Nemica amatissima, show con riserva della Cuccarini e della Parisi

heather-parisi-lorella-cuccariniok1Successo soddisfacente per il nuovo show di RaiUno: “Nemicamatissima”. Il programma ha visto protagoniste Lorella Cuccarini e Heather Parisi. Al centro del palco ben stampate le iniziali delle due ballerine: HL, un po’ l’equivalente di ‘high level’, ‘alto livello’. La coppia ha funzionato: la disinvoltura, la simpatia e l’allegria della Cuccarini; e la maggiore maturità, la più profonda commozione e sensibilità della Parisi, unita a una superiore leggerezza delle sue canzoni. Se a tratti sono apparsi più impegnati, più pop e melodici i brani di Lorella, rispetto ai più ballabili di Heather, quest’ultima (dall’altra parte) è stata al centro di uno straordinario e intenso monologo sul diritto alla diversità, alla libertà di essere se stessi nella propria individualità (in questo il tema è stato accentuato dalla presenza di Beatrice Vio); così come ha sentito molto, visibilmente scossa, l’omaggio allo scomparso e compianto Marcello Mastroianni. Non sono mancate la danza e la musica, in cui entrambe si sono cimentate (e inter-scambiate) nell’esibizione della gran parte dei loro brani più noti che le hanno rese celebri. Poi la imitazioni di Giovanni Vernia (in Mika e Claudio Baglioni, prima del monologo finale personale); la comicità ironica di Chiara Francini o quella di Luca&Paolo; il balletto sexy nel flamenco di Belen; spazio ai più piccoli con Cristina D’Avena e le note sigle di cartoni animati; e ancora la serie de “la mia prima volta che” in stile “noi che” de “I migliori anni” di Carlo Conti. Due sole serate forse sono state tropo poche. Di sicuro questo programma di intrattenimento (molto musicale e sociale) ha ripreso il genere di altri one man show tipo quello di Fiorello e Panariello; o ha ricordato quanto fatto da Laura Pausini e Paola Cortellesi.

Il ritmo è stato ugualmente buono: rapido, veloce e fruibile. Tuttavia, forse, a molti potrà essere apparso una replica, una copiatura di altri programmi simili. Le due showgirl sicuramente hanno le capacità per fare bene e meglio: forse avrebbero dovuto puntare più sul musical, con più sketch di danza e musica teatralizzati. O più sulla loro storia individuale: raccontandosi nel vero senso della parola, con retroscena inediti e rivelazioni particolari con ospiti insoliti, che forse avrebbero potuto incuriosire di più il pubblico; un po’ come fatto da Massimo Ranieri in “Canto perché non so nuotare”. Potrebbe essere una buona occasione per avere una scusa e un motivo in più per riprovarci insieme. Le due soubrette sembrano davvero molto legate sinceramente e avere stima l’una dell’altra; tanto che si potrebbero persino creare coreografie e testi musicali e melodie nuove studiate ad hoc per loro, per parlare del loro nuovo presente oltre che ricordare il passato di ciascuna. Oppure un’altra soluzione sarebbe potuta essere quella di fare serate a tema e raccontare un argomento da vari punti di vista e in differenti modi, i più inediti e innovativi: tipo l’italianità o l’americanità (grazie alla presenza della statunitense nazionalizzata italiana). Insomma, che l’auspicio finale della Parisi di fare (da domani, dal giorno dopo la conclusione dello show), tante cose tra cui altri figli, sia di buon augurio per la nascita anche di una nuova ‘creatura televisiva’ con la Cuccarini magari, se ne è sorta un’empatia utile e proficua.

Rinnovarsi è sempre positivo; e in cui sia anche la contraddizione insita nel titolo a farla da padrona e caratterizzarla, senza richiamare per forza l’invidia da competizione a gareggiare a chi sia la più brava e più bella, ma a fare un programma migliore. Senza retorica. E la semplicità e la volontà di non andare mai sopra le righe è stato il pregio più grande di entrambe, che comunque hanno saputo mettersi alla prova. E mettersi in gioco al loro livello, raggiunte una certa fama e reputazione, non è facile. Una sfida con se stesse in grande stile, tipo quello di Beatrice Vio (che molto ha insegnato a tutti). Del resto, riprendendo il titolo, non ci sono vie di mezzo per il loro show: o lo si ama o lo si odia.

Lehman Trilogy. La storia della Lehman al Teatro Argentina di Roma

lehman-trilogyDebutta sul palcoscenico del Teatro Argentina di Roma Lehman Trilogy, l’ultimo grande capolavoro registico di Luca Ronconi, su testo di Stefano Massini. Uno spettacolo potente, drammatico e al tempo stesso ironico, per l’efficacia e la finezza della drammaturgia, per la regia lucida e cesellata, e come sempre ricca di invenzioni, per l’attualità dei temi trattati, il crollo dei meccanismi perversi della finanza, per la conduzione di un cast d’eccezione e nel quale ciascun interprete supera se stesso.

Lehman Trilogy porta in scena l’ascesa economica e il drammatico tracollo della famiglia Lehman. Il capitalismo, i giochi di potere, le banche, il denaro, i mutamenti sociali ed economici sono al centro del testo di Stefano Massini, pubblicato da Einaudi nel 2014 e tradotto in otto lingue e rappresentato in varie edizioni in Europa e in Canada. Oltre centosessanta anni di storia raccontati attraverso le vicende dei potenti banchieri Lehman, una delle famiglie più influenti d’America: dalla Guerra di Secessione alla crisi del ’29, tra continue ascese e improvvise cadute, fino al definitivo fallimento del 15 settembre 2008. Nell’allestimento teatrale i tre capitoli della Trilogia di Massini – Tre fratelli, Padri e figli, L’immortale – sono stati suddivisi in due spettacoli teatrali intitolati Tre fratelli e Padri e figli.

La prima parte inizia l’11 settembre 1844 con l’arrivo in America dalla Baviera di Heyum Lehmann. Dopo una traversata di 45 giorni, viene registrato da un ufficiale del porto come Henry Lehman: da allora in poi quello sarà il suo nome. Si stabilisce a Montgomery, in Alabama, dove apre un emporio di tessuti. Tre anni dopo lo raggiunge il fratello minore Mendel, che in America prenderà il nome di Emanuel, infine “il piccolo” Mayer. Se Henry è la testa e suo fratello Emanuel il braccio, Mayer è ciò che vi è nel mezzo, una sorta di intermediario. Nel corso degli anni il loro interesse si sposta dal cotone al caffè, alle grandi infrastrutture fino ad approdare a New York ed alla Borsa, dove tutto si vende ma nessuna merce è. “Tre fratelli” termina all’inizio del Novecento con la morte di Mayer e l’avvento della nuova generazione guidata da Philip, figlio di Emanuel.

Il secondo spettacolo, “Padri e figli” si apre nella New York dei primi del Novecento. Ai tre fratelli sono succeduti i figli: da un lato Philip che vuole speculare in Borsa, dall’altro Herbert, figlio di Mayer, che si dedica alla politica e diventa governatore di New York. A settant’anni Philip Lehman “lascia”, ma non definitivamente: non si fida del figlio Robert. La Lehman Brothers supera la Prima Guerra mondiale, la crisi del 1929, la Seconda Guerra mondiale, avventurandosi in nuovi e sempre più spericolati investimenti, espandendo i propri interessi in tutto il mondo. Alla morte di Bobbie Lehman nel 1969, la società è affidata a Pete Peterson che condurrà la banca a una prima crisi, negli anni Ottanta. Dopo la ripresa, il nuovo CEO, Dick Fuld jr, vivrà il destino di essere legato alla catastrofe dei mutui subprime e al fallimento della più che centenaria Lehman Brothers, il 15 settembre 2008.

