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Adriano Autino

Blade Runner 2049.
La speranza che si rinnova

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Indubbiamente un bel film, degno dell’illustre precedente. La prima parte troppo lenta. Non sono contrario in assoluto alla lentezza. C’è la lentezza del grande Celibidache, un vento poderoso che spinge sulle vele dell’orchestra con forza costante. C’è la lentezza di una grande macchina che, pur con i motori a tutta forza, impiega del tempo a guadagnare velocità, ad esempio in mare, o nello spazio, dovendo vincere l’inerzia. In tutti questi casi avvertiamo la potenza, e l’accelerazione che comunque ci inchioda al sedile, togliendoci il respiro per l’anticipazione… E c’è la lentezza di chi tergiversa, o forse cerca un po’ di ipnotizzare lo spettatore, prima di cominciare a cercare di shockarlo. Ho l’impressione che in questo caso siamo esposti più a questo tipo di lentezza che al primo. Certo, si potrebbe anche discutere se sia legittimo “continuare” l’opera di un grande e geniale scrittore come Philip Dick, dal cui capolavoro “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” era stato tratto il capolavoro cinematografico di Ridley Scott, Blade Runner. C’è addirittura, tra i critici, chi pensa che Ridley Scott abbia concesso volentieri la liberatoria per il sequel a Denis Villeneuve, pregustando sornione l’impietoso confronto. Comunque, una volta che il motore della storia è andato a regime, il film imbocca un buon ritmo, senza lesinare con il simbolismo, tanto che a volte sembra di essere stati catapultati in una pellicola di Alejandro Jodorowsky. Il nostro Joe va alla ricerca della sua “montagna sacra”, e di risposte alle proprie domande esistenziali. Lì trova il vecchio Harrison Ford, ma non voglio svelare troppo a chi non ha ancora visto il film, considerando che suspense ed intreccio sono due punti di forza di questo lavoro.

La colonna sonora si caratterizza prevalentemente come una sequenza di rumori molto forti, a sottolineare l’atmosfera cupa, dove non si vede mai il sole, e la natura è completamente scomparsa dal pianeta Terra. Indubbiamente mi manca molto Vangelis. Ma, in generale, del romanticismo del primo Blade Runner qui rimane solo una certa eco di nostalgia, che però non trova il tempo di comunicarsi, nonostante le tre ore abbondanti di durata del film. In questo, bisogna dire, il film esprime bene il carattere del nostro tempo. Qualsiasi sentimento romantico, compresa la nostalgia, sembra essere bandito: quella che si avverte non è tanto nostalgia, quanto un vago ricordo della nostalgia, che non riesce a commuovere. Come se, morta o morente la natura, qualsiasi sentimento fosse confinato in un limbo dal quale non riusciamo a portarlo fuori. Paradossalmente, le uniche a provare sentimenti, ed a versare qualche lacrima, sono proprio loro, le persone arificiali. Nate o create in un mondo senza sole, non sembrano averne bisogno per nutrire sentimenti fin troppo umani. E questa sembra già una dichiarazione di una specie pronta a succederci.

Se il mondo immaginato da Dick era l’enorme periferia di una sconfinata megalopoli, il mondo di BR 2049 è un’immensa discarica, un gigantesco immondezzaio di rottami ferrosi, inframmezzato da zone contaminate. Nel bel mezzo della zona nuclearizzata — forse a simboleggiare i miracoli continuamente evocati lungo lo svolgimento della trama — troviamo arnie di api jodorowskiane! Cosa vuole dirci Denis Villeneuve? Viene il sospetto che questa, come altre, sia solo una trovata dal sapore retrò-simbolista escogitata dai creativi che hanno contribuito al soggetto, per spiazzare la nostra percezione. E va bene, mettiamoci anche Brecht, e spiazziamoci pure. Mi piace essere spiazzato, quando mi si vuole predisporre a ricevere un concetto a mente aperta: se però mi si spiazza solo per aggiungere un po’ di pepe, che altrimenti non sboccia dal soggetto, allora mi sento un po’ preso per i fondelli.

Scontato, ma non obbligatorio, il carattere ultra-distopico del soggetto. Sappiamo che l’umanità si è espansa nello spazio, il fantomatico ”extramondo”, che non ci mai è dato vedere, ma a volte è citato come luogo di delizie ed a volte come luogo dove si impara a conoscere il dolore che non si è mai davvero conosciuto. È chiaro che l’espansione della civiltà nello spazio non è considerata, dagli sceneggaitori, che un dettaglio del tutto ininfluente sul piano sociale. Infatti la civiltà non ha affatto cambiato verso: l’ecosistema terrestre è chiaramente collassato, ben oltre la catastrofe ambientale, e l’umanità non sembra certo navigare nell’oro. Anche i privilegiati iper-tecnocrati vivono in una specie di inferno terreno. Dick scrisse la sua fantascienza distopica negli anni ‘60 del secolo scorso, con grande anticipo su quello che poi sarebbe diventato un filone floridissimo, innestandosi sulle ideologie verdi teorizzatrici dell’uomo distruttore della natura.

Ma, se non ci avesse lasciati nel 1982, Dick apprezzerebbe questa visione ultra-distopica, incurante di qualsiasi variante dello sviluppo civile? Sarebbe interessante esplorare dickianamente una realtà in cui il maestro non è passato a miglior vita, e cura personalmente il soggetto di Blade Runner 2049… Forse un un simile soggetto descriverebbe lo scenario che si potrebbe verificare nel caso la civiltà non si espandesse nello spazio. Un mondo chiuso e buio, dove la catastrofe eco-sociale sarebbe stata inevitabile. Oppure vorrebbe regalarci finalmente una visione sia pure prudentemente utopica, grazie all’avvenuta espansione nello spazio, ed al conseguente sviluppo a risorse virtualmente infinite?

Comunque, tornando alla storia che possiamo vedere oggi nelle sale, a modo suo, limitatamente, questo film propone anche un concetto di speranza positiva. In questo caso sono certo di non guastare la sorpresa a nessun futuro spettatore, visto che questo concetto ci viene rivelato fin dalle prime sequenze, ed intorno a questo concetto si sviluppa tutta la storia. Il primo cacciatore di androidi e la sua dolce amante androide ebbero un bambino. Grazie ad un incredibile quanto imprevisto sviluppo delle tecniche biocibernetiche, Rechel era infatti in grado di restare incinta e di partorire. E questo bambino è la speranza dell’umanità. Rappresenta la fusione tra intelligenza umana ed intelligenza artificiale. Una prospettiva che può tranquillizzare quanti temono che l’homo sapiens venga prima o poi soppiantato da una nuova specie artificiale, che prenderebbe il sopravvento così come i Sapiens fecero a danno dei Neandertal.

Il fatto che questo concetto di speranza sia affidato alla vita che si rinnova dà un tocco umanista a questa storia: la nuova specie che si annuncia è pur sempre parte della natura. Un caso di vita intelligente che progetta e costruisce una specie superintelligente, integrando le capacità e le velocità di calcolo e di pensiero dell’elettronica (peraltro ormai completamente organica) con le capacità di intuizione e creatività dell’intelletto sapiens. Sarebbe lecito supporre che la superintelligenza sia poi in grado di comprendere appieno la convenienza infinitamente maggiore dell’etica, e della competizione leale, in un contesto (extramondo!) di risorse abbondanti, rispetto alla cattiveria ed alla sopraffazione nel mondo chiuso e limitato…

Tale superintelligenza saprà forse anche scrivere finalmente un soggetto cinematografico in cui si apprezza pienamente la differenza tra una civiltà implosa nel mondo chiuso, ed una che riprende a svilupparsi nel mondo aperto del sistema solare. Ma questa è una storia ancora tutta da scrivere.

Adriano V. Autino

Progresso, progressismo
e rinascimento

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Negli ultimi mesi qualcuno si deve essere accorto che, nel campo della sinistra, si era completamente estinta qualsiasi componente progressista. Tutte le forze e le debolezze della sinistra si erano gradatamente uniformate all’ideologia verde decrescitista, diventando così un altro fattore di supporto al declino industriale nel nostro paese, e quindi all’eutanasia della civiltà industriale. Ora, non può certo sfuggire, a chi conserva un minimo di capacità di analisi sociale, che tutto ciò che abbiamo avuto, in termini di vero progresso, nel mondo occidentale, lo si deve alla civiltà industriale. Basta guardare i paesi in cui non c’è (ancora) stata una rivoluzione industriale (e chissà se a questo punto ci sarà mai). Niente sistemi di istruzione di massa, niente sistemi sanitari di massa, e totale mancanza di quella diginità umana che solo il lavoro ha potuto portare, pur con tutte le contraddizioni che ben conosciamo. La civiltà industriale, nei paesi in cui si è sviluppata, ha portato non solo progresso materiale, ma soprattutto morale ed etico, la nascita di movimenti pacifisti, la graduale obsolescenza delle concezioni della guerra come valore e gloria, una maggior consapevolezza dei diritti umani universali. Ovviamente ha significato anche sfruttamento, alienazione, inquinamento. Mali che il movimento operaio ha cercato di eliminare o contenere, con le sue lotte per i diritti sociali. E di tutto questo chiunque si ritenga oggi sinceramente umanista può a buon diritto continuare a rivendicare la giustezza ed il merito, davanti alla storia. Le grandi lotte operaie hanno però anche lasciato una pesante eredità negativa: l’odio di classe, che continua a far danni anche nell’era cosiddetta post-industriale, anche quando non esistono più modelli sociali alternativi alla democrazia liberale, nel contesto del (più o meno) libero mercato. Le classi sociali, così come erano state definite in era industriale, si sono progressivamente sfilacciate, compenetrate, osmotizzate, rendendo via via la realtà sociale un amalgama in cui è sempre più difficile distinguere il proletario dal precario e dal piccolo imprenditore semplicemente monitorando il loro conto in banca, in ogni caso tendente al rosso. E quando il colore rosso si trasferisce tragicamente dalle bandiere ai nostri conti bancari, è inevitabile che avanzino le tante gradazioni di nero, dell’evasione, del fascismo, della regressione sociale, della chiusura, della mafia, della violenza e dell’autoritarismo, del noir non più solo genere letterario, bensì vero e proprio modello sociale.

Ma non è neanche facendo appello alla resistenza contro il neofascismo rampante che la società civile potrà generare sufficienti anticorpi e riconquistare un limpido assetto progressista. Andiamo con ordine. Avendo svolto una veloce indagine di mercato (la disciplina che da qualche anno ha evidentemente rimpiazzato l’analisi sociale), qualcuno nel campo della sinistra ha furbescamente rispolverato il termine “progressista”. E così, ad esempio, Pisapia ha battezzato il suo movimento “Campo progressista”. Qualcun altro ha prontamente seguito l’esempio, ed ha fondato “Articolo 1, Movimento democratico e progressista”. Che dire di quest’ultimo? Già nel nome testimonia la sua condizione di relitto della storia, intitolandosi all’articolo 1 della costituzione, quello che stabilisce l’Italia essere “una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, e non ad esempio sulla libertà di impresa e di ricerca scientifica, filosofica, etica, definizione che starebbe meglio al passo con il tempo contraddittorio, ma anche fortemente rinascimentale, che stiamo vivendo. Movimenti che basano la loro definizione progressista sull’immarcescibile ricetta dell’aumento della tassazione ed, in definitiva, sul controllo statale dei patrimoni, in nome della “redistribuzione della ricchezza”. Un concetto che, così come la “salvaguardia del pianeta”, viene proposto senza neanche più disturbarsi a motivarne la validità etica, convinti come sono i proponenti, nella loro supponente presunzione, che tutti ormai ne diano per scontate l’assennata correttezza sociale ed ontologica. La convinzione profonda, ben radicata nella coscienza piccina e priva di immaginazione di costoro, è sempre la stessa: il pianeta è una quantità finita di materie prime, la ricchezza che ci si può costruire sopra non può quindi che essere anch’essa finita ed inaccrescibile. Bisogna dunque (ri)distribuire equamente questa “ricchezza” tra tutti. Va da sé che i proponenti di questa dottrina si ritengono i migliori e più onesti gestori delle risorse ormai scarse del “pianeta”, termine di cui pure abusano. Il termine “pianeta” infatti, per gli antichi greci, significava “luce nel cielo”. Basterebbe rifarsi a questa vecchia definizione, allora, per capire che il nostro pianeta è una luce nel cielo tra tante, nel sistema solare. Se si continua ostinatamente a vedere questo nostro pianeta come l’unico che abbiamo (e che avremo), è inevitabile che tutta l’attività umana ne risulti un gioco a somma zero. Il concetto di redistribuzione della ricchezza si riferisce all’economia come gioco a somma zero. Ridurre le disuguaglianze, un obiettivo rispolverato da questi movimenti sedicenti nuovi, si riferisce ugualmente al paradigma della somma zero.

Un movimento realmente progressista, futurista e presentista, dovrebbe invece urgentemente ragionare su un concetto di crescita della ricchezza ed, a tale uopo, in un’agenda finalmente socio-urgica, e non solo socio-logica, agire per movimentare i capitali, che oggi ristagnano senza alimentare alcuna crescita. Movimentare i capitali non significa necessariamente che lo stato debba risucchiarne porzioni crescenti per poi occuparsi di ridistribuirli o reinvestirli. Sappiamo ormai che poi gran parte del gettito fiscale sparisce in capaci tasche che poco o nulla hanno a che vedere con serie politiche di investimento pubblico. Movimentazione dei capitali in direzione utile al progresso sociale dovrà significare piuttosto tassare i capitali immobilizzati, invece che i capitali tout-court. Ma, ancor più, significa sviluppare politiche di incentivi e sgravi fiscali, intelligentemente orientate a favorire iniziative industriali e di ricerca funzionali al vero progresso. Mi riferisco, come scritto più volte in altri articoli, al settore new space: veicoli di trasporto terra orbita interamente riutilizzabili, sviluppo del trasporto di passeggeri civili nello spazio, di stabilimenti industriali manifatturieri orbitali e nello spazio geo-lunare, utilizzo di tecnologie additive per produzione ed assemblaggio di satelliti direttamente in orbita. Perfino l’industria 4.0, sulla quale si ripongono oggi tante speranze, non servirà a nulla, se non innescherà l’espansione civile nello spazio.

Per uscire dal paradigma della somma zero basta un semplice ragionamento, un classico “uovo di Colombo”, come quello che ha portato Elon Musk, recentemente, a sviluppare lanciatori a due stadi completamente riutilizzabili, visto che ancora non siamo in grado di sviluppare un veicolo single stage to orbit. Il ragionamento è questo: se le risorse materiali del nostro pianeta natale costringono ormai la civiltà degli otto miliardi di abitanti ad un’economia permanentemente a somma zero, le risorse del sistema solare, a cominciare da quelle della luna e degli asteroidi vicini alla terra, permettono di uscire da questa gabbia, e di tornare ad orientarci al vero progresso, vale a dire il processo socio-economico a somma crescente. In un contesto economico crescente, poiché basato su risorse materiali ed energetiche virtualmente infinite, l’ascensore sociale tornerà a mettersi in movimento, verso l’alto.

È questo l’importante. Se, infatti, proviamo a lasciar andare l’odio di classe ed i meschini desideri di rivincita e vendetta, che cosa potrà mai importare veramente, a noi che abbiamo a cuore i diritti di tutti gli esseri umani, che i ricchi “paghino caro” per la loro ricchezza? Per quanto mi riguarda Bill Gates può anche diventare ancora più ricco, purchè ai miserabili sia data la possibilità di accedere ad un livello di vita dignitoso, chi già lavora abbia maggiori opportunità di impiego, i piccoli e medi imprenditori abbiano un formidabile aumento del mercato e dei contratti, nascano nuove imprese ogni giorno, alimentando così la crescita sociale complessiva. A me, umanista, fa molto male sapere che tanti milioni di bambini nel mondo non hanno da mangiare e non possono andare a scuola, che milioni di persone non hanno di che lavarsi e vivere dignitosamente. E che, in virtù di questo loro stato, costituiscono una massa di disperati disponibili per guerre ed orrori inaccettabili. Io non mi sento libero né completo, come essere umano, finchè perdura e peggiora questo stato di cose. Se continueremo a cercare di superare questo stato di cose mediante i concetti della redistribuzione, del risparmio e della tassazione vessatoria — tanto cari alle sinistre vecchie e decrepite anche quando si rifanno la facciata — non faremo che incrementare i conflitti, gli odi, le chiusure. Il risultato sarà la redistribuzione dell’odio e della povertà, e non certo della ricchezza. Il nostro obiettivo è infatti eliminare la povertà, e non la ricchezza.

Non solo il termine “progressista” sta vivendo una stagione di rispolvero. Anche il termine “rinascimento” conosce un percorso simile. Sono molti ormai a riempirsi la bocca di questo termine, senza avere neanche provato ad approfondire il concetto, che cosa ha significato nella storia, e che cosa significa oggi. Il pericolo è che queste parole — progresso e rinascimento — vengano svuotate del loro significato reale, e quindi diventino del tutto inefficaci, grazie all’uso improprio fattone dai mestieranti della politica, pronti a sporcare qualsiasi concetto, pur di avere una manciata di voti in più, ed un quarto d’ora di notorietà.

