martedì, 25 Febbraio, 2020

Auspici e preoccupazioni per il 2020

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Il grande interrogativo del 2020 è innanzitutto il risultato delle presidenziali americane a novembre. Sarà una campagna elettorale da guerra civile e, se Trump vincerà, ci sono molte probabilità che lo faccia (per le regole stravaganti del sistema) ottenendo meno voti del suo contendente democratico. Non due milioni di voti in meno, come nello scontro con la Clinton, ma uno scarto anche più ampio. Potrebbe essere così certificata la crisi interna della democrazia che è stata un esempio per il mondo. Anzi, la sua mutazione genetica. La crisi interna si accompagnerebbe a una crisi sul piano internazionale ormai conclamata. Perché gli Stati Uniti non hanno più né la forza, né la lucidità strategica per continuare a essere un fattore di equilibrio mondiale. Si deve aggiungere che, se Trump vincesse, si creerebbe un forte asse con Johnson che, tra le tante cose in comune con lui, ha quella di aver vinto sì le elezioni britanniche, ma (anche qui per l’effetto distorsivo del sistema elettorale) con una minoranza dei voti. Esattamente con il 43,6 per cento e pertanto (considerata la natura divisiva della sua leadership) con l’ostilità furiosa del 56,4 per cento degli elettori.

L’asse anglosassone potrebbe assumere un chiaro indirizzo antieuropeo. E qui arriva la grande incognita che ci riguarda più da vicino. L’ UE è a un bivio. Proprio nel 2020, o tenta il salto di qualità e progredisce decisamente verso l’unità politica, o si disgrega. È in gioco la nostra sovranità. Quella effettiva. Perché i sovranisti (o meglio i nazionalisti) non vedono che ciascun singolo Paese europeo, a sé stante, sarebbe condannato all’irrilevanza e alla perdita di ogni autonomia. Persino il più solido, ovvero la Germania, avrà presto intorno all’1 per cento della popolazione mondiale e soltanto degli scriteriati possono immaginare che, da sola, possa contare qualcosa. I veri sovranisti sono gli europeisti. Il 2020 sarà decisivo per capire se hanno la forza necessaria a evitare che l’Europa risulti schiacciata dai colossi mondiali: Stati Uniti, Cina, Russia (e anche gli emergenti).
Questi ultimi vanno seguiti con più attenzione: soprattutto l’India. Da tempo, purtroppo, tutti i fondamentalismi religiosi si sono rafforzati e creano nuove conflittualità. Il più pericoloso di tutti, quello islamico, ovviamente. Ma anche il fondamentalismo ebraico e quello evangelico. Persino quello cattolico: non certo del Vaticano (anzi), ma dei molti elettori aizzati dai capi popolo nazionalisti. Mancava il fondamentalismo indù. Ed eccolo apparire in tutta la sua potenzialità destabilizzante. La Nazione voluta da Gandhi era laica e inter religiosa. Adesso, si tenta di creare uno Stato basato sulla fede indù, aggressivo verso la minoranza musulmana e intollerante. Della più prestigiosa democrazia al mondo, quella americana, già si è detto. Non sarebbe un buon segnale sullo stato di salute della democrazia in generale la crisi anche di quella più numerosa, che si avvia a amministrare un miliardo e mezzo di cittadini.

E l’Italia? Gli interrogativi che la riguardano sono strettamente legati all’incertezza sulla costruzione europea. Se l’Unione, a Bruxelles, reggerà, continuerà il nostro trend ormai pluridecennale: un declino costante ma non traumatico. Dagli anni ‘90 a oggi, siamo andati indietro del 30 per cento rispetto ai nostri vicini e continueremo ad arretrare per la semplice ragione che continueremo a crescere un terzo o la metà degli altri. Ciò avverrà certamente anche nel 2020, perché le ragioni del declino italiano non sono cancellabili in tempi brevi o medi. Ho già ricordato su queste colonne (elencando le cifre) che siamo un Paese di vecchi e che i nostri giovani sono tra i meno istruiti se confrontati con quelli non appartenenti al terzo mondo. Ciò basta e avanza. Ma si possono aggiungere altri casi unici rispetto alla normalità dell’Europa e dell’Occidente: la giustizia non funziona, intere aree sono condizionate dal crimine organizzato, l’evasione fiscale è da America latina.

