Rugby Cattolica TM: Azzurri sgretolati dagli All Blacks

all blacks italiaSemplicemente non c’è stata partita, ergo, più che un test match è stato un crash-test. Un frontale in piena regola dove l’utilitaria azzurra non ha assorbito il brutale urto sbriciolandosi letteralmente contro l’incrollabile barriera nera. Dieci mete a zero, 66 a 3 il risultato finale, dove l’aspetto che più fa riflettere è il commento d’analisi della FIR, fra il rassicurante e lo scontato, con i consueti: “il progetto va avanti , quando giocano così il confronto è impossibile, sono di un altro livello”. Ci permetta l’ardire ma le sue spiegazioni risultano, a volte, troppo facili Mr.O’Shea.
Certo la sconfitta era nelle cose e contro una squadra tanto spietata quanto i “Tutti Neri” di sabato, pochi sarebbero usciti indenni.
Gli All Blacks hanno documentato a Roma quanto risaputo. Quanto sono permalosi alle sconfitte e la conseguente determinazione nella ricerca della vittoria, l’infinita quantità di talento disponibile e la varietà e adattabilità di gioco che possono esprimere non ha eguali sul Pianeta. La sconfitta di Dublino ha fatto scattare in loro l’immediato screening del perché. All’Olimpico vi è stata un ulteriore evoluzione dove la chiave è stata cancellare la prevedibilità modificando quando e come utilizzare i corridori dietro la prima ondata, l’ingrediente mancante contro l’Irlanda. I fratelli Barrett, Damian McKenzie, Richie Mo’unga, Anton Lienert-Brown, farebbero vincere la Coppa del Mondo a chiunque li schierasse.
Nessuno vuole infierire ma qualcosa di più, se non dire, bisogna fare. Più che il computo numerico è l’approccio al match o meglio il non approccio ad essere uno sfregio per tutto il movimento. I Media esteri hanno assolutamente snobbato gli Azzurri cancellandoli dalla cronaca e dedicando “esclusive paginate” su colorate analisi e quanto prodotto dagli All Blacks. D’altronde, poche volte, la squadra italiana è stata spettatrice rispetto a quanto succedeva in campo. Una quasi accondiscendenza psicologica, pur dannandosi, alla sconfitta. Il 101 a 3 contro gli All Blacks dell’ottobre 1999 aveva visto, come dire, più carattere in campo. Nonostante continui in qualche modo a rasserenarci, dicendoci cose anche ovvie, non tutti intravedono la stessa luce in fondo al tunnel che vede lei e i suoi collaboratori. Si era nella “terra di mezzo” fra il Grande Rugby, molto sotto, e il rugby di USA, Fiji, Giappone, Georgia, non molto più su, e lì ci troviamo dopo 30 mesi. Francamente con nostalgia, a volte, delle tanto deprecate “onorevoli sconfitte”.
C’è chi ha l’impressione, certamente data da un’angolatura meno privilegiata della sua, vi sia un impianto di gioco troppo “ortodosso” un po’ vetero, non al passo all’evoluzione del rugby nel terzo millennio. Pare quasi Lei si limiti a geometrie elementari forse ritenendo il nostro rugby non ancora all’altezza. Anche la scelta sui “nomi” ed il minutaggio da l’impressione sia, diciamo, poco aperta e con predilezione troppo conservativa. Non che si abbia tutto questo catalogo ma, in questi test autunnali e con un Mondiali alle porte, qualche prova in più la si poteva azzardare? Alla vigilia sono venute a mancare pedine quasi inamovibili come Minozzi, Parisse e Viola. Se per l’estremo ed il “Capitano” i sostituti hanno sempre ben figurato, in cabina di regia un terzo mediano di mischia lo si poteva chiamare in quattro partite in calendario? Assente anche Gori, magari quel Charly Trussardi, classe 1997, che benino ha fatto a Clermont lo scorso anno e bene fa a Bezier quest’anno. Un bel “metronomo” in netta crescita, almeno da quanto dicono attenti osservatori transalpini, con esperienza in una competizione dura e di livello come il ProD2. Sicuramente non ci porterebbe sull’Olimpo ovale ma farebbe attecchire quella naturale frenesia del posto sicuro a prescindere. Life goes on!

Rugby Cattolica TM: la miglior Italia sfida gli All Blacks

hakaLa popolarità degli All Blacks è globale. Sono nell’immaginario collettivo sinonimo di invincibilità. Persone, che mai hanno visto un pallone ovale, identificano “un imbattibile” come un All Black.

Gli All Blacks, in campo, sono invece … insuperabili. Puoi fare più punti di loro in un match, come sette giorni or sono è riuscito all’Irlanda, ma non li batterai mai realmente. Il rugby, in Nuova Zelanda, è identità, è collante sociale, un culto, un modo di vivere, è lo swing di tutto un Paese. All Blacks è un copyright granitico, protetto da ferrei controlli, che sforna quattrini a ripetizione e fa girare un indotto economico a 360 gradi. Gli sponsor si contendono uno spazietto di pochi centimetri a suon di milioni, i diritti televisivi e media in genere aumento il plafond di spesa in modo esponenziale. Siamo alla quinta essenza del professionismo e niente è gratis. L’uso della Haka Ka Mate prima di ogni match, è concesso ai “Tutti Neri” solo a fronte di un preciso accordo sancito nel 2009, garantito dal Governo neozelandese, con il gruppo tribale Ngati Toa, Maori dell’Isola del Nord, che ne preserva le origini ancestrali scongiurando un utilizzo trash. Si penserà il tutto sancito da una stretta di mano? Certamente dopo tanto di firma su carta bollata e una disposizione speciale in un pacchetto di risarcimento pari a 121 milioni di Dollari neozelandesi che convertiti in Euro fanno la bellezza di 73milioni. D’altronde sulla bilancia ha pesato un ”abuso” dei diritti umani e culturali durati ben 160 anni. Nel Mondo All Black casualità è termine sconosciuto. I meccanismi, fuori e dentro il terreno di gioco, vengono provati, provati, provati, in modo maniacale fino a divenire un automatismo di perfezione assoluta. Come grattarsi la testa quando si ha prurito. Questo gli permette di essere, in assoluto, il team più vincente fra tutti gli sport.

Domani, Stadio Olimpico di Roma fischio iniziale ore 15, questi “extra terrestri” sfidano la molto terrena nazionale Azzurra. Quella contro l’Italia, dopo una vittoria risicata contro gli Inglesi e una sconfitta a Dublino, diviene un momento di verità per salvare questo tour nell’Emisfero Nord. Terminare con una prestazione superba diventa il leitmotiv. Il significato non è certamente di buon auspicio per gli Azzurri.

