“Ci vediamo domani”: nuovi anziani, giovani eterni scopritori

ci vediamo domani“Ci vediamo domani”, perché “Andiamo a quel paese”. Non è una conversazione tra amici per mettersi d’accordo e darsi un appuntamento; ma un modo per descrivere il film del 2013, per la regia di Andrea Zaccariello (il primo) con Enrico Brignano e Francesca Inaudi, con un’idea di base che ricorda quella ripresa nel secondo (del 2014, di Ficarra e Picone). Il concetto è che, in un’epoca in cui i dati Istat sulla disoccupazione non sono rassicuranti e il precariato é sempre più imperante, “bisogna inventarsi qualcosa” che sia quell’occasione tanto attesa di successo e riscatto. Così il protagonista, Marcello Santilli (Enrico Brignano), considerato un fallito dalla moglie Flavia (Francesca Inaudi) pensa di aver trovato la sua: aprire un’agenzia di pompe funebri in un paesino sperduto della Puglia dove vivono solamente ultra novantenni. Non ha considerato, però, che quei simpatici e vivaci vecchietti sembrano avere sette vite come i gatti e non essere destinati ad esaudire il suo sogno di avere un’attività florida, ricca e ben quotata. Man mano che entra in contatto con loro capirà molte cose sul senso della vita. Un’esperienza che lo metterà di fronte a diversi interrogativi, sul significato di immortalità e di eternità. Comprenderà davvero quale è l’elisir dell’eterna giovinezza che rende immortali questi anziani così attivi e longevi. Di sicuro -afferma- “c’è un’aria diversa in giro, non so se morale o no”, ma di certo differente con “una nuova moralità”; discutibile, forse non etica, in cui vigono diversi principi che dettano le nuove priorità. Allora, se non sembra più esistere neppure l’amore (la moglie lo molla per un altro, ovvero Gabriele Camicioli interpretato da Ricky Tognazzi), riscoprire i valori di una volta potrebbe aiutare. Ci si chiede: rivorreste indietro la vostra vita e il vostro passato? Perché, in fondo, è chi ha avuto il passato e lo ha mantenuto dentro sé e salvaguardato che può avere il futuro. “Non potete morire perché non avete rimpianti”, -si rivolge loro così Marcello, che pare quasi intendere più i principi morali di cui sono portatori che rivolgersi agli anziani-. “Siete già nell’eternità perché sapete che cos’è” – è la sua illuminante scoperta-: ovvero quel dirsi sempre ‘Ci vediamo domani’ (del titolo) prima di lasciarsi, dandosi appuntamento al giorno dopo; quasi a significare di esserci sempre, di sentire uniti come una famiglia, vicini e contenti di incontrarsi e di vivere e fare le cose insieme. Non si muore (soprattutto dentro) quando ‘non si ha più nulla da perdere’ (come chi sembra arrivato alla fine della sua vita), perché è in quel momento che si può avere ‘il coraggio assoluto di fare tutto’. Soprattutto, loro sanno godere in pieno della vita perché ‘non si possono raccontare loro balle sul futuro’. Ed è così che la verità è una sola: “per essere liberi oggi bisogna non possedere niente”. Quasi che l’unica cosa che si debba possedere é quell’essere ancorati ai valori di un tempo e la sola che valga, in una società materialista. C’è una povertà peggiore di quella economica o di lavoro, che è quella dell’aridità di cuore. Essere liberi dai preconcetti, dai pregiudizi, dal dominio del ‘dio denaro’, del guadagno facile, del ‘tutto e subito’ in una vita programmata e scandita da ritmi frenetici in giornate che sono routine sempre uguali. Poter apprezzare, invece, le piccole cose e ogni momento (anche quello più insignificante) senza troppi pensieri né preoccupazioni ne fa assaporare meglio il valore. Un’apologia dell’anzianità, mentre si cerca di capire cosa sia e resti per sempre. Ai tempi in cui c’è la riscoperta dell’agricoltura quale motore economico e degli antichi mestieri, gli anziani possono ancora fare scuola a tutti gli effetti e meritano non solo rispetto ma un ruolo guida in quanto vera risorsa sociale (le parole di Papa Francesco lo ricordano e anche il recente ‘reato di tortura’ sottolinea l’importanza del rispetto della dignità della persona umana). Tanto che, se oggi vige la fobia delle ruge, che si sfuggono ricorrendo sempre più comunemente al lifting, si arriva all’esplicito desiderio di voler invecchiare del protagonista Marcello Santilli. Ma il film non è solo un elogio del nuovo primato di ‘anziani giovani dentro’, ma è anche una pittura della società moderna con tutte le sue difficoltà e contraddizioni intrinseche, recenti e attuali. Una commedia realistica in cui l’impronta di realismo e comicità si sente forte ed è data dalla presenza di Enrico Vanzina e Alessio Maria Federici che ne hanno scritto il soggetto, a cui si è aggiunto Carlo Vanzina che ne ha firmato la sceneggiatura. Ma non intercetta solo i luoghi comuni sociali, ha persino la drammaticità e la teatralità di un’opera di teatro. Perché quest’ultimo è anch’esso una forma d’arte antica, ma sempre nuova e valida. Centrale è sicuramente il ruolo di Enrico Brignano (protagonista assoluto dell’interpretazione). Per questo “Ci vediamo domani” starebbe bene portato sul palco di un teatro, per un ‘one man show’ di Brignano, sullo stile di quei tanti monologhi impegnati cui ci ha abituati (persino al Festival di Sanremo). Con, ovviamente, l’allestimento di un’ambientazione semplice, essenziale, asciutta. Un uomo, chiuso dentro una stanza, seduto su una sedia a guardare tutto il mondo fuori che cambia da una finestra; e che magari comunica con le nuove tecnologie (computer e cellulare, oltre al tradizionale telefono). Per poi ritrovarsi nel finale tutti seduti a un tavolo a raccontarsi la propria vita, a rivelarsi le nuove scoperte fatte, se davvero tutto è cambiato e se il passato è veramente perso per sempre o può tornare. Ma soprattutto a confessarsi che nella vita bisogna essere sempre curiosi, osare, voler conoscere per sapere cose nuove. Quello ci fa sentire vivi. Sempre. Perché, per uscire fuori nel mondo, occorre prima essere pronti ad accogliere e far entrare dentro (sé) il ‘nuovo’ che c’è all’esterno. Per una storia individuale, universale e collettiva. “Ci vediamo domani”: appuntamento con la vita, con il nuovo e con l’esperienza saggia e molto educativa degli anziani.

