5 marzo 1953: muore Stalin

StalinIl 5 marzo del 1953 moriva Josif Vissarionovic Dzugasvili, detto Stalin. Il soprannome gli era stato affibbiato durante la clandestinità che risaliva al periodo zarista e derivava dal termine ‘stahl’, la cui traduzione significa acciaio.

Stalin era nato in Georgia, a Tiflis (o Tiblisi), il 21 dicembre del 1879, da una famiglia povera di origini contadine. Ben presto il futuro dittatore mostrò i tratti del suo carattere, tanto che nel 1902 è deportato in Siberia per causa dei disordini scoppiati a Batum, la città sul Mar Nero nella quale si era trasferito. Un anno dopo Stalin è al fianco dei comunisti di Lenin. Ed è così che comincia, gradino dopo gradino, a salire la scala gerarchica del movimento bolscevico.

Nel 1912 il georgiano d’acciaio è coptato nel comitato centrale del partito, ma poco tempo dopo verrà nuovamente internato in Siberia, e questa volta la prigionia durò a lungo, quattro anni. Riconquistata la libertà, Stalin ritorna al partito che dal 1917 lo mette alla direzione della Pravda. Ed ecco che l’ascesa di Josif Vissarionovic Dzugasvili subisce un’accelerazione inarrestabile. Prima commissario alle nazionalità, poi sul finire del 1924 e l’inizio del 1925 già alla guida del movimento bolscevico, segretario generale del Pcus, il Partito comunista sovietico.

Poco prima di morire, tra il dicembre del 1922 e il gennaio del 1923, Lenin scrisse una lettera al congresso (conosciuta come “il testamento”) nella quale affrontò i nodi organizzativi del Partito bolscevico. Nello scritto non lesinò critiche ai dirigenti e in particolare a Stalin. Tra gli altri giudizi vi si legge: “Stalin è troppo grossolano, e questo difetto, del tutto tollerabile nell’ambiente e nei rapporti tra noi comunisti, diventa intollerabile nella funzione di segretario generale. Perciò propongo ai compagni di pensare alla maniera di togliere Stalin da questo incarico e di designare un altro uomo…”.

Ma Stalin, burocrate che conosceva ormai in modo perfetto la macchina, poco si curò dei giudizi espressi dal suo ex maestro di lotta e di dottrina e, dopo essere succeduto a Lenin, dal 1925 iniziò a consolidare il suo potere isolando e debellando gli avversari all’interno del partito. I primi a fare i conti con lo stalinismo agli albori furono i dirigenti di Pietroburgo e Mosca, Zinoviev e Kamenev, che solo poco tempo prima erano stati alleati di Stalin per tarpare le ali alle ambizioni di Trotzky, fondatore dell’Armata Rossa, che in molti sostengono fosse il naturale erede di Lenin.

Stalin, dal punto di vista ideologico, avversò in tutti modi la dottrina della ‘rivoluzione permanente’ e internazionale predicata da Trotzky, contrapponendole la più concreta e praticabile teoria della ‘rivoluzione in un solo paese’, che era più gradita alla maggioranza dell’apparato bolscevico in quanto poteva garantire da subito quei principi di formazione sui quali si doveva basare lo stato sovietico.
Il XV congresso del Pcus del 1927, poi, fu una tappa fondamentale nella carriera di Stalin che riuscì a fare passare Trotzky come traditore della causa del comunismo e dell’Urss, spedendolo in esilio e spingendosi poi fino al punto, nel 1940, di farlo assassinare da un sicario con un colpo di piccozza alla testa mentre si trovava in Messico.

La ferocia fu un tratto caratteristico che contraddistinse la dittatura del burocrate georgiano: sia nella repressione dei dissidenti del regime e sia per quel massacro scientifico che praticò nei confronti del suo stesso popolo. Come nel caso dei kulaki, i contadini possidenti, che erano di intralcio alla collettivizzazione forzata dell’agricoltura. Tra sofferenze, stragi e deportazioni nascevano così nell’Unione sovietica degli anni Trenta i Kolkoz, aziende agricole del lavoro forzato. Poco tempo dopo videro la luce anche i sovchoz, strutture più grandi rispetto ai Kolkoz e interamente statali.

