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Al. Sia.

Il Penitente, all’Eliseo spettacolare Barbareschi nel capolavoro di Mamet

Luca Barbareschi e Lunetta Savino in IL PENITENTE foto di Bepi Caroli MEDIA DSC_8453Uno psichiatra affronta una crisi professionale e morale quando rifiuta di testimoniare in tribunale a favore di un paziente accusato di avere compiuto una strage. “Il Penitente”, l’ultimo testo composto nel 2016 per il teatro dal drammaturgo statunitense David Mamet – Premio Pulitzer per Glengarry Glen Ross – descrive l’inquietante panorama di una società così alterata nei propri equilibri che l’integrità del singolo, anziché guidare le sue fulgide azioni costituendo motivo di orgoglio, diviene l’aberrazione che devasta la sua vita e quella di chi gli vive accanto.

Coinvolto da un sospetto di omofobia, lo psichiatra Charles, ‘il penitente’, subisce una vera gogna mediatica e giudiziaria e viene sbattuto “in prima pagina” spostando sulla sua persona la momentanea riprovazione di un pubblico volubile, alla ricerca costante di un nuovo colpevole sul quale fare ricadere la giustizia sommaria della collettività. L’influenza della stampa, la strumentalizzazione della legge, l’inutilità della psichiatria, i dilemmi dell’etica, sono questi i temi di una pièce che si svolge tra l’ambiente di lavoro e il privato del protagonista. La demolizione sociale di un individuo influisce inevitabilmente sul suo rapporto matrimoniale.

“Ho scelto questo lavoro di Mamet – spiega il regista Luca Barbareschi – perché è una lucida analisi del rapporto alterato tra comunicazione, spiritualità e giustizia nella società contemporanea. ‘Il penitente’ è la vittima dell’inquisizione operata dai media. È ciò che accade all’individuo quando viene attaccato dalla società nella quale vive ed opera, quando la giustizia crea discriminazione per avvalorare una tesi utilizzando a questo fine l’appartenenza religiosa.”.

È lo stesso Barbareschi, nei panni dello psichiatra Charles, ad accogliere gli spettatori al Teatro Eliseo. Seduto al centro della scena, al tavolo di casa, Barbareschi alias Charles consulta il proprio taccuino nella penombra, spalle al pubblico, mentre gli spettatori arrivano in platea. Non vi è sipario e la rappresentazione è un atto unico. La scenografia minimale si caratterizza per la presenza di un cubo metafisico multimediale sospeso, che si illumina alla fine di ciascuna delle scene e, facendo il buio intorno a sé, funge da sipario virtuale.

Il dramma è descritto in otto scene in cui sul palco non vi sono mai più di due attori contemporaneamente; otto atti di confronto tra marito e moglie, con la pubblica accusa e con il proprio avvocato. Fino al colpo di scena finale e ai titoli di fondo, che scorrono sulla leggendaria musica di Hurricane di Bob Dylan.

Bravi tutti gli attori: oltre ad uno strepitoso Barbareschi, Lunetta Savino nei panni della fragile moglie Kath, Massimo Reale che interpreta lo sleale Richard, consulente legale ed amico di famiglia, e Duccio Camerini nelle vesti di un interessato avvocato. Il linguaggio è l’italiano corrente e raffinato proprio dei dialoghi borghesi, i costumi sono classici e tendono a rappresentare un mondo freddo ed ipocrita, fatto di rapporti professionali che entrano financo nell’intimità del matrimonio. Su buoni livelli il ritmo del recitato con dialoghi incalzanti ed artefici retorici di alto livello.

A cosa può dunque servire rivendicare la ragione se ciò significa isolarsi, uscire dal coro ed essere puniti per questo? In una storia, chi sfida la menzogna e difende la verità è in genere l’eroe della vicenda, è l’uomo buono. Ma qui uomo buono è definizione ironica, sarcastica. La società reclama il sacrificio di ogni integrità. Tutto è sottosopra sembra dire Mamet, e l’assenza di etica governa un mondo capovolto. Spettacolo molto interessante, che sarà replicato al Teatro Eliseo di Roma fino al 26 novembre.

Al. Sia.

