Identità e istituzioni in Sardegna… e in Scozia

bandiera-sardaPer i tipi di Maggioli Editore, è stato di recente pubblicato il volume “Identità e autonomia in Sardegna e Scozia”, curato da Gianmario Demuro, Francesco Mola e Ilenia Ruggiu. Il volume contiene i risultati di un progetto di ricerca finanziato dalla Regione autonoma della Sardegna, recante il titolo “Specialità e differenziazione in Sardegna. Uno studio interdisciplinare e comparato su identità, istituzioni e diritti”.
La ricerca ha avuto lo scopo di accertare l’opinione dei sardi “su quali modifiche di carattere strutturale e contenutistico fossero necessarie alla Sardegna per uscire dalla fase di transizione istituzionale in cui essa si trova ormai dal 1999”; anno, questo, in cui è stata approvata la legge costituzionale n. 1/1999, con la quale è stata introdotta l’elezione diretta dei Presidenti delle Regioni ed è iniziato l’iter della riforma del Titolo V della Costituzione repubblicana.
Tale riforma, com’è noto, ha implicato lo “smarrimento” della “specialità” dell’autonomia della Regione sarda, sia per l’aumento delle prerogative delle Regioni ordinarie, sia per gli effetti seguiti all’istituzione del federalismo fiscale, secondo quanto previsto dall’articolo n. 119, in virtù del quale i Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno acquisito autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci. La crisi del concetto di specialità ha comportato, nell’opinione dei sardi, il radicarsi della necessità di una riforma dello Statuto vigente, basata sul modello catalano di autonomia (ma col pensiero rivolto anche al modello scozzese), al fine di assicurare alla Sardegna “la possibilità di attivare politiche differenziate”.
Con la pubblicazione dei risultati della ricerca, i curatori del volume, partendo dalla situazione descritta e dalla constatazione che la modifica dello Statuto sta vivendo un momento di stallo, hanno inteso contribuire a rilanciare il dibattito sulla riforma, andando a verificare, secondo loro in modo insolito rispetto alla “metodologia giuridica”, cosa pensino i sardi della propria autonomia, dando ad essi la parola “per capire su quale tipo di percezioni e di esigenze debba fondarsi una riforma dello Statuto”. Da qui la decisione di svolgere un’indagine statistica, sui cui risultati sono state fondate le riflessioni “giuridiche politologiche e sociologiche” contenute nei testi dei diversi autori inseriti nel volume, considerate utili ai fini del rilancio del dibattito sulla riforma statutaria.
Secondo i curatori, i risultati emersi dalla ricerca sono interessanti e degni di considerazione “da parte di qualsiasi orientamento politico che vorrà avanzare proposte di riforma dello Statuto”; ciò perché dall’indagine emergerebbero “dati molto netti e sorprendenti che andrebbero presi in considerazione anche per staccarsi da visioni piuttosto conservative e forse datate di identità”; ugualmente forte e netto sarebbe “il dato che emerge rispetto al senso di autonomia come vissuto dai sardi, che è forte e reclama istituzioni con più poteri e nel contempo considera la politica incapace di rappresentare adeguatamente la specialità”. I curatori concludono l’Introduzione al volume, affermando che “oggi le ‘ragioni della specialità’ appaiono quanto mai vive. Spetta a questo punto alla politica saperle cogliere e valorizzare per immettere nuova linfa al concetto di specialità”.
La ricerca e le finalità dalle quali è stata ispirata sono senz’altro da apprezzare, pur mostrando qualche “forzatura”, compiuta per dare maggior forza al valore dell’identità assunta a presidio della specialità, con l’assegnazione di un identico significato a risposte non necessariamente sovrapponibili (sul piano delle motivazioni, quanti sono favorevoli ad essere indipendenti dall’Italia, ma parte dell’Unione Europea, non sono certo omogenei a coloro che aspirano ad essere indipendenti sia dall’Italia che dall’Unione Europea); la ricerca presenta inoltre la “grave” lacuna di non aver accertato la volontà dei sardi riguardo al modo in cui il maggior potere decisionale, acquisibile attraverso il ricupero potenziato della originaria specialità, dovrebbe essere distribuito a livello subregionale. Per rendersi conto della lacuna è importante descrivere, sia pure sommariamente, la struttura del questionario utilizzato, idoneo ad accertare cosa pensino i sardi della loro autonomia, ma non anche a verificare come essi desidererebbero che l’autonomia fosse presidiata, fattualmente e giuridicamente, da un’articolazione delle istituzioni a livello subregionale.
La composizione del questionario, decisa col contributo di un gruppo di lavoro multidisciplinare, si articola in tre sezioni, la prima delle quali è stata destinata a rilevare i dati strutturali dei soggetti intervistati, compresi in un campione della “popolazione residente in Sardegna con età non inferiore ai quindici anni”. Un’altra sezione è stata suddivisa in tre “macro categorie” di argomenti (la prima, volta ad accertare i sentimenti identitari degli intervistati; la seconda, recante le domande indirizzate ad accertare l’opinione circa le “istituzioni, i partiti politici, la rappresentanza e la visione futura della Sardegna come Regione parte dell’Italia”. La terza macro categoria, infine, è stata orientata ad appurare lo stato dell’opinione pubblica regionale riguardo ai rapporti Stato-Regione dal punto di vista economico). L’ultima sezione del questionario, secondo il gruppo di lavoro “meramente tecnica”, è stata utilizzata per esporre sinteticamente ciò che, a parere del “gruppo”, è possibile dedurre dalle risposte degli intervistati: ovvero, che i sardi, fortemente interessati ai “temi legati all’identità”, hanno manifestato un altrettanto forte interesse “nei confronti di aspetti istituzionali spesso lasciati ai decisori politici”. Ciò ha spinto il gruppo di lavoro multidisciplinare, cui si deve la costruzione del questionario e la sua somministrazione al campione della popolazione sarda, ad affermare che dai risultati complessivi della ricerca emergerebbe “uno scenario meritevole di attenzione da parte delle istituzioni”, validamente utilizzabile per risolvere i problemi che maggiormente interessano i sardi, con riferimento, sia alla Sardegna di oggi, che a quella di domani.
Per esprimere una valutazione su questa conclusione, occorre considerare i risultati che sono emersi dalle risposte degli intervistati alle domande che compongono la seconda sezione del questionario, in particolare a quelle comprese nella seconda “macro categoria” di argomenti (concernenti l’opinione dei sardi sulle istituzioni, i partiti politici, la rappresentanza e la visione futura della Sardegna come Regione parte dell’Italia).
Tenuto conto del fatto positivo che può essere tratto dai risultati delle risposte riguardanti la prima sezione del questionario (quella volta ad accertare il sentimento identitario dei sardi), da cui è emerso che, per la maggior parte dei sardi, “un’identità non esclude l’altra”, nel senso che. per sorreggere la specialità regionale sancita nello Statuto, non occorre necessariamente essere nato in Sardegna, in quanto i sardi si sentono portatori di una identità plurale, integrata nelle istituzioni in cui è “incarnata” l’autonomia: oltre che sardi, quindi, italiani, europei e cittadini del mondo, con buona pace per tutti coloro che sono sempre impegnati ad invocare per il popolo sardo un modello identitario, quale può essere quello catalano o quello scozzese, non fondato sulla natura e qualità delle istituzioni). Tenuto conto di tutto ciò, viene però da chiedersi quale opinione hanno espresso i sardi in merito alle istituzioni, alla distribuzione dei poteri tra di esse e alla visione futura della loro terra come Regione parte dell’Italia?
Secondo il gruppo di lavoro interdisciplinare che ha condotto la ricerca, sembrerebbe che, relativamente alle questioni più importanti per l’Isola (ristrette dal questionario unicamente alle materie di fisco, sanità, istruzione e affari europei, i sardi siano favorevoli all’attribuzione del potere decisionale al Consiglio regionale per quanto riguarda fisco, sanità, e istruzione, lasciando all’Unione Europea la competenza per gli affari europei.
Inoltre, riguardo al coinvolgimento delle istituzioni locali nell’esercizio del potere decisionale del Consiglio Regionale sulle materie oggetto dell’indagine, il gruppo di lavoro si limita a riferire che le risposte alle domande del questionario esprimerebbero che, per i sardi, i Consigli comunali e provinciali debbano essere coinvolti prevalentemente nelle questioni fiscali e in misura minore in quelle sanitarie. Sulla fiducia nella rappresentanza politica, infine, i sardi, com’era da aspettarsi, si sono espressi quasi all’unanimità in modo negativo, denunciando una profonda percezione delle difficoltà dei politici sardi, e con essi delle istituzioni regionali, a gestire l’autonomia.
Secondo Gianmario Demuro, autore di uno dei testi che accompagnano il commento dei risultati della ricerca, l’interpretazione che di essi, da un punto di vista giuridico (e si potrebbe aggiungere anche politico) può essere data, è che in Sardegna “vi sia una forte rivendicazione di maggiore rappresentanza politica, da sempre il principale veicolo dell’identità e della specialità”, percepite e interiorizzate dai sardi in funzione della crescita economica e dello sviluppo qualitativo dell’Isola.
Il fatto che la ricerca non abbia appurato le ragioni della bassa fiducia dei sardi sui propri rappresentanti politici e sulle istituzioni regionali costituisce la “grave” lacuna, della quale si è detto, dell’intera ricerca; lacuna che limita fortemente lo scopo dell’indagine, ovvero la conoscenza dell’opinione dei sardi riguardo al come essi vorrebbero che l’eventuale riforma dello Statuto vigente avvenisse, per il ricupero potenziato della autonomia speciale della loro Regione; ciò a supporto di una maggior tutela della propria identità, fondata sulla qualità di una crescita e di uno sviluppo che la distribuzione del potere decisionale fra le varie istituzioni nelle quali si è sinora sostanziata l’autonomia non ha saputo assicurare.
Cosa avrebbe dovuto investigare la ricerca, riguardo al problema dell’identità e dell’autonomia in Sardegna, per accertare l’opinione dei sardi circa il modo migliore per supportare la prima (l’identità) e utilizzare il potenziamento della seconda (l’autonomia), con l’obiettivo di perseguire la realizzazione di una crescita stabile dell’area regionale ed uno sviluppo più equo e diffuso a livello territoriale? Sicuramente, parte fondamentale nell’oggetto dell’indagine avrebbe dovuto essere il modo in cui affrontare l’ideazione di una riforma dello Statuto in grado di coinvolgere nei processi decisionali le comunità locali, attraverso una più appropriata organizzazione dell’Istituto regionale, sottraendo l’intera società sarda alla “confusione” venutasi a creare dopo la bocciatura del referendum sulla riforma costituzionale, quindi con l’adozione, da parte della Regione, di un ordinamento degli enti locali diverso da quello adottato.
Per uscire dalla confusione e dall’incertezza, una possibile organizzazione istituzionale, per una regione come la Sardegna (quindi, per la generalità delle regioni meridionali) non può che essere finalizzata alla rimozione dei due grandi limiti che hanno bloccato la crescita e lo sviluppo: l’inefficienza delle istituzioni locali, da un lato, e la mancanza di un adeguato supporto sociale da parte delle comunità locali a un’azione politica autonoma degli enti territoriali, orientata al superamento dell’arretratezza, dall’altro lato. Ma come rimuovere questi limiti?
La risposta non può prescindere dalla considerazione che, fino all’abolizione dell’intervento straordinario, tutto ciò che è stato pensato e realizzato, per la rimozione dello stato di arretratezza delle regioni meridionali, è stato “calato dall’alto”; ciò ha contribuito a creare una “contraddizione” che ha negato ogni validità operativa alle politiche di crescita e sviluppo poste in essere.
Allo stato attuale, perciò, la discontinuità, rispetto al passato, dell’organizzazione istituzionale della Sardegna dovrebbe essere orientata a garantire la partecipazione delle società civili locali alla formulazione delle scelte per la promozione della crescita e dello sviluppo, intendendo tale partecipazione come momento centrale di auto-formazione ed auto-realizzazione dell’intera popolazione sarda.
Tutto ciò nella prospettiva di poter rafforzare la capacità di auto-organizzarsi, per accrescere la volontà di cambiare la situazione attuale; in ultima istanza, la riforma dello Statuto vigente dovrebbe prefigurare un approccio alla crescita ed allo sviluppo dell’Isola, attraverso una distribuzione territoriale dei poteri istituzionali idonea a consentire la realizzazione di ciò che da sempre è mancato: la formazione di autonome soggettività locali. Ciò però implica il superamento del centralismo decisionale, sinora privilegiato a livello regionale; motivo, questo, che è alla base della percezione, da parte della popolazione sarda, dei limiti con cui i politici e le istituzioni regionali hanno fino ad ora gestito l’autonomia istituzionale.