Al Teatro Argentina troviamo nei due atti unici un cast di grandi interpreti, da Massimo De Francovich nel ruolo di Henry a Fabrizio Gifuni in quello di Emmanuel. Strepitoso Paolo Pierobon nelle vesti di Philip Lehman, in grado di restituirci molto bene l’intelligenza, la capacità organizzativa e la voglia di Philip di controllare ogni aspetto non solo degli affari ma anche della vita privata, a partire dal matrimonio. Philip è senza dubbio l’esponente più significativo de della famiglia Lehman, il primo ad aver intuito il salto epocale che la Borsa di New York avebbe rappresentato nei commerci, consentendo alla piccola banca di espandersi e diventare uno dei più importanti attori del capitalismo mondiale.

Assenti le musiche e con una scenografia solo apparentemente minimale, sono la perfetta recitazione, il tono ora caldo ora musicale della voce, l’eccezionale mimica di tutti e dieci gli attori presenti sul palco a captare la nostra attenzione. I dialoghi sono in realtà monologhi, ricchi di significato. Ogni personaggio in fondo racconta se stesso e ci trasferisce sia il suo parlato che il suo pensiero.

L’opera sovrappone la storia della famiglia Lehman all’evoluzione dell’economia: i Lehman sono al tempo stesso testimoni e protagonisti del passaggio dall’economia delle cose a quella dei beni immateriali, restituendoci la capacità dei capostipiti e dei loro figli non solo di resistere alle crisi ma anche di approfittarne. Da sottofondo il tema del sogno americano, che un tempo consentiva agli immigrati, arrivati con una semplice valigia ma anche con tanta voglia di lavorare ed intraprendenza, di creare immense fortune. Due spettacoli da vedere, nello stesso giorno o in giorni diversi, per chi abbia voglia di conoscere più da vicino le vicende, lo spirito ed i valori di una delle famiglie più note del capitalismo mondiale e, possibilmente, trarne anche qualche insegnamento. Al Teatro Argentina di Roma fino al 18 dicembre.

Al.Sia.

“Il berretto a sonagli”
di Pirandello al Sala Umberto di Roma

gianfranco-jannuzzoIl berretto a sonagli è una commedia in due atti di Pirandello, originariamente scritta in siciliano nel 1916 e poi anche in italiano, versione che fu rappresentata per la prima volta nel 1923 a Roma. Il titolo prende spunto dal poco lusinghiero copricapo che indossa abitualmente il buffone, ad evidenziare la vergogna e la salvaguardia delle convenzioni sociali alla base di questa rappresentazione.  In essa infatti si narra la vicenda di un marito che, nonostante sia a conoscenza dell’adulterio della moglie, lo accetta con rassegnazione, ponendo come unica condizione la salvaguardia dell’onorabilità.

La trama è ben nota. Beatrice, moglie del Cavaliere, stanca dei tradimenti del marito, lo denuncia al poliziotto Spanò affinché indaghi sul reato di adulterio. Il Cavaliere tradisce Beatrice per Nina, moglie del suo scrivano Ciampa. Spanò però cerca di sottrarsi all’indagine, sia perché non vuole indispettire il potente Cavaliere e sia perché se la verità dovesse realmente emergere, Ciampa non potrebbe far altro che lavare il tradimento con l’uccisione della moglie Nina. Per evitare tutto ciò, alla fine Ciampa escogiterà un curioso stratagemma, ma chi ne farà le spese sarà soprattutto l’innocente Beatrice, che in fondo voleva solo giustizia.

Di fatto il messaggio che ne deriva è che la società costringe gli individui ad apparire rispettabili, obbedendo a precisi codici di comportamento: tutto è permesso purché si salvino le apparenze.

Oltre ai personaggi principali, contornano la scena una serie di caratteri solo apparentemente secondari: La Saracena, che è una donna di facili costumi, la Signora Assunta che è la madre di Beatrice, Fifì, ovvero il fratello spiantato di Beatrice.  Nell’allestimento al Sala Umberto di Roma i protagonisti sono Gianfranco Jannuzzo, Emanuela Muni, Franco Mirabella, Carmen Di Marzo, Alessandra Ferrara, Gaetano Aronica nel ruolo di Fifì ed Anna Malvica nel ruolo della Signora Assunta.

Nell’adattamento che troviamo al Sala Umberto il recupero del copione originale del drammaturgo siciliano consente di evidenziare la spontaneità della vis comica pirandelliana. Inoltre il reinserimento di alcune scene tagliate permette di identificare meglio e la tematica dell’opera e i caratteri dei personaggi.

Per dare maggiore impatto emotivo si è anche aggiunto un prologo in flashback all’inizio dello spettacolo, dove i due amanti clandestini – il Cavaliere e Nina – vengono colti in flagranza di reato ed arrestati, scena che non esisteva e di cui si sentirà il racconto durante la commedia.  L’ambientazione, collocata nell’immediato dopoguerra, permette di recuperare certe situazioni tipiche del mondo siciliano ed particolare agrigentino di quel tempo.

Le musiche di Mario D’Alessandro ci riportano a quelle sonorità forti e terragne che hanno caratterizzato la produzione cinematografica dei film di ispirazione siciliana degli anni ’50.

Ed anche se la vicenda trascende, nel suo giuoco beffardo, la realtà dell’ambiente siciliano di inizio secolo, certamente trova in quel contesto sociale una piena cittadinanza. Come sottolinea il regista Francesco Bellomo: “Ciampa, scrivano in una cittadina all’interno della Sicilia, è inserito in una società piccolo-borghese, condizionata dai “galantuomini”, ma non esclusa da un rapporto attivo, anche se subalterno, con la classe superiore. La morale sessuale è pur sempre sofisticata, ma acquisisce, nel caso di Ciampa, il decoro convenzionale e ipocrita del codice borghese del perbenismo, un codice sul quale la beffarda rivalsa del subalterno gioca una sua partita arguta e teorizza il sistema pratico, socio-morale delle “tre corde”: la seria, la civile e la pazza.”

Ebbene proprio le “tre corde”, con le quali diamo virtualmente la carica al nostro cervello, è quanto di più significativo questa commedia riesca a trasmetterci. Secondo Pirandello ognuno di noi adotta alternativamente tre maschere. Quella cosiddetta “civile”, caratterizzata dalla gentilezza e dalla prudenza che ci contraddistingue quotidianamente nei rapporti sociali. Quella “seria”, espressione della franchezza, del valore delle nostre azioni e della importanza delle cose che viene manifestata solo in determinate occasioni, allorquando si debba ad esempio difendere un nostro interesse, ed infine quella cosiddetta “pazza”, caratterizzata dal non rispondere più dei nostri comportamenti, una deriva a cui ci si può lasciare andare quando né la prima né la seconda maschera danno i frutti sperati. Lo spettacolo sarà replicato al Sala Umberto di Roma fino al 4 dicembre.

Al. Sia.

“Immagini per la Terra”, concorso per l’educazione ambientale

educazione-ambientaleCome vediamo il nostro Pianeta? Come vorremmo che fosse? E cosa possiamo fare per rendere la nostra casa comune un posto migliore? A queste e ad altre domande risponderanno gli studenti che parteciperanno alla XXV edizione del concorso nazionale “Immagini per la Terra”, iniziativa promossa dall’associazione Green Cross in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione e con il supporto di Acqua Lete, lanciata in occasione della settimana Unesco di educazione allo sviluppo sostenibile 2016, in programma dal 21 al 27 novembre.

Il tradizionale appuntamento di Green Cross quest’anno festeggia ben 25 candeline: in 5 lustri ha contattato oltre 2 milioni di studenti e circa 50.000 scuole di tutte le regioni e ha contribuito ad avviare, sostenere e supportare con i premi assegnati 360 progetti di carattere ambientale. Quest’anno il concorso mette al centro le immagini e l’immaginazione. Le storie dal Pianeta, la rappresentazione dei grandi problemi ecologici e delle soluzioni, la narrazione delle esperienze. E poi l’immaginazione dei bambini e dei ragazzi, chiamati a osservare, capire, inventare.

