Tomas Milian lascia il teatro della vita

milianÈ morto a 84 anni uno dei colossi del cinema degli anni ’70, il bravissimo Tomas Milian, in arte Er Monnezza. Viveva da molti anni negli Usa ma era noto soprattutto in Italia dove, nonostante avesse lavorato con autori come Lattuada, Visconti o Maselli, era famoso per la sua partecipazione in western e nei film polizieschi dove impersonava l’ispettore Nico Giraldi e il poco onesto quanto romanissimo Sergio Marazzi. L’attore è stato trovato nella sua abitazione di Miami. La morte è avvenuta per ictus. Lo ha svelato la sua amica Monica Cattaneo. ”La settimana scorsa – racconta la donna – l’ultima volta che ci siamo sentiti, mi chiedeva di riportarlo a Roma perché aveva deciso che lì voleva vivere gli ultimi anni della sua vita e morire nella città che aveva visitato l’ultima volta quando era stato premiato alla Festa del cinema di Roma”.

Non si hanno ancora notizie dei funerali ma l’artista aveva espresso la volontà di essere cremato. La moglie era morta nel 2012, lascia il figlio Tommaso che vive a New York. I primi lavori teatrali a Broadway e, nel1957, la sua partecipazione a una serie televisiva statunitense. Una donna poliziotto (Decoy). Alla fine degli anni cinquanta ebbe inizio la sua fortunata carriera italiana: arrivato in Italia con soli cinque dollari in tasca, partecipò nel 1959 al Festival di Spoleto: recitò una pantomima di Jean Cocteau e venne individuato e scelto dal regista Mauro Bolognini per il personaggio di un film che aveva intenzione di girare (La notte brava). Milian firma un contratto che lo lega alla Vides di Cristaldi e tra il 1960 e il1966 recita in ruoli impegnati lavorando con registi del calibro di Alberto Lattuada, Valerio Zurlini, Luchino Visconti e Pier Paolo Pasolini, oltre allo stesso Bolognini. A questo periodo della sua carriera appartengono i ruoli interpretati in molti film assieme con Claudia Cardinale, in opere quali “I delfini” e ”Il bell’Antonio” del 1960, “Gli indifferenti”del 1964, e “Ruba al prossimo tuo” di Francesco Maselli del 1968. Contrariato dal doppiaggio, insoddisfatto dei ruoli e dei guadagni, non rinnova il contratto e tenta la strada del cinema popolare. Nel 1967, dopo il buon successo di “The Bounty Killer”, fu protagonista di “La resa dei conti”, spaghetti-western diretto da Sergio Sollima; quindi continuò con questo genere, diventandone uno degli attori simbolo. Indimenticabili i suoi personaggi western di “Cuchillo” (nella trilogia western diretta da Sergio Sollima), e di “Chaco” (nello spaghetti-western iperviolento I quattro dell’apocalisse, diretto da Lucio Fulci). Il grande successo giunse però negli anni settanta, anche grazie all’eccellente doppiaggio di Ferruccio Amendola, con film polizieschi all’italiana che la critica ufficiale ha sempre giudicato di qualità inferiore ma che sono stati a poco a poco rivalutati, e oggi sono diventati dei cult movie.

Famoso il suo sodalizio con il regista Umberto Lenzi, che lo ha diretto in molti polizieschi divenuti cult come “La polizia accusa”, “il Servizio Segreto uccide” di Sergio Martino, con Luc Merenda e Mel Ferrer, “Roma a mano armata”, con Maurizio Merli, “Il giustiziere sfida la città” (dove – siamo nel 1975 – interpreta un personaggio col nome di Rambo ben sette anni prima dell’omonimo impersonato da Stallone), “Milano odia: la polizia non può sparare” con Henry Silva e Ray Lovelock e “La banda del gobbo”.

Tra il 1976 e il 1981 si era dedicato anche a film della commedia erotica all’italiana come 40 gradi all’ombra del lenzuolo, un film ad episodi di Sergio Martino con Edwige Fenech, Uno contro l’altro, praticamente amici, con Anna Maria Rizzoli e Renato Pozzetto e Messalina, Messalina! di Bruno Corbucci del 1977. I successi di molti film polizieschi li ebbe negli anni 60-70 con Gastone Moschin in “Squadra volante”, Mario Carotenuto, Ray Lovelock, “La banda del trucido” di Stelvio Massi, e anche “Squadra antifurto” di Bruno Corbucci con Lilli Carati del 1976. Nella sua filmografia ci sono anche due film a sfondo politico con Gian Maria Volonté: uno è Banditi a Milano di Carlo Lizzani e un altro è Faccia a faccia di Sergio Sollima. I thriller più famosi girati da Tomas Milian furono La vittima designata di Maurizio Lucidi, con Pierre Clémenti, I cannibali di Liliana Cavani, con Pierre Clémenti, Il consigliori di Alberto De Martino, con Martin Balsam.
Tornò agli impegni drammatici iniziali con La luna (1979) di Bertolucci e Identificazione di una donna (1982) di Antonioni. Il declino del genere poliziesco sembrò coincidere con quello della sua carriera ma, dopo un periodo di scarse apparizioni in pellicole non certo indimenticabili, all’inizio degli anni novanta tornò negli Stati Uniti per partecipare, sia pure per parti minori, a film diretti da noti registi internazionali come Tony Scott, Sydney Pollack, Oliver Stone, Steven Spielberg, Steven Soderbergh,Andy Garcia e in varie produzioni televisive. Vive a Miami Beach in Florida. In America riscopre il teatro, partecipando inoltre alla sit-com Frannie’s Turn, che purtroppo dopo una mezza dozzina di puntate naufraga per mancanza di audience. Nel 2011 è ritornato in Italia, dopo un’assenza di vent’anni, per girare il film Roma nuda (rimasto tuttora inedito per problemi distributivi), con la regia di Giuseppe Ferrara, dove interpreta il ruolo di un funzionario di polizia in pensione. Durante una sua intervista per il programma Rai Da Da Da del 2010, ha dichiarato che alla sua morte vorrà essere sepolto sotto la terra di Roma, città che ha regalato all’artista una notorietà inossidabile nonostante i tanti anni di silenzio artistico. Il 14 aprile 2013 è testimone alle nozze di Eva Henger e Massimiliano Caroletti. L’8 ottobre 2014, dopo una lunga gestazione, esce la sua autobiografia, scritta con la collaborazione di Manlio Gomarasca, Monnezza amore mio. Il 16 ottobre dello stesso anno, Milián ha ricevuto il Marc’Aurelio Acting Award alla carriera al Festival internazionale del film di Roma. Nel 2014 è protagonista del documentario The Cuban Hamlet – Storia di Tomas Milian, diretto da Giuseppe Sansonna, nel quale Tomas Milian ritorna dopo 58 anni nella sua Cuba, che aveva lasciato nel 1956. Il film è un’intervista sull’onda dei ricordi e delle emozioni provocate nell’attore dal suo ritorno alla natìa L’Avana. Questa la vita cinematografica del fantastico e inimitabile Er Monnezza. I romani lo ricorderanno per il suo stile semplice.

