Atp di Shanghai, Wta di Hong Kong e Tianjin: la sfilata degli “invincibili”

2018 US Open - Day 4Non si potevano che commentare con ‘semplicemente ingiocabili’, le vittorie di mostri sacri della racchetta agli ultimi tornei. E, quando si parla di campioni insuperabili e invincibili, all’appello non poteva mancare Novak Djokovic, che ha vinto il torneo di Shanghai in maniera strepitosa. In forma più che smagliante, sembra davvero lui il candidato a raggiungere il primo posto della classifica mondiale in questa fine d’anno. Con Nadal fuori, Federer che ha perso da Coric qui a Shanghai in semifinale, e la conquista del suo quarto titolo proprio qui a Shanghai, Nole si avvicina al primato: ora è a soli 35 punti nella Race per il vertice. Infatti, in finale, ha sconfitto facilmente il giovane e valido croato, nettamente per 6/3 6/4: semplicemente imbattibile. Perfetto al servizio e a rete, da fondo e in attacco, sbaglia quasi nulla, concede ancora meno, gli riesce tutto alla perfezione, sposta qualsiasi avversario e controlla perfettamente il match, scegliendo lui quando mettere pressione e quando frenare il ritmo e lo scambio. Semplicemente superiore. Punto. Per lui dei fiori, la coppa ed anche un orologio Rolex in premio. Ma c’è anche la nostra Camila Giorgi, che conquista il secondo titolo in carriera al Wta di Linz (in Austria), dopo quello del 2015 a S’ Hertogenbosch (su Belinda Bencic, per 7/5 6/3). Ha sconfitto la russa, che partiva dalle qualificazioni, Ekaterina Alexandrova, per 6/3 6/1. Una partita senza storia, perfetta la sua, che non era neppure al top della forma per un problema alla gamba. Papà Sergio voleva addirittura che si ritirasse, invece Camila è stata travolgente. Ma, per lei, per quest’anno, la stagione è finita. Raggiunge il suo best ranking e sale alla posizione n. 28 della classifica mondiale. A proposito d’Italia, da segnalare un altro successo, anche se ‘incompleto’. Quello di Lorenzo Sonego (giovane di talento di Torino, classe 1995), che ha raggiunto la scorsa settimana la semifinale del Challenger di Firenze, dove ha perso dal futuro vincitore del torneo: Pablo Andujar. L’azzurro si è arreso allo spagnolo solo dopo due ore e un quarto di gioco, con il punteggio di 6/2 4/6 6/1. Ha sicuramente pesato la maggiore esperienza dell’avversario, ma lodevole la reazione che Sonego ha avuto nel secondo set e il fatto che ha sempre lottato su tutte le palle, ci ha sempre creduto (nella rimonta) e non ha mai mollato su nessun colpo (rischiando tanto, anche a costo di sbagliare, e spingendo su ogni tiro): dal servizio a tutto il resto. L’attuale n. 32 al mondo (mentre Lorenzo è n. 101 al mondo attualmente, dopo essere stato il n. 86, suo best ranking) avrebbe poi conquistato il titolo qui a Firenze, imponendosi – in due set netti – sull’argentino Marco Trungelliti con il punteggio di 7/5 6/3. Lo stesso coach di Sonego, Gianpiero Arbino, ha evidenziato (come ha spiegato ad Ubitennis a Lorenzo Colle) che le sue maggiori qualità sono la passione per il tennis e la serenità con cui gioca. Inoltre, ha tutte le carte in regola del vincente, che sono tre principalmente: talento, testa e le persone giuste attorno. E poi, tanta, tanta caparbietà: se un colpo non gli riesce, lo ritenta finché non riesce, anche a costo di continuare a sbagliarlo; come accaduto per la palla corta contro Andujar, oppure – oltre alla smorzata – con il rovescio lungolinea. Ama restare sulla difensiva da fondo, ma – se costretto – viene tranquillamente bene in avanti in attacco a rete; riassumendo, questo lo schema tattico che predilige.

Per quanto riguarda il tennis femminile, altre sorprese arrivano dai tornei di Hong Kong e di Tianjin. In quest’ultimo si impone una solida Caroline Garcia, che annichilisce un’altra ‘Carolina’: Karolina Pliskova, che sconfigge per 7/6(7) 6/3. La francese sale alla posizione n. 16 del ranking mondiale, classico il suo ‘aeroplanino’ di gioia finale dopo la vittoria. Non deve fare molto, tanti, troppi gli errori della ceca, che sembra sofferente (forse qualche disturbo fisico per lei?) e rassegnata poi nel finale, dove ha un lieve sussulto che la porta dal 5-1 al 5-3 (recuperando uno dei tanti break subiti e servizi di battuta persi). Più lottato il primo set, abbastanza in equilibrio: la Garcia era partita pure male e la Pliskova conduceva 5 punti a 1; ma poi la rimonta irrefrenabile della francese ha lasciato esterrefatta l’avversaria, incapace di reagire quasi. Ha sbagliato tantissimo anche al servizio, cosa assolutamente incredibile per lei. Ed era super favorita.

Nel torneo di Hong Kong, invece, la sorpresa arriva dalla cinese, classe 1992, Wang Qiang. Dopo aver vinto, in questo 2018, il torneo di Guangzhou (infliggendo un netto e severo 6/2 6/1 alla Puntinceva), era arrivata sino in semifinale al torneo di Pechino, dopo aver battuto Aryna Sabalenka con un doppio 7/5. La bielorussa non è riuscita a fare meglio al successivo torneo di Tianjin, dove ha perso ai quarti dalla svizzera ritrovata (e ritornata dopo l’intervento alla mano destra: non facile per lei giocare ancora di nuovo) Timea Bacsinszky, con un doppio 7/6; ha commesso lo stesso errore, perdendo la partita allo stesso modo: rimanendo troppo a fondo, spostando poco l’avversaria – ma, al contrario, lasciandosi spostare dall’avversaria (il che ha evidenziato i suoi problemi di mobilità laterale) -, giocando troppo centrale e non venendo in attacco a rete, subendo le palle senza peso o in back dell’avversaria, sbagliando invece a ricercare traiettorie più lobate e meno in topspin, che hanno permesso alle sue avversarie di spingere di più e metterle più pressione e velocità, costringendola all’errore e a prendere maggiori rischi, andando fuori controllo nei colpi spesso. Tuttavia i margini per migliorare per lei ci sono tutti, questa è la notizia più che positiva. Non è la sola avversaria che la Wang ha dominato. Non è andata meglio neppure a Karolina Pliskova, che ha sempre perso dalla cinese: contro di lei la n. 8 al mondo al mondo aveva perso anche al torneo di Wuhan per 6/1 3/6 6/3 a favore di Qiang; ed anche al successivo torneo di Pechino, dove la padrona di casa si è imposta addirittura con un doppio 6/4. E per la Pliskova è continuato il periodo nero anche alla Kremlin Cup del torneo di Mosca, dove ha perso subito da Vera Zvonareva per 6/1 6/2, in un match da dimenticare assolutamente: troppi errori, scarsa mobilità, gioca troppo centrale, non riesce ad essere incisiva col servizio e non riesce a guidare lo scambio, soprattutto soffre tantissimo le palle basse (in back in particolare) dell’avversaria e quelle senza peso; ma brava la Zvonareva a spostarla, giocando di precisione. Parte subito alla grande e va 4-0 con la palla del 5-0; poi Karolina ha un sussulto d’orgoglio e va 4-1, ma – da lì – altri due game per Vera, che chiude nettamente il primo set. Nel secondo, la Pliskova ottiene un game in più e gioca il game più bello e più lottato proprio sul 5-2 e servizio per l’avversaria, in cui la Zvonareva è costretta ad annullare diverse palle break e ha anche altri match point a disposizione, cancellati dalla Pliskova; ma l’ultimo dritto, sbagliato malamente e mandato fuori da Karolina, la dice lunga sul fatto che non sia ancora al meglio e al top.

