sabato, 19 Ottobre, 2019

Autonomia regionale, si apre un nuovo fronte nel governo

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Si apre un nuovo fronte polemico nell’esecutivo gialloverde guidato dal premier Conte. Dopo la questione Tav non ancora risolta (è stata rimandata la decisione finale alle prossime settimane, probabilmente dopo le europee, con il semplice obiettivo di prendere tempo), si abbatte sul governo la tegola dell’autonomia regionale differenziata richiesta a gran voce dalle regioni leghiste, Veneto e Lombardia, e dall’Emilia-Romagna guidata da Bonaccini del Pd.

A sorpresa, nonostante s’immaginasse un nuovo rinvio, la ministra agli Affari regionali e autonomie, Erika Stefani ha annunciato che oggi pomeriggio, presenterà in Consiglio dei Ministri le bozze sull’autonomia per le intese con le Regioni interessate. La ministra, in quota Lega, ha assicurato che non ci sarà un ulteriore rinvio: “Nessuno slittamento, i testi sono pronti. Restano dei nodi politici sui quali discutere”.

I nodi politici, di cui parla la Stefani, riguardano le attribuzioni delle competenze esclusive in capo alle Regioni e, la più rilevante, autonomia finanziaria. Per quel che riguarda le competenze, occorre ricordare come la riforma del Titolo V con la legge costituzionale n. 3/2001 abbia rimodulato la legislazione esclusiva dello Stato, stabilito una miriade di materie di legislazione concorrente Stato/Regione e le competenze esclusive della Regione.

Dopo quasi vent’anni dall’approvazione e dal referendum successivo, si può pacificamente osservare che le materie concorrenti sono troppe e spesso il riparto delle competenze risulta confuso e contraddittorio.

Per questi motivi alcune regioni del Nord spingono per avere maggiore autonomia finanziaria corredata a più ampi poteri. Infatti, le bozze dei testi sulle autonomie prevedono “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni a statuto ordinario” su ventitré materie, tra le quali spiccano: tutela della salute, istruzione, commercio con l’estero e protezione civile.

Nelle bozze di accordo si è spinto l’acceleratore sul tema dell’autonomia finanziaria, prevedendo una clausola di garanzia per trattenere una parte del gettito Irpef che oggi viene girato totalmente allo Stato. Nel caso in cui vi fosse una diminuzione delle tasse, la quota trattenuta nelle Regioni aumenterà. Se invece le tasse dovessero aumentare questa clausola non vale: il maggior gettito realizzato resterà nei propri territori.

Tuttavia, i pareri dei tecnici del Ministero dell’Economia e delle Finanze richiamano alla necessità che i tributi erariali, quali l’Irap e l’addizionale Irpef, rimangano «di competenza statale esclusiva», senza che le Regioni possano controllarne il gettito.

Diverse le reazioni politiche, attorno ad un tema che nei prossimi mesi dividerà sempre più i partiti della maggioranza di governo nel tentativo di trovare una mediazione su un tema molto caro alla Lega e ai governatori del Nord.

Dalla compagine grillina, si manifestano seri dubbi in merito al mantenimento dei livelli di prestazioni essenziali e rispetto all’armonia delle legislazioni regionali con i principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato.

Il governatore dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, ha parlato “di forti resistenze in alcuni ministeri. Con alcuni è stato impossibile il confronto perché non si sono neanche presentati agli incontri”.

Lo stesso governatore del Veneto, Luca Zaia, da giorni ripete che se l’intesa non dovesse essere accettabile «non firmerà», trasformando passaggi tecnici in nodi politici che saranno sciolti dal Presidente del Consiglio.

«Anche se rafforzeremo l’autonomia di alcune regioni», ha detto Conte, «lo faremo in modo ragionevole e razionale per preservare la coesione nazionale» senza sottrarre risorse alle Regioni meridionali.

I governatori del Sud hanno fatto sentire la loro contrarietà rispetto alla bozza di autonomia regionale. Per Vincenzo De Luca, governatore della Campania “faremo di tutto per bloccare il processo dell’autonomia differenziata. Siamo pronti al ricorso alla Corte Costituzionale, alla mobilitazione sociale e alla lotta perché si decide il destino dell’unità nazionale e del Sud. Siamo pronti al confronto in nome di un Sud che accetta la sfida delle efficienze e del rigore amministrativo. Siamo contrari alla rottura della solidarietà e dell’unità nazionale, valori imprescindibili”.

Il governatore della Sicilia, Nello Musumeci, a proposito dichiara: “abbiamo norme che da settantadue anni devono essere applicate (art. 37 dello Statuto siciliano). Occorre rispettare la Costituzione che prevede un’Italia unica e indivisibile. La trattativa tra le Regioni del Nord e lo Stato è stata condotta sottotraccia, come se fosse una questione limitata alle sole regioni settentrionali, senza mai parlare di un fondo perequativo, infrastrutturale e fiscale. Va difeso il Sistema Italia altro che dualismo”.

Dunque, oggi il ministro Stefani, presenterà in Consiglio dei ministri le tre bozze di intesa, una per ciascuna delle Regioni che ha chiesto maggiori competenze.

Il Consiglio dei ministri dovrebbe autorizzare il premier Giuseppe Conte a firmare le intese. Ma prima che questo avvenga, il Presidente del Consiglio aprirà un ulteriore confronto con i tre governatori per giungere, a marzo, alla firma e trasmettere alle Camere i tre disegni di legge per recepire i contenuti degli accordi.

Paolo D’Aleo

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