Tennis: uomini a Shanghai e Stoccolma, donne
ad Hong Kong e Tianjin

roger federer

Nel tennis i nomi di queste ultime due settimane sono: Roger Federer, Rafael Nadal, Juan Martin Del Potro, Grigor Dimitrov, Fabio Fognini, Jerzy Janowicz, Maria Sharapova, Aryna Sabalenka, Sara Errani, Anastasija Pavljučenkova, Daria Gravilova. Andiamo con ordine.

Roger Federer conquista l’Atp di Shanghai con una finale perfetta su Rafael Nadal battendo lo spagnolo per 6/3 6/4 (che durante la premiazione si complimenta con l’altro per la straordinaria partita interpretata): toglie il tempo e il ritmo all’avversario, mandando in confusione un falloso (e nervoso) Rafa. Lo svizzero è in forma davvero smagliante e si prepara con fiducia ed ottimismo ad affrontare il torneo di casa a Basilea. Sembra davvero a un passo (attuale n. 2 del mondo) dal replicare il momento di gloria del 2004, quando dominò incontrastato la vetta della classifica mondiale. Molto positiva la vittoria in semifinale su Juan Martin Del Potro, in rimonta per 3-6 6-3 6-3; una battaglia di nervi vinta dall’elvetico, che fa la differenza sul 3-3: un game lunghissimo, più di venti colpi giocati, in cui l’argentino non riesce a portarsi avanti nel punteggio e si innervosisce, infastidito anche dal movimento del pubblico sugli spalti, che costringe gli organizzatori e l’arbitro a chiedere in cinese di fare silenzio e di prendere posto rapidamente.

Molta preoccupazione aveva destato il suo polso, dopo una brutta caduta con il peso del corpo proprio sul polso a cui aveva subito tre interventi. Invece Juan Martin Del Potro, uscito in semifinale a Shanghai per mano di Nadal (perdendo per 6-4 0-6 3-6 2-6), si dimostra un combattente doc e arriva a giocare la sua 20esima finale in carriera all’Atp di Stoccolma, contro Grigor Dimitrov. Tutti davano il bulgaro per favorito, dato l’ottimo momento agonistico che sta vivendo (e le vittorie a Brisbane, Sofia e Cincinnati di quest’anno). Invece Grigor si deve arrendere all’argentino: per lui i 55mila euro di montepremi e punti preziosi che comunque lo fanno salire in classifica. Il bulgaro ad ogni modo c’è, ma – clamorosamente – nella finale contro l’argentino appare come sfiduciato, meno aggressivo e determinato del solito; attacca, ma viene infilato dai passanti fulminanti di Juan Martin, gioca troppo sul dritto potentissimo dell’avversario e invece usa poco le palle corte, ma è generoso nel lottare. Più bravo e più paziente l’argentino, che tiene bene lo scambio ed è impeccabile. E si aggiudica così, – per la seconda volta consecutiva – il titolo, confermandosi vincitore assoluto. Dimitrov si afferma campione di sportività con i suoi abbracci sinceri di congratulazioni che ha rivolto sia a Fognini che a Del Potro. Quest’ultimo ha fatto la differenza con il servizio (con percentuali di prime e di seconde nettamente più alte, superiori di almeno un buon 10-15% rispetto a quelle di Dimitrov), con cui ha recuperato molte volte lo svantaggio nel punteggio alla battuta appunto; per non parlare poi degli aces messi a segno (saranno ben nove alla fine del match per l’argentino).

Sembrava davvero il momento di Dimitrov che, invece, ha un attimo di stand by, un po’ come Nadal. Forse pagano un po’ la stanchezza per i tanti incontri giocati, tanto che Rafael Nadal non sa se scenderà in campo a Basilea. Lo spagnolo è sempre n. 1, ma sicuramente la sconfitta contro Roger Federer gli pesa. Ai quarti di finale di Shanghai contro Grigor Dimitrov (che sconfigge per 6-4 6-7 6-3), inchiodato dalle risposte vincenti e dai servizi potenti del bulgaro, lo spagnolo si innervosisce e cerca di intimorire l’avversario. Si dimostra anche lui aggressivo in risposta e riesce a centrare la finale. Si gioca con il tetto coperto, per il maltempo che imperversa da giorni, dove sono rappresentati i petali di una magnolia. Perde Rafa contro Federer, ma non sembra intenzionato ad arrendersi. Viceversa Dimitrov si rende protagonista di due altri interessanti match di grande livello nell’Atp di Stoccolma. Al secondo turno contro il giovane polacco Jerzy Janowicz (classe 1990), degno dei migliori NextGen, che batte per 7/5 7/6. E contro Fabio Fognini, che disputa davvero un bel torneo qui in Svezia, ma deve arrendersi al bulgaro in semifinale per 6/3 7/6(2); il punteggio non rende giustizia al ligure, perché ci vuole davvero il miglior Dimitrov per batterlo e Fognini lotta e corre su ogni palla e adotta ogni tipo di colpo per cercare di mettere in difficoltà l’altro. Ma in finale arriverà Grigor.

Per quanto riguarda il tennis italiano – poi – da segnalare il ritorno (dopo due settimane di squalifica per positività – da presunta contaminazione indiretta e non da assunzione volontaria – al letrozolo) di Sara Errani. La tennista romagnola prima arriva in semifinale al Wta di Tianjin in singolare, dove invece vince in doppio con la Begu. Poi si aggiudica l’ITF di Suzhou, in Cina (con un montepremi di circa 60mila dollari), battendo agevolmente (in meno di un’ora, appena 50 minuti di gioco) la cinese 19enne Hanyu Guo con un punteggio drastico di 6/1 6/0. Concede solo un game questa tennista grintosa e vogliosa di tornare a vincere.

