Gli Oonar live il 30 settembre allo Sheket per anticipare il nuovo album

oonarGli Oonar tornano dal vivo domenica 30 settembre allo Sheket, nuovo locale del centro di Roma (Via delle Botteghe Oscure, 33) per presentare in anteprima i brani del loro nuovo album, in uscita per Terre Sommerse il prossimo inverno. La cornice è quella di Border Live, che in collaborazione con lo Sheket e Nastro Azzurro avvia una nuova stagione all’insegna della musica alternativa, tutta dal vivo. La serata, che inizierà alle 19.30 vedrà alternarsi sul palco insieme agli Oonar diverse altre band protagoniste della scena alternative romana.

L’album è il frutto di un lavoro consapevole e genuino, nel quale la dimensione di band emerge su tutti i livelli, a cominciare dalla scrittura e dall’arrangiamento dei brani, concepiti con la precisa fisionomia della migliore musica alternative internazionale, anche grazie alla scelta della lingua inglese e dell’elettronica come chiave di lettura privilegiata. Ed è proprio nel live che questa impronta collettiva si esprime al meglio, energica e dotata di un forte impatto comunicativo, nel quale la band infrange le barriere tra pubblico e palcoscenico, tra ascoltatore e performance, arricchendo i brani con la forza immaginativa che scaturisce dalla personalità di ciascun componente.
Ad anticipare l’album il videoclip del primo singolo Forbidden Soul, la cui uscita è prevista per l’inizio di novembre.

Gli OONAR, sono una band ‘Synth-Pop’ formatasi nei primi anni 2000. Gli Oonar sono: Ruggero Poggi (Voce), Leonardo Caucci Molara (Sintetizzatori e Programmazioni), Francesco Favari (Basso), Alessio Simonetta (Batteria).
La band si fa conoscere con il singolo ‘I Die For You’ grazie alla rotazione su numerose emittenti radio sia nazionali che internazionali ed emittenti Tv come Musicbox (Sky TV) rimanendo in classifica per oltre 2 mesi.
È prevista per l’autunno 2018 l’uscita del loro nuovo videoclip cui seguirà il nuovo album per l’etichetta Terre Sommerse. Il sound è tipicamente di matrice 80’s ma dai suoni sempre ricercati e personali che rendono i loro brani subito distinguibili.

Nuova fiction della Rai. Non dirlo al mio capo 2: due volte più impegnato

capo 2

La fiction “Non dirlo al mio capo 2” (coprodotta da Rai Fiction e Lux Vide, per la regia di Gianluca Manfredonia), diventa ancor più impegnata nella seconda stagione. In onda, con altri 12 episodi avvincenti, si fa più corale con l’introduzione di nuovi personaggi e protagonisti. Ciò dà modo di scandagliare ulteriori problematiche; per una serie che, però, non dimentica – ancora una volta – di omaggiare un’altra grande fiction di fortuna di Rai Uno: “Don Matteo”; il primo ciclo di “Non dirlo al mio capo” era stato annunciato proprio dalla decima stagione di “Don Matteo”, mentre – in “Non dirlo al mio capo 2” – compare proprio in una scena, mentre i protagonisti guardano la serie alla tv sul divano di casa.

Procediamo con ordine e partiamo ad analizzare le singole novità. Innanzitutto, dicevamo, una storia che si fa sempre più corale. Non c’è più solo la storia d’amore tra Lisa Marcelli (Vanessa Incontrada) e l’avvocato Enrico Vinci (Lino Guanciale) a fare da perno centrale. C’è il ritorno anche della ex moglie di quest’ultimo, Nina Valentini (Sara Zanier). Ne nascerà, così, un triangolo curioso, che porterà a un contendimento dell’uomo tra le due donne – tra la moglie e l’amante -, tra cui lui non sa decidere. Tanto che, nei primi episodi, si dice che “il tre non è un numero perfetto” in amore, perché porta scompiglio, gelosie, invidie, dispetti. Tuttavia, ciò dà modo di comprendere meglio la personalità dell’avvocato: in amore, come sul lavoro, dava rispetto a chi meritava la sua stima, per avergli mostrato a sua volta onestà e rispetto; dunque non è il solito cinico, spietato e senza cuore. Però, quando c’è competizione, non sempre ‘amor vincit omnia’, ma anzi – si titola – ‘omnia vincit amor’; cioè non sempre è l’amore a vincere su tutto, perché spesso ci facciamo distrarre da altri interessi meno nobili; però, poi, alla fine un modo lo si trova per ritrovare un sentimento genuino.

E così si punta tutto a ribadire l’importanza della famiglia, ricordando anche quanto sia importante l’esempio e l’educazione dei genitori per i figli. In ciò l’arrivo di un nuovo personaggio serve proprio a ribadire tale aspetto. Si tratta di Aurora Marcelli (Beatrice Vendramin), sorellastra di Lisa, che se la ritroverà a carico a casa sua; è affetta da un disturbo della personalità, per cui subisce il peso delle emozioni più degli altri e del normale. Comunque ciò non giustifica il fatto che arriverà ad avere una storia e a far innamorare di sé il ragazzo della figlia naturale di Lisa, Mia (Ludovica Coscione): ovvero Romeo (Saul Nanni). All’inizio sembra esserci amicizia fra le due ragazze e l’interesse di Romeo per Aurora non sembra far vacillare la complicità della giovane con Mia. Quest’ultima la tollera, perché, come le aveva insegnato la madre: Aurora è malata e va aiutata. Sopporta fino a quando Aurora non esagera e vuole costringere la classe a danneggiare la scuola, per farla restare chiusa e saltare qualche giorno di lezioni. Allora la denuncia pubblica di Mia, davanti a tutti, della malattia di Aurora sarà ufficiale e ciò porterà all’allontanamento da parte di Romeo da lei, in quanto Aurora ne sarà umiliata. Dunque la condanna di ogni forma di discriminazione. E, a proposito di giovani e adolescenti, non manca il tema del bullismo molto ricorrente. Però, pronte per Aurora, arriveranno le scuse di Mia e di Lisa: perché lei vuole solamente qualcuno “che abbia il coraggio di provarci con lei”, anche una casinista come la sorellastra, per superare il suo ‘disagio’.

Quindi l’importanza della famiglia, ma anche i valori della solidarietà e dell’amicizia. E, a proposito di quest’ultima, non possiamo non citare la ritrovata consigliera di Lisa: Assuntina Cercilli (Chiara Francini), alias ‘Perla’. Sarà lei la sua confidente più intima e preziosa. Inoltre, dietro la scure dura di ‘Perla’, si nasconde la voglia di sentirsi ed essere ‘utile’, che gli altri abbiano bisogno di lei per aiutarli. Il suo personaggio, però, non è importante solo per questi due aspetti (l’amicizia per Lisa e il profondo senso di umanità che ha verso gli altri), ma anche perché diventerà segretaria dello studio Vinci, mostrando quanto sia rilevante la figura di una segretaria. Darà il suo contributo a fare ordine nello studio di Enrico, oltre che a cambiare l’uomo (un po’ nullafacente) che era Rocco Tancredi (Antonio Gerardi), che diventerà migliore grazie a lei. Insieme aiuteranno molto Lisa nel gestire la sua famiglia (i tre figli e la casa) e il lavoro (tra Enrico e Nina). Basterà tutto questo? Intanto Lisa si contraddistingue per il suo ruolo di assistente ineccepibile, abile e astuta; tuttavia non è ancora un avvocato esperto e ciò pregiudica la sua carriera. Come se non bastasse è donna e madre. E qui si sfiora l’altra tematica molto approfondita dalla fiction. Oltre al bullismo, anche la malasanità, ma soprattutto la discriminazione delle donne sul posto di lavoro. Se lei subisce le duplici angherie di Enrico e Nina, con un po’ di quello che potrebbe essere riconducibile al mobbing, sono due altre nuove figure che incrementano l’analisi di tale argomento. Si tratta di due giovani rampanti, ambiziosi e spregiudicati (anche troppo), aspiranti avvocati e che vogliono entrare a far parte dello studio Vinci. Ovvero, Cassandra Veggiani (Aurora Ruffino) e Massimo Altieri (Gianmarco Saurino). La prima deve tirare fuori tutto il suo cinismo per non soccombere e l’altro mettere da parte ogni forma di galanteria per non restare indietro. Se il secondo non vuole sfigurare per un forte senso di orgoglio personale, la prima è disposata a tutto pur di trionfare: anche a vendersi, ad andare a letto con chi possa darle un’occasione (e non perché non abbia moralità o sentimenti buoni), perché è la dura legge del mondo del lavoro; occorre sempre una raccomandazione e saper scendere a compromessi, soprattutto per una giovane donna e belle, intelligente e in gamba, di cui tutti sono pronti ad approfittarsi; ma sembrerebbe non Vinci, interessato più all’acume giuridico. Dunque c’è anche una sorta di satira sociale, dietro una parodia comica della donna in carriera e dell’aspirante giovane visto come una ‘futura promessa’. Di certo la comicità aspra, a tratti dura, non manca. Si ride, ci si diverte anche, si scherza – ma non su tutto, non su certe cose, sembra ammonire la serie -. Anche Lisa è buona e cara, sempre cortese, gentile, accondiscendente, disponibile, ma fino a un certo punto: su alcuni dettami non transige e non è disposta a venire meno ai suoi saldi principi morali, che vuole trasmettere ai figli.

