Fognini colpisce ancora, il ritorno di Alexander Zverev in America

Fognini

Fabio Fognini: un talento nero messicano per l’Italia che mette ko in finale l’argentino Juan Martin Del Potro (che poi, per problemi al polso, si ritirerà e salterà il torneo di Toronto). Fuori John Isner, il ritorno di Andy Murray e il trionfo di Alexander Zverev. I ritiri dello stesso britannico (prima per le ‘maratone notturne’ all’Atp di Washington e poi anche dal successivo Atp di Toronto, per seguire i suoi tempi di recupero fisici lunghi dopo il ritorno dalla prolungata assenza per l’intervento all’anca di inizio anno, in gennaio scorso) e di Serena Williams (‘per motivi personali’ alla Rogers Cup); infine il ‘cambio generazionale’ con l’invasione dei Next Gen. Intanto, nel femminile, si fanno largo la Kuznetsova e la Buzarnescu rispettivamente al Wta di Washington e al Wta di San Josè. Su questi binari si è articolata l’ultima settimana di tennis precedente agli importanti appuntamenti dell’Atp di Toronto e del Wta di Montréal (meglio noto come Rogers Cup).

All’Atp di Los Cabos Fabio Fognini si presenta con delle treccine, che ha dovuto sfoggiare a seguito di una scommessa persa -ha spiegato in conferenza stampa-. Tuttavia quello che è emerso, non è solo e non tanto il suo look diverso, ma il talento messo in campo dal campione azzurro. Il ligure è parso molto ispirato, a tratti persino ingiocabile, con un’esecuzione ben riuscita da tutti i punti di vista. Può a ben ragione essere definito un talento dunque nero, per la carnagione molto abbronzata che presentava; messicano per il fatto di aver vinto in Messico (dopo il trionfo a Bastad in Svezia). Raccoglie l’eredità del trionfo di Matteo Berrettini della settimana precedente (a Gstaad in Svizzera). Dunque per entrambi è una sana competizione e uno stimolo continuo che si mette in moto per tutti e due, il fatto di primeggiare in maniera equilibrata e tenere alti i colori azzurri. Con la vittoria all’Atp di Los Cabos Fognini sale di una posizione nella classifica mondiale, attestandosi al n. 14 del ranking mondiale. Insegue sia la top ten (molto vicina per lui, un obiettivo non da escludere da qui a fine anno) e il suo best ranking (la posizione n. 13 del mondo, che dovrebbe riuscire a raggiungere in questo 2018, come accadde nel marzo del 2014). Soprattutto la carica gli deriva dal riuscire a competere con dei top players a pari livello. In finale a Los Cabos batte niente poco di meno che Juan Martin Del Potro per 6/4 6/2. Nel primo set l’argentino era avanti 3-0, il ligure non solo ha rimontato sino al 3-3, ma ha fatto break, si è portato sul 4-3, ha tenuto il servizio ed è andato a condurre per 5-3; poi il favorito (in quanto prima testa di serie del seeding) ha manutenuto il proprio servizio e, al successivo turno, l’azzurro (e testa di serie n. 2 del tabellone) ha chiuso il primo set; più in discesa il secondo; Fabio con il rovescio e le palle corte ha fatto ciò che voleva, si è divertito anche ad accelerare e lasciare andare il dritto a tutto braccio, anche con buone percentuali alla battuta. Ineccepibile e nulla da dire né criticare. Sembrava una sorta di Monfils azzurro (con le treccine e la carnagione scura, anche se mancavano alcuni centimetri del gigante francese) oppure un nuovo Guillermo Coria (altro campione argentino del passato): un po’ ci somigliava; ma inutile fare paragoni, perché Fognini è Fognini e quando decide di giocare c’è ben poco da fare se non correre a rincorrere i suoi colpi rapidi, veloci, profondi e (perché no?) anche potenti. Un talento naturale, difficile da paragonare o imitare, perché ha una sensibilità di corda molto rara e un’istintività nell’approccio alla palla originale. Del Potro, tra l’altro, in semifinale ha battuto Dzumhur (testa di serie n. 3, per 6/3 7/6) che aveva sconfitto il nostro Thomas Fabbiano con un doppio tie-break.

Se dal Messico ci spostiamo a Washington, vediamo i giocatori essere refrigerati ai cambi-campo da ventilatori per le alte temperature, sebbene il maltempo abbia rovinato un po’ alcune giornate (soprattutto le prime); tanto che Andy Murray ha terminato la sua partita contro Copil alle ore 3 di mattina; conclusa tra le lacrime con il punteggio di 6/7 6/3 7/6, il campione britannico ha deciso poi di ritirarsi il giorno dopo accendendo un’aspra polemica con gli organizzatori. In compenso lo spettacolo qui a Washington D. C. è stato offerto tutto da quattro talenti Next Gen: il tedesco Alexander Zverev, il greco Stefanos Tsitsipas, l’australiano Alex De Minaur e il russo Andrey Rublev. A trionfare è stato il primo, che ha dimostrato una netta superiorità rispetto agli altri; perfetto per tutto il torneo, evidentemente aveva una carica emotiva in più, che gli ha permesso anche di battere il fratello Misha per 6/3 7/5 (ai sedicesimi). In finale si è scontrato con l’australiano Alex De Minaur che, però, deve aver sentito la tensione della finale ed è apparso meno ‘efficace’ che nel turno precedente nella semifinale contro Rublev (in cui ha rimontato al terzo set, sotto del primo, in un mega-partitone straordinario in cui entrambi hanno eseguito colpi eccezionali). 5/7 7/6 6/4 il punteggio che ha regalato un posto in finale a De Minaur, apparso però come ‘bloccato’ contro Zverev, forse sentendo la maggiore presenza in campo del tedesco, più a suo agio con appuntamenti fondamentali del genere. Alexander ha regolato l’avversario facilmente per 6/2 6/4: senza storia il primo set, nel secondo Alex De Minaur stava man mano emergendo e prendendo campo, ma bravo il tedesco a ‘controllarlo’. Così come aveva fatto contro Stefanos Tsitsipas in semifinale: stesso punteggio; non male per un avversario molto insidioso come il greco. Gracile, esile, ma molto agile, rapido, veloce, combattivo, respinge tutto e recupera ogni colpo con una regolarità sorprendente e azzardando anche qualche discesa a rete. Tuttavia, quanto aveva giocato splendidamente ai quarti contro il belga David Goffin (dominandolo per 6/4 6/1, in un match a senso unico), quanto non ha reso contro il tedesco: è apparso molto falloso, quasi non riuscisse a tenere lo scambio, male con il servizio, era molto nervoso, tanto da darsi delle botte in testa. Invece la forza di Zverev è stato proprio il giocare in sicurezza e tranquillità, sicuro delle sue capacità e in scioltezza, ma soprattutto con convinzione e sbagliando pochissimo. Una forza mentale, dunque, più che fisica la sua.

Se un’altra sorpresa all’Atp di Washington l’ha regalata la testa di serie n. 2 John Isner (uscendo subito contro la wild card Noah Rubin per 6/4 7/6), al Wta di San Josè invece un’altra americana è uscita prima del previsto: stiamo parlando proprio di Serena Williams (che ha perso 6/1 6/0 da Johanna Konta al primo turno). Se poi la britannica è arrivata sino ai quarti di finale, a contendersi il titolo sono state due tenniste che stanno cercando di imporsi maggiormente sulla scena mondiale. Ovvero la rumena Buzarnescu e Maria Sakakri: entrambe quest’anno hanno ottenuto risultati importanti e soddisfacenti, ma alla fine l’ha spuntata la rumena per 6/1 6/0: poco altro da dire o da aggiungere se non da rilevare la caparbietà con cui la Buzarnescu scende in campo e lotta, cerca continuamente il vincente e la vittoria. Del resto era carica e molto motivata anche a seguito della conquista della semifinale contro la favorita Elise Mertens: la belga ha perso al terzo set per 4-6 6-3 6-1. La rumena, con il conseguimento del titolo al Wta di San José diventa la n. 20 al mondo per la prima volta (un traguardo importante per lei raggiunto di cui può ritenersi più che soddisfatta, molto faticato e sudato, a coronare un buon 2018 per lei). Classe 1988, così giovane, la tennista di Bucarest entra nella top 20 dunque ed ora, per le avversarie, è assolutamente da tenere d’occhio e temibile, perché il suo percorso d’ora in avanti può essere solo che in ascesa e in miglioramento; difficilmente regredirà vista la tenacia, il carattere e il suo mordente.

Mentre al Wta di Washington sono state altre due tenniste ugualmente in auge a disputare la finale: Svetlana Kuznetsova e Donna Vekic (fidanzata di Stan Wawrinka). Ad imporsi è stata la prima al terzo set, con il punteggio di 4-6 7-6(7) 6-2. Un’occasione persa per la Vekic, che ha buttato via una partita pressoché quasi vinta. In vantaggio sempre fino al 4-1 del secondo set, quando ha avuto la palla del 5-1 e servizio a sua disposizione invece è stato 4-2 per la russa (con il game dunque conquistato da Svetlana). A quel punto la russa ha cominciato a caricarsi e crederci ed ha pareggiato i conti, portando l’altra al tie-break; a quel punto è partita subito avanti la Kuznetsova e la Vekic è apparsa molto stanca, sempre a rincorrere il punteggio fino a che non ha perso il tie-break; in quel momento per la russa il gioco era fatto, tutto a suo favore ed ha dominato il terzo set su una ‘sfinita’ Donna Vekic che ‘arrancava’ ai cambi campo. Probabilmente hanno pesato ed inciso molto prima le palle break sciupate per il 5-1 nel secondo set e poi il tie-break sfumato e non maturato: molto fallosa al servizio, ha cominciato a commettere anche qualche doppio fallo in più del previsto (da stanchezza per l’appunto crediamo) propri nel tie-break che per lei sarebbe stato decisivo per chiudere il match. Ma Svetlana l’ha fatta correre molto e spostare parecchio in campo; recuperava quasi tutto e per fare il punto Donna era costretta a spingere molto sui colpi, rischiando anche tanto. E di certo questo non l’ha favorita.

