venerdì, 23 Agosto, 2019

Bertrand Badré. La finanza e la salvezza del mondo

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Un ex direttore generale della World Bank, il francese Bertrand Badré, mette sotto esame il ruolo distruttivo rivestito dalla finanza nella crisi economica globale del 2007-2008; considerati i giudizi più che favorevoli espressi sul libro da parte di Emmanuel Macron (che, al pari dell’ex capo del Partito Laburista inglese, Gordon Brown, ne ha scritto una delle prefazioni) e di Christine Lagarde, la sua lettura non manca di suscitare nel lettore europeo il sospetto che Badré sia un “Cicero pro domo sua”, cioè un “corifeo” dellagrandeur francese, perseguita, al di là delle apparenze, anche dall’attuale Presidente della Repubblica transalpina.
La finanza, secondo l’autore, non è un “nemico”, anche se così è sembrato, considerando quanto è accaduto dopo il 2007-2008; essa, al contrario, “può salvare il mondo. E’ una forza potente che appartiene a noi ed è al nostro servizio. Non è la finanza che comanda […]. La finanza esiste per servire il bene comune”. Per quanto sia solo una forza meccanica, essa non è, né buona, né cattiva di per sé; per evitare che imbocchi una “strada sbagliata”, occorre controllarla e gestirla con responsabilità. Si tratta di un sermone, quello di Badré, che a livello mondiale riscuoterà sicuramente un consenso unanime.
Il libro, afferma il suo autore, “non vuole essere l’ennesimo tentativo di un ‘banchiere convertito’ di distogliere l’attenzione da verità scomode, tirando fuori dal cappello gli stessi vecchi trucchi scontati di sempre”. Sulla base dell’esperienza maturata in qualità di Direttore della World Bank (cuore di uno dei più grandi laboratori finanziari del pianeta) che gli ha offerto l’occasione di “prendere parte a progetti di finanziamenti su larga scala”, Badré dichiara d’essersi convinto che la leva e le istituzioni finanziarie possono realmente consentire di “realizzare grandi cose al servizio del bene comune”; di sicuro, però, esse non ci riusciranno da sole, continuando ad operare così come hanno fatto sinora. Occorre, se vorranno realmente operare per il bene comune, che esse affrontino cambiamenti organizzativi e operativi di grandi proporzioni. Diversamente, rimarrà la tentazione – afferma Badré – di lasciare che la finanza continui a giocare, come sempre, secondo le sue regole.
In particolare, Badré mette sotto accusa il ruolo distruttivo svolto dalla finanza nella crisi economica globale del 2007-2008: ha compromesso la crescita, causato la diffusione della disoccupazione e della povertà, mentre le disuguaglianze distributive non sono mai state così nette e profonde rispetto a quelle dei primi decenni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale. Da quando la Grande Depressione del 2007-2008 ha cancellato le previsioni ottimistiche degli economisti, è iniziata una stagnazione secolare dell’economia globale, cui la finanza internazionale non ha saputo offrire valide strategie d’investimento per contrastarla.
Per invertire la tendenza attuale, occorre che il modello d’impresa delle banche cambi radicalmente, soprattutto in funzione del ruolo più importante che giocano oggi gli investitori istituzionali (tutti gli organismi che investono il risparmio collettivo, quali i fondi comuni di investimento mobiliari, immobiliari e speculativi, i fondi pensione, le riserve assicurative ed altri ancora). Nel settore pubblico, secondo Badré, sono diversi gli elementi che stanno mettendo sotto pressione le banche, perché si adattino ad operare nel mondo di oggi, “fatto di maggiori vincoli per la finanza pubblica”, in quanto chiamata ad allargare le frontiere del finanziamento della crescita.
Da diversi decenni si è creata una nuova “potentissima forza”, la finanza mondiale appunto, una delle più potenti tra quelle create dall’uomo, alla quale l’eccessiva fiducia riposta nelle libere forze del mercato globalizzato ha consentito di creare le condizioni che hanno provocato la crisi del 2007-2008. Ciò è stato considerato da molti economisti come il prezzo che la comunità mondiale ha dovuto pagare “per non aver verificato con regolarità lo stato di salute di un sistema che continuava, nell’ombra, a espandersi fino a dimensioni di cui pochi erano consapevoli”; una mancanza di contezza – sottolinea Badré – che contrastava irrazionalmente con “la forza della finanza e la sua capacità di governare tutti gli aspetti della nostra esistenza”.