Varrà la pena ricordare che il Rinascimento è un processo sociale che ha avuto inizio nel 1500, in Italia, grazie alla famiglia Medici, che ebbe il grande merito di inaugurare una pratica estremamente utile e funzionale al progresso: utilizzare parte della propria fortuna, accumulata grazie al proprio genio imprenditoriale, per favorire lo sviluppo delle arti e della ricerca, che all’epoca praticamente coincidevano, nelle botteghe artigiane. Il Rinascimento è stato l’ostetrica che ha favorito la nascita della ricerca scientifica moderna, nel ‘600, seguita dalle rivoluzioni industriali dell’800 e del ‘900, ed oggi punta decisamente allo spazio, unico sbocco che può assicurarne la continuazione.

Nei primi anni 2000, un “Medici” moderno, Paul Allen (socio di Bill Gates), ha donato 30 milioni di dollari alla piccola aziende Scaled Composites. Grazie a quella donazione la Scaled Composites progettò e costruì SpaceShipOne, un veicolo suborbitale, simile al vecchio X15 della NASA, però concepito per trasportare turisti, passeggeri civili. Il 21 giugno 2004 lo SpaceShipOne ha compiuto il primo volo spaziale sviluppato con soli fondi privati, vincendo così il premio Ansari X-Prize da dieci milioni di dollari, per aver raggiunto l’altitudine di 100 km (cioè lo spazio) due volte in un periodo di due settimane con a bordo l’equivalente di tre persone e con non più del 10% di peso (che non fosse carburante) della navicella sostituito tra i due voli. C’è questo “piccolo” evento, nel background di Space X, e del grande evento degli ultimi due anni: l’abbattimento del costo del trasporto terra orbita da 20.000 US$/kg (mantenuto monopolisticamente costante per gli ultimi 40 anni!) a 2.000 US$/kg, che consente oggi a molte più aziende private di entrare nel settore spaziale.

La realtà odierna? Nel mondo c’è una lotta tra rinascimento e regressione, di cui nessun media canta le gesta. Governi intelligenti, che facciano propri moderni concetti di progressismo e mecenatismo, possono fare molto per aiutare il rinascimento a prevalere.

Una forza di governo intelligente, oggi, potrebbe anche — oltre a mettere in atto le politiche sopra accennate — porsi l’obiettivo di incrementare il moderno mecenatismo, ad esempio istituendo sgravi fiscali per chi fa donazioni importanti per l’arte, per la ricerca, per l’istruzione, per la protezione ed il risanamento idrogeologico del territorio. È opportuno evidenziare la modalità innovativa di tale processo. Va lasciato andare anche il vecchio sistema di centralizzare le donazioni a livello fiscale: gli 8 ed i 5 x mille non sono bastati, almeno finora, a risollevare l’investimento in ricerca ed istruzione, che continuano a vedere di anno in anno i loro già miseri bilanci costantemente tagliati. Oltre ad arrestare ed invertire finalmente la tendenza suicida al taglio progressivo delle risorse pubbliche per la ricerca e l’istruzione, occorre costruire un sistema che incoraggi le donazioni dirette, ovviamente monitorandone l’effettiva esecuzione e successiva efficacia, non solo alle associazioni ed alle imprese, ma anche a singoli ricercatori, artisti, innovatori, premiando le idee migliori per favorirne la realizzazione. Altrochè reddito di cittadinanza!

Un’ultima chiosa, per chiudere questa riflessione. Per quanto il nesso possa non apparire ovvio, questo scritto mi è stato stimolato da un bel film, visto ierisera, sulla vita di Jacques Costeau, che confesso di aver voluto vedere perché nel cast c’è Audrey Tautou, una delle mie attrici preferite, indimenticabile interprete del “Favoloso mondo di Amelie” ()… Comunque, Costeau si è spinto nei più remoti angoli del nostro pianeta, con l’intento di promuovere la colonizzazione del mare, le abitazioni sottomarine, ed addirittura la mutazione trans-umanista, cioè sviluppare branchie artificiali per poter vivere nel mare come ibridi umano-ittici. La sua opera ha comunque diffuso la conoscenza dell’ambiente naturale marino, di cui il vecchio Costeau diverrà poi uno strenuo difensore. Il suo sogno fu sostenuto principalmente da una società petrolifera, che donava carburante per la sua nave Calipso, in cambio di campioni raccolti sul fondo marino, per indivuare giacimenti di petrolio. Il sogno di colonizzare i fondali ebbe però termine quando si cominciarono a sviluppare i robot sottomarini, che consentivano l’esplorazione e la prospezione mineraria dei fondali con molta maggiore efficienza e minor pericolo per gli esseri umani. Personalmente ritengo che la mancata colonizzazione del mare non sia affatto un male: non avrebbe alcun senso riempire ulteriormente lo spazio del nostro pianeta di infrastrutturre abitative ed industriali. Il pianeta stesso sta già dimostrando, mediante scompensi climatici tremendi, che non tollererà oltre la nostra invadenza… si sa che dopo tre giorni (o in questo caso dopo tre ere geologiche?) l’ospite è come il pesce… puzza. Da un punto di vista puramente ecologico (e non ecologista), il mare — ambiente fondamentale per il ciclo autoregolantesi delle acque planetarie — dovrebbe restare per quanto possibile un ambiente autoregolato, e quindi il meno possibile antropizzato. E quindi in questo caso lo stop alla colonizzazione, imposto dallo sviluppo di tecnologie robotiche, è stato quanto mai opportuno. Altro discorso riguarda ovviamente le risorse, soprattutto alimentari, che preleviamo dal mare, negli ultimi anni messe in crisi a causa di pesca eccessiva e dell’inquinamento, soprattutto da materie plastiche. Anche a questo proposito, l’unica alternativa è rappresentata dalla continuazione del nostro sviluppo altrove, il che permetterà al nostro pianeta d’origine di rigenerare la ricchezza e la qualità delle risorse naturali, quelle ittiche in primo luogo.

Nel caso dello spazio, quindi, se un arresto del processo espansionistico dovesse riproporsi, a causa di una pretesa “maggior convenienza” di tecnologie robotiche nell’approvvigionamento di materie prime extraterrestri, sarebbe un evento nefasto, che arresterebbe non solo il progresso, bensì l’evoluzione stessa della civiltà. Una simile scelta porterebbe, alla fine, all’inevitabile invasione antropica anche del mare, decretando la progressiva cementificazione del nostro pianeta, modello Trantor (si veda il ciclo della Fondazione di Isaac Asimov). E credo proprio che questo scenario non sia accettabile né per gli umanisti né per gli ecologisti… Fatta salva la grande utilità delle tecnologie robotiche come supporto alla colonizzazione dello spazio, è chiaro che le risorse extraterrestri dovranno essere utilizzate principalmente in funzione dell’eso-sviluppo, per costruire infrastrutture spaziali, e supportare la vita e le attività umane in tali ambienti. Dunque, vogliamo discutere, quanto prima possibile, di che cosa intendiamo veramente per progresso?

Adriano V. Autino

Malaria, zanzare, DDT e futuro

ddtQualche riflessione sulla malaria e la sua storia è d’obbligo, visto che già i propagandisti razzisti nostrani stanno approfittando del triste caso della bimba di quattro anni uccisa dalla malaria a Trento per sparare nuove deliranti accuse contro gli immigrati.
La verità è che in Africa ed in altri paesi la malaria era stata quasi completamente debellata negli anni 50 del secolo scorso, grazie soprattutto al DDT, un potente insetticida sintetizzato per la prima volta in Svizzera, da Paul H Muller alla fine degli anni 30.
In Italia, pesantemente colpita dalla malaria grazie alle ampie zone paludose (in gran parte bonificate durante il ventennio fascista), il morbo fu completamente sconfitto grazie al DDT portato dagli Stati Uniti, a partire dal gennaio 1944. La campagna permise tra l’altro di mettere fine all’epidemia di tifo che imperversava a Napoli. Le truppe naziste in ritirata non mancarono di distruggere le dighe, costruite durante il regime mussoliniano, che avevano permesso la bonifica delle paludi Pontine. Le paludi furono quindi nuovamente infestate dalle terribili zanzare malariche. Fu il DDT americano a spazzare via completamente gli insetti infettivi. Sull’onda del successo italiano, l’OMS lanciò una campagna globale basata sul DDT, ottenendo un rapido successo totale in molti paesi dell’America Latina e dell’Asia, infestati dalla malaria. Ed anche in Africa, l’incidenza del morbo fu molto ridimensionata, lasciando sperare in una vittoria totale. Milioni di vite furono salvate.
malariaMa questo successo non fu gradito a tutti. Per coloro che temevano (e temono) l’invasione da parte degli indesiderabili (gli umani di pelle non bianca), l’eliminazione della malaria dalle aree tropicali non rappresentò certo una banedizione. Le società eugenetiche antiumaniste (come la Immigration Restriction League, la American Breeders Association, l’Eugenics Record Office, precursori degli odierni Suprematisti Bianchi) molto attive negli Stati Uniti fin dagli anni 30, e più che colluse con il nazismo europeo, scatenarono una campagna delirante contro il DDT. Tale campagna ebbe il suo culmine nel 1962, con la pubblicazione del libro di Rachel Carson “Silent Spring” (primavera silenziosa), il cui enorme successo si può a buona ragione identificare come il calcio d’inizio del movimento ecologista, da alcuni un po’ provocatoriamente, ma non del tutto a torto, definito ecozista.
Inanellando una serie di affermazioni mai provate scientificamente, quali la cancerogenicità, la nocività per la fauna aviaria (al contrario nel periodo di massima diffusione del DDT negli USA gli uccelli addirittura aumentarono la loro consistenza numerica), il DDT fu dipinto come il mostro chimico che uccideva la natura. In risposta a questo “grido d’allarme”, che travalicò presto i confini degli Stati Uniti, molti governi si affrettarono a cancellare i loro programmi anti-malaria basati sul DDT, senza peraltro possedere alcun rimedio alternativo. I risultati furono catastrofici, il numero delle morti per malaria, che erano stati ridotti in molti paesi da milioni a poche decine, tornò ad impennarsi in modo esponenziale. Ovviamente il DDT ha le sue controindicazioni ma, come riporta Luigi Mariani nel suo esauriente articolo, non superiori a quelle della caffeina e dell’aspirina, sostanze che assumiamo normalmente senza danni genetici. Come è noto soltanto recentemente sono in corso di sperimentazione metodi anti-malarici alternativi. Il DDT non doveva quindi essere bandito, almeno finchè non fossero stati a disposizione rimedi alternativi. La carneficina malarica si è protratta invece fino ai giorni nostri.
Considerando i milioni di viaggiatori che si muovono tra i paesi ancora infestati e quelli cosiddetti “civili”, come possiamo pensare che qualche insetto infetto non riesca di tanto in tanto ad imbarcarsi e raggiungere i nostri bambini? Il rimedio quale sarebbe allora? Dovremmo chiudere tutti gli aeroporti, e barricarci in fantomatiche enclave “sicure”? Nonsense, follia.
La risposta sta nel prenderci finalmente cura, prima che del “pianeta”, tanto caro agli ecologisti, degli esseri umani che lo abitano, tutti, ovunque. Mettendo in campo strategie volte, ad esempio, ad eliminare completamente sia l’agente causale (Plasmodio), sia la specie che lo veicola, la zanzare anofele. Chi potrà mai sentirne la mancanza, se non le correnti antiumaniste ed i loro fiancheggiatori ecologisti?
Naturalmente non ci si può neppure limitare ad ignorare il problema della crescita demografica nel sistema finora chiuso del nostro pianeta. Gli unici strumenti di “contenimento” sono stati finora quelli naturali delle malattie epidemiche, delle catastrofi e delle guerre – retaggio della ferocia animale, volta a sopprimere la progenie dei concorrenti per permettere il maggior sviluppo della propria. Come non manco di ricordare in tutti i miei articoli e libri, se la famiglia cresce non si devono sopprimere i figli, bensì cercare una casa più grande, ed aiutarli ad espandere il loro orizzonte abitativo e di sviluppo.
In altre parole, cosa che agli ideologi antiumanisti non sembra proprio entrare in testa, lo spazio esterno è la risposta, dove ci sono risorse, energia, spazio e potenzialità culturali virtualmente infinite, per trilioni di umani a venire. Prima daremo inizio all’espansione, meglio sarà per tutti, incluso l’ambiente naturale del nostro pianeta.

Adriano Autino

Si vedano anche:
– questo esauriente articolo di Luigi Mariani, a proposito della damnatio memorie del DDT: https://agrariansciences.blogspot.it/2016/12/zanzare-malaria-e-ddt-note-storiche-su.html
– questo articolo “La verità a proposito del DDT e della primavera silenziosa”, estratto dal libro di Bob Zubrin “Merchants of Despair” http://www.thenewatlantis.com/publications/the-truth-about-ddt-and-silent-spring

Una patente per guidare le intelligenze artificiali

Quello dell’intelligenza artificiale è un argomento di portata talmente ampia che non ci si può limitare a considerazioni legate ai ritorni di investimento, effetti sull’occupazione, o altri aspetti meramente economici. Il tema investe la dimensione filosofica a più lungo termine, prova ne sia che due grandi protagonisti della scena industriale contemporanea, come Mark Zuckerberg ed Elon Musk, proprio su questo terreno si sono recentemente confrontati (http://www.webnews.it/2017/07/25/elon-musk-contro-zuckerberg-sui-rischi-ia/).

robot women in technology background

robot women in technology background

Iniziando con le considerazioni più generali, l’Intelligenza Artificiale (IA) fa parte degli sviluppi tecnico-scientifici cosiddetti GRAIN (Genetics, Robotics, Artificial Intelligence, and Nanotechnology), tutti molto promettenti, ma che, come ho già scritto più volte in passato, ed anche nel mio ultimo libro “Un mondo più grande è possibile!”, di cui riporto qui un passo, hanno tutti un grave handicap. “L’economia terrestre è ormai fallita, le Industrie terrestri non possono più crescere né svilupparsi oltre. L’ulteriore sviluppo della scienza terrestre nel mondo chiuso potrà fare miracoli, come sempre, ma il loro effetto sarà di breve durata, conferendo alla civiltà forse pochi anni di apparente ripresa dalla crisi. La caduta successiva sarà peggio, se il mondo dovesse restare chiuso. In mancanza di spazio lo stesso sviluppo tecnologico potrà imboccare strade involutive, tendenti a deprimere l’iniziativa, la creatività e lo spirito di avventura che da sempre caratterizza la nostra specie. Infatti, in un contesto di fabbisogni energetici mortificati dalla scarsità di risorse, il sistema non potrà che tendere alla staticità, all’immobilismo fisico e quindi culturale, all’equilibrio, forse, ma l’equilibrio della vecchiaia e della morte. Da tempo le forze che fiancheggiano la prematura estinzione della nostra civiltà tentano di “educarci” ad una maggiore stanzialità, a limitare i viaggi. Lo stesso termine “navigazione in rete” appare particolarmente odioso, in questa prospettiva, addirittura patetico, in quanto suggerisce di abbandonare le velleità dell’esplorazione, in favore di una comoda poltrona davanti allo schermo televisivo, dove possiamo fruire di suoni ed immagini di terre lontane, o addirittura di altri pianeti… Suoni ed immagini ripresi da professionisti dell’esplorazione, meglio se mediante ausilii completamente robotici. Tutta la “cultura” (se così la vogliamo chiamare) del Ventunesimo Secolo ci suggerisce che ogni cosa è meglio lasciarla fare ai professionisti, e diventare sempre più dei consumatori, tenuti in poltrona, all’ingrasso, fisico e mentale. Salvo che poi il giochetto non funziona, perché l’economia ne risulta terribilmente depressa, i mercati diminuiscono, e tutto rischia di finire molto più velocemente di quanto gli strateghi del cosiddetto “soft landing”  avessero previsto, tramutandosi presto in “hard landing”. Si dimostra così una volta di più che la pretesa di aver compreso a fondo i meccanismi dell’economia, ed ancor più, l’illusione di poter agire su tali processi come se si avesse a che fare con un sistema totalmente deterministico e controllabile, sia una delle tante false metafisiche, con le quali la nostra civiltà si fa del male, e questa volta rischia di causare un crash irrecuperabile.” Da queste poche righe si comprende già quale sia il mio pensiero, a proposito dello sviluppo delle IA, alle quali non sono affatto contrario, in linea di principio, purchè siano al servizio degli umani, e non in senso lato. Vale a dire che i civili possano usufruirne così come oggi utilizzano i personal computer, i tablet ed i telefoni portatili. Usufruirne come degli strumenti, avendone cioè il completo controllo, ed avendo la piena libertà di attivarne o disattivarne ogni singola funzione. Quindi, tanto per capirci, auspico un controllo molto maggiore di quello che abbiamo oggi su telefoni e computer, dove è sempre meno l’utente a decidere quali applicazioni installare, quale grado di autonomia devono avere, e quanto il sistema deve essere aperto ad interventi esterni.

