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Al. Sia.

Il Lago dei Cigni in chiave moderna al Teatro Quirino di Roma

IMG_4026Tra i più apprezzati autori sulla scena contemporanea della danza italiana e reduce dal successo del riallestimento di Giulietta e Romeo, Fabrizio Monteverde firma per il Balletto di Roma la nuova versione di un classico d’eccezione: “Il Lago dei Cigni…ovvero Il Canto”. Tra le suggestioni di una favola d’amore crudele e i simboli di un’arte che sovrasta la vita, il coreografo reinventa il più famoso dei balletti di repertorio classico su musica di Čajkovskij, garantendo quell’originalità coreografica e registica unica che da sempre ne caratterizza le creazioni e il successo.

Lo spettacolo in due atti, della durata di circa 90 minuti più l’intervallo, è una sintesi perfetta di composizione coreografica accademica e notturno romantico, di chiarezza formale e conturbanti simbologie psicoanalitiche.

Il lago dei cigni è una favola senza lieto fine in cui i due amanti protagonisti, Siegfried e Odette, pagano con la vita la passione che li lega. Una di quelle “favole d’amore in cui si crede nella giovinezza” avrebbe detto Anton Čechov, scrivendo nell’atto unico Il canto del cigno (1887) di un attore ormai vecchio e malato che ripercorre in modo struggente i mille ruoli di una lunga carriera. Con dichiarata derivazione intellettuale dal grande scrittore russo, il Lago dei Cigni firmato da Monteverde trova ne Il Canto il proprio naturale compimento drammaturgico e in un percorso struggente di illusioni e memoria porta in scena un gruppo di “anziani” ballerini che, tra le fatiche di una giovinezza svanita e la nevrotica ricerca di finale felice, ripercorrono gli atti di un ulteriore, “inevitabile” Lago.

Persi tra i ruoli di una lunga carriera, i danzatori stanchi di un’immaginaria compagnia decaduta si aggrapperanno ad un ultimo Lago, tra il ricordo sofferto di un’arte che travolge la vita e il tentativo estremo di rimandarne il finale. Individualità imprigionate in una coazione a ripetere, sabotatori della propria salvifica presa di coscienza oltre i ruoli di una vita svanita, gli interpreti ripercorreranno la trama di un Lago senza fine, reiterandovi gesti e legami nella speranza di sopravvivere al finale straziante di una replica interminabile.

Condannata ad una perenne metamorfosi, donna a metà tra il bene e il male, Odette ovvero Odile sarà cigno e principessa, buona e crudele, amante fedele e rivale beffarda. Metafora di un’arte che non conosce traguardo, cercherà se stessa in un viaggio tormentato d’amore, tradimento, prigionia e liberazione; in un teatro in cui tutto ha inizio e nulla ha mai fine, andrà incontro agli stracci consumati di una vita d’artista con lo spirito bianco di una Venere per sempre giovane.

Esponente di una generazione di talenti esplosa negli anni Novanta, Monteverde svolge da ormai trent’anni un lavoro di elaborazione stilistica e drammaturgica che ne rende il segno unico e riconoscibile. Sensibile alle suggestioni letterarie e teatrali, la contemporaneità coreografica di Fabrizio Monteverde si scorge nelle profondità invisibili di racconti senza tempo, tra le righe di narrazioni moderne e i risvolti psicoanalitici di favole antiche. Maestro di uno stile energico e personale, Monteverde è autore di un movimento composto di intrecci e spostamenti di peso che ne orientano coerentemente equilibri e curve dinamiche. Il risultato è quello di una gestualità rotonda e morbida che richiama nel corpo l’intenzione del moto per esplodere infine in spigolosità nette e decise.

Il lago dei cigni, ovvero Il canto è una produzione del 2014 del Balletto di Roma che con oltre 400.000 spettatori, più di mille spettacoli realizzati negli ultimi anni e da sempre sostenuta dal MiBACT, si conferma come una delle compagnie più attive sulla scena contemporanea della danza in Italia. Lo spettacolo sarà al Quirino di Roma fino al 18 febbraio.

Al. Sia.

Torneo 6 Nazioni di Rugby: Italia sconfitta con onore dall’Inghilterra

6 nazioni Italia inghilterraLa nazionale italiana di rugby ha giocato contro l’Inghilterra nella partita di esordio del Torneo Sei Nazioni 2018, che vede il montepremi complessivo salire a 100 milioni di sterline, rispetto agli 88 della passata edizione. Ed anche se le statistiche – 23 sconfitte su 23 match disputati – non erano a nostro favore, numerosi tifosi azzurri sono convenuti allo Stadio Olimpico di Roma per sostenere la nostra nazionale. Lo stadio, riempito quasi interamente in una assolato pomeriggio invernale, ha visto una folta rappresentanza dei supporter inglesi, alquanto riconoscibili con i loro colori bianco e rosso.

L’arbitro francese Raynal fischia il calcio di inizio alle 16.00. L’Inghilterra parte subito all’attacco, un rilancio all’esterno tarpa le ali alla nostra linea difensiva che non riesce ad opporre resistenza e, dopo appena due minuti, arriva la prima meta di Watson. Fortunatamente Farrell sbaglia la realizzazione. Siamo cinque punti sotto. La partenza è dunque tutta in salita.

