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SENZA FUTURO

migrantes

Sempre più italiani chiedono la residenza all’estero. Nel 2016 si è registrato un boom di giovani che se ne vanno dal nostro Paese. Nel 2016 se ne sono andati in 48.600 nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni. Una fuga che continua e si rafforza nel 2016 ben 124.076 persone sono espatriate, in aumento del 15,4% rispetto al 2015. E ad aumentare sono soprattutto i giovani: oltre il 39% di chi ha lasciato l’Italia nell’ultimo anno ha tra i 18 e i 34 anni (+23,3%). Il 9,7% ha tra 50 e 64 anni e sono i “disoccupati senza speranza” rimasti senza lavoro. Dal 2006, la mobilità italiana è aumentata del 60,1%. È quanto emerge dal Rapporto Italiani nel Mondo 2017 di Migrantes presentato oggi.

Le partenze non sono individuali ma di “famiglia”, intendendo sia il nucleo familiare più ristretto, ovvero quello che comprende i minori (oltre il 20%, di cui il 12,9% ha meno di 10 anni) sia la famiglia “allargata”, quella cioè in cui i genitori – ormai oltre la soglia dei 65 anni – diventano “accompagnatori e sostenitori” del progetto migratorio dei figli (il 5,2% del totale). Le donne sono meno numerose in tutte le classi di età ad esclusione di quella degli over 85 anni (358 donne rispetto a 222 uomini): si tratta soprattutto di vedove che rispondono alla speranza di vita più lunga delle donne in generale rispetto agli uomini.

Il continente prioritariamente scelto da chi ha spostato la sua residenza fuori dell’Italia nel corso del 2016 è stato quello europeo, seguito dall’America Settentrionale. Rispetto allo scorso anno, quando la Germania era stata la meta preferita, quest’anno il Regno Unito registra un primato assoluto tra tutte le destinazioni, seguito da Germania, Svizzera, Francia, Brasile e Usa. La Lombardia, con quasi 23 mila partenze, si conferma la prima regione per partenze, seguita dal Veneto (11.611), dalla Sicilia (11.501), dal Lazio (11.114) e dal Piemonte (9.022). C’è pero’ una regione che presenta un dato negativo, ed e’ il Friuli Venezia Giulia, da cui nell’ultimo anno sono partite 300 persone in meno (-7,3%).

5 milioni gli italiani che vivono all’estero
Secondo i rapporto Migrantes, sono quasi 5 milioni, al primo gennaio 2017, gli italiani che vivono all’estero secondo i dati delle iscrizioni all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero). Per la precisione, sono 4.973.942, che costituiscono l’8,2% degli oltre 60,5 milioni di residenti in Italia alla stessa data. Un numero che è costantemente aumentato negli anni (nel 2006 erano poco più di 3 milioni, +60,1%). Oltre la metà risiede in un Paese europeo, ma le comunità italiane più numerose sono in Argentina (804mila), Germania (724mila) e Svizzera (606mila). È il Regno Unito, comunque, il Paese che ha visto aumentare le iscrizioni all’Aire (+27.602 nell’ultimo anno). Più della metà degli italiani residenti all’estero provengono da regioni del Sud. Aumentano i single, scendono i coniugati. In crescita anche gli italiani nati all’estero: dai circa 1,7 milioni del 2014 ai quasi 2 milioni del 2017.

“Il motivo principale per il quale i nostri ragazzi vanno all’estero è la difficoltà che trovano – ma è anche di molti adulti – nel progettare il loro futuro. A fronte di una situazione sociopolitica che ha sempre più difficoltà ad aprire varchi i ragazzi cercano risposte altrove” ha detto mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, presentando il rapporto. E secondo il presidente di Migrantes, mons. Guerino Di Tora, il tema centrale su cui riflettere “è l’occupazione giovanile”. “Non bastano le statistiche, occorre che gli studi arrivino sulle scrivanie dei decisori politici. Un passo fondamentale è il passaggio dallo studio alla progettualità e alle misure concrete”.

