Mondiali. Paura per l’Arabia Saudita: l’aereo prende fuoco

Attimi di panico durante il viaggio che stava portando la squadra araba a Rostov per la sfida contro l’Uruguay: durante l’atterraggio l’ala del veicolo è andata in fiamme. Tanta paura, ma fortunatamente nessuna conseguenza

aereoROSTOV – Tragedia sfiorata in Russia. L’ala dell’aereo che stava trasportando l’Arabia Saudita nella città di Rostov per la sfida della Nazionale araba contro l’Uruguay, in programma mercoledì alle 17, è andata in fiamma durante la fase di atterraggio creando inevitabilmente tanto panico. Per fortuna nessuna conseguenza per i passeggeri, soltanto molta paura.

“GIOCATORI SANI E SALVI” – La Federazione Saudita ha fatto chiarezza sull’episodio, tranquillizzando tutti con un comunicato: “Vogliamo rassicurare tutti circa la sicurezza di tutti i membri della missione della squadra nazionale: dopo un malfunzionamento tecnico a un motore l’aereo è atterrato pochi minuti fa a Rostov sull’aeroporto di Don. I giocatori si stanno ora dirigendo verso la loro residenza sani e salvi”. Nel match d’esordio i giocatori allenati dal ct Pizzi hanno perso 5-0 contro la Russia: ora se la vedranno contro Uruguay ed Egitto, la qualificazione agli ottavi è a dir poco proibitiva.

Francesco Carci

Spagna, decisione clamorosa: via il CT alla vigilia del Mondiale

lopetegui2La Federazione non ha gradito l’annuncio dell’accordo tra l’allenatore e il Real Madrid, che lo ha scelto per il dopo Zidane. “Vincere è importante, ma alcuni valori lo sono di più”, la giustificazione del presidente federale, Luis Rubiales. Al suo posto Fernando Hierro

KRASNODAR – Il caso Spagna scuote il Mondiale a 24 ore dall’inizio ufficiale della Coppa del Mondo. La Federazione iberica ha infatti deciso di esonerare il ct Julien Lopetegui alla vigilia di Russia 2018. Una scelta clamorosa, dovuto all’accordo tra il tecnico delle Furie Rosse e il Real Madrid, che non è affatto piaciuto ai vertici delle Furie Rosse.
“DECISIONE INEVITABILE” – Il Real Madrid, dopo l’addio di Zidane, era alla ricerca di un nuovo allenatore. Si erano anche fatti i nomi di Maurizio Sarri e Antonio Conte, ma poi la decisione è caduta su Lopetegui, che ha brillantemente portato la Spagna al Mondiale (lo sappiamo bene perché gli iberici erano nel nostro stesso girone di qualificazione). L’annuncio da parte del club di Florentino Perez non è affatto piaciuto alla Federazione Spagnola: non solo arrivato poche ore prima dell’inizio della rassegna iridata, ma anche perché Lopetegui aveva da poco rinnovato il proprio contratto fino al 2020. “Se siamo qui è merito suo, ma visto quello che è successo, siamo costretti a destituirlo – le parole del presidente federale Luis Rubiales – Julien poteva trattare con il Real, ma sono stato informato 5 minuti prima della firma. Questo è inaccettabile. La nazionale è di tutti, non può essere trattata così. Vincere è importante, ma certi valori lo sono di più”.
AL SUO POSTO HIERRO – Al posto di Lopetegui la Spagna ha deciso di affidarsi a Fernando Hierro, attuale direttore sportivo della Nazionale e con una sola stagione da allenatore alle spalle (l’anno scorso con l’Oviedo, in seconda divisione). Una scelta azzardata considerando che, insieme a Brasile, Germania e Argentina, le Furie Rosse sono tuttora una delle candidate alla vittoria finale. Ma questo stravolgimento potrebbe cambiare le carte in tavola, anche se Rubiales ha garantito che “la squadra ha capito le mie ragioni e mi ha garantito il massimo impegno indipendente da cosa accadrà”. Per Lopetegui, nonostante il prestigio di poter allenare il Real Madrid, un grosso boccone amaro da digerire.

Francesco Carci

Roland Garros 2018: 11 volte Rafa. L’impresa di Ceck, il riscatto di Simona

nadal

Un Roland Garros 2018 memorabile per tanti motivi, anche grazie ad una nota d’azzurro merito del nostro Marco Cecchinato. Il “Ceck”, come tutti lo chiamano affettuosamente, è arrivato infatti ben oltre l’immaginabile, spingendosi fino alle semifinali ed arrendendosi solo a Dominic Thiem. Il tennista siciliano ha combattuto alla pari per ben due set interi con l’austriaco e perdendoli per 7/5 e 7/6, con molte palle break e set points a disposizione, prima di crollare per 6/1 nel terzo set; dopo due ore di gioco, infatti, nell’ultimo parziale si è ritrovato sotto 5/0 dopo solamente un quarto d’ora di gioco, indice di quanto fosse stremato. Rassegnato, ma soddisfatto, sicuramente stanco, ha alzato le spalle come un atleta che aveva dato tutto e a cui non restava che accontentarsi e godersi l’ottimo risultato raggiunto, sapendo di aver fatto tutto il possibile per inseguire la finale; un sapore dolce-amaro per lui, che aveva intravisto l’impresa ancora più miracolosa di poter persino strappare un set al n. 8 (ed ora n. 7) del mondo. Perdere per ben 12 punti a 10 il tie-break del secondo set di certo gridava vendetta, ma il palermitano non ce la faceva davvero più: provava a spingere più sui colpi, a scorciare gli scambi cercando subito la soluzione vincente; ma stavolta i colpi gli uscivano anche di un soffio e le palle corte non passavano la rete per poco; in più aveva corso tantissimo e tirato di velocità e potenza per tantissime ore sul campo, contro molti top ten e altri campioni (non ultimo Novak Djokovic). Con condizioni meteo difficili (dal caldo asfissiante, alla pioggia umida che ha provocato l’interruzione dei match, sospensione che ha portato anche al rinvio alla giornata successiva, con partite stravolte in quanto in condizioni totalmente differenti appunto).

