“Novecento” di Baricco in scena al Teatro Lo Spazio con Flavio De Paola

flavio de paolaDopo il grande successo ottenuto nei teatri più importanti d’Italia, a grande richiesta, ritorna nella capitale “Novecento” il racconto di Alessandro Baricco con Flavio De Paola, per la regia di Pablo Maximo Taddei al Teatro Lo Spazio.
Dal 24 al 29 gennaio Tim Tooney (Flavio De Paola), narratore e amico del protagonista del romanzo Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, catapulterà il pubblico presente sul Virginian, il transatlantico su cui sarà ambientata l’intera storia.

Flavio De Paola descrive il nostro “eroe”, con un caldo accento siciliano, come l’uomo dalle grandi capacità di apprendimento, un uomo in grado di vivere attraverso i desideri e le passioni altrui, riuscendo ad esprimere le sue attraverso la musica, vivendo sospeso tra il pianoforte ed il mare, con il quale è in grado di emozionarsi ad ogni viaggio.

Flavio De Paola riporta alla mente tante vicende umane, storie di migranti partiti dall’Europa con pochi stracci e sbarcati con il vestito buono per l’America, storie di marinai, di musicisti e di amicizie indissolubili. Uno spettacolo che si trasforma in un one man show, un racconto che diventa un viaggio, un pubblico che dimentica di essere in platea e tutt’a un tratto, tutto insieme, si ritrova sul Virginian.
Infatti, la storia, per chi la conoscesse già, è arricchita dalla tecnica degli psicosuoni di Pablo Maximo Taddei, regista dell’opera, conducendo lo spettatore in un’atmosfera onirica, in un mondo immaginario a tratti surreale. È una tecnica che crea degli sbalzi spazio-temporali che “bombarda” lo spettatore di suoni e parole e che lo proietta in qualcosa di magico, mai visto prima. Un’esperienza teatrale decisamente da vivere.

Cristina D’Avena con la DBDays Band e il coro Voices of Heaven

cristina-d-avena“Credo di essere una persona estremamente sincera, un’artista che canta da una vita. Ho iniziato poi con le sigle negli anni, 80 ed ancora oggi canto e faccio concerti con tantissimo pubblico, ci divertiamo ed è una festa continua. Penso che più che un vero e proprio segreto ci sia il carattere e il modo di essere.

Sono una persona semplice, tranquilla, una persona che ama tantissimo il proprio lavoro e cerca di rispettare moltissimo i fans o chi comunque mi ama e che mi ha permesso di arrivare fin qui. Non sarei nessuno se non avessi avuto un seguito così importante. Ed è normale che io abbia un particolare riguardo per chi mi ama e mi segue da tantissimi anni e penso che questa sia una delle particolarità che mi avvicina al pubblico e che fa sì che il pubblico continui ad amarmi dopo tanto tempo. E che faccia sì che anche i piccoli che iniziano solo ora a conoscermi mi amino. Essere se stessi sempre e comunque, in qualunque momento, anche con il passare del tempo. Essere serena, umile, ma soprattutto essere vera”.

È questo quanto dichiara Cristina D’Avena per presentare il suo prossimo concerto romano all’Atlantico Live il 28 gennaio, in occasione del quale vedremo la regina delle sigle tv in una versione nuova, meno dissacrante rispetto a quando calcava i palchi con i Gem Boy, ma al tempo stesso gioiosa, divertente e ironica con un’orchestra di 20 musicisti ad accompagnarla per più di due ore di imperdibile live in compagnia di una delle più amate icone italiane.

“E’ un concerto di sigle di cartoni pure, così come ce lo aspettiamo” continua la cantante, “ovviamente con delle sonorità moderne. Sul palco saremo in 20, non siamo proprio pochi. Il coro è molto numeroso e ti dà il giusto colore, il giusto sapore, è bellissimo. E quando senti il pezzo con il coro dal vivo ti emoziona, E’ un concerto, secondo me, molto emozionante e che ti porta indietro nel tempo e che ti riporta a quando eri bambino”.

Un salto nel passato unico, da vivere questa volta anche con la famiglia, piccoli e adolescenti, adulti e amanti della buona musica per rivivere l’infanzia…con nuovi arrangiamenti e una nuova anima, sotto il segno della festa e della spensieratezza.

Su iniziativa del Papa una TV impegnata socialmente per la pace

Pope Francis gestures aboard his Popemobile as he arrives for an audience with participants of an international pilgrimage of altar servers on August 4, 2015 in Saint Peter's Square at the Vatican.   AFP PHOTO / FILIPPO MONTEFORTE        (Photo credit should read FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

 AFP PHOTO / FILIPPO MONTEFORTE (Photo credit should read FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

Un Palinsesto per la Pace in nome dell’appello di Papa Francesco. Dopo il suo discorso in occasione della Giornata mondiale per la pace (come di consueto ogni primo gennaio di ogni anno), in TV (e specialmente su RaiUno) ne è seguita una settimana durante la quale si è continuato a parlarne, nei sette giorni successivi, in film di vario genere e dai soggetti più disparati.

Al centro del messaggio di Papa Bergoglio, l’idea che tutti siamo “doni sacri dotati di una dignità immensa”. Il Pontefice ha invitato a tenere un atteggiamento di nonviolenza, per costruire la pace resistendo alla vendetta e all’odio; ma si tratta di una nonviolenza attiva, come quella praticata da Madre Teresa di Calcutta oppure dal Mahatma Gandhi e da Martin Luther King, ma in primis da Gesù che “tracciò la via della nonviolenza insegnando ad accogliere e perdonare l’altro con misericordia”. L’esempio più alto da seguire perché, ha ribadito con forza Papa Francesco: “Nessuna religione è terrorista” e “Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa, non la guerra!”. Tuttavia, ha proseguito il Santo Padre, “è fondamentale percorrere il sentiero della nonviolenza in primo luogo all’interno della famiglia. La famiglia è l’indispensabile crogiolo attraverso il quale coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle imparano a comunicare e a prendersi cura gli uni degli altri in modo disinteressato, e dove gli attriti o addirittura i conflitti devono essere superati non con la forza, ma con il dialogo, il rispetto, la ricerca del bene dell’altro, la misericordia e il perdono. Dall’interno della famiglia la gioia dell’amore si propaga nel mondo e si irradia in tutta la società”. Inoltre, ha evidenziato Bergoglio, occorre “non perdere l’opportunità di una parola gentile, di un sorriso, di qualsiasi piccolo gesto che semini pace e amicizia. Un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo”. Ḕ con questo atteggiamento da “operatori di pace”, ha sottolineato Papa Francesco, che si può costruire una pace duratura e profonda in quanto anche della diversità si riesce a fare un punto di forza e partenza per costruire il “nuovo”.
Tutti aspetti che si possono ritrovare nei film andati in onda in tv. A partire da “Amore, cucina e curry” (sullo stile delle serie di “Amori in cucina” e “Amori all’improvviso”), per la regia di Lasse Hallstrom. Qui viene enfatizzato particolarmente il concetto che i piatti sono memoria, per questo motivo vanno custoditi prima nel cuore e poi portati in cucina. Sono simbolo di cultura e tradizioni, valori identitari da difendere. Al centro della trama una vicenda di concorrenza sleale: tra l’Oriente, con l’India del giovane Hassan e i sapori delle spezie più insolite; e l’Occidente della tradizione della cucina francese di prestigio. Spesso i diversi sono visti come pericolosi, mentre Hassan ha appreso dalla madre ad “assaggiare” tutto. Ad un certo punto esplode anche del fuoco al ristorante indiano (di fronte a quello francese): un po’ come in guerra. Si capirà, poi, che l’inno di Francia non è solo un’incitazione alla distruzione del nemico, ma oltre alla Marsigliese c’è il noto motto di: libertà, uguaglianza e fratellanza. I piatti diversi sono ugualmente buoni e non c’è più motivo di essere ancora in guerra, con una concorrenza spietata in cui non si compete con il nemico in modo onesto, ma lo si denigra. Così la “c” di curry, concorrenza, è anche quella di contaminazione, collaborazione, complicità, complementarietà. Un invito all’aiuto reciproco arriva proprio dalle parole del giovane Hassan alla rivale: “Vorrei farle una omelette, ma per farlo mi servono le sue mani” (dopo che è rimasto ustionato per spengere l’incendio al suo locale).