Agrippino Castania

Al Palco delle Favole va in scena “Charlie e la magia del cioccolato”

1000-Locandina-Charlie-e-l-680x961_cGrande successo al Teatro del Torrino per il Palco delle Favole che sta giungendo al termine e che ospiterà la sua ultima commedia musicale a partire dal 2 aprile “Charlie e la magia del cioccolato” con la partecipazione straordinaria di Franco Oppini, in scena tutte le domeniche del mese di aprile alle ore 16:00.

Gli spettacoli sono stati curati nei minimi dettagli dal regista Luca Pizzurro, è reduce da numerosissimi successi in ambito teatrale ed insignito, di recente, di un grande riconoscimento per lo spettacolo “Je m’en fous”, il prestigioso Premio Fersen alla regia. Invece le coreografie, per gli spettacoli come “The Lion King” e “La Sirenetta”, sono state curate dal famosissimo ballerino e coreografo Andre De La Roche.

Luca Pizzurro, al termine di questa famosissima rassegna, e dopo un meritatissimo successo, asserisce dicendo che “Le Fiabe che ho deciso di portare in scena credo che appartengano all’infanzia di ognuno di noi” – continua – “la scelta di dedicare parte di una stagione a Disney, quindi, risiede proprio nel fatto che queste storie riescono a parlare al bambino e all’adulto contemporaneamente. Sono molti i messaggi forti che stanno dietro delle semplici scene da favola, messaggi che forse il bambino di allora non riusciva a cogliere ma che l’adulto di oggi legge in modo inequivocabile e ne trae tutto il nutrimento che sanno dare all’anima”.

Ma in questi nove anni di attività del “Palco delle Favole” non sono state portate in scena solo le storie della Disney, ma anche tutte quelle storie che si prestassero ad un pubblico variegato, infatti si parla di veri e propri Musical per famiglie, proprio come “Charlie e la magia del cioccolato”.

Come per le altre commedie musicali anche Charlie e la magia del cioccolato sarà in scena sabato 29 aprile alle ore 21:00.

Bioparco di Roma: simpatica iniziativa
per bambini e non solo

bioparco1E’ stata recentemente inaugurata al Bioparco di Roma la mostra “La cacca: storia naturale dell’innominabile” ovvero: ciò che tutti fanno ma di cui pochi parlano! La rassegna, in doppia lingua, è costituita da dieci sezioni interattive in cui si trovano installazioni tridimensionali e modelli realistici, fra cui due dinosauri con escrementi fossili. E poi la “cacca machine”, una macchina didattica che illustra il processo digestivo a partire dal cibo ingerito.

Tutto ciò, oltre a coinvolgere i fruitori, favorisce l’apprendimento di una tematica ‘particolare’, che suscita ilarità nei visitatori, soprattutto nei bambini, con garbo e ironia. Pensata con un linguaggio e una grafica a misura di bambino, la mostra è di interesse anche per gli adulti, consentendo di apprendere che ben pochi altri materiali si prestano a una simile varietà di utilizzi. La cacca infatti è fonte di cibo, è mezzo di comunicazione, di identificazione, è combustibile, è materiale da costruzione, fertilizzante, nascondiglio.

bioparco“La mostra trae origine dall’omonimo libro della zoologa inglese Nicola Davies – spiega Federico Coccìa, Presidente della Fondazione Bioparco di Roma – ed ha l’obiettivo di far conoscere, in maniera divertente, la naturalità di questo materiale da molteplici punti di vista, a partire da quello fisiologico per arrivare a quello naturalistico ed ecologico, con un filo conduttore: la cacca è vita, ovvero, senza la cacca degli animali non ci sarebbe terra fertile e quindi non ci sarebbero gli alberi, l’ossigeno, il cibo…non ci sarebbe la vita.”

La mostra è introdotta da un percorso erboso minato da cacche che i visitatori devono attraversare facendo attenzione a non calpestare. Ecco il primo impatto con l’innominabile: un fastidio da evitare per scoprire però che non è soltanto questo. Numerose ed interessanti le sezioni della mostra: si parte da “Dimmi cosa mangi…ti dirò come la fai!”,  sezione che evidenzia la correlazione tra ciò che si mangia e ciò che… si fa, quali siano le differenze tra erbivori e carnivori, quale genere di regime alimentare permette di sfruttare meglio le fonti di cibo. I bambini si troveranno davanti a un tavolo apparecchiato con tre modelli di cacca e tre cibi nascosti da coprivivande e dovranno scoprire cosa hanno mangiato i proprietari della cacca.

Vi è poi la sezione “Perché si fa la cacca?”, ovvero il processo della digestione spiegato attraverso la divertente “cacca machine”: da un cesto i bambini possono prelevare modelli in plastica di cibi diversi, li inseriscono nella macchina ed azionano una manovella che produce cacca ed energia.

“La cacca per comunicare”, sezione che spiega il ruolo fondamentale degli escrementi nel linguaggio degli animali,  che la usano per delimitare il territorio, per comunicare la disponibilità sessuale o per segnalare la propria presenza. Attraverso pannelli esplicativi, sagome a grandezza naturale di animali come lontra, tasso, impala e ippopotamo e relative cacche, il visitatore può apprendere come in natura le feci costituiscano una forma di comunicazione. Si prosegue con “Chi l’ha fatta questa?”,  sezione dove sarà possibile imparare ad identificare gli animali dai loro escrementi. Ancora “La cacca da mangiare”, che mette in luce come in alcuni animali coprofagi sfruttino le sostanze nutritive della cacca da un punto di vista alimentare. “La cacca come risorsa per gli animali e per le società umane”, che fa capire come la cacca possa essere utile come materiale da costruzione, come combustibile, fertilizzante o mezzo di difesa. Ed ecco “Scienziati per un giorno”, sezione che mostra l’importanza della cacca per la scienza. Qui una postazione interattiva permette ai bambini di calarsi nei panni di scienziati al lavoro: paleontologi che studiano la cacca fossile, zoologi che analizzano il contenuto di una cacca di volpe, medici/veterinari per osservazione al microscopio di vetrini di feci con parassiti, etologi per rilevare e riconoscere varie tipologie di cacche lungo un percorso allestito. Ed infine “La cacca del passato”, con due enormi modelli tridimensionali di dinosauro: un Neovenator salerii, carnivoro, e un Styracosaurus albertensis, erbivoro. Accanto ai modelli ci sono modelli di coproliti, ovvero escrementi fossili. Al termine del percorso, un plastico stilizzato rappresenta in sequenza la trasformazione della cacca in sostanza concimanti, utili per la crescita delle piante.

La mostra sarà visibile fino al 30 giugno 2017 e le prossime due domeniche – il 19 e  26 marzo – saranno disponibili specifiche attività collegate per tutta la famiglia, quali laboratori e  visite guidate.

Redazione Avanti!