Ora Cecchinato ha raggiunto la posizione n. 27 del mondo, in pochissimi mesi, un record che conferma anche la precedente vittoria all’Atp di Budapest (su Millman per 7/5 6/4) e dunque che non è una meteora, ma un vero e proprio talento che il capitan Barazzutti dovrà tenere in considerazione in vista dei prossimi appuntamenti di Coppa Davis. Il suo servizio e i suoi aces, il suo dritto, ma particolarmente i suoi passanti di rovescio ad una mano, le sue smorzate, hanno impressionato positivamente il pubblico parigino e mondiale; le sue straordinarie capacità difensive, la sua enorme regolarità da fondo, ma anche la sua capacità di attacco e di aggressività al momento giusto, lo hanno reso un tennista completo, in grado di competere con chiunque e di essere temibile anche dai più “grandi”: solo un Thiem al meglio della forma ha potuto arrestare la sua ascesa e corsa verso il sogno, ossia bissare l’impresa che riuscì a Francesca Schiavone nel 2010. Un percorso iniziato in salita per Marco, ma terminato con il conseguimento di un importante obiettivo raggiunto di crescita professionale, innanzitutto: solo l’esperienza di poter continuare a giocare a questo alto livello, tanti altri Grand Slam e tanti altri Roland Garros in primis, gli darà quell’abitudine a competere a ritmi così elevati, che lo renderanno ancor più tennista da top ten, cui sicuramente ambisce e traguardo che ora può assolutamente porsi e che intravede con più facilità più vicino. Già ai 64esimi, qui a Parigi, aveva dovuto rimontare al quinto set Marius Copil, due set sotto nel punteggio: dopo aver perso i primi due per 6/2 e 7/6, è andato a vincere gli altri tre per 7/5 6/2 e ben 10 a 8 nel quinto e ultimo; più facile poi imporsi sull’argentino omonimo Marco Trungelliti: netto il parziale di 6/1 7/6 (ma ha concesso solamente un punto all’avversario) e di nuovo 6/1; dopo è stata la volta dei campioni: prima ha eliminato Carreno Busta per 2/6 7/6(5) 6/3 6/1; un solo set ha lasciato anche a Goffin agli ottavi, che ha battuto per 7/5 4/6 6/0 6/3 (sicuramente quel ko al terzo set rimarrà nella storia, dove ha espresso davvero il suo miglior tennis, diventando in-giocabile per il belga); dopo quattro set ha costretto anche il ritrovato campione serbo Novak Djokovic ad arrendersi ai quarti:; l’azzurro parte bene e si porta avanti per 6/3 7/6, poi ha un calo e Nole rimonta con un duro 6/1 al terzo set, infine al quarto si va nuovamente al tie-break – lottatissimo – che l’italiano conquista per 13 punti ad 11, con il serbo a un passo dal completare la rimonta ed allungare il match al quinto, il che forse lo avrebbe potuto persino vedere favorito a quel punto: bravo Ceck a riconcentrarsi, ritrovare le energie e riordinare le idee e spengere l’entusiasmo del serbo. Battere teste di serie del genere, in un torneo del genere, è da pochi. Il tutto, in più, a soli 25 anni. Fin dove potrà arrivare nessuno lo sa, sicuramente però il tennis italiano ha trovato un nuovo beniamino da aggiungere agli altri.

Dopo questa piacevole parentesi per noi italiani, veniamo ai vincitori. Innanzitutto partiamo proprio dal settore maschile, che ha visto affrontarsi in finale proprio l’austriaco Dominic Thiem opposto al campione di sempre: lo spagnolo Rafael Nadal. Rafa è riuscito ad alzare la coppa per l’undicesima volta qui a Parigi, dominando completamente la finale, giocando alla perfezione ogni colpo, respingendo ogni palla insidiosa dell’avversario. Prima di lui, ci riuscì otto volte solo il francese Max Décugis, prima del 1968. Da parte sua, Thiem guadagna una posizione in classifica e diventa il nuovo n. 7. Evidente la commozione di gioia di Nadal, ma Dominic si è reso protagonista di uno dei più bei ringraziamenti finali di sempre: “complimenti a Nadal, hai fatto qualcosa di straordinario per questo sport, la tua vittoria è stata un evento nella storia del tennis, una pagina importante che hai scritto giocando in maniera eccezionale; è stato un onore perdere contro di te e vorrei avere un’altra opportunità il prossimo anno per poter provare di nuovo ad affrontarti in finale e vincere, giocando di nuovo contro di te; spero il prossimo anno di riuscire a ringraziare il pubblico in francese. Per il momento un po’ di amaro per aver perso qui sia la finale juniores che quella dei professionisti adulti quest’anno” – ha detto, più o meno parafrasando le sue parole letterali, davanti agli occhi della sua fidanzata commossa Kiki Mladenovic -. Rafa è, così, l’indiscusso ‘moschettiere’ del Roland Garros, alzando ancora una volta la Coppa dei moschettieri dei campioni, anche se i romani lo definirebbero più un gladiatore. Proprio lui è l’esempio della difficoltà di giocare con condizioni metereologiche proibitive: prima la pioggia ha provocato la sospensione del suo match contro Diego Schwartzmann, con l’argentino avanti di un set (dopo aver vinto il primo per 6/4) e nel punteggio anche nel secondo; l’interruzione di certo ha alterato un po’ il match, ma la forza mentale del campione spagnolo è emersa ancora una volta. Poi i crampi alla mano nella finale, per l’enorme caldo che lo ha fatto sudare tantissimo e che lo ha costretto a chiamare il time-out medico. Di certo i risultati ottenuti non lasciano scampo ad equivoci: ha concesso un solo set a Schwartzmann, il resto ha battuto tutti gli avversari in tre set netti con un punteggio drastico, giustiziere di ben tre argentini: 6/2 6/1 6/1 a Pella, 6/3 6/2 6/2 a Gasquet, 6/3 6/2 7/6 a Marterer, 6/3 6/2 6/2 a Schwartzmann dopo aver incassato il 6/4 iniziale; 6/4 6/1 6/2 a Del Potro, prima di liquidare Thiem per 6/4 6/3 6/2. Sicuramente molta amarezza per quest’ultimo che pensava di potercela fare contro il 10 volte campione qui a Parigi, tanto che prima della finale aveva affermato: “so come battere Nadal” e ne era sicuro, forte del suo ultimo successo contro lo spagnolo al torneo di Madrid dove lo aveva sconfitto per 7/5 6/3 ai quarti; ma occorre ricordare che, nel precedente torneo di Monte Carlo, l’austriaco aveva perso, sempre ai quarti e sempre contro lo spagnolo, da lui con un netto 6/0 6/2.