Il Teatro nel Teatro. La commedia di Pirandello al Quirino di Roma

pirandelloLo spettacolo “Maschere La Giara e La Patente” è uno spaccato del pensiero e della filosofia pirandelliana. Alcuni poveri attori si ritrovano in una villa isolata dal mondo e, nonostante la mancanza di una vera e propria platea, decidono per il loro stesso divertimento e per ritrovare alcuni valori di fondo dell’esistenza umana, di portare in scena due tra le novelle più esilaranti e famose di Pirandello: “La Giara” e “La Patente”.
All’interno di una tessitura drammaturgica che prende spunto dall’arrivo della compagnia degli attori, come ne “I giganti della montagna”, lo spettacolo si dipana all’interno del pensiero pirandelliano delle Maschere e del gioco del teatro nel teatro.
Nella Villa degli Scalognati, luogo immaginifico della creazione artistica, prenderanno vita e corpo due commedie paradossali – La Giara e La Patente appunto – dove Pirandello mette a nudo le fissazioni maniacali dell’essere umano attraverso personaggi grotteschi e situazioni drammaturgiche geniali per raccontare le nevrosi e l’umorismo della sua Sicilia. Come dice Pirandello tutto si creerà da sé come per magia.
Lo spettacolo dunque è una sorta di contenitore pirandelliano in cui si ritrovano, oltre alle due novelle, anche spunti da “I giganti della montagna”, da “Sei personaggi in cerca di autore” e da “Il berretto a sonagli”.
Nell’allestimento in scena al Quirino il sipario si apre su un luogo surreale e futuristico. Le luci sono ora soffuse, quasi a sottolineare lo stato di torpore in cui versano gli attori ivi residenti, e poi più forti, man mano che la compagnia si nutre di nuovi arrivi e prende coraggio per avviare la recitazione. E per allontanare ospiti creduti indesiderati non mancheranno rumori ed effetti speciali.
Molto curate ed adeguate le musiche di sottofondo che costituiscono una parte essenziale della rappresentazione.
L’attore protagonista, Enrico Guarneri, è uno dei maggiori esponenti della grande tradizione teatrale siciliana. Diretto da Guglielmo Ferro, è Cotrone de “ I giganti” che per magia e gioco diventerà Zì Dima ne “La Giara”, concia-brocche dal carattere spigoloso e taciturno, in possesso di un miracoloso mastice realizzato da egli stesso, dai prodigiosi risultati. Aiuterà così Don Lolò – interpretato dal bravo Vicenzo Volo – uomo ricco e ossessionato dal denaro, diffidente del prossimo e preda degli avvocati che gestiscono tutte le cause perse da lui maniacalmente perseguite.
Poi ne “La Patente” Enrico Guarneri si trasformerà in Rosario Chiarchiaro: modesto impiegato, licenziato perché considerato uno iettatore, che di conseguenza chiede ufficialmente alle autorità la ‘patente di iettatore’. Personaggio pirandelliano, in passato magistralmente interpretato anche da Totò, che incarna in pieno il concetto di ‘maschera’, il paradossale e il pessimismo esistenziale che sono alla base della scrittura di Luigi Pirandello.
Nel complesso su buoni livelli la recitazione della compagnia di dieci attori capitanata da Guarneri, che, con un linguaggio italiano venato da accenti siculi, porta una ventata di fresca sicilianità a Roma.
Lo spettacolo è molto interessante pur essendo un classico e sarà replicato al Teatro Quirino di Roma fino al 19 novembre.

Al. Sia.

Il Borghese Gentiluomo, Molière di scena
al Sala Umberto

borghese_Dini, Notari_PH.G.MARITATI

Il Borghese Gentiluomo, forse la più esilarante commedia di Molière, capolavoro assoluto rappresentato per la prima volta nel 1670 ed arrivato fino ai giorni nostri nella sua freschezza e nella sua comicità, va in scena in questi giorni al Sala Umberto di Roma.

Monsieur Jourdain, il borghese gentiluomo, è un personaggio insieme ridicolo e commovente, divertente e contraddittorio. Jourdain incarna contemporaneamente l’irresistibile tensione al miglioramento di se stesso ed il più becero degli arricchiti, negando continuamente nei fatti ciò che a parole chiama “fame di cultura”, lordandola di orgogliosa ignoranza e arrogante tracotanza.

Attorno a lui gravitano i maestri che dovrebbero formarlo per raggiungere questo status superiore: maestri di musica, di ballo, di filosofia, di scherma, figuri loschissimi che desiderano soltanto derubarlo e truffarlo, coppie di nobili annoiati e scrocconi e una moglie che lo detesta, e che vorrebbe restare nell’immobilità della propria mediocrità, nell’agio ozioso del raggiunto benessere.

A completare il quadretto due coppie di giovani senza speranze e senza ambizioni, tranne quella di sposarsi per sopravvivere alla noia, fra questi Lucile la figlia di Jourdain, per la quale il padre desidera una sorte più “nobile” che il matrimonio con Cleonte.

I quattro giovani, capitanati dall’astuto e perfido Coviello, servo e compare di Cleonte, decideranno di organizzare una messa in scena per gabbare il vecchio, dove si fingeranno dei turchi appunto e, con la scusa di riconoscere a Jourdain un’altissima carica turca – il titolo di Mamamouchi – gli riserveranno un’amara sorpresa.

Nello spettacolo in scena al Sala Umberto di Roma, prodotto dalla Fondazione Teatro Due Parma insieme al Teatro Stabile di Genova, troviamo un’accogliente scenografia che ci riporta nel salotto di casa Jourdain, le luci sono soffuse e le musiche di sottofondo accompagnano il susseguirsi dei dialoghi. L’attore e regista Filippo Dini dirige Valeria Angelozzi, Sara Bertelà, Ilaria Falini, Davide Lorino, Orietta Notari, Roberto Serpi, Marco Zanutto, Ivan Zerbinati. Le scene e i costumi – questi ultimi un mescolamento ben riuscito di tradizione e modernità – sono di Laura Benzi. Particolarmente bravi ed efficaci nella recitazione sia Filippo Dini che Sara Bertelà.

La commedia “Il Borghese Gentiluomo” nasce come sberleffo razzista, commissionato a Molière dal fratello di Re Luigi XIV, in risposta a una indelicatezza commessa da un ambasciatore turco.