Ciò ricorda un po’ la frase del protagonista del film di Alessandro Siani (che egli stesso interpreta ne “Il principe abusivo”: “É l’amore che ci rende tutti uguali”; nobili e napoletani doc, reali e gente semplice e umile che vive a scrocco, ma non contratta l’amore. “Spesso voi reali –prosegue il personaggio del regista- siete quanto di più distante dalla realtà”. Gli fa eco l’altra figura, suo alter-ego; ovvero quello del maggiordomo di cui veste i panni Cristian De Sica (ma c’è anche la principessina interpretata da Sarah Felberbaum): “Volevo cambiarlo, ma è lui che ha cambiato me”; non manca nulla in questa favola realistica e moderna.
Ed ecco allora che (tornando ad “Amore, cucina e curry”), ci si influenza a vicenda e Hassan vuole imparare la cucina ‘classica’, che deriva da ‘classe’. Forti le resistenze: un indiano non può diventare francese e viceversa; almeno così si crede. Così si ergono muri di intolleranza. “Perché cambiare una ricetta che ha quasi 200 anni? Perché forse 200 sono troppi”, ci si interroga. Perché non provare ad attraversare la strada che divide (i due ristoranti, come le due culture, uno di fronte all’altro) e cercare di superare le ostilità?, ci chiediamo vedendo il film. Cambiare e modificare non significa annullare, cancellare, ma mutare vuol dire anche migliorare, arricchire, (r)innovare. Insieme. Ci pare di sentire la lezione riassunta nel concetto che “Insieme si è più forti” e ci si può aiutare meglio, come dice Alice a Salvatore e al suo amico ne “La mafia uccide solo d’estate” di Pif (al centro di una master class al Roma Fiction Fest quest’anno). Due, non a caso, infatti sono le stelle date al ristorante francese: due come le culture che le hanno portate, quando qui arriva Hassan come cuoco in apprendistato; stelle come le medaglie d’onore di riconoscimento al valore militare in guerra per i soldati più valorosi (e gli chef migliori). La cucina ora è una scienza non più un’arte. E dunque il giovane indiano si rammenta di quando la madre gli insegnò (e lui imparò) a sentire con i sensi attraverso i sapori. Ora l’unica regola da rispettare (anche ai fornelli) è l’innovazione tramite la sperimentazione. Pe r arrivare a trovare quel gusto esplosivo tramite la combinazione di sapori differenti. Alcuni piatti però non riescono bene ad Hassan come quando li faceva con la sua Marguerite (la giovane chef del ristorante francese di cui si innamora): conta anche con chi si cucina allora pertanto. Se il ristorante francese insegue la terza stella, come tre sono i principi di libertà, uguaglianza e fratellanza, occorre però partire per ritornare (come fa Hassan andando in Francia) per arrivare ad ottenerla. Solo così vi sarà quello scambio del segno di pace, stringendosi le mani come si fa a Messa, alla Maison Mumbai (il ristorante indiano del padre di Hassan). Ritornare per restare. Così ne nascerà “La Francia del ristorante Maison Mumbai”, con due soci: un connubio insolito, ma vincente. E solo in questo momento si prenderà la terza stella insieme.

Spesso sono la sete di potere e di prevaricazione che spinge all’ostilità. Un po’ come insegna “Maleficient-Il segreto della Bella Addormentata”, “Malefica”, con Angelina Jolie; per la regia di Robert Stromberg. Remake del classico Disney del 1959 de “La Bella Addormentata”, in questo caso la Bella Addormentata é la piccola Aurora (Elle Fanning), vittima di un sortilegio della strega cattiva interpretata dalla Jolie; gelosa del fatto che suo padre Stefano, ovvero il suo innamorato di gioventù, l’abbia tradita ed ingannata (privandola delle sue magiche ali enormi) per la bramosia di diventare re. L’incantesimo prevede che la giovane Aurora vivrà in serenità ed armonia fino al suo sedicesimo compleanno e un giorno, quando (a seguito della ferita di un oggetto contundente con cui si pungerà) cadrà in un sonno profondo da cui potrà svegliarsi solo con il bacio dell’amore vero. Ma se Malefica ha in sé nel nome il termine “male”, non è così perfida come sembra. Regina della Brughiera (con la ‘b’ di “bene”), presto si pentirà della sua malvagità e deciderà di salvare Aurora. Il bacio dell’amore vero é quello ad esempio materno, di una madre per una figlia, più che di un innamorato. Così, in questa lotta manichea tra bene e male intrinseci in ogni cosa, in ogni essere, in ciascun luogo e persona (un po’ come gli aspetti negativi e positivi di ogni situazione), Aurora si fa metafora di una nuova alba per il mondo, con un’umanità da salvare, come si è voluta salvaguardare la piccola in infanzia. La Brughiera, parallelamente, diventa simbolo di un muro che divide più che unire, come lo fu quello di Berlino. Aurora, tuttavia, sembra debba essere protetta più che dall’incantesimo dall’egoismo, dal cinismo, dalla miopia di re Stefano, pronto a rinunciare a tutto pur di governare e diventare sovrano; anche all’amore, ad Aurora stessa, che più che tutelare pare trattare come un bene materiale da possedere per prestigio e usare a proprio comodo. La maledizione lanciata da Malefica è magia nera finché a predominare sono l’odio, la vendetta, la prevaricazione dell’altro, l’arrivismo. L’armonia ritornerà quando si attuerà l’aiuto reciproco.

E da Malefica, impossibile non citare “Biancaneve” con Julia Roberts nei panni di una strega veramente perfida. Qui si insegna che “bisogna riconoscere quando si è sconfitti”, mettere in pratica sempre la riconoscenza e la gratitudine. Soprattutto si invita ad andare oltre le apparenze: i nani sono considerati ospiti sgraditi e odiati anche in ragione della loro statura (che li porta ad essere emarginati, ghettizzati, isolati e discriminati in un regno diviso a metà), mentre la loro antipatia deriva dalla sofferenza che hanno provato nel venir mal giudicati; così, allo stesso modo, Biancaneve é considerata debole, mentre è più forte di ciò che sembra. Nel film con la Roberts, poi, l’ordine è inverso rispetto a “Maleficient”: c’è una regina davvero malvagia e un re buono; è il principe a rimanere vittima del sortilegio e la potenza della magia ricade su chi l’ha usata in maniera errata. Se “Biancaneve deve cadere come la neve” – si dice -, lei farà capire a tutti che per avere pace bisogna aiutarsi a vicenda, amarsi e rispettare l’altro. Se i nani possono essere stati malvagi è perché sono stati maltrattati e offesi dalla cattiveria avuta nei loro confronti. Non bisogna, pertanto, giudicare in base a canoni estetici e alla mera esteriorità, ma alla bontà d’animo e generosità di avere la disponibilità di soccorrere chi è bisognoso e in pericolo: questa la vera bellezza di Biancaneve. Ciò vale tanto per gli uomini che per le donne.