A volte ritornano. Accordo con il Milan: Bonucci-Juve di nuovo insieme

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Clamorosa maxi-operazione con il Milan: il difensore torna a Torino dopo l’addio velenoso di 12 mesi fa, ai rossoneri (che hanno versato nelle casse bianconere oltre 50 milioni) arrivano Caldara e Higuain. Tifosi del Diavolo euforici, quelli della Vecchia Signora un po’ meno

TORINO – Se la bomba del mercato estivo è stata il passaggio di Cristiano Ronaldo alla Juventus, quello esploso nelle prime, infuocate ore di agosto è un ordigno dagli effetti altrettanto sorprendenti. A distanza di un anno infatti Leonardo Bonucci torna alla Juve: maxi-operazione con il Milan che prevede anche il passaggio ai rossoneri di Caldara e Higuain.

A VOLTE RITORNANO – Il tecnico del Milan, Rino Gattuso, nelle scorse settimane non aveva fatto mistero della voglia di Bonucci di cambiare aria. Troppe perplessità da parte del centrale difensivo sul futuro dei rossoneri e la voglia matta di giocare (e vincere) la Champions League, obiettivo sfumato dal Diavolo. E così, giorno dopo giorno, si è concretizzato il clamoroso ritorno alla Juventus, nonostante l’addio velenoso di 12 mesi e il rapporto tutt’altro che idilliaco con il tecnico Allegri. Ma evidentemente tra i due c’è stato un chiarimento, decisivo per far scattare la maxi trattativa. Si perché il Milan, per cedere il suo leader difensivo, ha preteso in cambio Mattia Caldara, appena arrivato in bianconero dopo l’ottima esperienza all’Atalanta. Ma non è finita: ai rossoneri serviva come il pane un attaccante, mentre la Vecchia Signora aveva la necessità di fare cassa dopo l’acquisto esoso di Ronaldo. Una doppia esigenza che ha trovato come punto in comune il nome di Gonzalo Higuain. Impossibile per il Pipita accettare un ruolo da comprimario a Torino, posizione inevitabile con l’arrivo di CR7. Così, dopo qualche perplessità iniziale, l’argentino si è convinto ad accettare il Milan, che ha versato nelle casse bianconere poco più di 50 milioni (con la formula del prestito con diritto di riscatto).

TIFOSI JUVENTINI PERPLESSI – Ancora in ecstasy per l’arrivo di Ronaldo, i tifosi della Juventus tuttavia non hanno gradito più di tanto l’operazione conclusa da Marotta. Accettata la partenza di Higuain (d’altronde il reparto offensivo con i vari Ronaldo, Dybala, Mandzukic, Bernardeschi e Douglas Costa è al sicuro), le perplessità sono scattate sull’addio di Caldara, considerato un punto fermo per i prossimi anni. Effettivamente lasciar partire un giocatore giovane e talentuoso, in un reparto dove un ricambio generazionale è dietro l’angolo (Chiellini ha 34 anni, Barzagli 37), è un bell’azzardo. Senza dimenticare che i tifosi bianconeri non hanno gradito alcune dichiarazioni di Bonucci dopo l’addio di un anno fa e tanto meno l’esultanza all’Allianz Stadium di Torino durante l’ultimo Juventus-Milan (finita 3-1) quando Leo segnò la rete del momentaneo 1-1. Ma tutto si potrebbe risolvere con la parola più importante in casa Juve: vincere.

Francesco Carci

Tennis. Successo italiano con Berrettini. Precisione da talento svizzero

Matteo-BerrettiniUn altro successo per l’Italia e stavolta doppio (in tutti i sensi). È riuscita, infatti, l’impresa a Matteo Berrettini di conquistare sia il titolo in singolare che in doppio (in coppia con l’altro connazionale Daniele Bracciali, e ciò vale ancor di più per i colori azzurri) in Svizzera: un successo tutto italiano all’Atp di Gstaad. Il tennis maschile nostrano si aggiudica così un altro campione, a soli 22 anni. Un talento dalla precisione tutta svizzera, allora pare proprio il caso di dire. Si tratta del giovane romano Matteo Berrettini, che in finale ha battuto la testa di serie n. 2: lo spagnolo Roberto Bautista Agut. Nella finale maschile di doppio, invece, la coppia tutta italiana -formata da Matteo con Daniele- si è imposta su quella composta da Denys Molchanov ed Igor Zelenay con un doppio tie-break: vinto per 7 punti a 2 il primo e per 7 punti a 5 il secondo e decisivo, che ha decretato il trionfo degli azzurri al J. Safra Sarasin Swiss Open di Gstaad.
Dunque ora il campione italiano avrà ancor più responsabilità con questa vittoria nel difendere ed imporre il tennis italiano nel mondo e tenerne alti gli onori a livello internazionale. E sicuramente ne sente tutto il peso, a partire dalla consistenza ponderale della coppa che ha dovuto alzare (con gioia, ma faticando non poco) qui in Svizzera. Scherzi a parte, sembra davvero pronto. Per sua stessa ammissione, nella settimana dell’Atp di Gstaad ha espresso il suo miglior tennis, con una qualità di gioco elevatissima. Non ha dimenticato di rivolgere un ringraziamento alla sua famiglia che lo ha sempre supportato, sostenuto ed accompagnato ovunque, indispensabile alla sua crescita umana, professionale ed atletica. Un esempio di umiltà e genuinità significativo, poiché non ha nascosto la sua incredulità, la positiva sorpresa inaspettata ricevuta di ritrovarsi a festeggiare un trionfo importante, quasi un trampolino di lancio giunto imprevisto. Ancora non ci credeva che aveva raggiunto tale traguardo e se l’è voluto godere tutto sino all’ultimo.

Atp di Gstaad. Del resto i suoi colpi e il suo percorso qui in Svizzera non hanno lasciato spazio ad equivoci. Per arrivare alla finale ha battuto, in fila, Rublev (con un doppio 6/3 netto), poi Feliciano Lopez (per 6/3 6/4, non male per un avversario sempre ostico), poi il qualificato Jurgen Zopp (per 6/4 7/6), giocando un tennis strepitoso e vendicando il connazionale Fabio Fognini (reduce dalla vittoria in Svezia, ma sconfitto in tre set proprio da Zopp qui in Svizzera con il punteggio di 6/1 3/6 6/3). Infine l’exploit nel big match della finale contro il veterano e favorito Bautista Agut; esperto ed abile, lo spagnolo era dato per vincitore assoluto indiscusso; poche le chances riservate a Matteo. Invece, sin da subito, il romano ha messo le carte in tavola. Il primo game è durato tantissimo (più di otto minuti) e Berrettini ha avuto subito l’opportunità di portarsi avanti di un break (poi sfumata, così come nel secondo set). Si è arrivati, così, ad un giusto tie-break che Matteo ha ben gestito (conquistandolo per 11 punti a 9). Lottato anche il secondo set, soprattutto nel primo game, ma poi il giovane italiano ha trovato il break decisivo, che ha mantenuto e che lo ha portato a chiudere il secondo parziale per 6/4.

