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Alessandro Munelli

Gualaccini (CNEL), Occorre rinnovare il Paese

Gian Paolo Gualaccini*, vice presidente del Cnel risponde al quesito su cosa succederà nell’eventualità di una vittoria del sì al referendum costituzionale.

cnelIl CNEL rimane una rappresentanza ancora vitale che, nonostante il ridimensionamento, rinnova le cariche apicali.

Il CNEL è un organo di rilevanza costituzionale previsto dall’art. 99 della Costituzione; la sua soppressione è stata inserita nel noto progetto di riforma costituzionale – che coinvolge 47 articoli della vigente Costituzione – e su cui è prevista la consultazione referendaria il prossimo 4 dicembre.
Nonostante ciò, e in considerazione degli adempimenti formali e delle funzioni che sono stabiliti per legge in capo al CNEL, io ed i miei colleghi abbiamo deciso di restare per spirito di servizio senza alcuna remunerazione o rimborso spesa. A seguito della nomina del Dott. Napoleone a Presidente f.f., l’Assemblea del CNEL mi ha proposto all’unanimità per l’incarico di Vice Presidente. Tengo a precisare, inoltre, che io rappresento il mondo del non profit, una realtà che è entrata nel CNEL abbastanza recentemente (2001).

Il CNEL sarà inserito all’interno del referendum costituzionale di dicembre, secondo lei cosa succederà?

Debbo dire di non aver ancora deciso come votare, poiché vi sono alcune proposte che mi convincono, come le semplificazioni nella Pubblica Amministrazione, ed altre che non mi persuadono affatto, come il rapporto tra lo Stato Centrale e le Regioni. Tuttavia, qualunque sarà il risultato del referendum, c’è la necessità di un cambio di passo da parte di tutte le forze politiche. Il Paese non progredisce con la cultura dello scontro e della demonizzazione dell’avversario. Occorre recuperare la capacità di dialogo simile a quella della Costituente del 1946, dove forze tra loro opposte trovavano mediazioni altissime. Aggiungo che, avendola vista in atto, l’attuale configurazione del CNEL non funziona, anche perché la sua legge ordinamentale è ormai molto datata (legge 30 dicembre 1986, n. 936). Oramai il CNEL è divenuto nel dialogo politico l’esempio dell’”ente inutile”proprio quando, invece, più di 80 paesi al mondo hanno propri comitati economico-sociali. La stessa Unione Europea ha istituito il CESE (Comitato Economico e Sociale Europeo) ed ha provveduto ad inserirlo intelligentemente all’interno del processo normativo europeo, il che lo rende un ente indispensabile.

La chiusura del CNEL comporterà un vuoto di funzioni, chi erediterà l’arduo compito di fare da mediatore nel nuovo mondo del lavoro?

Non so chi erediterà queste funzioni ma chiunque governerà il Paese dopo il 4 dicembre dovrà tener conto della necessità di un organo per i corpi intermedi dotato, oltre che delle funzioni del CNEL, di altri e rilevanti compiti, per esempio la possibilità di fornire pareri obbligatori non vincolanti su tutta l’attività del Parlamento.

In attesa dell’appuntamento referendario, comunque il CNEL continua ad essere operativo?

Certamente, noi siamo rimasti 24 consiglieri su 64 e continuiamo a svolgere il nostro lavoro su alcuni adempimenti formali e non, ancora di pertinenza del Consiglio. Basti pensare al parere che per legge il CNEL deve presentare al Parlamento sulla legge di bilancio del Governo. Nonostante l’attività ridotta continuiamo ad essere operativi nell’ambito del nostro mandato.

Al netto delle molte polemiche, forse in parte gratuite, era così fondamentale dismettere un ente che comunque permetteva una rappresentanza così importante?

Dalla bicamerale di D’Alema fino alla commissione dei 10 saggi voluta dall’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si è ripetutamente proposto per il CNEL una profonda riforma o, in alternativa, una veloce soppressione. Questo Governo ha scelto la seconda possibilità. Ci tengo, però, a rivendicare la necessità di una casa istituzionale per i corpi sociali intermedi. Bisognava avere più coraggio nel cercare una riforma rifondativa del CNEL, tentando di cambiare non solo la mission e la governance, ma anche le modalità di designazione dei consiglieri e il loro numero. Le parti sociali (datoriali e sindacali) che hanno effettivamente diretto il CNEL avrebbero dovuto, da tempo, lavorare a una profonda riforma del CNEL, già alle prime avvisaglie delle critiche populistiche.