Per il lancio del concorso, Green Cross ha messo a punto un calendario ricco di eventi. Il 22 e 23 novembre al Museo MAXXI di Roma, l’associazione sarà al fianco di ministri, istituzioni, imprese e università alla “Conferenza nazionale sull’educazione ambientale e allo sviluppo sostenibile – Stati Generali dell’Ambiente”, promossa dal Ministero dell’Ambiente. L’intento è stilare un programma di impegni capace di diffondere la cultura ecologica e trasmettere, soprattutto ai più giovani, le basi del vivere sostenibile.

«Alla Conferenza del Ministero porteremo le idee e le esperienze che abbiamo maturato in 25 anni di educazione ambientale nelle scuole – dichiara il presidente di Green Cross Italia Elio Pacilio – Abbiamo seguito da vicino e accompagnato con il nostro concorso l’evoluzione dei linguaggi, degli strumenti educativi, delle esigenze formative sempre più trasversali in questo ambito. I collegamenti in diretta con gli scienziati nelle regioni polari, che ogni anno realizziamo insieme ad Enea e Cnr, sono solo un esempio di come è possibile spiegare ai ragazzi i cambiamenti climatici e farli appassionare al mondo della ricerca».

Un altro evento organizzato dall’associazione per la settimana Unesco di educazione allo sviluppo sostenibile è l’incontro del 22 novembre a Explora, il Museo dei Bambini di Roma, con il giornalista del Tg2 Fabio Chiucconi, appena rientrato dalle zone terremotate: a oltre 100 ragazzi della Capitale verrà spiegata l’importanza della messa in sicurezza dei territori, della prevenzione dei rischi e del rispetto della legalità.

Al termine dell’incontro, gli studenti saranno chiamati a produrre elaborati creativi per il concorso “Immagini per la Terra”, la cui scadenza è fissata al 31 marzo 2017 (scarica il bando). In palio per i vincitori un premio in denaro (di 1.000 euro) da impiegare per un progetto di tutela del territorio nella scuola o nel comune di appartenenza e la possibilità di essere premiati dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante la cerimonia di premiazione che, tradizionalmente, si tiene al Palazzo del Quirinale.

“I Medici”, una fiction intrigata, sanguinaria,
ma inedita per l’Italia

i-medici-valentina-cervi-nel-castConclusa la fiction su “I Medici” (regia di Sergio Mimica-Gezzan), ha mostrato una visione inedita di questo potente e longevo casato. Come nella migliore delle telenovele, l’intreccio della trama si è fatto man mano sempre più intrigante, intrigato e con una violenza inaspettata pronta ad esplodere. Di sangue se ne è sparso molto. E se della famiglia si è scelto di seguire il personaggio di Cosimo (interpretato dal bravo Richard Madden) quale protagonista, il meno noto di tutti forse, non meno insolita è stata la decisione di mostrare il lato più oscuro e inquietante della famiglia; non solo il suo fasto e prestigio. Ciò non soltanto per la sua “corruzione”, che poi è anche quella della Chiesa, del Papato e dell’umanità intera. Una “perdizione” necessaria per rinascere dalle proprie ceneri; un po’ come oggi con la “riforma” e la “rivoluzione” cristiana ed evangelica, di stampo francescano, di Papa Francesco. Il cambiamento che il Santo Pontefice ha portato nella Chiesa cattolica non è meno epocale di quello vissuto dai Medici. E quello che è diventato Papa Bergoglio per i cattolici oggi, lo fu Lorenzo il Magnifico per i Medici.
Non a caso la religione ha avuto un ruolo preminente in questa fiction sanguinaria che si é mossa tra vendetta, ricatto, riscatto, perdono, senso dell’onore, ricerca della verità e dell’affermazione della lealtà, espiazione dei peccati, punizione terrena e divina. Occorre la guerra per trovare la pace e toccare il fondo per risorgere è la logica dominante. Senza mezzi termini si dice che “tutti gli uomini sono in grado di uccidere, basta darne loro l’opportunità”. Un assunto ribadito più volte. Infatti tutto prenderà avvio dall’omicidio del capostipite Giovanni de’ Medici (Dustin Hoffman), che condurrà allo scontro con i Degli Albizzi, che porterà a sua volta alla condanna all’esilio e all’uccisione di Rinaldo degli Albizzi e infine alla morte di Lorenzo, il fratello di Cosimo pugnalato. Una vendetta tra casati tipo quella tra Montecchi e Capuleti in “Romeo e Giulietta”. Questo perché -si spiega- “la guerra è sempre cruda e crudele, anche se le cause possono sembrare giuste”. Si agisce, certo, per una buona causa, ma di sangue ne scorrerà comunque molto. Ciò poiché i Medici sono -si dice- “uomini di fede pronti a sacrificarsi per il Santo Padre e per la Cristianità”, ma sono anche “padroni di se stessi”. Ovvero credono ugualmente che “un uomo ha sempre una scelta se é disposto a perdere”, a rischiare tutto. Fu proprio Giovanni de’ Medici ad affermare con convinzione e determinazione: “A volte è necessario fare del male per ottenere del bene”. Il fine giustifica i mezzi di machiavellica memoria: ma a quale prezzo? Dietro un rischio di perdizione diabolica, se si è “tutti peccatori in cerca di Dio”, del Suo perdono e della Sua misericordia, per avere una seconda occasione, un’altra possibilità di espiare i propri peccati ed evitare la dannazione eterna, la soluzione è appunto rischiare di perdere tutto. Solo così si giustificano, ad esempio, la relazione incestuosa tra madre e figlio, ovvero tra Lucrezia Tornabuoni (Valentina Bellé) e Piero dei Medici (Alessandro Sperduti) e il fatto che Cosimo aspetta un figlio dalla sua amante Maddalena (Sarah Felberbaum). Nel primo caso dal rapporto nascerà Lorenzo il Magnifico, che immensi fasto e gloria ha dato alla famiglia. Nel secondo Cosimo e Contessina de’ Bardi (Annabel Scholey) decideranno di prendere in custodia il nascituro come fosse il loro. Dunque per ricominciare e redimere occorre come tagliare il ramo malato della vite forte dei Medici: questo era rappresentato da Giovanni, figura controversa e corrotta. Pertanto non si mostrano solo gli aspetti positivi del casato, ma anche quelli negativi. Il bene e il male convivono. Solo così un encomio può essere reale e la storia non mitizzata, ma attualizzata; contestualizzata nell’universalità della natura umana corruttibile, peccatrice, ma dalle capacità straordinarie di compiere una forma di progresso nuova, democratica e repubblicana: la nuova riforma proposta e richiesta dai Medici, rivolta non al popolo, alla nobiltà o all’aristocrazia, ma alle banche. Il coraggio di osare che caratterizzò questa famiglia. Cose buone e cattive fatte da chi è al potere: ieri come oggi, come sempre.
Non si può salvare e lodare tutto o condannare e criticare interamente e completamente.
Occorre discernere il limite giusto dell’equilibrio, dell’equità e della giustizia (sociale) appunto. Per il bene comune, la democrazia e la laicità. Così anche la religione si farà più umana e terrena, meno ‘soprannaturale’ e riusciremo a capire quanto faccia parte della nostra vita. Del resto anche i potenti sono uomini con le loro debolezze. La fiction sembra dire ‘no’ ad ogni guerra e guerriglia. Per questo il finale, con l’annuncio dell’arrivo di Lorenzo il Magnifico, dà fiducia e speranza nel futuro; si conclude con un segno d’apertura al domani. Prendere il buono nel ‘male’, trovare il bene e l’aspetto positivo in ogni circostanza negativa, agire a fin di bene compiendo scelte dolorose, discutibili e criticabili, infonde questo ottimismo prolifico e produttivo. Vale sempre la pena di conoscere e sapere la verità, anche se a volte può essere dolorosa. Perché, spesso, in tutte le cose è questione di punti di vista, di prospettiva – come insegna il genio del maestro Brunelleschi (Alessandro Preziosi) – con cui si osserva la realtà: tutto dipende da che punto di vista si guarda al mondo circostante. Per questo – come cita quello che potrebbe essere lo slogan della fiction – “mai sottovalutare i Medici”.