La Coppa Suzanne Lenglen è andata, invece, per la prima volta alla rumena Simona Halep che inseguiva questo sogno da quando aveva 14 anni – come ha raccontato commossa -. Bello il momento della premiazione, durante la quale è stata ripercorsa in un video la carriera vincente qui al Roland Garros (per ben tre volte) dell’atleta che è andata a incoronare la Halep: la tennista spagnola Arantxa Sánchez Vicario. La tennista rumena è stata sostenuta da molte colleghe e colleghi, che hanno condiviso con lei la gioia meritata della vittoria; le hanno voluto manifestare solidarietà per un risultato tanto ambito, inseguito e – finalmente – raggiunto -: perché è l’esempio della forza vincente di chi non molla, non demorde, ma ostinatamente va avanti e ricerca di portare a termine il suo obiettivo. Infatti la tennista rumena ha vinto in rimonta al terzo set su un’avversaria ostica come Sloane Stephens (che aveva trionfato agli Us Open). 3/6 6/4 6/1 il risultato finale. L’americana sembrava destinata ad imporsi nuovamente e parte bene e forte. Soprattutto dalla sua aveva la vittoria nel 2017 agli Us Open su Madison Keys (per 6/3 6/0), avversaria che aveva battuto di nuovo in semifinale qui a Parigi con un doppio 6/4, e quella di quest’anno al torneo di Miami su Jelena Ostapenko per 7/5 6/1. Dopo il 6/3 6/1 ai quarti alla Kasatkina, agli ottavi il 6/2 6/0 alla Kontaveit (semifinalista a Roma con la Halep proprio, che agli Ibi aveva inseguito il titolo per bene due volte), solo la nostra Camila Giorgi le aveva dato del filo da torcere perdendo solamente al terzo set durissimo per 4/6 6/1 8/6. Sembrava destinata a dominare come Nadal. In più la giocatrice di Costanza veniva, non solo da due finali perse a Roma (nel 2017 e nel 2018) da Elina Svitolina, ma anche da altrettante due non maturate qui a Parigi: nel 2014 perse da Maria Sharapova per 4/6 7/6 4/6, mentre nel 2017 dalla Ostapenko per 6/4 4/6 3/6. Nessuno avrebbe pensato riuscisse in tanto. Invece è rimasta sempre lì nel match, ha lottato, ha aumentato la sua incisività ed aggressività, ha continuato a spingere e ad attaccare laddove possibile, fino a che l’altra non è calata leggermente in ritmo, potenza e solidità e lei ha potuto entrare maggiormente in partita sino a dominarla. Infatti, se le percentuali al servizio (di prime e seconde) sono state quasi sempre a favore della Stephens, quelle della Halep sono cambiate per quanto riguarda i vincenti (di più di Sloane) e gli errori non forzati (meno dell’americana). Questo ha fatto la differenza. Non solo l’ha incoronata regina del Roland Garros, come agli juniores del 2008, ma le ha regalato l’enorme soddisfazione di fare un torneo impeccabile. Ha battuto, infatti, in fila: dopo la Townsend per 6/3 6/1, la Petkovic (una delle prime a congratularsi con lei) per 7/5 6/0, la Mertens (vincitrice di tre tornei quest’anno: a Hobart, a Lugano e a Rabat) per 6/2 6/1, la Kerber in tre set per 6/7 6/3 6/2, la Muguruza per 6/1 6/4: sia la tedesca che la spagnola si sono complimentate con lei caldamente e sinceramente. Bello l’affetto delle colleghe e del suo staff, che è corsa subito ad abbracciare. Ci tiene davvero tanto al Roland Garros, ha tenuto a sottolineare, dando l’appuntamento al prossimo anno. Ed ora ci si sposta sull’erba per la stagione preparatoria all’altro Grand Slam molto atteso di Wimbledon.

Barbara Conti

Roland Garros, finisce la favola Cecchinato. L’azzurro si arrende

cecchinato 4Marco Cecchinato esce a testa altissima: ha resistito alle mazzate dell’avversario finché ha potuto e lo ha fatto alla grande dosando palle corte con il contagiri e sbagliando pochissimo sul servizio, ma non riesce la nuova impresa a Marco Cecchinato. L’azzurro, dopo aver sorpreso tutti negli ottavi contro Goffin e nei quarti contro Djokovic, tiene degnamente il campo per 2 set contro l’austriaco Dominic Thiem, fallisce l’occasione di mettere in parità il match nel tie break del 2° set prima di cedere di schianto nel 3°. Una sconfitta in tre set (5-7, 6-7, 1-6). Il tie-break fa girare il match e per Thiem è la prima finale a Parigi. Marco Cecchinato esce tra gli applausi del Philippe Chatrier al termine di una cavalcata commovente.
Il palermitano 25enne è stato sconfitto dall’austriaco Dominic Thiem, attuale numero 8 al mondo e testa di serie numero 7 a Parigi. In finale affronterà il vincente fra Nadal e Del Potro.

Global Running Day. Il 6 giugno la giornata mondiale della corsa

runners

Il 6 giugno si celebra in tutto il mondo il Global Running Day per incoraggiare le persone a muoversi. Qualche curiosità che forse non sapevate sul mondo della corsa

Un rituale, un passatempo, un modo per mantenersi in forma, scaricare la tensione, per mettersi alla prova. Si corre per i motivi più disparati e nei modi più disparati: dai runners del weekend nel parco vicino casa, agli ultrarunners che corrono per km e km, su e già per montagne e deserti in giro per il mondo. Tanto che contarli tutti i runners è praticamente impossibile. Per celebrarli, e celebrare la corsa in tutte le sue forme, c’è anche l’iniziativa a livello mondiale del Global Running Day, che cade il 6 giugno. 129 paesi e quasi 163mila persone hanno per ora (al momento in cui scriviamo) dato la loro adesione all’iniziativa, il cui scopo è, senza sorpresa, quello di incoraggiare le persone a muoversi. Intorno al mondo della corsa ruotano aneddoti, esperienze e innumerevoli studi che provano a raccontare curiosità, rischi e benefici di uno sport così diffuso e così variabile, nelle sue innumerevoli declinazioni. In occasione del Global Running Day abbiamo provato a raccogliere alcune di queste storie.