Alessandro Munelli

gualaccini

Gian Paolo Gualaccini, vice presidente CNEL

*Nato a Roma il 1 novembre 1957. Laureato in Scienze Politiche, con il massimo dei voti presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Durante gli anni universitari, come rappresentante degli studenti, è stato membro del Consiglio di Amministrazione dell’Università “La Sapienza” per il biennio 1980/82 e per il biennio 1982/84. Dal 1983 al 1984 ha fatto parte anche del C.U.N. (Consiglio Nazionale Universitario). E’ stato dirigente di gruppi industriali operanti nel settore dei servizi e di gruppi editoriali attivi in Italia e all’estero ed è stato imprenditore nel settore dei servizi alle imprese. Dal 1994 fino al 2001 Direttore dell’Ufficio Nazionale Relazioni Esterne e Rapporti Istituzionali della Compagnia delle Opere. Da novembre 2000 a novembre 2006 ha ricoperto la carica di Vice Presidente Nazionale della Compagnia delle Opere. Membro del Coordinamento Nazionale del “Forum del Terzo Settore” fino a dicembre 2012. Da settembre 2001 è, inoltre, membro del CNEL (VII Consiliatura) e da marzo 2009 (VIII Consiliatura 2005-2010) è Coordinatore del Comitato “Osservatorio sull’Economia Sociale” del CNEL medesimo, riconfermato nella attuale consiliatura, IX (2010-2015). In quanto membro del CNEL fa parte del LEED Directing Committee (Local Economic and Employment Development) dell’OCSE (OECD). È stato prima membro – da maggio 2011 – del “Comitato consultivo per l’impostazione dei censimenti sulle istituzioni non profit” dell’ISTAT e poi – da ottobre 2013 ad aprile 2014 – membro del comitato scientifico dell’ISTAT per la preparazione del convegno sul censimento delle istituzioni non profit. Da luglio 2016 è membro del Comitato di solidarietà per le vittime dell’estorsione e dell’usura (Comitato antiracket e antiusura) presso il Ministero dell’Interno. Da settembre 2016 è Vice Presidente del CNEL.

STRATEGIA DEL TERRORE

Terrorismo soldatiUna disperata lotta di retroguardia, priva di sbocchi e senza prospettive, una partita che si gioca molto anche sul piano della comunicazione dove i terroristi hanno paradossalmente anche l’aiuto involontario delle tv che amplificano a dismisura il loro messaggio di morte. Il sociologo Franco Ferrarotti, accademico dei Lincei, ha affrontato più volte negli anni il tema del terrorismo, delle sue radici e il suo rapporto perverso con la comunicazione nel mondo moderno.

Sembra oggi e invece sono passati già quindici anni da quando in un articolo della rivista “Il granello di sabbia”, Ferrarotti spiegava che “il terrorismo è uno spettro che gioca soprattutto sul fattore sorpresa. Nella mancanza pressoché assoluta di indicazioni precise o almeno di massima, gli allarmi lanciati dalle autorità sono probabilmente destinati a produrre precisamente quello che i terroristi si ripromettono: paura diffusa, ansia apparentemente immotivata, angoscia, rabbia, frustrazione e, infine, di fronte al pericolo reale di un nemico invisibile, depressione”. “Il terrorismo pone innanzi tutto un problema di conoscenza. Con il terrorismo bisogna in primo luogo individuare gli obiettivi. Non basta dichiararli genericamente; bisogna ottenere informazioni attendibili su chi, come, quando, dove. L’esperienza della lotta contro il terrorismo in Italia, con le BR; in Francia, con Action Directe; in Germania, con la Rote Armee Fraktion ha insegnato che senza una raffinata intelligence, senza un buon numero di infiltrati e soprattutto senza l’apporto dei pentiti, e naturalmente entro i limiti stabiliti dalle libertà democratiche e dai diritti civili, è impossibile lottare efficacemente contro il terrorismo”. E oggi?

Ferrarotti FrancoProf. Ferrarotti lei è in procinto di partire per Parigi per un convegno universitario, ma non ha paura dopo gli ultimi eventi di Bruxelles?
Assolutamente no, non ho paura di partire per Parigi anche se rimane un obbiettivo sensibile. L’unica cosa di cui bisogna avere paura è la paura stessa. La sola risposta al terrorismo è continuare a vivere nella normalità di tutti i giorni.

