BLOG
Al. Sia.

Alla Faccia Vostra. Divertente commedia al Quirino di Roma

0076 AllaFacciaVostraRoma ai giorni nostri, la scena si apre su un lussuoso studio in cui troviamo Luisa, la governante della famiglia Bosco, che piange la morte del suo padrone Stefano Bosco, scrittore di grande successo, settantaquattrenne morto d’infarto.

A poco a poco i conoscenti stretti cominciano ad arrivare nell’appartamento. Il vicino Dott. Garrone è il primo, professore di medicina è lui che decreta il decesso. Poi raggiungono il luogo Lucio Sesto e sua moglie Vanessa, rispettivamente genero e figlia dello scrittore. Per ultima Angela, seconda moglie del defunto, molto più giovane di suo marito, 30 anni, fa la sua entrata agitata nello studio di Stefano Bosco.

Molto velocemente il lutto che riunisce i personaggi si trasforma in una “transizione finanziaria” nella quale tutti vogliono avere parte e guadagnarci: la coppia Sesto cerca di coprire un enorme debito con un prestito della banca garantito dall’eredità di Vanessa, la figlia. Angela progetta una nuova vita con tanti soldi e il suo nuovo amante francese. Il Dott. Garrone vuole comprare l’appartamento per farne finalmente il suo studio, il banchiere Marmotta che acconsente al prestito vorrebbe intascare una grossa percentuale sui futuri soldi di Vanessa.

Solo Luisa, fedele governante, vive per ricordare il genio dello scrittore. Ma ecco che tutto si capovolge e succedono fatti esilaranti che faranno tremare e crollare questi progetti. Ne nascono situazioni comiche dove una risata cinica e infantile è garantita.

L’autore della commedia – Pierre Chesnot, classe 1935 – è anche l’autore de ”L’inquilina del piano di sopra” e la sua comicità, che riprende con toni originali e migliorata dinamicità la tradizione drammaturgica francese di fine Ottocento, è composta da battute intelligenti e verve comica.

Nella commedia in due atti in scena al Quirino, troviamo un adattamento portato in Italia ai giorni d’oggi per vivificare di più la corsa al denaro e l’isterismo della nostra contemporaneità. Il linguaggio è un italiano piacevole e contemporaneo, ma volutamente non depurato dalle intonazioni regionali.

Ovviamente è il personaggio di Gianfranco Jannuzzo che conduce le avide danze che lo porteranno a crisi di nervi esilaranti diventando simpatico per le sue incapacità e disavventure. Molto comico è anche il personaggio di Debora Caprioglio donna che soddisfa tutti i piaceri di sesso senile dello scrittore per ottenere soldi, soldi e ancora soldi.

Comunque su buoni livelli la recitazione dei sette attori presenti sul palco, con delle simpatiche parentesi dialettali di Antonio Fulfaro, nei panni del becchino. Aspetto fisico ed atteggiamento pienamente adeguato alla parte che interpreta per Roberto d’Alessandro nei panni del banchiere Marmotta. La scenografia è fissa ma degna di menzione per la cura e l’eleganza in cui è stata realizzata. Fondamentalmente non vi sono musiche di sottofondo se non all’apertura del sipario.

Insomma un vero e proprio meccanismo ad orologeria fatto di tempi pressoché perfetti, di entrate ed uscite a ripetizione e di continui colpi di scena, soprattutto nel secondo atto.

Intrighi, sotterfugi, equivoci, ipocrisia, per una vicenda che mette a nudo la parte più meschina e cinica dell’animo umano, che dovrebbe scandalizzare, ma che invece cattura lo spettatore, coinvolgendolo in un vortice di comicità e regalandogli due ore di divertimento e risate. Al Teatro Quirino di Roma fino al 25 marzo.

Al. Sia.

Hiroshige e le sue visioni in mostra alle Scuderie del Quirinale di Roma

01. HiroshigeCome ideale prosecuzione delle iniziative avviate proprio alle Scuderie del Quirinale nel 2016 per il 150° anniversario dei rapporti bilaterali Italia-Giappone, dal 1 marzo ha aperto al pubblico nella sede espositiva la mostra “Hiroshige. Visioni dal Giappone”, rassegna monografica dedicata a Utogawa Hiroshige, uno dei più influenti artisti giapponesi di metà Ottocento.

La mostra espone una selezione di circa 230 opere, silografie policrome e dipinti su rotolo, divise in 7 percorsi tematici. Il progetto, curato da Rossella Menegazzo con Sarah Thompson, vede la collaborazione del Museo of Fine Arts di Boston con il patrocinio dell’Ambasciata del Giappone in Italia e dell’Agenzia per gli Affari Culturali del Giappone.

Con le silografie policrome del Mondo Fluttuante, Hiroshige è conosciuto come il “maestro della pioggia e della neve”, celebre per le illustrazioni di paesaggi e vedute del Giappone nelle quattro stagioni e nelle varie condizioni atmosferiche. Immagini molto in voga nella cultura dell’epoca in quanto fonte di conoscenza del territorio ed elemento fondamentale nella costruzione del legame nazionale.

La bellezza delle località e la vivacità delle attività umane sono esaltate dalla visione alternativa offerta dal maestro giapponese che, con le sue costruzioni innovative, segna un cambio epocale all’interno del filone classico del paesaggio.