Sulla sponda Azzurra, O’Shea, propone contro i vincitori delle due ultime Coppe del Mondo la stessa squadra di sabato scorso ad eccezione di Bellini, infortunato contro i Wallabies, sostituito all’ala dal giovane Sperandio. Novità in panchina con il ritorno in Azzurro dell’utily-back Edoardo Padovani che relega, sorprendentemente, in tribuna l’apertura delle Zebre Carlo Canna. Il Commissario tecnico chiede alla squadra italiana il miglior rugby possibile:

“Sarà importante non pensare troppo al loro potenziale – ha esordito  Head Coach durante la conferenza stampa di annuncio formazione – soprattutto con squadre di questo livello. Il nostro focus sarà sulla nostra prestazione. Abbiamo dimostrato che quando abbiamo tanta ambizione e seguiamo il piano di gioco, come successo nell’ultima partita del 6 Nazioni scorso contro la Scozia, il secondo test contro il Giappone e nell’ultima partita contro l’Australia, creiamo tante occasioni pericolose per poter segnare punti”. “La nostra mentalità deve essere sempre quella di imporre il nostro gioco. La settimana scorsa c’è stato un grande passo avanti nella prestazione con tante azioni nei 22 metri dell’Australia. Il percorso iniziato due anni fa è importante, abbiamo una squadra giovane e promettente che crede molto nel lavoro che facciamo giorno dopo giorno. Vogliamo diventare una grande squadra per noi, per i nostri tifosi. Il motivo per cui ero tanto arrabbiato dopo la gara di sabato scorso è perché abbiamo speso tante energie, abbiamo fatto una buona prestazione ma siamo riusciti a finalizzare quanto potevamo”. “Le prestazioni come quella di sabato devono diventare una abitudine” . Non per fare i soliti italiani ma un pizzico di fortuna potrebbe far comodo.

ITALIA 15 Jayden Hayward, 14 Tommaso Benvenuti, 13 Michele Campagnaro, 12 Tommaso Castello, 11 Luca Sperandio, 10 Tommaso Allan, 9 Tito Tebaldi, 8 Abraham Jurgens Steyn, 7 Jake Polledri, 6 Sebastian Negri, 5 Dean Budd, 4 Alessandro Zanni, 3 Simone Ferrari, 2 Leonardo Ghiraldini, 1 Andrea Lovotti

In panchina: 16 Luca Bigi, 17 Cherif Traorè, 18 Tiziano Pasquali, 19 Marco Fuser, 20 Johan Meyer, 21 Guglielmo Palazzani, 2 Luca Morisi, 23 Edoardo Padovani, HC Conor O’Shea

NUOVA ZELANDA 15 Damien McKenzie, 14 Jordie Barrett, 13 Anton Lienert-Brown, 12 Ngani Laumape, 11 Waisake Naholo, 10 Beauden Barrett, 9 TJ Perenara, 8 Kieran Read, 7 Ardie Savea, 6 Vaea Fifita, 5 Scott Barrett, 4 Patrick Tuipulotu, 3 Nepo Laulala, 2 Dane Coles, 1 Ofa Tungafasi, HC
In panchina: 16 Nathan Harris, 17 Karl Tu’inukuafe, 18 Angus Ta’avao, 19 Brodie Retallick, 20 Dalton Papalii, 21 Te Toiroa Tahuriorangi, 22 Richie Mo’ounga, 23 Rieko Ioane, HC Steve Hansen

Diretta tv su DMAX, canale 52 del digitale terrestre a partire dalle 14.15

Umberto Piccinini by RugbyingClass

Schumacher, video inedito: “Emozione più bella? Titolo in Ferrari”

schumacher32ROMA – La famiglia di Michael Schumacher rompe il silenzio. Le persone vicine al pilota tedesco, in coma da quasi 5 anni in seguito al terribile incidenti sugli sci, ha deciso di pubblicare un video con un’intervista di Schumi risalente al dicembre 2013. Schumi in quell’occasione ha risposto alle domande dei tanti fan, ripercorrendo i momenti più belli della sua carriera.

IL TITOLO CON LA ROSSA – “Il primo titolo con la Ferrari è stata l’emozione più grande”. Così Schumacher ha ricordato il grande trionfo del 2000 con la Rossa: “Dopo 21 anni senza mondiale per la Ferrari e quattro anni per me senza successi, alla fine ho vinto una gara eccezionale a Suzuka, ed ho vinto il Mondiale”. Un successo che è stato il preludio agli anni d’oro per Schumi e la Ferrari, così il Kaiser ha parlato anche del suo talento: “La Formula 1 è molto dura, anche se prima lo era molto di più. Ma ancora è uno degli sport più difficili che si possono fare, quindi è necessario moltissima preparazione. Ho sempre pensato: ‘Non sono troppo bravo, devo lavorare di più’, e questa è una delle chiavi che mi ha fatto diventare quello che sono diventato”.

L’IDOLO… SCHUMACHER – Un tifoso chiese a Schumi anche chi fosse il proprio mito da bambino, la risposta è sorprendente: “Ammiravo Ayrton Senna e Vincenzo Sospiri, ma il mio vero idolo era Toni Schumacher perché era un grande calciatore”. E poi una battuta su Mika Hakkinen, storico rivale della McLaren ad inizio degli anni duemila: “È lui il ragazzo che ho rispettato di più per tutte le nostre battaglie. Tra noi c’è stato anche un rapporto privato molto stabile”. Parole che fanno aumentare la nostalgia per un grande campione.

Francesco Carci

Rugby Cattolica test match. La solita italia, amaro ritorno alla realtà

rugbySe vi era l’esigenza di conferme, il secondo Cattolica test match le ha date tutte. Una Australia irriconoscibile, tanto sbadata quanto maldestra, ha chiarito perfettamente il motivo della caduta libera nel ranking mondiale, mentre il rugby italiano, dal canto suo, ha dimostrato come possa vincere ma se incontra formazioni, anche mediamente in palla, purché non siano di alto livello. Quando ti limiti a giocare la solita mezzoretta su ottanta minuti in modo prevedibilmente scontato, più per propositi individuali che strategie corali, contro una due volte campioni del Mondo sebbene malaticcia, questo può fruttarti solo una sconfitta per 7 a 26 con quattro mete subite e una. E per fortuna che la difesa italiana è stata arrembante. Fatti controversi o iellati sono accaduti a partire da una direzione di gara un po’ così. Quindi concesso il poter maledire per il mezzo piede di Steyn oltre la riga nel momento in cui ha schiacciato in meta, inveire e qualcosa di più quando l’arbitro Gauzère ha annullato impropriamente per fuorigioco immaginario la meta di Tebaldi involatosi a marcare dopo un capolavoro d’intercetto su Gordon. Mettiamoci pure una avverabile “meta tecnica” non concessa a favore Azzurri su avanti intenzionale del pilone Sio, punito con il “giallo” che ha regalato quindici minuti, se pur inutilmente, l’uomo in più.