Il mondo ha resistito all’urto della crisi eccezionale della Grande Recessione; esso si trova ora di fronte ad un bivio, nel senso che deve scegliere se dovranno essere ancora le élite tradizionali a determinare il modo in cui la finanza va organizzata, oppure se dovranno essere i governi che, in collaborazione con organizzazioni della società civile, agenzie non governative e investitori istituzionali, devono decidere la strategia di investimento di lungo periodo nei settori strategici dello sviluppo futuro.
Se il mondo opterà per questa seconda alternativa, la finanza potrà realmente contribuire a salvarlo dalle future crisi, che sicuramente saranno molto più devastanti di quanto non lo siano state quelle dei decenni precedenti. A tal fine, occorrerà che l’opinione pubblica mondiale interiorizzi la consapevolezza che non è la finanza a dover decidere autonomamente le scelte d’investimento strategiche, ma che, se sottratta alle manipolazioni da parte delle élite dominanti, essa può diventare realmente uno strumento idoneo a “servire il bene comune”. La finanza – sostiene Badré – “è per tutti”, conseguentemente deve essere usata con responsabilità; occorre, perciò, stabilire le priorità degli interventi strategici, facendo “crescere la fiducia” delle persone nello strumento finanziario, convincendole che solo ad esse ne spetta il controllo.
La conduzione della finanza sotto il controllo democratico delle comunità di tutto il mondo consentirà la costruzione di “un’impalcatura per uno sviluppo che sia realmente sostenibile”, sottratto al breve periodo e distribuito equamente tra tutti i popoli delle nazioni e tra tutti i componenti di ciascuna di esse. A parere di Badré, però, non sarà possibile impostare una strategia di sviluppo sostenibile del mondo, senza che essa sia supportata da “un approccio sostenibile delle finanza”. E’ questa la condizione necessaria perché la finanza, resa sostenibile e ricondotta sotto il controllo democratico dei governi, possa realmente salvare il mondo.
La crisi che è alle nostre spalle ha tradito il sogno che il mondo intero aveva nutrito intorno al 2000; la caduta del Muro di Berlino aveva creato l’illusione che si fosse aperta per l’umanità intera un futuro di pace e di benessere; poi, nel breve volgere di alcuni anni, l’illusione si è dissolta, perché il “sistema finanziario, considerato sinonimo di pace, prosperità e progresso” ha condotto il mondo sull’orlo del disastro. Dopo lo scoppio della Grande recessione, il mondo, pur essendo riuscito a tamponare la falla aperta nel 2007-2008, è però totalmente cambiato, non solo sul piano economico, ma anche su quello politico, geopolitico, ambientale, sociale e culturale. La grande crisi finanziaria e la recessione mondiale che ne è seguita hanno fatto della finanza il “nemico” da battere, anche perché molte delle tensioni politiche e sociali che hanno colpito gran parte del mondo, con l’affermarsi dei movimenti populisti e nazionalisti, sono state considerate, non del tutto infondatamente, un’eco della disillusione della quale sono stati vittime tutti coloro che credevano, dopo la caduta del “Muro”, in un futuro di pace e di crescente benessere.
Eppure, nonostante gli esiti della crisi finanziaria e della successiva recessione economica, il mondo – secondo Badré – “non è mai stato così ben attrezzato” per ricuperare la fiducia delle persone nell’avvenire, superando la minaccia di crisi future. L’umanità – continua l’ex banchiere francese – “non è mai stata tanto ricca, tanto produttiva, tanto avida di consumi, tanto provvida di investimenti”. Ma questa straordinaria abbondanza di risorse e di aspirazioni è ben lontana dall’essere razionalmente sfruttata ed equamente distribuita; ciò, a causa del modo in cui il mondo si è globalizzato e per l’assenza di appropriate regole per la regolazione delle modalità di funzionamento dell’economia globale.
Per capovolgere la tendenza sin qui seguita dai singoli Stati, di presumere di poter gestire la finanza autonomamente, occorre che essi procedano congiuntamente nel governo dei mercati finanziari, aprendo un dialogo nel quale siano coinvolte tutte “le istituzioni internazionali multilaterali e la varie economie avanzate, emergenti e in via di sviluppo”; ciò appare imprescindibile, se si vuole realmente ricostruire l’economia mondiale, trasformando le ricorrenti riunioni degli Stati economicamente più importanti del pianeta “in qualcosa di più di un raduno annuale di capi di Stato con poco da dire e ancora meno da fare”.