Pisa. Il Psi per il rinnovamento della città

urna elettoraleIl P.S.I. ha presentato proposte chiare e concrete, sia nella fase preliminare non andata a buon fine della costituzione di un centro sinistra rinnovato, sia nella fase concitata della campagna elettorale che ci ha comunque visto come forza rispettosa nella dialettica e responsabile nella formulazioni delle proposte. Il nostro programma sarà nel corso di questa legislatura rilanciato  con una presenza costante nei quartieri  a difesa degli interessi di Pisa e  dei pisani; confermando l’impegno del P.S.I. alla costruzione di una coalizione di “centrosinistra programmatico” ampia plurale e progressista.

La comunità socialista non ha necessità di essere orientata; sceglierà di sostenere al ballottaggio quel candidato che più s’impegnerà a favore delle priorità proposte in campagna elettorale dal P.S.I.:

1.   Una politica finanziaria oculata senza sprechi in opere faraoniche e di scarsa utilità pubblica con conseguente riduzione delle tasse.

2.     Il rilancio e il sostegno all’economia basata sul turismo in particolare sull’aeroporto ed il sistema portuale pisano, sull’università e sulla ricerca.

3.   L’impegno di far rientrare i commercianti ambulanti nell’area del Santa Chiara a suo tempo prevista e concordata con le categorie.

4.     Lo sviluppo di progetti urbanistici per far ritornare nel centro storico le famiglie con piani di edilizia popolare convenzionata a partire dalle aree del Santa Chiara e dell’ex caserma  di via Roma.