Favole moderne di storie senza tempo, reali quanto fantastiche. Regni tormentati in cerca di pace. Sempre in guerra finché non domina l’amore. Sogni di libertà in paesi in battaglia; ali di libertà non a caso metaforicamente rubate in “Maleficient”.

Così come, a proposito di film d’animazione, storia di liberazione è quella di “Belle e Sebastien”, dove protagonista è un’altra figura femminile: quella di Angelina, guida alpina che aiuta a fuggire dall’occupazione tedesca, lungo i passi più sconosciuti di montagna, all’epoca della Seconda guerra mondiale. Fuggire anche da sé; liberare e liberarsi, per tornare ad essere liberi. In mezzo ad ambizioni di pace e desideri reconditi, soprattutto di speranza, Angelina vuole andare in Inghilterra per costruire “qualcosa di importante” e di migliore; così, il capo dei tedeschi pentito si immola e salva un gruppo di ebrei da un agguato di alcuni compatriotti, che i suoi connazionali attendevano al varco (pronti ad attaccare).

Se nelle fiabe il lieto fine è auspicato, il film citato all’inizio “Amore, cucina e curry” è stato anticipato dalla trilogia della serie “Purché finisca bene”: non si riferisce tanto all’happy end finale quanto alle nuove consapevolezze raggiunte. In questo è centrale ed emblematica la frase di uno dei tre film, “Mia moglie, mia figlia, due bebè”, con Neri Marcorè e Serena Autieri (ovvero Antonio e Amalia, i genitori della diciassettenne Noemi, che rimane incinta come la madre): bisogna avere paura della propria paura quando essa ci blocca e non è più un mero campanello d’allarme di pericolo che ci mette in allerta. Bisogna avere il coraggio di vivere la vita sino in fondo senza preoccuparsi troppo, almeno finché si ha la forza. Per essere in pace con se stessi e con l’altro, e che si è pronti ad accogliere pur nella sua diversità e con i suoi difetti e limiti, come accade nell’altro film: “Il mio vicino del piano di sopra”, con Sergio Rubini e Barbara Bobulova, rispettivamente Bruno (un designer sognatore e disoccupato) e Claudia (una manager grintosa e cinica), che litigano per un super attico; un bene materiale di lusso, ma varrà tutto il valore che gli viene attribuito e che si contendono?, oppure ci sono beni (immateriali) più preziosi, come i sentimenti e i principi morali? Infine il terzo (quello di “Piccoli segreti, grandi bugie”, con Chiara Francini e Giuseppe Zeno) sembra invitare alla sincerità nel rapporto con l’altro e ad agire con trasparenza e correttezza, con un’etica professionale improntata alla veridicità dell’informazione e non all’inganno. Nella guerra mediatica moderna allo scoop più sensazionale, Isa (alias la Francini) è una giornalista che cerca l’inchiesta ad ogni costo, anche denigrando e screditando l’oggetto preso di mira (in questo caso un albergo); ma presto si pentirà di questa sua tendenza ad estremizzare ed esagerare i toni e i termini. I tre film hanno quasi preparato il terreno al concetto di pace nel senso lato del termine.

A chiudere il cerchio, l’inizio della quarta stagione della serie televisiva: “Che Dio ci aiuti”. Se la religione si basa su un credo di fede, quest’ultima significa anche fiducia nell’altro; ma occorre passare dalla filosofia del “devo pensare a me” a quella dell’“uscire fuori dal sé”, aprendosi all’altro con altruismo e riuscendo ad ascoltarlo e comprenderlo. Interessante il concetto di un individuo come “un codice a barre”: un tatuaggio (dipinto sul collo di una giovane, un personaggio che è uno dei tanti nuovi protagonisti della fiction, come quello di suor Angela) che ricorda quanto oggi giorno si sia disposti a vendersi e mercificare il proprio corpo, prostituendo non solo il fisico ma anche l’anima, per vedere quanto l’altro sia pronto a pagare per averci; dall’altro lato, al contempo, indica che è riconducibile a una singola e specifica persona ben identificabile, irripetibile e inimitabile nella sua unicità e univocità: qui risiede la sua massima dignità più alta di essere vivente. Accogliere l’altro con quest’ultimo approccio, più che con il primo, permette di instaurare quel legame di fiducia che fa sentire uniti e come “una grande famiglia” all’Angolo Divino di Suor Angela (Elena Sofia Ricci) e Suor Costanza (la Madre Superiora interpretata da Valeria Fabrizi). La bellezza di ogni essere umano risiede nel caos che lo contraddistingue. Portare scompiglio non è sempre negativo, può essere positivo se fatto con gli occhi del perdono e dell’amore: i due ingredienti principali per costruire la pace.

