domenica, 25 Ottobre, 2020

Armenia. Storia dell’Artsakh, il giardino nero delle montagne

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Artsakh è il nome armeno di una delle 15 province dell’Armenia storica da sempre popolata da una maggioranza armena di cui ci sono ampie testimonianze storiche e artistiche.
Si trova in una regione montagnosa del Caucaso meridionale: da qui anche il nome di origine turco-persiana di Nagorno Karabakh (che significa Giardino Nero delle montagne).
Nei secoli l’Artsakh è stato un vivaio di scrittori, artisti, intellettuali e principi illuminati. Sembra accertato che il monaco Mesrob Machtoz inventore dell’alfabeto armeno, abbia avviato in questa regione la sua prima scuola nel V secolo d.c.

 

Quando l’Armenia nel 428 viene divisa tra persiani e greco bizantini, l’Artsakh entra nell’orbita dei primi e vi rimane fino agli inizi dell’Ottocento, sempre mantenendo, grazie anche alla conformazione del territorio, una notevole dose di autonomia.

Nel 1803 l’Artsakh entra a far parte dell’orbita russa e vi rimane sino al 1917 quando i sovietici, a seguito della rivoluzione, arretrano e lasciano spazio ad un difficile e combattuto ridisegno dell’intero spazio subcaucasico entro i confini di quattro nuove repubbliche: georgiana, armena, azera (di fatto turca).

 

Nel 1918 gli armeni dell’Artsakh danno vita ad un governo popolare che da subito rivendica la propria appartenenza sia storica che logica alla nuova Repubblica d’Armenia: un progetto che in tutti modi – anche assai cruenti – viene osteggiato non solo dagli azeri ma anche dal comando inglese che presidiava l’area e in seguito dallo stesso Stalin che dichiarerà – all’insegna della fraternità tra i popoli – la definitiva appartenenza
dell’Artsakh all’orbita azera.
A 70 anni di distanza, nel febbraio del 1988, quando è ormai imminente la fine dell’Unione Sovietica, il problema si riapre: a Stepanakert (capitale dell’Artsakh) si svolge una grande manifestazione popolare per chiedere l’annessione dell’Artsakh alla Repubblica d’Armenia. Una richiesta che scatena numerose rappresaglie, molto cruente, contro la minoranza armena in diverse città azere: in particolare a Sumgait alla periferia di Baku e a Kirovabad (ora Ganja) e culmina con l’arresto dei membri del Comitato organizzatore
che avviene quasi in coincidenza del grande terremoto del dicembre 1988 che sconvolge l’intera regione.

 

Quando, nel 1991, venuta meno l’Unione Sovietica, le tre Repubbliche del Caucaso dichiarano la propria indipendenza, l’Artsakh, attraverso un referendum popolare indetto legalmente auto proclama la propria indipendenza e afferma la propria identità come Repubblica autonoma. E’ una decisione democratica che tuttavia la Repubblica dell’Azerbaigian non tollera scatenando un’aggressione armata che ha avuto gravi conseguenze in termini di vite umane e ha causato la rottura di una convivenza sociale ormai impossibile e a cui si è risposto con l’inevitabile migrazione forzata sia degli
armeni che degli azeri entro i confini delle proprie appartenenze etniche.

 

La guerra, iniziata nei primi mesi del 1992, si arresta con la firma del cessate il fuoco del 16 maggio1994. Un fuoco che negli ultimi anni la Repubblica dell’Azerbaigian ha dimostrato con molti segnali di voler riaccendere e che ora è di nuovo esploso, con l’aiuto e il sostegno di uno Stato che non ha mai voluto riconoscere la responsabilità del genocidio perpetrato contro gli armeni nel 1915, la Turchia.

 

Dall’alba del 27 settembre 2020 l’Azerbaigian ha iniziato un attacco sempre più violento delle forze armate azere contro l’Artsakh (Nagorno Karabakh) e Armenia attraverso l’utilizzo di carri armati, elicotteri e droni di ultima generazione. Gli obiettivi ell’Azerbaigian sono gli insediamenti civili, le infrastrutture, i serbatoi, le miniere e le centrali idroelettriche. Questi attacchi militari stanno provocando una catastrofe umanitaria e
ambientale.
La politica aggressiva dell’Azerbaigian, appoggiata dal governo turco attraverso la presenza di consiglieri militari e rafforzata dal trasferimento dei terroristi dell’Isis dalla Siria all’Azerbaigian, sta preparando il terreno per una definitiva destabilizzazione del Caucaso, zona da cui passano gasdotti e oleodotti piuttosto importanti per l’Europa.
Nella città armena di Martuni, vicino al fronte dell’Artsakh (Nagorno Karabakh), due giornalisti francesi di Le Monde sono rimasti feriti dal fuoco dell’artiglieria azera. Sono rimasti feriti mentre filmavano i civili armeni in fuga dal conflitto. Nello stesso bombardamento è rimasto ferito anche un video reporter locale dell’emittente Armenia Tv ed è riuscito a salvarsi un corrispondente russo.

 

Il presidente francese Macron, il Presidente russo Putin e il Presidente americano Trump hanno concordato sulla necessità di congelare immediatamente il conflitto e arrivare a un nuovo cessate-il-fuoco.
I contrasti tra Armeni e Azeri iniziarono nel febbraio del 1988, mentre l’Unione Sovietica arrivava al suo compimento. Allora come oggi si trattava della ribellione contro un sopruso: l’iniziativa del 1921 di Stalin di annettere la regione storicamente armena e di popolazione a maggioranza armena all’Azerbaigian , con tutte le conseguenti persecuzioni di Baku nei confronti degli armeni dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh).

 

Alla fine degli anni ‘80, incoraggiati dalla relativa libertà di espressione introdotta in Unione Sovietica dalla glasnost e dalla perestrojka, gli armeni dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) ribadirono il loro diritto all’autodeterminazione ( Carta delle Nazioni Unite) con un referendum per l’indipendenza svoltosi regolarmente nel 1991. Al referendum seguirono i pogrom contro gli Armeni di Sumgait, di Baku e di Maraga, e ci fu una vera e propria invasione militare dell’Arstakh (Nagorno Karabakh) da parte
dell’Azerbaigian . Per più di un anno la popolazione civile di Stepanakert, capitale dell’Artsakh (Nagorno Karabakh), fu sotto il fuoco diretto dell’aviazione azera.

 

Oggi noi ci rivolgiamo al popolo italiano e alle sue istituzioni.
La dignità e il diritto alla vita sono tra i valori intrinsechi più importanti della civiltà occidentale. E’ arrivato il tempo di alzare le nostre voci e prendere atto che a causa della guerra sta morendo la popolazione civile. Dobbiamo alzare le nostre voci per fermare guerra non solo con le parole ma con le nostre azioni. Nel corso della sua storia millenaria il popolo armeno è sempre stato pacifico e non ha mai iniziato azioni di
guerra contro altre nazioni.

 

Anche oggi il popolo armeno non vuole la guerra, il popolo armeno oggi sta difendendo la propria terra dall’aggressione azero-turca.
Il popolo armeno oggi rivendica il riconoscimento dell’Artsakh ( Nagorno Karabakh) in modo che possa diventare un autorevole interlocutore internazionale per assicurare la pace nel Caucaso e nel resto del mondo.

 

UNIONE DEGLI ARMENI D’ITALIA

Associazione di Promozione Sociale

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