5.   Piani di recupero dei palazzi storici del centro, risoluzione della ferita della “mattonaia” e dell’ex palazzo Telecom.

6.   Il rilancio di una politica della salute, che rafforzi la richiesta sociale di sicurezza sanitaria, respingendo il progressivo trasferimento delle eccellenze a Firenze

7.   Forte contrasto al degrado, alla criminalità e all’abusivismo commerciale nel centro storico e nei quartieri.

8.   rafforzare il collegamento ferroviario Pisa – Firenze – Livorno a tutela dell’aeroporto pisano,garantire l’impegno per progetti integrati di trasporto pubblico elettrificato nel centro storico e verso il litorale, a basso impatto.

9.   L’impegno in tutte le sedi istituzionali, perché Pisa diventi  il centro di un’area metropolitana della Toscana Nord Ovest.

Il P.S.I. fa appello ai cittadini di andare numerosi alle urne per un voto consapevole.

Carlo Sorrente
Segretario provinciale e presentatore lista P.S.I. comune di Pisa

Ramadan, un week-end di dialogo interculturale

ramadam torino

Venerdì, sabato e domenica 15-17 giugno hanno segnato, per i musulmani di tutto il mondo, la fine del mese di digiuno rituale del Ramadan: nel Weekend è stata celebrata la festa dell’Eid, che chiude appunto il mese di Ramadan, e per i musulmani ha aperto anche un fine settimana di gioia e di riflessione. In Italia anche le varie comunità musulmane hanno celebrato la festa dell’Eid, con iniziative aperte il più possibile alla società civile, all’insegna del dialogo interreligioso e interculturale.

A Torino Amir Younes, Coordinatore Regionale in Piemonte delle Co-mai (Le Comunità del Mondo Arabo in Italia) e presidente della Comunità egiziana piemontese, fa il bilancio della festa organizzata venerdì al Parco Dora: cui han partecipato circa 30.000 persone, dopo quello che è stato, diremmo, un vero e proprio “Open day” delle moschee cittadine. “Hanno partecipato – precisa Younes – anche le autorità civili e religiose: rappresentate dal Presidente del Consiglio comunale e dalla sindaca Appendino, con l’Assessore comunale alle Famiglie e all’ Integrazione, Giusta, dall’Assessore regionale alle Pari opportunità, Monica Cerruti, e dall’Arcivescovo cattolico, Cesare Nozilia, autore d’ un bel discorso sull’ integrazione e la pace”.

“A Trieste – spiega Nader Akkad, Imam cittadino e Co-presidente nazionale della Confederazione internazionale Laica Interreligiosa “CILI-Italia”, la festa della fine del digiuno “Eid el Fiter” per la prima volta s’è svolta nel Centro culturale islamico di Via Maiolica. Con la partecipazione anche del Prefetto Annapaola Porzio e di rappresentanti delle varie comunità religiose, dal rabbino capo Alexandrè Meloni al Rev Radovic, Vicario per la Chiesa Serbo-ortodossa d’Italia, da Claudio Caramia, rappresentante della Chiesa cattolica e di “Religioni per la pace”, alla presidente del Centro Buddhista tibetano ani, Malvina Savio”.

“Quest’anno – precisa invece, a Roma, Kamel Belatouche, Segretario Generale delle Co-mai e dell’Ufficio di Presidenza di Cili-italia, la festa dell’ Eid è stata molto importante anzitutto perché quasi tutti i musulmani del mondo l’ hanno festeggiata lo stesso giorno, appunto il 15 giugno. In più, in tutta Italia è stata una festa sì nostra, ma con la partecipazione di decine di migliaia di italiani, anche non musulmani, unitisi a noi per momenti importanti di dialogo e, per quanto possibile, di preghiera comune. Abbiamo mostrato concretamente che l’Islam italiano è una realtà, pienamente rispettosa della Costituzione e delle leggi ordinarie: contro il muro delle bugie create ad arte per dividere i cittadini e alimentare l’odio su base religiosa e razziale”.
Sempre a Roma, altro momento di riflessione e d’ intensa spiritualità, con la presenza di molti italiani musulmani, è stato vissuto alla moschea scita del Centro “Imam Madhi” di via Spello al Tuscolano. “E’ stata un’occasione importante per essere veramente vicini alla gente del quartiere, specialmente ai poveri e ai bisognosi”, sottolinea il Dr. Mohamad Ali Zaraket, coordinatore organizzativo delle Co-mai e Segretario Generale dell’ Associazione Medici libanesi in Italia.

Da Bari, infine, l’Imam Alessandro Pagliara Mohammed Alì, racconta la giornata del 15 giugno: “segnata da un terribile nubifragio, che da un lato ha ridotto la partecipazione del pubblico, ma dall’altro ha fatto sì che le circa 2.000 persone presenti tra musulmani e cristiani si trovassero nella moschea più raccolte, più attente, con una partecipazione, direi, sul piano proprio anche liturgico.

“Questa piena riuscita della festa del 15 giugno e, più in generale, di questo fine settimana di dialogo e riflessione, in cui più di 500 feste e cene comuni in tutta Italia da Messina a Trieste, passando per tutte le regioni e le piazze delle grande città, hanno rappresentato essenziali momenti di socializzazione tra musulmani ,cristiani, ebrei, buddhisti e laici “, conclude il Prof.Foad Aodi, Fondatore delle Co-mai e di Cili-Italia, nonché Membro del Focal Point per l’ Integrazione in Italia dell’ Alleanza delle Civiltà-UNAOC, organismo ONU, “segna un importante passo avanti verso l’ abbattimento dei muri dei pregiudizi e delle incomprensioni reciproche e delle fake-news. Nonostante le dichiarazioni avventate di vari politici italiani .Possiamo dire che Co-mai e la Confederazione CILI-Italia, nata dopo il successo dell’evento Cristianinmoschea l’11 settembre 2016, hanno vinto la scommessa, con il 95 per cento del mondo arabo e musulmano che ha aderito alle nostre iniziative; e hanno anche’ organizzato più di 1000 cene collettive già durante il mese di Ramadan nelle varie città italiane, contro i muri delle divisioni. Muri che, ricordiamo, spesso, purtroppo, sono anzitutto mentali, e corrono non solo tra occidentali e musulmani, ma, a volte, all’interno anche delle stesse comunità musulmane e di origine straniera: scatenando guerre tra poveri, oltre che guerre tra ricchi e poveri “.

Fabrizio Federici

Il “Petit tour del Mugello” con Riccardo Nencini

bellezza“Un viaggio dell’anima in una terra dalla bellezza inquieta, ‘ballerina’, doppia, toscana e romagnola com’è”. Così lo storico e saggista Franco Cardini ha definito l’ultimo libro di Riccardo Nencini, La Bellezza, Petit Tour del Mugello mediceo (pubblicato dalla casa editrice toscana Polistampa, pp. 312, euro 22), è stato presentato oggi in anteprima al Centro Studi Americani di Roma.