Nel rugby è crudo, il migliore vince e niente e nessuno può essere invocato per la sconfitta. Certo nessuno nasconde siano punti che alla fine difettano nel pallottoliere ma, francamente, questi particolari, ad altissimi livelli, rimangono particolari. L’entusiasmo, esternato, sia dal Commissario Tecnico O’Shea, sia dal Presidente Gavazzi, per l’ulteriore passo avanti della nostra nazionale non è di così immediata lettura. Anche perché, tutto sommato, si è di fronte ad una brutta e caotica partita dove diverse performance individuali sono state al di sotto degli standard minimi. Contro i Wallabies di Padova si poteva e doveva vincere mostrando il più bel impianto di gioco possibile, trascendendo dalla “giornata no” di Monsieur Gauzère. Invece non c’è stata contesa. Contro i Wallabies di Padova, dopo il solito furore iniziale e l’illusione che ne consegue, non ci hanno offerto neanche la soddisfazione assaporare almeno un’Italia cinicamente cresciuta che sfrutta le minime occasioni per marcare. In pratica quanto hanno fatto gli australiani che mettendo in campo una maggior classe e un impudente pragmatismo nei momenti cruciali hanno portato a casa il successo. In un week-end di grande rugby, anche televisivo, abbiamo avuto modo di ammirare lo scenografico rugby del terzo millennio e ti accorgi che se siamo, tornati, quattordicesimi nel ranking un motivo c’è. Per esempio siamo ad anni luce dall’avere le spettacolari geometrie del XIII con kick-cross che tagliano il campo da un lato all’altro. La nazionale italiana è infatti l’unica, siamo pur sempre nel 6 Nazioni, a non avvalersi di giocatori e/o tecnici con esperienze nel Rugby League. Vedi gli Azzurri e torni al rugby ortodosso, dove la base sta nella mischia che spinge e il mediano di mischia calcia nel “box”, magari male, dando sempre l’occasione di contrattacco agli avversari. Ancora oggi in pochi molto pochi, fra i migliori Azzurri, troverebbe spazio in una dei team del 6 Nazioni. La mancanza di progetti concreti e crescita del rugby nostrano fa sì che tutto venga fagocitato come ci fosse un “buco nero”. Esempio tipico sono le politiche giovanili dove potenziali speranze a distanza di pochi anni, se non espatriano in campionati più performanti, si mutano in vere “incompiute”. Una lista di qualche decina di nomi si potrebbe fare .

Sabato prossimo grande chiusura dei test match novembrini all’Olimpico di Roma incontrando gli All Blacks. I neozelandesi saranno impietosi dovendo dimostrare che la “dolorosa” sconfitta a Dublino contro un’indemoniata Irlanda pronta a usurpare la testa del ranking, è stato un accidentale sgambetto. Insomma peggior momento non poteva esserci. Cercasi maliarda con provata esperienza nel “malocchio”.

Umberto Piccinini by RugbyingClass

 

Rugby. Conor O’Shea, squadra che vince non si cambia

rugby-padovaSquadra che vince non si cambia? Pare sia così anche per Conor O’Shea, Commissario Tecnico della nazionale azzurra di rugby, visto che, per il confronto di domani contro l’Australia, ripropone, sia quattordici quindicesimi di chi scenderà in campo dal primo minuto, sia della panchina, rispetto la squadra vittoriosa a Firenze contro la Georgia. Un po’ è un “vezzo” di O’Shea l’essere particolarmente conservativo, un po’ ci ha messo del suo la malasorte con diverse fondamentali pedine lesionate alla vigilia del trittico novembrino da quest’anno targato Cattolica Assicurazioni. Mentre Sergio Parisse non totalmente recuperato torna a Parigi, provvidenziale il rientro di Jayden Hayward ad estremo, il giovane Luca Sperandio sarà in tribuna, che potrà garantire fiducia all’intero XV, sia in versione difensiva, sia offensiva. Un regista aggiunto, partendo dal triangolo allargato affiancato da Bellini e Benvenuti, sicuro sostegno alla coppia mediana Allan e Tebaldi. Campagnaro e Castello, quest’ultimo preferito ancora al più tecnico Morisi, rispettivamente con le maglie 12 e 13. Si ritrova invariato l’intero pacchetto che ha ridimensionato la mischia georgiana con Steyn a numero otto, Polledri e Negri flanker, Zanni e Budd in seconda linea e Ghiraldini, confermato capitano, con Lovotti e Ferrari in prima.

Se Roma piange sicuramente Canberra non ride. 2018 anno non facile per l’Australia, in caduta libera nel ranking, con tre sole vittorie in diciotto partite disputate e con il “partito” del fuori Cheika che ingrossa quotidianamente le sue file. Il Tecnico australiano, dopo aver incassato fresca “momentanea riconferma” alla guida degli Wallabies, da canto suo rivoluziona la formazione rispetto al match perso sette giorni or sono contro il Galles. Folau torna al naturale ruolo di estremo, il veterano Adam Ashley-Cooper e il diciottenne esordiente Jordan Petaia ali, Foley sarà centro consegnando la maglia da apertura a Matt To’omua in mediana con l’altro esordiente Jake Gordon. Confermate terza e seconda linea di Cardiff mentre bocciata due terzi della prima con l’innesto di Fainga a tallonatore e Tupou a pilone. Michael Cheika, giramondo della palla ovale con esperienze in Irlanda, Francia ma anche Italia come giocatore a Livorno e allenatore a Padova negli anni novanta, è pronto a non commettere un ennesimo passo falso e apertamente indisponibile ad accontentare coloro che vedono la sfida di Padova come un ripetersi del miracolo di Firenze contro il Sudafrica. Sarà, invece, una gara durissima da non minimizzare in caso contrario la pena potrebbe essere dolorosissima. Nonostante il momento di crisi la “Down Under” è pur sempre una squadra di grande livello e, tuttora da quanto mostrato, vi è ancora un livello tecnico abissale fra le due nazionali. Ma almeno sognare è ancora consentito e fa già parte del progetto.

ITALIA: 15 Jayden Hayward, 14 Tommaso Benvenuti, 13 Michele Campagnaro, 12 Tommaso Castello, 11 Mattia Bellini, 10 Tommaso Allan, 9 Tito Tebaldi, 8 Abraham Jurgens Steyn, 7 Jake Polledri, 6 Sebastian Negri, 5 Dean Budd, 4 Alessandro Zanni, 3 Simone Ferrari, 2 Leonardo Ghiraldini, 1 Andrea Lovotti.
A disposizione: 16 Luca Bigi, 17 Cherif Traore’, 18 Tiziano Pasquali, 19 Marco Fuser; 20 Johan Meyer, 21 Guglielmo Palazzani, 22 Carlo Canna, 23 Luca Morisi. H Coach Conor O’Shea

AUSTRALIA: 15 Folau, 14 Ashley-Cooper, 13 Kerevi, 12 Foley, 11 Petaia, 10 To’omua, 9 Gordon, 8 Hooper (cap), 7 Pocock, 6 Dempsey, 5 Coleman, 4 Rodda, 3 Tupou, 2 Fainga’a, 1 Sio.
A disposizione: 16 Polota-Nau, 17 Ainsley, 18 Kepu, 19 Arnold, 20 Samu, 21 Genia, 22 Beale, 23 Haylett-Petty. H Coach Michael Cheika

Fischio d’inizio ore 15,00 con diretta TV su DMAX, canale 52 del digitale terrestre, a partire dalle 14.15.