Pueblo, Ascanio Celestini presenta la seconda tappa della sua trilogia al REf

ascanio celestiniDopo aver presentato Laika nel 2015, Ascanio Celestini torna al Romaeuropa Festival dal 17 al 29 Ottobre al Teatro Vittoria per presentare, in prima nazionale, la seconda tappa della sua trilogia. PUEBLO è la nuova produzione dell’istrionico artista, fra i più rappresentativi del teatro di narrazione. Ambientazioni dello spettacolo sono gli stessi luoghi in cui palpitava la vita della sua precedente creazione: la periferia, il bar, il supermercato, il marciapiede. «C’è un supermercato, un grande magazzino dove lavorano facchini africani. C’è un condominio nel quale vive il personaggio che racconta la storia. Ma se in “Laika” racconta ciò che vede, in questa seconda parte della trilogia accade il contrario: guarda e immagina la storia dei personaggi. In “Laika” si racconta il mondo, in “Pueblo” il mondo è tutto nella testa. Ma c’è poi tanta differenza?» si domanda Celestini.

Ed è in questi spazi reali e immaginari che vive Valentina, giovane cassiera che sogna di essere regina di un reame popolato dalle storie feroci e poetiche di altrettanti personaggi disillusi e traditi dalla vita. Voci differenti s’incontrano all’interno di un bar per ritrarre un universo fatto di povertà, ma capace di brillare come un diamante di rara bellezza o un mondo senza Dei -come quello di Laika– in cui, nonostante tutto, molti miracoli dovranno accadere.

Ad accompagnare questa nuova narrazione sono le musiche originali composte da Gianluca Casadei: «Sto in scena con Gianluca da molti anni. Lui suona ma scrive come un drammaturgo. Io racconto ma cerco di improvvisare come un musicista. Io penso che le due cose siano una sola (…) Nella musica, per quanto la si associ sempre alla matematica, accade qualcosa di simile. Lo strumento è l’arco del cacciatore. Il tempo non lo dà l’orologio, ma l’animale che stai seguendo. E nel mio teatro cerco di fare lo stesso. Non ho un testo a memoria. Mi muovo anche io dietro a una bestia» dichiara ancora Ascanio.

Pueblo è un nuovo ritratto dei margini della società, un invito per lo spettatore a identificarsi con i suoi protagonisti: personaggi che, al di là della loro particolare condizione sociale, come tutti noi, affrontano la propria condizione di esseri umani.

NERO D’OLTRALPE

austria_kurz Questi ultimi sempre più stretti nella morsa della destra, non solo in Austria, ma in tutta Europa, eccezion fatta per il Portogallo e per il Regno Unito dove Corbyn tiene ben salda la roccaforte dei laburisti. “In Austria, come è già avvenuto in altri paesi europei, assistiamo a una forte svolta a destra che evidentemente non favorisce i movimenti socialdemocratici”, ha detto Christian Kern, Cancelliere uscente, annunciando di voler restare in Parlamento anche se il suo partito dovesse passare all’opposizione. Il cancelliere in pectore Sebastian Kurz ha invece esultato in un mare turchese. “Questo voto – ha scandito – è un chiaro mandato per realizzare le riforme e i cambiamenti voluti dai cittadini”. “Kurz è il chiaro vincitore di questa tornata elettorale”, ha commentato il presidente Van der Bellen, ricordando che il risultato definitivo sarà comunicato solo giovedì, dopo lo spoglio dei voti per corrispondenza. Al momento però sembra che anche i Verdi del presidente rischiano di restare fuori per la prima volta dal 1986 di restare fuori dal Parlamento (la soglia minima è del 4%): secondo gli ultimi dati diffusi i Verdi, dati al 3,9%, rischiano. Sembra tramontata l’ipotesi di un governo arcobaleno di Spoe, liberali, Verdi e lista Pilz, che si ferma al 40,5%. I liberali del Neos sono ora al 5,3% (+0,3%) e l’ex verde Peter Pilz arriva al 4,3%. Per ora al secondo posto arrivano i socialdemocratici del cancelliere uscente, Christian Kern, con il 26,9% dei voti. Ma la destra nazionalista, islamofoba ed euroscettica di Heinz-Christian Strache (Fpo), è balzata di cinque punti al 26% dei consensi. Se il partito di Strache entrasse nel prossimo governo, ha già fatto sapere che vuole girare le spalle a Bruxelles per allearsi con Budapest e arricchire il quartetto di Visegrad, i “signori no” dell’Europa dell’est, che si sono messi di traverso sulle politiche migratorie comuni.
“È un voto preoccupante ma purtroppo è una conferma di un vento che spira in Europa. Non abbiamo torto quando diciamo che potrebbe esserci una preoccupazione anche per l’Italia di un populismo nero che avanza a passi molto lunghi”. Afferma il segretario del Psi, Riccardo Nencini, a margine dell’assemblea generale di Confindustria Pavia, commentando l’esito del voto in Austria. A preoccuparsi non è solo la vicina Italia, ma anche la Germania, ma i cui socialisti sono incoraggiati dalla ripresa nella Land della Bassa Sassonia. Dopo lo “straordinario successo” di ieri in Bassa Sassonia, dove i socialisti del governatore uscente hanno vinto con il 37,2%, +4,6% rispetto alle precedenti consultazioni, Martin Schulz intende concentrarsi sulla direzione del partito, per “riformarlo” e puntare su un “nuovo stile”. Schulz ha annunciato che il processo di rinnovamento “non sara’ privo di conflitti”. “Come presidente dell’Spd mi occuperò con piena intensità del rinnovamento e delle riforme del partito”, ha affermato, annunciando fra l’altro “un nuovo stile aperto al dialogo”.
L’Oevp ha ottenuto il 31,4% dei consensi, guadagnando quasi l’8% rispetto alle elezioni del 2013, e Kurz, a soli 31 anni, si appresta a diventare il più giovane capo del governo in Europa.
Nonostante la giovane età Kurz è già noto, soprattutto al Governo italiano, recentemente da ministro degli Esteri, per le sue politiche anti-immigrazione, è stato protagonista di un braccio di ferro che ha portato Roma e Vienna sull’orlo di una crisi diplomatica.