La tecnica usata da Hiroshige sfrutta l’asimmetria della composizione, ponendo in primissimo piano elementi di grandi dimensioni, come in una sorta di esagerato close-up fotografico, lasciando tutto il resto, in piccolo, sullo sfondo.

Le campiture piatte di colore ed il gioco di linee curve e spezzate, la serenità oltre che lo sguardo fotografico presente nelle sue opere hanno influenzato molti artisti europei dell’Ottocento – tra cui Van Gogh, Monet, Degas, Toulouse Lautrec – superando in questo forse anche Hokusai, genio fuori dalle righe e dalla personalità tormentata di più difficile controllo.11. Hiroshige

Durante tutto il periodo di mostra saranno tantissime le occasioni per approfondire attraverso una serie di eventi collaterali organizzati in collaborazione con l’Istituto Giapponese di Cultura a Roma – dimostrazioni, laboratori, corsi tematici e conferenze aperti al pubblico di tutte le età – quelle tradizioni culturali e artistiche del Giappone che fanno da sfondo alle immagini del Mondo Fluttuante, fino ad arrivare alle più attuali forme di grafica e illustrazione contemporanea che nell’ukiyoe trovano le loro radici. “Visioni” appunto, come recita il titolo della mostra, che faranno immergere il pubblico nella bellezza del Sol Levante. La mostra sarà visitabile alle Scuderie del Quirinale di Roma fino al 29 luglio 2018.

Al.Sia

Il Lago dei Cigni in chiave moderna al Teatro Quirino di Roma

IMG_4026Tra i più apprezzati autori sulla scena contemporanea della danza italiana e reduce dal successo del riallestimento di Giulietta e Romeo, Fabrizio Monteverde firma per il Balletto di Roma la nuova versione di un classico d’eccezione: “Il Lago dei Cigni…ovvero Il Canto”. Tra le suggestioni di una favola d’amore crudele e i simboli di un’arte che sovrasta la vita, il coreografo reinventa il più famoso dei balletti di repertorio classico su musica di Čajkovskij, garantendo quell’originalità coreografica e registica unica che da sempre ne caratterizza le creazioni e il successo.

Lo spettacolo in due atti, della durata di circa 90 minuti più l’intervallo, è una sintesi perfetta di composizione coreografica accademica e notturno romantico, di chiarezza formale e conturbanti simbologie psicoanalitiche.

Il lago dei cigni è una favola senza lieto fine in cui i due amanti protagonisti, Siegfried e Odette, pagano con la vita la passione che li lega. Una di quelle “favole d’amore in cui si crede nella giovinezza” avrebbe detto Anton Čechov, scrivendo nell’atto unico Il canto del cigno (1887) di un attore ormai vecchio e malato che ripercorre in modo struggente i mille ruoli di una lunga carriera. Con dichiarata derivazione intellettuale dal grande scrittore russo, il Lago dei Cigni firmato da Monteverde trova ne Il Canto il proprio naturale compimento drammaturgico e in un percorso struggente di illusioni e memoria porta in scena un gruppo di “anziani” ballerini che, tra le fatiche di una giovinezza svanita e la nevrotica ricerca di finale felice, ripercorrono gli atti di un ulteriore, “inevitabile” Lago.

Persi tra i ruoli di una lunga carriera, i danzatori stanchi di un’immaginaria compagnia decaduta si aggrapperanno ad un ultimo Lago, tra il ricordo sofferto di un’arte che travolge la vita e il tentativo estremo di rimandarne il finale. Individualità imprigionate in una coazione a ripetere, sabotatori della propria salvifica presa di coscienza oltre i ruoli di una vita svanita, gli interpreti ripercorreranno la trama di un Lago senza fine, reiterandovi gesti e legami nella speranza di sopravvivere al finale straziante di una replica interminabile.

Condannata ad una perenne metamorfosi, donna a metà tra il bene e il male, Odette ovvero Odile sarà cigno e principessa, buona e crudele, amante fedele e rivale beffarda. Metafora di un’arte che non conosce traguardo, cercherà se stessa in un viaggio tormentato d’amore, tradimento, prigionia e liberazione; in un teatro in cui tutto ha inizio e nulla ha mai fine, andrà incontro agli stracci consumati di una vita d’artista con lo spirito bianco di una Venere per sempre giovane.

Esponente di una generazione di talenti esplosa negli anni Novanta, Monteverde svolge da ormai trent’anni un lavoro di elaborazione stilistica e drammaturgica che ne rende il segno unico e riconoscibile. Sensibile alle suggestioni letterarie e teatrali, la contemporaneità coreografica di Fabrizio Monteverde si scorge nelle profondità invisibili di racconti senza tempo, tra le righe di narrazioni moderne e i risvolti psicoanalitici di favole antiche. Maestro di uno stile energico e personale, Monteverde è autore di un movimento composto di intrecci e spostamenti di peso che ne orientano coerentemente equilibri e curve dinamiche. Il risultato è quello di una gestualità rotonda e morbida che richiama nel corpo l’intenzione del moto per esplodere infine in spigolosità nette e decise.