“Famiglia all’improvviso-istruzioni non incluse”, amare inaspettatamente

famiglia-all-improvviso-l-emozionante-trailer-italiano-del-film-con-omar-sy-v3-287817“Famiglia all’improvviso-istruzioni non incluse” è uno di quei film che fa ridere e piangere, ma soprattutto sa stupire con un effetto sorpresa finale. A stravolgere tutto é più quello che non si sa che le certezze acquisite. Insegna come siano gli imprevisti a farci crescere e maturare, a responsabilizzarci, a farci capire cosa significhi prendersi delle responsabilità, a non avere paura oppure a come affrontarla nel migliore dei modi: con il sorriso e la fantasia. A come porsi di fronte alla malattia e persino davanti alla morte: sdrammatizzando e vivendo intensamente ogni momento come fosse l’ultimo. Non pensando, come uno stuntman che sta per schiantarsi con una macchina o per gettarsi nel vuoto dall’undicesimo piano per fare la controfigura in una scena che, più rischiosa é e più è sensazionale o “sublime”. Fare di ogni caduta una festa: questo rende immortali. Insegna che riuscire ad esserci sempre per una bambina che non sai nemmeno se sia la tua e di cui ti ritrovi all’improvviso a doverti occupare, questo significa essere un padre. E soprattutto un uomo vero. Vivere da persone libere non significa essere superficiali, perché la sofferenza si può nascondere anche dietro un sorriso. “Famiglia all’improvviso” (da non confondere con l’omonimo film del 2012, per la regia di Alex Kurtzman, dove a cambiare è il titolo originario in inglese di “People like us”) è anche una storia di una profonda amicizia, che tratta anche l’omosessualità, vista come una risorsa, un’ancora di salvezza più che un impedimento, un ostacolo o un limite. Per essere una famiglia (o dei veri amici) occorre prima innanzitutto sentirsi tali veramente.
Il titolo potrebbe essere fuorviante. “Famiglia all’improvviso-istruzioni non incluse” di Hugo Gélin potrebbe far pensare a un film che dica e mostri come si diventa una famiglia ai tempi moderni, in cui ne esistono migliaia di tipologie e quella allargata sembra essere quella che descrive meglio la realtà sociale e demografica che si presenta in uno scenario culturale come quello moderno, multiculturale e globale. Tuttavia non è solo questo il tema centrale. Il titolo si riferisce a “Instructions not included”, il film messicano del 2013 per la regia di Eugenio Derbez di cui è un remake. Invece il titolo originale di questo film francese è “Demain tout commence”, “Domani comincia tutto”. Infatti si parla di futuro, di guardare avanti sebbene il presente sia quello che conta. Se delle istituzioni ci sono, sono quelle per come diventare eterni e inseparabili. Non ci sono regole su come fare il padre o la madre od essere un buon genitore, perché genitori non si nasce (imparati) lo si diventa. Come si vede si va ben oltre il concetto di famiglia.
Non solo. L’altra idea e impressione fuorviante che ne può sorgere è che tutto sia incentrato su una concezione di paura e che tutto il film sia concentrato in un racconto di formazione persino a lieto fine, dove tutto finisce bene “e vissero felici e contenti”, una volta ripristinato l’equilibrio e chiuso il cerchio che ha portato a ricongiungere chi sembrava destinato ad essere separato e invece rimarrà per sempre insieme. Così non è. Si parte certo dalla definizione di paura, subito in apertura. Il protagonista stesso descrive il momento in cui -da piccolo- il padre gli disse: “Chi ha paura di qualcosa dà a questa paura un potere immenso; è come un animale, che può essere addomesticato o ucciderti”. E lui confessa: “non ho capito cosa volesse dire, ma ho compreso che quel giorno voleva diventassi un uomo”.
Ma quello che si va ad affrontare sono i rapporti sociali a tutto tondo, di un gruppo che affronta insieme i problemi e si relaziona; impara ad entrare in contatto con l’altro, scoprendo aspetti inediti di sé e di chi ha incontrato nella sua vita. Ognuno dà il suo contributo a suo modo. Non è solo la storia di un padre e di una figlia o di una coppia e un eventuale triangolo aggiuntivo che si venga a creare. Non è una semplice favola moderna, la classica commedia realistica melodrammatica. Certo gag divertenti non mancano a causa della scarsa conoscenza scolastica dell’inglese da parte del protagonista. Se con un corso di lingua questa si può imparare, quello che non si può insegnare né apprendere é ad amare a prescindere dai legami di sangue. Quello raccontato è un tipo di amore che va oltre tutto: l’amore incondizionato. Per una storia attuale in una realtà mitteleuropea. Da Parigi a Londra. La conclusione è che, se una paura da temere c’è, non è quella del rischio o del pericolo, ma quella di non vivere: persino la paura di morire è nulla in confronto a quella. Così come per essere felici basta poco e non occorrono eventi eccezionali. Il film parte un po’ in sordina e tutto sembra far intravedere che sia destinato a rivisitare molti luoghi comuni. Invece, ben presto, sfaterà tutti i cliché. Con la semplicità con cui si parla ai più piccoli, come una bella fiaba letta a un bambino.
Il protagonista è Samuel (Omar Sy), un apparente immaturo latin lover, che ama spassarsela con diverse donne senza mai
legarsi, inaffidabile anche sul lavoro. Vive nel Sud della Francia e non è di certo il ritratto della costanza e dell’attendibilità. Finché, da Londra, non ritorna una sua ex: Kristin (Clémence Poésy), con tanto di figlia a carico che gli dice sia sua. Gli lascerà la piccola Gloria (Gloria Colston), per poi scomparire. Lui deciderà di andarla a cercare nella capitale della Gran Bretagna. Non la troverà e lui perderà anche il suo precedente lavoro. Poi a Londra diventerà uno stuntman dopo aver incontrato nella metropolitana Lowell (Ashley Walters), visibilmente gay. Alla figlia manca la madre e così si inventerà finte mail inviate dalla mamma in giro per il mondo quale agente segreto. Così come dirà bugie alla preside della scuola della figlia (Miss Appleton alias Anna Kottis), che porta sul set, per le assenze ingraziandosela con segreti in anteprima sulla serie che gira come stuntman. Così ci si interroga se quella sia un’educazione, se lui sia veramente in grado di fare il padre, se sia giusto mentire a fin di bene e ne valga la pena per regalare in un sorriso. Anche fosse per poco tempo. Che cos’è allora davvero la felicità? Due persone bastano? Intanto, dopo otto anni trascorsi così, ritorna all’improvviso Kristin con il suo nuovo compagno Bernie (Antoine Bertrand): chiede l’affidamento, ci sarà un processo e vorrà il test di paternità. Inoltre uno dei due (tra Samuel e Gloria) si scopre essere malato. Insomma ne accadono delle belle che stravolgono continuamente gli eventi.

Barbara Conti

Stomp, l’emozione
del puro ritmo urbano
al Brancaccio di Roma  

Trolleys flatDifficile raccontare l’emozione di uno spettacolo così particolare a chi non lo abbia mai visto. Senza trama, personaggi né parole, Stomp mette in scena il suono del nostro tempo, traducendo in una sinfonia intensa e ritmica i rumori e le sonorità della civiltà urbana contemporanea.

Con strofinii, battiti e percussioni di ogni tipo, i formidabili ballerini-percussionisti-attor i-acrobati di Stomp danno voce ai più volgari, banali e comuni oggetti della vita quotidiana: bidoni della spazzatura, pneumatici, lavandini, scope, spazzoloni, carrelli della spesa, barattoli di vernice, palloni trovano una nuova vita e diventano veri e propri strumenti musicali, in un delirio artistico di ironia travolgente.

Si comincia con le scope, che battono e strofinano, si continua con i loro manici; perfino le scatole di fiammiferi e comuni buste diventano incredibili strumenti ritmici. Molto originale il passaggio fatto al buio con gli accendini zippo che, accendendosi e spegnendosi, generano una geometria di luci e suoni. Impressionanti davvero e aldilà di ogni immaginazione le percussioni sulle enormi camere d’aria dei dumper.

Sarah Ian bins1 - CopiaGli otto performers, che cambiano rapidamente ruolo, sono di base abilissimi percussionisti; dispongono però di una buona capacità attoriale, particolarmente evidente in alcuni di essi, a cui è dato il compito di costruire ironicamente, se non una trama, almeno un leit motiv della rappresentazione. Lo spettatore si scopre così immerso in un crescendo musicale e scenografico che punta anche a coinvolgerlo attivamente.

Stomp trova dunque la bellezza e la sua essenza nella realtà quotidiana in cui viviamo. Trasforma scope in strumenti, battiti di mani in una conversazione, bidoni della spazzatura in percussioni. Il disordine della vita urbana diventa fonte di stupore e ritmo contagioso.

Grande progettualità e lavoro si percepiscono dietro e prima della performance dei percussionisti: luci, ritmi, modalità di realizzazione dei suoni, movimenti e loro coordinamento in veste scenografica sono davvero inimmaginabili.   Sfidando continuamente ogni convenzione sui confini di genere, Stomp infatti è danza, teatro e musica insieme. E’ sia un elettrizzante evento rock che un anomalo concerto sinfonico in stile “videoclip”: senso rapido del tempo, visualizzazione della musica, vortice ritmico nella scansione delle immagini.

Uno spettacolo che nel corso degli anni si è trasformato da avvenimento teatrale a fenomeno globale. Nato nel 1991 è tuttora in cartellone a New York con un cast interamente americano, mentre altri gruppi tengono spettacoli in tutto il mondo. In Italia è tornato regolarmente, sempre rinnovandosi, all’insegna di genialità e novità. Uno spettacolo superiore, soprattutto in alcune delle sue performance. Repliche al Teatro Brancaccio di Roma fino al 20 maggio.

Al. Sia.

