venerdì, 7 Agosto, 2020

BCE FAVOREVOLE AGLI EUROBOND

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Mentre nell’Ue continua il braccio di ferro su Eurobond si e no, le somme stanziate in Italia per la lotta all’emergenza coronavirus sono insufficienti ed inefficaci. Inoltre, le diatribe esistenti nell’Ue allontanano le tempistiche di intervento emergenziale. Il commissario Paolo Gentiloni, alla trasmissione Circo Massimo, ha detto: “Se capovolgiamo la discussione da Mes e Coronabond sugli obiettivi e come finanziarli sono positivo che la strada per trovare un’intesa si può trovare. La divisione in Ue può essere superata se partiamo dagli obiettivi comuni che dobbiamo finanziare. Sono fiducioso che una via di condivisione si possa trovare e penso che bisogna farlo inevitabilmente in un dialogo con la Germania senza di cui non riusciamo a trovare un compromesso.

Per Gentiloni: “La discussione tra gli Stati Ue è legittima ma non è adeguata alla fase che viviamo perché non dà soluzioni. Penso che si debba fare tutti gli sforzi perché lo stallo sia superato, con l’accortezza di non sottovalutare le decisioni che ha preso la Bce. Credo che bisogna scommettere ancora che alla fine, soprattutto da parte della Germania, si arrivi a una comprensione della nuova situazione”.

Secondo Gentiloni: “L’emissione di bond genericamente per mutualizzare il debito non verrà mai accettata, quindi bisogna finalizzarla ad una missione, che può essere quella di finanziare gli obiettivi comuni come affrontare l’emergenza sanitaria, creare un nuovo strumento di garanzia per la disoccupazione e un piano per il sostegno alle imprese”.

Il commissario Gentiloni ha anche aggiunto: “Il Mes non è la Spectre, è uno strumento condiviso, la discussione è sulle condizionalità, e si parla di alleggerirle ma non sono molto ottimista nemmeno su questa, perciò meglio spostare la discussione su quali obiettivi finanziare e poi decidere come. Fare da soli non possiamo permettercelo, così come nessun Paese può. Paesi più forti e più deboli sono accomunati dal fatto che il livello di integrazione ha dato una dimensione delle garanzie ma anche una capacità di export al nostro sistema di imprese che nessuno può permettersi di perdere. Penso che di quello che fa l’Italia dobbiamo essere orgogliosi. Non ci dimentichiamo che siamo stati costretti a fare da apripista non solo in campo sanitario ma economico e che abbiamo preso decisioni poi seguite dalla maggioranza degli Stati occidentali. Abbiamo reagito in modo esemplare”.

Il vice presidente della Bce, Luis de Guindos, alla radio spagnola Cope, ha dichiarato: “Sono a favore dei coronabond. Si tratta di una pandemia che avrà ripercussioni su tutti. Questa crisi, innescata dal coronavirus, è completamente diversa da quelle del 2008-2009-2010”.

Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, su Rai1, ha detto: “Sicuramente siamo di fronte alla più difficile trattativa che l’Italia abbia mai portato avanti a livello Ue. Se Roma alza la voce non è perché siamo antieuropeisti o per arroganza. L’Italia non ha colpa di questa pandemia, e deve poter spendere tutto ciò che è necessario per aiutare il suo popolo”.

Ma, la Confesercenti in una nota ha lanciato un allarme: “Le aziende italiane sono ormai senza liquidità: il lockdown disposto per contenere i contagi ha portato a una caduta dei ricavi quantificabile in circa 18 miliardi di euro, di cui 11,5 miliardi a carico delle imprese del commercio, del turismo e della ristorazione. Per arginare questo shock è necessario agire sulla leva del credito, ma i meccanismi di agevolazione ai prestiti messi in campo dal Cura Italia non stanno funzionando. L’emergenza sanitaria da coronavirus è arrivata in una situazione già difficile: solo lo scorso anno, lo stock dei prestiti alle imprese è diminuito di circa 16 miliardi di euro. E il prosciugamento della liquidità causato dal lockdown è destinato a peggiorare: già adesso, su base annua, è plausibile attendersi una contrazione dei consumi delle famiglie di circa 30 miliardi di euro”.

La presidente di Confcommercio, Patrizia De Luisa, ha commentato: “La sospensione delle attività è necessaria per vincere il contagio, e la salute pubblica rimane la priorità. Occorre però sostenere le imprese con un’iniezione rilevante di liquidità, per permettere loro di far fronte all’azzeramento dei ricavi e agli obblighi nei confronti di fornitori e dipendenti. Purtroppo, nonostante il Cura Italia abbia messo a disposizione misure per favorire l’accesso ai prestiti, troppe imprese non riescono ad ottenere risposte positive dagli istituti di credito. E anche le banche disponibili si stanno scontrando con un eccesso di burocrazia che, di fatto, impedisce loro di utilizzare gli strumenti messi a disposizione con il decreto. Imprese ed autonomi sono allo stremo. Bisogna dare fiato alle imprese per aiutare anche chi lavora. Servono soluzioni concrete: chiediamo all’Abi un impegno per sbloccare la situazione. Al governo chiediamo invece di garantire l’attuazione delle misure adottate, ma anche di trovare ulteriori soluzioni per facilitare e velocizzare l’accesso alla liquidità delle imprese. A partire dalle garanzie: è urgente sbloccare subito la piena potenzialità del Fondo Centrale, superando i limiti imposti dal regolamento europeo ‘de minimis’ sugli aiuti di Stato. L’Unione europea si è già pronunciata favorevolmente sulla possibilità: l’esecutivo deve solo notificare la decisione. È un intervento necessario, altrimenti molte imprese saranno tagliate fuori dai benefici introdotti con il Cura Italia”.