Barbara Conti

Quelli che… “Sarà Sanremo”: 30 protagonisti in gara al Festival

sanremo2017Tempo di Natale, tempo di Sanremo. Anche in clima di festività natalizie appunto si è cominciato a parlare di Sanremo con i nomi dei 30 protagonisti in gara (tra Big e Nuove Proposte), usciti e già noti al pubblico. A comunicarli Carlo Conti nella trasmissione, che è un po’ l’apertura ufficiale pre-Festival, “Sarà Sanremo” (in onda il 12 dicembre scorso). Al centro la gara dei giovani; in diretta da Villa Ormond, per la regia di Maurizio Pagnussat. Se per la kermesse occorrerà aspettare febbraio (come consuetudine), un altro appuntamento è stato lanciato nel frattempo: quello con le canzoni, che si potranno ascoltare sin da fine gennaio. Un’attesa di circa un mese che, intanto, il conduttore ha promesso di riempire iniziando a lavorare meglio e più approfonditamente su quello che ha definito “il contorno” dell’evento: ovvero gli ospiti, l’intrattenimento e tutto ciò che ruota intorno a colei che resterà la protagonista assoluta (e deve rimanere tale, per stessa ammissione del presentatore), ossia la musica e i brani che saranno presentati. Colpiscono i grandi nomi (con grandi ritorni, quasi a sancire degli anniversari e delle ricorrenze da festeggiare) e l’età media bassa dei concorrenti, molti provenienti da “Amici” di Maria De Filippi. Se, metaforicamente, Conti ha paragonato il Festival a un mazzo di fiori colorato da esibire e regalare al pubblico (con le sfumature più varie di tipologie di artisti e generi musicali offerti), a sbocciare sono proprio i giovani talenti (molti nati e lanciati proprio da ‘Sanremo giovani’ appunto e dall’area delle Nuove proposte).
Già dai nomi questo emerge chiaramente. Sul palco dell’Ariston a febbraio saliranno: Al Bano con “Di rose e di spine”; Elodie (direttamente da ‘Amici’) con “Tutta colpa mia”; Paola Turci con “Fatti bella per me”; Samuel (dei Subsonica) con “Vedrai”; Fiorella Mannoia con “Che sia benedetta” (ma il testo è stato scritto da Amara, che già abbiamo visto tra le Nuove Proposte di Sanremo); Nesli e Alice Paba (ragazza di Tolfa vincitrice di The Voice nel team di Dolcenera) con “Do retta a te”; Michele Bravi (giovane di Città di Castello che ha vinto la settima edizione di X-Factor, con all’attivo il testo della sua canzone “A piccoli passi” scritto da Tiziano Ferro): all’Ariston porterà “Il diario degli errori”; Fabrizio Moro con “Portami via”; Raige e Giulia Luzi (quest’ultima protagonista dell’ultima parte di “Tale e quale show”) con “Togliamoci la voglia”; Ron con “L’ottava meraviglia”; Ermal Meta con “Vietato morire”; Michele Zarrillo con “Mani nelle mani”; Lodovica Comello con “Il cielo non mi basta”; Sergio Sylvestre (vincitore di “Amici 2016”) con “Con te”; Clementino con “Ragazzi fuori”; Alessio Bernabei con “Nel mezzo di un applauso”; Chiara Galiazzo con “Nessun posto è casa mia”; Francesco Gabbani (già vincitore tra le Nuove Proposte lo scorso anno) con “Occidentali’s karma”; Marco Masini con “Spostato di un secondo”; Giusy Ferreri con “Fa talmente male”; Gigi D’Alessio con “La prima stella”. Questi Big si esibiranno nelle prime due serate del Festival (in onda dal 7 all’11 febbraio): 11 per ciascuna di esse, 8 accederanno subito di diritto alla quarta serata; gli altri sei eliminati inizialmente, prenderanno parte a un torneo eliminatorio nella terza serata: solamente quattro saranno ripescati, per due di loro l’uscita da Sanremo sarà definitiva. Carlo Conti ha difeso il regolamento (lo stesso dell’anno scorso): nuovamente direttore artistico della kermesse, ha sostenuto che il meccanismo funziona e non si cambia, poiché garantisce una gara equilibrata.
Tra le Nuove Proposte finiranno, invece, giovani dell’Area Sanremo risultati vincitori: Valeria Farinacci con “Insieme” (testo di Giuseppe Anastasi che tenta di descrivere cosa sia l’amore) e (Federico) Braschi con “Nel mare ci sono i coccodrilli”. Gli altri sei trionfanti dalla competizione della serata di “Sarà Sanremo” sono stati: Marianne Mirage (che già si è fatta conoscere al Festivalbar) con “Le canzoni fanno male”, Maldestro (ragazzo di Scampia, figlio di un boss che si è rifugiato nella musica) con “Canzone per Federica”, Lele con “Ora mai”, Leonardo Lamacchia con “Ciò che resta”, Tommaso Pini con “Cose che danno ansia”, Francesco Guasti con “Universo”. Proprio quest’ultimo è stato di nuovo protagonista per la seconda volta, come lo scorso anno, dello spareggio finale eliminatorio: non gli andò bene nel 2015, in questo 2016 è riuscito ad accedere agli otto finalisti che si andavano ad unire ai 22 Big. Tra gli artisti al centro della gara di “Sarà Sanremo” i ragazzi di “Amici”: Chiara Grispo, che è stata una delle due eliminate (con Valeria esibitasi in “La vita è un’illusione”), nonostante la positività del messaggio del suo brano “Niente è impossibile”. Non solo. Ma uno degli spareggi a tre previsti (con quattro gruppi formati e di cui solo due passavano ed uno era eliminato), ha visto una sfida tra un trio di ex concorrenti del programma di Maria De Filippi. I talenti che lo costituivano erano: Chiara Grispo appunto, Lele e La Rua. Ad essere eliminato è stato quest’ultimo. Tuttavia, oltre le lacrime di Daniele, molta polemica poi si è sollevata. Consapevoli della forte critica e contestazione che ne erano nati, per ottemperare a questo malcontento Conti ha promesso che qualcosa si farà. Per regolamento non possono essere ammessi alla gara, ma la loro canzone “Tutta la vita questa vita”, potrebbe finire quale ritornello del Festival ad inframezzare le pause per spot pubblicitari. Sicuramente il loro ritmo è molto energico, e il gruppo punta molto sulla potenza degli strumenti. La band forse dovrebbe mettere più enfasi sulle parole, con più melodie pop e sonorità più soft e meno dark-rock. Soprattutto per una canzone sanremese. Il loro talento indiscutibile ha prevalso, però. Viceversa, hanno destato scalpore altre due eliminazioni all’unanimità (vittime la 18enne Carola Campagna e il duo composto da Aprile e Mangiaracina), accomunate e motivate principalmente dal veder concorde l’intera giuria.
Nella scelta delle canzoni molte le componenti che incidono: il look dell’artista in gara; la melodia e il testo delle canzoni, ma soprattutto se si adatta alla vocalità di chi si esibisce; il suo carattere e la sua capacità di arrivare, di comunicare emozioni e di creare empatia durante la performance con un’esecuzione che deve essere ‘giusta’, ‘adatta’, ‘essenziale’. Spesso è solamente una di queste a vacillare leggermente. Come giusta è stata la volontà di Carlo Conti di dare una spiegazione a come sia possibile che vedremo tra i “Campioni” (uno affianco all’altro), veterani e giovani usciti dai talent. Sono le vendite e il successo a sancire il primato di un artista e, soprattutto, la rapidità di ascesa nelle vette delle classifiche e negli indici di gradimento e di notorietà.
Ultima nota sul Festival di Sanremo 2017 è che sarà una kermesse senza gruppi: “abbiamo avuto poche richieste da parte di band, così come di rapper”, ha precisato Conti.
Una curiosità, infine, che si può notare è che una strana coincidenza o scherzo del destino unisce le sorti (per ironia) di Fabrizio Moro ed Elodie: fu il primo ad “Amici” (come giurato) a scrivere e regalare alla giovane la canzone “Sono anni che ti aspetto”. Ora entrambi si ritroveranno sul palco dell’Ariston.