Umberto Piccinini by RugbyingClass

Rugby. Italia batte la Georgia, missione compiuta

rugbye italia georgia

La missione che l’Italia del rugby doveva compiere contro la Georgia era batterla e quattro belle mete azzurre, un lusso di non tutti i giorni, hanno sancito il risultato sul punteggio di 28 a 17 in nostro favore. C’è l’avvicendamento nel ranking, una sorta di ballo della mattonella, dove loro scendono e noi saliamo di un posto dal tredicesimo al quattordicesimo. La dimostrazione di superiorità del rugby italiano, rispetto al grossolano georgiano, è stata lapalissiana mettendo fine, almeno si spera, alla nenia internazionale (soprattutto di matrice inglese) che ha accompagnato quantomeno gli ultimi due 6 Nazioni. Non si discute e la “guerra tra poveri” ratifica lo “status quo”. Nel Torneo più “pregiato” il posto, anche se spesso di fanalino di coda, non può essere dei caucasici a dispetto italiano. Si può quindi tirare il più classico sospirone di liberazione? Si può salutare questa vittoria su di un avversario tanto limitato quale legittimazione ad occupare un posto nell’Olimpo ovale, perché in soldoni si afferma di poter competere alla pari con Irlanda, Francia e le tre suddite della “Corona”? I successi sono unguenti per l’anima e la mente ma può diventare un test-match contro la Georgia una questione di vita o di morte? Dai, francamente no. Chi aspira a tanto ha ben altre mire. Le altre cinque del “club”, dei Lelos di Firenze, ne avrebbero fatto poltiglia, gli avrebbero ridicolizzati con una montagna di mete chiudendo spietatamente il match con largo anticipo. Invece gli uomini di O’Shea, pur comprovando una maggiore qualità, hanno regalato troppi momenti di “black out” concedendo un dominio avversario impensabile. Questa Italia, performante nei punti d’incontro e con una mischia in gran spolvero ma con un gioco al largo veramente imbarazzante per assenza di particolare folgorazione e sostanza, ben oltre l’ottantesimo e dopo un lungo assedio, appena avuto il pallone in mano lo ha scaraventato in tribuna per decretare la fine delle ostilità. Visto il risultato non così in pericolo, altri, quegli altri, probabilmente avrebbero imbastito l’ultima azione, a sfregio, cercando la meta per ampliare ulteriormente il divario numerico. Così almeno si fa nel rugby. Se è questo il grande progetto che da ventiquattro mesi echeggia allora una seria riflessione la si deve fare. Ci sarà di cui parlare a partire da sabato prossimo quando a Padova, per il secondo test-match Cattolica, l’Australia sarà la cartina di tornasole per capire quanto e se incideva realmente questo “peso” che si sono tolti dalle spalle.

Umberto Piccinini
by RugbyingClass

Rugby. Al Franchi Italia contro Georgia per i Cattolica Test Match

italia georgiaSabato al Franchi di Firenze si affrontano Italia e Georgia e, un semplice test match o un’amichevole come le definiscono nel calcio, fra la tredicesima, loro, e la quattordicesima, noi, del ranking vale doppio. Da anni rivali a distanza, potranno dimostrare in mezzo al campo, nel primo Cattolica Test Match, il loro valore determinando sicuramente non pochi effetti di ritorno. Un confronto che i caucasici hanno prepotentemente preteso per documentare al Mondo come loro, i migliori del Rugby Europe Championship, un campionato europeo di serie “B”, possano facilmente e con ben più lusinghieri risultati sostituire gli Azzurri nell’aristocratico Sei Nazioni. La teoria georgiana, rispetto al Torneo più antico, vede una equazione semplice, semplice, la loro entrata, con attinente rigonfiamento delle casse, e la nostra uscita essendo da anni la parte in cui più facilmente possono affondare i denti. Come? Due sono i modi: Il meno facile ampliamento del numero dei partecipanti o, in alternativa, considerare una sorta di “geometrie variabile” con retrocessione dell’ultima classificata e il subentro dei vincitori del Rugby Europe Championship magari in un’eliminazione diretta. Problema vero è che questi “rocciosi montanari” hanno le carte in regola, e ne sono consci, per battere la nostra nazionale e questo non sia mai. Un XV, quello rosso crociato, che pratica un rugby veramente senza fronzoli facendo della pura fisicità di squadra e della mischia in particolare un intralcio per molte compagini. Sono talmente tecnicamente vigorosi negli avanti che Eddie Jones, geniale Head Coach dell’Inghilterra, li invita a costanti stage di allenamento ritenendoli il miglior “saggio” possibile per il pur forte pacchetto inglese. Il rugby, secondo sport nazionale di questo piccolo Paese di poco più di tremilioni di abitanti, ha una crescita vertiginosa e i suoi atleti, una volta ossatura della nazionale sovietica, rinforzano, con uno scambio osmotico di conoscenza, i migliori club dei campionati francesi e d’Inghilterra. Talmente determinati e carichi che usano tutti i mezzi per intimorire gli italiani compreso quello psicologico. L’inno arriverà sul maxi schermo del Franchi direttamente dalla voce dei georgiani che lo canteranno in diretta nella principale piazza della capitale Tblisi. O’Shea, pur facendo i conti con gli importanti infortuni, ha il compito di mettere in campo una squadra decisa con la voglia e l’ambizione non solo di giocare ma mentalmente pronta ad ottenere la vittoria. Con Parisse, sostituito da Steyn, ancora fuori per il riacutizzarsi del malanno al polpaccio, riproporrà dal primo minuto un terzo degli sconfitti dall’Irlanda sette giorni or sono. Non utilizzabili Minozzi, Hayward e Padovani dovrà riproporre il giovane Sperandio come estremo con Bellini e Benvenuti all’ala mentre In mediana Allan sostituisce Canna come apertura e Tibaldi mischia. La coppia di centri vede la conferma di Campagnaro e l’inserimento di Castello ritenuto più efficace di Morisi per le sue qualità di ball carrier. Alla carica contro il duro muro “Lelos”, come sono sopranominati i georgiani, anche i due giovani diamanti azzurri i flanker Polledri e Negri e l’esperienza in seconda linea di Zanni e Budd. A tormentarsi in prima il rientro a tallonatore di Ghirardini, che sarà capitano, mentre Lovotti e Ferrari piloni a vedersela direttamente in mischia chiusa. Non dovesse arrivare l’imposta vittoria, il contraccolpo in casa azzurra potrebbe essere durissimo tanto da autorizzare a riprendere il Savonarola quando cinquecento anni fa preannunciò il diluvio su Firenze.

ITALIA 15-Luca Sperandio, 14-Tommaso Benvenuti, 13-Michele Campagnaro, 12-Tommaso Castello, 11-Mattia Bellini, 10-Tommaso Allan, 9-Tito Tebaldi, 8-Braam Steyn, 7-Jake Polledri, 6-Sebastian Negri, 5-Dean Budd, 4-Alessandro Zanni, 3-Simone Ferrari, 2-Leonardo Ghiraldini (capitano), 1-Andrea Lovotti. In panchina: 16-Luca Bigi, 17-Cherif Traore, 18-Tiziano Pasquali, 19-Marco Fuser, 20-Johan Meyer, 21-Guglielmo Palazzani, 22-Carlo Canna, 23-Luca Morisi HC Conor O’Shea

GEORGIA 15-Iosed Matiashvili, 14-Giorgi Koshadze, 13-Merab Sharikadze, 12-Tamaz Mchedlidze, 11-Zurabi Dzneladze, 10-Lasha Khmaladze, 9-Vasil Lobzhanidze, 8-Beka Gorgadze, 7-Giorgi Tsutskiridze, 6-Otari Giorgadze, 5-Lasha Lomidze, 4-Nodar Cheishvili, 3-Davit Kubriashvili, 2-Jaba Bregvadze, 1-Mikheil Nariashvili. In panchina: 16-Shalva Mamukashvili, 17-Zurabi Zhvania, 18-Levan Chilachava, 19-Shalva Sutiashvili, 20-Beka Bitsadze, 21-Gela Aprasidze, 22-Lasha Malaguradze, 23-Giorgi Kveseladze. HC Milton Haig.

