Torregrupata, il Meridione di Nunzio Campagna

campagnas_copyUn po’ il Carlo Levi di “Cristo s’è fermato ad Eboli” e un po’ il Silone di “Fontamara”. La poesia di certi film di Frank Capra e il Rossellini di “Paisà”. Queste, sinceramente, le atmosfere richiamate dal romanzo di Nunzio Campagna “Torregrupata” (Napoli, RCE Multimedia ed., 2018, pp. 333, €. 12,00). Scrittore di romanzi su temi sociali e d’impegno civile, spesso ambientati nel Meridione, Campagna, lucano d’origine, studioso di storia e filosofia (per l’ Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli ha pubblicato, tra l’altro, “Filosofi greci” e “Aurelio Agostino”, 2007 e 2010), ci trasporta, con questo nuovo libro, nel Sud del Novecento, tra i richiami magici e arcani cari agli antropologi come Ernesto De Martino e la modernità selvaggiamente incalzante.
Storia centrale è quella di Tony-Patrick- Nicola: ragazzo nato a Torregrupata (immaginario paese lucano, non lontano da Tricarico) da una relazione, fortemente contrastata, tra un giovane del luogo e la nipote d’un nobile locale. Sottratto appena nato alla famiglia, il bimbo viene preso da una coppia di sposi destinata ,come tanti italiani di allora,a partire per l’ America (siamo ai primi del ‘900, nell’ IItalia giolittiana e del “passaporto rosso”). Adottato poi, negli USA, da un’altra coppia, Patrick crescendo avvertirà fortemente l’ inquietudine e il disagio legati al non conoscere esattamente le proprie origini.Al tempo stesso, la conoscenza di tanti italiani emigrati in America ( tra cui anche il giovane Arturo Toscanini, da sempre vicino al movimento socialista) contribuirà a mantenere vivi in lui l’interesse e l’ amore per l’ Italia.
Sarà il turbine della Seconda guerra mondiale, con l'”Operazione Husky”, cioè lo sbarco alleato in Sicilia del luglio 1943, a dare al giovane Patrick, già ufficiale dell’ esercito americano, l’ occasione per sciogliere questo basilare nodo esistenziale; un po’ come l’ Arturo Giammaresi interpretato da PIF in “In guerra per amore”, Patrick nel Meridione d’ Italia va alla ricerca, soprattutto, delle proprie radici.
Finalmente, in Basilicata, appena finita la guerra, con l’aiuto del giovane sindaco di Torregrande (in realtà Tricarico: sindaco modellato, infatti, esattamente sul personaggio del socialista Rocco Scotellaro, sociologo e fine poeta,che di questo paese fu sindaco dal 1946 al 1950) , Patrick risale pienamente alle origini della sua famiglia, ritrovando il padre, Michele Genovesi, e liberandolo dal manicomio in cui era stato recluso a forza un trentennio prima. Commovente l’incontro col vecchio Michele, che vive come un barbone nel vecchio manicomio, ma, un po’ come il Nino Manfredi /Garcia Lorca (salvatosi miracolosamente dalla fucilazione) di “La fine d’un mistero” (ultimo film interpretato dal grande Nino), ritrova pienamente la memoria appena rimesso a contatto col figlio e con le atmosfere di tanti anni prima. Dopo aver ritrovato, e risanato, il padre, Patrick completerà il “Nostos” alla sua Itaca facendosi naturalizzare italiano all’anagrafe, col nuovo nome di Nicola Genovesi; mentre, poco dopo (siamo, ormai, nel ’47 – ’48), ritroverà anche Assuntina, la donna, di pochi anni più grande di lui, che l’ aveva portato col marito negli USA, ora donna matura.
Con grande abilità, e tecnica quasi cinematografica, Campagna ricrea perfettamente armosfere, colori, situazioni, mentalità d’ un Sud còlto nel suo definitivo irrompere nella storia italiana, e mondiale: il Sud delle grandi occupazioni delle terre e della mafia riemergente, delle leggi “Sila” e stralcio e di Portella della Ginestra, di Placido Rizzotto, Salvatore Carnevale e, purtroppo, Luciano Liggio. Mentre non manca d’ inquadrare la situazione mondiale postbellica alla luce anche della psicologia politica: evidenziando, ad esempio, le conseguenze – in termini di scissione, perdita del senso complessivo d’ unità, quasi alienazione – che, per milioni di persone, ebbe, con la Guerra fredda, la divisione dell’ Europa in due, destinata a ricomporsi solo col crollo dei Muri del 1989-’91.

Fabrizio Federici

Franco Carrera, l’inizio dalle colonne dell’Avanti!