In quello stesso periodo l’Urss entra nella spirale dell’industrializzazione forzata che viene gestita attraverso una serie di piani protesi verso la metallurgia e in generale allo sviluppo dell’industria pesante. Si riattiva quindi una commissione statale per la pianificazione, il Gosplan, che era stata nel 1921 alla base della Nep (Nuova politica economica) e che ora, alle dipendenze di Stalin, aveva il compito di elaborare il piano quinquennale del 1928.

Una data significativa dello sterminio programmatico attuato da Stalin nei confronti del suo stesso popolo fu il 1932, quando il dittatore scatenò sui contadini ucraini, che si battevano contro la collettivizzazione forzata, ‘la grande carestia’, con la quale affamò fino a ucciderle milioni di persone. Ma se il tormento e la morte scandivano le tappe del nuovo processo economico in vigore nell’Urss, non meno sanguinaria fu l’arena politica. Dal 1935 fino al 1938, infatti, furono gli anni del ‘Grande Terrore’, contraddistinti dalle purghe staliniane, costruite su persecuzioni, processi sommari, carcerazioni, deportazioni in massa nei campi di concentramento, i terribili gulag siberiani, e barbare uccisioni.

Proprio negli anni Trenta, in pieno regime poliziesco, sotto il vigile e spietato controllo della Ghepeù, poi NKVD, agli ordini del potente Lavrentij Berija, la dittatura di Stalin raggiunse l’apice del potere incontrastato e incontrastabile, totalitario. Nell’agosto del 1939, era il 23, Stalin firmò un patto di non aggressione con la Germania nazista di Adolf Hitler, l’accordo prese il nome dei due ministri degli Esteri, Ribbentrop e Molotov. La mossa spiazzò il mondo, tanto che il duce del fascismo Benito Mussolini disse: “Stalin, davanti alla catastrofe del sistema di Lenin, è diventato segretamente un fascista. Essendo lui un semibarbaro, non usa l’olio di ricino, ma fa piazza pulita con i sistemi che usava Gengis Khan. In un modo o nell’altro sta rendendo un commendevole servizio al fascismo”.

Ma nel giugno del 1941 parte l’operazione ‘Barbarossa’, le forze dell’Asse invadono il territorio dell’Unione Sovietica. In un primo momento, Stalin, colto di sorpresa, viene preso dal panico per l’avanzata germanica e vacilla, fuggendo da Mosca. Poi il dittatore, qualcuno dice lontano dalla capitale, altri dal Cremlino, riprese a parlare e soprattutto a comandare il suo popolo, che, dopo sconcertanti perdite, si parla di oltre 20 milioni di morti, riuscì a respingere l’invasore.

A partire dal 1946, a guerra finita, con l’Europa distrutta, ancora in cenere, gli equilibri politici globali erano profondamente mutati e Stalin concentrò nella sua stessa persona le cariche di primo ministro del governo sovietico, segretario generale del comitato centrale del Pcus e capo delle forze armate. Tra l’altro, il dittatore della steppa, che in precedenza aveva partecipato con le democrazie occidentali alle conferenze di Teheran, Jalta e Potsdam, aveva raggiunto una dimensione internazionale di primo piano, tanto che Winston Churchill, noto anti-bolscevico e in quel tempo suo alleato, si giustificò: “Per vincere avevo una sola scelta: quella di allearmi col diavolo”.

Dal punto di vista ideologico nell’Urss degli anni Quaranta e Cinquanta la dottrina della ‘rivoluzione in un solo paese’ cede il passo a quella del ‘campo socialista’ che nasce sotto l’egida del guardiano ideologico del Cominform e che comporta una durissima repressione con una lunga scia di morte in tutta l’area balcanica, tra i Paesi satelliti dell’Urss. Cominciò così la Guerra Fredda tra Est e Ovest.

Dopo un malore che lo aveva colpito nella notte dei primi giorni di marzo, Stalin morì a Mosca il 5 marzo del 1953. In milioni lo piansero, mentre in Unione Sovietica per i funerali arrivarono tutti i capi del comunismo mondiale, compreso il segretario del Pci Palmiro Togliatti.
Nel 1956, poi, mentre i carri armati sovietici erano di nuovo impegnati a soffocare nel sangue l’ennesima rivolta di dissidenti in Ungheria, il XX congresso del Pcus, con la regia del segretario generale Nikita Krusciov, sgretolò il mito di Stalin, squarciando il velo sugli anni bui della sua tirannia e consegnando alla storia i suoi crimini.

