto di riferimento di 10mila autori/editori in Italia e 25mila nel mondo, ha 250 milioni di ascoltatori e gestito fino a 215mila brani). Nel nostro Paese – prosegue Ianne – si fa tutto mai per propria sponte, ma per riflesso. Segno di uno scarso pensiero laterale. Ogni tanto nasce qualche dirigente illuminato ed è su questi rari eventi che dobbiamo contare.

È laureato in Musicoterapia con indirizzo neuro-riabilitativo (GCA). Quanto la musica può aiutare a guarire o a stare meglio? Ha avuto esperienze in tal senso?
Tante sono state le evidenze scientifiche. Certo! Io le ho vissute in prima persona, avendo avuto a che fare con diagnosi di tutti i tipi e situazioni anche molto difficili. È in ospedale che si imparano le cose, informandosi, leggendo cartelle cliniche e poi agendo. Non come musicisti eruditi, ma come “persone”, con tanta attenzione, ascolto, empatia. Oggi, poi, è sorto Pubmed: è un contenitore scientifico al quale si può accedere molto semplicemente su Internet; più nello specifico, è un motore di ricerca gratuito, basato principalmente sul database Medline, di letteratura scientifica biomedica dal 1949 ad oggi (la sua prima versione online è del gennaio del 1996 ed è stata prodotta dal National Center for Biotechnology Information, NCBI; sono in tutto oltre 24 milioni i riferimenti bibliografici derivati da circa 5.300 periodici biomedici inclusi e forniti, resi disponibili dal motore di ricerca). Non servono tante chiacchiere quando abbiamo la possibilità di leggere quanto la musica può fare per determinate patologie. Certo, il contenitore di evidenze scientifiche è in inglese. Ebbè, fate uno sforzo.

Per quanto riguarda il suo sostegno a Sea Shepherd che cosa può dire? Come noto è un’organizzazione senza scopo di lucro che si occupa della salvaguardia della fauna ittica e degli ambienti marini ed è registrata negli USA. I membri si autodefiniscono ‘eco-pirati’ e l’associazione no profit è stata fondata nel 1977 con il nome di Earth Force Society da Paul Watson, in precedenza membro di Greenpeace.
Sea Shepherd è come un faro isolato che illumina un territorio piuttosto buio. Se accendete la luce vi rendete conto del disastro che il nostro mondo sta sopportando. In particolare nei mari. Supporto Sea Shepherd nei miei concerti e desidero portare a conoscenza di questa nobile associazione quante più persone possibili. Perché loro possono rivelarsi una soluzione culturale, ma non solo.

Barbara Conti

Sorelle Materassi, il popolaresco ottimismo di Palazzeschi al Quirino

lucia poli milena vukotic marilù pratiAmbientato nei primi anni del XX secolo nel sobborgo di Firenze Coverciano, “Sorelle Materassi” è un romanzo di Palazzeschi, pubblicato nel 1934, in cui si narra la vicenda di quattro donne che vivono una vita tranquilla e isolata. Tre di esse – Teresa, Carolina e Giselda – sono sorelle: le prime due sono nubili, la terza è stata da loro accolta essendo stata respinta dal marito. Teresa e Carolina sono abilissime sarte e ricamatrici e vivono cucendo corredi da sposa e biancheria di lusso per la benestante borghesia fiorentina. Giselda, delusa dalla vita, tende all’isolamento e si lascia tormentare da un rabbioso risentimento. Una dose di popolaresco ottimismo e di serena saggezza è introdotta nella vita familiare dalla fedele domestica Niobe che tranquillamente invecchia insieme alle padrone.

Tutto sembra scorrere su tranquilli binari quando nella casa giunge Remo, il giovane figlio di una quarta sorella morta ad Ancona. Bello, pieno di vita, spiritoso, il giovane attira subito le attenzioni e le cure delle donne i cui sentimenti parevano addormentati in un susseguirsi di scadenze sempre uguali. Istintivamente Remo si rende conto di essere l’oggetto di una predilezione venata di inconsapevole sensualità e approfitta della situazione ottenendo immediata soddisfazione a tutti i suoi desideri e a tutti i suoi capricci. Il sereno benessere della vita familiare comincia ad incrinarsi: Remo spende più di quanto le zie guadagnino con il loro lavoro e le sue pretese non hanno mai fine. Giselda è l’unica a rendersi conto della situazione ma i suoi avvertimenti rimangono inascoltati. A poco a poco Teresa e Carolina spendono tutti i loro risparmi per soddisfare le crescenti esigenze del nipote, poi iniziano a indebitarsi e infine sono costrette a mettere in vendita la casa e i terreni che avevano ereditato dal padre.

Al Teatro Quirino di Roma è in questi giorni rappresentato l’adattamento teatrale originale di Ugo Chiti, uno dei più importanti drammaturghi italiani, con la regia di Geppy Gleijeses e l’interpretazione di tre splendide attrici e beniamine del pubblico come Lucia Poli, Milena Vukotic e Marilù Prati, che impersonano le tre sorelle. Lucia Poli alterna toni duri ed abbandoni, Milena Vukotic distilla deliqui, smancerie e piccole ribellioni con il raro dono della grazia, Marilù Prati porta da par suo una ventata rivoluzionaria da povera pasionaria violata covercianese. Nel complesso su buoni livelli la recitazione di tutti e sette gli attori presenti sul palco che ben riescono a trasmettere allo spettatore le atmosfere ed i sentimenti dei primi anni del secolo scorso.

Come infatti sottolinea il regista Geppy Gleijeses “in un trionfo di motori rombanti alla Boccioni-Balla, di giovani ‘fassisti’, massaie prolifiche, edilizia monumentale e altre amenità dominanti, ci ritroviamo tra beghine sole, un po’ disperate e fisicamente aride come “catini di zinco”, avarizie sordide di vecchi bottegai, esistenze inutili che sfioriscono e appassiscono nei retrobottega senza monumenti e senza vetrine”.

Tutto questo fin quando nelle esistenze delle tre sorelle arriva il bel nipote Remo. E questo personaggio, che in un primo tempo ha unicamente connotati negativi, caratterizzandosi soprattutto per il fatto di essere un approfittatore, svela maggiormente la sua natura, in fondo non cattiva, verso il finale dell’opera, quando si fidanza e sposa una bella ereditiera americana. E quando Palazzeschi dedica un capitolo alle nozze provinciali e grandiose di Remo e Peggy è grande come solo Tomasi di Lampedusa nel ricevimento del “Gattopardo”.

Al contrario, le due sorelle Teresa e Giselda, che in un primo momento sembrano essere unicamente vittime di un nipote che le ha in pugno e a cui tutto si perdona per la sua bellezza, rivelano nel finale aspetti quasi morbosi della loro personalità, seppur ancora venati di una certa naturalità.

L’allestimento del Quirino vede una scenografia ben costruita in cui lo spettatore si ritrova nella sala della bella villa di campagna delle tre sorelle, luci e costumi sono molto gradevoli i cui toni, caldi e moderati, tendono ad esaltare il carattere familiare ed in fondo rassicurante di tutta la narrazione. Le musiche di Mario Incudine intermezzano le numerose scene in cui si svolge la rappresentazione portando una ventata di melanconia.

