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Alberto Benzoni

Il caso polacco ovvero la verità imposta per Legge

Partiamo da Auschwitz. Perché si deve partire da Auschwitz. Terra di mezzo tra i campi “dell’ovest” (Bergen Belsen, Dachau, Mauthausen) dove morirono di stenti, malattie e collettive violenze individui di ogni nazionalità e quelli dell’Est (Belzec, Grodno, Sobibor, Treblinka) dedicati allo sterminio degli ebrei. Perciò campo di concentramento; ma anche di sterminio.
Anche per questo, luogo deputato per la memoria. Per tutti. Ma anche luogo di una memoria collettiva che ha mutato di segno nel corso del tempo.
Nel 1945 e nei due decenni successivi, Auschwitz fa parte del martirologio della resistenza europea. Un sacrario che vede in primo piano i polacchi. Due milioni di morti per mano dei nazisti, vittime di un progetto genocidario ispirato a criteri razziali che vede, certo, al primo posto gli ebrei ma per essere seguiti in una scala discendente dai russi (destinati anch’essi a morte sicura anche nei campi di prigionia) e, appunto, dei polacchi. E ancora mai colpevoli di collaborazione con collaborazione con il nemico- nessun Quisling- e soprattutto, partecipi attivi, con il loro partigiani e i loro esercito, alla lotta contro la Germania; e vittime, comincia l’era della guerra fredda, dell’Unione sovietica e del comunismo (dalle fosse di Katyn sino al rifiuto di assistenza all’Armja kraiowa insorta a Varsavia.
Di riflesso, all’Olocausto e alla sua unicità si dedica scarsa attenzione. Negli obbiettivi strategici dei bombardamenti alleati non sono comprese le distruzioni delle linee ferroviarie che portano da ogni parte d’Europa verso i luoghi di morte. E pochissimi anni dopo il ministro degli esteri inglese Bevin dichiarerà di non capire perché mai gli ebrei desiderosi di rifugiarsi in Palestina invocassero il diritto di “saltare la coda”.

Alberto Benzoni

La sedizione è finita.
L’Iran dopo le proteste

Dopo una settimana di proteste, sembrano diminuire le segnalazioni di nuove manifestazioni anti-regime in Iran, adesso a tornare in piazza sono i sostenitori del governo e della guida suprema Ayatollah Khamenei. Filo-governativi in piazza anche a Mashad, nel nordest del Paese, dove le proteste contro corruzione e crisi economiche sono iniziate, prima di estendersi al resto dell’Iran. Tuttavia, non è chiaro ancora se si tratti di un affievolimento delle proteste o semplicemente di una mancanza di notizie causata dal giro di vite del governo sui social network.


iran

Non sarà del tutto vero. Ma è verosimile. Ed è il messaggio che attendeva il mondo esterno (eccezion fatta degli Stati uniti e di Trump con i suoi pericolosi e, per inciso, controproducenti deliri). Così dall’Europa non erano arrivate solidarietà ai manifestanti e condanne la regime ma ripetuti inviti alla moderazione e al dialogo rivolti a quest’ultimo. Le imprese che avevano moltiplicati scambi, collaborazioni e investimenti ma non ancora nella massa critica necessaria a garantire il necessario sviluppo dell’economia e della società iraniana interpretavano questi inviti a sostegno della stabilità del regime. I politici, ansiosi anch’essi di evitare la riapertura di uno scontro di “tutti contro tutti”che si sarebbe risolto in una sconfitta dei sostenitori del dialogo e dell’apertura, interpretavano il loro invito a colmare le acque come sostegno implicito a questi ultimi.

Ora, ed è quello che conta, questo invito sembra sostanzialmente recepito da “chi di dovere”. Sono un segnale in questo la dichiarazione che “la partita è chiusa”; insomma che non siamo di fronte ad un attacco frontale al regime ma a proteste violente ma circoscritte e perciò riassorbibili. Nello stesso senso, contrariamente alle apparenze, vanno le notizie sul numero dei morti e degli arrestati; e non solo la loro ridotta consistenza ma anche attenzione, per il semplice dato che vengano comunicate. E’ vero; le cifre saranno senz’altro inferiori al vero. Ma il fatto che si prenda la briga di darle, collega la “democrazia controllata”di Teheran su livelli qualitativamente diversi dai regimi arabi circostanti che dalla Siria di ieri all’Iraq di ieri e di oggi fino all’egitto di al Sisi si sono sempre gloriati della loro capacità repressiva mantenendo un ferreo segreto sulle sue dimensioni.