La crisi del 2007-2008 ha scatenato molte critiche contro la finanza e il modo in cui essa ha concorso a distorcere le modalità d’uso del potere e della ricchezza. In particolare, è stato criticato il modello d’impresa tradizionale delle banche e sottolineata la necessità che esso cambi, in funzione soprattutto del maggior ruolo “giocato” oggi dagli investitori istituzionali; l’insieme delle critiche stanno inducendo le banche ad “adattarsi a un mondo diverso” da quello all’interno del quale hanno sinora operato, essendo quest’ultimo divenuto tanto complesso da costringerle a ridefinire il proprio ruolo. Cosa dovranno fare le banche – si chiede Bardé – perché possano trasformarsi in strumenti idonei ad impiegare le risorse economiche e psicologiche disponibili nella direzione di uno sviluppo più grande e sostenibile?
Considerato che nel mondo di oggi l’azione finanziaria è prevalentemente concentrata nelle mani degli investitori istituzionali, che non dispongono delle capacità operative proprie delle banche, è necessario che queste ultime tendano ad assumere una struttura organizzativa in grado di configurarle come “Banche multilaterali per lo sviluppo”. Organizzate in questo modo, le banche tradizionali si trasformerebbero in organismi intermediari fra i bisogni in continua espansione dei moderni sistemi economici e i tanti investitori in cerca di obiettivi attraenti, idonei a creare “posti di lavoro sicuri e rimunerativi”; in questo contesto, perciò, secondo Badré, la banche multilaterali per lo sviluppo potranno “prendersi dei rischi in prima persona, per poter fare realmente da catalizzatori dei fondi privati”, fornendo la sicurezza necessaria per partecipare al finanziamento di progetti che i singoli investitori considererebbero eccessivamente rischiosi.
La mobilitazione collettiva delle risorse finanziarie disponibili è la condizione indispensabile per “accogliere la sfida del finanziamento dei progetti poco attraenti”, quali sono, ad esempio, quelli relativi alle infrastrutture. La mobilitazione collettiva delle risorse, infatti, in un “momento in cui le politiche monetarie, di bilancio e strutturali sembrano aver perso la capacità di stimolare la crescita, è indispensabile per il finanziamento degli investimenti in progetti ad alto rischio da parte degli investitori privati. La mobilitazione collettiva delle risorse costituisce, infatti, il “pilastro portante” delle politiche economiche del futuro; si tratta di “un vero e proprio fattore di svolta”, capace di stabilizzare l’economia nel breve termine, di costituire i presupposti per sconfiggere la depressione di lungo termine, promuovere la crescita futura, creare posti di lavoro e una più equa distribuzione del prodotto sociale.
La finanza, conclude Bardé, “ha rischiato di fare affondare il mondo”, ma ora “può anche salvarlo”, se, unendo le forze, tutti gli Stati riusciranno a decidere su come portare i mercati finanziari sotto controllo, inventando nuovi strumenti di gestione e di impiego delle risorse, attraverso la combinazione delle capacità finanziarie di tutti i tipi e il superamento delle difficoltà che il mondo economico attuale sta ponendo all’iniziativa individuale.
L’analisi di Badrè non manca però di sollevare qualche perplessità nel lettore; sarà, come dice Gordon Brown, nell’altra delle prefazioni al libro, che Badré ha messo a nudo le sfide che la globalizzazione ci ha posto di fronte e che pochi, come lui, hanno avanzato proposte positive per gestirla nell’interesse di tutti; resta, tuttavia il fatto che la stabilizzazione dei sistemi economici nel breve periodo, in funzione della crescita di più lungo termine, non può essere assicurata con i tradizionali strumenti welfaristici. Assieme al cambiamento del modello d’impresa delle banche, occorrerà cambiare anche gli strumenti coi quali sinora si è fatto fronte alle fasi negative del ciclo. E’ questo un problema troppo importante per essere postergato rispetto ad altri, per la cui soluzione appare necessaria una collaborazione internazionale, non costituendo l’idealismo di Badré e di Macron il supporto più appropriato per portare sotto controllo a livello globale la gestione della finanza.

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