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«Attento a quando entri! Frena lo slancio, puoi finire direttamente sul terrazzo!». Franco Carrera amava scherzare, prima di tutto su se stesso. Franco viveva a Roma in un micro appartamento di 30 metri quadrati all’ultimo piano di una palazzina a Monteverde Nuovo, una casa ricavata da un antico spazio condominiale (quando fu costruito l’edificio probabilmente c’era il locale delle vasche in comune o quello per i cassoni dell’acqua potabile).
Quando entrai a casa sua per la prima volta mi resi conto della sua battuta: dalla porta d’ingresso si era immediatamente a un passo dal terrazzo, la casa era piccolissima. Aveva un solo pregio: un grande terrazzo di 70 metri quadrati, quello un tempo condominiale. Mi spiegò: «Avevo pochi soldi. Potevo scegliere solo tra un semi interrato e questa casa, così alla fine comprai questo ‘castello’ perché c’era più aria. Certo c’è solo l’essenziale».
Ora Franco non può più fare battute. Mi ha chiamato Raffaele Genah, un caro amico comune, e mi ha annunciato: «Hai saputo? Franco è morto!». Per me e mia moglie Laura è stata una terribile mazzata, era uno dei nostri più cari amici. Non sapevamo nulla: Franco è morto nel suo Abruzzo a 70 anni. Leggendo un bel pezzo pubblicato dal “Messaggero”, il suo vecchio ed amato giornale, ho saputo qualche particolare in più. Io non vedevo Franco da quasi due anni.
Gli avevo parlato per l’ultima volta al telefonino circa sei mesi fa. Dopo molte telefonate andate a vuoto, mi aveva alla fine risposto: «Non sto bene. Non so come finirà, devo farmi forza per andare avanti». Da diversi anni non stava bene, era confuso. Mi diceva: «Mi sto facendo curare, ho la malattia di papa Giovanni Paolo II». Doveva essere l’Alzheimer, progressivamente perdeva lucidità. Quando lo vedevo lo confortavo: «Ce la farai, guarirai. Ne hai viste tante!». Contavo di andarlo a trovare, assieme a un altro amico, a Palombaro, nel suo paese nativo in Abruzzo nel quale si era rifugiato, ma per una serie di motivi il viaggio purtroppo non è andato in porto. È morto sabato 19 agosto e ieri si sono svolti i funerali.
Conobbi Franco nel lontano 1975-1976, all’”Avanti!”, nella mitica redazione di vicolo della Guardiola a Roma, a un passo da Montecitorio. Simpatizzammo subito. Io e Franco eravamo due ragazzi socialisti che collaboravano al quotidiano: in tutto eravamo una decina; lui scriveva per la cronaca, io per il servizio sindacale-economico. Tutti e due volevamo fortissimamente fare i giornalisti: era difficilissimo entrare in un giornale e da anni stavamo facendo una faticosa gavetta da volontari, senza retribuzione.
Poi le nostre vite si separarono: lui tentò con “Il Messaggero” e alla fine fu assunto (prima in cronaca di Roma e poi nel servizio cultura e spettacoli); io ottenni un contratto da praticante all’”Avanti! “, poi passai al “Giorno” e quindi alla Rai. Mi era simpatico quel ragazzo alto, ironico, gentile, preciso e amante del suo lavoro. Ci ritrovammo per caso circa 15 anni fa e abbiamo preso a frequentarci. Alle volte andavo a prenderlo alle 21,30 al “Messaggero” e andavamo a cena vicino al giornale. Alcune volte faceva appena una scappata perché svolgeva il turno di notte nella redazione cultura e spettacoli e doveva tornare al lavoro perché curava la “cucina”: cioè correggeva, titolava e impaginava gli articoli.
In questi casi il suo lavoro finiva dopo mezzanotte, con la ribattuta dell’ultima edizione del giornale. Era molto scrupoloso, meticoloso: verificava tutte le notizie e l’italiano alle volte claudicante degli articoli. Non sopportava l’approssimazione: «Ad ogni concetto corrisponde un nome, il vocabolario va rispettato!». Tra il serio e il faceto tuonava: «Ho studiato in un sano liceo di provincia!».
Rimase duramente colpito quando “Il Messaggero” dichiarò lo stato di crisi aziendale e lui venne messo in pensione anticipata assieme ad altri colleghi. Gli dava fastidio essere considerato “un esubero” e “un costo”.
Per anni progettammo di fare un giornale online assieme, libero da ogni vincolo. Due anni fa sono andato in pensione e ho potuto realizzare l’idea. Con il mio amico Felice Saulino abbiamo lanciato “Sfoglia Roma”, ma Franco non ha potuto partecipare perché stava male: «Non posso, non ce la faccio, auguri!». Era un uomo appassionato, generoso nel lavoro e nella vita. Ciao, ci mancherai Franco!

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Vicenza, governare in maniera più pacata

migranti skyl PD, LeU e PSI della provincia di Vicenza sollecitano le forze del centrodestra che oggi governano il Veneto e l’Italia a fare maggior attenzione a quanto realmente accade nei territori.
E’ il caso delle presunte richieste fatte pochi giorni fa da alcuni migranti alla Questura di Vicenza. Alcuni organi di stampa si sono affrettati a riportare e mettere in risalto la richiesta di collegamenti Sky e aria condizionata, mettendo in secondo piano la richiesta legittima di una Carta d’identità.

Ecco così che oggi i media riportano le dichiarazioni scandalizzate dei principali esponenti del centrodestra vicentino che parlano di “presunti rifugiati” e di “masse di persone che vengono in Italia a fare le vacanze”.
Poche ore fa la verità riportata da una valida giornalista del Corriere della Sera del Veneto che, correttamente e forse in maniera solitaria, ha contattato la Questura e la Prefettura per chiedere come realmente si fossero svolti i fatti.

In Questura vi è stato un incontro con i rappresentanti dei migranti, ma per parlare di ordine pubblico.
In Prefettura vi è stato un incontro con la cooperativa che gestisce il centro culturale San Paolo, ma si è parlato della richiesta di residenza per i migranti stessi.
Nulla di scandaloso quindi se non forse la continua propensione del centrodestra a trasformare ogni refolo in una tempesta.

PD, LeUe PSI della provincia di Vicenza auspicano che si torni a far politica (e in alcuni casi informazione) in maniera più pacata e costruttiva. Pacatezza e desiderio di costruire più che distruggere, due virtù troppo spesso accantonate da chi fa politica con le parole più che con i fatti.

Luca Fantò
Segretario regionale PSI Veneto

Mamme, regine del dramma e iper-connesse

mamma-che-usa-cellulareDi mamma ce n’è una sola? Il vecchio detto sembra essere smentito dalla realtà degli studi e ambulatori pediatrici: di mamme ce ne sono tante, tutte diverse tra di loro nel modo di relazionarsi al bambino quando lo devono sottoporre a una visita. Ma come può il pediatra riconoscerle e instaurare un rapporto costruttivo con loro? A questo scopo, il provider ECM 2506 Sanità in-Formazione e la pediatra Lucilla Ricottini, in collaborazione con Consulcesi Club, lanciano una guida, attraverso il corso ECM FAD (Formazione a Distanza) dal titolo “La relazione pediatrica: pillole di comunicazione medico-paziente”.

