venerdì, 21 Febbraio, 2020

Banane e Tavecchio

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Non mi stupisco, avendogli parlato, della scivolata di Tavecchio sulla buccia di banana. Parlare di un giocatore che proviene dall’Africa e accennare a quel frutto è usuale in chi usa un gergo da caffè brianzolo. Tavecchio è stato anche sindaco democristiano di un piccolo comune lombardo, Ponte Lambro, in provincia di Como, e si vanta di essere stato il primo a creare una giunta Dc-Pci. La cosa per noi non è particolarmente esaltante. Per lui è un chiaro accenno alla possibile condivisione politica col governo attuale e il suo presidente del Consiglio. El siur Tavecchio parla così, pirla di qua e di là. Se fosse stato Dani Alves quella banana l’avrebbe mangiata anche lui, ma solo se era Cichita. Mica male, dai. Prodotto garantito. Che se poi vieni a Como ti fa assaggiare anche un risotto da matti. Perché Tavecchio è un tipo generoso. Quando sono andato a trovarlo mi ha subito gratificato con un omaggio. Roba buona, roba garantita. Magari il presidente lo farebbe anche bene, come tutti quelli che provengono dal basso.

I suoi handicap sono due. Il primo, perfino ovvio, è che non ha lo stile. Parlo di uno stile minimo di rappresentanza. Se vi aggiungiamo anche il buon Macalli, che potrebbe essere destinato alla vice presidenza, un altro che parla lombardo stretto con quelle U francesizzanti, nativo di Crema, e che ha invitato Agnelli ad andare a lavorare al tornio (sic), il quadro è fatto. Un binomio senza grammatica. In una società della comunicazione. Potrebbe essere di aiuto ai due l’altro possibile candidato alla vice, Lotito, che conosce il latino e ne fa sfoggio. Un trio dal linguaggio classico-dialettale. Dai, difficile da giustificare, banana o lamponi. Ma il secondo handicap è anche più devastante. Tavecchio ha l’appoggio di tutta l’alta burocrazia sportiva. A suo favore ci sono Carraro e Matarrese, iscritti da bambini alla presidenza della Figc, Berretta e Abodi, presidenti delle Leghe di A e di B, Macalli, presidente di Lagapro. E potremmo continuare. Cioè tutti coloro che hanno comandato fino ad adesso. Come se non fosse accaduto nulla, come se il calcio italiano non vivesse la crisi forse più catastrofica della sua storia, con un concentrato di pesanti negatività: due eliminazioni ai Mondiali, nessuna squadra da quattro anni in finale in una Coppa europea, le normative di sicurezza più assurde, il tifo degli ultras più violento, gli stadi più vecchi, il  pubblico che li diserta.

Bisognerebbe voltare pagina. Dico la verità, a me non convince neppure Demetrio Albertini. Non conosco un solo addetto ai lavori che abbia fatto bene nel suo settore. Nei teatri sono falliti i sovraintendenti musicisti e registi, nei governi e nelle amministrazioni locali i peggiori sono stati i tecnici. Dubito che l’ex calciatore Albertini possa fare bene in quella giungla di animali feroci e di vecchie volpi. Io giocherei un nome nuovo ed esterno, un personaggio che conosce lo sport e che ne ha sperimentato la gestione. Un nome come quello di Mario Sconcerti, ad esempio, ottimo comunicatore, profondo conoscitore del mondo sportivo, già gestore di società. Anche la Gazzetta dello sport di oggi, con un fondo firmato dal suo direttore Monti, ha chiesto a Tavecchio di fare un passo indietro. Non so se il passo verrà fatto. O se verranno fatte spallucce. Credo che Tavecchio vorrà restare candidato in nome dell’autonomia dello sport. E anche della pubblicità delle banane.

 

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