martedì, 2 Marzo, 2021
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Biden come Trump mostra i muscoli con Xi

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Xinjiang, Hong Kong e Taiwan. Biden punta i piedi. Inaugura una politica internazionale a “due stadi”. Nelle relazioni estere ristabilisce i rapporti multilaterali con gli alleati Nato e extra Nato lacerati da Trump, con Xi Jinping invece mostra i muscoli come faceva il suo predecessore alla Casa Bianca.

Il presidente degli Stati Uniti ha rassicurato i paesi alleati europei nella conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera: «L’America è tornata, l’Alleanza Atlantica è tornata». Joe Biden ha così posto fine alla politica sovranista di Donald Trump, alla linea delle relazioni bilaterali con le singole nazioni, nelle quali pesava implacabile la forza del gigante americano. L’obiettivo è «coinvolgere nuovamente l’Europa», ristabilendo fiducia e collaborazione dopo gli anni di Trump, impostati nella contrapposizione con l’Unione Europea.

Lo stesso discorso vale per gli alleati di Washington in Estremo Oriente: Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Filippine. Ma la collaborazione e il dialogo con gli stati asiatici e con l’Australia comporta la contrapposizione con la Cina.

Joe Biden mostra i muscoli alla Repubblica Popolare Cinese, come fece Donald Trump. Il presidente democratico americano ha avuto una lunga telefonata con Xi Jinping, nella quale ha lamentato la violazione dei diritti umani degli uiguri nello Xinjiang, le repressioni a Hong Kong, le pressioni su Taiwan, l’espansionismo militare nel Mar Cinese meridionale a danno delle nazioni confinanti.

Ha anche criticato la politica commerciale di Pechino (quella attaccata da Trump con la “guerra dei dazi”) perché basata anche sulle aziende statali sovvenzionate e perché centrata sulla difesa del mercato interno con pesanti vincoli sul trasferimento delle conoscenze tecnologiche dalle imprese straniere. In sintesi: occorre prepararsi «a una dura competizione strategica con la Cina», respingendo insieme «abusi economici e coercizioni». In un sistema internazionale «tutti devono giocare secondo le stesse regole». Non solo. La nuova amministrazione americana allarga la polemica anche al Covid-19 come fece l’ex presidente repubblicano: la Cina non ha messo a disposizione «dati sufficienti sull’origine della pandemia».

Le critiche a Xi Jinping sono ampie, riguardano tutti i temi. Hanno gli stessi contenuti degli attacchi di Trump anche se il vocabolario usato è quello diplomatico e non più quello prosaico e offensivo di Trump. Il presidente cinese ha accettato il guanto della sfida. Ha replicato: le questioni riguardanti lo Xinjiang, Hong Kong e Taiwan sono «affari interni che riguardano la sovranità e l’integrità territoriale cinese». Xi secondo il Global Times, la pubblicazione del Quotidiano del Popolo, ha avvertito: gli Stati Uniti «dovrebbero rispettare gli interessi fondamentali della Cina e affrontare le questioni con prudenza». Il rischio è uno scontro che finirebbe in «un disastro per entrambi i Paesi».

Sia Biden sia Xi vogliono percorrere la strada del dialogo, ma il presidente americano non vuole rinunciare alla leadership mondiale degli Usa insidiata fortemente da Pechino. La Cina è diventata una superpotenza globale: aspira alla supremazia politica, economica e militare in Estremo Oriente e punta ad imporre la sua leadership anche in Europa e in Africa, continenti nei quali ha avviato una forte penetrazione con la Nuova via della seta. La sfida globale tra le due superpotenze continua, passando anche attraverso la competizione sui vaccini anti Coronavirus, una “peste” frutto della globalizzazione economica. La produzione e la distribuzione dei vaccini è la nuova leva di dominio mondiale.

Rodolfo Ruocco

SfogliaRoma

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