Correre potrebbe allungarti la vita
Lo scorso anno uno studio pubblicato su Progress in Cariovascular Disease aveva ricevuto particolare attenzione da parte dei media, dove campeggiavano diversi titoli inneggianti alla corsa come elisir di lunga vita. Nel paper – una revisione degli studi in materia – i ricercatori stimavano il beneficio della longevità come pari a 7 ore di vita in più per ogni ora passata a correre. “È una questione controversa stabilire se correre progressivamente di più può fornire ulteriori benefici in termini di mortalità”, scrivevano gli autori, ricordando come la corsa, e in generare l’attività fisica regolare, fosse associata ad altri benefici, a livello fisico e cognitivo.
Il running, ha raccontato poi Duck-chul Lee della Iowa State University a capo della ricerca, poteva esercitare i suoi benefici migliorando il metabolismo dei lipidi, del glucosio nel sangue, così come promuovendo la salute di muscoli e ossa, nonché quella mentale. E bastava poco, suggerivano gli autori della ricerca. Pochi anni prima alcuni ricercatori dello stesso team avevano realizzato infatti uno studio le cui conclusioni in sintesi mostravano come pochi minuti di corsa (anche solo una decina al giorno) a bassa velocità, riducessero il rischio di morte e malattie cardiovascolari.
Tra i tanti articoli apparsi sul tema, uno pubblicato su Vice provava però a fare le pulci allo studio (e ai media, e a quel vizio di rendere tutte le ricette per vivere a lungo e stare meglio sempre molto semplici). Nell’articolo in sostanza si ricordava come si parlasse di studi osservazionali, basati su dati per lo più autoriferiti, e suggerendo come magari potessero esistere altre ragioni in grado di spiegare perché i runners vivessero più a lungo. Ciò non toglie affatto che i benefici, in maniera più o meno diretta, siano riconosciuti anche dall’Organizzazione mondiale della sanità, che raccomanda 150 minuti di attività fisica aerobica moderata-intensa a settimana o 75 minuti di attività energica-intensa.
Per smaltire un pacchetto di patatine devi correre 16 minuti

Le etichette parlano, ma magari non abbastanza
È per questo per esempio che la Royal Society for Public Health ha avanzato la proposta di etichettare i prodotti alimentare con icone che indicassero la quota di attività fisica da svolgere per smaltire le calorie assunte con il loro consumo. Quanto devi correre (moderatamente) per smaltire una tazza di latte e cereali? 16 minuti, lo stesso per un pacchetto di patatine, 22 per una barretta di cioccolato, 25 per un muffin ai mirtilli, 42 per un sandwich. E l’idea delle etichette per l’attività fisica equivalente sembra funzionare nel ridurre il consumo di snack poco nutrienti e molto ricchi di grassi e/o zuccheri, secondo un recente studio (sebbene condotto su studenti di nutrizione, va detto).
Lo sballo del corridore non è un mito

Non si può però parlare dei benefici della corsa senza fare riferimento ad un aspetto meno fisico, ma solo in parte, del running, ovvero a quella sensazione di piacere, calma spesso riferita dai corridori, accompagnata anche da una ridotta sensibilità al dolore. Popolarmente si chiama runner’s high – lo sballo del corridore – e negli ultimi anni anche la scienza ha cominciato a svelare i segreti di quello ritenuto a lungo unicamente un mito. Uno studio del 2008, per esempio, dimostrò per esempio come l’ipotesi delle endorfine potesse avere un riscontro reale: durante il jogging nei long runners aumentava il rilascio di endorfine (cosiddetti oppioidi endogeni) in alcune aree del cervello, associate proprio con l’umore e l’elaborazione delle emozioni. Gli studi arrivati negli anni a seguire avrebbero aggiunto pezzi al complesso puzzle dello sballo del corridore: per esempio un paper pubblicato su Pnas nel 2015 mostrava (nei topi) come nel fenomeno fosse coinvolto anche il sistema endocannabinoide (attraverso l’anandamide, una sostanza che aumenta durante la corsa). È dello stesso anno uno studio che candidava un altro protagonista a prender parte al runner’s high: la leptina, un ormone coinvolto nella regolazione del senso di sazietà. “Bassi livelli di leptina potrebbero aumentare la resistenza e la sensazione di ricompensa come adattamenti per aumentare la ricerca e l’approvvigionamento di cibo”, scrivevano gli scienziati raccontando i risultati delle loro ricerche nei topi.

Non è vero che non esistono rischi
Accanto ai benefici, per il corpo e per la mente, la corsa però potrebbe anche presentare qualche rischio. Accanto ai rischi minori, come problemi alle vie nasali, difficoltà a gestire tempi e modi per andare al bagno (a volte scappa proprio correndo, sì), vesciche e fastidi da sfregamento (come il capezzolo del podista), unghie nere, talloniti, distorsioni alle caviglie altri sono più problematici. Tra i più spesso riferiti si trova per esempio il cosiddetto ginocchio del corridore (o sindrome della bandelletta ileotibiale), dolore (soprattutto nella zona laterale) accompagnato o meno da gonfiore e imputabile al ritmo ripetitivo e ciclico di flessione ed estensione del ginocchio e all’impatto con il suolo (ma non mancano anche indizi che suggeriscono persino un effetto benefico della corsa per le ginocchia, che potrebbe ridurre l’infiammazione presente nell’articolazione).
Rischi correlati alla corsa, specialmente quella prolungata e in condizioni di elevate temperature e umidità, sono anche quelli relativi a una scarsa idratazione e al rischio di overheating, ovvero di difficoltà nel mantenere efficiente il sistema di termoregolazione (per il raffreddamento, nel caso particolare) del corpo con la produzione di calore generata durante l’esercizio fisico. E i rischi associati al calore eccessivo non sono da sottovalutare, ricordava poco tempo fa anche la Cnn. I casi di morte correlati alle maratone sono invece piuttosto rari e nella maggior parte dei casi imputabili a condizioni pre-esistenti, ricordavano gli esperti in occasione dell’ultima maratona di Londra. Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine, e che ha analizzato quasi 11 milioni di runners (di maratone e mezze maratone) ha osservato per esempio che, nel giro di 10 anni, si sono avuti 59 arresti cardiaci (soprattutto tra gli uomini), 42 con esiti fatali.

Fidippide era più ultrarunner che un maratoneta
Ma intorno al mondo della corsa ruotano anche una gran quantità di puri aneddoti e curiosità. Per esempio tutti (o quasi) conoscono l’origine del nome maratona. Leggenda vuole infatti che il nome si debba all’impresa di Fidippide, che coprì una distanza di circa 40 km correndo da Maratona (appunto) ad Atene nel 490 a. C. per annunciare la vittoria contro i persiani. In realtà, a quanto pare, le cose furono un po’ più complicate per Fidippide, tra i più famosi messaggeri che la storia ricordi (tecnicamente emerodromi, “coloro capaci di correre per un giorno intero”). Cercando di ricostruire la storia diverse fonti infatti raccontano come in realtà Fidippide si ritrovò, tra prima e dopo la battaglia di Maratona, a percorrere in totale quasi 500 km, prima di morire. E secondo Dean Karnazes, ultramaratoneta statunitense, potrebbe addirittura non essere stato Fidippide, a dispetto della sua impresa, ad aver compiuto il tragitto che annunciò la vittoria e che avrebbe dato il nome a una delle competizioni di atletica più famose al mondo.