“Un matrimonio da favola”, la fatalità
della storia di amicizia

matrimonio-da-favola“Un matrimonio da favola” dei fratelli Vanzina é la classica commedia all’italiana per una storia di amicizia. Ricorda i più recenti “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese, oppure “Non si ruba a casa dei ladri” e un po’ anche “Mai Stati Uniti”, degli stessi registi. Del primo richiama il monologo finale in cui ognuno si svela con maggiore sincerità, rivelando segreti reconditi. Del secondo il fatto di essere una commedia degli equivoci e di basarsi su un umorismo divertente che fa sorridere, attraverso tutte le vicissitudini bizzarre dei protagonisti: stessa location, Zurigo, e medesimo artificio di avere dei ‘ladruncoli buoni e bonari’ che si vendicano e colpiscono solo per farsi giustizia e per riscattarsi. Del terzo il fatto che da un viaggio nato per un diverso motivo ne sorge un’esperienza formativa che insegna l’importanza dell’unione: in “Mai Stati Uniti” era quella tra fratelli, in “Un matrimonio da favola” quella tra amici. Tra l’altro alcuni degli attori scelti dai Vanzina sono comuni ai film: Stefania Rocca ha recitato sia in “Un matrimonio da favola” che in “Non si ruba a casa dei ladri”; Ricky Memphis sia in “Un matrimonio da favola” che in “Mai Stati Uniti”. Proprio quest’ultimo è il protagonista principale del film dei Vanzina “Un matrimonio da favola”. Veste i panni di Daniele che invita, dopo vent’anni, i compagni di classe alle sue nozze a Zurigo. Tutti si chiedono: “ma se da ragazzi eravamo così uniti come abbiamo fatto a perderci?”, – fa riflettere Sara (Ilaria Spada), amante di Giovanni (Emilio Solfrizzi), soffocato e succube dalla perfida moglie avvocato divorzista. Allora, più che al matrimonio, tutto sembrerebbe indirizzato alla separazione; ma un velo di romanticismo sempre c’è. Ḕ Sara, infatti, a rimarcare la monotonia della sua vita di commessa le cui giornate erano tutte uguali, scandite dagli stessi orari ed eventi, rotta dall’incontro con Giovanni: “poi sei arrivato te e ho pensato che la mia vita potesse cambiare. E ho cominciato a sognare il matrimonio e i figli” –gli rivela-. Poi c’è il rimpianto e la malinconia di ciò che sarebbe potuto essere: “chissà, se avessi avuto il coraggio di dirtelo forse la mia vita sarebbe stata diversa”, dice Luciana (Stefania Rocca) ad Alessandro (Giorgio Pasotti), di cui è perdutamente innamorata da sempre, senza mai averglielo confessato. Ed ora sposata, ma annoiata dalla monotona e tediosa seriosità del marito. I partner non mancano ovviamente. Ma neppure le sorprese. Alessandro infatti è gay, con tanto di compagno. “Cosa vuoi? –risponde a Luciana- La nostra vita non dipende da noi, ma dal nostro destino”. Fatalità degli eventi? Si riflette anche su questo. Anime (pre)destinate a unirsi o separarsi. Sicuramente ognuna in cerca della propria identità e strada. Come la futura sposa Barbara (Andrea Oswart), che non sa neppure lei cosa voglia (ma sta tentando di capirlo) e che tradisce il marito proprio poco prima delle nozze con Luca (Adriano Giannini), latin lover ma questa volta amico traditore e infedele inconsapevole (non sa chi sia la fidanzata di Daniele).

Allora l’ingrediente giusto per “Un matrimonio da favola” non sembrano il menù, le bomboniere, la location o altro, quanto gli invitati, che fanno davvero la differenza rendendolo “scoppiettante”. E così il matrimonio diventa come una partita di calcio, in cui si può anche perdere, ma ci si riscopre una squadra più forte perché più unita. Le nozze possono ance persino saltare, ma in fondo l’unica legge del goal (come cantava Pezzali) è la regola che domina incontrastata le relazioni tra i protagonisti: “le ragazze vanno e vengono, gli amici restano”. E se si è destinati a lasciarsi o ritrovarsi, vuol dire che doveva andare così. Questo il tema centrale affrontato in modo leggero. Gli (ex) compagni (non più tali) scoprono di “essere ancora una squadra. C’era tutto un secondo tempo da giocare (insieme) e tutto poteva ancora succedere”. Quel che accade si vedrà, l’unica certezza è che la vita ci sorprenderà ancora con la sua casualità fortuita. La sicurezza è quella che Sara dice a Giovanni: “il treno prima o poi passa per tutti e ho deciso che non lo voglio perdere e che, nonostante te, voglio ancora continuare a credere nell’amore”. Per una delusione ricevuta un nuovo palpito arriverà, ognuno avrà la sua occasione, la chance del riscatto per essere felice, gioendo delle piccole cose. Insieme. Per un film che coglie il pretesto del matrimonio, dove le nozze sono solo un mezzo e un tramite, per parlare di amicizia, di amore (in tutte le sue sfaccettature nei suoi diversi tipi ed equilibri di coppia), e di destino. Come nelle favole e nelle fiabe, appunto, è il fato spesso a designare e disegnare la fine di ogni romantica storia d’amore. Di certo –come avverte il fidanzato di Alessandro- “niente sarà più come prima dopo il matrimonio”. Ma si farà? L’incertezza regna sino alla fine, come il fatto di non sapere quale delle coppie resterà in piedi sino in fondo. Daniele verrà lasciato o abbandonerà la sposa sull’altare? Dichiararsi (Luciana con Alessandro, ma anche Giovanni che deve parlare con la moglie per lasciarla per Sara) servirà a qualcosa o porterà a una rottura? Fino alla fine si può segnare o subire il goal (all’ultimo minuto), al contempo della vittoria o della sconfitta, del traguardo o della perdita di tutto; oppure pareggiare con un rigore da tirare prendendo il massimo del rischio. Del resto, “l’amore non è bello se non è litigarello” –si dice- e un matrimonio con la sua organizzazione porta sempre scompiglio, fermento e tormento, incertezze e titubanze se si stia facendo la cosa giusta. Proprio come in ogni decisione che si deve prendere nella vita. E l’interrogativo è: “tutto è successo per caso o perché doveva succedere?”. Il confine tra fatalità e fortuita casualità e coincidenza si confonde. Si sollevano, così, molti dubbi: l’amore è cieco o forse no? La fortuna e la sfortuna esistono? Ḕ davvero tutta colpa del destino e della sorte?

Barbara Conti

Di Padre in figlia. Profumo del mosto selvatico della famiglia Franza

di padre in figlia“Di padre in figlia”, per la regia di Riccardo Milani, ha confermato l’ottima pittura dell’emancipazione anche nell’ultima puntata. Ora non c’è che da aspettarsi un sequel con una seconda stagione. Emancipazione non è solo una questione di donne, per strumentalizzare una questione di genere che sembri più di finto moralismo e perbenismo che un problema sociale. Niente retorica. Il tutto è affrontato con estremo realismo. La problematica, infatti, è trattata a tutto tondo: emancipazione femminile, ma anche degli emigrati o dei giovani che cercano un futuro e una loro identità. Emancipazione che deve passare per un necessario ritorno all’origine. Una nuova concezione di famiglia che si fa largo, con nuove responsabilità e protagonisti che si scambiano alla conduzione dell’iniziativa. Il richiamo a “Il profumo del mosto selvatico” è forte: una famiglia che rischia la fine, la scomparsa quasi dopo la distruzione del vigneto di famiglia; ma che rinasce dalle proprie ceneri grazie al ritrovamento di una radice di una vite, o meglio la vite della vita potremmo ribattezzarla. Qui, per evitare che tutto andasse perduto, occorreva piantare questa sorta di “germe della rinascita”. In “Di padre in figlia” c’è necessità di trovare, proporre e produrre una grappa nuova che parli di chi l’ha fatta, della famiglia Franza per evitare che l’azienda chiuda e il nome vada perduto: sincera, che racchiuda in sé tutti i connotati dei suoi singoli membri.

