A volte ritornano. Luciano Moggi a 80 anni riparte dall’Albania

Radiato a vita dalla Federazione Italiana per le note vicende di Calciopoli, l’ex dirigente della Juventus ha firmato un contratto triennale con il Partizani Tirana
luciano_moggiROMA – Luciano Moggi torna nel mondo del calcio. Non in quello italiano, dove l’ex dirigente della Juventus è stato radiato a vita, ma ricomincia dall’Albania, precisamente con il Partizani Tirana, con cui ha firmato un contratto triennale. Nel club albanese, attualmente in testa al campionato nazionale, Moggi svolgerà il ruolo consulente in tutti i settori, dalla parte tecnica a quella organizzativa fino al marketing. Una nuova avventura dunque per il 79enne ex direttore generale della Juventus, principale responsabile dei noti fatti di ‘Calciopoli’, che costarono alla società degli Agnelli la retrocessione in Serie B e tante pagine difficili prima del glorioso ritorno al dominio in Italia. Moggi nel nostro calcio non può più ricoprire alcuna carica dopo la radiazione a vita decisa dalla Figc e successivamente confermata dal Consiglio di Stato. Un ritorno che sicuramente farà discutere.

Francesco Carci

Tennis. Wta Stoccarda: Maria, la leonessa sul campo è tornata!

maria sharapovaUna campionessa è per sempre. Verità semplice quanto assoluta. Massima dimostrazione l’ha data Maria Sharapova, tornata a vincere al Wta di Stoccarda in maniera convincente. Anche se, al primo turno, a scapito della nostra Roberta Vinci, che però ha perso con onore e può uscire a testa alta. L’incognita era altissima, l’attesa ancora di più, la pressione esponenziale dopo che in passato aveva vinto il torneo. Pochi quelli pronti a scommettere di ritrovarla in una forma splendida, soprattutto mentale. Ineccepibile la sua grinta, superiore al solito se possibile, ma impeccabile lo schema tattico. La tecnica è persino migliorata, il che è tutto dire se prima già sfiorava la perfezione. Sì perché si è davvero perfezionata, come se avesse colmato le “lacune” e completato l’esecuzione corretta di quasi ogni colpo. 456 giorni dopo la squalifica torna su un campo da tennis come niente fosse, come avesse sempre disputato gare. La competizione la sente, ma la affronta con un’umiltà superiore che le è benefica, che è quello che forse ha appreso di più dal periodo in cui è dovuta stare fuori dal circuito. Lontana dai campi, si è allenata in isolamento su un campo secondario di un circolo minore, ma non ha perso la fiducia e la convinzione in se stessa. È sempre una leonessa sul campo, quella tigre siberiana che tutti siamo stati abituati a vedere. Partiva da una wild card, che molti le hanno contestato; ma ha dimostrato che non conta ciò che c’è scritto vicino al tuo nome quale valutazione del seeding, non serve essere testa di serie di tabellone alta per valere. Se sai giocare a tennis da vera campionessa lo dimostri sul campo e non su un tabellone appunto.
Maria è tornata. Uno striscione a lei dedicato titolava: “Welcome back”. Per lei una gioia infinita e un briciolo di tensione, un’emozione forte e un brivido di commozione sentito e più che giusto e giustificato. “Quello che mi è accaduto in questi 15 mesi mi ha fatto crescere come persona. Anche se è il primo match che gioco dopo tanto tempo è sempre lo stesso effetto, una sensazione forte come la prima volta, perché è quello che ho fatto sempre”, ha commentato a fine partita, come se non potesse stare in altro posto se non su un campo da tennis a cui la unisce qualcosa di speciale. La situazione era particolare e non solo per la superficie (a Stoccarda si gioca al coperto con terra importata). Ad affrontarsi sono, infatti, due avversarie che hanno contribuito a scrivere la storia del torneo: chi l’ha vinto e chi è arrivata ai quarti lo scorso anno. Di fronte due “teste”, ovvero due “head” come le loro racchette, ovvero due approcci diversi al match, due schemi tattici completamente diversi: quella gialla di Roberta Vinci, come una pallina da tennis; e quella blu oltremare elettrico e violetto/fucsia di Maria Sharapova, blu dello stesso colore del torneo quasi, come il colore della macchina vinta lo scorso anno dalla Kerber. La Porsche che andrà a chi conquisterà il titolo quest’anno sarà rossa, come rosso è il colore della passione che entrambe hanno messo nell’incontro. Uno scontro di livello elevato degno di una finale. Per questo l’unico commento possibile è un grazie a tutte e due per l’impegno profuso nello scontro. Da una parte Roberta che cercava di spostare Maria, cercando di metterla in difficoltà con la mobilità sul campo e di infastidirla con il suo back profondo. Dall’altra una Sharapova che tentava di intimorire la sua avversaria, tirando le risposte e aggredendola su ogni colpo, disposta anche a venire a rete.
Ḕ stato un match molto equilibrato, fatto di tutti punti e pochi errori gratuiti poiché entrambe si sono prese il massimo dei rischi con il massimo della concentrazione da ambo le parti. Davvero un esempio di elevata professionalità. Una sfida mentale quasi la loro. Ma i numeri di Maria fanno impressione. Così come impressionante la sua aggressività, che è quella di sempre, così come la visione di gioco, che ha chiarissima ed indovina sempre, ma all’inizio sembra avere leggermente meno sensibilità sulla racchetta e un po’ di sfortuna, così i colpi le escono di poco quando tenta di spingerli. Man mano che si riscalda, però, è sempre più insuperabile. Serve particolarmente bene e ha una grande profondità. Fa ace anche di seconda quando va a servire per il primo set, che vince per 7/5 dopo aver avuto già tre break points. Nel secondo si porta subito sull’1-0, che poi raddoppia mantenendo il proprio servizio, per poi dilagare sino al 3-1, 4-2 e infine il 6/3 conclusivo, con un grido di sfogo e di esultazione spontanea. Le cifre del primo parziale fanno paura: 6 aces, il 73% di prime piazzate, 24 colpi vincenti eseguiti e solo 12 errori forzati commessi contro i 15 di Roberta, 8 palle break ottenute di cui 2 realizzate, contro le sole tre per la Vinci, che ne ha trasformata soltanto una. Porta a casa il primo set venendo anche a rete, attaccando e sfidando al net Roberta, e vincendo gli scambi e le sfide di volées con esecuzioni da manuale. Il colpo più bello, forse, della partita è stato un contro-back su un insidioso rovescio in back della Vinci. Ha più pazienza Maria e sa scegliere e dosare meglio la sua potenza esplosiva. Gioca in slice perfettamente a suo agio, non spinge tutti i colpi e tanto meno le palle senza peso dell’azzurra, ma le accompagna -alzandole con delicatezza- e sui colpi scarichi dell’italiana si difende più che attaccare. Ed è proprio la fase difensiva che ha perfezionato, che è più accurata e oculata, da fondo quanto a rete. Roberta gioca bene, ma Maria è incontenibile. La siberiana fa la differenza a fine partita con due cifre nello specifico: 39 a 10 per lei i colpi vincenti al termine del match e 4 palle break su 12 sfruttate. Ora affronterà la Makarova che ha vinto per 6/2 6/4 sulla Radwanska. Peccato e un po’ di rammarico per la tennista salentina che era partita bene. La Vinci si porta subito avanti 2-0 e fa immediatamente break in apertura a una Sharapova fallosa, soprattutto di dritto con cui sbaglia molto tentando subito risposte vincenti sul servizio della tennista italiana. Gioca meglio ed è più precisa con il rovescio. Il terzo game del primo set è quello più lungo e lottato. La siberiana ha cinque palle break, l’ultima è quella buona e strappa il servizio alla nostra atleta, ripristinando la parità di punteggio che riporta sul 2-2. Si continua in equilibrio fino al break decisivo della russa sul 5 pari, che andrà a servire per il set sul 6-5. Tuttavia nessun gesto di disappunto o di nervosismo da segnalare. Arbitrava Marija Caciak. Ma se la Sharapova continuerà così non ce n’è per nessuna, neppure per la connazionale Makarova. Potrà far bene anche a Roma, agli Internazionali Bnl d’Italia, soprattutto dopo l’assenza di Serena Williams per gravidanza. Con il tempo, man mano giocando sempre di più, non può che andare meglio per lei. Per il momento sembra decisamente in una ritrovata forma e il periodo di distacco le ha fatto bene anche dal punto di vista fisico. In dubbio era la sua tenuta fisica dopo più di un’ora di gioco. Invece è sembrata più fresca e riposata di prima. Assolutamente una buona notizia per i fan e per il tennis stesso. Una valida tennista seria ritrovata è sempre una buona cosa, al di là di simpatie e/o antipatie, critiche e lamentale piuttosto che elogi nei suoi confronti che non sono mai mancati e sempre ci saranno.