Alla presentazione dell’ultima opera di Nencini, interamente dedicata alla sua terra d’origine, oltre all’autore sono intervenuti Paolo Messa, direttore del Centro Studi Americani e Massimo Miglio, presidente dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo. L’incontro è stato moderato da Pierfrancesco De Robertis, editorialista del QN-La Nazione.”Una ricerca storica, scritta con il taglio e la passione dello storico e del giornalista” ha detto De Robertis introducendo il dibattito. Per Miglio “Nencini è riuscito a tessere un racconto che opera un rimando continuo tra storia e leggenda che solo chi è in grado di maneggiare le fonti storiche è capace di fare: i percorsi indicati da Nencini si attraversano nella convinzione che non esista teatro più vero della storia”

Nencini ha ricordato Oriana Fallaci che, staffetta partigiana a 14 anni, percorreva il tratto di strada tra Monte Giovi e Pontevecchio nascondendo bombe ad ananas nella cesta dell’insalata destinate ai partigiani.

la bellezza 1Riccardo Nencini, senatore e già viceministro dei Trasporti, è un autore prolifico; la sua produzione include due importanti bestseller proprio su Oriana Fallaci, amica e ‘madrina letteraria’. Da sempre uno storico attento alle vicende toscane del Medioevo e del Rinascimento, lo scorso anno ha pubblicato il saggio “Il Magnifico Ribelle”, dedicato alla figura di Giotto. Con “La Bellezza” dai luoghi giotteschi l’obiettivo si allarga all’intero Mugello, che Nencini percorre con lo spirito del viaggiatore, osserva con l’acutezza dello storico e ci ripropone con la penna del narratore navigato.

Nencini parla del Mugello descrivendo i comuni arrampicati agli Appennini o distesi lungo il corso della Sieve, tra montagne viola d’inverno e prati gialli di ginestre d’estate. La terra dei Medici, la terra attraversata dai  viaggiatori del Grand Tour, inglesi soprattutto, innamorati persi di Firenze.
Firenze, dall’alto di una bellezza spaventevole, ha tramortito tutti i suoi vicini, nascondendo ai turisti la possibilità di scoprire il bello oltre i suoi confini. Eppure, finalmente, qualcosa comincia a muoversi. Agriturismi, trekking, enogastronomia di qualità, desiderio di avventura in una natura incontaminata punteggiata di opere d’arte superlative fanno del Mugello una calamita naturale. Il libro di Riccardo Nencini non è soltanto una guida. È una dichiarazione d’amore. Un ‘petit tour’ nel Mugello Mediceo che rivela storie inedite, sorprendenti, scopre l’arte dove meno te l’aspetti, ti mette a tavola con prodotti tipici, bio, si dimena lungo strade scolpite dagli etruschi e dai romani, giù dai passi – cinque per la precisione: Futa, Giogo, Colla, Muraglione, Consuma – a rotta di collo. Attraversando le pagine del libro ci si può imbattere in Garibaldi, poi negli arcigni Ubaldini, quindi in una gentildonna che crebbe due papi, infine in briganti e contrabbandieri e nella migliore schiacciata che divori con gli occhi. Nessuno ne aveva mai parlato. Lontano dai torpedoni che scaricano i turisti di fronte agli outlet, lontano dalle rotte tradizionali, in bicicletta.

Pescara. Psi, serve una pausa di riflessione

municipio pescara

“Si continua a parlare da giorni di semplice necessità di riorganizzazione e di regolare prosecuzione delle attività gestionali e di voler preservare la piena funzionalità della struttura senza rallentarne il funzionamento quando ci si riferisce alla possibile intenzione di trasferire le direzioni degli uffici regionali dalla sede di L’Aquila a quella di Pescara”.

Lo affermano in una nota Gianni Padovani Segretario Prov.le PSI L’Aquila e Tiziana Iemmolo Componente Segreteria Comunale PSI L’Aquila.

“Insomma – proseguono – ci ritroviamo nuovamente difronte all’ennesima volontà da parte del Governatore D’Alfonso di sottrarre sotto gli occhi di tutti- ma allo stesso tempo con maestria riuscire a nasconderlo- una possibilità di ritorno alla normalità e alla rinascita del capoluogo d’Abruzzo. Non molto sembra voler chiarire il Presidente D’ Alfonso che cerca di gettare fumo negli occhi indignandosi e meravigliandosi di fronte alle richieste di chiarimento dei Sindacati e di chi, come noi, ha manifestato il proprio scontento e le proprie perplessità”.

“Da quanto riportato nella deliberazione n.349 della Giunta regionale dello scorso 24 maggio – proseguono gli esponenti socialisti – si evince chiaramente che gli spostamenti sono già iniziati, nel caso specifico si ravvede la necessità di stabilire, la sede dell’ Agenzia Regionale per l’Informatica e la Committenza (A.R.I.C.), per le funzioni di Centrale Unica di Committenza regionale, a Pescara. Lascia sconcertati leggere sulla Delibera come sia necessario l’adeguamento organizzativo dell’ A.R.I.C., in ragione del rilevantissimo aumento progressivo di carichi di lavoro per le Regioni interessate dalla RICOSTRUZIONE, per poi però decidere di stabilire la sede provvisoria (in Italia non c’è nulla di più definitivo del provvisorio) della struttura presso la Presidenza della Giunta regionale di Pescara, spostando funzioni inizialmente affidate al servizio di Genio Civile dell’’Aquila, ed il potere decisionale dall’aquilano al pescarese al fine di fornire criteri per l’adempimento dell’articolazione dell’ A.R.I.C stesso”.

“A che pro consegnare alla città di Pescara un lavoro ed una competenza che è da attribuirsi, in ragione anche della ricostruzione fisica della città, al Capoluogo? Torniamo forse a fare i conti con la volontà politica ed affettiva di voler preservare gli interessi della città di appartenenza di D’Alfonso anche solo per mantenere viva una certa popolarità nella stessa?
Leggiamo inoltre che nella delibera n.349 si parla esplicitamente di possibile ricorso, per quanto riguarda gli Enti Pubblici, ad un distaccamento provvisorio del personale presso la costituenda azienda ai fini dello svolgimento delle operazione richieste e non da ultimo si palesa la possibilità di selezionare il personale anche mediante trasferimento e mobilità tenendo conto delle attuali norme vigenti.
Riconosco che non si faccia mai riferimento ad un immediato trasferimento del personale, ma non posso fare a meno di concordare con chi in questi giorni ha parlato di vero e proprio “scippo” degli uffici regionali in favore della città di Pescara cercando di espropriare, tramite un semplice cambio di denominazione dell’ufficio, della guida e del controllo di settori quali Lavori Pubblici e Genio Civile andando a concentrare i poteri decisionali presso il Dipartimento dei trasporti ed infrastrutture con sede a Pescara”.

“A nostro avviso – concludono – è il caso di fermarsi a riflettere su quanto il momentaneo passaggio del potere decisionale dagli uffici aquilani a quelli pescaresi vada a scatenare una reazione a catena che, solo nel tempo, andrà a palesare le difficoltà di gestione del lavoro a distanza portando inevitabilmente a ritenere più che giustificato un successivo trasferimento degli uffici e del personale addetto al fine di snellire le procedure e lo svolgimento del lavoro stesso”.

Psi: Terni verso un futuro leghista e populista

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L’esito del voto di domenica scorsa rappresenta l’ennesimo segnale da cui ripartire per iniziare a lavorare ad una seria e credibile ricostruzione del campo di centro sinistra che esce, senza nessuna scusa, pesantemente sconfitto da questa tornata elettorale. Una proposta politica che sia seria, rinnovata, che tenga di più ai bisogni dei cittadini e meno alle questioni interne dei partiti e delle coalizioni.