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Champions League. Gigi Buffon squalificato per tre giornate

buffon

Gigi Buffon squalificato per tre giornate. Lo ha comunicato la Uefa appena presa la decisione come conseguenza dell’espulsione rimediata in Real Madrid-Juventus dello scorso 11 aprile e delle critiche rivolte dall’ex portirre della Nazionale contro l’arbitro al termine della partita di Champions. Buffon era stato espulso al 93° minuto per le proteste in seguito all’assegnazione di un calcio di rigore al Real Madrid (rigore che poi il Real avrebbe realizzato, segnando il gol della qualificazione). La sua squalifica varrà soltanto nelle partite delle coppe europee.

Nell’intervista dopo la partita, valida per i quarti di finale di Champions League, Buffon aveva usato parole molto dure nei confronti dell’arbitro Michael Oliver e lo aveva accusato di aver infranto il sogno di una squadra e di avere “un bidone dell’immondizia al posto del cuore” per averlo espulso. Buffon ha lasciato la Juventus pochi giorni dopo la fine dell’ultimo campionato, ma non ha ancora abbandonato ufficialmente il calcio giocato: non si sa dunque se giocherà un’altra partita ufficiale e se sconterà mai queste tre giornate di squalifica.

IBI 2018 o 2019? Trasformazioni in corso, cantiere quasi aperto

angelo binaghiMentre si guarda già al Roland Garros 2018, sono state prima tratte le somme dell’edizione di quest’anno degli Internazionali Bnl d’Italia di tennis; guardando al futuro e pensando già al prossimo anno, perché tra un mese neppure già si sarà al lavoro per ideare l’edizione del 2019: nel segno dell’innovazione e della sperimentazione. È stato il presidente della FIT, Angelo Binaghi, a farne il sunto evidenziando i punti focali e facendo intravedere quali potrebbero essere le prospettive prossime.
Innanzitutto il risultato positivo raggiunto non poteva che portare ad esprimere soddisfazione; ed i numeri confermano la fondatezza di un ottimismo ponderato. In primis oltre 62 milioni di visualizzazioni durante il torneo, con un incremento del 9% rispetto allo scorso anno; poi il gradimento del pubblico è stato espresso soprattutto in particolare -ovviamente- sui canali social, con un tasso pari a circa 495mila fan e followers; a cui si aggiunge l’aumento del 58% delle visualizzazioni di video su Facebook, paragonate a quelle del 2017; così come sono state più di 1,4 milioni le interazioni avvenute sui social appunto, cresciute di un +32% rispetto ad un anno fa; durante lo svolgimento del torneo, inoltre, sono stati caricati e pubblicati più di 2.400 contenuti sui social sempre (via preferenziale utilizzata dagli appassionati di tennis giunti agli IBI); dal sito web ufficiale sono state, poi, visualizzate più di sette milioni di pagine, per non parlare degli utenti iscritti alla newsletter; successo anche per le app create e per la connessione WI-FI (sebbene non abbia sempre funzionato bene): 38.600 installate tra le prime (con oltre 28mila utenti registrati) e 33.900 per la seconda, con accessi alla rete gratuita molto ricercati e richiesti (con uso di password e username e con l’aiuto del personale del desk). Poi vi è un ultimo dato importante: l’ascolto del canale ufficiale della kermesse, Supertennis, è cresciuto notevolmente (di un +10% circa); rispetto al 2016, quando era il sesto delle emittenti sportive con un ascolto medio pari a circa 11.038 utenti, nel 2017 è salito al quarto posto, con una media aumentata sino a 14.041 utenti: ha saputo offrire un prodotto di qualità sempre maggiore e più evoluto, grazie all’uso delle nuove tecnologie. Una posizione che lo vede superato solo da colossi quali Rai sport 1 (al primo posto), Sky sport 1 (al secondo) e Sky sport 24 (al terzo). Questi ultimi, però, non sono ‘cresciuti’ nella loro media utenti, a differenza di Supertennis, sebbene mantengano le loro postazioni di prestigio grazie ormai all’affidabilità dimostrata (nella lunga esperienza di anni ed anni di attività sul campo) e alla fidelizzazione raggiunta di una clientela affezionata anche alle figure di esperti che si sono fatti apprezzare per la loro competenza.
In questa edizione, inoltre, sono stati molti i momenti centrali e toccanti che hanno animato la manifestazione diventata sempre più complessa: non è solo sportiva, commerciale, agonistica o mondana, ma anche culturale nel vero senso della parola; non di settore, ma aperta a tutti e in grado di coinvolgere chiunque. A ricordare tali attimi è stato il presidente della FIT Binaghi, che non ha parlato solo della seconda edizione a Milano delle Next Gen Atp Finals o non è stato solo protagonista della consegna della racchetta d’oro (prima dell’inizio della finale maschile tra Rafael Nadal e Alexander Zverev) a Jan Kodes: ex tennista cecoslovacco che vinse tre prove del Grande Slam nei primi anni Settanta, tra cui Wimbledon nel 1973; quell’anno arrivò al quinto posto della classifica mondiale. In carriera ha vinto otto tornei di prima fascia in singolare e diciassette in doppio. Nel 1990 è entrato anche nella International Tennis Hall of Fame. Agli Internazionali Bnl d’Italia è arrivato tre volte in finale, ma le ha perse tutte e tre: la prima nel 1970 da Nastase, la seconda nel 1971 da Laver, la terza nel 1972 dallo spagnolo Manuel Orantes. Mancava da Roma da circa 24 anni.
Dopo tali momenti topici, Binaghi si è detto innanzitutto “orgoglioso di questa edizione degli IBI”. “Abbiamo avuto, nel maschile, lampi da Lorenzo Sonego, Matteo Berrettini, che ha impegnato persino Alexander Zverev, Filippo Baldi, Marco Cecchinato, ma anche Stefano Napolitano, Andrea Pellegrino e Salvatore Caruso; un settore che ha un’ottima prospettiva, che ha offerto una fase di spettacolo durata ancora di più grazie a Fabio Fognini (giunto sino ai quarti e arresosi solo a Rafa Nadal): tutto impensabile sino a poco tempo fa”, ha commentato in proposito il presidente FIT. Si apre un futuro con una prospettiva rosea, perché sono “una reale speranza” per il tennis italiano. “Nel femminile, invece – ha aggiunto Binaghi – c’è una fase di lavori in corso: c’è necessità di ritrovare giocatrici che possano darci prospettive, che una grande Federazione come quella italiana deve avere”. A tale proposito, non ha potuto fare a meno di rilevare Binaghi, “Roberta Vinci ci ha regalato forti emozioni e ci ha gratificato nello scegliere il Foro per terminare la sua carriera”. Sì, la salentina si è ritirata e a Roma ha giocato la sua ultima partita, ma non è stato un addio al tennis. A spiegarlo è stato il presidente stesso annunciando quale sarà il futuro della Vinci: “resterà nella Fit ad accelerare il processo di crescita del settore femminile, dove intanto – ha comunicato ufficialmente Binaghi – abbiamo recuperato Camila Giorgi, che con Sara Errani costruiranno un gruppo solido, una squadra che possa essere competitiva in Fed Cup”. A proposito della tennista salentina, il presidente Binaghi ha avuto parole moto affettuose e gentili: “Non riesco a ricordarmi un episodio che non sia stato perfetto in tutta la sua carriera; Roberta è una grande atleta e una grande persona. Con Sara (Errani), Flavia (Pennetta), Francesca (Schiavone, wild card speciale quest’anno) hanno regalato emozioni irripetibili: chapeau a una carriera del genere. Il giorno dopo il suo ultimo incontro giocato qui al Foro ho parlato con lei, che ha meritato adesso un periodo di vacanza giustificata molto lunga. Avevamo pensato per lei, per il suo futuro, diversi scenari possibili, tra cui uno di essi credevamo potesse essere quello di commentatrice sui nostri canali Tv: ha una buona comunicativa e una simpatia immediata, empatica e carismatica che arriva subito. Invece lei ha scelto la strada più scomoda: vuole continuare a vivere di tennis giocato con le nostre ragazze di Fed Cup (tra cui abbiamo visto durante le qualificazioni Martina Trevisan, Martina Caregaro, Deborah Chiesa, Jessica Pieri su tutte). Ha deciso di lavorare nel settore tecnico della Fit, ma deve prima capire quale potrà essere il suo contributo e soprattutto quanto sia difficile operare e adoperarsi in tale contesto”.
Risultati superiori alle aspettative, anche grazie ai ritorni di Maria Sharapova e Novak Djokovic (arrivati entrambi alle semifinali), che neppure il lieve calo di incasso (un -3%) dalla vendita di biglietti ha potuto incrinare. Qualche giorno di maltempo (la finale maschile stessa è stata interrotta per pioggia per un’ora) non ha inficiato gli introiti e il successo della manifestazione, di cui un valore aggiunto – ha precisato Binaghi – è la location. Ed a proposito di innovazione, i maggiori cambiamenti potrebbero riguardare proprio quest’ambito. “È stato un prodotto finale fantastico. L’intero impianto della location ha contribuito in maniera preponderante alla riuscita stessa dell’evento e ne ha rappresentato un valore aggiunto. Cercheremo di fare tutto il possibile per migliorarlo e rinnovarlo, tentando di cambiarne la connotazione. Il prossimo anno faremo una struttura nuova dell’attuale Next Gen Arena, che chiameremo in modo diverso. Ci sarà, inoltre, una maggiore razionalizzazione dello spazio, sia dell’area commerciale che di quella riservata alla stampa. Stiamo trattando, poi, anche per la copertura del Centrale, un’operazione necessaria quanto complessa per i vincoli presenti nella zona, ma pensavamo a una struttura che fosse adattabile e fruibile anche dalla pallavolo e dalla pallacanestro”. Infine, c’è sempre la parentesi di portare il tennis a piazza del popolo: “i rapporti con l’amministrazione capitolina ci sono e sono buoni, riapriremo la questione e posso garantire che il tennis a piazza del popolo ci andrà perché sono testardo come tutti i sardi e tengo molto a che sia raggiunto tale traguardo”. Maggiore attenzione dovrà essere riposta in futuro, poi, anche al pubblico di utenti stranieri, che hanno fatto sì che ci potesse esserci il sold out nelle tre giornate conclusive.