Ma il Wta di Tianjin segna il ritorno anche di un’altra tennista: l’ex numero uno Maria Sharapova (che qui aveva ottenuto una wild card). La siberiana rivive l’euforia del 2005 (quando era al vertice del ranking mondiale) e regala una finale “entusiasmante” – per sua stessa ammissione – contro la rivelazione del torneo: la 19enne bielorussa Aryna Sabalenka. Vero talento indiscusso, si dimostra molto ostica, giocatrice completa e solida, in grado di mettere molto in difficoltà qualsiasi avversaria con colpi precisi, potenti e di gran classe. Capace di fare qualsiasi cosa, coraggiosa, lotta e – aggressiva – non si lascia intimorire; mette a segno numerosi aces e viene a rete con buoni risultati. Con un titolo ITF all’attivo, tutti si rendono conto che è destinata a ben migliori e più alti traguardi. Dopo aver eliminato Sara Errani, approda in finale e sta quasi per avere la meglio sulla Sharapova (che vincerà con il punteggio di 7/5 7/6 – per 8 punti a 6 -). Ci vuole tutta la determinazione, la grinta, la rabbia e l’orgoglio della tigre siberiana per non cedere, non mollare e recuperare. Sempre in rimonta, la Sabalenka avrebbe potuto chiudere il match: due volte avanti di un break, si fa strappare il servizio e pareggiare; giusto il tiebreak del secondo set, lottato e giocato magnificamente dalla Sharapova. In lacrime la Sabalenka per l’occasione sfumata, gioia ed esultazione per Maria (che subito immortala il successo con un selfie con i fan). Però, nel successivo Wta di Mosca in casa, la siberiana non riesce a rendere altrettanto ed esce al primo turno eliminata dalla Rybarikova per 7/6 6/4. Un torneo cui teneva particolarmente e in cui non riesce a disegnare un altro traguardo. Forse ha accusato un po’ di stanchezza per tutte le partite giocate.

Al di là dei giochi di parole, la vittoria di una finale è sembrata un po’ una maledizione anche per la russa Anastasija Pavljucenkova. Vincitrice su Daria Gravilova del torneo di Hong Kong; qui si era imposta in tre set sulla tennista russa naturalizzata australiana con il punteggio di 5-7 6-3 7-6(3). Eppure – subito dopo – al successivo torneo di Mosca è uscita al primo turno per mano della Kasatkina (che arriverà in finale dove sarà battuta dalla Goerges per 6/2 6/1) in due set netti con un parziale di 7/6 6/1 (crollando nel secondo set, senza storia).

Sicuramente una finale avvincente e lunghissima quella con la Gavrilova ad Hong Kong; che ha qualcosa a che fare con quella maschile di Shanghai. Numerose le interruzioni per pioggia, così come nel maschile si era dovuto giocare in più giorni con il tetto coperto. Poi una curiosa alternanza di chiamate per il medical time out: prima della Pavljucenkova per problemi all’addome (vicino all’anca e all’inguine); poi della Gavrilova per un infortunio alla coscia destra (torna in campo con una vistosa fasciatura forse per un risentimento muscolare); infine di nuovo di Anastasija per un dolore alla spalla. Le due si rincorrono anche nel punteggio e sono molte le palle break, i set point ed i match point sfumati prima del punteggio definitivo. Forse la russa è stata avvantaggiata dalla maggiore potenza e profondità di colpi, che all’inizio l’hanno vista favorita rispetto a quelli di una Gavrilova – dotati, però, di maggiore rapidità e velocità – sicuramente più mobile in campo. Quando, infine, la Pavljucenkova ha ritrovato il potente servizio (con molti aces messi a segno) è riuscita a sferzare il colpo decisivo per mettere la firma su questa finale e su questo torneo.

Niente Ius soli, ma i giovani stranieri ‘utili’ nell’agonistica italiana

ius-soli-sportivo-uisp_56991cff41a53La legge italiana, nonostante le promesse sullo ius soli, resta severa e super trincerata in materia di cittadinanza per gli stranieri nati e cresciuti in Italia, tuttavia ci sono delle scappatoie sempre più ampie per atleti e sportivi promettenti. Dopo la cittadinanza per i minori che si distinguono nello sport e l’approvazione dello ius soli sportivo, arriva la norma salva Tam Tam Basketball, dal nome della raccolta di firme per una squadra di ragazzi di origine africana di Castel Volturno.
Nel disegno di legge di bilancio è stata inserita una norma che il ministro Luca Lotti definisce “di diritto allo sport, mi piace così”. In poche parole, sarà permesso il tesseramento annuale – per società affiliate a federazioni sportive – anche a giovani stranieri non in regola con i permessi di soggiorno, a condizione che abbiano seguito le lezioni a scuola per almeno quattro mesi.
Sicuramente un grande passo avanti per lo sport, l’integrazione e lo Ius soli, ma come ha affermato il giovane cestista della Fiat Torino, David Okeke: “La cittadinanza per chi nasce in Italia dovrebbe essere garantita”.

Derby di Milano all’Inter, Icardi stende il diavolo. Impresa dalla Lazio

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Giornata cruciale in Serie A: i nerazzurri battono 3-2 la squadra di Montella, sempre più lontana dalla zona Champions. Negli altri scontri diretti impresa dalla Lazio in casa della Juventus, il Napoli supera la Roma all’Olimpico e resta a punteggio pieno
ROMA – Napoli, Inter e Lazio godono. Juventus, Roma e Milan piangono. L’ottava giornata di Serie A era una di quelle cruciali con tre importantissimi scontri diretti che hanno dato molte indicazioni sul futuro del campionato.

DERBY ALL’INTER, ICARDI SHOW – Partiamo dal posticipo della domenica, il sentitissimo derby di Milano. Si legge Inter-Milan, ma è stato Icardi vs Milan. Hanno vinto i nerazzurri 3-2, trascinati infatti dalla tripletta del centravanti argentino, che si è preso così una rivincita personale dopo essere stato escluso dalla formazione titolare con l’Argentina. La Milano nerazzurra gongola: in 8 giornate sono arrivate 7 vittorie ed un pareggio, nonostante un gioco che ancora non entusiasma Ma i risultati sono la cosa più importante e la cura Spalletti sembra davvero funzionare.
IMPRESA LAZIO – La giornata si era aperta con Juventus-Lazio. Una prova del 9 per i biancocelesti, reduci da un grande avvio di campionato grazie ai gol di Ciro Immobile. E proprio l’attaccante campano ha firmato la doppietta nel sorprendente 2-1 finale: i bianconeri non perdevano in casa da oltre due anni, mentre la Lazio non espugnava Torino da ben 15 anni. Un’impresa storica, come l’ha definita il tecnico Simone Inzaghi, che molti danno come futuro allenatore proprio della Vecchia Signora. Una nota di merito anche al portiere biancoceleste Strakosha che, a tempo scaduto, ha parato il rigore del possibile pareggio a Dybala. Un ko che rischia di minare parecchie certezze in casa juventuna.

