sabato, 20 Luglio, 2019

Belle arti con brivido nel libro di Michaela Amelio

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“Nel 2000 lavoravo nel cantiere di San Carlo a Roma. Alcuni ambienti della Chiesa erano aperti e così entrai nella Sala Sant’Ambrogio, attigua alla Cappella, sull’altarino, dedicato alla Confraternita di Sant’Ambrogio e San Carlo, vidi questa opera meravigliosa, in cui era rappresentato Gesù con due bambini, non essendoci una firma pensai subito ad un Guido Reni, era chiaramente ascrivibile al 1600 e ad una grande mano, purtroppo si trovava in uno stato di conservazione mediocre, con un taglio di 15 cm nella zona alta a destra e centrale. Successivamente, nel 2002/2003, mi fu commissionato da Monsignor Raffaello Martinelli (a lui si deve il recupero di importanti dipinti di proprietà della Casa di San Carlo, attaccata alla basilica) il restauro di altre tele, ad certo punto, però, mi riportò nella stessa sala chiedendomi se ci fosse qualche altra opera della quale avrei desiderato occuparmi, così mi sbrigai a dire ‘Quella!”.

Il monsignore mi raccontò che l’aveva trovata in magazzino, danneggiata, ma essendo un amante e conoscitore del bello, aveva deciso ugualmente di posizionarla sull’altare, pur non conoscendone l’autore, dal momento che era stata foderata”, racconta Michaela Amelio (esperta in restauro conservativo ed estetico) parlando del suo libro dal titolo “La vera storia del dipinto: lasciate che i pargoli vengano a me” edito da Albatros e in uscita. Michaela continua il suo racconto spiegando che il quadro venne portato nel suo studio, ma durante la fase di sfoderatura (la fodera era ugualmente malconcia e databile fine Ottocento e primi Novecento) apparve una grande scritta con pigmento ad olio che non lasciava dubbi, l’opera era della grande Artemizia Gentileschi, Roma 1626 . Alla identificazione e provenienza della stessa contribuirà un altro incontro fortuito. Padre Stefano De Fiores fa visita a Michaela e la vede al lavoro, dopo qualche giorno torna con un Catalogo del Metropolitan Museum di New York nel quale è pubblicata proprio l’immagine di quel quadro, erroneamente attribuito (forse a causa della foderatura) ad un altro artista del 1600 e cioè a Pacecco De Rosa. E questo nonostante l’evidente diversità dell’uso dei colori caldi e pieni del De Rosa, rispetto a quelli freddi e contrapposti in Artemisia. Al de Rosa va attribuita invece una copia realizzata nel 1637.

Una scoperta che non fu comunicata alla Soprintendenza dalla Amelio (d’altra parte non era suo compito) ma inserita nel curriculum, che arrivò sui tavoli della direttrice Rossella Vodret (ora in pensione). La Vodret sobbalzò a sua volta, da anni cercava quel dipinto in quanto rappresentava l’ultimo tassello per poter chiudere la produzione romana della Gentileschi.
Tutta questa incredibile vicenda è raccontata nel libro della Amelio.

Nel 2005 la Vodret farà un sopralluogo presso la Chiesa e invierà alla senatrice Ida D’Ippolito la richiesta di poter organizzare una mostra in Senato, per la sicura attribuzione del quadro alla Gentileschi e in quanto opera di grande interesse “rifacendosi ad una iconografia inusuale e ancora in stadio di studio”.

Una mostra però mai realizzata. Successivamente la Soprintendenza ne organizzerà solamente due, una a Pisa nel 2013 e l’altra a Roma nel 2017, ma, per un qualche disguido, sui cataloghi verrà sbagliata la datazione dell’opera (1629/1630 anziché 1626), e non sarà indicata l’attribuzione della scoperta.

Sono numerosi gli interrogativi che scaturiscono da questa vicenda, ipotesi al momento tutte senza risposta: su come la tela sia arrivata a New York (probabilmente, spiega la restauratrice, seguendo il percorso di altre analoghe opere d’arte, trafugate, ricoperte, occultate e addirittura tagliate, una sorte toccata anche a Caravaggio); su come sia stato possibile sbagliare sia datazione che autore, infine su come sia tornata a Roma, finita (come donazione) nella Casa di San Carlo e qui dimenticata in un magazzino. Ma riflessioni nascono anche dalla foderatura (la firma fu ricoperta a causa delle condizioni di stato precarie, oppure allo scopo di occultare il nome della Gentileschi, dal momento che la tela poteva risultare difficilmente vendibile, considerando l’inestimabile valore!).

“Finalità del libro – conclude la Amelio – è fornire la giusta documentazione sulla scoperta e sulle modalità di restauro”, ma senz’altro questo breve saggio rappresenta una occasione per riflettere sul nostro grande patrimonio e soprattutto sulla tutela e valorizzazione dei nostri beni culturali ed artistici.

Maria Grazia Di Mario

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