LA MAMMA “DRAMA QUEEN”.
Spesso capita che i bambini si agitino quando sono sul lettino del pediatra. La mamma “drama queen” al primo segno di possibile pianto è pronta a strappare letteralmente dalle mani del dottore il pargolo, per abbracciarlo e consolarlo come soprattutto lei sa fare. Un atteggiamento umanamente comprensibile, in particolar modo per le neo-mamme, ma che non solo rischia di impedire il corretto svolgimento della visita, ma di trasmettere ulteriore ansia al bambino. Infatti il bimbo potrebbe percepire il pediatra come una minaccia, dato che la mamma interviene in soccorso. Qui spetta alla competenza relazionale del medico la capacità di trovare le giuste parole e il giusto atteggiamento per tranquillizzare la mamma e convincerla a lasciar piangere (per un attimo) il bambino.

LA MAMMA “OCA” (CHE METTE I FIGLI ALL’INGRASSO). Nonostante le costanti raccomandazioni sui rischi dell’obesità infantile, la mamma sempre pronta a iper-nutrire i propri figli, anche con la classica merendina confezionata perennemente infilata nella borsa, è ancora molto presente. Il problema, per il pediatra, è far capire alla mamma che l’evidente sovrappeso o addirittura l’obesità del bambino non è “una fase” da affrontare con leggerezza, ma un problema da risolvere insieme.

LA MAMMA IPER-CONNESSA, TRA GRUPPI WHASTAPP E IL DOTTOR GOOGLE. La mamma “iper-connessa” si presenta dal pediatra con l’immancabile smartphone in mano, e ha già pronte diagnosi, terapie e suggerimenti per il benessere del bambino fornite dall’immancabile “dottor Google” e dalle altre mamme con le quali si confronta incessantemente su WhatsApp. Al pediatra spetta quindi il difficile compito di conquistarsi la fiducia della mamma e confutare fake news, teorie antiscientifiche e rimedi di dubbia utilità.

LA MAMMA LEONESSA (CHE PARLA AL PLURALE). La mamma “leonessa” si contraddistingue dal linguaggio al plurale che utilizza con il pediatra: «Abbiamo il raffreddore», «Non abbiamo fame», «Abbiamo un po’ di febbre». Frasi che evidenziano la relazione simbiotica e a volte dominante che ha con il bambino e che, se contraddette, possono scatenare reazioni anche aggressive nei confronti del medico, da vera leonessa che protegge il proprio cucciolo.

LA MAMMA REALISTA. Nella categoria delle mamme “realiste” rientrano quelle donne che vivono in modo positivo il loro ruolo, gestendo come meglio possono il loro tempo tra lavoro, casa e cura dei figli. Sono le mamme che riescono a instaurare un rapporto dialogante con il pediatra, affrontando le naturali ansie senza farsi sopraffare da esse, affidandosi con fiducia al proprio medico.

La dottoressa Lucilla Ricottini è membro del comitato scientifico del provider ECM 2506 Sanità in-Formazione, nonché responsabile del corso FAD (Formazione a Distanza) “La relazione pediatrica: pillole di comunicazione medico-paziente”, realizzato in partnership con Consulcesi Club e on line gratuitamente sul sito www.corsi-ecm-fad.it.

150° della nascita di Pellizza da Volpedo

Quarto_StatoVolpedo ricorda il pittore Giuseppe Pellizza: nell’anniversario dei 150° anni dalla sua nascita il paese natale ha deciso di rendergli omaggio con una serie di eventi ed iniziative culturali che da luglio a settembre vedranno protagonisti la sua vita e le sue opere.

Uno degli eventi significativi organizzato dall’Associazione Pellizza da Volpedo e dal Comune di Volpedo, in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona e con Alexala, e con il Patrocinio della Regione Piemonte, della Provincia di Alessandria e del Comune di Milano, è la mostra “Capolavori che ritornano”, presso lo Studio del pittore in via Rosano a Volpedo. Il percorso espositivo riprende, attraverso la scelta di quadri emblematici, il percorso compiuto da Pellizza nell’arco della sua ricerca artistica, presentando alcune delle sue opere più significative scalate nell’arco temporale della vita del pittore, ponendole in dialogo critico con opere stabilmente presenti nello Studio di Volpedo che, dal 1994, costituisce integrante del complesso dei musei pellizziani riconosciuti dalla regione Piemonte: ne fanno parte, oltre all’atelier, il Museo didattico in piazza Quarto Stato e l’insieme degli Itinerari sui luoghi pellizziani en plein air.

La mostra, oltre a rendere omaggio a Pellizza in occasione delle celebrazioni del 150° della nascita, vuole sottolineare la complessità e lo spessore delle ricerche compiute in questi anni attorno alla figura artistica del pittore del Quarto Stato.

Un altro momento forte del programma è costituito dallo spettacolo teatrale “Car amis pitùr” in scena domenica 2 settembre, ma con anteprima il 28 luglio: si tratta di un omaggio che il paese ed i suoi abitanti, attraverso l’espressione del laboratorio teatrale “Cesare Bonadeo” in collaborazione con la casa degli Alfieri di Asti, vogliono rendere al celebre pittore.

Al termine dello spettacolo si svolgerà la tradizionale festa delle pesche. Quest’anno il famoso risotto alla pesca di Volpedo, cucinato dalla confraternita del risotto di Sannazzaro de Burgondi, vedrà una variazione sulla ricetta tradizionale adattandola al 150° di Pellizza. Durante l’evento sarà possibile acquistare le pesche di Volpedo, vendute della cooperativa Volpedo frutta. A conclusione della giornata musica per tutti. Naturalmente l’ingresso è libero.