Il lago dei cigni, ovvero Il canto è una produzione del 2014 del Balletto di Roma che con oltre 400.000 spettatori, più di mille spettacoli realizzati negli ultimi anni e da sempre sostenuta dal MiBACT, si conferma come una delle compagnie più attive sulla scena contemporanea della danza in Italia. Lo spettacolo sarà al Quirino di Roma fino al 18 febbraio.

Al. Sia.

Torneo 6 Nazioni di Rugby: Italia sconfitta con onore dall’Inghilterra

6 nazioni Italia inghilterraLa nazionale italiana di rugby ha giocato contro l’Inghilterra nella partita di esordio del Torneo Sei Nazioni 2018, che vede il montepremi complessivo salire a 100 milioni di sterline, rispetto agli 88 della passata edizione. Ed anche se le statistiche – 23 sconfitte su 23 match disputati – non erano a nostro favore, numerosi tifosi azzurri sono convenuti allo Stadio Olimpico di Roma per sostenere la nostra nazionale. Lo stadio, riempito quasi interamente in una assolato pomeriggio invernale, ha visto una folta rappresentanza dei supporter inglesi, alquanto riconoscibili con i loro colori bianco e rosso.

L’arbitro francese Raynal fischia il calcio di inizio alle 16.00. L’Inghilterra parte subito all’attacco, un rilancio all’esterno tarpa le ali alla nostra linea difensiva che non riesce ad opporre resistenza e, dopo appena due minuti, arriva la prima meta di Watson. Fortunatamente Farrell sbaglia la realizzazione. Siamo cinque punti sotto. La partenza è dunque tutta in salita.

L’Italia inizia a proiettarsi in attacco ma in modo prevedibile, allargando il gioco troppo presto ed anche quando siamo in parità numerica. Gli inglesi così ci spingono indietro, anche se manteniamo il possesso dell’ovale. Sul piano tattico gli avversari riescono a bloccare i nostri giocatori e ad avanzare. Poi un pallone rimbalzante verso la rimessa laterale viene recuperato con coraggio dall’estremo Minozzi. Giochiamo una fase lunga che però non porta a nulla di fatto. Al 10’ Ben Youngs si infortuna e la sosta, necessaria per l’ingresso in campo dei soccorsi, consente agli azzurri di chiarirsi le idee.

Il gioco riprende con Danni Care al posto di Youngs. Watson finta un passaggio e continua a correre di traverso; la linea italiana semplicemente non c’è e all’11’ arriva la seconda meta inglese. Ancora una volta Farrell sbaglia la realizzazione. Siamo sotto di dieci punti.

La pressione inglese si fa sentire e l’arbitro fischia una punizione a nostro favore: cerchiamo la rimessa laterale. Teniamo l’ovale e siamo dentro i 22 metri con il capitano Parisse che prova ad allargare il gioco. Una mischia ordinata, quindi un raggruppamento entro i 22 metri e riusciamo a far girare splendidamente il pallone da una parte all’altra del campo, aggirando la linea difensiva inglese: l’ovale arriva così all’ala Benvenuti che lo porta, praticamente volando, in meta. Allan si occupa della realizzazione: Al 22’ Italia 7 Inghilterra 10. Sogniamo.

La reazione inglese non si fa attendere e dopo un batti e ribatti, gli avversari sono di nuovo nei nostri 22 metri: rapida serie di azioni, al 25’ Farrell porta l’ovale in meta e successivamente realizza. Italia 7 Inghilterra 17. Il gioco riprende ed è sempre l’Inghilterra ad essere in attacco ed il loro gioco è una perfetta fisarmonica. Gli azzurri si difendono bene e più volte proviamo a rilanciare la palla oltre la metà campo cercando una rimessa laterale che ci permetta di avvicinarci alla meta avversaria. Conquistiamo pian piano terreno. Siamo così a circa 10 metri dalla meta inglese. Ma siamo ricacciati indietro. Riproviamo con la stessa tattica e questa volta la fiammata italiana ha successo, anche grazie a Lovotti e Parisse che non si risparmiano nel dritto per dritto. Otteniamo così un calcio di punizione a nostro favore trasformato al 39’ da Allan. Italia 10 – Inghilterra 17.

Andiamo al riposo con un break di svantaggio rispetto agli inglesi. L’Italia è finora una positiva sorpresa, con le idee chiare, anche se con qualche difficoltà di esecuzione. Esce il pilone Lovotti ed entra Quaglio.

La ripresa di gioco avviene su un livello apparentemente più lento, con un frequente utilizzo del gioco di piede da parte di entrambe le squadre. Un fallo in mischia di Giammarioli consente agli inglesi di allungare la distanza con la realizzazione del solito Farrell. Al 47’ Italia 10 – Inghilterra 20.

L’Italia risponde con furore: Bellini, poi Allan, poi Castello, quindi Parisse, poi Allan e infine Boni in meta, l’azione è splendida se non fosse che il passaggio da Allan a Boni è in avanti e quindi la meta viene annullata. Abbiamo speso molte energie, l’Inghilterra ci soffoca con il suo gioco e commettiamo troppi falli, tanto che l’arbitro richiama Parisse affinché riporti la disciplina fra gli azzurri. La nuova meta inglese non si fa attendere e al 51’ l’Inghilterra avanza con Simmonds e la trasformazione di Farrell. Al 52’ Italia 10- Inghilterra 27.