Padel in rosa in tutta Italia per sostenere la Ricerca sul Cancro

L’evento che promuove il Padel in tutta Italia si veste di rosa per sostenere l’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro. padel day

Il 27 maggio in tutta Italia si giocherà la seconda edizione del Padel Day, evento sportivo organizzato dalle associazioni Padel Torino, La PaddleMania, e PadelNostro con il sostegno e il patrocinio di ASI – Associazioni Sportive e Sociali Italiane e del Comitato Padel della Federazione Italiana Tennis.

Trentatré circoli di Padel da nord a sud d’Italia si vestiranno di rosa per giocare in contemporanea per aiutare la ricerca sul cancro.

Tre le categorie ammesse al torneo, maschile, femminile e misto. Ciascuna di queste, in ognuno dei club aderenti, avrà i propri vincitori.

Le finalità

Per il secondo anno consecutivo i giocatori del Padel Day indosseranno una maglia rosa per fare squadra con i 5.000 ricercatori AIRC impegnati a rendere i tumori femminili sempre più curabili. Nel 2017, in Italia, a 65.800 donne è stato diagnosticato un tumore alla mammella o agli organi riproduttivi. Il cancro al seno è il più diffuso con circa 50.000 nuovi casi ma, grazie ai progressi della scienza è anche la patologia per la quale, negli ultimi due decenni, si sono raggiunti i migliori risultati portando la sopravvivenza, a cinque anni dalla diagnosi, a crescere dall’81% all’87%.

Per migliorare ancora questi dati, e arrivare nel più breve tempo possibile a curare il 100% delle pazienti, è indispensabile garantire continuità al lavoro dei ricercatori impegnati in studi sulla prevenzione, la diagnosi e la cura dei tumori femminili.

padel dentroParte delle quote di adesione raccolte durante l’evento saranno destinate ad AIRC, ma anche chi non scenderà in campo potrà rendersi protagonista della giornata, contribuendo al progetto attraverso la Rete del Dono

ASI, come Ente di Promozione Sportiva, torna a creare un momento in cui lo sport mostra in modo chiaro le sue grandi potenzialità sociali e diventa uno strumento di solidarietà, oltre che di benessere psicofisico.

Mainsponsor del PadelDay 2018 è Capofaro Locanda & Malvasia scenografica tenuta sull’isola di Salina, la più verde delle Isole Eolie. Capofaro nasce dall’amore per la vigna e per il mare della famiglia Tasca d’Almerita. Pensata per gli amici, gli ospiti e i viaggiatori di gusto, nel segno della migliore ospitalità mediterranea, è parte di un progetto di promozione dei territori che Tasca d’Almerita porta avanti attraverso la propria produzione vinicola e la condivisione delle esperienze vissute nei luoghi in cui, da duecento anni, vive e lavora. Un’ospitalità che adesso ingloba anche il progetto di recupero e restauro del Faro e del Museo della Marina e della Malvasia.