Questo significa, anche, un approccio alla tecnologia ben diverso da quello oggi spacciato da google, whatsapp e facebook, rudimentali IA che già esistono. Niente di strano, a tal proposito, che Zuckerberg si pronunci a favore di non preoccuparsi troppo, dello sviluppo delle IA! Si tratta di mezzi di comunicazione che prendono molte decisioni al posto dell’utente, se così lo vogliamo ancora  chiamare, e spesso ne scopriamo i risultati in seguito a cose spiacevoli, di cui avremmo volentieri fatto a meno.  Le modalità di privacy, ad esempio, hanno impostazioni di default molto aperte, ed è solo spendendo ore in ricerche che riusciamo a capire (i) quali regole esistono (ii) su quali possiamo influire (iii) come ci conviene settare il sistema. Tutto questo ha avuto origine quando l’informatica di consumo (Microsoft) ha sconfitto e rottamato l’informatica industriale (Digital Equipment), in virtù dei numeri economici enormemente superiori. Così i personal computer, i telefoni smart ed i social media, sono dati in mano ad “utenti” incompetenti dal punto di vista informatico, che non si vogliono “annoiare” troppo chiedendo loro di impostare i parametri del sistema. Gli si vuole dare un mezzo che possano usare subito e divertirsi, per default connesso ed aperto. Perché questo è lo scopo: che la gente si diverta e, divertendosi, compri. Hey, ma guarda, si fanno del male! Cosa vuoi che sia, intanto comprano, e questo è l’essenziale. Quei quattro fissati che amano mettere sempre i puntini sulle i hanno comunque i mezzi, se hanno conoscenze sufficienti per trovarli, per proteggere la propria privacy ed il proprio libero arbitrio (fino ad un certo punto). Viene da pensare se questo problema del libero arbitrio non si sia già posto, in un passato magari molto remoto, con una qualche super-IA deificata. Se le scritture hanno posto un’enfasi così accentuata sul libero arbitrio… che la nostra stessa idea di Dio (onnipotente,  onnisciente, che tutto vede) non sia derivata da un simile passato…

AI01Ma, bando alle divagazioni fantasiose futuriste e passatiste, per adesso non siamo al punto di aver creato o ri-creato un Dio (immagino cosa ne trarrebbe Alessandro Bergonzoni dal concetto della ri-creazione di Dio! ah ah!), o un Comitato Centrale artificiale (fate un po’ voi), anche se indubbiamente molti sognano qualcosa del genere… Ad oggi qualsiasi intelligenza artificiale, a meno che vi siano sviluppi di cui non sono a conoscenza, consta di un motore inferenziale (l’algoritmo), e di un database di regole, definito da un esperto. Ad esempio, se voglio una IA che controlli i pozzi di petrolio ascoltando il rumore che fa la trivella, dovrò chiedere ad un vecchio esperto di pozzi di trasferire il suo know how dentro un database di regole. Essenziali sono dunque i database delle regole, quindi è molto importante da chi sono scritte tali regole, e per quali scopi. Da umanista, credo si dovrebbe partire dalle tre leggi della robotica, definite da Isaac Asimov nei primi anni quaranta del secolo scorso: (1) Un robot non può recar danno a un essere umano, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno. (2) Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge. (3) Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge. Vorrei subito aggiungerne alcune altre: (4) qualsiasi IA dovrà essere utilizzabile come strumento personale da un singolo utente, o da gruppi di utenti che ne decidano la condivisione totale o parziale (5) qualsiasi IA dovrà risiedere fisicamente su un supporto hardware in piena disponibilità fisica dell’utente, e non su un’infrastruttura centralizzata (6) qualsiasi IA deve potersi connettere in rete solamente a discrezione dell’utente, e per gli scopi definiti dall’utente (7) qualsiasi IA potrà installare applicazioni sull’infrastruttura informatica dell’utente solo su esplicito consenso di quest’ultimo (8) qualsiasi IA sarà completamente inattiva finchè non sia stata parametrizzata dall’utente secondo le funzioni e le modalità desiderate da quest’ultimo (9) qualsiasi IA sarà completamente inattiva finchè l’utente non l’abbia attivata, e sarè disattivabile (standby) in qualsiasi momento (10) il grado di autonomia di qualsiasi IA per quanto riguarda le ricerche e qualsiasi tipo di iniziativa in rete sarà definibile dall’utente, da 0% a 100% (11) in nessun caso qualsiasi IA potrà iscrivere automaticamente l’utente a servizi di alcun genere, anche se gratuiti, senza aver prima avvisato l’utente e richiestone il permesso. Sono certo che queste poche regole elementari sono solo l’inizio, e che ne seguiranno altre, in base a riflessioni più approfondite ed ampie casistiche (use case).

È chiaro che si fa presto a sconfinare nel territorio dell’etica. E questa è indubbiamente la questione più importante, quando si parla di IA. Tecnicamente un database di regole può essere scritto sia da Batman che dal Joker… i database di regole delle IA dovranno quindi essere certificati da apposite authority, e gli utenti dovrebbero acquisire una sorta di patente di guida, prima di iniziare ad usare una IA. Pensiamo che usare una IA sia meno complesso e meno pericoloso, rispetto alla guida di un’automobile, o di qualsiasi altro mezzo di trasporto, di terra, mare o cielo? Ad IA di diversi livelli di pericolosità dovrebbero corrispondere diversi livelli di patente, così come avviene per i mezzi di trasporto. Non si può pensare che la preparazione per l’utilizzo di un’IA di navigazione e ricerca in rete sia la stessa che servirà per utilizzare un robot per operazioni minerarie asteroidee. E che dire di una IA in grado di fornire pareri legali, a supporto della magistratura, oppure di una IA capace di operare chirurgicamente? Non si pensi, del resto, che l’utilizzo di un robot per lavori domestici presenti minori complessità o necessità di attenzione. Dai pochi esempi che ho fatto s’intuisce anche come si stia parlando di applicazioni molto diverse tra di loro. Abbiamo già assistito, nella storia del software, a diverse fasi: inzialmente esisteva il mestiere del programmatore, che scriveva software. Poi l’elettronica avanzata (automazione) è entrata ovunque, negli elettrodomestici, nei telefoni, nelle auto, nella produzione industriale, … Oggi il mestiere del programmatore non esiste più, essendo il software stato inglobato nelle diverse branche dell’ingegneria. Chi progetta il software da inserire in elettrodomestici o in un telefonino, o il software di automazione di una centrale elttrica non si definisce più programmatore, bensì un progettista nel comparto industriale in cui presta la sua opera. Un processo simile si può prevedere anche per le intelligenze artificiali. Dopo un periodo, (speriamo breve, perché già non se ne può più J) di discussioni feroci tra entusiasti e detrattori, sociologhi e tuttologhi, le IA saranno quietamente assorbite nei diversi sistemi, che diventeranno così dei sistemi “intelligenti”. Questa grande varietà di utilizzo delle IA, tra l’altro, darà origine a tutta una serie di nuovi mestieri, a cominciare dai docenti di “scuola guida delle IA”, che dovranno avere una preparazione ben diversa e superiore, rispetto ai tradizionali istruttori di scuola guida, senza nulla togliere, ovviamente, alla professionalità richiesta a quest’ultima categoria.

È chiaro che non è possibile discutere tutta la vastissima materia dell’Intelligenza Artificiale in un solo articolo, che già sta sfiorando pericolosamente la dimensione del saggio, e che potrebbe tranquillamente strabordare nel formato di un piccolo (?) libro… Tuttavia non si può evitare di almeno sfiorare l’argomento dell’occupazione e dei posti di lavoro. Coloro che paventano addirittura la progressiva obsolescenza del genere umano come conseguenza dello sviluppo delle intelligenze artificiali, si possono definire luddisti? Coloro che considerano invece le IA come uno stadio evolutivo dell’intelligenza, che soppianterà a buon diritto l’homo sapiens, sono antiumanisti? È chiaro che nessuna di queste definizioni regge, nel contesto attuale. Di sicuro l’intelligenza artificiale è uno dei vettori del rinascimento che sta lottando per emergere dal maelstrom della crisi globale. Dove ci porterà tutto questo? Per poter muovere un passo alla volta, ma nella direzione giusta, non sarebbe male avere un’idea di dove vogliamo, o possiamo, andare. La mia personale senzasione è che, siccome l’elettronica prosegue nel suo processo di miniaturizzazione, approderà prima o poi su un hardware parzialmente  o completamente biologico. La biologia umana, d’altro canto, è già abbastanza inoltrata sulla strada della bionica. Non è difficile prevedere un’epoca in cui le nostre protesi informatiche (strumenti di comunicazione, di calcolo e di archiviazione dati) potranno integrarsi biologicamente con i nostri sottosistemi biologici naturali. Arriveremo così ad una sorta di evoluzione autodiretta, fusione trascendente tra natura e cultura tecnologica. Non credo né ancor meno spero in un futuro dove tutti se ne stanno sdraiati in ozio e le macchine fanno tutto il lavoro. Finiremmo come polli, immobilizzati, imboccati e puliti in cubicoli dotati di tutti i comfort… Situazione che forse potrà sembrare interessante a qualcuna delle tipologie caratteriali umane, ma credo che ai più non possa che fare orrore.

Già, ma a cosa serve, ed a cosa dovrà servire il lavoro? Nella nostra storia come specie culturale, per dare una motivazione completa al lavoro si deve utilizzare la gerarchia dei valori definita da Abraham Maslov, colui che considero il miglior analista delle categorie dei bisogni umani, di gran lunga superiore a Karl Marx, soprattutto perché Maslov discute i bisogni umani, mentre Marx, ed ancor più i suoi epigoni, avevano finito per occuparsi soltanto dei bisogni delle classi subalterne. Dunque il lavoro, nella storia, è servito a mantenere in vita noi umani, assicurandoci protezione dagli eventi naturali, vitto, alloggio, vestiti, mezzi di trasporto, e tutto ciò che serve per soddisfare i nostri bisogni, dai più elementari (anche analizzati da Marx e da diversi marxisti) ai più elevati, categorizzati, appunto, da Maslov. Ci avviamo ad un’epoca in cui potremo dedicarci al 100% a soddisfare i nostri bisogni più elevati, essendo tutti i bisogni più elementari soddisfatti dalle macchine? Oppure le macchine finiranno per scipparci anche quei lavori di alto profilo che ci permettono di soddisfare i nostri bisogni più elevati? È chiaro, in questo secondo scenario, che si tratterebbe di macchine dotate di creatività ed emozione, e del piacere sublime che ne deriva… degli umani artificiali… o degli umani biologici, ma potenziati con hardware bioinformatico aggiuntivo. Alla fine la distinzione potrebbe essere molto sottile: in ogni caso si tratterebbe di esseri evolutivamente superiori all’homo sapiens, quello che hanno in mente i transumanisti , più o meno. Ragionando per ora sul primo scenario, quello che lascia all’homo sapiens le funzioni intellettualmente ed emotivamente superiori, forse sarebbe possibile, a patto che i modelli sociali possano adattarsi a questa nuova situazione. Un modello secondo me molto semplicistico, è quello del reddito universale (Elon Musk), reddito di cittadinanza (M5S), o reddito di inclusione (PD), tutte varianti di un sistema di retribuzione basato sul paradigma esisto-quindi-vengo-pagato. Tale sistema ha un grave difetto: istituirebbe una differenza sociale fondamentale tra chi ha un lavoro (necessariamente di alto profilo intellettuale) e chi vive di quello che, comunque lo si voglia chiamare, sarebbe un sussidio di disoccupazione. Gli occupati avrebbero uno stipendio che permette loro di soddisfare i bisogni più elevati, alla soddisfazione dei quali già contribuirebbe sostanzialmente lo stesso lavoro svolto. Tutti gli altri — una maggioranza drammaticamente grande — avrebbero un reddito che permette soltanto la soddisfazione dei bisogni più elementari (forse). Società utopica? Ne dubito fortemente.

Credo invece si debba pensare ad un modello sociale in cui il grande patrimonio umano venga utilizzato interamente, ed al meglio. Un modello del tipo penso-quindi-vengo-retribuito, in cui la grande maggioranza viene pagata per pensare, per risolvere problemi, per impegnarsi nell’arte, nella progettazione, nello sviluppo della cultura e di mezzi sempre più avanzati per condividerla e per fruirla. Siamo una specie culturale. Il nostro futuro è produrre cultura, possibilità per tutti di viaggiare, di esplorare, di sperimentare direttamente emozioni non accessibili attraverso la tv o qualsiasi mezzo multimediale, di incontrare fisicamente i propri simili, in contesti meravigliosi e romantici, di godere della musica e delle altre arti dal vivo, di produrre musica ed arte live… Tutto questo, ed altro ancora, che noi terrestri terricoli non riusciamo ancora neppure ad immaginare, otto miliardi di persone possono svilupparlo solo espandendosi nello spazio esterno, dove ci sono risorse per lo sviluppo di trilioni di persone.

Ed eccoci ad una questione fondamentale: a chi serve l’espansione nello spazio? Intanto stiamo parlando di una quantità enorme di LAVORO, qualcosa che sembra scarseggiare, oppure adesso parliamo d’altro, quindi ce ne dimentichiamo? Intanto serve all’AMBIENTE, per coloro che si preoccupano prioritariamente di questo aspetto: spostare il nostro sviluppo civile (cioè industriale) fuori dal pianeta allevierà il nostro pianeta dall’ingombro ambientale che il nostro sviluppo rappresenta. L’espansione nello spazio serve alla civiltà. E di quale espansione la civiltà ha un disperato bisogno? L’espansione nello spazio serve alla gente, è la gente, sono i civili terrestri che devono poter viaggiare, lavorare ed insediarsi nel mondo più grande, su città orbitali, asteroidi urbanizzati, stabilimenti industriali lunari, ed oltre. Perché? Guardate una qualsiasi discussione a questo proposito sui social: troverete i pareri più diversi e contrapposti. C’è chi sostiene che siamo “progettati” per vivere sulla Terra, e non sopravviveremmo altrove. C’è chi è convinto che sopravviveremmo benissimo, adattandoci, come ci siamo adattati a vivere in case di ghiaccio nelle regioni polari e nelle capanne di frasche all’equatore. Magari in un futuro non troppo lontano l’homo-sapiens+  auspicato dai transumanisti potrebbe adattarsi  biologicamente anche alla bassa gravità ed alle radiazioni cosmiche…

Il guaio è che ciascuno pretende di affermare il proprio punto di vista e le proprie “soluzioni” a discapito delle soluzioni auspicate da altri. Esistono diversi tipi di esseri umani, e tutti hanno diritto a vedere realizzati i loro bisogni più alti (secondo la scala di Maslov), perché tutti questi tipi corrispondono ad impulsi evolutivi, estremamente utili alla civiltà: la mortificazione anche di uno solo di questi impulsi risulterebbe fatale, in un’epoca in cui tutti i nodi verranno al pettine, portando ad una catastrofica implosione della civiltà, oppure ad uno sviluppo sbilanciato, destinato a fallire sul medio o lungo termine.  Steven Wolfe, nel suo bellissimo romanzo-saggio “The Obligation”, cataloga sei “endowments” (dotazioni) che caratterizzano altrettanti tipi umani. Il “wanderer” (il vagabondo, o esploratore), che non sopporta di restare a lungo nello stesso posto, ed ha bisogno di muoversi, esplorare, cercare nuovi orizzonti e nuovi panorami, nuove situazioni in cui poter sviluppare la civiltà. Il “settler”, ossia il pianificatore urbano, colui che ama sviluppare infrastrutture adatte alla vita ed alle attività civili. L’inventore, che sviluppa nuove tecnologie per nuovi bisogni. Il costruttore, che realizza quanto progettato dall’inventore. Il visionario, capace di immaginare scenari futuri, ed ispirare gli inventori. Il protettore, che pensa alla sicurezza della gente. In una recente conversazione il dr. Paul Ziolo (docente di psico-storia all’università di Liverpool) ha menzionato il modello Gardner, secondo il quale esistono molti altri tipi di intelligenza, oltre il logico-matematico attualmente considerato come fattore primario e dominante. Le intelligenze di Gardner sono ritmico-musicali, visive-spaziali, verbali-linguistiche, logico-matematiche, corpo-cinestetiche, interpersonali, intrapersonali e naturalistiche. Ha anche ipotizzato l’esistenza di un’intelligenza morale ed esistenziale, che sarebbe fondamentale nel contesto del futuro sviluppo culturale: l’intelligenza morale non può che essere umana, ed avrà un ruolo essenziale ed insostituibile nellàera delle intelligenze artificiali.

Non è difficile identificare, nelle nostre società, tutte queste diverse tipologie caratteriali. E si può quindi riflettere su quanto sia grande il patrimonio umano, nella sua attuale consistenza di quasi otto miliardi di persone. Non è difficile neppure constatare come la stragrande maggioranza di questi tipi abbiano bisogno di spazio, di movimento, di libertà, di godere del contatto anche fisico con altre persone, ed anche della solitudine, quando sentono di doversi concentrare da soli, per creare, elaborare, progettare… Il settimo tipo, identificato da Wolfe, è quello dell’evolutore cosciente, colui che sente dentro di sé l’impulso a guidare l’evoluzione, completando la doppia obbligazione che abbiamo, verso la nostra specie/civiltà, garantendole spazio e risorse per continuare lo sviluppo, e verso il nostro pianeta madre, liberandolo, adesso che abbiamo le tecnologie necessarie, dall’ingombro del nostro sviluppo, trasformandolo in un grande giardino e parco naturale.