La Regina di Ghiaccio, una moderna Turandot al Brancaccio di Roma

regina di ghiaccioDopo il successo del musical Rapunzel, Lorella Cuccarini torna a teatro con il musical La Regina di Ghiaccio. Ideato e diretto da Maurizio Colombi, l’opera si ispira alla fiaba persiana da cui nacque la Turandot di Giacomo Puccini.
La bella Lorella Cuccarini interpreta il ruolo di una crudele e malefica regina, vittima di un incantesimo, nel cui regno gli uomini sono costretti ad indossare una maschera per non incrociare il suo sguardo. Solo colui che sarà in grado di risolvere tre enigmi potrà averla in sposa. Riuscirà il Principe Calaf, interpretato da Pietro Pignatelli, a sciogliere il cuore di ghiaccio della regina con il calore e il fuoco del suo amore?
L’Opera lirica Turandot, incompiuta per la prematura scomparsa di Puccini, ebbe nelle varie edizioni dei finali distinti. Il moderno adattamento in musical di Maurizio Colombi, geniale regista che si conferma una delle menti più creative del genere musical – suoi sono Rapunzel e Peter pan – dà una nuova chiave di lettura fantastica, più vicina alla sensibilità dei bambini.
Nella rappresentazione in due atti in scena al Teatro Brancaccio di Roma toviamo infatti l’inserimento di personaggi inediti: le tre streghe Tormenta, Gelida e Nebbia che, fautrici di un incantesimo che rende Turandot insensibile all’amore, si pongono in contrasto con i buoni consiglieri dell’imperatore Ping, Pong e Pang; un albero parlante, la Dea della Luna Changé, il Dio del Sole Yao.
La musica originale, composta da 18 emozionanti brani musicali, arrangiata e diretta da Davide Magnabosco, mantiene dei riferimenti melodici ad alcune tra le più famose arie di Puccini, come il celeberrimo Nessun dorma, rivisitato in chiave pop e di altri “grandi” dell’opera lirica.
Il cast artistico è composto da da venti straordinari performer fra attori, cantanti, ballerini, acrobati che si alternano molto velocemente sul palco, tra balli di gruppo, assoli, canti a più voci, recitato. I costumi si ispirano all’ambientazione in Oriente della fiaba e sono un riuscito melange tra classico e moderno: non solo fanno risaltare la bellezza glaciale della regina Turandot, ma soprattutto, con dei toni dark-rock, rendono la cattiveria delle tre ancelle-concubine-cubiste.
Numerosi gli effetti speciali, dalla neve alla nebbia, che coinvolgono anche gli spettatori nelle prime file. E ad un certo punto l’elegante abito della fredda regina si trasforma in un vulcano di passione. Veloci cambi scenografici sono anche consentiti dalle moderne tecnologie stroboscopiche utilizzate e non mancheranno i colpi di scena, che porteranno fino all’abbattimento della quarta parete ed al coinvolgimento di tutti gli spettatori.
Un musical ben riuscito, consigliato ad adulti che vogliano immergersi in un paio di ore di musica ma anche e soprattutto ai loro bambini, la cui fantasia sarà senza dubbio stimolata, come quando irrompe sulla scena un mastodontico albero parlante. Repliche al Teatro Brancaccio di Roma fino al 26 marzo.

Al. Sia.

Fuocoammare. Con Pietro Bartolo si torna a parlare di salute dei migranti

pietro bartoloDopo la coinvolgente partecipazione agli Oscar del documentario Fuocoammare e del suo protagonista Pietro Bartolo, medico di Lampedusa l’attenzione del mondo è sempre più forte sul tema delle migrazioni: «Questa esperienza ha comunque raggiunto il risultato di accendere i riflettori della comunità mondiale sull’immigrazione in un 2017 che sarà decisivo anche per il progetto Sanità di Frontiera avviato dall’Associazione OIS – Osservatorio Internazionale per la Salute Onlus e sostenuto da Consulcesi Onlus».

«Aver portato il tema delle migrazioni all’attenzione del mondo – spiega il dottor Pietro Bartolo, che è anche componente del Comitato Scientifico di OIS – è il vero grande risultato raggiunto ad Hollywood nella notte degli Oscar. Possiamo essere orgogliosi di aver raccontato il grande tema del nostro presente».

Il messaggio è arrivato forte e chiaro così come è evidente la necessità di dover fare sempre di più e meglio per l’accoglienza visto che gli sbarchi continuano. I progetti, già in campo, hanno questo obiettivo, rispondendo a certe attuali logiche con iniziative umanitarie legate alla salute e all’accoglienza di chi sbarca. Questo è quello che abbiamo sempre fatto e che continueremo a fare anche grazie a progetti come Sanità di Frontiera.

Ora il progetto, dopo il primo corso tenuto a Lampedusa accreditato dal Provider ECM 2506 Sanità in-Formazione, continua con l’intento di colmare il vuoto oggi esistente in Europa relativamente all’offerta formativa per gli operatori sanitari che si occupano di migrazione. Si punta ad accrescere, attraverso una scuola di alta formazione, che vede protagonista anche il dottor Bartolo, quelle competenze specifiche sempre più richieste in questo ambito. Un’altra questione affrontata dal Progetto è quella della creazione di una cartella sanitaria unica del migrante che registri, e mette in rete tra gli addetti ai lavori, il livello di salute delle persone che arrivano sulle coste italiane, nonché le diagnosi effettuate e le terapie prescritte e seguite dal migrante all’atto dello sbarco nonché in tutte le successive tappe del suo percorso migratorio, fra i vari centri di accoglienza e le diverse Regioni ospitanti. Altri punti centrali sono, inoltre, la realizzazione in Sicilia di una casa famiglia per minori non accompagnati e un servizio di Unità Mobili per prestare assistenza sanitaria ai migranti in fase di sbarco e prima accoglienza, attraverso il personale formato dal Progetto Sanità di Frontiera.

«Condividiamo appieno la soddisfazione e l’entusiasmo del dottor Bartolo e siamo convinti, al suo pari, che il messaggio del documentario, arrivato ora anche dall’altra parte del Mediterraneo, possa veramente scuotere gli animi e le coscienze di chi davvero può fare qualcosa, mettendo fine alle morti a cui ancora oggi si deve assistere. Nel frattempo, però, continua ad essere fondamentale portare avanti gli interventi legati all’accoglienza e alla salute dei migranti», è il commento dell’Associazione OIS – Osservatorio Internazionale per la Salute Onlus.

L’iniziativa umanitaria e didattica, partita nel dicembre scorso a Lampedusa, e che sarà replicata presto in altre sedi in Italia e all’estero, prevede corsi riservati ai medici tenuti dallo stesso Pietro Bartolo insieme ad esperti di Istituto Superiore di Sanità, OMS e OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), Marina Militare, MSF-Medici Senza Frontiere, Emergency, ASP6 di Palermo, l’Assessorato Salute e il Dipartimento per le Attività Sanitarie e l’Osservatorio Epidemiologico della Regione Sicilia, UNHCR, Croce Rossa Italiana, SIMM (Società Italiana Medicina delle Migrazioni), INMP, Save the Children e molti altri soggetti e istituzioni.