“Prodigi-La musica è vita” e i 70 anni di Unicef
in onda su Rai 1

prodigi-la-musica-e-vita-1Presentato in anteprima a “Tale e quale show”, il nuovo programma andato in onda su RaiUno “Prodigi-la musica è vita”, sarebbe potuto apparire a molti, a un primo impatto, un sequel di “Ti lascio una canzone”; con Vanessa Incontrada (ospite in giuria alla trasmissione condotta da Carlo Conti) nei panni di una neo Antonella Clerici in versione spagnoleggiante con i suoi “besitos”. Una gara tra dodici giovani “prodigi”, ma soprattutto un’occasione per festeggiare i 70 anni dell’Unicef (presentando, con gli ospiti, alcuni dei progetti umanitari più significativi realizzati). Di cui il 14 dicembre ricorre l’anniversario. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), infatti, come ben noto tutela i diritti e il benessere dei rifugiati in tutto il mondo; è stata istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 14 dicembre 1950: da allora l’Agenzia ha aiutato più di 60 milioni di persone a ricostruire la propria vita. Per questo le sono stati assegnati due Premi Nobel per la Pace, il primo nel 1954, il secondo nel 1981.
Questo ha fatto di “Prodigi” qualcosa di nuovo e diverso rispetto al programma della Clerici (o quale potrebbe essere “Little Big Show” con Gerry Scotti). Infatti “prodigi” non va inteso solamente come talenti, ma anche come miracoli, ovvero eventi eccezionali che si riescono a concretizzare, cambiando completamente alcune realtà tragiche che caratterizzano aree del mondo in difficoltà. Piccole grandi rivoluzioni ricche di umanità. A questo sono serviti i numeri verdi 800 93 93 22 e quello per inviare sms 45566. Alla base di queste “missioni” compiute (come quelle dei missionari appunto parafrasando) la musica, in grado di dare senso di libertà, la forza e il coraggio di trovare quella volontà di andare avanti e sognare ancora. Per questo alla conduzione la Incontrada non è stata sola, ma una valida spalla è stata il Maestro Beppe Vessicchio. Una trasmissione caratterizzata da tre categorie: musica strumentale, danza e canto classico. Tre tutor/giurati: Gino Paoli, Eleonora Abbagnato, Andrea Griminelli. Tre finalisti per ciascuna sezione: Zaira Di Grazia (13 anni nel canto: sa suonare anche il pianoforte, adora Céline Dion e Whitney Houston e quando canta le sembra di stare volando), Emma (15 anni, di lei la Abbagnato ha detto: “la prenderei subito con me nel Balletto dell’Opera”) nella danza e Giuseppe Gibboni (16 anni) nella musica strumentale. Un solo vincitore assoluto: Gibboni. Per quest’ultimo una targa e una borsa di studio. “La musica –ha raccontato il trionfatore- riempie le mie giornate. Mi esercito tre ore al giorno d’inverno e sei d’estate. Il tempo e le ore passate a suonare sono come ore di preghiera per me, di crescita personale. Sicuramente di gioia e passione, con cui le vivo pienamente”. Tutti i giovani in gara hanno più volte evidenziato questo senso di liberazione che provano cantando e suonando.
Soprattutto un programma caratterizzato dai volti di tanti ambasciatori Unicef, testimonial d’eccezione di una serata “speciale”: Roger Moore, Francesco Totti, Orlando Bloom, Audrey Hepburn, Ricky Martin, Leo Messi, Samantha Cristoforetti. Sono loro che hanno prestato il loro volto, mettendoci la faccia (come si suole dire), con il loro viso, esponendosi in prima persona negli spot pubblicitari e promozionali mostrati. Del resto l’impegno dell’Unicef è sostanzioso: ha salvato più di tre milioni di bambini dalla malnutrizione ed ha permesso il diritto all’istruzione a più di 15 milioni di bimbi grazie a una scuola itinerante, ovvero il progetto “Scuola Mobile-School in the box” (non a caso la Incontrada ha recitato con Flavio Insinna in “La classe degli asini”, sull’abolizione delle classi differenziali). Distribuisce più di due miliardi di litri d’acqua ogni giorno. Dal 1990 ha ridotto molto la mortalità infantile, poiché molti bimbi (circa 16mila) periscono a causa della diarrea oggi (che diventa dissenteria).
L’Unicef si è aperta soprattutto all’universo digitale e social, e ai giovani, affinché siano loro i primi principali protagonisti del cambiamento e si avvicinino sempre più a queste realtà. Un esempio è venuto anche grazie al profilo Twitter #prodigi2016 che ha spinto in tale direzione; ma soprattutto dall’intervento di una youtuber (Greta) che collabora con l’Unicef e il cui pensiero è stato ben chiaro: “il mondo social appartiene ai giovani e così voglio portare un messaggio ai miei coetanei per coinvolgere le generazioni come la mia e quelle vicine in un impegno sempre più costante e attivo”. Anche questo è un piccolo “prodigio”, un piccolo “miracolo”, una piccola “rivoluzione”, un piccolo “cambiamento” importante, avvenuto dal basso, da gente comune. Ognuno può fare qualcosa.
Durante la trasmissione sono stati illustrati, in particolare, tre progetti realizzati molto peculiari. Il primo è stato presentato dalla cantante Noemi. Si tratta di un’idea innovativa che ha avuto luogo in Paraguay, dove sono stati ricostruiti degli strumenti musicali con dei resti ritrovati nella discarica nei pressi della quale vivevano e a ridosso della quale hanno convissuto con fame, disperazione e miseria, ma con alto senso di dignità e fantasia. Tanto da costituire e diventare una vera e propria orchestra itinerante che tiene concerti, con una tournée in America latina e persino in Europa. Da qui il richiamo forte al titolo esplicativo della trasmissione “la musica è vita”, un motivo per rinascere. Se è vero, spiega la gente del posto, che non si può accendere un fuoco senza una fiamma, loro sono andati a cercarla in una discarica, dove hanno trovato e (ri)scoperto la forza della musica appunto. Noemi ha parlato di “un sogno realizzato” attraverso la concretizzazione di questi strumenti colorati, che simboleggiano “di quanto siano un modo per loro per suonare e potersi esprimere: una dimostrazione, poi, in più di quanto sia importante il riciclo per sé e per il pianeta intero”.
Poi è stata la volta dell’ambasciatore per eccellenza: Lino Banfi, protagonista del momento forse più toccante e commovente del programma. L’attore ha letto la lettera che una giovane mamma siriana ha scritto al figlio, scomparso durante una delle tante traversate del Mediterraneo da parte dei comuni barconi “della morte” di migranti. Nel testo si legge: “L’acqua purifica, rinnova, disseta, è vita; ma nell’acqua del mare ti ho perso, quel mare che hai attraversato in cerca di una nuova vita. A te è capitato di nascere in una parte del mondo sbagliata. Se potessi scegliere un luogo dove farti morire sarebbe il mio grembo, per poterti far rinascere di nuovo”. La missiva è estratta dal libro “Il giorno dopo” di Andrea Iacomini. Nonno Libero ha raccontato di quando è stato in Eritrea e Angola, non certo una passeggiata con tutti i vaccini da fare; di quando si è recato nella sede di Copenaghen per vedere di persona come si lavora all’interno dell’Unicef, che sostiene: un impegno che ha preso molto seriamente, ha garantito e dimostrato. Per questo ha invitato tutti a dare una mano, ognuno come può. Se non si è in grado di andare direttamente di persona in questi paesi del Terzo Mondo, basta recarsi in un reparto oncologico oppure inviare sostegni che comunque servono sempre: “Basta poco che ce’ vo’”, come dicevano con il sorriso nel noto spot pubblicitario (per Amref) Giobbe Covatta e bimbi africani dallo sguardo tenero.
Poi c’è stato il racconto di Fedez e dell’esperienza forte che ha vissuto in Libano, a pochi chilometri dal confine con la Siria: “un viaggio del genere è nulla rispetto a quello che ricevi, ti dà una forza e una (ri)carica indescrivibili”, ha commentato. Il rapper ha insegnato ai bambini a usare il computer per poter registrare le loro canzoni e (ri)ascoltare la loro musica, ma anche per poter iniziare a suonare. Ha portato una consolle, un pc, una tastiera, un software che ha scaricato, dei microfoni con cui poter far musica; tanto che ha registrato un video che ha fatto vedere che è una testimonianza per sensibilizzare sulla drammaticità della situazione e sull’emergenza. Lì c’è “una situazione precaria e fatiscente” –ha spiegato Fedez- e i bambini sono i più colpiti. I loro occhi –ha proseguito senza retorica- hanno visto solo terrore e dolore. In quei posti a volte sognare diventa difficile”. E qui ha parlato della storia della piccola Fatima: questa bambina non va a scuola per aiutare a mantenere la famiglia, ha il taglio di capelli alla maschiotta per non farsi riconoscere, per non subire violenze e per poter fare lavori duri e pesanti persino.
Infine è stata la volta della medaglia d’argento alle Olimpiadi 2016 a Rio di scherma di Elisa Di Francisca. L’atleta ha mostrato un video in cui dei bambini ballano come per distrarsi, estraniarsi e lasciarsi trasportare altrove verso luoghi (anche immaginari) più felici; e accordano chitarre, un po’ come a (ri)costruire il loro futuro e la loro speranza, la loro fiducia in un domani possibile e migliore; oppure creano braccialetti da rivendere per portare qualcosa a casa: “i nostri occhi –dicono- non dovrebbero vedere la guerra, mentre non hanno conosciuto altro che paura, morte e distruzione. Eppure non vogliamo smettere di studiare e di andare a scuola”. “Ḕ importante imparare da loro. Non hanno niente eppure riescono a realizzare i loro sogni. Col ballo superano la pura, come uno sportivo con lo sport. La musica dà loro la voglia, la determinazione e la forza per reagire. Per questo dobbiamo permettere a tutti loro di sognare e di poter continuare a farlo senza smettere mai”, ha affermato con convinzione Di Francisca.
La musica è universale, è per tutti, si pratica per passione e non è un talento ereditario trasmesso familiarmente, ma ognuno può essere dotato se davvero la sente (ha spiegato Vessicchio). Pertanto anche un non vedente (come il caso di Coselito, di dieci anni e ceco) può persino avere più sensibilità e capacità, sentire la melodia più di altri e suonarla o interpretarla in modo più fine. Pertanto se metaforicamente l’Unicef è Musica vitale (a riprendere “la musica è vita” che è lo slogan di “Prodigi”) per tutti i bimbi più svantaggiati, la sua Melodia è quella dell’Unione con la U di Unicef appunto, dovuta verso tutti (piccoli e adulti, donne e bambini) più sfortunati e bisognosi. Perché la Musica ha il potere e la Magia di Unire anche, oltre che di portare sollievo. Soprattutto a Natale. E, allora, durante il periodo di queste festività natalizie e in tempo di acquisti, perché non riservare un pensiero all’idea di regalare una bella “Pigotta”: la famosa, tenera, colorata e graziosa bambola dell’Unicef? Ormai entrata a pieno regime anche nelle scuole, tra l’altro?

