venerdì, 22 Novembre, 2019

Autonomia. B. Moro: “Il pericolo del ritorno a tanti piccoli stati”

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La discussione generale sul tema “Autonomia Differenziata” che negli ultimi tempi pare stia risultando esser tra i tanti motivi delle dispute interne tra i due soggetti politici che sostengono il Governo, necessita un’attenzione maggiore anche per quanto attiene la gestione dell’Autonomia da parte delle cinque regioni italiane chiamate a statuto speciale, approvato dal Parlamento con legge costituzionale: Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige/Südtirol (in realtà costituita dalle province autonome di Trento e Bolzano, ai sensi dell’art. 116 della Costituzione.
E’ un dato di fatto che tra queste cinque Regioni solo due – Sicilia e Sardegna – non hanno raggiunto gli obiettivi di crescita e sviluppo presupposti di questa specificità. Nel merito per meglio aver un quadro generale della questione, abbiamo sentito il Professor Beniamino Moro – docente di Economia Politica all’Università di Cagliari – il quale nei giorni scorsi ha visto, pubblicate sul quotidiano regionale sardo alcune analisi sull’argomento: “I presidenti di Lombardia e Veneto la mettono così: «Ormai è tutto pronto, è solo una scelta politica». Per fortuna i 5Stelle si sono messi di traverso, sennò il golpe della Lega sarebbe stato già approvato con decreto-legge e magari in Parlamento con la fiducia.”
Sempre sull’argomento, Moro ha anche pubblicato un articolo sul sito democrazia oggi. “Autonomia differenziata: egoismo del Nord o inerzia del Meridione?”

Lo abbiamo pertanto voluto sentire ai microfoni di Radio Luna Carbonia. Moro ci ha fornito un quadro generale cominciando dal fatto appunto, che in Italia ci sono cinque Regioni ad Autonomia speciale. Cinque Regioni delle quali due in particolare, guardate con sospetto; Sardegna e Sicilia. “Sono le Regioni – ha detto Moro – che assorbono molte risorse con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo ma cosi non è stato. La realtà è che nell’ambito della spesa pubblica regionale si verificano molti sprechi. Da questo punto di vista la Sicilia batte la Sardegna. Ci sono spese improduttive molto più forti di quanto possono esistere in Sardegna. Noi consideriamo l’ Autonomia come una specie di diritto per esser finanziati per compensare il disaggio di esser due isole, altri lo vedono come un privilegio e contesta oggi, contesta domani, alcune Regioni come Lombardia, Veneto – cui poi si è accodata l’ Emilia Romagna con una delibera – hanno trasformato questa sensazione di esser utilizzati come Regioni dove il reddito viene prodotto in misura maggiore e, una parte di questo reddito viene trasferita attraverso la P.A. alle Regioni Autonome Speciali tra cui quelle viste con sospetto.”

Cos’è in realtà l’Autonomia? “E’ in realtà – dice l’economista cagliaritano – la possibilità di sostituire l’amministrazione pubblica statale in tantissimi campi che oggi sono concorrenti nella gestione da parte dello Stato e delle Regioni. Loro vorrebbero il trasferimento totale di competenza alle Regioni. Ora, a mio avviso, questa iniziativa e l’insistenza per l’ autonomia differenziata (cosiddetta per differenziarla dall’autonomia speciale di cui godono Sardegna e Sicilia ) ha come obiettivo quello di trattenere molte più risorse nell’ambito regionale e il meccanismo per raggiungere lo scopo è di dire – “date a noi la competenza, il Veneto ne reclama ventidue campi, la Lombardia venti, l’Emilia Romagna, sedici e le gestiamo noi quelle che ora sono in concorrenza con lo Stato. Faccio un esempio diventato, un casus bellis nelle contrattazioni che stanno avvenendo a livello nazionale; la pubblica istruzione. Tra le competenze che queste regioni reclamano c’è la pubblica istruzione. La scuola, dalla materna, elementari, medie, superiori e università ha le competenze trasferite a livello regionale, comprese le competenze che riguardano il personale docente e non docente. Ecco, questo trasferimento, tanto per aver un po’ di numeri, comporterebbe un trattenimento da parte di queste Regioni di circa 11/12 miliardi consta la valutazione delle commissioni che se ne sono occupate fin oggi, aggiungendo altri 4/5 miliardi di competenze in altri campi e settori arriviamo a circa 16 mld. Una misura di quanto queste regioni vorrebbero trattenere al posto dello Stato con le conseguenze che queste cifre non entrerebbero più nel bilancio dello Stato, ma rimarrebbero nei bilanci regionali e spesi nel procedimento di queste funzioni. Questo è un calcolo approssimativo per le valutazioni. Calcoli precisi non sono mai stati fatti ed è difficile dire con precisione a quanto ammonteranno”.