Tennis: Tsonga vince in casa, la Svitolina conquista gli Emirati

svitolinaContinua la corsa inarrestabile di Jo-Wilfried Tsonga. Va a vincere in casa un torneo importante, che lo incorona ancor di più e sancisce la sua presenza a pineo regime nella top ten. Il francese sale, infatti, alla posizione n. 7 del ranking mondiale. Partiva di certo favorito da testa di serie n. 2 (dietro solo a Gael Monfils, n. 1), ma forse nessuno pensava che avrebbe fatto un torneo così “facile” a Marsiglia. Nell’Atp di Bouches du Rhȏne, in Provenza, ad impensierirlo è stato forse solamente l’australiano Nick Kyrgios in semifinale, che sciupa un’occasione d’oro: partita equilibrata nel primo set, Tsonga fatica ma riesce a conquistare il primo set al tie-break, complice qualche errore di troppo di Kyrgios; quest’ultimo pian piano ritrova la regolarità e l’incisività dei colpi e rimonta al secondo set, anche grazie a un lieve calo del francese, per 6/2; ma Jo-Wilfried al terzo riesce ad ottenere il break sufficiente che gli garantisce la vittoria per 6/4. Tutto in discesa per lui poi in finale contro il connazionale Lucas Pouille: un match senza storia in cui l’avversario nulla può contro la maggiore potenza ed aggressività del futuro trionfatore. Pouille gioca bene, ma non basta. Per il transalpino è il secondo torneo consecutivo vinto. Tsonga dà sfoggio di un tennis di qualità: precisione tecnica, tattica, giusta determinazione, convinzione, decisione, nel corretto approccio al match, con un’attitudine mentale degna dei campioni, rafforzata dall’esecuzione perfetta dei colpi (a fondocampo quanto a rete). Per non parlare del servizio, tanto da non disdegnare, quando può, un serve&volley. Se, ad esempio, nella finale chiude il primo set con una stop-volley da manuale, nel secondo continua a dare lezioni di tennis con tre aces consecutivi piazzati. Subito ad inizio partita, in finale, va avanti di un break e si porta immediatamente sull’1-0; nel secondo set, invece, strappa il servizio e fa il break sul 3-2, andando avanti poi per 4-2. 31 anni, fisico imponente e robusto, la sua forza non è solo fisica (ma anche mentale, di concentrazione e lucidità); oppure il suo colpo migliore non è principalmente od esclusivamente la battuta appunto, come si potrebbe pensare. La differenza nella finale e nel secondo set in particolare (leggermente più lottato forse) l’ha fatta con i fondamentali, con il gioco d’attacco e soprattutto con il rovescio anche da fondocampo; non è solo per come ha tenuto la rete che ha entusiasmato il pubblico di casa, ma anche per il modo con cui ha chiuso certi scambi lunghi e lottati con passanti di rovescio bimane, anche lasciando all’ultimo una mano. Doppio 6/4, come doppio successo consecutivo per lui. Tsonga si inserisce, così, a pieno titolo, nella rosa di giocatori transalpini di cui la nazionale francese dovrà tenere conto. Tanti gli altri nomi interessanti che l’Atp di Marsiglia ci ha mostrato. E nei quarti ve n’erano ben 5 schierati per due derby tutti d’Oltralpe: Gael Monfils contro Richard Gasquet; poi l’altro tra Gilles Simon e Tsonga appunto; e infine Lucas Pouille. Ma qui in Provenza hanno giocato anche: Mathieu, Chardy, Paire, Mahut, Benneteau. La scelta non manca di certo per un eventuale impegno prossimo di Coppa Davis. Tuttavia, forse, Jo-Wilfried è quello che, di recente, è cresciuto di più. Non a caso, dicevamo, si porta a quota 7 della classifica mondiale. Tsonga insegna, soprattutto, che il tennis non è solo potenza, ma anche sapersi muovere sul campo con agilità, avere una capacità di precisione di schema tattico, che indica un disegno e una visione di gioco che permettono a un tennista come lui di spostarsi con ordine. Non è facile essere in grado di possedere tutti questi aspetti che fanno un giocatore completo e danno una lettura perfetta del match e come intepretarlo.
E, negli Emirati Arabi, il prestigioso Wta di Dubai (un milione di dollari di montepremi) vede imporsi un’altra n. 7: la testa di serie del seeding, l’ucraina Elina Svitolina che, in finale, batte la testa di serie n. 10 del tabellone Caroline Wozniacki e diventa lei la nuova n. 10 del ranking mondiale. Seguita da Justin Henin, la sua performance qui a Dubai è stata assolutamente da dieci. Ha giocato un tennis strepitoso, da vera numero uno. Classe ’94, per raggiungere il 100% di successi ora le manca la conquista di uno Slam: un assalto più che legittimo e giustificato, data la sua entrata nella top ten così giovane. Nel set iniziale il break arriva sul 3-2: la Svitolina tiene il servizio a 0 e si porta sul 4-2, ed ha persino la palla del doppio break, che non sfrutta con un errore nella risposta. Dal 4-3 si arriva al 5-3 con due punti straordinari di Elina: un rovescio lungolinea dopo uno scambio durissimo in cui era stata costretta al recupero con un lob di rimessa e poi un ace. Ha la palla del 6/3, ma è 5/4. Stavolta, però, l’ucraina chiuderà 6/4. Sia la Wozniacki che la Svitolina sono tese. Entrambe non sfruttano, rispettivamente, palle e break e set point. Elina, nel secondo set, farà break in apertura, ma poi brava la danese a recuperarlo e portarsi sull’1-1. Per il resto, secondo parziale speculare al primo. Si concluderà per 6/2, con la Wozaniacki che cede un po’ nel finale, sempre con un rovescio lungolinea della Svitolina. Caroline le prova tutte, ma l’ucraina si impone in campo in modo pauroso: le riesce tutto con la massima precisione e facilità; colpi più pesanti, nonostante la maggiore aggressività forse della Wozniacki che viene spesso anche in attacco a rete, ma spesso passata dall’avversaria. La testa di serie n. 10 le prova davvero tutte, persino un ace di seconda, ma non è sufficiente e null’altro può se non arrendersi al maggiore stato di grazia dell’altra. La n. 7 del seeding commenta così la vittoria a fine partita: “Sono felice perché è sempre difficile vincere con un’avversaria come Caroline, che è una che non molla mai”. Invece stavolta ha dovuto alzare bandiera bianca. Troppo superiori persino le percentuali: 23 a 10 i colpi vincenti per l’ucraina, 2 a 4 i doppi falli per la Svitolina; 9 break point contro i 4 della danese, poi, sono davvero tanti. Troppi in più per non pesare o fare la differenza. Si tratta della seconda finale consecutiva persa per l’attuale n. 15 del mondo: la Wozniacki era già stata sconfitta dalla Pliskova a Doha la settimana scorsa, mentre la Svitolina già aveva trionfato a Taipei tre settimane fa (per 6/3 6/2 su Peng Shuai). L’unico precedente è stato giocato un anno fa a Miami e a vincere, nel tie-break del terzo set, fu Elina. Forse la danese è stata penalizzata da un leggero infortunio alla coscia destra (vistosa la fasciatura che portava) e dalle continue e quotidiane interruzioni per pioggia a Dubai, che hanno caratterizzato tutto il torneo. A tale proposito, poi, ancor più merito rende alla Svitolina la vittoria in semifinale su Angelique Kerber. La tedesca, e testa di serie n. 1, viene sconfitta per 6/3 7/6 dalla ucraina ma, a onor del vero, gioca quasi da ferma nel finale di secondo set soprattutto (colpita da un infortunio al ginocchio per cui è stata costretta anche a chiedere il time out medico; ma neanche questa sospensione ha distratto l’avversaria). Di certo più fallosa la Kerber, ma di sicuro anche più incisiva Svitolina; conquista 9 palle break, commette la metà degli errori gratuiti: 20 a 10 per lei contro quelli della tedesca che, per di più, fa ben 5 doppi falli. Ciononostante le due tenniste regalano un secondo set combattuto, lottato ed entusiasmante, pieno di break e contro-break. Impressionante quanto questa giovane tennista non tremi di fronte a campionesse come Caroline ed Angelique.