Ferruccio Del Bue

14 febbraio 2004: L’addio di Marco Pantani

Pantani-morte-anniversarioDieci anni fa, il 14 febbraio del 2004, è morto Marco Pantani. Lo hanno ritrovato in una cameretta del residence Le Rose di Rimini. Era una giornata fredda e triste da mare d’inverno quella che ha dato l’addio a un grande campione, un fuoriclasse unico. Marco Pantani aveva 34 anni e dentro di sé portava un carico di disperazione grande così. Nella stanzetta tutta in disordine, sottosopra, c’erano anche scatole di farmaci disseminate qua e là, che pare il Pirata prendesse per lenire la depressione, quell’oscuro male di vivere che lo aveva colpito negli ultimi tempi. Continua a leggere

27 gennaio: il giorno della Memoria

Giorno della MemoriaIl 27 di gennaio si celebra la Giornata della Memoria, ricorrenza internazionale in cui si commemorano le vittime dell’Olocausto e del nazismo. La data venne scelta per ricordare quando il 27 gennaio del 1945 un’avanguardia dell’Armata Rossa, che si stava spingendo come un cuneo attraverso la Polonia, calando dall’Alta Slesia in direzione Berlino, giunse nei pressi di Auschwitz, dove la marcia dei soldati si arrestò e si squarciò il velo dell’orrore.

In quell’inferno, che aveva raggiunto i rilevanti confini di quaranta chilometri quadrati di estensione, le stime recenti dicono che vennero uccise oltre un milione di persone. Per la gran parte le vittime erano ebrei provenienti da tutta Europa. Quando i russi entrarono nel lager non incontrarono nessuna opposizione, i tedeschi lo avevano evacuato alcuni giorni prima, il 18 di gennaio, trascinando con loro anche le ultime migliaia di prigionieri, si parla di 60 o 70mila, molti dei quali morirono di stenti prima di raggiungere gli altri campi di concentramento ai quali erano stati destinati.

La macchina di sterminio nazista di Auschwitz, la più grande nel suo genere, nacque per ordine del numero uno delle SS, Heinrich Himmler, a seconda guerra mondiale in corso già da alcuni mesi. Correva la primavera del 1940, era il 27 di aprile, quando fu deciso di costruire in un’area ritenuta strategica un nuovo campo di concentramento. Venne così individuata la zona di Oswiecim (Auschwitz in tedesco), piccola località polacca che sorge al confine con la Germania. In quel luogo erano disseminate strutture dell’esercito polacco in stato di abbandono, mentre tutto attorno pulsavano le miniere carbonifere e i giacimenti di ferro dell’Alta Slesia, già resi  facilmente raggiungibili da numerosi collegamenti ferroviari.

Il complesso fu considerato perfetto dal punto di vista logistico, ma al contempo alla giusta distanza di sicurezza e abbastanza appartato dai veri e propri centri urbani. Per di più si poteva prestare a trasformarsi, contemporaneamente, sia in un campo di concentramento, nel quale i prigionieri lavoravano per i nazisti sino a consumarsi mortalmente, sia in un campo di sterminio. L’area infatti, per la sua vastità, fu divisa in parti distinte: a Monowitz (Auschwitz III), dove sorgevano decine di sottocampi, furono predisposti gli agglomerati di raggruppamento dei prigionieri, a Birkenau (Auschwitz II), invece, lo sterminio. Birkenau, dunque, il cui significato è “bosco di betulle”, a imperitura memoria si è guadagnata il ricordo di luogo sinistro e sinonimo di atrocità, morte e sofferenza.

Nel 1940, inviati sul posto per compiere un sopralluogo e per dare il definitivo benestare alla costruzione della struttura, furono Rudolf Hoss, poi comandante del lager, e Adolf Eichmann, figura chiave nelle deportazioni dei nazisti e principale collaboratore di Reinhard Heydrich, il gerarca nazista promotore della conferenza di Wannsee durante la quale venne pianificata la “soluzione finale della questione ebraica”.

Rudolf Hoss, già esperto di campi di concentramento per avere prestato la sua opera a Dachau e Sachsenhausen, si diede un gran da fare per rendere operativa al più presto la nuova macchina di morte con l’ambizione di farla diventare la più sofisticata e funzionale possibile perché potesse assolvere al più presto e al meglio alla direttiva nazista dello sterminio di massa. I soldati tedeschi, impiegati sul fronte sovietico per l’operazione Barbarossa, eliminavano già i nemici e gli ebrei con un colpo di proiettile alla nuca, e anche con metodi più brutali, gettando poi i corpi in fosse comuni. Ma presto giunse da Berlino l’ordine di velocizzare le operazioni, vi era la necessità di programmare in modo più scientifico la strage.