Dirompente, Pura, Innovativa, Fresca. Il titolo da lì è fatto. Quella Franza a volte è una famiglia un po’ aspra, con un retrogusto amaro, ma anche dolce e duro al contempo: aspro come le vicissitudini che ha avuto; amaro come le sofferenze e le delusioni subite; dolce come la tenerezza della bontà d’animo di tutti i suoi componenti; duro come i sacrifici che ha dovuto affrontare. Ci sarà bisogno che Sofia fugga, vada in Brasile, torni lì da dove la sua famiglia è venuta, incontri Jorge, scopra la verità, torni indietro al passato e da lì al presente dalla madre e dalle sorelle per andare avanti verso il futuro. Per questo si aspetta una continuazione che descriva e approfondisca meglio il domani, il futuro. Anche qui (come in “Il profumo del mosto selvatico” con Keanu Reeves del 1995: i tempi cambiano, la storia no e si ripete) c’è uno scontro tra padre e figlia (Elena) perché il primo si sente tradito dall’altra, rimasta incinta. E un nuovo fidanzato e partner da accettare (Riccardo Sartori prima, della ditta concorrente; dopo Filippo alcolizzato e chissà, forse anche Giuseppe non sarà ben visto da Giovanni). Il consenso e l’aiuto nascono dal rifiuto iniziale; la lontananza porta vicinanza ed anche se distanti (come Maria Teresa a Padova) non è meno forte il legame. Il fuoco dell’incendio che distrugge il vigneto in “Il profumo del mosto selvatico” (a causa di una rabbia repressa sfogata nell’alcool) equivale a quello della passione verace dei Franza e dei Sartori, ma anche dei lavoratori, dei proletari. dei giovani disoccupati e precari, degli studenti universitari come Giuseppe. Dunque Maria Teresa è come una nuova sindacalista modera per i diritti della fabbrica, che è una questione di famiglia, ma anche di giustizia sociale. Il welfare attuale è l’emancipazione di allora. Dunque emancipazione rima con legalità di individui autonomi, liberi e indipendenti, non più vincolati e schiavi di canoni, ma che ricercano la propria identità e dignità. Al di là del sesso, della razza, dell’età. E per quello non è mai troppo tardi.

Allora l’emancipazione diventa una questione interamente legata alla famiglia, che si sviluppa al suo interno; non solo nello scontro moglie-marito, ma anche madre e figlie, padre e figlio. Non è più solo una problematica delle donne, anche se sono loro le più intraprendenti e le principali protagoniste del cambiamento. È una questione più individuale che sentimentale, che riguarda più l’autorealizzazione che l’amore. La donna non ha bisogno di un uomo, ma basta a se stessa; può fare a meno dell’amore forse, ma non di un lavoro per essere. Pari diritti soprattutto sociali, più che e non solo coniugali. Matrimonio e separazione, due facce della stessa medaglia che non annullano la donna. Franca e Pina lo dimostrano: l’emancipazione è come un’amicizia vera, una volta scoperta non la si lascia più o non finisce mai. Interessante che agnello sacrificale di tutto questo mutamento sia Antonio, il maschio di casa. Quasi a dire che occorrono nuove regole per una nuova realtà. Tutto cambia e tutti cambiano, quello che andava bene prima non lo è ora. La parte più forte forse è proprio l’intreccio complesso, intrigato e intrigante.

“Di padre in figlia” di Riccardo Milani: la doppia faccia dell’emancipazione

di padre in figlia Idea di Cristina Comencini, regia di Riccardo Milani. Connubio perfetto per produrre una fiction realistico-drammatica interessante in quattro puntate. Stiamo parlando di “Di padre in figlia”. Molti gli aspetti che intende affrontare. Innanzitutto la location innovativa di Bassano Del Grappa, dove risiede la famiglia Franza, protagonista al centro di questa storia avvincente e articolata. Poi il periodo; immagini di repertorio storiche contribuiscono a raccontare meglio gli anni che vanno dal 1958 al 1985 circa. Ḕ l’Italia del boom economico, delle rivoluzioni sociali e culturali, con i moti studenteschi del ’68 e l’emancipazione femminile, le lotte per il divorzio e le battaglie sull’aborto, ma anche della rivoluzione industriale. Per un Paese diviso a metà, dai mille contrasti, ancora ancorato a un passato ormai anacronistico (dove vige e domina il maschilismo), ma lanciato già verso un futuro di progresso e di cambiamento. Il capostipite, infatti, è Giovanni Franza (Alessio Boni), che ha una distilleria dove produce grappa a Bassano del Grappa appunto per coincidenza. Da sua moglie Franca (Stefania Rocca) sogna di avere un figlio maschio a cui lasciarne il comando. Finalmente arriva e si tratta del piccolo Antonio. E da questo momento avrà inizio lo scompiglio. Se inizialmente il logo della sua fabbrica sarà “Franza e figlio”, poi diventerà “Franza e figlia”, in quanto Antonio si dimostrerà incapace di tenere il peso della responsabilità della gestione dell’azienda di famiglia.

Si tratta di una storia di emancipazione e di rotture, separazioni. I due soci iniziali, Giovanni Franza ed Enrico Sartori (Denis Fasolo) rompono. Il primo vuole produrre grappa industriale, aumentare la produzione e allargare il mercato. Fare business. Il secondo, più onesto e oculato, fare grappa artigianale. Il primo è più ambizioso (“meglio ladro che fallito” afferma senza mezzi termini), il secondo più umile e ponderato. Due uomini per due visioni del mondo degli affari. Per due donne. Molte le storie di donne che si intrecceranno e alterneranno nella serie tv. Donne che sognano un’altra vita (con una citazione esplicita all’omonima fiction con Vanessa Incontrada per la regia di Cinzia TH Torrini), rivendicano i propri diritti e libertà. Le due principali sono appunto Franca Franza e Giuseppina “Pina” Zanchetti (interpretata da Francesca Cavallin): ex prostituta amante del marito della prima, che arriverà ad aprirsi un negozio di stoffe. Le due diventeranno molto amiche. Donne non di cultura, che non hanno studiato e quel poco che sanno e hanno imparato lo hanno appreso da autodidatte, ma ricche di dignità. Una complicità positiva che è una delle parti migliori della serie: la prima sceglierà sempre la famiglia alla sua libertà, mentre la seconda otterrà il suo riscatto arrivando persino in tv. E poi due sorelle: Maria Teresa (Cristiana Capotondi) ed Elena (Matilde Gioli) Franza, dai caratteri completamenti diversi: più riflessiva, responsabile e matura (“fin troppo seria” dice la madre) la prima, più esuberante, incosciente, istintiva e irrazionale, un po’ spregiudicata, la seconda. Due fratelli gemelli: Antonio (Roberto Gudese) e Sofia (Demetra Bellina) Franza: il primo debole e succube del padre e destinato alla distilleria, ribelle la seconda che va sempre controcorrente, contro ogni regola, sogna di fuggire lontano, girare il mondo, conoscere per sapere; il primo sarò orientato ad essere un “fallito”, la seconda priva di equilibrio. Inseparabili e indistruttibili insieme, persi quando si separano. Due contendenti e papabili fidanzati e mariti per Elena: Filippo Biasolin (Domenico Diele), figlio del sindaco del paese (Felice Biasolin, ovvero Roberto De Francesco); e Riccardo Sartori (amato da Maria Teresa, alias Alessandro Roja). Due famiglie, i Franza e i Sartori, una figlia erede nata per caso o per errrore (Elena rimane incinta a 16 anni) e un matrimonio riparatore tentato. Riuscito? Chissà. Due città, che spingono ad andare via: Padova (ricca di stimoli e di flussi di studenti), ma anche Milano (con le sue attrattive fatali di mondanità, tra moda, seduzione ed erotismo). E un paese che tiene ancorati alla tradizione classica: Bassano Del Grappa (“dove non succede mai niente di nuovo”). Ad essere indagato forse, paradossalmente, è più il rapporto madre-figlia che padre-figlia. Una madre, Franca, con la nostalgia e la malinconia del grande amore Jorge (Carmo Dalla Vecchia). Apparentemente non fa nulla per cambiare, non prende mai decisioni e non sa scegliere lui e rinunciare a suo marito. Divisa tra due uomini, non è l’unica ad essere segnata da un legame forte. Pure Maria Teresa è da sempre innamorata di Riccardo Sartori, ma anche lei finirà per l’essere corteggiata ugualmente dal corretto Giuseppe Nunzio (Corrado Fortuna). Come la sorella Elena tra i due contendenti Riccardo e Filippo. Per due tipi di amore forse: quello più razionale, logico, per fare la cosa giusta e quello più fisico, di attrazione passionale. Il tutto da scegliere tra la spinta della religione del parroco Don Giulio (alias Roberto Nobile) e la propensione alla laicità atea di tipo proletario-studentesco. Molte scelte da compiere, di fronte a cui ci si troverà obbligati.

