Redazione Avanti!
BLOG
Redazione Avanti!

Mosul allo scontro finale, un milione di civili allo stremo

mosul

Le forze irachene si preparano per l’imminente assalto finale ai quartieri occidentali della città di Mosul: è il rush finale per riconquistare l’ultima zona ancora in amano ai jihadisti, dove si teme siano rimaste intrappolate 750mila persone. E se la parte occidentale è ancora in mano ai jihadisti, anche nella zona tornata sotto il controllo iracheno, in cui risiedono 400mila persone, la situazione è ancora difficile e la paura non è sparita.

A quattro mesi esatti dall’inizio dell’offensiva, la battaglia a Mosul è ancora lungi dall’essere conclusa. Dall’antichissima seconda citta’ irachena il 14 giugno 2014, nella moschea al Nur, il leader dell’Isis, Abu Bakr al Baghdadi, proclamò la nascita del ‘califfato’ e da li’ progressivamente estese la presenza jihadista verso sud, nelle regioni tribali sunnite dell’Anbar, e verso ovest, per cercare un collegamento e una continuità territoriale con la roccaforte in Siria, Raqqa.

L’operazione per riconquistarla -“Qadimun ya Nineweh, che in arabo significa, ‘Stiamo arrivando, Ninive’- è cominciata il 16 ottobre scorso: in campo l’esercito iracheno, con l’appoggio dei miliziani curdi e dell’aviazione straniera, soprattutto statunitense. Solo il 17 gennaio, dopo tre mesi di  violenti combattimenti, le autorità hanno annunciato la  riconquista del controllo di Mosul est. Nei giorni scorsi un video diffuso dalla Raf, l’aeronautica militare britannica, ha mostrato il bombardamento e la distruzione del quartier generale dell’Isis in città.Il maltempo sta ostacolando l’avvio dell’offensiva finale nei quartieri occidentali, inizialmente previsto per l’11 febbraio, dove la situazione umanitaria di chi è rimasto  intrappolato si preannuncia catastrofica. Il comandante delle forze speciale dell’antiterrorismo, il generale Maan al Saadi, ha detto che ci vorranno almeno 7 giorni per arrivare alle porte della città; e che l’ostacolo maggiore sono ancora i civili, che i jihadisti utilizzano come ‘scudi umani’ e sottopongono a terribili ritorsioni (a metà gennaio una tv libanese ha raccontato la storia di una donna e dei suoi quattro figli dati alle fiamme di fronte a un gruppo di profughi).

Anche se più piccola, la parte occidentale di Mosul è quella più densamente popolata, dove centinaia di migliaia di  persone vivono da settimane praticamente in una situazione di assedio: poco cibo, scarseggiano i medicinali. Tutti i ponti che collegano le due parti sul fiume Tigri, già danneggiati dal bombardamenti della coalizione, sono stati distrutti.

Le Nazioni Unite hanno annunciato che domenica riprenderanno le attività umanitarie nella parte orientale della città. I lavori erano stati  sospesi temporaneamente all’inizio della settimana, per la perdurante situazione di insicurezza: si temono le cellule ‘dormienti’ dell’Isis che si nascondono e potrebbero preparare una nuova offensiva sull’ovest. “Tutti parlano della liberazione ma Daesh è ancora qui, i suoi droni sorvolano le nostre teste, colpiscono le nostre case, o nostri ospedali, le moschee”, racconta Omar Samir un abitante del quartiere di Azzouhour. “Gli attentati kamikaze sono tornati e questo riporta alla memoria il Daesh”, aggiunge Umar Samer, un abitante del quartiere di Al-Zuhoor. Il 9 febbraio un kamikaze si è fatto saltare in un noto ristorante nella parte orientale, ferendo diverse vittime. Nuriya Bashir, una sessantina d’anni, è restata a Mosul est nel corso dell’intera offensiva, ma ha deciso di abbandonare la casa con i nipoti due giorni fa: “Il marito di mia figlia è stato ucciso da un drone  lasciato cadere da una granata. Il Daesh sapeva dove si trovava quella sera. Cellule dormienti sono ovunque”, racconta dal campo profughi di Hassansham, alla periferia orientale della città. “Con la liberazione di Mosul est, molti profughi avevano lasciato il campo per ritornare alle loro case”, racconta Rizqar Obeid, il direttore dei campi di Khazer e Hassancham. “Ma negli ultimi giorni, abbiamo ricevuto circa 40 famiglie che non potevano più tollerare la situazione in città”. Oum Samir accusa le forze di sicurezza di non fare più il loro lavoro nei quartieri liberati: preoccupati dall’imminente offensiva a ovest, le unità di elite dell’anti-terrorismo (CTS), protagoniste della riconquista della zona a est del Tigri, se ne sono andate.

“Abbiamo lasciato quella parte della città all’esercito”, spiega il generale, Abdulwahab al-Saadi, uno dei comandanti del CTS. Anche secondo lui, comunque, la situazione resta difficile soprattutto per i civili che abitano vicino al fiume, che separa la città in due, perché “i jihadisti dell’ovest continuano a tirare colpi di mortaio”.

E i droni armati e i colpi di mortaio non sono l’unico problema: “E’ ovvio che ci siano ancora problemi di sicurezza a Mosul est: gli abitanti di quattro villaggi, situati appena ai limiti settentrionali della città, sul lato orientale del Tigri, hanno raccontato che ci sono ancora jihadisti in mezzo a loro: ce ne sono un centinaio nell’area, che se ne vanno in giro liberamente con le armi e le tute da combattimento”, racconta un residente che non vuole rivelare il suo nome per paura di rappresaglie. I jihadisti, racconta, di recente anche hanno condannato a morte alcuni abitanti. Di qui l’allarme: secondo l’Institute for the Study of War, la mancanza di un presidio militare affidabile a Mosul est potrebbe spianare la strada al ritorno dei jihadisti. Oltre all’impatto immediato sulle vite dei civili, il think tank mette in guardia che tali “nuove infiltrazioni potrebbero anche mettere a rischio gli sforzi per riprendere il lato ovest,  costringendo le truppe irachene a combattere su due fronti per  riconquistare la città”.

Teatro di Documenti
e il campo di battaglia
di Madama Butterfly

she_giappone.jpg (immagine JPEG, 589 × 385 pixel)La pluriennale collaborazione tra il Conservatorio di Frosinone e il Teatro di Documenti, diretto da Carla Ceravolo, che per il quinto anno consecutivo propone al suo pubblico, nella settimana di Carnevale, uno spettacolo di teatro musicale, offre ancora una volta agli allievi del “Licinio Refice” la possibilità di esibirsi a Roma in un’opera molto amata dal pubblico: Madama Butterfly di Puccini. Gli interpreti dello spettacolo sono allievi dei corsi di Canto e di Arte Scenica e Regia del Teatro musicale del Conservatorio di Musica “Licinio Refice” di Frosinone: in particolare il ruolo della protagonista sarà affidato per due repliche a un’italiana, Luana Imperatore, e per altre due repliche alla coreana Jina Hwang; il ruolo di Pinkerton sarà interpretato, per due repliche ciascuno, da Jaecheol Moon e Youngjun Choi: Minsuk Kim e Joonkyo Jeong si alterneranno nel ruolo del console Sharpless, Bogyeong Kang sarà Suzuki, Alessandro Della Morte vestirà i panni dello zio Bonzo, Junyuk Hyun e Yonghwan Lee quelli del faccendiere Goro; Cristian Iacobelli sarà il ricco principe Yamadori e altre allieve del Conservatorio daranno vita al coro delle amiche di Cio-Cio-San. La direzione musicale dell’opera è a cura di Silvia Ranalli; al pianoforte: Cecilia Paialunga e Jeongmi Lee; la regia è di Stefania Porrino. L’allestimento scenico e i costumi sono di Carla Ceravolo.

“In questa mia regia di Madama Butterfly – afferma la regista Stefania Porrino – prendendo spunto dall’idea dal creatore dell’originalissima struttura del Teatro di Documenti, Luciano Damiani, che ha inteso realizzare uno spazio teatrale che fosse in se stesso una testimonianza dell’evoluzione delle forme di spazio scenico che si sono succedute nei secoli. Ho voluto oggettivare il tema centrale dell’opera di Puccini e cioè lo scontro di due civiltà, quella giapponese e quella americana. Lo scontro tra Oriente e Occidente, secondo gli intenti di Puccini, non è solo uno scontro di mentalità ma anche e soprattutto un’opposizione dialettica tra due diverse tradizioni musicali, che nella fragile ma coraggiosa Butterfly trovano il loro campo di battaglia”.

Gli spettacoli si terranno presso il Teatro documenti a Roma giovedì 23 febbraio ore 20.45, sabato 25 febbraio ore 19.00, domenica 26 febbraio ore 17.30, martedì 28 febbraio ore 19.00.

Tangentopoli, 25 anni fa
l’arresto di Mario Chiesa


Arresto Mario Chiesa TangentopoliUna ‘mazzetta’ di 7 milioni di lire, 3 mila e 500 euro di oggi, la metà della tangente pattuita, con banconote siglate da un capitano dei carabinieri consegnata al presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano, Mario Chiesa, dal titolare di una piccola impresa di pulizia, Luca Magni. Un fatto, all’apparenza, di ‘ordinaria giustizia’, ma che scopercherà la pentola di un sistema di  corruzione che coinvolge quasi tutte le maggiori aziende e i partiti politici, ‘decapitando’ i vertici della maggioranza al governo, il pentapartito, e ‘toccando’ anche il Pci-Pds, con il risultato comunque di trasformare la geografia politica ed economica italiana.

Il sistema dei finanziamenti illegali o irregolari, riguardava praticamente tutto il sistema politico del Paese, ma a farne le spese furono soprattutto i due partiti che costituivano la spina dorsale dei governi di centrosinistra, la Dc e il Psi. L’opposizione del Pci-Pds godeva anche esso di un sistema analogo di tangenti, anche provenienti dall’Unione Sovietica, ma per fortuna o perché capace di resistere meglio alle indagini – vedi il caso Greganti – o perché favorito dalla magistratura (si arrivò a parlare di ‘toghe rosse’)   praticamente usci indenne dalla tempesta mediatico-giudiziaria. Comunque tutto Iniziò ufficialmente così, venticinque anni fa, con l’arresto, avvenuto il 17 febbraio 1992, di Mario Chiesa (definito poco dopo da Bettino Craxi un “mariuolo”), l’inchiesta ‘Mani Pulite’ che in 10 anni vide messe sotto accusa circa 5.000 persone, con 3.175 richieste di rinvio a giudizio e 1.320 posizioni inviate per competenza ad altre procure italiane.