IL NAPOLI PROVA LA FUGA – Il Napoli non si è lasciato sfuggire la ghiotta occasione di allungare sulla Juventus. I ragazzi di Sarri hanno espugnato l’Olimpico battendo 1-0 la Roma grazie al gol di Insigne, il primo in assoluto ai giallorossi. Abituati a fare un calcio spettacolare, questa volta gli azzurri hanno dimostrato grande carattere e cinismo, oltre ad una tenuta difensiva perfetta. La Roma ha recriminato per le numerose assenze, ma anche quest’anno sembra mancare qualcosa per lottare per lo scudetto.

LA CLASSIFICA – Dopo 8 giornate questa è la classifica (in attesa del posticipo Verona-Benevento):
1. Napoli 24
2. Inter 22
3. Juventus 19
4. Lazio 19
5. Roma 15*
6. Sampdoria 14*
7. Bologna 14
8. Torino 13
9. Chievo 12
10. Milan 12
11. Fiorentina 10
12. Atalanta 9
13. Udinese 6
14. Cagliari 6
15. Crotone 6
16. Genoa 5
17. Spal 5
18. Sassuolo 5
19. Verona 3*
20. Benevento 0*
*una partita in meno

Pechino, Tokyo, Shanghai: bis di Garcia e Goffin, inarrestabile Rafa

caroline garciaA Pechino ne sono successe delle belle. Nella sezione Atp a trionfare è stato il solito Nadal. Nell’ambito Wta un’ottima Caroline Garcia bissa il successo al Wta di Wuhan e si impone nuovamente in finale; questa volta su Simona Halep. La rumena, tra l’altro, diventa la nuova numero uno con la vittoria in semifinale sulla lettone Jelena Ostapenko per 6/2 6/4. Tuttavia sembra accompagnata dalla maledizione della finale, che non riesce a vincere. Complici ragioni emotive di tenuta mentale o fisiche di stanchezza, ogni volta che Simona raggiunge l’ultimo turno non riesce mai a dare il meglio di sé. Nonostante una volontà ferrea di arrivare. Tanto che anche il punteggio dimostra quanto quello con la francese al Wta di Pechino sia stato uno scontro lottato ed equilibrato: 6-4 7-6(3) il risultato conclusivo. Tuttavia Caroline ha sempre avuto il controllo del match e la Halep non è parsa mai impensierirla più di tanto. Molto fallosa e in affanno, spesso in ritardo su palle scomode, costretta dall’avversaria a spostarsi tantissimo, la rumena non è riuscita mai a dominare un’inarrestabile Garcia. Come del resto irrefrenabile è stato lo spagnolo Nadal. Entrambi forti della nuova fiducia ritrovata, del fatto di poter contare su una forma fisica buona. L’unico che ha giocato alla pari con Rafa è stato il bulgaro Grigor Dimitrov, fermato dal futuro vincitore del torneo solamente in tre set: per 63 46 61. Come del resto al successivo Atp di Shanghai; qui il bulgaro si è arreso con il punteggio di 6/4 6/7(4) 6/3 a favore del campione spagnolo e testa di serie n. 1. Nadal a Pechino ha avuto un tabellone facile ed è avanzato abbastanza agevolmente turno dopo turno. Ha faticato solamente al primo stadio contro il francese Lucas Pouille, che ha sconfitto per 46 76(6) 75. Tutto facile e in discesa in finale contro Nick Kyrgios. 6/2 6/1 il risultato severo per una prestazione scadente del talento australiano. Quest’ultimo si è reso particolarmente protagonista qui nella capitale cinese per diversi motivi. Innanzitutto per aver deciso di fare un’offerta economica da dare in beneficenza per ogni aces segnato (come fece la Pliskova agli Us Open); poi per aver sconfitto in semifinale Alexander Zverev per 63 75: il suo miglior match di sempre, una partita perfetta e straordinaria in cui aveva dimostrato grossa maturità. Tra l’altro anche la Sharapova è stata al centro di un’opera solidale, decidendo di devolvere il ricavato delle sue caramelle Sugarpova a favore di Porto Rico -colpito dall’uragano Maria- per la ricostruzione.
Ma -come per Simona Halep- per Kyrgios la maledizione della finale resta. Troppo carico emotivo e stress psicologico per riuscire a giocare a tutto braccio sciolto. Così facendo, ha accumulato nervosismo su nervosismo che lo ha portato a ritirarsi al primo turno di Shanghai contro Steve Johnson (e a dover pagare una multa di 10mila dollari) -perché senza apparente giustificato motivo-. Del resto molto sconforto è stato palesato anche dal tedesco Zverev, che ha rotto malamente una racchetta (proprio nella partita contro Kyrgios) e che ha già messo in dubbio la sua partecipazione alle Next Gen Atp Finals di Milano. Forse a causa dei troppi impegni tennistici o forse per un po’ di delusione per l’uscita di scena (troppo presto per i suoi gusti) all’Atp di Shanghai, agli ottavi per mano di Del Potro (giunto in semifinale). Un calo di rendimento che un esigente come Zverev non si perdona, ma che non deve portarlo ad abbattersi. Deve imparare le lezioni avute dalle sconfitte e da quelle ripartire più forte, senza crisi o recriminarsi troppo. Nel tennis si vince e si perde, l’importante è capire dove si è sbagliato. Questo, ovviamente, vale anche per il campione Aussie, ma soprattutto per il giovane talento tedesco. Zverev in questo periodo è solito perdere al terzo set, dopo aver vinto il primo set. Dunque deve capire se dipende da un calo fisico o di concentrazione. Di sicuro Del Potro gli ha dimostrato che non deve mai abbassare la guardia, credere di avere la partita in mano, ma continuare -al contrario- a spingere sui colpi (senza giocare di rimessa o in difesa), a spostare l’avversario, a rischiare ed essere aggressivo. Così il campione argentino ha rimontato la partita e così Alexander può continuare a vincere tanto, dominando facilmente gli incontri. Invece è sembrato diminuire un po’ il ritmo e far calare la pressione sull’avversario, e ciò ha fatto sì che fosse un avversario più giocabile. In attesa di sapere se Nadal bisserà l’impresa di Pechino a Shanghai, chi invece ha fatto di nuovo colpo (oltre a Caroline Garcia), centrando un secondo titolo consecutivo, è il belga David Goffin. Dopo il trofeo conquistato all’Atp di Shenzhen su Dolgopolov (per 6-4 65-7 6-3) ancor più facile per lui è stato arrivare ad alzare la coppa all’Atp di Tokyo. Inarrestabile, non è sembrato avere avversari che tenessero e la finale è stata per lui una passeggiata contro Mannarino, cui ha impartito un 6/3 7/5 netto. Iniziato tutto in discesa, in cui con estrema facilità ha portato a casa il primo set, con il break decisivo che lo ha portato a chiudere sul 5/3 e servizio, ha avuto un attimo di appannamento a inizio secondo set. Il francese si è fatto più aggressivo, ha rischiato di più e lo ha attaccato maggiormente, mettendolo più in difficoltà (soprattutto giocandogli sul rovescio). Mannarino ha spostato molto Goffin, ma il belga ha corso tanto, recuperato palle impossibili e rimontato un parziale che sembrava volto tutto a favore di Adrian (tanto che avrebbe potuto chiuderlo, avendo due volte la chance di portarsi avanti nel punteggio con un break di vantaggio, che ha immediatamente perso però).