Cosa è cambiato tra il terrorismo degli anni ’70-’80 e quello attuale?
Moltissimo, quasi tutto. Il terrorismo anni ’70 era specificatamente mirato su determinate figure (magistrati, politici, professori universitari) ed aveva un suo disegno criminoso. Era un terrorismo prettamente politico che aveva il fine di destabilizzare la struttura sociale. Oggi invece il terrorismo usa la violenza santificata, alla stregua dei templari o di una militia christi. Il tutto parte da una reazione violenta verso il capitalismo occidentale che, nelle figure di Usa, Russia, Cina ed India, sta effettivamente conquistando la maggior parte dei mercati mondiali. Inoltre il capitalismo tecnicistico occidentale minaccia fortemente le credenze religiose più radicali. Non è più una guerra sociale, ma una guerriglia irrazionale che purtroppo durerà ancora per molto tempo.

Il terrorismo degli ultimi anni ha effettivamente cambiato la sua modalità di agire in merito alla comunicazione e alla propaganda ?
Certamente. Propaganda e reclutamento negli anni ’70 avvenivano nelle università e nei circoli giovanili, fossero essi di destra o di sinistra. Invece oggi il terrorismo ha una forte necessità di visibilità che purtroppo gli viene concessa dallo sconsiderato desiderio dei Tg europei ed americani di fare audience. Inoltre effettua propaganda su mezzi informatici, non tanto in patria quanto all’estero. I terroristi di oggi sono cresciuti, e talvolta nati, in seno alle nazioni che stanno così crudelmente ferendo. Il terrorismo fondamentalista trova terreno fertile soprattutto su individui nati in Europa da genitori stranieri ai quali loro stessi imputano il tradimento dei valori religiosi e fondamentali della loro religione.

Quindi secondo lei c’è anche una responsabilità dei Paesi colpiti?
Sembra crudele dirlo, ma in alcuni casi è così. Gli attentati degli ultimi anni sono avvenuti a causa dell’incapacità di quasi tutte le nazioni europee, specificatamente della Francia, di procedere ad un’integrazione reale ed efficace. Basti pensare che a Parigi vi sono dei sobborghi in cui persone in possesso di nazionalità francese, ma di diversa etnia non sono considerati effettivamente come cittadini a tutti gli effetti. Se a questo si aggiunge un veloce quanto radicale smantellamento politico dei servizi segreti di informazione si arriva inesorabilmente a ciò che è accaduto il 13 novembre scorso. Gli attuali grandi movimenti di migranti dovrebbero essere considerati invece come una risorsa demografica per le nazioni a scarsa natalità come l’Italia.

Quali potrebbero essere le strategie non militari efficaci nella lotta al terrorismo?
Sicuramente negare loro la visibilità che cercano. L’eccessiva spettacolarizzazione dei telegiornali non fa altro che accrescere il clima di terrore. Bisognerà inoltre iniziare ad attuare reali metodi di cittadinanza inclusiva allo scopo di scongiurare futuri attentati dall’interno. Infine sarà necessario e fondamentale riprendere a considerare tutti, con il rispetto che meritano, come uguali cittadini, ognuno allo stesso livello.

Alessandro Munelli


Franco Ferrarotti (Palazzolo Vercellese, 7 aprile 1926) è professore emerito di Sociologia all’Università di Roma, direttore della rivista La Critica sociologica. Traduttore e collaboratore editoriale per Einaudi, negli anni che vanno dal ’42 al ’48, consulente industriale di Adriano Olivetti nel ’51, Deputato indipendente al parlamento italiano dal ’58 al ’63, professore di Sociologia, ha diretto con Nicola Abbagnano (1960-1967), “Quaderni di Sociologia”. Nel 1978 nominato Directeur d’études alla Maison des Sciences de l’Homme di Paris. Tra i fondatori, a Ginevra, del Consiglio dei Comuni d’Europa nel 1949. Responsabile della divisione Facteurs sociaux dell’Ocse a Parigi. Ha ricevuto il premio per la carriera dall’Accademia nazionale dei Lincei ed è stato nominato Cavaliere di gran croce al merito della Repubblica. È autore di un rilevante numero di saggi sui più importanti problemi del nostro tempo, dal lavoro, al potere alle questioni della famiglia, al razzismo, al terrorismo.