L’Italia inizia a proiettarsi in attacco ma in modo prevedibile, allargando il gioco troppo presto ed anche quando siamo in parità numerica. Gli inglesi così ci spingono indietro, anche se manteniamo il possesso dell’ovale. Sul piano tattico gli avversari riescono a bloccare i nostri giocatori e ad avanzare. Poi un pallone rimbalzante verso la rimessa laterale viene recuperato con coraggio dall’estremo Minozzi. Giochiamo una fase lunga che però non porta a nulla di fatto. Al 10’ Ben Youngs si infortuna e la sosta, necessaria per l’ingresso in campo dei soccorsi, consente agli azzurri di chiarirsi le idee.

Il gioco riprende con Danni Care al posto di Youngs. Watson finta un passaggio e continua a correre di traverso; la linea italiana semplicemente non c’è e all’11’ arriva la seconda meta inglese. Ancora una volta Farrell sbaglia la realizzazione. Siamo sotto di dieci punti.

La pressione inglese si fa sentire e l’arbitro fischia una punizione a nostro favore: cerchiamo la rimessa laterale. Teniamo l’ovale e siamo dentro i 22 metri con il capitano Parisse che prova ad allargare il gioco. Una mischia ordinata, quindi un raggruppamento entro i 22 metri e riusciamo a far girare splendidamente il pallone da una parte all’altra del campo, aggirando la linea difensiva inglese: l’ovale arriva così all’ala Benvenuti che lo porta, praticamente volando, in meta. Allan si occupa della realizzazione: Al 22’ Italia 7 Inghilterra 10. Sogniamo.

La reazione inglese non si fa attendere e dopo un batti e ribatti, gli avversari sono di nuovo nei nostri 22 metri: rapida serie di azioni, al 25’ Farrell porta l’ovale in meta e successivamente realizza. Italia 7 Inghilterra 17. Il gioco riprende ed è sempre l’Inghilterra ad essere in attacco ed il loro gioco è una perfetta fisarmonica. Gli azzurri si difendono bene e più volte proviamo a rilanciare la palla oltre la metà campo cercando una rimessa laterale che ci permetta di avvicinarci alla meta avversaria. Conquistiamo pian piano terreno. Siamo così a circa 10 metri dalla meta inglese. Ma siamo ricacciati indietro. Riproviamo con la stessa tattica e questa volta la fiammata italiana ha successo, anche grazie a Lovotti e Parisse che non si risparmiano nel dritto per dritto. Otteniamo così un calcio di punizione a nostro favore trasformato al 39’ da Allan. Italia 10 – Inghilterra 17.

Andiamo al riposo con un break di svantaggio rispetto agli inglesi. L’Italia è finora una positiva sorpresa, con le idee chiare, anche se con qualche difficoltà di esecuzione. Esce il pilone Lovotti ed entra Quaglio.

La ripresa di gioco avviene su un livello apparentemente più lento, con un frequente utilizzo del gioco di piede da parte di entrambe le squadre. Un fallo in mischia di Giammarioli consente agli inglesi di allungare la distanza con la realizzazione del solito Farrell. Al 47’ Italia 10 – Inghilterra 20.

L’Italia risponde con furore: Bellini, poi Allan, poi Castello, quindi Parisse, poi Allan e infine Boni in meta, l’azione è splendida se non fosse che il passaggio da Allan a Boni è in avanti e quindi la meta viene annullata. Abbiamo speso molte energie, l’Inghilterra ci soffoca con il suo gioco e commettiamo troppi falli, tanto che l’arbitro richiama Parisse affinché riporti la disciplina fra gli azzurri. La nuova meta inglese non si fa attendere e al 51’ l’Inghilterra avanza con Simmonds e la trasformazione di Farrell. Al 52’ Italia 10- Inghilterra 27.

L’Italia non ci sta e si riporta in attacco, riusciamo in questa fase ancora ad avere un buon timing e, grazie anche alla carica di Boni, arriva al 57’ la meta di Bellini. Falliamo la trasformazione ma accorciamo comunque la distanza: Italia 15 – Inghilterra 27. Da questo momento in poi in capo ci sarà solo l’Inghilterra: altre tre mete inglesi di Ford, di Simmonds e di Nowell, le prime due trasformate, consegnano l’impietoso punteggio finale: Italia 15 – Inghilterra 46.

L’Italia ha comunque giocato bene, soprattutto nel primo tempo, quando non era facile reagire ad una meta realizzata praticamente a freddo. Per i primi sessanta minuti abbiamo giocato con vigore ed anche lucidità tattica, riuscendo ad infliggere danni quando vicini alla meta avversaria. Poi il solito crollo. L’Inghilterra ha dato l’impressione di lasciarci giocare per un po’ e di poter accelerare e sopraffarci all’occorrenza. Non avevamo speranze e ci siamo difesi con onore, qualche miglioramento è possibile in vista della trasferta di Dublino.

Al. Sia.

Buccirosso irresistibile. Il pomo della discordia al Sala Umberto di Roma

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Carlo Buccirosso torna al Sala Umberto di Roma con la commedia “Il pomo della discordia”. Ambientata ai giorni nostri, la pièce molto divertente racconta la storia della benestante famiglia Tramontano e del rapporto tormentato tra un padre legato alla propria cultura tradizionale ed un figlio, Achille, che fatica a dichiarare la propria identità sessuale. Achille, per paura della reazione del padre, è pertanto costretto a vivere una doppia vita: omosessuale fuori casa ed eterosessuale dentro le mura domestiche. Il resto della famiglia – l’epica mamma Angela e l’affettuosa sorella Francesca – difendono però Achille. Francesca, in particolare, per il trentesimo compleanno del fratello, ha organizzato una festa a sorpresa e vorrebbe che questa fosse l’occasione per Achille di dichiarare la propria omosessualità al padre notaio.