Così, spesso, ci si ritrova a chiedersi (come il titolo di un altro episodio): di chi è la colpa? Ci si colpevolizza, ci si sente in colpa, ci si frustra e si è invasi da sensi di colpa mortali. E qui arriva l’altro importante insegnamento della fiction: tutti sbagliamo, abbiamo le nostre responsabilità e la nostra parte di colpa da doverci accollare. Dunque non è semplicemente una storia di triangoli amorosi; per questo ho titolato il pezzo “Non dirlo al mio capo 2: sempre più impegnato!”: sia perché è impegnata socialmente la fiction, che perché è impegnato tra due donne l’avvocato Enrico Vinci, oltre che sempre più occupato dal suo lavoro.

Ma se la storia diventa sempre più corale, allora questi nuovi personaggi non sono i soli. Come se non bastasse, infatti, oltre alle figure di Cassandra e Massimo arriva anche – da lontano – un amico di Enrico; ad incasinare ancor di più la sua vita e quella di Lisa, che incontra accidentalmente, come se non fosse più che sufficiente lo scompiglio che già ha portato il ritorno di Nina; lei ha deciso di lavorare nello studio con lui e Lisa, dunque la sfortuna e la maledizione del numero tre anche sul lavoro (oltre che in amore, per un triangolo di gelosie e invidie; anche nel lavoro genera una competizione esasperata e a tratti pericolosa); ma ci vuole invece collaborazione, come ammonisce ‘Perla’. Il cerchio dei legami sentimentali si allarga così, per enfatizzare la portata dell’amicizia complice e consigliera (anche con l’amico di Enrico). Invece, per quanto riguarda l’aspetto della competizione, ciò sarà ancor più esacerbato: come Enrico dovrà scegliere tra Lisa e Nina, così sul lavoro dovrà stabilire chi tenere a fine prova tra Cassandra e Massimo; solo uno dei due resterà nel suo studio: chi vincerà? E, soprattutto, come evolveranno le personalità dei personaggi? Questi ritorni dal passato (per Enrico e per Lisa, della sorellastra) come incideranno su di loro? Che ricordi ed emozioni faranno riaffiorare e come li cambieranno? E, tra Perla e Rocco è veramente pace fatta? Sono davvero entrambi più ‘buoni’? Mentre ci interroghiamo su questo ed attendiamo che la fiction ci sveli le risposte a tali quesiti, intanto subito un’altra domanda sorge spontanea: quali altri temi ci proporrà la fiction, su cui riflettere e che tratterà con la sua solita ironia vincente? Di certo non smetterà mai di farci sorridere e di divertirci anche, così come di sorprenderci, sempre pronta a stupirci. Una serie che potremmo definire perennemente in divenire e che, fino all’ultimo, lascia col dubbio e col fiato sospeso, pronta a prendere deviazioni inaspettate per finali stupefacenti. E questa è davvero la sua forza, aggiunta alla bravura e alla freschezza degli attori, perfettamente a loro agio nei panni dei loro personaggi, tutti protagonisti.

Intanto, curiosità, forse – notavamo – il nome Cassandra non è a caso: nota figura mitologica greca, che gli stessi Omero e Virgilio su tutti rammentano, era la gemella di Eleno (il figlio di Ecuba e di Priamo, re di Troia). Fu sacerdotessa nel tempio di Apollo, da cui ebbe la facoltà della preveggenza, in quanto capace di prevedere terribili sventure e per tale motivo odiata da molti. Il nome cala a pennello sul personaggio di Aurora Ruffino nella fiction, in quanto sarebbe adatta proprio per il suo rigore, per la sua precisione, per la sua possibilità – così – di controbilanciare il caos che a tratti regna nello studio (soprattutto da parte di Lisa); ma, come la Cassandra mitologica, anche quella della fiction deve superare le angherie, le inimicizie, le avversioni sul campo nel mondo del lavoro, da parte dei colleghi uomini come Massimo, e le antipatie delle altre colleghe femmine, invidiose della sua bellezza e del suo talento; non è sempre tutto facile per lei, in apparenza così ‘avvantaggiata’ e ‘fortunata’.

Ba. Co.

Romaeuropa. Prima italiana di “Kirina” di Serge-Aimé Coulibaly

Inaugurazione all’insegna dell’incontro tra due continenti quella del trentatreesimo Romaeuropa Festival. È infatti la prima italiana di Kirina, lo spettacolo firmato dal coreografo burkinabé Serge-Aimé Coulibaly, la cantante maliana, icona della musica mondiale, Rokia Traoré e lo studioso e scrittore Felwine Sarr ad aprire, il 19 Settembre al Teatro Argentina (in replica fino al 22), il percorso tra i mondi che anima questa edizione del festival il cui titolo è, non a caso, Between Worlds.

kirina_02_philippe_magoni-min«Kirina ci introduce ai temi e ai percorsi che saranno affrontati durante Romaeuropa Festival 2018» afferma Fabrizio Grifasi, direttore generale e artistico della Fondazione Romaeuropa, presieduta da Monique Veaute, «un Festival Mondo che fisicamente intercetta e convoglia pensieri e progetti, incrocia temi e questioni al cuore del nostro vivere come modalità di libero sviluppo della ricerca artistica, sovrapponendo le generazioni ed eleggendo le contraddizioni e le diversità al cuore del proprio operare come pratica di racconto del presente attraverso le opere degli artisti che riteniamo significativi. L’essenza stessa della nostra missione si colloca in questo spazio “in between”, luogo di mediazioni e riconciliazioni tra opposti, ambito di riflessioni e accoglienza»

Ed è in quest’ottica che il festival proseguirà nel mese di settembre all’Auditorium Parco della musica con il live della maliana Oumou Sangarè, altra icona della world music che presenterà il suo ultimo album Mogoya (22 settembre); con il teatro “documentato” degli spagnoli Agrupación Señor Serrano che con Kingdom affronteranno il tema del capitalismo affiancandolo ironicamente alla figura di King Kong e alla storia delle banane (25 e 26 settembre) e con i việt kiều raccontati della giovane Caroline Guiela Nguien nel suo Saigon, spettacolo toccante e intenso interamente ambientato in un ristorante vietnamita, ponte d’incontro tra il Vietnam degli anni Cinquanta e la Francia di oggi (29 e 30 settembre). Al Teatro Argentina l’israeliana Sharon Eyal insieme a Gai Behar, con cui guida la compagnia L-E-V, presenterà il suo seducente Love Chapter II (il 25 e il 26 settembre) mentre il libanese Omar Rajeh in #minaret s’interrogherà sul nostro ruolo dinanzi ad atti di distruzione – come quello che ha raso al suolo Aleppo e la sua storia – in una coreografia per corpi, droni e suoni (29 e 30 settembre). Passaggio di testimone tra Short Theatre e il REf18 è invece la performance The Quiet Volume di Ant Hampton e Tim Etchells nella Biblioteca Enzo Tortora (dal 20 al 29 settembre).

Talk di approfondimento e momenti di confronto il 18 Settembre in Opificio Romaeuropa alle 18.30 con Felwine Sarr in dialogo con Aboubakar Soumahoro e Francesca Caferri, il 27 Settembre (sempre in Opificio alle 18.30) con Omar Rajeh e Paolo Matthiae e, il 29 settembre, con la franco-vietnamita Caroline Guiela Nguyen. Discussione post spettacolo il 25 Settembre con Agrupación Señor Serrano per il ciclo Post It.