 

Italia terza tra le Big dell’agricoltura

Politici-firmano-BioCon un fatturato che supera i 53 miliardi di euro nel 2015, l’Italia si classifica la terza potenza agricola dell’Unione Europa. A dirlo è Eurostat, che ha da poco diffuso il dossier “Agriculture, forestry and fishery statistics”, un rapporto che descrive non solo la produzione agricola, ma anche l’allevamento, la diffusione delle coltivazioni biologiche e l’inquinamento prodotto da questi settori.

Sul fronte del fatturato a primeggiare è la Francia, che nel 2013 ha sfiorato i 57 miliardi di euro, quindi c’è la Germania con 46,2 miliardi e, come detto, l’Italia. È però interessante notare come siano stati raggiunti questi risultati: Parigi e Berlino, infatti, ci sono arrivati coltivando una superficie maggiore di territorio rispetto a quello italiano e dando lavoro a meno persone. E gli occupati raggiungono quota 817mila, il terzo valore più alto dell’UE dopo quelli di Polonia e Romania.

Al netto delle caratteristiche geografiche, con la tendenza italiana a preferire le piccole e medie imprese. In Italia ci sono più di un milione di proprietà agricole, destinate ai vari impieghi. In Francia sono 472mila, in Germania 285mila. E se nelle prime due potenze agricole europee la dimensione media di queste aziende copre 58 ettari, nel Belpaese non si va oltre i 12, praticamente un quinto di quelle francesi e tedesche.

Eppure, nonostante questa frammentazione, ci sono settori in cui l’agricoltura italiana riesce a primeggiare. Ad esempio nella coltivazione di agrumi: qui incide ovviamente il clima, ma con 3 milioni di tonnellate l’Italia è il secondo produttore europeo, dietro la Spagna che però ne mette sul mercato qualcosa come 7 milioni di tonnellate l’anno. Discorso analogo per le pesche: primi gli spagnoli con 931mila tonnellate, secondi gli italiani con 860mila. Per quanto riguarda le mele, dopo i 3,2 milioni di tonnellate polacche e i 2,5 turchi, ecco quelle del Belpaese, che nel 2014 hanno raggiunto i 2 milioni e 454mila tonnellate. Infine i pomodori: è Ankara la prima produttrice europea, inarrivabile con gli 11,8 milioni di tonnellate immessi sul mercato, ma al secondo posto ecco l’Italia con 5,6 milioni.
Sul fronte del latte e dei suoi derivati, dal formaggio al burro, il Belpaese guarda da lontano Regno Unito, Francia e Germania, almeno sul fronte della quantità. E lo stesso vale per la carne. È sul fronte dell’agricoltura biologica che l’Italia riguadagna terreno: con i suoi 1,4 milioni di ettari coltivati senza l’uso di pesticidi si piazza al secondo posto dietro la Spagna, che ha raggiunto quota 1,7 milioni. E se per quanto riguarda l’allevamento bio di bovini e suini i campioni sono rispettivamente Germania e Francia, quando si parla di ovini bio l’Italia è al secondo posto dietro il Regno Unito.

Ultimo aspetto, l’inquinamento: sotto questo profilo l’agricoltura italiana è decisamente migliore rispetto a quella francese e tedesca. Gli agricoltori italiani emettono in atmosfera la metà del metano e degli ossidi di azoto dei loro colleghi transalpini, “campioni” d’Europa anche da questo punto di vista. Evidentemente quando si parla di inquinamento la frammentazione delle proprietà paga.

Alessandro Munelli

Con la startup su misura
il pannolino per il bebé

Mamme lasciano lavoroIn un mondo sempre più digitale finalmente arriva il primo finanziamento (circa cinquecentomila euro) per la startup di e-commerce specializzata nella prima infanzia. Mukako.com è un nuovo format di vendita fondato da Martina Cusano, ex General Manager di Groupalia Italia, ed Elisa Tattoni, ex Chief financial officer di Privalia Italia e Brasile, che hanno messo in piedi il business di Mukako.com proprio durante le rispettive gravidanze (tanto per rispondere a che non crede nella figura della mamma-lavoratrice). L’idea della startup nasce proprio dalla loro esperienza diretta su quanto fosse limitato il nostro mercato e-commerce in fatto di prodotti per la prima infanzia.