Per tornare alla Wang, Qiang gioca la partita perfetta in semifinale a Hong Kong contro la Muguruza. Un match durissimo, un incontro terminato solo al terzo set, ma molto lottato. Wang è sempre sembrata avere quel colpo in più, eppure non riusciva a chiudere, a fare punto, tanto che la Muguruza era sempre avanti nel punteggio e la cinese costretta ogni volta a rincorrere; ma ha vinto la partita mentalmente, con una forza, una concentrazione, un’ostinazione, un coraggio e un mordente eccezionali. E con colpi da manuale. Garbine ha giocato benissimo, ma lei ancora meglio se si può. Ingiocabile semplicemente di nuovo. L’allieva dell’ex tennista e campione australiano Peter McNamara (classe 1955) ha dato spettacolo; e l’unico consiglio che le ha dato il suo coach al cambio campo è stato: “pensa positivo e ce la farai, potrai riuscire a vincere”. Parte, contro la spagnola nel primo set, un break avanti; poi si fa strappare subito di nuovo la battuta sino al 2-2, poi la Muguruza passa a condurre per 3-2. Dunque in 5 game 4 break complessivi reciproci. Nel secondo succede la stessa cosa: break subito in apertura di servizio, che non tiene però. Se la cinese perde il primo set al tie break per 7 punti a 5, nel secondo trova il break necessario per allungare il match al terzo, aggiudicandoselo per 6-4; il finale dell’incontro ha ancor di più dell’incredibile. La Wang si trova sotto 5-4 per la spagnola, serve e va sotto 0-40 e seconda di servizio; eppure riesce a vincere il game ed a pareggiare i conti sul 5-5; poi trova addirittura il break decisivo che le farà conquistare il set e il match per 7-5. Da una parte una Muguruza nervosissima, dall’altra una concentrata e lucida Wang. Tuttavia il 6/7(5) 6/4 7/5 che le è stato necessario e indispensabile per arrivare in finale l’ha pagato. Di fronte ha trovato un’altra tennista esordiente ‘ingiocabile’, che ha fatto la partita perfetta della vita, lasciando ferma a guardare la Wang, stanca, confusa e sorpresa, stupita dall’aggressività, dalla velocità, dalla potenza e dalla profondità dei colpi dell’avversaria, che non le ha mai dato modo di entrare in partita né di prendere ritmo. Si è trattato della tennista ucraina Dayana Yastremska, che le ha imposto un categorico 6/2 6/1. La giovane di Odessa, nata nel 2000, con all’attivo tre tornei ITF, attuale n. 66 del mondo, ha impartito una dura lezione alla cinese. Sicuramente, molto ha inciso per la Wang un malessere e una stanchezza fisici. Così come le era accaduto in semifinale al torneo di Wuhan, quando è stata costretta a ritirarsi contro Anett Kontaveit, che stava vincendo per 6/2 2-1.

Barbara Conti

Ronaldo e l’accusa di stupro. Guai in vista per CR7 e… per la Juve

roandloNel 2009 a Las Vegas il fuoriclasse portoghese avrebbe molestato l’americana Kathryn Mayorga. Tra i due ci fu un accordo extra-giuridico (silenzio in cambio di 375mila dollari), ma ora il caso è riaperto e l’avvocato della ragazza tuona: “Un’altra donna è stata violentata da Cristiano”
TORINO – Guai in vista per Cristiano Ronaldo. Il calcio non c’entra nulla. Anzi, se con la Juventus fila tutto liscio, il fuoriclasse portoghese deve fare i conti con un caso ben più spinoso. L’ex Real è infatti accusato di aver stuprato la ragazza americana Kathryn Mayorga: i fatti risalgono al 2009 a Las Vegas, la polizia ha recentemente riaperto il caso.

L’ACCORDO – È successo tutto il 13 giugno di 9 anni fa. All’epoca 24enne, Ronaldo avrebbe conosciuto durante un party la Mayorga (un anno più grande del portoghese) nella discoteca Rain per poi invitarla nella suite all’ultimo piano dell’hotel Palms Casino Resort. La ragazza avrebbe negato il rapporto sessuale a Cristiano, che l’avrebbe così violentata. Dopo quella notte Ronaldo decise di ricorrere ad un folto team di avvocati, oltre che ad un investigatore privato, per pedinare Kathryn e scoprire più informazioni possibili sulla ragazza (i locali che frequentava, dove andava a mangiare, quanti bicchiere di vino beveva, ecc.) con il fine di gettare fango sulla sua reputazione. Tra i due nel 2010 si arrivò ad accordo extra-giudiziario, pubblicato pochi giorni fa nei dettagli dal quotidiano tedesco Der Spiegel: il silenzio della Mayorga in cambio di 375mila dollari.

LE NUOVE ACCUSE – Una stretta di mano che ora però non vale più. Perché il legale della ragazza americana, Leslie Mark Stoval, ha deciso di tornare alla carica. “Dato il tipo di accusa della querelante, Ronaldo ha ottenuto un accordo incredibilmente favorevole: rischiava il processo e la prigione, con il catastrofico effetto collaterale di non poter più entrare negli Stati Uniti e il devastante impatto sulla sua reputazione, vita privata, immagine pubblica, contratti e opportunità professionali”. Non solo, il legale della Mayorga ha lanciato nuove pesantissime accuse a Cristiano: “C’è un’altra donna che ha ricevuto lo stesso trattamento da Ronaldo”. Dunque un possibile nuovo caso di violenza sessuale. Il nome di questa seconda ragazza è top secret, ma sarebbe stato già fornito alla polizia di Las Vegas. La stessa ragazza ha scritto una lettera in cui sembra pentirsi di aver accettato il denaro in cambio del silenzio: “Vorrei che tutti sapessero chi sei davvero”, la minaccia della donna, oggi 34enne. Intanto però le prove del fattaccio del 2009 sarebbero sparite: l’avvocato Stoval ha infatti fatto sapere che non ci sarebbe più traccia delle dichiarazioni della sua assistita, così come del vestito e della biancheria intima indossata quella sera da Kathryn e consegnata alla polizia americana come prova dell’accaduto.

LA DIFESA E GLI SPONSOR – Dal canto suo CR7 ha rotto il silenzio respingendo le accuse su Twitter: “Nego con forza le accuse di cui sono un bersaglio. Considero la violenza un crimine abietto, contrario a tutto ciò che sono e a ciò in cui credo. Non ho intenzione di alimentare lo show mediatico montato da persone che si vogliono promuovere a mie spese. La mia coscienza è pulita e mi consente di aspettare con tranquillità i risultati di ogni indagine”. Anche la Juventus si è schierata dalla parte del proprio tesserato: “In questi mesi Cristiano ha dimostrato la sua grande professionalità e serietà, apprezzata da tutti alla Juventus – si legge nella nota del club -. Le vicende asseritamente risalenti a quasi 10 anni fa, non modificano questa opinione, condivisa da chiunque sia entrato in contatto con questo grande campione”. Eppure il titolo in Borsa del club bianconero ha subito nei giorni scorsi una drastica caduta. E anche alcuni sponsor mondiali, come EA Sports (gruppo canadese che gestisce il celebre videogioco Fifa) e Nike, hanno preso le distanze da Ronaldo, evidentemente preoccupate per possibili ed ingenti danni di immagine. Cristiano potrebbe finire così a processo, anche se si prevedono tempi piuttosto lunghi.
Francesco Carci