Sul voto di domenica, ad una prima analisi, hanno pesato fortemente due elementi: la forte astensione e la conferma di un voto politico che non si discosta dal trend già verificatosi nelle ultime tornate elettorali a cominciare da quelle politiche del 4 marzo. A questo si aggiungano le vicende giudiziarie, quelle legate al dissesto e alla fine anticipata della consiliatura, ed ecco che anche a Terni è prevalso un voto verso quelle forze antisistema, antieuropee, antiliberali, che nulla hanno a che fare con la tradizione democratica, liberale, moderata che ha sempre caratterizzato la nostra città.

Forze che hanno saputo meglio di altre cavalcare l’onda emotiva dei nostri concittadini e mettere in evidenza i problemi della nostra città. L’augurio è che chiunque uscirà vittorioso dal secondo turno, sia in grado di mantenere le promesse e di affrontare le criticità con competenza e senso di responsabilità. Certo è che Terni assisteremo ad un ballottaggio inedito, che vedrà contrapposte le due forze populiste e demagogiche che in Italia costituiscono la maggioranza che sostiene il Governo Di Maio – Salvini.

Per quanto riguarda il risultato della lista “Terni Immagina”, in un quadro così complicato, riteniamo che possa definirsi assolutamente soddisfacente. Abbiamo creato un simbolo e un’aggregazione a pochi giorni dal voto, riuscendo a caratterizzarci, all’interno della coalizione di centrosinistra che sosteneva la candidatura di Paolo Angeletti, come un elemento di discontinuità, che fosse l’argine verso la deriva grillino-leghista che si è poi invece verificata. Avere ottenuto 1672 voti, con pochi giorni di campagna elettorale fatta di ascolto delle persone, di contatti diretti con tante realtà del nostro territorio, con una squadra coesa e unita da valori e principi non contrattabili, riteniamo essere un elemento di soddisfazione.

Intendo ringraziare per questo i tanti cittadini che hanno sostenuto la nostra lista dandoci fiducia e sostegno, e con loro tutti i nostri candidati alla carica di consigliere, che con coerenza, abnegazione, impegno ed entusiasmo, si sono messi a disposizione in una tornata elettorale particolarmente difficile per chi voleva difendere i valori fondanti della nostra comunità. Un ringraziamento particolare lo rivolgiamo infine a Paolo Angeletti, che si è messo a disposizione con spirito di servizio, coerenza e impegno, per tentare di invertire una tendenza, che alla prova dei numeri, non siamo riusciti a contrastare.

Rossano Pastura
Segretario provinciale PSI Terni
Lista Terni Immagina per Paolo Angeletti Sindaco

Tropea. Le proposte dei socialisti per la città

tropeaI tempi cambiano ma infondo le esigenze della gente non sono così differenti nel tempo. Tropea cittadina da sempre sinonimo di bellezza, cultura ma soprattutto di autonomia e “libertas” si ritrova oggi come una giovane fanciulla abbandonata.

Nel mentre, fioriscono pensatoi, tavole rotonde, composti dai più e i meno “Onorevoli” – novembre si avvicina, il 2019 è già in cantiere – ma ai tropeani chi ci pensa ? Ci sarebbero i Commissari, ma evidentemente sono così terzi da non riuscire a cogliere le esigenze del territorio e dei cittadini. Questo stato di cose acuisce la distanza tra la gente e le Istituzioni e alimenta sfiducia nell’avvenire e per il progresso della città. La società è in una crisi evidente che si riflette in modo negativo sulla vita delle Istituzioni rendendola incerta, faticosa e improduttiva. Questo stato di cose accresce le diseguaglianze sociali quando basterebbe che, chi ha il compito di rappresentare la gente ascoltasse e stesse di più in mezzo a questi, senza celebrare messa in suntuose cattedrali circondate da un deserto di fede. Nenni diceva: “ il socialismo è portare avanti chi è nato indietro”, stare dalla parte degli ultimi, dalla parte di quelle persone che vengono private di diritti e tutele.

La sezione cittadina Psi di Tropea rinata nel settembre scorso con questo spirito si è interessata di affrontare temi e situazioni prossime alle esigenze dei cittadini. Più di recente, in gennaio, era stata protocollata una richiesta indirizzata ai Commissari con la quale è stato chiesto un incontro per discutere di alcune tematiche fondamentali tra cui l’assegnazione delle case di edilizia popolare ATERP site in loc. Argani.

Ed invero, relativamente agli alloggi in questione, permane una situazione di stallo e con essa anche il disaggio di numerosi cittadini meno abbienti costretti a vivere in alloggi di fortuna quando, tuttavia in modo beffardo, vi sono alloggi di edilizia residenziale pubblica completati e non assegnati.

Sono molti i cittadini che da tempo si augurano una maggiore attenzione da parte del Comune e degli Enti preposti nei confronti del loro stesso patrimonio immobiliare.

Al contempo va segnalato che la zona in questione, di fatto, è sfornita di custodia e, questo espone gli immobili al rischio di occupazioni abusive o di sottrazione di infissi, sanitari ed altro.

I socialisti avevano chiesto un incontro ai Commissari, incontro mai avvenuto, e al contempo avevano scritto all’ATERP la quale, al corrente sulla mancata assegnazione, rispondeva puntualmente e chiariva che diversi sono stati i tentativi per sboccare la cosa negli ultimi due anni.

E’ giusto dire che esiste una Legge Regionale del 25 novembre 1996, n. 32, che al Capo II – Organi preposti e procedimento di assegnazione – con l’art. 13 attribuisce la competenza per l’emanazione del bando di concorso al Comune ma, nonostante solleciti ed incontri tra Aterp e Amministrazione non si è riusciti a emanare il bando e procedere all’assegnazione.

La stessa ATERP con un ulteriore sollecito del 20 marzo 2018, prot. n. 6839 , proprio in virtù di predetta normativa stimolava la Commissione Straordinaria ad attivare le procedure per l’assegnazione dei 12 alloggi terminati in data 25 maggio 2016, suggerendo addirittura come muoversi nel rispetto della normativa regionale. Per usare un termine calcistico un vero e proprio assist alla “Pirlo”.

Potremmo definirlo l’ennesimo caso in cui la burocrazia limita il progresso se non fosse per una chiara disposizione normativa della legge regionale di cui sopra che, al quarto comma dell’art. 13, prevede espressamente che:

“ in caso di mancato adempimento nei termini prescritti di quanto disposto dal presente articolo, la Giunta regionale può provvedere in sostituzione, avvalendosi degli Enti gestori competenti per territorio ”.

Dunque, ci sono i mezzi, ma mancano quegli uomini sensibili ad alcune tematiche che dovrebbero essere poste in cima alla lista delle cose da fare e ci sorprende, per dirla tutta, che tale mancanza venga proprio dai Commissari. Tropea e i tropeani hanno bisogno di una classe dirigente capace, che abbia una certa sensibilità e con un animo formato nei valori e nei principi antichi come quelli dell’equità e la giustizia sociale ma con idee moderne e che guardano al progresso e all’avvenire. L’estate passerà -purtroppo non sul lungomare- non bisogna restare alla finestra, abbiamo voluto scrivere questa lettera per dirvi che siamo al vostro fianco cari cittadini, lo facciamo con un lavoro quotidiano con l’impegno e la passione di sempre.