Barbara Conti

“Si accettano miracoli”:
la presenza divina nella terrena città di Rocca

miracoliTornato alla regia, nel 2015, dopo “Il principe abusivo” del 2013, Alessandro Siani sembra indagare in “Si accettano miracoli” il duplice significato della parola “miracolo”: quello terreno e quello religioso, così come hanno una doppia valenza la religione e la fede. In questo il titolo rimanda alla richiesta e al desiderio, nella disperazione di una situazione che sembra irrisolvibile, di una soluzione a tutti i problemi (personali, di carattere economico e di una città divisa in due). A questa domanda di un “aiuto” (anche dall’alto), un riscontro arriva sia da un sostegno umano che divino. Se fede è anche fiducia, nell’altro e nei propri mezzi, nell’uomo in generale e nel nostro “vicino” (conterraneo, compaesano o concittadino che sia), oltre che nella bontà celeste; allo stesso modo la religione è un credo profondo, anche laddove sembri semplice “creduloneria” bigotta, miope, scaramanzia per cui pregare e appellarsi a santi o figure religiose sembra più un rito d’iniziazione scaramantico che una fede sentita. E Siani sembra proprio nobilitare le credenze popolari che si affidano molto ciecamente ai santi patroni, riabilitando così questa fede fatta di una religione più “locale” e circoscritta a un posto dove ognuno ha le sue profonde e strette convinzioni, così radicate che è difficile riuscire a cambiarle. Siani “gioca” e “rivisita” temi scottanti quali quello delle sante reliquie (false?) e quello dei pellegrinaggi di devoti (come quello a Padre Pio o più distante a Lourdes), tenendo presente il detto che sembra reggere il film “aiutati che Dio ti aiuta”. Ḕ vero che la forza divina fa da sé, ma è sempre bene “sostenere insieme” questo aiuto celeste. Solo così l’uomo diventa parte del miracolo della creazione divina che lo ha disegnato a “sua immagine e somiglianza”. Se spesso i fedeli e i parrocchiani chiedono ai loro santi protettori di “fare loro la grazia”, “concedere la grazia” e inviare loro un segnale della loro presenza, così come spesso si chiede a Dio di manifestarsi, il regista (ed anche protagonista del suo film) sembra convinto che prima di avere questo Segno l’uomo debba fare la sua parte. Così “miracolo” può assumere la valenza che, da dizionario (Treccani o Garzanti), gli si addice: non solo “fatto inspiegabile se non per un intervento soprannaturale o divino”, ma anche semplice “fatto straordinario, meraviglioso e fuori dal comune”. Tornando, così, alla sua radice etimologica dal latino miracŭlu(m) ‘meraviglia’, derivazione di mirāri ‘osservare con ammirazione, meravigliarsi’; proprio perché in grado di “suscitare meraviglia, sorpresa, stupore, in quanto superi i limiti delle normali prevedibilità dell’accadere o vada oltre le possibilità dell’azione umana”. E ciò può derivare dalle piccole cose stesse. E, soprattutto, bisogna essere prima degni, pronti, preparati ad accettarlo e riceverlo, a coglierlo nel giusto modo. Può, infatti, essere strettamente connesso alla quotidianità classica del singolo individuo, e non per forza ricollegata a questione di metafisica o di carattere più vasto e ampio (nazionale o planetario, mondiale), ma che riguardano l’umanità nella sua complessità. Spesso ci rivolgiamo a Dio per una preghiera per problematiche individuali di poco conto anche.

Nel film siamo a Napoli dove la credenza popolare partenopea è forte. I protagonisti hanno tutti bisogno di un miracolo, oppure lo ricevono o contribuiscono a crearlo; ognuno con i loro problemi, si ritrovano insieme. C’è Fulvio Canfora (Siani), che deve essere riabilitato dopo essere finito in carcere per aver aggredito il direttore che lo voleva licenziare; dopo essere stato lui stesso a dover licenziare: ai tempi della crisi economica è infatti il vicedirettore di un’azienda che rischia la chiusura. Così come il fratello parroco Don Germano (Fabio De Luigi) deve salvare la sua parrocchia, che ha grosse difficoltà economiche. Ci riuscirà, proprio lui che è a capo di una casa-famiglia a Rocca di Sotto? Così il primo pensa di aiutare l’altro inventando un finto miracolo con le reliquie false (lacrime non vere) di San Tommaso D’Aquino (come la Madonna di Fatima?), che tanti fedeli pellegrini portano in città. La voce si sparge, ma con essa anche la diffidenza (non solo la curiosità). Si inizia a fare largo l’ipotesi dell’inganno, non si crede fino in fondo e, soprattutto, il Vaticano vuole vederci chiaro e manda i propri vescovi a controllare. Come difendersi? Protagonisti saranno anche i bambini, che cercano di rubare la fialetta con le lacrime finte per impedire che la verità venga a galla. Quando la realtà dei fatti sarà scoperta per loro sarà la fine, ma quando tutto ormai sembra perduto e impossibile rimediare all’errore della bugia, quando tutto sembra una punizione divina per la menzogna poiché è “solo la verità che rende liberi” e nobilita, è proprio allora che succede il vero miracolo. O forse è solo un altro stratagemma furbo umano? In fin dei conti, una bugia a fin di bene non è cosa cattiva. Sembra giocare su questa duplice ambivalenza di sensi Siani. A proposito, invece, del fatto che l’amore “è sempre cosa buona e giusta”, accade che per averlo occorra imparare a chiedere e dare il perdono. Anche se l’amore di Dio è cieco. Così la sorella dei due, Adele Canfora (Serena Autieri), rimane incinta di un cantante e non di suo marito (che invece è sterile) Vittorio (Giovanni Esposito). Allora, in questo triangolo che sa di Santissima Trinità, c’è da decidere se lei debba chiedere il perdono di quest’ultimo e se lui concederglielo. Qui sembra rivisitato il miracolo dell’Annunciazione dell’Arcangelo Gabriele a Maria, che aspetta colui che diventerà il Bambino Gesù, con affiano il suo fedele marito (San) Giuseppe. Se l’amore di Dio è benevolo e quello dell’uomo cieco, ecco che il regista coglie anche questo aspetto e fa innamorare Fulvio della giovane e bella Chiara, ragazza cieca e interpretata da Ana Caterina Morariu. Allora l’impegno di Fulvio può tramutarlo nel “Cristo Risorto”, che sembra sacrificarsi per l’umanità della parrocchia del fratello e mandare il Messaggio del Dio Padre Onnipotente sulla Terra: i miracoli accadono se ci si crede, così come nell’amore di Dio.