KIRINA

Nasce dall’energia di una crew d’eccezione composta da Serge-Aimé Coulibaly, Rokia Traoré e Felwine Sarr, Kirina, opera africana per 9 danzatori, 1 attore, 4 musicisti, 2 cantanti e 40 figuranti (selezionati, per le repliche romane, tra gli studenti dell’Accademia Nazionale di Danza). Definito dal New York Time come uno spettacolo «sbalorditivo» capace di fondere sulla scena «danze ritualistiche, estatiche e sudate, musica propulsiva e una narrazione incantatoria in lingua francese» e di dar vita a «un’arte fresca ed elettrizzante», Kirina nasce nel segno dell’incontro tra mitologia africana e cultura occidentale. Fonte d’ispirazione per i tre creatori è, infatti, la mitologia mandinga e in particolare l’epopea di Soundjata Keita, il poema epico che racconta della fondazione dell’Impero del Mali nel tredicesimo secolo. Il titolo dello spettacolo è il nome della località situata nell’odierna Guinea dove si è svolta l’ultima battaglia da cui è nato l’impero mandingo. Un momento storico in cui si potrebbe individuare l’origine di una storia africana radicata nel rispetto della dignità umana e caratterizzata da un lungo periodo di pace e prosperità. Trasmessa dalla tradizione orale in molte versioni e diverse lingue, l’epopea ha occupato e continua a occupare un posto molto importante nella cultura dell’Africa Occidentale fungendo da fonte d’ispirazione per molti artisti. Ma questo bagaglio culturale è per Serge-Aimé Coulibaly solo un modo per far risuonare il presente, restituire un’immagine dell’Africa lontana dagli stereotipi con cui è raccontata dai media occidentali, rintracciare i punti di contatto tra la storia di due continenti e visualizzare la marcia eterna del mondo. In scena cumuli di abiti, danza tradizionale e contemporanea, musiche energiche e coinvolgenti disegnano la marcia di un popolo in continuo movimento e trasformazione a sua volta narrata dallo slam-rock di un griot (poeta e cantore della tradizione africana) ricontestualizzato nel presente ma capace di attraversare la Storia. Ieri come oggi: esili, spostamenti, lotte, ricchezze e povertà e incontri spingono l’uomo verso il futuro.

SERGE-AIMÉ COULIBALY | Nato nel 1972 a Bodo-Dioulasso, la capitale economica del Burkina Faso, Serge-Aimé Coulibaly lavora come danzatore e coreografo prima in Africa dove nel 1998 firma le coreografie per la cerimonia di apertura dell’Africa Cup of Nations e poi in Europa dove, trasferitosi nel 2001, danza in alcune delle più importanti opere de les ballets C de la B di Alain Platel e di Sidi Larbi Cherkaoui, prima di formare la sua compagnia Faso Danse Théâtre.

ROKIA TRAORÉ | Tra le regine della nuova musica africana e tra le musiciste e cantanti più richieste in Europa e nel mondo, Rokia Traoré mescola musica tradizionale e influssi moderni che vanno dal blues all’elettronica, dal rock-n-roll al jazz. La riscoperta delle proprie tradizioni ha portato la musicista e cantante alla fama internazionale. Oggi Rokia è impegnata nella riscoperta della tradizione mandinga e in particolare dei canti dei griot, cantori custodi della genealogia del proprio popolo.

FELWINE SARR | Considerato uno dei più importanti economisti e studiosi africani, Felwine Sarr ha rivoluzionato il modo in cui guardiamo il continente africano con il suo Afrotopia, un libro in cui unisce al suo acuto sguardo da economista, arte, cultura e letteratura. La sua visione del mondo africano incrocia in maniera inedita l’occidente, individuando il modo in cui l’Africa ha contribuito allo sviluppo della musica, della danza, del teatro e dell’immaginario nel mondo odierno. Lo studioso rivendica una lettura autonoma e lontana dall’immagine stereotipata del continente per fuggire la retorica del modello di sviluppo occidentale.

Illuminate, Rita Levi Montalcini ‘brilla’ come esempio per i giovani

rita levi montalciniFemminile, elegante, tenace, curiosa, generosa, libera, una sognatrice serena, che usava un linguaggio universale, semplice, senza retorica, in grado di farsi comprendere da tutti. Questi sono solo alcuni degli aggettivi usati per descrivere Rita Levi Montalcini. Le si può attribuire qualsiasi connotato si voglia, ma sicuramente resta il suo esempio di piccola, grande donna, e tutta una vita spesa con dovizia al totale servizio della scienza e dei giovani. Questo l’aspetto principale che traspare dal programma di Rai Tre (prodotto da “Anele” in collaborazione con “Rai Cinema”): “Illuminate”, di cui una puntata è stata interamente dedicata alla scienziata. Le altre tre avranno al centro altre protagoniste quali: Margherita Hack, Palma Bucarelli e Krizia; e saranno raccontate da Francesca Einaudi, Valentina Bellè e Carolina Crescentini.
Molti i contributi di personalità che l’hanno conosciuta: dalla nipote a Milena Gabbanelli, da Romano Prodi ad Anna Finocchiaro. Per non parlare di Caterina Guzzanti, voce narrante di questo viaggio alla scoperta di Rita Levi Montalcini. Per lei più che il Nobel contava quello che uno è e che riesce a fare nella vita. Dunque una persona normalissima per la quale ognuno poteva essere un genio. A una sola condizione imprescindibile: l’uso dell’immaginazione. Dove effettuava gli esperimenti e gli studi c’era una scritta (che rispecchiava il suo pensiero): imagination is more important than knowledge, l’immaginazione è più importante della conoscenza, perché è solo attraverso la prima che si arriva alla seconda. Per lei, per fare sì che sorga una scoperta, occorrono: creatività, intuito, talento e fortuna. Ma la vera risorsa risiedeva nei giovani. Spese gran parte della sua vita a insegnare e parlare ai giovani. Non divenne mai madre per scelta, per coltivare il dono che aveva ricevuto: la dote di scienziata. Eppure – fa notare Anna Finocchiaro -, tra i ricercatori, gli studenti, i suoi allievi aveva migliaia di ‘figli’ e ‘figlie’. Senza dimenticare i libri che dedicò loro. Quello che sorprendeva era – precisa Romano Prodi -, non solo il dialogo che aveva con i suoi collaboratori (di 27-28 anni), ma soprattutto il rapporto di assoluto rispetto reciproco e paritario nel condividere contenuti scientifici di una certa portata. Eppure la sua maggiore capacità fu quella di “uscire da linee pre-costituite”, come evidenzia Milena Gabbanelli, di non risparmiarsi mai, di continuare a indagare, sperimentare, ricercare, senza paura di aver ‘perso del tempo’, sicura che prima o poi quel sacrificio avrebbe dato i suoi frutti (come ben spiega la giornalista). La sua arma vincente era la semplicità e l’umorismo con cui interagiva e si relazionava.
Commentò il conseguimento del Nobel dicendo: “mi ha tolto la privacy, ma mi ha fatto conoscere l’Italia. Da quando l’ho ricevuto mi chiamano da ogni dove, anche da piccoli paesi prima per me ignoti; ma, soprattutto, mi ha fatto incontrare i giovani”. Quest’ultimo aspetto è stato – ribadiamo – una costante per la scienziata.
A caratterizzare lil suo operato, in particolare nella ricerca, era una “totale dedizione e un continuo tentativo di superare i ‘blocchi'”. Lei era contraria a ogni ‘indottrinamento’, mentre era favorevole alla ‘indignazione’. Diceva ‘no’ ad ogni accettazione passiva e ad ogni imposizione, ‘sì’ all’informazione al documentarsi per farsi una propria opinione personale.
Uno ‘spirito indomito’, l’ha definita Anna Finocchiaro: continuò ad operare a favore dei poveri anche quando le leggi razziali glielo proibivano. Perché? Perché – per citare una sua battuta a conclusione della puntata su di lei – aveva sempre sentito “una forte tendenza ad aiutare l’altro” e ciò per lei rappresentava “il massimo dell’armonia”. Infatti operò e si batté sempre nell’ambito dei diritti umani, per le donne e i bambini, senza mai dimenticarsi di dedicarsi a tutto il potente ‘capitale umano’ sparso e di cui è ricco il mondo.
Descrivere la sua immensa personalità è cosa complessa e non si può che farlo attraverso dei binomi opposti: era – allo stesso tempo – forte e fragile, sensibile e coriacea, spesso non doveva essere rincuorata perché molte volte era lei che confortava; esile e minuta fisicamente, quasi trasparente, – osserva Romano Prodi – eppure molto presente e carismatica per la sua tenacia. Ad affascinare di lei erano soprattutto la dedizione, la serietà, la passione, la costanza e il senso di responsabilità che metteva sul lavoro e in ogni sua azione. In questo fu “una battagliera fino alla fine”, nonostante la malattia e l’età – ricorda Anna Finocchiaro -.
Se non ebbe mai paura di ‘indagare’ e ‘sperimentare’, non temette mai neppure la morte. Di essa diceva: “la morte non conta, conta piuttosto che la vita sia stata vissuta e quello che abbiamo lasciato. Credete sempre nei valori”. Per questo, incessantemente, andò sempre avanti – nonostante tutto – a lavorare per il cambiamento. A suo avviso, vi si arriva spesso con l’intelligenza, ma ancor di più con la costanza e la perseveranza. Il dialogo con la scienza è importante e lei voleva divulgare tale aspetto, ma per lei la cultura era ciò che essa rappresenta e che era davvero fondamentale per l’impatto che ha sul futuro e per costruirlo.