Il Partito Socialista Italiano intende fare due cose:

Raccogliere le istanze di quelle famiglie che necessitano di un alloggio pubblico, ci trovate nella sede del Patronato UIL di Tropea, via Vittorio Venero, n. 51;

Se dovesse perpetrarsi la mancanza di volontà da parte dell’Amministrazione Comunale di Tropea chiederemo, formalmente, alla Giunta Regionale l’applicazione dei poteri sostitutivi.

Il tema degli alloggi popolari sarà un tema sul quale ci batteremo, era doveroso farvelo sapere.

Partito Socialista Italiano
Sezione cittadina di Tropea

Le storie di 264 giornalisti morti nella Grande Guerra

copertina-libro.FRANZUn libro, promosso dalla Fondazione Murialdi e scritto da Pierluigi Roesler Franz insieme a Enrico Serventi Longhi, raccoglie le storie di 264 giornalisti morti nella Grande Guerra un secolo fa. Tra loro 31 eroi della nostra regione.

Alberto Bani di Forlì, Gino Barbieri di Cesena, Pietro Bartoletti di Cesena, Cesare Bonola di Bologna, Mario Borghi di Reggio Emilia, Eligio Cacciaguerra di San Carlo di Cesena, Giovanni Capri di Bologna, Athos Casarini di Bologna, Carlo Cassan di Rimini, Pico Cavalieri di Ferrara, Giacomo Crollalanza di Piacenza, Antonio Fantini di Cesena, Garibaldi Franceschi di Modena, Domenico Giordani di Budrio (Bologna), Edgardo Macrelli di Sarsina (Forlì), Germano Manini di Consandolo, frazione di Argenta (Ferrara), Achille Mazzoni di Forlì, Giovanni Modena di Reggio Emilia, Francesco Neri di Santa Sofia (Forlì-Cesena), Bruno Orsoni di Budrio (Bologna), Angelo Paglia di Bologna, Mario Poledrelli di San Niccolò d’Argenta (Ferrara), Gianni Sacenti di Castelfranco Emilia (Modena), Emilio Savini di Bologna (che é l’unico all’Associazione Stampa Emiliana), Renato Serra di Cesena, Giovanni Spallanzani di Modena, Gastone Tedeschi di Ferrara, Luca Antonio Tosi Bellucci di Modena, Giannetto Vassura di Cotignola (Ravenna), Carlo Vizzotto di Bologna e Pietro Zuffardi di Fornovo sul Taro (Parma).

Questi i 31 emiliano-romagnoli, tutti nati sul finire dell’Ottocento e tutti accomunati, sia da una passione, il giornalismo, sia da una fine tragica, la morte sui campi di battaglia durante la Prima Guerra mondiale. La storia dei 264 eroi, quasi tutti sconosciuti ai più o dimenticati, è stata ricostruita attraverso sette anni di intense ricerche d’archivio dal giornalista Pierluigi Roesler Franz che insieme al ricercatore universitario Enrico Serventi Longhi ha curato un libro appena pubblicato da Gaspari Editore di Udine per conto della Fondazione sul giornalismo “Paolo Murialdi”. S’intitola “Martiri di carta. I giornalisti caduti nella Prima Guerra Mondiale”.

L’iniziativa del collega Pierluigi Roesler Franz di compiere ricerche sui giornalisti caduti nelle Grande Guerra risale al 2011 quando nei sotterranei della sede dell’INPGI a Roma, fu casualmente ritrovata una lapide – della quale si erano perse le tracce – con i nomi di 83 giornalisti Caduti in guerra tra il 1915 e il 1918, inaugurata da Mussolini il 24 maggio 1934 al Circolo della Stampa di Roma. Le ricerche d’archivio hanno poi appurato che i giornalisti Caduti in combattimento o a seguito di feriti riportate al fronte sono stati 264.

Nel volume, si racconta la storia – finora mai scritta – di 264 intellettuali di tutte le Regioni (fra i quali Battisti, Stuparich, Serra, Gallardi, Boccioni, Niccolai e Umerini) morti nel conflitto mondiale 1914-1918. La maggior parte dei caduti erano giovani ventenni che, provenienti da tutte le parti d’Italia, avevano cominciato a scrivere su grandi e piccoli giornali e riviste. Alcuni di essi erano stati chiamati alle armi, mentre altri erano andati volontari al fronte.

La pubblicazione, che é illustrata da immagini e dai volti dei caduti, rappresenta la prima attività di studio e ricerca svolta dalla Fondazione sul giornalismo “Paolo Murialdi” e si colloca nell’ambito delle iniziative nazionali per la la celebrazione del centenario della partecipazione dell’Italia alla Grande Guerra. Tutti gli scritti sono corredati da note esplicative, fotografie d’epoca, ritratti dei protagonisti e mappe dei luoghi delle battaglie in cui “i martiri di carta” hanno perso la vita combattendo eroicamente per la patria.

Nel panorama storiografico e giornalistico mancava un lavoro capace di unire biografie, storia sociale, storia militare e storia politica. Si tratta di un contributo capace di interessare storici, giornalisti, appassionati e semplici lettori, anche in virtù della categoria scelta, quella dei giornalisti: storie vere, di uomini in carne in ossa, restituite grazie a una sistematica ricerca storica basata su un’ampia bibliografia, su centinaia di articoli di giornali e su documenti d’archivio.

La Fondazione sul Giornalismo “Paolo Murialdi” (www.fondazionemurialdi.it) è stata costituita dai quattro organismi della categoria (Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani e Cassa Autonoma di Assistenza Integrativa dei Giornalisti Italiani) con lo scopo di raccogliere e mettere a disposizione degli studiosi e dei ricercatori tutta la documentazione sulla vita e sulla storia del giornalismo italiano. Ha sede in Roma in un prestigioso ufficio in via Valenziani 12/a a pochi metri dalla Breccia di Porta Pia. La sua attività è volta anche alla promozione e alla pubblicazione degli studi sul giornalismo, all’organizzazione di convegni e dibattiti e all’istituzione di borse di studio e di ricerca. E’ intitolata a Paolo Murialdi che è stato giornalista, sindacalista della categoria e storico del giornalismo, nonché Presidente della FNSI dal 1974 al 1981. (ndr: fonti Pierluigi Roesler Franz e Alessando Feliziani)

Ecco brevi cenni sui due giornalisti reggiani, Mario Borghi e Giovanni Modena, che hanno perso la vita nelle Prima Guerra Mondiale:

Mario Borghi 

Nato a REGGIO EMILIA il 18/12/1895.

Era figlio di Enrico. Appena pochi mesi prima di cadere eroicamente in 1^ linea era morta sua mamma. Nella sua casa di Reggio Emilia in via Roma 13 erano, invece, rimasti a vivere il suo anziano padre Enrico e una sorella. Infatti anche suo fratello, ragionier Ladislao, combatteva al fronte come tenente di fanteria.