Perché “Di padre in figlia” è una storia di amori e in amore occorre saper fare delle rinunce. Innanzitutto è la storia d’amore di un padre-padrone, un passato che vincola e limita; e di una figlia, la società moderna che, come lui, vuole cambiare il mondo senza voler cambiare poi troppo ella stessa, continuamente combattuta da un rinnovamento temuto, che richiede sacrifici e fa un po’ paura. Una pittura della società dell’epoca, di quegli anni così importanti per la storia del nostro Paese, speculare a quella attuale. Con un tono drammatico che colpisce, che riprende quello di “Un’altra vita” (sempre una storia di una madre e delle sue tre figlie), poiché inedito per il regista Riccardo Milani. La sua regia ci aveva abituato alla sua abilità nel cimentarsi nella classica commedia morale italiana. Stavolta si supera toccando un campo completamente diverso e più intenso per la portata storica appunto. Da evidenziare la particolare ricercatezza nello studio dei dettagli, dei costumi di quel tempo, così come del trucco alle attrici, che ne cambia i connotati a significare gli stati d’animo tormentati e sempre in divenire. Per non parlare delle tipiche pettinature raffinate che arricchiscono la descrittività minuziosa di una realtà di passaggio, di transito, ma non transitoria perché iniziata, ma mai terminata. Non si è concluso, infatti, il cambiamento che ha messo in atto, ma ancora continua. Per non parlare delle immagini vere di repertorio che danno un senso di autenticità e realismo a questa fiction realistica, che racconta la realtà in tutta la sua mutevolezza sconvolgente e sconcertante per i cambiamenti radicali che ha portato per sempre. Il tutto rafforzato dai dialoghi e monologhi pregnanti e incisivi. Anche il linguaggio usato enfatizza il messaggio della serie stessa. Più volte si ripete l’esclamazione “Ma guardati!” cosa sei diventato/a, a sancire di quanto i personaggi si confrontino tra di loro, quasi come di fronte a uno specchio a vedere per cercare di capire cosa sia successo loro; oppure la frase “io non scappo, sono qui”, ci sono, sono rimasto/a a tuo sostegno, puoi ancora contare su di me, vorrei scappare ma resto, quasi per te, perché so che la famiglia è tutto e -come si dice- “prima o poi bisogna sempre fare i conti con la propria famiglia”. E si parla esplicitamente della portata rivoluzionaria citando la parola “rivoluzione”.

Ci sono due tipi di rivoluzione appunto: quella fuori degli studenti, sociale, culturale, più diffusa e conosciuta, di diritti e libertà riconosciuti; e poi c’è quella più intraprendente di uguaglianza di chi, come Maria Teresa, sostiene che la vera rivoluzione sia una donna a capo di un’azienda, che possa comandare. Senza che, finalmente, sia sempre e solo l’uomo a decidere tutto in maniera insindacabile e la donna lì a subire, sopportare, a dipendere dal maschio, a dover stare vicino sempre e comunque a suo marito perché vale solo se piace a un uomo. Magari chiusa in casa sempre pronta a obbedire. Se contano solo la serenità e l’unità della famiglia, che la madre deve proteggere in primis, e se la famiglia viene vista e considerata ancora come un riparo dalla solitudine è ancora così? La rivoluzione di cui parlava Maria Teresa oggi è attuata e quelle concezioni sembrano ipocrisie da superare. Dunque quale l’eredità lasciata da quel padre che è il nostro passato di quegli anni a quella figlia che è la società contemporanea? E rappresentata metaforicamente dal lasciare in consegna la conduzione della distilleria, da tramandare verosimilmente di generazione in generazione? Dunque una storia universale. L’aspetto più interessante è il coraggio da parte del regista di mostrare gli aspetti più negativi, duri e dolorosi del cambiamento dei tempi portato dall’emancipazione (lotta ancora in essere), fatto con sacrifici in cui tutto e tutti cambiano. Allora fuggire, partire o restare per cambiare? Per scoprirlo occorre attendere l’ultima puntata di martedì 2 maggio prossimo.

Se il soggetto principale è l’emancipazione, non si può trascurare di notare che essa racchiude in sé diverse altre parole. Innanzitutto i termini, per anagramma, “mancanze”: quelle dei diritti e delle libertà fondamentali ricercati che si vuole siano riconosciuti alle donne. Poi “pace” quella che è desiderata e il fine ultimo quasi. E poi la parte finale dove troviamo “azione”: tanta l’iniziativa che viene presa su più fronti, ma soprattutto dalle donne molto intraprendenti. Ma in questa trasposizione moderna (in cui si affronta anche il tema dello stalking in maniera velata e di straforo), emancipazione ha un doppio risvolto, un’ambivalenza profonda e suggestiva che è la peculiarità che fa la complessità della fiction. La sua ambiguità risiede nel fatto che, come per lo stalking in una relazione sentimentale, l’emancipazione è un amore, un’ossessione pericolosa, duplice, che può persino essere nociva e negativa, dannosa. Ḕ come una corsa disperata su un tapis roulant verso la morte, la fine di tutto, l’autodistruzione perché si rischia di perdere tutto. Ḕ fatta di diritti, ma anche di inganni e di peccati (di frode ad esempio di cui viene accusato Franza); di libertà e di vincoli, di prigione (la famiglia e i figli stessi vengono visti da Elena come tali); di realizzazione nel matrimonio e nello sfociare nell’adulterio; è un atto di fedeltà con se stessi e con gli altri, ma comprende e finisce spesso anche nel tradimento, nella confusione; è una ricerca di identità, ma porta a una crisi esistenziale; è una vittoria e una sconfitta; emargina (ha lo stesso prefisso di ema-ncipazione) e rende partecipi, parte di una società che si sta rinnovando; è tradizione e innovazione; è la nuova droga dei giovani; la si fugge e la si rincorre; è come la famiglia che è, al contempo, una certezza sicura come una cassaforte o una prigione claustrofobica e soffocante, da cui evadere con sesso, droga e alcool; isola, un po’ come si fugge la solitudine con e nella famiglia: non a caso ha in sé le sillabe “ma” e “pa” di madre e padre di famiglia. Ḕ una forma di dipendenza, come un oppiaceo o uno stupefacente, come non si può fare a meno (e vivere senza) dell’altro in famiglia (il/la proprio/a marito/moglie). Ḕ seducente come una donna che si prostituisce per trovare la sua indipendenza, la propria autonomia, senza dover dipendere più da nessuno e dover chiedere nulla a nessuno, per poi quasi non riconoscersi più; è un sogno e un incubo; un desiderio che si realizza a metà. Ḕ drammatica e triste come la fine di una storia d’amore con il divorzio o come una vita che sta per crescere, abortita in stato embrionale. Lasciar stare tutto e rinunciare ad ogni cosa in suo nome si può? Rinnegare tutto o morire per essa? Emancipazione è progresso e recessione; opportunità e speranze, ma anche delusioni e corruzione, remissione, fallimento. Si passa dall’entusiasmo e dall’euforia alla sofferenza e allo sconforto. Ḕ un salto nel buio, nel vuoto dell’ignoto, di un certo lasciato per l’incerto appunto. Un po’ come a “Rischia tutto” (la trasmissione omonima dell’epoca presentata da Mike Bongiorno) perché, in fondo, l’emancipazione è come nella vita che sai di rischiare (di perdere) tutto. Allora, come direbbe lo storico conduttore scomparso: quale busta vuole? La uno, la due o la tre? A richiamare la scelta che deve compiere Giovanni Franza: “Di padre in figlia”, allora a quale delle tre figlie lasciare la distilleria? Maria Teresa, Elena o Sofia? Se sembra ovvio il nome della maggiore delle tre, nulla è scontato in quanto ogni certezza cade. Infine l’emancipazione è come creare una start-up, sapendo che può portare alla fortuna o al fallimento, ma occorre sapersi mettere in gioco, essere intraprendenti. Non è n caso dunque che tra gli attori vi sia Matilde Gioli che nel film “Start up” ha recitato. Dunque emancipazione come egomnia: è per tutti e di tutti, eppure il singolo non può prescindere da se stesso e dal suo interesse personale ad avere spazio e tempo per sè. Ma nel cast della fiction per la regia di Riccardo Milani compare anche Clizia Fornasier, nei panni della segretaria Nadia. Quest’ultima lascerà il lavoro, quasi a dire che non vuole sottostare alle imposizioni della ditta Franza: un compromesso che non accetta. Perché, in questa duplicità che sa di ambivalenza, non ci sono vie di mezzo: prendere o lasciare? O si è dentro o fuori il sistema di nuove regole scritto. C’è chi decide di conformarsi e di adattarsi ad esse, alla legge del compromesso appunto, come Antonio (che tenta di rispettare i suoi obblighi e doveri morali forzati) od Elena (che ben si adatta alle nuove esigenze della società, cresciuta in fretta ma ancora adolescenziale); e chi rifiuta di accettare le costrizioni e i nuovi dettami che non condivide: come Maria Teresa (spontanea, sincera, pura quasi ingenua, ma molto intelligente) o come Sofia, ribelle che va sempre controcorrente perennemente e rifiuta ogni imposizione quasi per principio a priori. Chi subisce come Franca e chi si rivolta come Pina. Ma ognuno cerca di pagare il proprio conto perché ritiene che “se nella vita non hai debiti, non devi nulla e nessuno può pretendere niente da te” –come afferma Pina appunto-. Un’ambiguità tipica dell’emancipazione: una doppia opzione, ma possibilità che sfociano in un trinomio che sa di trinità e perfezione, quasi a ricercare il giusto equilibrio e il giusto mezzo tra gli opposti così antipodici e drastici, senza più trovarsi davanti ad estremismi mai troppo proficui, positivi o produttivi.