Il campione Djokovic apre ristorante con pasti gratis per i poveri

novak“Il denaro non è un problema per me. Ho guadagnato abbastanza per sfamare tutta la Serbia, penso che meritino questo dopo tutto il sostegno che mi stanno dando”, con questa dichiarazione l’ex numero 1 al mondo sul campo da tennis, Novak Djokovic, annuncia che aprirà un ristorante nel suo Paese dove distribuirà pasti gratuiti ai bisognosi.
‘Nole’, diventato nel 2015 il primo tennista nella storia a guadagnare più di 20 milioni di dollari di montepremi in una sola stagione. In realtà si tratta del terzo ristorante aperto dal tennista serbo: il suo primo ristorante è stato aperto a Belgrado nel 2009, vicino al palazzo dello sport, con il nome “Novak”, il secondo, l’anno scorso, vegano col nome di “Equità” a Montecarlo.
Al momento non è ancora chiaro se le persone dovranno dimostrare di avere un reddito basso e non sufficiente per seguire un’alimentazione adeguata o se l’ingresso sarà aperto a tutti. Quel che è certo è che il ristorante sarà aperto solo di sera, e non chiederà nulla in cambio dai propri clienti.

Dal calcio alla politica: tensione Italia-Corea del Nord e il destino di Han

La partita tra la nazionale asiatica e la Malesia è stata annullata (per la terza volta) a causa delle tensioni tra i due Paesi. Ma, nonostante il rinvio, l’attaccante del Perugia, Kwang-Song Han, ha risposto alla convocazione ed ora i tifosi umbri temono di non riavere più il proprio gioiellino. Intanto Alfano espelle l’ambasciatore coreano: “Isolamento inevitabile se non si cambia strada”

hanROMA – Alta tensione tra Italia e Corea del Nord. E c’è di mezzo il calcio. La partita tra la nazionale asiatica e la Malesia è stata ufficialmente annullata a causa dei rapporti gelidi tra i due paesi dopo l’assassinio di Kim Jong-Nam, fratellastro del leader della Corea del Nord Kim Jong-Un, in un aeroporto di Kuala Lumpur. Il governo della Malesia ha quindi imposto il divieto a tutti i cittadini di viaggiare verso la Corea. Inevitabile dunque l’annullamento della partita di calcio, già rinviata per motivi analoghi due volte (28 marzo e 8 giugno). E l’Italia cosa c’entra? Nel nostro campionato di Serie B gioca Kwang-Song Han, gioiellino di 19 anni di proprietà del Cagliari ma in prestito al Perugia, dove si è messo in luce in questo avvio di stagione con 6 gol. Nonostante l’annullamento di Corea-Malesia, Han comunque risposto alla convocazione del ct Andersen volando verso il suo Paese. Il Perugia deve quindi rassegnarsi a giocare domenica prossima contro la Pro Vercelli senza il suo punto di riferimento in attacco, perché le squadre di club non possono impedire ad un proprio tesserato di prendere parte agli impegni delle Nazionali. E la Corea del Nord giocherà martedì 10 in Libano.

ALFANO CACCIA L’AMBASCIATORE – Per una partita si può evitare di fare drammi. Ma ciò che temono i tifosi umbri è che Han possa lasciare l’Italia a causa dei rapporti politici a dir poco gelidi con la Corea del Nord. Angelino Alfano ha infatti interrotto la procedura di accreditamento dell’ambasciatore della Repubblica Popolare Democratica di Corea, che dovrà così lasciare l’Italia. “La Corea del Nord – ha detto il Ministro degli Esteri – ha effettuato nelle scorse settimane un ulteriore test nucleare, di potenza superiore a tutti quelli precedenti, e ha continuato con lanci di missili balistici. L’Italia, che presiede il Comitato sanzioni del Consiglio di sicurezza, chiede alla comunità internazionale di mantenere alta la pressione sul regime. Vogliamo far capire a Pyongyang che l’isolamento è inevitabile se non cambia strada. Tuttavia, non tronchiamo le relazioni perché può essere sempre utile mantenere un canale di comunicazione”. I tifosi del Perugia sperano che in questa situazione difficile non finisca di mezzo il destino di Han.

Francesco Carci

Tennis, stagione asiatica. Garcia, Goffin, Gojowczyk, Ostapenko e Wozniacki

Iniziata la stagione asiatica, entrata nel vivo e che maggiore attenzione ha riscosso, ma non solo. Si è giocato, infatti, in Cina e in Giappone -al Wta di Tokyo, di Wuhan, di Seoul (Corea del Sud) e all’Atp di Shenzhen (nel Guangdong nella Cina meridionale)-, ma anche in Francia -nel dipartimento nel nord-est della Mosella, all’Atp di Metz-. Questi i tornei della settimana. I nomi che ne sono usciti vincitori sono stati -rispettivamente- quelli di: Caroline Wozniacki, Caroline Garcia, Jelena Ostapenko, Peter Gojowczyk e David Goffin. Vediamo più da vicino questi tornei e il successo di chi vi ha trionfato.