Ma, come se non bastasse, questo diventa un modo per portare avanti l’amore contro ogni ostilità, invidia e rancore; ovvero quei sentimenti negativi che dividono Rocca di Sotto e Rocca di Sopra. Il vero miracolo necessario e da richiedere sembra allora che, finalmente, cessino tutte le “guerre” che le due fazioni si fanno e regni la pace, per portare serenità all’interno di entrambe le parti. Anche piccoli paesini e cittadelle, o semplici frazioni possono avere storie che servono da esempio. Questo è un tipo di religione che Papa Francesco ben insegna. Forse al film “Si accettano miracoli” sembra mancare proprio l’arrivo di papa Francesco e del “Bambinello”, ossia la nascita del “Cristo Redentore” e “Salvatore” e “Messia” che avrebbe rappresentato il figlio di Adele Canfora. Perché, spesso, da un male può nascere un Bene, frutto della Bontà divina.

A parte questo, non è un caso che proprio il santo Pontefice, Papa Bergoglio, abbia parlato nell’Angelus di pace come della vera “rivoluzione cristiana”: ovvero il “rifiuto di ogni tipo di violenza” e del suo uso, di saper “reagire al male con il bene”, e di pregare affinché “ogni cuore indurito dall’odio si converta alla pace”. Questo il vero miracolo e, soprattutto, quello descritto nel suo film da Siani. Ma non solo. Diventa tanto più emblematico il fatto che il regista prenda ad esempio e quale location la piccola città di Rocca; ma il film è stato girato tra Napoli, Sant’Agata de’ Goti (che ha ospitato anche la seconda prova in esterna della quarta edizione di MasterChef Italia) e sulla Costiera amalfitana nel paese di Scala. Infatti, specularmente, il Santo padre ama parlare proprio nelle piccole parrocchie (come quella di Don Germano). Ne ha visitate ben 13 della diocesi di Roma e l’ultima in cui si è fermato a parlare con i fedeli (soprattutto i più giovani e i più piccoli in primis) è stata quella romana di Santa Maria Josefa del Cuore di Gesù, a Castelverde di Lunghezza, nella zona di Ponte di Nona, estrema periferia est della Capitale. I miracoli hanno luogo in ogni cuore pronto ad accoglierli; e non contano la ricchezza o la grandezza materiali, ma la nobiltà d’animo stesso: così l’umano tende al trascendentale e quest’ultimo si rispecchia nell’altro. Così le feste patronali non sono semplici feste paesane, ma vero momento di raccoglimento e di ritrovo, in cui ci si riconosce tutti simili e uguali, tutti veri fratelli cristiani.

Il film di Siani sembra uscito da una novella del Boccaccio e non solo per l’ironia e la comicità adottati, ma per l’insegnamento dato, l’impostazione applicata e il gioco degli equivoci e degli imbrogli messi in atto con una furbizia vista positivamente e non negativamente.