Il round è stato finanziato da soli business angel, tra cui investitori italiani all’estero, da Lugano a Londra, a Houston. Ha partecipato anche Focus Futuro, una piattaforma innovativa di investimento che raccoglie tra i suoi associati vari investitori privati. Con il nuovo finanziamento, “l’obiettivo è diventare un punto di riferimento per i neogenitori, offrendo oltre ad un catalogo dei migliori prodotti per la prima infanzia anche tutta una serie di servizi addizionali di guida e supporto al cliente”.

Un esempio di servizio aggiuntivo è un abbonamento per l’acquisto di pannolini, basato su algoritmi. Mukako.com ne ha inventato uno per calcolare taglia e quantità necessaria. I genitori sono esonerati così dal doversi ricordare di comprare i pannolini. Dice Martina Cusano. “la raccolta di questo round di finanziamento ci ha dato ancora maggiore fiducia sullo sviluppo del nostro business. Siamo riuscite a coinvolgere in solo un paio di mesi molti investitori privati, e il tutto durante l’ultimo mese di gravidanza e il primo mese post-parto della mia socia Elisa”.

“Il settore della prima infanzia ha un potenziale enorme e finora online non è stato ben presidiato. Crediamo che ci sia molto da offrire al cliente al di là del semplice prodotto e vogliamo costruire il nostro valore aggiunto con un livello di servizio incomparabile”, aggiunge Tattoni.

Si comprende che la startup nasce da un team di persone con alle spalle una forte esperienza maturata in diverse aziende multinazionali di e-commerce. La società è stata costituita all’ottavo mese di gravidanza di Martina, e il seed round è stato raccolto durante l’ultimo mese di gravidanza, e il primo post-parto di Elisa. A testimonianza che storie di imprenditoria femminile di questo tipo non esistono solo nella Silicon Valley; anche gli investitori italiani, ancorché tutti uomini nel caso di Mukako, non considerano la maternità un ostacolo ad intraprendere un progetto di business se alla base vi è un team forte, con esperienza.
Alessandro Munelli

Al via il bando di concorso del Flormart Garden Show

FLORMART-2014_1È stato finalmente presentato il nuovo bando di concorso del Flormart Garden Show, il concorso internazionale di architettura del paesaggio lanciato per la prima volta l’anno scorso in occasione di Flormart, Salone Internazionale del Florovivaismo e Giardinaggio in programma dal 21 al 23 settembre 2016 in Fiera a Padova.

Obiettivo del concorso è sviluppare il tema del paesaggio ed il rapporto tra architettura e natura, valorizzando i progettisti, gli studenti, gli operatori e i soggetti pubblici o privati che operano in questo settore e al tempo stesso stimolando, attraverso le idee che usciranno da questa proposta, un nuovo dibattito, a partire da soluzioni concrete, su un tema più che mai centrale nel disegno delle città del futuro.

Visto il buon riscontro della prima esperienza, gli organizzatori hanno deciso di rilanciare il concorso per un’altra edizione, rafforzandone la dimensione internazionale. Quest’anno partecipa infatti in qualità di main partner accanto a PadovaFiere, di Uniscape, la rete delle 52 Università per l’attuazione della convenzione Europea del Paesaggio. A crescere è anche il montepremi messo in palio, circa 20mila euro totali.

Due proposte di riflessione che saranno centrali nell’edizione 2016 di Flormart, che vuole proporsi, oltre che come importante e qualificata vetrina espositiva, come spazio di pensiero sulle opportunità di rilancio e sviluppo per il Florovivaismo che derivano e possono derivare in futuro da una diversa concezione del verde urbano. A giudicare le diverse proposte sarà un’autorevole commissione presieduta dall’architetto Giorgio Strappazzon dello studio VS Associati, progettista del Nuovo orto botanico di Padova e vincitore del concorso di idee internazionale di progettazione urbana “Padova Soft City”.

Due le sezioni previste. La prima premierà i tre migliori progetti di intervento a Lozzo Atestino, nel cuore dei Colli Euganei, per la riqualificazione della struttura industriale in fase di dismissione di Fischer Italia, che ha deciso di sostenere il progetto come main sponsor. La seconda sezione è dedicata ai progetti di giardini temporanei che verranno poi realizzati all’interno del quartiere fieristico in occasione di Flormart.