Roma, una targa per ricordare Debenedetti

targa debenedetti“Un uomo che aveva i libri al posto delle pareti”, così viene aperta la commemorazione su Giacomo Debenedetti, intellettuale e critico letterario, nel giorno in cui si ricorda il rastrellamento del ghetto di Roma. Debenedetti viene infatti ricordato soprattutto per il suo racconto lucido e tragico di quel giorno in cui a Roma vennero deportate 1.066 persone, quasi tutte appartenenti al ghetto ebraico. 16 ottobre 1943 di debenedetti, fu la prima testimonianza scritta della Shoah in Italia.
Il cosiddetto ‘sabato nero’, quel 16 ottobre era giorno festivo per gli ebrei, scelto appositamente per sorprendere il più possibile i residenti del ghetto della Capitale.
Nell’anno del cinquantesimo della morte del noto saggista Roma decide così non solo di ricordare l’uomo che ha raccontato quella deportazione, ma di onorarlo con una targa in Via del Governo Vecchio, dove Debenedetti ha vissuto ed è morto.
Numerosi gli interventi durante la cerimonia, tra i quali quello del figlio Antonio e del nipote Marco, ma anche quello del Presidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti, da sempre in prima linea nel sostegno della memoria della shoah. Tra i presenti anche le associazioni dell’Anpi romana e del Lazio e Stefano Fassina, deputato e consigliere di Sinistra per Roma.
In particolare è stato ricordato come a un intellettuale di calibro come Debenedetti sia sempre stata negata la cattedra di docente universitario e come nonostante tutto quest’uomo sia riuscito a portare avanti e a promuovere la critica letteraria, fino a diventarne uno dei ‘padri’. Così come il premio Feltrinelli gli venne attribuito post mortem così oggi Roma e l’Accademia Nazionale dei Lincei riconoscono il ruolo di Debenedetti nel panorama culturale italiano. Un riconoscimento tardivo, ma necessario.

Tu. Al Romaeuropa il Circo autobiografico di Meyrou e Pilet

tu circo autobiograficoLa programmazione del Romaeuropa Festival continua all’insegna dell’unione di discipline artistiche differenti e del superamento dei generi per dare vita a linguaggi poetici e innovativi.

È il caso di Tu spettacolo che l’acrobata Matias Pilet e il documentarista Olivier Meyrou, di ritorno al Romaeuropa dopo il successo nel 2014 di Acrobates, presentano in prima nazionale il 14 e il 15 Ottobre al Teatro Vascello (lo spettacolo si svolge nell’ambito de La Francia in Scena).