Barbara Conti

Riflettere sullo scorrere
del tempo. Un Nemico
che diventa Amico

tempoRiflettere sullo scorrere del tempo e su ciò che esso rappresenta per ciascun individuo vuol dire ragionare sul senso della vita e  l’uomo ha la grande possibilità di poterlo fare: “Cogito ergo sum” insegna Cartesio; quindi perché non raccogliere ed analizzare il variegato stato d’animo trasmesso da tutti quegli scrittori, filosofi e scienziati che si sono interrogati in proposito? Monsignor Gioia ha colto questa esigenza per fornire una più ampia ma agevole opportunità di riflessione, con diverse chiavi di lettura ed interpretazione. Il risultato è questo libro che parte dall’excursus del pensiero altrui relativamente ad  una delle più grandi questioni metafisiche esistenti, per arrivare all’attualissimo ed intramontabile invito di ampliare la visione occidentale con la quale “pensiamo” il tempo.

fare-pace-con-il-tempo-copertina“Pensarsi“ in base al tempo assume un significato ben più ampio di quello che può essere il tempo dentro e fuori di noi… si può parlare di rappresentazione e sentimenti del tempo che nelle varie epoche susseguitesi connotano il nostro modo di abitare la terra. Le costruzioni della storia prescindono l’abitare il tempo, la cui figura è la forma che ritroviamo nelle cose. Nel costante e inappagabile bisogno di autoaffermazione, vorremmo manovrarlo, esserne padroni a seconda delle nostre esigenze temporali, con l’obiettivo di armonizzare i suoi tre momenti di snodo cioè presente, passato e futuro, estendendo tale padronanza alle relazioni sociali. In realtà, la socialità insita nell’uomo si inserisce nel più ampio spazio della connessione universale che lega tutti gli esseri del creato: l’Io ha necessariamente bisogno di un Tu con il quale rapportarsi, sia per conoscere che per amare. La vera dignità consiste proprio nel pensiero che ci nobilita piuttosto che nello spazio o nel tempo che possiamo occupare.

Federica Zene

L’uomo dal fiore in bocca. Capolavoro di Pirandello
al Quirino di Roma

filippo-manzini-_2Un uomo, un uomo pacifico ed una donna come “un’ombra che passa in lontananza”, che non parla e non entra in scena, sono i tre protagonisti de “L’uomo dal fiore in bocca …e non solo”, capolavoro di Pirandello rivisitato da Gabriele Lavia. L’originale pirandelliano tratto dalla novella “La morte addosso”, che non subisce alcuna modifica nella trasposizione teatrale che ne fece l’autore, è stato infatti arricchito dal regista e protagonista Gabriele Lavia con altre novelle che affrontano il tema della donna e della morte: “per Pirandello sono figure inscindibili, vorrei dire sovrapposte”  chiarisce Lavia.

L’atto unico, rappresentato per la prima volta il 24 febbraio 1922 al Teatro Manzoni di Milano, è un colloquio fra l’Uomo dal fiore in bocca ovvero un uomo che si sa condannato a morire a breve e che per questo medita sulla vita con urgenza appassionata, interpretato da un bravo Gabriele Lavia, ed il Pacifico Avventore, un uomo come tanti, che vive un’esistenza convenzionale, senza porsi il problema della morte, interpretato abilmente da Michele Demaria.

La scena si apre su una simbolica sala d’attesa di una qualche stazione ferroviaria del Sud Italia. E’ notte, è estate e piove a dirotto. C’è un uomo nella stazione quando arriva anche un ometto pacifico, pieno di pacchi colorati, che perde sempre il treno e che lo perderà sempre.

Lfilippo-manzini-lunga’Uomo dal fiore in bocca comincia a dialogare con il Pacifico Avventore con un’insistenza crescente, ironica e disperata, dimostrando una straordinaria capacità di cogliere i più minuti e all’apparenza insignificanti aspetti della vita. Un filosofeggiare che passa dal ruolo delle donne alla mutevolezza soggettiva della realtà, un dialogo ricco di considerazioni amare che però pian piano disvela una terribile verità: l’uomo è in attesa di morire.

Mentre è in preda a queste dolorose confessioni, l’Uomo dal fiore in bocca vede dietro l’angolo l’ombra della moglie, interpretata dalla delicata Barbara Alesse. È una donna preoccupata, lo vorrebbe curare col proprio affetto, ma all’Uomo dal fiore in bocca non è di consolazione, anzi, è un ostacolo alla sua stringente necessità di vita da vivere che lo porta addirittura ad osservare i commessi che impacchettano la merce venduta.

“C’è una donna, che guarda dentro la sala d’attesa, da fuori della grande vetrata – spiega Lavia – e poi ci sono tante “donne…donne…donne” che non si vedono ma che sono l’assillo o l’incubo del nostro piccolo “uomo pacifico”. Chi è quella donna che passa? La moglie? La morte?”.

Ecco nella rivisitazione di Lavia troviamo dunque anche il tema  del rapporto tormentato fra marito e moglie. Così questa donna che passa da lontano e che forse è il simbolo di quella morte che l’uomo si porta appresso come un’ombra diviene, in questa drammaturgia, la protagonista invisibile dei guai grandi e piccoli, ma pur sempre inguaribili, dei due protagonisti. Ma può l’uomo rinunciare alla donna? No, l’uomo non può proprio fare a meno della donna, la sua malattia mortale.

Nell’allestimento in un unico atto al Quirino dobbiamo segnalare l’imponenza della scenografia, disegnata da Alessandro Camera, e realizzata interamente nei laboratori del Teatro della Pergola di Firenze, riaperti appositamente per questa produzione. La struttura portante, alta almeno 9 metri, tutta in legno di pioppo, regge le vetrate annerite della vecchia stazione. Ai lati vi sono lunghe panchine con scanalature e braccioli a motivi semicircolari, mentre il pavimento è composto di tasselli d’abete e ricoperto da uno strato di decorazione a motivi geometrici; al centro, incombente, un grande orologio senza lancette che ha smesso di girare.

Il rumore di sottofondo della pioggia accompagna quasi tutta la rappresentazione. Tuoni, lampi ed una dolce musica ne sottolineano i passaggi salienti. La luce fioca diventa più viva quando l’Uomo dal Fiore in bocca rivela le sue amare verità, per poi spegnersi pian piano.