L’Italia non ci sta e si riporta in attacco, riusciamo in questa fase ancora ad avere un buon timing e, grazie anche alla carica di Boni, arriva al 57’ la meta di Bellini. Falliamo la trasformazione ma accorciamo comunque la distanza: Italia 15 – Inghilterra 27. Da questo momento in poi in capo ci sarà solo l’Inghilterra: altre tre mete inglesi di Ford, di Simmonds e di Nowell, le prime due trasformate, consegnano l’impietoso punteggio finale: Italia 15 – Inghilterra 46.

L’Italia ha comunque giocato bene, soprattutto nel primo tempo, quando non era facile reagire ad una meta realizzata praticamente a freddo. Per i primi sessanta minuti abbiamo giocato con vigore ed anche lucidità tattica, riuscendo ad infliggere danni quando vicini alla meta avversaria. Poi il solito crollo. L’Inghilterra ha dato l’impressione di lasciarci giocare per un po’ e di poter accelerare e sopraffarci all’occorrenza. Non avevamo speranze e ci siamo difesi con onore, qualche miglioramento è possibile in vista della trasferta di Dublino.

Al. Sia.

Buccirosso irresistibile. Il pomo della discordia al Sala Umberto di Roma

Il pomo della discorda ph Gilda Valenza IMG_0279

Carlo Buccirosso torna al Sala Umberto di Roma con la commedia “Il pomo della discordia”. Ambientata ai giorni nostri, la pièce molto divertente racconta la storia della benestante famiglia Tramontano e del rapporto tormentato tra un padre legato alla propria cultura tradizionale ed un figlio, Achille, che fatica a dichiarare la propria identità sessuale. Achille, per paura della reazione del padre, è pertanto costretto a vivere una doppia vita: omosessuale fuori casa ed eterosessuale dentro le mura domestiche. Il resto della famiglia – l’epica mamma Angela e l’affettuosa sorella Francesca – difendono però Achille. Francesca, in particolare, per il trentesimo compleanno del fratello, ha organizzato una festa a sorpresa e vorrebbe che questa fosse l’occasione per Achille di dichiarare la propria omosessualità al padre notaio.

A tale scopo ha invitato Cristian, che da due anni frequenta casa Tramontano come fidanzato di Francesca ma che in realtà è il fidanzato di Achille. Alla serata saranno anche presenti Sara, la prima ed unica fiamma al femminile di Achille e Manuel, un estroso trasformista. Invitati inoltre dalla madre, anche per creare una rete di protezione preventiva, si aggiungeranno ai festeggiamenti Oscar, un bizzarro vicino di casa architetto che non ha mai tenuto nascoste le proprie simpatie nei confronti di Achille e Marianna, una garbata psicologa di famiglia. Inoltre, completeranno la scena una domestica invadente ed il ruvido ma saggio papà di Sara.

Insomma le premesse ci sono tutte per un outing “sereno”, se non fosse che la recente scoperta da parte del notaio della volontà del figlio Achille di operarsi per ridurre un troppo sporgente pomo di Adamo faccia andare la serata non proprio nel modo voluto…

Il pomo della discorda 1La commedia in due atti di Buccirosso è evidentemente ispirata alla nota vicenda mitologica della mela d’oro lanciata da Eris, dea della discordia, sul tavolo dove si stava svolgendo un banchetto di nozze, causando una lite furibonda tra gli invitati. Ma se l’ispirazione è classica, lo svolgimento è tutto moderno: ne risulta una rappresentazione molto ben concepita ed articolata, con tempi scenici e dialoghi veloci ed efficaci, arricchiti dal ballo della bella Elvira Zingone nelle vesti di Sara e dei canti di Maria Nazionale nei panni di Angela.

Tutti gli undici attori presenti sul palco recitano in realtà su ottimi livelli: in particolare segnaliamo lo stesso mattatore Buccirosso nei panni del notaio ed anche la versatile Claudiafederica Petrella che impressiona per la propria freschezza e naturalezza. Eccellente anche la partecipazione di Gino Monteleone, nei panni del papà saggio, ma ambiguo, di Sara.

A dir poco perfetta la scenografia: tutta la rappresentazione è ambientata nel salotto di casa Tramontano, curato fin nei minimi dettagli ed assolutamente adeguati risultano i costumi dei vari personaggi, con gli attori che trovano il tempo per cambiarsi d’abito almeno un paio di volte esaltando la poliedricità dei protagonisti. Delicate le luci, che aiutano a comporre e sottolineare il caloroso quadro d’insieme.

Il filo conduttore di ogni atto è unico ed i personaggi entrano ed escono dalla scena, il linguaggio della rappresentazione è l’italiano fatta eccezione per qualche sottolineatura in napoletano e le bellissime tre canzoni cantate dalla carismatica Maria Nazionale nelle vesti di Angela Tramontano.

Buccirosso colpisce sempre per la capacità di coniugare brillantezza comica con un messaggio morale: il contrasto interiore fra le proprie convinzioni profonde e le libertà proprie dei tempi moderni, quello tra l’amore per la famiglia ed i propri figli e le convinzioni sociali.

Una commedia assolutamente da non perdere. Sala Umberto strapieno alla prima. Repliche fino al 4 febbraio.

Al. Sia.