A tale scopo ha invitato Cristian, che da due anni frequenta casa Tramontano come fidanzato di Francesca ma che in realtà è il fidanzato di Achille. Alla serata saranno anche presenti Sara, la prima ed unica fiamma al femminile di Achille e Manuel, un estroso trasformista. Invitati inoltre dalla madre, anche per creare una rete di protezione preventiva, si aggiungeranno ai festeggiamenti Oscar, un bizzarro vicino di casa architetto che non ha mai tenuto nascoste le proprie simpatie nei confronti di Achille e Marianna, una garbata psicologa di famiglia. Inoltre, completeranno la scena una domestica invadente ed il ruvido ma saggio papà di Sara.

Insomma le premesse ci sono tutte per un outing “sereno”, se non fosse che la recente scoperta da parte del notaio della volontà del figlio Achille di operarsi per ridurre un troppo sporgente pomo di Adamo faccia andare la serata non proprio nel modo voluto…

Il pomo della discorda 1La commedia in due atti di Buccirosso è evidentemente ispirata alla nota vicenda mitologica della mela d’oro lanciata da Eris, dea della discordia, sul tavolo dove si stava svolgendo un banchetto di nozze, causando una lite furibonda tra gli invitati. Ma se l’ispirazione è classica, lo svolgimento è tutto moderno: ne risulta una rappresentazione molto ben concepita ed articolata, con tempi scenici e dialoghi veloci ed efficaci, arricchiti dal ballo della bella Elvira Zingone nelle vesti di Sara e dei canti di Maria Nazionale nei panni di Angela.

Tutti gli undici attori presenti sul palco recitano in realtà su ottimi livelli: in particolare segnaliamo lo stesso mattatore Buccirosso nei panni del notaio ed anche la versatile Claudiafederica Petrella che impressiona per la propria freschezza e naturalezza. Eccellente anche la partecipazione di Gino Monteleone, nei panni del papà saggio, ma ambiguo, di Sara.

A dir poco perfetta la scenografia: tutta la rappresentazione è ambientata nel salotto di casa Tramontano, curato fin nei minimi dettagli ed assolutamente adeguati risultano i costumi dei vari personaggi, con gli attori che trovano il tempo per cambiarsi d’abito almeno un paio di volte esaltando la poliedricità dei protagonisti. Delicate le luci, che aiutano a comporre e sottolineare il caloroso quadro d’insieme.

Il filo conduttore di ogni atto è unico ed i personaggi entrano ed escono dalla scena, il linguaggio della rappresentazione è l’italiano fatta eccezione per qualche sottolineatura in napoletano e le bellissime tre canzoni cantate dalla carismatica Maria Nazionale nelle vesti di Angela Tramontano.

Buccirosso colpisce sempre per la capacità di coniugare brillantezza comica con un messaggio morale: il contrasto interiore fra le proprie convinzioni profonde e le libertà proprie dei tempi moderni, quello tra l’amore per la famiglia ed i propri figli e le convinzioni sociali.

Una commedia assolutamente da non perdere. Sala Umberto strapieno alla prima. Repliche fino al 4 febbraio.

Al. Sia.

Mariti e Mogli, l’amore cinico di Woody Allen al Quirino di Roma

mariti e mogli“Husbands and Wives” è un film del 1992 diretto da Woody Allen ed è l’ultimo realizzato prima della fine della relazione con Mia Farrow, in seguito allo scandalo di Soon-Yi Previn, figlia adottiva della Farrow e ora moglie del regista. Il film venne distribuito nelle sale poco tempo prima della fine della relazione tra Allen e la Farrow, ed è l’ultima delle tredici pellicole girate insieme dai due. Monica Guerritore ne ha riscritto la sceneggiatura e ne ha tratto una versione teatrale, ricavandone un piacevole spettacolo in atto unico, attualmente in scena al Quirino di Roma.

Jack e Sally stanno per divorziare e chiedono aiuto a una coppia di amici, Gabe e Judy. Jack e Sally sono tuttavia rilassati, la loro è una decisione amichevole, che consentirà ad entrambi di “crescere”, e crescere, nel mondo disilluso alla Allen, è certamente preferibile ad impegnarsi, condividere, sacrificarsi. La notizia del divorzio però coglie di sorpresa ed è una bufera per il professore universitario Gabe e per sua moglie Judy che lavora in una rivista d’arte : pensavano che i loro amici stessero così bene e fossero così felici insieme! La notizia è vissuta come una implicita minaccia, perché se una coppia così perfetta come quella tra l’uomo d’affari Jack e la sua moglie intellettuale emancipata Sally può scoppiare, nessuna relazione coniugale può considerarsi al sicuro. Peraltro in realtà Jack e Sally non erano una coppia perfetta, anche se un equilibrio lo avevano trovato, costruendo una relazione che consentiva loro di lavorare e rimanere in qualche modo indipendenti, mentre da qualche parte nel mezzo vi era il loro amore ed i figli che crescevano. Dopo avere sperimentato alcune avventure extraconiugali, però, i progetti e le reazioni dei protagonisti cambieranno…

Accanto alle due coppie principali, troviamo una serie di personaggi laterali molto divertenti che consentano di far emergere le dinamiche psicologiche dei protagonisti: Rain, giovanissima scrittrice allieva di Gabe; Sammy, giovane prosperosa, esperta di aerobica e burlesque; Michael, atletico e prestante collega di Judy; Paul, un vecchio impiegato coinvolto nella vicenda suo malgrado.