tennisWta di Tokyo. A conquistare il titolo è stata la danese Caroline Wozniacki. La tennista sembra aver ritrovato la solidità di gioco, la continuità di risultati, ma soprattutto di colpi -diventati più incisivi e precisi-. Ancora esita un po’ a rete, a venire in attacco e preferisce lo schema di pressione da fondo, che a volte le fa commettere qualche errore gratuito in più e sprecare più energie; ma la convinzione e la fiducia sembrano tornate e riconquistate anch’esse. Più determinata e più convinta in campo, riesce a superare con più lucidità i momenti di difficoltà e a ritrovarsi se è sotto nel punteggio. Il successo al Wta di Tokyo ne è una dimostrazione. Tutto facile nel primo set -nella finale contro Anastasija Pavljučenkova- che vince per 6/0. Risultato netto, che non lascia spazio a dubbi e che -soprattutto- fa capire il livello di precisione dell’attuale n. 6 al mondo. Più combattuto il secondo -che porta a casa con un 7/5 soddisfacente- che indica come sia comunque ad ogni modo riuscita a tenere a bada l’avversaria -seppur dovendo lottare un po’ di più. Il cemento sicuramente è una superficie che le si confà. Ma il buon andamento nel torneo di Tokyo è stato confermato anche al primo turno del recente Wta di Pechino. Nel primo era testa di serie n. 3 e ha sconfitto giocatrici quali la Rogers, la Cibulkova e la Muguruza. Nel secondo -n. 5 del seeding- ha sconfitto la qualificata Wang (che è sembrata non riuscire a tenere lo scambio inizialmente), faticando, ma mostrando di essere tornata quella di prima -con il solito andamento, perfettamente in rimonta nel terzo set-. Si sbarazza del primo parziale con un netto 6/1. Nel secondo si porta in vantaggio sul 4-2, poi forse un calo di zuccheri e si fa rimontare sino alla perfetta parità che conduce al tie-break, che non gioca brillantemente; sicuramente meglio la cinese che è più incisiva e aggressiva e attua un gioco più offensivo, riuscendo -così- a conquistare il tie-break del secondo set per 7 punti a 4. Poi Caroline -come ci aveva abituati spesso in passato- ritrova il bandolo della matassa per dominare fermamente il match e chiudere la partita, concludendo alla grande con un altro 6/1. Al secondo turno, infine, rifila un doppio 6/2 proprio sempre alla Pavljučenkova (doppia sconfitta dopo quella della finale del Wta di Tokyo), non disdegnando palle corte e attacchi con volée e smash ben controllati. Sicuramente sta cercando di completare il suo gioco.

Wta di Seoul. Dopo la vittoria al Roland Garros di quest’anno, torna ad alzare la coppa anche Jelena Ostapenko. La lettone mette la firma sul torneo di Seoul, in Corea del Sud, faticando non poco contro la brasiliana Beatriz Haddad Maia -soprattutto nel primo set, che va a perdere al tie-break facendosi un po’ sorprendere-. Poi reagisce di orgoglio e spinge più sull’acceleratore, con tiri più profondi e forti. Potenza e precisione riescono a farla trionfare, vincendo i successivi parziali per 6/1 6/4. Con più concentrazione ritrova la regolarità e la continuità di gioco.

Wta di Wuhan. Tre set sono necessari anche a Caroline Garcia, nella finale del torneo di Wuhan contro l’americana Ashleigh Barty. Quest’ultima sembra favorita in quanto è sempre avanti nel punteggio e la francese deve sempre recuperare. Tuttavia la transalpina mostra un’ottima forma fisica, oltre a una buona determinazione e convinzione; carattere in una giornata in cui è assolutamente ispirata che le fa tirare ogni colpo con profondità e violenza ed essere aggressiva, venendo in attacco con fiducia. Spingendo soprattutto con il dritto in cross, ma ottime volée completano il resto. I primi due set finiscono entrambi al tie-break: il primo va alla Barty, il secondo a un’ostinata Garcia, che lotta con le unghie e con i denti per portare il match al terzo set. Complice un’americana che si lascia sfumare l’occasione di andare a servire per il match due volte, facendosi strappare due volte il servizio dopo aver fatto break un paio di volte all’avversaria. Nel terzo ormai la Garcia è scatenata, ci crede e nessuno può più fermarla. E arriva il 6/2 molto facilmente. Sportiva l’americana che ringrazia l’avversaria sorridente e inevitabile l’esplosione di gioia di Caroline, davvero al top. L’attuale n. 15 del mondo e classe 1993 tira tutto, persino le risposte. Cerca subito le soluzioni vincenti e per questo sciupa qualche chances, come quella nel primo set quando era andata a servire sul 5-4 dopo il break. Nel secondo la rimonta è stata difficilissima, in quanto la Barty si era portata in vantaggio sul 2-0, poi per ben altre due volte e per tutte e tre le volte complessive la tennista francese ha dovuto dare il massimo e giocarsi il tutto per tutto, cercando di togliere il tempo all’americana. Tanto che la Barty è andata a servire per il match due volte e sembrava partita finita dal 5-2 a suo favore. Nel terzo, invece, la Garcia si è vendicata facendo break all’altra due volte -nel terzo e nel settimo game, salendo facilmente 5-1-.

Atp Shenzhen. Finale similare -altrettanto molto lottata, equilibrata e in continuo ribaltamento di punteggio- quella a Shenzhen tra Alexander Dolgopolov e David Goffin. L’ucraino aveva convinto in semifinale contro il bosniaco Damir Dzumhur (che aveva vinto il titolo a San Pietroburgo), di cui si era sbarazzato per 6-3 6-4. Ottimi colpi incisivi e tanta aggressività -la precisione ha fatto il resto-, non hanno lasciato dubbi sulla qualità del suo gioco e sul suo talento. A metterlo in discussione ci ha pensato in finale il belga David Goffin. La testa di serie n. 2 domina la n. 5, vincendo il terzo titolo in carriera dopo sei finali perse. Questa era la nona che giocavano entrambi. Talento per entrambi, Dolgopolov ha troppa fretta di chiudere il punto e sbaglia troppo per spingere molto sui colpi. Non trova le righe, mentre l’altro è più tranquillo, calmo, paziente e dunque preciso. Comunque offrono un ottimo spettacolo di tennis, portando il match al terzo set. Tuttavia l’ucraino ha qualcosa da recriminarsi. L’incontro comincia in equilibrio fino al 4 pari; poi c’è il break di Goffin, che chiude 6/4. Nel secondo c’è la straordinaria reazione di Dolgopolov, che subito in apertura sul 2-1 fa break all’altro (strappandogli a 0 il servizio), fino a portarsi addirittura sul 5-1; ma da lì in poi perde un po’ di quella pressione che era riuscito a trovare e soprattutto a mettere su Goffin, facendolo sbagliare e costringendolo all’errore dovendo prendersi maggiori rischi. Era riuscito stavolta l’ucraino a fare qualcosina in più e la differenza, ma sciupa tutto facendosi rimontare ben due volte -sino al 5 pari-. Il belga si ritrova e con la fiducia riconquistata conquista il tie-break del secondo set e decolla nel terzo (facendo break sul 5-3). Dolgopolov tornerà tra i primi 50, ma un po’ come Kyrgios (o Dustin Brown) dovremo imparare ad ammirarlo, apprezzando i suoi costanti alti e bassi nel rendimento altalenante (quello incostante) in cui alterna colpi eccezionali a errori clamorosi, recuperi straordinari e rimonte dure a sconfitte sorprendenti, con partite che si rigirano (non sempre a suo vantaggio). D’altronde il tennis è anche questo.