Fed Cup: L’Italia non retrocede grazie alla coppia Trevisan-Errani

tennis-sara-errani-fed-cup-costantini-federtennis1Puglia d’oro per la nazionale femminile di tennis. Barletta si tinge d’azzurro e incorona l’Italia di Federation Cup capitanata da Tathiana Garbin. La squadra guidata da Sara Errani regala forti emozioni e guadagna tre punti. Si porta subito sul 3-0 dopo i primi tre singolari. Se fossimo a calcio potremmo dire che vince ai rigori nel primo dei tre incontri diretti. Protagonista una giovanissima Martina Trevisan. Toscana, classe 1993, la tennista trionfa per 12 games a 10 al terzo set: la somma fa 22, più il punto guadagnato 23, quanti sono i suoi anni; l’atleta ne compirà, infatti, 24 il prossimo 3 novembre. 2-6 6-312-10 il punteggio con cui la tennista italiana ha battuto Lee Ya-hsuan, n. 298 Wta. Un match durissimo durato quasi tre ore di gioco (due ore e 53’ per la precisione). Stanchissime le due atlete. Una rimonta miracolosa quella dell’azzurra, che parte malissimo e tesissima, come ha poi confessato. La Lee domina per più di un’ora e nessuno avrebbe creduto nel recupero eccezionale da parte della tennista nostrana, che ha mostrato soprattutto una tenuta di nervi eccellente. La nuova Garbin di Fed Cup, potremmo ribattezzarla. E se l’Italia non retrocede così in serie C, ma rimane nel World Group II, la nazionale azzurra di tennis ha trovato una neo Camila Giorgi con maggiore capacità di variare il gioco. Buona struttura fisica e muscolare, valido servizio, colpi potenti da fondo come quelli della marchigiana, ostinata, determinata, stessa grinta e tenacia, dopo essere stata all’inizio molto nervosa ha saputo individuare la tattica giusta e vincente. Mancina, ha aggredito la tennista di Taipei con il suo dritto mancino ad uscire (anche a sventaglio) su quello dell’avversaria. Non ha avuto paura a venire avanti a rete, ha rischiato, ma con moderazione, non mancando di lobare qualche palla sul rovescio dell’avversaria. Un gioco non meno aggressivo rispetto a quello di Camila, ma meno monocorde e monotono: ha cercato di lavorare più i colpi e non giocare solamente piatto di forza. Ha mostrato ogni tipologia di colpi, ma soprattutto gran carattere: si è incitata più volte con un entusiastico “forza, dai!”, che sapeva di una passione ritrovata. Per lei il punto guadagnato, dopo aver mancato diverse occasioni per chiudere prima, vale doppio e sa di un successo personale. Vittoria che sa di rivincita e riscatto. Seguendo le orme del fratello Matteo, aveva iniziato a giocare e vincere a tennis sin da piccola. Poi il ritiro per problemi fisici e privati nel 2008. Da allora aveva abbandonato il tennis, per poi decidere di riprendere dopo quasi cinque anni. A distanza di quattro anni e mezzo ritorna a disputare incontri di tennis e scende in campo proprio in Fed Cup. Qui agli esordi contro il Taiwan, fa la sua partita e dimostra a tutti di non essere affatto un’esordiente e di essere tornata più forte e matura di prima, soprattutto più convinta che mai del suo legame con il tennis. Da vera campionessa esperta sul 5-4 nel terzo per la Lee si prende i punti con due vincenti di dritto straordinari, attaccando con il massimo del rischio. Non ha paura, non ha neppure mai tremato, ha esitato un poco nella fase finale del match, ma l’emozione era davvero tanta e forte. Non era facile resistere nell’ultimo parziale soprattutto, dove è stata in particolare una gara di tenuta mentale poiché c’è stato un alternarsi infinito di break e contro-break che avrebbe messo a dura prova chiunque, ma non lei. Era convinta e determinata a dovercela/volercela fare e ce l’ha fatta: molti i match point che si sono annullate a vicenda. Una sfida generazionale vinta dalla Trevisan.
Il resto lo ha fatto Sara Errani, icona veterana della Fed Cup dopo l’assenza di altre tenniste quali Vinci o la Giorgi stessa (convocabile, ma non convocata, dopo aver vinto il ricorso per la condanna alla squalifica di nove mesi e a una multa di 30mila euro). La tennista di Bologna prima, nella giornata d’apertura e nel primo singolare, batte facilmente Hsu Chieh-yu con un netto 6-0 6-2 in un match senza storia. Un’avversaria molto debole, ma domina e controlla bene anche la partita della seconda giornata nel secondo singolare, proprio contro la Lee: deve andare al terzo set, ma alla fine strappa la vittoria comunque. In difficoltà all’inizio, complice anche un po’ di sfortuna, Sara si trova sotto di un set, ma subito rimonta. 3-6 6-2 6-3 il punteggio, ottenuto con palle corte, smorzate che interrompono il ritmo di gioco; lo stesso per quanto riguarda la regolarità dei colpi, che varia e alterna con lob sul rovescio della tennista di Taipei. La giocatrice del Taiwan si ostina a voler passare con il suo rovescio bimane sul lungolinea di dritto della Errani, ma commette più errori gratuiti che punti vincenti. Una Lee un po’ sfiancata cede leggermente nel terzo set.