Tutti gli attori sono davvero molto credibili, con una recitazione sciolta ed ottimi tempi scenici. Davvero una compagnia ben allestita. Bravissimi i quattro protagonisti Monica Guerritore, Francesca Reggiani, Ferdinando Maddaloni e Cristian Giammarini, quest’ultimo nel ruolo impersonato a suo tempo da Woody Allen.

Come indicato dalla protagonista e regista Monica Guerritore, nell’allestimento al teatro Quirino tutto accade in una notte piena di pioggia in un luogo dalle luci soffuse che con il passare delle ore diventerà una sala da ballo, una sala d’attesa, un ristorante deserto e che costringe gli otto personaggi – mariti, mogli, amanti ed altro – al girotondo di piccole anime che, sempre insoddisfatte, girano e girano intrappolate nella insoddisfazione cronica di una banale vita borghese.

Tradendo le location originali del film, in particolare Manhattan, la Guerritore evoca nel luogo teatrale unico i luoghi delle vite coniugali e nelle simultaneità delle relazioni e degli intrecci clandestini Nelle rotture e improvvise riconciliazioni si percepiscono le ‘piccole altezze degli esseri umani’ familiari a Bergman, a Strindberg. Il tempo che scivola via è ben rappresentato dal perdersi in danze all’unisono su musiche bellissime, da Louis Armstrong a Etta James, a Cechov.

Quello che l’opera sembra in un primo momento voler trasmettere è che le relazioni “razionali” non sono così durature come sembrano perché in ognuno di noi si racchiude un fanciullo alla continua ricerca della felicità, da soddisfare quanto prima anche perché la vita è breve…

Spettacolo da non perdere, che ha registrato un grande successo di pubblico alla prima e che sarà replicato al Quirino di Roma fino al 17 dicembre.

Al.Sia.

Sorelle Materassi, il popolaresco ottimismo di Palazzeschi al Quirino

lucia poli milena vukotic marilù pratiAmbientato nei primi anni del XX secolo nel sobborgo di Firenze Coverciano, “Sorelle Materassi” è un romanzo di Palazzeschi, pubblicato nel 1934, in cui si narra la vicenda di quattro donne che vivono una vita tranquilla e isolata. Tre di esse – Teresa, Carolina e Giselda – sono sorelle: le prime due sono nubili, la terza è stata da loro accolta essendo stata respinta dal marito. Teresa e Carolina sono abilissime sarte e ricamatrici e vivono cucendo corredi da sposa e biancheria di lusso per la benestante borghesia fiorentina. Giselda, delusa dalla vita, tende all’isolamento e si lascia tormentare da un rabbioso risentimento. Una dose di popolaresco ottimismo e di serena saggezza è introdotta nella vita familiare dalla fedele domestica Niobe che tranquillamente invecchia insieme alle padrone.

Tutto sembra scorrere su tranquilli binari quando nella casa giunge Remo, il giovane figlio di una quarta sorella morta ad Ancona. Bello, pieno di vita, spiritoso, il giovane attira subito le attenzioni e le cure delle donne i cui sentimenti parevano addormentati in un susseguirsi di scadenze sempre uguali. Istintivamente Remo si rende conto di essere l’oggetto di una predilezione venata di inconsapevole sensualità e approfitta della situazione ottenendo immediata soddisfazione a tutti i suoi desideri e a tutti i suoi capricci. Il sereno benessere della vita familiare comincia ad incrinarsi: Remo spende più di quanto le zie guadagnino con il loro lavoro e le sue pretese non hanno mai fine. Giselda è l’unica a rendersi conto della situazione ma i suoi avvertimenti rimangono inascoltati. A poco a poco Teresa e Carolina spendono tutti i loro risparmi per soddisfare le crescenti esigenze del nipote, poi iniziano a indebitarsi e infine sono costrette a mettere in vendita la casa e i terreni che avevano ereditato dal padre.

Al Teatro Quirino di Roma è in questi giorni rappresentato l’adattamento teatrale originale di Ugo Chiti, uno dei più importanti drammaturghi italiani, con la regia di Geppy Gleijeses e l’interpretazione di tre splendide attrici e beniamine del pubblico come Lucia Poli, Milena Vukotic e Marilù Prati, che impersonano le tre sorelle. Lucia Poli alterna toni duri ed abbandoni, Milena Vukotic distilla deliqui, smancerie e piccole ribellioni con il raro dono della grazia, Marilù Prati porta da par suo una ventata rivoluzionaria da povera pasionaria violata covercianese. Nel complesso su buoni livelli la recitazione di tutti e sette gli attori presenti sul palco che ben riescono a trasmettere allo spettatore le atmosfere ed i sentimenti dei primi anni del secolo scorso.

Come infatti sottolinea il regista Geppy Gleijeses “in un trionfo di motori rombanti alla Boccioni-Balla, di giovani ‘fassisti’, massaie prolifiche, edilizia monumentale e altre amenità dominanti, ci ritroviamo tra beghine sole, un po’ disperate e fisicamente aride come “catini di zinco”, avarizie sordide di vecchi bottegai, esistenze inutili che sfioriscono e appassiscono nei retrobottega senza monumenti e senza vetrine”.