Uno spettacolo da non perdere di cui ricorderemo soprattutto la massima di Remo: “bisogna lasciare un po’ di spazio nella vita alle cose imprevedibili”. Grande presenza di pubblico alla prima, lo spettacolo sarà replicato al Quirino di Roma fino al 3 dicembre.

Al. Sia.

Il Penitente, all’Eliseo spettacolare Barbareschi nel capolavoro di Mamet

Luca Barbareschi e Lunetta Savino in IL PENITENTE foto di Bepi Caroli MEDIA DSC_8453Uno psichiatra affronta una crisi professionale e morale quando rifiuta di testimoniare in tribunale a favore di un paziente accusato di avere compiuto una strage. “Il Penitente”, l’ultimo testo composto nel 2016 per il teatro dal drammaturgo statunitense David Mamet – Premio Pulitzer per Glengarry Glen Ross – descrive l’inquietante panorama di una società così alterata nei propri equilibri che l’integrità del singolo, anziché guidare le sue fulgide azioni costituendo motivo di orgoglio, diviene l’aberrazione che devasta la sua vita e quella di chi gli vive accanto.

Coinvolto da un sospetto di omofobia, lo psichiatra Charles, ‘il penitente’, subisce una vera gogna mediatica e giudiziaria e viene sbattuto “in prima pagina” spostando sulla sua persona la momentanea riprovazione di un pubblico volubile, alla ricerca costante di un nuovo colpevole sul quale fare ricadere la giustizia sommaria della collettività. L’influenza della stampa, la strumentalizzazione della legge, l’inutilità della psichiatria, i dilemmi dell’etica, sono questi i temi di una pièce che si svolge tra l’ambiente di lavoro e il privato del protagonista. La demolizione sociale di un individuo influisce inevitabilmente sul suo rapporto matrimoniale.

“Ho scelto questo lavoro di Mamet – spiega il regista Luca Barbareschi – perché è una lucida analisi del rapporto alterato tra comunicazione, spiritualità e giustizia nella società contemporanea. ‘Il penitente’ è la vittima dell’inquisizione operata dai media. È ciò che accade all’individuo quando viene attaccato dalla società nella quale vive ed opera, quando la giustizia crea discriminazione per avvalorare una tesi utilizzando a questo fine l’appartenenza religiosa.”.

È lo stesso Barbareschi, nei panni dello psichiatra Charles, ad accogliere gli spettatori al Teatro Eliseo. Seduto al centro della scena, al tavolo di casa, Barbareschi alias Charles consulta il proprio taccuino nella penombra, spalle al pubblico, mentre gli spettatori arrivano in platea. Non vi è sipario e la rappresentazione è un atto unico. La scenografia minimale si caratterizza per la presenza di un cubo metafisico multimediale sospeso, che si illumina alla fine di ciascuna delle scene e, facendo il buio intorno a sé, funge da sipario virtuale.

Il dramma è descritto in otto scene in cui sul palco non vi sono mai più di due attori contemporaneamente; otto atti di confronto tra marito e moglie, con la pubblica accusa e con il proprio avvocato. Fino al colpo di scena finale e ai titoli di fondo, che scorrono sulla leggendaria musica di Hurricane di Bob Dylan.

Bravi tutti gli attori: oltre ad uno strepitoso Barbareschi, Lunetta Savino nei panni della fragile moglie Kath, Massimo Reale che interpreta lo sleale Richard, consulente legale ed amico di famiglia, e Duccio Camerini nelle vesti di un interessato avvocato. Il linguaggio è l’italiano corrente e raffinato proprio dei dialoghi borghesi, i costumi sono classici e tendono a rappresentare un mondo freddo ed ipocrita, fatto di rapporti professionali che entrano financo nell’intimità del matrimonio. Su buoni livelli il ritmo del recitato con dialoghi incalzanti ed artefici retorici di alto livello.

A cosa può dunque servire rivendicare la ragione se ciò significa isolarsi, uscire dal coro ed essere puniti per questo? In una storia, chi sfida la menzogna e difende la verità è in genere l’eroe della vicenda, è l’uomo buono. Ma qui uomo buono è definizione ironica, sarcastica. La società reclama il sacrificio di ogni integrità. Tutto è sottosopra sembra dire Mamet, e l’assenza di etica governa un mondo capovolto. Spettacolo molto interessante, che sarà replicato al Teatro Eliseo di Roma fino al 26 novembre.

Al. Sia.

Il Teatro nel Teatro. La commedia di Pirandello al Quirino di Roma

pirandelloLo spettacolo “Maschere La Giara e La Patente” è uno spaccato del pensiero e della filosofia pirandelliana. Alcuni poveri attori si ritrovano in una villa isolata dal mondo e, nonostante la mancanza di una vera e propria platea, decidono per il loro stesso divertimento e per ritrovare alcuni valori di fondo dell’esistenza umana, di portare in scena due tra le novelle più esilaranti e famose di Pirandello: “La Giara” e “La Patente”.
All’interno di una tessitura drammaturgica che prende spunto dall’arrivo della compagnia degli attori, come ne “I giganti della montagna”, lo spettacolo si dipana all’interno del pensiero pirandelliano delle Maschere e del gioco del teatro nel teatro.
Nella Villa degli Scalognati, luogo immaginifico della creazione artistica, prenderanno vita e corpo due commedie paradossali – La Giara e La Patente appunto – dove Pirandello mette a nudo le fissazioni maniacali dell’essere umano attraverso personaggi grotteschi e situazioni drammaturgiche geniali per raccontare le nevrosi e l’umorismo della sua Sicilia. Come dice Pirandello tutto si creerà da sé come per magia.
Lo spettacolo dunque è una sorta di contenitore pirandelliano in cui si ritrovano, oltre alle due novelle, anche spunti da “I giganti della montagna”, da “Sei personaggi in cerca di autore” e da “Il berretto a sonagli”.
Nell’allestimento in scena al Quirino il sipario si apre su un luogo surreale e futuristico. Le luci sono ora soffuse, quasi a sottolineare lo stato di torpore in cui versano gli attori ivi residenti, e poi più forti, man mano che la compagnia si nutre di nuovi arrivi e prende coraggio per avviare la recitazione. E per allontanare ospiti creduti indesiderati non mancheranno rumori ed effetti speciali.
Molto curate ed adeguate le musiche di sottofondo che costituiscono una parte essenziale della rappresentazione.
L’attore protagonista, Enrico Guarneri, è uno dei maggiori esponenti della grande tradizione teatrale siciliana. Diretto da Guglielmo Ferro, è Cotrone de “ I giganti” che per magia e gioco diventerà Zì Dima ne “La Giara”, concia-brocche dal carattere spigoloso e taciturno, in possesso di un miracoloso mastice realizzato da egli stesso, dai prodigiosi risultati. Aiuterà così Don Lolò – interpretato dal bravo Vicenzo Volo – uomo ricco e ossessionato dal denaro, diffidente del prossimo e preda degli avvocati che gestiscono tutte le cause perse da lui maniacalmente perseguite.
Poi ne “La Patente” Enrico Guarneri si trasformerà in Rosario Chiarchiaro: modesto impiegato, licenziato perché considerato uno iettatore, che di conseguenza chiede ufficialmente alle autorità la ‘patente di iettatore’. Personaggio pirandelliano, in passato magistralmente interpretato anche da Totò, che incarna in pieno il concetto di ‘maschera’, il paradossale e il pessimismo esistenziale che sono alla base della scrittura di Luigi Pirandello.
Nel complesso su buoni livelli la recitazione della compagnia di dieci attori capitanata da Guarneri, che, con un linguaggio italiano venato da accenti siculi, porta una ventata di fresca sicilianità a Roma.
Lo spettacolo è molto interessante pur essendo un classico e sarà replicato al Teatro Quirino di Roma fino al 19 novembre.