In quest’opera, il borghese gentiluomo era la parodia della corte del Re; il ridicolo della società che lui stesso aveva creato. Ma con le vicende della coppia borghese comicamente imitata dalla coppia di sguatteri al loro servizio, Molière suggerisce anche come, di fronte ai sentimenti, sia i ricchi che i poveri si comportino in modo uguale. Ed il regista Dini, conferendo al carattere farsesco di Jourdain lo spessore di un personaggio a tutto tondo, conferma che certi vizi sono connaturati alla natura umana. Molti dei valori che l’autore voleva trasmettere con il Borghese Gentiluomo sono arrivati fino ai nostri tempi: ridere di Monsieur Jourdain equivale a ridere di noi spettatori, del nostro tempo, della nostra epoca folle e misera, consegnandoci un teatro apparentemente “basso”, ridicolo ed esilarante, ma al tempo stesso violento e crudele, “un teatro” come diceva Cesare Garboli “che deride e deforma la realtà senza mai detestarla”.

Altri messaggi che pure la commedia vuole indirizzarci – quali il ruolo crescente delle donne nella società e la contrapposizione ai matrimoni combinati – sono solo apparentemente superati nella società moderna e quindi tuttora attuali.

Lo spettacolo è interessante, un grande classico in chiave moderna, e sarà replicato al Sala Umberto di Roma fino al 29 ottobre, per poi proseguire la tournée a Carpi, Genova, Parma e Pavia.

Al. Sia.

Stomp, l’emozione
del puro ritmo urbano
al Brancaccio di Roma  

Trolleys flatDifficile raccontare l’emozione di uno spettacolo così particolare a chi non lo abbia mai visto. Senza trama, personaggi né parole, Stomp mette in scena il suono del nostro tempo, traducendo in una sinfonia intensa e ritmica i rumori e le sonorità della civiltà urbana contemporanea.

Con strofinii, battiti e percussioni di ogni tipo, i formidabili ballerini-percussionisti-attor i-acrobati di Stomp danno voce ai più volgari, banali e comuni oggetti della vita quotidiana: bidoni della spazzatura, pneumatici, lavandini, scope, spazzoloni, carrelli della spesa, barattoli di vernice, palloni trovano una nuova vita e diventano veri e propri strumenti musicali, in un delirio artistico di ironia travolgente.

Si comincia con le scope, che battono e strofinano, si continua con i loro manici; perfino le scatole di fiammiferi e comuni buste diventano incredibili strumenti ritmici. Molto originale il passaggio fatto al buio con gli accendini zippo che, accendendosi e spegnendosi, generano una geometria di luci e suoni. Impressionanti davvero e aldilà di ogni immaginazione le percussioni sulle enormi camere d’aria dei dumper.

Sarah Ian bins1 - CopiaGli otto performers, che cambiano rapidamente ruolo, sono di base abilissimi percussionisti; dispongono però di una buona capacità attoriale, particolarmente evidente in alcuni di essi, a cui è dato il compito di costruire ironicamente, se non una trama, almeno un leit motiv della rappresentazione. Lo spettatore si scopre così immerso in un crescendo musicale e scenografico che punta anche a coinvolgerlo attivamente.

Stomp trova dunque la bellezza e la sua essenza nella realtà quotidiana in cui viviamo. Trasforma scope in strumenti, battiti di mani in una conversazione, bidoni della spazzatura in percussioni. Il disordine della vita urbana diventa fonte di stupore e ritmo contagioso.

Grande progettualità e lavoro si percepiscono dietro e prima della performance dei percussionisti: luci, ritmi, modalità di realizzazione dei suoni, movimenti e loro coordinamento in veste scenografica sono davvero inimmaginabili.   Sfidando continuamente ogni convenzione sui confini di genere, Stomp infatti è danza, teatro e musica insieme. E’ sia un elettrizzante evento rock che un anomalo concerto sinfonico in stile “videoclip”: senso rapido del tempo, visualizzazione della musica, vortice ritmico nella scansione delle immagini.

Uno spettacolo che nel corso degli anni si è trasformato da avvenimento teatrale a fenomeno globale. Nato nel 1991 è tuttora in cartellone a New York con un cast interamente americano, mentre altri gruppi tengono spettacoli in tutto il mondo. In Italia è tornato regolarmente, sempre rinnovandosi, all’insegna di genialità e novità. Uno spettacolo superiore, soprattutto in alcune delle sue performance. Repliche al Teatro Brancaccio di Roma fino al 20 maggio.

Al. Sia.

Il grande teatro di Bertold Brecht torna al Quirino di Roma

brecht1Considerata una delle migliori commedie di Brecht, scritta nel 1940 a guerra da poco iniziata, “Mr Pùntila e il suo servo Matti” fu rappresentata per la prima volta quando Brecht rientrò in Europa dall’esilio negli Stati Uniti, dapprima a Zurigo nel 1948, poi scelta per inaugurare nel 1949 la prima stagione del Berliner Ensemble. Brecht mette in scena una “variante” di dottor Jeckyll e Mister Hyde e, per altri versi, una variante di Luci della città, a cui si era probabilmente ispirato.

Il ricco possidente Puntila è infatti un personaggio a due volti, schizofrenico come il milionario del film di Chaplin e come Shen Te, la protagonista nell’Anima buona. Da sobrio è un tiranno che vessa i suoi dipendenti, sfrutta i suoi operai e vuol dare la figlia Eva in moglie a un diplomatico inetto e a caccia di dote, mentre, quando è ubriaco, diventa amico di tutti e vuol far sposare Eva al suo autista Matti, che tratta su un piano di parità. Sfortunatamente le sbronze passano sempre…

Al tagliente Matti il compito di smontare le false promesse e la falsa bontà del suo padrone, in un rapporto che a tratti richiama nobili precedenti – come quello tra Don Chisciotte e Sancho Panza o ancora il rapporto tra Don Giovanni e Leporello – e a tratti rimanda alle comiche finali dei film muti.