Tutto questo fin quando nelle esistenze delle tre sorelle arriva il bel nipote Remo. E questo personaggio, che in un primo tempo ha unicamente connotati negativi, caratterizzandosi soprattutto per il fatto di essere un approfittatore, svela maggiormente la sua natura, in fondo non cattiva, verso il finale dell’opera, quando si fidanza e sposa una bella ereditiera americana. E quando Palazzeschi dedica un capitolo alle nozze provinciali e grandiose di Remo e Peggy è grande come solo Tomasi di Lampedusa nel ricevimento del “Gattopardo”.

Al contrario, le due sorelle Teresa e Giselda, che in un primo momento sembrano essere unicamente vittime di un nipote che le ha in pugno e a cui tutto si perdona per la sua bellezza, rivelano nel finale aspetti quasi morbosi della loro personalità, seppur ancora venati di una certa naturalità.

L’allestimento del Quirino vede una scenografia ben costruita in cui lo spettatore si ritrova nella sala della bella villa di campagna delle tre sorelle, luci e costumi sono molto gradevoli i cui toni, caldi e moderati, tendono ad esaltare il carattere familiare ed in fondo rassicurante di tutta la narrazione. Le musiche di Mario Incudine intermezzano le numerose scene in cui si svolge la rappresentazione portando una ventata di melanconia.

Uno spettacolo da non perdere di cui ricorderemo soprattutto la massima di Remo: “bisogna lasciare un po’ di spazio nella vita alle cose imprevedibili”. Grande presenza di pubblico alla prima, lo spettacolo sarà replicato al Quirino di Roma fino al 3 dicembre.

Al. Sia.

Il Penitente, all’Eliseo spettacolare Barbareschi nel capolavoro di Mamet

Luca Barbareschi e Lunetta Savino in IL PENITENTE foto di Bepi Caroli MEDIA DSC_8453Uno psichiatra affronta una crisi professionale e morale quando rifiuta di testimoniare in tribunale a favore di un paziente accusato di avere compiuto una strage. “Il Penitente”, l’ultimo testo composto nel 2016 per il teatro dal drammaturgo statunitense David Mamet – Premio Pulitzer per Glengarry Glen Ross – descrive l’inquietante panorama di una società così alterata nei propri equilibri che l’integrità del singolo, anziché guidare le sue fulgide azioni costituendo motivo di orgoglio, diviene l’aberrazione che devasta la sua vita e quella di chi gli vive accanto.

Coinvolto da un sospetto di omofobia, lo psichiatra Charles, ‘il penitente’, subisce una vera gogna mediatica e giudiziaria e viene sbattuto “in prima pagina” spostando sulla sua persona la momentanea riprovazione di un pubblico volubile, alla ricerca costante di un nuovo colpevole sul quale fare ricadere la giustizia sommaria della collettività. L’influenza della stampa, la strumentalizzazione della legge, l’inutilità della psichiatria, i dilemmi dell’etica, sono questi i temi di una pièce che si svolge tra l’ambiente di lavoro e il privato del protagonista. La demolizione sociale di un individuo influisce inevitabilmente sul suo rapporto matrimoniale.

“Ho scelto questo lavoro di Mamet – spiega il regista Luca Barbareschi – perché è una lucida analisi del rapporto alterato tra comunicazione, spiritualità e giustizia nella società contemporanea. ‘Il penitente’ è la vittima dell’inquisizione operata dai media. È ciò che accade all’individuo quando viene attaccato dalla società nella quale vive ed opera, quando la giustizia crea discriminazione per avvalorare una tesi utilizzando a questo fine l’appartenenza religiosa.”.

È lo stesso Barbareschi, nei panni dello psichiatra Charles, ad accogliere gli spettatori al Teatro Eliseo. Seduto al centro della scena, al tavolo di casa, Barbareschi alias Charles consulta il proprio taccuino nella penombra, spalle al pubblico, mentre gli spettatori arrivano in platea. Non vi è sipario e la rappresentazione è un atto unico. La scenografia minimale si caratterizza per la presenza di un cubo metafisico multimediale sospeso, che si illumina alla fine di ciascuna delle scene e, facendo il buio intorno a sé, funge da sipario virtuale.

Il dramma è descritto in otto scene in cui sul palco non vi sono mai più di due attori contemporaneamente; otto atti di confronto tra marito e moglie, con la pubblica accusa e con il proprio avvocato. Fino al colpo di scena finale e ai titoli di fondo, che scorrono sulla leggendaria musica di Hurricane di Bob Dylan.

Bravi tutti gli attori: oltre ad uno strepitoso Barbareschi, Lunetta Savino nei panni della fragile moglie Kath, Massimo Reale che interpreta lo sleale Richard, consulente legale ed amico di famiglia, e Duccio Camerini nelle vesti di un interessato avvocato. Il linguaggio è l’italiano corrente e raffinato proprio dei dialoghi borghesi, i costumi sono classici e tendono a rappresentare un mondo freddo ed ipocrita, fatto di rapporti professionali che entrano financo nell’intimità del matrimonio. Su buoni livelli il ritmo del recitato con dialoghi incalzanti ed artefici retorici di alto livello.

A cosa può dunque servire rivendicare la ragione se ciò significa isolarsi, uscire dal coro ed essere puniti per questo? In una storia, chi sfida la menzogna e difende la verità è in genere l’eroe della vicenda, è l’uomo buono. Ma qui uomo buono è definizione ironica, sarcastica. La società reclama il sacrificio di ogni integrità. Tutto è sottosopra sembra dire Mamet, e l’assenza di etica governa un mondo capovolto. Spettacolo molto interessante, che sarà replicato al Teatro Eliseo di Roma fino al 26 novembre.