Una novità anima la programmazione degli eventi. Il gruppo di volontari dell’Associazione Pellizza da Volpedo onlus ha scelto il crowdfunding presentato sulla piattaforma Eppela per finanziare la mostra presso lo Studio-Museo per il ripristino della porta di accesso originaria, che collegava direttamente l’abitazione del pittore all’atelier. L’accesso venne chiuso successivamente alla donazione da parte delle figlie Maria e Nerina, avvenuta nel 1966 a favore del Comune di Volpedo, ma la casa ha mantenuto negli anni l’affascinante aspetto ottocentesco. Così il visitatore potrà accedere al luogo in cui saranno esposti i capolavori entrando direttamente nella casa dell’artista e ripercorrendone i passi lungo la scala di accesso a attraverso la porta originaria. Saranno anche visibili, grazie alla disponibilità degli eredi, il salottino e la camera da letto del pittore. Accanto alla mostra e allo spettacolo teatrale, i visitatori troveranno musiche tradizionali, concerti di musica da camera all’interno della straordinaria pieve romanica di San Pietro, risalente al X secolo e con affreschi del XV, e poi convegni, rassegne, camminate, il mercato biologico del sabato mattina e tanto altro.

Lombardia, laboratorio
del neofascismo

fascisti milanoLa Lombardia è tornata ad essere da tempo laboratorio privilegiato del neofascismo. Da Varese a Pavia, da Monza a Cantù e a Como è un fiorire di iniziative e di propaganda.

Milano e i Comuni della Città metropolitana sono stati da tempo scelti dalle organizzazioni neofasciste e neonaziste come luoghi di incontro, di convegni e manifestazioni anche a livello europeo. Il fenomeno sta sempre più assumendo dimensioni che destano profonda preoccupazione in tutti noi.

Il blitz del 29 giugno 2017 a Palazzo Marino da parte di militanti di CasaPound, resisi protagonisti di saluti romani, violenze ed aggressioni, mentre era in corso la seduta del Consiglio Comunale democraticamente eletto dai cittadini, ha costituito un fatto di una gravità senza precedenti. L’assalto a Palazzo Marino e la contestazione al Sindaco Sala hanno rappresentato un salto di qualità nella sfida alle istituzioni nella città Medaglia d’oro della Resistenza.

Un blitz che aveva registrato un suo preambolo il 9 aprile 2017, quando alcuni militanti di CasaPound avevano inscenato una protesta contro l’accoglienza dei migranti durante una seduta del Consiglio Comunale di Monza. Una prova di forza che ha avuto il suo fondamento in quanto accaduto il 29 aprile 2017 al Cimitero maggiore di Milano, quando un migliaio di neofascisti sono andati a commemorare al campo X i caduti della Repubblica di Salò.

Da allora è stato un crescendo di iniziative, manifestazioni, provocazioni neonaziste e neofasciste.

Nella notte tra il 24 e il 25 settembre 2017, al Parco Nord di Milano, è stato devastato da neofascisti il Monumento al Deportato, realizzato su progetto dell’architetto Lodovico Barbiano di Belgiojoso, deportato a Mauthausen e dal figlio Alberico.

Nella giornata del 29 aprile, in cui ricorre l’anniversario della sanguinosa uccisione del giovane Sergio Ramelli, vittima di una aggressione squadristica del Cub di medicina di Avanguardia Operaia, e di Enrico Pedenovi, consigliere provinciale dell’Msi, assassinato dal gruppo terrorista Prima Linea, omicidi efferati, da sempre condannati dall’Anpi e dalle forze democratiche, i neofascisti inscenano a Milano manifestazioni di aperta apologia del fascismo. Il 29 aprile di quest’anno, un gruppo di circa 200 appartenenti a CasaPound, Forza Nuova e Lealtà e Azione hanno compiuto un’ignobile parata in piazzale Loreto per ricordare Mussolini e il nefasto e tragico ventennio fascista. La provocazione neofascista conclusasi con saluti romani è avvenuta proprio nel luogo dove sorge il Monumento dedicato ai Quindici Martiri, partigiani e antifascisti, prelevati dal carcere di San Vittore per ordine del capitano della Gestapo Theodor Saevecke e fucilati all’alba del 10 agosto 1944 da un plotone della Muti.

Il giorno prima, il 28 aprile 2018, due donne che, per tutelare il decoro della loro abitazione, avevano provveduto a staccare un manifesto abusivo incollato sul loro edificio, per la sfilata a ricordo di Ramelli e Pedenovi, sono state aggredite da neofascisti. Le due signore hanno dovuto ricorrere alle cure mediche e hanno sporto denuncia alla Questura di Milano. Ricordiamo, infine, la decisione del Comune di Cologno Monzese di organizzare, nei giorni immediatamente precedenti la ricorrenza del 73° anniversario della Liberazione, un campo militare tedesco che avrebbe offeso la memoria dei cittadini di Cologno Monzese che lottarono per la libertà e che furono vittime della deportazione nei lager nazisti. L’intervento dell’Anpi, che si è rivolta al Prefetto di Milano, la dottoressa Lucia Lamorgese, ha evitato questo ulteriore oltraggio.

Il 1° luglio si è verificata un’ulteriore gravissima provocazione nel quartiere di Niguarda: la distruzione della targa dedicata a Gina Galeotti Bianchi, la partigiana Lia, alla quale è intestato il giardino di via Hermada. Gina Galeotti Bianchi è stata la prima caduta dell’insurrezione a Milano contro i nazifascisti. Niguarda fu il primo quartiere ad insorgere, il 24 aprile 1945 e la partigiana Lia mentre era uscita insieme con la staffetta e amica Stellina Vecchio per portare ai partigiani l’ordine di insurrezione, venne colpita e uccisa da una raffica di mitra sparata da un camion carico di soldati tedeschi in fuga. Gina Galeotti Bianchi era incinta e aveva appena riferito a Stellina Vecchio di essere contenta perché “il nostro bambino nascerà in un paese libero”.

In questo quadro si inserisce il provocatorio evento organizzato il 6 e 7 luglio da Lealtà e Azione nella città di Abbiategrasso. La “festa del sole” ad Abbiategrasso è stata promossa dall’organizzazione neonazista e antisemita Lealtà e Azione che si ispira al generale nazista delle Waffen SS Leon Degrelle e a Corneliu Codreanu, fondatore della Guardia di ferro rumena, movimento ultranazionalista e antisemita, protagonista di spaventosi pogrom antiebraici negli anni 30 e 40.