“È il risultato che si vuole ottenere. Ora però, – ha proseguito il Professor Moro – subentra anche il problema conseguente, il fatto che anche altre Regioni cominciano a farsi avanti per reclamare anch’esse autonomia. Se questo processo venisse portato a compimento noi, avremmo tanti piccoli staterelli – 19/20 staterelli – consistenti nelle attuali Regioni dove ognuno andrà per conto suo. Non so, per quanto riguarda la pubblica istruzione, riusciamo per un momento a immaginare una Regione che delibera in un certo modo, un’altra in altro modo e via dicendo? Ne verrebbe fuori un caos totale e il risultato definitivo sarebbe quello che non si capirebbe più quale ruolo lo Stato andrebbe a mantenere. Io vedo tutto questo come una reazione al fatto che Sardegna e Sicilia già sono Regioni Autonome a Statuto Speciale quindi, privilegiate. La reazione è dunque quella di volerlo diventare e assumere loro le decisioni di spesa a modo loro e secondo le loro prerogative Regionali.”
Moro ha poi affrontato il tema dell’ insularità in Costituzione – tema da anni al centro del dibattito politico sardo – che la Regione Sardegna vuole ancora con più forza forse anche come risposta alle richieste di Autonomia differenziata delle Regioni suddette; “Anche questa è un’altra bella idea, venuta ai nostri politici regionali, sembra, come dire, la contro risposta alla proposta delle Regioni per l’ autonomia differenziata. Quello che si chiede però, a mio avviso è una questione puramente formale e non sostanziale anche se i proponenti vorrebbero che lo diventasse. Al riconoscimento dell’insularità in Costituzione dovrebbe seguire poi un successivo trasferimento di fondi a favore della Regione Sarda. Quindi l’obiettivo finale alla fine è “avere più soldi”. Se si va avanti con questi obiettivi, tutto diventerà uno scannatoio. Ogni regione rivendica di trattenere più soldi – non dimentichiamo che la Sardegna e la Sicilia hanno quasi 90 % di tutte le imposte riscosse nelle due isole quindi, hanno già una montagna di soldi a loro disposizione e sentirli reclamare altri soldi diciamo che fa andare su tutte le furie, le altre Regioni e da qui la reazione della richiesta di autonomia.”

Alla luce di questi dati importanti per la discussione abbiamo voluto approfondire con il docente dell’ Università di Cagliari quelli che a nostro avviso sono aspetti di rilievo della crisi economica della Sardegna che nonostante la sua specificità fin oggi non ha ancora trovato la bussola che le permetta lo sviluppo. Per questo gli abbiamo fatto alcune domande

Di recente – su La Nuova Sardegna del 21 luglio scorso – un’analisi del Professor Guido Melis parlava – per quanto riguarda la Sardegna – di un processo d’industrializzazione che ha penalizzato l’agricoltura. Questo processo d’industrializzazione è fallito e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti giacché la Sardegna è un grande cimitero industriale. Un processo industriale che non ha creato sviluppo e possiamo dire che ha prodotto disoccupazione. Un processo d’industrializzazione fallimentare anche per com’è stato concepito in un isola in prevalenza a vocazione agricola e senza infrastrutture per agevolare lo sviluppo industriale…
Un processo industriale in una realtà agricola che non ha funzionato, certo…