Circo autobiografico è la definizione che i due artisti hanno esplicitamente deciso di dare al loro spettacolo che indaga la vita del suo protagonista, il giovane Pilet. Prima della sua stessa nascita, l’artista francese perse la sorella gemella morta in grembo materno pochi giorni prima del parto. Sul palco, coperto di nuvole di carta bianca, l’acrobata parte in un viaggio a ritroso nella sua storia e nelle interiorità più recondite del corpo e compone un solo in cui realtà e finzione s’inseguono. Afferma Matias:«Non racconto la mia intimità sulla scena ma parto da una storia personale, da qualcosa che è intimo solo perché è stato realmente vissuto. Parlo della mia nascita che è accompagnata dalla morte della mia sorella gemella. Come rivivere questa storia? Come confrontarla con il pubblico ogni sera e come invitare tutti a interrogarsi sui sentimenti di mancanza e di perdita? In scena io incarno con il mio corpo queste domande e invito il pubblico a farlo a proprio modo. Ogni sera, l’intimità si crea nello scambio di energie fisiche tra la scena e gli spettatori».

A nutrire ogni movimento scenico, sono le immagini girate da Olivier Meyrou (qui anche regista) che ha seguito Pilet in un lungo viaggio in Cile, mosso dagli obiettivi incarnati da tutto il suo lavoro: «Che siano film, fiction, spettacoli, la mia produzione artistica è sempre una ricerca sull’essere umano, sulle sfide e sui problemi e che a volte sembrano insormontabili e che influiscono sul cambiamento dell’individuo, gli permettono di re-inventarsi e di trovare la propria strada. Nei miei documentari la storia di un singolo è sempre mostrata nei suoi aspetti universali» afferma.

Così voci e frammenti visivi della madre di Pilet, di paesaggi distanti eppure così vicini, di radici tagliate e probabilmente irrecuperabili, preparano a un vero e proprio salto nel vuoto: un brivido, un inatteso impeto di vita, uno sguardo strettamente privato e personale che diviene, ora, universale.