Wta di Wuhan. Cina: un ‘lasciapassare’ per Sabalenka e Tomic

sabalenka-12La stagione di tennis in Cina è cominciata e regala subito due risultati interessanti. Il primo è che, al Wta di Wuhan, si afferma la talentuosa Aryna Sabalenka. Si aggiudica, così, il secondo titolo stagionale, dopo quello a New Haven (nel Connecticut) dello scorso agosto (imponendosi su Carla Suarez Navarro per 6/1 6/4). Inoltre, la ventenne di Minsk guadagna ben quattro posizioni nel ranking mondiale, salendo dalla n. 20 alla n. 16. Ora insegue le favorite per Singapore, per aggiudicarsi un posto anche lei nelle Olimpiadi di fine anno. Un 2018 da incorniciare per lei, in cui la tennista bielorussa allenata da Tursunov è molto cresciuta. Per lei la top ten non è più assolutamente un’impresa impossibile e si candida a diventare la prossima numero uno al mondo nel giro di poco tempo probabilmente, la nuova Serena Williams; che eguaglia per grinta, per potenza, per completezza di colpi e per estro. Convincono sempre più la sua tecnica e il suo gioco. Non è questione solo di tattica e schema, che applica alla perfezione e che indovina la maggior parte delle volte; ma è soprattutto la sua capacità di far vedere di essere brava in ogni tipo di tiro, a stupire. Qui a Wuhan, in finale, affrontava l’altra giovane molto interessante estone Anett Kontaveit. La bielorussa si sbarazza della giovane di Tallin in poco tempo, lasciandole solo un game in più rispetto a quanto fatto contro la spagnola Carla Suarez Navarro a New Haven: sei games in luogo di cinque, per un doppio 6/3 che sa di superiorità da ogni punto di vista. Nel primo set Aryna vola subito sul 4-1 ed ha la possibilità del 5-1, che sfuma; però, poi, riesce a chiudere il primo set tranquillamente per 6/3. Nel secondo troverà il break decisivo fondamentale sul 3-3, che la porterà avanti per 4-3, per poi consolidare il vantaggio sul 5-3 e infine chiudere con un altro 6/3. La verità, però, è che la bielorussa ha eccelso in ogni circostanza; la Kontaveit non ha retto lo scambio ed è stata costretta a fare miracoli per fare il punto. La Sabalenka l’ha spostata in ogni parte del campo, l’ha aggredita con colpi potenti e profondi, l’ha attaccata e ha fatto punto a rete sia con gli smash che con le volées, mentre l’altra è sembrata in questo un po’ ancora ‘acerba’ al net; ma comunque generosa nel non mollare e nel passare un paio di volte, con due passanti di rovescio straordinari, la tennista di Minsk. La bielorussa ha giocato bene in contenimento con il back o lo slice, ma soprattutto in top in accelerazione e in velocità. Ha servito ancora meglio, mettendo a segno qualche aces e sbagliando pochissimo anche nelle seconde di battuta. Potente e precisa, ha peccato solo ancora un pochino in mobilità (soprattutto laterale), ma è forte principalmente di tenuta mentale, da un punto di vista caratteriale di attitudine e approccio al match, con una fredda lucidità che le permette di impostare tutto il gioco alla perfezione. Se fa male con il suo dritto micidiale in accelerata, sicuramente è molto solido anche il suo rovescio, in particolare in lungolinea. Quello che di lei sorprende, per il momento, è la continuità di rendimento, la sua regolarità nell’essere continua nell’ottenere e conseguire risultati importanti; questo la rende competitività con le top ten e le prime del mondo, un po’ in difficoltà attualmente e in deficit di vittorie; questo dipende anche dalla straordinaria condizione fisica e dall’ottimo stato di salute della bielorussa evidentemente. Speriamo prosegua su questa strada: fa bene al tennis e alle colleghe avere un talento del genere nel circuito, che costringe anche loro a ‘crescere’. E crediamo assolutamente che ormai nel tennis la Sabalenka sia una certezza e non più una meteora. Se vediamo il percorso fatto nel torneo di Wuhan ben ce ne rendiamo conto. Ha battuto in rassegna: Carla Suárez Navarro (per 7/6 2/6 6/2); Elina Svitolina (n. 6 al mondo, per 6/4 2/6 6/1); Sofia Kenin (per 6/3 6/3); Dominika Cibulková (per 7/5 6/3); e Ashleigh Barty (per 7/6 6/4); nella semifinale era addirittura sotto nel punteggio per 5-3 40-0, tutto per l’avversaria, ma è riuscita a portare la Barty al tie break ed a vincerlo facilmente (andando subito avanti per 5 punti a 2). Inoltre, nel secondo set ha fatto ben l’85% di punti con le prime di servizio, a dimostrazione della potenza, solidità ed efficacia della sua battuta.
All’Atp di Chengdu, invece, brutta sorpresa per l’Italia. Dopo una semifinale strepitosa, crollo di Fabio Fognini in finale. L’azzurro arriva all’ultimo turno ed affronta Bernard Tomic. Inseguiva il suo quarto titolo stagionale, dopo le vittorie a San Paolo (su Jarry, per 1/6 6/1 6/4), Bastad (su Gasquet, per 6/3 3/6 6/1) e Los Cabos (su Del Potro, per 6/4 6/2). Si è fatto sorprendere dall’australiano, ma in compenso ha raggiunto la posizione n. 13 del mondo e insegue gli altri per il Master di fine anno. Sicuramente quello che abbiamo notato è il costante riferimento a mister Corrado Barazzutti sugli spalti, che lo ha sostenuto e incoraggiato. Sembrava favorito dopo l’avvincente semifinale contro Fritz, da cui si è fatto sorprendere nel primo set perdendolo al tie break per 7 punti a 5; dal secondo Fabio ha dilagato, prima con un netto 6/0 senza storia, poi andando a vincere definitivamente con un 6/3 soddisfacente e convincente nel terzo parziale. Tra gli appalusi del pubblico e di Barazzutti, assolutamente soddisfatti (come lui stesso) della sua performance. Al ligure, invece, non è riuscita l’impresa contro Tomic, pena anche un po’ di sfortuna; ma soprattutto il nervosismo (Fognini ha anche rotto una racchetta) e un po’ di deconcentrazione (o di stanchezza anche). Forse si sentiva sicuro, dopo l’importante vittoria al turno precedente, ed era convinto di poter controllare il match. Invece tutto è andato storto. Ha avuto subito, nel primo game, due palle break sul 40-15 a suo favore, ma le ha sciupate e, così, si è ritrovato immediatamente sotto 3-0. Poi ha messo a segno un game (per il 3-1) e da lì è incominciata la carrellata di punti per Tomic che lo ha portato sino al 6/1 nel primo set. Tanti i gratuiti di Fabio, oltre a un po’ di sfortuna per colpi usciti di poco; il servizio ha funzionato un po’ meno bene del solito, ma soprattutto lo ha tradito in particolare il dritto in accelerata e non è riuscito con il suo rovescio a contrastare la regolarità di Tomic. L’australiano, infatti, ha giocato di solidità, sbagliando pochissimo, anche se non di potenza e velocità. Di precisione nel piazzare bene soprattutto il dritto in accelerata, spostando Fabio, che si è trovato in difficoltà: gli mancava sempre un passino per arrivare bene sul colpo. Forse il tennista sanremese avrebbe dovuto insistere più sul rovescio e aggredirlo di più, ma non era facile giocare con palle prive di peso come quelle di Tomic, anche in back. Ha costretto a giocare più difensivo, in back appunto, anche Fognini, che così è rimasto troppo ancorato alla linea di fondo campo, al lungo scambio, che ha messo in gioco Tomic. Mentre sarebbe dovuto venire più a rete, dove ha fatto la differenza con le volées straordinarie da manuale e da vero doppista; eccetto due passanti di rovescio incrociato, stretti in cross, dell’australiano, l’azzurro al net è stato superiore: Bernard, al contrario, ha sbagliato delle volées facilissime. Fabio è stato imbrigliato nello scambio prolungato, e troppo centrale, con colpi senza potenza né profondità, da cui avrebbe dovuto cercare di uscire. La sfortuna e il nervosismo hanno fatto il resto: Bernard ha recuperato in extremis e per miracolo quasi, alcune smorzate ben eseguite di Fabio. Viceversa alcune palle corte, che potevano essere vincenti, non sono riuscite all’italiano, che si è molto disperato per questo: non riusciva a giocare bene come voleva ed era molto nervoso per questo. Barazzutti ha cercato di sostenerlo e incoraggiarlo e nel secondo set c’è stata una reazione di Fognini, che ha trovato il break decisivo sul 3-3 per andare 4-3 e poi 5-3 e chiudere il secondo parziale per 6/3. Nel terzo era avanti nel punteggio e aveva l’opportunità di chiudere, m l’ha sciupata. Prima ha fatto break, ma poi si è fatto di nuovo strappare il servizio; si è arrivati, così, al tie break: era avanti 6 punti a 3, ma si è fatto pareggiare e poi lo ha perso per 9 punti a 7, sfumando altri match point preziosi. Incredulo Tomic, che non si aspettava di vincere, che ha esultato di gioia sincera. Fabio è sembrato un po’, nel finale, buttare via la partita sfiduciato e amareggiato dal suo rendimento in campo, al di sotto del suo alto livello standard. Più demerito suo che merito di Tomic (che non ha fatto nulla di eccezionale e si è limitato ad attendere l’errore di Fabio); molti dritti facili sbagliati da Fabio, che si è forse anche un po’ colpevolizzato per tutti i suoi troppi errori commessi. Giornata ‘no’ che dispiace, soprattutto dopo e alla luce della straordinaria vittoria nei quarti su un altro australiano: Matthew Ebden, su cui si è imposto facilmente con un netto 6/4 6/2, in poco più di un’ora di gioco (un’ora e sei minuti appena); da manuale quella partita. Ma, si sa, non tutti i match sono uguali e capitano le giornate in cui tutto va storto. Peccato contro Tomic, perché Fabio sembrava davvero aver trovato la tattica giusta e riuscire ad imporsi in campo, più aggressivo. Forse avrebbe dovuto pensare a Roger Federer: pochi scambi a fondo e poi subito a rete a chiudere con uno smash o una volée da maestro. Oppure tentare maggiormente lo schema del serve&volley; al servizio, infatti, ha messo a segno anche qualche aces, nonostante alcuni doppi falli da segnalare. Ma l’importante è ragionare sul match perso contro Tomic con Barazzutti e concentrarsi su Pechino, anche in vista del Master di fine anno.