L’opera consente una riflessione sulla compresenza del bene e del male nell’animo umano, un’allegoria del capitalismo e dei suoi sorrisi da caimano dove Karl Marx incontra suo fratello Groucho. E il messaggio di Brecht, attualissimo in un mondo in cui l’uno per cento della popolazione detiene metà della ricchezza globale e il resto delle risorse è in mano a un quinto degli abitanti, suggerisce che solo un’autentica eguaglianza, piuttosto che uno slancio filantropico individuale, può davvero colmare il divario fra ricchezza e povertà e che il benessere di cui godiamo altro non è che il ghigno di Puntila ubriaco.

Ferdinando Bruni e Francesco Frongia firmano il primo Brecht “made in Teatro dell’Elfo”, a sessant’anni dalla morte del drammaturgo, e i due registi scelgono una “commedia popolare” – secondo la definizione brechtiana.

L’allestimento sprigiona tutto il suo potenziale comico facendo emergere, con esiti spesso esilaranti, le contraddizioni e le disuguaglianze sociali di un’epoca che, pur con altri abiti e abitudini, somiglia nella sostanza alla nostra.

In scena una compagnia affiatata di dodici attori di diverse generazioni che sa dosare ritmi incalzanti e sospensioni liriche. A guidarli Ferdinando Bruni nel ruolo mutevole e schizofrenico di Puntila, affiancato dal servo Matti di Luciano Scarpa che torna tra le file dell’Elfo dove aveva interpretato Orazio nell’Amleto, Elicone nel Caligola, il giovane Eugenio nella Bottega del caffé. Completano il cast Ida Marinelli, Elena Russo Arman, Corinna Agustoni e Luca Toracca, insieme agli “elfi d’adozione” Umberto Petranca, Nicola Stravalaci, Matteo de Mojana, Carolina Cametti e ai nuovi scritturati Francesca Turrini e Francesco Baldi.

Le scene, firmate da Bruni e Frongia, alludono a un ambiente rurale del secolo scorso, tra sipari di tela grezza stampati come enormi monete, sacchi di iuta pieni di soldi, quarti di bue appesi, immagini di animali scuoiati, ossa e crani a richiamare quanto di crudele si nasconda dietro la facciata bucolica della vita contadina. Non manca sullo sfondo uno schermo che, come nei vecchi film muti, titola le diverse scene della commedia. Le musiche accompagnano tutta la rappresentazione con straordinari siparietti musicali, ora cantati, ora suonati con violini, tamburi, chitarra e finanche bouzouki; tutto rigorosamente dal vivo. Le luci sono dinamiche e passano dai toni caldi a quelli freddi e spettrali…brecht2

I costumi di Gianluca Falaschi rimandano ironicamente agli anni bui del primo dopoguerra con la marsina, il panciotto e la tuba dell’eterno capitalista Puntila e dei suoi amici notabili, o ancora con gli abiti hollywoodiani di Eva o coi costumi consunti e rattoppati delle cameriere e dei contadini. Un mondo che spazia dalle comiche di Charlot alle foto di August Sander.

.Ma basta poco perché dalla remota Puntiland, dove regna il protagonista, ci si ritrovi, nel giro di una battuta, nell’attualità, quando ad esempio Puntila rimpiange di aver sottoscritto mentre era in preda ai fumi dell’alcool “un contratto a tempo indeterminato”…

Uno spettacolo di elevato livello culturale e di qualità sopra la media in ogni dettaglio, un’opera da non perdere consigliata soprattutto ai giovani che vogliano capire il mistero della vita e le sue convenzioni. Pienone di pubblico alla prima, lo spettacolo sarà replicato al Teatro Quirino solo per pochi giorni ovvero fino al 9 aprile.

Al. Sia.

Parsons Dance conclude il tour italiano al Brancaccio di Roma

Ahmad Simmons, Elena d’Amario, Eoghan Dillon, Geena Pacareu, Ian Spring, Omar Roman De Jesus, Sarah Braverman, Zoey Anderson / Parsons Dance

Ahmad Simmons, Elena d’Amario, Eoghan Dillon, Geena Pacareu, Ian Spring, Omar Roman De Jesus, Sarah Braverman, Zoey Anderson / Parsons Dance

Torna al Brancaccio di Roma Parsons Dance, la compagnia americana molto amata dal pubblico per la sua danza atletica e vitale che trasmette gioia di vivere. La Parsons Dance è una compagnia di danza moderna con sede a New York riconosciuta a livello internazionale per la creazione e l’esecuzione di brani di danza americana contemporanea di straordinario talento. Fondata nel 1985 da David Parsons, uno dei più grandi coreografi viventi di danza moderna, e dal lighting designer Howell Binkley, la Parsons Dance è tra le poche compagnie che, oltre ad essersi affermate sulla scena internazionale con successo sempre rinnovato, sono riuscite a lasciare un segno nell’immaginario teatrale collettivo e a creare coreografie divenute veri e propri “cult” della danza mondiale.

I loro show, sempre richiestissimi, sono già andati in scena in più di 383 città, 22 Paesi nei cinque continenti e nei più importanti teatri e festival in tutto il mondo fra i quali il The Kennedy Center for the Performing Arts di Washington, la Maison de la Danse di Lione, il Teatro La Fenice di Venezia, il Teatro dell’Opera di Sydney e il Teatro Muncipal do Rio de Janeiro.