Un 7/6 6/4 che dice molto. Un punteggio molto gratificante, visto l’avversario; ma soprattutto è stata la qualità di gioco del romano -molto convincente- ad entusiasmare: le ottime percentuali di servizio, soprattutto di prime e di aces (circa 15), sono indice di una tecnica più che valida alla battuta, favorita dall’alto del suo metro e 93 di statura. Però la differenza l’ha fatta in particolare con un colpo: il passante lungolinea alla sinistra dell’avversario in top spin (inside in), specialmente di rovescio, ma anche in dritto a sventaglio. Eccezionale veramente, ha scatenato l’appaluso del pubblico più volte, quasi in una standing ovation. Inoltre apprezzabile il suo impegno per migliorare, con la volontà di venire in avanti a rete, in attacco, giocando in avanzamento, ma difendendosi anche molto bene (con buoni passanti). Serio e solido, Matteo non ha tremato neppure nei momenti di maggiore difficoltà, ma è rimasto concentrato e ha reagito; tanto da mettere lui in difficoltà un avversario esperto come Bautista Agut, anche nello scambio da fondo basato su regolarità di scambi lunghi da cui la testa di serie n. 2 ha tentato alla fine di uscire venendo avanti a rete, ma trovandosi spesso ‘infilato’ dal passante vincente di Berrettini.
Atp di Amburgo. Il giovane romano classe 1996 si avvicina così sempre più alla top 50, raggiungendo l’attuale n. 54 della posizione nel ranking mondiale. Speriamo sia solo l’inizio di un lungo cammino sempre più ricco di soddisfazioni per lui. E, a proposito di settimane di tennis spettacolare e di miglior gioco espresso, non si può non rilevare quella ugualmente di Nikoloz Basilashvili. Da qualificato è andato a vincere niente di meno che un prestigioso torneo quale l’Atp di Amburgo, su un altro veterano come Leonardo Mayer, che altrettanti grandi cose aveva fatto vedere durante la ‘sua’ settimana qui in Germania. L’aria tedesca lo ha particolarmente ispirato, ma soprattutto lo ha incoronato con il suo primo titolo Atp in carriera. Il tennista georgiano diventa, dunque, n. 35 nel mondo impedendo a Leonardo Mayer di portare a casa per la terza volta il titolo qui in Germania. Lo si ricorderà lo scorso anno quando si commosse per la vittoria dedicandola al figlioletto (presente anche quest’anno in braccio alla mamma ovvero sua moglie), imponendosi sul tedesco Florian Mayer (stesso cognome per curiosa coincidenza) per 6-4 4-6 6-3; l’argentino, poi, lo aveva già conquistato nel 2014 vincendo sullo spagnolo David Ferrer per 6/7 6/1 7/6 (in rimonta, al terzo, partendo sotto di un set). Eppure anche in questo 2018 è stato il Mayer di sempre, preciso e solido; ma non abbastanza per piegare il georgiano. Quest’ultimo potente particolarmente col dritto, è stato incisivo con le accelerate da fondo che hanno spiazzato l’avversario, lasciandolo fermo, quasi attonito e a tratti scoraggiato e rinunciatario, quasi rassegnato. Dopo aver vinto bene il primo set per 6/4 (trovando il break decisivo nel finale, dopo un gioco molto lottato ed equilibrato), Basilashvili si è un attimo come deconcentrato; o almeno ha avuto un lieve calo, con una diminuzione delle percentuali al servizio, che lo ha mandato in confusione e l’altro è entrato sempre più in partita rifilandogli un netto 6/0; bravo nel finale Nikoloz a rientrare, riuscendo ad andare a vincere per 7/5 (set simile al primo, con un solo break decisivo, ma ottenuto più tardi perché ancor più conteso quale parziale in quanto fondamentale). Una prova di gran carattere e concentrazione, di enorme forza di volontà e dedizione, di impegno massimo per il georgiano (sostenuto molto sugli spalti tra il pubblico, con striscioni affettuosi per lui). Finalmente l’incoronamento di un giusto riconoscimento di merito per il grande lavoro svolto in quest’ultimo periodo soprattutto (quando si era fatto di più notare anche a Roma agli IBI). Basilashvili aveva rincorso altre due volte il primo titolo Atp in un paio di occasioni, in anni diversi: nel 2016, quando perse la finale di Kitzbühel contro Paolo Lorenzi (che si impose per 6/3 6/4) e nel 2017 (l’anno dopo dunque) quando fu sconfitto a Memphis da Ryan Harrison (che gli rifilò un netto e severo 6/1 6/4). Ad Amburgo ha colpito la solidità di Basilashvili, in grado di battere molti avversari ‘regolari’. Partito dalle qualificazioni, ha sconfitto -in rassegna-: il tedesco Tobias Kamke, poi Jurgen Melzer, poi Philipp Kohlschreiber in tre set (il tedesco si è arreso solamente col punteggio di 7/5 1/6 6/4), poi Pablo Cuevas (sconfitto per 7/6 6/4), poi un altro Pablo -stavolta Carreno Busta (testa di serie n. 3 del tabellone)- battuto con lo stesso score, infine la durissima semifinale contro Jarry (vinta in tre set per 7/5 0/6 6/1). Se consideriamo, da ultimo, il risultato della finale (6/4 0/6 7/5), rileviamo quanto non sia stata facile né da poco l’impresa che ha compiuto di risollevarsi dopo aver incassato un cappotto come un 6/0, che avrebbe messo ko chiunque, soprattutto dopo essere stato avanti di un set. Reagire, ritrovare le redini del gioco e del comando del match e vincere la partita tornando a dominare non era affatto scontato; e Basilashvili ci è riuscito per ben due volte: considerato out, fuori dalla partita, è rientrato a pieno ed è andato a vincere. Da vero campione ‘mentale’, dando una prova di solidità di nervi degna del miglior Roger Federer (per tornare alla Svizzera prima citata per il nostro Berrettini).

Atp di Atlanta. E se prima abbiamo citato Ryan Harrison e la conquista pluriennale qui ad Amburgo di Leonardo Mayer, una situazione simile ci riporta all’Atp di Atlanta; dove era di casa John Isner. Il campione americano si conferma appunto campione di casa qui al BB&T Atlanta Open, che ha vinto ben 5 volte con questa, di cui questa del 2018 è la seconda consecutiva e la seconda di seguito proprio contro Ryan Harrison. Il connazionale americano non è riuscito a vendicare la sconfitta dello scorso anno incassata dal campione, che gli aveva rifilato un doppio tie-break nel 2017. Quest’anno, invece, quanto meno lo è riuscito a portare sino al terzo set; ma forse per John proprio per questo ha più valore tale vittoria. Isner ha dato prova di grande reattività, con una reazione di orgoglio proprio nel finale, che forse il pubblico non si aspettava più. Forse era semplicemente ancora stanco (dalla maratona contro Anderson a Wimbledon) o provato dal caldo, forse deconcentrato oppure un po’ demotivato (nel senso con la testa più rivolta alla futura nascita della sua bambina che sulla vittoria). Se ha affermato che per assistere alla nascita della sua primogenita lascerebbe persino di corsa gli Us Open, forse poi ha riflettuto su quanto tenesse a questo torneo e quanto l’Atp di Atlanta gli abbia dato. Anche in semifinale aveva faticato a vincere e stentato contro Ebden (archiviato solo al terzo set, per 6/4 6/7 6/1). Nella finale, invece, il punteggio è stato di 5/7 6/3 6/4; dunque John ha dimostrato che quando gioca non ce n’è per nessuno, soprattutto perché si regge sulla sua battuta potente e su un record di aces che ogni volta mette a segno. Contro Ebden, infatti, aveva vinto il primo set, poi si è rilassato, ha commesso qualche errore in più ed ha perso il secondo ad un tie-break molto equilibrato; ma poi, quando è rientrato nel match e ha ripreso a giocare e a controllare la partita, ha dilagato per 6/1, senza troppa possibilità di recupero per il britannico. Contro Ryan, invece, ha rischiato ancor di più, se possibile, perché era sotto di un set 7/5 e sembrava quasi assente dal match. Poi è come se avesse riflettuto che si stava giocando una finale a quanto ci tenesse e così è entrato davvero in partita e ha dominato i successivi due set per 6/3 6/4 molto facilmente. Quello dell’Atp di Atlanta è davvero il suo torneo. E forse è proprio quello che si è detto John Isner (“questo è il mio torneo”), ripensando ai traguardi qui raggiunti. Ricordiamo in rassegna le 5 vittorie cumulate: la prima risale al 2013 contro Kevin Anderson (lo stesso della strepitosa semifinale di Wimbledon); altrettanto dura fu quella finale di Atlanta, con tre tie-break molto lottati giocati, ma alla fine la spuntò Isner (e non Anderson come a Wimbledon): dopo aver perso il primo, vinse gli altri due. Poi fu la volta della conquista del titolo sia nel 2014 che nel 2015, battendo prima Sela (per 6/3 6/4) e poi Baghdatis (con un doppio 6/3). Infine dello scorso anno abbiamo già detto: fu un doppio 7/6 rifilato sempre a Ryan Harrison ad incoronarlo re del BB&T Atlanta Open. Se lo sponsor era ben visibile nella palazzina alle spalle del campo dove hanno disputato i match i tennisti, sembra quasi una dedica non solo agli atleti, al tennis, ma anche ai raccattapalle. BB&T può significare sia bed&breakfast e tennis (con la T maiuscola da notare), ossia il tennis vissuto in pieno, come in vacanza, tra mondanità e massimo divertimento, goduto in toto e in estremo relax e agio, usufruendo dei migliori servizi qui all’Atlanta Open. Ma quest’ultimo e la città di Atlanta riconoscono anche il merito dei raccattapalle quasi. BB potrebbero essere le iniziali di ball-boys in inglese, perché anche loro fanno parte della squadra dell’organizzazione che mette in moto un torneo di successo del genere, facendole uno dei punti di forza.

A parte il gioco di parole, se BB&T è un’assicurazione bancario-finanziaria per gli utenti, per l’Atp di Atlanta averla come main sponsor significa garantire la sicurezza della qualità del tennis quasi, come la banca fornisce agli utenti garanzie sulla sicurezza e l’affidabilità delle transazioni finanziarie. Se la garanzia di sicurezza è essenziale per ogni tipo di operazione economica, allora (metaforicamente) potremmo dire che anche i ball-boys -e tutto l’apparato di accoglienza e di ricettività (tipo un bed &breakfast)- lo sono per la riuscita del torneo. Invece, per quanto riguarda il vincitore, il successo di un campione quale Isner dipende tutto assolutamente dal suo servizio: quando la battuta ha funzionato meno si è perso un po’, mentre si è ritrovato non appena ha ritrovato anche le percentuali al servizio. Sicuramente questo per lui è stato il coronamento di un anno fortunato: dopo il matrimonio, la prossima nascita della figlia, il buon exploit a Wimbledon, con la conquista del trofeo qui ad Atlanta, John può considerare la stagione di questo 2018 assolutamente ben riuscita.

