martedì, 1 Dicembre, 2020

Australian Open 2019: risponde casa Nole

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Che non sarebbe stata un’edizione qualunque e come le altre degli Australian Open lo si era già intuito; ma le emozioni che sono arrivate sono state davvero tante. La prima è stata l’annuncio commosso e commovente di Andy Murray, che ha scosso tutto il mondo del tennis, degli appassionati e non solo. Il tennista di Glasgow ha spiegato di voler giocare fino a Wimbledon prossimo, se il problema all’anca glielo permetterà; ma per lui è sempre più difficile continuare a giocare in queste condizioni, in cui il dolore a volte è troppo forte, dopo un intervento che non ha dato i risultati sperati, con la possibilità di un secondo a cui – però – preferirebbe evitare di sottoporsi e, non da ultimo, in cui non riesce ad esprimere il livello che lo rende felice, a dare e fare il massimo. Tutti i colleghi gli hanno espresso solidarietà, vicinanza, stretti in un moto di cordoglio, che tanta amarezza ha trasmesso.

C’è stato persino chi, come Andy Roddick, ha auspicato su Twitter che il campione britannico possa continuare almeno a giocare in doppio con il fratello Jamie. Di certo, tutti hanno concordato sul fatto che sia stato uno dei più grandi campioni di tutti i tempi, di sicuro intramontabile. Qualche lacrima Andy non è riuscita a trattenerla – giustamente e comprensibilmente – in conferenza stampa. Qui a Melbourne, Murray si è arreso – dopo quattro ore e nove minuti di gioco – al trentenne spagnolo Roberto Bautista Agut al quinto set, con il punteggio di 6/4 6/4 6/7(5) 6/7(4) 6/2, con una rimonta con due tie-break memorabili; tra l’altro lo spagnolo era fresco della vittoria del titolo a Doha nel Qatar, dove si era imposto in finale su Tomas Berdych per 6/4 3/6 6/3.

Tutto questo ci fa pensare a due sentimenti che caratterizzano questo Grand Slam in particolare, da molti atleti ritenuto il più bel torneo di tutti: amicizia e onore. L’amicizia vera tra i tennisti, soprattutto tra i Fab Four, che hanno una stima reciproca reale, di massimo rispetto vicendevole; l’onore che viene sempre tributato ai grandi campioni, del passato quanto del presente (pensiamo anche all’encomio dei colleghi per Federer oppure per altri come Djokovic o lo stesso Nadal, per non citare poi Del Potro, fuori per il recente infortunio al ginocchio). Tuttavia è anche amore (per questo sport, che è passione pura) e orgoglio (perché nessuno vuole fallire e tutti vogliono dare il meglio). Dunque la A e la O di Australian Open probabilmente stanno anche per questo. Poi c’è l’altra faccia della medaglia, quella del pubblico: fan greci scatenatissimi fuori davanti ai maxischermi hanno incitato per Tsitsipas oppure i serbi per Novak, sventolando la bandiera nazionale, per fare due esempi. Proprio lo spot pubblicitario di promozione del Grand Slam su Eurosport citava, infatti: il tennis è meglio con i fan/con il pubblico, che dà colore ai match.

Ed a proposito di orgoglio nazional-patriottico, come non citare la vittoria nella sezione Juniores di Lorenzo Musetti? Italianissimo, classe 2002, compirà 17 anni a marzo. Ha vinto, dopo la finale persa dello scorso anno in tre set da Thiago Seyboth Wild, in rimonta al terzo set su Nava per 4/6 6/2 7/6: un tie-break conquistato per 14 punti a 12. In una semifinale straordinaria, aveva battuto il connazionale Zeppieri, imponendosi facilmente con un netto 6/2 6/4, dimostrando tutta la sua superiorità e maggiore aggressività, oltre che qualità di gioco e di colpi: una solidità maggiore espressa dalle percentuali più alte in tutti gli aspetti (dal servizio al resto). Musetti, del resto, era testa di serie n. 1; ciò, però, non toglie merito alle grandi emozioni che ha regalato e che ha donato al pubblico italiano, insieme a Zepperi. Il loro scontro-derby ha ricordato un po’ l’eccezionale finale tutta azzurra tra Flavia Pennetta e Roberta Vinci (che forse potrebbe in un futuro prossimo dedicarsi alla carriera da coach). Un traguardo non da poco per il giovane di Carrara, poiché – prima di lui – erano riusciti in un’impresa simile solo Thomas Fabbiano nel 2007 e Filippo Baldi nel 2013, che però arrivarono solamente fino alla semifinale; e Gianluca Quinzi, che vinse il titolo di Wimbledon – sempre nel 2013 –. E proprio Fabbiano è stato uno dei protagonisti del torneo; ma andiamo a vedere quali sono stati i risultati degli azzurri.