Di Pietro-interroga-CraxiMilleduecentotrentatre le condanne (828 tra patteggiamenti e riti abbreviati, 405 con processi ordinari; poco meno di 800 le assoluzioni, in udienza preliminare o ai processi, comprese le prescrizioni (228) e le estinzioni del reato (253). Numeri andati ben oltre quelle che furono le previsioni, apparse ‘catastrofiche’ nella primavera del 1992, di uno dei primi manager finiti in carcere, Alberto Zamorani: “Ne arresteranno mille”. Ma Mani Pulite ha voluto dire anche ‘suicidi eccellenti’ (o ‘suicidi giudiziari’, come sono stati anche chiamati i drammatici  episodi che hanno riguardato personaggi che, indagati o in carcere, non hanno resistito allo shock. Secondo i dati registrati dallo stesso ‘pool’ dei magistrati milanesi, le assoluzioni ‘nel merito’ sarebbero circa il 14-15% e il 30% le prescrizioni.

Una decina i magistrati che, negli anni, hanno portato avanti le inchieste, a partire da Antonio Di Pietro, protagonista nella prima fase e dimessosi dalla magistratura alla fine del ’94, fino a Ilda Boccassini, subentrata al ‘contadino di Montenero di Bisaccia’ nel ’95. In prima fila l’allora Procuratore Capo, Francesco Saverio Borrelli, e il coordinatore del ‘pool’ Gerardo D’Ambrosio, morto nel 2014. E ancora Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo, Francesco Greco, Paolo Ielo e, per un periodo limitato, Tiziana Parenti.

Riportiamo qui di seguito alcuni stralci del primo capitolo del libro di Carlo Correr “Una lunga marcia. I socialisti italiani dopo il 1993” che inizia proprio con le vicende che seguirono l’inchiesta di ‘mani pulite’.


Una lunga marcia. I socialisti italiani dopo il 1993

Che il mondo era ormai irrimediabilmente cambiato, i socialisti lo compresero solo davanti ai risultati elettorali delle consultazioni del marzo 1994.

Alle elezioni politiche del 1992, le ultime prima di tangentopoli, il PSI ottenne alla Camera 5.343.930 voti, pari al 13,62%, I seggi furono 92. Due anni dopo, con la nuova legge elettorale, il PSI precipitò al 2,19%, oltre 11 punti e mezzo in meno, corrispondenti a 849.429 voti.

(…) La delusione per il risultato fu fortissima. Ancora poche ore prima dell’apertura dei seggi, i sondaggi ufficiosi nelle mani del PDS assegnavano al PSI una percentuale superiore al 5%, assai distante dal 13,6 di due anni prima. Un risultato drammatico, se messo a confronto con le performance precedenti, ma accettabile se valutato nel contesto di quella stagione politica.

Il lancio delle monetine contro Craxi fuori dall'Hotel Raphael di Roma

Il lancio delle monetine contro Craxi fuori dall’Hotel Raphael di Roma

Il clima in cui si viveva era infatti ancora quello determinato dalle inchieste giudiziarie che avevano trasformato i socialisti in una sorta di ‘appestati’, comunque guardati con sospetto e a malapena tollerati a sinistra solo se alleati con il PDS di Occhetto.

(…) Se si cerca l’inizio della fine del PSI, il momento in cui si poteva avvertire per la prima volta con nettezza che era iniziata una parabola discendente di cui non si vedeva neppure il fondo, inevitabilmente si pensa a tangentopoli e allo sconquasso provocato dalle inchieste a raffica del pool di Mani pulite.

In termini temporali questo è sicuramente esatto, ma la crisi terribile del biennio 1992-1993 non può essere spiegata solo con le inchieste del Pm Antonio Di Pietro. L’origine del dramma che ha sconvolto un partito e la vita di tanti dirigenti e militanti ha avuto origine anche da una debolezza intrinseca, dalla perdita di coscienza di sé del partito, dall’essere venuta meno in tanti quella passione civile e morale che aveva fatto del socialismo una colonna portante dell’Italia repubblicana, dall’aver forse sottovalutato eccessivamente l’effetto corrosivo che l’uso spregiudicato dei ‘mezzi’ avrebbe avuto sui ‘fini’, nella lotta contro i due giganti del tempo, la DC e il PCI.

Francesco De Martino in un suo j’accuse contro Bettino Craxi, usò il termine ‘mutazione genetica’ per spiegare come secondo lui, il PSI non era più quello di una volta. Ora certamente questa definizione, conteneva una sostanziale parte di verità, ma aveva il difetto di esaurire la questione in un ambito moralistico e di mettere in ombra almeno analoghe mutazioni, come quelle che avevano interessato tanto il comunismo italiano, culturalmente, politicamente e finanziariamente compromesso con l’Urss, quanto la Democrazia cristiana, disposta a chiudere gli occhi su troppi misfatti pur di mantenersi alla guida dello Stato.

Certamente la divisione del mondo in due blocchi contrapposti aveva avuto come sottoprodotto del permanere dell’Italia nell’area della democrazia liberale parlamentare, una distorsione dell’uso del potere a fini personali e di tutto questo tangentopoli non fu che l’effetto più eclatante. ‘Rubare per il partito’ non può essere una giustificazione, ma nell’Italia degli anni ‘70 e ‘80 quei comportamenti avevano una comprensibile, e conosciuta, spiegazione ed è giusto anche dire che ci fu pure chi si arricchì alle spalle, e qualche volta anche sulle spalle, del partito in cui militava. Mentre la battaglia politica veniva combattuta anche a colpi di mazzette, molti di quei denari prendevano strade del tutto private, con ciò creando le premesse non tanto per le indagini e i processi di ‘Mani pulite’, quanto della mortale debolezza e incapacità di rispondere politicamente a quell’offensiva contro la democrazia, a favore dei cosiddetti ‘poteri forti’, che accompagnò – e secondo alcuni ispirò – il lavoro dei giudici del pool di Milano.

Se Bettino Craxi peccò di eccessiva spregiudicatezza nel finanziamento del partito, bisogna però per lo meno ammettere che lo fece nell’ottica di un progetto politico modernizzante, sostenendo attivamente tante battaglie di libertà in Italia e anche fuori dall’Italia, sostenendo in ogni modo chi combatteva per la democrazia contro dittature e totalitarismi, dal Cile all’Urss. E oggi nessuno più nega che ebbe ragioni da vendere nella battaglia contro l’inflazione per l’abolizione della ‘scala mobile’ o in quella per a sostegno degli euromissili Pershing e Cruise contro gli SS20 sovietici.

Indubbiamente il PSI del 1993, come gli altri partiti della maggioranza, ma anche dell’opposizione, aveva molto da farsi perdonare quanto a eticità di comportamenti, ma resta sorprendente la facilità con cui agli occhi dei cittadini, i socialisti divennero materia di scherno e di barzellette, ridotti a comodi capri espiatori non solo dei dissesti economici dello Stato, ma anche dell’intero sistema di corruttele che pure riguardava, e continua drammaticamente a riguardare, tutto il Paese e a tutti i livelli. Anche oggi difatti, nel pubblico e nel privato, il sistema delle mazzette continua a imporre la sua legge, come prima, più di prima, eppure il PSI di Craxi non c’è più da un pezzo.

Achille Occhetto e Massimo D'Alema

Achille Occhetto e Massimo D’Alema

(… ) A distanza di qualche anno la lezione del 1994 è già chiara: la cosiddetta ‘Seconda Repubblica’, che sembrava pronta a nascere nel segno del riscatto – secondo l’agiografia della sinistra comunista, post comunista e dipietrina – da decenni di malversazioni mafiose, criminali, di trame nere e quant’altro era stato addebitato ai partiti che avevano governato l’Italia repubblicana fino ad allora, (essenzialmente PSI e DC), la sera del 28 marzo stenta a riconoscersi. Hanno vinto fascisti e leghisti capitanati dal ‘Cavaliere nero’. Siamo alla miglior dimostrazione dell’eterogenesi dei fini, se dobbiamo credere che ci sia stata veramente una regia della sinistra comunista, politica e giudiziaria, in tangentopoli.

(…) I partiti della sinistra storica, e il centrosinistra in generale, escono con le ossa rotte dalle elezioni che consegnano il Paese a quello che sarà il primo governo Berlusconi. Tangentopoli ha distrutto i partiti storici della prima repubblica, ma in realtà, e questo è divenuto più evidente col passare degli anni, ha colpito soprattutto la sinistra, tutta la sinistra anche quella del partito comunista ed ex comunista la cui strategia si è rivelata fallimentare.
———————————–
Copertina_CorrerCarlo Correr
Una lunga marcia. I socialisti italiani dopo il 1993
Editore P.S.Edizioni – Nuova Editrice Mondoperaio – pagg. 298 – euro 14
codice ISBN 978-88-99231-06-4
Si può acquistarlo in libreria oppure rivolgendosi direttamente a:
carlocorrer@avantionline.it
La pagina su facebook

Ue, approvato l’accordo commerciale con il Canada

cetaSe l’accordo commerciale tra Canada e Ue (Ceta) avrà successo “diventerà la traccia da seguire in questo campo, altrimenti sarà l’ultimo accordo di questo genere”. Così il premier canadese Justin Trudeau in plenaria al Parlamento europeo che con 408 voti favorevoli, 254 contrari e 33 astensioni ha approvato a Strasburgo il Ceta. “E’ più facile parlare dei problemi che risolverli, più facile distruggere che costruire, ma con il Ceta abbiamo costruito qualcosa di importante, soprattutto in questo momento”, ha aggiunto Trudeau. L’accordo “apre la porta a nuovi mercati”, a un commercio che “deve essere libero ed equo”. In questo “momento grande preoccupazione”, sostiene Trudeau, è stato varato “uno degli accordi commerciali più progressisti del mondo e tutti i nostri cittadini ne trarranno beneficio”.