Barbara Conti

Atp di Umago e di Bastad: in Svezia e in Croazia due tornei per gli azzurri

tennis cecchinato

Quest’anno gli Atp di Bastad (in Svezia) e di Umago (in Croazia) sono stati due tornei “azzurri”. Infatti la presenza trionfante dei tennisti italiani ha dominato. Nel primo in singolare si è imposto Fabio Fognini; nel secondo Marco Cecchinato. Il primo è arrivato in finale anche in doppio, insieme a Simone Bolelli. Tra l’altro il bolognese partiva dalle qualificazioni in singolare ed è giunto sino ai quarti dove ha perso da Gasquet. Il tennista di Budrio, però, si è tolto la più grade delle soddisfazioni: quella di eliminare al primo turno la testa di serie n. 1, ovvero Diego Schwartzman. Certo i due atleti azzurri non sono riusciti a portare a casa il titolo in doppio, ma hanno regalato molte emozioni. Non da ultimo, dei sorrisi sono venuti dalla videochiamata (al figlio Federico ed alla moglie Flavia Pennetta probabilmente), dopo la vittoria, del tennista ligure (mentre mandava dei baci affettuosi). Enorme la sua soddisfazione. Per quanto abbia ringraziato tutti gli organizzatori per l’ottima gestione del torneo appunto, però forse è stato un po’ pregiudicante per la coppia azzurra giocare immediatamente dopo (circa mezzora) che Fognini (attuale n. 13 del ranking) aveva disputato la finale: faticosa, tra l’altro, perché terminata al terzo set e molto lottata con Gasquet. Dopo aver finito il match decisivo, infatti, è dovuto di nuovo scendere in campo nella finale di doppio, subito a seguire. Evidentemente stanco, non è bastato un generoso Bolelli (che molto si è impegnato e ha cercato di fare, dandosi da fare per prendere l’iniziativa): ha dominato il gioco più rapido e veloce della coppia avversaria, basato su attimi, in cui occorrevano solo saldi riflessi per rispondere ad attacchi sporadici ed estemporanei; un po’ di sfortuna ha fatto il resto -con colpi usciti davvero di poco-. Un terzo set forse sarebbe stato giusto, ma non c’è stato. Forse se Fabio avesse speso meno nella finale di singolare le cose sarebbero potute andare diversamente. Sicuramente bello il fatto di aver ritrovato questa coppia solida di nuovo insieme, da veri amici, compagni di squadra in Coppa Davis e campioni seri. Non è da escludere, infatti, che Fabio abbia scelto di disputare il torneo di Bastad invece che quello di Umago proprio per la presenza dell’amico. Il ligure, infatti, in Croazia avrebbe difeso il titolo, conquistato due anni prima, quando vinse in finale nel 2016. Certo qui in Svezia i due atleti azzurri avrebbero potuto scrivere un esito diverso all’ultima pagina, se gli organizzatori avessero concesso una pausa più lunga al neo campione: giocare alle ore 18 invece che alle 17 italiane la finale di doppio non sarebbe poi cambiato molto per loro, ma avrebbe dato più tempo di recupero al ligure.

Tante le emozioni che gli azzurri hanno comunque regalato; innanzitutto il fatto che Bolelli stesso era ad un passo dalla semifinale e tutti gli italiani sognavano una finale tutta azzurra tra Fabio e Simone. Invece il tennista di Budrio si è fatto sorprendere dal talentuoso e coraggioso Laaksonen, in una rimonta strepitosa. Il nostro giocatore conduceva 6/1 (tutto facile e senza storia il primo parziale, quasi un’esibizione di tutto il suo miglior tennis e dei suoi colpi più belli e talentuosi; un vero e proprio show per Bolelli); poi avanti 3-0 con break nel secondo, sembrava tutto fatto, storia conclusa e invece il mach si è riaperto con la rimonta di Laaksonen fino al 3-3 e poi il break che lo ha portato in vantaggio sul 6-5, dove ha servito e chiuso per 7/5. Al terzo Bolelli è stato sempre più in difficoltà e si è piegato all’avversario, complice anche un po’ di stanchezza. Ma tanto amaro per lui, che è uscito dal campo molto rattristato e deluso per l’occasione sfumata.

Altre emozioni sono venute anche da Marco Cecchinato. Il tennista siciliano in Croazia ha dato proprio spettacolo, vincendo una finale giocata benissimo contro l’argentino (molto insidioso) Guido Pella. 6/2 7/6(4) il risultato finale, che dimostra quanto l’italiano sia partito bene e abbia dominato il primo parziale, mentre nel secondo stava rischiando di far rientrare in partita Pella (era avanti di un break) e si è andati al giusto tie-break, dove ha giocato benissimo: più aggressivo, rischiando di più e soprattutto regalando pochi punti e pochi errori all’avversario (dopo i primi punti persi, ha conquistato gli ultimi tutti di fila). Ormai il tennista nostrano è diventato n. 22 del mondo e si prepara già ai discorsi finali di ringraziamento a chiusura di premiazione come i veri campioni; davanti agli occhi soddisfatti della fidanzata sugli spalti, oltre ai suoi di gioia. E Cecchinato ha continuato a fare bene anche all’Atp di Amburgo, dove ha vinto un primo turno non facile contro il francese Gaël Monfils, decisamente in giornata. Dopo aver trovato il break decisivo nel primo set, che ha chiuso per 6/4, il francese si è portato subito avanti nel punteggio, dominando la partita con un gioco molto aggressivo e mettendo in seria difficoltà Marco, che non sembrava molto in giornata. Tutti ormai lo davano già negli spogliatoti e sotto la doccia, altri lo criticavano perché non aveva partecipato invece a Gstaad (da non confondere con il nome simile del torneo di Bastad, almeno nella pronuncia), dove c’era meno competizione, invece che giocare un torneo così importante come quello qui in Germania. Al contrario, scelta decisamente coraggiosa di confrontarsi con i più grandi in un torneo come quello di Amburgo (sempre di prestigio) proprio per crescere di più tennisticamente. Sugli spalti ad assistere al suo match c’era proprio la testa di serie n. 1 Thiem. L’austriaco, tra l’altro, si è sbarazzato facilmente del giovane francese Corentin Moutet per 6/4 6/2, ma il ragazzo ha fatto vedere molte cose buone (soprattutto con grossi colpi in accelerata), ma Dominic ha giocato in maniera strepitosa piazzando ogni tiro alla perfezione, da tutti i punti di vista, con delle mazzate da manuale, quasi a punire il più giovane ‘esordiente’, annichilendolo e imponendosi con il dominio e l’egemonia del più forte ed esperto, del più ‘anziano’ verrebbe da dire, ma vista la giovane età dei due non è forse il termine più adatto. Per quanto riguarda l’azzurro, invece, Marco Cecchinato pian piano ha ritrovato la fiducia e la concentrazione, riuscendo a pareggiare i conti nel secondo set per poi andare in vantaggio e portare il match al terzo set. La chiave è stata proprio la smorzata millimetrica che ama eseguire e che gli riesce alla precisione, ma drop-shot che lo stava tradendo in questa circostanza in cui era soprattutto Monfils a rifilargli delle spinose e velenose palle corte. Dopo aver vinto il secondo set per 6/3, con il break decisivo sul 5-3, nel terzo aveva più sicurezza di sé e la lotta è stata più alla pari. Match equilibrato che, ancora una volta, il siciliano ha sbloccato con il break fondamentale nel finale, strappando il servizio avanti sul 5-4. Non facile giocare dopo la finale in Croazia, con appena un giorno di recupero: la stanchezza sicuramente si faceva sentire. Bravo a rimanere calmo e concentrato. Ad Amburgo, poi, a proposito degli avversari di Bolelli- da segnalare che Laaksonen ha perso da Bedene (per 6/3 1/6 6/4), mentre Schwartzman ha vinto al terzo sul giovane Ruud (per 6/4 2/6 6/2). Anche Gasquet, avversario in finale di Fognini a Bastad dicevamo, ha conquistato il derby francese contro Paire per 7/6 6/4, come già accaduto in maniera simile contro Chardy ad s-Hertogenbosch dove in finale riuscì a portare a casa il titolo per 6/3 7/6.

A proposito dell’Open in Svezia, Fognini ha vinto bene il primo set in finale proprio contro Gasquet per 6/3; poi si è un po’ deconcentrato ed è come uscito dal match (molto falloso e quasi irriconoscibile), merito anche del campione transalpino, che si è imposto nel secondo parziale per 6/3; ma nel terzo è stata la reazione d’orgoglio del tennista ligure che non ha lasciato più scampo a Gasquet: ha iniziato ad avere fretta di chiudere e nel giro di poco il campione azzurro ha messo il sigillo sul torneo per 6/1; un parziale netto che gli rende merito e gli fa di certo onore. Grande prova di maturità la sua, soprattutto per il montare della stanchezza. Tra l’altro nelle semifinali Fognini aveva avuto un duro match (speculare, in cui si era fatto rimontare nel secondo set, avanti di uno) contro Fernando Verdasco: show di Fognini nel primo che rifila un severo 6/1 allo spagnolo; innervosito, l’altro ha reagito diventando sempre più aggressivo e riuscendo a sfruttare un lieve calo del ligure per strappargli il servizio, trovando il break per portare a casa il secondo set per 6/4. Poi Fognini ha riordinato le idee (infatti stava insistendo troppo sul pericoloso dritto mancino di Verdasco e stava scambiando troppo da fondo con lui; un gioco più aggressivo a rete gli è stato utile) ed è riuscito a venire a capo di un difficile ed equilibrato terzo set, che ha chiuso per 7/5. Buone, soprattutto, le percentuali di servizio, in particolare di prime, del tennista azzurro in questo torneo. Di certo non è stata una semifinale così faticosa come la sua, quella del francese Gasquet (che ha imposto un netto 6/2 6/3 in poco più di un’ora a Laaksonen). Questo nella finale tra i due si è sentito. Proprio Laaksonen ha impedito di avere Bolelli (un altro italiano) in semifinale. Il bolognese vince bene in maniera convincente ai quarti il primo set per 6/3. Mette in scena davvero un buon tennis di ottimo livello, con accelerazioni di precisione e potenza, buon servizio (con qualche aces) e solido da fondo nello scambio, ma a suo agio anche in attacco in avanzamento a rete. Sembrava tuto facile e destinato ad evolversi per il meglio. Nel secondo set, infatti, il tennista di Budrio conduceva 3-0. Poi, forse un po’ di stanchezza, forse un po’ di deconcentrazione, forse un po’ di sfortuna complice, ha iniziato a commettere qualche errore gratuito in più (con qualche palla uscita di pochissimo) e lo svizzero è riuscito a strappargli un 6/2 e a portarlo al terzo set. Un po’ innervosito, infastidito e confuso, è sembrato un po’ disorientato, quasi a chiedersi: ma come ho fatto a perdere il secondo set per 6/2? La verità è che lo ha fatto scambiare troppo da fondo, mentre avrebbe dovuto attaccarlo di più col dritto ad uscire in avanzamento (schema che per lui si è dimostrato vincente). Allungando gli scambio da fondo lo ha rimesso in partita e l’altro ha trovato ritmo e regolarità e si è fatto più insidioso. Tanto che, nel finale di partita, era il tennista di Budrio a sbagliare di più e l’altro è riuscito a fargli il break necessario che gli ha regalato la semifinale e il 6/4 decisivo. Un posto in semifinale che forse Bolelli aveva intravisto troppo presto, dando per finita una partita che stava appena cominciando e aprendosi. Comunque si è dimostrato un tennista molto cresciuto, in grado di esprimere un buon tennis, con un buono schema in attacco, da vero tennista di doppio (e forse da erba più che da terra). Comunque resterà quel memorabile 7/6 6/3 che ha rifilato a Schwartzman in un’ora e 54 minuti di gioco all’Atp di Svezia. In sintesi; Atp di Bastad e di Umago: tre finali (due di singolare e una di doppio) per tre campioni, tre talenti azzurri.