Per esempio il comandante di Auschwitz, già nel dicembre del 1941, per primo sperimentò gli effetti  letali del gas Ziklon B su un certo numero di prigionieri, dicendosi poi soddisfatto della rapidità d’azione del veleno e apprezzandone da subito la capacità di ridurre il margine degli sprechi sugli omicidi. Quella sostanza, divenuta devastante per l’uomo e strumento di strage di massa, venne originariamente brevettata dall’industria chimica tedesca come disinfestante e poi etichettata quale insetticida. I piani di potenziamento del lager, di pari passo con l’espansione della guerra, crebbero in modo esponenziale. La massima accelerazione arrivò in coincidenza del 20 gennaio del 1942, con la conferenza di Wannsee, quando Reinhard Heydrich comunicò al “ragioniere dello sterminio”, Adolf Eichmann, che avrebbe dovuto organizzare nelle terre dell’Est la deportazione di oltre 11 milioni di persone. E fu pochi giorni dopo, da febbraio, che cominciarono ad arrivare i primi contingenti di prigionieri destinati a morire nelle camere a gas.

Ancora, però, nel lager mancavano i forni crematori e i cadaveri sepolti nelle fosse comuni rischiavano di inquinare le falde acquifere sottostanti. Tuttavia, quando il capo delle SS Heinrich Himmler, nel luglio del 1942, si recò a compiere una visita, Auschwitz Birkenau funzionava ormai a pieno regime. Nelle quattro gigantesche camere a gas potevano essere stipate sino a 2mila persone alla volta, mentre altrettanti forni crematori arrivarono a incenerire oltre 4.500 cadaveri in un giorno. Ogni pratica di eliminazione di massa poteva durare da un minimo di 5 a un massimo di dieci minuti, questo era il tempo che il micidiale Ziklon B impiegava a saturare i polmoni delle vittime che dopo una terribile agonia cedevano al soffocamento.

L’eliminazione umana, per i nazisti, aveva raggiunto i massimi livelli di razionalizzazione e pianificazione industriale sfruttando le punte della più alta e sofisticata tecnologia del tempo. La macchina che produceva morti, con i suoi forni, le sue caldaie e quelle ciminiere a sbuffo che soffiando in alto ceneri di uomini dipingevano il cielo di grigio scuro continuò a fagocitare vittime a pieno regime sino al 27 di gennaio del 1945, quando appunto l’avanguardia dell’Armata Rossa sollevò il coperchio su quei crimini contro l’umanità e la terribile verità fu svelata in modo chiaro, inequivocabile e palese a tutto il mondo.

L’SS Rudolf Hoss, durante il processo di Norimberga, spiegò con freddezza e rigida professionalità militare il funzionamento di Auschwitz. Alla giuria sembrò che il capitano si compiacesse del livello di operatività e precisione raggiunto dal lager. Poco tempo dopo l’ex comandante del lager fu spedito in Polonia. Venne quindi imprigionato a Cracovia, dove nel corso di un altro dibattimento replicò in modo impeccabile la spiegazione del funzionamento dell’inferno che i nazisti avevano domiciliato ad Auschwitz. La Corte Suprema di Varsavia lo giudicò colpevole. Rudolf Hoss, il 16 aprile del 1947, venne giustiziato per impiccagione davanti a uno dei grandi forni crematori del lager.

Ferruccio Del Bue

 

 

11 gennaio 1944: fucilati Ciano
e gli altri a Verona

Processo_verona_fucilazioneL’11 gennaio del 1944 nel poligono di tiro di Forte San Procolo, fortezza ottocentesca eretta per ordine del feldmaresciallo austriaco Radetzki a Verona, un plotone di esecuzione formato da 30 militi in camicia nera crivellò di proiettili cinque membri del Gran consiglio del fascismo. Dopo il sibilare dei colpi a giacere al suolo sull’erba brinata rimasero i corpi esanimi di Galeazzo Ciano, Emilio De Bono, Luciano Gottardi, Giovanni Marinelli e Carlo Pareschi. Il marcia su Roma Tullio Cianetti, invece, che dopo avere votato la mozione Grandi scrisse una lettera al duce nella quale si dichiarò pentito, se la cavò con una condanna a 30 anni di reclusione. Continua a leggere