Commerato Andrea Berardi Curti, paladino dei diritti GLBTQ

massassinaPresso la sede del Circolo di cultura omosessuale “Mario Mieli” , è stato commemorato solennemente Andrea Berardi Curti, segretario politico del circolo, scomparso improvvisamente a Roma la sera di martedì 4 settembre. Romano, residente al Pigneto (l’oggi effervescente “Quartiere latino” di Roma), Andrea per anni era stato in prima fila nelle battaglie del “Mieli” per i diritti dei cittadini gay, e, più in generale, di tutto il movimento GLBTQ, contro gli stereotipi repressivi e le troppo rigide divisioni tra i sessi, funzionali solo a logiche di potere.

Artista, interprete teatrale, animatore instancabile (“en femme”, col nome d’ arte “La Karl du Pignè”) delle mitiche serate del “Muccaassassina”, Andrea s’era battuto per una visione moderna di omosessualità e transessualità: centrata non solo sui diritti, ma nello spirito mazziniano di piena cittadinanza richiamato dall’ articolo 3 della Costituzione. Animando anche iniziative del “Mieli” di forte rilievo sociale e culturale, come le campagne antiAIDS (con speciale attenzione ai nuovi tipi di test), il Transgender Rmembrance Day del 20 novembre, in memoria delle vitttime della violenza transfobica e il progetto di ricerca dell’ Unione Europa su quelli che furono gli sterminii “minori” del nazismo ( ai danni di omosessuali, handicappati, zingari, Testimoni di Jehova,ecc…).

“E’ stata una commemorazione nello stile di Andrea”, dice, commosso, Sebastiano Secci, presidente del “Mieli”: con i suoi parenti e amici, tra le sue foto, i suoi ritratti, le sue parrucche, tra battute di spirito e riflessioni profonde. Se n’è andata una personalità che per anni si è completamente identificata con la storia del Circolo ( che compie quest’anno 35 anni) e di tutto il movimento GLBTQ, non solo romano”.
La sua scomparsa lascia un forte vuoto, davvero difficile da riempire. Ciao, Andrea: salutaci Platone, Saffo, Karl Ulrichs (l’ intellettuale tedesco, tra i primi attivisti gay, autoesiliatosi in Italia, dove morì. nel 1895, a L’ Aquila), Oscar Wilde , Pier Paolo Pasolini, Mario Mieli, appunto, Massimo Consoli, Alfredo Ormando (lo Jan Palach del Movimento gay, immolatosi nel fuoco a Roma, il 23 gennaio 1998, per protesta contro le chiusure del Vaticano nei confronti dei gay); e tutti coloro che hanno concretamente dimostrato, nella vita quotidiana, che essere gay non vuol dire assolutamente vivere chiudendosi a riccio nel proprio “Particulare”, anteponendo la propria felicità individuale alla lotta contro le ingiustizie collettive.

Fabrizio Federici

Il Teatro del Torrino apre la nuova stagione con “God save the king”

Locandina God Save The KingIl regista, nonché direttore artistico del Teatro del Torrino di Roma, Luca Pizzurro Premio Fersen alla regia nel 2016 presenta lo spettacolo “God save the king”.

Nato da un laboratorio estivo, che si tiene tutti gli anni al Teatro del Torrino, e da cui sono nati spettacoli come “Je m’en fous”, “Charlie Chaplin” ricevendo importanti riconoscimenti come il Premio Lago Gerundo e il Premio dei Visionari, “God save the king” narra la storia di Freddie Mercury e verrà messo in scena il 28 e 29 settembre 2018 alle ore 21:00 sempre al Teatro del Torrino!

Ricordato per il talento vocale e la sua esuberante personalità sul palco, è considerato uno dei più celebri e influenti artisti nella storia del rock: universalmente riconosciuto come uno dei migliori frontman nella storia della musica, nel 2008 la rivista statunitense Rolling Stone lo classificò 18° nella classifica dei migliori cento cantanti di tutti i tempi, mentre l’anno successivo Classic Rock lo classificò al primo posto tra le voci rock.

Il sipario si aprirà con l’annuncio al telegiornale della morte di Freddie Mercury, proseguendo con una serie di flashback e ricordando una delle band più famose degli anni ‘70 -‘80.

Il noto cantante negli ultimi anni della sua vita si rifugiò nella Garden Lodge, la sua villa di Earls Court a Londra e secondo le sue ultime volontà, fu cremato e le sue ceneri affidate a Mary Austin, l’unica donna della sua vita, la quale le conservò nella sua camera da letto per circa due anni.

Ed è proprio dai suoi racconti e dalle allucinazioni che ha all’interno della Garden Lodge che Freddie Mercury rivive, ma soprattutto attraverso questo imperdibile spettacolo scritto e diretto da Luca Pizzurro.

Non saranno raccontate le tournée, i concerti più famosi, la parte artistica, ma il Freddie Mercury uomo, compagno e amico di Mary Austin.

Grandi le performance di Luca Pizzurro che interpreta Freddie Mercury e Lauraine Criscione che veste i panni di Mary Austin, il tutto coordinato dalle coreografie di Luana Iaquaniello e la preziosissima collaborazione del grande stilista di Versace Ilian Rachov, per rendere lo spettacolo irripetibile ed unico nel suo genere.

Concerto di Patty Pravo a Manziana, la ragazza del Piper e il suo ‘Oltre’

La ragazza del Piper di strada ne ha fatta, ma non si ferma. Tra programmi tv, concerti live ed a teatro, è inarrestabile e trova anche il tempo per iniziare a lavorare a un nuovo album. In una tappa del suo tour “La cambio io la vita che 2018” approda anche nel Comune di Manziana, in provincia di Roma. L’amministrazione l’ha voluta accogliere ed omaggiare con una conferenza stampa per i giornalisti locali a lei dedicata. La cantante di origini veneziane ha carinamente dato la sua disponibilità con simpatia. C’era anche L’Avanti on line.