Rugby Championship. Argentina: vincono perché sono duri

rugbyLa notizia della settimana è, anzi a pensarci bene quella del mese o forse del 2018, insomma gli All Blacks hanno perso con l’aggravante che la sconfitta è arrivata a Wellington, uno dei templi del rugby neozelandese, e contro i grandi rivali del Sudafrica. Non sono state sufficienti le mete dei “tutti neri” , 34 a 36 il risultato finale, contro un Sudafrica che ha giocato un match tutto orgoglio e forza fisica, alla vecchia maniera Bok, capaci di resistere gli ultimi 10 minuti ad uno tsunami nero e riaprendo di fatti il Championship.

Ci può essere qualcosa di più forte? Sì, l’Argentina che piega l’Australia a Brisbane per 19 a 23. Erano ben 35 anni che non succedeva. L’Australia è fra le grandi potenze finanziarie dove lo sport è una delle basi della società e i Governi Centrali e locali elargiscono milioni di dollari. L’Australia ha una delle nazionali di rugby più blasonate. Ma in questa Argentina è chiara l’impronta di Coach Mario Ledesma, uomo di rugby a tutto tondo con esperienze nel Top 14 francese come giocatore e in Australia come allenatore delle difese, capace di restituire i Pumas ai grandi fasti. Un gioco elementare senza troppi fronzoli con gli avanti che spingono ed i trequarti che corrono, tutto guidato da una mediana sagace. Insomma riesce ad accentuare temperamenti innati. La vittoria di Mendoza, un mese or sono, contro il Sudafrica, la bella prestazione se pur battuti di inizio mese contro gli All Blacks segnano positivamente il passo di questa squadra. Vi è stato un cambio generazionale senza grossi scompensi con giovani talenti di grande carattere che in molti ammirano e schiererebbero fra le proprie file.

E questa Argentina, sarà anche per l’innumerevole presenza di cognomi italiani, ci ha da sempre portato a raffronti con il nostro rugby e rimuginare come facciano ad essere sempre davanti, così in alto nel ranking, occupando tenacemente posizioni fra i primi dieci posti nella classifica mondiale, e a batterci sistematicamente. Una federazione, la UAR, che finanziariamente non vive nella prosperità, non potrebbe anche per i noti motivi economici che stanno tormentando lo stato argentino negli ultimi trent’anni, un campionato che da sempre vede innumerevoli poco più che adolescenti vivere con il mito della fuga nei campionati anglo-francesi. C’è stato un periodo in cui, in parecchi, si accasavano anche in Italia. Giocatori che non sempre li si poteva classificare di “prima scelta” ma da noi sfangavano la giornata con contratti economici poco più elevati di quello di un quadro direttivo nell’industria. Certo poi ci sono i Dominguez, i Parisse, i Castrogiovanni e i Neto e tanti altri che indossando la maglia Azzurra hanno portato lustro alla nostra nazionale. Ma questo non cambia e ti prende il mal di stomaco nel pensare a noi e quanto abbiamo e quella Terra così. Così agli antipodi da tutto il rugby che conta, così discosti dal giro di business. E poi arrivi ad una risposta, forse non proprio alla risposta tecnica ma con una sua logica, con un raziocinio. Sono un popolo tànghero e tanghèro, è gente dura che pare sia sortita dal pennello di un naif come Covili. A loro basta un pallone ovale e un paio di vecchie scarpe tacchettate per sgambare e azzuffarsi sulle zolle di un campo di periferia di una delle strepitanti popolose grandi città come in mezzo al nulla nel silenzio della pampas in Patagonia. Questi possono battere chiunque. Sono i figli e i nipoti di chi ha penato realmente e mordere la sofferenza è nel DNA. Sanno che, anche nel terzo millennio, spingere e correre può essere ancora il modo per fuggire dalle tante miserie che può riservare un paradiso infernale. Noi lo abbiamo dimenticato.

Rugbyingclass
di Umberto Piccinini

 

Serie B: attentato alla legalità, il torneo cadetto resta a 19 squadre

La tanto attesa sentenza del Collegio di Garanzia del Coni, presieduto dall’ex Ministro degli esteri Frattini, ha confermato la decisione della Lega di B e della Figc che lo scorso agosto, in barba al regolamento, ha optato per il format a 19 club, bloccando i ripescaggi. Norme del tutto aggirate in una delle più sconcertanti pagine della storia del calcio

fabbriciniROMA – Golpe, rapina, furto. Non è semplice scegliere l’aggettivo più appropriato per definire l’epilogo di una “commedia all’italiana”, che di commedia ha però ben poco. Si parla di Serie B e del format del campionato. Il Collegio di Garanzia del Coni, presieduto dall’ex Minsitro degli esteri Franco Frattini, ha deciso di confermare la decisione della Lega cadetta e della Figc che lo scorso agosto, violando palesemente il regolamento, hanno deciso di bloccare i ripescaggi (previsti dalla legge) e far partire il campionato con 19 società. Uno stupro alla legalità che ha come maggiore responsabile il commissario straordinario della Figc, Roberto Fabbricini, e il suo clamoroso voltagabbana senza il quale quest’estate si sarebbe regolarmente giocato nei campi di calcio e non nelle aule di tribunale.

I FATTI – Ecco cosa è successo. All’inizio dell’estate la Serie B perde tre piazze importanti come Avellino, Bari e Cesena, tutte fallite. Il regolamento parla chiaro: la legge prevede il ripescaggio dalla Serie C di altrettante tre società in base ad una dettagliatissima graduatoria di parametri. Tant’è che Roberto Fabbricini, che copre il ruolo di Tavecchio da quando quest’ultimo si è dimesso, garantisce lo scorso 3 agosto che “il torneo sarà composto da 22 squadre”. Anche perché, regole alla mano, qualsiasi cambiamento di format può essere convalidato dopo un anno dall’annuncio. Di giorni invece ne passano appena 7 ed ecco il clamoroso dietrofront di Fabbricini: “Serie B a 19 squadre”. Un voltagabbana imbarazzante su pressione del presidente della Lega di B, Mauro Balata. Il motivo? E’ semplice: con meno società i soldi da spartire provenienti dai diritti tv sono di più per tutti (circa mezzo milione). Non a caso, guarda un po’, tutti e i 19 club cadetti sono concordi sulla riduzione del numero. La decisione della Federazione scatena però l’ira di tutte le società che aspettavano il ripescaggio (Novara, Catania, Ternana, Pro Vercelli e Siena). La più battagliera è quella etnea (retrocessa a tavolino in C nell’estate 2015 dopo lo scandalo “I treni del gol”, ma stranamente unica a pagare…) che lo scorso 6 settembre denuncia in Procura proprio Fabbricini per “abuso d’ufficio” per aver platealmente negato l’attuazione del regolamento. Si arriva così alla definitiva sentenza del Collegio di Garanzia del Coni, che tuttavia se ne lava le mani ritenendo inammissibile il ricorso dei club che speravano nel ripescaggio confermando la B a 19. “Quei ricorsi – dichiara Frattini – dovevano essere proposti davanti alla giustizia endofederale, quindi sono inammissibili per avere sbagliato il giudice da cui andare”. L’ex Ministro poi svela: “Io ho votato contro, avrei optato per il campionato a 22. Ma è stata una decisione presa a maggioranza dal Collegio, per 3-2”. Fine della “commedia all’Italiana”. Se siamo il Paese dei Balocchi un motivo ci sarà.