Questo il senso della fiction. Ed è per questo che, non a caso, i titoli dei due episodi che hanno costituito l’ultima puntata sono: “Il Purgatorio” ed “Epifania assoluta”. Ciò significa che: è soltanto dopo aver penato in vita e scontato per i propri peccati, aver pagato con il proprio ‘Purgatorio’ (virtuale e metaforico), che si raggiunge quella “epifania assoluta”, che altro non è che la rivelazione totale del senso vero e pieno della vita.

“Dieci cose”: un bilancio del nuovo programma
di Insinna e Russo

dieci-cose-flavio-insinna-e-federico-russoSabato 5 novembre scorso si è conclusa l’ultima puntata del nuovo programma condotto da Flavio Insinna e Federico Russo: “Dieci cose”. Andato in onda per quattro puntate, forse avrebbe avuto bisogno di più rodaggio. I due hanno lavorato già insieme all’Eurofestival e la coppia funziona: due professionisti seri che ben si combinano, rispettosi ognuno degli spazi dell’altro, simpatici, ma non esuberanti, discreti nel lasciare ai protagonisti il palcoscenico in certi momenti senza intervenire troppo. Sono simili nel presentare con un tono divertente, ma moderato, un programma interessante, che aveva iniziato a decollare proprio nell’ultima puntata, che è stata sicuramente la migliore di tutte; essa ha offerto, infatti, l’allegria di Rita Pavone e la bravura di un Enrico Brignano, che si è cimentato in alcuni dei suoi monologhi più divertenti: sempre molto sensibile e delicato, ha svelato molte cose private e personali, autobiografiche, con sincerità, spontaneità e forte umanità; un calore e una sensibilità derivate anche dalla presenza della compagna incinta in studio. Rendere più dinamica possibile la trasmissione è il suo segreto. Non sappiamo se vi saranno altre edizioni, ma sicuramente alternare momenti di dialogo e chiacchiera con i due ospiti protagonisti di ogni serata (che si sono raccontati attraverso dieci cose significative della loro vita), ad altri di spettacolo (con esibizioni di vario genere: musicali, teatrali, di intrattenimento anche con improvvisazioni o effetti a sorpresa) è l’aspetto da rafforzare maggiormente. Per questo bene ha funzionato anche la coppia formata da Gigi Proietti e dall’ironica Gianna Nannini. L’episodio più curioso, originale, divertente e interessante è stato quando la tennista Roberta Vinci ha mandato alla nota cantante un videomessaggio per darle il suo in bocca al lupo ed annunciarle che le avrebbe spedito la sua racchetta autografata (la rocker è, infatti, molto appassionata di tennis). Se la prima puntata è iniziata con un po’ di tensione comprensibile, a reggerla e protagonista assoluta ne è stata l’atleta paraolimpica Beatrice Vio, medaglia d’oro nei Giochi Paralimpici di Rio 2016: la sua forza e il suo coraggio hanno impressionato tutti e il suo sorriso (nonostante le difficoltà che ha dovuto affrontare, l’handicap della malattia, la sofferenza fisica provata e che ha dovuto superare) di una donna innamorata della vita sebbene sottoposta a innumerevoli vicissitudini, sono stati solamente da apprezzare e lodare; quelli di una vera “Combattente”, come l’omonima canzone di Fiorella Mannoia, che la cantante le ha dedicato (visibilmente commossa) in diretta. Gli ospiti della prima puntata erano Gigi Buffon ed Alessandro Cattelan; tra gli altri, poi, vi sono state anche Antonella Clerici e Stefania Sandrelli.

Forse qualche altra puntata in più aggiuntiva avrebbe permesso di studiare e trovare la formula migliore del programma e di migliorarlo e renderlo più accattivante. Un esperimento, tuttavia, valido: stilare una top ten delle cose più importanti della propria vita aiuta a fissare bene quale siano le nostre priorità reali; a ricordarci chi siamo e da dove veniamo; a non dimenticarci tutto ciò che abbiamo vissuto (di bello e importante, ma anche quello che ci possa aver segnato in maniera anche più dolorosa, pensando a una persona cara ad esempio che non c’è più); a farci rimanere con i piedi ben saldi per terra, senza perdere di vista tutti i sacrifici fatti per arrivare al punto in cui siamo giunti; ad avere ben nitido quello che di concreto abbiamo realizzato nella vita, che ci ha dato soddisfazione e regalato emozioni; a rivivere tutte le sensazioni provate nella nostra esistenza, in tutte le fasi della nostra vita; a ricordarci, in poche parole, tutto ciò che conta e chi ha contato davvero per noi. Forse tutto questo lo si sarebbe potuto fare anche con un elenco più corto, il che avrebbe velocizzato anche la trasmissione, ma soffermarsi attentamente su tutto il percorso compiuto, fare quasi un bilancio della nostra vita, passando in rassegna quello che abbiamo messo nel bagagliaio della nostra mente e del nostro cuore, non è né facile né breve. Perciò, più che diminuire la scelta per i “concorrenti”, forse sarebbe stato meglio aggiungere almeno un altro paio di puntate. Due o tre in più, avrebbe giovato al programma sorto da un’idea di Walter Veltroni, scritto da Chicco Sfondrini e Pietro Galeotti, prodotto dalla società Magnolia diretta da Leonardo Pasquinelli. Un po’ come accaduto a “Tale e quale show” che, infatti, ha incrementato il numero di puntate. Di certo la riuscita della trasmissione molto dipende dagli ospiti in studio: pertanto sarebbe utile anche chiamare gente che si conosce, amici che sono affiatata, tra cui c’è empatia e sintonia, in modo da garantire e favorire la fruibilità e la scorrevolezza del programma stesso. Vedremo se ci saranno altre edizioni di “Dieci cose”, di sicuro la tv ha bisogno di innovazione e di trovare nuovi programmi televisivi (show o simili) che diano e portino colore, ma soprattutto anche un po’ di sana cultura. Quello compiuto dai protagonisti di “Dieci cose” è stato anche un viaggio attraverso la storia della tv e del mondo dello spettacolo italiano.

Barbara Conti

Braccialetti Rossi 3:
la fiction rivela la sua anima al pubblico

Braccialetti RossiBraccialetti Rossi 3” è sempre più una fiction di “combattenti”, per citare la canzone di “Fiorella Mannoia” che fa da colonna sonora all’ultimo film diretto da Michele Placido: “7 minuti” (non a caso ispirato a una storia vera e ad un fatto di cronaca di giornale). L’omonima “Combattente” richiama, infatti, la lotta che delle dipendenti di un’azienda (rappresentanti del Comitato delle lavoratrici) devono sostenere (innanzitutto con loro stesse), decidendo se accettare o meno (a nome anche di tutte le altre colleghe) le condizioni imposte dai nuovi vertici aziendali francesi (con cui si rivede il loro contratto e con cui si chiedono sette minuti in meno di pausa pranzo e in più di lavoro al giorno). Per loro solo un “sì” o un “no” a loro disposizione. Come, del resto, per i “Braccialetti Rossi” non resta che scegliere se dire “sì” alla vita o “no” alla stessa, alla speranza, alla fiducia nel futuro, al darsi una chance di essere felici. D’altronde far parte del gruppo significa questo: o si è o non si è un Braccialetto Rosso, o si è dentro o fuori; non ci sono vie di mezzo. Anche per loro il termine che li definisce è “lotta” e le parole del testo del brano della Mannoia ben descrivono e sono la summa di tutto quello che loro si trovano a vivere in ospedale: “chi non lotta per qualcosa ha già comunque perso e anche se la paura fa tremare, e anche se il mondo può far male, non ho mai smesso di lottare e in questa lacrima infinita c’è tutto il senso della vita”.