Al. Sia.

Al cinema sfilano le “Sirene”, la mitologia
che affascina

Sirene-serie-tv-raiDopo il premio Taodue al film della sezione “Alice nella città” “Blu my mind”, alla 12^ Festa del cinema di Roma, su Rai Uno arriva la serie tv “Sirene”, per la regia e soggetto di Ivan Cotroneo. Da sempre nella mitologia hanno affascinato gli uomini, incantandoli e quasi ipnotizzandoli con il loro canto soave. Chi non ricorda le peripezie di Ulisse e dei suoi compagni e le disavventure nell’isola di Calipso? Ma cosa succede se delle sirene piombano sulla Terra accanto agli umani? E se l’incontro avviene nella città di Napoli – con i suoi colori partenopei – e nell’era moderna, con tutti i problemi contemporanei di una società cambiata e in continuo mutamento, che cosa accade? Di sicuro puro divertimento assicurato per il pubblico. Questo il punto di partenza della nuova serie tv firmata da Ivan Cotroneo e diretta da Renato Marengo, dal titolo appunto “Sirene”. E il successo, sin dagli esordi, non poteva che essere garantito; e non solo da un soggetto interessante. Il primo episodio ha visto ben 4.8 milioni di spettatori (pari a uno share del 20.6%) nella prima serata. Il tema di certo è trattato in maniera originale. Poi si avvale di un cast eccellente, che vede la partecipazione di: Valentina Bellè, Luca Argentero, Maria Pia Calzone, Ornella Muti, Denise Tantucci e Massimiliano Gallo.

Ovviamente il tema non è la prima volta che viene affrontato nella cinematografia. Approda sul piccolo schermo, ma già il cinema lo ha trattato. Come non pensare a “Splash – Una sirena a Manhattan”, film del 1984 diretto da Ron Howard, con protagonisti Tom Hanks e Daryl Hannah. Pensiamo – poi – al rimando evidente all’omonimo titolo del film del 1990, per la regia di Richard Benjamin, con: Cher, Bob Hoskins, Winona Ryder, Christina Ricci, Michael Schoeffling, Bob Rogerson, Jerry Quinn. Una commedia, di certo riprende il tono divertente dell’opera pensata da Cotroneo. Dall’altro lato, quest’ultima, ha un genere più impegnato in quanto vuole andare oltre parlando di tematiche attuali. Questo un po’ richiama lo spirito di “Blu my mind” (per la regia di Lisa Brühlmann); presentato alla 12^ Festa del cinema di Roma, quest’ultimo film drammatico che ha vinto il premio Taodue. Dimostrazione che la figura delle sirene sono ben viste e portano bene, se sviluppate nel modo giusto. Infatti per Brühlmann diventa metafora del disagio giovanile ed adolescenziale di una ragazza che si sente inadatta, disadattata percependo qualcosa di anomalo nel suo fisico. Diventerà una sirena, che dovrà tornare nel suo mondo. Sognerà sempre il blu del mare nella sua mente, sempre presente, ma la sua permanenza tra i coetanei umani sarà un modo per confrontarsi con i problemi della crisi esistenziale che vivono i ragazzi d’oggi, con il loro corpo che cambia; e poi la drammaticità dell’abuso di droghe, alcool, della violenza, dell’eccesso di sesso sfrenato, della difficoltà dell’inserimento, dell’accettazione, dell’auto-accettazione e dell’inclusione, di entrare in un gruppo e farsene riconoscere parte attiva, con il rischio della denigrazione fisica e morale, del bullismo e di atti che sfociano nell’autolesionismo, ma anche nel conflitto generazionale con i genitori. Di dubbi esistenziali su chi siamo, da dove veniamo, cosa cerchiamo, dove andiamo. E dove siamo arrivati.

Interrogativi amletici intrinseci nella natura umana, sempre vincenti (come dimostrano i riconoscimenti e gli apprezzamenti ricevuti dal pubblico). Soprattutto se trattati in forma innovativa e nuova, originale appunto – come dicevamo – come accaduto per la serie “Sirene”. Si tratta di un fantasy, che per la prima volta approda in Italia e vede protagonista il nostro Paese con una produzione tutta nostrana. I suoi “creatori” l’hanno definita “una favola romantica che racconta una storia di tutti i giorni”, moderna dunque. “È un progetto importante che rompe un tabù: quello del genere fantasy in Italia. È la prima volta – ha spiegato Ivan Cotroneo alla presentazione ufficiale in anteprima – che ci si è avvicinati a tale tipo di prodotto. In più c’è il corredo di effetti speciali per raccontare anche il mondo marino”; le sirene, infatti, si parlano nel pensiero e si capiscono senza esprimersi a voce. “Ne è stato ricavato un genere nuovo quasi – aggiunge Cotroneo – in quanto filtrato con la particolarità della nostra cultura italiana. Partendo dall’immaginario comune di queste figure mitologiche, che derivano dalla mitologia latina, si affronta in modo simpatico la battaglia fra il genere femminile e maschile con molta leggerezza”. “Ma si trattano altri temi ancor più importanti – sottolinea Cotroneo -, come quello dell’accoglienza, dell’inclusione, dell’accettazione, della diversità, del bullismo e delle problematiche ambientali. È una storia ricca di tanti elementi”. E poi c’è stata la scelta coraggiosa di ambientarla a Napoli. Infatti il primo incontro con la produzione è avvenuto proprio nella città partenopea, dove Cotroneo ha lanciato l’idea di tre sirene a Napoli, che cercano un tritone scappato che all’inizio non riescono a trovare. Ne accadranno delle belle. Perché ha pensato proprio a queste figure? Non ha difficoltà a rispondere Cotroneo: “Le sirene sono come delle persone, venute da altrove, in grado di descrivere la realtà che vedono, che guardano e osservano con occhi nuovi, diversi e più oggettivi. Sperso inorridiscono o rimangono stupefatte notando la violenza della società moderna, poco attenta all’ambiente, in cui gli uomini non hanno molto rispetto reciproco. Un mondo che, al contempo, appare loro nuovo, non comprendono e fanno fatica ad accettare e giustificare”; ma che le incuriosisce anche e su cui vorrebbero intervenire per cambiarlo e migliorarlo, dettando regole nuove. Non si spiegano il perché di tante cose assurde e strane che accadono intorno a loro; ma non è solo questo. Da qui si sfocia in una riflessione più profonda cui “Sirene” ci costringe: “quando abbiamo di fronte qualcuno così diverso da noi, perché appartiene ad un’altra specie (o razza) possiamo convivere con lui e amarci comunque ad ogni modo, nonostante questo?”. Per questo diventa una storia leggera e attuale, frutto di un lavoro di squadra – sottolinea tutto il cast -, che si trasforma in un percorso di conoscenza (e di formazione e di cambiamento) sia per le sirene che per gli umani. “Scoprono anche il dolore e la perdita, la separazione e l’obbligo di fare delle scelte e delle rinunce a volte, non solo l’amore. Così come si mescolano vari generi e non solo il fantasy”, sintetizza Cotroneo. Se il tema centrale è quello dell’inclusione – rimarca Cotroneo – “è stato difficile – confessa – trovare il tono e il modo giusto per renderle reali, più naturali. C’è tanta leggerezza, ma anche molta accuratezza nei particolari, curati nei minimi dettagli: dall’aspetto estetico, alla scenografia, ai dialoghi, ai connotati della personalità e del carattere di ogni personaggio”. In questo si inserisce il ruolo che gioca la lingua, il napoletano, dialetto che contribuisce a dare colore e ilarità alla serie. “Una sfida esaltante”, come ha definito Luca Argentero (torinese doc) il fatto di dover imparare a parlare in napoletano e con questo dialetto così particolare e pregnante. È stato un po’ come “uscire da una comfort zone, da un luogo sicuro e certo, per mettersi in gioco. È bello sfidarsi. Per me il napoletano è stata una scoperta positiva. Il loro parlato diventa come uno specchio di un modo di vivere e una filosofia di approccio alla quotidianità. I napoletani – ha spiegato l’attore – vivono la vita a un livello più profondo, che riflette il loro entusiasmo genuino di vivere la vita; anche se è difficile a volte, non perdono mai tale entusiasmo. Cominciano, infatti, la giornata sempre con un ‘wow’”. A tale proposito l’attrice Teresa Saponangelo, nata a Taranto da padre pugliese e madre napoletana – che ha vissuto a Napoli fino a vent’anni -, si è detta particolarmente contenta della nuova visione di Napoli che viene data.