LE REAZIONI – “Mi dispiace per i nostri tifosi, è avvenuto qualcosa mi viene da dire non per colpa nostra ma per una situazione a mio avviso veramente deplorevole che evidentemente in questa nazione sta prendendo il sopravvento”. Questo il commento del presidente della Ternana, Stefano Bandecchi. “Il Siena procederà senza indugio nelle sedi opportune per tutelare i propri diritti. La società ritiene che sia stata perduta una grande occasione per ribadire che le regole devono essere uguali per tutti”, la nota del club toscano. Più duro il Sindaco di Catania, Salvo Pogliese, che parla di “totale spregio delle regole del diritto. Il fatto – aggiunge il primo cittadino etneo – è che si è arrivati a questo epilogo in totale spregio delle regole e del diritto, per la mera volontà di chi vede nel calcio non la passione condivisa da milioni di persone ma una fonte di guadagno e di lucro. Personaggi che hanno scritto una delle pagine più squallide della storia dello sport più amato dagli italiani”. Lo stesso Catania aveva preventivamente fatto ciò che Frattini ha spiegato, ossia ricorrere al Tribunale Federale, che però ha rinviato tutto al 28 settembre, probabilmente troppo tardi per ottenere il ripescaggio. Le società dunque saranno costrette a rinunciare a ciò che gli spettava legalmente e si dovranno accontentare di un risarcimento economico (ma il condizionale è d’obbligo vista la credibilità della giustizia sportiva). Magra consolazione. Enorme figuraccia di un calcio totalmente alla deriva.

Francesco Carci

Moto, la follia di Fenati che si scusa, ma viene squalificato e licenziato

Il 22enne pilota marchigiano, durante il Gran Premio di San Marino, ha tirato la leva del freno al collega Manzi sul rettilineo ad oltre 200 km/h. Un gesto deplorevole che ha scioccato tutti: il suo team lo ha già messo alla porta, c’è il rischio che la sua carriera sia finita qui

fenati MISANO – Sarebbe stato bello omaggiare il fantastico tris azzurro nella domenica del Gran Premio di San Marino e della Riviera di Rimini: a Misano, nel circuito dedicato a Marco Simoncelli, tre piloti italiani hanno vinto nelle rispettive categorie: Dovizioso in Motogp, Bagnaia in Moto2 e Dalla Porta (primo successo in assoluto) in Moto3. Ma a rubare la scena, purtroppo, è stato Romano Fenati: il 22enne marchigiano si è reso protagonista di un gesto scellerato e pericolosissimo. Dopo un doppio contatto con Stefano Manzi, il pilota della Marinelli Snipers Team (che già nel 2015 si era “fatto notare” per un calcio alla mota del finlandese Ajo) non ha controllato i nervi e, sul rettilineo ad oltre 200 km/h di velocità, ha tirato la leva del freno della moto del collega, che ha rischiato grosso ma per fortuna non ha subito alcuna conseguenza.

SQUALIFICATO E LICENZIATO – Il verdetto della giuria non si è fatto attendere: squalifica di due gare, mente Manzi perderà 6 posizioni nella griglia del prossimo GP. Ma la sanzione è stata ritenuta troppo leggera da tutto il paddock. Il leader della Motogp, Marc Marquez, ha chiesto una “pena esemplare”, più duro l’inglese Cal Crutchlow: “Dovrebbe essere squalifica a vita”. Valentino Rossi invece ha ricordato il periodo in cui Fenati correva per l’Academy del Dottore: “Puntavamo molto su di lui, ma non siamo riusciti a gestirlo, è stata una sconfitta. Ha commesso un gesto davvero brutto”. Se Fenati se l’è cavata con una pena lieve da parte della Direzione di gara, il pilota azzurro deve però fare i conti con la presa di posizione ben più netta della sua scuderia, che ha deciso di licenziarlo. “Possiamo comunicare che il Marinelli Snipers Team rescinde il contratto con il pilota Romano Fenati per il suo comportamento antisportivo, inqualificabile, pericoloso e dannoso per l’immagine di tutti – si legge nel comunicato -. Con estremo rammarico, dobbiamo constatare che il suo gesto irresponsabile abbia messo in pericolo la vita di un altro pilota e non possa essere scusato in alcun modo”. La stessa decisione è stata presa dalla MV Agusta, il team dove l’anno prossimo avrebbe dovuto correre Romano, che a questo punto si trova appiedato e che probabilmente farà fatica a trovare una nuova sella.

LE SCUSE – A poco sono servite le scuse di Fenati, pubblicate in un comunicato sul proprio sito. “Chiedo scusa a tutto il mondo sportivo. Questa mattina, a mente lucida, avrei voluto che fosse stato solo un brutto sogno. Penso e ripenso a quei momenti, ho fatto un gesto inqualificabile, non sono stato un uomo! Le critiche sono corrette e comprendo l’astio nei miei confronti – ha aggiunto il pilota marchigiano -. È uscita un’immagine di me e dello sport tutto, orribile. Io non sono così, chi mi conosce bene lo sa. Ho sbagliato, ma considerate il momento: ad un certo punto ci siamo toccati e Manzi mi ha portato fuori pista. Lo so, non è una giustificazione. Però non è giusto, quando certi piloti corrono senza preoccuparsi degli altri e gli rovinano le gare. E’ vero, la mia reazione non è stata una bella mossa. E’ stato un gesto pericoloso, per me e per lui. Non ci sono scuse, ma cercate di capirmi”. No, non ti capiamo.

Francesco Carci

Serie A, Ronaldo ‘Stecca’ ma è già fuga in avanti per i bianconeri

Dopo le prime tre giornate bianconeri in testa a punteggio pieno. Crollo Napoli in casa della Sampdoria, nessun’altra big tiene il passo della Vecchia Signora nonostante il fuoriclasse portoghese sia ancora a digiuno. Ora la sosta, spazio alla neonata Nations League

mandukicROMA – Sono bastati 270 minuti per vedere confermate le attese della vigilia: la Juventus è seriamente destinata a dominare il campionato. Dopo le prime tre gare di Serie A, infatti, i bianconeri sono da soli in testa a punteggio pieno con 9 punti. Il Napoli, unica big a tenere il passo dei ragazzi di Allegri dopo le prime due gare, è infatti crollato 3-0 in casa della Sampdoria. Il tutto nonostante Ronaldo sia ancora a digiuno di reti: rispetto alla Liga, le nostre difese sono un’altra cosa. Benvenuto in Italia, Cristiano.

CERCASI ANTI-JUVE – Il terzo turno è stato favorevole alle milanesi: il Milan ha battuto 2-1 la Roma nell’anticipo del venerdì sera grazie ad un gol all’ultimo respiro di Cutrone. Bene anche l’Inter che, dopo aver rimediato appena un punto nelle prime due uscite, ha espugnato il Dall’Ara di Bologna per 3-0 pur senza Icardi, costretto al forfait per un affaticamento muscolare poco prima del fischio d’inizio. Dopo i successi in rimonta contro Lazio e Milan, c’è stato appunto il brusco stop del Napoli di Ancelotti. Oltre alla doppietta di Defrel, spettacolare gol di tacco di Fabio Quagliarella: una delizia che ha chiuso definitivamente la partita. Primo sorriso anche per la Lazio, che ha sofferto più del dovuto in casa contro il Frosinone (1-0 firmato Luis Alberto). Nessuna comunque sembra destinata a far concorrenza alla Juventus, orientata in Italia a condurre un campionato a parte mettendo come obiettivo primario la conquista di quella Champions che manca dal ’96. Ronaldo però, oltre a disertare i sorteggi di Montecarlo, sarebbe meglio se aggiustasse la mira.

ECCO LA NATIONS LEAGUE – Intanto la Serie A si prende la prima pausa. Il campionato infatti tornerà tra due settimane per lasciar spazio alla Nazionale, impegnata nella neonata Nations League. Di che si tratta? Per avere partite più interessanti rispetto alle stucchevoli (e inutili) amichevoli, la Uefa ha lanciato questa nuova competizione. Sicuramente meno importante del Mondiale e dell’Europeo, la NL non è tuttavia da sottovalutare perché offre la possibilità, oltre a vincere un trofeo, di ottenere il pass per Euro 2020. Le 55 Nazionali sono divise in 4 gruppi (ABCD) in base al ranking. Gli azzurri di Mancini si trovano nella Lega A (formata da 12 squadre, suddivise in 4 gironi da 3) nel gruppo con Portogallo e Polonia. Venerdì a Bologna la sfida ai polacchi, lunedì 10 trasferta a Lisbona. Le quattro prime classificate dei gironi si affronteranno, la prossima estate, in semifinale e successiva finale: la vincente avrà la qualificazione all’europeo senza passare dalle qualificazioni. Visto com’è andata all’ultimo Mondiale, sarà bene non prendere sottogamba questo impegno.