patty pravoSubito si inizia a palare di giovani, che molto stanno a cuore all’artista. Quando l’agente Alberigo Crocetta la scoprì durante una serata al Piper Club, subito venne soprannominata “La ragazza del Piper”. Ma quando, soprattutto dopo il suo primo singolo del 1966 “Ragazzo triste” (versione italiana di But you’re mine di Sonny & Cher), esplose il ‘suo’ successo, Nicoletta Strambelli dovette trovare un vero nome d’arte. Infatti il cognome d’arte Pravo deriva da un riferimento a un verso dell’Inferno all’interno della “Divina Commedia” di Dante Alighieri (“guai a voi anime prave”, cioè malvagie). E queste anime malvagie sono quelle di tutte le persone tormentate e che hanno un disagio interiore (non tanto di tutti coloro che portano sulla cattiva strada i giovani); quelle di tutti i giovani che si fanno del male, si rovinano la vita con l’alcool e la droga ad esempio, ubriacandosi e poi commettendo atti osceni come abusi e violenze sessuali, che li segneranno per sempre (nell’animo, non solo sulla fedina penale sporca). Ed è così che ha insistito sull’importanza della scuola di istruire, anche con corsi specifici che spieghino il grave rischio che corrono e che fanno correre agli altri: facendosi male credendo di far bene, invece fanno molto male, sbagliano perché è come se stessero buttando via la loro vita. E non va bene. “La scuola ha un ruolo importantissimo. È il punto esatto d’arrivo di tutto ciò” -ha commentato la cantante-. Quando gli viene chiesto, infatti, cosa fosse la trasgressione per lei, subito ha risposto: “che cos’è oggi la trasgressione? Non c’è più, non esiste. Ci sono solo il casino e il pessimo gusto. Sto parlando soprattutto dei giovani”, che appunto non hanno sempre piena consapevolezza del valore della vita e la vivono in maniera sbagliata, negli eccessi, nelle trasgressioni appunto, contravvenendo al buon senso e alle regole apparentemente solo per divertirsi, per fare qualcosa di diverso, quando invece appunto rischiano la vita e non stanno altro che giocando con la loro pelle, che non potranno più avere indietro una volta che l’hanno buttata via per sempre. Non ritornerà la giovinezza che non si sono goduti o che hanno vissuto nel modo sbagliato. E detto da un’artista che trasgressiva lo è stata sin dagli esordi non è poco. Infatti ricordiamo che la Rai censurò una frase del brano “Ragazzo triste”, modificandola: sostituì “scoprire insieme il mondo che ci apparterrà” con “scoprire il mondo che ci ospiterà”. Dunque non ebbe mai paura di esporsi, di dire la sua, di fare a modo suo, perché per lei l’importante era essere vera e autentica.
E se il tour si intitola “La cambio io la vita che”, se Patty Pravo è sempre la stessa, quello in cui è cambiata -volendo trovare un’evoluzione- è solo una maturazione ulteriore: professionale, artistica, ma soprattutto umana. Infatti sembra molto sensibile al fatto di voler lasciare un esempio positivo e di lanciare un messaggio sociale importante e significativo proprio alle nuove generazioni; con cui pare voler instaurare un dialogo forte. Mette questa passione in tutto ciò che fa. Dalla musica, al teatro, alla tv. Anche nella recente esperienza di “Ora o mai più” (il programma musicale condotto da Amadeus) come coach e insegnante di Massimo Di Cataldo. Quando le chiediamo di commentare quella parentesi professionale, subito dice: “è stata un’esperienza simpatica, con i miei colleghi ci siamo molto divertiti insieme. Con Massimo Di Cataldo c’è stato un buon rapporto: è una persona deliziosa; ho cercato di insegnargli qualcosa che gli potesse essere utile anche in seguito per la sua carriera. Spero di esserci riuscita, ora sta a lui farsi valere; ma è una persona magnifica e credo riuscirà a trovare la sua strada”. Lei, intanto, sia riuscita nel suo intento di ‘maestra’; ma il suo segreto è fare tutto sempre divertendosi. E per lei è ciò che conta anche durante una serata live. Sul concerto serale del 25 agosto a Manziana ha infatti commentato: “la piazza ha un sapore diverso (diverso al teatro o altri luoghi); è come se lì fossimo tutti uguali. Mi sembra ogni volta di stare a casa. Mi piace far divertire la gente e il pubblico”. E, tra vecchi e nuovi successi, il risultato è garantito. Il repertorio non manca, ma subito scattano domande sulla scaletta serale del concerto e su eventuali progetti futuri. Della prima dice che la scelta delle canzoni da eseguire e con le quali esibirsi è dettata da una semplice regola: “porto i nuovi brani, ma non posso privare il mio pubblico dei pezzi più famosi e gettonati, che ama e che sono i più apprezzati”. Quando le domandiamo, a tale proposito, se vi sia una canzone del cuore tra le sue a cui si senta più legata, la sua risposta è semplice: tutte; ma la preferenza per una canzone piuttosto che un’altra dipende anche da come risponde il pubblico: “se c’è, ad esempio, qualche mio pezzo difficilissimo che invece viene molto apprezzato -quasi di più degli altri- beh, allora questo evidentemente mi fa molto piacere”.
Così, immediatamente, scatta la curiosità per un suo eventuale album futuro, già in lavorazione per altro. Non vuole dare troppe anticipazioni, ma una cosa la dice: “il nuovo disco non uscirà prima di aprile prossimo, probabilmente per il mio compleanno (il 9 aprile, la cantante veneziana è del 1948); ho voluto quasi farmi un regalo, ma -con tutti i miei impegni- davvero non ce la faccio prima. Credetemi! Ho talmente tane cose da fare, che non riesco per la fine dell’anno. Volevamo uscire prima dell’inverno addirittura, ma non è proprio possibile con gli appuntamenti in agenda che ho”.
Tra questi non manca il teatro (dove ama molto esibirsi), sua grande passione sin da giovane, così come la danza e il pianoforte, che -sin da ragazza- studiò presso il Conservatorio Benedetto Marcello. E il teatro, rispetto al concerto live in piazza, le dà una possibilità diversa in più: quella di suonare e di partire accompagnata da una grande orchestra. Infatti è ben noto che, già da quando aveva quattro anni, seguì persino un corso di direzione d’orchestra.
Una grandissima artista molto accurata e sofisticata, in grado di andare persino oltre la musica. Un talento che le permette di toccare corde molto più profonde, quelle dell’animo umano. Non a caso è per questo che l’Amministrazione comunale di Manziana ha voluta omaggiarla e ringraziarla con un quadro della sua partecipazione qui nel paese e della sua disponibilità alla conferenza stampa. Il titolo dato al dipinto è proprio “Oltre”, per un’artista che fa della musica una forma d’arte. Anche la sua personalità estrosa e passionale ben si addicono a quelle dell’estro artistico e il colore che dà a tutto ciò che fa è quello dei toni caldi e accessi del quadro: semplice, spontanea, diretta, chiara, concisa e simpatica, un fare che sembra voler quasi accarezzare ogni cosa che affronta, con la calma e il sorriso di chi dell’educazione, delle buone maniere, dell’umiltà e dell’umanità ha fatto le sue coordinate. Con cortesia, ma anche con il rigore e la precisione di chi è molto oculata, attenta ed esigente (soprattutto da se stessa). “Meglio uscire più tardi, ma fare le cose fatte per bene, che anticipare e fare un casino e un caos”, aveva detto senza remore né mezze misure dell’uscita del suo nuovo album. Nel salutare a fine conferenza, ha liberato tutti dando appuntamento alla sera (“andiamo a divertirci!”, ha esclamato) e ha salutato con un cenno del viso e della mano, che ha agitato appena, senza esimersi prima dal fare foto con piacere. Un lungo appaluso, quasi una standing ovation, per lei, per un’artista moderna che rimane sempre la stessa e che ha lo spirito di una donna libera: più che preoccuparsi delle critiche, pensa ad essere se stessa (sempre, fino in fondo) e ad occuparsi del mondo intorno a lei e dei suoi problemi.
“In arte Party Pravo”. E dal concerto a Manziana, per scoprire meglio chi è Patty Pravo, passiamo alla trasmissione musicale a lei dedicata: “In arte-PattyPravo” (con Pino Strabioli, per la regia di Graziano Paiella). E se si parla della cantante Patty Pravo, quello che andiamo a conoscere è la vera Nicoletta Strambelli. In un viaggio che ripercorre la sua carriera da Londra, passando per Roma, fino ad arrivare alla sua Venezia. Vi sono le testimonianze di Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, di Renzo Arbore, di Nina Zilli, di Luca Barbareschi, di Emis Killa e di Barbara Alberti. Molti gli aggettivi che le sono stati attribuiti per connotarla: travolgente, unica, simpatica, carina, elegante e raffinata, sincera, fine e coinvolgente; ma in realtà la sua è un’energia esplosiva che si scatena sul palco. Di sé lei dice: “sono una persona normalissima e tranquillissima, solo quando salgo sul palco mi scateno”. Ha incontrato i Rolling Stones, Lucio Dalla e Battisti, il cardinale Angelo Roncalli (ovvero papa Giovanni XXIII) e il poeta statunitense Ezra Pound; e poi Luciano Pavarotti, suo caro amico di sempre che le manca molto e che ricorda con piacere (“ho una sua foto a casa” -afferma con un sorriso), ‘gigante buono’ “pieno di energia positiva e di stimoli che dava”. In questo 2018 si è esibita all’Auditorium della Conciliazione a Roma e al teatro “La fenice” di Venezia.
E poi la passione per la musica black: “”se si spiegasse nei conservatori da dove viene, forse la si capirebbe di più” -ritiene-; quasi si commuove quando canta “Motherless child” durante l’esibizione a “La Fenice”: “un pezzo che amo e che vorrei tutti amassero” (diceva in quell’occasione al pubblico). Per lei “la musica è rivoluzione”, del resto. E poi il rapporto un po’ speciale con Vasco Rossi: “con lui abbiamo deciso che è la mia parte maschile e io la sua femminile, per come è riuscito ad imitarmi alla perfezione”. Per lei “la nostalgia e la malinconia non esistono. Non ho paura!”. E forse è per questo che ha saputo sempre risollevarsi anche dopo i periodi difficili (come quando è stata due giorni nel carcere di Rebibbia per possesso e uso di droga): “rinascere dipende dalla forza che hai”. Lei seppe sempre rifiutare ogni imposizione se non la condivideva. Eppure di lei titolavano: “Chi è Patty Pravo? Io gli uomini li fumo come sigarette”. Invece, al di là dell’immagine di lei che volessero dare di cinica irriverente, nasconde un romanticismo e una sensibilità straordinarie. Cinque matrimoni finiti con il divorzio alle spalle: con Gordon Faggetter (nel 1968), con Franco Baldieri (nel 1972), con Paul Jeffery (nel 1976), con Paul Martinez (nel 1978) e con John Edward Johnson (nel 1982). Nel 1974 ha anche sposato in Scozia Riccardo Fogli con un rito non valido in Italia. “Eppure li amo ancora tutti sai!”, scherza, “perché abbiamo mantenuto ottimi rapporti”. Del resto la sua prerogativa è: “è fondamentale sorridere”, almeno mezzora al giorno; e infatti ama Totò. Amava andare in giro scalza per Roma, ma si mette più a nudo di tutto quando parla della nonna e della mamma: “mia nonna è straordinaria; sono cresciuta con lei e ne parlo al presente perché per me esiste sempre”; della madre dice di essere stata contenta di aver ritrovato e scoperto il rapporto con lei, anche se in tarda età, poiché probabilmente non avrebbero saputo (confidarsi e confessarsi) tante cose l’una dell’altra se ciò fosse avvenuto prima, se si fossero davvero parlate e conosciute in un momento diverso e anteriore non si sarebbero svelate e rivelate i loro segreti in maniera così sincera e profonda.
“La Divina” è solo una delle accezioni a lei rivolte. Per concludere elenchiamo quelle che le sono state date dagli altri artisti intervenuti a “In arte Patty Pravo”. Nina Zilli: “è la Lady Gaga 2.0. L’essere così camaleontica è il suo segreto”. “La sua capacità è saper dialogare con tutte le generazioni” (Emis KIlla). “La sua prerogativa è l’anarchia più totale, sempre avanti e sempre anticonformista” (Luca Barbareschi). “Scrivi per lei e ancora non ci credi di averlo fatto anche quando canta le tue canzoni. È il futuro della musica” (Giuliano Sangiorgi). Sicuramente ha lanciato delle mode; ha fatto e suscitato quello scalpore con cui abbiamo visto presentarsi renato Zero agli esordi. Assimilata a Joan Baez, ricorda l’esuberanza dei cambiamenti avuti da Madonna in carriera; pop come Madonna, è rock come Pink; ha la stessa intensità della voce e lo stesso modo sensuale di fare nella gestualità di Mina; la stessa passionalità di Anna Oxa a tratti. La sua grinta carismatica ha lanciato un modello, per cui lei è tutte quelle altre artiste insieme, tanto è poliedrica, e loro sono tutte lei -quasi suoi cloni e copie-, che l’hanno imitata o da lei hanno tratto ispirazione, contaminandosi a vicenda. Sono soprattutto le sue pettinature, i suoi vestiti, il personaggio che si è costruito anche per le esibizioni a Sanremo, a farne un’Artista che ha espresso la donna in assoluto e non in termini relativi. Per chiudere la trasmissione ci si è posti una domanda: “abbiamo detto la verità?”; e la risposta è arrivata dal ritornello della canzone successiva trasmessa: “io amo la libertà e nessuno me la toglierà mai”. Questa sembra essere davvero Patty Pravo, che ha in sé due anime: quella di Nicoletta Strambelli e quella dell’artista cantante.