Barbara Conti

Tennis tra Olanda ed UAE. Nel Qatar vince Pliskova a Rotterdam Tsonga

tsonga 2Nell’Atp di Rotterdam il francese Jo-Wilfried (che chiameremo per comodità Jo) Tsonga, spodesta il campione uscente Martin Klizan e si aggiudica un importante torneo in carriera, che rende giustizia al suo talento spesso frenato da continui infortuni e che non era mai riuscito veramente ad “emergere”. Con una doppia soddisfazione da parte sua. Se il vincitore dello scorso anno, lo slovacco Klizan (e testa di serie n. 13), è stato fermato da Tomas Berdych (n. 4) nei quarti di finale con un doppio 6/3, al turno successivo (in semifinale per l’appunto) è stato quest’ultimo (che più volte ha vinto qui a Rotterdam, tra cui nel 2014, e di sicuro era uno dei favoriti) a venir eliminato dal francese con un facile 6/3 6/4: Berdych non è sembrato mai poter far molto o nulla contro la precisione di Tsonga e non è entrato mai in partita veramente. Ma il cieco non è stato il solo giocatore “forte” che il futuro trionfatore ha dominato. L’altra sua punta d’orgoglio può essere proprio quella della finale giocata magistralmente, recuperando un match quasi “perso” e rimontando al terzo set dopo essere stato sotto 4/6 nel primo. E lui, testa di serie n. 6, si è imposto sulla n. 3 rappresentata dal belga David Goffin. La potenza esplosiva dei colpi di Tsonga ha messo a tacere per sempre la regolarità dell’avversario che ha tenuto bene ai fondamentali profondi e violenti del francese, per poi cedere definitivamente nel terzo set (dove è crollato incassando un pesante 6/1). Non facile riacciuffare un incontro contro un giocatore come Goffin che corre su tutto, prende ogni palla in ogni parte del campo e che sembra come un muro da fondocampo che rimanda dall’altro lato tutti i tiri; per poi lanciarsi anche in qualche discesa a rete o sempre pronto a passare l’avversario che lo attaccasse (come più volte è capitato contro il francese). Nonostante il fisico minuto e snello, ma è alto 1,80 m, di fronte ai colossi statuari di oltre due metri come Cilic o Karlovic (ma lo stesso Tsonga non scherza con il suo metro e 88 per 91 chili di peso), il belga è sempre lì pronto a competere, a dire la sua e farsi valere. Ma stavolta il gigante buono Jo ha avuto la meglio, con la sua tenacia e grinta, con una voglia di vincere che era ben chiara da subito. All’inizio, però, ha sbagliato e regalato troppo a Goffin, si è innervosito e ha sbagliato colpi facili (soprattutto di dritto) per troppa foga che ha messo sulla palla, troppo concentrato a tirar forte più che attento alla precisione; anche a rete ha commesso errori semplici sulle volée dovuti alla troppa fretta di chiudere il punto. Poi ha riordinato le idee e ha compiuto l’impresa che si era prefissato: alzare il trofeo; per lui 371 mila euro circa, per il finalista poco più di 182mila. Quasi impossibile a crederci. Ma, se fosse uno spot della gatorade (come siamo stati abituati a conoscere in passato), potremmo dire (parafrasando) che il ruggito del leone Jo ha coperto completamente, con il suo fragore potente, la leggiadria della gazzella di David Goffin. Pare proprio il caso di dirlo: “non importa che tu sia leone o gazzella, comincia a correre”; così sembra che queste parole e tale frase siano risuonate nella mente del francese che, fragorosamente, ha iniziato la sua corsa verso la rimonta. Era sotto 4-0 ed è riuscito a recuperare sino al 4-3 nel primo set (anche se poi Goffin ha chiuso per 6-4). Nel secondo set, il più lottato e difficile di tutti, ha avuto diverse palle break che ha sciupato, ma poi è riuscito ad archiviare il parziale a suo favore (dopo aver avuto diversi set points non maturati, anche a causa di errori non forzati di dritto specialmente, che hanno vanificato quattro palle del 6/4 per lui). 500 i punti per Tsonga, contro i 300 per il finalista belga; dunque, forse, più che di gatorade dovremmo parlare di powerade, vista la potenza (‘power’, ‘potere’ in inglese) dei colpi della testa di serie n. 6 (o meglio del colpo della vittoria centrato dal tennista francese).
pliskovaEd anche negli Emirati Arabi, nel Wta di Doha (Qatar) si partiva con la ceca Katerina Pliskova avanti 4-0, dopo neanche 20 minuti di gioco, sulla danese Caroline Wozniacki. Quest’ultima sembrava favorita prima del match decisivo, o almeno più in forma rispetto alla ceca (apparsa un po’ stanca e giù di tono). Invece la Pliskova è stata semplicemente impressionante. Profondità di colpi, sia di dritto che di rovescio, e massima precisione hanno messo seriamente in difficoltà una Wozniacki comunque ritornata a pieno regime e titolo sui campi nel circuito. Per non parlare di servizio e dritti ad uscire devastanti, ma quelli sono un classico per la Pliskova. I numeri parlano chiaro: 3 aces a 1; 13 colpi vincenti a 4, che hanno fatto decisamente la differenza e pesato sul risultato; 6 break points a 1, la maggior parte dei quali sfruttati e consolidati. Tutti a favore di Katerina. La giornata molto ispirata della ceca si è vista sin da subito e dalla facilità con cui ha tenuto i propri turni di servizio. Forse le condizioni metereologiche non hanno agevolato la danese (c’era molto vento), che comunque non ha voluto mollare e ha rimontato sino al 4-3, prima di cedere per 6/3 6/4. Ha provato ad attaccare, ma è stata passata o ha sbagliato volée facili. Karolina le ha tolto il tempo, giocando su pochi scambi potenti da fondo, spesso dei serve&volley per lei. Così la Wozniacki, con un ritmo troppo rapido, non è riuscita a trovare la chiave di volta del match (come il ciondolo a chiavetta appunto che portava al collo). Si è innervosita e ha scalzato via la racchetta a terra con gesti di stizza che mostravano tutto il suo risentimento per non essere in grado di “rigirare” la partita. A lei rimane, comunque, la soddisfazione di aver eliminato con facilità, viceversa, in semifinale la vincitrice delle Olimpiadi di Rio (la Puig per 6/1 6/2) e la polacca Radwanska al secondo turno (con il punteggio di 7/5 6/3). Ma Agnieszka non sembra decisamente in forma, come viceversa era apparsa la danese promettente. Quest’ultima, poi, ha eliminato ai quarti la Davis (per 7/5 6/1), che aveva fatto uscire al primo turno dal torneo la nostra Roberta Vinci, con un netto 6/2 6/3 incassato dall’azzurra, forse infastidita dal cattivo tempo. E di certo non è stato facile giocare qui, con le continue e lunghe interruzioni per pioggia (con il freddo, tanto che la Pliskova indossava la maglietta a maniche lunghe), oltre che con il vento forte spesso. Questo fa onore alla testa di serie n. 2. E se, come si suol dire, “non c’è due senza tre”, lei è diventata la nuova n. 3 del mondo. Forse il bye iniziale, come ha sostenuto ella stessa, l’ha avvantaggiata, facendola giocare meno; ma, dall’altro lato, è vero che ha avuto una semifinale più dura rispetto a quella, veloce e rapida, della Wozniacki; e quindi tempi più rapidi di recupero forzati. La ceca se l’è dovuta vedere con la sempre ostica Cibulkova, che si è arresa solamente al terzo set. 6/4 4/6 6/3, il punteggio che ha regalato la vittoria alla Pliskova. Del resto le armi vincenti di Katerina sono state (oltre alla precisione tecnica e tattica) proprio la concentrazione, la determinazione, il coraggio e la forza di lottare e credere nell’esito positivo, nella costanza di non mollare, rimanere sempre lì e continuare comunque a fare la propria partita, nonostante e anche quando il risultato non fosse vantaggioso.
Come, d’altronde, è con queste carte che nell’Atp di Buenos Aires l’ucraino Alexander Dolgopolov si è potuto imporre sul giapponese Kei Nishikori per 7-6(4) 6-4. Alla sua settima finale in carriera il primo ha conquistato così il terzo titolo in carriera, mentre il secondo (che giocava la sua 22esima finale) ha mancato una grossa occasione. Il nipponico, infatti, era il super-favorito in quanto testa di serie n. 1 mentre, al contrario, l’ucraino non vinceva un trofeo dal 2012. Un gradito ritorno anche quello di Dolgopolov pertanto.

Barbara Conti

Suoceri Albanesi, divertente commedia
al Sala Umberto di Roma

suocerialbanesiUna famiglia borghese: un padre, una madre ed una figlia. Lui, Lucio, 55enne, consigliere comunale progressista in predicato di diventare assessore grazie alla politica che vola alto; lei, Ginevra, 50enne, proprietaria di un ristorante di cucina molecolare, con un passato fatto di lotte politiche e rivolte generazionali, ed oggi alle prese con piatti improbabili e lessi destrutturati. I due conducono un’esistenza improntata al politically correct, cercando quotidianamente di trasmettere alla figlia Camilla, sedicenne, questo loro stile di vita, pregno di valori importanti, di parole mai banali: l’importanza della politica, della solidarietà, della fratellanza.

Ogni occasione è buona per ribadire simili concetti: a tavola, ascoltando un telegiornale, commentando episodi di vita. E soprattutto frequentando gli amici della coppia, che irrompono sulla scena: Benedetta, coetanea di Ginevra, single ancora alla ricerca di una anima gemella e Corrado, colonnello giramondo amante del tai-chi, ma con un piccolo segreto…

E, come in tutte le famiglie, anche le incombenze pratiche occupano uno spazio importante nella vita di Lucio e Ginevra: la rottura di una tubazione del bagno di servizio, che rischia di allagare l’appartamento sottostante dove abita Corrado, obbliga i coniugi a chiamare una ditta per il restauro completo del servizio igienico. La ditta è formata da due ragazzi: Igli, 27 anni e Lushan di 18. Sono albanesi, con una storia alle spalle di quelle che si leggono tutti i giorni sui quotidiani. Viaggi su barconi fatiscenti, periodi di clandestinità, infine l’agognato permesso di soggiorno e adesso una propria impresa, con tanto di partita Iva e lavoro in quantità. Un esempio da seguire per Camilla! È questo che Lucio e Ginevra pensano, guardando a quella luce che illumina gli sguardi dei due muratori albanesi: una luce piena di vitalità, voglia di fare, come solo chi ha davvero conosciuto la fame può ancora avere. Ma un giorno Lucio dimentica un importante documento, torna a casa ad un orario imprevisto e le certezze sue e di Ginevra crollano come un castello di carte. E i vecchi proverbi non passano mai di moda: chi predica bene, razzola male….