Atp di Metz. In Francia, nella Mosella, invece accade qualcosa di simile al tennista di casa Paire; ma il torneo ci fa conoscere e ritrovare una “nuova” rivelazione non tanto sconosciuta però nel circuito. Si tratta del tennista tedesco Peter Gojowczyk. Classe 1989, il giocatore di Monaco di Baviera già aveva fatto in passato il suo exploit -tra il 2012 e il 2014-. Il 15 luglio 2012 si aggiudicò il torneo challenger di Ningbo battendo in finale Jeong Suk-Young per 6-3 6-1. Nel gennaio 2014, arrivò in semifinale all’ATP di Doha -partendo dalle qualificazioni-, battendo -tra gli altri-: Struff, Dominic Thiem, Philipp Kohlschreiber e Dustin Brown prima di arrendersi al numero uno al mondo Rafael Nadal. Nell’aprile di quell’anno nei quarti di Coppa Davis con la Germania, ha vinto una partita durissima contro Jo-Wilfried Tsonga per 7-5 6-7(3) 6-3 6-7(8) 6-8 e portato la Germania sul 2-0. In finale all’Atp di Metz domina un confuso Benoit Paire per 7/5 6/2. Al di là del punteggio lottato, non è stata tanto la qualità di colpi a fare la differenza, ma lo schema tattico. Troppo frettoloso Paire ha sbagliato molto -troppo-. Ề sembrato tirare a caso, senza un preciso schema, a tutto braccio, solo di potenza e poco di precisione. In maniera molto istintiva e poco razionale (come spesso fanno Kyrgios e Brown). Cercando subito il punto, spesso tentando il serve&volley, che si è dimostrato un suicidio in quanto sorpreso dai passanti millimetrici del tedesco. Ovvia la conclusione del 6/2 nel secondo set, in cui aveva perso fiducia e pazienza, mentre l’altro era sempre più ingiocabile e preciso. Perfetto anche perché ha saputo frenare il gioco e aspettare l’errore dell’avversario, senza rischiare troppo inutilmente. Troppo monocorde, invece, il gioco di Benoit Paire.

Prossimi appuntamenti, il Wta di Pechino. Iniziato da poco con il primo turno il Wta di Pechino. Con qualche notizia interessante. Innanzitutto bene la Stosur (che batte la Siniakova per 6-3 6-2), la qualificata Petkovic (6/4 6/0 alla Bertens), la Pliskova (si sbarazza della Suarez-Navarro per 6/3 6/4, che non sembra reggere la potenza dei suoi colpi) e la Radwanska (che elimina con un netto 7/5 6/3 la Witthoeft). Male per la Bouchard (wild card per lei, incassa un duro 6/4 6/3 dalla Rybarikova) e la Kuznetsova (che viene eliminata in tre set dalla qualificata Arruabarrena: 6-7(2) 7-5 6-1 il punteggio). Se poi la Barty non riesce a ripetere il buon rendimento del Wta di Wuhan (che l’aveva vista giungere in finale) -ed esce subito, perdendo dalla Makarova con un doppio 6/3- chi invece si vendica della sconfitta agli Us Open -regalando il più bel match di primo turno- è Maria Sharapova. 7-6(3) 5-7 7-6(7) è il punteggio con cui la siberiana si riscatta del 5-7 6-4 6-2 incassato agli Us Open dalla lettone Sevastova. E la lezione pare averla imparata bene. Presentatasi con un completino semplice (canottiera leggermente lavorata, ma interamente bianca e gonnellina plissettata tinta unita verde petrolio) -rispetto al vistoso abitino elegante e sexy, nella versione in nero e in quella più chiara, con Swarovsky- sembra proprio essere l’umiltà ad aver compreso. Partita che va sempre al terzo set, con Maria che vince il primo set a fatica (un tie break o 7/5 come a Flushing Meadows). Poi si fa rimontare e rischia di perdere, commettendo lo stesso errore: rimane nell’area di tre quarti e non avanza a rete, non approfitta delle potenti accelerazioni, soprattutto di rovescio. Cala un po’ nel servizio, perde il controllo del dritto e la partita sembra sfuggirle. Non impeccabile a rete, commette errori sugli smash e sulle volées. Ma stavolta a Pechino si è ripresa in tempo per esultare stremata. Apparsa visibilmente stanca, quasi senza energie, tutti ormai la davano fuori dal torneo -memori del risultato degli Us Open e dopo la rimonta nel secondo set della Sevastova per 7/5. Terzo set, che continua in equilibrio; fino ad un altro tie-break decisivo. Sino al 7 punti pari. La siberiana riuscirà a concludere per 9 punti a 7; ma in questa circostanza non si risparmia, anzi dà tutto. Con le ultime risorse fisiche che le sono rimaste, si convince e costringe a venire in avanti a rete, lanciandosi in qualche attacco; che la premia, meritatamente. Dopo un lieve black out dimostra di aver davvero giocato bene i punti decisivi e di aver dato il massimo impegno, anche per reagire alle micidiali palle corte dell’avversaria che voleva spezzarle il ritmo con smorzate di massima precisione.