Collaboratore del “GIORNALE DI REGGIO EMILIA”, e corrispondente da Reggio Emilia de “IL RESTO DEL CARLINO” e de “L’IDEA NAZIONALE”.

Dopo essersi diplomato con lode in ragioneria, era entrato nell’esercito.

TENENTE del 146° REGGIMENTO FANTERIA Brigata CATANIA.

Ardentissimo nazionalista della prima ora, aveva compiuto decine di atti di valore. Si era distinto in particolare sul Pal Piccolo e sul monte Cimone. Il giorno prima di morire aveva scritto al fratello: “Oggi sentiamo un lontano bombardamento. Il nostro reggimento andrà all’assalto. Dio protegga l’Italia e le nostre armi. Non temere per me. Speriamo nella vittoria. La mamma mi assiste. Viva l’Italia! Baci affettuosi, Mario”.

Morì sul CARSO A QUOTA 144 di Monfalcone – DEBELI VRH il 10/10/1916. Dopo la presa italiana di Gorizia nell’ottobre 1916 a seguito di un ripiegamento delle truppe del suo reparto nella zona di Monfalcone, benché addetto al Comando, volle slanciarsi ad affrontare il nemico che si avvicinava alle trincee italiane ed uscì da solo con il suo fido attendente Antonio Molina impugnando il moschetto. Furono, però, entrambi falciati dalle raffiche nemiche e caddero uno a fianco all’altro.

Dettero notizia della sua morte “Il Resto del Carlino” del 18 ottobre 1916 a pag. 2, il Corriere della Sera del 19/10/1916 a pag. 2 e “L’Idea Nazionale” del 21 ottobre 1916 a pag. 2.

La cittadinanza reggiana espresse un vivo generale cordoglio. Il 21 ottobre 1916 fu celebrata una Santa Messa solenne in sua memoria nella chiesa parrocchiale di Santa Teresa a Reggio Emilia alla presenza di tutte le personalità politiche dei partiti interventisti e una folla di cittadini di ogni classe. Sul catafalco era stata deposta la sua giubba di combattimento. Era presente anche una rappresentanza del Sindacato della Stampa oltre che dei tre giornali per i quali aveva scritto (Vedere “Il Resto del Carlino” del 22/10/1916 a pag. 4).

Il suo nome figura nell’Albo d’Oro dei Caduti dell’Emilia II – (Modena, Piacenza, Parma e Reggio Emilia) Volume VIII alla pagina 132 n. 29 e al n. 5 dell’Elenco degli ufficiali Caduti del 146° Reggimento.

Nel 1918 gli fu conferita la MEDAGLIA D’ARGENTO AL VALOR MILITARE ALLA MEMORIA con la seguente motivazione: “Addetto al comando di un reggimento, inviato durante l’attacco a riconoscere le posizioni all’estrema destra della fronte, si spingeva con impareggiabile audacia e sprezzo della vita, fin presso i reticolati nemici, sostenendo impavido il micidiale fuoco dei difensori, finché trovò gloriosa morte; costante esempio di ferrea volontà, di generoso e cosciente ardimento. Monfalcone, 10 ottobre 1916”.

Nel 1923 gli fu anche concessa postuma la CROCE DI GUERRA perché: “durante un’operazione notturna, conduceva brillantemente all’attacco il suo reparto, nonostante le difficoltà del terreno e la vivace resistenza nemica. Monte Cimone (Val d’Astice), 29 giugno 1916.”

E’ sepolto nel SACRARIO MILITARE DI REDIPUGLIA TOMBA/LOCULO 4802, FILA/GRADONE 3, Pagina Registro 141-142, Progressivo 29986. FU ESUMATO DA LAGO PIETRA ROSSA TOMBA 172.

Giovanni Modena

Nato a REGGIO EMILIA il 30/7/1887.

Era figlio di Riccardo (ragioniere e cavaliere). Apparteneva ad una famiglia di religione ebraica.

Fondatore e membro del Comitato di redazione del quotidiano “LA PROVINCIA DI REGGIO”. Collaboratore de “L’AVANTI DELLA DOMENICA!” e del settimanale” IL RISVEGLIO DEMOCRATICO”. Sin da giovane aveva propugnato la Fondazione di un giornaletto di cui fu un attivo redattore “LE GIOVANI GUARDIE”, organo settimanale della gioventù socialista che divenne poi organo nazionale e si trasferì a Roma sotto la direzione di Arturo Vella.

Interventista, socialista. Era anche avvocato. Era iscritto alla massoneria Loggia “Giosué Carducci” di Reggio Emilia di cui fu tra i fondatori. Di profonda cultura e dotato di grande ingegno amò profondamente la Patria. Sostenne che il disarmo non avrebbe potuto essere che internazionale, simultaneo fra gli Stati, e contemporaneo al trionfo delle nazionalità. Frequentò il Ginnasio-Liceo di Reggio Emilia. Mentre era ancora studente fondò con altri suoi compagni il Circolo Giovanile di studi sociali. Si iscrisse a Giurisprudenza nella Regia Università di Modena.
Nonostante fosse lontano dalla sua città natale promosse la costituzione dell’Associazione Studentesca Reggiana che aveva lo scopo di riunire studenti per manifestazioni collettive di arte e di patriottismo, creando anche un borsa di studio per gli studenti poveri. Ricoprì la carica di Segretario dell’Associazione che conservò fino alla fine degli studi.
Anche a Modena fu fautore di manifestazioni patriottiche e intellettuali. Collaborò con la sezione modenese della “Dante Alighieri” che rappresentò al Congresso di Perugia del  1910. Curò la costituzione fra gli studenti univesitari di un Cirrcolo Pro Cultura. Ad ottobe 1910 si laureò a Modena con un’amplissima ed arguta tesi della “Rappresentanza proporzionale”. Sul fronte politico partecipò a Modena ai lavori dell’Unione Democratica e del Blocco Democratico rappresentando una tendenza radico-socialista. Fu anche merito suo la vittoria riportata dai partiti popolari. Tornato a Reggio Emilia fu nominato per conto del partito socialista consigliere di amministrazione della Congregazione di Carità. Propugnò le Colonie scolastiche alpine e fu Presidente dell’Associazione Vigili Municipali di Reggio e Segretario della Croce Verde.

Ebbe poi un ruolo di rilievo nel Comitato pro italiani espulsi dalla Turchia formatosi a Reggio Emilia all’inizio della guerra libica del 1911. Fu tra i promotori della conferenza tenuta al Politeama di Reggio da Cesare Battisti la sera del 25 febbraio 1915 che ebbe un grande successo.

CAPITANO DEL QUARTIER GENERALE INTENDENZA DELLA 9^ ARMATA. In precedenza aveva combattuto come ufficiale dal 1915 nell’83° REGGIMENTO FANTERIA Brigata VENEZIA in Val Daone e sul Dosso Faiti sul Carso. Successivamente era passato nel 22° REGGIMENTO FANTERIA Brigata CREMONA con cui aveva combattuto in Val di Ledro. Pur essendo stato riformato alla leva, volle ugualmente partire volontario come sottotenente. Figura nell’Albo d’Oro dei Caduti nella Grande Guerra Emilia II  Vol. VIII – Province di Modena, Piacenza, Parma e Reggio Emilia a pag.  500 sub 21.
Fu promosso tenente dopo la ritirata di Caporetto e poi capitano sul Piave.