Lentamente si vanno delineando i contorni dell’ordinanza per la cosiddetta “solidarietà alimentare” con cui il governo punta a venire incontro alle famiglie più un difficoltà per la pandemia di coronavirus.
Le misure più importanti riguardano i buoni spesa, la consegna di pacchi di cibo da parte dei volontari e le donazioni dei privati.
Il provvedimento è stato firmato domenica sera dal capo della Protezione Civile Angelo Borrelli: prevede lo stanziamento di 400 milioni ai comuni per distribuire aiuti alimentari a chi ne avesse bisogno. Una quota pari all’80% del totale per complessivi 320 milioni è ripartita in proporzione alla popolazione residente di ciascun comune. Il restante 20% per complessivi 80 milioni è ripartita in base alla distanza tra il valore del reddito pro capite di ciascun comune e il valore medio nazionale ponderata per la rispettiva popolazione.
C’è da definire il valore dei buoni spesa e i criteri di ripartizione tra le famiglie che saranno individuate dai servizi sociali dando priorità a quelle che non percepiscono “un sostegno pubblico” come il reddito di cittadinanza o d’inclusione.
L’esecutivo ha messo a punto i contorni nell’iniziativa trattando per tutto il giorno con l’Anci che peraltro ha avvertito che i 400 milioni messi sul piatto per gli ottomila comuni italiani potranno bastare al massimo fino a metà aprile.

Il capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli, ha spiegato: “C’è un contributo che viene dato ai Comuni e la possibilità di aggiungere donazioni per la solidarietà, si tratta di buoni spesa per derrate alimentari e la gestione sarà a cura dei servizi sociali”.
I fondi potranno essere usati dai Comuni come buoni spesa per l’acquisto di generi alimentari presso una serie di esercizi commerciali convenzionati oppure per comprare direttamente alimenti e prodotti di prima necessità.
Alcune catene di supermercati, come la Coop, hanno già aderito all’appello del premier, Giuseppe Conte, per aggiungere un ulteriore sconto per chi paga con questi buoni spesa. La Coop ha fatto sapere: “Chiediamo l’apertura di un tavolo di lavoro con i soggetti interessati dove definire misure applicative in tempi rapidi e omogenee su tutto il territorio nazionale”.
L’altro elemento su cui punta il governo sono le donazioni dei privati di singoli cittadini e produttori. Altro aspetto aleatorio e difficilmente controllabile dallo Stato.
Davanti alla catastrofe della pandemia, il dopoguerra viene evocato da molti come esempio di una difficile ma possibile ripartenza, di una collettiva riscossa. Ma il paragone non convince Emanuele Macaluso, e lo dice con la sua tagliente immediatezza: “Tra la situazione di oggi e il dopoguerra non vedo similitudini. Allora c’era speranza, oggi no”.

Il dopoguerra Macaluso lo visse con la forza della gioventù, con animo di partecipazione alla rinascita del Paese. In un’intervista fatta dall’AGI, il senatore Macaluso ha detto: “Il mio primo lavoro a vent’anni era quello di levare le macerie da una scuola che era stata annientata. C’era stata la liberazione, la guerra finiva, e si sapeva perché c’era stata, perché il fascismo l’aveva scatenata, e perché finiva. Oggi non si sa nulla. Oggi sembra che non ci sia un perché”.
Lo storico dirigente del Pci, parlamentare per sette legislature fino al 1992, nei suoi 96 anni di memoria non trova nulla di comparabile alla crisi del coronavirus che sta sconvolgendo il mondo, affermando: “A differenza del dopoguerra, afferma, questa è una tragedia che si vive individualmente oltre che collettivamente. Il dopoguerra era pieno di speranza, c’erano i grandi partiti, i sindacati, il popolo si organizzava per dare soluzione ai problemi, ci fu uno spirito di iniziativa comune per la ricostruzione. Oggi è diverso”.
E’ diversa anche la fame, che comincia a proiettare la sua ombra grama con i primi segni di sofferenza, di esasperazione, degli abitanti di una grande città del Sud come Palermo, dove gli affamati non più in grado di comprarsi da mangiare hanno razziato un grande supermercato. Il Papa oggi ha detto che questo è l’inizio del dopo. E Macaluso è d’accordo. “Non sono credente, ma questo Papa ha il dato, il senso di cosa veramente il nostro Paese sta vivendo. L’immagine del Papa in una piazza San Pietro deserta diceva tutto della tragedia che il Paese sta attraversando”. E qui Macaluso riprende a parlare della fame con i suoi ricordi: “Nel dopoguerra c’era l’assalto ai magazzini dell’esercito. La la gente andava a prendersi olio, formaggio, scatolette. Oggi la fame porta disperazione. Bisogna stare molto attenti. Nella Palermo di quei giorni, era il 19 ottobre del 1944, l’esercito sparò contro la folla che chiedeva cibo e lavoro. Fu la “strage del pane”: 24 persone caddero uccise sul selciato di via Maqueda, davanti alla sede della Prefettura, e si contarono 158 feriti. Una cosa barbara e simbolica. Nel nostro Paese le stragi di poveri, di lavoratori, sono state all’ordine del giorno. Oggi non credo che ci siano le condizioni perché si verifichino queste cose, c’è una maggiore maturità e le istituzioni non sono quelle ereditate dal fascismo. Ma si tratta di vedere se le istituzioni, chi ha comunque e dovunque una responsabilità, sapranno capire la situazione che stiamo vivendo”.