Una soddisfazione enorme per la capitana Tathiana Garbin, che poteva contare su tenniste non espertissime (ad eccezione della tennista bolognese). Una scelta coraggiosa quella di convocare “esordienti”, anche se di livello. Soprattutto contro un avversario da non sottovalutare e in condizioni non semplicissime: oltre al vento il fatto di giocarsi in casa (con una carica, ma anche con un senso di responsabilità che pesa maggiormente) un posto importante. Alla fine il risultato è stato un buon 3-1. Le nostre ragazze, infatti, hanno perso il doppio. Camilla Rosatello e Jasmine Paolini sono state battute, con un doppio 6/4 in poco più di un’ora di gioco, dal duo cinese Chia-Jung Chuang e Ching-Wen Hsu. Chi ben comincia è a metà dell’opera: dunque un avvio incoraggiante che infonde una folata di ottimismo in quella che si potrebbe ribattezzare l’era Garbin della Fed Cup. A questo punto, forse, occorre spostare le prospettive in avanti ai prossimi impegni e porsi due obiettivi: riuscire a portare la Giorgi in Federation Cup per il singolare e creare il nuovo doppio Trevisan-Errani, che si preannuncia di altissimo livello. Alla Garbin si aprono diversi scenari possibili e positivi: fare lo stesso ottimo lavoro effettuato con la Trevisan con l’altra Martina italiana, ovvero Martina Caregaro (già schierata in passato nella Fed Cup). Poi puntare sul ritrovato momento positivo di Francesca Schiavone (dopo la vittoria al Wta di Bogotà) per portarla in squadra (anche da schierare solamente in doppio). E cercare di riavvicinare, alla luce di questo risultato promettente, la valida Roberta Vinci (sia per il singolare che, soprattutto, per il doppio). Se venissero buone notizie da Karin Knapp non sarebbe male, ma il suo periodo buio e difficile non sembra arrestarsi. La veste ideale per la Garbin sembrerebbe essere proprio quella di talent scout. Per lei creare una sorta di scuola alla Nick Bollettieri significherebbe far crescere e poter contare su tanti giovani talenti inesplosi, ma preziosi, per il tennis italiano. Stiamo parlando di giocatrici che vivono nell’ombra e che vediamo come comparse alle pre-qualificazioni o qualificazioni degli Internazionali e in poche altre occasioni. Pensiamo ad esempio, giusto per citare un caso, a Claudia Giovine: cugina di Flavia Pennetta e vincitrice delle pre-qualificazioni degli Internazionali Bnl d’Italia lo scorso anno, potrebbe raccogliere l’eredità lasciata con una grande impronta dalla neo moglie di Fabio Fognini e futura neo mamma. Oppure alla romana Nastassja Burnett: classe 1992, ha vinto proprio lo scorso anno il torneo di Heraklion, per 6/4 7/6 su Diana Marcinkevika. Oppure ancora ad Alberta Brinati, che con Sara Errani ha già giocato in doppio nel 2010 agli Internazionali Femminili di Palermo. Tutte giovanissime, hanno tutto il tempo davanti per poter fare bene e meglio. Possono solo crescere e il tennis italiano non può restare una palestra considerata discreta, ma non di prestigio, ma deve diventare ed essere una fucina di talenti rinomata, che tutto il mondo ci invidi (come i nostri monumenti e le bellezze artistiche ed architettoniche), senza la necessità di quella fuga di campioni che vanno ad allenarsi all’estero, magari in Spagna o in altre scuole fuori del nostro Paese (come è stato per la stessa Pennetta, ai tempi in cui era legata a Carlos Moya). L’Italia deve essere una terra dove chi sogna di diventare un campione di tennis possa trovare la sua strada; infatti, un’operazione speculare ed identica a quella proposta per la Fed Cup della Garbin, dovrebbe avvenire per la Coppa Davis di Barazzutti; perché anche nel maschile abbiamo tennisti molto interessanti da rivalutare e valorizzare dando loro maggiore spazio: basti pensare ad Andrea Arnaboldi, a Thomas Fabbiano, Marco Cecchinato, Luca Vanni sulle orme di quanto già visto in Coppa Davis con l’ottimo Alessandro Giannessi. Così anche gli Internazionali Bnl di tennis faranno quel salto di qualità tanto ricercato ed auspicato, tanto da volerlo far diventare una sorta di Grand Slam italiano. Se i giovani sono il futuro, il futuro del tennis è nei giovani. Non è uno scioglilingua, ma un modo per dire che investire in loro non è mai troppo poco o troppo tardi. Sono molte, poi, del resto le tenniste ritiratasi o che hanno annunciato un prossimo ritiro venturo. Occorre rinnovare e un ricambio generazionale per proseguire un cammino faticoso, faticato, difficoltoso, ma anche soddisfacente, che tante emozioni ha regalato.
Del resto sembra una via giusta che già altre nazioni hanno seguito o stanno incominciando ad intraprendere. Pensiamo a quando la Svizzera schierò la giovanissima Belinda Bencic (rinominandola la nuova Martina Hingis), oppure alla squadra ceca di recente che ha visto esordire l’emergente Marketa Vondrousova (astro nascente uscente dal successo della vittoria al Wta di Biel, proprio in Svizzera tra l’altro).