Lei prima accennava alla questione delle risorse non proprio usate con il principio del buon padre di famiglia dalle Regioni Sicilia e Sardegna. Per quanto ci riguarda probabilmente uno dei fattori che fin oggi ha impedito lo sviluppo dell’ isola, consiste nel fatto che non abbiamo mai utilizzato al meglio i vantaggi della nostra autonomia per creare i presupposti per lo sviluppo economico/imprenditoriale/lavorativo . Le competenze invece, quali sono quelle della Sardegna e come sono gestite per consentire lo sviluppo?
Per quanto riguarda le competenze riguardo allo sviluppo, le isole – Sardegna e Sicilia – le hanno. Le competenze di produzione, incentivi etc.; Hanno fallito nella costruzione di piani di sviluppo regionali – tra l’altro finanziati in larghissima misura dall’ UE . La realtà è che anche quando questi piani sono stati fatti poi non stati incrementati a sufficienza nel senso che a loro volta sono diventati dei meccanismi per spendere risorse pubbliche in mille rivoli in cui l’obiettivo principale è sempre stato smarrito . Ora i campi dove una Regione come la Sardegna, ma anche la Sicilia , dovrebbe concentrare la sua attenzione sono i settori più importanti per lo sviluppo economico; sanità, trasporti, energia. Quindi, concentrare l’attenzione su questi settori e renderli efficienti – pensiamo al settore trasporti, tutti i trasporti – sarebbe un miracolo. Li sarebbe il caso di investire risorse materiali, finanziare e umane cioè gente che pensa e che ha idea di come fare per risolvere i problemi dei trasporti. Altro campo è la sanità che è oramai quasi allo sfascio totale e in qualche modo porvi rimedio perché il problema non può risolversi una volta costituendo la Asl unica con competenze generali per tutta l’isola poi, si torna indietro e ricostituirne 4 o 5 perché questi sono alla fine cambiamenti di carattere informale utili più a sprecare soldi – nel senso che poi tutte queste cose costano molto – che non a rendere efficiente il sistema. In questo senso ciò che noi notiamo è che mancano i medici, per fare una colonscopia si deve attendere due anni per esempio. Questi sono i problemi della mancanza di sviluppo che andrebbero risolti non certo una battaglia in cui si prendono accordi con altre regioni del centro nord per dire – “io vi appoggio – quindi vi do il mio voto in Parlamento – per avere la vostra autonomia differenziata e voi siete d’accordo per inserire in Costituzione il principio dell’insularità”. Figuriamoci se quelli non sono d’accordo! Quindi noi per una battaglia di principio nominalistica assecondiamo un disegno dello sfascio complessivo dello Stato italiano. Questo non è bene, ecco perché io mi sono espresso contro questo tipo di soluzione, sia per l’autonomia differenziata sia per l’ insularità in Costituzione che è solo una battaglia nominalistica e come spesso fanno i politici, fanno battaglie nominalistiche dimenticando la sostanza dei problemi.