Per quanto riguarda, infine, i loro avversari citati, possiamo dire che (al successivo torneo di Amburgo), Monfils ha perso dall’argentino Leonardo Mayer per 6/1 7/6; mentre Schwartzman si è poi sbarazzato con un doppio 6/2 del giovane tedesco Masur al secondo turno; mentre Verdasco è stato sconfitto al terzo set (dopo una dura battaglia) dal talento brasiliano Tiago Monteiro, con il punteggio di 3/6 6/2 7/5 a favore del più giovane tennista.

Barbara Conti

Estate calda di calciomercato. Juve pronta a dominare

ronaldoLa Juventus, che domina già da 7 anni, con l’acquisto di Cristiano Ronaldo sembra aver aumentato ulteriormente il gap con le rivali. Il Napoli punta sul curriculum vincente di Ancelotti, l’Inter ha un Nainggolan in più, la Roma spera nelle tante giovani promesse ma il pronostico sembra chiuso in favore della Vecchia Signora
ROMA – Domenica 19 agosto. E’ la data che tutti gli appassionati di calcio hanno da tempo segnato: coincide con l’inizio del campionato. Eppure quest’anno i giochi sembrano già fatti ancor prima dello start ufficiale. La Juventus, infatti, vincitrice degli ultimi 7 scudetti consecutivi, con l’acquisto di Cristiano Ronaldo – definito da tutti “il colpo del secolo” – ha aumentato il divario con tutte le avversarie e messo una seria ipoteca sul prossimo tricolore.

IL MERCATO DELLE ALTRE – Rimpiazzato Buffon (passato al Psg) con Perin, anche se il titolare dovrebbe essere Szczesny, tornati alla base Caldara e Spinazzola dopo l’esperienza all’Atalanta e rinforzato il centrocampo con l’arrivo a parametro zero di Emre Can, la Juventus si era già mossa benissimo sul mercato prima di assicurarsi l’attuale Pallone d’Oro. Il presidente Agnelli e il dg Marotta hanno creato una corazzata che avrà come obiettivo principale conquistare quella Champions League che a Torino manca dal 1996. Se in Europa la competizione è apertissima contro le varie Real, Barcellona, United, City, Bayern Monaco ecc… in Italia si fa fatica a trovare una vera antagonista della Vecchia Signora. Il Napoli, che fino all’ultimo ha dato filo da torcere ai bianconeri nella passata stagione, è finite nelle mani sicure di Carletto Ancelotti dopo l’addio di Maurizio Sarri, ora al Chelsea. Pochi allenatori possono vantare un curriculum vincente come quello dell’ex tecnico del Milan, eppure bisognerà vedere se le perplessità di Sarri sull’attuale rosa (considerata a fine ciclo) erano effettivamente veritiere. Intanto uno dei pilastri del club partenopeo, Jorginho, ha seguito il suo maestro a Londra. C’è poi la Roma che ha perso due pezzi da 90 come Alisson e Nainggolan. Il ds giallorosso Monchi si è scatenato sul mercato con addirittura 10 acquisti: tra questi alcune baby promesse del calcio mondiale come Coric e Kluivert, ma basterà per tenere testa alla Juve? Ruolo di protagonista anche per l’Inter che, oltre al belga ex Roma, si è assicurata De Vrij, Asamoah, Politano e Lautaro Martinez. La rosa è più completa, ma forse ancora troppo corta per essere competitivi anche in Champions League. La Lazio, orfana di De Vrij e ceduto Felipe Anderson al West Ham, sta cercando di trattenere la stella Milinkovic-Savic, reduce da un Mondiale sottotono, e piazzare il colpo Papu Gomez ma l’obiettivo massimo non può andare oltre il quarto posto. E poi c’è il Milan con il mercato in stand-by per le note vicende societarie (addio ai cinesi, ora il club è controllato dal fondo americano Elliott) e legali con la Uefa (esclusione dall’Europa League, poi revocata dal Tas di Losanna). Ora che la situazione sembra più definita bisognerà valutare il futuro di Bonucci, Suso e Donnarumma – non è detto che tutti restino – e iniziare a regalare rinforzi a Gattuso, a cui serve un centravanti come il pane. Insomma la solita estate ‘calda’ di calciomercato ma con la Juventus pronta a dominare, ancora di più, la scena.

Francesco Carci

Wimbledon 2018: tornano due ex numeri uno, Nole e Kerber

Wimbledon

Un numero uno lo è per sempre. Anche quando non vince un torneo ed esce ai quarti, come Roger Federer (lo svizzero è stato battuto da Anderson in 4 set: per 6/2 7/6 5// 4/6 11/13); o come Rafael Nadal (che ha perso in semifinale da Novak Djokovic: per 4/6 6/3 6/7 6/3 8/10); o come Juan Martin Del Potro (uscito ai quarti proprio per mano di Rafa, ma vero campione atletico: più volte a terra, è caduto, ma si è rialzato ed ha lottato ‘generosissimo’ fino all’ultimo. Chapeau. Del resto il punteggio ben evidenzia la dura lotta dei due: l’argentino si è arreso allo spagnolo solo al quinto set, 5/7 7/6 6/4 4/6 4/6; ce l’ha messa davvero tutta). Anche quando ritorna da un lungo e grave infortunio, come Novak Djokovic. Anche quando rientra da mesi dopo la maternità e un parto cesareo che ne ha ostacolato il recupero, come Serena Williams. Anche quando ti piovono addosso critiche e malelingue ti dicono che ‘la tua luce si è spenta’ o ‘sei finita’ oppure ‘non sei più quella di una volta’ (esagerando, ma non troppo, perché a volte la stampa sa essere molto dura e i fans stancarsi presto degli in-successi e non hanno la pazienza di capire il momento ‘no’ o di grave difficoltà di un’atleta): come Angelique Kerber (ma anche per Nole stesso c’è stato l’identico discorso). Invece eccoli tutti qua a disegnare l’edizione 2018 di Wimbledon, ognuno mettendo a suo modo il proprio sigillo. E poi ci sono i numeri uno dentro, il talento evidente anche se non si afferma con primati di vittorie: quelli dei campioni della passione, della sportività, dell’umiltà, della generosità, dello spirito di sacrificio, campioni di talento ed umanità che contribuiscono ugualmente a scrivere la storia del tennis; come il finalista Kevin Anderson e/o John Isner. E poi, a tale proposito, come non citare -ancora una volta- l’esempio di impegno di Del Potro e/o quello di umanità ed umiltà di Rafael Nadal: rispetta sempre ogni avversario e gli altri campioni, che gli danno modo e gli stimoli giusti per migliorarsi continuamente -afferma-; molto amichevole nel dare sempre una parola di conforto e di amichevole stima, anche con un abbraccio sincero molto sportivo a fine partita (proprio come accaduto contro Del Potro, dopo averlo sconfitto; o dopo aver perso in semifinale contro Nole).