Tennis, le emozioni della Laver Cup: un bene
di lusso per pochi

laver-cupForse l’appuntamento più importante della settimana tennistica era quello della Laver Cup a Praga. E le attese non sono state tradite. Certo i pronostici promettevano un puro spettacolo che è arrivato alla 02 Arena, ma probabilmente non tutti pensavano che i talenti indiscussi schierati da Bjon Borg potessero fare tanto. Ề stata, infatti, la squadra capitanata dall’ex campione svedese a dominare quella di John McEnroe. Hanno vinto i “blu” del Team “Europa” contro quello “rosso” de “Il resto del mondo”. Erano di certo i favoriti con 5 dei primi 7 del ranking mondiale rispetto al gruppo del “Resto del Mondo”, in cui c’erano 5 dei primi 51. I nomi bastano a rendere conto di tale piccolo vantaggio di partenza: Roger Federer, Rafael Nadal, Alexander Zverev, Dominic Thiem, Tomas Berdych e Marin Cilic; dall’altra parte: Nick Kyrgios, Jack Sock, Sam Querrey, John Isner, Denis Shapovalov, Frances Tiafoe. Le sorprese e le emozioni, però, non sono mancate. L’equilibrio c’è stato: match bellissimi e molto lottati; il livello di tennis espresso altissimo. 15-9 il parziale finale di questa tre giorni (dal 22 al 24 settembre), che ha siglato il successo di questa prima edizione della Laver Cup; i punti venivano così assegnati: 1 punto per ogni match vinto nella prima giornata, 2 punti nella seconda e 3 punti per la terza. In tutto sono stati giocati tre singolari e un doppio al giorno per un totale di 9 singoli e 3 doppi. Il prossimo anno ad ospitarla sarà l’America, ma intanto resta il ricordo di quella che è stata soprattutto la festa di Sir Rod Laver, che tanto l’ha voluta. Il campione australiano si è goduto, anche durante la premiazione in cui tanti tributi gli sono arrivati, quella che è una sorta -potremmo ribattezzare- di una nuova Coppa Davis universale, in cui le nazionalità lasciano posto all’unico protagonista: il meglio del tennis. Ma non bastava solo poter contare sul talento di questi atleti di calibro (da menzionare, oltre ai 12 scesi in campo, anche le “riserve” di tutto rispetto: Fernando Verdasco e Thanasi Kokkinasis; a compensare i forfait di Del Potro e Raonic); per vincere occorreva sapere amalgamare bene anche le loro personalità, i caratteri e i temperamenti a volte molto differenti, e soprattutto mettere dei paletti per fissare bene gli equilibri interni ai vari team: nessuna prevaricazione reciproca, poiché non era facile lasciare che ognuno (abituato a primeggiare e volenteroso di farsi notare ed esser utile alla squadra) desse il giusto spazio e il dovuto peso all’impegno dell’altro. Non era un’esibizione amatoriale di tennis qualunque, né una vetrina personale in cui esibirsi, sfoggiare e sfogare il proprio ego. Era mettersi al servizio del tennis anche per aprire quasi le danze a quelle che saranno le Next Gen Atp Finals o le Atp Finals di Londra, per ricordare che il tennis è talento, ma soprattutto sportività, gioco di squadra. Al di là del risultato. Qui hanno davvero vinto tutti e giocato con un impegno massimo. E la Laver Cup ha fatto miracoli. Innanzitutto abbiamo potuto veder giocare insieme in doppio Federer e Nadal (che hanno vinto sulla coppia americana Querrey-Sock); poi il primo si è molto prodigato dispensando consigli agli altri, così come si è calato nei panni di coach anche Rafa consigliando proprio Roger. A dimostrazione che tutti volevano mobilitarsi, fare qualcosa per raggiungere il risultato di una vittoria condivisa. Forse proprio il legame di amicizia e complicità ha permesso al team Europa di primeggiare (anche Zverev e Thiem, infatti, si conoscevano molto bene e hanno giocato insieme in doppio). Di certo non passa inosservato il loro “ingaggio”. Gettoni di presenza pari a diversi milioni di euro, ma anche il montepremi finale per la vittoria non è stato da meno: per i sei trionfatori 250mila dollari a testa. Certo si voleva incentivarli a giocare e di sicuro si doveva tenere conto della classifica alta dei big e dei tornei cui hanno dovuto rinunciare a disputare; ma una rinuncia ben contro-pagata. Però c’è da dire che Federer è stato anche co-fondatore della manifestazione e che comunque, nonostante l’ingente somma già guadagnata di partenza solo per la presenza e la partecipazione, all’adesione ha seguito un grosso impegno. I campioni non si sono risparmiati. Si potrebbe dire che la Laver Cup sia come un bene di lusso: che pochi si possono permettere e che si compra nonostante il costo esorbitante, consapevoli del prezzo maggiorato proprio perché è un lusso che ci si vuole concedere -come si suol dire-. Si potrebbero sollevare critiche e obiettare che le cifre sono troppo alte, esagerate. Del resto è un po’ come nel calcio gli stipendi miliardari oppure come i cachet di Sanremo: ma sono quegli eventi che capitano una volta l’anno e c’è chi potrebbe rispondere che ne vale la pena spenderci tanto e investirci molto. Del resto se poi i campioni hanno dimostrato di meritare tali premi stratosferici giocando al massimo ben venga; ma non disdegneremmo se in una prossima futura edizione ci possa essere una riduzione dei cachet o un devolvere in beneficenza almeno parte di tali cifre (se non in toto). Sarebbe un ulteriore esempio di grossa umanità e sportività dato -che già più volte questi big della racchetta hanno dimostrato senza misura-. Tutti erano consapevoli (giocatori ed anche gli stessi organizzatori che hanno allestito un evento così prestigioso, sapendo quello su cui andavano ad investire) che non si sarebbe trattato solo di un mero evento sportivo, ma soprattutto mediatico e -ancor prima- economico-finanziario: una fonte di business enorme (oltre ai cachet, si può solo immaginare il costo dei biglietti); ma, dall’altra parte, tutti sanno che campioni così possono anche fare tanto, in maniera altrettanto proporzionata, per aiutare. E di motivi ce ne sono tanti: non solo cause umanitarie, eventi catastrofici a seguito di atti terroristici o calamità naturali; per ricostruire dunque, ma anche per la ricerca (non solo a livello di salute), ma anche -ad esempio, pensiamo- per lo sport, per migliorarne la qualità: investire in nuove strutture, devolvere per sostenere anche chi non può permettersi di giocare per un fattore economico, avviare campagne di sensibilizzazione contro il doping o per diffondere la sportività; regole di gioco, come regole di vita all’insegna della solidarietà. Del resto più volte questi campioni si sono mobilitati in merito. Sarebbe stata un’occasione in più; anche magari giocando in posti meno prestigiosi.