Al. Sia.

Il Teatro nel Teatro. La commedia di Pirandello al Quirino di Roma

pirandelloLo spettacolo “Maschere La Giara e La Patente” è uno spaccato del pensiero e della filosofia pirandelliana. Alcuni poveri attori si ritrovano in una villa isolata dal mondo e, nonostante la mancanza di una vera e propria platea, decidono per il loro stesso divertimento e per ritrovare alcuni valori di fondo dell’esistenza umana, di portare in scena due tra le novelle più esilaranti e famose di Pirandello: “La Giara” e “La Patente”.
All’interno di una tessitura drammaturgica che prende spunto dall’arrivo della compagnia degli attori, come ne “I giganti della montagna”, lo spettacolo si dipana all’interno del pensiero pirandelliano delle Maschere e del gioco del teatro nel teatro.
Nella Villa degli Scalognati, luogo immaginifico della creazione artistica, prenderanno vita e corpo due commedie paradossali – La Giara e La Patente appunto – dove Pirandello mette a nudo le fissazioni maniacali dell’essere umano attraverso personaggi grotteschi e situazioni drammaturgiche geniali per raccontare le nevrosi e l’umorismo della sua Sicilia. Come dice Pirandello tutto si creerà da sé come per magia.
Lo spettacolo dunque è una sorta di contenitore pirandelliano in cui si ritrovano, oltre alle due novelle, anche spunti da “I giganti della montagna”, da “Sei personaggi in cerca di autore” e da “Il berretto a sonagli”.
Nell’allestimento in scena al Quirino il sipario si apre su un luogo surreale e futuristico. Le luci sono ora soffuse, quasi a sottolineare lo stato di torpore in cui versano gli attori ivi residenti, e poi più forti, man mano che la compagnia si nutre di nuovi arrivi e prende coraggio per avviare la recitazione. E per allontanare ospiti creduti indesiderati non mancheranno rumori ed effetti speciali.
Molto curate ed adeguate le musiche di sottofondo che costituiscono una parte essenziale della rappresentazione.
L’attore protagonista, Enrico Guarneri, è uno dei maggiori esponenti della grande tradizione teatrale siciliana. Diretto da Guglielmo Ferro, è Cotrone de “ I giganti” che per magia e gioco diventerà Zì Dima ne “La Giara”, concia-brocche dal carattere spigoloso e taciturno, in possesso di un miracoloso mastice realizzato da egli stesso, dai prodigiosi risultati. Aiuterà così Don Lolò – interpretato dal bravo Vicenzo Volo – uomo ricco e ossessionato dal denaro, diffidente del prossimo e preda degli avvocati che gestiscono tutte le cause perse da lui maniacalmente perseguite.
Poi ne “La Patente” Enrico Guarneri si trasformerà in Rosario Chiarchiaro: modesto impiegato, licenziato perché considerato uno iettatore, che di conseguenza chiede ufficialmente alle autorità la ‘patente di iettatore’. Personaggio pirandelliano, in passato magistralmente interpretato anche da Totò, che incarna in pieno il concetto di ‘maschera’, il paradossale e il pessimismo esistenziale che sono alla base della scrittura di Luigi Pirandello.
Nel complesso su buoni livelli la recitazione della compagnia di dieci attori capitanata da Guarneri, che, con un linguaggio italiano venato da accenti siculi, porta una ventata di fresca sicilianità a Roma.
Lo spettacolo è molto interessante pur essendo un classico e sarà replicato al Teatro Quirino di Roma fino al 19 novembre.

Al. Sia.

Il Borghese Gentiluomo, Molière di scena
al Sala Umberto

borghese_Dini, Notari_PH.G.MARITATI

Il Borghese Gentiluomo, forse la più esilarante commedia di Molière, capolavoro assoluto rappresentato per la prima volta nel 1670 ed arrivato fino ai giorni nostri nella sua freschezza e nella sua comicità, va in scena in questi giorni al Sala Umberto di Roma.

Monsieur Jourdain, il borghese gentiluomo, è un personaggio insieme ridicolo e commovente, divertente e contraddittorio. Jourdain incarna contemporaneamente l’irresistibile tensione al miglioramento di se stesso ed il più becero degli arricchiti, negando continuamente nei fatti ciò che a parole chiama “fame di cultura”, lordandola di orgogliosa ignoranza e arrogante tracotanza.

Attorno a lui gravitano i maestri che dovrebbero formarlo per raggiungere questo status superiore: maestri di musica, di ballo, di filosofia, di scherma, figuri loschissimi che desiderano soltanto derubarlo e truffarlo, coppie di nobili annoiati e scrocconi e una moglie che lo detesta, e che vorrebbe restare nell’immobilità della propria mediocrità, nell’agio ozioso del raggiunto benessere.

A completare il quadretto due coppie di giovani senza speranze e senza ambizioni, tranne quella di sposarsi per sopravvivere alla noia, fra questi Lucile la figlia di Jourdain, per la quale il padre desidera una sorte più “nobile” che il matrimonio con Cleonte.