Arbitro Glenn Jackson (Nuova Zelanda)

Fischio d’inizio ore 15 con trasmissione in chiaro tv Dmax, canale 52 del digitale terrestre.

Tennis: tutto pronto per Milano. Barty, Khachanov e i numeri uno

BBPk64DProssimi appuntamenti con il tennis, a seguire, le Next Gen Atp Finals e le Atp Finals di Londra. Se tutto è pronto per le prime – al via dal 6 al 10 novembre prossimi a Milano – si è cominciato già a formare lo schieramento dei big che scenderanno in campo nelle seconde. Per quanto riguarda l’evento italiano, si è già cominciato a giocare e si è concluso il torneo di qualificazione preparatorio – tutto italiano – per decidere quale sia il tennista nostrano ad entrare a pieno regime nel ‘tabellone’. Il vincitore è risultato un sorprendente Liam Caruana, che ha sconfitto il favorito Raul Brancaccio; dopo aver perso il primo set, l’atleta ha rimontato; una partita equilibrata in cui ci sono stati anche due tiebreak, che si è aggiudicato appunto il futuro vincitore. Se nel primo set è stato Raul ad andare subito in vantaggio per 3-1, nel secondo è stata la volta di Liam a passare avanti nel punteggio con lo stesso score. Un tennista molto vivace, con ottima mobilità, che ha saputo mettere pressione, essere incisivo con la sua velocità di colpi, in grado di rispondere a tutto e di respingere ogni colpo, costringendo l’avversario a venire in avanti a rete e a prendersi più rischi. Molto preciso, anche nell’incontro precedente con Giacomini, altro tennista dal gioco molto dinamico e rapido, dai colpi molto potenti e profondi, con cui ha messo in atto una rimonta similare. Quasi due match speculari. Brancaccio era il favorito, sembrava il più esperto, il più solido, il più maturo, il più equilibrato, invece si è fatto sorprendere dal fervore di un tennista fresco, grintoso, che ha fatto della giusta rabbia agonistica il vigore per vincere. 2-4 4-1 4-3 4-3 il punteggio finale con cui Caruana è diventato l’ottavo partecipante alle Next Gen Atp Finals. Sicuramente sono stati giovani che hanno regalato emozioni. Un’ottima vetrina per tutti quanti, ognuno voglioso di rappresentare l’Italia. Come sempre c’è riuscito solamente uno, ma – date le esperienze passate – sicuramente resterà un’esperienza positiva e un ottimo trampolino di lancio per ciascuno. Nulla da fare quest’anno per Matteo Berrettini e per Andrea Pellegrino, a quest’ultimo forse ha giocato un brutto scherzo l’emozione; ma, se si pensa che solamente un anno fa Matteo Berrettini giocò ed entrò nel tabellone delle Next Gen Atp Finals, ma poi perse subito al primo turno, eppure quest’anno di strada ne ha fatta, facile pensare a quali prospettive rosee e positive si aprano per questi giovani talentuosi e forti soprattutto da un punto di vista mentale. Caruana ha realizzato un sogno, compiendo quel miracolo in cui confidava, sulla spinta delle fede religiosa che sente, tanto da avere tatuato sul costato un passo della Bibbia, tratto dal Libro dei proverbi, che cita proprio la frase: “confida nel Signore con tutto il tuo cuore [….]”. Milanista (anche se, per le Next Gen Atp Finals sarebbe stato disposto anche, in caso di vittoria, a vestire la maglia dell’Inter e gridare persino: ‘forza Inter!’ – come ha confessato in un’intervista rilasciata a Supertennis), tifoso e grande estimatore di Kei Nishikori (per il suo temperamento moderato e tranquillo, per la sua velocità di colpi e rapidità di movimento e spostamento in campo: “in questo lo vedo e sento simile a me” – ha ammesso il giovane tennista -), invece, Raul Brancaccio. Questo ci riporta al grande appuntamento con i big per le Atp Finals di Londra e al torneo precedente indoor: il Master 1000 di Parigi Bercy. Ad aggiudicarselo proprio un ex Next Gen: il 22enne Karen Khachanov. Un torneo strepitoso per il russo, che si aggiudica il terzo titolo stagionale e il quarto in carriera. Infatti quest’anno si è imposto: a Marsiglia (altro indoor in Francia) – sul francese Lucas Pouille (per 7/5 3/6 7/5) -, alla Kremlin Cup a Mosca (sul francese Adrian Mannarino, con un doppio 6/2), ora al Rolex Paris Master di Parigi Bercy. Suo primo Master 100 in carriera. Il suo primo torneo vinto risale al 2016, quando conquistò l’Open di Chengdu sullo spagnolo Albert Ramos-Vinolas per 6/7 7/6 6/3. Sicuramente non finiranno qui i successi e i traguardi per questo tennista talentuoso, che sale alla posizione n. 11 del mondo e si concede la possibilità di giocare le Atp Finals di Londra. Ai danni di Fabio Fognini, che non riesce ad accedervi. Infatti i due tennisti si contendevano il posto per l’appuntamento londinese; ma al russo è riuscita un’impresa strepitosa, mentre l’azzurro si è trovato di fronte un solido Federer a fermare il suo cammino. Khachanov ha sconfitto, di seguito: Krajinović, per 7/5 6/2; Ebden per 6/2 2-0, quando l’australiano si è ritirato; Isner, per 6/4 6/7 7/6; Alexander Zverev, numero cinque del mondo, per 6/1 6/2 e Dominic Thiem, numero sette del mondo, per 6/4 6/1. Approdando, così, alla finale. Un talento il suo indiscusso, esploso di recente. Gioca da quando aveva tre anni e, in finale, ha persino superato il numero uno al mondo Novak Djokovic. Il russo ha giocato in maniera strepitosa, molto solida, mettendo a segno alla perfezione ogni colpo: di dritto o di rovescio, al servizio o a rete, da fondo o in attacco. Davvero pressoché ingiocabile. Il serbo ha raggiunto la vetta della classifica mondiale, ma si è dovuto arrendersi alla maggiore freschezza fisica e agonistica del russo, che in finale lo ha sconfitto per 7/5 6/4. Forse Nole ha pagato la stanchezza della dura semifinale contro Roger Federer, durata tre ore e terminata solamente al terzo set per 7/6 5/7 7/6; per non parlare del match contro Cilic nei quarti, vinto dal serbo per 4/6 6/3 6/2. Due partite perfette giocate da Djokovic, anche con tutta l’influenza addosso. Davvero encomiabile il suo estro da campione e da maestro. Tutti vedevano nella semifinale tra i due big indiscussi la vera finale dl torneo. Per quanto la finale reale non abbia mancato di regalare emozioni, sicuramente il pathos e la tensione che ci sono stati per lo scontro tra Federer e Djokovic entreranno nella storia del tennis e non saranno facili da ripetersi. Il campione di Basilea inseguiva il suo record di cento tornei vinti, che ha solo sfiorato; ma ha giocato la sua partita perfetta, la migliore di sempre probabilmente. Il miglior Nole ha vinto sul miglior Roger. Se avessimo dovuto scegliere una canzone a descrivere quell’incontro tra titani, sarebbe stato “Unici” di Nek, quando dice: “due come noi non li hanno visti mai, siamo unici, unici, gli unici, io e