Alessandro Munelli

Il Times premia
la Sant’Anna e la Normale

normale di pisa

Secondo l’annuale ranking del Times che vede in classifica 200 tra i migliori atenei d’Europa troviamo finalmente un buona presenza italiana. La Scuola Sant’Anna e la Normale di Pisa sono infatti tra i primi 100 atenei. Le due accademie pisane si piazzano rispettivamente novantesima e cinquantesima del ranking delle 200 università top in Ue. Come ogni anno la classifica rimane dominata dal trio inglese (Oxford, Cambridge e Imperial College) ma da quest’anno si piazzano anche altri 19 atenei italiani. “Siamo molto soddisfatti del posizionamento del nostro ateneo, ma resta il dispiacere del perdurare di un finanziamento del sistema universitario inadeguato al potenziale dei nostri ricercatori”.

Così il rettore della Scuola Sant’Anna di Pisa, Pierdomenico Perata, commenta la classifica del Times, spiegando che: “ la presenza di Normale e Sant’Anna nella top 100 indica come il modello integrato di formazione e ricerca sia vincente e contribuisca al progresso del nostro Paese” e che “l’innovazione del sistema Paese beneficerebbe da un maggiore impegno finanziario a favore delle realtà di ricerca che dimostrano di essere competitive e in grado di valorizzare il merito”.

Al di là del primato inglese spiccano le performance della Germania, che con 11 università nella top 50 è il secondo paese più rappresentato in classifica dopo la Gran Bretagna. Tra gli altri top performer c’è la Scandinavia, che piazza in classifica 11 università svedesi e 6 finlandesi, e la Danimarca con 6 atenei tra i migliori (la prima, al 33esimo posto, è quella di Copenhagen). La Russia ha soltanto cinque università nella top 200 e una nella top 100, mentre la Spagna entra in classifica con 5 università.

Le altre italiane classificatesi, in seguito ad un aggiornamento della classifica mondiale già diffusa nel 2015, sono l’università di Trento (tra la posizione 100 e la 110), il Politecnico di Milano e Università di Bologna (tra la 110 e la 120), la Sapienza di Roma (tra la 120 e la 130), l’università di Padova e di Trieste (tra la 141 e la 150), l’università di Milano e di Torino (tra la 150 e la 160), la Federico II di Napoli e l’università di Pavia (tra la 160 e la 170), l’università di Firenze, di Milano Bicocca, di Verona (tra la 170 e la 180), il Politecnico di Torino (tra la 180 e la 190) e gli atenei di Modena e Reggio Emilia, Roma Tor Vergata, Roma 3 (tra la 190 e la 200).

Livello della ricerca e della formazione, numero di docenti rispetto agli studenti, capacità di attivare il trasferimento tecnologico con la creazione di spin off, reputazione sui media. Sono questi alcuni degli indicatori misurati dal Times per stilare la sua classifica, considerata una delle più autorevoli e attendibili tra le tante pubblicate in Europa e nel mondo, alcune delle quali finite al centro di polemiche per il diverso peso attribuito agli indici di qualità.

Alessandro Munelli

I produttori del vino italiano cercano nuove strategie

vino italiaSi è svolto nella giornata dell’8 marzo presso la sede Crea Viticoltura, a Susegana (Treviso), l’incontro in cui il mondo italiano del vino (produttori, istituzioni, ricercatori), si è confrontato proprio sulle nuove prospettive di ricerca per il miglioramento delle produzioni vitivinicole. Vi hanno partecipato rappresentanti di Università di Padova, Ecornaturasì, Vino Libero, Coldiretti, Società Italiana Genetica Agraria, Slow Food, Università di Milano, UVIVE, Unione Italiana Vini e anche l’Assessore all’Agricoltura del Veneto, Giuseppe Pan e il ministro delle politiche agricole, Maurizio Martina, intervenuto in chiusura. A moderare questa manifestazione c’era la prof.ssa Alessandra Gentile, commissario delegato di Crea.
Tra gli obiettivi prioritari della viticoltura italiana che richiedono grande impegno e ricerca sono mantenere o magari incrementare i già elevati standard qualitativi del nostro vino, adeguare le viti ai nuovi scenari climatici e dotarle di resistenza genetica ai principali patogeni per ridurre così l’utilizzo degli agro farmaci.