Soddisfazione anche del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni per il quale “l’Europa fa un passo avanti verso il Ceta con il Canada e dimostra che ha un ruolo da svolgere contro i protezionismi”. Dalla Commissione europea e intervenuta la Commissaria al commercio Cecilia Malmstroem: “Questo è un accordo che riguarda anche i nostri valori”, ha affermato, intervenendo nella plenaria di Strasburgo prima del voto sul Ceta. “Il Canada – ha insistito – è un paese democratico che condivide gran parte dei nostri valori, hanno un settore pubblico forte e sono impegnati con noi per lavorare per modellare la globalizzazione”. Nel suo discorso. Malmstroem ha voluto sottolineare i benefici per le pmi, soprattutto del settore tessile e calzaturiero, ha promesso a breve delle misure di tutela per il settore bovino, rispondendo ad una preoccupazione francese, e ha sottolineato la trasparenza assicurata dal metodo negoziale adottato con il Canada.

Preoccupazione invece arriva da parte dei Verdi. Angelo Bonelli e Fiorella Zabatta, coordinatori dell’Esecutivo Nazionale dei Verdi affermano che sono molti i motivi per non satre traquilli. “Innanzitutto – dicono – l’accordo non vieta l’ingresso di alimenti contenenti OGM e sostanze chimiche tossiche, dando il via libera a una deregolamentazione ampia e irreversibile”

BANCHE CON FIDUCIA

banca-italia-675

Approvato il decreto banche. Con 340 sì e 126 voti contrari  la Camera  approva la fiducia. Il voto finale e definitivo sul testo si terrà domattina. Sul sistema bancario italiano è intervenuto l’Ocse nel Rapporto economico con cui ha oggi invitato l’Italia a definire con urgenza “azioni rapide” per ridurre le sofferenze. Gli istituti bancari italiani presentano “sotto molti aspetti numerose vulnerabilità rispetto a quelli di altri Paesi”, a partire dall'”ingente” stock di crediti deteriorati. L’organizzazione suggerisce quindi che le autorità di vigilanza definiscano “obiettivi quantitativi graduali, mirati a ciascuna banca, credibili e con scadenze precise” da rispettare grazie ad un sistema di incentivi o contromisure.

Nel corso dei lavori parlamentari per i socialisti è intervenuta in dichiarazione di voto, Pia Locatelli, capogruppo alla Camera. “In questa sede – ha detto – è quasi superfluo ricordare che la crisi finanziaria del 2008, iniziata negli Usa, estesa dalla finanza all’economia, ha rapidamente travolto anche l’Europa. Noi oggi ne stiamo ancora pagando le conseguenze e ciononostante non riflettiamo abbastanza sull’errore madornale commesso nel 1999 dall’amministrazione Clinton, di eliminare la barriera tra banche d’affari e banche commerciali contenute nella legge Glass-Steagall voluta da Roosvelt 66 anni prima dopo Grande crisi del ‘29. Ricordo questo per sottolineare quanto sia importante oggi legiferare con attenzione su un settore che è globale, interdipendente, vitale per l’intero sistema e che ancora una volta meriterebbe discussioni ben più approfondite di quella che abbiamo avuto. Non sono pochi 20 miliardi. Sono circa 120 euro a testa, e non può ripetersi ancora che quando si tratta di profitti questi siano, per le banche, sempre privati mentre invece se si tratta di perdite è la collettività a farsene carico. È giusto intervenire per evitare danni al sistema e ridurli per gli incolpevoli risparmiatori tratti in inganno da operatori finanziari con pochi o nessuno scrupolo, ma più giusto ancora sarebbe anche approfittare di queste urgenze per introdurre regole a salvaguardia della trasparenza e della moralità del settore. Noi socialisti – ha concluso la parlamentare socialista – voteremo la fiducia, ma il mio appello a questo Governo, come a quello precedente, è di limitare questa procedura che comprime il ruolo del Parlamento e nello stesso tempo priva il Governo di un proficuo rapporto nella elaborazione di scelte che riguarderanno tutto il Paese”.

Intanto al Senato è stato depositato in commissione Finanze il testo base per l’istituzione di una commissione di inchiesta sulle Banche. Frutto della sintesi di tredici testi, ha particolare riguardo alla tutela dei risparmiatori, ed è stato illustrato dal presidente e relatore del provvedimento, Mario Mauro Marino. Il termine per gli emendamenti in commissione è fissato per mercoledì alle 20 e in Aula l’approdo dovrebbe essere già la prossima settimana. Cuore del ddl l’articolo 3 sulle competenze dell’organismo d’inchiesta. Ci sarà un anno di tempo per verificare “la gestione” delle banche in crisi o finite sotto l’ombrello pubblico, compresi i “criteri di remunerazione dei manager” e “la correttezza del collocamento” di titoli al retail, ma anche “l’efficiacia dell’attività di vigilanza”. Secondo la bozza del testo la bicamerale dovrà essere composta da 20 deputati e 20 senatori, e dovrà “concludere i lavori entro un anno dalla sua costituzione”. Dopo i primi 6 mesi il presidente della bicamerale (eletto come gli altri membri dell’ufficio di presidenza a scrutinio segreto) dovrà presentare una relazione al Parlamento sull’andamento dei lavori.

Ecco le principali misure:

SALTA LISTA NOMI DEBITORI, SOLO PROFILI RISCHIO: Salta la lista dei nomi dei debitori insolventi delle banche salvate dallo Stato. E’ stata invece trovata una soluzione di compromesso che prevede una relazione quadrimestrale al Parlamento in cui vengono indicati dal Mef i profili di rischio ma non i nominativi dei debitori. Saranno indicati i profili di rischio di chi ha crediti in sofferenza pari o superiori all’1% del patrimonio della banca.

– STOP RIMBORSI PER CHI HA ACQUISTATO OBBLIGAZIONI DAL 2016: Nessun meccanismo di compensazione per chi ha acquistato obbligazioni subordinate di una banca soggetta a ricapitalizzazione precauzionale dopo il primo gennaio 2016, data di entrata in vigore del bail in. Si introduce, in chiave anti-speculativa, un limite massimo al corrispettivo per l’acquisto delle azioni rivenienti dal burden sharing: i rimborsi per i risparmiatori retail delle banche soggette a salvataggio pubblico non supereranno quindi il prezzo di acquisto delle obbligazioni subordinate.

– GARANZIA DELLO STATO: Non sarà necessario presentare un piano di ristrutturazione per ottenere la garanzia statale sulla liquidità se le passività saranno rimborsate entro due mesi e nei casi in cui la concessione della garanzia debba essere approvata in via individuale dalla Commissione europea, è possibile, in deroga a quanto previsto, garantire passività con scadenza a due mesi.

– RIMBORSI 4 BANCHE ANCHE A CONIUGI E PARENTI STRETTI: Si amplia la platea dei risparmiatori delle quattro banche poste in risoluzione (Banca Etruria, Carife, Banche Marche e Carichieti) che potranno chiedere il rimborso forfettario. Potranno accedere all’indennizzo anche i coniugi o conviventi more uxorio e i parenti degli obbligazionisti fino al secondo grado di parentela. E’ stata poi decisa l’esclusione del valore d’acquisto delle obbligazioni azzerate dal tetto dei 100mila euro di patrimonio mobiliare di proprietà dell’investitore, che è una delle condizioni per accedere all’indennizzo, ed è stata disposta la gratuità di tutte le spese di istruttoria.

– PROROGA AL 31 MAGGIO PER RICHIESTA RIMBORSI: Prorogata al 31 maggio la possibilità per i risparmiatori delle quattro banche in risoluzione di chiedere il rimborso forfettario.

– POSSIBILE TETTO COMPENSI MANAGER SE ENTRA STATO: Il Tesoro nel momento in cui procederà alla ricapitalizzazione precauzionale di una banca potrà chiedere non solo la rimozione dei manager ma anche fissare un tetto agli stipendi di Cda e alta dirigenza.

Sante Tugnolo. Sindaco dell’alluvione

sante-tugnoloOggi, 15 febbraio 2017, ci ha lasciato Sante Tugnolo, figura storica del socialismo polesano. Nato nel marzo del 1929, poco più che ventenne, come nuovo Sindaco di Adria appena eletto nelle amministrative di giugno, si trova ad affrontare la devastante alluvione del novembre 1951. Una tragedia che si accanisce su un territorio povero, appena uscito dalla seconda guerra mondiale, che ritarderà in modo indelebile lo sviluppo per tutti gli anni a seguire. Una esperienza che segnerà la vita di Tugnolo e che racconterà in un libro, “I giorni dell’acqua”, pubblicato solo nel 2005. In quei giorni, a fianco del giovane Sindaco, una presenza costante, importane, una figura che Tugnolo non smetterà mai di ringraziare, quella della senatrice Lina Merlin. Li vediamo insieme nella foto, con stivaloni ai piedi, testimoni di un matrimonio celebrato anche nei giorni dell’acqua.lina merlin tognolo

Diploma di Geometra, persona sobria, pacata, sempre lucida, mai sopra le righe, iscritto da sempre al PSI, il suo partito, la sua ultima tessera, quella del 2016, porta il nr 1513, Sante Tugnolo, Gigi per gli amici e compagni, non ha mai fatto mancare il suo impegno come socialista, nel sindacato, la CGIL, nell’Azienda Sanitaria Locale, nella società. La sua disponibilità non è mai venuta meno ed è stato un riferimento prezioso, una presenza fondamentale durante le vicende di tangentopoli.

Con lui se ne va l’ultimo dei grandi padri del socialismo adriese, lasciando un vuoto immenso.