Nonostante il tentativo di Lealtà e Azione di presentarsi sotto una veste dialogante e insospettabile, traspare la vera natura degli organizzatori. Sul manifesto di indizione vi compare l’immagine di un lupo, uno degli emblemi di Lealtà e Azione, con una rosa rossa in bocca, a ricordare lo stemma della X Mas, dove la rosa era posta tra i denti di un teschio al fine di esaltare la bella morte. Infine, immancabile, il concerto nazi rock, con band che inneggiano ai “martiri” della Repubblica di Salò, al suprematismo bianco e ai pogrom degli ebrei. Tra i gruppi che si sono esibiti i “Bullets”, autori dell’inno di Lealtà e Azione, in cui si esalta l’antisemita Corneliu Codreanu (“i valori che cerchiamo/noi li troviamo in Corneliu Zelea Codreanu”).

All’iniziativa, svoltasi in uno spazio pubblico, colpevolmente concesso a Lealtà e Azione dall’amministrazione comunale, hanno partecipato due assessori della Giunta regionale lombarda, esponenti di primo piano di Forza Italia, di Fratelli d’Italia e numerosi parlamentari della Lega.

Ciò che ci ha lasciato profondamente sbalorditi, tra le altre cose, è l’atteggiamento dell’assessore leghista alla cultura della Regione Lombardia che è intervenuto l’11 maggio scorso ad un importante convegno sull’ottantesimo anniversario della emanazione delle famigerate leggi antisemite, alla presenza di Liliana Segre, del Rabbino Capo di Milano Alfonso Arbib, del giornalista Ferruccio de Bortoli, dell’Arcivescovo di Milano, e che con grande disinvoltura e indifferenza ha voluto partecipare alla festa realizzata da una associazione neonazista e antisemita.

L’aspetto più grave e inquietante della manifestazione di Abbiategrasso è rappresentato, appunto, dallo stretto rapporto stabilitosi tra Lealtà e Azione e Lega di Salvini.

Stiamo assistendo in Lombardia, al preoccupante progetto di stabilire tutte le interlocuzioni possibili dell’estrema destra, soprattutto, con la Lega guidata da Salvini. D’altra parte non è una novità quella costituita dal collegamento di realtà neofasciste con la Lega. Lealtà e Azione ha scelto di appoggiare candidati della Lega o candidare propri militanti nel partito di Salvini, alle elezioni del 4 marzo scorso. E ora, i neofascisti lombardi vanno all’incasso “politico”.

Lo scenario che si profila per la nostra regione e a livello nazionale, dove la Lega ha un ruolo determinante nel governo, è preoccupante e inquietante. A livello nazionale i primi passi del governo salviniano fanno felici i neofascisti per i porti chiusi, il fronte anti-Ong, la proposta del censimento dei Rom. Si rivela così la vera natura del fascismo, profondamente razzista sin dalle origini. È sotto gli occhi di tutti che la questione immigrazione diventa terreno di coltura per i germi del fascismo. Ci sono persone a cui si mette in testa che le ideologie nazifasciste e razziste sconfitte dalla Resistenza italiana ed europea siano ancora oggi la risposta alle problematiche attuali, scaricando su chi fugge dalle guerre e dalla fame la responsabilità della crisi della società contemporanea. La discriminazione razziale e l’odio per lo straniero così come la purezza etnica sono risposte tragicamente già date nel secolo appena trascorso.

L’Anpi provinciale di Milano e l’Anpi nazionale hanno aderito all’appello e al presidio unitario svoltosi, con successo, ad Abbiategrasso. Oltre all’Anpi hanno aderito: la senatrice Liliana Segre, Aned, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Comunità Ebraica di Milano, Associazione Italia Israele di Milano, Forum dei Musulmani Laici, Fiap, Anppia, Aicvas, Anpc, Cgil-Cisl-Uil, Acli, Libera, Comunità di Sant’Egidio, Pd, Liberi e Uguali, Partito socialista, Rifondazione comunista, Potere al popolo.

La senatrice Liliana Segre ha rivolto una interrogazione urgente al ministro dell’Interno Salvini con la quale ha chiesto la “revoca delle autorizzazioni, così da scongiurare la realizzazione di una iniziativa di patente carattere anticostituzionale, che offende i valori di fondo della nostra Repubblica e di ogni forma di convivenza civile.” All’appello si è aggiunta una lettera di 22 sindaci, di centrosinistra, ma anche di centrodestra, del territorio sud Milano, con la richiesta di cancellare il raduno neofascista.

Il presidio antifascista ad Abbiategrasso contro la festa di Lealtà e Azione ha visto la partecipazione di oltre 400 persone, alla presenza di Carla Nespolo, presidente nazionale dell’Anpi, che è intervenuta nel corso della manifestazione.

Da registrare anche la presenza della consigliera regionale lombarda del Movimento 5stelle, Monica Forte, e di numerosi attivisti pentastellati.

L’aspetto forse più interessante e significativo dell’intera vicenda è proprio costituito dall’ampio e unitario fronte antifascista mobilitatosi contro la provocatoria iniziativa di Lealtà e Azione.

Non è più tollerabile che a 73 anni dalla Liberazione dal nazifascismo si ripetano iniziative e vengano concessi spazi pubblici a organizzazioni neofasciste come Lealtà e Azione, CasaPound e Forza Nuova.

Le leggi ci sono (la Scelba e la Mancino), ma vanno applicate. Compito dello Stato è di adoperarsi per contenere e respingere ogni tentativo, oggi purtroppo ricorrente, di esaltazione del fascismo, per far conoscere cosa è stato il fascismo durante il ventennio e negli anni della strategia della tensione. Ci dimostri questo Stato di essere finalmente quello Stato antifascista delineato dalla Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza, sciogliendo gruppi dichiaratamente nazifascisti e infliggendo a chi fa apologia di fascismo e diffonde intolleranza e razzismo esemplari condanne.