Mariti e Mogli, l’amore cinico di Woody Allen al Quirino di Roma

mariti e mogli“Husbands and Wives” è un film del 1992 diretto da Woody Allen ed è l’ultimo realizzato prima della fine della relazione con Mia Farrow, in seguito allo scandalo di Soon-Yi Previn, figlia adottiva della Farrow e ora moglie del regista. Il film venne distribuito nelle sale poco tempo prima della fine della relazione tra Allen e la Farrow, ed è l’ultima delle tredici pellicole girate insieme dai due. Monica Guerritore ne ha riscritto la sceneggiatura e ne ha tratto una versione teatrale, ricavandone un piacevole spettacolo in atto unico, attualmente in scena al Quirino di Roma.

Jack e Sally stanno per divorziare e chiedono aiuto a una coppia di amici, Gabe e Judy. Jack e Sally sono tuttavia rilassati, la loro è una decisione amichevole, che consentirà ad entrambi di “crescere”, e crescere, nel mondo disilluso alla Allen, è certamente preferibile ad impegnarsi, condividere, sacrificarsi. La notizia del divorzio però coglie di sorpresa ed è una bufera per il professore universitario Gabe e per sua moglie Judy che lavora in una rivista d’arte : pensavano che i loro amici stessero così bene e fossero così felici insieme! La notizia è vissuta come una implicita minaccia, perché se una coppia così perfetta come quella tra l’uomo d’affari Jack e la sua moglie intellettuale emancipata Sally può scoppiare, nessuna relazione coniugale può considerarsi al sicuro. Peraltro in realtà Jack e Sally non erano una coppia perfetta, anche se un equilibrio lo avevano trovato, costruendo una relazione che consentiva loro di lavorare e rimanere in qualche modo indipendenti, mentre da qualche parte nel mezzo vi era il loro amore ed i figli che crescevano. Dopo avere sperimentato alcune avventure extraconiugali, però, i progetti e le reazioni dei protagonisti cambieranno…

Accanto alle due coppie principali, troviamo una serie di personaggi laterali molto divertenti che consentano di far emergere le dinamiche psicologiche dei protagonisti: Rain, giovanissima scrittrice allieva di Gabe; Sammy, giovane prosperosa, esperta di aerobica e burlesque; Michael, atletico e prestante collega di Judy; Paul, un vecchio impiegato coinvolto nella vicenda suo malgrado.

Tutti gli attori sono davvero molto credibili, con una recitazione sciolta ed ottimi tempi scenici. Davvero una compagnia ben allestita. Bravissimi i quattro protagonisti Monica Guerritore, Francesca Reggiani, Ferdinando Maddaloni e Cristian Giammarini, quest’ultimo nel ruolo impersonato a suo tempo da Woody Allen.

Come indicato dalla protagonista e regista Monica Guerritore, nell’allestimento al teatro Quirino tutto accade in una notte piena di pioggia in un luogo dalle luci soffuse che con il passare delle ore diventerà una sala da ballo, una sala d’attesa, un ristorante deserto e che costringe gli otto personaggi – mariti, mogli, amanti ed altro – al girotondo di piccole anime che, sempre insoddisfatte, girano e girano intrappolate nella insoddisfazione cronica di una banale vita borghese.

Tradendo le location originali del film, in particolare Manhattan, la Guerritore evoca nel luogo teatrale unico i luoghi delle vite coniugali e nelle simultaneità delle relazioni e degli intrecci clandestini Nelle rotture e improvvise riconciliazioni si percepiscono le ‘piccole altezze degli esseri umani’ familiari a Bergman, a Strindberg. Il tempo che scivola via è ben rappresentato dal perdersi in danze all’unisono su musiche bellissime, da Louis Armstrong a Etta James, a Cechov.

Quello che l’opera sembra in un primo momento voler trasmettere è che le relazioni “razionali” non sono così durature come sembrano perché in ognuno di noi si racchiude un fanciullo alla continua ricerca della felicità, da soddisfare quanto prima anche perché la vita è breve…

Spettacolo da non perdere, che ha registrato un grande successo di pubblico alla prima e che sarà replicato al Quirino di Roma fino al 17 dicembre.

Al.Sia.

Sorelle Materassi, il popolaresco ottimismo di Palazzeschi al Quirino

lucia poli milena vukotic marilù pratiAmbientato nei primi anni del XX secolo nel sobborgo di Firenze Coverciano, “Sorelle Materassi” è un romanzo di Palazzeschi, pubblicato nel 1934, in cui si narra la vicenda di quattro donne che vivono una vita tranquilla e isolata. Tre di esse – Teresa, Carolina e Giselda – sono sorelle: le prime due sono nubili, la terza è stata da loro accolta essendo stata respinta dal marito. Teresa e Carolina sono abilissime sarte e ricamatrici e vivono cucendo corredi da sposa e biancheria di lusso per la benestante borghesia fiorentina. Giselda, delusa dalla vita, tende all’isolamento e si lascia tormentare da un rabbioso risentimento. Una dose di popolaresco ottimismo e di serena saggezza è introdotta nella vita familiare dalla fedele domestica Niobe che tranquillamente invecchia insieme alle padrone.