I GIORNI DELL’ACQUA” Prefazione di Antonio Lodo
Poco più che ventenne, Sante Tugnolo era “il più giovane sindaco d’Italia” quando visse da protagonista primo l’evento capitale dell’alluvione, lo sconvolgimento che nel novembre 1951, mentre da qualche anno il Paese e il nostro Polesine si stavano laboriosamente e faticosamente ricostruendo, avrebbe radicalmente pesato sulla vicenda recente della nostra millenaria Città. […]
Nella memoria adriese egli è rimasto il “Sindaco dell’alluvione” non tanto per la scontata associazione del nome dell’evento, ma soprattutto perché in quel drammatico frangente il suo giovanile protagonismo si è rivelato e arricchito fino a guadagnarsi il merito e il credito di chi davvero, nel senso più alto, ha saputo rappresentare a incarnare, per così dire, la propria Comunità.
Da allora Tugnolo ha rievocato, raccontano, spiegato tante volte quelle vicende d’altri tempi, dal sapore quasi biblico (il termine, nella sua iperbole, non ci pare fuori luogo); ha recuperato la memoria dei momenti più importanti, talora solenni, e degli episodi minori e quotidiani; degli uomini potenti e autorevoli (ma anche, vedremo, autoritari) e dei cittadini umili ma dignitosi, tenaci e spesso coraggiosi; dei problemi generali e di grande portata sociale e delle esigenze minute e della vita comune di ogni giorno. Avendo avuto la fortuna – e il merito – di una vita civilmente e politicamente lunga, attiva, proficua, ha potuto nutrire il suo racconto del senso complessivo degli eventi anche sul piano politico e sociale, senza per altro perdere i tanti risvolti umani, le tante piccole/grandi difficoltà ed emergenze, senza minimamente cancellare l’eco di quei giorni.
Tugnolo ha infine deciso, dopo interviste, articoli, testimonianze occasionali, di raccogliere e consegnare in forma distesa, completa, le sue note, il suo diario di quei giorni, preoccupandosi soprattutto – come accenna nella premessa – di mantenere la verità
Più immediata, rinunciando a ricostruzioni postume o a giustificazioni aggiustate a posteriori. Ed ha giustamente scelto il titolo de “I giorni dell’acqua”, a significare la condivisa sensibilità, anche nell’evocativa espressione popolare, della sua esperienza con quella dei suoi concittadini. Qui sta, a mio parere, un essenziale pregio di queste memorie.
Le pagine del diario ci restituiscono personaggi importanti quali , su tutti, il commissario governativo Giuseppe Brusasca e l’onorevole Lina Merlin, ciascuno a suo modo fortemente e generosamente impegnato nell’opera di soccorso e ricostruzione, si soffermano ripetutamente sui fatti e sul clima di allora rievocando le notizie confuse se non fuorvianti, le approssimazioni e la percezione errata dei fenomeni da parte degli organi istituzionali, le ansie e lo sbigottimento dell’arrivo dell’acqua, quella notte del 17 novembre, insieme col crescente senso di impotenza  di fronte all’abbattersi della sciagura, e gli sgomberi dalle case e dalla Città; e di raccogliersi anche fisicamente nel Municipio – davvero casa comune di tutti, oltre che domicilio per settimane del Sindaco – delle persone e degli sforzi per resistere, soccorrere, aiutare, provvedere a tutti  bisogni.
Raccontano, le pagine, delle varie forme di aiuto, i lanci aerei di viveri e genere di conforto, l’arrivo della nave di aiuti dall’Urss, l’assegno di un milione dal Vaticano, i contributi raccolti dagli operai di Colleferro: e nel racconto si respira in qualche modo l’aria del tempo, la reciproca diffidenza, se non ostilità, fra i rappresentanti dei due mondi che si fronteggiavano negli anni della ”guerra fredda” . E non manca il legittimo ricordo critico di Tugnolo su certe scelte, per esempio sulle decisioni di indirizzare le acque della rotta, sull’incredibile argomentazione usata dal potere politico per tentare di espropriare Sindaco e Consiglio Comunale delle loro prerogative, o sulle visite delle massime cariche dello Stato in luoghi fisicamente estranei al dramma dell’alluvione. E testimoniano anche, queste pagine, della tenacia e della volontà di ripresa degli Adriesi, dell’attaccamento alla Città degli sfollati, degli episodi di solidarietà provenienti da tante parti. Colpisce il fatto, tenendo conto dei tempi e di altre successive calamità del nostro Paese, che appena due mesi dopo l’invasione delle acque riaprirono le scuole e l’ospedale riprese la sua piena funzionalità.

Il lavoro ai tempi della catena di montaggio

Emiliano Albensi/LaPresse 20/12/2012 Melfi Monti e Marchionne in visita alla Fiat di Melfi per presentazione piano industriale Nella foto: l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne

Emiliano Albensi/LaPresse

Una storia che tira indietro le lancette del tempo e che soprattutto la dice lunga sulla situazione lavorativa in Italia. Continua a turbare la vicenda dell’operaio della Sevel di Atessa, in provincia di Chieti, che è stato costretto a urinarsi addosso perché gli è stato impedito di andare in bagno. Secondo quanto riportano i sindacati l’azienda si sarebbe limitata a richiamare i capi reparto e i team leader, ribadendo che la priorità deve essere il rispetto della persona, ma non c’è stato alcun provvedimento disciplinare.
L’azienda si è già scusata col lavoratore e ha preso parte (rappresentata da dirigenti) a un consiglio straordinario delle rsa Fim, Uilm, Fismic, Uglm e Associazione quadri e capi Fiat. In quella sede, ha annunciato che avrebbe fatto una ricognizione della vicenda intervenendo direttamente sui responsabili.
Fabio Cocco, responsabile abruzzese Usb del lavoro privato e lui stesso operaio alla Sevel: “Noi crediamo che la responsabilità sia del tutto aziendale e dell’organizzazione del lavoro: perciò chiediamo provvedimenti precisi nei confronti dei dirigenti, e un intervento diretto di Marchionne per la rimozione sia del direttore dello stabilimento che del capo officina, a nostro avviso gli unici responsabili insieme all’incapacità di gestione del capo Ute”.
L’operaio aveva a più riprese richiesto di poter andare in bagno, invano. E a quel punto ha dovuto farsela addosso: “inascoltato, non gli è rimasto che urinarsi dentro i pantaloni. L’episodio varca ogni limite della decenza. Un fatto gravissimo che lede la dignità del lavoratore vittima dell’episodio e quella di tutti i lavoratori in generale. Pretendiamo che situazioni simili non si ripetano mai più” aveva denunciato l’Usb di Chieti.
“Si tratta di un fatto gravissimo – aveva scritto l’Usb in una nota – che lede la dignità del lavoratore vittima dell’episodio, che la dice lunga sulle condizioni di lavoro cui sono costretti i lavoratori FCA, ma che stanno allargandosi a macchia d’olio. Episodi in cui richieste simili vengono negate o ritardate si ripetono più spesso di quanto si possa immaginare, perché i ritmi sono frenetici, perché la produzione viene prima di tutto, perché per risparmiare non c’è personale per le sostituzioni, mentre fuori dilaga la disoccupazioni e la precarietà che distruggono esistenze, affetti, comunità”.
In realtà l’organizzazione del lavoro alla Sevel di Atessa è da tempo al centro degli attacchi da parte di organizzazioni sindacali e politiche della sinistra, che denunciano una metodologia detta Ergo-UAS. Un’inchiesta di Rifondazione realizzata anni fa in Abruzzo spiega le dinamiche dell’Ergo-UAS: “L’obiettivo di Fiat è quello di eliminare ogni azione che non sia redditizia. Camminare dal cassone alla postazione di deposito dei pezzi, ruotare il corpo per assemblare i pezzi, sono azioni che non generano reddito per l’azienda, cioè a non valore aggiunto. Fiat vuole eliminare queste azioni e sostituirle con altre a valore aggiunto. Ad esempio, posizionare un cassone di particolari da montare in posizione tale che l’operaio non deve ruotare il corpo per prelevarli fa in modo che si possa risparmiare tempo da dedicare alla produzione vera e propria”.
L’aumento della produttività ha infatti i suoi costi e rischia in casi come questo di ripercuotersi sui lavoratori. Sempre la multinazionale guidata da Marchionne è stata protagonista di un altro episodio che ha sconvolto le tute blu, questa volta a Termoli. Un paio di mesi fa un operaio della Fiat di Termoli è morto poco prima di mezzanotte, dopo essersi sentito male sul posto di lavoro, durante il turno di notte. Dalle informazioni raccolte in azienda poi la causa potrebbe essere proprio lo stress lavorativo perché l’operaio per problemi cardiaci avrebbe chiesto l’esonero dal turno della notte.
Nel frattempo Rca brinda a nuovi incassi e fusioni. Una vera e propria seduta da record a Piazza Affari per il titolo Fiat Chrysler Automobiles, salito nella prima fase delle contrattazioni ai suoi massimi storici in scia alle voci di una prossima cessione di Opel da parte di General Motors ai francesi di Peugeot-Citroen: un’operazione che riporta in primo piano secondo molti lo scenario di una possibile, futura integrazione tra il colosso di Detroit e la società guidata da Marchionne.

Il Pil cresce oltre le stime e incoraggia il Governo

The strong wind did almost pull the Italian flag on the turret of the Quirinale Palace in Rome, Italy, 30 January 2015. The flag still remained attached to a loin. ANSA/ETTORE FERRARI

ANSA/ETTORE FERRARI

Nonostante la turbolenza europea sui conti italiani, arriva per il Bel Paese una buona notizia: il Pil del 2016 migliore del previsto.
Nel quarto trimestre del 2016 il prodotto interno lordo, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dell’1,1% nei confronti dello stesso periodo del 2015. Lo comunica l’Istat sottolineando che il periodo ha avuto tre giornate lavorative in meno del trimestre precedente e due in meno rispetto al quarto trimestre del 2015. Questo spiega perché la variazione annua del Pil stimata sui dati trimestrali grezzi sia pari a +0,9% (nel 2016 vi sono state due giornate lavorative in meno rispetto al 2015). Nel Documento programmatico di bilancio di ottobre scorso, il governo ha stimato per il 2016 un rialzo del Pil (in termini grezzi) dello 0,8% dopo lo 0,7% del 2015. Il dato di oggi è quindi leggermente superiore alle stime italiane
e in linea invece con quelle Ue. “Il testo delle previsioni riconosce gli effetti positivi delle riforme e delle politiche di bilancio più espansive realizzate grazie alla flessibilità”. Così ha commentato il presidente della commissione per i problemi economici del Parlamento europeo, Roberto Gualtieri.
La variazione congiunturale è la sintesi di un aumento del valore aggiunto nei settori dell’industria e dei servizi e di una diminuzione del valore aggiunto nel comparto dell’agricoltura. Dal lato della domanda, sottolinea l’Istat, vi è un contributo positivo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto negativo della componente estera netta.
Il dato diffuso oggi sul 2016 è “molto provvisorio”, spiegano all’Istituto di statistica. I risultati dei conti nazionali annuali per il 2016 saranno diffusi il prossimo primo marzo, mentre quelli trimestrali coerenti con i nuovi dati annuali
verranno comunicati il 3 marzo.
La notizia è stata ben accolta da Palazzo Chigi, il presidente del Consiglio
Paolo Gentiloni ha scritto su Twitter: “Dati Istat su Pil incoraggianti.
Governo determinato a proseguire riforme per favorire la crescita”