La mobilitazione unitaria contro le provocazioni neofasciste e neonaziste è fondamentale, ma non basta. Se tutto questo avviene vuol dire che qualche cosa di profondamente grave si è verificato nel nostro tessuto sociale. Il ventre molle del Paese contaminato dal razzismo e dal fascismo non è mai del tutto scomparso. Solo che nel secondo dopoguerra ci si vergognava di tirarlo fuori. Il lutto e la disperazione provocati dal nazifascismo creavano una sorta di pudore intorno a certe tendenze. Il tempo ha cancellato la memoria delle tragedie. Ed ecco ora riaffacciarsi violentemente queste pulsioni razziste e xenofobe. Ma tutto ciò ha una spiegazione ben precisa. Se il fascismo in Italia è stato sconfitto militarmente il 25 aprile 1945, non lo è stato culturalmente, idealmente e storicamente. Riteniamo, infatti, che accanto all’impegno per rinnovare profondamente lo Stato sia essenziale vincere e combattere l’indifferenza che troppe volte si registra di fronte allo svilupparsi e al rifiorire di movimenti neofascisti e razzisti. Nostro compito è quello di continuare a sviluppare una intensa controffensiva di carattere ideale, culturale e storico soprattutto nei confronti dei giovani, per ricordare le tragedie provocate dal nazifascismo nel corso del Novecento e per combattere la sempre più preoccupante deriva xenofoba, razzista e antisemita che sta investendo l’Europa e il nostro Paese.

Roberto Cenati
Presidente del Comitato provinciale Anpi di Milano
(Patriaindipendente.it)

Franco Mandelli. Amsi e UMEM, Ciao Professore

mandelliL’Associazione Medici di origine Straniera in Italia (AMSI) e la Confederazione Internazionale UMEM-Unione Medica Euromediteranea ricordano il Prof.Franco Mandelli esprimendo condoglianze ai familiari e a tutto il popolo italiano, per questa grandissima e dolorosissima perdita sia per l’ Italia che per il mondo scientifico internazionale. Il Prof. Mandelli ha dedicato tutta la sua vita alla scienza e ha valorizzato la branca dell’ ematologia a livello mondiale: curando, e donando speranza e sorrisi, a tantissimi bambini e adulti, affetti da leucemie e varie patologie ematologiche, oncologiche e non.
Nato a Bergamo nel 1931, Mandelli, secondo i massimi esperti del settore, può esser senz’altro considerato il padre dell’ematologia, e, insieme a pochi altri, il capostipite dello sviluppo della conoscenza medica sulle malattie leucemiche. Figura di spicco della lotta specialmente al linfoma di Hodgkin e alle leucemie acute. Mandelli aveva fondato l ‘AIL, Associazione Italiana contro le Leucemie, ed era autore di più di 700 studi scientifici, e di protocolli di cura tuttora studiati e utilizzati in tutto il mondo.
Il Prof. Foad Aodi, medico fisiatra, fondatore dell’AMSI e dell’UMEM, ricorda la sua esperienza, importante e emozionante, in qualità di membro del Comitato Scientifico del Progetto Umanitario della Regione Lazio, insieme appunto a Franco Mandelli: “Coi suoi collaboratori, e altri colleghi di altre strutture sanitarie romane, abbiamo esaminato, in 10 anni, più di 1200 casi circa di bambini affetti da patologie gravi. Per farli venire a curarsi gratuitamente in Italia presso le strutture sanitarie pubbliche della Regione Lazio: bambini provenienti da Siria, Libano, Iraq, Palestina, Libia, Somalia, Sudan e Paesi africani e dell’ Europa dell’Est. Sicuramente il Prof. Mandelli, grazie alla sua fama internazionale nel mondo e nei nostri Paesi di origine (specialmente quelli in difficoltà umanitarie e sanitarie), ha dato onore all’Italia e a tutta la classe medica italiana, e specificamente romana: per questo ribadisco il nostro grazie, anche in qualità di Consigliere dell’ Ordine del Medici di Roma e Coordinatore delle Aree “Rapporti con i Comuni e Affari Esteri” e “Riabilitazione” dello Stesso Ormceo di Roma”, conclude Aodi .

Psi Sardegna, proposta per il centrosinistra

Gianfranco Lecca

Gianfranco Lecca

Il Partito socialista sardo ha fatto tesoro degli errori alla base delle sconfitte alle ultime politiche e alle recenti amministrative isolane, e si riorganizza in vista delle elezioni regionali della primavera prossima.
L’occasione è stata la recente assemblea regionale dei socialisti sardi, svoltasi a Cagliari il 2 luglio scorso, che era aperta agli iscritti e ai non iscritti, ai riformisti e ai democratici di diversi orientamenti, ma con una militanza di area “sorella” di quella socialista.

E questa assemblea ha dato buoni risultati soprattutto dal punto di vista del dialogo con i possibili alleati e per la stesura di un programma e di una lista comune per le prossime regionali.

rocco celentano

Rocco Celentano

Al segretario regionale, Gianfranco Lecca, e al presidente regionale Rocco Celentano, abbiamo chiesto maggiori dettagli.

Siete soddisfatti dai risultati dell’assemblea?
Certamente. Dall’assemblea sono emersi non solo contributi importanti per rigenerare la presenza del Partito Socialista in Sardegna, partendo proprio dallo scenario politico regionale, ma anche alcuni tra i temi del nostro programma per le prossime elezioni regionali.

Era anni che non si vedeva una sala così piena, con centinaia di persone, alcune anche in piedi, e con un parterre di ospiti di altre forze politiche così interessati a far diventare comune un progetto di impronta socialista. Vogliamo citarli tutti?
Ai lavori hanno partecipato diversi rappresentati di partiti e associazioni della Sardegna: Michele Piras (ex Sel, attualmente indipendente), il consigliere regionale Antonio Gaia (Upc), Paolo Maninchedda (segretario del Partito dei Sardi), l’assessore regionale all’Industria, Maria Grazia Piras, e Stefano Secci, presidente regionale dell’Associazione Ajò. Vogliamo approfittare anche di questa occasione per ringraziarli della partecipazione e del contributo che hanno dato alla discussione.