te”. Sì, perché – in fondo – resteranno comunque due campioni, ma soprattutto due grandi amici, prima che due grandi rivali. Li abbiamo trovati insieme a giocare in doppio alla Laver Cup e forse li ritroveremo a sfidarsi di fronte alla 02 Arena di Londra per le Atp Finals (in programma dall’11 al 18 novembre prossimi). Potremmo, a pieno regime, definirli i nuovi Borg&McEnroe, degli anni Ottanta, nel nuovo millennio. Se c’era chi voleva una nuova partita, sensazionale come la finale storica di Wimbledon del 1980 tra Borg e McEnore, beh, forse l’hanno trovata in questa semifinale del Master 1000 di Parigi Bercy tra Federer e Djokovic. Lo svizzero che attacca, come l’americano, l’altro che difende benissimo e respinge tutto come un materasso, proprio come lo svedese. L’elvetico compito e serafico come Bjorn, il serbo più irascibile come lo statunitense. Ma due talenti indiscussi, unici appunto, campioni della racchetta intramontabili. Sempre e per sempre. Dopo quella semifinale ci si chiedeva cos’altro ci fosse ancora da vedere nel tennis di tanto spettacolare. Forse proprio il talento di Khachanov. Federer aveva appena giocato una partita impeccabile contro Kei Nishikori, proprio contro il nipponico tanto apprezzato dall’italiano Brancaccio. Al giapponese aveva rifilato un doppio 6/4. Precedentemente sua vittima era stata, agli ottavi, un Fabio Fognini mai entrato veramente nel match, conclusosi per 6/4 6/3 a favore di Federer: nel primo set l’italiano riesce a rimanere ancorato fino al break decisivo del 6/4; partita in equilibrio che però crolla nel secondo set. Con questa sconfitta, e con la successiva vittoria di Karen, alle Atp Finals di Londra andrà il russo e non l’azzurro. Sia Roger che Fabio, tra l’altro, si erano avvantaggiati di due dei tre ritiri che hanno caratterizzato il Master di Parigi Bercy. Fucsovics per Fognini e Milos Raonic per Federer; ma, per un infortunio ai muscoli addominali, è stato costretto a rinunciare anche Rafael Nadal. Un peccato per lo spagnolo, che non ha potuto così difendere il primato della classifica mondiale.
E un infortunio è alla base di una delle sorprese del Wta di Zhuhai. Costretta a rinunciare per un problema al ginocchio, Madison Keys viene rimpiazzata dalla cinese Whang Qiang. Quest’ultima arriverà sino in finale, dove affronterà l’australiana Ashleigh Barty. Per la tennista di Tianjin si tratta della quarta finale stagionale, in questo 2018 assolutamente da incorniciare per lei. Infatti ha vinto il primo titolo all’Open di Jiangxi, sulla connazionale Saisai, su cui conduceva per 7/5 4-0; poi il torneo di Guangzhou sulla Putinceva per 6/1 6/2; mentre ha perso le finali al Wta di Honk Kong da Dajana Jastrems’ka per 6/2 6/1 e quella di questo torneo di Zhuhai dalla Barty per 6/3 6/4.
Ormai fa parte della top 20 e ha battuto diverse top 10, dimostrando un talento eccezionale. Forse le manca qualcosina nel gioco a rete e nella gestione emotiva delle finali. Non ha ancora pieno controllo della pressione nelle finali, ma giocarle in casa dà ancora più agitazione e se ne sente maggiormente il peso ovviamente. Soprattutto per una giocatrice di 26 anni, che ha ancora davanti un margine di miglioramento (persino enorme azzardiamo). Nella finale al Wta di Zhuhai, infatti, la differenza l’ha fatta proprio la maggiore padronanza a rete da parte dell’australiana, in grado di mettere a segno buone volées; mentre, in attacco, la Wang ha sbagliato colpi facili ed è stata più volte passata con facilità dall’avversaria. Tuttavia, buone le sue percentuali al servizio, e ottime prime di battuta eseguite. La Barty è stata più in grado di spostare la cinese e farla stancare, mentre la tennista di Tianjin non ha saputo aggredire i colpi in back, soprattutto di rovescio, dell’altra.; né tanto meno è stata in grado di farle male, di metterle pressione, rispondendo con il back al back dell’australiana. Il gioco più dinamico e versatile della Barty ha fatto la differenza. Si è dimostrata giocatrice completa, in grado di rimontare e rigirare intere partite; come la semifinale contro la Goerges. L’australiana (22 anni e attuale n. 19 del mondo) ha sconfitto la tedesca (e campionessa in carica uscente) con il punteggio di 4/6 6/3 6/2, in un’ora e 47 minuti. La Goerges parte bene e chiude il primo set con un break di vantaggio per 6/4; anche nel secondo va subito 2-0, con un break a suo favore che sembrava decisivo per chiudere il match; invece la Barty lo recupera e poi fa contro-break, così che porta a casa il secondo parziale per 6/3; con una Goerges sempre più in confusione, stanca e che non sa più che fare per bilanciare la maggiore dinamicità di gioco dell’australiana, tutto più facile per la Barty nel terzo set, che si impone agevolmente per 6/2. Dei successi della Wang abbiamo detto, mentre non è una novità neppure per la Barty la vittoria al Wta di Zhuhai. Infatti, per la tennista di Ipswich, si tratta del terzo titolo in carriera: dopo quello di Kuala Lampur (il primo, nel 2017), sulla giapponese Nao Hibino per 6/3 6/2: e dopo i due di quest’anno: oltre a questo a Zhuhai, quello a Nottingham (a giugno scorso) contro Johanna Konta, per 6/3 3/6 6/4. Ma ha collezionato anche altre tre finali perse: a Birmingham dalla Kvitova (nel 2017) per 6/4 3/6 2/6, a Wuhan (sempre lo scorso anno) dalla Garcia per 7/6 6/7 2/6, e quest’anno dalla Kerber a Sydney, con un doppio 6/4.
Ma c’è un’interessante coincidenza da registrare anche nella semifinale della Wang. Affrontava la Muguruza, proprio come nella semifinale del Wta di Hong Kong. Proprio come allora, vince la cinese al terzo set: ad Hong Kong aveva perso il primo set per 7/5 e poi aveva rimontato per 6/4 7/5. Qui a Zhuhai, invece, la piega con un netto 6/2 6/1. Le impartisce una dura lezione, mettendola in difficoltà con l’estemporaneità e l’istintività del suo gioco spesso di controbalzo, con aperture veloci dei movimenti, grande intensità, buona mobilità, aggressività in avanzamento, anche se stenta a venire a rete. La Muguruza corre, corre, corre, deve far miracoli per fare il punto, commette tanti errori e tanti gratuiti, va in confusione, non sa più che fare. Un episodio è emblematico e si ripete, nella semifinale di Zhuhai come in quella di Hong Kong: Garbine chiama il coach in campo, chiede consiglio con un po’ di disappunto: ‘che cosa vuoi che faccia ora?’ – gli dice -; l’allenatore (Sam Sumyk), per tutta risposta, se ne va stizzito e risentito, con un gesto della mano che non promette nulla di buono (e, infatti, da allora la Muguruza perderà un punto dopo l’altro): disaccordo molto amaro (o semplice fraintendimento?) tra i due.