Ultimo, per oggi, argomento di discussione: si potrebbe colonizzare lo spazio esterno utilizzando esclusivamente robot ed intelligenze artificiali? Sarebbe questo lo sviluppo, il rinascimento spaziale di cui abbiamo bisogno? Le mie risposte sono due decisi NO. La presenza di colonizzatori umani è indispensabile, benchè coadiuvati da sistemi robotizzati ed IA. Se pure si riesce ormai a teleoperare chirurgicamente, comandando sistemi robotici a distanza, si tratta comunque di distanze terrestri, sulle quali non c’è alcun ritardo. Tra la Terra e la Luna si apprezza già un ritardo di 3 secondi nelle telecomunicazioni, più che sufficiente ad impedire qualsiasi controllo in tempo reale di operazioni delicate. Tra la Terra e Marte 20 minuti. E comunque, le situazioni in cui ci si può venire a trovare sono così varie e largamente imprevedibili, che non sono immaginabili campagne di insediamento ed operatività industriale su vasta scala condotte da IA. La risposta alla seconda domanda non può che essere altrettanto negativa. Non possiamo infatti pensare allo spazio solo come un deposito di risorse da portare a terra, per utilizzarle qui, o comunque per contribuire a mercati unicamente terrestri. Ci sarà vero sviluppo solo se i mercati, e le industrie, e la vita civile, si espanderanno ben oltre i confini dell’atmosfera terrestre. Non posso immaginare un mondo che continua a crescere solo sulla superficie terrestre… un’armata crescente di automi in orbita sulla nostra testa sarebbe una condizione di ulteriore aumento della pressione e dello stress, e di limitazione della libertà di movimento e della fantasia creativa! Ora, se mi legge qualche carattere stanziale, che troverebbe piacevole una tale situazione, per favore non cerchi di imporre la sua visione a noi esploratori/colonizzatori: la nostra visione espansionista non toglie nulla a loro, mentre una loro insistenza nel mantenere il mondo chiuso a noi ed a molti altri toglierebbe l’aria necessaria per vivere e per pensare… e questo non farebbe che aumentare l’entropia psicologica generale, quella che chiamo riscaldamento metafisico globale, che abbiamo invece tutto l’interesse a mitigare!

Adriano Autino

L’Outer Space Treaty:
50 anni, e li dimostra!

astronauti-eseguono-Il 10 Ottobre 1967 entrava in vigore il “Trattato sui principi che governano le attività degli Stati in materia di esplorazione ed utilizzazione dello spazio extra-atmosferico compresa la Luna e gli altri corpi celesti”, anche detto “Trattato sullo spazio extra-atmosferico” (Outer Space Treaty in inglese). È il trattato internazionale che costituisce la struttura giuridica di base del diritto internazionale aerospaziale. Aperto alla sottoscrizione dai tre paesi depositari — Stati Uniti, Regno Unito, ed Unione Sovietica — ad oggi il trattato è stato firmato e ratificato da 107 paesi, mentre altri 23 paesi l’hanno sottoscritto ma non ancora ratificato.

Tra i principi base, il divieto agli stati firmatari di collocare armi nucleari od ogni altro genere di armi di distruzione di massa nell’orbita terrestre, sulla Luna o su altri corpi celesti, o, comunque, stazionarli nello spazio extra-atmosferico. Il trattato consente l’utilizzo della Luna e degli altri corpi celesti esclusivamente per scopi pacifici, e ne proibisce invece espressamente l’uso per effettuare test su armi di qualunque genere, condurre manovre militari, o stabilire basi, installazioni o fortificazioni militari.

Il trattato, inoltre, e qui entriamo in un’area di interesse crescente ai giorni nostri, proibisce espressamente agli stati firmatari di rivendicare risorse poste nello spazio, quali la Luna, un pianeta o altro corpo celeste, poiché considerate “patrimonio comune dell’umanità”: l’articolo 2 del trattato afferma, infatti, che “lo spazio extra-atmosferico non è soggetto ad appropriazione nazionale né rivendicandone di sovranità, né occupandolo, né con ogni altro mezzo”. Il trattato proibisce di fatto ogni diritto di proprietà privata nello spazio, allo stesso modo in cui il diritto del mare impedisce a chiunque l’appropriazione del mare.

L’unico punto del trattato in cui si considerano attività condotte da enti non-governativi nello spazio extra-atmosferico, inclusa la Luna e altri corpi celesti, precisa che qualsiasi attività è soggetta all’autorizzazione ed alla continua supervisione da parte dello stato di appartenenza firmatario del trattato e che gli stati firmatari saranno responsabili, a livello internazionale, per le attività spaziali nazionali condotte sia dagli enti governativi che da quelli non-governativi.

Pensando all’epoca in cui è stato concepito, gli anni ’60 del secolo scorso, non ci dobbiamo meravigliare che il trattato consideri quasi esclusivamente gli stati, trascurando quasi completamente le imprese private ed i cittadini. Ma questa normativa si può considerare sufficiente oggi, nell’epoca che vede l’abbattimento del costo del trasporto terra orbita? Inoltre, mi aspetterei come minimo che un sistema di diritto spaziale proibisse l’abbandono di rottami e rifiuti in orbita, considerata da tutti come un’enorme discarica, di cui ci si può totalmente disinteressare… Ma i redattori del trattato sono stati ben attenti, nel 1967, a non scrivere norme che potessero allora suonare “fantascientifiche”!

E, del resto, chiunque si accingesse oggi all’opera meritoria di ripulire l’orbita dai rifiuti, incorrerebbe probabilmente in guai legali, visto che il trattato non comprende una norma simile a quella che, nel diritto marittimo, stabilisce il diritto di proprietà per chiunque recuperi un relitto potenzialmente pericoloso per la navigazione.

Considerando la negazione della proprietà privata nello spazio extra-atmosferico, compresa la Luna e gli altri corpi celesti, e considerando la forte spinta odierna all’espansione delle attività civili, industriali e commerciali in genere, nelle aree suddette, è più che urgente mettere mano, possibilmente sotto l’egida delle Nazioni Unite, a tutta la normativa, con l’obiettivo di ricavarne un sistema legale consistente e coerente, che permetta alle imprese private, consorzi di ricerca ed esplorazione a fini commerciali, di muoversi nello spazio extra-atmosferico attenendosi a criteri largamente condivisi e rispettosi delle libertà e dei diritti riconosciuti per le attività civili condotte sul suolo e nelle acque terrestri. Fra le normative più urgenti, l’estensione allo spazio esterno dei diritti umani, così come riconosciuti e codificati dalle Nazioni Unite. Fra i diritti umani si deve considerare il diritto allo sviluppo, riconosciuto dalle Nazioni Unite, come motivazione generale e parte integrante di un programma globale di espansione civile nello spazio esterno. (Si veda la Risoluzione sul Diritto allo Sviluppo dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite 41/128 del 4 dicembre 1986). Si dovrebbero garantire la salvaguardia e la protezione della vita e della salute umana e, in generale, la garanzia e la salvaguardia delle condizioni di vita civili, nell’ambiente dello spazio esterno. Il che comporta un’immediata assunzione prioritaria di responsabilità, da parte delle agenzie spaziali e gli enti di ricerca, per quanto riguarda la protezione dalle radiazioni cosmiche, la gravità artificiale e la creazione di ecosistemi artificiali, per riprodurre l’indispensabile ambiente vegetale e faunistico nelle infrastrutture spaziali. Si dovrebbe descrivere ed adottare un concetto di “Libertà dello Spazio”, derivato dal diritto marittimo terrestre (“Libertà dei mari”), e dal diritto dell’aviazione commerciale (“Libertà dell’aria”). Il sistema di diritto spaziale dovrebbe fornire le regole basilari per lo sviluppo di un libero mercato nello spazio esterno, nel pieno rispetto dei diritti umani e delle relative leggi. Si dovrebbe quindi regolamentare lo sfruttamento delle risorse extraterrestri, come le materie prime asteroidee e planetarie, da parte dell’industria privata, ed anche definire le condizioni di rivendicazione ed aggiudicazione di porzioni di suolo extraterrestre, da parte di soggetti privati, cosa che il trattato attualmente in vigore invece proibisce. Si dovrebbe definire la quota soglia (limite dell’atmosfera? Suborbitale? Orbita bassa?), dove terminano i cieli nazionali ed inizia il regime di giurisdizione internazionale dello Spazio Esterno. Il Diritto Spaziale dovrebbe stabilire norme severe per la pulizia e la sicurezza orbitale, sollecitando al contempo la costruzione di una piattaforma internazionale per la rimozione, la mitigazione ed il riutilizzo dei rottami e dei detriti spaziali, che attualmente minacciano l’integrità delle attività orbitali. Si dovrebbe definire una normativa del diritto al recupero e proprietà di relitti e rottami spaziali abbandonati in orbita. Come indirizzo generale a breve e medio termine, l’ONU dovrebbe raccomandare, promuovere e sostenere l’intesa e la collaborazione internazionale tra le agenzie, in particolare l’unificazione degli sforzi per il rapido sviluppo di insediamenti e dell’infrastruttura industriale nello spazio Geo-Lunare e per l’ulteriore esplorazione verso Marte ed i pianeti esterni.

Il prossimo 10 Ottobre, si terrà a Roma, con il patrocinio dell’Agenzia Spaziale Europea, una conferenza di celebrazione del 50mo anniversario dell’Outer Space Treaty. La conferenza ha l’obiettivo di sollecitare il nostro governo a svolgere una decisa iniziativa verso le Nazioni Unite e tutte le istituzioni competenti, per la definizione ed il varo di un sistema di diritto spaziale.

Il giorno 17 Luglio si terrà a Fino Mornasco (Como), presso la sede di D ORBIT un incontro organizzato da Space Renaissance Italia, dove si discuterà, tra l’altro, di questo tema. L’agenda dell’incontro prevede anche un concerto del SoulSight Duo, con Elena Cecconi al flauto e Domenico Ermirio al violoncello.

Collegamenti:

Il testo completo dell’Outer Space Treaty: http://www.unoosa.org/pdf/gares/ARES_21_2222E.pdf

La Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite 41/128 del 4 dicembre 1986 sul diritto allo sviluppo: http://unipd-centrodirittiumani.it/it/strumenti_internazionali/Dichiarazione-sul-diritto-allo-sviluppo-1986/33

Invito e programma dell’incontro del 17 luglio: http://spacerenaissance.it/incontro-di-space-renaissance-italia-17-luglio-2017/

Elena Cecconi, flautista di fama mondiale: www.elenacecconi.it

Adriano Autino

Spazio: serve collaborazione tra ricerca e impresa

colonia-spazioSi moltiplicano le voci autorevoli che denunciano una generale gravissimo ritardo della nostra civiltà nell’imboccare decisamente la strada che porta verso l’alto, oltre l’atmosfera, per colonizzare lo spazio geolunare e poi il sistema solare, primi passi verso orizzonti ancora più ampi. È di pochi giorni fa l’esternazione di Stephen Hawking — non nuovo a questo genere di appelli — che invita ad “abbandonare la Terra per salvare la civiltà”. Si può ovviamente discutere sul concetto di °abbandonare” il nostro pianeta, che rischia di suscitare discussioni che evitano il punto principale, la colonizzazione dello spazio, per concentrarsi sull’effettiva fattibilità, ed anche sull’eticità, in termini generali, di rilocare la nostra specie su altri corpi celesti, abbandonando il nostro pianeta madre, dopo che ci ha allevati e cresciuti fino a questo punto… Già qualche anno fa, ad esempio, Al Gore utilizzò proprio questa falsa discussione in chiave polemica anti-espansionista, per sostenere la sua visione precopernicana e decrescitista del mondo chiuso, da mantenersi ermeticamente chiuso.

Coloro che, come il sottoscritto, sostengono da tanti anni l’urgenza del calcio d’inizio della colonizzazione del sistema solare, parlano di espansione civile nello spazio esterno, e non certo di spostare in massa la popolazione umana nello spazio. Di questo fu strumentalmente accusato anche Gerard O’Neill, lo scienziato statunitense che, negli anni settanta del secolo scorso, scrisse un’opera fondamentale “Colonie umane nello spazio” (“The High Frontier, Human colonies in space”). Oggi il pensiero di O’Neill conosce finalmente una grande e crescente rivalutazione. In alternativa o in aggiunta ad insediamenti lunari, O’Neill proponeva la costruzione di grandi città orbitali, da collocare in orbita terrestre ed in area cis-lunare. Grazie alla rotazione, tali infrastrutture garantirebbero una gravità artificiale simile a quella terrestre, prevenendo quindi le drastiche e troppo rapide mutazioni che deriverebbero dall’abituarsi a condizioni di gravità ridotta come quella lunare. Ovvio che sulla Luna comunque si può pensare ad insediamenti industriali, turistici e di ricerca, dove tecnici, operatori dei servizi e ricercatori possano avvicendarsi con ragionevoli turni di lavoro. Per i turisti il problema ovviamente non si pone, se immaginiamo permanenze non superiori a qualche mese.

Ma non voglio cedere alla tentazione, in cui troppo spesso incorrono i futuristi più entusiasti, di farmi prendere dalla descrizione di scenari troppo a lungo sognati, grazie alla letteratura fantascientifica. Dobbiamo riprendere a sognare, se ora finalmente riparte una letteratura futurista più matura e positiva, nei confronti del progresso e della stessa intelligenza umana? … Beh, sì, anche… non dobbiamo mai smettere di sognare. Tuttavia dobbiamo occuparci prioritariamente di alcuni problemi ed ostacoli, che ancora si oppongono alla veloce realizzazione almeno della prima parte del sogno: l’espansione civile nello spazio geolunare.

Stiamo parlando di ostacoli ideologici, politici ed economici, e di arretratezza legislativa. Ed anche di alcuni problemi fisici, quali la difesa dalle radiazioni dure dello spazio, il cui superamento deve essere oggetto di ricerca scientifica prioritaria.

Grazie ad un concorso di cause, quali una divulgazione sempre ottimista e comunque poco orientata per quanto riguarda gli obiettivi più urgenti e disattesi, un giornalismo, specie nel nostro paese, molto superficiale ed in genere disinformato, sempre a caccia di “notizie”, piuttosto che di tematiche di grande importanza sociale, l’opinione pubblica generale può pensare che si stia facendo quanto possibile, che i ritardi siano oggettivi, e che siamo ancora oggettivamente lontani da una prospettiva di insediamento spaziale. L’ostilità dell’ambiente spaziale viene comunque sempre e spesso subdolamente sottolineato — si pensi ad un film recente, come “Gravity”, vero colpo di coda della fantascienza distopica.

Prima di affrontare il tema degli ostacoli, e della loro necessaria ed urgentissima rimozione, lasciatemi fare un breve escursus sugli stakeholder, cioè sulla grande schiera dei beneficiari, a livello sociale, di un programma coerente di espansione civile nello spazio. Preoccupati degli investimenti necessari? Teniamo sempre conto che nel mondo spendiamo due trilioni di dollari l’anno in armamenti e spesa militare in generale. Quali sono gli stakeholder di tale enorme investimento in strumenti di morte? Vediamo… oltre la necessaria lotta al terrorismo di DAESH e simili — per combattere il quale si è già visto comunque come grandi dispiegamenti militari siano poco efficaci — praticamente, … solo le lobby militari? Intendiamoci, se alla fine risultasse che alcune tecnologie spaziali importanti ed urgenti saranno rese disponibili dalla ricerca militare, non farò certo lo schizzinoso. Tuttavia in generale spostare anche solo qualche punto percentuale dalla spesa militare all’investimento civile nello spazio esterno è estremamente opportuno ed urgente. Dunque, vediamo i beneficiari dei progetti per la vita…

Un rilancio senza precedenti dell’economia globalizzata

La drastica riduzione del costo di messa in orbita è ormai una realtà: la Cina e l’India l’hanno portato a meno della metà del costo di $20.000/Kg, che si era mantenuto costante per più di quarant’anni. Ed ultimamente, grazie ai razzi riutilizzabili di Space X, si è raggiunto l’obiettivo dei $2.000/Kg. Con la crescita di un nuovo mercato di servizi spaziali, soprattutto il trasporto di passeggeri civili a quota suborbitale ed orbitale, si avrebbe una notevole crescita di molteplici attività commerciali ed industriali. Quindi numerose nuove opportunità di business, sia sulla Terra che nello spazio. Nel caso dei servizi orbitali, si svilupperà un ventaglio sempre più ampio di imprese a profitti molto più elevati, includendo aziende fornitrici di vari servizi, alcuni dei quali — recupero e riutilizzo dei rottami spaziali ed assemblaggio dei satelliti in orbita — abbiamo già brevemente delineato in un recente articolo (7,5 milioni di kg d’oro in orbita). Sviluppandosi necessariamente alloggiamenti ed hotel orbitali, occorre considerare anche quei servizi normalmente forniti negli hotel terrestri: il catering, le pulizie, la contabilità, l’intrattenimento, la manutenzione e la pulizia delle infrastrutture, i rifornimenti d’aria, l’elettricità generata mediante energia solare, i rifornimenti d’acqua, i servizi di smaltimento delle acque nere, ed altri. Espandendosi progressivamente, le attività orbitali potrebbero crescere fino ad includere l’estrazione di materie prima dalla Luna, dagli asteroidi vicino alla Terra, e dai cometoidi — il cui potenziale è oggetto di ricerca da parecchi decenni. Le infrastruture orbitali potrebbero dar vita al primo mercato per materiali di origine non-terrestre, come ghiaccio, acqua, ossigeno e idrogeno. Un’altra industria spaziale dal potenziale enorme, che è stata trattenuta per quarant’anni dagli alti costi di trasporto terra-orbita, è la fornitura di energia solare dallo spazio alla Terra. Nonostante il potenziale di questo sistema sia stato riconosciuto negli studi del Department of Energy Statunitense fin dai tardi anni ’70, e confermato negli anni ’90, i fondi totali dedicati a questo settore sono sinora rimasti minimi.