Parsons Dance incarna alla perfezione la forza dirompente di una danza carica di energia e positività, acrobatica e comunicativa al tempo stesso. E’ ormai un caposaldo della danza post-moderna made in Usa, che può mixare senza paura tecniche e stili per ottenere effetti magici e teatrali, creativi e divertenti. Una danza elegante, ariosa e virtuosistica che continua comunque a essere accessibile a tutti.

Sin dagli esordi, l’elevata preparazione atletica degli interpreti e la grande capacità di David Parsons di dare anima alla tecnica sono state gli elementi distintivi della compagnia. Come ha scritto il New York Times, “I ballerini vengono scelti per il loro virtuosismo, energia e sex appeal, attaccano il pubblico come un ciclone, una vera forza della natura”.

La Parsons Dance continua oggi a perseguire la sua missione di trasmettere positività ed esperienze di vita arricchendo il pubblico di tutto il mondo con un repertorio di oltre 75 opere coreografiche dello stesso David Parsons e continuando a produrre sempre nuovi brani.

Nel programma del tour italiano 2017 non manca la celebre e richiestissima “Caught”, coreografia del 1982 che David Parsons creò per se stesso, incredibile assolo su musiche di Robert Fripp nel quale la danzatrice sembra sospesa in aria grazie ad un gioco di luci stroboscopiche. “Caught” è una hit della modern dance ed è stata definita dalla critica come una delle più grandi coreografie degli ultimi tempi. A fianco di questa e altri classici del repertorio della Parsons Dance come “Union”, “Hand Dance” e “In The End”, la compagnia presenta in Italia, in anteprima europea, altri due brani originali.

Fondamentale resta il ruolo del light designer Howell Binkley – vincitore di un Tony Award per lo spettacolo di Broadway “Hamilton” – che esalta con fantasia e immaginazione le performance della compagnia.parson 7

Tra gli otto ballerini che sono protagonisti sul palco da segnalare la performance davvero notevole di Elena D’Amario, unica italiana della compagnia, che ha interpretato con rara maestria proprio “Caught”, danza che da sola vale il prezzo del biglietto. Elena, qualche anno fa ha partecipato popolare talent show italiano “Amici di Maria De Filippi”, che l’ha portata a vincere una borsa di studio con la Parsons Dance per la stagione 2010-2011 e quindi si è unita alla Parsons Dance nell’agosto 2011.

Davvero uno spettacolo da non perdere al Brancaccio che incarna il senso più genuino di una danza che punta dritto all’emozione e al desiderio nascosto di ogni spettatore di ballare, saltare e gioire insieme ai ballerini. Grazie anche alle musiche ed alle luci, è difficile non lasciarsi trasportare dai ritmi vibranti e dalle coreografie avvolgenti e colorate dei ballerini della Parsons Dance. Parsons Dance sarà al Teatro Brancaccio di Roma fino al 2 aprile, ultima data del tour italiano.

Al. Sia.

Rugby. 6 Nazioni: Italia KO con la Francia. Buone intenzioni ma poca tecnica

italiafranciabuonaIl cielo azzurro ed un forte vento hanno accolto i tifosi francesi masicciamente convenuti a Roma. La Francia, allenata da Guy Noves, uno dei tecnici che nell’ultimo quarto di secolo hanno fatto la storia del rugby europeo e mondiale, si presenta come una squadra dalle grandi individualità. Ed anche se nei precedenti 39 incontri tra Italia e Francia, gli azzurri erano prevalsi solo 3 volte, il fatto che la Francia nel corso del Torneo 6 Nazioni di quest’anno non avesse mai vinto fuori casa, lasciava ben sperare.

Ed in effetti partiamo bene e con Canna e Fuser ci posizioniamo immediatamente nei 22 metri dalla meta avversaria; una serie di passaggi veloci tra Favaro, Gori, Canna e Parisse ed al 2′ siamo sorprendentemente già in meta con Parisse. Purtroppo Canna da posizione facile spreca e non trasforma. L’Italia è comunque in vantaggio 5-0.

I coqs non ci stanno e si proiettano in attacco: proviamo a rispondere in modo ordinato ma le nostre buone intenzioni tattiche non sono accompagnate da una altrettanto valida tecnica e così, quando proviamo a rilanciare l’ovale fuori campo, non ci riusciamo e lo consegniamo nelle mani degli avversari. Basta poco per metterci in difficoltà ed al 8′ un calcio di punizione in favore della Francia viene realizzato da Lopez: i francesi accorciano le distanze e si portano sul 5 a 3.

In questa fase di gioco siamo comunque ancora molto reattivi e riusciamo a capovolgere facilmente il fronte grazie anche alle aperture sulle fasce: dopo aver sfiorato al 10′ la meta con Esposito, induciamo i francesi in errore. Punizione per noi e l’ovale calciato da Canna si infila tra i pali: al 16′ Italia 8 – Francia 3.

I bleus reagiscono pesantemente e ci superano con un uno-due formidabile. Prima, al 18′, una punizione segnata da Lopez e poi, al 20′, a causa di una nostra mancanza difensiva, arriva la meta di Fickou, trasformata dal solito Lopez. E così i francesi passano in vantaggio: Italia 8 – Francia 13.