Francesco Carci

Tennis: Djokovic, Bertens e Sabalenka show prima degli Us Open

sabalenkaOrmai sono entrati nel vivo gli Us Open, ma prima il tennis ha regalato l’exploit di Aryna Sabalenka e di Kiki Bertens, e confermato lo stato di grazia di Novak Djokovic. Intanto è stato introdotto lo shot clock e sono state ‘presentate’ nuove regole anche per la Coppa Davis.
Djokovic sale alla posizione n. 6 del ranking mondiale e segna il record di essere l’unico tennista ad aver vinto tutti i tornei del Master 1000 (almeno una volta). Non solo, ma al Master di Cincinnati è stato in grado di battere in finale Roger Federer con un doppio 6/4: evidente un crollo fisico dell’elvetico, ma convincente il tennis del serbo. Infatti, dopo la vittoria al Grand Slam di Wimbledon, parte bene anche al primo turno del Grand Slam degli Us Open. A Flushing Meadows si sbarazza abbastanza facilmente di Fucsovic, concedendogli solamente il secondo set, con un lieve calo di concentrazione; ma poi dilaga negli altri set con un gioco formidabile come quello dei ‘suoi’ tempi migliori: da vero numero uno, come nel 2011. 6-3 3-6 6-4 6-0 il punteggio finale; il ko nell’ultimo set dimostra quanto il serbo si fosse ritrovato (dopo essere riuscito a ottenere il break decisivo nel terzo e averlo chiuso per 6/4). Un risultato positivo anche per l’enorme caldo che ha provocato molti disagi: sofferente Nole, ma anche l’italiano Stefano Travaglia è stato costretto al ritiro per disidratazione (con il corpo affaticato e i muscoli ‘induriti’) contro il polacco Hurkacz e ha protestato contro gli organizzatori per le condizioni difficili in cui si svolgono i match (con anche oltre i 40°). Una ‘follia’ a suo avviso, che lo ha costretto a una flebo per riprendersi (una cosa simile era successa anche a Simona Halep). Se Stefano Travaglia si è ‘arreso’ sul parziale di 2/6 6/2 6/7 0/3, anche Marco Cecchinato è stato eliminato dal francese Benneteau (per 6/2 6/7 3/6 4/6), ma ha accusato problemi alla mano destra (probabilmente per una vescica, che non gli ha permesso di mantenere il livello espresso all’inizio nel primo set).
Viceversa agli Us Open ha dilagato Roger Federer contro il giapponese Nishioka: nettamente, per 6/2 6/2 6/4; due set speculari, nel terzo sembrava la stessa storia però poi -quando lo svizzero è andato a servire sul 5/2- si è fatto brekkare e dopo il nipponico ha tenuto la sua battuta (sorridente e divertito per il tennis messo in campo, pensando solo a fare più punti possibili al campione elvetico e i più belli e migliori che potessero farlo esultare di gioia contento così, anche solo di quella piccola soddisfazione che si era tolto di fare punti straordinari a un immenso campione); dopo il 5/3 è stato il 5/4, ma a quel punto Federer non ha sbagliato e ha chiuso 6/4. Tuttavia il giapponese lo ha fatto molto correre, ma alla fine ha prevalso il talento (soprattutto a rete) dello svizzero, con punti da manuale.
Nessun problema neppure per Alexander Zverev che ha vinto facilmente per 6/2 6/1 6/2 sul canadese Polansky. Per quanto riguarda l’Italia, poi, buone notizie sono venute da Fabio Fognini (testa di serie n. 14), che ha sconfitto l’americano Mmoh al quarto set (dopo aver perso il primo) per 4/6 6/2 6/4 7/6(4). Curiosità, la moglie Flavia Pennetta ha iniziato una collaborazione con Eurosport (come commentatrice, proprio a partire da Flushing Meadows che vinse prima del ritiro), che trasmette il torneo del Grand Slam. Male, invece, nel femminile dove perde Camila Giorgi: incassa un severo 6/4 7/5 da Venus Williams; diciamo severo perché è stato un match molto lottato ed equilibrato e l’azzurra avrebbe anche potuto vincere e comunque portare la partita al terzo set; sicuramente per lei una sconfitta molto amara che le fa male, per le molte occasioni sciupate: ha lottato Camila, ha fatto punti eccellenti da vera n. 1 con tutti i colpi, ma poi ha commesso troppi errori con cui ha sprecato e annullato tutto il vantaggio conquistato. Troppo fallosa, nonostante la tenacia di essere sempre comunque combattente e incisiva, mettendo in difficoltà la testa di serie n. 16. Tutto ok per Serena Williams, che ha imposto un doppio e netto 6/2 alla tedesca Witthoeft (dopo il 6/0 6/4 alla Linette); a Serena -tra l’altro- è stata assegnata la testa di serie n. 17 tra le polemiche.
La sorpresa invece arriva dall’eliminazione proprio della testa di serie n.1 Simona Halep. Evidentemente la campionessa non ha recuperato la stanchezza di aver giocato (e vinto) tanto nelle ultime settimane. In appena 76 minuti viene eliminata da Kaia Kanepi (n. 44 del mondo) con un drastico 6/2 6/4. Tuttavia per lei questo 2018 rimane comunque positivo: ha vinto al Roland Garros il suo primo Grand Slam, su Sloane Stephens (per 3/6 6/4 6/1). Proprio l’americana agli US Open ha faticato contro la valida ‘esordiente’ Kalinina: si è imposta solo al terzo set per 4/6 7/5 6/2. Inoltre la rumena aveva iniziato l’anno conquistando il torneo di Shenzhen, superando la Siniakova per 6/1 2/6 6/0; e poi ha trionfato in Canada al Wta di Montréal, dove ha vinto sempre sulla Stephens per 7/6 3/6 6/4. Dopo l’esperienza della Rogers Cup, l’avevamo vista impegnata nel Wta di Cincinnati. Se nel primo caso è riuscita a completare il quadro delle vittorie, nel secondo si è fermata in finale. In Canada aveva battuto la Pavljučenkova, Venus Williams, Caroline Garcia, Ashleigh Barty e la Stephens ovviamente. A Cincinnati, invece, Alja Tomljanovic, di nuovo Ashleigh Barty (testa di serie numero 16), Lesja Curenko e Aryna Sabalenka. In finale ha perso da Kiki Bertens, che si è imposta per 6-2 6-7 2-6. Il prolungarsi al terzo set della finale femminile ha fatto slittare anche quella maschile successiva tra Djokovic e Federer; ma ha disegnato un doppio scenario curioso: da un lato il tracollo fisico della rumena, dall’altra parte il trionfo e la commemorazione all’Olimpo delle top players della giovane tennista olandese (coetanea, tra l’altro della Halep, classe ’91). La Bertens diventa n. 13 al mondo e segna il record di battere ben 4 ‘top ten’ in un solo torneo. Infatti durante la straordinaria settimana a Cincinnati Kiki ha sconfitto, in fila: Coco Vandeweghe (per 6/2 6/0), Caroline Wozniacki (che si è ritirata quando l’olandese era avanti per 6/4), Anett Kontaveit (per 6-3 2-6 6-3), Elina Svitolina (n. 7 del mondo, per 6-4 6-3) e Petra Kvitová (n. 6 del mondo, per 3-6 6-4 6-2), prima di imporsi in una finale mozzafiato sulla rumena Halep. Quest’ultima resta comunque la n. 1 al mondo, a discapito della Wozniacki, che rimane n. 2. Quest’anno, ritornata dopo l’infortunio, la Kvitova aveva vinto il torneo di Madrid (sulla terra rossa) proprio sulla Bertens (per 7-6 4-6 6-3), e successivamente sull’erba il Wta di Birmingham (sulla Rybarikova per 4-6 6-1 6-2). Probabilmente ha ceduto anche lei per stanchezza, poiché in campo è apparsa stremata. Comunque, attuale n. 5 del mondo, è assolutamente ritornata, ritrovata e più competitiva che mai.
Del Wta di Cincinnati resterà di certo l’impresa di Kiki Bertens in finale (dopo essersi ‘vendicata’ della Kvitova), che rimonta quando la partita sembrava chiusa: perde malamente il primo set per 6/2; anche nel secondo sembrava in vantaggio e favorita la Halep, invece l’olandese è riuscita a restarle attaccata nel punteggio e a portarla al tie-break; qui la rumena gioca meno bene, sbaglia di più, concede qualcosina in più, è più fallosa e commette più errori gratuiti che allungano gli scambi e rimettono in partita la Bertens, che non si lascia scappare l’occasione e -concentrandosi- trova più aggressività e sicurezza, più adrenalina e convinzione che le permettono di acciuffare il tie-break e il secondo set. Così al terzo la situazione è completamente ribaltata: stavolta è Kiki a dominare gli scambi più aggressiva, a spostare e far correre la Halep, sempre più in affanno. L’olandese vince, incredula, con un’esultazione finale tra le lacrime di gioia e commozione.
Un’impresa simile ha compiuto Aryna Sabalenka. Classe 1998, vince il torneo di New Haven battendo la Stosur per 6/3 6/2, la Gavrilova per 6-3 6-7 7-5, la Bencic per 6-3 6-2 e la Görges per 6/3 7/6. Si porta così alla posizione n. 20 del ranking mondiale, dopo la vittoria in finale su Carla Suarez Navarro. La spagnola si era avvantaggiata di tre ritiri: di Johanna Konta nel secondo turno, di Petra Kvitová nei quarti di finale e di Mónica Puig in semifinale. Il match della finale è stato senza storia, completamente dominato dalla bielorussa: 6/1 6/4, con la Sabalenka già avanti 5-0 dopo soli 24 minuti di gioco. Superiore in tutti i colpi, la bielorussa si è assolutamente meritata la conquista del suo primo titolo e della top 20. Non solo ha ringraziato il suo coach, a cui ha attribuito tutto il merito: “in sei mesi mi hai cambiato la vita” -ha detto riconoscente-. Il suo più grande merito è stato aver vinto tutte partite diverse: nervosissima contro la Gavrilova, si sono sempre rincorse nel punteggio regalandosi molte chance a vicenda. Nel secondo set la partita sembrava finita, poiché la Sabalenka era avanti 4-0 con la palla del 5-0; poi ha sprecato quell’occasione e da lì è cominciata la rimonta della Gavrilova, brava nel tie-break, giocato malamente dalla Sabalenka. Nel terzo la bielorussa è riemersa in tutta la sua maturità; ma durante la partita ha rotto una racchetta per il nervosismo: era tesissima. Contro la Bencic ha controllato bene il match, anche se c’è stato equilibrio, ma è stato più facile forse per lei, perché la svizzera le ha concesso davvero tanto. Bel match contro la Görges, in cui ha rischiato tantissimo: sembrava addirittura favorita quest’ultima, poi ha scelto di adottare una tattica forse poco produttiva, ovvero quella di venire in avanti a rete in attacco, con il risultato che veniva passata dalla Sabalenka o sbagliava le volée perché leggermente in ritardo; ma hanno fatto vedere delle ottime cose. Un po’ come quando, contro la Gavrilova, la Sabalenka è voluta avanzare e veniva sistematicamente passata con precisione dall’avversaria. Tuttavia abbiamo visto Aryna servire bene e tentare anche gli attacchi a rete, quasi per provare un nuovo schema tattico di gioco, per essere una tennista più completa. La violenza e profondità dei suoi colpi, soprattutto del dritto anomalo, sono indubbi poi. Tuttavia prosegue il momento ‘no’ della Gavrilova, che agli Us Open ha perso da una ritrovata Azarenka (altra bielorussa di talento) per 6/1 6/2.