Barbara Conti

Tutto può succedere II stagione: 2 per 2 filosofie di vita da conciliare

Tutto-Può-Succedere-Quarta-puntataAltri 26 episodi andranno in onda per la seconda serie di “Tutto può succedere”, fiction che parte seguendo il filone della prima, ma che sempre più tende a mostrare quanto due concezioni esistenziali possano confluire in un unico approccio alla vita fatto non di antipodi, ma di complementarietà. Colonna sonora è la canzone dei Tiromancino “Per me è importante”. Dopo la sigla iniziale firmata ed eseguita dai Negramaro (ovvero l’omonimo brano musicale Tutto può succedere scritto da Giuliano Sangiorgi e dal compositore Paolo Buonvino), a sancire l’elemento portante della serie tv è il testo del gruppo guidato da Federico Zampaglione: per ricordare che l’unica cosa che conta è la famiglia e che per ogni membro di essa diventa colonna portante imprescindibile e irrinunciabile. Subito in apertura viene proposta “Per me è importante”, ma la musica continua ancora a farla da padrona in varie circostanze. Innanzitutto vediamo Ambra (interpretata da Matilda De Angelis) inseguire il suo sogno di musicista. Dopo la parentesi con l’amica Giada (Valentina Romani) nella prima stagione, ha la sua chance di “sfondare”. L’opportunità le arriva quando le è offerta la possibilità di aprire il concerto di Samuele Bersani, che incontra personalmente. E l’artista recita veramente nella serie tv. Del resto il suo live (“vivere” in inglese) ricorda il termine vita (“life”) di cui è intrisa “Tutto può succedere”. E nell’ottica dell’imprevedibilità dell’esistenza umana viene portata avanti la teoria, da parte dell’assistente sociale e psicologa del piccolo Max (Roberto Nocchi) ovvero Gabriella (Lorena Cacciatore), che “i programmi (della e nella vita appunto) cambiano e bisogna adattarsi e sapersi conformare a questi cambiamenti stessi”. Proprio lei è protagonista di una vicenda sentimentale che intriga e aggiunge romanticismo. Ha una relazione con Carlo (Alessandro Tiberi), la cui storia con Feven (Esther Elisha) è in crisi, proprio a un passo dal matrimonio. Conciliare gli usi e i costumi diversi e mettere d’accordo nell’organizzazione delle nozze le due famiglie è sempre più difficile per i genitori del piccolo Robel (Sean Ghedion Nolasco). Di certo il tradimento di Carlo non aiuta. Salteranno davvero o i due riusciranno a ritrovare il legame forte che li ha uniti anche così dopo tanto tempo? Lo stesso interrogativo è alla base del ritorno di Elia, l’ex marito di Sara (Maya Sansa) e padre di Ambra e di Denis (Tobia De Angelis). Proprio quest’ultimo ritrova il rapporto con il papà; ma, se si tratta di “ricostruire i rapporti”, dimostrando di essere cambiati, non lo si può fare che “facendo la cosa sbagliata”, come dice Elia (ovvero sbilanciandosi e cercando di baciare Sara, che lo respinge contenta). Tra questi due modi di districarsi negli alti e bassi della vita, vediamo che un altro rapporto un po’ minato è quello tra Alessandro (Pietro Sermonti) e la moglie Cristina (Camilla Filippi). Lei è incinta del loro secondo figlio, ma lui non vuole conoscerne il sesso perché ha saputo che se sarà maschio avrà il 90% di probabilità di avere l’Asperger come Max. I due iniziano a litigare, ma riusciranno a superare insieme questa paura ed affrontare da vera coppia la malattia? Anche perché nell’azienda dove lavora Alessandro arriva una nuova collega, con figlio a carico e sola, a cui lui deve fare affiancamento; una veste di tutor che poco gli piace, inizialmente, ma che potrebbe trasformarsi in una nuova fiamma o in una storiella fugace. Intanto difficoltà vi sono anche per Luca (Fabio Ghidoni) e Giulia (Ana Caterina Morariu): lei scopre di non poter avere più figli dopo aver perso l’altro; decideranno di adottarne un altro, introducendo il tema delle adozioni. Una scelta non facile, ma di cui sembrano convinti: che possa unirli maggiormente? Del resto per una famiglia allargata, che lo è sempre di più, non poteva mancare un figlio “straniero” come lo è (di richiamo) Robel. Ma, in questa apparente diversità, ci si riscopre tutti simili. Per il compleanno di Max ci si rivolge a un mago degli insetti (adorati dal giovane), che si scoprirà essere affetto egli stesso da Asperger. Ed è un dialogo che ha con Alessandro che è particolarmente interessante perché infonde un messaggio non solo di solidarietà, di vicinanza e di umanità, ma in cui nel confronto con l’altro ci si ritrova uguali. Alla domanda: “lei è un uomo felice?” Il mago risponde “Sì a tratti”. E quando gli viene rivolta reciprocamente, la risposta è la medesima anche da parte del personaggio interpretato da Sermonti. Un invito anche a non giudicare, ad andare oltre le apparenze, perché la vita ha molta più fantasia di noi e ci riserva delle sorprese impensabili. Non sai mai quello che ti può capitare, ma nella positività o negatività della vita così imprevedibile, si può costruire forse anche qualcosa di meglio. È quello che accade a Federica Ferraro (Benedetta Porcaroli) e a Lorenzo, che ottiene finalmente la sua libertà totale e non più vigilata. Ma la loro felicità, a proposito dell’interrogativo di prima su cosa significhi essere felici e quindi sul senso della vita stesso, durerà? Quanto? Se tutto può succedere, dobbiamo aspettarci colpi di scena pronti a controvertere i nuovi equilibri creati perché, in fondo, ci ricorda la canzone interpretata da Vasco Rossi prima e da Fiorella Mannoia poi, “la vita è tutto un equilibrio sopra la follia”. E quest’ultima non manca, anzi è quella che aggiunge sale alle esistenze dei singoli personaggi. Quella follia che ricorda il “fare la cosa sbagliata” di Elia. Dunque si può imparare da chi tanti errori ha commesso in passato.

Barbara Conti

Al MAXXI il Media Art Festival, soluzioni audaci per cambiare il mondo

Nella prestigiosa cornice del MAXXI, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo, dal 27 al 29 aprile, oltre 35 artisti digitali, nell’insolito ruolo di changemaker, sperimentano nuovi processi e sinergie tra tecnologia e arte nella mostra “The power to change the world”.

media art festivalIl Media Art Festival, l’iniziativa promossa dalla Fondazione Mondo Digitale per esplorare nuove frontiere della cultura e dell’arte, giunge alla sua terza edizione con il focus su “Path Toward Human Sustainability”, dedicato a una sfida cruciale del XXI secolo. Digitale, intelligenza artificiale e genetica sono i settori che stanno registrando le mutazioni più veloci e complesse, trasformando in profondità il modo di produrre e di consumare, anche a livello culturale. L’headline della scorsa edizione “L’arte in un mondo che cambia” diventa “L’arte che cambia il mondo”, grazie anche ai laboratori creativi per lo sviluppo sostenibile, realizzati con la collaborazione di ricercatori, scienziati e maker.