ISTRUZIONE FAI DA TE

studenti tute bluGli studenti scendono in piazza in tutta Italia per denunciare uno Stato che si è dimenticato del principio cardine sul quale si costruisce il futuro di un Paese: l’istruzione. A far scoccare le scintille di protesta è la degenerazione dell’Alternanza “Scuola-Lavoro”, diventata obbligatoria e strutturata con la Buona scuola, legge dal 13 luglio 2015. Ma si protesta anche per un’istruzione sempre di più messa da parte, insieme alla ricerca, e per le scarse risorse riservate all’istruzione pubblica, senza dimenticare le condizioni dell’edilizia scolastica. Doveva rappresentare un supplemento al percorso di studi e invece l’alternanza scuola-lavoro si è trasformata in un vero e proprio sfruttamento del lavoro minorile e perdipiù in nero. In soli due anni la Polizia ha raccolto dozzine di denunce di studenti (dai noti casi di McDonald’s a quelli clamorosi di ragazzine molestate). Solo in Puglia i dati regionali, raccolti tramite questionari territoriali e sportelli SOS alternanza, a tal proposito sono allarmanti: più del 56% degli studenti dichiara di non essere soddisfatto del proprio percorso o perché organizzato male o perché totalmente estraneo al proprio percorso di studi. Il 97% di loro vorrebbe essere coinvolto nella decisione del percorso, il 78% dichiara che l’alternanza sottrae tempo alle ore curriculari, il 31% non è stato rimborsato delle spese sostenute.
Giammarco Manfreda, coordinatore Rete degli Studenti Medi, afferma: “L’alternanza scuola-lavoro continua a presentare le criticità che denunciamo da ormai due anni alle quali il ministero tarda a dare risposte concrete. Vogliamo un’alternanza scuola lavoro che sia una vera forma di didattica alternativa, di qualità per tutti”.
Oggi si celebra così l’autunno caldo degli studenti che si sono presentati in più di 70 città italiane in tuta blu, per denunciare che non sono operai (senza paga), né tirocinanti senza diritti.
In piazza non solo gli studenti delle scuole superiori che oggi hanno deciso di non presentarsi non solo nelle aule, ma anche nelle aziende o negli enti presso i quali svolgono i percorsi di alternanza, ma anche gli studenti universitari. Anche questi ultimi denunciano lo sfruttamento e l’inutilità di alcuni tirocini che non aprono al mondo del lavoro, ma che vengono utilizzati dalle aziende per manodopera a basso costo. “Siamo stanchi di vedere i nostri percorsi di studi degradati a manodopera a basso costo per enti, privati e imprese – spiega Andrea Torti, coordinatore nazionale di Link Coordinamento universitario -. Con la campagna Formazione precaria abbiamo lanciato un’inchiesta, con lo scopo di portare alla luce lo sfruttamento nei percorsi accademici”.
Non è un mistero poi che il diritto allo studio stia diventando sempre di più un privilegio, vista la riduzione delle borse di studio e i continui tagli che vengono fatti su Ricerca e Istruzione.
Durante i vari cortei ci sono stati momenti di tensione a Milano dove studenti incappucciati hanno lanciato uova e pomodori contro il McDonald’s di piazza Sant’Eustorgio, ‘colpevole’ di aver siglato con il ministero dell’Istruzione un accordo relativo al progetto alternanza scuola-lavoro. I contestatori hanno anche imbrattato con vernice l’asfalto e i muri della sede Edison in foro Bonaparte e la sede del Partito Democratico in corso Garibaldi. Scontri tra studenti e polizia davanti al McDonald’s in piazza Castelnuovo a Palermo dove è stato attuato un sit in di un gruppo di studenti, non autorizzato, nell’ambito della protesta “contro le politiche predatorie del governo”.
Mentre a Roma un corteo pacifico ha attraversato Piramide e ha raggiunto il Miur. “Una nostra delegazione sarà ricevuta al ministero – spiegano dall’Unione degli Studenti – e illustrerà le ragioni del nostro corteo che si conclude qui”.scuola lavoro
Il Miur difende l’alternanza scuola-lavoro che, sottolinea, ha permesso a diverse scuole di stringere relazioni con soggetti del territorio avviando progetti virtuosi con imprese, enti del terzo settore e privato sociale.
Nel giorno della protesta degli studenti la ministra Fedeli assicura “un costante monitoraggio e controllo” sull’attuazione dei percorsi finiti nel mirino degli studenti perché – concorda – “la qualità formativa è decisiva”. La ministra annuncia quindi per il 16 dicembre gli Stati Generali dell’alternanza “con tutti gli attori in campo, a partire dai rappresentanti delle ragazze e dei ragazzi”.
Ma a far montare ulteriormente la rabbia degli studenti della Scuola Pubblica è anche il continuo impegno che del Governo verso l’istruzione privata con la notizia del primo ok a nuovi fondi per le scuole paritarie. I ministri De Vincenti e Fedeli comunicano che, “in seguito a un’intensa interlocuzione tra i loro Uffici, e gli Uffici della Commissione Europea, è stato acquisito l’assenso della Commissione a eliminare dall’Accordo di Partenariato 2014-2020 (AdP) la previsione dell’esclusione delle scuole paritarie, partecipanti al sistema nazionale di istruzione, dal novero dei possibili destinatari dei fondi strutturali europei, che impediva di dare attuazione alla disposizione contenuta all’articolo 1, comma 313, della legge di Bilancio per il 2017”. Pertanto – spiega una nota ministeriale – “sarà possibile celermente apportare con la Commissione le modifiche al Pon per la scuola, necessarie al fine di allineare le relative modalità operative a quanto previsto dal legislatore italiano”.
Plaude alla notizia il senatore Ap, Maurizio Lupi: “Grazie soprattutto al lavoro del
sottosegretario all’Istruzione Gabriele Toccafondi, abbiamo a lungo insistito per il superamento di questa discriminazione e abbiamo fatto inserire nella legge di Bilancio 2017 un comma che stabiliva il diritto di accesso ai Pon Scuola anche per le paritarie”, e aggiunge: “È il primo passo per rendere concreto e attuabile quanto stabilito dal Parlamento italiano, un ulteriore passo verso una effettiva parità scolastica e una piena libertà di educazione”.
“A distanza di oltre due anni dall’approvazione della Legge 107/2015 che ha potenziato il progetto di collegamento con le aziende, gli studenti del triennio finale delle scuole superiori continuano ad avere pochissime tutele e attendono ancora l’approvazione dello statuto dei loro diritti che garantisca qualità e gratuità degli stage. Il risultato è che i giovani continuano a sentirsi sfruttati”. A dichiararlo è il sindacato Anief, nel giorno in cui gli studenti sono scesi in piazza in numerose città per protestare contro l’alternanza scuola-lavoro. “Solo qualche mese fa, con le nuove regole in atto, in Sicilia, dei giovani hanno denunciato di essersi ritrovati a fare i camerieri, i gelatai e le maschere del cinema. Oppure di servire hamburger ai tavoli e allevare cozze. O ancora, di fare i commessi per una nota casa di moda, in attesa che questa selezionasse lavoratori all’altezza della situazione. La studentessa di un alberghiero di Bari è finita a lavare i bagni e a fare volantinaggio, per dodici ore consecutive. Non si tratta di casi isolati. Eppure, in base alle nuove norme, l’Alternanza scuola-lavoro è destinata a diventare uno dei tasselli più importanti del nuovo Esame di Stato della secondaria”.
“Con la riforma Renzi-Giannini – dice Marcello Pacifico, di Anief-Cisal – le attività di alternanza Scuola-Lavoro sono diventate formazione didattica a tutti gli effetti: per gli studenti, le esperienze pratiche svolte in azienda, ma anche nei musei, diventano infatti anche requisito d’ammissione agli Esami di Stato. Peccato che non ci sia ancora uno statuto nazionale utile per stipulare convenzioni con i datori di lavoro, in modo da scongiurare il rischio di sfruttare i ragazzi. Come il nostro sindacato ha da tempo denunciato. Rimane poi irrisolto il problema degli studenti privatisti che non possono svolgere attività di alternanza scuola-lavoro”.

