giovedì, 1 Ottobre, 2020

Benedetto Croce e il “Tengo famiglia” dei docenti universitari che prestarono giuramento di fedeltà al fascismo

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In una pagina degli Scritti e discorsi politici di Benedetto Croce (quelli editi in due volumi da Laterza nel classico color rosso mattone), attraversati dall’angoscia del filosofo per il futuro dell’Italia, devastata dalle macerie materiali e morali prodotte dalla Seconda guerra mondiale, si legge una lettera del filosofo del 18 settembre 1933, indirizzata allo storico Francesco Ercole, ministro dell’Educazione nazionale nel Governo fascista dal 1932 al 1935. Qui Croce, dopo avere lamentato “una insistente vessazione” contro la sua persona e i suoi scritti, come il Breviario di estetica, cancellato dall’elenco dei testi ammessi nelle scuole, si chiedeva: “Perché, dunque, tutto ciò? L’E.V. dirà perché io sono di coloro che tengono opinione diversa da quella del presente regime politico. È vero: io sono stato e sono oppositore aperto di esso e, potrei aggiungere, leale, avendo resistito sin dall’inizio alle sollecitazioni di coloro, tra i quali sono alti luminari del regime, che volevano che io mi unissi con essi per fare, come dicevano, l’’opposizione dall’interno’ della compagine, e promuoverne la riforma o la dissoluzione. Io non ho mai scherzato coi giuramenti che si prestano. Ma la politica è un conto, e la filosofia, l’estetica, la storiografia, le indagini di storia meridionale sono un altro”. Qualche giorno dopo, il 21 settembre 1933 veniva emanato il decreto “Provvedimenti per le Accademie, gli Istituti e le Associazioni di scienze, di lettere ed arti” che prescriveva, fra l’altro, a tutti i membri di dette Accademie ecc., un giuramento di fedeltà al fascismo. In quell’occasione Croce, accademico dei Lincei e presidente dell’Accademia di scienze sociali a Napoli, coerente con i suoi convincimenti, non prestò alcun giuramento e al commissario onorevole Giunio Salvi il 14 giugno 1934 dichiarò: “Qualsiasi giuramento di carattere politico contrasta – né già a mio avviso personale, ma nella realtà stessa delle cose – con la dignità e l’ufficio accademico, il cui unico segno è la libera e spregiudicata indagine del vero, che considera la politica stessa come una materia tra le altre tutte sottoposte al suo esame”. Facciamo un passo indietro e torniamo al 1931, rimanendo sul tema del giuramento di fedeltà al fascismo. Il 1° novembre di quell’anno entrò in vigore il provvedimento che imponeva l’obbligo del giuramento ai docenti universitari di ruolo e incaricati, e in seguito anche ai liberi docenti. Detto provvedimento provocò disorientamento non solo tra i professori antifascisti, ma anche tra coloro che ritenevano essenziale all’esercizio della loro funzione una piena autonomia intellettuale. Non furono pochi, inoltre, quelli che si posero il problema economico di come sopravvivere senza stipendio, perché rifiutare il giuramento avrebbe comportato la perdita del posto e il rischio concreto di cadere in miseria. Come il pedagogista Giuseppe Lombardo Radice che allo storico Gaetano De Sanctis confessava: “Coprirò di vergogna tutta la mia opera di scrittore, ma non posso mettere sul lastrico i miei figlioli giovinetti”; o lo storico della Chiesa e del Risorgimento Adolfo Omodeo, angosciato “al pensiero che non sarebbe stato più in grado di pagare gli studi ai figli”. Soffocata ogni voce libera nelle carceri o costretta a stare in esilio, diversi accademici prima di decidersi, con grave sacrificio della coscienza, “a prestare ubbidienza all’inevitabile”, come disse Luigi Einaudi, chiesero consiglio a Benedetto Croce, il più prestigioso oppositore a piede libero del regime. A tutti quelli che richiesero il suo parere, il filosofo suggerì di prestare l’odioso giuramento per rimanere nelle università e “continuare il filo dell’insegnamento secondo l’idea di libertà”. Fu così che, senza dimenticare il valore del gesto dei pochi professori che rifiutarono di piegarsi alle direttive del fascismo e alle sue velleità culturali e istituzionali, molti giovani fra il 1931 e il 1943 ebbero la fortuna di avere in cattedra maestri illustri per sapere e animo libero come Piero Calamandrei, Guido De Ruggiero, Concetto Marchesi, Guido Calogero, Arturo Carlo Jemolo ecc. E tuttavia non si può tacere che Croce, schivando per sé la pratica del dissimulare e invitando invece tanti professori alla scelta dissimulatrice, giustificata dal nobile scopo di non fare cadere le cattedre nelle mani degli avventurieri pronti ad avvelenare le menti degli studenti, contribuì a testimoniare, senza volerlo, la “liberalità” del fascismo, nascondendone la dittatura culturale, oltre che economica e politica.

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