Riusciranno queste sirene nella loro missione? Quanto ne usciranno più umanizzate? Intanto quanto scompiglio porteranno e quanto caos ci sarà ancor di più nella città di Napoli? Riusciranno a non utilizzare i loro sortilegi? E a parlare col pensiero anche con gli uomini e non solo tra di loro? Chissà. Tutto può essere. Vedere per scoprirlo.

Barbara Conti

Festa del cinema di Roma. Borg/McEnroe di Metz vince con i suoi eroi umani

“Il tennis usa il linguaggio della vita”: parola di André AgassiBorg_McEnroe_anteprima_moviedigger. Inizia così “Borg/McEnroe” (per la regia di Janus Metz), il film sulle due leggende del tennis, che racconta le loro vite, unite ancor di più dalla storica finale di Wimbledon del 1980. E non poteva cominciare meglio; per vari motivi. Innanzitutto perché per loro il tennis era vita. Entrambi non sopportavano di perdere, per loro era appunto una questione di vita o di morte: non esisteva arrivare secondo o terzo. Poi perché, prima che due campioni e due grandi tennisti, furono due grandi uomini. Ed è stata la loro umanità a renderli intramontabili numeri uno. Forse è per tale ragione che il film ha vinto il premio Bnl del pubblico: un altro, un terzo vincitore dunque dopo i due big. Il regista stesso ha confessato di aver voluto raccontare l’universalità racchiusa in loro: è così il quarto vincitore, con la sua scommessa – che si è rivelata fortunata – di umanizzare, da profano, il tennis e renderlo accessibile a tutti; anche ai non addetti ai lavori. Considerate delle star, lottavano come gladiatori e le pressioni e le attenzioni mediatiche avrebbero potuto rovinarli se non avessero dato il giusto peso ai valori veri e imprescindibili. Ed è per questo che resteranno buoni amici (Borg farà da testimone alle nozze di McEnroe e insieme, nell’agosto 2007, hanno recitato in un divertente spot per la catena di supermercati inglese Tesco).
Ed è stata l’umanità che misero e trovarono a fare della finale di Wimbledon 1980 una delle più belle di tutti i tempi; a un cambio campo Borg dette una pacca sulla spalla a McEnroe e gli disse: “tranquillo, é una bella partita”. Con queste parole mostrò vicinanza e fece sì che entrambi dettero il massimo, mettendo in campo uno spettacolo di puro talento, senza scenate di nervosismo. Precedentemente era stato Peter Fleming (interpretato nel film da Scott Arthur) a parlare all’amico John nei seguenti termini: “il prossimo anno vincerai Wimbledon e diventerai numero uno, ma nessuno vorrà essere come te e ti ricorderanno come quel pazzoide che urla contro l’arbitro”. E così sarà; una previsione giusta in quanto McEnroe vincerà Wimbledon l’anno dopo, sconfiggerà due volte Borg e diventerà n. 1, mentre lo svedese si ritirerà a soli 26 anni.
Come già ben evidenziato in “Love means zero” (in cui compare lo stesso Agassi) da Nick Bollettieri, all’epoca i tennisti erano delle star, delle celebrità, rappresentavano un’intera nazione. Erano un esempio per i giovani e un’icona sociale. Il tennis veniva considerato uno sport per gentiluomini ed è per questo che l’atteggiamento irascibile di McEnroe non veniva ben visto e nessuno gli faceva sconti per questo: “È il peggior rappresentante dei valori dell’America dai tempi di Al Capone”, commentavano su di lui. Ma seppe fare della sua rabbia la sua forza. A tale proposito il film sfata anche due falsi miti. Il presupposto è che di fronte (alla finale di Wimbledon) c’erano, da una parte, la pura perfezione di Borg (come un ‘martello pneumatico’ che respingeva tutto); dall’altra la ‘lama affilata’ di McEnroe, che rischiava di diventare il suo peggior ‘incubo’. La stampa parlò della finale di Wimbledon del 1980 come della finale perfetta: Bjorn e il suo gioco tutto da fondo e John con le sue continue e repentine discese a rete, ripetute quanto improvvise. Veniva considerato un confronto di personalità oltre che di stili: avrebbe vinto la fredda e lucida calma e tranquillità di Borg o il nervosismo esplosivo di McEnroe? Le ‘cannonate’ con cui Borg passava McEnroe o le discese a rete fulminee su serve and volley di quest’ultimo, che sorprendevano l’altro? Tutti erano convinti che ci fosse questo dietro. In realtà fu un duplice errore e una visione superficiale della situazione (soprattutto intima di entrambi). Il pensiero comune era: la calma serafica dello svedese con il suo ‘sangue freddo’ contro la rabbia esagerata e immotivata per molti dell’americano e la sua ‘impertinenza newyorkese’. Del resto è dato certo che il tennis è uno sport mentale. Ma c’è dell’altro e sarebbe una visione imprecisa vederla solamente così. Lo stesso McEnroe desiderava giocare una partita senza provare emozioni come Borg, mentre l’altro era sotto pressione e quasi ossessionato dalla paura di perdere l’occasione di vincere il suo quinto Wimbledon consecutivo: “tutti ricorderanno che hai perso il quinto, non che ne hai vinti quattro”. Tutti erano convinti che McEnroe perdesse lucidità quando si arrabbiava in campo, in realtà era l’opposto: era un modo per lui per sfogare tutte le aspettative che avevano su di lui, soprattutto suo padre che lo seguiva sempre e si aspettava molto da lui. Era ansioso di dimostrare chi era e quanto valeva, come Borg del resto.