Champions League. L’impresa della Juve e la lezione al Barcellona

Dopo il 3-0 dell’andata a Torino, i bianconeri evitano la remuntada dei catalani pareggiando 0-0 al Camp Nou. Un punto che consente ai ragazzi di Allegri di accedere alle semifinali, dove troveranno una tra Real Madrid, Monaco e Atletico Madrid.

juve (1)DIFESA PERFETTA – La Juve partiva da un vantaggio importante, ma la qualificazione, nonostante il 3-0, era tutt’altro che ipotecata considerando l’impresa del Barcellona contro il Psg nei quarti di finale (vittoria per 6-1 dopo il ko 4-0 a Parigi). Ma non concedere nemmeno una rete in 180 minuti a una corazzata che in attacco può contare su Messi, Suarez e Neymar è stato davvero un capolavoro che in pochi possono rivendicare. La Vecchia Signora è così tra le prime quattro d’Europa e il sogno di alzare la coppa il 3 giugno a Cardiff è sempre più concreto. Una mano può darla il sorteggio di Nyon di venerdì, dove Buffon e compagni conosceranno l’avversario in semifinale.
REAL, ATLETICO O MONACO – Probabilmente il 99% dei tifosi juventini vorrebbe affrontare il Monaco, vera rivelazione della competizione. Ma guai a sottovalutare la squadra del Principato, che può contare su una serie di baby fenomeni (Mbappe su tutti) e che nel campionato francese sta tenendo a distanza il più quotato Psg. Da evitare assolutamente il Real Madrid di Cristiano Ronaldo, alla settima semifinale consecutiva in Champions e favorito per la vittoria finale. Sarebbe invece una sfida alla pari contro l’Atletico di Simeone, squadra molto simile alla Juventus che al gioco spettacolare preferisce il pragmatismo e l’aggressività. Ma nel doppio confronto con il Barcellona, i bianconeri hanno dimostrato di poter affrontare chiunque senza paura.

Francesco Carci

Wta Charleston teen: finale tra teenager
alla Kasatkina

daria-kasatkina-apr-tennisDue 19enni in finale in South Carolina. Non si è trattato di un torneo juniores, ma del Wta di Charleston. Di fronte la russa Daria Kasatkina e la lettone Jelena Ostapenko. Due fisici simili, stessa età e stesso carattere anche se con personalità diverse. Più seria e riflessiva la prima, più moderata ed equilibrata in campo; più aggressiva l’altra con i suoi gridolini con cui cerca di intimidire. Entrambe pretendono molto da se stesse; ormai le facce e le smorfie di disappunto della seconda sono cosa nota. Ma anche la russa ad ogni punto ceduto od occasione mancata é sembrata ombrarsi in volto scontenta. Non sono mancate né la circostanza in cui la Ostapenko ha fatto contro-break alla Kasatkina né quella in cui ha lasciato cadere la racchetta a terra, delusa ed amareggiata dal non riuscire a rimontare un punteggio che l’ha vista sconfitta per 6/3 6/1. Talento vero per tutte e due, la russa è sembrata più matura e forse la nazionale potrebbe decidere di puntare su di lei quale erede di Maria Sharapova, che a maggio dovrebbe tornare (attesissima) al Foro Italico per gli Internazionali BNL d’Italia; ma per la 19enne é troppo presto e non è il caso di rischiare di “bruciarla”. Di certo ha mostrato molta solidità. Anche la Ostapenko é cresciuta tantissimo, ma ancora non sa variare abbastanza il gioco. La lettone é partita bene e sembrava essere la favorita. Dominava da fondo con i fondamentali. Poi la Kasatkina le ha preso le misure e allungato le distanze, fino ad arrivare a chiudere per 6/3 6/1 addirittura, con un crollo di una Jelena in confusione. É stata quest’ultima, nel bene e nel male, a fare la partita; anche se a gestire lo scambio é stata sempre e solo Daria. La n. 42 del mondo e futura vincitrice ha mandato fuori palla e fuori giri l’avversaria variando i colpi, sia di velocità che di potenza, alternando top spin e back spin, puntando soprattutto con il rovescio tagliato su quello della coetanea. Così Jelena ha cominciato a sbagliare tanto. Troppo. Se é vero che la lettone ha messo a segno molti più vincenti, rischiando tantissimo ed eccessivamente su ogni colpo e tirando (quasi esclusivamente) di potenza tutti i fondamentali, la russa ha commesso molti meno errori gratuiti; ma, dall’altro lato, poi, ha avuto più palle break, che ha sfruttato e realizzato. Più matura, ha eseguito un tennis più vario e di sicurezza. Maggiore calma e lucidità sono sembrate le sue armi vincenti. Per vincere in campo e a tennis ci vuole anche e soprattutto testa e non solo tecnica e talento. Lo abbiamo detto più volte e questa ne è l’ennesima dimostrazione. Non a caso sulla terra verde di Charleston (776mila dollari di montepremi) la Kasatkina ha saputo rimontare un match durissimo e difficile contro la tedesca Laura Siegemund. Andando a vincere al terzo set e riuscendosi a imporre solo dopo oltre due ore (quasi due ore e mezza) di gioco con il punteggio di 3/6 6/2 6/1. Impresa non da poco e che non accade per caso, ma frutto di un faticoso lavoro per trovare l’equilibrio nel match nel saper frenare la partita e non spingere sempre sulle palle, eseguendo tutti i colpi e cambiando in continuazione schema tattico: mai sempre a fondo o in attacco, ma venendo a rete al momento opportuno. Questa la differenza con un’Ostapenko monocorde fino a diventare prevedibile, ma sempre coraggiosa nel prendersi il massimo dei rischi ogni volta. Non facile però avere la stessa continuità nella varietà di gioco della Kasatkina, meno appariscente e più riservata forse, che può sembrare anche più vulnerabile e fragile, ma con le idee ben chiare. Forse la Kasatkina, al suo primo titolo conquistato, ha saputo rimanere più fredda, mentre la Ostapenko ha pagato un po’ di tensione per la finale o di deconcentrazione per credere di avere la vittoria facile dopo che aveva sconfitto più volte in precedenza la russa. Un po’ di sufficienza o supponenza che l’ha fatta restare impreparata e di sorpresa di fronte all’ottimo rendimento dell’avversaria. Più self control per Daria, rispetto a una Jelena più emotiva. Tuttavia il talento di entrambe é indiscutibile e può solo crescere. Giocare a 19 anni a quel livello non è semplice.