Lo abbiamo detto più volte: con “Braccialetti Rossi” si ride e si piange, ma non ci si arrende mai. Ci si trova di fronte a delle decisioni importanti e difficili da prendere, ma si sa perfettamente dare le giuste priorità perché, quando si lotta con la malattia, si è assolutamente consapevoli di quanto significative siano e quanto peso abbiano le piccole grandi cose del mondo (e non solo quello “giallo” di Espinosa), che ci circondano. Il cielo, il mare intorno a noi, ad esempio: “difficile rinunciare a tutto questo” –si dice nella fiction-, agli affetti, all’abbraccio sincero di un amico. Questo il senso delle parole della canzone che fa da colonna sonora alla fiction: “sembra poco, ma non lo è”, come cita il suo ritornello; “sembra facile, ma non lo è” –aggiungiamo noi. Ed è ciò che meglio risponde al motto del gruppo: “così sia detto, così sia fatto, così sia scritto”. Che può essere sintetizzato con quel “Watanka” che sa di “Eureka”, come gridò Archimede e che metaforicamente esprime la verità che ci si rivela. Così troviamo il nostro leader Leo (Carmine Buschini) alla ricerca di chi è, tentando di ricordare la sua storia, la sua infanzia, sua madre; dunque è alla ricerca di risposte, che mano a mano sembrano arrivargli “perché hai avuto il coraggio di farti delle domande”, gli dice Sofia -la donna amata da Nicola in gioventù. Dunque tra le novità c’è proprio la conoscenza del passato di Leo.

Ma anche la fiction sembra dare delle risposte al pubblico a quesiti lasciati in sospeso: che cosa significa Watanka? Quale è il principio da sottoscrivere con quel “così sia detto, così sia fatto, così sia scritto”? Che sembravano degli slogan accennati, buttai lì e mai precisati. Ora sembriamo scoprirlo insieme ai protagonisti. Proprio come Leo, che si sente “un pirata, un corsaro al timone di una nave in alto mare che è l’ospedale, che ci porta verso nuovi orizzonti e posti sconosciuti”. Allo stesso modo il pubblico procede verso l’ignoto apparentemente, per capire il vero senso della fiction, che si manifesta sempre più chiaro e definito. Ma un combattente come Leo o una combattente e una lottatrice come Nina (Denise Tantucci) sanno sempre quello che “conta” (per parafrasare la canzone cantata per “Braccialetti Rossi” da Francesco Facchinetti), quello per cui vale la pena lottare, quello di cui hanno bisogno per stare bene e, soprattutto, che non è mai inutile cercare di essere felici. E “lotta” è la parola che viene associata proprio a Nina (la prima che pronunciò nell’infanzia –ci viene raccontato).

O a chi ha la “c” di “Combattente” come Cris, che deve non tanto decidere se tenere o meno il figlio che aspetta da Leo, ma quanto lottare per far accettare questa gravidanza alla sua famiglia. Incinta, non avrà dubbi sulla sua volontà di dare un futuro a lei e al leader, che lo battezza con un entusiastico: “così sia detto, così sia fatto, così sia scritto!”. Ciò, però, fa comprendere un’altra ragione del successo di “Braccialetti Rossi 3”: il fatto di muoversi in tutte e tre le dimensioni temporali di passato, presente e futuro, per un viaggio all’interno dell’universo delle emozioni. Un’umanità che sa sempre di nuovo. Per questo in Spagna ci si è fermati alla seconda stagione, mentre in Italia già è pronta la quarta serie. E non è soltanto un fatto di intreccio di una trama ben costruita, lo ribadiamo. Certo, nuovi personaggi danno nuova linfa. Tra questi: Bobo (Nicolò Bertonelli), giovane malato di cuore in attesa di capire se sarà operato o meno, se deve/può o meno fare il trapianto di cuore; soprattutto, intanto, cerca di proteggere e tranquillizzare la madre (Francesca Chillemi): un po’ restio e diffidente, non si fida dei medici e dunque non vede l’ospedale come una casa e i Braccialetti Rossi (a cui non vuole aderire) come una famiglia, ma è molto introverso e scontroso; è innamorato di Nina, che invece è attratta dal dottore (e cardiochirurgo) Pietro Baratti (Giorgio Marchesi); pertanto è un modo per dare una visione diversa e un modo differente di affrontare la malattia: c’è chi vuole intorno a sé tutte le persone care e chi, al contrario, preferisce viverla in solitudine; c’è chi lotta e chi si arrende, rinuncia e si lascia andare e abbandonare. Oppure Margi (Maria Melandri), sorella di Flam (Cloe Romagnoli), compatibile per una cura di cellule staminali sperimentare per la piccola Flam (felice per il solo fatto di aver trovato una sorella che non sapeva di avere, nonostante non abbia ancora recuperato la vista); oppure la nuova fidanzata di Vale (Brando Pacitto), Bella (Silvia Mazzieri); dunque un modo e un’opportunità per accennare a tematiche nuove, diverse e delicate.

Ma è soprattutto il fatto di capire, per citare la canzone di Laura Pausini scritta per e girata nel video con i “Braccialetti Rossi”, che si è “Simili” la vera forza del gruppo e il messaggio propositivo lanciato dalla fiction. Ed è questo che comunicano ogni volta che gridano quell’esclamazione in segno di amicizia che è “Watanka!”. Nessuno è superiore agli altri, ma ha bisogno di loro per stare bene; anche il leader Leo non si sente diverso o migliore dai suoi amici. Se è vero, come canta Niccolò Agliardi, che “Il bene si avvera”, ciò accade se si è tutti uniti insieme.  

Reggio Emilia. Luci
e ombre nella Traviata cinematografica

traviata-internoLe luci, molte, sono quelle del set che si accavalla con la trama dell’opera, e non sai mai se si tratta della finzione o della realtà teatrale. Son luci della ripresa filmica o lampi di chiaroscuro per accompagnare la storia? In questa nuova produzione teatrale che partendo da Reggio Emilia arriverà nella vicina Modena poi in diverse città della Lombardia, un circuito a cui il teatro Municipale Valli si è aggregato fuoriuscendo da quello tradizionale dell’Ater e da quello più prettamente lirico che fa riferimento a Parma e alla fondazione Comunale di Bologna, i fari sono accesi, risplendono forti, poi più tenui, si spengono, invadono di nuovo il palcoscenico dove pure sono installati. L’idea del set cinematografico non è nuova. Nella coproduzione tra teatri di Ravenna, allora curato dal sovrintendente di Bologna Carlo Fontana, che sarà poi alla Scala, la stessa idea venne al regista dell’epoca nel 1990 con un cast di diversa qualità vocale: Nelly Miricioiu o Denia Mazzola, La Scola, Coni. Allora però tutta la storia era narrata come un film. E c’era coerenza, anche se contestata a suon di buu, mentre oggi la nostra Alice Rohrvacher, regista di film, ha voluto alternare registrazione da macchina da presa e trama in un miscuglio che rende difficoltosa la comprensione.