La finale. Per questo la finale di Wimbledon fu cosa complessa: l’entusiasmo del pubblico sugli spalti sempre più montante, la tensione negli angoli dei due tennisti palpabile, la concentrazione massima e la preoccupazione reale visibili sui volti dei due tennisti. Un gioco strepitoso adottato da entrambi: spolverarono più volte le righe bianche, ma Bjorn seppe sorprendere John contro-attaccandolo e variando lo schema di gioco. McEnroe dette il massimo (con recuperi strepitosi), ma probabilmente pagò la stanchezza di una semifinale durissima contro Jimmy Connors. Ad un certo punto la tensione fu “insopportabile”, Borg stava per sfiorare “l’immortalità” con ben sette match points a disposizione: andò a servire sul 5-4 e 40-15 al quarto set, ma l’americano compì una rimonta eccezionale, con colpi che ebbero del “miracoloso”. Il pubblico non poteva chiedere di meglio: una partita conclusa al quinto set per 1/6 7/5 6/3 6/7 (vinto da McEnroe per 18 punti a 16 con un tie-break durato oltre venti minuti) 8/6, oltre tre ore e mezza di gioco. La vera protagonista fu la capacità di entrambi di rientrare in partita e rimanere sempre lì, concentrati e attenti appunto, anche nei momenti più difficili (soprattutto psicologicamente) del match a dare il massimo per ripartire. Infatti Borg annullerà altrettanti set point a John e chiuderà con un passante di rovescio incrociato magnifico.
Chi erano Borg e McEnroe. A raccontare questo vero e proprio evento (non solo sportivo) è stato anche John Barrett, con testimonianze finali dei tennisti. In questo scontro tra rockstar, “il gentiluomo contro il ribelle” come molti lo ritenevano, McEnroe diventava l’incubo di Borg; “della macchina che potrà rompersi” come lo riteneva. In realtà ogni definizione moraleggiante è errata, poiché si dimostrarono due facce della stessa medaglia, così diversi eppure così simili; perché così umani e così universali potremmo dire. Un esempio della passione fatta persona, per questo un modello per tutti. Anche Borg aveva un carattere irascibile come McEnroe, tanto che da giovane fu espulso per sei mesi dal suo circolo per comportamento antisportivo; come lui un “prodigio”: vincerà in Coppa Davis contro la Nuova Zelanda battendo il n. 20 del mondo Onny Parun a soli 15 anni. Anche lui provava ansia, paura, tensione, rabbia, ma aveva imparato a controllarla con l’aiuto del suo allenatore Lennart Bergelin (Stellan Skarsgard nel film), che fu una figura molto importante, giocando la partita punto dopo punto. Particolarmente meticoloso, era molto superstizioso: non toccava mai la linea di fondocampo, noleggiava sempre la stessa auto, alloggiava nello stesso albergo e nella medesima stanza, dove teneva una temperatura fredda per tenere bassi i battiti cardiaci, un atteggiamento “compulsivo” quasi “come un rituale religioso”. Ma anche McEnroe, che sembrava l’emblema del caos con il suo gioco “istintivo” quasi di pura improvvisazione e immediatezza, non era meno meticoloso nell’organizzazione dei match. In realtà la freddezza, la solidità, l’apparente imperturbabilità di Bjorn nascondevano un’estrema fragilità (tanto che non solo preferì ritirarsi appena iniziò a perdere, ma tentò persino il suicidio nel 1989). Soprannominato Ice man (uomo di ghiaccio), IceBorg (un gioco di parole tra la parola Iceberg e il suo cognome) oppure Orso, traduzione dallo svedese del suo nome Bjorn, in realtà era semplicemente un uomo molto esigente con se stesso. Viceversa, dietro l’apparente sfrontatezza di McEnroe c’era della sensibilità, l’umanità di un uomo con le sue debolezze e anche lui severo con se stesso, tutt’altro che menefreghista.
Il film. “Borg/McEnroe” vuole essere un “ritratto avvincente”, “un racconto epico” di questo “scontro tra titani talvolta claustrofobico, analizzando il tumulto interiore dei due campioni, che hanno finito col fare i conti con loro stessi e i propri demoni” – commenta il regista stesso -. Centrale è “la dimensione esistenziale della storia”. Per questo ridurre il film a un “biopic” è riduttivo. Non è solo la narrazione biografica e cinematografica della vita di Borg, o di McEnroe, perché poi si sovrappongono, ma è anche molto altro. Nella finale di Wimbledon del 1980, come nel loro scontro e nelle loro esistenze, c’era “una sacralità” di fondo notevole: “non si trattava solo di due uomini che giocavano a tennis. Si trattava dello scontro tra due continenti. Due comportamenti, due caratteri opposti messi uno di fronte all’altro. Due modi diversi di essere uomini” – aggiunge Metz -. Probabilmente la forza della sua opera è proprio nella sceneggiatura, nella capacità di focalizzare e incentrarsi su un determinato momento per poi trarne una lezione più generale, nell’alternare momenti narrativi ad altri più intimi e introspettivi, di profonda analisi psicologica dei loro stati d’animo a confronto con se stessi, variando momenti umani delle loro relazioni sentimentali con quelli sul campo. E poi la ricostruzione minuziosa dei particolari: dal campo, ai suoni delle palline diversi a seconda del colpo eseguito. Ottima l’interpretazione dei personaggi da parte degli attori principali (Sverrir Gudnason è Bjorn Borg, Shia LaBeouf è John McEnroe) e delle controfigure (tutti professionisti e competenti di tennis). Non mancano precedenti simili nella cinematografia: pensiamo a “Wimbledon” del 2004, per la regia di Richard Loncraine. Liberamente ispirato alla storia vera di Goran Ivanišević, tennista croato che vinse Wimbledon nel 2001 dopo aver ricevuto una wild card (primo giocatore nella storia), nel film – tra l’altro – compare anche McEnroe. Ma è la costruzione originale di “Borg/McEnroe” ad essere vincente, non una semplice ricostruzione della vita del/i protagonista/i sportivo/i.