Rugby, il cammino degli Azzurri riprende Oltreoceano

MINOZZI ITA ARG

Minozzi

Aumentano da tre a quattro i classici test-match novembrini. Sabato 3 novembre, diretta ore 22 DAZN, il cammino degli Azzurri del rugby riprende Oltreoceano, esattamente al 16th Street, Lakeshore Drive di Chicago, stadio Soldier Field che ospita le partite domestiche dei Chicago Bears della NFL (football americano). Avversaria l’Irlanda trionfatrice nel 6 Nations 2017 e attualmente seconda nel ranking. Il Soldier Field è già noto agli irlandesi del rugby visto che nel 2016 hanno piegato quegli All Blacks possessori, allora, di un record di diciotto incontri vinti consecutiva
mente. Ma anche come italiani abbiamo una esperienza nello stesso stadio e proprio contro l’Irlanda. In questo caso, però, la palla era tonda perché si parla del Mondiale di calcio e la nazionale di Sacchi fu battuta per 1 a 0. Una sgambata niente male per gli uomini di O’Shea e l’insolita location ha un suo fine “nobile” come quello di promuovere il rugby negli States con un presente, da parte degli sponsor, che porterà nelle casse azzurre una cifra che si aggirerà fra i 500 ed i 700 mila Euro a prescindere dal risultato. Una Italia piena di belle novità o di assenze importanti a seconda della prospettiva di osservazione. Parisse, Minozzi e Violi, fuori per infortuni con gli ultimi due in forse anche per il 6 Nazioni, sono sicuramente le più rilevanti. Anche l’Irlanda deve dire no a Best, no Sexton e O’Mahony, neanche Stander, Rob Kearney e Earls ci saranno ma, detto questo, loro potrebbero vincere perché sono Irlanda e noi perdere perché non lo siamo. Una Italia che urla forte nelle dichiarazioni prepartita ma per limitarsi a dire timidimente “gli daremo fastidio”. O’Shea chiede ai suoi uomini l’ennesima prova d’orgoglio. Ripropone, così, un “amarcord” di qualità con la coppia di centri Morisi e Campagnaro, quest’ultimo con i gradi da capitano visto l’assenza di Parisse che sarà sostituito in mezzo al campo da Giammarioli con la maglia numero 8. Inedita coppia di flanker sudafricani con il debutto assoluto di Johan Meyer al fianco di Steyn mentre in seconda linea due veterani come Biagi e Fuser cercheranno di fare muro alle ondate dei “trifogli”. Bigi, Pasquali e Quaglio, prima linea della Benetton Treviso, ultimano gli otto del pacchetto di mischia. Canna e Tebaldi saranno i due registi e il giovane Sperandio, non facile sostituire Minozzi, coprirà il ruolo di estremo in un “triangolo allargato” che vedrà Bellini e Bisegni alle ali. In panchina, sei gli avanti, una pletora di ragazzotti che fremono per dimostrare tutte le qualità e “trafugare” una maglia da titolare magari proprio a partire dalla sfide di sabato 10 quando a Firenze incontreranno la Georgia e dove la vittoria è d’obbligo per il rugby italiano.

ITALIA: 15 Luca SPERANDIO (Benetton Rugby, 2 caps), 14 Mattia BELLINI (Zebre Rugby Club, 14 caps), 13 Michele CAMPAGNARO (Exeter Chiefs, 34 caps), 12 Luca MORISI (Benetton Rugby, 16 caps), 11 Giulio BISEGNI (Zebre Rugby Club, 10 caps), 10 Carlo CANNA (Zebre Rugby Club, 29 caps), 9 Tito TEBALDI (Benetton Rugby, 25 caps), 8 Renato GIAMMARIOLI (Zebre Rugby Club, 2 caps), 7 Abraham STEYN (Benetton Rugby, 21 caps), 6 Johan MEYER (Zebre Rugby Club, esordiente), 5 George Fabio BIAGI (Zebre Rugby Club, 22 caps), 4 Marco FUSER (Benetton Rugby, 29 caps), 3 Tiziano PASQUALI (Benetton Rugby, 9 caps), 2 Luca BIGI (Benetton Rugby, 11 caps), 1 Nicola QUAGLIO (Benetton Rugby, 7 caps). a disposizione 16 Oliviero FABIANI (Zebre Rugby Club, 6 caps) 17 Cherif TRAORE’ (Benetton Rugby, 1 cap), 18 Giosuè ZILOCCHI (Zebre Rugby Club, 2 caps), 19 Marco LAZZARONI (Benetton Rugby, 2 caps), 20 Federico RUZZA (Benetton Rugby, 6 caps), 21 Jimmy TUIVAITI (Zebre Rugby Club, esordiente), 22 Guglielmo PALAZZANI (Zebre Rugby Club, 24 caps), 23 Ian MCKINLEY (Benetton Rugby, 3 caps)- all. Conor O’Shea

IRLANDA: 15 Jordan Larmour (St. Mary’s College/Leinster), 14 Andrew Conway (Garryowen/Munster) , 13 Garry Ringrose (UCD/Leinster), 12 Bundee Aki (Galwegians/Connacht) , 11 Jacob Stockdale (Ballynahinch/Ulster), 10 Joey Carbery (Clontarf/Munster) , 9 Luke McGrath (UCD/Leinster), 8  Jack Conan (Old Belvedere/Leinster), 7 Josh van der Flier (UCD/Leinster), 6 Rhys Ruddock (St Mary’s College/Leinster), 5 Quinn Roux (Galwegians/Connacht), 4  Tadhg Beirne (Munster), 3 Andrew Porter (UCD/Leinster), 2 Niall Scannell (Dolphin/Munster), 1 Jack McGrath (St. Mary’s College/Leinster), A disposizione: 16 Sean Cronin (St. Mary’s College/Leinster), 17 Dave Kilcoyne (UL Bohemians/Munster), 18 Finlay Bealham (Buccaneers/Connacht), 19 Devin Toner (Lansdowne/Leinster), 20 Jordi Murphy (Lansdowne/Ulster), 21 John Cooney (Terenure College/Ulster), 22 Ross Byrne (UCD/Leinster), 23 Will Addison (Enniskillen/Ulster) – all. Joe Schmidt