Poco fa lei ha citato alcune delle competenze che la Regione Sardegna già ha, trasporti , energia, sanità, lavoro, istruzione e altro; Nello specifico per esempio, per citare la competenza nel campo del lavoro, sappiamo che per quanto riguarda la riforma dei CPI – che l’attuale Governo ha connesso al RdC – la RAS dal 2016 ha messo in atto la riforma dei CPI e oggi da noi sono già attivi tutti i meccanismi di crescita e sviluppo dei CPI per favorire l’incontro domanda/offerta lavoro previsti dalla legge che ha introdotto il RdC. Emerge però, che dal 2016 a oggi anche attuando queste riforme per cosi dire, “moderne” non siamo riusciti a garantire ai disoccupati, tanti nell’ isola, non solo giovani ma anche molti adulti che verosimilmente sono padri e madri dei giovani disoccupati, il ritorno al lavoro. Le politiche attive del lavoro della Regione Sardegna fin oggi sembrano non aver dato i risultati sperati fatti salvi, i soliti risicati numeri delle percentuali da statistiche. In questo senso, possiamo dire di esser stati incapaci di gestire questa competenza data dall’ esser Regione Autonoma a Statuto speciale?
Ecco sì, in parte la conclusione è quella. La preciserei in questo senso: qual è l’interesse della politica, qual è l’interesse vero per quanto riguarda l’occupazione etc.? Interesse vero è quello di creare lavoro in modo che le persone disoccupate abbiano l’opportunità di esser impiegate e quindi di aumentare l’occupazione. Questo però, non è un problema che può esser risolto dalla politica; è un problema che la politica influenza ma in maniera indiretta nel senso che non la pubblica amministrazione che deve creare posti di lavoro. Certo, qualche posto di lavoro lo crea anche la pubblica amministrazione, ci mancherebbe altro ma, non è quella la soluzione del problema della disoccupazione. I centomila e più disoccupati sardi non possono esser occupati tutti dalla pubblica amministrazione. Quindi il vero problema è quello che creare condizioni di sviluppo che alimentino la creazione di nuove imprese che a loro volta offrano nuovi inserimenti di lavoratori giovani e meno giovani. Questo è un’ aspetto, quello formale; poi c’è l’aspetto sostanziale che è tipicamente politico che è quello di dare la sensazione, l’impressione, che sta facendo qualcosa per risolvere il problema della disoccupazione. Qui torniamo alla stessa difficoltà. Le cose che la politica può gestire; per esempio i CPI, può fare qualche cosa, renderli più snelli e più efficienti e questo nel limite di quel che si riesce va bene ma, resta il problema a monte. Se ci sono nuovi posti di lavoro, allora l’efficienza dei CPI consiste nel mettere insieme domanda e offerta di lavoro e incrementare l’ occupazione. Ma se posti di lavoro non c’è, ne sono nella misura in cui sarebbero necessari per ridurre la disoccupazione per quanto si lavori sui CPI quella rimane perché non è un problema che si risolve formalmente ma nella sostanza, se ci sono nuove imprese e una fase di nuovo sviluppo a livello regionale sollecitato anche dall’ esterno per esempio con finanziamenti dall’ UE e Statali e cosi via .

Ecco a proposito di fondi UE …
…è un paradosso anche in senso formale, noi quei fondi non riusciamo a spenderli. Sono fondi che possono esser spesi solo facendo dei progetti di investimento che siano credibili, capaci di creare nuovi posti di lavoro nella fase attuativa ecco, qui vengono le difficoltà. Non ci si riesce ripeto, perché la P.A. non crea posti di lavoro. Questa può solo creare le condizioni. Torniamo al punto di partenza, cosa deve fare la P.A. per risolvere il problema? Beh, deve risolvere il problema della Sanità, dei trasporti, dell’ energia.

Paradossalmente, riprendendo la questione dei fondi europei che non riusciamo a spendere, è dei giorni scorsi la notizia che per i prossimi 7 anni da parte dell’ UE ci sarà un aumento dei fondi destinati alla Sardegna. Molti hanno cantato vittoria ma non c’è da rallegrarsi poiché, questo aumento di fondi è strettamente legato al passo indietro che la nostra isola ha fatto nello sviluppo. I fondi 2014/2020 erano stati ridotti a circa 900 milioni perché lo sviluppo economico e la disoccupazione della nostra isola avevano registrato segnali positivi …
Lei ha perfettamente ragione, i fondi erano diminuiti nel settennio passato, proprio perché la Sardegna aveva fatto il salto qualitativo, il reddito pro – capite medio a livello europeo era aumentato e questo aveva portato la Sardegna nella fase “phasing out” ( uscita dalla situazione di sottosviluppo ). E’ stato un riconoscimento che le politiche comunitarie hanno funzionato. Teniamo presente che otto/dieci anni fa la Sardegna aveva superato come reddito medio pro-capite rispetto la media europea, tutte le altre regioni del mezzogiorno. Quindi la nostra è stata una delle Regioni crescita di più. Di conseguenza stato automatico passare alla fase intermedia, nella prospettiva che avesse continuato a crescere e aumentare di reddito uscendo completamente dalla fase dagli aiuti comunitari perché, sarebbe diventata una Regione sviluppata. Invece abbiamo fatto il passo indietro. Negli ultimi anni la Sardegna anziché continuare a crescere, è retrocessa. Siamo passati da Regione in ritardo di sviluppo, a Regione intermedia dello sviluppo per poi tornare tra le Regioni sottosviluppate. Il paragone con le Regioni Europee è impietoso perché tante altre Regioni hanno prodotto sviluppo – si pensi all’ Irlanda per esempio – noi invece siamo retrocessi .