Nota di regia. A spiegarlo meglio è stato proprio, alla Festa del cinema, Janus Metz. “Entrambi condividono valori universali e, nonostante le loro personalità così differenti, tutti e due vogliono essere migliori giocando a tennis. Mi interessava analizzare differenze e analogie per scrutare una condizione universale”. In questo il tennis diventa metafora perfetta della vita; “il campo da tennis è delimitato da linee bianche, come dei limiti al caos universale e un modo per imporre un ordine e delle regole da rispettare: quando se ne esce è difficile gestirsi”. Occorre rimanere entro certi parametri, quasi per ritrovarsi, per questo lo stesso regista la definisce “un’indagine quasi filosofica sulla condizione umana”. La parte più difficile – ha raccontato – è stato dover “animare” in qualche modo e rendere interessante le parti di silenzio, in cui nessuno parla, ma vi sono primi piani molto intensi. Ciò ha richiesto una dura preparazione da parte degli attori, che si sono esercitati per sei mesi circa. Rendere tutto autentico era l’obiettivo di un’arte in movimento che si è avvantaggiata di tecnologie nuove e sempre più sofisticate. Un’arte “cinetica” che “evidenzia il lato umano del tennis, la solitudine che si prova quando si gioca, innanzitutto contro se stessi, per ore con molta intensità e questo ti consuma da dentro”. Per questo è stato molto impegnativo farlo, ma il risultato è stato ottimo. Janus Metz Pedersen ha raccontato che Borg è venuto alla prima del film in Svezia e ha detto che era “convincente” e “credibile”. A renderlo più “autentico” il fatto che ad interpretare il 15enne Bjorn è stato proprio il figlio di Borg Leo (avuto dalla terza ed attuale moglie Patricia Östfeldt, che sposò nel 2002; ma Borg ha avuto anche un altro figlio di nome Robi dalla modella svedese Jannike Björling). Il regista, al momento dei casting per gli attori che dovevano interpretare il giovane Borg, è stato contattato dalla famiglia Borg stessa e temette che Bjorn volesse “controllare” il film. In realtà così non è stato. Anzi – ha rivelato Metz – “Borg è stato aperto e coraggioso; ci sono degli aspetti oscuri e disperati non celati; è stato una sorta di viaggio e un’occasione per conoscersi”. Un grosso aiuto nella ricostruzione è venuto da Mariana Simionescu (interpretata dall’attrice Tuva Novotny), che all’epoca era la fidanzata e futura sposa di Bjorn (che sposò nel 1980, da cui divorziò tre anni dopo). Una “testimonianza diretta” la sua, come un po’ “una ricostruzione archeologica e una ricerca storica” è stata tutta la creazione dell’intero film. “Ognuno ha la sua storia e si trattava di mettere insieme tutti i pezzi – ha spiegato il regista -. L’obiettivo era di arrivare a una verità assoluta più profonda nel rapporto tra Bjorn e John, che condividevano dolori comuni, derivanti da dubbi esistenziali e universali che sono interrogativi su se stessi. Entrambi avevano bisogno di sentirsi vivi in campo”. Per questo l’interesse del regista (che confessa di non conoscere molto il tennis) è stato più “nella storia delle persone umane”. Anche la distanza storica con gli anni Ottanta ha fornito uno sguardo critico su quell’epoca più oggettivo. Infine il regista ha raccontato un aneddoto; quando c’è la scena dell’adolescente Bjorn che viene espulso dal circolo, Metz gli chiese se fosse troppo esagerata e Borg rispose: “è proprio così che è andata!”; la sensibilità, ma anche l’insicurezza (e la fragilità) derivante da una forte disciplina.
Borg e McEnroe oggi. Il film non è stata l’unica occasione per rivedere i due grandi campioni. Innanzitutto una circostanza è stata la Laver Cup, in cui i due erano al comando di due squadre di altri big moderni della racchetta; come una sorta di veri maestri di Coppa Davis, hanno guidato i loro “ragazzi” senza intromettersi troppo, cercando di tenerli tranquilli in maniera pacata ed equilibrata. Poi McEnroe è stato protagonista di un altro film della sezione “Alice nella città” qui alla 12^ Festa del cinema: “Freak Show” (per la regia di Trudie Styler, presente in sala al momento della proiezione), in cui è un insegnante che separa i ragazzi mentre litigano durante una partita. Poi che dire? Chi non lo ricorda, con la sua voce e il suo stile, quale commentatore televisivo e telecronista per le reti americane NBC e CBS e per quella inglese BBC? Tra l’altro “Borg/McEnroe” è l’ennesima dimostrazione di quanto il tennis (ma anche lo sport in generale) siano entrati sempre più diffusamente a pieno regime al centro della cinematografia; tanto che un breve accenno allo sport c’è anche in “Junior” (di Zoe Cassavetes, sempre per “Alice nella città”) in cui c’è un ragazzo, Alex, appassionato di tennis.