E se l’Europa non regge? In tal caso, perso l’aggancio con un’ancora di stabilità e razionalità, abbiamo molte probabilità di finire come l’Argentina: default, perdita dei risparmi, peronismo (che è la ormai ben sperimentata versione sudamericana di quello che da noi si chiama populismo).
C’è poi l’interrogativo più immediato e ovvio. Se ci saranno nel 2020 le elezioni politiche anticipate. Nel 2018, abbiamo avuto un capo del governo mai conosciuto, né votato. Sostenuto da due partiti che si erano furiosamente combattuti alle elezioni. Nel 2019, questo capo del governo è restato tale saltando alla guida di una maggioranza parlamentare opposta alla precedente: impresa mai riuscita (e neppure immaginata) dai più grandi statisti del mondo. Con queste (e altre) premesse, può succedere di tutto. L’unica cosa chiara è che il deperimento della democrazia è anche più rapido di quello dell’economia. Essa soffre di una malattia “auto immune” (così si definiscono, come si sa, le malattie che portano l’organismo a distruggere se stesso (o parte di sé). Il circuito vizioso è semplice. La classe dirigente democratica avverte l’esasperazione dell’opinione pubblica. Non affronta le cause vere e profonde anche perché, come prima osservavo, i mali dell’Italia (innanzitutto vecchiaia e scarsa istruzione) richiedono cure lunghe. Si occupa pertanto di misure simboliche, tanto utili alla propria propaganda di parte quanto in pratica ininfluenti. Anche per questo, i cittadini avvertono che i governi cambiano, gli annunci e le polemiche anche, ma la realtà no. Incalzata dall’anti politica e dal qualunquismo conseguenti, la classe dirigente non li contrasta, ma li cavalca, dando se stessa in pasto agli elettori: si autodistrugge, come accade appunto nelle malattie auto immuni. Le tappe del processo distruttivo, piccole o grandi, portano il segno di una demagogia assolutamente bipartisan. Cancellazione del finanziamento pubblico alla politica.

Delegittimazione e distruzione dei partiti. Svuotamento del ruolo del Parlamento e svilimento dei suoi componenti. Rottamazione dei vecchi dirigenti. Eliminazione dei consiglieri provinciali secondo il principio che i politici eletti meno sono e meglio è. Individuazione di tutti i politici del passato (deputati, senatori, consiglieri regionali) come profittatori e ladri di pensioni. Infine, riduzione del numero dei parlamentari, con il sottinteso che il Parlamento è inevitabilmente una sede di risse inconcludenti, verso la quale la prima esigenza è ridurre i costi.

E gli auspici per il 2020? Si potrebbe aspettare da un socialista qualche argomento per un risveglio della sinistra. Ma non ci possiamo permettere un normale dibattito politico. Nelle condizioni italiane, basterebbe la presa di coscienza del fatto che stiamo fuoriuscendo dalla democrazia e che le persone ragionevoli dovrebbero unirsi per fare ciò che non è né di destra, né di sinistra. Ma semplicemente indispensabile e ovvio. Ancorché né fatto, né tentato.

Guardando più lontano, qualcuno potrà poi osservare che la sinistra democratica e il socialismo sono stati dati troppo presto per invecchiati o addirittura morti. Perché troppo presto? Perché persino un rappresentante socialista molto discutibile come Corbyn ha preso il 56 per cento dei voti nella fascia tra i 18 e i 24 anni (21 per cento i conservatori), il 54 e il 46 per cento nelle fasce rispettivamente 25-29 e 30-39 anni (contro il 23 e 30 per cento dei conservatori). I quali hanno ottenuto invece il 67 per cento tra gli ultra settantenni. Da Los Angeles a Londra, da New York a Parigi e Berlino, i sindaci sono democratici molto liberal nelle metropoli americane più prestigiose e socialisti in quelle europee. Persino a Budapest, Varsavia e Istanbul, coalizioni democratiche hanno prevalso su Orban, Kaczynski e Erdogan. I giovani e le città dove si costruisce la modernità hanno sempre anticipato il futuro. Sarebbe strano (ma purtroppo non impossibile) se negli anni 2000 accadesse il contrario.

Ugo Intini
(Il Dubbio – Pdf)

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