Umberto Piccini Rugbying Class

Tennis: Stoccolma, Basilea Vienna e la strada verso le Next Gen Atp Finals

nextgen_all_darkLe Next Gen Atp Finals si terranno a Milano dal 6 al 10 novembre prossimi. Le regole sono sempre quelle sperimentate lo scorso anno: si gioca al meglio dei tre set, su 4 games invece di 6, con tie-break sul 3-3, senza vantaggi e senza ripetere il servizio se la palla tocca il nastro, con un solo time-out medico, con il coaching a disposizione. Tuttavia, con i tornei appena giocati, già si è rivolto uno sguardo a questo evento. Vediamo più da vicino, allora, cosa è successo agli Atp di Stoccolma, Basilea e Vienna. Il primo è stato vinto proprio da colui che guida gli atleti Next Gen: il greco Stefanos Tsitsipas. Il tennista di Atene, classe 1998, è l’attuale n. 16 al mondo, ma quest’anno – in agosto – aveva raggiunto il suo best ranking salendo fino alla posizione n. 15. Il tennis è di casa per lui e la sua famiglia; infatti è allenato dal padre Apostolos, ex giocatore di tennis, ma ha anche il fratello minore Petros che gioca nel circuito ITF. Diventato professionista nel 2016, ha anche un’ottima carriera juniores alle spalle. Quest’anno è riuscito a vincere il suo primo torneo Atp, imponendosi in finale su Ernests Gulbis con un doppio 6/4; ma, in questo 2018, vanta anche due finali perse da Rafael Nadal (a Barcellona, dove lo spagnolo gli ha inflitto un netto 6/2 6/1; e a Toronto, dove il campione di Mallorca ha trionfato per 6/2 7/6). Non male per un atleta cresciuto nel mito di Roger Federer; chissà che non possa arrivare ad eguagliare i suoi primati. E proprio l’elvetico ha messo a segno un altro dei suoi record. All’Atp di Basilea, in casa, lo svizzero ha conquistato il titolo per l’ottava volta, inseguendo il centesimo titolo in carriera (per ora è fermo, infatti, a quota 99 con la coppa conquistata qui in Svizzera). In semifinale Federer strapazza un altro Next Gen: il russo Daniil Medvedev. L’elvetico si impone per 6/1 6/4, ma ha sempre dominato; anche nel secondo set, infatti, era avanti 5-1 e tutto sembrava essere pronto per la chiusura definitiva del match con un doppio 6-1 appunto; invece il russo, prima ha fatto break allo svizzero, poi ha mantenuto il servizio e si è portato sul 5-4, ma a quel punto non è riuscito a completare il pareggio e Federer si è imposto per 6/4. Forse Medvedev ha pagato lo scotto di un turno di quarti molto duro proprio contro il greco Stefanos Tsitsipas. Partita finita al terzo set, con il punteggio di 6/4 3/6 6/3 per il russo, che parte benissimo e domina il campo con un gioco molto più aggressivo e incisivo rispetto all’avversario. Tuttavia cala leggermente di tono nel secondo set, spingendo meno sui colpi e l’altro ne approfitta per andare più in avanzamento; si va al terzo set, ma a questo punto il russo ritrova le energie e la tenacia per ritornare a dominare, mentre forse stavolta è il greco ad avere un lieve calo e ad accusare un po’ di stanchezza, venendo così penalizzato con un break fondamentale che fa aggiudicare il terzo set a Medvedev per 6/3. Un match bello, molto lottato ed equilibrato, di tutti punti vincenti effettuati e pochi errori non forzati o pressoché nessun gratuito. Per quanto la sua corsa si sia arrestata in semifinale, per il russo una stagione da incorniciare dopo i tre successi conseguiti. Infatti, in questo 2018, ha vinto i tornei di: Sydney, a gennaio sul Next Gen Alex De Minaur, per 1/6 6/4 7/5 – partita davvero favolosa ed emozionante -; poi a Winston-Salem, su Steve Johnson con un doppio 6/4; infine a Tokyo su Kei Nishikori, per 6/2 6/4. E proprio il giapponese è stato protagonista della finale dell’Atp di Vienna. Dopo l’uscita del campione di casa Thiem ai quarti, proprio ad opera del nipponico – che si è imposto con un netto e sorprendente 6/3 6/1, impartendo una dura lezione all’austriaco, in difficoltà e decisamente non in giornata -, tutto abbastanza facile per lui. Cammino quasi spianato per la finale, dove ha trovato di fronte Kevin Anderson. Quest’ultimo ha fatto valere la sua maggiore capacità di giocare su pochi scambi, in attacco a rete e basandosi sul servizio, avvantaggiandosi di numerosi aces e serve&volley. 6/3 7/6 il punteggio, in una partita che ha visto un primo set dominato dall’americano, sceso di livello e rendimento nel secondo, quando il nipponico era sembrato poter riuscire persino a portare il match al terzo set; invece Kevin Anderson ha trovato la concentrazione e il ritmo giusti per l’ultima sferzata di reazione, fondamentale per mettere a segno un successo che conferma il suo traguardo raggiunto a Wimbledon con la finale giocata contro Novak Djokovic. Nonostante l’abbia persa, oltre a questa vittoria di Vienna, quest’anno il tennista sudafricano di origine ha raggiunto un’altra finale, disputata e conquistata, proprio sul cemento di New York contro Sam Querrey (4/6 6/3 7/6 il punteggio).

Così come è stato un successo la finale raggiunta a Basilea dal qualificato rumeno Copil. La sconfitta impartitagli dal padrone di casa (show di Federer anche durante la cerimonia di premiazione, in cui ha ringraziato il pubblico e gli organizzatori in diverse lingue: inglese, francese e tedesco). 7/6 6/4 il punteggio finale molto dignitoso: un primo set in totale equilibrio, ma al tie-break Federer ha tirato fuori l’estro da campione e si è imposto per 7 punti a 5; nel secondo, invece, ha trovato il break decisivo per imporsi 6/4, ma è sembrato avere più controllo del match, nonostante gli sforzi di un generoso Marius Copil (numero 93 del mondo). Un’ora e 34 minuti di gioco complessivi, in totale. Tra l’altro, in semifinale, al rumeno era riuscita un’impresa non da poco: battere la testa di serie n. 2 Alexander Zverev per 6/3 6/7(6) 6/4.

Infine, in attesa di andare a vivere le emozioni delle Next Gen Atp Finals di Milano, riportiamo due notizie importanti, anche se fuoriescono un attimo dal consueto panorama di tornei giocati, vittorie, titoli conquistati, classifiche mondiali, ecc. Una riguarda il maschile, l’altra il femminile. La morte del giovane campione australiano 34enne, Todd Reid, per cause ancora ignote. Divenne professionista nel 2002, dopo essere stato campione juniores a Wimbledon. Infine, una rivelazione da parte dell’attuale n. 2 al mondo: la danese Caroline Wozniacki ha confessato di avere l’artrite reumatoide, malattia autoimmune molto invalidante – soprattutto per un’atleta – perché colpisce le articolazioni tanto da poterle deformare, può limitare i movimenti, la mobilità e la libertà d’azione. Quest’anno ha vinto gli Australian Open e la diagnosi le è arrivata dopo il passato Wimbledon. Con la sua tenacia e forza di volontà, la tennista è riuscita a completare una stagione comunque significativa per lei, piena di soddisfazioni; e questo è già un grande esempio che ha dato di professionalità e di coraggio. Una campionessa anche per questo.

Barbara Conti