Tutto sembra scorrere su tranquilli binari quando nella casa giunge Remo, il giovane figlio di una quarta sorella morta ad Ancona. Bello, pieno di vita, spiritoso, il giovane attira subito le attenzioni e le cure delle donne i cui sentimenti parevano addormentati in un susseguirsi di scadenze sempre uguali. Istintivamente Remo si rende conto di essere l’oggetto di una predilezione venata di inconsapevole sensualità e approfitta della situazione ottenendo immediata soddisfazione a tutti i suoi desideri e a tutti i suoi capricci. Il sereno benessere della vita familiare comincia ad incrinarsi: Remo spende più di quanto le zie guadagnino con il loro lavoro e le sue pretese non hanno mai fine. Giselda è l’unica a rendersi conto della situazione ma i suoi avvertimenti rimangono inascoltati. A poco a poco Teresa e Carolina spendono tutti i loro risparmi per soddisfare le crescenti esigenze del nipote, poi iniziano a indebitarsi e infine sono costrette a mettere in vendita la casa e i terreni che avevano ereditato dal padre.

Al Teatro Quirino di Roma è in questi giorni rappresentato l’adattamento teatrale originale di Ugo Chiti, uno dei più importanti drammaturghi italiani, con la regia di Geppy Gleijeses e l’interpretazione di tre splendide attrici e beniamine del pubblico come Lucia Poli, Milena Vukotic e Marilù Prati, che impersonano le tre sorelle. Lucia Poli alterna toni duri ed abbandoni, Milena Vukotic distilla deliqui, smancerie e piccole ribellioni con il raro dono della grazia, Marilù Prati porta da par suo una ventata rivoluzionaria da povera pasionaria violata covercianese. Nel complesso su buoni livelli la recitazione di tutti e sette gli attori presenti sul palco che ben riescono a trasmettere allo spettatore le atmosfere ed i sentimenti dei primi anni del secolo scorso.

Come infatti sottolinea il regista Geppy Gleijeses “in un trionfo di motori rombanti alla Boccioni-Balla, di giovani ‘fassisti’, massaie prolifiche, edilizia monumentale e altre amenità dominanti, ci ritroviamo tra beghine sole, un po’ disperate e fisicamente aride come “catini di zinco”, avarizie sordide di vecchi bottegai, esistenze inutili che sfioriscono e appassiscono nei retrobottega senza monumenti e senza vetrine”.

Tutto questo fin quando nelle esistenze delle tre sorelle arriva il bel nipote Remo. E questo personaggio, che in un primo tempo ha unicamente connotati negativi, caratterizzandosi soprattutto per il fatto di essere un approfittatore, svela maggiormente la sua natura, in fondo non cattiva, verso il finale dell’opera, quando si fidanza e sposa una bella ereditiera americana. E quando Palazzeschi dedica un capitolo alle nozze provinciali e grandiose di Remo e Peggy è grande come solo Tomasi di Lampedusa nel ricevimento del “Gattopardo”.

Al contrario, le due sorelle Teresa e Giselda, che in un primo momento sembrano essere unicamente vittime di un nipote che le ha in pugno e a cui tutto si perdona per la sua bellezza, rivelano nel finale aspetti quasi morbosi della loro personalità, seppur ancora venati di una certa naturalità.

L’allestimento del Quirino vede una scenografia ben costruita in cui lo spettatore si ritrova nella sala della bella villa di campagna delle tre sorelle, luci e costumi sono molto gradevoli i cui toni, caldi e moderati, tendono ad esaltare il carattere familiare ed in fondo rassicurante di tutta la narrazione. Le musiche di Mario Incudine intermezzano le numerose scene in cui si svolge la rappresentazione portando una ventata di melanconia.

Uno spettacolo da non perdere di cui ricorderemo soprattutto la massima di Remo: “bisogna lasciare un po’ di spazio nella vita alle cose imprevedibili”. Grande presenza di pubblico alla prima, lo spettacolo sarà replicato al Quirino di Roma fino al 3 dicembre.

Al. Sia.

Il Penitente, all’Eliseo spettacolare Barbareschi nel capolavoro di Mamet

Luca Barbareschi e Lunetta Savino in IL PENITENTE foto di Bepi Caroli MEDIA DSC_8453Uno psichiatra affronta una crisi professionale e morale quando rifiuta di testimoniare in tribunale a favore di un paziente accusato di avere compiuto una strage. “Il Penitente”, l’ultimo testo composto nel 2016 per il teatro dal drammaturgo statunitense David Mamet – Premio Pulitzer per Glengarry Glen Ross – descrive l’inquietante panorama di una società così alterata nei propri equilibri che l’integrità del singolo, anziché guidare le sue fulgide azioni costituendo motivo di orgoglio, diviene l’aberrazione che devasta la sua vita e quella di chi gli vive accanto.

Coinvolto da un sospetto di omofobia, lo psichiatra Charles, ‘il penitente’, subisce una vera gogna mediatica e giudiziaria e viene sbattuto “in prima pagina” spostando sulla sua persona la momentanea riprovazione di un pubblico volubile, alla ricerca costante di un nuovo colpevole sul quale fare ricadere la giustizia sommaria della collettività. L’influenza della stampa, la strumentalizzazione della legge, l’inutilità della psichiatria, i dilemmi dell’etica, sono questi i temi di una pièce che si svolge tra l’ambiente di lavoro e il privato del protagonista. La demolizione sociale di un individuo influisce inevitabilmente sul suo rapporto matrimoniale.