Il Pd partito del Congresso permanente

pd tessereIl Partito democratico è ormai un partito che vive un eterno congresso permanente.
“Chi vuole giocarsi la carta della leadership io dico porte aperte”. Matteo Renzi, nel corso della direzione nazionale di oggi, annunciando le sue dimissioni, ha di fatto aperto la stagione congressuale del Pd.
“Non possiamo più prendere in giro la nostra gente – ha detto in un altro passaggio – potete prendere in giro me ma non la nostra gente. Nel pieno rispetto dello statuto, con le stesse regole dell’ultima volta” si faccia il congresso. “Così che non si discuta da domani sulle regole. Ma torni la politica”.
“Io non sarò mai il custode dei caminetti, preferisco il mare aperto della sfida che la palude. Facciamo il congresso e chi perde il giorno dopo dia una mano, non scappi con il pallone, non lasci da solo chi vince le primarie, non faccia quanto avvenuto a Roma”.
“Si chiude un ciclo alla guida del Pd – dice Matteo Renzi – Ho preso un Pd che aveva il 25 per cento e nell’unica consultazione politica lo abbiamo portato al 40,8”. Renzi continua così a mettere sul banco il suo successo del 40%.
Al banco della presidenza siede, al fianco del segretario Matteo Renzi, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, al quale Renzi ha ribadito la propria stima (“massima stima e amicizia di tutto il Pd. Nel rapporto decennale che ci lega non è la lealtà che manca”). In platea si vede tra gli altri il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. A chi lo accusa di non aver discusso a sufficienza la disfatta referendaria risponde: “L’analisi del voto l’abbiamo fatta: io ho pagato il pegno, mi sono dimesso. Se l’errore principale della campagna elettorale è stata la personalizzazione, ho cercato di evitare la personalizzazione almeno nel post referendum”. E poi aggiunge: “Da due mesi la politica italiana è bloccata. Improvvisamente è scomparso il futuro da ogni narrazione. L’Italia si è rannicchiata nella quotidianità”.
E Matteo Orfini nel suo intervento alla Direzione del Pd ha voluto sottolineare proprio il problema di un Congresso che non finisce mai: “Noi abbiamo già esperito un tentativo di fare il congresso, ma abbiamo detto che serviva una fase di decantazione per arrivare con più tranquillità ad una scadenza già fissata”. “Abbiamo fatto questa scelta insieme in Assemblea. Non ha funzionato”, sottolinea Orfini che punta il dito contro Bersani: “Quello che ha chiesto Bersani abbiamo provato a farlo, ma la conflittualità interna è aumentata. Il problema è che il congresso non finisce mai”. Per Orfini “il Congresso serve, perché c’è una enormità di problemi che ci impongono di riflettere sulle risposte che vogliamo dare. E dobbiamo dire che diamine di partito ci serve, dobbiamo decidere come metterci mano e cosa farne”.
Dalla minoranza intanto è partita la prima candidatura. “Quella di candidarmi alla segreteria è una cosa che sento di fare, necessaria”. Annuncia Michele Emiliano nel suo intervento in direzione Pd. “Non so come si fa a fare un congresso senza sapere quale sarà la legge elettorale. Un congresso ad aprile senza conoscere la legge elettorale che roba è? Andare al congresso senza conoscere quante federazioni sono commissariate e quanti circoli non sono in grado di rilasciare le tessere non vedo come si possa fare, è difficilissimo, è una di quelle cose che fa aumentare il rischio scissione”. Chiede ancora il Governatore della Puglia.
La minoranza del Pd inoltre presenterà un documento in Direzione in cui si chiede che il congresso parta alla scadenza naturale di giugno, si sostenga il governo Gentiloni arrivando alla fine della legislatura e si lavori per una nuova legge elettorale.

All’attacco invece Roberto Speranza: “Un congresso non deve servire ad evitare una scissione, ma a ricucire quella che c’è già stata con la nostra gente”.
“Se il congresso è il tentativo di una sterzata vera, di un confronto vero, allora va benissimo. Il gioco delle figurine è un rischio. In queste figurine mi ci metto anche io. Alcune delle cose dette da Andrea Orlando e in particolare la proposta di costruire un perimetro culturale prima del momento di conta più specifico, mi pare che vadano nella direzione giusta. Abbiamo il tempo per mettere il treno sui binari ed evitare che deragli”. Lo ha detto Roberto Speranza, intervenendo in direzione.
Mentre Andrea Orlando alla direzione Pd propone una terza via, rispetto a quella del congresso subito e a quella delle assise dopo l’estate. Il Pd deve evitare un congresso che sia la “sagra dell’antipolitica”, meglio aprire una “conferenza programmatica”, ovviamente fermando la “delegittimazione quotidiana” del segretario. “Quello che temo è la seconda fase, quella delle primarie: senza una restrizione del range, senza correzione, senza una condivisione di una piattaforma, senza un’autodisciplina dei candidati, finiranno per essere una sagra dell’antipolitica, il tutto consumato dentro la campagna elettorale delle elezioni amministrative”.
Tra le varie correnti anche quella solitamente ‘attendista’ ‘Sinistra è cambiamento’ di Maurizio Martina che stavolta però si è schierata per un nuovo congresso: “Inviterei a vivere l’ipotesi congressuale come un salto di maturità, che ci dà la possibilità di sciogliere i nodi che abbiamo davanti. Si sta ponendo da mesi una questione di leadership, ci sta”, dice il ministro dell’Agricoltura che ha aggiunto: “Io ho fiducia nel nostro popolo. ‘Tutte le volte che lo abbiamo chiamato a condividere responsabilità, il nostro popolo ci ha stupito. Non ci sarà nessuna regola che ci proteggerà dai tentativi di far saltare quel minimo comun denominatore che fa vivere tanto una conferenza programmatica quanto una primaria”.
Ancora nessun commento dal trono della ‘vecchia scuola’ del Pd: Massimo D’Alema.

Oltre il Novecento. La sinistra libera e responsabile

OLTRE IL NOVECENTO
La sinistra libera e responsabile

1) PERCHÉ UN CONGRESSO STRAORDINARIO

I motivi della convocazione di un congresso straordinario, ad appena un anno di distanza da quello svolto a Salerno, sono sostanzialmente due. Il primo riguarda la messa in sicurezza del Psi dopo le sconcertanti iniziative giudiziarie promosse da un pugno di compagni che si annunciano di troppo lenta soluzione. Nulla da temere, nulla da rimproverarci sul piano della correttezza e della trasparenza. Il tesseramento affidato ai nostri organi provinciali, e sottoposto poi a quelli regionali e nazionali, é stato svolto con la massima correttezza e ha consentito al partito di raggiungere il tetto dei ventunomila iscritti. Questo dato conferma una tendenza che ha permesso al Psi di invertire un trend negativo col quale doveva fare i conti all’indomani del congresso di Montecatini, svolto pochi mesi dopo l’uscita dei socialisti dal Parlamento a causa del mancato apparentamento veltroniano del 2008.
Siccome in diverse città e in molte regioni si assiste al ritorno di compagne e compagni che hanno condiviso con noi, nel tempo, gli stessi valori, il congresso lancia la proposta di ‘Costituenti regionali’ aperte alla cultura laica, ai movimenti civici, all’associazionismo, consentendo loro, come peraltro avviene a livello nazionale, di partecipare con pieno diritto ai nostri lavori.

Non é solo per conferire stabilità e autorevolezza alla nostra comunità che é stato convocato un congresso straordinario. La situazione politica emersa dal voto referendario, la crisi di governo, le nuove tensioni all’interno del partito di maggioranza, l’intervento della Corte che ha invalidato la parte più rilevante della legge elettorale, cui si aggiungono novità decisive a livello internazionale, impongono una fase di profonda riflessione politica anche al Psi, per definire la sua strategia e le sue proposte.
Un congresso straordinario, dunque, perché straordinaria e’ la cornice politica nella quale viviamo. Un congresso che parli non solo e non tanto di noi, ma sappia parlare agli italiani. Un congresso aperto a tutte le migliori risorse dell’area socialista e a tutti coloro che hanno qualcosa da dire e da fare in nome della libertà e della giustizia. Infine, un congresso di rinnovamento che permetta alle nuove generazioni di trovare un punto di riferimento nel più antico partito della storia italiana.

2) IL MONDO FUORI CONTROLLO

In crisi le categorie tradizionali della destra e della sinistra

Ormai le categorie tradizionali, quelle stesse che descrivevano i connotati della sinistra e della destra, sono entrate in crisi. Si tratta generalmente, più in Italia che in altri paesi europei, di una delegittimazione con radici ultra ventennali derivante dalla fine del comunismo e dal passaggio a un’epoca diversa. Oggi questa crisi si accentua, resa più acuta com’è da quattro fattori: la globalizzazione, la finanziarizzazione, la rivoluzione tecnologica, le migrazioni.
Il mondo é diventato meno squilibrato, ma l’Occidente ha visto sorgere nuove disuguaglianze, aumentare la povertà, aprire una frattura tra sicurezza e libertà.

Non c’è dubbio. È’ un tempo nuovo. Il tempo della ‘società liquida’ (Bauman), della profonda incertezza, della paura del futuro, di una crisi d’identità che provoca ansia e che non trova più risposta nei parametri della politica. Si tratta di un fenomeno economico e psicologico insieme che produce forti tensioni e una anarchica volontà di cambiamento. Viviamo già gli effetti di questa condizione, a cominciare dagli Stati Uniti dove pure la crisi è meno grave di quella che ha colpito l’Europa.
Trump viene descritto, e talune sue posizioni autorizzano a inquadrarlo come tale, come uomo di destra. Dunque, si potrebbe pensare che l’elettorato americano si sia spostato a destra. Contemporaneamente, però, è dimostrato che ha raccolto consensi nei ceti meno abbienti mentre alcuni sondaggi ci dicono che l’unico che avrebbe potuto batterlo era Sanders, il candidato considerato più a sinistra.