I nostri beniamini si sono tutti fermati al quarto turno, anche se sono usciti a testa alta. A partire da Fabbiano, che si è arreso a Grigor Dimitrov per 7/6 6/4 6/4; poi c’è stato Andreas Seppi, che si è arreso solamente al quinti set in un match lottatissimo ed equilibratissimo contro Frances Tiafoe, perso per 6/7 6/3 4/6 6/4 6/3. Ma Andreas si è reso protagonista di un gesto molto romantico nei confronti della moglie: le ha fatto portare un asciugamano dal raccattapalle per proteggersi dalla pioggia. Tra l’altro Seppi aveva disputato un ottimo terzo turno contro Thompson, regolato dall’altoatesino per 6/3 6/4 6/4. Infatti pioggia e vento non sono mancati e hanno un po’ alterato anche l’andamento dei match sicuramente. Prima il caldo torrido, anche oltre 30 gradi, poi la pioggia, poi il vento, insomma condizioni difficili e instabili di gioco hanno messo a dura prova i giocatori.

Tiafoe si è fatto notare per il tennis e la buona forma e condizione fisica, oltre che per la scritta sulle sue scarpe: ‘Melbourne’; tanto che ha vinto anche il match successivo contro Dimitrov per 7/5 7/6 6/7 7/5 (proprio nel giorno del suo 30esimo compleanno, festeggiato alla grande dunque per lui). Poi, però, ha perso da Nadal per 6/3 6/4 6/2.
L’altro italiano ad uscire al quarto turno è stato Fabio Fognini, che ha perso malamente da Carreno Busta per 6/2 6/4 2/6 6/4. Per altro Fabio aveva disputato un ottimo match al turno precedente contro Leonardo Meyer, sconfitto per 7/6 6/3 7/6. Così come aveva espresso un eccellente gioco Fabbiano contro Opelka, che aveva entusiasmato molto: 6/7 6/2 6/4 3/6 7/6 (vinto per 10 punti a 5). Niente da fare, invece, per Stefano Travaglia che, pur giocando bene, si ferma al terzo turno perdendo da Basilashvili (pur giocando alla pari, ma era veramente in giornata il georgiano, anche se un po’ nervoso e teso): 6/3 3/6 6/3 4/6 3/6 lo score (poi Basilashvili avrebbe perso da Dimitrov).

E neppure per Cecchinato o Luca Vanni, che sono usciti subito al primo turno dando tutto (sconfitti solamente al quinto set). Da Carreno Busta Vanni (per 7/6 6/2 3/6 5/74/6); da Krajinovic Marco, che si fa rimontare i due set di vantaggio conquistati in apertura per 6/4 6/0; forse si è rilassato un po’ troppo ed è andato a perdere gli altri tre per 6/1 7/6 6/4.

Invece proprio Carreno Busta è stato protagonista di un triste episodio molto esacerbato con un giudice di linea per una chiamata fondamentale a suo sfavore, che lo ha penalizzato nel match di quarto turno contro Nishikori, che poi si sarebbe ritirato al turno successivo contro Djokovic (sul punteggio di 6/1 4-1 per il serbo). Insomma un fatto simile a quanto accadde in finale tra la Osaka e Serena Williams alla finale degli Us Open dello scorso settembre (quando la giapponese vinse per 6/2 6/4). Il giapponese si è imposto in cinque set, con il punteggio di 6/7 4/6 7/6 6/4 7/6, ma pregiudicante una chiamata su una palla che ha fatto andare completamente fuori di testa lo spagnolo: è uscito dal campo innervosito, gridando e urlando e sbattendo tutto dalla delusione.

Tra l’altro la giapponese è stata una delle due finaliste quest’anno e ha vinto in titolo in una finale molto emozionante contro Petra Kvitova. Forte l’amarezza per la ceca, che ha rimontato, portando la partita al terzo set. La nipponica, infatti, ha avuto un passaggio a vuoto decisivo proprio nel secondo set. Per il resto un match equilibrato, dove forse Petra ha pagato un po’ di stanchezza fisica, maggiore la freschezza agonistica infatti dei Naomi. Il primo set, infatti, è stato deciso solamente dal tie-break, giocato un po’ male dalla Kvitova; il secondo se lo è aggiudicato la ceca, che ha rimontato dal 5-3 a favore della Osaka, che ha fallito ben due volte la possibilità di chiudere il match (con anche il servizio a disposizione); dopo la rimonta fino al 5-5, la ceca ha trovato il break che le ha fatto portare a casa il secondo set per 7/5, senza neanche bisogno del tie-break; infine il terzo ha visto un po’ un crollo fisico della Kvitova (testa di serie n. 8), che si è trovata subito in svantaggio di 2-0; la Osaka (n. 4 del seeding) è riuscita a mantenere il break di vantaggio e a chiudere per 6/4. Forte l’amarezza, il rimpianto per Petra per la perdita della coppa (peraltro molto bella).