La grande estate del cinema tra blockbuster e promettenti esordi

MISSION IMPOSSIBLE FALLOUT

Da qualche anno l’estate cinematografica non è più solamente seconde visioni o rassegne dei soliti cult assolutamente da non perdere, ma vengono programmate decine di prime visioni. E non si tratta di robetta, anzi nel calendario delle uscite di agosto troviamo titoli interessanti e anche due o tre blockbuster futuri campioni di incassi, così da rimpinguare i bilanci sempre più magri delle sale.

Iniziamo proprio con un blockbuster hollywoodiano: Ocean’s 8, uscito il 26 luglio scorso e già in testa al box office grazie anche al cast stellare, a partire da una dea asgardiana approdata per caso in Australia; Cate Blanchett. L’ultima regina del grande schermo, con due premi Oscar all’attivo, divide la scena con sette colleghe brave, famose e pluripremiate: Sandra Bullock, Helena Bonham Carter, Anne Hathaway, Rihanna, Mindy Kaling, Sara Paulson e Awkwafina.

Oceans’8, diretto da Gary Ross, è il quarto capitolo dedicato ai furti spettacolari della famiglia Ocean, e racconta di Debbie, sorella di quel Danny interpretato da George Clooney, che mette in piedi una squadra di otto donne per portare a termine l’ennesima rapina del secolo: il furto di una collana di Cartier da 150 milioni di dollari.

Da una cast da paura a un film che fa paura: Hereditary – Le radici del male. Presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival, vede l’esordio alla regia di Ari Aster, autore anche della sceneggiatura. Una doppia firma per un horror che propone una nuova e inquietante versione della classica storia di possessioni demoniache. Dai primi incassi possiamo ipotizzare l’avvento di un nuovo talento nel raccontare l’horror su grande schermo, cosa che non accadeva da tempo. Se sono rose fioriranno, anzi marciranno.

Hostile, altra opera prima ma di produzione francese, propone un horror ambientato alla fine del mondo. Scritto e diretto da Mathieu Turi, racconta della lotta per la sopravvivenza di un pugno di superstiti scampati a un virus letale che ha quasi distrutto la Terra.

Il primo agosto ecco Dark Hall, thriller soprannaturale diretto da Rodrigo Cortés (regista spagnolo che ha suo attivo il notevole “Buried – Sepolto”), tratto dal romanzo del 1974 “Down a Dark Hall” di Lois Duncan e prodotto anche da Stephenie Meyer, autrice della saga di Twilight.

Una ragazza un po’ strana (AnnaSophia Robb) che gira di notte nei bui corridoi di un misterioso collegio non può che andare a caccia di guai e trovarli. Mentre la preside (Uma Thurman) non sfoggia i soliti poteri magici da strega ma dei super poteri tipo cinecomic, giusto per stare al passo coi tempi e non ricordare troppo da vicino “Gli orrori del liceo femminile”, 1969, di Narciso Ibáñez Serrador, oppure “Suspiria”, capolavoro di Dario Argento del 1977.

E a proposito di Suspiria, il remake firmato da Luca Guadagnino sarà uno degli eventi della 75esima Mostra del Cinema di Venezia, che si svolgerà dal 29 agosto all’8 settembre prossimi.

Il 9 agosto con Shark – Il primo squalo, di Jon Turteltaub, ritorna sugli schermi una delle creature marine più pericolose ma di sicuro successo al botteghino a partire dal 1975, quando Steven Spielberg firma “Lo squalo (Jaws)”, dal romanzo di Peter Benchley.

Questa volta si tratta di un adattamento di “MEG”, horror fantascientifico di Steve Alten del 1997. Un megalodonte, progenitore dello squalo bianco ma più grande e più cattivo del suo discendente, si risveglia dopo eoni trascorsi nel profondo degli abissi e sale in superficie causando morti e distruzioni varie.

Ferragosto è tutto per i supereroi dei fumetti: Ant-Man and The Wasp, il ventesimo film del Marvel Cinematic Universe sarà proiettato anche in 3D e in formato Imax.

Tratto dai personaggi creati dall’inossidabile Stan Lee (che si è ritagliato il solito cameo), di Larry Lieber e Jack Kirby, e diretto da Peyton Reed, racconta le mirabolanti avventure di due tra i più simpatici supereroi Marvel in un tripudio di effetti speciali.

HOTEL TRANSYLVANIA 3Il 22 agosto è il giorno di Hotel Transylvania 3 – Una vacanza mostruosa, terzo capitolo della saga a cartoni animati prodotta dalla Sony e firmata da Genndy Tartakovsky. Grandi risate e grandi incassi sin dal primo weekend di programmazione negli Usa. Tra i doppiatori della versione americana troviamo Mel Brooks, Selena Gomez, Adam Sandler e Steve Buscemi. Tra le voci italiane Claudio Bisio e Cristiana Capotondi.

Il 29 agosto, con Mission: Impossible – Fallout, Tom Cruise ritorna a vestire i panni di Ethan Hunt. Diretto da Christopher McQuarrie, è il sesto capitolo delle avventure del pirotecnico agente segreto interpretato da Tom Cruise sin dal 1996. A distanza di 22 anni l’attore sfodera ancora un fisico eccezionale girando le scene più acrobatiche senza l’aiuto di controfigure.

La pellicola è stata distribuita nelle sale cinematografiche statunitensi dal 27 luglio scorso, anche in 3D e in Imax. Campione di incassi al box office, ha suscitato l’entusiasmo dei critici per l’ottima interpretazione di Tom Cruise. Questa sì una vera Mission: impossible.

Tra gli interpreti anche Henry Cavill (l’attore britannico che dal 2013 veste i panni di Clark Kent/Superman) che sfoggia un paio di baffi che tante disquisizioni hanno suscitato in questi ultimi giorni.

E a proposito di fumetti, ecco un Joaquin Phoenix in gran spolvero nei panni del vignettista satirico John Callahan che a 21 anni, e con un passato trascorso ad abusare di droghe e alcol, resta paralizzato a causa di un incidente stradale e dalla sedia a rotelle diventa uno dei disegnatori satirici più celebri degli Stati Uniti. Don’t Worry, scritto e diretto da Gus Van Sant, uscirà sempre il 29 agosto.

Stesso giorno anche per Mary Shelley – Un amore immortale di Haifaa al-Mansour, che racconta la travolgente, scandalosa e maledetta storia d’amore tra il poeta Percy Shelley (Douglas Booth) e Mary Shelley (Elle Fanning), l’autrice di “Frankenstein”.

Ritorno al Bosco dei 100 Acri, diretto da Marc Forster, con protagonista Ewan McGregor, e girato con un mix tra live action e CGI, computer-generated imagery, cioè riprese tradizionali con effetti speciali realizzati al computer, sarà nelle sale dal 30 agosto.

Il film è basato sui personaggi dei libri dello scrittore britannico A. A. Milne, tra cui Christopher Robin, il protagonista principale che nella realtà era il figlio dello scrittore per il quale il padre inventava le storie che poi avrebbe trasferito su carta, e Winnie The Pooh, l’orsacchiotto che ha dato in nome alla serie.