Il lucido scetticismo di Macaluso sulla capacità di risposta della politica si estende anche all’Europa: “Sono stato sempre europeista, ma oggi, purtroppo, non vedo le condizioni per cui l’Europa abbia uno scatto. Io non dispero, ma a questo punto per l’Europa è essere o non essere. Penso però che non ci siano forza e capacità per arrivare a una solidarietà. Qualcosa si vede. Per esempio, la Germania ha ospitato malati italiani. Ecco, ci deve essere mutualità non solo dei popoli ma dei governi”.
Il problema, secondo Macaluso, non è tanto nell’assenza di leader ma nell’assenza di organizzazioni di massa: “Mancano i grandi partiti, le grandi forze che rappresentavano gran parte del popolo, il Pci, il Psi, la Dc. Oggi le forze politiche sono fragili, non hanno una vera dimensione popolare. Ci vorrebbero grandi partiti, perché quando ci sono grandi partiti ci sono grandi leader”.
La preoccupazione maggiore di Macaluso è per l’economia: “Si porranno questioni terribili. Il commercio è spento, le fabbriche sono chiuse, anche giustamente per proteggere gli operai. In quale stato di prostrazione si troverà l’economia?”, si chiede Macaluso, convinto che per la ripresa ci vorrà ancora tempo. “Renzi propone di riaprire prima di Pasqua? Le solite chiacchiere. Tutti vogliono riaprire, imprenditori e lavoratori, ma questo dipende dalle condizioni. Io ho fiducia nel sindacato e negli imprenditori che hanno costruito qualcosa che non vogliono perdere. L’iniziativa per la ripresa sarà delle masse lavoratrici, dei sindacati e degli imprenditori”.
Dunque, sono diverse e ben motivate le preoccupazioni esistenti, ma anche le modalità di intervento sono criticabili perché fatti con criteri che non corrispondono all’applicazione del concetto di giustizia sociale. Far presentare un cittadino bisognoso al supermercato con un buono spesa lo fa distinguere nella sua povertà rispetto ad altri cittadini. Vengono violati i principi di dignità umana e di privacy. Chi già si trova in una condizione di bisogno economico è sostenuto dai provvedimenti assistenziali già previsti e quindi escluso dall’emergenza coronavirus. Infatti, l’emergenza del coronavirus pone i problemi di povertà in crescita per i provvedimenti di chiusura delle attività per i problemi di tutela pubblica della salute. Sono queste le persone da assistere: lavoratori dipendenti ed autonomi che potrebbero essere accreditati direttamente dallo Stato tramite Inps non in misura totale e non parziale. Infatti, è facilmente dimostrabile per il lavoro dipendente il salario netto percepito dall’attività lavorativa e che dovrebbe venire risarcito interamente in modo diretto od indiretto attraverso il datore di lavoro. Mentre per i lavoratori autonomi ed i piccoli imprenditori basterebbe calcolare i dietimi per i giorni di inattività prendendo per base l’ultima dichiarazione dei redditi e provvedendo in tempi brevi agli accrediti in conto. Gli strumenti di controllo e di operatività sarebbero semplici e facilmente verificabili. Invece, i meccanismi di intervento che si stanno mettendo in atto sono aleatori ed i marchingegni per far affluire la liquidità nelle tasche dei bisognosi presentano incomprensibili lungaggini che alimentano la disperazione sociale e umana di molti. Poi, per quanto riguarda le facilitazioni creditizie, si potrebbe procedere con una linea di credito aggiuntiva creata ad oc per l’emergenza del coronavirus in cui gli imprenditori possano dimostrare l’esigenza di liquidità aggiuntiva per il fermo delle attività con interessi a carico dello Stato e quindi interessi zero per gli imprenditori. Questo consentirebbe l’erogazione della liquidità necessaria agli imprenditori con minori oneri a carico dello Stato.

 

Salvatore Rondello

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