“Ferrari: race to immortality”. La corsa al successo e alla gloria

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“Ferrari: race to immortality” (film nella selezione ufficiale alla Festa del cinema di Roma, per la regia di Daryl Goodrich), racconta come nasce un mito. Il successo è fatto di scelte dolorose, non sempre facili, ma che vanno condivise comunque. Anche e soprattutto in uno sport di squadra. Il senso del gruppo è fondamentale, ma a giocare un ruolo preponderante non sono solo gli attori principali (gli sportivi); c’é bisogno di veri professionisti, che investono risorse ed energie. Lo sport ormai è diventato un vero e proprio business, allora ecco la rilevanza di imprenditori del calibro di Ferrari per mostrare quanto, anche in una disciplina sportiva come l’automobilismo, non siano solo i corridori ad essere protagonisti, ma soprattutto un intero staff di addetti ai lavoratori e di imprenditori che gestiscono l’azienda per cui lavorano. Così si riesce a scrivere la storia come ha fatto Enzo Ferrari. Anche a costo di risultare ‘antipatici’ e andando contro-corrente, come fatto da allenatori quali Nick Bollettieri nel tennis.
E Ferrari é stato un po’ un allenatore per i ragazzi della sua scuderia, che considerò come figli. Soprattutto Peter Collins, dopo aver perso il figlio Dino. Raccontare questo sport in modo diverso, ripercorrendo le tappe più salienti che la “casa Ferrari” ha vissuto (da quelle gioiose a quelle traumatiche), con filmati d’epoca e intervista con voce fuori campo ad Enzo Ferrari, é un modo diverso e originale per parlare di questo sport. E di questa scalata al successo, di come si raggiunge la gloria e una fama immortali ed eterne. Immortalità che costa cara spesso.
All’epoca dei piloti gentleman, questi piloti erano come star, dei gladiatori, dei guerrieri. Dei veri combattenti, insomma, che però non persero la loro umanità. E forse questo li aiutava a farli sentire più forti in uno sport così pericoloso; con la consapevolezza che lo era e che tutto poteva finire da un momento all’altro. Ma soprattutto li univa e li faceva sentire più umani, accomunati da uno stesso destino: accettare il rischio di poter morire ogni giorno in pista per un semplice e banale errore e perdere tutto, lasciare famiglia e cari. Ma rimanevano amici. Tanto che Mike (Hawthorn) e Peter (Collins) si chiamavano ‘mon ami mate’. Erano delle vere star, dei lottatori che lottavano per l’immortalità, per essere eterni. Per sempre. Sarebbero rimasti nella memoria collettiva non solo con la morte (in pista e non solo) o dopo di essa, ma a prescindere. Del resto era lo stesso Ferrari ad affermare loro: “che tu vinca o perda sarai immortale”. Eppure non correvano solo per questo. Erano 5 piloti per 4 macchine  nella Ferrari, che lo faceva apposta per metterli in competizione perché dessero il massimo per lui: “abbiamo bisogno di vincitori, non di chi arriva secondo o terzo”, era del resto la sua regola. Ma non sembravano provare invidie. Anzi, conoscevano il rispetto reciproco e avevano cura di rispettare appunto una gerarchia interna ed implicita loro di chi era il pilota più forte. Il più alto esempio di sportività (da ricordare) e di complicità lo si ebbe nel 1956, quando (a un passo dal traguardo e dal diventare campione mondiale) a Monza Collins scese dalla macchina e fece guidare e condurre al traguardo e salire sul podio Juan Manuel Fangio. “Una star può essere molto speciale” – commentò Ferrari -.
La loro era più una voglia di superare i propri limiti, ma anche la malattia: pensiamo ad esempio ad Hawthorn, che scendeva in pista nonostante glu avessero diagnosticato una grave patologia renale che non gli avrebbe lasciato più di un anno e mezzo di vita. Dall’altro lato gli faceva eco Peter Collins, il cui motto era ‘life is short’: ‘La vita è (troppo) breve’ e che amava vivere all’eccesso.
Non era solo una questione di velocità (una gara a chi correva più forte) o di adrenalina del rischio. Del resto: “dove c’è pericolo c’è eccitazione” riteneva Ferrari. E poi “la paura – proseguiva – viene da ciò che non si conosce né può controllare. Un po’ come sporgersi dalla finestra per vedere quanto ci si può spingere oltre nel vuoto” – diceva -. Invece lui parve avere sempre il pieno e totale controllo di tutto. Scomparso a 90 anni, rimarrà famoso per la capacità che dimostrò di sapere sempre quello che doveva fare, di ripartire, di ricominciare, di re-inventarsi, di voltare pagina.
Perché lo fece? Perché “i piloti sanno apprezzare la vita meglio degli altri”, forse perché rischiano di perderla ogni volta. Talent scout, nel docu-film é egli stesso a raccontare questo sport, non solo come si diventa un businessman self made. Una disciplina emozionante. Tutto parte dal momento del via: che cosa si prova in quell’istante? “Una serie di sensazioni che poi scompaiono quando viene dato”, parola di Ferrari.
Per lui i piloti si dividono in due categorie: i dilettanti, ambiziosi, e i professionisti. Purtroppo, fece notare, l’Italia spesso non offre le strutture giuste per emergere e non dà i giusti mezzi come accade agli stranieri. Intransigente, per lui il successo dipendeva per il 60% dall’auto e per il restante 40% dal pilota. Ma la sua visione del successo era quanto mai dura: “dietro il successo c’è qualcosa di terribile. Gli italiani perdonano tutto e tutti, anche i ladri, ma il successo a nessuno”. Anche per questo c’è chi lo definì “un dittatore”: “se significa pretendere lo stesso impegno che profondo nel mio lavoro, allora sì lo sono”.
Molto severo, riteneva che “un uomo (tanto più un pilota) non ha bisogno di intrattenimento: lo distrae”; infatti “la decadenza di un fuoriclasse – aggiunse -, comincia quando antepone interessi privati a quelli sportivi e professionali”. Non credeva alla sfortuna: “é solo la capacità di ciò che non abbiamo saputo vedere”. Paura? No, non sembrava conoscerla o comunque sapeva controllarla e come superarla. Gestirla era facile per lui: “bisogna lavorare in continuazione; altrimenti poi si pensa alla morte”, era la sua regola. Il segreto, il coraggio, la forza di un uomo che ha scommesso tutta la sua vita per questo successo: la vittoria e la conquista dell’immortalità. Si circondò di uomini che hanno fatto sì che si portasse umanità in uno sport così crudele e spietato a volte, ‘assassino’. Pericoloso non solo per chi lo fa, ma anche per chi lo guarda. Durante gli incidenti in cui spesso perdono la vita i piloti, resta uccisa anche gente del pubblico, tra cui molti bambini innocenti e ci sono molti feriti anche gravi (un esempio su tutti: pensiamo a quello a Le Mans del 1955, quando morì Hawthorn e persero la vita altre 83 persone). Eppure come per un calciatore attaccato alla propria maglia (della sua squadra o della nazionale), questi piloti preferirono continuare a correre per e nella Ferrari più che cambiare auto. Inoltre da notare quanto Ferrari seppe unire i piloti italiani (come Eugenio Castellotti e Luigi Musso) a quelli stranieri , nonostante le divergenze ed i contrasti iniziali. Non rappresentavano più e solo la loro nazione, ma una squadra. Una sorta di soldati pronti a combattere e morire per un ideale: quello dello sport più che della gloria, che tuttavia comunque non disdegnarono mai. Quasi partigiani della libertà (probabilmente il maggiore senso di leggerezza che dava loro la corsa).
La parte più bella rimane sempre quella umana; della testimonianza – ad esempio – delle donne, compagne, mogli, fidanzate, future spose, che sono rimaste al fianco di questi uomini nonostante tutto e che spesso li hanno persi all’improvviso, quando meno se lo aspettavano o quando stavano per coronare i loro sogni. Desideri che ognuno di loro portava dentro sé, custodiva e difendeva fortemente. Restavano molto umani al di là della loro sfida alla sorte. Sogni infranti forse, ma non quello di essere migliori. Come hanno contribuito a rendere migliore la Ferrari e come ha fatto – del resto – lo stesso Enzo Ferrari. Ieri come oggi non dobbiamo mai dimenticare il loro esempio. Perché anche questo è l’automobilismo e lo sport in general.

Ba. Co.