I quattro giovani, capitanati dall’astuto e perfido Coviello, servo e compare di Cleonte, decideranno di organizzare una messa in scena per gabbare il vecchio, dove si fingeranno dei turchi appunto e, con la scusa di riconoscere a Jourdain un’altissima carica turca – il titolo di Mamamouchi – gli riserveranno un’amara sorpresa.

Nello spettacolo in scena al Sala Umberto di Roma, prodotto dalla Fondazione Teatro Due Parma insieme al Teatro Stabile di Genova, troviamo un’accogliente scenografia che ci riporta nel salotto di casa Jourdain, le luci sono soffuse e le musiche di sottofondo accompagnano il susseguirsi dei dialoghi. L’attore e regista Filippo Dini dirige Valeria Angelozzi, Sara Bertelà, Ilaria Falini, Davide Lorino, Orietta Notari, Roberto Serpi, Marco Zanutto, Ivan Zerbinati. Le scene e i costumi – questi ultimi un mescolamento ben riuscito di tradizione e modernità – sono di Laura Benzi. Particolarmente bravi ed efficaci nella recitazione sia Filippo Dini che Sara Bertelà.

La commedia “Il Borghese Gentiluomo” nasce come sberleffo razzista, commissionato a Molière dal fratello di Re Luigi XIV, in risposta a una indelicatezza commessa da un ambasciatore turco.

In quest’opera, il borghese gentiluomo era la parodia della corte del Re; il ridicolo della società che lui stesso aveva creato. Ma con le vicende della coppia borghese comicamente imitata dalla coppia di sguatteri al loro servizio, Molière suggerisce anche come, di fronte ai sentimenti, sia i ricchi che i poveri si comportino in modo uguale. Ed il regista Dini, conferendo al carattere farsesco di Jourdain lo spessore di un personaggio a tutto tondo, conferma che certi vizi sono connaturati alla natura umana. Molti dei valori che l’autore voleva trasmettere con il Borghese Gentiluomo sono arrivati fino ai nostri tempi: ridere di Monsieur Jourdain equivale a ridere di noi spettatori, del nostro tempo, della nostra epoca folle e misera, consegnandoci un teatro apparentemente “basso”, ridicolo ed esilarante, ma al tempo stesso violento e crudele, “un teatro” come diceva Cesare Garboli “che deride e deforma la realtà senza mai detestarla”.

Altri messaggi che pure la commedia vuole indirizzarci – quali il ruolo crescente delle donne nella società e la contrapposizione ai matrimoni combinati – sono solo apparentemente superati nella società moderna e quindi tuttora attuali.

Lo spettacolo è interessante, un grande classico in chiave moderna, e sarà replicato al Sala Umberto di Roma fino al 29 ottobre, per poi proseguire la tournée a Carpi, Genova, Parma e Pavia.

Al. Sia.

Stomp, l’emozione
del puro ritmo urbano
al Brancaccio di Roma  

Trolleys flatDifficile raccontare l’emozione di uno spettacolo così particolare a chi non lo abbia mai visto. Senza trama, personaggi né parole, Stomp mette in scena il suono del nostro tempo, traducendo in una sinfonia intensa e ritmica i rumori e le sonorità della civiltà urbana contemporanea.

Con strofinii, battiti e percussioni di ogni tipo, i formidabili ballerini-percussionisti-attor i-acrobati di Stomp danno voce ai più volgari, banali e comuni oggetti della vita quotidiana: bidoni della spazzatura, pneumatici, lavandini, scope, spazzoloni, carrelli della spesa, barattoli di vernice, palloni trovano una nuova vita e diventano veri e propri strumenti musicali, in un delirio artistico di ironia travolgente.

Si comincia con le scope, che battono e strofinano, si continua con i loro manici; perfino le scatole di fiammiferi e comuni buste diventano incredibili strumenti ritmici. Molto originale il passaggio fatto al buio con gli accendini zippo che, accendendosi e spegnendosi, generano una geometria di luci e suoni. Impressionanti davvero e aldilà di ogni immaginazione le percussioni sulle enormi camere d’aria dei dumper.

Sarah Ian bins1 - CopiaGli otto performers, che cambiano rapidamente ruolo, sono di base abilissimi percussionisti; dispongono però di una buona capacità attoriale, particolarmente evidente in alcuni di essi, a cui è dato il compito di costruire ironicamente, se non una trama, almeno un leit motiv della rappresentazione. Lo spettatore si scopre così immerso in un crescendo musicale e scenografico che punta anche a coinvolgerlo attivamente.

Stomp trova dunque la bellezza e la sua essenza nella realtà quotidiana in cui viviamo. Trasforma scope in strumenti, battiti di mani in una conversazione, bidoni della spazzatura in percussioni. Il disordine della vita urbana diventa fonte di stupore e ritmo contagioso.

Grande progettualità e lavoro si percepiscono dietro e prima della performance dei percussionisti: luci, ritmi, modalità di realizzazione dei suoni, movimenti e loro coordinamento in veste scenografica sono davvero inimmaginabili.   Sfidando continuamente ogni convenzione sui confini di genere, Stomp infatti è danza, teatro e musica insieme. E’ sia un elettrizzante evento rock che un anomalo concerto sinfonico in stile “videoclip”: senso rapido del tempo, visualizzazione della musica, vortice ritmico nella scansione delle immagini.

Uno spettacolo che nel corso degli anni si è trasformato da avvenimento teatrale a fenomeno globale. Nato nel 1991 è tuttora in cartellone a New York con un cast interamente americano, mentre altri gruppi tengono spettacoli in tutto il mondo. In Italia è tornato regolarmente, sempre rinnovandosi, all’insegna di genialità e novità. Uno spettacolo superiore, soprattutto in alcune delle sue performance. Repliche al Teatro Brancaccio di Roma fino al 20 maggio.