La trama racconta di Christopher Robin, ormai adulto, che ritorna nei luoghi della sua fanciullezza in cerca di un po’ di pace in quanto sta passando un brutto momento sia in famiglia sia nel lavoro. Winnie the Pooh, Tigro e tutti gli altri compagni di gioco “immaginari” della sua infanzia lasceranno il Bosco dei 100 Acri per aiutarlo a risolvere i suoi problemi.

A. A. Milne ha scritto solo due libri: “Winnie-the-Pooh” (1926, “Winnie Puh” in italiano) e “The House at Pooh Corner” (1928, “La strada di Puh”), ma occupa un posto importante tra i grandi scrittori di libri per ragazzi.

Nel 2009 esce un sequel scritto da David Benedictus: “Return to the Hundred Acre Wood” (“Ritorno al Bosco dei Cento Acri”), ma la storia non ha niente a che fare con quella del film, pur essendo i titoli quasi uguali.

Una curiosità: la serie ha ispirato anche il nome dei Pooh, il famoso gruppo musicale italiano scioltosi due anni fa dopo 50 anni di carriera.

Antonio Salvatore Sassu

Jane Fonda da ‘Barbarella’ a ‘Book Club’, la pensione può attendere

Da “Barbarella” a “ Book Club”, Jane Fonda cinquant’anni sulla cresta dell’onda

barbarellaVolevamo celebrare i 50 anni di “Barbarella”, il film di Roger Vadim che ha lanciato in tutto il mondo come sex symbol Jane Fonda (New York, 21 dicembre 1937), sua moglie da tre anni.

Jane Fonda fa parte di una dinastia di attori, è figlia del grande Henry, sorella di Peter e zia di Bridget. Nel corso della sua lunga carriera, iniziata nel 1960 con “In punta di piedi”, ha vinto decine di premi. Ricordiamo solo due Oscar come migliore attrice protagonista per “Uno squillo per l’ispettore Klute” (1972) e per “Tornando a casa” (1979), e il Leone d’oro alla carriera l’anno scorso a Venezia.

Ma facendo ricerche abbiamo scoperto che c’è una pattuglia di attrici intorno agli ottant’anni che possiamo considerare ancora tra le grandi star, nel senso che non vivono di ricordi ma che lavorano ancora oggi con buon successo sul grande e sul piccolo schermo.

Partendo da Jane Fonda, ci sono venute in mente Vanessa Redgrave, Leone d’oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno, Maggie Smith, Judi Dench, Joan Collins, Shirley MacLaine e le nostre Claudia Cardinale e Sofia Loren. Più qualcuna che ci può essere sfuggita.

Una nota a parte merita Gina Lollobrigida, 91 anni compiuti il 4 luglio scorso. La sua fama non accenna a oscurarsi visto che a febbraio di quest’anno la sua presenza per la cerimonia di posa della stella che le è stata dedicata sulla Hollywood Walk of Fame ha richiamato il pubblico delle grandi occasioni. Ma la Lollo internazionale non gira più film, anche se continua a far parlare di sé per le vicende familiari.

BOOK CLUB (JANE FONDA IN ROSSO)Chi invece continua a frequentare i set e sembra proprio intenzionata a non andare in pensione è Jane Fonda che, a ottant’anni suonati, continua recitare con successo di pubblico e di critica in ruoli da protagonista, come dimostrano gli incassi del suo ultimo film, “Book Club”: più di 80 milioni di dollari a fronte di un budget di 10. E il film deve ancora uscire in Italia, dove arriverà il prossimo 31 ottobre, e in altri Paesi.

“Book Club”, regia dell’esordiente Bill Holderman, ha un cast stellare, oltre a Jane Fonda, negli altri ruoli principali troviamo Diane Keaton, Oscar 1978 per “Io e Annie”, Mary Steenburgen, Oscar alla migliore attrice non protagonista per “Una volta ho incontrato un miliardario” (1981), e Candice Bergen. Il cast è completato da Alicia Silverstone, Andy Garcia, Richard Dreyfuss, Mircea Monroe, Don Johnson, Wallace Shawn, Craig T. Nelson, Ed Begley jr.

“Book Club” racconta la storia di Carol, Diane, Jane e Sharon, amiche ultrasessantenni socie di un club del libro, che si conoscono e si frequentano sin da bambine. Le quattro amiche conducono una vita grigia, piuttosto noiosa, da anziane senza troppi sogni o grilli per la testa, finché non leggono “Cinquanta Sfumature di Grigio” di E. L. James, il più scandaloso bestseller erotico degli ultimi anni. Una lettura che porta nella loro vita dei cambiamenti straordinari e impensabili.

Torniamo indietro di cinquant’anni, al 1968, a “Barbarella”, il film di fantascienza erotica che ha lanciato in tutto il mondo Jane Fonda come sex simbol, soprattutto grazie al suo spogliarello nei titoli di testa.

“Barbarella”, infatti, inizia con Jane Fonda che fluttua in assenza di gravità dentro una improponibile tuta da astronauta. Dopo qualche istante scopriamo che nella tuta c’è una bionda che, a tempo di musica e sospesa in aria, inizia uno striptease restando completamente nuda, prudentemente coperta in qualche punto strategico dallo scorrere dei titoli di testa, e mostrando per interminabili minuti il suo corpo da favola agli occhi degli strabiliati spettatori. Non dimentichiamoci che siamo nel 1968 e un nudo integrale non era cosa di tutti i giorni, almeno in un film non porno.BARBARELLA 02

Il film, che nel 1977 verrà riproposto nelle sale nel col titolo di “Barbarella: Queen of the Galaxy” ma senza le scene di nudo, è diventato un cult, pur essendo stato inserito nell’elenco dei 100 film più brutti e di inspiegabile successo.

Probabilmente il merito è tutto della bellezza statuaria di Jane Fonda, che comunque si è liberata ben presto dell’immagine di icona sexy diventando una delle attrici di punta del cinema made in Usa, costruendosi una carriera da star sul grande e sul piccolo schermo che dura ancora oggi. La bellezza passerà pure in fretta, ma l’intelligenza e la bravura di un attrice sono doti che si raffinano col passare del tempo.

Negli ultimi anni, infatti, piuttosto che ritagliarsi comparsate da amorevole nonna che porta all’asilo i nipotini, Jane Fonda ha ricoperto ruoli importanti in diverse produzioni cinematografiche e televisive, tra cui “Newsroom”, serie prodotta dalla HBO.

Un’altra serie televisiva di grande successo, distribuita nella piattaforma di Netflix, è “Grace and Frankie”, con Jane Fonda e Lily Tomlin nel ruolo delle protagoniste. Serie che è stata rinnovata per una quinta stagione, che andrà in onda l’anno prossimo.

Due firme italiane per le sue apparizioni sul grande schermo nel 2015: “Youth – La giovinezza” di Paolo Sorrentino e “Padri e figlie” di Gabriele Muccino.

Nel 2017 è protagonista assoluta con Robert Redford di “Le nostre anime di notte”, regia di Ritesh Batra, adattamento dell’omonimo romanzo di Kent Haruf, presentato fuori concorso a Venezia. Entrambi gli attori ricevono il Leone d’Oro alla carriera. Il film è prodotto e distribuito in tv da Netflix.

Quest’anno il nuovo grande successo di “Book Club”, ma la storia non finirà qui. Jane Fonda cavalca il successo da oltre cinquant’anni e sembra decisa a occupare per molto tempo ancora il trono di ultima grande star hollywoodiana eterna regina del box office.

Cinema: la mostra di Venezia presenta i grandi classici restaurati

A QUALCUNO PIACE CALDO

La 75esima Mostra del Cinema di Venezia, diretta da Alberto Barbera e organizzata dalla Biennale presieduta da Paolo Baratta si terrà al Lido dal 29 agosto all’8 settembre prossimi.

I film in concorso li presenteremo in un altro articolo, qui parliamo di “Venezia Classici”, la sezione della Mostra che dal 2012 presenta in anteprima mondiale una selezione dei migliori restauri di film realizzati in tutto il mondo. Curata da Alberto Barbera, con la collaborazione di Stefano Francia di Celle, Venezia Classici è arricchita da una selezione di documentari sul cinema e i suoi autori.

Una giuria composta da 26 studenti – indicati dai docenti – dei corsi di cinema delle università italiane, dei Dams e della veneziana Ca’ Foscari, assegnerà il Premio Venezia Classici al miglior film restaurato e al miglior documentario sul cinema. Presidente è il regista sardo Salvatore Mereu, nato a Dorgali (provincia di Nuoro) nel 1965. Il suo “Ballo a tre passi”, con cui ha esordito nel 2003, è stato premiato come miglior film della Settimana Internazione della Critica alla 60esima edizione della Mostra. Per la stessa pellicola, nel 2004 Mereu ha vinto anche il David di Donatello per il miglior regista esordiente.

Quest’anno Venezia Classici presenta la versione restaurata di diciotto capolavori che hanno dato un contributo importante alla storia del cinema.