L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello è la rappresentazione della solitudine che si aggrappa alla banalità dei particolari più piccoli e insignificanti del quotidiano per cercare di rintracciare una superiorità della vita sulla morte. E la morte non è qualcosa che ci salta addosso e che, quindi, possiamo scacciare. No, la morte, quando entra in noi, è invisibile. Uno spettacolo per riflettere, che ha registrato al Teatro Quirino di Roma un grande successo di pubblico alla prima, con la presenza di numerose personalità del mondo dello spettacolo e della politica e che sarà replicato fino al 18 dicembre.

Al. Sia.

Nemica amatissima, show con riserva della Cuccarini e della Parisi

heather-parisi-lorella-cuccariniok1Successo soddisfacente per il nuovo show di RaiUno: “Nemicamatissima”. Il programma ha visto protagoniste Lorella Cuccarini e Heather Parisi. Al centro del palco ben stampate le iniziali delle due ballerine: HL, un po’ l’equivalente di ‘high level’, ‘alto livello’. La coppia ha funzionato: la disinvoltura, la simpatia e l’allegria della Cuccarini; e la maggiore maturità, la più profonda commozione e sensibilità della Parisi, unita a una superiore leggerezza delle sue canzoni. Se a tratti sono apparsi più impegnati, più pop e melodici i brani di Lorella, rispetto ai più ballabili di Heather, quest’ultima (dall’altra parte) è stata al centro di uno straordinario e intenso monologo sul diritto alla diversità, alla libertà di essere se stessi nella propria individualità (in questo il tema è stato accentuato dalla presenza di Beatrice Vio); così come ha sentito molto, visibilmente scossa, l’omaggio allo scomparso e compianto Marcello Mastroianni. Non sono mancate la danza e la musica, in cui entrambe si sono cimentate (e inter-scambiate) nell’esibizione della gran parte dei loro brani più noti che le hanno rese celebri. Poi la imitazioni di Giovanni Vernia (in Mika e Claudio Baglioni, prima del monologo finale personale); la comicità ironica di Chiara Francini o quella di Luca&Paolo; il balletto sexy nel flamenco di Belen; spazio ai più piccoli con Cristina D’Avena e le note sigle di cartoni animati; e ancora la serie de “la mia prima volta che” in stile “noi che” de “I migliori anni” di Carlo Conti. Due sole serate forse sono state tropo poche. Di sicuro questo programma di intrattenimento (molto musicale e sociale) ha ripreso il genere di altri one man show tipo quello di Fiorello e Panariello; o ha ricordato quanto fatto da Laura Pausini e Paola Cortellesi.

Il ritmo è stato ugualmente buono: rapido, veloce e fruibile. Tuttavia, forse, a molti potrà essere apparso una replica, una copiatura di altri programmi simili. Le due showgirl sicuramente hanno le capacità per fare bene e meglio: forse avrebbero dovuto puntare più sul musical, con più sketch di danza e musica teatralizzati. O più sulla loro storia individuale: raccontandosi nel vero senso della parola, con retroscena inediti e rivelazioni particolari con ospiti insoliti, che forse avrebbero potuto incuriosire di più il pubblico; un po’ come fatto da Massimo Ranieri in “Canto perché non so nuotare”. Potrebbe essere una buona occasione per avere una scusa e un motivo in più per riprovarci insieme. Le due soubrette sembrano davvero molto legate sinceramente e avere stima l’una dell’altra; tanto che si potrebbero persino creare coreografie e testi musicali e melodie nuove studiate ad hoc per loro, per parlare del loro nuovo presente oltre che ricordare il passato di ciascuna. Oppure un’altra soluzione sarebbe potuta essere quella di fare serate a tema e raccontare un argomento da vari punti di vista e in differenti modi, i più inediti e innovativi: tipo l’italianità o l’americanità (grazie alla presenza della statunitense nazionalizzata italiana). Insomma, che l’auspicio finale della Parisi di fare (da domani, dal giorno dopo la conclusione dello show), tante cose tra cui altri figli, sia di buon augurio per la nascita anche di una nuova ‘creatura televisiva’ con la Cuccarini magari, se ne è sorta un’empatia utile e proficua.

Rinnovarsi è sempre positivo; e in cui sia anche la contraddizione insita nel titolo a farla da padrona e caratterizzarla, senza richiamare per forza l’invidia da competizione a gareggiare a chi sia la più brava e più bella, ma a fare un programma migliore. Senza retorica. E la semplicità e la volontà di non andare mai sopra le righe è stato il pregio più grande di entrambe, che comunque hanno saputo mettersi alla prova. E mettersi in gioco al loro livello, raggiunte una certa fama e reputazione, non è facile. Una sfida con se stesse in grande stile, tipo quello di Beatrice Vio (che molto ha insegnato a tutti). Del resto, riprendendo il titolo, non ci sono vie di mezzo per il loro show: o lo si ama o lo si odia.

Lehman Trilogy. La storia della Lehman al Teatro Argentina di Roma

lehman-trilogyDebutta sul palcoscenico del Teatro Argentina di Roma Lehman Trilogy, l’ultimo grande capolavoro registico di Luca Ronconi, su testo di Stefano Massini. Uno spettacolo potente, drammatico e al tempo stesso ironico, per l’efficacia e la finezza della drammaturgia, per la regia lucida e cesellata, e come sempre ricca di invenzioni, per l’attualità dei temi trattati, il crollo dei meccanismi perversi della finanza, per la conduzione di un cast d’eccezione e nel quale ciascun interprete supera se stesso.

Lehman Trilogy porta in scena l’ascesa economica e il drammatico tracollo della famiglia Lehman. Il capitalismo, i giochi di potere, le banche, il denaro, i mutamenti sociali ed economici sono al centro del testo di Stefano Massini, pubblicato da Einaudi nel 2014 e tradotto in otto lingue e rappresentato in varie edizioni in Europa e in Canada. Oltre centosessanta anni di storia raccontati attraverso le vicende dei potenti banchieri Lehman, una delle famiglie più influenti d’America: dalla Guerra di Secessione alla crisi del ’29, tra continue ascese e improvvise cadute, fino al definitivo fallimento del 15 settembre 2008. Nell’allestimento teatrale i tre capitoli della Trilogia di Massini – Tre fratelli, Padri e figli, L’immortale – sono stati suddivisi in due spettacoli teatrali intitolati Tre fratelli e Padri e figli.

La prima parte inizia l’11 settembre 1844 con l’arrivo in America dalla Baviera di Heyum Lehmann. Dopo una traversata di 45 giorni, viene registrato da un ufficiale del porto come Henry Lehman: da allora in poi quello sarà il suo nome. Si stabilisce a Montgomery, in Alabama, dove apre un emporio di tessuti. Tre anni dopo lo raggiunge il fratello minore Mendel, che in America prenderà il nome di Emanuel, infine “il piccolo” Mayer. Se Henry è la testa e suo fratello Emanuel il braccio, Mayer è ciò che vi è nel mezzo, una sorta di intermediario. Nel corso degli anni il loro interesse si sposta dal cotone al caffè, alle grandi infrastrutture fino ad approdare a New York ed alla Borsa, dove tutto si vende ma nessuna merce è. “Tre fratelli” termina all’inizio del Novecento con la morte di Mayer e l’avvento della nuova generazione guidata da Philip, figlio di Emanuel.