Partner dell’iniziativa per l’edizione di quest’anno è Viaggiare, agenzia viaggi che premierà i vincitori del PadelDay e a tutti i partecipanti riserverà uno sconto del 5% sull’acquisto di un pacchetto vacanza con i miglior tour operator, attraverso la scelta del viaggio si potrà sostenere AIRC poiché Viaggiare destinerà all’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro il 3% del ricavato sulle vendite.

Il 27 maggio alle 12.00 presso la struttura del Palaluiss di Roma saranno presenti, oltre ai testimonial e sponsor dell’evento, gli atleti della nazionale italiana di Padel maschile e femminile i rappresentanti delle varie istituzioni coinvolte; in particolare:
Ginevra Carrassi Cavalletti (Presidente AIRC Comitato Lazio), Federica Gargiulo (Unità Partnership AIRC), Gianfranco Nirdaci (Presidente FIT Padel), Giorgio di Palermo (Presidente Comitato FIT Lazio), Claudio Barbaro (Senatore e Presidente ASI), Diego Maulu (Direttore Generale ASI) e Paolo del Bene (Direttore Sportivo AS Luiss).

“Come rappresentante dello sport di prossimità, ASI è felice di questo evento che risponde alla crescente voglia di giocare a padel. Ed è ancora più felice di aver condiviso questa esigenza con la FIT. Lo sport di base e di vertice insieme per un fine comune e forte: far fare sport e con questo aiutare la ricerca contro il cancro” queste le parole a commento di Padel Day 2018 del presidente ASI, Claudio Barbaro.

Pagelle Serie A: Juve Indomabile, Benevento e Verona Impresentabili

Cala il sipario sul campionato. Per i bianconeri settimo scudetto consecutivo, in Champions Napoli, Roma e Inter, grazie alla ‘pazza’ vittoria sulla Lazio. Biancocelesti in Europa League con Milan e Atalanta. Retrocedono in B sanniti e scaligeri oltre al Crotone, a testa decisamente più alta. Ecco le pagelle:

buffonnATALANTA 7 – Riconfermarsi non era facile. Per il secondo anno di fila gli orobici disputeranno l’Europa League, anche se dovranno affrontare i preliminari e iniziare la nuova stagione prima di tutti. Gasperini si conferma allenatore ideale per valorizzare i giovani e rilanciare giocatori in crisi d’identità. Resta il rammarico per l’eliminazione subita dal Borussia Dortmund, ma il cammino in Coppa ha emozionato tutti.

BENEVENTO 3 – Una stagione da incubo. Praticamente mai iniziata dopo aver perso le prime 14 gare di campionato, anche le sconfitte totali (29) rappresentano un triste record negativo. Encomiabile il pubblico che ha sempre sostenuto i propri beniamini, ma con squadre modeste del genere viene voglia di ritornare ad un torneo a 18 squadre.

BOLOGNA 5,5 – L’obiettivo della salvezza è stato raggiunto, senza patemi e con largo anticipo. Ma raramente i rossoblù hanno emozionato e con la rosa a disposizione Donadoni poteva oggettivamente fare qualcosina in più.

CAGLIARI 5 – Eccessiva sofferenza per un salvezza conquistata all’ultima giornata con un organico decisamente più forte degli avversari. Ingeneroso l’esonero di Rastelli, troppi giocatori (Farias e Joao Pedro su tutti) non hanno confermato l’ottimo campionato dell’anno passato.

CHIEVO 6 – La squadra non si è disunita quando, nel girone di ritorno, ha vissuto un pesante periodo di flessione, che ha portato al cambio in panchina. Via Maran, D’Anna ha portato con sé la bacchetta magica: 9 punti in 3 partite e grosso sospiro di sollievo per aver evitato l’incubo della retrocessione. Necessario però un ricambio generazionale della rosa.

CROTONE 5,5 – Dopo due anni si torna in Serie B. A testa però altissima. Dopo l’impresa del 2017 sarebbe stato opportuno che le strade con Davide Nicola si dividessero prima. Qualcosa si era rotto e il divorzio è stato tardivo. La Calabria merita una squadra nella massima serie. A presto.

GENOA 6 – Anche in questo caso non si doveva iniziare la stagione con Juric. Ballardini, chiamato per la terza volta da Preziosi, ha raddrizzato le cose tanto da guardarsi – finalmente – la riconferma e la possibilità di guidare la squadra dall’inizio. Le stagioni del Grifone che regalava spettacolo (soprattutto a Marassi) sono però un lontano ricordo.

FIORENTNA 6,5 – Avvio complicato a causa del ‘restyling’ quasi totale dell’organico. Il malumore dei tifosi non ha aiutato. Poi il dramma della scomparsa di Astori ha dato forza e compattezza ai viola: da lì è scattato un cambio di marcia che non ha portato all’Europa, ma che ha ricompattato l’ambiente e che suona come un’ottima base per il futuro.

INTER 7 – Champions raggiunta per il rotto della cuffia. Era l’obiettivo minimo considerando che la squadra di Spalletti non disputava le coppe. Ottimo l’avvio di stagione (quasi illusorio), poi un profondo letargo che rischiava di estromettere per il settimo anno consecutivo i nerazzurri dalla maggiore competizione europea. Il 3-2 alla Lazio vale tantissimo anche per il futuro economico del club e per la permanenza dei big, Icardi su tutti.

JUVENTUS 9 – Per l’ennesima volta la festa ha sede a Torino. Campionato non dominato (merito del Napoli), ma soliti numeri impressionanti per la Vecchia Signora. Oltre allo scudetto anche la quarta Coppa Italia di fila. Resta l’amarezza per un’eliminazione immeritata dalla Champions League, da brividi il saluto finale di Buffon. Piccolo campanello d’allarme su Higuain: se dovesse vivere una fase di appannaggio come è capitato in questa stagione, manca un vero sostituto.

LAZIO 6,5 – Probabilmente ha espresso il miglior calcio in Italia. Immobile una macchina da gol, Milinkovic è cresciuto in maniera esponenziale, così come Luis Alberto, Marusic e Lucas Leiva due piacevoli sorprese. Tanti meritati elogi, ma è davvero clamoroso come sia stato tutto buttato all’aria fallendo l’ingresso in Champions e uscendo dall’Europa League nella notte infausta di Salisburgo. I verdetti lasciano l’amaro in bocca per un’annata che, nonostante la Supercoppa vinta ad agosto, poteva regalare soddisfazioni ben maggiori. Da non dimenticare però i numerosissimi torti arbitrali in Serie A, che hanno tolto ai ragazzi di Simone Inzaghi almeno una decina di punti.