Dopo questo colpo terribile per i nostri, il gioco si sviluppa a metà campo anche se siamo più noi che loro ad esplorare la profondità. Riusciamo ancora a mettere pressione e ad indurre in errore l’avversario: un vantaggio a nostro favore viene trasformato da Canna al 27′ e consente di accorciare le distanze. Subito dopo, però, iniziamo a commettere errore grossolani per questo tipo di competizioni: come quando i nostri giocatori in mischia ordinata si tirano indietro e poi si stappano, costringendo il giovane e preparato arbitro neozalendese O’Keeffe a concedere una punizione a favore dei francesi: Lopez non sbaglia ed infila i pali. Il parziale è Italia 11 – Francia 16. Su questo parziale si conclude la prima frazione di gioco. L’Italia mostra di voler vincere ma non ha sufficienti capacità tecniche: anche la strategia no-ruck che aveva proposto efficacemente contro l’Inghilterra, talvolta replicata nel corso di questo incontro, non dà i risultati sperati.

Nel secondo tempo ritorniamo in campo senza la giusta concentrazione e, al venir meno delle forze fisiche, iniziano a giocare solo i bleus. Poco da segnalare da parte nostra se non un bel placcaggio di Padovani che ci salva da una meta avversaria praticamente già fatta. Mentre la nostra prima linea è in asfissia e la seconda linea soffre, la Francia ammazza la partita con tre mete: Vakatawa al 47′, Picamoles al 66′ ed addirittura Dulin al 76′. Seguono puntuali le trasformazioni di Lopez e così ad un minuto dalla fine della partita siamo sul parziale di Italia 11 – Francia 40. Da evidenziare nel frattempo qualche brutto episodio di spintoni e buffetti fra i giocatori, sintomo dell’eccessivo nervosismo in campo.

Ad un minuto dallo scadere del secondo tempo, l’Italia non ha segnato un punto in questa frazione di gioco, complice anche la pessima performance dell’esordiente ala Sperandio, entrato al 72′ al posto di Padvoani, che al 77′ invece di passare l’ovale preferisce proseguire in una sterile azione personale, impedendo all’Italia di segnare una meta. Meta che alla fine comunque arriva grazie ad una bellissima prova di coraggio di Angelo Esposito, fra i più validi giocatori azzurri. Canna stavolta non sbaglia e così concludiamo la partita sul finale di Italia 18 – Francia 40.

Due mete per l’Italia, quattro per la Francia, la nostra Nazionale ha sprecato nel primo tempo ed è crollata, come al solito, nel secondo tempo. Italia caparbia, ma incapace di concretizzare. Ancora si sono visti errori grossolani, una difesa eccessivamente debole con troppi placcaggi persi e poca fantasia tattica in attacco, dove i banali dritto per dritto non consentono di guadagnare metri. Dopo quattro partite disputate, l’Italia è ancora a zero punti. Per l’ultima partita del Torneo, che l’Italia disputerà sabato prossimo in Scozia, urge essere determinatissimi a vincere.

Al. Sia.

La Regina di Ghiaccio, una moderna Turandot al Brancaccio di Roma

regina di ghiaccioDopo il successo del musical Rapunzel, Lorella Cuccarini torna a teatro con il musical La Regina di Ghiaccio. Ideato e diretto da Maurizio Colombi, l’opera si ispira alla fiaba persiana da cui nacque la Turandot di Giacomo Puccini.
La bella Lorella Cuccarini interpreta il ruolo di una crudele e malefica regina, vittima di un incantesimo, nel cui regno gli uomini sono costretti ad indossare una maschera per non incrociare il suo sguardo. Solo colui che sarà in grado di risolvere tre enigmi potrà averla in sposa. Riuscirà il Principe Calaf, interpretato da Pietro Pignatelli, a sciogliere il cuore di ghiaccio della regina con il calore e il fuoco del suo amore?
L’Opera lirica Turandot, incompiuta per la prematura scomparsa di Puccini, ebbe nelle varie edizioni dei finali distinti. Il moderno adattamento in musical di Maurizio Colombi, geniale regista che si conferma una delle menti più creative del genere musical – suoi sono Rapunzel e Peter pan – dà una nuova chiave di lettura fantastica, più vicina alla sensibilità dei bambini.
Nella rappresentazione in due atti in scena al Teatro Brancaccio di Roma toviamo infatti l’inserimento di personaggi inediti: le tre streghe Tormenta, Gelida e Nebbia che, fautrici di un incantesimo che rende Turandot insensibile all’amore, si pongono in contrasto con i buoni consiglieri dell’imperatore Ping, Pong e Pang; un albero parlante, la Dea della Luna Changé, il Dio del Sole Yao.
La musica originale, composta da 18 emozionanti brani musicali, arrangiata e diretta da Davide Magnabosco, mantiene dei riferimenti melodici ad alcune tra le più famose arie di Puccini, come il celeberrimo Nessun dorma, rivisitato in chiave pop e di altri “grandi” dell’opera lirica.
Il cast artistico è composto da da venti straordinari performer fra attori, cantanti, ballerini, acrobati che si alternano molto velocemente sul palco, tra balli di gruppo, assoli, canti a più voci, recitato. I costumi si ispirano all’ambientazione in Oriente della fiaba e sono un riuscito melange tra classico e moderno: non solo fanno risaltare la bellezza glaciale della regina Turandot, ma soprattutto, con dei toni dark-rock, rendono la cattiveria delle tre ancelle-concubine-cubiste.
Numerosi gli effetti speciali, dalla neve alla nebbia, che coinvolgono anche gli spettatori nelle prime file. E ad un certo punto l’elegante abito della fredda regina si trasforma in un vulcano di passione. Veloci cambi scenografici sono anche consentiti dalle moderne tecnologie stroboscopiche utilizzate e non mancheranno i colpi di scena, che porteranno fino all’abbattimento della quarta parete ed al coinvolgimento di tutti gli spettatori.
Un musical ben riuscito, consigliato ad adulti che vogliano immergersi in un paio di ore di musica ma anche e soprattutto ai loro bambini, la cui fantasia sarà senza dubbio stimolata, come quando irrompe sulla scena un mastodontico albero parlante. Repliche al Teatro Brancaccio di Roma fino al 26 marzo.