Ma veniamo al tennis giocato: la competizione c’è stata, così come l’equilibrio. Infatti sono stati molti i tie-break giocati e i match tie-break decisivi disputati. Sicuramente gli incontri decisivi erano gli ultimi due singolari della terza giornata tra Nadal e Isner e tra Federer e Kyrgios. Lo svizzero non ha deluso le aspettative e ha portato a casa un punto fondamentale; ma solo al terzo set: l’australiano ha giocato benissimo e ha vinto il primo set, ma a fare la differenza è stata un po’ più di precisione da parte dell’elvetico che nei momenti più importanti ha trovato i colpi migliori, sbagliando meno, mentre l’altro ha concesso qualcosina in più, cedendo qualche errore di troppo di imprecisione e di sfortuna. 4-6 7-6(6) 11-9 il punteggio finale. Partita straordinaria, così come l’altra in cui l’americano Isner ha dimostrato di saper vincere non soltanto con gli aces e il servizio, ma con il gioco giocato, in attacco a rete e rispondendo ai passanti dello spagnolo (che ha giocato malissimo soprattutto il tiebreak del secondo set). Il dato particolarmente rilevante è che i punti vinti in risposta sono andati a favore di John -curiosamente-: in tutto 33 per lui contro i soli 16 complessivi per lo spagnolo.

Vediamo tutti i risultati.

Giorno 1

Cilic-Tiafoe 7/6(5) 7/6(6)

Thiem-Isner 6-7/7-6/10-7.

Zverev-Shapovalov 7/6 7/6

Giorno 2

Federer-Querrey 6/4 6/2

Nadal-Sock 6-3/3-6/11-9

Kyrgios-Berdich 4-6/7-6/10-6.

Giorno 3

Zverev-Querrey 6/4 6/4

Nadal-Isner 5/7 6/7(1)

Federer-Kyrgios 4-6 7-6(6) 11-9

Barbara Conti

In ginocchio contro Trump: la storica protesta della NFL

Il presidente americano aveva invitato i presidenti delle squadre di football a licenziare tutti i tesserati che non avessero rispettato l’inno prima delle partite, in segno di protesta contro la ferocia della polizia verso le persone di colore. Richiesta rispedita al mittente e pesantissimo scambio di accuse tra i personaggi di spicco dello sport e l’inquilino della Casa Bianca

nfl2ROMA – Trump vs NFL. E non solo. In questi giorni la tensione è alle stelle negli Stati Uniti: la polemica riguarda il presidente Donald Trump e i personaggi di spicco dello sport a stelle e strisce che, tutto unito, ha deciso di protestare contro la politica dell’inquilino della Casa Bianca. Ripercorriamo i fatti.

IN GINOCCHIO DURANTE L’INNO – Circa un anno fa Colin Kaepernick, allora quarterback dei San Francisco 49ers (squadra di football americano, uno degli sport più popolari negli Usa), decide di inginocchiarsi durante le note dell’inno americano che da tradizione precede l’inizio delle partite di NFL. Un gesto per protestare contro l’eccessiva ferocia della polizia nei confronti degli afro-americani. Un’iniziativa rimasta in un primo momento isolata (tant’è che Kaepernick si trova attualmente senza squadra), ma che a distanza di 12 mesi è diventata virale. Lo scorso 22 settembre infatti Trump, in una conferenza stampa in Alabama, aveva invitato i presidenti delle squadre di football a licenziare tutti coloro (chiamati “Son of bitch”, figli di putt…) che non avessero rispettato l’inno americano. Un invito non solo rispedito al mittente, ma che ha generato un fiume di polemiche.

LA PROTESTA CONTRO TRUMP – Lo scorso weekend è stato definito come quello della “Grande Protesta” contro Trump. I tre sport più popolari degli Usa (football, baseball e basket) si sono infatti uniti per dissociarsi dal capo del paese. E così, nella MLB, Bruce Maxwell, popolare giocatore degli Oakland Athletics, si è inginocchiato poco prima di una partita contro i Texas Rangers. Il campionato di pallacanestro (la celebre NBA) non è ancora iniziato, ma i campioni più famosi, su tutti Lebron James, si sono fatti sentire su twitter. Proprio il leader dei Cleveland Cavaliers ha ammesso come votare per Trump sia stato un errore e come sia il popolo, e non una singola persona, a mandare avanti la nazione. Ancora più duro è stato Gregg Popovich, 68enne allenatore dei San Antonio Spurs: “Mi meraviglio delle persone intelligenti che stanno intorno al presidente e che lo appoggiano. Siamo la vergogna del mondo, la gente deve sentirsi a disagio”. Ma la vera e propria guerra di Trump è contro la Nfl, la lega di football composta per tre quarti da giocatori neri. Si può infatti definire storico quello che è successo nell’ultima giornata con tutti gli atleti inginocchiati o rimasti nello spogliatoio in segno di protesta durante l’inno americano, ripercorrendo ciò che Colin Kaepernick aveva fatto un anno fa. Tutto questo per solidarietà verso i neri e in generale contro la politica arrogante e brutale del presidente americano.

#STANDFOROURANTHEM – Non si era mai assistito ad un polemica simile tra un capo politico e il mondo dello sport. Trump ha reagito a questi gesti lanciando su twitter l’hashtag #StandForOurAnthem (“In piedi per il nostro inno”) chiedendo rispetto per il paese e invitando il pubblico a lasciare gli spalti se dovessero accadere nuovamente episodi di protesta simili. Il portavoce della Nfl, Joe Lockhart, ha invece difeso la scelta degli atleti parlando di manifestazione pacifica. Lo sport dunque alza la voce e Trump, il cui consenso sta sempre più diminuendo, mettendosi contro le discipline più popolari negli Usa non poteva commettere un autogol peggiore.

Francesco Carci

Rugby, svolta storica: per la prima volta in Italia arbitra una donna

Domenica prossima il match valido per il campionato di Eccellenza tra il Petrarca e la Lazio, in programma a Padova, sarà diretto dalla irlandese Joy Neville, prima donna arbitro nel nostro massimo campionato.

nevillePADOVA – C’è sempre una prima volta. Ed era ora. La partita di rugby Petrarca-Lazio, in programma domenica prossima al ‘Memo Geremia’ di Padova, valida per la prima giornata di Eccellenza, sarà diretta dall’arbitro Joy Neville. Non era mai successo che una gara del massimo campionato italiano rugbistico fosse arbitrata da una donna.

LA CARRIERA – Nata a Limerick, Joy è una ex rugbista che ha smesso di giocare nel 2013, iniziando subito il nuovo tipo di carriera. Nel marzo del 2016 ha diretto la sfida Galles-Italia femminile valida per il VI Nazioni e presto è stata promossa anche a dirigere i match internazionali maschili. Nemmeno un mese fa, il 25 agosto, Neville ha diretto la finale di Coppa del Mondo femminile tra Nuova Zelanda e Inghilterra. Finalmente un tabù viene sfatato: che sia ora anche nel calcio?

Francesco Carci