Le rivolgo una domanda provocatoria; alla luce di tutti questi dettagli, di questi fatti micro e macro economici che riguardano la nostra Isola come Regione Autonoma a Statuto speciale, hanno ragione Regioni come il Veneto – per esempio – che sappiamo ha avuto ( lo recentemente certificato anche l’ ISTAT ) anche quest’ anno nel primo trimestre 2019 un aumento del PIL , di chiedere di poter gestire le loro risorse e migliorare i servizi che sono anche già efficienti comunque?
Sì, hanno ragione. Loro hanno manifestato in quest’ultimo periodo – il Veneto in particolare, negli ultimi 20 anni è cresciuto in maniera particolare. Se torniamo indietro negli ultimi trent’anni il Veneto e la Sardegna avevano lo stesso livello di reddito pro – capite . Oggi invece il Veneto – che ha corso e fatto passi da gigante, ci ha distanziato notevolmente. Dal punto di vista con cui lei mi pone la domanda sì, hanno perfettamente ragione nel rivendicare anche l’ autonomia speciale. Il problema è che se ogni Regione reclama una autonomia differenziata rispetto ad altre Regioni, si crea una situazione di confusione totale e generale. Loro dicono – “però è previsto dalla Costituzione” – cioè, l’articolo 116 della Costituzione consente alle Regioni che lo richiedono di avere delle competente esclusive in tutta una serie di campi che vengono elencati. Si appellano all’articolo 116 per chiedere l’autonomia differenziata. Il problema però consiste nel fatto che, per attuare questo articolo della Costituzione ci vuol prima una legge che stabilisca i limiti e i termini entro cui a livello regionale si possano spostare anche delle competenze dallo Stato alle singole Regioni che consenta allo stesso tempo di mantenere l’ unitarietà dello Stato. Questa legge non c’è, manca. Se si procede cosi a caso, ogni Regione chiede le sue competenze, vengono fuori delle situazioni assurde. In Spagna, la Catalogna ha fatto una cosa del genere arrivando fino agli estremi di questa autonomia differenziata che era pure larga, ha preteso di avere l’indipendenza ed è finita come abbiamo visto tutti. Salvo che uno Stato centrale rinunci a esser Stato centrale acconsentendo che le sue regionalità diventino piccoli staterelli, non può che reagire impedendo che un processo del genere avvenga dal basso in una maniera non controllata e non regolata in modo da non creare dei conflitti di competenza e tra Regioni. Dunque non è un opposizione di principio al fatto che le Regioni possano avere autonomia, è il modo in cui si vuole fare in questa fase storica in Italia dove è sbagliato il principio della ripicca rispetto altre Regioni e dove, non essendoci nulla di regolato a livello generale esploderebbe un fenomeno caotico in cui chi è più forte, chi ha più potere in Parlamento riesce ad affermare e ad aver più competenza rispetto ad altri, dove l’altra faccia della medaglia – mi trattengo per gestire queste competenze i soldi che io ricavo dalle imposte che vengono pagare alla Regione – il risultato finale è che lo Stato centrale si sfascia o rischia comunque di esser una cassa di compensazione di conflitti di interessi tra le Regioni da cui si rischia di non uscirne più. Prima di fare questo passo io penso che dovremmo pensarci molto bene.

Mi sovviene di dire che l’ Italia come nazione è nata molto più tardi rispetto altri Paesi europei. La storia ci ha spesso detto del punto debole del Paese dovuto al fatto di esser divisa in tanti piccoli staterelli. Vogliamo davvero tornare all’ Italia di tanti piccoli Stati ? Ci troveremmo a discutere anche un’altra questione della lingua?

Antonella Soddu

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