Battisti. Ministro Brasiliano: rotto rapporto di fiducia

Cesare-Battisti-estradizione

“Adesso abbiamo un governo veramente democratico in Brasile e non possiamo dare protezione a un criminale. L’estradizione deve essere fatta”. E’ quanto ha detto oggi a Milano il sindaco di San Paolo, Joao Doria, dopo aver incontrato il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, in un faccia a faccia che ha riguardato anche il caso di Battisti, l’ex terrorista che vive in Brasile e che potrebbe essere estradato in Italia per scontare la pena.

“Io credo che l’estradizione vada fatta e presto – ha ribadito il sindaco di Milano Giuseppe Sala -. Battisti ha una condanna definitiva ed è giusto che torni in Italia. Spero che venga assicurato alla giustizia italiana il prima possibile”. Il primo cittadino di Milano ha commentato l’atteggiamento di Battisti di questi ultimi giorni:”lo trovo vergognoso e le sue ultime affermazioni folli e patetiche. Spero che venga assicurato alla giustizia italiana e che il governo brasiliano collabori”.

Contro Battisti anche il ministro della Giustizia brasiliano, Torquato Jardim, che in un’intervista a BBC Brasil ha detto che ha “rotto il rapporto di fiducia” con il Brasile. “Ha cercato di uscire dal Brasile senza una ragione precisa, dicendo che stava andando a comprare materiale da pesca. Ma ha rotto il rapporto di fiducia perché’ ha commesso un illecito e lasciava il paese, con denaro oltre il limite consentito, senza motivo apparente”, ha aggiunto il membro del governo di Michel Temer.

Insomma il Brasile non sembra più disposto a proteggere Battisti che intervistato dal quotidiano brasiliano ‘Folha de S.Paulo’ attacca l’Italia: “È un paese così arrogante”. A Roma “sono convinti che sia un compito per loro facile portarmi via”, ha aggiunto l’ex terrorista, definendo l’atteggiamento italiano nei suo confronti come un’espressione di “orgoglio e vanità”.

Secondo Battisti, ci sono “varie ragioni” dietro alla volontà dell’Italia di riaverlo in

patria. “Soprattutto nei 15 anni che ho vissuto in Francia, ho approfittato di ogni intervista per denunciare ciò che stava accadendo in Italia. Persone arrestate e scomparse, uccise dalla

polizia, suicidi sospetti, la mafia al potere. Io stavo dando fastidio e così hanno creato un mostro, spargendo menzogne e mescolando il tutto con una cosa seria, che è stata la mia partecipazione alla lotta armata, che non nego”, ha detto l’ex membro dei Proletari armati per il comunismo.