Il primo beneficiario dell’espansione civile nello spazio esterno sarà quindi l’economia globale, che in breve tempo comincere a crescere a due cifre. Ma questo è solo il primo, benchè capace di scatenare un effetto a catena sugli altri.

Milioni di posti di lavoro qualificati, a terra e nello spazio

L’occupazione è la base economica della vita sociale nella civiltà industriale: essa fornisce il reddito, mettendo le persone in grado di avere una vita familiare stabile. Nella cosiddetta società post-industriale non è affatto chiaro che cosa potrà fornire lo stesso indispensabile supporto sociale. La mia convinzione è che solo un rilancio generale dello sviluppo industriale a livello superiore possa garantirlo. Una delle ragioni per investire nello sviluppo dell’astronautica civile, quindi, è la possibilità di creare nuovi settori occupazionali, caratterizzati da una prospettiva di crescita continua ed illimitata. Si può stimare che l’industria legata all’aviazione civile, includendo compagnie aeree, aeroporti, hotel, e lavori collegati, impieghino indirettamente 10-20 volte il numero di persone impiegate nell’industria costruttrice di velivoli. Similarmente, l’industria generale ed il mercato del trasporto spaziale passeggeri civili potrebbe creare impiego ad un livello molte volte superiore all’industria di costruzione dei veicoli spaziali propriamente detti — nell’ operatività e nella manutenzione dei veicoli, negli spazioporti, negli hotel orbitali, nelle compagnie di rifornimento per questi ultimi, in servizi come training del personale, certificazioni ed assicurazioni, e in un vasto assortimento di business correlati in continua crescita. Questa possibilità è particolarmente importante, visto che l’alto tasso di disoccupazione, sia nei paesi ricchi sia in quelli poveri, è, ormai da decenni, il più grave problema sociale ed economico a livello mondiale. L’unica misura capace di bilanciare il calo occupazionale dovuto anche è quella di creare nuovi posti di lavoro promuovedno settori industriali nuovi e crescenti. Un governo che voglia occuparsi del benessere sociale dei cittadini dovrebbe aumentare il tasso di creazione di nuove industrie. Questo renderebbe anche i governi meno vulnerabili al ricatto dei mercanti di armi, alle imprese nocive per l’ambiente, all’economia criminale in generale, che in un contesto di elevata disoccupazione hanno buon gioco paventando la perdita di posti di lavoro. Nell’ipotesi dello sviluppo civile in infrastrutture orbitali, le comunità tenderanno all’autosostenimento, mediante attività di manutenzione e sviluppo delle infrastrutture stesse, e con attività analoghe a quelle di una comunità terrestre. Ci saranno edilizia, fattorie, scuole, ospedali, alberghi, e tutti i sottosistemi connessi. Le industrie orbitali produrranno beni e servizi la cui produzione in orbita è più conveniente rispetto all’analogo terrestre: tecnologie a zero o bassa gravità, e sviluppo di prodotti conseguenti. Il primo servizio erogato sarà la manutenzione dei satelliti e il loro assemblaggio direttamente in orbita. Vi potranno essere nuove produzioni in campo industriale come cristalli e nano macchine; in campo alimentare l’agricoltura idroponica. In campo medico l’assenza di gravità potrebbe coadiuvare la cura di alcune malattie.

La crescita civile ed etica

Un’economia mondiale in crescita, con accesso a risorse illimitate, è essenziale per la continuazione ed il progresso della civiltà. Soltanto se la “torta economica” generale è in crescita, le classi sociali in competizione tra di loro possono tutte migliorare la propria condizione, e così raggiungere un ragionevole equità, mettendo l’etica civile in grado di sopravvivere e migliorare. Sfortunatamente, le società sono molto meno robuste se la “torta” si restringe, rendendo la crescita etica pressoché impossibile, ed i gruppi in competizione mirano a migliorare la propria condizione a scapito di altri gruppi. Un effetto evidente di questo stato di cose è la reiterazione di slogan del tipo “America first”, “Prima il Nord”, “Prima gli Italiani”… Si tratta di risposte infantili e primitive al problema, che portano soltanto al regresso civile, anzichè alla crescita. Il progresso continuo della civiltà richiede una continua evoluzione etica, ma questa è possibile solo se le risorse sono sufficienti per garantire cure, comfort, educazione e giusto impiego a tutti i membri della società. La mancanza di opportunità di investimento proficuo porta una grossa quantità di fondi nei paesi ricchi a “ciondolare” intorno, nell’ economia mondiale, in forma di rischiosi fondi speculativi, causando ancora più instabilità finanziaria, indebolendo ulteriormente la crescita economica, ed aumentando il divario tra ricchi e poveri. E torniamo al punto: riportare in positivo le opportunità d’investimento stabile e proficuo richiede la creazione continua di nuove industrie, che abbiano un orizzonte spaziale e di risorse sufficenti a garantire prospettive di profitto a lungo termine. Cosa che non è data, per settori anche innovativi, come information technology, energia, robotica, medicina, turismo ed intrattenimento, se ostinatamente rinchiusi entro i limiti del nostro pianeta, soprattutto perchè molti di questi settori sono di fatto già rilocati nei paesi cosiddetti “emergenti”. Il settore dell’ingegneria aerospaziale può invece ancora bilanciare la competizione tra l’economia occidentale e quella asiatica, alleviando quindi anche le ragioni di fondo dei conflitti. La possibilità di lavorare con tecnologie che non debbano tener conto del peso, dell’attrito e della corrosione da agenti atmosferici può aprire una miriade di nuove opportunità.

Di conseguenza, sembra giusto concludere che il ritardo pluridecennale nello sviluppo del trasporto spaziale abbia contribuito alla mancanza di nuove industrie nei paesi più ricchi, il che da decenni ostacola la crescita economica e causa livelli altissimi di disoccupazione. Il rapido sviluppo economico di Cina e India promette molto, ma crea una seria sfida per i paesi già sviluppati, che hanno bisogno di accelerare la crescita di nuove industrie se vogliono beneficiare dei costi ridotti di questi paesi senza creare una sotto-classe impoverita nelle loro stesse società. Il costo a lungo termine di una politica così socialmente sperequativa sorpasserebbe di gran lunga i benefici a breve termine dell’import a basso costo. Lo sviluppo di India e Cina inoltre è fonte di altre criticità, perché i bisogni di quasi otto miliardi di persone stanno raggiungendo i limiti delle risorse del pianeta Terra. Più questi limiti si fanno vicini, più i governi diventano repressivi, aggiungendo di conseguenza gravi danni sociali ai più diretti danni ambientali. Di conseguenza sembra che il ritardo pluri-decennale nel cominciare a mettere a frutto le risorse del sistema solare abbia già causato gravi danni allo sviluppo economico umano, e dev’essere urgentemente recuperato.

Non posso sviluppare nelle dimensioni di un solo articolo tutto il discorso sugli stakeholder dell’espansione civile nello spazio, ma prometto altre “puntate” (:-). Inoltre, è possibile trovarne un’ampia disamina nel mio ultimo libro “Un mondo più grande è possibile!” (su Amazon e Mondadori Store).

Basti pensare, comunque, che quanto investito nello spazio sinora, una cifra stimata in diversi trilioni, ha già portato ritorni notevoli, in termini di trasferimento tecnologico e di sviluppo di settori come le telecomunuìicazioni, la prevenzione di disastri naturali, la navigazione, l’agricoltura, nuovi materiali, e molti altri. Tutto questo avendo sinora usato lo spazio soltanto a beneficio della terra… Non è neppure immaginabile quello che potrà essere il ritorno di un serio programma di espansione, che gradatamente allarghi l’antroposfera fino a comprendere, come primo obiettivo raggiungibile entro il 2050, la Luna e gli Asteroidi vicini alla Terra. Sono infatti la luna e gli asteroidi le sorgenti naturali di materie prime — ossigeno, acqua, minerali — destinate ad alimentare le grandi stazioni spaziali, vere e proprie città orbitali. L’energia invece sarà prevalentemente fotovoltaica. Nel caso di stazioni spaziali destinate all’esterno del sistema solare o allo spazio interstellare, non si potrà possibile rinunciare all’energia nucleare.

Per quanto riguarda i benficiari, discorso da riprendere in seguito, elenchiamo velocemente. Grande miglioramento della protezione ambientale, con l’incremento di satelliti di osservazione della terra a minor costo, grazie all’assemblaggio e manutenzione orbitale. Grande contributo alla soluzione dei problemi energetici, e minor dipendenza dai combustibili fossili, grazie all’energia solare raccolta nello spazio. Progressivo alleggerimento dell’ambiente terrestre dalle attività antropiche, grazie alla delocalizzazione delle industrie pesanti nello spazio esterno (si vedano in proposito i piani di Jeff Bezos e dell’ULA). L’industria siderurgica, ormai decisamente orientata a tecniche di produzione additive, avrà sempre maggiore necessità di polveri adatte al 3d printing, con l’ausilio di laser e di campi magnetici, tutte tecniche molto più convenientemente se sviluppate nello spazio! Utilizzo di tecnologie orbitali per mitigazione dei fenomeni meteorologici ed eventuale stabilizzazione del clima terrestre, mediante effetti rinfrescanti o riscaldanti. Istruzione e formazione, ispirazione per i giovani. Enorme rilancio culturale, grazie a nuovo mecenatismo ed alle ricadute economiche del rinascimento spaziale, possiamo aspettarci una nuova grande fioritura sia delle arti tradizionali sia di nuove arti, ispirate dall’esperienza di vita fuori dal pozzo gravitazionale. Il rinascimento mondiale,una nuova focalizzazione sulla persona umana, i suoi diritti, le sue grandi potenzialità, valorizzazione dell’intelligenza umana e dei suoi frutti. La progressiva generale diminuzione dei conflitti, grazie alla grande crescita economica globale.

Come temevo, la necessaria premessa, sugli stakeholder dell’espansione civile nello spazio è diventata la parte predominante di questo articolo. Comunque, è molto urgente cominciare a rimuovere gli ostacoli. E cosa c’è di meglio del periodo elettorale che sta cominciando in Italia, per introdurre questi argomenti? 

Il decrescitismo, malattia infantile (o senile?) dell’ecologismo

Per quanto riguarda i problemi ideologici, dico subito che vorrei almeno fare amicizia con gli ecologisti, almeno quel sottoinsieme che si ritiene prima di tutto umanista e non decrescitista. E sono convinto che siano tanti, che considerano l’ambiente e la natura terrestre prima di tutto un bene da rispettare e non sprecare, nell’interesse dell’umanità intera, e non di particolari etnie come nelle varie ideologie suprematiste, o di concetti astratti come la natura deificata. Se siamo d’accordo che il primo obiettivo è salvare la civiltà ed il suo sviluppo, allora possiamo discutere le priorità. Affossare la civiltà industriale non è una buona idea, visto che tutto quello che abbiamo lo dobbiamo ad essa, compresa la democrazia, i sistemi di istruzione di massa, i sistemi sanitari di massa, le libertà ed i diritti civili. La scelta della decrescita è una soluzione infantile ai problemi causati dalla civiltà industriale: se il nostro bambino si brucia col fuoco, la soluzione non è spegnere per sempre qualsiasi fuoco, bensì prendere misure per continuare a godere gli effetti benefici del fuoco, azzerando le possibilità che il piccolo si ustioni ulteriormente. Così bisogna ormai far tesoro di tutta la critica della civiltà industriale sviluppata dal movimento operaio ed altri movimenti nel secolo scorso, e sviluppare una civiltà industriale 2.0, più sicura, più inclusiva, basata su risorse virtualmente infinite, quelle del sistema solare. Una civiltà industriale che veda i costruttori (makers) riprendere il controllo dell’economia oggi in mano agli speculatori (traders). Sempre per quanto riguarda gli ecologisti umanisti, adesso la green economy — che stava loro molto a cuore — sembra essere consolidata, è quindi tempo di pensare alla prossima campagna, nella quale potremmo essere insieme! Per gli investitori: la bolla del commercio elettronico è già scoppiata, così altre bolle-meteora che hanno illuso i mercati per qualche anno, poi sono scoppiate, e non poteva essere diversamente, perché confinate entro i limiti del mondo chiuso. Adesso, scoppiate tutte le bolle possibili, ed esaurite molte illusioni, possiamo andare finalmente nello spazio?? È finalmente il nostro turno di dimostrare la validità dell’opzione spaziale?

Il lavoro da fare è enorme

Alcuni imprenditori coraggiosi, come Elon Musk, Jeff Bezos, ed altri, stanno diminuendo drasticamente il costo per kg del trasporto terra orbita. Ma questo potrebbe anche non essere sufficiente, per aprire la frontiera. C’è infatti chi lavora per tenerla ben chiusa alle attività umane. Delle nuove tecnologie potrebbero approfittare — e sarebbe un’altra bolla (perdita di tempo) che non possiamo più permetterci (ci avvisa tra gli altri Stephen Hawking) — esclusivamente il settore satellitare e quello robotico. Va da sé, ma non è un discorso meramente filosofico né del tutto ovvio, che senza espansione umana non ci sarebbe vera espansione. La “popolazione” dello spazio mediante macchine automatizzate non farebbe che accrescere la pressione sui terrestri, che si troverebbero ancora più condannati a restare soltanto terrestri, con un mare di ferraglia che gli orbita sulla testa, destinata a diventare ulteriori rottami, non governati e non governabili. Ancora più confinati in casa, ad assistere ad una specie di progresso fake, senza esserne davvero protagonisti, a guardare in tv l’esplorazione automatizzata di Marte senza andarci davvero, senza mai sapere se stiamo guardando la realtà o la finzione… Un global warming metafisico, dal quale potremmo evadere solo mettendo fuori la testa… fuori dal pozzo gravitazionale, fuori, nello spazio infinito, tra le stelle. L’espansione nello spazio deve rappresentare libertà per tutti. Ogni terrestre dovrà avere l’opportunità di potersi trasferire lassù, e quindi lassù ci devono essere le imprese, e le opportunità per tutti. Utopia? Sì, e no. Consideriamo che nel sistema solare ci sono risorse per lo sviluppo di una civiltà di trilioni di esseri umani. A noi oggi tocca la responsabilità di decidere se vogliamo incamminarci su quella strada oppure no. Fra qualche anno, se continuiamo a crescere di numero e di esigenze in un mondo chiuso, oppure se saremo implosi su noi stessi, a causa della nostrea incapacità di decidere, potrebbe essere troppo tardi.

Serve una grande collaborazione, ed un programma integrato

Dunque, dicevo, le tecnologie di accesso all’orbita a basso costo sono fondamentali, ma non sufficienti.

Per un vero cambio di paradigma, dall’esplorazione militare dello spazio al trasporto di passeggeri civili ed insediamento spaziale, serve risolvere due ordini di problemi: un problema scientifico, ed uno legislativo. Non è logico aspettarsi che nessuno di questi problemi sia risolto da imprenditori privati, per quanto idealisti e motivati essi possano essere.

Se vogliamo davvero portare civili a viaggiare nello spazio, e risiedere in infrastrutture spaziali, dobbiamo garantire adeguata protezione della vita e della salute, così come ci si aspetta da qualsiasi compagnia di trasporto aereo e struttura abitativa o villaggio alberghiero, anche a terra, in condizioni ambientali estreme.

I problemi fondamentali sono due: (1) la bassa gravità (come sulla Luna o su Marte) o gravità zero (su infrastrutture orbitali) (2) le radiazioni dure provenienti dal sole e dallo spazio profondo (esplosione di supernovae).

È chiaro che, già dopo qualche anno a bassa gravità, la nostra muscolatura e la stessa struttura ossea si modificherebbero ad un punto tale da non poter tornare sulla Terra se non su una sedia a rotelle, per non parlare delle nuove generazioni. E, se non protetti dalla radiazioni cosmiche, subiremmo mutazioni genetiche imprevedibili. Sopravviverebbe la vita umana? Può darsi, ma in ogni caso nessuno vorrebbe subire mutazioni fisiologiche così drastiche e veloci… Abitando sulla Luna, sotto la superficie, risolveremmo il problema delle radiazioni, ma non quello della bassa gravità. Occorre sempre pensare alla differenza tra la vita di un militare addestrato, che può anche adeguarsi ad un esercizio ginnico di qualche ora al giorno, e la vita quotidiana di gente normale, che presto si stuferebbe di dedicare tutti i giorni diverse ore alla ginnastica, e finirebbe per adeguarsi alle più comode e piacevoli condizioni di bassa gravità… Abitando su infrastrutture orbitali rotanti, potremmo avere il nostro G di gravità terrestre, ma la protezione dalle radiazioni diventa un problema di non facile soluzione. Si potrebbero scavare habitat all’interno di asteroidi catturati e portati in area cislunare. Comunque, anche pensando alle navi che dovranno portarci in area lunare, o su Marte, o nella cintura asteroidea, od ovunque, nel sistema solare, occorre trovare al più presto un adeguato sistema di protezione dalle radiazioni, per schermatura, per emissioni di radiazioni in controfase, o altri principi che, non essendo personalmente uno scienziato, non posso al momento immaginare.

Essendo questo un problema di carattere scientifico, occorre che le agenzie spaziali diano molta più priorità a questa ricerca.