Quindi dei buoni risultati che fanno sperare per un percorso nuovo che potrebbe rappresentare la vera novità delle prossime regionali?
Certamente. Tutti gli interventi degli ospiti hanno sottolineato il comune impegno per creare una nuova proposta politica insieme a noi socialisti, tracciando un percorso per costruire una prima risposta al bisogno di alleanza a sinistra tra partiti e movimenti che permetta di affrontare le prossime elezioni regionali del 2019 con una proposta comune.

Non c’è un secondo aspetto importante da sottolineare scaturito invece dagli interventi dei compagni socialisti? Quello che sta portando i socialisti sardi verso una nuova frontiera?
Gli interventi socialisti, a partire da quello del segretario regionale Gianfranco Lecca, che ha svolto un’ampia relazione introduttiva, e degli altri che hanno fatto seguito, hanno pronunciato un apprezzamento per le posizioni espresse dagli ospiti politici, ma indicato anche la strada per sviluppare e approfondire le alleanze future.

Che sarebbe poi il congresso?
Sicuramente la strada per iniziare questo nuovo percorso è quella del Congresso regionale, che sarà convocato tra la fine di settembre e i primi di ottobre di quest’anno.

E il congresso renderà operativa la nuova strada maestra, cioè la nascita del Partito Socialista Sardo?
Sì. L’assemblea ha assunto la determinazione che la nuova fase del Partito Socialista passa attraverso un sistema istituzionale basato su un federalismo di stampo regionale e di rapporto con il Partito nazionale, nonché su un’Italia delle regioni e delle organizzazioni dei partiti articolate su scala regionale, modalità necessaria e indispensabile per garantire autonomia e salvaguardia delle identità.

Invece, quali sono i primi temi programmatici comuni, scaturiti proprio dall’assemblea che caratterizzeranno questa nuova alleanza? Temi che sicuramente saranno ampliati dal prossimo congresso.
I temi programmatici condivisi riguardano: la riforma dello statuto regionale per ripensare l’architettura istituzionale della Sardegna, lasciando alla Regione la funzione legislativa e agli enti locali quella della gestione; definizione del ruolo e dei poteri delle Provincie, atteso che non state abolite; valorizzare il sentire comune; declinare meriti e bisogni dando priorità ai giovani; lavoro e un necessario piano straordinario per il lavoro; auto impiego: lotta alla povertà e riduzione delle disuguaglianze; scuola e cultura; insularità e continuità territoriale; costo dell’energia; infrastrutture; politiche ambientali e turismo.

Ho partecipato ai lavori quindi posso anche dirlo: erano anni che non si vedeva un’assemblea così partecipata e soprattutto con così tanti interventi. Possiamo dire che, dopo due o tre anni di riunioni di direttivi regionali passati a parlarci addosso, di fronte alla possibilità di estinguerci abbiamo finalmente deciso di darci una mossa, di ritornare a parlare di politica?
E’ stata un’assemblea partecipata e impegnata sui valori alti della Sardegna, per cui sia il presidente sia il segretario regionale ringraziano tutti i presenti all’assise. Ci dispiace per chi non ha trovato spazio per esporre il proprio pensiero, ma non si poteva operare diversamente data la ristrettezza dei tempi.

Ma ci sarà un’altra occasione di incontro e di dibattito, se non sbaglio?
Sì. I compagni e tutti coloro che intendono porre all’attenzione dell’assise socialista le proprie posizioni, lo potranno fare liberamente in una prossima assemblea regionale che sarà convocata al più presto, prima del Congresso.

Antonio Salvatore Sassu

Petrotta presenta libro su Salvatore Giuliano

francesco-petrottaAppuntamento venerdì 13 luglio, alle ore 17 e 30, presso la Bottega I Sapori ed i Saperi della Legalità di Libera, a piazza Castelnuovo 13, a Palermo, per la presentazione del saggio di Francesco Petrotta, “Salvatore Giuliano, uomo d’onore. Nuove ipotesi sulla strage di Portella della Ginestra”, pubblicato dalle Edizioni La Zisa.

Insieme all’autore, interverranno: Dino Paternostro, responsabile dipartimento Legalità Cgil Palermo; Ettore De Conciliis, pittore; Aurelio Pes, drammaturgo; Rosario Mangiameli, storico; e Vittorio Teresi, magistrato. Modererà l’incontro il giornalista Rino Giacalone, Libera informazione.

Salvatore Giuliano era semplicemente un bandito oppure un eroe che lottava per l’Indipendenza della Sicilia? Era assoldato dai servizi segreti degli Stati Uniti d’America o apparteneva alle formazioni clandestine neofasciste? Aveva stretti rapporti con la mafia o lui stesso era un uomo di Cosa Nostra? E ancora: non tutti ritengono Salvatore Giuliano esecutore della strage di Portella della Ginestra, ma se una parte degli storici asserisce che con essa si tentò di fermare il primo movimento antimafia di massa, un’altra parte sostiene che gettò le condizioni in Italia per un golpe anticomunista. Numerosi gli interrogativi che avvolgono questo fatto storico e che ancora oggi alimenta dibattiti e crea miti popolari. Con sguardo critico questo saggio cerca di far luce sulla questione che, nonostante gli anni, non risulta ancora sopita.

Francesco Petrotta, studioso della strage di Portella della Ginestra e del movimento contadino e socialista a Piana degli Albanesi. Ha pubblicato diversi lavori, tra i quali: Quando Scelba imperava. Inchiesta sull’uccisione di Damiano Lo Greco (Istituto Poligrafico Europeo, 2016); La strage e i depistaggi. Il castello d’ombre su Portella della Ginestra (Ediesse, 2010); La repubblica contadina di Piana degli Albanesi del 1945 (La Zisa, 2006); Politica e mafia a Piana dei Greci da Giolitti a Mussolini (La Zisa, 2001). Ha inoltre curato i volumi: Girolamo Li Causi, Portella della Ginestra. La ricerca della verità (Ediesse, 2007); Mafia e banditismo nella Sicilia del dopoguerra: la sentenza del processo di Viterbo per i fatti di Portella della Ginestra (La Zisa, 2002).