Ma non è stato facile per lei tornare a giocare a questi livelli dopo l’attentato subito; quasi impossibile per lei pensare di disputare di nuovo una finale di uno Slam fino a poco tempo fa. Tra le lacrime di un duro boccone amaro da mandare giù e digerire, si è complimentata con Naomi. Sicuramente tutti ricorderanno comunque la presenza della Kvitova qui a Melbourne, nonostante il suo nome non compaia nell’albo delle vincitrici per il 2019; una sorta di presenza angelica, come l’angioletto del ciondolo che indossava. Le due, poi, si giocavano la prima posizione mondiale: ora la nuova numero uno è Naomi Osaka, a soli 21 anni (classe 1997).

Lo stesso è accaduto nella finale maschile, che analizzeremo tra poco, ma prima un’ultima parentesi sul femminile. Serena Williams è stata protagonista di un match straordinario contro Karolina Pliskova, in gran forma, perso ai quarti al terzo set. Il risultato è stato di 6/4 per la Pliskova il primo set; un 6/4 di Serena nel secondo; 7/5 della Pliskova il terzo, ma Serena conduceva per 5-1 e si è fatta rimontare sino al 5-5. Tra l’altro la Pliskova aveva eliminato anche la nostra Camila Giorgi al terzo turno, in tre set, col punteggio di 6/4 3/6 6/2 per la ceca). Infine, un’ultima nota, il ritorno in buona forma sia di Simona Halep che di Maria Sharapova (in grado di battere la detentrice del titolo: la vincitrice dello scorso anno, cioè la danese Caroline Wozniacki, per 6/4 4/6 6/3 a favore della russa), a cui non è stato sufficiente il vestito dello stesso colore del cemento di Melbourne per andare avanti nel torneo.
Così come, nel maschile, un match che molti ricorderanno sarà quello di quarto turno tra Federer e Tsitsipas, vinto dal greco – al settimo cielo – al quarto set per 6/7 7/6 7/5 7/6. Stefanos, poi, però, ha perso da Nadal in semifinale malamente per 6/2 6/4 6/0. Un altro giocatore emerso e ritrovato, che ha disputato un ottimo torneo, è stato il francese Lucas Pouille, che ha perso in semifinale da Djokovic con il punteggio di 6/0 6/2 6/2. Pouille, che aveva sconfitto il canadese Milos Raonic ai quarti per 7/6 6/3 6/7 6/4.
Veniamo ora allora alla finale maschile. Si sfidavano i due campioni di sempre: Rafael Nadal e Novak Djokovic, ma non c’è stata davvero partita. Nole è stato insuperabile, da nove per scrivere il nome con la ‘v’ di ‘vittoria’ e non con la ‘l’ di ‘loser’ (perdente). Nadal non l’ha presa bene di certo, ma ritornava da un serio infortunio e di più non poteva proprio fare; specialmente con un Djokovic in quello stato di grazia, che ispirato era dir poco: giocava sule righe, o meglio sugli ultimi centimetri di campo disponibili; trovava tutti gli angoli più impensabili e impossibili, con una profondità spaventosa; spostava di continuo un Nadal un po’ rassegnato e in confusione a tratti; serviva egregiamente, ma anche lo spagnolo è molto migliorato alla battuta. Un’emozione immensa, tanto che – al momento della premiazione – Nole non sapeva che dire per esprimere la sua gioia e il suo stupore per un’impresa eccezionale: “sono senza parole”, ha esordito. Insomma gli Australian Open quest’anno sono stati davvero casa sua, dove ha completamente dominato gli avversari, regalando le briciole (come Nadal del resto) ovvero pochi set agli avversari e faticando appena solo contro Medvedev (un po’ infortunato).

Infatti la A di Australian sembra proprio scritta e disegnata (nel logo del torneo) come il tetto di una casa. Speculari dunque le due finali, ma l’altra peculiarità è che è stata la prima edizione degli Australian Open in cui nello Slam, al quinto set nel maschile, si giocava il match tiebreak (a dieci punti); come accaduto a Thomas Fabbiano e, peraltro, una novità molto proficua, perché ha contribuito a ravvivare i match ed a dare dinamicità alle partite.

Barbara Conti

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