E poi un appello: “Il presidente brasiliano, Michel Temer, ha l’occasione di compiere un grande atto di giustizia e umanità nei miei confronti”. “Vorrei che il presidente Temer prendesse coscienza profonda della situazione – ha aggiunto l’ex terrorista – anche perché ha tutti gli strumenti giuridici e politici per fare un atto di umanità e lasciarmi qui” in Brasile.

La dichiarazione di voto di Oreste Pastorelli

E’ davvero arrivato il momento che le forze responsabili del Parlamento consegnino al Paese una nuova legge elettorale: a pochi mesi dalla fine della legislatura, infatti, non si può fallire un obiettivo così importante per la democrazia.
Il presidente della Repubblica ha più volte richiamato le Camere: dopo il tentativo di giugno, adesso è davvero giunta l’ultima occasione, quella che non può essere mancata.
Sarebbe la vittoria dell’irrazionalità a scapito della responsabilità, del populismo a svantaggio della politica.

Oggi compiamo un passo avanti per dare al Paese una legge che ha il merito di armonizzare la formula elettorale delle due Camere. E’ fondamentale dare a Camera e Senato lo stesso sistema elettorale.
Comprendiamo perfettamente i motivi del Governo nel mettere la fiducia, caricandosi di una responsabilità pesante, ma quanto accaduto a giugno scorso sta lì a dimostrare come fosse l’unico modo possibile per portare a casa la riforma della legge elettorale.
Il voto segreto è infatti sacrosanto in caso di votazioni che interpellano la coscienza personale: sulle regole democratiche, però, dovrebbe essere diverso.
Ebbene un altro flop del Parlamento andrebbe ad assestare un colpo decisivo per la credibilità delle Istituzioni, oltre che ad avvantaggiare i professionisti della demagogia.
Certo, andando nel merito riteniamo la legge uscita dalla commissione non perfetta, ma tuttavia in grado di consegnare ai cittadini una normativa elettorale accettabile e rappresentativa.

La nuova proposta, per un terzo maggioritaria e due terzi proporzionale, incoraggia le coalizioni, proprio quello che avevamo indicato noi socialisti già da qualche tempo.
Con questa legge i cittadini avranno chiare le proposte politiche che si troveranno di fronte e i progetti di Governo tra i quali scegliere.
Ci preme poi sottolineare il passo avanti compiuto sulla parità di genere rispetto alle leggi precedenti.

Il testo accoglie le richieste che da anni avanziamo di un maggior equilibrio della rappresentanza di genere nelle istituzioni prevedendo che nessuno dei due sessi possa essere rappresentato in misura superiore al 60% sia nei collegi uninominali sia in quelli plurinominali: questa regola vale anche per i capilista.
Chiaramente avremmo voluto una rappresentanza alla pari, quindi 50 e 50, soprattutto  avremmo  voluto che il conteggio della ripartizione delle candidature tra donne e uomini alla Camera fosse a livello circoscrizionale, così come è per il Senato, e non nazionale.

In questo modo, infatti, c’è il rischio, anzi la certezza, che alcuni partiti concentreranno le candidature femminili nelle regioni dove sono deboli e quelle maschili nei territori in cui sono più forti, con la conseguenza di non eleggere nessuna donna.
Dobbiamo però riconoscere dei miglioramenti rispetto al primo testo presentato a giugno e ci auguriamo che ulteriori progressi sul fronte della rappresentanza paritaria siano portati avanti nella prossima legislatura, intervenendo anche a monte sui meccanismi di selezione dei partiti, nel rispetto dell’art 49 della Costituzione che prevede che “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Sin dall’inizio della legislatura, nel 2013, il Psi ha sposato la linea della responsabilità per favorire la stabilità del’Italia, messa a rischio da anni di crisi economica e di tensioni sociali.
Anche questa volta, quindi, non ci tireremo indietro, andremo avanti con coraggio, per il bene del Paese.
Esprimo, dunque, il voto favorevole della componente socialista alla nuova legge elettorale.