“Ho scelto questo lavoro di Mamet – spiega il regista Luca Barbareschi – perché è una lucida analisi del rapporto alterato tra comunicazione, spiritualità e giustizia nella società contemporanea. ‘Il penitente’ è la vittima dell’inquisizione operata dai media. È ciò che accade all’individuo quando viene attaccato dalla società nella quale vive ed opera, quando la giustizia crea discriminazione per avvalorare una tesi utilizzando a questo fine l’appartenenza religiosa.”.

È lo stesso Barbareschi, nei panni dello psichiatra Charles, ad accogliere gli spettatori al Teatro Eliseo. Seduto al centro della scena, al tavolo di casa, Barbareschi alias Charles consulta il proprio taccuino nella penombra, spalle al pubblico, mentre gli spettatori arrivano in platea. Non vi è sipario e la rappresentazione è un atto unico. La scenografia minimale si caratterizza per la presenza di un cubo metafisico multimediale sospeso, che si illumina alla fine di ciascuna delle scene e, facendo il buio intorno a sé, funge da sipario virtuale.

Il dramma è descritto in otto scene in cui sul palco non vi sono mai più di due attori contemporaneamente; otto atti di confronto tra marito e moglie, con la pubblica accusa e con il proprio avvocato. Fino al colpo di scena finale e ai titoli di fondo, che scorrono sulla leggendaria musica di Hurricane di Bob Dylan.

Bravi tutti gli attori: oltre ad uno strepitoso Barbareschi, Lunetta Savino nei panni della fragile moglie Kath, Massimo Reale che interpreta lo sleale Richard, consulente legale ed amico di famiglia, e Duccio Camerini nelle vesti di un interessato avvocato. Il linguaggio è l’italiano corrente e raffinato proprio dei dialoghi borghesi, i costumi sono classici e tendono a rappresentare un mondo freddo ed ipocrita, fatto di rapporti professionali che entrano financo nell’intimità del matrimonio. Su buoni livelli il ritmo del recitato con dialoghi incalzanti ed artefici retorici di alto livello.

A cosa può dunque servire rivendicare la ragione se ciò significa isolarsi, uscire dal coro ed essere puniti per questo? In una storia, chi sfida la menzogna e difende la verità è in genere l’eroe della vicenda, è l’uomo buono. Ma qui uomo buono è definizione ironica, sarcastica. La società reclama il sacrificio di ogni integrità. Tutto è sottosopra sembra dire Mamet, e l’assenza di etica governa un mondo capovolto. Spettacolo molto interessante, che sarà replicato al Teatro Eliseo di Roma fino al 26 novembre.

Al. Sia.

Il Teatro nel Teatro. La commedia di Pirandello al Quirino di Roma

pirandelloLo spettacolo “Maschere La Giara e La Patente” è uno spaccato del pensiero e della filosofia pirandelliana. Alcuni poveri attori si ritrovano in una villa isolata dal mondo e, nonostante la mancanza di una vera e propria platea, decidono per il loro stesso divertimento e per ritrovare alcuni valori di fondo dell’esistenza umana, di portare in scena due tra le novelle più esilaranti e famose di Pirandello: “La Giara” e “La Patente”.
All’interno di una tessitura drammaturgica che prende spunto dall’arrivo della compagnia degli attori, come ne “I giganti della montagna”, lo spettacolo si dipana all’interno del pensiero pirandelliano delle Maschere e del gioco del teatro nel teatro.
Nella Villa degli Scalognati, luogo immaginifico della creazione artistica, prenderanno vita e corpo due commedie paradossali – La Giara e La Patente appunto – dove Pirandello mette a nudo le fissazioni maniacali dell’essere umano attraverso personaggi grotteschi e situazioni drammaturgiche geniali per raccontare le nevrosi e l’umorismo della sua Sicilia. Come dice Pirandello tutto si creerà da sé come per magia.
Lo spettacolo dunque è una sorta di contenitore pirandelliano in cui si ritrovano, oltre alle due novelle, anche spunti da “I giganti della montagna”, da “Sei personaggi in cerca di autore” e da “Il berretto a sonagli”.
Nell’allestimento in scena al Quirino il sipario si apre su un luogo surreale e futuristico. Le luci sono ora soffuse, quasi a sottolineare lo stato di torpore in cui versano gli attori ivi residenti, e poi più forti, man mano che la compagnia si nutre di nuovi arrivi e prende coraggio per avviare la recitazione. E per allontanare ospiti creduti indesiderati non mancheranno rumori ed effetti speciali.
Molto curate ed adeguate le musiche di sottofondo che costituiscono una parte essenziale della rappresentazione.
L’attore protagonista, Enrico Guarneri, è uno dei maggiori esponenti della grande tradizione teatrale siciliana. Diretto da Guglielmo Ferro, è Cotrone de “ I giganti” che per magia e gioco diventerà Zì Dima ne “La Giara”, concia-brocche dal carattere spigoloso e taciturno, in possesso di un miracoloso mastice realizzato da egli stesso, dai prodigiosi risultati. Aiuterà così Don Lolò – interpretato dal bravo Vicenzo Volo – uomo ricco e ossessionato dal denaro, diffidente del prossimo e preda degli avvocati che gestiscono tutte le cause perse da lui maniacalmente perseguite.
Poi ne “La Patente” Enrico Guarneri si trasformerà in Rosario Chiarchiaro: modesto impiegato, licenziato perché considerato uno iettatore, che di conseguenza chiede ufficialmente alle autorità la ‘patente di iettatore’. Personaggio pirandelliano, in passato magistralmente interpretato anche da Totò, che incarna in pieno il concetto di ‘maschera’, il paradossale e il pessimismo esistenziale che sono alla base della scrittura di Luigi Pirandello.
Nel complesso su buoni livelli la recitazione della compagnia di dieci attori capitanata da Guarneri, che, con un linguaggio italiano venato da accenti siculi, porta una ventata di fresca sicilianità a Roma.
Lo spettacolo è molto interessante pur essendo un classico e sarà replicato al Teatro Quirino di Roma fino al 19 novembre.