Il secondo spettacolo, “Padri e figli” si apre nella New York dei primi del Novecento. Ai tre fratelli sono succeduti i figli: da un lato Philip che vuole speculare in Borsa, dall’altro Herbert, figlio di Mayer, che si dedica alla politica e diventa governatore di New York. A settant’anni Philip Lehman “lascia”, ma non definitivamente: non si fida del figlio Robert. La Lehman Brothers supera la Prima Guerra mondiale, la crisi del 1929, la Seconda Guerra mondiale, avventurandosi in nuovi e sempre più spericolati investimenti, espandendo i propri interessi in tutto il mondo. Alla morte di Bobbie Lehman nel 1969, la società è affidata a Pete Peterson che condurrà la banca a una prima crisi, negli anni Ottanta. Dopo la ripresa, il nuovo CEO, Dick Fuld jr, vivrà il destino di essere legato alla catastrofe dei mutui subprime e al fallimento della più che centenaria Lehman Brothers, il 15 settembre 2008.

Al Teatro Argentina troviamo nei due atti unici un cast di grandi interpreti, da Massimo De Francovich nel ruolo di Henry a Fabrizio Gifuni in quello di Emmanuel. Strepitoso Paolo Pierobon nelle vesti di Philip Lehman, in grado di restituirci molto bene l’intelligenza, la capacità organizzativa e la voglia di Philip di controllare ogni aspetto non solo degli affari ma anche della vita privata, a partire dal matrimonio. Philip è senza dubbio l’esponente più significativo de della famiglia Lehman, il primo ad aver intuito il salto epocale che la Borsa di New York avebbe rappresentato nei commerci, consentendo alla piccola banca di espandersi e diventare uno dei più importanti attori del capitalismo mondiale.

Assenti le musiche e con una scenografia solo apparentemente minimale, sono la perfetta recitazione, il tono ora caldo ora musicale della voce, l’eccezionale mimica di tutti e dieci gli attori presenti sul palco a captare la nostra attenzione. I dialoghi sono in realtà monologhi, ricchi di significato. Ogni personaggio in fondo racconta se stesso e ci trasferisce sia il suo parlato che il suo pensiero.

L’opera sovrappone la storia della famiglia Lehman all’evoluzione dell’economia: i Lehman sono al tempo stesso testimoni e protagonisti del passaggio dall’economia delle cose a quella dei beni immateriali, restituendoci la capacità dei capostipiti e dei loro figli non solo di resistere alle crisi ma anche di approfittarne. Da sottofondo il tema del sogno americano, che un tempo consentiva agli immigrati, arrivati con una semplice valigia ma anche con tanta voglia di lavorare ed intraprendenza, di creare immense fortune. Due spettacoli da vedere, nello stesso giorno o in giorni diversi, per chi abbia voglia di conoscere più da vicino le vicende, lo spirito ed i valori di una delle famiglie più note del capitalismo mondiale e, possibilmente, trarne anche qualche insegnamento. Al Teatro Argentina di Roma fino al 18 dicembre.

Al.Sia.

“Il berretto a sonagli”
di Pirandello al Sala Umberto di Roma

gianfranco-jannuzzoIl berretto a sonagli è una commedia in due atti di Pirandello, originariamente scritta in siciliano nel 1916 e poi anche in italiano, versione che fu rappresentata per la prima volta nel 1923 a Roma. Il titolo prende spunto dal poco lusinghiero copricapo che indossa abitualmente il buffone, ad evidenziare la vergogna e la salvaguardia delle convenzioni sociali alla base di questa rappresentazione.  In essa infatti si narra la vicenda di un marito che, nonostante sia a conoscenza dell’adulterio della moglie, lo accetta con rassegnazione, ponendo come unica condizione la salvaguardia dell’onorabilità.

La trama è ben nota. Beatrice, moglie del Cavaliere, stanca dei tradimenti del marito, lo denuncia al poliziotto Spanò affinché indaghi sul reato di adulterio. Il Cavaliere tradisce Beatrice per Nina, moglie del suo scrivano Ciampa. Spanò però cerca di sottrarsi all’indagine, sia perché non vuole indispettire il potente Cavaliere e sia perché se la verità dovesse realmente emergere, Ciampa non potrebbe far altro che lavare il tradimento con l’uccisione della moglie Nina. Per evitare tutto ciò, alla fine Ciampa escogiterà un curioso stratagemma, ma chi ne farà le spese sarà soprattutto l’innocente Beatrice, che in fondo voleva solo giustizia.

Di fatto il messaggio che ne deriva è che la società costringe gli individui ad apparire rispettabili, obbedendo a precisi codici di comportamento: tutto è permesso purché si salvino le apparenze.

Oltre ai personaggi principali, contornano la scena una serie di caratteri solo apparentemente secondari: La Saracena, che è una donna di facili costumi, la Signora Assunta che è la madre di Beatrice, Fifì, ovvero il fratello spiantato di Beatrice.  Nell’allestimento al Sala Umberto di Roma i protagonisti sono Gianfranco Jannuzzo, Emanuela Muni, Franco Mirabella, Carmen Di Marzo, Alessandra Ferrara, Gaetano Aronica nel ruolo di Fifì ed Anna Malvica nel ruolo della Signora Assunta.

Nell’adattamento che troviamo al Sala Umberto il recupero del copione originale del drammaturgo siciliano consente di evidenziare la spontaneità della vis comica pirandelliana. Inoltre il reinserimento di alcune scene tagliate permette di identificare meglio e la tematica dell’opera e i caratteri dei personaggi.

Per dare maggiore impatto emotivo si è anche aggiunto un prologo in flashback all’inizio dello spettacolo, dove i due amanti clandestini – il Cavaliere e Nina – vengono colti in flagranza di reato ed arrestati, scena che non esisteva e di cui si sentirà il racconto durante la commedia.  L’ambientazione, collocata nell’immediato dopoguerra, permette di recuperare certe situazioni tipiche del mondo siciliano ed particolare agrigentino di quel tempo.

Le musiche di Mario D’Alessandro ci riportano a quelle sonorità forti e terragne che hanno caratterizzato la produzione cinematografica dei film di ispirazione siciliana degli anni ’50.

Ed anche se la vicenda trascende, nel suo giuoco beffardo, la realtà dell’ambiente siciliano di inizio secolo, certamente trova in quel contesto sociale una piena cittadinanza. Come sottolinea il regista Francesco Bellomo: “Ciampa, scrivano in una cittadina all’interno della Sicilia, è inserito in una società piccolo-borghese, condizionata dai “galantuomini”, ma non esclusa da un rapporto attivo, anche se subalterno, con la classe superiore. La morale sessuale è pur sempre sofisticata, ma acquisisce, nel caso di Ciampa, il decoro convenzionale e ipocrita del codice borghese del perbenismo, un codice sul quale la beffarda rivalsa del subalterno gioca una sua partita arguta e teorizza il sistema pratico, socio-morale delle “tre corde”: la seria, la civile e la pazza.”

Ebbene proprio le “tre corde”, con le quali diamo virtualmente la carica al nostro cervello, è quanto di più significativo questa commedia riesca a trasmetterci. Secondo Pirandello ognuno di noi adotta alternativamente tre maschere. Quella cosiddetta “civile”, caratterizzata dalla gentilezza e dalla prudenza che ci contraddistingue quotidianamente nei rapporti sociali. Quella “seria”, espressione della franchezza, del valore delle nostre azioni e della importanza delle cose che viene manifestata solo in determinate occasioni, allorquando si debba ad esempio difendere un nostro interesse, ed infine quella cosiddetta “pazza”, caratterizzata dal non rispondere più dei nostri comportamenti, una deriva a cui ci si può lasciare andare quando né la prima né la seconda maschera danno i frutti sperati. Lo spettacolo sarà replicato al Sala Umberto di Roma fino al 4 dicembre.

Al. Sia.