Qui la figura di Violetta, una specie di Alice anche lei, ma nel paese delle meraviglie, fa evidente riferimento ad Alphonsine Duplessis, e non a Margherita Goutier, e il riferimento è invero abusivo in Verdi, che non è il Dumas che della ragazzina dai facili costumi si invaghisce, ma è il musicista che resta preso dalla versione teatrale di La dame aux camelias che si gusta a Parigi nel 1852 con al fianco la Strepponi, anche lei come Violetta dal passato “che l’accusa”. Ma restiamo all’intreccio incongruente, alla grande e insoluta contraddizione di questa versione di Traviata. Come è possibile trasformare la festa del primo atto in un fine set di cinema dove i lavoratori, con tanto di camice grigio, ringraziano la protagonista e poi brindano con lei? E quell’Alfredo che si presenta in mezzo a loro chi è? Un attore anche lui, un innamorato della prima donna, un elettricista? E si potrebbe continuare. Ma passiamo alla musica e al canto, lasciando perdere quel discutibile livello raggiunto durante la festa da Flora con i toreri che sono invitati rimasti in mutande e canottiere e che gettano per aria brache e camicie. Francesco Lanzillotta è un giovane direttore di talento. Lo si capisce quando sceglie di variare i tempi, e li allunga nell’aria di Violetta “Dite alla giovine”, che dilata anche il pathos del sacrificio di Violetta, o quando sceglie il rafforzamento della pausa prima della ripresa del coro finale del terz’atto. Creando così un clima di attesa e di perplessità. Di curiosa sofferenza. Resta però misterioso quel suo insistere su ciò che tutti i direttori d’orchestra intelligenti hanno invece attenuato: lo zumpappà fastidioso del preludio che viene anzi sottolineato con la forza dei timpani e dei fiati e che soffoca la melodia dei violini. Una luce, anche se non sfolgorante, è costituita dalla prestazione di Antonio Gandia, un giovane Alfredo un po’ tozzo, rispetto all’imperiosa avvenenza della Mihaela Marcu, ma dotato di buona tecnica e di discreta estensione vocale, di forza e di carattere. Su Marcello Rosiello una sola osservazione. Non avevo mai sentito cantare un Giorgio Germont in falsetto nei registri acuti. Se si tratta di una scelta musicale come tale va valutata. Se invece mette in risalto un difetto a raggiungere i toni più estesi il discorso cambia. Ricordo a tal proposito, durante un dibattito sull’opera lirica nella quale ero relatore al teatro di Busseto, l’intervento passionale di Aldo Protti, uno dei baritoni più in voga tra gli anni quaranta e cinquanta, che se la prese coi suoi colleghi che non arrivavano al fa. Ogni riferimento a Rosiello è puramente casuale. Che dire della bellissima Micaela Marcu che ha sostituito all’ultimo momento la Katzarava (una scelta, un necessità, boh?). Sappiamo bene l’incongruenza del ruolo di Violetta, soprano di agilità nel primo atto, che si trasforma poi in soprano lirico e anche drammatico. Ecco, la Marcu dovrebbe cominciare a cantare alla fine del primo atto, nel quale il suo fraseggio, le sue tessiture, i suoi guizzi vocali nella romanza Sempre libera e poi nel finale a cui ricorre con quel mi bemolle che non esiste in partitura e che nessuno esegue ormai più per evitare che l’atto si concluda con un grido, paiono sguaiati, sconnessi, slegati. Meglio dopo, molto meglio. Resta un mistero che la giovane rumena possa ad un tempo interpretare Mimì, Gilda, Adina e anche Violetta. Segno dei tempi, in cui i direttori artistici non conoscono la musica. Pubblico come da tempo non si vedeva, molti giovani. Qualche rara contestazione poi alla fine grandi applausi. Verdi vince sempre a cospetto di tutto e di tutti. E ha vinto con la musica, senza set, luci e mutande.