Festa del cinema 12…volte più ricca
di eventi

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Iniziata la 12^ edizione della Festa del cinema di Roma, è sempre più ricca.
Non solo film, anteprime e masterclass. In ogni luogo e in ogni dove. Il mondo dell’audiovisivo vive nella Capitale per dieci giorni. Ovviamente grande attesa per le star internazionali: da Christoph Waltz, a Xavier Dolan, a Jake Gyllenhaal, a Chuck Palahniuk, a Ian McKellen, a Michael Nyman, a Vanessa Redgrave, per finire con Phil Jackson e David Lynch; per continuare con gli ospiti italianissimi: Rosario Fiorello, Nanni Moretti e Gigi Proietti. Con tanto di omaggio a Totò, oltre alla classica ‘Retrospettiva’ tutta rigorosamente italiana.
Poi ovviamente suscita sempre attenzione ed interesse la sezione di “Alice nella città”, che offrirà anteprima di “Frozen 2” ed il proseguo de “Il ragazzo invisibile”. Tutto in esclusiva per le scuole; non a caso anche quest’anno “Alice nella città”  sarà al fianco di ‘Every child is my child’ (‘ogni bambino è il mio bambino’, il collettivo di artisti presieduto da Anna Foglietta); per attivare una raccolta fondi a favore di due iniziative della Onlus di Lorenzo Locati “Si può fare”, e per replicare la positiva esperienza degli scorsi anni quando si è arrivati a cumulare quasi due milioni di euro.
Ma la Festa del cinema é sempre più impegnata nel sociale. Non si può non citare la campagna di Amref (charity partner della kermesse, che quest’anno festeggia i 60 anni di attività): “Africa per me non sei zero”; per far capire come agisce Amref sono stati realizzati un cortometraggio (regia di Antonio Costa, con Remo Girone, Paolo Briguglia e Lorenzo Lavia), prodotto da 8Production, un documentario di Werner Herzog sui suoi fondatori dal titolo “I medici volontari dell’Africa orientale” e una mostra di ritratti di Francesco Cabras.
65 anni anche per Anac (l’Associazione nazionale autori cinematografici), che si è dedicata un film documentario in quattro parti che raccoglie testimonianze e interviste di soci e membri (tra i quali vanta – ad esempio – Ettore Scola). Per l’occasione della Festa del cinema ne è stata fatta una versione ridotta dai suoi realizzatori: Francesco Ranieri Martinotti, Pierpaolo Andriani, Tino Franco, Giuliana Gamba, Alessandro Rossetti, Giacomo Scarpelli, Alessandro Trigona.
Per quanto riguarda ancora ricorrenze e sfera solidale, molto rilevante in questa edizione l’impegno per la promozione di un’alimentazione equilibrata e nutriente contro i rischi dell’obesità, di cui soffre in Italia un bambino su tre. La dieta mediterranea, 50 anni fa, veniva proclamata “Patrimonio culturale immateriale dell’umanità” dall’Unesco. Il corto “Good food” (prodotto da Morol Srl e con Salvatore Esposito, Giorgio Colangeli, Justine Mattera) ricorda questo importante anniversario.
Quest’ultimo richiama il film “Food” dei registi Rusca, che sarà proiettato durante un convegno sulle eccedenze alimentari (organizzato dal Codacons e fissato per il 3 novembre prossimo allo ‘Spazio Tiziano’). In tale circostanza, inoltre, sarà assegnato il “Premio amico del consumatore”, rivolto a tutte le personalità che si sono contraddistinte in tale ambito. E istituito per sensibilizzare su un tema così rilevante ed attuale. Come – del resto – il concorso cinematografico “Doc Wine Travel Food” da parte di ‘Gambero rosso’ e giunto alla 3^ edizione. Lo scopo è veicolare il messaggio che il nostro benessere mentale e fisico passa anche e attraverso il cibo, quello che mangiamo; pertanto é bene conoscere ed essere consapevoli degli effetti benefici e curativi di una corretta alimentazione sana.
Questo progetto non poteva non essere che in collaborazione con il policlinico Gemelli. E non è il solo. Ve ne è anche un altro, che vede coinvolta la struttura ospedaliera e portato avanti da ‘MediCinema Italia Onlus’: ossia la programmazione di film all’interno del nosocomio dove è stata allestita (a partire dal 2016) una vera e propria sala cinematografica. Questo permetterà ai pazienti (durante la Festa del cinema) di poter vedere – in contemporanea – due film del programma ufficiale. Con tale selezione si arricchisce la programmazione bisettimanale che avviene al policlinico Gemelli (tutti i martedì e i giovedì, quando è rivolta solamente ai pazienti pediatrici).
Ed i film della Festa del cinema approderanno non solo in ospedale, ma anche in carcere, nel penitenziario di Rebibbia: dal 31 ottobre fino al 2 novembre ed i film saranno ad ingresso gratuito; e il 3 novembre (alle ore 11) – per la prima volta – anche nella sala cinema ‘Melograno’ della Casa Circondariale Femminile. Qui, oltre a un film della Festa del cinema, vi sarà la proiezione del cortometraggio ‘SalviAmo la faccia’ (con protagoniste delle detenute e Giulia Merenda quale regista).
Un’iniziativa, quest’ultima, che si inserisce in un progetto più ampio contro la violenza di genere – tema da sempre affrontato qui alla Festa del cinema  -, promosso dalla Fondazione Doppia Difesa (voluta da Michelle Hunziker e dall’avvocato Giulia Bongiorno). Per sensibilizzare l’opinione pubblica su un argomento così rilevante, verranno proiettati tre film che lo trattano con profondità. Il primo novembre sarà la volta di “Uccisa in attesa di giudizio” (regia di Andrea Costantini, con Ambra Angiolini ed Alessio Boni). Poi il 3, invece, verrà proiettato “Sara”, sull’omicidio di Sara Di Pietrantonio (che sarà mandato in onda su Real Time nella giornata contro la violenza sulle donne del 26 novembre), a cui seguirà un dibattito con la madre della giovane, con la giornalista Dacia Maraini, con la senatrice Francesca Puglisi e con uno degli autori del documentario: Daniele Autieri. Lo stesso giorno sarà, infine, il turno di “Ma l’amore c’entra?”, che raccoglie le storie di tre uomini che hanno cercato di cambiare (dando, così, anche la visione maschile del problema e offrendo anche quel punto di vista). Tutti eventi ospitati dal Maxxi, che avranno luogo lì dove molti altri avverranno.
Un esempio è stato quello sull’importanza del ‘Made in Italy’ (del 27 ottobre scorso), con la proiezione del cortometraggio “Cinque” e un convegno sulle eccellenze dell’artigianato nostrano. Oppure quello del giorno dopo (il 28) su “Creatività e crescita culturale in Europa: quale ruolo per il servizio pubblico?”, con Luca Bergamo; per interrogarsi su quanto il mondo dell’audiovisivo offrano un servizio pubblico, facendosi promotori di cultura e veicolando creatività attraverso radio e tv. E ancora l’altro (del 30 ottobre), che analizza quanto la critica cinematografica possa cambiare a seconda del mezzo su cui viene trasmessa; non solo carta stampata, ma anche il web, non esclusivamente su giornali e quotidiani, ma anche da riviste e altri mass media più o meno specializzati e specialistici. Mezzi di comunicazione di massa che comprendono anche i libri, non necessariamente settoriali e di nicchia e per appassionati o addetti ai lavori, ma che instaurano dibattiti universali su tale problematica. Infatti, durante il panel “Condizioni critiche” della Festa del cinema (replica ‘fortunata’ della precedente edizione), c’è stato il confronto tra Annette Insdorf (della Columbia University) – non a caso critico cinematografico del The New York Times – e Paolo Mereghetti del Corriere della Sera.
Del resto era il dicembre 2015 quando Roma è stata eletta City of Film – ovvero città creativa dell’Unesco. Ora, a distanza di due anni, si vuole fare di più costruendo un vero e proprio Museo Italiano dell’Audiovisivo e del Cinema (Miac). Non solo. Durante un altro dibattito (del 32 ottobre) si parla dell’ipotesi di una cooperazione tra città sede della creatività stessa.
Ed è in tale ambito che la Festa del cinema si è fatta momento di riflessione, stimolando a pensare a quale sia stata l’evoluzione e quale futuro per l’audiovisivo; prima con un convegno del 27 ottobre (voluto da Anica, Apt, Istituto Luce Cinecittà, Mise e Mibact) e, poi, von la proiezione di un film “La macchina umana” (con Valentina Corti, il 31, perla regia di Adelmo Togliani e Simone Siragusano).
A questo proposito, non si può non parlare del coinvolgimento de
Barbara Conti