Un super-David Goffin ferma l’Italia
di Coppa Davis

tennis coppa italiaUn valido Bolelli, un buon Seppi e un generoso Lorenzi non bastano all’Italia del tennis di Coppa Davis per accedere alla semifinale. La squadra capitanata da Barazzutti si ferma ai quarti sconfitta a Charleroi dal Belgio, che a settembre giocherà la semifinale contro l’Australia. Per i padroni di casa il campione assoluto è stato David Goffin, che contro Paolo Lorenzi ha messo in campo un gioco impeccabile. L’azzurro le ha provate tutte, ma alla fine si è dovuto arrendere al talento e alla maggiore completezza di colpi del belga. Un po’ rassegnatosi nel finale, forse gli è mancata un po’ di determinazione e grinta nel credere in una possibile rimonta. Ḕ sembrato un po’ frenato dal fatto di essere consapevole del livello superiore dell’avversario, a cui è riuscito tutto. Tuttavia, a onor del vero, merito a Lorenzi per il fatto di aver sempre lottato e resistito, anche se a tratti un po’ sfiduciato. Facile subentri la rassegnazione quando di fronte hai un giocatore che tiene bene lo scambio, poi accelera da fondo e chiude il punto; oppure che ti passa quando lo attacchi; che serve bene e che ti scavalca con un lob con precisione quando sei a rete. Inutile dire che il belga ha corso su tutte le palle, anche le smorzate, coprendo bene il campo e, soprattutto, rispondendo con altrettante palle corte di estrema precisione. La tenuta di Goffin era cosa nota; che fosse un giocatore ostico era una certezza; sulla sua agilità, mobilità, resistenza fisica, duttilità e capacità di visione di gioco non vi erano dubbi; ma nel match decisivo contro Lorenzi è stato davvero ispirato. Ḕ uscito bene dagli scambi, abbastanza brevi e forse troppo corti e su tempi troppo rapidi per Paolo, prendendo sempre l’iniziativa e gestendo il gioco. Forse è questo che ha penalizzato l’italiano, che non è riuscito a gestire l’impostazione del match. Non ha tenuto in mano le redini del gioco, ma soprattutto ha dovuto subire il divario di chances non sfruttate con l’altro. A fare la differenza non è stato tanto il parziale di colpi vincenti, quanto le occasioni maturate: Goffin non ne ha sprecata quasi nessuna, realizzando quasi tutte le palle break che gli si sono proposte. Non a caso, infatti, se l’incontro è iniziato abbastanza duro, ma equilibrato per l’azzurro, subito alla prima opportunità c’è stato il break decisivo nel primo set: dal 4-3 il belga è volato 5-3 per andare a chiudere 6/3. E addirittura in apertura di secondo si è portato immediatamente sull’1-0: stessa storia, sempre un altro 6/3. 6/2 il terzo, lottato, con una serie di break e contro break vinta da Goffin, con un Lorenzi rassegnato e stanco nel finale. Forse non avrebbe potuto fare di più, di certo affrontare la partita con più rilassatezza gli avrebbe giovato. Forse avrebbe dovuto tentare prima di mandarlo fuori giri variando la tipologia di colpi, con più back, lob e smorzate, spostandolo sia lateralmente che in avanti nel campo. Forse non fosse stato il match decisivo, avrebbe dato un altro rendimento. Non facile giocare rilassato quando sai che l’esito dei quarti dipende da te. Il Belgio stava vincendo per 2-1, grazie alla rimonta nel doppio, dopo la sconfitta nei due singolari da parte di Lorenzi e Seppi (entrambi bravi, ma non abbastanza da dominare gli incontri). Sentire la responsabilità del destino della propria squadra può spaventare: sicuramente Paolo un po’ ha percepito il peso di un ruolo che di solito spetta a Fognini. Ma il ligure era fuori, messo ko dall’infortunio che lo ha colpito e dai dolori al polso destro e al tallone sinistro. Tennista ugualmente di grossa personalità come gli altri azzurri, ha maggiore carattere, riuscendo a rendere al meglio nei momenti decisivi, che sa giocare molto bene. Questa più profonda aggressività, cattiveria agonistica, grinta e tenacia mancano un po’ nelle fasi clou dei match a Lorenzi e Seppi. Sicuramente capitan Barazzutti dovrà trovare un “sostituto” di Fognini in Davis. Un compito arduo, ma delle piacevoli soprese per lui ci sono state. Se Goffin è stato l’uomo-Davis per il Belgio, per l’Italia lo è stato Simone Bolelli nel doppio. Magnifico il modo in cui ha trascinato Seppi. La nuova coppia con Andreas è stata una gradita rivelazione. Con il suo potente dritto in accelerata, l’altoatesino si è dimostrato un’ottima spalla. Tuttavia è stato il tennista di Bologna ha “dettare” la tattica di gioco: buono il servizio, ottima tenuta di rete con cui ha coperto il net, intervenendo anche in diagonale sulle traiettorie degli scambi a chiudere; validi i passanti di rovescio in