Quanto presto ci serve tutto ciò? Il prima possibile. Anche se, in base all’esperienza condotta sulla ISS, possiamo ancora farne a meno per le prime infrastrutture orbitali, costruite all’interno delle fascie di Van Allen (fascia interna dai 1000 ai 6000 km di quota, fascia esterna dai 10.000 ai 60.000 km). Le fascie di Van Allen ci assicurano una certa protezione, opponendosi alle radiazioni cosmiche. Fuori dalle fascie di Van Allen la vita si fa’ più dura, tuttavia possiamo andarci, proteggendoci adeguatamente mediante tecnologie già disponibili, quali intercapedini piene d’acqua, oppure costruendo pareti sufficientemente spesse, con materiali studiati ad hoc, per il loro alto coefficiente di impermeabilità alle radiazioni.

È possibile pensare ad una politica italiana fortemente orientata verso l’alto, dopo tanto agitarsi a destra e sinistra? 

Si dovrebbero formulare degli obiettivi, stendere un piano coerente, che preveda la cooperazione tra l’industria privata, le agenzie spaziali e, perché no, anche altri istituti di ricerca. Prevedendo infrastrutture di dimensioni via via crescenti, si dovrebbero includere studi finalizzati a sistemi di sostentamento alla vita, produzione di ossigeno, mediante l’utilizzo di culture vegetali particolarmente adatte, produzione di cibo, trattamento dell’acqua, ecc… Il piano potrebbe prevedere prime milestone di costruzione di infrastrutture in orbita terrestre, poi a metà strada tra la Terra e la Luna (si veda anche il progetto ESA), poi in area cislunare.

Sul piano legislativo, occorre sviluppare un sistema di diritto civile spaziale, magari derivandolo dall’Outer Space Treaty (il cui 50mo anniversario ricorre quest’anno, in Ottobre), e dal diritto marittimo delle acque internazionali.

Nota: la parte di questo articolo che riguarda gli stakeholder dell’espansione spaziale è tratta da un documento firmato da A. Autino e Patrick Collins: “What the Growth of a Space Tourism Industry Could Contribute to Employment, Economic Growth, Environmental Protection, Education, Culture and World Peace”.

Si veda anche l’ultimo libro di A. Autino “Un mondo più grande è possibile!

Adriano V. Autino

 

Luna, una comunità di 1000 persone entro 30 anni

stazione spazio“Lo spazio è stato ed è ancora la mia vita. Da quando ebbi la ventura e la fortuna di chiedere la tesi di laurea al prof. Luigi G. Napolitano mi trovai di fatto catapultato in uno dei tre team al mondo che studiava sperimentalmente e teoricamente i Moti alla Marangoni, particolare caso di convezione generata da gradienti di tensione superficiale”.

Lo afferma Rino Russo, Direttore Generale di Center For Near Space, dirigente per le tecnologie ed i sistemi spaziali del CIRA per più di vent’anni, cofondatore e presidente della Trans-Tech s.r.l., cofondatore e primo presidente di Space Renaissance Italia (chapter italiano di Space Renaissance International), Vice Presidente dell’Italian Institute for the Future e Direttore Generale del Center for Near Space, una lista lunghissima di pubblicazioni di carattere scientifico e tecnologico.

La sua è una vita dedicata allo spazio, o meglio all’espansione civile nello spazio…
Sì. Ricerca in laboratorio, rapporti con quella che sarebbe diventata l’ASI, e con l’ESA, la preparazione di esperimenti poi realizzati a bordo dello Spacelab, il training ai primi astronauti europei.  E poi per tanti anni al CIRA negli studi di sistemi ipersonici innovativi per il rientro atmosferico, inclusa la galleria al plasma Scirocco. E poi ancora lo stimolo del turismo spaziale e la nascita del progetto HYPLANE, per il quale dovetti combattere non poco per convincere diversi interlocutori, ed avere l’onore che l’Università Federico II ne condividesse lo sviluppo progettuale. Si, lo spazio resta un mio pallino, perché sono certo che quell’etichetta definita circa 35 anni fa da Napolitano – Quarto Ambiente – diventerà effettiva in tempi ragionevolmente brevi.

Sei anni fa eravamo convinti che il turismo spaziale avrebbe aperto la frontiera alta, in quanto unica linea di sviluppo industriale capace di crescere sul proprio mercato in crescita, passando senza soluzione di continuità dalla quota suborbitale all’orbita, dai voli balistici di puro entertainment ai voli di linea ipersonici. Sull’onda di quel sogno era nato, in partnership tra Space Renaissance Italia e la Federico II di Napoli, il progetto HyPlane. Oggi quella prospettiva sembra subire perlomeno una battuta d’arresto, dovuta alle difficoltà finanziarie delle aziende impegnate in questa sfida, ed anche alla inadeguatezza dei sistemi legali, quando si tratta di trasportare passeggeri civili nello spazio. Tuttavia continuano a svilupparsi spazioporti, ed almeno uno dovrebbe essere fatto in Italia. Ed il progetto Hyplane continua a suscitare interesse da parte di potenziali investitori…

Perché un’evoluzione del genere menzionato si avveri sono necessari due fattori primari: (1) allargare la platea di chi ci crede in modo da poter contare su adeguati finanziamenti, siano essi pubblici o privati, (2) avere la fortuna che non accadano incidenti rilevanti. Per quanto riguarda il primo punto, è evidente che con Hyplane, ad esempio, non siamo ancora riusciti nell’intento, anche se non può essere taciuta la rilevanza del background che nella fase storica di crisi economica degli ultimi anni ha bloccato quasi tutto. L’incidente del 31 ottobre 2014, in cui fu distrutto la SpaceShipTwo di Virgin Galactic con la morte di uno dei piloti collaudatori e il ferimento del secondo, ha sospeso il processo di attivazione del turismo spaziale suborbitale su base commerciale. Dopo l’indagine della Federal Aviation Authority e dopo la realizzazione di un nuovo velivolo, Virgin Galactic sta muovendosi verso la certificazione del sistema prima di poter avviare la fase commerciale. Insomma, lo slittamento di un programma è parte della vita e talvolta diventa un vero e proprio stop. Come fu quando, il 28 gennaio 1986, lo shuttle Challanger con a bordo la prima insegnante di scuola superiore Christa McAuliffe esplose in fase di lancio; era il tempo in cui sembrava potersi presto realizzare l’industrializzazione delle spazio con industrie pronte a finanziare la costruzione di unità produttive in orbita, ma fu il momento della morte definitiva di quell’idea tanto che ancora oggi non si riprende quel concetto se non in termini prospettici (Luna, asteroidi, ecc.).

In sintesi, voglio dire che di battute d’arresto dobbiamo aspettarcene diverse e per vari motivi. E dobbiamo anche mettere in conto la probabilità di perdita di vite umane, come sempre è quando si tenta di oltrepassare un limite.

Negli States si parla di accesso allo spazio e suo sfruttamento da un ventennio quasi ormai. E di spazioporti si parla anche in termini molto concreti in diverse regioni del nostro pianeta. Finalmente, e con la consueta “timidezza” anche l’Europa comincia a parlarne: Svezia, UK, Spagna, ed anche l’Italia. C’è un certo interesse emergente sul volo suborbitale, anche se di tipo sperimentale, che sta stimolando i pensieri su uno spazioporto; bella etichetta che definisce un aeroporto “speciale” che serve giusto per separare il campo da quello dell’aviazione civile. Gira tra gli addetti ai lavori l’idea di usare lo spazio aereo tra la Campania e la Sardegna, per esempio tra gli aeroporti di Grazzanise e Decimomannu, per voli suborbitali sperimentali con velivoli come Hyplane.

Chi ha saputo mettere fine alla situazione di relativo stallo durata 40 anni, dopo lo sbarco americano sulla Luna, è stato Elon Musk con i suoi lanciatori completamente riutilizzabili. Dopo decenni passati a struggersi per una tecnologia Single Stage To Orbit (SSTO), non ancora alla portata, vista come l’evento risolutore, che avrebbe potuto finalmente abbattere il costo del trasporto terra orbita, Musk ha tirato fuori il classico uovo di Colombo: non siamo ancora capaci di fare un SSTO? Molto bene, allora riportiamo a terra il primo stadio dei sistemi di lancio. Voilà, monopolio infranto, i prezzi dei lanci diminuiti di almeno un ordine di grandezza: il costo al kg, quando i riutilizzabili saranno a regime, si prevede inferiore ai $2.000. Adesso sorge una domanda: di questa epocale innovazione tecnologica, unita all’avvento dell’additive manufacturing, potrà giovarsi anche l’impresa del trasporto passeggeri civili nello spazio? Oppure la parte del leone la faranno ancora una volta i satellitari?
Beh, non è proprio così. La vera guerra è stata ed è tra chi non vuole cambiare la strada vecchia dei lanciatori spendibili con quella nuova, e coloro più abituati a buttare il cuore oltre l’ostacolo. Lo Space Shuttle è stato il primo lanciatore parzialmente riutilizzabile. Sfortunatamente, non ha dimostrato di indurre minori costi o equivalentemente ridurre il costo/kg di accesso all’orbita. E questo dà forza ai sostenitori della bontà del concetto spendibile. In realtà, di studi e progetti TSTO ce ne sono stati e ce ne sono molti e da tanto tempo; anzi sono in numero ben superiori a quelli SSTO come il vecchio X-30 della NASA noto come NASP, National Aero Space Plane o l’altrettanto vecchio HOTTOL inglese. Forse il TSTO più famoso almeno in Europa è il tedesco Sangaer. Quello che ha fatto Elon Musk, è stato pensare ad un modo più semplice e non aerodinamico di recuperare il primo stadio; ed ha, grazie al carattere privatistico dell’impresa, assorbito gli insuccessi inevitabili senza farsi abbattere da commissioni indipendenti alla ricerca di colpevolezze. Con questo suo approccio ha ridotto il costo di lancio dagli storici 20.000 $/kg a circa 8.000 $/kg; peraltro anche alcuni lanciatori spendibili costano più o meno la stessa cifra perché fatti in paesi in cui la mano d’opera costa molto di meno che nel mondo occidentale. Per quanto riguarda la riduzione del costo del trasporto passeggeri civili nello spazio, dobbiamo essere chiari e netti: la riduzione radicale (forse addirittura ad 1/100 dei costi attuali) ci sarà quando il numero di lanci/anno sarà moltiplicato per 10 o 100 o di più. Se dopo due secoli di vita dell’autovettura stessimo ancora oggi usando 1 o 2 auto tra tutta la popolazione mondiale, certamente costerebbe un occhio della testa, e forse entrambi!

Oggi sembrano promettenti alcune prime attività industriali orbitali, quali l’assemblaggio di satelliti in orbita, il recupero e riuso di detriti spaziali, attività estrattive lunari ed asteroidee. Ma anche in questo caso, i sostenitori dell’espansione umana devono fare i conti con i sostenitori della robotizzazione totale… Si tratta di una discussione puramente filosofica, oppure vi sono attività, magari le più promettenti, che abbisognano di operatori umani in orbita, oppure che sono molto più convenienti se svolte da operatori umani?
Questa discussione è ampia e non solo in ambito spaziale. È ampiamente riconosciuto che ci sono attività nella vita di un individuo o una comunità che possono essere del tutto robotizzate senza nemmeno la supervisione dell’uomo, salvo ovviamente la manutenzione. Il robot che scopa in casa può farlo in modo del tutto autonomo. Significa questo che c’è da aspettarsi che in un futuro i robot faranno tutto loro? Onestamente non lo so. Certo, man mano che sviluppiamo robot più performanti ed autonomi, il bilanciamento del lavoro tra uomo e robot potrebbe cambiare, anzi cambierà di certo. Ma non credo affatto che l’uomo si limiterà sempre di più a stare steso al sole o cose simili. Per me questa è una discussione di opportunità, che mischia le possibilità con i rischi senza tenere questi due elementi separati ed ognuno al suo posto. Tendo a credere che l’uomo avrà sempre la sua parte, e lascio volentieri a scrittori e registi immaginare scenari in cui i robot comanderanno gli uomini.

Secondo te è maturo il tempo, nel nostro Paese, per la nascita di un settore industriale orientato allo spazio civile? Si vede all’orizzonte qualche Elon Musk o Jeff Bezos italiani? E cosa possiamo fare noi, associazioni come Space Renaissance, Center for Near Space, per stimolarne la nascita?
Il discorso è molto complesso ma provo a sintetizzarlo in due battute. L’Italia, e non solo l’Italia, si trova da molti lustri in un epoca di contrazione culturale che si rende forse più evidente attraverso governi sempre più tecnici e meno strategici, attraverso la totale incapacità di identificare priorità oggettive e mantenerle nell’implementazione dei piano, attraverso le giovani generazioni che sono sempre più disattente al futuro che poi è il loro. Al di là del fatto che in Italia non mi pare ci siano tanti ricconi come Elon Musk, non c’è ancora qualcuno che voglia o possa sfidare tutto e tutti su un argomento. Quello che penso si debba fare, e forse è l’unica cosa possibile in questa fase, è far comprendere sempre di più e sempre a più persone comuni che lo spazio non è affatto l’avventura bellissima di qualche super eroe, bensì una nuova opportunità per tutti.

Il tuo team, Center for Near Space, sta per annunciare un progetto bellissimo “Orbitecture”… di che si tratta?
Esattamente per illustrare alle giovani generazioni il concetto appena enunciato, abbiamo costituito diversi team di studio su diverse idee e progetti. Progetti avveniristici, ma sempre collegati in qualche modo all’attuale mondo ingegneristico, ovvero “fattibili” nell’ambito di una prospettiva di almeno 30 anni. Il CNS crede che, a 100 anni circa dallo Sputnik e dal Primo Passo dell’Uomo fuori dalla Terra, esisterà una comunità variegata di circa 1000 persone stabilmente occupante lo spazio cis-lunare: stazioni in LEO (Low Earth Orbit), in LMO (Low Moon Orbit), in qualche punto lagrangiano, sulla luna, con puntate occasionali e scientifiche verso Marte e gli asteroidi. Questa “città cis-lunare” sarà conseguentemente caratterizzata da un traffico di circa 10.000 o forse 100.000 passaggi/anno da un nodo all’altro. Ebbene, in questo quadro, abbiamo selezionato un ipotetico nodo di interscambio che abbiamo chiamato SpaceHub; un sistema con 100 persone a bordo per condurre attività come ricerca, gestione della stazione, gestione degli arrivi (attracco) e delle partenze verso la Terra o altri nodi o per l’esplorazione verso Marte, e non ultimo per puro turismo. In tale contesto abbiamo rilevato il carattere del tutto non confortevole dell’attuale ISS ed abbiamo perciò identificato criteri progettuali più adeguati ed anche più coerenti con l’architettura naturale del sistema solare. Abbiamo valutato la realizzabilità, la sequenza di costruzione ed i tempi associati, nonché i sistemi di supporto alla vita che non possono che essere il più possibili autonomi ovvero autorigenerativi.

È stato un divertimento parlare con specialisti di diverse estrazioni, confrontarsi su base culturale e fare un viaggio insieme che speriamo di continuare dopo la presentazione ufficiale che faremo il 6 luglio nello splendido scenario del Planetario di Città della Scienza di Napoli. Siete tutti invitati.

Adriano Autino

Sette milioni e mezzo
di chili d’oro in orbita

spazioA partire dal 1957, si stima che siano stati effettuati 132 lanci orbitali all’anno, il che ci porta ad un totale di circa ottomila lanci. I satelliti censiti da UNOOSA ad agosto 2016 erano 4256, di cui solo 1419 (33%) operativi. Circa 18mila sono i rottami orbitali sufficientemente grandi (più di 10 cm.)da essere tracciati. Circa il 64% degli oggetti tracciabili sono frammenti risultanti da eventi distruttivi, quali esplosioni o collisioni. Esiste inoltre una popolazione molto più grande di detriti impossibili da monitorare in modo operativo. Nello spazio compreso tra l’orbita bassa (LEO, 300 km) e quella geostazionaria (GEO, 36mila km) viaggiano — a velocità orbitale — un numero stimato di 700.000 oggetti di dimensioni superiori a 1 cm e 170 milioni di oggetti di dimensioni superiori a 1 mm. Il che significa che la regione dello spazio vicina alla Terra si fa sempre più pericolosa, ma non è soltanto né soprattutto questo l’aspetto di cui voglio parlare oggi. Chi mi conosce per i miei interventi di carattere prevalentemente filosofico potrà essere sorpreso per questo articolo, che raggruppa una serie di considerazioni economiche e sociali. Voglio infatti dimostrare la convenienza — oggi, e non in un lontano futuro — di investire in attività industriali orbitali condotte da tecnici umani, rispetto ad operazioni completamente robotizzate. Di più, con buona pace di tutti quanti continuano ad avversare e temere l’espansione civile nello spazio esterno, basta analizzare minimamente l’ambiente di cui stiamo parlando, per capire che le attività più promettenti sono semplicemente non fattibili senza la presenza di operatori umani. Si tratta di una visione presentista, più che futurista: Space Renaissance (http://spacerenaissance.space/, http://spacerenaissance.it/), l’associazione internazionale che mi onoro di presiedere, promuove l’espansione civile nello spazio, per stimolare investimenti, rilanciare l’economia e sviluppare milioni di nuovi posti di lavoro oggi, e non in un lontano futuro…

Dunque partiamo dai rottami, o rifiuti spaziali, vale a dire oggetti che, secondo un’opinione molto comune, non hanno più alcun scopo utile. Ma è proprio vero? Facciamo due conti.