E poi ci sono i numeri da record paralleli, che si cerca di rilevare ad ogni edizione, in particolare di uno Slam: e questo sicuramente spetta alla semifinale durata sei ore e 36 minuti tra Isner ed Anderson appunto. Dall’altro lato, ancora, ci sono inoltre anche i record non numerici, ma ‘di colore’: e questa di quest’anno a Wimbledon è stata un’edizione particolare per vari momenti ‘colorati’. Per dirla con una canzone, con Shakira e il ritornello del suo brano-tormentone “Waka waka”: “This time for Africa…’cause this is Africa”. In sintesi dice, tradotto dall’inglese: “questo tempo è per l’Africa perché questa è l’Africa”. Come noto la cantante colombiana lo interpretò con il gruppo sudafricano Freshlyground quale inno ufficiale dei mondiali di calcio FIFA 2010, svoltisi appunto quella volta in Sudafrica. Sebbene i mondiali di calcio 2018 abbiano visto trionfare in Russia la Francia, noi riadattiamo il testo per omaggiare il finalista sudafricano Kevin Anderson. Commovente il suo discorso: nel ringraziare la sua bellissima moglie, ha detto che avrebbe giocato altre 21 ore pur di rivivere le emozioni della semifinale e della finale di Wimbledon. Così come ha emozionato il ringraziamento di Nole nel riconoscere il valore umano, morale -oltre che atletico e professionale- dell’avversario; poi si è commosso nel vedersi applaudito ed evocato dal figlioletto Stefan (“è il mio miglior sparring partner” -ha scherzato il quattro volte campion qui a Wimbledon). L’ex n. 1 è davvero tornato. Lui stesso ha avuto dei dubbi seri, ha spiegato, e non è stato neppure facile recuperare dall’infortunio e dall’intervento al gomito. Ma eccolo di nuovo qui, più grintoso che mai. Senza il sostegno della moglie Jelena (che soffriva nel suo angolo, prima di scoppiare in un’esultazione di gioia finale) e di tutti quelli che hanno creduto in lui, lo hanno sostenuto e hanno lavorato con lui, probabilmente non ce l’avrebbe fatta. Ha dominato una finale non facile contro uno stanco Anderson: un doppio 6/2 iniziale nei primi due set senza dover far troppo, poi ha controllato bene un match che gli stava sfuggendo di mano (che stava diventando pericoloso perché il sudafricano si stava facendo sempre più insidioso), con Kevin che stava entrando in partita (anche con il servizio micidiale) e al tie-break ha giocato splendidamente i punti decisivi: da campione, da vero n. 1, con autocontrollo e grinta, serafico. E non si è deconcentrato neppure nella semifinale contro Nadal: giocata in notturna col campo coperto e l’illuminazione artificiale (perché posticipata a causa delle sei ore e mezza dell’altra semifinale maschile), ha iniziato subito aggressivo e alla grande, portandosi avanti due set a uno. Poi al rientro, il giorno dopo prima della finale femminile, è apparso meno in forma e i due tennisti sono andati al quinto set; ma, dopo aver concesso il quarto set, nell’ultimo e decisivo parziale si è di nuovo fatto più solido. Forse giocare con il campo chiuso non ha agevolato Nadal; forse il dover tornare di nuovo in campo il giorno dopo l’interruzione di una notte non ha facilitato Djokovic nel chiudere il match. Forse lo spagnolo non ha particolarmente brillato nel gioco a rete quando è avanzato (ma coraggioso ed apprezzabile nel suo avanzare al net) e Nole, invece, avrebbe dovuto attaccarlo maggiormente, mentre ritornava indietro dopo aver accelerato con i passanti, ancorato a fondo. Però sono stati comunque due campioni che hanno dovuto affrontare situazioni di disagio nel giocare e le hanno accettate con sportività. Al serbo, comunque, funziona di nuovo molto bene il servizio (e questa è una nota più che positiva).

Sicuramente da record la semifinale di John Isner contro Anderson: sei ore e 36 minuti, una delle più lunghe della storia del tennis, seconda solo alla partita che lo stesso Isner ha sostenuto contro Nicolas Mahut e durata ben 11 ore e 5 minuti. L’esito è stato da record e l’ultimo set (senza tie-break) è durato un’infinità: 7/6(8) 6/7(5) 6/7 6/4 26/24 per il sudafricano. Del resto l’equilibrio del match già si vedeva dall’indicazione delle teste di serie: 8 Anderson e 9 Isner. L’americano è uscito dal campo barcollando, stremato: non ce la faceva più, si è fatto mandare anche degli altri integratori, aveva vesciche alla mano che si è fatto più volte fasciare. Ha messo a segno il record di aces, delle vere e proprie ‘sassate’. Ma, soprattutto, con Anderson sono stati campioni di umanità, abbracciandosi sportivamente a fine match. Isner, del resto, ha già vinto: sugli spalti sua moglie in dolce attesa è il più bel regalo e premio che potesse ricevere dalla vita e già quello lo ripaga di ogni fatica e sofferenza. Così come ha già vinto Serena Williams: l’americana non ha recuperato la forma fisica e ha perso la finale anche malamente per certi versi (con un netto doppio 6/3 dalla tedesca Angelique Kerber); ma anche lei non avrebbe pensato mai di poter tornare a giocare ed arrivare sino in fondo al Grand Slam di Wimbledon. È tornata a giocare “per tutte le mamme” come lei e ha dedicato loro il traguardo di finalista raggiunto. Ovviamente ciò merita un plauso, così come era stato ben gradito questo messaggio al Roland Garros quando scelse di giocare con una tuta nera aderente -disegnata a posta per lei su sua esplicita richiesta- (a difesa e sostegno della ‘maternità’ per così dire).

E se la finale maschile è stata quella che più ha emozionato, per popolarità segue solo quella storica tra Borg e McEnroe (al centro dell’omonimo film uscito al cinema), Wimbledon ha avuto i suoi Borg e McEnroe: sia nei finalisti Nole e Anderson (il primo ha un bel caratterino come John, mentre l’altro sembra di una fredda lucidità come Borg; ma poi anche Nole ha disegnato il campo splendidamente come su un foglio di carta); sia tra gli spettatori. Infatti lo spettacolo è stato anche assicurato tra gli spalti, dalla presenza di molti fan che avevano la stessa fascia e pettinatura tipo Borg. Tra l’altro Borg è venuto ad assistere ai match, come la Navratilova, la Martinez e la Bartoli. E come i Reali. La semifinale maschile è stata seguita con attenzione da Kate e Megan (che amichevolmente hanno avuto degli scambi di opinione tra loro, durante le varie pause, con dei bei sorrisi); mentre alla finale maschile hanno partecipato William&Kate. Non certo facile giocare con la loro presenza.

Infine di questo Wimbledon rimarrà un po’ di colore azzurro. Camila Giorgi è arrivata sino ai quarti dove ha perso al terzo set proprio da Serena Williams: dopo aver vinto il primo set per 6/3, ha incassato dall’americana -e dalla sua risposta e reazione d’orgoglio- un altro 6/3, prima che l’ex campionessa affondasse definitivamente la marchigiana per 6/4; ma l’italiana diventa così n. 35 al mondo e questo è un success enorme per lei. Fabio Fognini ha vinto il derby italiano contro Simone Bolelli (in tre set netti per 6/3 6/4 6/1). Thomas Fabbiano ha eliminato (giocando una partita strepitosa) l’elvetico Stan Wawrinka (continua il momento di difficoltà dello svizzero), in tre set in un match straordinario e molto lottato – con tanto equilibrio e due tie-break -: 7/6(9) 6/3 7/6(8) il punteggio finale.

Infine è stato un Wimbledon dai due volti: positivo per la copertura del Campo Centrale, negativo per il persistere dell’impossibilità di giocare il tie-break al quinto set, il che strema gli atleti, laddove ci sarebbe l’opportunità almeno di un match tie-break decisivo in via ipotetica o comunque quando si potrebbero senz’altro trovare altre alternative; già arrivare e uscire al quinto set (giocando tre su cinque e non al meglio dei tre set) è già un bel test molto importante per i tennisti. Sarà ripetitivo, inutile e retorico sottolinearlo, ma ci sembra quanto mai significativo.

Cristiano Ronaldo alla Juve: via libera al colpo del Secolo

Il fuoriclasse portoghese, che lascerà il Real Madrid, è vicinissimo ai bianconeri: affare da 100 milioni di euro, al Pallone d’Oro contratto quadriennale. Un arrivo che potrebbe far tornare il calcio italiano ai fausti di 10 anni fa e che sta già facendo impazzire i tifosi della Vecchia Signora

ronaldo2MADRID – È tutto meravigliosamente vero. La Juventus è ad un passo da Cristiano Ronaldo. Sì, proprio lui: Cristiano, Ronaldo. Il miglior giocatore del mondo, 33 anni compiuti lo scorso febbraio, pronto ad approdare in Italia, destinazione Torino. Le cifre sono esorbitanti: al Real Madrid andrebbero 100 milioni, al portoghese un quadriennale da circa 30 milioni a stagione più i vari bonus legati agli sponsor.

L’ADDIO DEL REAL – Andiamo con ordine. 26 maggio, finale di Champions League: fischio finale di Real Madrid-Liverpool, 3-1 per gli spagnoli e terzo trionfo consecutivo dei Blancos nella massima competizione europea. Che fa Ronaldo? Invece di esultare e scatenarsi nei festeggiamenti, gela tutti e nella classica intervista post-partita annuncia il suo addio alle merengues: “È stato bello giocare qui”. Sipario. Adios. Il toto-futuro di CR7 però non scatta subito: c’è un Mondiale alle porte da preparare, meglio non distrarsi. Tutto rimandato dunque.

L’IPOTESI JUVE – Il cammino del Portogallo a Russia 2018 però non è lo stesso – trionfante – dell’ultimo Europeo, vinto due anni fa in Francia. I lusitani cedono 2-1 negli ottavi di finale all’Uruguay: si torna a casa. E’ giunto il momento per Cristiano Ronaldo di scegliere la nuova dimora. Quella che sembrava la destinazione più probabile, il Psg, perde rapidamente consistenza: a Parigi ci sono già Neymar, Cavani e Mbappé, peraltro tutti grandi protagonisti al Mondiale. Basta e avanza. La Cina, nonostante la pioggia di soldi, non stuzzica il palato di Cristiano, impensabile il passaggio al Barcellona, così come il dolce ritorno al Manchester United (uno dei pochi club al mondo disposti a permettersi il portoghese) sembra una pista piuttosto fredda. E allora boom, ecco la bomba di mercato: Ronaldo alla Juve! “Impossibile”, “magari”, “sto sognando?” Via social i tifosi bianconeri, ma in generale tutti gli appassionati di calcio, non sembrano credere a quella che era partita come semplice (e magari aleatoria) suggestione.

SOGNO DIVENTATO REALTÀ – E invece in casa Juventus il presidente Andrea Agnelli, insieme all’ad Marotta, iniziano a farsi due conti. E già l’assenza di smentite inizia ad essere un segnale positivo. Tecnicamente il giocatore non si discute, nonostante le 33 primavere. Non ci sono Dybala, Higuain, Douglas Costa, Mandzukic, Bernardeschi e via dicendo che tengano: Cristiano è Cristiano. Il problema, semmai, sono i costi: il Real Madrid, disposto ad accettare l’addio del Pallone d’Oro senza fare drammi, vuole comunque un indennizzo di almeno 100 milioni. A quelli va aggiunto il ricco stipendio da nababbo da garantire all’attaccante portoghese: non meno di 30 milioni all’anno. Inizia così un fitto lavoro diplomatico con Jorge Mendes, storico procuratore di CR7, mediatore tra Torino e Madrid. Questione di giorni perché quando la volontà è la stessa da ambo le parti, il dialogo tra gli interlocutori parte già in discesa.