Al. Sia.

“Quello che non ho”, teatro canzone al Quirino di Roma con Marcorè

marcorèDopo le felici esperienze di “Eretici e corsari”, “Un certo Signor G” e “Beatles Submarine”, Neri Marcorè torna a collaborare con il Teatro dell’Archivolto di Genova. L’attore è il protagonista di “Quello che non ho” e sul palco del Teatro Quirino di Roma recita e canta accompagnato dalle voci e dalle chitarre di Giua, Pietro Guarracino e Vieri Sturlini.

Scritto e diretto da Giorgio Gallione, lo spettacolo si ispira a due giganti del nostro recente passato, Pier Paolo Pasolini e Fabrizio De Andrè, portando in scena il sentimento di indignazione civile del primo e le “anime salve” del secondo. In equilibrio instabile tra ansia del presente e speranza del futuro, “Quello che non ho” è un affresco teatrale che si interroga sulla nostra epoca. Lo fa raccontando storie emblematiche, anche in chiave satirica, che mettono a nudo le contraddizioni della nostra società globalizzata, dove – come affermava Pasolini nel documentario La rabbia – continua ad esserci sviluppo senza progresso.

Il tessuto narrativo è basato su episodi di cronaca internazionale, quali lo sfruttamento dei minori in Congo nelle miniere di coltan, fondamentale per l’industria dei computer, o ancora le enormi “isole” di plastica che si vanno concentrando negli oceani. Non mancano le riflessioni di carattere economico e sociale ed il ruolo della politica è ripreso dai famosi scritti corsari di Pasolini: in Italia governare è una noiosa incombenza che si deve assumere chi vuole detenere il potere, reciterà sul palco Marcoré. Lo spettacolo inoltre evidenzia il ruolo del consumismo e dei mezzi di comunicazione di massa, che Pasolini oltre quaranta anni fa aveva individuato come una nuova forma di fascismo bianco.Quello che non ho 4

Alle parole del grande intellettuale prematuramente scomparso, sono incrociate le canzoni di Fabrizio De Andrè: da Khorakhané a Don Raffaè, da Smisurata Preghiera a Dolcenera, da Ottocento a Quello che non ho: ben dieci poesie in musica che passano dalle ribellioni e i sarcasmi giovanili alla visionarietà dolente delle “anime salve” e dei “non allineati” contemporanei. E così, idealmente, dallo spettacolo emerge un dialogo etico e politico, tra le narrazioni dell’Italia e del mondo lasciateci in eredità da due artisti lontani tra loro ma curiosamente spesso in assonanza.

“Nelle ultime stagioni insieme a Neri Marcorè abbiamo molto frequentato il teatro musicale, costruendo spettacoli che guardavano sia al teatro civile che alla bizzarra giocosità del surreale”, commenta il regista Giorgio Gallione. “Con Quello che non ho siamo di fronte a un anomalo, reinventato esempio di teatro canzone che, traendo linfa dalla visione del mondo e dalla poetica di Pasolini e De Andrè, prova a raccontare l’oggi. Un tempo nuovo e in parte inesplorato in cerca di idee e ideali”.

Bravura di molto sopra la media sia per Marcoré che per gli altri tre artisti presenti sul palco, che hanno cantato sempre a più voci, coniugando il canto con la chitarra e le percussioni. Va dato merito anche al lavoro svolto dal maestro Paolo Silvestri per l’arrangiamento musicale dei brani di De Andrè.

Dopo il grande successo alla prima con applausi prolungati, lo spettacolo sarà replicato al Teatro Quirino di Roma fino al 5 marzo.

Al. Sia.

Rugby 6 Nazioni: Irlanda 63 Italia 10. Una partita senza storia

Italia Irlanda foto 2Grande giornata di spettacolo sabato scorso a Roma, dove Italia ed Irlanda si sono sfidate nel secondo turno del Torneo 6 Nazioni di Rugby. Nonostante la giornata non fosse proprio tra le più belle, abbastanza fredda e con un sole che faceva capolino solo a tratti, numerosi tifosi dai colori azzurri ed altrettanti dai colori verdi sono convenuti allo Stadio Olimpico per assistere al confronto tra gli Azzurri e la squadra del Trifoglio. Il pronostico, dopo il primo turno, era tutto a favore degli ospiti, che solo una volta, nel 2012, sono caduti sotto i colpi degli Azzurri in 17 edizioni del Torneo.  A dirigere il team arbitrale il neozalendese Glen Jackson che si rivelerà molto equilibrato nelle sue decisioni e favorirà il gioco quanto più possibile. Il coach irlandese Schmidt modifica poco prima del calcio di inizio la sua formazione: il tallonatore Scannel al posto del capitano Best e la fascia di capitano ad Heaslip.