Il peso totale dei rottami spaziali ammonta a circa 7.500 tonnellate, cioè 7.5 milioni di chilogrammi. Il costo del trasporto terra – orbita si è mantenuto costante, negli ultimi 50 anni, intorno ai 20mila dollari al chilo, mantenuto alto anche da un vero e proprio cartello, costituito dalle grandi case costruttrici di razzi spendibili, raggruppate negli Stati Uniti nella ULA (United Launch Alliance). La storia recente vede la Cina e l’India posizionarsi con un prezzo dei payload tra i 10 ed i 25mila dollari al chilo.  Ma è soltanto con l’avvento dei lanciatori riutilizzabili di Space X, che il monopolio dei razzi spendibili è stato infranto, innescando un processo rinascimentale di cui abbiamo visto sinora solo i primi passi. Quanto è costato mettere in orbita 7,5 milioni di chili di artefatti terrestri? A 20mila dollari al chilo, circa 150 miliardi di dollari. Se a questi aggiungiamo i costi di progettazione, costruzione e gestione, non è difficili arrivare ad un costo totale vicino al trilione di dollari. Considerando l’attuale prezzo dell’oro intorno ai 41mila dollari al chilo, è come dire che sulle nostre teste orbita un patrimonio paragonabile a 7,5 milioni di chili d’oro, se vogliamo vederla dal punto di vista economico. Se, come me, volete vederla anche dal punto di vista etico ed evolutivo della nostra civiltà, è come se avessimo voluto rinchiuderci in una gabbia dorata, senza peraltro avere ancora provveduto a sviluppare sistemi capaci di rimediare a questo disastro.

Si può anche sorridere, sebbene di un riso amaro. Avete presente i rifiuti delle grandi città terrestri? La situazione non è molto diversa: i rifiuti costituiscono una tragedia ambientale solo per chi non ha ancora deciso di utilizzarli. Per chi si è dotato degli opportuni impianti di riciclaggio, i rifiuti invece valgono oro! Oltretutto per chi possiede gli impianti il guadagno è doppio, visto che non soltanto produce energia e materiali di vario utilizzo, ma viene anche pagato per ricevere i rifiuti da chi non è attrezzato per utilizzarli! Possiamo ben immaginare come chi ha investito nell’industria del riciclo abbia sulla faccia un odioso ma comprensibilissimo sorrisino di sufficienza, quando considera l’ancora consistente schiera di gonzi che pagano per smaltire … la propria ricchezza!

Vi siete fatti il quadro, guardando a terra? Bene, adesso guardate in alto. Ci si rende subito conto che, per quanto riguarda i cosiddetti rifiuti spaziali, tutto il mondo è gonzo, e non sono ancora nate imprese capaci di investire negli impianti necessari alla raccolta, processamento e riuso di questa immensa ricchezza orbitale. Mettendo in orbita opportune officine modulari — l’esperienza fatta con la International Space Station è fondamentale — si potrà cominciare a catturare i rottami, separare i metalli dalla plastica, macinare i diversi componenti e ricavarne polveri, la materia “prima” per la stampa 3D. Cosa stiamo aspettando? Sono certo che il nostro Paese potrebbe essere all’avanguardia, su questo fronte, e potrebbe battere in volata altri che ancora non si stanno muovendo… forse perchè meno dotati della nostra sensibilità umanista, ed attenzione per le persone?

Il settore new space muove i primi passi anche nel nostro paese, ad esempio la D-ORBIT (http://www.deorbitaldevices.com/) è una piccola azienda del comasco, che sviluppa un sistema per il de-commissioning dei satelliti al termine del ciclo di vita: un primo passo, finalizzato per intanto a non produrre nuovi rifiuti. Ma tutti i viaggi cominciano con un primo passo. Ed il fatto che in Italia ci sia chi ragiona ed opera a questo livello è molto confortante.

Decommissionare i nuovi satelliti per mezzo di appositi sottosistemi di bordo, mandandoli a bruciare al rientro in atmosfera, è una necessaria misura precauzionale, volta a limitare la produzione di nuovi rifiuti. Catturare rottami esistenti, e gettarli parimenti nell’ “inceneritore” del rientro in atmosfera risolverebbe il problema della bonifica orbitale. Il paragone con l’inceneritore ovviamente regge solo in parte, visto che dagli incineritori terrestri escono prodotti utili, mentre il rientro in atmosfera si limita a volatilizzare i rottami. Comunque, nel medio e lungo termine, si tratta di investimenti “a perdere”, nel senso che non puntano ad utilizzare la ricchezza costituita dai rottami spaziali, ma aggiungono semmai costi alla comunità terrestre. Economicamente parlando la distruzione dei rifiuti, tanto a terra come nello spazio, equivale a distruggere un grande valore. Senza contare che, comunque, per catturare rottami orbitali, già avremo bisogno di macchine capaci di manovre interorbitali, guidate ed operate da operatori umani. Quindi tanto vale affrontare da subito un programma più ambizioso, e sviluppare contestualmente sia la raccolta sia gli impianti di processo e riutilizzo.

È chiaro che, con tale ampiezza di visione, stiamo includendo un numero ben maggiore di stakeholder: la sicurezza dei voli orbitali, e qualsiasi missione o trasporto merci o passeggeri  deve passare per l’orbita terrestre, quale che siano la sua motivazione e destinazione, esplorazione o turismo, orbita bassa o le lune di Giove, ricerca o insediamento industriale, ecc…; ritorno di investimento a breve/medio termine; sviluppo industriale ed economico globale; benefici sociali, occupazione, sviluppo di nuovi mercati.

E qui arriviamo alla seconda grande e promettente sfida presentista. Il recupero e riciclo dei rottami spaziali si connette fluidamente, senza soluzione di continuità, con un’altra grande attività industriale. Le nostre officine orbitali, già messe in cantiere con l’obiettivo di raccogliere e processare i rottami spaziali, si arricchiscono, e si differenziano, grazie ad un’altra funzione: l’assemblaggio di satelliti in orbita. Supportata da adeguati meccanismi robotizzati, la nostra officina si avvia a diventare una fabbrica di satelliti orbitale. Vi piace l’utilizzo di termini un po’ retrò, come “fabbrica”? Pur essendo fortemente proiettati all’innovazione rinascimentale, siamo anche estremamente coscienti di quanto dobbiamo ai nostri padri e nonni… che hanno dato il loro sudore e spesso anche la vita, edificando la civiltà industriale 1.0. E ci piace continuare ad usare certi termini, come un dovuto omaggio a quella civiltà che loro avevano costruito con speranza… all’alba del rinascimento della civiltà industriale 2.0, sperando e lottando perchè questa sia la fine della lunga recessione pre-era-spaziale.

Dunque, per gli investitori, l’assemblaggio di satelliti in orbita, ad opera di tecnici umani, porterà alla sostanziale riduzione almeno delle seguenti voci di spesa. In primo luogo occorre avere presente che ogni satellite assemblato a terra necessita di costosi automatismi per il dispiegamento di pannelli fotovoltaici ed antenne di comunicazione. Tali meccanismi automatici risultano inoltre molto costosi, perchè devono essere sufficientemente robusti da sopportare le grandi vibrazioni ed accelerazioni del lancio. Di tali meccanismi si potrebbe fare completamente a meno, se l’assemblaggio del satellite avvenisse in orbita, diminuendo anche il peso di quanto deve essere spedito in orbita. In secondo luogo, si consideri che, con la sola eccezione dei telescopi orbitali, qualsiasi manutenzione a satelliti risulta nel paradigma attuale troppo costosa, quindi impraticabile. Quindi la componentistica è molto costosa, perchè resistente alle radiazioni cosmiche, e rispondente ai requisiti di fault tolerance e fault avoidance più restrittivi. Le nostre officine orbitali potrebbero occuparsi sia della collocazione a destinazione dei satelliti, sia della loro manutenzione periodica ed eventuale riparazione, il che consentirebbe l’utilizzo di componentistica commerciale a costo molto minore. Ed, infine, le officine orbitali potrebbero provvedere al de-commissionamento a fine del ciclo di vita, quindi si risparmierebbero anche i sistemi automatici di decommissioning, almeno per le macchine di dimensioni maggiori. I sottosistemi di decommissioning dei satelliti più piccoli potrebbero essere programmati per rientrare alla più vicina stazione di raccolta, una volta a fine vita, anzichè per il rientro in atmosfera. Va da sé che la manutenzione periodica dei satelliti ne allungherebbe la vita, con conseguente ulteriore diminuzione dei costi complessivi e parallelo aumento della redditività.

Riassumendo: ogni automatismo che possiamo evitare di aggiungere a bordo satellite ne riduce i costi di progettazione, componentistica, sviluppo, testing, integrazione, lancio. Ma non è finita qui: avevamo parlato infatti di riciclo. E qui si chiude un primo cerchio: con i materiali in uscita dagli impianti di processo dei rottami alimentiamo le fabbriche orbitali, che possono produrre parti di satelliti in orbita per mezzo di stampa 3d, abbattendo ulteriormente i costi di sviluppo e lancio da terra! Ecco che la frontiera comincia a produrre in proprio, e quindi a dare inizio ad una vera e propria eso-economia, seppure ancora legata alla Terra da un robusto cordone ombelicale…

Dunque, abbiamo fin qui parlato solamente di due ricchissimi filoni industriali orbitali, il riciclo di rottami spaziali e l’assemblaggio di satelliti in orbita. Ma il più è cominciare! Una miriade di mestieri nasceranno intorno ed a supporto delle attività civili industriali nello spazio. Si pensi solo alla vastissima costellazione di lavori che sono nati in seguito allo sviluppo della rete di comunicazione mondiale ed allo sviluppo delle filiere energetiche rinnovabili… Paura dell’intelligenza artificiale? Non ha senso! Il mondo è talmente vario, e l’ambiente dello spazio esterno ancora di più, che non possiamo fare a meno dell’intelligenza, della creatività e della flessibilità degli umani — posto che farne a meno fosse conveniente, ed abbiamo visto che non lo è. Soprattutto non potremo mai chiedere ad una macchina, a parte accorgersi di un pericolo per il quale non era stata programmata, di avere intuizioni sulle potenzialità che diventano evidenti, in modi perlopiù imperscrutabili, alla mente umana, spesso riemergendo da una giornata di depressione e pessimismo… oppure davanti ad uno spettacolare sorgere dalle Terra azzurra dall’orizzonte lunare…

Dunque citiamo qui un po’ alla rinfusa, ma ci torneremo con maggior dettaglio, una serie di attività industriali tutte fattibili in un orizzonte di una ventina d’anni, grazie alle nuove tecnologie abilitanti, quali i sistemi di lancio riutilizzabili, e l’additive manufacturing: grandi impianti orbitali di raccolta di energia solare, stazioni di rifornimento per trasporti geo-lunari ed interplanetari, impianti di processo di materie prime lunari ed asteroidee, hotel orbitali, lunari e cislunari, cantieri orbitali per l’assemblaggio di navi spaziali a varia destinazione, ospedali a bassa e zero gravità, attività minerarie estrattive lunari ed asteroidee, villaggi orbitali rotanti, infrastrutture lunari di ricerca, esplorazione, industriali.

Tutto questo apre un altro capitolo, che occorre urgentemente affrontare: il diritto spaziale, fermo al Trattato sull’Uso Pacifico dello Spazio Esterno, di cui ricorre quest’anno il 50mo anniversario. Anche di questo parleremo presto.

Ad Astra!

Adriano Autino

Ringrazio Stefano Antonetti, marketing manager di D ORBIT, per i suoi commenti sul tema rottami spaziali

Adriano Autino è presidente di Space Renaissance International (http://spacerenaissance.space) ed autore dei seguenti libri:

“Un mondo più grande è possibile. L’espansione della civiltà oltre i limiti del nostro pianeta madre è la questione morale del nostro tempo”

– Amazon 2017 ebook e paperback (https://goo.gl/i78fVs)

– MondadoriStore 2017 ebook (https://goo.gl/ZqCs3Y)

“La terra non è malata: è incinta!”

– lulu.com 2016, paperback (https://goo.gl/wIQC6y)

– Amazon 2017, paperback (https://goo.gl/Stlkuz)

– Arduino Sacco 2008

Con il cambiamento climatico a soqquadro tutto il pianeta

Cambiamento-climaticoLa decisione di Trump di sfilare gli Stati Uniti dall’accordo sul climate change siglato a Parigi nel dicembre 2015 da 195 Paesi, e ratificato nell’aprile 2016 da 175 Paesi, inclusi gli Stati Uniti, sta mettendo a soqquadro tutto il pianeta, compresi gli Stati Uniti. E forse soprattutto gli Stati Uniti.

Nessun scettico del riscaldamento climatico per cause antropiche – e fra di essi si contano molti scienziati seri, più che gli irriducibili sostenitori delle fonti energetiche genericamente e spesso inappropriatamente definite fossili – ha sinora esultato per questa mossa repentina del neo-presidente USA. Questo silenzio tradisce un notevole imbarazzo, da parte loro, a ritrovarsi un simile “campione”, il cui livello di gradimento negli USA è ormai ai minimi storici….

Vediamo prima, per quanto possibile, gli aspetti scientifici. Vi sono ovviamente molte domande, alle quali l’IPCC sostiene di aver dato risposte chiare e definitive, ma che conservano tuttavia la loro piena legittimità, e che continuano a confermarmi nella mia posizione agnostica… È effettivamente in atto un cambiamento climatico sul nostro pianeta? Se sì, si tratta di un processo di riscaldamento o di raffreddamento? Se è in atto un effettivo cambiamento climatico, riguarda solo il nostro pianeta oppure il Sistema Solare? Nel caso sia in atto un effettivo cambiamento climatico sul nostro pianeta, si deve principalmente a cause antropiche o ad altre cause? Fra le altre cause ad esempio l’attività solare, e l’avvicendamento di ere glaciali ed ere temperate, nella storia della Terra. Carlo Rubbia ha ben specificato, in un suo recente intervento a camere riunite, che in passato vi sono state epoche caratterizzate da temperature ben più elevate di quella attuale: ad esempio quando Annibale passò le Alpi con i suoi elefanti, attorno al 200 A.C., le Alpi dovevano essere prive di nevai. Oppure più recentemente, attorno al 1300, quando i Walser migrarono dalle regioni germaniche in Nord Italia, valicando passi alpini del tutto privi di neve e ghiacciai. Questi esempi sono stati portati tante volte, così come i pareri di eminenti astronomi, che attribuiscono al Sole, più che all’uomo, i cambiamenti climatici sul nostro pianeta. Ma tutto ciò non ha mai scalfito neppure minimamente la “fede” dei credenti nel climate change per cause antropiche. Ed anche oggi, c’è chi accusa già Rubbia di parlare al di fuori delle sue competenze… sostenendo che Rubbia non è un climatologo. Vero, ma i climatologi fondano le loro convinzioni veramente su concetti scientifici solidi, cioè ripetibili? Quanto all’anidride carbonica, come gas serra è decisamente risibile, quindi attribuirle tutta la responsabilità di un supposto effetto serra appare prestestuoso, un po’ come se l’IPCC — ed Al Gore, con il suo famoso tour “Un inconvenient truth” — avessero avuto bisogno di un comodo capro espiatorio, sul quale concentrare l’indignazione di tutto il mondo. È stato stigmatizzato da molti che è la curva della temperatura a seguire con qualche centinaio di anni di ritardo quella dell’anidride carbonica, negli ultimi 600.000, e non il contrario! Il metano, ad esempio, come gas serra è molto più efficace, ed ho sempre pensato che potrebbe anche essere lui il vero responsabile della fine dei grandi sauri sessanta milioni di anni fa, per quanto anche l’asteroide killer rimanga un indiziato molto attendibile. Tuttavia l’anidride carbonica, pur benefica verso il mondo vegetale, è tuttavia pericolosa per il mare, che contribuisce ad acidificare. Il Enrico Feoli, professore di ecologia all’Università di Trieste, mi fa presente che ci vuole molta CO2 per acidificare gli oceani. Più di tanta non ne entra, ma si libera facilmente quando aumenta la temperatura dell’acqua.. Da analisi di dati relativamente recenti (circa dal 1800) su deforestazione, aumento di CO2 e aumento di temperatura, aumento considerevole di metano, risulta che sarebbe la deforestazione la causa più immediata di “cambiamenti climatici”. Meglio sarebbe dire di aumento di frequenza di eventi estremi, per effetto della diminuzione del calore specifico delle terre emerse: la terra senza vegetazione si riscalda di più e più rapidamente, il calore viene irradiato nei d’intorni, fino ad influenzare la temperatura del mare, di conseguenza aumenta la concentrazione di CO2, che si libera dal mare (per innalzamento di temperatura), innalzamento che non viene riassorbito grazie all’elevato calore specifico dell’acqua. Lo sfasamento: prima si alza la temperatura, quindi si alza la CO2 sembra valere solo per migliaia di anni fa, quando le concentrazioni di CO2 erano relativamente stabili anche se oscillanti. Con questo — continua ancora il prof. Feoli — non si può dire che la deforestazione sia la causa dei cambiamenti climatici, ma può in qualche modo accelerare eventi estremi come allagamenti e siccità, per esempio conseguenti ad aumenti di temperatura anche minimi, che fanno liberare la CO2 del mare. Detto questo, l’aumento della temperatura in atto è dovuto principalmente a fenomeni astronomici che possono addirittura avere origine fuori dal nostro sistema solare. Le macchie solari non bastano e nemmeno i cicli di Milankovitch: ricordiamoci che il sistema solare sta viaggiando attorno al centro della galassia ed in questo giro viene ad attraversare diverse situazioni gravitazionali, inj relazione a tutto l’universo… buchi neri compresi.