Al. Sia.

Il grande teatro di Bertold Brecht torna al Quirino di Roma

brecht1Considerata una delle migliori commedie di Brecht, scritta nel 1940 a guerra da poco iniziata, “Mr Pùntila e il suo servo Matti” fu rappresentata per la prima volta quando Brecht rientrò in Europa dall’esilio negli Stati Uniti, dapprima a Zurigo nel 1948, poi scelta per inaugurare nel 1949 la prima stagione del Berliner Ensemble. Brecht mette in scena una “variante” di dottor Jeckyll e Mister Hyde e, per altri versi, una variante di Luci della città, a cui si era probabilmente ispirato.

Il ricco possidente Puntila è infatti un personaggio a due volti, schizofrenico come il milionario del film di Chaplin e come Shen Te, la protagonista nell’Anima buona. Da sobrio è un tiranno che vessa i suoi dipendenti, sfrutta i suoi operai e vuol dare la figlia Eva in moglie a un diplomatico inetto e a caccia di dote, mentre, quando è ubriaco, diventa amico di tutti e vuol far sposare Eva al suo autista Matti, che tratta su un piano di parità. Sfortunatamente le sbronze passano sempre…

Al tagliente Matti il compito di smontare le false promesse e la falsa bontà del suo padrone, in un rapporto che a tratti richiama nobili precedenti – come quello tra Don Chisciotte e Sancho Panza o ancora il rapporto tra Don Giovanni e Leporello – e a tratti rimanda alle comiche finali dei film muti.

L’opera consente una riflessione sulla compresenza del bene e del male nell’animo umano, un’allegoria del capitalismo e dei suoi sorrisi da caimano dove Karl Marx incontra suo fratello Groucho. E il messaggio di Brecht, attualissimo in un mondo in cui l’uno per cento della popolazione detiene metà della ricchezza globale e il resto delle risorse è in mano a un quinto degli abitanti, suggerisce che solo un’autentica eguaglianza, piuttosto che uno slancio filantropico individuale, può davvero colmare il divario fra ricchezza e povertà e che il benessere di cui godiamo altro non è che il ghigno di Puntila ubriaco.

Ferdinando Bruni e Francesco Frongia firmano il primo Brecht “made in Teatro dell’Elfo”, a sessant’anni dalla morte del drammaturgo, e i due registi scelgono una “commedia popolare” – secondo la definizione brechtiana.

L’allestimento sprigiona tutto il suo potenziale comico facendo emergere, con esiti spesso esilaranti, le contraddizioni e le disuguaglianze sociali di un’epoca che, pur con altri abiti e abitudini, somiglia nella sostanza alla nostra.

In scena una compagnia affiatata di dodici attori di diverse generazioni che sa dosare ritmi incalzanti e sospensioni liriche. A guidarli Ferdinando Bruni nel ruolo mutevole e schizofrenico di Puntila, affiancato dal servo Matti di Luciano Scarpa che torna tra le file dell’Elfo dove aveva interpretato Orazio nell’Amleto, Elicone nel Caligola, il giovane Eugenio nella Bottega del caffé. Completano il cast Ida Marinelli, Elena Russo Arman, Corinna Agustoni e Luca Toracca, insieme agli “elfi d’adozione” Umberto Petranca, Nicola Stravalaci, Matteo de Mojana, Carolina Cametti e ai nuovi scritturati Francesca Turrini e Francesco Baldi.

Le scene, firmate da Bruni e Frongia, alludono a un ambiente rurale del secolo scorso, tra sipari di tela grezza stampati come enormi monete, sacchi di iuta pieni di soldi, quarti di bue appesi, immagini di animali scuoiati, ossa e crani a richiamare quanto di crudele si nasconda dietro la facciata bucolica della vita contadina. Non manca sullo sfondo uno schermo che, come nei vecchi film muti, titola le diverse scene della commedia. Le musiche accompagnano tutta la rappresentazione con straordinari siparietti musicali, ora cantati, ora suonati con violini, tamburi, chitarra e finanche bouzouki; tutto rigorosamente dal vivo. Le luci sono dinamiche e passano dai toni caldi a quelli freddi e spettrali…brecht2

I costumi di Gianluca Falaschi rimandano ironicamente agli anni bui del primo dopoguerra con la marsina, il panciotto e la tuba dell’eterno capitalista Puntila e dei suoi amici notabili, o ancora con gli abiti hollywoodiani di Eva o coi costumi consunti e rattoppati delle cameriere e dei contadini. Un mondo che spazia dalle comiche di Charlot alle foto di August Sander.

.Ma basta poco perché dalla remota Puntiland, dove regna il protagonista, ci si ritrovi, nel giro di una battuta, nell’attualità, quando ad esempio Puntila rimpiange di aver sottoscritto mentre era in preda ai fumi dell’alcool “un contratto a tempo indeterminato”…

Uno spettacolo di elevato livello culturale e di qualità sopra la media in ogni dettaglio, un’opera da non perdere consigliata soprattutto ai giovani che vogliano capire il mistero della vita e le sue convenzioni. Pienone di pubblico alla prima, lo spettacolo sarà replicato al Teatro Quirino solo per pochi giorni ovvero fino al 9 aprile.

Al. Sia.