Il film di preapertura è considerato il capolavoro del cinema espressionista tedesco e uno degli horror più ben riusciti di tutti i tempi. Si tratta de Il Golem – Come venne al mondo (Der Golem, wie er in die Welt kam, 1920, muto e in bianco e nero) di Carl Boese e Paul Wegener. E’ il terzo film girato da Wegener, che interpreta anche la creatura magica nata dall’argilla. Ed è l’unico a essere arrivato sino ai giorni nostri. Per realizzarlo sono stati usati trucchi ed effetti speciali di cui non si parla molto ma di uno straordinario livello tecnologico per l’epoca e di grande effetto scenico.

Proseguiamo con delle brevi schede su ognuno dei titoli, in un mix tra preferenze personali e ordine causale. Comunque sia, sono opere di alto livello firmate da nomi importanti, tutte meritevoli di un ritorno sul grande schermo.

Il primo posto non poteva che toccare A qualcuno piace caldo (Some like it hot, 1959, in bianco e nero) di Billy Wilder, una delle migliori commedie mai girate, il film perfetto malgrado la battuta finale affermi che “nessuno è perfetto”. Marilyn Monroe, Tony Curtis e Jack Lemmon sono le star di una storia dal ritmo incalzante e dalla fama imperitura. Marilyn, qui in una delle sue ultime interpretazioni, ci ha anche regalato la celeberrima “I Wanna Be Loved by You”.

Un argomento di grande attualità è quello toccato da Nulla sul serio (Nothing Sacred, 1937) di William A. Wellman. Il regista che nel 1927 ha vinto il primo Oscar al miglior film con “Ali”, e che ha firmato opere rimaste nella storia del cinema, usa Carole Lombard e Fredric March per raccontare una storia di fake news, giornalisti, editori e politici tutti insieme appassionatamente alleati per imbrogliare il pubblico in generale e i lettori in particolare.

Tra i classici anche quattro pellicole italiane

Il portiere di notte (1974) di Liliana Cavani, con Dirk Bogarde e Charlotte Rampling. Un’ebrea sopravvissuta al campo di concentramento incontra per caso uno dei suoi aguzzini, che lavora come portiere di notte in un albergo di Vienna. Ne nasce una relazione sadomasochista, con un’atmosfera malata da Sindrome di Stoccolma, tipo che non c’è carnefice senza vittima, e quanto questa vittima vuole essere sacrificata, che tanto ha fatto discutere critica e pubblico. La ragazza potrebbe denunciare il suo aguzzino ma preferisce la relazione amorosa. Il film non dà risposte ma fa nascere tante domande. Personalmente abbiamo ritrovato la stessa atmosfera malata de Il portiere di notte nella domanda “Ma come eri vestita?” che spesso viene rivolta alle donne vittima di una violenza sessuale.

Morte a Venezia di Luchino Visconti (1971), dal romanzo “La morte a Venezia” di Thomas Mann, ha vinto il Premio speciale del venticinquesimo anniversario al 24esimo Festival di Cannes. Con Dirk Bogarde, Romolo Valli, Nora Ricci, Marisa Berenson, Silvana Mangano e Biorn Andrésen nella parte del giovane Tadzio, il film racconta di un anziano e raffinato musicista, in vacanza a Venezia per riprendersi da una crisi cardiaca, che si innamora di un adolescente.

Il Posto (1961, bianco e nero). Scritto e diretto da un giovane Ermanno Olmi alla sua seconda opera. Ritorna a Venezia la pellicola che ha lanciato il regista a livello internazionale e che all’epoca ha vinto il Premio della critica. Cambiano gli scenari e i tempi ma questa storia di ricerca di un posto di lavoro fisso non ha perso smalto, soprattutto quando descrive luoghi e persone.

La notte di San Lorenzo (1982). Il nono film di Paolo e Vittorio Taviani è ispirato alla strage del Duomo di San Miniato, in provincia di Pisa, uno dei tanti drammi della Seconda guerra mondiale. Gran Prix Speciale della Giuria e Premio della giuria ecumenica al 35esimo Festival di Cannes.

Poteva mancare un ruggito in francese? L’anno scorso a Marienbad (L’année dernière à Marienbad, 1961, bianco e nero) di Alain Resnais ha vinto il Leone d’oro a Venezia e due anni dopo, nel 1963, è stato candidato all’Oscar per la miglior sceneggiatura originale. Il film è piaciuto alla critica ma non ha avuto grande fortuna al botteghino.

Sempre dalla Francia arriva Desideri nel sole (Adieu Philippine, 1962, in bianco e nero). Jacques Rozier racconta la storia di Robert, un ragazzo conteso tra due donne, e della sua ultima vacanza estiva in Corsica prima di partire per l’Algeria, arruolato nell’esercito francese. Una storia solare con un finale triste.

Noir e thriller come solo gli americani li sapevano fare

La città nuda (The Naked City, 1948 in bianco e nero), Oscar per la miglior fotografia e per il miglior montaggio, è il film che ha lanciato il regista Jules Dassin nel grande giro di Hollywood, prima dell’esilio in Francia a causa della caccia alle streghe del senatore McCarthy. Un film noir girato con tutti i crismi da uno dei padri nobili del genere, che viene ricordato anche per le riprese in esterni realizzate per le strade di New York.

I gangsters (1946, in bianco e nero) e Contratto per uccidere (1964) sono entrambi tratti dal racconto di Ernest Hemingway “The Killers” (Gli uccisori), del 1927. Robert Siodmak è il regista del primo, Don Siegel del secondo.

I gangsters, uno dei maggiori successi di Siodmak al botteghino, è un classico noir degli anni Quaranta con due tra i più grandi divi dell’epoca: Ava Gardner e Burt Lancaster.

Contratto per uccidere, vira più verso il thriller e doveva essere il primo tv movie degli Usa, ma la violenza insita nella storia ha convinto i produttori a dirottarlo nelle sale. Nel cast, Lee Marvin, Ronald Reagan, futuro presidente degli Stati Uniti, al suo ultimo film, John Cassavetes e Angie Dickinson, una delle donne più belle del mondo, le cui gambe vennero assicurate per un milione di dollari dell’epoca e che la leggenda vuole sia la “Angie” che ha ispirato la canzone dei Rolling Stones.

Un bis e una storia d’amore fuori dal comune per l’impero del Sol Levante

Ritorna a Venezia La strada della vergogna (Akasen chitai, 1956), l’ultima opera del giapponese Kenji Mizoguchi, che era stata presentata in concorso alla 21esima edizione della Mostra di Venezia, guadagnandosi una Segnalazione della Giuria. Girato in bianco e nero, il film racconta la storia di cinque prostitute giapponesi che devono fare i conti con legge che ha abolito le case di tolleranza.

La volpe folle (Koy Ya Koy nasuna koy, 1962) è considerato il film più estremo, più allucinato di Tomu Uchida. La trama è un omaggio ai racconti tradizionali giapponesi e racconta le vicissitudini di un vedovo che non riesce a rassegnarsi alla morte della moglie e di una volpe che ne prende le sembianze.

Tra le nevi della Bielorussia

L’ascesa (Voskhozhdeniye) di Larisa Shepitko (1976, bianco e nero). L’ultima opera della regista sovietica, Orso d’oro al Festival di Berlino nel 1977, racconta una storia di guerra, amicizie e tradimenti ambientata tra le nevi della Bielorussia, durante la Seconda guerra mondiale.

Un grande narratore sudamericano

Il regista messicano Arturo Ripstein è considerato uno dei grandi cantori della solitudine in salsa sudamericana. Ne Il luogo senza limiti (El Lugar Sin Limites, 1977) racconta la storia di un uomo d’affari che vuole acquistare un bordello, così da diventare proprietario di un’intera cittadina, che rivenderà con un buon profitto. Ma il bordello è di proprietà di un uomo e di sua figlia: lui vuol vendere; la figlia gay, che si esibisce nei panni di un ballerino di flamenco, non ne vuole proprio sapere.

Il taxi delle sorprese

Khesht o Ayeneh (Il mattone e lo specchio, 1964, in bianco e nero) di Ebrahim Golestan, fondatore della prima casa di produzione indipendente iraniana. Un taxista trova una neonata abbandonata nella sua auto dall’ultima cliente. Denuncia il fatto alla polizia che, non riuscendo a trovare la madre, gli ordina di custodire lui la bambina e di portarla il giorno dopo all’orfanotrofio. La presenza della neonata mette in crisi il rapporto con la sua fidanzata.

Invasori dallo spazio per un capolavoro dimenticato

Essi vivono (They live, 1988), sceneggiatura e regia di John Carpenter da un racconto di Ray Nelson. Invasori alieni che usano il consumismo e la pubblicità per depredare la Terra delle sue risorse, causando anche il riscaldamento globale. Uno dei capolavori dimenticati della Hollywood Sinistra, secondo il professore e accademico sloveno Slavoj Žižek, dove Carpenter mischia politica, horror e fantascienza.