top spin a una mano. A tratti ha attuato un interessante schema: lob a scavalcare l’avversario e fondamentali che ha “caricato”, accelerando per chiudere prima lo scambio da vero doppista. Ottimi i recuperi e la solidità che ha dimostrato, dando sicurezza ad Andreas, consigliandolo e suggerendogli dritte di gioco. Sicuro di sé, ha infuso convinzione a Seppi che ne ha fatto un punto di riferimento: più volte lo è andato a cercare per confrontarsi con lui. Bolelli è apparso molto concentrato, deciso e determinato; quasi che sentisse il peso dell’impegno che gli spettava, da più esperto e veterano. Anzi, forse meno in soggezione rispetto al doppio con Fabio, la cui amicizia e stima potrebbero in certi frangenti “bloccarlo”. Quando Bolelli gioca a tutto braccio può insegnare molto. Continuare con questa coppia per Barazzutti potrebbe diventare un’arma vincente. Così come altra positiva scoperta è stata quella di Alessandro Giannessi. Nell’ultimo match di singolare l’italiano, n.122 Atp, ha battuto Joris De Loore in due set con il punteggio di 6-4 7-6(9), dopo un’ora e 20 minuti di gioco. L’azzurro ha assolutamente convinto per la sicurezza di gioco, per la caparbietà con cui è sceso in campo, con la lucidità e la tranquillità di tattica e visione di gioco degne dei campioni. Per lui si prospetta un futuro roseo. Una risorsa da non sprecare, ma da sfruttare, per la Coppa Davis. Ha dimostrato grande maturità nel giocarsi la sua partita al meglio, al 100% senza esitazioni, con una precisione tecnica e di schema tattico stupefacenti. Forse era già pronto per poter giocare lui contro Goffin, provando l’effetto sorpresa; anche puntando sul fatto che aveva dalla sua l’incoscienza e la scelleratezza, la spregiudicatezza di chi non deve dimostrare niente, ha tutto da guadagnare e nulla da perdere, di chi può godersi il suo momento di gloria senza tremare per la paura di sbagliare, perché sa che ha già vinto e ottenuto molto e tantissimo anche solo ad essere lì. Un discorso che può fare meno chi come Lorenzi, da n. 38 Atp, ha su di sé più aspettative in Davis e forse pretende di più (troppo) da se stesso. Per Paolo una sconfitta “pesante” quella contro il belga David Goffin, incassata in poco meno di due ore. Ora l’importante è non pensarci su troppo, andare avanti, reagire e lavorarci sopra, riflettendo soprattutto su questi nuovi scenari aperti: la nuova coppia di doppio Bolelli-Seppi e il neo singolarista Giannessi, che già aveva infervorato lo scorso anno il Foro Italico durante le pre-qualificazioni e le qualificazioni degli Internazionali Bnl d’Italia. Assolutamente all’altezza dei big, rispetto ai quali non ha nulla di meno. Davvero una buona notizia per l’Italia e gli azzurri. Anche perché, con il tempo e l’esperienza, avrà modo di crescere ancor di più e maturare ulteriormente, anche se ha già dato prova di avere un’attitudine e un approccio corretti e giusti ai match e di avere un buon self-control, anche dal punto di vista della tenuta mentale e psicologica.

Barbara Conti

Top & Flop. Falcinelli fa l’Icardi: il Crotone torna a sperare

La sorpresa della 31esima giornata è la vittoria 2-1 dei calabresi contro l’Inter: ora l’Empoli dista appena 3 punti, mentre i nerazzurri scivolano al settimo posto e sarebbero fuori anche dall’Europa League. Higuain rompe il digiuno con una doppietta al Chievo, la Roma passa a Bologna e resta a -6 dai bianconeri. La Lazio cede in casa al Napoli e abbandona le speranze Champions. Nel prossimo turno tutti in campo di sabato. Vediamo i top & flop di questo weekend.

icardi (1)TOP – 3. KWANG-SONG HAN – Il giovane attaccante classe 1998 del Cagliari segna un gol inutile, ma storico nel match interno dei sardi contro il Torino. I granata vincono infatti 3-2 al Sant’Elia, ma Han è il primo giocatore nordcoreano a segnare una rete nel nostro campionato. Ne sentiremo parlare.
2. LORENZO INSIGNE – Trascina il Napoli nel successo 3-0 in casa della Lazio. L’attaccante campano segna una doppietta e conferma che quest’anno, oltre al solito rendimento altissimo, è migliorata anche la vena sotto porta. I gol in campionato sono infatti 14. Il ct della Nazionale Ventura non può ignorarlo.
1. DIEGO FALCINELLI – Il centravanti del Crotone trascina i calabresi nel sorprendente successo per 2-1 all’Ezio Scida contro l’Inter. L’ex Sassuolo firma una doppietta arrivando a 11 gol in campionato, vincendo la sfida nella sfida contro Icardi. Adesso i pitagorici sognano: l’Empoli, quartultimo in classifica, dista appena 3 punti. Mister Nicola si affida alle reti del suo goleador per un’impresa salvezza che avrebbe del miracoloso.