Fognini colpisce ancora, il ritorno di Alexander Zverev in America

Fognini

Fabio Fognini: un talento nero messicano per l’Italia che mette ko in finale l’argentino Juan Martin Del Potro (che poi, per problemi al polso, si ritirerà e salterà il torneo di Toronto). Fuori John Isner, il ritorno di Andy Murray e il trionfo di Alexander Zverev. I ritiri dello stesso britannico (prima per le ‘maratone notturne’ all’Atp di Washington e poi anche dal successivo Atp di Toronto, per seguire i suoi tempi di recupero fisici lunghi dopo il ritorno dalla prolungata assenza per l’intervento all’anca di inizio anno, in gennaio scorso) e di Serena Williams (‘per motivi personali’ alla Rogers Cup); infine il ‘cambio generazionale’ con l’invasione dei Next Gen. Intanto, nel femminile, si fanno largo la Kuznetsova e la Buzarnescu rispettivamente al Wta di Washington e al Wta di San Josè. Su questi binari si è articolata l’ultima settimana di tennis precedente agli importanti appuntamenti dell’Atp di Toronto e del Wta di Montréal (meglio noto come Rogers Cup).

All’Atp di Los Cabos Fabio Fognini si presenta con delle treccine, che ha dovuto sfoggiare a seguito di una scommessa persa -ha spiegato in conferenza stampa-. Tuttavia quello che è emerso, non è solo e non tanto il suo look diverso, ma il talento messo in campo dal campione azzurro. Il ligure è parso molto ispirato, a tratti persino ingiocabile, con un’esecuzione ben riuscita da tutti i punti di vista. Può a ben ragione essere definito un talento dunque nero, per la carnagione molto abbronzata che presentava; messicano per il fatto di aver vinto in Messico (dopo il trionfo a Bastad in Svezia). Raccoglie l’eredità del trionfo di Matteo Berrettini della settimana precedente (a Gstaad in Svizzera). Dunque per entrambi è una sana competizione e uno stimolo continuo che si mette in moto per tutti e due, il fatto di primeggiare in maniera equilibrata e tenere alti i colori azzurri. Con la vittoria all’Atp di Los Cabos Fognini sale di una posizione nella classifica mondiale, attestandosi al n. 14 del ranking mondiale. Insegue sia la top ten (molto vicina per lui, un obiettivo non da escludere da qui a fine anno) e il suo best ranking (la posizione n. 13 del mondo, che dovrebbe riuscire a raggiungere in questo 2018, come accadde nel marzo del 2014). Soprattutto la carica gli deriva dal riuscire a competere con dei top players a pari livello. In finale a Los Cabos batte niente poco di meno che Juan Martin Del Potro per 6/4 6/2. Nel primo set l’argentino era avanti 3-0, il ligure non solo ha rimontato sino al 3-3, ma ha fatto break, si è portato sul 4-3, ha tenuto il servizio ed è andato a condurre per 5-3; poi il favorito (in quanto prima testa di serie del seeding) ha manutenuto il proprio servizio e, al successivo turno, l’azzurro (e testa di serie n. 2 del tabellone) ha chiuso il primo set; più in discesa il secondo; Fabio con il rovescio e le palle corte ha fatto ciò che voleva, si è divertito anche ad accelerare e lasciare andare il dritto a tutto braccio, anche con buone percentuali alla battuta. Ineccepibile e nulla da dire né criticare. Sembrava una sorta di Monfils azzurro (con le treccine e la carnagione scura, anche se mancavano alcuni centimetri del gigante francese) oppure un nuovo Guillermo Coria (altro campione argentino del passato): un po’ ci somigliava; ma inutile fare paragoni, perché Fognini è Fognini e quando decide di giocare c’è ben poco da fare se non correre a rincorrere i suoi colpi rapidi, veloci, profondi e (perché no?) anche potenti. Un talento naturale, difficile da paragonare o imitare, perché ha una sensibilità di corda molto rara e un’istintività nell’approccio alla palla originale. Del Potro, tra l’altro, in semifinale ha battuto Dzumhur (testa di serie n. 3, per 6/3 7/6) che aveva sconfitto il nostro Thomas Fabbiano con un doppio tie-break.