 Mauro Del Bue

“Non si ruba a casa
dei ladri”, commedia
sugli onesti disonesti

ghini-e-salemmeIl comandamento della vita nella società moderna è: “l’importante è esserci, è starci”.
Il truffatore che è truffato. Una situazione apparentemente assurda e paradossale da cui parte la commedia amara di Carlo ed Enrico Vanzina: “Non si ruba a casa dei ladri”. Se fosse una partita di calcio tra Napoli e Roma (le squadre tifate dai protagonisti), finirebbe con un pareggio. Un 1-1 perché, tra scambi di ruolo e situazioni comiche incentivate dall’uso estremizzato dei dialetti (romano, piemontese e napoletano), ci si riconosce accomunati da uno stesso destino; per cui le posizioni si invertono: chi imbroglia è imbrogliato, perché questo mondo “fa schifo” e non c’è più identità politica, né per la sinistra né per la destra. Ci sono solamente uomini, in cui la vittima si fa carnefice, in cui tutti hanno bisogno di un facilitatore per restare a galla nella giungla della corruzione dell’animo umano. Parabola sulla natura umana, è un film sull’animo umano appunto, in cui l’onesto puro non esiste, ma tutti subiamo le influenze (e le tentazioni) di ciò che circonda. Ma si può raccontare il dramma in corso della società moderna e contemporanea con il sorriso, con l’autoironia di chi vede i propri sogni infranti. E questo vale tanto per un imprenditore sull’orlo del baratro a causa di un appalto vinto, ma poi toltogli all’ultimo minuto (Antonio Russo, alias Vincenzo Salemme), quanto per un “facilitatore” che verrà beffato dall’altro con la stessa moneta (Simone Santoro, ovvero Massimo Ghini). E da qui parte la sua vendetta (affiancato dalla moglie Daniela, Stefania Rocca) del primo all’insaputa del secondo. Un film neorealista che richiama la vecchia commedia di costume in modo esemplare; nel cast anche Maurizio Mattioli e Liliana Vitale. Ispirato ai fatti che hanno condotto agli scandali legati a Mafia Capitale (ma non solo e meramente o comunque esplicitamente ed esclusivamente essi), non a caso la sceneggiatura è curata anche da Enrico Vanzina: scrittore e giornalista, oltre che sceneggiatore e produttore cinematografico, ha collaborato 5 anni al “Corriere della Sera” e da quasi venti scrive su “Il Messaggero”, curando come editorialista una rubrica proprio di costume. Una pittura della situazione attuale in cui ci troviamo a vivere: appalti truccati; smaltimento illecito di rifiuti; riciclaggio di denaro sporco; abusivismo edilizio per cui si costruisce ovunque e si toglie terreno alla campagna per fare posto a discariche al posto di cave; crisi economica e disoccupazione; mondo del lavoro caratterizzato da precariato e assenza di meritocrazia; fabbriche che chiudono o falliscono o costrette a guardare all’estero. In questo “villaggio globale” che è diventato il mondo moderno, le distanze geografiche sono azzerate dal fatto che non c’è differenza tra filippini e italiani medio-borghesi: tutti hanno bisogno di lavorare per mantenersi e sopravvivere e sono disposti a fare qualsiasi cosa per riuscire a mantenere uno status quo e un tenore di vita dignitosi. Da un lato c’è lo sperpero di fondi pubblici, dall’altro chi evade le tasse portando il proprio denaro (in somme ingenti) in paradisi fiscali (perfetti) come Zurigo che diventa (in messaggio cifrato di chi parla in codice per non essere scoperto) “la città che ha la paura” (la Fifa, la Lega di calcio, oltre che città ideale per sfuggire alla Finanza). Così, oltre al Wi-Fi e alle tecnologie indispensabili, a dettare legge sono la Tv, le serie crime americane di Sky e Fox Life, ma anche il mondo del gossip, dei talent e dei reality e manuali quali il libro di Fabrizio Corona “Mea Culpa”; nuova simbolica “Bibbia” e legge per chi vive nello sfarzo dedito solamente al lusso come Simone e la compagna Lori (Manuela Arcuri). Titolo emblematico per questi ultimi due: sia per il fatto che avranno la lezione che si meritano, sia per il contesto che è vicino a quello di Corona, sia perché in fondo, inconsciamente, è quello che fanno, ovvero prendere atto della propria corruzione e quasi pentirsene (anche se non direttamente o esplicitamente). Se dal tempo dei Romani nulla sembra poi essere cambiato molto, se non peggiorato nelle sfumature, dall’altro l’amara constatazione è che era bello crede alla storia del “pesce pipa”. Quest’ultima la raccontava sempre a Simone il padre, un uomo con dei principi e sani valori in primis politici: praticava seriamente la politica in maniera encomiabile, per lui era un ideale imprescindibile della sua esistenza; una politica incorruttibile in cui si credeva fermamente; in un mondo in cui c’era ancora onestà, oggi più latitante che mai: come i fuggitivi sempre in corsa verso nuove banche generose, complici, omertose, amiche, che coprono incuranti affari illeciti dietro denaro “sporco”, come squallido e “zozzo” è il mondo in cui ci si trova a vivere oggi. Una denuncia fatta con leggerezza, senza toni critici, polemiche, accuse mirate o voler giudicare ed emettere una sentenza drastica, ma semplicemente una constatazione (a tratti divertente) di cosa è diventata attualmente la società in cui viviamo. Per questo Simone diventa il nuovo “Gladiatore” che scende nell’Arena della società altolocata e corrotta per ritrovare e ripristinare la regola e la legge del “pesce pipa”, dell’onestà intellettuale e politica; ma, all’inverso, il pesce pipa era in grado –gli raccontava sempre il padre- di fumare in fondo al mare; dunque come il corrotto che, indisturbato, continua ad agire in tutta tranquillità e dalla cui pipa (un po’ la sua cassaforte personale a casa o in banca) esce il fumo che ricorda quello delle ciminiere delle fabbriche. Nulla è come sembra. L’apparenza inganna. Tutto ha una duplice faccia della medaglia, un risvolto che non si sa che piega possa prendere (come il finale di questa commedia molto ironica). E se non manca lo humour del dialetto, non meno è associabile a modi di dire che ben la rappresentano: “chi la fa l’aspetti”, secondo una legge del taglione di stampo moderno e occidentalizzante; “l’apparenza inganna”, per cui la più frivola, sciocca e superficiale come Lori alla fine si dimostrerà molto abile e furba a togliersi d’impaccio dai guai. A tale proposito del suo personaggio la Arcuri ha detto: “è una donna romana, verace e burina, attenta solo al gossip, un po’ superficiale, affascinante e abbagliata solamente dalla bella vita. Non è poi così oca come si crede; è una donna che sa il fatto suo e capace di tirarsi fuori dal dramma in corso”. Se tutto ha un prezzo, il conto verrà saldato secondo la logica del “pagare con la stessa moneta”, perché “chi di spada ferisce, di spada perisce”. Tutto torna come un boomerang della nostra coscienza, in modo scientifico e direttamente proporzionale: in un mondo di squali e sciacalli della speculazione edilizia ed economico-finanziaria, spesso ad essere preso all’amo è il pesce più piccolo. Fuor di metafora, ognuno è immerso nel mare dei suoi guai da cui cerca di tirarsi fuori come può, alla bella e meglio.
SE “tutto il mondo è paese” e “stiamo tutti sulla stessa barca”, allora non ci sono vie di mezzo e mezze misure: prendere tutto o perdere tutto. Perdersi per ritrovarsi. Lasciarsi andare alla perdizione per un happy end che rima con happy hour. Allo stesso modo, pesce pipa rima con papi, di cui ne è una sorta di acronimo. Papi non solo come diminutivo di papà (papy), come soprannomina Antonio il fidanzato della figlia; ma anche il nomignolo che le protette di Berlusconi davano al leader di Forza Italia, figura che ha caratterizzato per decenni la politica italiana, simbolo di un cambiamento epocale nel modo di fare politica. Non ultimo anche il titolo (“Non si ruba a casa dei ladri”) rimanda a un detto. Simbolo per antonomasia di un’abitazione è il giardino, oltrepassare il cancello e mettere piede nel giardino significa il primo passo per l’ingresso nella casa. Ma questo fa pensare al detto inglese NIMBY (“not in my back yard”, non nel mio cortile, spesso associato alle proteste degli ambientalisti tanto presenti nel film dei Vanzina). Così come al “coltivare il proprio orto”, citato nel “Candido” di Voltaire: l’orto personale del conto che si dovrà presentare pagato, di cui poco sopra si faceva riferimento che, parafrasando, richiama la canzone di Renato Zero “Segreto Amore”: “’coltivati il tuo orto’ è il mio consiglio. L’amore poi, decide lui, con chi dividere la vita, sua. Vuoi sapere chi ha pagato il conto mio? Io!”.
Se “a Roma tutto ha un prezzo”, allora occorre pagare con il metro di misura del “fifty fifty”, al 50%, a metà, alla romana insomma, perché nessuno è totalmente innocente e poiché nessuno può farcela da solo, ma deve essere aiutato da chi deve dargli la lezione che gli insegni l’importanza di essere onesti. Sempre e comunque, ad ogni costo e nonostante tutto. I soldi vanno guadagnati lavorando, con la fatica e il sacrificio, sudando con un mestiere “pulito” e trasparente (oggi che tutto è ufficioso più che ufficiale e di trasparente c’è poco). L’orgoglio e la soddisfazione di un guadagno onesto, anche con un lavoro sottopagato e con lo sfruttamento di mestieri remunerati una miseria (con stipendi dimezzati da una crisi come quella, se non peggiore, della Grecia), non ha prezzo. Per questo è centrale l’alter ego di Simone, Antonio (Salemme). Mette in piedi una vera e propria banda alla “Ocean’s eleven” (ma anche in stile “Sette uomini d’oro” e “I soliti ignoti”) per mettere a segno il “grande colpo”: la punizione del ladro che lo ha derubato del merito e del frutto di un lavoro semplice, forse poco gratificante e monotono, ma onesto.
Ciò fa pensare alle parole di Papa Francesco e al suo appello al sostegno ai migranti: “Non è umano chiudere le porte. Non è umano chiudere i cuori. Alla lunga questo si paga. Non si devono creare ghetti, ma occorre lasciare da parte tutto ciò che divide per progredire sulla strada dell’unione”. Unità e solidarietà: dopo la sconfitta con chi e con l’aiuto di chi ci rialziamo? Sembra questo l’interrogativo alla base della commedia e la più grande delle scoperte del film dei fratelli Vanzina; perché, per dirla con un altro proverbio, “chi troppo vuole nulla stringe”. Un po’ come diceva Guardiola nel calcio: lo sport insegna quanto è imprevedibile la vita, straordinaria perché, come nel calcio, l’esito finale di un incontro di pallone si può ribaltare in qualsiasi momento, stravolgendo il risultato di ogni singola partita.
Molti i riferimenti cinematografici tuttavia, che non mancano: “La congiuntura” (1964) o “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola con Vittorio Gassman, “In nome del popolo italiano” (1971) di Dino Risi (anticipazione su Tangentopoli, con Gassman e Ugo Tognazzi) o a “Compagni di scuola” (1988) di Carlo Verdone Se lo scambio di ruoli ricorda “Il pranzo della domenica” (sempre con massimo Ghini), la commedia fa parte di una trilogia che comprende: “I mitici” e “In questo mondo di ladri”.
Dal 3 novembre al cinema, il film è riuscito anche perché gli attori del cast hanno già lavorato insieme e con il regista in passato. “Una commedia umana che riguarda sentimenti veri con una morale positiva, che affronta argomenti seri e importanti pur mantenendo il divertimento”, l’ha definita Vincenzo Salemme. “Una storia brillante su una materia difficile e scottante come la corruzione politico finanziaria. Un racconto molto cinico dei tempi che viviamo e della superficialità pericolosa del tangentismo diffuso” (Massimo Ghini). “La truffa –ha aggiunto Stefania Rocca- è un goffo tentativo di riscatto di personaggi piuttosto disorientati. La storia prevede un gioco costante a non prendersi mai troppo sul serio. La parte più allegra della lavorazione è stata quella ambientata a Zurigo”. “Un giallo-rosa simile a quelli con Audrey Hepburn tipo ‘Sciarada’ o ‘Come rubare un milione di dollari e vivere felici’. Porta in scena, oltre al divertimento, anche problemi civili e sociali come la corruzione generalizzata. Ḕ capace di denunciare. Racconta persone con le loro problematiche e ognuno si porta dietro la sua disperazione e il suo bisogno di rivincita”.