L’evento porta nella capitale artisti di rilevanza mondiale, dall’israeliana Sigalit Landau che, dopo la Biennale di Venezia, torna in Italia con “Salted Lake”, all’americano Joseph Delappe che, per la prima volta nel nostro paese, porta in mostra “Gold Gandhi” e dialoga con il pubblico in workshop e lecture.

Si consolida così la dimensione internazionale del Media Art Festival, che quest’anno si inserisce in un prestigioso “sistema di festival europei”, come Article Biennial di Stavanger (Norvegia) e Spectra Aberdeen’s Festival of Light (Scozia), sostenuti dal Programma Europa Creativa. Un progetto laboratorio unico nel suo genere, che attraverso la formula delle residenze di artista ha portato artisti stranieri a lavorare in Italia e artisti italiani a lavorare all’estero: dalle opere d’arte realizzate presso la Palestra dell’Innovazione per il progetto European Light Expression Network – ENLIGHT finanziato dalla Commissione europea, alle Residenze d’artista attivate con il Goethe-Institut.

Anche nella terza edizione si conferma l’attenzione per la formazione, a partire dalla scuola. Con il progetto “Carbon Footprint attraverso le digital art”, realizzato con il sostegno del Miur in collaborazione con il Dipartimento di Fisica della Sapienza Università di Roma, artisti, fisici e studenti delle scuole superiori lavorano insieme alla creazione di prodotti scientifico-artistici legati al concetto di sviluppo e sostenibilità.

Giovani artisti italiani sono impegnati nelle scuole per la realizzazione di opere d’arte da esporre al Maxxi: un vero e proprio laboratorio di produzione diffusa per avvicinare le nuove generazioni a un uso attivo, innovativo e creativo della tecnologia e allo sviluppo di nuove competenze strategiche per la nascita di futuri profili professionali.

Al talento dei più giovani è dedicata anche Hackreativity, la maratona informatica degli under 35 promossa in collaborazione con Lazio Innova, società in house della Regione Lazio. Una giornata alla Palestra dell’Innovazione per programmare soluzioni innovative e progettare idee imprenditoriali legate al mondo dell’arte, del design e della cultura.

Il Media Art Festival è un’iniziativa della Fondazione Mondo Digitale realizzata in collaborazione con Lazio Innova, Ambasciata americana in Italia, Europa Creativa (Commissione Europea), MiBACT, MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, MIUR, Sapienza Università di Roma, Goethe–Institut Rom, Accademia di Belle Arti di Roma, RUFA – Rome University of Fine Arts, Quasar Design University, Ambasciata di Israele. Sponsor tecnico è Epson. Media partner Inside Art.

Per conoscere gli artisti in mostra consultare il sito mediaartfestival.org.

Al Teatro de’ Servi, un vero e proprio inno al diritto di sognare

Non Rubateci i sogniE’ un vero e proprio inno al diritto di sognare, quello in scena al Teatro de’ Servi dal 25 aprile al 14 maggio: la commedia “Non rubateci i sogni”, scritta e diretta da Bernardino de Bernardis, racconta con grande leggerezza ma anche con grande efficacia il difficile tema del riscatto, di cui l’arte e in particolare il teatro è spesso portavoce.

Cosa succederebbe se un prete napoletano particolarmente timoroso, dopo vent’anni lontano dalla sua città di origine, venisse trasferito proprio in quel quartiere difficile dove ha vissuto la sua adolescenza? Don Angelo è un prete che ha condotto l’intera vita pastorale nella tranquilla valle Aurina in Trentino, immerso tra gente ordinata e pacifica, ma quando viene trasferito nel quartiere della provincia napoletana in cui è nato, l’iniziale entusiasmo dovrà fare i conti con la precaria e problematica realtà fatta di miseria e sotterfugi.

Inizierà cosi per lui una seconda vita che lo metterà di fronte a quel passato inconsapevolmente rimosso e ai continui soprusi che la sua comunità è costretta a subire, come quello dell’abbattimento del teatro che le istituzioni vogliono compiere per far posto a un centro commerciale dietro la cui iniziativa, in realtà, si nasconde la mano crudele della delinquenza locale.

Per convincere la comunità ad appoggiare la lotta contro l’abbattimento del teatro, Don Angelo porterà alcuni ragazzi della sua parrocchia a mettere in scena uno spettacolo teatrale che racconti le loro vite, le loro difficoltà, insomma che sia un grido contro la cultura della violenza e della sopraffazione. Ma come tutti i “capitano, oh mio capitano” della letteratura, Don Angelo non troverà la strada spianata e dovrà fare i conti con il proprio timore e la propria natura titubante. Contemporaneamente, anche la comunità farà i conti con il proprio atteggiamento servile, con quel capo chino con cui ha lasciato che la delinquenza tenesse in mano le redini della propria vita.

Sotterfugi, improbabili stratagemmi, paure e ipocondrie fanno da cornice alla perenne lotta tra il bene e il male, in cui si alternano personaggi che, dietro l’apparente leggerezza, nascondono ferite mai completamente rimarginate.

Sarà dunque un semplice spettacolo di teatro a restituire dignità a questi protagonisti che non avevano la vocazione dell’eroe e a riscattare esistenze marginali che non hanno mai pensato di avere qualcosa da dire. Ma d’altronde, non è forse questo il ruolo del teatro?

The Start-Up di D’Alatri: l’Egomnia del nuovo Zuckerberg italiano

accendi il tuo futuro“The Start-Up-Accendi il tuo futuro”, per la regia di Alessandro D’Alatri è un interessante film ispirato a una storia vera. Anche l’Italia ha il suo Mark Zuckerberg. E “accendi il tuo futuro” è proprio lo slogan che Matteo Achilli, giovane 19enne romano, decide (con il suo compagno d’avventura, amico ed ingegnere Giuseppe) di adottare per lanciare la sua “invenzione rivoluzionaria”. Da vero “visionario”, inventa un “calcolatore matematico del merito”, un algoritmo in grado di stilare una classifica di tutti i disoccupati in cerca di lavoro: utile a loro e alle aziende per un più facile, rapido ed intuitivo sistema di reclutamento. La piattaforma non solo funziona come motore di ricerca, dunque, per imprese e per chi cerca un impiego ma, come tutte le invenzioni straordinarie tecnologiche, è anche sicuro. Infatti, se è vero che punta sulla meritocrazia, “il merito deve essere certo, oggettivo e imparziale”. Un social network in cui contino solamente titoli, referenze e requisiti, le competenze e non le raccomandazioni. In un’Italia in cui sono solo i figli di papà ad andare avanti. Deluso dal fatto di non essere stato scelto per accedere ai campionati di nuoto (dopo 10 anni di agonismo per prepararvisi), decide di dare una nuova possibilità a sé e a tutti quelli come lui, per un mondo più giusto e “pulito da tutto il marcio che c’è”. Così arriva a creare il software dell’anno, con un investimento iniziale di soli 10mila euro. Ecco dunque nascere Egomnia: ego è “chi si iscrive al sito”, omnia “le possibilità che gli si aprono di fronte”. O forse dovremmo dire: ergomnia? “Cogito ergo sum” diceva Cartesio e al centro del portale inventato da Achilli vi è proprio il singolo aspirante lavoratore, proprio grazie al fatto che le aziende sanno che possono assumere la persona veramente giusta e meritevole appunto. E poi, dopo la fase iniziale di lancio e di successo, Matteo sembra preso solo da se stesso, da quasi un “delirio di onnipotenza” (esagerando), che lo fa sentire il solo artefice di tutto, quello solo che conta davvero: “ego”, infatti, racchiude in sé le parole “egoismo”, “egoista”, “egocentrico” oppure, semplicemente, “egotista”. Ma dopo l’enfasi e l’euforia iniziale, non saranno tutte rosse e fiori e “la strada sarà in salita/ Non è semplice questa vita/ Da una torre cadere non è difficile” come cantava Gigi D’Alessio in “Non mollare mai”, brano che ben si addice al film. Il rischio è che crolli tutto; allora, dopo il blocco nella crescita del sito è meglio chiudere bottega e lasciar perdere tutto? “The show must go off”, dunque, per dirla con il nome del programma di Serena Dandini (per la regia di Igor Skofic, in onda in prima serata su La7) a cui ha partecipato Luca Di Giovanni che nel film è Giuseppe?