falcinelli (1)FLOP – 3. CIRO IMMOBILE – Di nome e di fatto. Non incide mai in Lazio-Napoli, finita 0-3 per i campani. Ben arginato dalla coppia difensiva Koulibaly-Albiol, l’attaccante della Nazionale accusa probabilmente un po’ di stanchezza dopo il derby di Coppa Italia contro la Roma di martedì scorso, dove invece è stato grande protagonista.
2. RUBINHO – Continua il disastro Genoa. Arriva un’altra pesante sconfitta per il Grifone, sconfitto 3-0 in casa dell’Udinese. Un ko che costa la panchina ad Andrea Mandorlini: al suo posto il presidente Preziosi richiama Ivan Juric, esonerato due mesi fa. Da film horror l’autorete del portiere brasiliano che ha goffamente buttato nella propria porta un calcio d’angolo del friulano De Paul: un segnale di come la squadra abbia mentalmente staccato la spina.
1. MAURO ICARDI – Un fantasma a Crotone. Non tocca praticamente una palla e sembra un agnellino in mezzo alla gabbia dei leoni dei difensori calabresi. Se lui non segna, l’Inter non vince. E ora i nerazzurri, dal sogno Champions, si trovano al settimo posto, fuori anche dalla Europa League. Sarà decisivo il derby pasquale di sabato prossimo contro il Milan, ora a +2 sui cugini lombardi.

Francesco Carci

Coppa Italia: niente rimonte, la finale sarà Lazio-Juventus

immobileSconfitte indolori per i biancocelesti e i bianconeri, che perdono entrambe 3-2 rispettivamente contro Roma e Napoli, ma fanno valere il vantaggio delle sfide dell’andata. Appuntamento al 2 giugno per la finalissima

ROMA, VIA SPALLETTI? – La Lazio partiva dal 2-0 dello scorso primo marzo. Missione dunque difficile per la Roma, che si è fatta decisamente più in salita dopo il vantaggio biancoceleste di Milinkovic-Savic. Prima dell’intervallo il pareggio di El Shaarawy ha ridato qualche speranza ai giallorossi. Ma il 2-1 di Immobile a inizio ripresa ha chiuso definitivamente i giochi, nonostante poi la doppietta di Salah che ha regalato la vittoria alla Roma per 3-2. A passare sono però i ragazzi di Simone Inzaghi, che si godono così la sconfitta più dolce della storia del derby. Tutto da vedere quale sarà ora il futuro dell’allenatore giallorosso Luciano Spalletti: più volte il tecnico toscano ha infatti ribadito l’intenzione di lasciare la Capitale se non avesse vinto un trofeo. Resta solo lo scudetto, ma la Juventus ha 6 punti di vantaggio. Storia al capolinea?

higuainHIGUAIN “INGRATO” – Discorso simile per la seconda semifinale. La Juventus si è presentata a Napoli forte del 3-1 dell’andata. Tutto lo stadio “San Paolo” ha ricoperto di fischi l’ingresso in campo del “traditore” Gonzalo Higuain, passato in estate proprio dagli azzurri ai rivali bianconeri. L’argentino non si è fatto condizionare, anzi ha firmato una doppietta decisiva per il passaggio in finale della Vecchia Signora. I campani sono riusciti a vincere 3-2 con i gol di Hamsik, Mertens (a segno dopo 11 secondi dal suo ingresso grazie a una papera di Neto) e Insigne. Ma all’ultimo atto, per il terzo anno di fila, vanno i campioni d’Italia.

APPUNTAMENTO AL 2 GIUGNO – La finalissima si disputerà il prossimo venerdì 2 giugno allo stadio Olimpico di Roma. La Juventus, vincitrice delle ultime due edizioni, va a caccia del tris e parte ovviamente favorita, anche perché in campionato ha battuto la Lazio sia nel girone d’andata che in quello di ritorno. Guai però a sottovalutare i ragazzi di Simone Inzaghi, insieme all’Atalanta la vera sorpresa di questa stagione. Sarà un replay della finale 2015 quando i bianconeri si imposero 2-1 ai supplementari grazie al gol decisivo di Matri dopo le reti di Radu e Chiellini nei 90’ regolamentari.

Top & Flop. Donnarumma-Icardi, Weekend da incubo per i milanesi

Un pasticcio del portiere rossonero, con la collaborazione di Paletta, rovina il pomeriggio a Montella, che ottiene solo un punto in casa del fanalino Pescara. L’Inter cede alla Sampdoria e saluta definitivamente le speranze Champions. Pareggio 1-1 tra Napoli e Juventus, ne approfitta la Roma (2-0 all’Empoli) che ora è a -6 dai bianconeri. In coda colpo del Crotone a Verona contro il Chievo: la salvezza dista 5 punti. Vediamo i top & flop di questa giornata.

gomezTOP – 3. CRISTIANO LOMBARDI – L’esterno ’95 della Lazio entra in campo nel finale della partita contro il Sassuolo sul punteggio di 1-1 al posto di Felipe Anderson. Il brasiliano non la prende bene, ma è proprio da un cross velenoso del giovane biancoceleste che nasce l’autogol di Consigli, sfortunato sulla deviazione del compagno di squadra Acerbi, che permette ai ragazzi di Simone Inzaghi di ottenere 3 punti d’oro. Il miglior modo per Lombardi di festeggiare il fresco prolungamento del contratto fino al 2022. Domenica all’Olimpico arriva il Napoli: sfida dal profumo di spareggio per il terzo posto.
2. KHOUMA BABACAR – L’attaccante senegalese della Fiorentina risolve il match complicato in casa contro il Bologna. Entrato dopo l’intervallo al posto dell’acciaccato Kalinic, Babacar dimostra di poter essere prezioso nelle (poche) occasioni che gli concede il tecnico Paulo Sousa. E i viola sperano ancora nell’Europa League.
1. ALEJANDRO GOMEZ – A Genova va in scena l’ennesimo “Papu Show”, il migliore della stagione. Il numero 10 dell’Atalanta segna una tripletta nel 5-0 dei nerazzurri in casa di un Genoa sempre più triste. Una bella rivincita per Gasperini, tecnico dei bergamaschi e grande ex della partita (per lui tantissimi applausi), mentre il pubblico rossoblù non risparmia cori e striscioni contro il presidente Preziosi.