Gli Usa escono dall’Unesco per pregiudizi “anti Israele”

unescoGli Stati Uniti hanno notificato all’Unesco la loro uscita dall’organizzazione, la decisione sarà effettiva dalla fine del 2018 e gli Usa resteranno osservatori. In una dichiarazione diffusa dalla portavoce Heather Nauert, il dipartimento di Stato ha affermato che “la decisione non è stata presa alla leggera e riflette le preoccupazioni americane per i crescenti arretrati dell’Unesco, la necessità di riforme fondamentali per questa organizzazione e il continuo pregiudizio anti israeliano all’Unesco”. Ovvero a causa delle recenti risoluzioni che hanno condannato Israele e gli insediamenti, incluse quella su Hebron, in Cisgiordania, dichiarata parte del patrimonio storico palestinese, e l’altra sulla Città Vecchia di Gerusalemme.
Ma la decisione sarebbe legata anche alla somma – circa 500 milioni di dollari – che gli Usa devono all’Unesco da quando hanno sospeso l’erogazione dei fondi annuali nel 2011 per il riconoscimento della Palestina come stato membro dell’organizzazione, pur mantenendo un ufficio nel quartier generale di Parigi. In ogni caso non è la prima volta che gli Usa lasciano l’organizzazione, gli Stati Uniti avevano già lasciato una volta l’Unesco negli anni Ottanta, quando era presidente Ronald Reagan per rientrarvi vent’anni dopo sotto George Bush figlio.
“Mi rammarico profondamente per la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dall’Unesco, di cui ho ricevuto notifica ufficiale con una lettera del segretario di stato americano, Rex Tillerson”, si legge in un comunicato della direttrice generale dell’Organizzazione con sede a Parigi, Irina Bokova.
Il ritiro Usa dall’Unesco “a causa delle relazioni con Israele è una decisione “da apprezzare”. Lo ha detto via twitter, in una prima reazione da parte israeliana, l’ex ministro degli esteri e negoziatore capo, Tizpi Livni. “È un messaggio al mondo – ha proseguito – che c’è un prezzo alla politicizzazione, alla storia unilaterale e distorta”.
Nel frattempo a Parigi si sta votando in questi giorni per eleggere il nuovo direttore generale. Per ora sono rimasti in lizza due soli candidati che sono pari a livello di preferenze: l’ex ministro della cultura francese Audrey Azoulay e il suo omologo del Qatar Hamad Bin Abdulaziz Al-Kawari su cui Israele ha già espresso le proprie preoccupazioni.

Biotestamento, nastro blu e appello per testo in Aula

biotestamentoDopo oltre 4 anni dal deposito della proposta di legge di iniziativa popolare dell’Associazione Luca Coscioni, il Senato non riesce a portare a termine il riconoscimento per tutti di un diritto già previsto dalla giurisprudenza sulla base della Costituzione: il diritto di rifiutare le cure attraverso disposizioni anticipate. Per scongiurare il rinvio alla Camera della legge sul Biotestamento, quindi il suo affossamento, o peggio ancora il suo arenarsi nella burocrazia del Senato, si è tenuta oggi una nuova riunione dell’intergruppo, che conta ormai 246 parlamentari tra deputati e senatori.

La richiesta dell’Associazione Luca Coscioni è quella di inviare direttamente e senza modifiche il testo in Aula. Per farlo, è necessario che la relatrice si dimetta dal provvedimento, ed esiste almeno sulla carta una maggioranza all’interno dell’Ufficio di presidenza della Commissione Sanità, dove il testo è in discussione.

D’intesa con i Parlamentari intervenuti all’intergruppo, l’Associazione Luca Coscioni e i Parlamentari stessi iniziano una raccolta firme di Senatori che si impegnino sin d’ora ad approvare il testo direttamente in aula. L’intergruppo propone anche a Sindaci ed eletti locali di sottoscrivere una petizione al Parlamento con lo stesso obiettivo.

Al termine dell’Incontro, Mina Welby ha distribuito ai Senatori una spilla con un nastro blu chiedendo ai Senatori di indossarla in aula al fine di segnalare l’urgenza di una risposta alle attese e alle speranze di tanti cittadini malati.