Dal punto di vista ambientale, del mare dovremmo preoccuparci molto, soprattutto della quantità di plastica che continuiamo a disperderci dentro, e che crea enormi isole nel Pacifico. Anche in relazione ad aumenti di temperatura locali, in quanto la plastica ha un calore specifico molto inferiore a quello dell’acqua, quindi si riscalda più rapidamente con i raggi del sole. Inoltre si sminuzza in frammenti minuscoli, che vengono assimilati dalla fauna marina, e quindi poi ce li ritroviamo nel piatto… Quindi, che la CO2 sia o meno responsabile dei cambiamenti climatici, cercare di ridurne le emissioni sembra un’iniziativa utile, così come lo sarebbe ridurre la dispersione di plastiche varie nell’ambiente marino.

Per quanto la priorità debba senza dubbio andare all’espansione della civiltà nello spazio esterno – indirizzo strategico che risolve in prospettiva sia i problemi dello sviluppo sia quelli ambientali – non possiamo neanche rischiare che l’ambiente marino – vero polmone planetario – collassi a causa di eccessivo inquinamento, mettendo così a rischio anche il rinascimento spaziale.

A chiunque cercasse di imporci una scelta tra destinare fondi all’espansione civile nello spazio oppure alla battaglia contro l’inquinamento, ricordiamo che nel mondo due trilioni di dollari l’anno se ne vanno in spesa militare, e che soltanto 25-30 miliardi sono destinati allo spazio, peraltro quasi esclusivamente alle telecomunicaizoni, ricerca, esplorazione, militare, e praticamente zero, sinora, per attività astronautiche civili. Basterebbe muovere un 10% della spesa militare verso lo spazio e l’ambiente…

Si deve invece sinora soltanto all’iniziativa pionieristica di imprenditori coraggiosi come Elon Musk, Jeff Bezos, Richard Branson, se oggi abbiamo sistemi di lancio completamente riutilizzabili, e se il turismo spaziale — cui preferiamo comunque il concetto più ampio di trasporto passeggeri civili nello spazio — è diventato un promettente settore di investimento, insieme alle attività minerarie lunari ed asteroidee, ed altre attività industriali che si svilupperanno nel sistema geo-lunare.

Ma che fine farà la cosiddetta green economy? Il mondo imprenditoriale statunitense non dorme certo sonni tranquilli, visto che enormi investimenti sono ormai più che oltre il momento del kick-off, in seguito alla (anche troppo) entusiastica politica di Obama sulle energie rinnovabili. Chi sta brindando quindi a champagne? Pochi irriducibili petrolieri e carbonai… dico pochi perché so per certo che alcuni petrolieri storici si stanno interessando a tecnologie spaziali… quindi anche nel settore oil & gas c’è chi non si limita più a guardare sotto i propri piedi, e neppure sta impazzendo per il fotovoltaico terrestre, pur sempre chiuso entro i limiti della superficie terrestre utilizzabile, o per le orrende pale eoliche, dalle quali speriamo che San Vittorio Sgarbi se non altri possa un giorno liberarci…

E comunque occorre considerare che la cosiddetta green economy non è più una rivoluzione. Si tratta oggi di un settore di business consolidato, visto che oramai il kilowatt fotovoltaico costa meno dell’equivalente generato a petrolio o carbone. Questo soprattutto grazie all’enorme sviluppo in atto in Cina ed India. Gli imprenditori degni di questo nome, quindi, guardano oltre. Ad esempio ai progetti di Jeff Bezos, di delocalizzare progressivamente le industrie pesanti in area geo-lunare, in orbita e nei punti di Lagrange. Ai piani ULA di una rete di trasporti cargo tra l’orbita bassa terrestre, l’orbita alta geostazionaria, la Luna e gli asteroidi.

Sulla Terra, in questo orizzonte strategico, forse diminuirebbe in prospettiva il fabbisogno energetico, o forse cambierebbe verso, indirizzandosi maggiormente alla comunicazione, alla mobilità, alla conoscenza. Mentre quello che oggi si concentra sull’industria pesante – con il relativo thermal burden – si sposterebbe fuori dal nostro pianeta, alleggerendone così le condizioni ambientali e di inquinamento. L’inquinamento sarebbe progressivamente ridimensionato. I problemi sociali legati alla crisi golbale ne risulterebbero sicuramente molto migliorati, con la crescita di opportunità di lavoro qualificato, sia a terra che nello spazio. Ovviamente l’energia solare raccolta nello spazio, 24/24h, 365 giorni all’anno, con efficienza e continuità totali, rispetto al solare terrestre, condizionato dalle condizioni di insolazione stagionale e dall’alternanza giorno/notte, sarebbe la filiera principale, cui si unirebbero altre fonti, come l’elio-3 lunare ed altre materie prime che abbondano sugli asteroidi vicini alla Terra. Per non parlare del riutilizzo di una risorsa orbitale enorme: i rifiuti spaziali derivanti da 60 anni di attività satellitari. Ma di questo parleremo in un prossimo articolo.

Ma questo orizzonte, obietteranno in molti, non è ancora troppo distante nel tempo? Come può aiutarci, già oggi, a risolvere i problemi della disoccupazione, del sottosviluppo, dei flussi migratori incontrollabili? Decisamente questo è un orizzonte vicinissimo, sul quale possiamo iniziare ad investire oggi stesso. È stato calcolato che delle officine orbitali, dove operassero tecnici umani, sia pure coadiuvati da robot, sarebbero un investimento estremamente redditizio da subito. In laboratori simili si potrebbero assemblare i satelliti in orbita, producendone anche delle parti grazie a tecniche di additive manufacturing; provvedere alla collocazione dei satelliti a destinazione, ed alla loro manutenzione periodica (cosa oggi impossibile se non per casi unici come i telescopi spaziali). Senza parlare del decommissioning di satelliti, e del riutilizzo dei rottami spaziali a scopo di riciclo. La costruzione di hotel orbitali, lagrangiani e lunari andrebbe di pari passo, non appena la nascente industria del turismo spaziale comincerà ad integrarsi con quella dei vettori riutilizzabili. Dove c’è lavoro la gente deve poter dormire, mangiare, divertirsi… Le nostre officine orbitali potranno crescere e differenziarsi, integrando funzioni di stazioni di servizio, per il rifornimento di missioni lunari, asteroidee e marziane. E poi la cantieristica, per l’assemblaggio in orbita di veicoli destinati all’esplorazione di Marte, della Cintura Asteroidea, di Giove e delle sue lune, ed oltre. Vi sembra poco? Vi sembra che il mondo imprenditoriale italiano sia arretrato, su questi argomenti? Tutt’altro! Abbiamo fior di aziende avanzate, ed università di prim’ordine, che non vedono l’ora di misurarsi su queste sfide, cominciando a portarci finalmente fuori, con conseguente sollievo dell’ambiente terrestre, climate change o non climate change.

Adriano Autino

Oltre i limiti dello sviluppo, oltre i limiti della cultura

spazio“Gli esseri umani sono plasmati dalle culture di cui sono parte. La cultura si è rivelata nella storia dell’uomo uno straordinario strumento di evoluzione, ma quali sono i suoi limiti? Fino a che punto è consentito all’essere umano di trasformare la biologia e più in generale l’ambiente in cui è immerso? Già il mito di Prometeo metteva in guardia sui rischi della hybris, dell’“arroganza” delle tecniche, un tema oggi di straordinaria attualità nel campo, per esempio, delle tecnologie genetiche. Quali sono oggi le riflessioni sul limite nella nostra e nelle altre società? Il concetto di “antropocene”, su cui dialogano gli scienziati e gli studiosi del versante umanistico, mette l’accento proprio sul fatto che i poteri poietici della cultura umana sono così forti (e pericolosi) da intervenire sulle “leggi” che regolano la vita del nostro pianeta, al punto da trasformare il suo clima. È tempo di porre un freno alla capacità dell’uomo di plasmare il mondo?”

Questa è la presentazione della conferenza, dal titolo “Sui limiti della cultura”, tenuta dal Prof. Adriano Favole sabato 27, nell’ambito del convegno “Dialoghi sull’uomo”, che si svolge a Pistoia dal 26 al 28 Maggio. Il Prof. Favole insegna Antropologia culturale e Cultura e potere all’Università di Torino. I suoi ambiti di ricerca principali sono l’antropologia politica, l’antropologia del corpo e l’antropologia del patrimonio.

Dico subito che, leggendo un titolo come questo, mi viene l’orticaria psicosomatica… infatti rieccheggia un titolo molto simile, “I limiti dello sviluppo”, dato ad un testo pubblicato nel 1972. Si trattava, allora, di una ricerca commissionata dal Club di Roma, fondato da Aurelio Peccei, all’MIT di Boston. Vi si teorizzava, preparando la strada ai movimenti ecologisti che si sarebbero sviluppati a seguire, che il nostro pianeta è una quantità finita di risorse, e che quindi non si può pensare che possa bastare all’infinito, per qualsiasi numero di persone, per qualsiasi modello di sviluppo in qualsiasi contesto sociale e culturale.

Prima domanda: è mai possibile che, a 45 anni di distanza, siamo ancora fermi a quella sconfortante, sia pur realistica, considerazione? Ormai le alternative, che consentirebbero di continuare lo sviluppo della nostra civiltà (per me sinonimo di cultura, quindi non sto a spaccare il capello per puntualizzare differenze inesistenti) dovrebbero essere note a tutti, e soprattutto ai luminari che pretendono di tenerci le loro lectio magistralis

Viene da pensare che chi insiste nella sua dottrina pervicacemente precopernicana  non voglia andare oltre. Sono maligno? Forse. Tuttavia bisogna considerare che esiste, nel nostro paese in particolare, una vastissima pletora di intellettuali orfani del marxismo, la cui progettualità sociale è ritenuta ormai impresentabile in primo luogo proprio da coloro che la promuovevano in mille versioni e declinazioni, pur senza mai aderirvi chiaramente ed onestamente. Costoro non si sono mai ritrovati d’accordo tra di loro se non su un punto: l’odio profondo per il sistema capitalista, e la convinzione di dover dare una mano alla crisi. Segnatevi per  favore questo concetto: dare una mano alla crisie non contro la crisi, perchè è di vitale importanza riconoscerne i sogetti e, soprattutto, gli effetti nefasti.  Costoro si sono trovati bell’e pronta un’ideologia di riserva, che permette loro di continuare a perseguire l’affossamento dell’odiato sistema sociale che per altro li ha sinora nutriti, in molti casi anche più che dignitosamente, senza neanche più il fastidio di doversi produrre in improbabili iperboli socialisteggianti: il decrescitismo, ovvero la risposta verde ai limiti dello sviluppo su un pianeta solo.

Ma vediamo di rispondere punto per punto alle domande del Prof. Favole…

La cultura si è rivelata nella storia dell’uomo uno straordinario strumento di evoluzione, ma quali sono i suoi limiti?

A questa domanda rispose già Krafft Ehricke, in un suo saggio, polemizzando proprio con il Club di Roma: l’uomo non ha alcun limite al proprio sviluppo, tranne quelli autoimposti.

Fino a che punto è consentito all’essere umano di trasformare la biologia e più in generale l’ambiente in cui è immerso?

Quale sarebbe il “punto”, nel quale dovremmo pensare di fermarci? Seguendo la visione di Jeff Bezos, e di Gerard O’Neill prima di lui, basterà spostare progressivamente il nostro sviluppo industriale fuori dell’atmosfera terrestre — e le nuove tecnologie oggi rendono questi piani fattibilissimi — ed in prospettiva allenteremo la pressione sul nostro pianeta madre. Oltre a aprire uno sconfinato orizzonte di sviluppo per la nostra civiltà, obiettivo prioritario, in un’etica umanista.

Già il mito di Prometeo metteva in guardia sui rischi della hybris, dell’“arroganza” delle tecniche, un tema oggi di straordinaria attualità nel campo, per esempio, delle tecnologie genetiche.

E dagli una zampatina alle tecnologie genetiche!… tanto per strizzare l’occhio alla palude, alla sua avversione per la scienza, che oggi alza arrogantemente  la testa… Arrogantemente, con piglio da Santa Inquisizione, costoro ci intimano di non proseguire gli studi sulla genetica.

La vera scienza è sempre stata umile, ha sempre riconosciuto che prima di provare a migliorare bisogna capire… ma se i tanti spiriti autenticamente umanisti, che hanno dedicato la loro vita al progresso della civiltà, avessero rinunciato a tentare di migliorare la natura, saremmo ancora fermi alle epidemie letali, alla morte per fame, al sottosviluppo. Un modello sociale forse per i decrescitisti preferibile all’odiato capitalismo…

Quali sono oggi le riflessioni sul limite nella nostra e nelle altre società?”

Bravo professore, provi a darsi una risposta: ci serve oggi riflettere sui limiti, se non per superarli?

E qui arriviamo all’affondo finale, non poteva mancare il riferimento al climate change

Il concetto di “antropocene”, su cui dialogano gli scienziati e gli studiosi del versante umanistico, mette l’accento proprio sul fatto che i poteri poietici della cultura umana sono così forti (e pericolosi) da intervenire sulle “leggi” che regolano la vita del nostro pianeta, al punto da trasformare il suo clima. È tempo di porre un freno alla capacità dell’uomo di plasmare il mondo?”

Vi sono ovviamente tante risposte, che si affollano, ed aspettano solo di essere portate alla conoscenza di quanti affluiscono a questi convegni, cercandovi concetti di speranza e di fiducia nel futuro, e trovandovi solo cupe visioni di miseria e morte. Ne scelgo alcune, le più ovvie.

Ovviamente non possiamo porre un freno a qualcosa che non abbiamo neppure mai iniziato a fare… plasmare il mondo, ma quando mai? L’umanità è più o meno avanzata a casaccio, cercando le vie meno impervie ed apparentemente più redditizie. Cominceremo davvero a plasmare il mondo quando ne saremo parzialmente fuori, e quindi non saremo più costretti a decidere se dobbiamo mangiare, vivere e progredire oppure lasciare spazio alla “natura”. Cominceremo allora a plasmare questo pianeta come un immenso giardino, dove coltivare specie animali e vegetali, e persino crearne di nuove, per mezzo dell’ingegneria genetica, laddove la biodiversità si fosse ridotta, a causa della nostra precedente crescita nel mondo chiuso.

Un’ultima considerazione. Da alcune delle mie parole si potrebbe pensare che io ami particolarmente il capitalismo, come sistema sociale. Ebbene no, non particolarmente. In particolare non  mi piace l’indifferenza verso chi soffre, verso chi non riesce a trovare una propria strada per campare, verso lo sfruttamento in genere, e la sua generale disponibilità, nella realtà cosidetta postindustriale, a rigurgiti schiavisti, autoritari e coercitivi. Tuttavia non è saggio rottamare l’unico modello sociale che finora, pur con tutte le sue storture, ci ha sfamato, prima di averne un altro…

Ci sono state rivoluzioni, nel secolo scorso, inevitabili, perchè si trattava di rovesciare delle tirannie. In quei casi il popolo sentiva che qualsiasi cosa, anche del tutto incognita, era preferibile al regime oppressivo cui era soggetto.

Sull’onda dell’entusiasmo rivoluzionario, in alcuni casi si è creduto di potersi proiettare a piè pari in nuovi sistemi sociali, teoricamente più giusti ed equi. La storia ha poi ampiamente dimostrato che la via che porta alla giustizia sociale, ad una società libera, solidale, inclusiva ed eticamente avanzata, probabilmente non ha un suo punto di arrivo su questo pianeta. Forse potremo traguardare un simile obiettivo nel contesto di una società del sistema solare, basata su un’abbondanza di risorse virtualmente infinita.

La storia ha infatti parimenti dimostrato che qualsiasi tentativo di socializzare la miseria porta solo alla tirannia, alla burocrazia, incubatrice di barbarie… Se invece sapremo traghettare la civiltàin un contesto di abbondanza di risorse, qualsiasi modello sociale innovativo diventa sperimentabile… e persino il capitalismo, come modello sociale, si potrà probabilmente migliorare, senza uccidere i suoi veri punti di forza: la libertà di impresa, la libertà di invenzione, la libertà di ricerca scientifica e filosofica, la cultura industriale, che ha permesso anche ai professori di campare bene, insegnando a milioni di figli di lavoratori….

Per il momento i valori sociali della rivoluzione borghese sono ancora gli unici difendibili, contro il tentativo di revanche neomedievale… 

Adriano Autino

Adriano Autino è presidente di Space Renaissance International (http://spacerenaissance.space) ed autore dei seguenti libri:

“Un mondo più grande è possibile. L’espansione della civiltà oltre i limiti del nostro pianeta madre è la questione morale del nostro tempo”

 Amazon 2017 ebook e paperback (https://goo.gl/i78fVs)
– MondadoriStore 2017 ebook (https://goo.gl/ZqCs3Y)

“La terra non è malata: è incinta!” 

– lulu.com 2016, paperback (https://goo.gl/wIQC6y)
– Amazon 2017, paperback (https://goo.gl/Stlkuz)
– Arduino Sacco 2008