La commedia “I suoceri albanesi” di Gianni Clementi, reduce dal grande successo di critica e di pubblico della scorsa stagione, torna quest’anno al Sala Umberto di Roma. Nell’allestimento in due atti all’apertura del sipario lo spettatore si ritrova nel salotto, lussuosamente arredato, della casa di Lucio e Ginevra. In questo ambiente si svolge tutta la rappresentazione, con i vari personaggi che entrano ed escono scena, accedendo alle diverse stanze che danno sul salotto. Le simpatiche musiche, prevalentemente di Paolo Conte, accompagnano lo spettacolo, coprendo i veloci intermezzi tra una scena e l’altra. Il linguaggio è italiano, con qualche accenno di romanesco. Davvero bravi gli attori sulla scena: superbi Francesco Pannofino che con il suo timbro sapientemente modulato impersona Lucio e l’attraente Emanuela Rossi, davvero credibile nei panni della sofisticata padrona di casa Ginevra. Molto caricaturati, senza tuttavia divenire eccessivamente macchiettistici, i personaggi di Corrado e Benedetta, interpretati molto simpaticamente da Andrea Lolli e Silvia Brogi. Spicca su tutti la recitazione di Maurizio Pepe, che interpreta con un perfetto accento albanese il muratore Igli. Su buoni livelli la recitazione anche di Filippo Laganà, figlio d’arte,  nei panni di un disorientato Lushan, ed Elisabetta Clementi, molto a suo agio nelle vesti di una adolescente romana dei nostri tempi. Va dato atto al regista Claudio Boccaccini di aver saputo mettere in scena una commedia dai ritmi sostenuti e  non scontata nell’esito; certo ha potuto lavorare su attori bravi, la cui recitazione senza esitazione e l’ottima mimica conferiscono a dare brio e divertimento al pubblico.

Lunghi e calorosi applausi alla prima al Sala Umberto di Roma, dove la commedia sarà replicata fino al 19  febbraio, per poi iniziare una tournée nazionale.

Al. Sia.

Luci della Ribalta per la prima volta al teatro. Riso e commozione

DSC_6854Luci della Ribalta è un memorabile film del 1952 che fu scritto, diretto ed interpretato da Charlie Chaplin. Fu l’ultimo film che il grande comico girò negli Stati Uniti, visto che da lì a poco sarebbe emigrato in Inghilterra perché sospettato di essere una spia comunista. Oggi è possibile rivedere questo spettacolo in una originale versione teatrale. Infatti, dopo alcuni anni di trattative, Antonio Salines ha ottenuto dalla famiglia Chaplin i diritti teatrali di quello che forse è stato il film più famoso di Charlie Chaplin e, certamente, il suo testamento spirituale.

Come tutti sanno la trama narra di un clown un tempo famoso ed ora in declino, Calvero, e del suo incontro con una bella e sfortunata ballerina, Teresa. Rimasta orfana, con la sorella prostituta, Teresa ha perso la fiducia nella vita e tenta il suicidio. Calvero le salva la vita e, accogliendola in casa con pazienza e dedizione, riesce ad infonderle fiducia e restituirle l’uso delle gambe. Calvero diventa il mentore di Teresa e nel far ciò ritrova egli stesso una ragione di vita. Teresa sboccerà come un fiore in primavera e tornerà al successo e anche Calvero, dopo tante vicissitudini, tornerà in qualche modo a calcare le luci della ribalta. Lei si innamorerà di lui e quel sentimento non nascerà dalla riconoscenza, sarà amore vero. Ma Calvero, consapevole di essere troppo vecchio per Teresa, proverà a dirottare il suo amore…

Nell’allestimento in due atti al Teatro Quirino di Roma ritroviamo le musiche originali del film, quelle per le quali nel 1972, quando il film fu in pratica realmente proiettato negli USA, ben venti anni dopo la sua uscita, Charlie Chaplin vinse il premio Oscar. Il film è stato portato a teatro in maniera fedele e creativa, grazie anche all’adattamento di Eleonora Zacchi e vi troviamo anche la celeberrima scena finale del “concertino comico” tra Charlie Chaplin e Buster Keaton.

Al Quirino la regia è magistrale ed il cast è eccellente: Antonio Salines nei panni di Calvero ci restituisce con fedeltà l’amara tristezza della vecchiaia ma anche la bontà d’animo del personaggio, portando il pubblico alla commozione; la brava Marianella Bargilli interpreta dolcemente Teresa, conferendole una rara umanità; Luigi Biava si cala con eleganza nei panni di Neville, il giovane compositore e pianista pieno di attenzioni per Teresa. Nel complesso tutti e sette gli attori presenti sulla scena offrono allo spettatore una buona performance.

Come spiega il regista Giuseppe Emiliani: “Mi affascina l’idea di mettere in scena, per la prima volta in teatro, quest’opera di Chaplin. Mi emoziona l’idea di offrire l’opportunità al pubblico di rivedere a teatro una vicenda che appartiene all’immaginario collettivo. Ho la sensazione che oggi gli spettatori abbiano il desiderio di lasciarsi accompagnare da storie capaci di emozionare e, perché no, commuovere”.DSC_6886

La storia in sé è davvero ricca di motivi che non hanno età: l’amore, le delusioni, la paura di non farcela, la voglia di riscatto, il desiderio di realizzare i sogni, lo sforzo di trovare un senso positivo all’esistenza e soprattutto il grande amore per il teatro che riesce a dare colore al grigiore della realtà.

Come nelle intenzioni del regista, il pubblico si trova ad assistere ad uno spettacolo che, sia drammaturgicamente che visivamente, ha un vivace montaggio cinematografico. È come vedere una vecchia pellicola in bianco e nero in cui inaspettatamente irrompono, all’improvviso, il colore del teatro e le luci della ribalta. E tutto, quasi per magia, si trasforma: la realtà riscopre la poesia, il divertimento, la leggerezza. La scene, curate da Federico Cautero, sono molto articolate e, grazie ad una fine tecnica di molteplice schermatura della scena, consentono allo spettatore di passare dal grigio cinema muto al colore del teatro. Bellissimi i costumi di Chiara Aversano: memorabili soprattutto il variopinto costume da clown di Calvero e l’abito rosso da ballerina di Teresa indossati nelle scene finali, adatti più che mai ad immergere lo spettatore in uno contesto davvero poetico e commovente. Come indica ancora il regista Emiliani: “Quando sulla ribalta si spegneranno le luci sull’ultimo ballo di Teresa restituita alla vita e all’arte da un atto d’amore puro e generoso di Calvero, resterà la sensazione forte che la fantasia il più grande giocattolo della felicità. Solo l’immaginazione e la fantasia creatrice accendono il desiderio e restituiscono il senso della vita, alimentano il fuoco sotto la cenere. Perché, in fondo, pur nelle angosce e le difficoltà del quotidiano, quando ogni speranza sembra solo una remota possibilità, un irraggiungibile approdo, la fantasia, ci offre la consapevolezza che “nulla finisce, cambia soltanto” . Non resta che esserne consapevoli e non smettere di credere che la vita possa sorprenderci ancora. Per una nuova, lucente, ennesima ribalta”.

Uno spettacolo comico dal sapore amaro, introspettivo, poetico, commovente, molto curato su tutti i fronti, autentico evento culturale-teatrale e meta-cinematografico, originale ed al tempo stesso ricco di messaggi tuttora molto contemporanei. Per aiutarci a sognare, a ritrovare fiducia in se stessi e, soprattutto, ricordarci che la vita è desiderio. Ottimo riscontro alla prima. Repliche al Teatro Quirino fino al 12 febbraio.

Al. Sia.