A BREVE L’ANNUNCIO – Agnelli infatti non ci impiega molto a sciogliere le riserve: l’arrivo di Ronaldo a Torino porterebbe benefici non solo tecnici, ma anche di immagine con sponsor e merchandising che esploderanno. Per Cristiano, nonostante le decine di trofei in bacheca, sarebbe una nuova avventura con la stimolante sfida di regalare ai bianconeri quella Champions League che manca dal lontano 1996. Tra questo fine settimana e l’inizio della prossima pare che l’asso portoghese debba sbarcare a Torino per le visite mediche di rito, l’annuncio ufficiale potrebbe arrivare già martedì prossimo. Per i tifosi della Vecchia Signora, letteralmente impazziti sui social, sarebbe il colpo del secolo, così come per il calcio italiano potrebbe essere lo start per tornare ai fausti di 10-15 anni fa, quando i migliori giocatori del mondo giocavano in Serie A. Intanto quello che sembrava un sogno di mezza estate si sta trasformando, minuto dopo minuto, in autentica realtà.

Francesco Carci

L’erba londinese del Queen’s incorona un Cilic smagliante, ma Nole c’è

cilicE, se si tratta di parlare dei tornei su erba preparatori a Wimbledon 2018, non si può non citare il centrale Atp del Queen’s. Che dire? Non se ne può non discutere, soprattutto perché quest’anno in particolare ha riservato grosse e piacevoli sorprese. Dopo Stoccarda (dove c’è stato il ritorno di Roger Federer con la vittoria su Raonic e la conquista di nuovo della prima posizione mondiale) i riflettori erano tutti puntati sull’Atp di Halle e su quello del Queen’s londinese. In Germania lo svizzero cercava il bis tedesco: invece in finale si è dovuto arrendere al giovane croato Borna Coric che ha vinto a sorpresa il primo set al tie-break per 8 punti a 6: un tie-break particolarmente lottato seguito a un set in cui i due tennisti si sono sempre rincorsi, facendosi reciprocamente punti straordinari per rispondere a punti altrettanto eccezionali ed errori sorprendenti per cumulare regali all’avversario su altri doni equivalenti di gratuiti inaspettati; di solito l’elvetico sa sempre giocare meglio i punti decisivi invece qui ha sbagliato, anche con dritti clamorosamente mandati fuori, quelli più importanti; e sono state palle uscite non sempre di poco, dunque per lui sia sfortuna che cali di concentrazione o di stanchezza. È stato un Federer non solo un po’ deconcentrato, ma anche tanto nervoso, forse innervosito dalle polemiche con lo sponsor Nike e sul suo nuovo futuro contratto con Uniqlo. E questo è stato uno dei connotati curiosi e divertenti che hanno caratterizzato il suo esordio al primo turno a Wimbledon, contro Lajovic: non solo ha vinto facile in tre set netti per 6/1 6/3 6/4, ma a fine match, quando è andato a firmare autografi, una ragazza lo ha avvicinato chiedendogli in un cartellone giallo la sua fascia; lui l’ha cercata nel suo borsone e gliel’ha donata divertito e sorridente, felice della vittoria agevole. Invece all’Atp di Halle non era riuscito ad esprimere questo tennis e man mano si era lasciato sorprendere da un coraggioso Coric, sempre più aggressivo, che ha spinto di più nei momenti clou del match venendo anche avanti a rete (a costo di sbagliare qualche volée clamorosa). Il merito dell’impegno è stato premiato, per il giovane tennista che è rimasto sempre concentrato e non ha mai mollato. Dopo il duro primo set e tie-break, Coric ha avuto un calo nel secondo set che ha perso per 6/3, ma poi è ritornato subito alla grande nel terzo dove ha dominato con un netto 6/2: evidente la delusione e l’amarezza dello svizzero, che si è complimentato tuttavia con il giovane e talentuoso avversario, dispiacendosi di non aver espresso il suo miglior tennis al massimo come sempre. Sicuramente il croato si era avvalso del ritiro in semifinale di Bautista Agut per infortunio sul 3-2 e gli ha giovato aver giocato così poco ed essere arrivato fresco all’appuntamento decisivo con lo svizzero. Invece il n.1 in semifinale se l’era dovuta vedere con un altro giovane talento emerso: quello di Kudla, che ha sconfitto solo per 7/6 7/5; tra l’altro lo svizzero nei quarti con lo stesso punteggio aveva eliminato Ebden, mentre Kudla a sua volta aveva battuto Sugita (per 6/2 7/5), in grado di rifilare un netto 6/2 7/5 a Thiem, e Coric aveva sconfitto il nostro Andreas Seppi (per 7/5 6/3); forse invece Bautista Agut ha pagato il duro scontro di quarti contro Chacanov (3/6 7/6 6/3 il parziale a favore dello spagnolo), che aveva rifilato un doppio 6/2 a Nishikori. Dunque fuori Thiem, Nishikori c’era più spazio per Coric, dopo che aveva eliminato al primo turno la testa di serie n. 2 Alexander Zverev per 6/1 6/4 (ma visibile il suo problema fisico alla coscia, con una doppia fasciatura e la fatica a correre evidente). Se Coric porta un po’ d’Italia in Germania (poiché si allena con Riccardo Piatti), ad Halle subito in apertura derby italiano tra Seppi e Matteo Berrettini: quest’ultimo perde dall’altoatesino per 6/3 7/5; sfortunato il romano anche nel sorteggio di Wimbledon dove, al primo turno, troverà Jack Sock (l’americano è testa di serie n. 18).
Se la vittoria ad Halle è un ottimo risultato e nessuno toglie valore e merito al croato, dall’altro lato è vero che subito in apertura a Wimbledon non è riuscito a replicare l’esito positivo di tale vittoria: infatti il croato partiva da testa di serie n. 16, ma ha perso immediatamente contro il Next Gen Medvedev per 7/6(8) 6/2 6/2, tre set netti di cui un tie-break seguito da un doppio 6/2 finale molto drastico sono un invito a Borna a migliorarsi perché i margini che ha sono tanti.
E proprio in vista di Wimbledon, oltre a Federer, sono da tenere a mente e d’occhio proprio i due finalisti dell’Atp del Queen’s: Marin Cilic e Novak Djokovic. Il serbo è assolutamente ritrovato e il croato è assolutamente in fiducia. Nole ha mostrato un’ottima forma fisica e mentale, i colpi da manuale di sempre e sembra sentirsi decisamente ritornato e pronto a lottare per riconquistare i primati del passato e la vetta della classifica mondiale a pieno regime. Questa è la buona notizia, che lo ha caratterizzato in maniera costante per tutto il torneo del Queen’s. Dall’altro lato deve continuare ancora a giocare tanto e il più possibile per ritrovare la resistenza dei tempi migliori. Nella finale contro Cilic, infatti, era partito molto bene, ma è sembrato accusare un calo fisico che gli ha provocato una fase di lieve appannamento che non gli ha permesso di vincere, ma gli ha fatto perdere una finale lottata e abbordabile assolutamente per lui. Cilic del resto era in forma smagliante e testa di serie n. 1; eppure Djokovic riesce a strappargli il primo set subito in apertura per 7/5, poi però nel secondo set lottano in equilibrio entrambi molto e si va al tie-break, ma Nole se lo fa ‘soffiare sotto il naso’ per 7 punti a 4; questo è il momento decisivo che farà rigirare la partita: il serbo si innervosisce, il croato ritrova fiducia e coraggio e prende sempre più campo; nel frattempo un po’ di sfortuna clamorosa per Nole e un po’ di stanchezza per il serbo, lo fanno sbagliare qualcosina in più che pregiudicherà l’esito del terzo set, che perderà per 6/3 (quasi come avesse ceduto rassegnato ad un certo punto, crollando stavolta anche fisicamente). Comunque l’ex n. 1 è assolutamente in corsa per Wimbledon con i più forti, dove può arrivare tranquillamente sino in fondo al torneo e fino agli ultimi turni (laddove non a conquistare il titolo come più volte in passato). Da notare al torneo del Queen’s l’arrivo in semifinale di Nick Kyrgios: l’australiano ha battuto al primo turno proprio Andy Murray in tre set (per 2/6 7/6 7/5); peccato che poi si sia preso una multa per imprecazioni in campo e apertura del codice di comportamento antisportivo per non aver giocato in campo, ma per aver buttato via i punti. Il giovane ‘aussie’ ha perso in semifinale contro Cilic con un doppio 7/6: il primo per 7 punti a 3, il secondo per 7 punti a 4; l’australiano cercava qui al Queen’s il riscatto dalla semifinale persa contro Federer a Stoccarda. Djokovic, invece, in semifinale a Londra ha battuto il francese Chardy per 7/6(5) 6/4, che aveva vinto il derby transalpino con Richard Gasquet nei Paesi Bassi all’Atp 250 di ’s-Hertogenbosch.