È la riprova che l’elettorato tende a superare le vecchie barriere politiche e si affida a chi propone progetti radicali condotti da leadership solitarie. In Europa questo spazio è occupato da movimenti populisti con pulsioni di destra, ma di fatto decisamente trasversali (il movimento Cinque stelle e quello inglese di Farage soprattutto). Anche le Front national di Marine Le Pen ha un largo e composito nucleo che va ben oltre la destra storica. La conferma è spesso nei programmi che unificano la voce delle opposizioni. A partire dall’antieuropeismo e dall’attacco all’Euro, destra radicale e sinistra estrema manifestano visibili punti di contatto.
D’altronde, quale governo è’ mai esistito più trasversale di quello greco: presieduto da Tsipras e con ministri di un partito di estrema destra? Non si tratta di reato di milazzismo, ma di realistica intesa sul programma. Semmai è lo spazio dei moderati e dei conservatori a restringersi, corroso dalla crisi economica e da una crescente insoddisfazione provocata dalle ondate migratorie. Il centro può contribuire alla vittoria di uno schieramento, ma la vittoria non si costruisce al centro.

La sfida del terrorismo

La crisi di sovranità degli Stati acuisce le difficoltà di governo. E alle tensioni richiamate si aggiunge quella, la più drammatica, del terrorismo islamico. Il nuovo fanatismo religioso che invita a uccidere gli infedeli porta inevitabilmente acqua al mulino della cultura che tende, come quella di Trump, all’autarchia e al rifiuto degli altri. Non a caso il populismo europeo, compreso quello dei Cinque stelle, ha assunto su tale vicenda una posizione non dissimile.

Il ruolo dei socialisti in Europa e nel mondo

È del tutto naturale che attorno ai drammatici problemi che hanno spezzato e disarticolato le tradizionali categorie politiche anche il movimento socialista si interroghi, ed è auspicabile che lo faccia non solo spostando più a sinistra il suo asse, com’è avvenuto tra i laburisti con la vittoria d Jeremy Corbyn, o tra i socialisti francesi con il parziale successo di Benoit Hamon.
È’ necessario andare oltre la sinistra tradizionale e lanciare un nuovo riformismo capace di affrontare e risolvere i mali del nostro tempo, un tempo globale, rispetto al quale i ritorni al passato, ai nazionalismi, all’autarchia, appaiono fughe verso l’impossibile.
I grandi temi del presente, quelli che spezzano il canone novecentesco, sono relativi al rapporto tra globalizzazione ed equità, tra finanza e democrazia, tra sviluppo e ambiente. Tra inclusi ed esclusi. Il futuro deve assicurare un mondo più equilibrato, meno povertà, più lavoro, sicurezza. A questi principi generali può ispirarsi solo un movimento socialista che eviti due rischi: quello di un ritorno a un vetero massimalismo, quello di un riflusso e di un appiattimento moderato e tardo liberista.

3) UN’ALTRA EUROPA

Le strade sono due, il rischio da combattere il ritorno all’autosufficienza degli stati nazionali. Per scongiurare una colpevole perdita di ruolo, o l’Europa si dà un assetto federale o si apre alla prospettiva della ‘doppia velocità’. I socialisti italiani si schierano a favore della prima opzione.
Quel che è certo è che non possiamo più fare a meno di Eurobond e di un ministro del Tesoro dell’Unione. Quel che è certo è che la burocrazia, i tecnicismi, gli stessi accordi di Maastricht, ampiamente superati dagli eventi di questo secolo, stanno strozzando l’idea d’Europa dei padri fondatori.
E’ un tempo nuovo. Il tempo del populismo e delle emergenze. Lo stato nazionale ha perso sovranità sui flussi di capitale, il lavoro dipendente si è polverizzato, cresce ovunque la forbice tra grandi ricchezze e grandi povertà, rivoluzione tecnologica e globalizzazione generano opportunità ed incertezza. Tra sicurezza e libertà individuali si è aperta una frattura preoccupante resa ancor più acuta da una durevole crisi economica: l’ascensore sociale funziona solo verso il basso, il ceto medio vive stagioni di profonda fragilità, le giovani generazioni soffrono di mancanza di lavoro e di carenza di futuro. Senza una missione condivisa e riforme strutturali profonde, l’Europa implode, reclusa ai margini del nuovo ordine mondiale.
La missione del socialismo europeo è’ farsi pioniere di un’altra Europa.
La socialdemocrazia vive solo se si rinnova

La socialdemocrazia é stata data per morta più volte. All’indomani della fine del comunismo, con la crisi del welfare, dopo l’esplosione del populismo, a seguito di una crisi cui l’Europa ha reagito con una politica suicida ispirata all’austerity, giustamente contrastata dal governo italiano. I socialisti europei devono interrogarsi sui fenomeni che hanno generato nuove tendenze politiche, trovare il senso della loro comune appartenenza capace di superare singoli egoismi nazionali, tracciare un nuovo orizzonte per i cittadini europei. Urge un canone diverso per interpretare società globalizzate e sconvolte dalla rivoluzione tecnologica.
E’ questa la ragione per la quale reiteriamo la richiesta di un Congresso Straordinario del PSE. Una Bad Godesberg del nuovo millennio che prenda atto di mutamenti irreversibili e si metta alla guida per governarli. L’alternativa al silenzio è quella Internazionale della destra che ha preso vita a Coblenza riunendo intanto cinque partiti populisti. Se non vogliamo venire meno alla nostra natura, dobbiamo contrastarla con forza e passione. La strada maestra sono misure di riequilibrio e di contenimento della forza devastante della finanziarizzazione dei mercati, investimenti massicci nella sfera della conoscenza e della ricerca, messa al bando del rigore draconiano.

Una politica comune sull’immigrazione. Modificare Dublino

Il sentimento comune attorno a cui costruire una nuova Europa è la consapevolezza delle nostre radici, figlie di lunghe battaglie civili e sociali ingaggiate soprattutto dalla tradizione socialista e popolare a partire dalla fine dell’Ottocento. E’ appena iniziato il secolo delle grandi ondate migratorie. La spinta dei popoli a muoversi, alla ricerca di pace e di pane, non si fermerà. Per questo urge la revisione del Trattato di Dublino.
Noi abbiamo un doppio dovere: accogliere i profughi, difendere la nostra identità di donne e uomini liberi, difendere società fondate sulla parità e sul diritto. Il multiculturalismo ha un senso solo se si fonda su questi pilastri. Nessuna tolleranza verso usi e costumi lesivi della parità di genere, delle libertà individuali, del diritto di ciascuno di noi a decidere per sé. Pari responsabilità, uguali diritti, un’unica legge.
Lavori di utilità civica sono essenziali sia per favorire l’integrazione che per corrispondere a ciò che lo Stato investenell’ospitalità.

L’Italia e l’Europa

È’ decisivo che la politica riacquisti credibilità per sconfiggere i movimenti anti europeisti che si sono affermati in Italia. Nel nostro paese questi ultimi hanno connotati di destra, di sinistra e trasversali e si alimentano non tanto da una fonte ideologica quanto dall’emergenza socioeconomica.
L’Italia ha sofferto più di altri le conseguenze della crisi e di scelte spesso pensate fuori da un contesto strategico. Non sempre la politica governativa, che ha puntato a restare all’interno del vincolo del 3 per cento pur sviluppando un piano di investimenti ben più cospicuo del passato, ha affrontato con lungimiranza il problema.
I socialisti propongono un piano di rilancio economico fondato su investimenti pubblici e privati che possa transitoriamente portare il nostro paese a sfondare il tetto del vincolo europeo, com’é avvenuto in Francia e in Spagna, e che consenta in pochi anni di aumentare il Pil, abbassare la disoccupazione, sgonfiare il debito per poi rientrare nei parametri di Maastricht.
Per farlo, non c’è bisogno di uno Stato invadente. C’è bisogno di uno Stato presente ed efficiente.

4) L’ITALIA RIFORMISTA

I socialisti

Siamo vivi. Siamo l’unico partito identitario e storico ancora vivo. Con immensi sacrifici, con la dedizione e la passione dei militanti. Le ragioni della nostra resistenza sono due. Una è di ordine storico, una di ordine politico.
Siamo un partito, non una fondazione, ancora in piedi benché in Italia gli eredi della tradizione comunista e cattolica dominino nella narrazione popolare. Invece si devono proprio ai socialisti più che ad altri le più grandi conquiste di progresso, di civiltà e di libertà del nostro paese.
Noi intendiamo mettere un argine alla negligenza e alla colpevole dimenticanza. Dopo aver recuperato l’Avanti! e Mondoperaio, dopo aver costituito la Fondazione per il Socialismo, metteremo in rete le diverse fondazioni, associazioni, club e, come già sta avvenendo in molte regioni italiane, apriremo le porte a quei democratici senza patria provenienti da esperienze civiche e politiche.
Proseguiremo nel rinnovamento del partito, affidandoci con convinzione agli amministratori locali e alle nuove generazioni cresciute nel territorio, senza mai stancarci di gridare all’unità di un mondo che condivide il medesimo ideale.
Ma siamo vivi anche per ragioni politiche. Perché non esiste oggi nel nuovo e consunto sistema politico italiano l’erede del Psi, una forza che, collegandosi alla storia del socialismo riformista e umanitario, faccia propri a un tempo i grandi temi dell’equità e della libertà.

Il tramonto del bipolarismo, il ritorno alle identità

Il sistema politico italiano figlio di Tangentopoli e della riforma elettorale maggioritaria (1994), consolidato dalla nascita di nuovi soggetti politici, ha avuto un carattere post identitario. I partiti si fondano non sull’idem sentire e neppure sulla convergenza programmatica ma si sono aggregati sulla possibilità di contrastare e battere l’avversario. Questo è stato reso possibile da una legge elettorale che certificava l’esistenza di un bipolarismo oggi giunto al capolinea.
È’ tempo che i partiti sappiano ridefinirsi secondo una strategia d’orizzonte, offrendo agli italiani un progetto di governo credibile della società contemporanea.
Non servono uomini soli al comando. Serve una società dalle responsabilità condivise.

