sabato, 22 Febbraio, 2020

QUESTIONE DI CREDITO

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Il governo ha approvato un decreto per salvare la Banca Popolare di Bari. Sono 900 i milioni di euro che l’esecutivo, in base al decreto, metterà a disposizione per evitare il crack dell’istituto di credito tramite Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa del ministero dell’Economia, per finanziare Mediocredito Centrale (una banca controllata dal ministero dell’Economia) che poi li verserà alla Banca Popolare di Bari per comprarne delle quote.

Un’eventuale liquidazione della Banca Popolare di Bari, avrebbe “rilevanti ricadute” su economia e risparmio locale, per non parlare di un possibile “effetto contagio” a causa di una crisi di fiducia in altre piccole banche del territorio. Queste le valutazioni presenti in un documento di Bankitalia in cui si ricostruiscono le tappe della vicenda dell’istituto pugliese. Bankitalia si difende anche dalle accuse di omesso controllo sottolineando che il Governo sapeva della gravità della situazione da febbraio, e spiega perché il salvataggio era inevitabile. In una lunga nota, Bankitalia ripercorre la cronistoria della Popolare di Bari dal 2010 a oggi. A inizio 2019 fissa l’ultimo stallo gestionale, a febbraio 2019 la comunicazione al Governo gialloverde della gravità della situazione.

“Il gioco allo scarico delle responsabilità su ciò che sta accadendo alla Banca popolare di Bari – ha detto il segretario del Psi, Enzo Maraio, parlando a margine di una iniziativa politica a Matera – non solo non è utile ma, in queste ore di difficoltà patrimoniali ed economiche, è persino dannoso. Deve essere chiaro – ha aggiunto – che la priorità ora è la tutela dei risparmiatori e dei correntisti. Il governo deve affrontare questo momento con estrema responsabilità e la nazionalizzazione è un’ipotesi da scongiurare. È necessario fare presto con il salvataggio perché non è questo il momento opportuno per consumare processi che hanno ben altra tempistica perché più passa il tempo e più diviene difficile rimettere in sesto un’azienda dal punto di vista industriale, seppur beneficiaria di un intervento pubblico”

Maraio ha poi auspicato che “il governo affronti la questione più complessiva del credito in Italia, per porre le basi di una politica industriale nel settore del credito che affronti il tema della desertificazione bancaria in alcune aree del paese, ragionando sulla creazione di un polo bancario del mezzogiorno. Il futuro sviluppo economico dell’Italia non potrà che passare attraverso l’adozione di politiche industriali autorevoli e realizzabili negli ambiti più importanti del nostro paese, come il credito, la siderurgia e l’automotive. I socialisti – conclude Maraio- continueranno a lottare affinché il nostro paese possa competere alla pari con le economie più avanzate”.

Intanto in queste ore la manovra è ferma al Senato bloccata dal Presidente Casellati in seguito allo scontro nato sul giudizio di inammissibilità espresso dallo stesso Presidente sulle norme sulla cosiddetta liberalizzazione della cannabis light. Due esponenti del M5S hanno chiesto alla presidente Elisabetta Casellati di dimostrare che la scelta non sia stata frutto della “pressione della sua parte politica”. Il presidente ha replicato spiegando che è stata una “decisione meramente tecnica”, aggiungendo: “Se ritenete questa misura importante per la maggioranza fatevi un disegno di legge”.

E proprio sulle risorse necessarie alla manovra per rilanciare il Paese, interviene il vicesegretario del Psi Vincenzo Iacovissi prendendo spunto dal rapporto dell’Istat di oggi in cui si sottolinea il grandissimo patrimonio umano a cui ogni anno l’Italia rinuncia nel momento in cui non riesce a fermare l’esodo di giovani laureati italiani costretti a trasferirsi all’estero per cercare lavoro. “In dieci anni – sottolinea Iacovissi – circa un milione di italiani è fuggito all’estero in cerca di lavoro. Sembra un esodo di guerra, purtroppo è una triste realtà”. “Il rapporto – continua Iacovissi – evidenzia come i 3/4 degli 816 mila italiani che dal 2009 hanno lasciato l’Italia abbiano un’età superiore ai 25 anni e un livello di istruzione medio-alto. Ciò vuol dire che emigrano soprattutto giovani con formazione universitaria, alla ricerca di una collocazione professionale idonea ai propri studi. Se aggiungiamo che anche quelli che restano in Italia spesso svolgono lavori di livello molto inferiore al proprio titolo di istruzione abbiamo l’implacabile fotografia di un Paese che non è capace di offrire opportunità ai propri talenti. Inoltre un esodo così massiccio impoverisce le prospettive nazionali di crescita in termini di competitività ed innovazione, creando un danno per tutti, residenti e non”.

“Non possiamo più restare indifferenti rispetto a questo fenomeno – conclude il vice segretario del Partito socialista italiano – perché dinanzi ad un saldo migratorio così negativo serve una scossa. Il governo agisca tempestivamente investendo su percorsi di inserimento professionale diversi dal semplice assistenzialismo, sulla ricerca di livello specialistico e introduca meccanismi premianti per i lavoratori in possesso di titoli di studio elevati. Solo così si potrà tentare di arginare l’emorragia e non privare il Paese delle sue migliori energie, prima che sia troppo tardi”.

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