Shaqiri, Xhaka e Lichtsteiner, il Kosovo pronto a pagare la multa

kosovariUn vero e proprio gesto ‘politico’ che non è affatto piaciuto, ne alla Serbia e ne tanto meno agli Svizzeri. Il gesto dell’Aquila per esultare per i gol alla Serbia, fanno discutere e riaccendono micce di triste memoria.
Xherdan Shaqiri ha segnato il 2-1 per la Svizzera contro la Serbia al 90′ ha festeggiato con il gesto dell’aquila, simbolo sulla bandiera albanese. Lo stesso aveva fatto dopo l’1-1 Granit Xhaka, altro nazionale svizzero nato da una famiglia kosovara, non solo, ma ai festeggiamenti politici si è unito anche Lichtsteiner, capitano della Svizzera che non ha origini in Kosovo, ma che ha fatto il gesto dell’aquila per esultare.
Entrambi i giocatori hanno tentato di sedare le polemiche e abbassare i toni, così come Mladen Krstajic, coach della Serbia, ha preferito stare lontano dalla polemica: “Non ho commenti. Io sono un uomo di sport e resterò tale”.
La Fifa, preso atto dell’avvenimento, ha deciso di non squalificare i tre giocatori, che verranno soltanto multati: 10.000 franchi svizzeri per gli autori dei gol, 5.000 per l’ex terzino della Juventus.
E mentre il gesto sembrava ormai pronto per finire nel dimenticatoio, adesso a riaccendere la miccia è il Kosovo che si è detto pronto a pagare le ammende inflitte dalla FIFA ai giocatori svizzeri Granit Xhaka, Xherdan Shaqiri e Stephan Lichtsteiner.
Una petizione online ha già raccolto quasi 12.000 euro in meno di 24 ore. Sta spopolando l’iniziativa popolare di fundraising lanciata on line per “ripagare la gioia portata a svizzeri e albanesi in tutto il mondo”
Mentre il ministro del Commercio e dell’Industria del Kosovo Bajram Hasani ha annunciato una donazione di 1.500 euro, il suo intero stipendio mensile. “Sono stati puniti solo perché non hanno dimenticato le loro radici, non hanno dimenticato da dove vengono”, ha osservato, citato dalla stampa locale. “Il denaro non può pagare per la gioia che Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri ci hanno dato festeggiando con il simbolo dell’ aquila nella partita tra la Svizzera e la Serbia”, ha aggiunto il ministro.

Torneo di Stoccarda a Federer. Bene Gasquet e Krunic nei Paesi Bassi

roger federer stoccardaL’assenza dai campi non ha influito negativamente sul ritorno di Roger Federer. Lo svizzero, dopo lo stop per la stagione sulla terra rossa, torna a giocare sull’erba a Stoccarda. Perfettamente a suo agio sulla superficie, in una forma fisica ottima (fisico asciutto, freschezza agonistica, sembra ringiovanito), disegna il campo che è una bellezza. Sicuro al servizio, quando lascia partire il dritto si apre il campo (ma anche col rovescio, in accelerata con quale dei due fondamentali gli capiti prima) e va a chiudere col passante di rovescio o in avanti a rete con la volée o lo smash. Solitamente è questo il suo schema vincente, ma non disprezza il serve&volley. Specialmente sull’erba diventa in-giocabile e neppure il potente dritto di Milos Raonic (fino a 137 km/h) riesce a fermarlo e ad impedirgli di alzare la coppa in Germania. Per 6/4 7/6 si aggiudica il suo 98esimo titolo in carriera. Più lottato il secondo set perché lo svizzero si è complicato un po’ la vita insistendo di più appunto proprio sul dritto micidiale del canadese; tuttavia ha saputo giocare meglio i punti decisivi e fondamentali: il talento dell’elvetico è indiscusso, ma sicuramente la sua arma vincente per essere un campione così “longevo” è proprio la forza mentale più che la tecnica ineccepibile e straordinaria, un’esperienza che non si può insegnare. Ed in questo insegna molto la semifinale contro l’australiano Nick Kyrgios: una dura battaglia terminata solamente al terzo set (6-7 6-2 7-6) e dopo due tie-break in cui non sono mancate le occasioni al giovane ‘Aussie”; non facile rimontare, sotto di un set, per il n. 1 del mondo contro il re degli aces, perfettamente a suo agio sull’erba. Anche al successivo torneo di Halle, sempre in Germania, parte bene e continua la sua corsa ad accumulare vittorie su vittorie: vince facile il primo turno contro Aljaz Bedene per 6/3 6/4. A Stoccarda è bastata un’ora e venti minuti circa al 36enne svizzero per completare quella che era la sua 148^ finale (record di e per pochi altri tennisti) e portarsi a casa la ‘Mercedes Cup’ (con la macchina in palio con cui è tornato a casa prima di ripartire appunto per Halle).
Se Federer è il re di Stoccarda, nei Paesi Bassi (all’Atp 250 di ’s-Hertogenbosch, Atp 250 proprio come quello appena citato di Stoccarda con un montepremi di 656mila euro e poco più, circa), invece, vi sono due trionfatori: Richard Gasquet (che si aggiudica il derby francese contro Chardy) e Aleksandra Krunic (che si era imposta al Foro Italico sulla nostra Roberta Vinci). Ma vediamo meglio nel dettaglio cosa è successo.
La finale maschile nei Paesi Bassi a Gasquet. Gasquet va subito avanti nel punteggio e si porta in vantaggio per 4-2 nel primo set; ma a questo punto Chardy fa contro-break, però poi perde di nuovo il servizio e manda il connazionale a servire per il primo set. Grazie a due passanti strepitosi di Gasquet (prima di dritto incrociato e poi di rovescio) si aggiudica il primo set definitivamente; da segnalare anche un recupero straordinario su una volée, con il rovescio in corsa che mette all’incrocio delle righe prima di riportarsi di nuovo in vantaggio. Non bastano i dritti potenti (anche a 147 km/h) di Chardy, che spreca le occasioni di break che ha. Nel secondo set, infatti, Chardy va addirittura avanti 5-3, ma si fa rimontare prima 5-4 poi 5-5 ed è tie-break; ma Gasquet nel tie-break va subito avanti e lo conquista abbastanza tranquillamente.
Il momento clou che però ha fatto svoltare e ‘rigirare’ il match e il secondo set (ovvero annullando la possibilità di allungarlo al terzo set per Chardy e di ritornare in partita e rimontare, per poi andare a vincere) è stato proprio quando è andato a servire sul 5-3. Chardy conduceva per 40-15 sul 5-3, ma -prima un passante incredibile di Gasquet- poi soprattutto una palla chiamata out sulla sua seconda di servizio lo ha fatto particolarmente innervosire (dopo un errore di rovescio, che ha mandato lungo), facendogli perdere il controllo, i nervi e la concentrazione. Ha dato così la palla break a Gasquet, che poi se ne è procurata un’altra con uno straordinario passante di rovescio incrociato in cross ad uscire a cui è seguito il doppio fallo di Chardy che, al cambio campo, ancora discuteva di quella palla (la seconda di servizio) con l’arbitro. Gasquet ha completato, successivamente, a 15 il recupero sul 5-5 (con un ace).
Il tie-break che ne è derivato si è svolto così: 1-0 Gasquet, 1-1, 2-1 Gasquet (su un errore in risposta di Chardy), 2-2 (Gasquet manda lungo un recupero di rovescio), 3-2 Gasquet con uno stupendo passante di dritto rasoio alla rete, errore di dritto di Gasquet ed è 3-3, 4-4 con una bella volée di Gasquet, errore dritto di Chardy e Gasquet va 5-4 (due match points con il servizio a disposizione), ace di Gasquet ed è 6-4 per lui, poi 6-5 con Chardy che si aggiudica il punto con un dritto in attacco in avanzamento, 7-5 Gasquet con un recupero su una palla bassa di dritto che trasforma in demi-volée in attacco in controtempo che non riesce a prendere Chardy, su cui non arriva decretando, così, la vittoria definita del connazionale francese.
Tra l’altro, qui ad ‘s-Hertogenbosch, Gasquet (testa di serie n. 2) aveva battuto il giovane greco Stefanos Tsitsipas (testa di serie n. 5) per 7/6(2) 7/6 (4) ai quarti e Bernard Tomic in semifinale per 6/4 6/7(8) 6/2 (semifinale dura e molto combattuta che, ciononostante, non gli ha impedito di vincere la finale).
La finale femminile di ‘s-Hertogenbosch. Ad imporsi è la serba Aleksandra Krunic (testa di serie n. 7), in grado di battere in semifinale niente di meno che la testa di serie n. 1 Coco Vandeweghe in tre set per 2/6 7/6(4) 7/6(1): la statunitense è sempre una giocatrice temibile, soprattutto ha dimostrato di esserlo particolarmente sull’erba, superficie che predilige e che ben si confà al suo schema tattico aggressivo, al suo tennis d’attacco e al suo gioco basato sempre sul ricercare il colpo vincente con pochi scambi (dunque un risultato che vale doppio per la Krunic). Poi altri tre set sono serviti alla serba per aggiudicarsi la finale del torneo e imporsi sulla belga Kirsten Flipkens, che va avanti di un set nel primo parziale subito per 7/6; poi la Krunic rimonta, prendendo sempre più terreno riuscendo a fare il break decisivo che la porterà sul 7/5 (dopo un parziale in equilibrio ancora, ma in cui la Flipkens concede qualcosina in più, facendo qualche errore in più). Poi dilaga per 6/1 nel terzo e decisivo set, andando subito 4-1 e poi 5-1. Impegno premiato per la giovane atleta, che non ha mai mollato, ma è stata più incisiva quando è servito, approfittando del momento di cedimento dell’avversaria e di ogni suo ‘regalo’ (ogni gratuito concesso), entrando sempre più in partita fino a dominare nel terzo e decisivo set. La serba, a soli 25 anni, sale così alla posizione n. 44 del mondo e si impone nel torneo, nonostante una vistosa fasciatura al braccio. Inutile non associare e far tornare alla mente il ricordo che la lega all’Italia. Infatti la Krunic agli Internazionali Bnl d’Italia di quest’anno, lo scorso maggio, ha affrontato proprio la nostra Roberta Vinci nella sua ultima partita che ha disputato prima del ritiro definitivo ufficiale dal tennis giocato. In quel turno la serba ha trionfato con il punteggio di 2-6 6-0 6-3, parziale che ha entusiasmato ancor di più tutti i fans azzurri che hanno sperato nella vittoria dell’atleta di casa.