Se dal Messico ci spostiamo a Washington, vediamo i giocatori essere refrigerati ai cambi-campo da ventilatori per le alte temperature, sebbene il maltempo abbia rovinato un po’ alcune giornate (soprattutto le prime); tanto che Andy Murray ha terminato la sua partita contro Copil alle ore 3 di mattina; conclusa tra le lacrime con il punteggio di 6/7 6/3 7/6, il campione britannico ha deciso poi di ritirarsi il giorno dopo accendendo un’aspra polemica con gli organizzatori. In compenso lo spettacolo qui a Washington D. C. è stato offerto tutto da quattro talenti Next Gen: il tedesco Alexander Zverev, il greco Stefanos Tsitsipas, l’australiano Alex De Minaur e il russo Andrey Rublev. A trionfare è stato il primo, che ha dimostrato una netta superiorità rispetto agli altri; perfetto per tutto il torneo, evidentemente aveva una carica emotiva in più, che gli ha permesso anche di battere il fratello Misha per 6/3 7/5 (ai sedicesimi). In finale si è scontrato con l’australiano Alex De Minaur che, però, deve aver sentito la tensione della finale ed è apparso meno ‘efficace’ che nel turno precedente nella semifinale contro Rublev (in cui ha rimontato al terzo set, sotto del primo, in un mega-partitone straordinario in cui entrambi hanno eseguito colpi eccezionali). 5/7 7/6 6/4 il punteggio che ha regalato un posto in finale a De Minaur, apparso però come ‘bloccato’ contro Zverev, forse sentendo la maggiore presenza in campo del tedesco, più a suo agio con appuntamenti fondamentali del genere. Alexander ha regolato l’avversario facilmente per 6/2 6/4: senza storia il primo set, nel secondo Alex De Minaur stava man mano emergendo e prendendo campo, ma bravo il tedesco a ‘controllarlo’. Così come aveva fatto contro Stefanos Tsitsipas in semifinale: stesso punteggio; non male per un avversario molto insidioso come il greco. Gracile, esile, ma molto agile, rapido, veloce, combattivo, respinge tutto e recupera ogni colpo con una regolarità sorprendente e azzardando anche qualche discesa a rete. Tuttavia, quanto aveva giocato splendidamente ai quarti contro il belga David Goffin (dominandolo per 6/4 6/1, in un match a senso unico), quanto non ha reso contro il tedesco: è apparso molto falloso, quasi non riuscisse a tenere lo scambio, male con il servizio, era molto nervoso, tanto da darsi delle botte in testa. Invece la forza di Zverev è stato proprio il giocare in sicurezza e tranquillità, sicuro delle sue capacità e in scioltezza, ma soprattutto con convinzione e sbagliando pochissimo. Una forza mentale, dunque, più che fisica la sua.

Se un’altra sorpresa all’Atp di Washington l’ha regalata la testa di serie n. 2 John Isner (uscendo subito contro la wild card Noah Rubin per 6/4 7/6), al Wta di San Josè invece un’altra americana è uscita prima del previsto: stiamo parlando proprio di Serena Williams (che ha perso 6/1 6/0 da Johanna Konta al primo turno). Se poi la britannica è arrivata sino ai quarti di finale, a contendersi il titolo sono state due tenniste che stanno cercando di imporsi maggiormente sulla scena mondiale. Ovvero la rumena Buzarnescu e Maria Sakakri: entrambe quest’anno hanno ottenuto risultati importanti e soddisfacenti, ma alla fine l’ha spuntata la rumena per 6/1 6/0: poco altro da dire o da aggiungere se non da rilevare la caparbietà con cui la Buzarnescu scende in campo e lotta, cerca continuamente il vincente e la vittoria. Del resto era carica e molto motivata anche a seguito della conquista della semifinale contro la favorita Elise Mertens: la belga ha perso al terzo set per 4-6 6-3 6-1. La rumena, con il conseguimento del titolo al Wta di San José diventa la n. 20 al mondo per la prima volta (un traguardo importante per lei raggiunto di cui può ritenersi più che soddisfatta, molto faticato e sudato, a coronare un buon 2018 per lei). Classe 1988, così giovane, la tennista di Bucarest entra nella top 20 dunque ed ora, per le avversarie, è assolutamente da tenere d’occhio e temibile, perché il suo percorso d’ora in avanti può essere solo che in ascesa e in miglioramento; difficilmente regredirà vista la tenacia, il carattere e il suo mordente.

Mentre al Wta di Washington sono state altre due tenniste ugualmente in auge a disputare la finale: Svetlana Kuznetsova e Donna Vekic (fidanzata di Stan Wawrinka). Ad imporsi è stata la prima al terzo set, con il punteggio di 4-6 7-6(7) 6-2. Un’occasione persa per la Vekic, che ha buttato via una partita pressoché quasi vinta. In vantaggio sempre fino al 4-1 del secondo set, quando ha avuto la palla del 5-1 e servizio a sua disposizione invece è stato 4-2 per la russa (con il game dunque conquistato da Svetlana). A quel punto la russa ha cominciato a caricarsi e crederci ed ha pareggiato i conti, portando l’altra al tie-break; a quel punto è partita subito avanti la Kuznetsova e la Vekic è apparsa molto stanca, sempre a rincorrere il punteggio fino a che non ha perso il tie-break; in quel momento per la russa il gioco era fatto, tutto a suo favore ed ha dominato il terzo set su una ‘sfinita’ Donna Vekic che ‘arrancava’ ai cambi campo. Probabilmente hanno pesato ed inciso molto prima le palle break sciupate per il 5-1 nel secondo set e poi il tie-break sfumato e non maturato: molto fallosa al servizio, ha cominciato a commettere anche qualche doppio fallo in più del previsto (da stanchezza per l’appunto crediamo) propri nel tie-break che per lei sarebbe stato decisivo per chiudere il match. Ma Svetlana l’ha fatta correre molto e spostare parecchio in campo; recuperava quasi tutto e per fare il punto Donna era costretta a spingere molto sui colpi, rischiando anche tanto. E di certo questo non l’ha favorita.

A volte ritornano. Accordo con il Milan: Bonucci-Juve di nuovo insieme

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Clamorosa maxi-operazione con il Milan: il difensore torna a Torino dopo l’addio velenoso di 12 mesi fa, ai rossoneri (che hanno versato nelle casse bianconere oltre 50 milioni) arrivano Caldara e Higuain. Tifosi del Diavolo euforici, quelli della Vecchia Signora un po’ meno

TORINO – Se la bomba del mercato estivo è stata il passaggio di Cristiano Ronaldo alla Juventus, quello esploso nelle prime, infuocate ore di agosto è un ordigno dagli effetti altrettanto sorprendenti. A distanza di un anno infatti Leonardo Bonucci torna alla Juve: maxi-operazione con il Milan che prevede anche il passaggio ai rossoneri di Caldara e Higuain.

A VOLTE RITORNANO – Il tecnico del Milan, Rino Gattuso, nelle scorse settimane non aveva fatto mistero della voglia di Bonucci di cambiare aria. Troppe perplessità da parte del centrale difensivo sul futuro dei rossoneri e la voglia matta di giocare (e vincere) la Champions League, obiettivo sfumato dal Diavolo. E così, giorno dopo giorno, si è concretizzato il clamoroso ritorno alla Juventus, nonostante l’addio velenoso di 12 mesi e il rapporto tutt’altro che idilliaco con il tecnico Allegri. Ma evidentemente tra i due c’è stato un chiarimento, decisivo per far scattare la maxi trattativa. Si perché il Milan, per cedere il suo leader difensivo, ha preteso in cambio Mattia Caldara, appena arrivato in bianconero dopo l’ottima esperienza all’Atalanta. Ma non è finita: ai rossoneri serviva come il pane un attaccante, mentre la Vecchia Signora aveva la necessità di fare cassa dopo l’acquisto esoso di Ronaldo. Una doppia esigenza che ha trovato come punto in comune il nome di Gonzalo Higuain. Impossibile per il Pipita accettare un ruolo da comprimario a Torino, posizione inevitabile con l’arrivo di CR7. Così, dopo qualche perplessità iniziale, l’argentino si è convinto ad accettare il Milan, che ha versato nelle casse bianconere poco più di 50 milioni (con la formula del prestito con diritto di riscatto).

TIFOSI JUVENTINI PERPLESSI – Ancora in ecstasy per l’arrivo di Ronaldo, i tifosi della Juventus tuttavia non hanno gradito più di tanto l’operazione conclusa da Marotta. Accettata la partenza di Higuain (d’altronde il reparto offensivo con i vari Ronaldo, Dybala, Mandzukic, Bernardeschi e Douglas Costa è al sicuro), le perplessità sono scattate sull’addio di Caldara, considerato un punto fermo per i prossimi anni. Effettivamente lasciar partire un giocatore giovane e talentuoso, in un reparto dove un ricambio generazionale è dietro l’angolo (Chiellini ha 34 anni, Barzagli 37), è un bell’azzardo. Senza dimenticare che i tifosi bianconeri non hanno gradito alcune dichiarazioni di Bonucci dopo l’addio di un anno fa e tanto meno l’esultanza all’Allianz Stadium di Torino durante l’ultimo Juventus-Milan (finita 3-1) quando Leo segnò la rete del momentaneo 1-1. Ma tutto si potrebbe risolvere con la parola più importante in casa Juve: vincere.

Francesco Carci