Mentre i francesi incentrano tutto sul terroir e i paesi emergenti si affidano al brand e ai costi ridotti, il modello viticolo italiano punta invece alla diversificazione produttiva, con gli oltre 500 vitigni iscritti al catalogo nazionale e coltivati grazie alla ricchissima variabilità di condizioni pedo/climatiche del nostro Paese. Il cambiamento climatico ha spinto la ricerca a trovare un nuovo modo di fare i vigneti (più attenzione al vitigno, al portinnesto, alla forma di allevamento) e di gestirli (benessere degli apparati radicali, gestione della parete vegetativa, utilizzo di macchine sempre più precise).

Ma è la genetica che può giocare un ruolo essenziale. Infatti, grazie agli strumenti di miglioramento genetico è possibile accelerare enormemente i tempi imposti dalle tecniche tradizionali (incrocio, selezione e mutagenesi). Queste nuove acquisizioni consentono di affrontare il miglioramento varietale, mediante l’uso di tecnologie che consentono di mimare quello che avviene attraverso l’incrocio o la mutagenesi, da sempre applicati alla vite, ma con tempi ridotti ed efficienza elevata.

Le prospettive della ricerca sono talmente interessanti che il Ministero delle Politiche Agricole, con un notevole sforzo, ha messo a disposizione un finanziamento specifico per il miglioramento genetico delle principali colture agrarie, tra cui la vite.

Alessandro Munelli

ISPRA Sette milioni vivono nell’Italia che frana

Frane dissesto idrogeologicoÈ stato pubblicato in questi giorni il Rapporto Ispra “Dissesto Idrogeologico in Italia”, con dati relativi al 2015, appena presentato dall’Istituto nell’ambito della Struttura di Missione “Italia Sicura”. Il rapporto offre una fotografia completa della pericolosità da frana, idraulica e di erosione costiera dell’intero territorio nazionale e contiene indicatori di rischio relativi a popolazione, imprese, beni culturali e superfici artificiali, di grande rilevanza per la programmazione degli interventi strutturali e non strutturali di mitigazione del rischio nel Paese. Sulla piattaforma cartografica “Italia Sicura” e sul geoportale dell’Ispra, è disponibile la mappatura completa del Rapporto, con la possibilità di ‘sagomare’ i dati per vari indici.

Solo in Italia oltre 570mila imprese per un totale di oltre 2 milioni di addetti sono esposte al rischio inondazioni, con picchi di vulnerabilità al fenomeno idraulico in Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Liguria e Lombardia. Invece ottantamila unità locali di imprese (circa l’1,7%) si trovano in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata per un totale di oltre 200mila addetti a rischio. In questo caso, le regioni con il numero più alto di unità locali a rischio sono Campania, Toscana, Emilia-Romagna e Piemonte.
A livello complessivo, oltre 7 milioni di abitanti – il 12% del totale – vive e risiede in aree a rischio frane e alluvioni (12% del totale). Di questi, oltre 1 milione si trova in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata (P3 e P4), mappate nei Piani di Assetto Idrogeologico (PAI). Inoltre, quasi 6 milioni di abitanti vive in zone alluvionabili classificate a pericolosità idraulica media P2 con un tempo di ritorno fra 100 e 200 anni.

Precisamente sono 7.145 i comuni a rischio frane e/o alluvioni: di questi, 1.640 hanno nel loro territorio solo aree ad elevata propensione a fenomeni franosi, 1.607 solo quelle a pericolosità idraulica, mentre in 3.898 coesistono entrambi i fenomeni. Sette le regioni con il 100% dei comuni a rischio idrogeologico: Valle D’Aosta, Liguria, Emilia – Romagna, Toscana, Marche, Molise e Basilicata. A queste, si aggiungono Calabria, Provincia di Trento, Abruzzo, Piemonte, Sicilia, Campania e Puglia con una percentuale di comuni interessati maggiore del 90%. Sono, invece, 51 le province con il 100% dei comuni a rischio per frane e inondazioni.
L’Ispra spiega che il forte incremento del territorio urbanizzato a partire dal secondo dopoguerra assume nel contesto del dissesto idrogeologico una particolare rilevanza in quanto ha portato a un considerevole aumento degli elementi esposti e quindi del rischio. Attualmente, nelle aree classificate a più elevata pericolosità da frana si trovano 476 km2 di superfici artificiali, pari al 2,7% del totale, mentre oltre 2.000 km2 (11,5%) ricadono nello scenario di pericolosità idraulica media.

Alessandro Munelli