La crisi del Pd

Il Pd é nato come partito dalla doppia anima. Figlio dei DS e di una Margherita erede di larga parte della sinistra democristiana, ha vissuto in questi anni momenti di acuta tensione. L’ascesa di Renzi ha capovolto i rapporti di forza precedenti, a cominciare dalla emarginazione di larga parte della nomenclatura post comunista. Questo noi abbiamo segnalato come elemento di novità cui si é aggiunta l’adesione al Partito socialista europeo che i suoi predecessori avevano sempre evitato. Gli errori successivi sono stati per tempo segnalati: la mancata elezione di Giuliano Amato a presidente della Repubblica che avrebbe consolidato il patto del Nazareno e reso meno impervio il cammino delle riforme costituzionali, l’errore dell’Italicum con ballotaggio e premio di lista, l’inopportunità di una abolizione pressoché totale dell’Imu sulla prima casa, sono solo tre passi falsi che i socialisti avevano per tempo scoraggiato. Oggi nel Pd si torna a parlare di scissione. Vedremo se si verificherà. Se dovesse configurarsi come prodromo al passaggio a un nuovo sistema identitario potrebbe avere valore positivo. Se invece si prefigurasse come semplice ritorsione politica o come nuovo intralcio a una nuova alleanza riformista e si prefiggesse l’obiettivo di una pura e semplice union de la gauche, sarebbe anche fuori tempo.

La politica del fare

Il PSI dovrà presidiare più fronti.
Lanciamo un appello ai radicali italiani per affrontare campagne comuni in tema di diritti, giustizia, libertà civiche, i punti che uniscono storia e futuro di due movimenti che hanno reso l’Italia più libera e più civile.
L’attenzione che dobbiamo riporre nel governo delle comunità locali si intreccia coerentemente con la protezione del territorio e con l’adozione di politiche più decise quanto a tutela del verde, rispetto della natura, rilancio delle Smart city, mobilità pulita. Con il mondo ecologista dovremo prepararci a un confronto serrato.
Lo stesso confronto dovrà proseguire con quella sinistra di governo che non si richiama al PD e che intende sviluppare iniziative utili alla formazione di uno schieramento riformista.
La lealtà verso il Presidente del Consiglio non dovrà precludere ne’ battaglie parlamentari e di governo che nel tempo, e in ultimo con questo congresso, abbiamo sviluppato, ne’ un dibattito da tenere aperto con le forze che compongono l’esecutivo.
L’obiettivo, da rendere compatibile con la nuova legge elettorale, è quello della formazione di liste dove la componente socialista abbia peso e visibilità.
A cominciare dalle prossime elezioni amministrative e regionali, il PSI promuove la formazione di rassemblement aperti alle esperienze civiche democratiche.

Una coalizione responsabile

Non abbiamo partecipato al conflitto sulla data delle elezioni. Alle elezioni si va ogni cinque anni, a meno che il Parlamento non sia più in grado di esprimere una maggioranza. Resta il problema della legge elettorale che la sentenza della Corte non poteva risolvere. Innanzitutto perché non è compito della Corte, ma del Parlamento, approvare le leggi. E poi perché tra l’Italicum emendato per la Camera e il cosiddetto Consultellum del Senato non esiste armonia. La più clamorosa modifica introdotta dalla Corte è l’eliminazione del ballottaggio, prima richiesta dei socialisti, che hanno sostenuto l’illogicità di un meccanismo oggi divenuto incostituzionale.
Possiamo ritenerci soddisfatti.
La Corte ha salvato invece il premio di maggioranza alla lista con soglia del 40 per cento. Difficile per una sola forza raggiungere la meta. Anche per questo, oltre che per il rispetto che si deve alle singole identità politiche, il Psi aveva da tempo sottoposto al Parlamento l’opportunità di tornare alle coalizioni. La strada maestra e’ il ritorno al Mattarellum. Ma se si intende ricalcare il testo uscito dalla Corte risulta indispensabile allargare l’istituto delle coalizioni, che resiste al Senato, anche alla Camera, approvando due sbarramenti, uno per le liste coalizzate e uno, più basso, per quelle non coalizzate.
Quello che serve all’Italia è una nuova, pluralista, coesa coalizione di centro-sinistra fondata su pochi fondamentali punti di convergenza. Un patto con gli italiani per un’intera legislatura. Un progetto riformista che sviluppi e aggiorni proposte già discusse nel corso del quadriennio affidandosi al connubio equità – meriti/bisogni, ricucendo la società di mezzo e coinvolgendola nei processi decisionali, operando per allargare la torta della ricchezza e per prevederne una più giusta redistribuzione.
Quel che non può essere contestato al governo é la capacita di aver superato dogmi e tabù del passato in funzione di maggiori garanzie per tutti i lavoratori, anche quelli precari. Non può essere contestato il tentativo di aver posto mano alla riforma della pubblica amministrazione, alla modifica di un arcaico codice per gli appalti, alla riforma della scuola, pur dovendo considerare quella legge soggetta a nuove indispensabili integrazioni.

La sconfitta del 4 dicembre

La sconfitta al referendum confermativo della riforma costituzionale ha bloccato un percorso riformatore che faticherà a riprendere velocità. Resta il fatto che il voto si è concentrato più sul giudizio attorno al governo e alla figura del suo Presidente, come con un’insolita spietata autocritica ha confermato egli stesso, che non sul merito della riforma. Noi abbiamo sottolineato l’inopportunità di rincorrere i populisti con tesi populiste, sulla casta e sul costo dei parlamentari, che finiscono solo per portar acqua al mulino dell’antipolitica doc. E aggiungiamo allo stesso tempo un apprezzamento per la coerenza del presidente del Consiglio che subito dopo la sconfitta ha rassegnato le sue dimissioni. Ma non vi è alcun dubbio che molti nodi istituzionali debbano essere sciolti per rendere lo stato più efficiente.

Da Gentiloni alla nuova alleanza riformista

Il Psi ha assicurato il suo sostegno al presidente Gentiloni. Il governo dovrà partecipare al G7 di Taormina e assistere al semestre di presidenza italiana. Ma dovrà anche decidere come por mano a una manovra correttiva imposta dall’Europa. I socialisti annunciano fin d’ora la loro contrarietà a manovre recessive che porrebbero ancora più a rischio la già debole crescita italiana.
Quel che serve all’Italia é una nuova grande alleanza riformista che sappia sfidare le spinte al rigore a senso unico. Un’alleanza riformista che ponga al centro il lavoro, soprattutto quello giovanile, e che tolga ai populismi benzina nel motore. Non dunque un nuovo sterile massimalismo o un ulivismo di maniera, né un ritorno all’Unione dei diversi di prodiana memoria. Ma una coalizione di laici e cattolici impegnati al rilancio dell’Italia.

Il futuro è adesso

Spetta al Congresso declinare le priorità dei socialisti per il governo dell’Italia.
Eccole.

I socialisti proporranno già all’inizio della prossima legislatura l’elezione di una ASSEMBLEA COSTITUENTE per dare inizio a un coerente processo riformatore della Costituzione repubblicana che ponga al primo punto la forma di stato, se presidenziale o parlamentare, da cui coerentemente discendono le successive scelte in materia istituzionale ed elettorale.

Il Psi propone di concentrare tutti gli sforzi del governo in direzione di un grande PIANO DI INVESTIMENTI PUBBLICI E PRIVATI, ponendo al primo punto la messa in sicurezza del territorio, incentivi e defiscalizzazioni adeguate e mirate che permettano interventi risolutivi per combattere la disoccupazione. Questo piano può essere supportato da una patrimoniale una tantum per la diminuzione del debito.
Portano la nostra firma il nuovo Codice Appalti, il ‘Piano Citta’ e la proposta di legge per l’istituzione di una ‘No tax area’ nei comuni terremotati.

Già alla Conferenza programmatica il Psi accese i riflettori sulla questione della COGESTIONE in coerenza col modello tedesco. Si tratta di una forma di conduzione aziendale che, da un lato, responsabilizza i lavoratori e dall’altro garantisce le imprese sul piano della loro efficienza e produttività, riconoscendo i lavoratori come componente aziendale essenziale e con una remunerazione non scollegata dai profitti.
Allargare la torta della ricchezza significa promuovere l’IMPRESA con politiche di sostegno alle PMI e alle iniziative con forte contenuto innovativo. Infine, l’industria che gode di aiuti pubblici deve impegnarsi a pagare le tasse in Italia e a non delocalizzare la produzione.

Una proposta di legge socialista sul REDDITO DI CITTADINANZA giace da due anni in Parlamento. Urge approvarla. Proponiamo di finanziarla con gli introiti derivanti da una maggiore tassazione del gioco d’azzardo.

Non rinunciamo affatto a restituire al MERITO e al BISOGNO la centralità che meritano.
In Italia il supporto agli studenti meritevoli e non abbienti è insignificante. Oltre a un rilevante incremento sarebbe necessaria una rete di tutoraggio per far crescere i ragazzi migliori, i nostri talenti. Dalle medie all’ inserimento nel mondo del lavoro. Disperdere capitale umano di valore, come facciamo sistematicamente, è un errore grave. L’investimento sul merito è’ indispensabile, infine, per ricreare una classe dirigente adeguata alle complessità che ci aspettano.
Per questi motivi proponiamo un fondo annuale coperto con lo 0,50% del Pil da destinare a ricerca, formazione, attività scolastiche.
L’assunzione di migliaia di precari nella SCUOLA e’ stata un atto positivo ma va accompagnata dall’aumento dei finanziamenti a vantaggio dell’istruzione pubblica e dalla valorizzazione degli istituti tecnici per preparare al meglio l’ingresso nel mondo del lavoro. Al contempo va potenziato l’organico di sostegno così come si rendono indispensabili investimenti nella realizzazione di nuove strutture scolastiche per l’infanzia.

La prossima legislatura dovrà impegnarsi in una decisa RIFORMA FISCALE: meno tasse per le imprese produttive e per i cittadini, tassazione più alta per le attività improduttive.
Nella lotta alla elusione fiscale spicca il tema della tassazione equa delle multinazionali secondo il reddito prodotto nel nostro paese (vedasi il caso APPLE come eclatante esempio). Quanto all’evasione fiscale, i riflettori vanno puntati soprattutto sui grandi gruppi e nella lotta alla criminalità organizzata senza dimenticare le sacche sempre più estese di lavoro nero.
La defiscalizzazione degli interventi privati per il recupero dei beni artistici e monumentali è’ infine la strada maestra da seguire per restituire al mondo della CULTURA la dovuta centralità, accanto a misure straordinarie che valorizzino la creatività dei giovani artisti.
Va resa obbligatoria l’applicazione della norma di legge che prevede per ogni appalto di opere pubbliche una percentuale da destinare a realizzazioni artistiche.