Morì a UDINE il 1°/3/1919 per malattia contratta al fronte. I solenni funerali con gli onori militari si svolsero a UDINE.
Fu inizialmente sepolto nel CIMITERO DI UDINE. Le sue ceneri vennero trasferite il 13 luglio 1919 dopo un nuovo funerale a Reggio Emilia e tumulate nel CIMITERO ISRAELITICO SUBURBANO DI REGGIO EMILIA dove era già stata sepolta sua madre.
Vi é un suo testamento spirituale.

In suo ricordo suo padre istituì una Borsa di studio in favore dell’alunno più meritevole – preferibilmente orfano di guerra – dell’istituenda Scuola Professionale operaia. Vi è opuscolo in sua memoria di 95 pagine fatto stampare dalla famiglia.

La proposta

Il 4 novembre prossimo si concluderanno le celebrazioni del 1° Centenario del conflitto 1914-1918. Vogliamo onorare la memoria dei due giornalisti reggiani morti nella Grande Guerra e finiti ingiustamente nell’oblìo per 100 anni? Avanziamo la proposta di farlo con Seminari di studio e/o tesine anche di laurea, coinvolgendo gli studenti del territorio. Particolare significato e per non dimenticare, avrebbe la intitolazione di due vie cittadine a Mario Borghi e Giovanni Modena.

Pisa. Sorrente: “Liberiamo l’aeroporto dalla giunta”

pisa aereoporto“Filippeschi e Rossi nella gestione della vicenda aeroporto Galileo Galilei si sono mossi tenendo in considerazione più gli equilibri interni del PD. Il Piano industriale del Pisa Mover non era sostenibile visto che sembra pensato prevalentemente per portare i passeggeri da Pisa al famigerato Binario 14”. È quanto afferma in una nota Carlo Sorrente, segretario presentatore della lista P.S.I. alle elezioni comunali di Pisa.

“Il comune di Pisa – continua – ha reso meno competitivo l’aeroporto Galileo Galilei con un’ordinanza insensata che penalizza gli utenti rendendone più gravoso il loro trasferimento, costringendo i gestori dei servizi di trasporto ad usufruire di un sistema che è costato molto alla collettività e che ha mostrato subito tutti i suoi limiti.  Ora dopo che il nostro appello accorato alla giunta Filippeschi ed agli assessori Ghezzi  e Serfogli, appello condiviso  dai cittadini pisani e dagli operatori del settore, è andato a vuoto arriva finalmente la ovvia ed auspicata decisione di Enac che fa decadere la delibera e opportunamente riapre l’aeroporto alla città ed alla regione”.

“Andandosene – continua Carlo Sorrente – la giunta Filippeschi oltre ad aver danneggiato l’immagine del nostro aeroporto , di cui peraltro è socio, lascia un forte deficit proveniente dalla gestione che ricadrà per anni sui cittadini pisani. È indispensabile prendere correttivi immediati concordati con tutti gli i soggetti che hanno sottoscritto il progetto del People Mover. Il P.S.I. si impegna per la prossima legislatura a:

– con Aeroporti Toscani a definire un nuovo progetto che preveda ,magari con la partecipazione di tutti soggetti impegnati nella logistica all’utilizzazione del parcheggio scambiatore anche a servizio dell’aeroporto oltre che della città;

– con CTT nord  e ferrovie un sistema di bigliettazione unico che consenta di arrivare al duomo o a Firenze senza aggravi di costi;

– con le categorie del turismo e del commercio concordare un nuovo sistema di accoglienza turistica che riveda l’attuale incentrato esclusivamente su via Pietrasantina”.

Il P.S.I, conclude Sorrente “ritiene che quello del People Mover, come molti dei progetti Pius Pisa, è uno degli investimenti fatti senza un’adeguata valutazione sulla sua effettiva utilità e sostenibilità: Un progetto basato esclusivamente sulla disponibilità di risorse finanziarie tra l’altro in gran parte pubbliche regionali e locali”.

 

 

Domodossola, limiti di orario alle slot

Macchinette slot machinesDopo il Tar Piemonte anche il Consiglio di Stato dà il via libera al regolamento del Comune di Domodossola sui limiti orari per sale e apparecchi da gioco. La norma, approvata nel 2016, prevede che l’attività delle sale sia possibile solo dalle ore 10 alle 24, il funzionamento degli apparecchi è invece consentito dalle 14 alle 18 e dalle 20 alle 24. I giudici di Palazzo Spada, riporta Agipronews, nella sentenza che respinge l’appello della società Euro Slot, confermano che il regolamento comunale è stato correttamente elaborato sulla base della legge regionale del 2016 e su quanto deciso in Conferenza Unificata nel 2017, dopo l’entrata in vigore della norma: gli enti locali come Regioni e Comuni hanno la facoltà di stabilire fasce orarie per le diverse tipologie di gioco. «La limitazione oraria stabilita dal Comune di Domodossola è proporzionata perché comporta il minor sacrificio possibile per l’interesse dei privati gestori delle sale da gioco in relazione all’interesse pubblico perseguito», scrive il Collegio della Quinta sezione. La misura, peraltro, non è discriminatoria come sostenuto dalla società ricorrente, perché la norma comprende «tutti gli esercizi commerciali nei quali possono essere installati apparecchi da gioco», come bar e tabaccherie, e non si limita a “contenere” l’attività delle sale dedicate. La scelta del Comune è dunque proporzionata perché «capace di conseguire l’obiettivo: mediante la riduzione degli orari è ridotta l’offerta di gioco». L’argomentazione della società, secondo cui i soggetti affetti da ludopatia sarebbero indirizzati verso altre forme di gioco  più rischiose, per i giudici prova «che comunque è opportuno limitare già una delle possibili forme di gioco se altre ve ne sono a disposizione». Secondo il Consiglio di Stato, poi, la limitazione degli orari a Domodossola è proporzionata anche perché comporta «il minor sacrificio possibile per l’interesse dei privati gestori delle sale da gioco in relazione all’interesse pubblico perseguito: resta consentita l’apertura al pubblico dell’esercizio», mentre sono limitati «i tempi di funzionamento degli apparecchi prevalentemente nel periodo mattutino. La ragione è comprensibile: si inducono i soggetti maggiormente a rischio ad indirizzare l’inizio della giornata verso altri interessi, lavorativi, culturali, di attività fisica, distogliendo l’attenzione dal gioco». Inoltre, riporta Agipronews, la flessione delle giocate e la riduzione dei ricavi degli operatori, «non può essere ritenuta conseguenza diretta ed immediata della sola limitazione degli orari disposta dal Comune. Varie sono le circostanze idonee ad influire sul numero di giocate e, tra queste – è da sperare – anche la riduzione dei giocatori patologici che misure come quelle disposte dal Comune di Domodossola intendono conseguire». L’Amministrazione, infine, non era tenuta a coinvolgere le associazioni di settore nella stesura del regolamento: «Il Comune era libero di individuare i titolari degli interessi coinvolti dalle misure regolamentari da interpellare» e per i giudici la consultazione con le associazioni di commercio e artigianato è stata sufficiente.