MILAN 4,5 – La vera delusione. La campagna acquisti milionario della nuova proprietà cinese aveva probabilmente illuso tutti: spendere tanto non equivale a spendere bene. Quasi 70 milioni per il duo Kalinic-Andre Silva in attacco, risultato: doppio flop. Per fortuna ci si è trovati in casa Cutrone, sempre più erede di Pippo Inzaghi. L’arrivo di Gattuso al posto di Montella ha migliorato l’andazzo, ma l’impressione è che se ne debba fare ancora parecchia di strada per colmare il gap con le grandi.

NAPOLI 7,5 – Frustrante fare 91 punti e non vincere lo scudetto. Da questo punto di vista a Sarri non si può rimproverare davvero nulla. Il tecnico azzurro è al passo d’addio, consapevole che sarà quasi impossibile ripetere un’annata simile. I rimbrotti andrebbero fatti semmai alla società, che non può ritenersi ‘grande’ se mette a disposizione dell’allenatore una formazione competitiva con appena 2-3 rincalzi di qualità. Sarri è stato così ‘costretto’ a rinunciare a Coppa Italia ed Europa League, due competizioni che invece avrebbero potuto regalare prestigio e denaro al club partenopeo. A questi livelli ci vuole una rosa con almeno 20 giocatori importanti altrimenti quel “Giorno all’improvviso” non arriverà mai.

ROMA 7 – L’assistere alla vittoria degli avversari ormai è una consuetudine. Tuttavia la differenza di quest’anno è che la testa non è china, ma semmai altissima dopo un cammino entusiasmante in Champions League fino alla semifinale. In campionato l’obiettivo minimo è stato raggiunto, ma una squadra con una qualità simile non può permettersi così tanti alti e bassi. Ora sarà fondamentale non privarsi dei big (Alisson su tutti) e soprattutto spendere meglio rispetto alle ultime sessioni di mercato.

SAMPDORIA 5,5 – Un girone d’andata da vera protagonista con Quagliarella assoluto trascinatore e le vittorie contro Juve e Genoa. Poi piano piano la squadra si è sgonfiata (soprattutto in trasferta) fino all’anonimo decimo posto.

SASSUOLO 6 – Non era facile il primo anno post-Di Francesco. Probabilmente Bucchi ha sentito il peso dell’eredità pesante ed è stato sostituito da Iachini, che ha finito il campionato in crescendo allontanando i neroverdi dalla zona calda. Berardi fatica a ritrovarsi, tra i tanti giovani solo Politano sembra aver mantenuto le promesse.

SPAL 6,5 – Unica delle neopromosse a salvarsi, con il minor budget della Serie A. Grande merito al tecnico Leonardo Semplici e alla società che non ha mai pensato ad un esonero, anche nei momenti più difficili. Elogio doveroso anche per Mirko Antenucci, goleador della squadra con 11 reti.

TORINO 5,5 – Doveva essere l’anno dell’Europa e invece, come la Sampdoria, un triste nono posto. La sfortuna non ha mai abbandonato Belotti, due volte ko per infortunio al ginocchio, ma la scelta di puntare su giocatori che avevano fallito nelle grandi squadre (Ljajic e Niang) non ha pagato. Ora Mazzarri, subentrato a Mihajlovic, avrà tutto il tempo di costruirsi la rosa che desidera.

UDINESE 5 – Salvezza conquistata all’ultima giornata. L’arrivo di Oddo al posto di Delneri sembrava aver dato la giusta scossa con 5 vittorie consecutive e addirittura il sogno europeo. Poi il tunnel con 11 ko di fila e l’inevitabile terzo tecnico (Tudor) che è riuscito ad evitare il baratro. Una società che si è dedicata tanto alla costruzione dello stadio di proprietà dovrebbe garantire ai propri tifosi dei campionati con minori patemi.

VERONA 4 – Società, squadra e tecnico non all’altezza della Serie A. E poco si è fatto a gennaio per migliorare la situazione quando questa non era ancora drammatica. Si è avuta l’impressione che il club non avesse la stessa grinta dei tifosi e le prestazioni dei giocatori ne sono state lo specchio. Arrivederci Hellas.

Francesco Carci

Matti per il Calcio. L’Italia arriva in finale ai mondiali del Dream World Cup

Dream-World-Cup-2018.-Foto-da-Ufficio-Stampa.L’Italia è arrivata comunque ai mondiali quest’anno alla Dream World Cup, il secondo campionato del mondo di calcio a cinque per pazienti psichiatrici al Pala Tiziano di Roma. Battendo tutte le squadre e arrivando in finale contro il Cile. A quarant’anni dalla Legge Basaglia un progetto, nato nel 2016, ha permesso a undici ragazzi di indossare la maglia azzurra ufficiale e disputare il primo Campionato del Mondo in Giappone, ottenendo il terzo posto. Una ‘pazza idea’ che ha portato all’ispirazione e alla nascita del film documentario Crazy for Football del regista Volfango De Biasi e l’omonimo libro firmato da Francesco Trento e il regista del doc. “Lo sport per I pazienti psichiatrici è importante perché li aiuta con reinserimento sociale e soprattutto a produrre tutta una serie di antidepressivi naturali”, così in occasione della Dream World Cup parlano Francesco Trento e Volfango De Biase, autori del documentario ‘Crazy for football’, vincitore del David di Donatello 2017.
Se per chiudere i manicomi, in fin dei conti, era bastata una legge dello Stato, per cancellare lo stigma sociale c’è ancora tanta strada da fare: “Pensate che non siamo riusciti a trovare neanche un’azienda che volesse legare il proprio brand alla Dream World Cup – racconta l’allenatore della nazionale italiana Enrico Zanchini – Evidentemente anche oggi, la pazzia mette ancora paura”.
“Questi calciatori hanno potuto vivere il sogno di indossare la vera maglia azzurra. E di fare il mondiale nel 2018, cosa che invece i nostri fantastici giocatori superpagati e stramiliardari non sono riusciti a fare”, ha detto ancora il coach.
Le Nazionali partecipanti sono dieci suddivise in due gironi da cinque. Le migliori otto che avranno accesso alla fase ad eliminazione diretta partendo dai  quarti di finale.
Fino ad oggi l’Italia ha vinto tutte le partite, arrivando alla finale, ieri ha battuto nei quarti la Francia e oggi è in finale contro il Cile.