Quanto alle PENSIONI, i socialisti ritengono che le pensioni più elevate devono essere ridotte se non hanno una base coerente di contributi versati, in funzione dell’elevamento delle pensioni più basse. Un sano riequilibrio utile anche per rilanciare i consumi.
È’ socialista la proposta, promossa dalla UIL, di estensione della 14ma mensilità ai pensionati. Nostri prossimi obiettivi: rivalutazione delle pensioni superiori al minimo ed estensione del bonus di 80 Euro.

Impiegare le nostre forze nell’approvazione di un piano straordinario per la CASA e per l’housing sociale a vantaggio di giovani coppie e di quanti non riescono a soddisfare mutui contratti per l’acquisto di un’abitazione. Ai finanziamenti già postati dal governo vanno aggiunte ulteriori risorse.
Infine, va promossa la conversione del patrimonio comunale immobilizzato nelle partecipate in enti immobiliari che garantiscano l’accesso alla casa a prezzi calmierati.

Ben prima di altri, della QUESTIONE BANCARIA i socialisti hanno fatto un cavallo di battaglia appoggiando le iniziative della associazione Interessi comuni e presentando proposte di legge contro il bail in e per la riforma della centrale rischi. Ora sono impegnati a sostenere la commissione d’indagine parlamentare perché concluda i lavori con la dovuta celerità.
Occorre promuovere una grande campagna di sensibilizzazione e di conoscenza. I socialisti propongono che in ogni scuola media (inferiore e superiore) venga inserita almeno un’ora a settimana di Educazione economico-finanziaria.
La Rai, a sua volta, dovrebbe prevedere nel suo palinsesto programmi accattivanti che trattino i temi di educazione finanziaria e gestione del risparmio.

La GIUSTIZIA GIUSTA è un tema caro ai socialisti. Garantismo, efficienza, legalità costituiscono i pilastri del nostro programma. Anche per questo si rivela improcrastinabile la necessità di separare le carriere dei magistrati inquirenti e giudicanti, visto che la loro aggregazione appartiene solo alla storia dei paesi autoritari, e di prescrivere l’elezione per sorteggio del Csm.
La responsabilità civile dei magistrati porta la nostra firma così come, in omaggio alla trasparenza, la prima misura operativa relativa ai ‘gruppi di interesse’.
Insomma: reciproco rispetto, reciproca autonomia.

I socialisti, dopo la battaglia vinta sulla regolamentazione delle unioni civili, sono in prima linea nella soluzione della questione del fine vita perche’ l’Italia, anche su questa materia, si affianchi agli altri paesi europei. Dalla morte di Eluana Englaro la legge sul testamento biologico è stata per anni dimenticata ma, grazie all’ iniziativa dei socialisti in collaborazione con i radicali, la legge è stata calendarizzata e potrebbe essere presto in dirittura di arrivo.
Restano ancora aperte le questioni dell’introduzione del reato di tortura, della legge contro l’omofobia e dello ius soli.

Un sostegno pieno, infine, alla Fgs impegnata sul fronte della legalizzazione della cannabis.

Hanno aderito alla mozione ‘OLTRE IL NOVECENTO La sinistra libera e responsabile’ candidando alla segreteria nazionale del partito Riccardo Nencini:

Accoto Mario
Acquaviva Gennaro
Ajazi Arjan
Alati Leo
Alberti Sergio
Albertini Giuseppe
Aloisi Alberto
Andreini Marco
Anello Gaspare
Angelini Marisa
Antognetti Adriano
Antonioli Marco
Anzilotti Marisa
Armandi Lorenzo
Ascenzi Antonio
Atzeni Simone
Avvisano Sandro
Bacchetta Luciano
Barbabella Franco Raimondo
Barra Gaetano
Baruzzo Sauro
Bastioli Enrico
Bellissima Romano
Belloni Laura
Belmonte Emiliano
Benaglia Franco
Benedetti Luca
Bertaggia Michele
Bertinazzo Alessandro
Bertini Roberto
Beschi Sergio
Biagioni Massimo
Bianco Marino
Bisulli Anna Maria
Bochicchio Antonio
Bonini Sirio
Bonsignori Fausto
Borgoglio Felice
Brero Giorgio
Bucci Claudio
Buconi Massimo
Buemi Enrico
Burlando Angela Francesca
Cafora Felice
Calogiuri Noemi
Campana Claudio
Canonico Marco
Capitini Ameriga
Capizzi Vincenzo
Caprioli Pasquale
Capuano Carmine
Carini Cesare
Carletti Paolo
Carugno Massimo
Caruso Franz
Castiglione Andrea
Castria Francesco
Catraro Lorenzo
Celentano Rocco
Ceremigna Enzo
Cerquaglia Zefferino
Chianella Giuseppe
Chiodarelli Michele
Chirico Maria Luisa
Cianfanelli Elisabetta
Cinti Luciani Rita
Ciotoli Antonio
Cipriani Graziano
Collio Enzo
Consonni Santo
Conti Dario
Conti Giuseppe
Corelli Carlo Lorenzo
Costamagna Ivo
Covatta Luigi
Crea Antonio
Crema Giovanni
Crostella Saverio Francesco
Crusi Pasquale
Cuneo Carlo
Cuocolo Maria Rosaria
D’antona Giuseppe
D’apice Valter
D’aronzo Giovanni
D’eramo Regina
D’ippolito Vittorio
De Bettin Alessandra
De Donatis Roberto
De Lucia Francesco
De Mattia Pasquale
De Pace Paolo
Del Bue Mauro
Del Cimmuto Loreto
Del Ciondolo Giorgio
Del Duca Silvano
Di Giacinto Giovanni
Diquattro Carmelo
Fallani Patrizia
Fanto’ Luca
Fazzalari Giada
Fichera Daniele
Filosa Aldo
Forcella Giacomo
Franchi Franco
Gai Franco
Galfetti Vannina
Gialletti Evasio
Gianello Giacomo
Giansanti Nicola
Giordani Luigi
Giorgi Francesco
Giribuola Giovanni
Gitto Antonio
Gradilone Rosaria (Sonia)
Grillini Daniela
Iacovissi Vincenzo
Iafrate Martina
Iannelli Carlo
Ibba Raimondo
Ierace Domenico
Incarnato Luigi
Intini Ugo
Iorio Luigi
La Rosa Barbara
Lamacchia Michele
Lebrino Giovanni Maria
Lecca Gianfranco
Leone Francesco
Locatelli Pia Elda
Loguercio Innocenzo
Lollobattista Roberto
Lombardi Marina
Longo Fausto Guilherme
Lotto Pietro
Macori Guerrino
Maggi Calogero
Magnani Fabrizio
Malafarina Antonio
Mameli Luca
Mancini Agostina
Mancino Gennaro
Mantovani Silvana
Maraio Vincenzo
Marchetti Patrizia
Marciano Antonella
Marinelli Cinzia
Marino Caterina
Masciale Emanuele
Masia Pierangelo
Mastroleo Gianvito
Mastrolia Addolorata
Mattia Salvatore
Melis Antonio
Mengozzi Katia
Meringolo Francesco
Mezzina Silvestro
Michelozzi Alessandro
Miele Giovanna
Mignogna Daniela
Milana Giovanni
Miniscalco Marcello
Monaci Giuseppe
Morchio Fabio
Moriconi Rita
Mortandello Riccardo
Nalbone Roberto
Nardi Elisabetta
Nascone Dario
Nazzi Stefano
Nenni Pierpaolo
Nuti Tina
Oddo Salvatore
Oranges Alberto
Orlando Giovanni Franco
Padovani Gianni
Palillo Giovanni
Pane Salvatore
Paolino Giovanni
Papasso Giovanni
Parea Federico
Parrella Ilaria
Pascale Mario Michele
Pasquotti Ottavio
Pastore Francesco
Pastorelli Oreste
Pecheux Emanuele
Pellegrino Donato
Pera Rossella
Perra Raimondo
Pesino Roberto
Piccirillo Claudio
Pierini Giovanni
Pieroni Moreno
Pietracci Alessandro
Pietrantuono Francesco
Piluso Luciano
Pisani Maria Cristina
Poleggi Filippo
Poli Paola
Ponzi Biagio
Proietti Emanuele
Pugnana Luca
Ramoino Piero
Ranaldi Gianrico
Rapa Boris
Repeti Aldo
Riccio Lucia
Riccio Marco
Riccomi Roberto
Rizzitiello Filiberto
Rocchi Lidio
Romanzi Luciano
Rometti Silvano
Rufo Diego
Ruggiero Angelo
Russo Simona
Ruvolo Antonio
Saieva Roberto
Salvucci Gianfranco
Sangalli Riedmiller Ilde
Santarelli Michele
Sarubbi Rosario
Sassoli Elisa
Schietroma Gian Franco
Scimmi Leonardo
Seccarecci Dino
Seri Massimo
Serpillo Mario
Siciliano Agostino
Signorelli Ulisse
Simeone Antonio
Simone Franco
Stori Gabriella
Strada Marco
Tantone Raffaele
Tanzarella Domenico
Tirini Sandro
Trovato Paolo
Tufi Mario
Ubertini Carlo
Vagnoni Paride
Valvano Livio
Vasselli Augusto
Vazzoler Sergio
Venturino Antonio
Viaggi Maurizio
Vigliar Maria Laura
Vitali Sandro
Vizzini Carlo
Vucas Roberto
Zanetti Sergio
Zoller Nicola
Zubbani Angelo

Hanno sottoscritto la mozione anche Amministratori, ex parlamentari, dirigenti locali del partito tra i quali:

Borgia Franco
Salerno Gabriele
Santarelli Giulio
Iacono Franco
Natta Fabio
Larese Filon Daniela
Gambardella Elisa
D’Ambra Francesca
Broi Mauro
Carta Monica
Cionfrini Maurizio
D’Ambrosio Giorgio
De Gioia Roberto
De Masi Roberto
Iacomelli Elisabetta
La Roccia Luigi
Lo Nigro Piero
Luppichini Graziano
Magnani Silvia
Massimino Angioletta
Merella Arcangelo
Padovano Riccardo
Roma Scipione
Scardaone Luigi
Sorrente Carlo
Taglieri Luisa
Testa Mauro
Toffalini Umberto