Al. Sia.

Il Borghese Gentiluomo, Molière di scena
al Sala Umberto

borghese_Dini, Notari_PH.G.MARITATI

Il Borghese Gentiluomo, forse la più esilarante commedia di Molière, capolavoro assoluto rappresentato per la prima volta nel 1670 ed arrivato fino ai giorni nostri nella sua freschezza e nella sua comicità, va in scena in questi giorni al Sala Umberto di Roma.

Monsieur Jourdain, il borghese gentiluomo, è un personaggio insieme ridicolo e commovente, divertente e contraddittorio. Jourdain incarna contemporaneamente l’irresistibile tensione al miglioramento di se stesso ed il più becero degli arricchiti, negando continuamente nei fatti ciò che a parole chiama “fame di cultura”, lordandola di orgogliosa ignoranza e arrogante tracotanza.

Attorno a lui gravitano i maestri che dovrebbero formarlo per raggiungere questo status superiore: maestri di musica, di ballo, di filosofia, di scherma, figuri loschissimi che desiderano soltanto derubarlo e truffarlo, coppie di nobili annoiati e scrocconi e una moglie che lo detesta, e che vorrebbe restare nell’immobilità della propria mediocrità, nell’agio ozioso del raggiunto benessere.

A completare il quadretto due coppie di giovani senza speranze e senza ambizioni, tranne quella di sposarsi per sopravvivere alla noia, fra questi Lucile la figlia di Jourdain, per la quale il padre desidera una sorte più “nobile” che il matrimonio con Cleonte.

I quattro giovani, capitanati dall’astuto e perfido Coviello, servo e compare di Cleonte, decideranno di organizzare una messa in scena per gabbare il vecchio, dove si fingeranno dei turchi appunto e, con la scusa di riconoscere a Jourdain un’altissima carica turca – il titolo di Mamamouchi – gli riserveranno un’amara sorpresa.

Nello spettacolo in scena al Sala Umberto di Roma, prodotto dalla Fondazione Teatro Due Parma insieme al Teatro Stabile di Genova, troviamo un’accogliente scenografia che ci riporta nel salotto di casa Jourdain, le luci sono soffuse e le musiche di sottofondo accompagnano il susseguirsi dei dialoghi. L’attore e regista Filippo Dini dirige Valeria Angelozzi, Sara Bertelà, Ilaria Falini, Davide Lorino, Orietta Notari, Roberto Serpi, Marco Zanutto, Ivan Zerbinati. Le scene e i costumi – questi ultimi un mescolamento ben riuscito di tradizione e modernità – sono di Laura Benzi. Particolarmente bravi ed efficaci nella recitazione sia Filippo Dini che Sara Bertelà.

La commedia “Il Borghese Gentiluomo” nasce come sberleffo razzista, commissionato a Molière dal fratello di Re Luigi XIV, in risposta a una indelicatezza commessa da un ambasciatore turco.

In quest’opera, il borghese gentiluomo era la parodia della corte del Re; il ridicolo della società che lui stesso aveva creato. Ma con le vicende della coppia borghese comicamente imitata dalla coppia di sguatteri al loro servizio, Molière suggerisce anche come, di fronte ai sentimenti, sia i ricchi che i poveri si comportino in modo uguale. Ed il regista Dini, conferendo al carattere farsesco di Jourdain lo spessore di un personaggio a tutto tondo, conferma che certi vizi sono connaturati alla natura umana. Molti dei valori che l’autore voleva trasmettere con il Borghese Gentiluomo sono arrivati fino ai nostri tempi: ridere di Monsieur Jourdain equivale a ridere di noi spettatori, del nostro tempo, della nostra epoca folle e misera, consegnandoci un teatro apparentemente “basso”, ridicolo ed esilarante, ma al tempo stesso violento e crudele, “un teatro” come diceva Cesare Garboli “che deride e deforma la realtà senza mai detestarla”.

Altri messaggi che pure la commedia vuole indirizzarci – quali il ruolo crescente delle donne nella società e la contrapposizione ai matrimoni combinati – sono solo apparentemente superati nella società moderna e quindi tuttora attuali.

Lo spettacolo è interessante, un grande classico in chiave moderna, e sarà replicato al Sala Umberto di Roma fino al 29 ottobre, per poi proseguire la tournée a Carpi, Genova, Parma e Pavia.

Al. Sia.