Si comincia e l’Irlanda è subito in attacco. Una mischia ordinata vede protagonisti Ghiraldini, Lovotti e Cittadini ma gli ospiti sono già stabilmente a pochi metri dalla meta, che sfiorano all’8′ con l’ostica ala avversaria Zebo. Dagli spalti si leva, e sarà l’unica volta, il grido di incitamento “Italia Italia”. Solo tre minuti dopo, sarà l’altra ala avversaria, Earls, ad infilare la difesa azzurra; trasformazione di Jackson e siamo già sotto di 7 punti. Nei primi 12 minuti di gioco l’Italia praticamente non ha visto palla ed ha fatto già quattro falli.

L’Italia riesce finalmente a portarsi nella metà campo avversaria e ad ottenere un calcio di punizione a causa di una ostruzione avversaria: Carlo Canna non si spaventa, batte e spedisce l’ovale tra i pali. Al 15′ Italia 3 – Irlanda 7. Gli ospiti però sono intenzionati a far vedere chi abbia il coltello dalla parte giusta e non mollano un secondo. Il Trifoglio si riporta vicino alla nostra meta e prima carica caparbiamente con Ryan e Murray, poi va dritto per dritto con Henshow ed infine arriva alla meta con la furia di Stander, senza dubbio miglior giocatore in campo. Solita trasformazione di Jackson e al 17′ siamo Italia 3 – Irlanda 14. Riprendiamo il gioco e proviamo a rompere il muro verde ma un piede fuori di Padovani dà all’Irlanda ha l’opportunità di ripartire con una touche laterale.  Gli avversari di lì a poco sono ancora in zona rossa, allargano sapientemente il gioco e l’ovale finisce nelle mani di Earls, che lo porta ancora una volta in meta; trasforma Jackson ed al 27′ il parziale è Italia 3 – Irlanda 21. Ormai gli ospiti hanno preso il largo, ma nessuna meta è stata finora soffice per i giocatori irlandesi, come dimostrano i numerosi placcaggi. E noi ci crediamo ancora. Gli azzurri con uno scatto di orgoglio si buttano in avanti e, finalmente, siamo sulla linea di meta dell’Irlanda. Un’entrata fallosa di spalla da parte degli avversari ci consegna la prima ed ultima meta tecnica della partita che viene trasformata da Carlo Canna. Al 31′ Italia 10 – Irlanda 21. Ma l’Irlanda non ci sta ed intende andare a riposare con un confortante vantaggio: passano solo tre minuti ed arriva la meta dell’inarrestabile Stander, seguita a ruota dalla trasformazione di Jackson. E’ la quarta meta per gli Irlandesi, che così guadagnano anche il primo punto di bonus supplementale nella classifica del Torneo. Dopo un paio di sterili tentativi di Favaro e Mbandà andiamo negli spogliatoi sul parziale Italia 10 – Irlanda 28. L’Irlanda è molto più forte fisicamente, come dimostra il possesso palla al 69%. L’Italia appare dominata dai loro portatori di palla Stander e Ryan che vincono inesorabilmente le collisioni ed avanzano facilmente. La nostra difesa è costretta a stringere, lasciando scoperta l’estremità del campo; le ale avversarie hanno in tal modo gioco facile ed ai lati del campo prendiamo le mete.

Il secondo tempo riprende con l’Irlanda nuovamente subito in attacco. Gli ospiti non hanno nessuna intenzione di togliere il piede dall’acceleratore, mentre l’Italia va in caduta verticale. Basti sottolineare che nella seconda frazione di gioco non segneremo alcun punto, mentre gli irlandesi porteranno a casa ben 5 mete. Gli avversari si permettono anche qualche cameo, come quando Gilroy prova a salvare una palla dal fallo laterale, ed in qualche modo ci lasciano giocare, fino a quando il nostro gioco è inoffensivo. Aspettano il definitivo crollo azzuro, che arriva inesorabilmente. E così, soprattutto per la felicità dei supporter del Trifoglio, vedremo delle corse cinematografiche da parte dei giocatori irlandesi verso la meta: memorabili quelle sul finale di Gilroy e Ringrose. Non trovano praticamente più resistenza da parte degli azzurri, ormai al limite.

Finisce Italia 10 – Irlanda 63. E’ la più pesante sconfitta di sempre contro questa squadra. Il nostro coach Connor O’Shea aveva detto che voleva una squadra in grado di giocare per  80 minuti, in grado di lottare ad ogni gara nella consapevolezza che a questi livelli o si è presenti fisicamente e mentalmente nella gara o si rischiano legnate. Ebbene purtroppo dobbiamo constatare, pur tenendo conto delle differenze tra gli Azzurri e le altre squadre del 6 Nazioni, tutte di ranking superiore, che ancora l’obiettivo è lontano. Se da un lato l’Italia ha mostrato la volontà di attaccare, ed ha fatto vedere anche qualcosa di interessante quando aveva in mano l’ovale, è soprattutto in difesa che abbiamo mostrato tutte la nostra debolezze, soprattutto fisiche. L’Irlanda ha giocato con grande intensità ed ha dato una grande lezione di rubgy agli Azzurri. Ora  ci aspettano due settimane di riposo e poi appuntamento il 25 febbraio a Twickenham per la sfida Inghilterra – Italia.

Al. Sia.