2 gennaio 1960:
muore Fausto Coppi

Fausto CoppiIl 2 gennaio del 1960 Fausto Coppi, all’età di 40 anni, si spegne alle 8.45 all’ospedale di Tortona. Sulla morte del Campionissimo, trascorsi 54 anni, sono ancora molti i perché e restano aperte una infinità di domande. Ma è ormai appurato che la tragedia si consumò per un errore dei medici che sbagliarono la diagnosi ritenendo che Coppi fosse afflitto da una influenza più robusta del solito. I dottori somministrano al paziente antibiotici e cortisonici, ma il Campionissimo, che in realtà aveva contratto la malaria durante una battuta di caccia in Africa, nell’Alto Volta (oggi Burkina Faso), non reagì a quelle cure sbagliate, così molto rapidamente entrò in coma e altrettanto velocemente morì.

Continua a leggere

13 dicembre 2003: la fine di Saddam

Cattura-Saddam-HusseinIl 13 dicembre del 2003, nel corso dell’operazione ‘Alba Rossa’, un dispiegamento di soldati americani ai quali si unirono guerriglieri curdi catturò Saddam Hussein. L’ex dittatore iracheno era nascosto sul fondo di un pozzo in una fattoria vicina alla città di Tikrit. Il rais, riferì poi chi lo stanò, stava accovacciato in una buca malamente scavata e occultata nel terreno, un cunicolo così angusto che poteva accogliere solo una persona alla volta. Il rifugiato nell’antro claustrofobico poteva respirare a malapena grazie a un rudimentale impianto di areazione. Continua a leggere

7 dicembre del 1941: i giapponesi attaccano Pearl Harbor

Pearl-Harbor-7-dicembre1941Il 7 dicembre del 1941 i giapponesi attaccarono Pearl Harbor, nelle Hawaii, la più importante base navale orientale degli Stati Uniti. Quello del Sol Levante fu un colpo a sorpresa che inflisse gravi danni alla flotta statunitense consentendo ai nipponici di assumere il controllo temporaneo del Pacifico.
In realtà i dissapori e le relazioni sempre più tese tra l’impero asiatico e gli Stati Uniti si protraevano ormai da anni. L’espansionismo giapponese aveva già dato prova di sé fin dal 1931 con l’occupazione della Manciuria e poi nel 1937 con l’invasione della Cina. Mentre il presidente Franklin Delano Roosevelt espresse la linea politica stelle e strisce con una secca opposizione ai Paesi aggressori sia in Europa e sia in Asia. Continua a leggere

22 novembre 1963: Kennedy assassinato a Dallas

22nov1963-KennedyCinquant’anni fa, era il 22 novembre del 1963, nella città di Dallas, Stato del Texas, fu assassinato il 35esimo presidente degli Stati Uniti d’America, John Fitzgerald Kennedy.
J.F.K., così lo ricordano milioni di americani, al momento della sua morte aveva 46 anni. Fu il più giovane presidente eletto alla Casa Bianca e il più giovane a morire durante il suo mandato. Dalla fondazione degli Stati Uniti, 4 luglio 1776, a oggi, sono stati quattro i presidenti nordamericani assassinati mentre compivano il loro mandato: Abraham Lincoln (14 aprile 1865), James Garfield (2 luglio 1881), William McKinley (6 settembre 1901) e appunto John Fitzgerald Kennedy (22 novembre 1963). Continua a leggere

Il putsch di Monaco

Monaco-PutschTra l’8 e il 9 di novembre del 1923 si consumò nella regione tedesca della Baviera un tentativo di colpo di Stato che passò alla storia come il putsch di Monaco. Il protagonista di quel golpe subito abortito fu Adolf Hitler, presidente della Nsdap (Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi). Il futuro fuhrer, in quei giorni, cercando di rovesciare il governo, si avvalse dell’alleanza del Kampfbund (una sorta di Lega di società patriottiche operanti nella regione). Il colpo di mano, passato alla storia con il nome di putsch della birreria, visto che la fiamma era divampata tra i tavoli del noto e molto frequentato Burgerbraukeller, era nato in modo del tutto improvvisato, senza che vi fosse la minima organizzazione. Continua a leggere