In libreria la terza edizione del saggio dello storico Francesco Petrotta, “Salvatore Giuliano, uomo d’onore. Nuove ipotesi sulla strage di Portella della Ginestra”, presentazione di Pino Arlacchi, prefazione di Enzo Campo, Edizioni La Zisa, pp. 180, euro 12,00

Tra diritto e fede, un convegno su La Pira

giorgio-la-piraSi è svolto ieri a Roma, nell’Aula degli Avvocati del Palazzo di Giustizia, il convegno dal titolo “Giorgio La Pira: tra Diritto e Fede”. Organizzato dall’Ordine degli Avvocati, con la presenza di un pubblico qualificato, sono intervenuti il presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma, Avv. Mauro Vaglio, il Prof. Avv. Antonino Battiato, il Dott. Giovanni Emidio Palaia, l’Avv. Carlo Parenti, l’Avv. Patrizia Valeri e l’Avv. Aldo Minghelli con la sapiente moderazione del giornalista e storico Dott. Giuseppe Sangiorgi.

Gli intervenuti hanno ricordato la figura di Giorgio La Pira in vista del processo di beatificazione in corso presso la Santa Sede. Dagli interessanti interventi sono emersi anche delle importanti testimonianze personalmente vissute dai relatori. La profonda fede religiosa guidava Giorgio La Pira sia nella professione di giurista che nell’azione di uomo politico. I suoi insegnamenti sono attualmente di grande importanza. La semplicità e la determinatezza nell’affermare i principi umani lo hanno contraddistinto. Il suo impegno fuori dal comune, ha profuso nel mondo laico la visione sociale degli insegnamenti della religione cristiana a cui fu votato.

Coerentemente a questi principi, con un suo articolo sulla rivista ‘Principi’, la condanna del razzismo si univa a una forte riaffermazione dell’uguaglianza di tutti gli uomini; le ampie citazioni di brani dei padri e dei dottori della Chiesa miravano a denunciare, senza incorrere immediatamente nella censura, gli errori e le deviazioni della politica nazista e fascista. La rivista riaffermava inoltre l’esigenza di un corpus unitario del pensiero cristiano che qualificasse un ideale etico-sociale riproposto per il tramite della Chiesa, della quale si sottolineava con forza la dimensione societaria e gerarchica; in questa chiave va letta l’enfasi posta sul ruolo del pontefice nel disegno di ricostruzione della società, così come sulla matrice unicamente religiosa e cattolica dei “principî” affermati. Venivano in questo modo proposti valori alternativi a quelli del regime, imperniati su concetti tematici oggetto dei singoli fascicoli della rivista: gerarchia, mistica, guerra, crociata; il tema della libertà, affrontato nell’ultimo numero (gennaio-febbraio 1940, n. 1-2), provocò l’intervento repressivo del regime. Contestualmente, La Pira esplicitava una prospettiva tesa a sottolineare la responsabilità di ciascun credente di fronte ai problemi storico-sociali.

Aperto al dialogo dei popoli, al confronto costruttivo per il bene dell’umanità, il contributo di Giorgio La Pira ai dibattiti costituenti appare rilevante in riferimento sia a singole disposizioni sia al disegno complessivo. Alla costituente fu relatore sui principi fondamentali.

Ricordato principalmente come giurista e uomo politico, La Pira nacque a Pozzallo (Ragusa) il 9 gennaio del 1904. Dal 1927 visse a Firenze dove morì il 5 novembre del 1977. Nell’Università di Firenze insegnò storia del diritto romano. Esponente della sinistra democristiana, fu più volte deputato e per due volte sindaco di Firenze (1951-57; 1961-65). Si distinse per le sue tesi sociali di ispirazione evangelica e per iniziative di dialogo e di pace in tutto il mondo, nel periodo in cui si viveva con il terrore di una guerra nucleare. Il suo impegno di pace va anche ricordato per l’azione svolta durante la guerra del Vietnam.

Legato a G. Dossetti, G. Lazzati, A. Fanfani, nel gruppo denominato dei professorini, che aveva una sua posizione autonoma all’interno della Democrazia cristiana (DC), nel 1946 fu eletto alla Costituente. Membro della Commissione dei settantacinque, relatore nella prima sottocommissione sui Diritti e doveri dei cittadini, contribuì significativamente alla stesura del testo costituzionale intervenendo su molti temi e, in assemblea generale, nel dibattito che precedette la votazione finale, propose di porre all’inizio della Costituzione il riferimento al ‘nome di Dio’. Ma pur di portare avanti un discorso unitario, ritirò la proposta per le forti opposizioni degli esponenti laici e liberali tra cui Benedetto Croce.

Oltre a questo episodio, frequentemente ricordato, Giorgio La Pira utilizzò il suo retroterra culturale di romanista e di pensatore legato alla tradizione tomistica, attraverso la conoscenza diretta sia dell’opera di San Tommaso sia della reinterpretazione tomistica di J. Maritain. Importante fu il suo contributo e la collaborazione con Dossetti nella elaborazione dello storico ‘compromesso’ con Togliatti che portò all’approvazione dell’articolo 7. La sua matrice tomista lo portava ad affermare una prospettiva di ‘organicismo pluralistico’, sulla base di un’originale utilizzazione delle teorie sulla pluralità degli ordinamenti giuridici di S. Romano e delle dottrine tedesca e francese.

A fine degli anni cinquanta, fu tra i protagonisti del dialogo tra cattolici e socialisti, successivamente sfociato nell’alleanza per i governi di centro-sinistra.

E’ impossibile sintetizzare in un semplice articolo il laborioso ed intenso impegno politico ed umano di Giorgio La Pira che va ricordato per la straordinaria attualità. Oggi, anche Papa Francesco, sovente fa riferimento alle espressioni ed ai principi di Giorgio La Pira.

Salvatore Rondello