FLOP – 3. ANDREA MANDORLINI – Per trovare un responsabile dell’attuale situazione del Genoa scegliamo l’allenatore, anche se le colpe vanno equamente divise con società e calciatori. Un vero peccato per una squadra che aveva iniziato benissimo la stagione (difesa seconda soltanto a quella della Juventus senza dimenticare le vittorie interne contro Milan e la stessa Juve), prima di un vero e proprio crollo. Il presidente Preziosi a gennaio si è privato di due pedine fondamentali come Rincon e Pavoletti, comprando tanti giocatori che hanno creato solo confusione nelle scelte di Juric (esonerato un mese fa) e ora di Mandorlini. Ci si è messa anche la sfortuna con gli infortuni di Perin e Miguel Veloso, mentre alcuni giocatori non stanno rispettando le aspettative. L’unica nota lieta è che quest’anno la zona salvezza è talmente bassa che non c’è mai stato seriamente il pericolo di retrocessione. Ma i tifosi giustamente pretendono qualcosa in più.
2. MAURO ICARDI – L’attaccante argentino fallisce clamorosamente un gol a porta vuota in Inter-Sampdoria. Il risultato era sull’1-1 e, come insegna la più antica regola del calcio, dopo il “gol mangiato” arriva il “gol subito” con il rigore trasformato da Quagliarella. Addio ai sogni Champions per i ragazzi di Pioli, il cui futuro a Milano sembra sempre più incerto.
1. GIGIO DONNARUMMA – Il calcio dà, il calcio toglie. Un esempio lampante è quello successo nel giro di pochi giorni al baby portiere del Milan, Gigio Donnarumma. Ad appena 18 anni ha difeso la porta della Nazionale nell’amichevole di martedì scorso contro l’Olanda (vinta 2-1 dagli azzurri) ed è stato uno dei migliori in campo. Non è un caso che sia considerato da tutti l’erede di Gianluigi Buffon. Eppure domenica a Pescara commette una grave ingenuità non stoppando un retropassaggio del compagno di squadra Paletta, causandone un goffo autogol. Capita anche ai migliori, però il Milan perde due punti fondamentali nella corsa all’Europa League.

Francesco Carci

Scozia 29 Italia zero.
Gli azzurri chiudono a zero gara e classifica

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Termina nel peggiore dei modi il Sei Nazioni degli Azzurri. Un’Italia informe, quella vista a Edimburgo, fiacca fisicamente, assente mentalmente, capace solo di una “non prestazione”. E dire che le opportunità la Scozia le hanno anche concesse ma le ataviche inabilità alla marcatura italiane si sono manifestate in tutta la loro drammaticità.

Si può scrivere di un’Italia “inconcludente” nel senso più stretto del termine.

Il risultato finale non è, in ogni modo, mai stato in discussione e ad una Scozia, non proprio insuperabile, è stato sufficiente spingere “quanto bastasse” per raggiungere l’obiettivo.

Per il secondo posto in classifica generale doveva rastrellare i cinque punti dati dalla marcatura di quattro mete e quattro mete sono state. Solo il successo dell’Irlanda, che guasta la festa finale all’Inghilterra incapace nell’impresa di centrare per il secondo anno consecutivo il “Grand Slam” e si ferma a 18 vittorie ininterrotte solo eguagliato il record degli All Blacks, ed il computo matematico hanno relegato gli scozzesi al quarto posto sebbene a pari punteggio. Sarebbe stato il miglior piazzamento dopo la vittoria del 1999 quando ancora era il Cinque Nazioni.

Si potrebbero commentare dei tre calci falliti su tre e del piede di Carlo Canna, o delle disattenzioni in touche, si potrebbe annotare l’assedio azzurro quando, nei primi dodici minuti del secondo tempo, ha ballato a pochi centimetri dalla linea di meta tutto sfumato con un avanti.

Ma la cronaca della partita diventa insignificante quando è ora di ben più importanti valutazioni d’insieme.

Il bilancio Azzurro è negativo, a prescindere da “cucchiai”, perché il rugby italiano sta confermando una scoraggiante fragilità strutturale. Insomma il re è nudo.

O’Shea, sebbene protegga squadra e staff, è parso particolarmente preoccupato e, in qualche modo, deluso.

Ha sicuramente ereditato una situazione incrostata, troppe volte coperta o giustificata per motivazioni differenti che in tutte le direzioni andavano tranne il supremo bene del ovale. Siamo ad anni luce dal “work rate” reclamizzato.

Il risveglio è altro, ripetuti errori gestuali, idee confuse e disordine comportamentale, probabilmente, lo hanno convinto che la strada è molto più lunga ed ardua di quanto si aspettasse.

Il “Progetto” che ha in mente, per rimanere quello originario, passa per lo stravolgimento totale del rugby italiano.

Ridurre l’abissale gap con le prime dieci del ranking mondiale reclama l’innalzamento del livello, la crescita di potenzialità diffuse, l’estensione della scelta.

Pretenderà “carta bianca” perché, dopo tanti proclami, si dia inizio ad un reale lavoro pianificato che comprenda incessante attenzione sui giovanissimi, un rafforzamento delle “accademie”, un coordinamento sulle franchigie.

Tutto non può essere immediato ma inconfutabili segnali d’inversione di tendenza devono pervenire subito per tirare su il morale del movimento.

Magari abbandonando l’idea di osservatori nelle isole del Pacifico e fare una “chiamata” a giocatori con già “DNA italiano” in giro per il Mondo (leggi Alex Lozowski, classe 1993, utily-back dei Saracens, i fratelli Tedesco nel XIII Down Under).

Molto girerà attorno a questioni di danaro ma prendiamolo come un investimento …i vertici del rugby nazionale sono informati.

da RugbyingClass di Umberto Piccinini