Show e solidarietà. L’Eredità festeggia
con Airc i suoi 14 anni

lereditaShow a quiz intelligente fa salute. Questa l’eredità lasciata dall’omonimo programma, condotto da Fabrizio Frizzi e Carlo Conti, per la regia di Sabrina Busiello. Trasmesso di solito in preserale, è andato in onda eccezionalmente (il 2 novembre) in prime time per una buona causa: uno speciale a favore dell’Airc. Associazione per la ricerca per il cancro ha la ‘A’ di ‘aiuto’. Quello che hanno tentato di fare gli ospiti (protagonisti e concorrenti) in diretta e quello che hanno richiesto al pubblico a casa. Per dare una speranza di salute appunto (come dicevamo all’inizio) a tutti i malati oncologici. E per far sì che vi sia sempre più un connubio tra sanità e salute. Proprio quest’ultima, poi, è stata la parola per risolvere la famosa e caratteristica ghigliottina finale della sfida conclusiva. Ben 300mila euro la cifra in palio. Ovviamente tutto il ricavato sarà interamente devoluto all’Airc. Una vittoria simbolica della salute, comune denominatore incluso nell’intero gruppo dei seguenti termini che lo comprendono tutti: brindare (alla salute); (salute e) figli (maschi); maglia (della salute); arance (della salute: famose quelle dell’Airc appunto vendute nelle piazze italiane durante le campagne di sensibilizzazione e sostegno).
Una gara divertente e appassionata, ma senza competizione. Tutti uniti, senza retorica ma con il massimo dell’impegno, nel nome dell’Airc. Protagonisti che si sono prestati gentilmente a questo gioco serioso, intelligente ed istruttivo, sono stati: Nino Frassica, Enzo Iacchetti, Gloria Guida, Gigi D’Alessio, Chiara Francini, Mia Ceran e lo stesso Carlo Conti. Ospiti della serata Maurizio Battista e Pippo Baudo (che poi ha partecipato alla gara e che con la Francini conduce “Domenica In”, tra l’altro guarito da un tumore).
Tutto si è svolto nell’ordine della trasparenza. Ognuno, a suo modo, ha voluto portare la sua esperienza. Ogni cosa è accaduta nel segno del divertimento, senza mai perdere di vista l’obiettivo finale. Oltre ad invitare a donare con ogni mezzo disponibile, non hanno mancato di esprimere il loro pensiero. A disposizione degli spettatori il numero 45510 per dare due euro tramite sms, oppure 5 o 10 euro chiamando da rete fissa. Oppure il numero verde per la carta di credito, 800 58 58 58, per donare direttamente ai ricercatori la cifra interamente a loro (altrimenti del totale 0,87 centesimi vanno alla ricerca). Così si è parlato di cure alternative da trovare e poter sperimentare e di fuga di cervelli. “La metà dei ricercatori ha meno di 40 anni”, ha detto Mia. Finora per loro sono arrivati circa 92mila euro, ha precisato Baudo. Ricordato dai partecipanti anche il sito ufficiale consultabile: iostoconairc.it. Di una “battaglia assolutamente da vincere stasera” (contro il cancro) ha parlato Gigi D’Alessio, che ha raccontato di sentirne molto lo scopo. “Aiutate l’Airc – è stato il suo appello condiviso da tutti gli altri-. Così -ha proseguito- farete in modo che tanti figli non soffrano. Io ho perso -ha spiegato- mia madre, mio padre e mio fratello per questa malattia. Sono qui anche per questo”, ha aggiunto.
Padrone assoluto di casa, perfettamente a suo agio, l’esperto Carlo Conti (che ha ideato e condotto a lungo il programma). Serata scorrevole e piacevole, che ha avuto un buon ritmo, dato anche dalla cortesia di Frizzi, che spesso ha lasciato mano libera ai concorrenti.
Onore a ciascuno di loro. Ognuno ha contribuito a dare lustro ad una trasmissione televisiva che, nel tempo, è diventata (con 3477 puntate) lo show a quiz più longevo nella storia della tv dopo “La ruota della fortuna” (con 3500 puntate); ma i presupposti per eguagliare e superare tale record ci sono tutti. La forza del programma è sicuramente la diversità e varietà di prove e test intellettivo-cultuali di carattere generale (in vari ambiti: musicale, scientifico, geografico, storico, letterario, umanistico e non) da superare. Una trasmissione di intrattenimento culturale appunto che ha saputo rinnovarsi anche per l’alternanza alla conduzione di diversi presentatori, che hanno portato il loro stile differente, dando un’impronta sempre nuova a “L’eredità”. Arricchita dall’unione e dall’associazione alla solidarietà (come avvenuto ad “Affari tuoi” con Telethon).
Questa l’evoluzione dello show. Al via dal 29 luglio 2002, il primo a condurlo fu Amadeus fino a giugno 2006. Poi le redini le prese (dal 4 settembre di quell’anno) Conti fino all’8 novembre 2015. Dallo scorso 2 ottobre a presentarlo è Frizzi, che affiancò Conti dal 13 aprile 2014. Tre amici innanzitutto. Peccato che Amadeus non sia stato presente, altrimenti lo “Speciale Airc” sarebbe stata una bella occasione per festeggiare insieme i 14 anni della trasmissione. Ora gli appuntamenti sono due: con un altro speciale domenica 6 novembre prossimo (su Rai Tre in seconda serata alle ore 22:30 circa), quando sarà la volta di “Speciale Tutta Salute” (la parola chiave della ghigliottina); e poi con la distribuzione dei cioccolatini della ricerca (Lindt a 10 euro), invece delle arance, che l’Airc venderà in circa 900 piazze sabato 5 novembre e presso le 1520 sedi Ubi Banca lunedì 7 novembre successivo. 5, 6, 7 per una tre giorni….speciale…di salute e…di e per la ricerca. Non resta allora che ricercare il posto (piazza o filiale) più vicini e recarsi in loco a dare il proprio contributo a sostegno dell’Airc. In preparazione del Natale, di cui già si potrebbe iniziare a respirare l’atmosfera. Per sentirci tutti più vicini ai malati “perché la malattia è democratica, colpisce tutti e non guarda in faccia a nessuno”, come spesso ha detto e ricordato Flavio Insinna ad “Affari Tuoi”. Ragione in più per essere uniti e dare una mano, anzi tendere una mano (tesa, allungata in segno di soccorso, aiuto e vicinanza) a chi ha bisogno (come ben rappresenta l’immagine della campagna dell’Airc: mano su cui porgere lo stampo del numero da comporre per donare un piccolo contributo). Perché donare fa bene (alla salute e allo spirito) sia di chi dà che di chi riceve. Infatti, non a caso, anagramma di Airc è ‘rica’, che in spagnolo significa ‘ricca’… di umanità. E questo fa bene anche alla…  salute.

Barbara Conti