Quella con Egomnia per Matteo, che vi ha dedicato tutta la sua vita, è come una storia d’amore tormentata in cui ci si lascia e ci si riprende; come fa lui con la fidanzata Emma (nome che, non a caso, racchiude le iniziale di “Egomnia” e le sue di Matteo Achilli). Ḕ lui stesso a dire che: “i siti sono come le donne, conta la prima impressione”. E allora ecco che ci si trova ad interrogarsi: si può misurare matematicamente la felicità? Per la sua ragazza sì e, forse, per dirla alla latina, l’unico motto che conta è “amor vincit omnia”, ovvero “Ego-omnia” potremmo aggiungere. Tra l’altro l’attrice che veste i panni di Emma è Paola Calliari, che ha studiato veramente danza a Berlino, come ballerina vuole diventare la fidanzata del giovane aspirante imprenditore informatico. Non solo ha fatto parte del cast di “La felicità è un sistema complesso” di Zanasi (quasi la risposta all’interrogativo che la giovane coppia si è posto), ma è un dialogo tra i due che racchiude la portata di ciò che sta accadendo loro: “Qual è il tuo sogno? – Diventare prima ballerina, ma non succederà mai… – Che senso ha tutta quella fatica, allora? – Quello che la fatica fa di te!”.

L’amore vince su tutto e forse è l’unico vero calcolatore assoluto del merito di una persona, il suo vero valore assoluto. Anche in Italia, dove “a Steve Jobs non avrebbero dato neppure un mutuo per una casa” e “puoi avere una bella idea, ma rimani sempre uno di borgata”. Uno come lui, venuto dal quartiere della periferia romana di Corviale. Proprio qui, non a caso, è ambientato, sempre ispirato a una storia vera, un altro film che racconta la vicenda di un’altra imprenditrice di successo vittima della visione maschilista nel mondo del lavoro, che sa farsi largo con le sue trovate innovative e d’avanguardia: “Scusate se esisto!” (con Paola Cortellesi e Raoul Bova, per la regia di Riccardo Milani che è anche il marito dell’attrice); ovvero l’architetto “Serena Bruno” non “Bruno Serena”, che ristrutturò il quartiere modernizzandolo. Non a caso una delle attrici protagoniste, Matilde Gioli, ha recitato anche (oltre che ne “Il Capitale umano” di Paolo Virzì oppure “Gomorra”) sia in “Di padre in figlia” di Riccardo Milani che in “Mamma o papà?” con Paola Cortellesi e Antonio Albanese. In “Start-Up” interpreta Monica Dominici, una giovane esuberante che è alla guida della rivista universitaria di Economia alla Bocconi “Tre leoni”. Quando Matteo vuole illustrarle il progetto di Egomnia per pubblicizzarlo sul giornale lei gli risponde: “non credi ve ne siano già troppi” di social network? E lui gli risponde: “anche Bocconi quando creò l’Università sapeva che ve ne erano tante altre migliaia, ma lui voleva la migliore” e così riesce a farsi ascoltare da lei e convincerla, facendola esporre. Non a caso, poi, il colore che sceglierà per il sito sarà il verde come quello del quartiere di Corviale adottato dall’architetto nel suo progetto.

E Matteo accoglie l’invito del padre: “figlio non farti mai sfrattare” dal tuo quartiere e dal tuo Paese. E così il ragazzo sembra ben deciso e determinato a portare sino in fondo il suo progetto, proprio sulla filosofia di Steve Jobs e il suo “be foolish”. Un pizzico di sana follia che ci vuole in tutte le cose. Quella che lo ha portato a vedersi dedicare la copertina di Panorama Economy nel 2012, a vedere nascere la versione Beta di Egomnia, ed ad avere tra i suoi clienti: Microsoft Italia, Vodafone Italia, Assicurazioni Generali, Ericsson Telecomunicazioni, Heineken Italia e il World Economic Forum. Laureato alla Bocconi, capirà che l’importante è che, in qualsiasi luogo si vada, si resti sempre se stessi. Lo imparerà a sue spese. Ed è per questo che la colonna sonora è sancita dalla canzone che Alice Paba e Nesli hanno portato al Festival di Sanremo lo scorso febbraio: “Do retta a te”; ovvero do retta al cuore e non a caso, in latino, si può tradurre con “mens, mentis” che significa, al contempo “mente” e “animo”, nel senso di cuore appunto. Per coincidenza Alice ha vinto l’ultima edizione di “The Voice of Italy” nel team di Dolcenera, a proposito di “giovani talenti crescono”. Sembra narrare perfettamente la storia vissuta in prima persona da Matteo, anche quella d’amore con la sua fidanzata Emma; ma, soprattutto, racchiude il senso vero della vita, dell’esistenza di ogni singolo individuo fatta di alti e bassi. “Restare uniti oppure persi in questa vita e ricomincia quando è già finita/ E ridere perché ho imparato solo adesso a vivere”. “Andare lontano verso il proprio destino”, parafrasando le parole del testo, ma dando retta al cuore. Anche quando è difficile e non è facile dover scegliere o rinunciare a qualcosa. Il film sicuramente si regge sull’interpretazione eccellente di Andrea Arcangeli, protagonista assoluto nel ruolo di Matteo Achilli appunto. Lo abbiamo visto già in Fuoriclasse 2 e 3, ma soprattutto in “Romeo&Giulietta” (con Alessandra Mastronardi ed Elena Sofia Ricci). Quest’ultimo colossal è un cult che richiama l’atmosfera tragico-drammatica di un film realista quale “Start-Up” è, che però ha tratti romantico-struggenti direttamente proporzionali al traguardo elevato che insegue il principale di tutti i suoi personaggi. Il risultato è un film semplice e complesso, lineare quanto complicato come un social network, che pulsa di vita vera, quella della gente comune e dei suoi problemi. Difficile da gestire, forse, come un’azienda, una start-up di stampo moderno-contemporaneo. Allora, da dove cominciare per crearla? Da ciò di cui si ha bisogno. Qui è il rispetto e la dignità della persona umana, di tutti i precari e lavoratori non considerati, esclusi da un mercato che guarda solo agli interessi del business. Allora occorre dare anche la visibilità dei contatti avuti, senza strumentalizzare chi ci dà fiducia, “corrompendosi” con chi vuole sfruttare il successo avuto. Rimanendo con i piedi ben saldi per terra e continuando a fare ciò che si sa fare. Per questo Matteo deciderà di non “unirsi” a una politica (candidandosi, come gli viene proposto) che gli sembra arrivista e di comodo, interessata non al bene comune, ai cittadini, alle persone che si sono iscritte al suo sito, quanto solo ai numeri stratosferici delle iscrizioni al suo portale, senza considerare le storie, le difficoltà e i disagi che ci sono dietro; cosa che lui vuole ascoltare.

E se oggi Egomnia è realtà, una realtà consolidata, non meno lo è la strada che ha lanciato. Il futuro è nel Web e nell’informatica. Molti gli esempi che lo dimostrano. Due i casi recenti, su tutti, che si possono citare: LAZIOcrea e il Dipartimento di Ingegneria Elettronica dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, ma altre convenzioni sono state siglate con le Università “Link Campus University” e “La Sapienza” e “Roma Tre” di Roma, promuovono “Hackathon4Crea”, progetto che premia le App (dispositivi per smartphone e tablet, con sistema operativo Android) sugli open data della Regione Lazio. Scopo dell’iniziativa è promuovere lo sviluppo (in sei mesi di tempo, in versione Beta appunto) di applicazioni digitali innovative, partendo da set di open data messi a disposizione dall’azienda. Per singoli o per gruppi di al massimo tre persone. Temi oggetto della competizione sono: l’energia, l’ambiente, il turismo, la cultura, l’agricoltura (ma Matteo ha dimostrato che anche il lavoro può essere uno di essi). Oppure il Fablab Roma Makers alla Garbatella. O, ancora, il Festival of Media Global (che si terrà a Roma dal 7 al 9 maggio prossimi).

Barbara Conti