Per altro verso “la sedizione è finita”, notizia o falsa notizia che sia, è anche un importante segnale in politica interna: moderati, aperturisti, conservatori e potere costituito (leggi Guardiani, pasdaran) concordano tutti nel non fare della vicenda materia di scontro all’interno dell’attuale sistema di potere. Così sarà Rezai, capo dei Guardiani a decretare la “fine della sedizione” e, insieme, il suo carattere limitato e circoscritto; e soprattutto a rigettarne la responsabilità non sugli “occidentalizzanti”ma su Ahmadinejad, sul suo malgoverno e sul suo populismo; mentre Rezai, capo dei pasdaran, giustificherà la protesta come conseguenza delle inefficienza del potere ma senza fare nomi e il capo della magistratura di Teheran si precipiterà nel carcere di Teheran dichiarando che la maggior parte degli arrestati è “pentita degli errori commessi”. In quanto ad Ahmadinejad, il leader della rivolta populista contro il potere e l’occidente, si è affrettato a dissociarsi: lui con la rivolta non c’entra nulla.

Abbiamo anche, certo, l’intervento di Khamenei a denunciare i manifestanti come manovrati da potenze straniere; ma anche qui senza fare nomi, cognomi e indirizzi (diciamo, il minimo sindacale all’indomani dell’intervento irresponsabile oltre che demenziale di the Donald).

Significativo il fatto che gli interlocutori esterni abbiano capito la sostanza del messaggio: se non dovesse accadere nulla di clamoroso, Macron dovrebbe arrivare tra breve a Teheran per discutere dell’intero dossier mentre qui e oggi il presidente del consiglio libanese Hariri, libero dalle grinfie saudite, ha ricevuto con reciproci impegni per il futuro una consistente delegazione iraniana.

Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? I pessimisti hanno tutto il diritto di ritenere che l’equilibrio tra le varie “fazioni”si tradurrà in immobilismo e, quindi, nell’aggravarsi della situazione economica e sociale (un dato che è alla base della rivolta tanto intensa quanto poco mirata nei suoi bersagli e nelle sue richieste). Dalla parte degli ottimisti una scommessa politica fondata su esperienze precedenti ma anche sul carattere specifico della società e della civiltà iraniana; leggi la scommessa su di un cambiamento non solo basato sullo sviluppo dei rapporti con l’occidente ma anche sulle aspirazioni profonde dei cittadini

La frattura dopo il voto all’Onu

Un manifesto elettorale del premier Benjamin Netanyahu

Un manifesto elettorale del premier Benjamin Netanyahu

Ogni anno l’assemblea generale delle Nazioni unite prende in esame una risoluzione, presentata da qualche paese arabo, che condanna Israele per la sua politica nei territori occupati, per approvarla con una maggioranza bulgara e comunque nettamente superiore a quella registrata adesso. Diciamo un esercizio dovuto e con reazioni del tutto scontate.

Dovuto per i palestinesi che, surclassati sul piano dei rapporti di forza, hanno assoluto bisogno di affidarsi ai loro diritti e al riconoscimento di questi da parte della collettività internazionale; e in un certo senso anche per i paesi europei per dimostrare la loro indefettibile adesione alla prospettiva di una pace basata sul principio dei due popoli due stati. Scontate le reazioni israeliane, tendenti non solo a svalutare il significato del voto ma ad attribuirlo a perdurare dell’antisemitismo (in omaggio al principio che chi critica la politica del governo israeliano diventa per definizione antisemita); come pure quelle un tantinelllo ipocrite di Washington secondo il quale qualsiasi presa di posizione negativa nei confronti di Israele nuoce al processo di pace.

Nell’insieme un’esibizione del politicamente corretto. Che, dopo la conclusione dell’esercizio lascia tutto esattamente come prima.

Quest’anno le cose sono andate in modo diverso; sino ad ipotizzare che l’esito del voto non lascerà le cose esattamente come prima.

Netanyahu ha sottolineato con soddisfazione che l’esito della votazione è stato assai meno bulgaro rispetto alle precedenti: e non tanto per il numero dei contrari (politicamente parlando Guatemala, Honduras e gli staterelli della Micronesia rappresentano i risultati di pressioni americane “cui non si poteva dire di no”) quanto per quello degli astenuti e dei non partecipanti. Dimenticando però di aggiungere che l’oggetto del giudizio di condanna era radicalmente diverso rispetto al passato: non più la politica israeliana nei territori occupati ma la politica americana in Medio oriente.

Se allora, le votazioni precedenti lasciavano tutto come prima, questa sarà fonte di gravi fratture: non sarà Trump in un suo tweet a minacciare i reprobi di ogni possibile ritorsione ma Nikki Haley in un discorso alla Nazioni unite; non sarà un agitatore “populista”ma i rappresentanti dei governi europei a denunciare la scelta americana come una minaccia per la pace.

Difficile valutare, qui e oggi, le conseguenze di questa frattura. Anche perché è legittimo pensare che queste saranno confuse e pasticciate: di là dell’Atlantico l’alternarsi confuso e contraddittorio di pulsioni unilateraliste e di richiami all’ordine; di qua l’incapacità di misurarsi sino in fondo con la crisi della leadership americana nell’incertezza totale su quello che dovrebbe significare e comportare un nuovo protagonismo europeo. Nell’insieme, nulla di chiaro e nulla di buono.

Nello specifico, l’impressione è che lo spostamento dell’ambasciata americana non metta a repentaglio il processo di pace nella prospettiva di “due popoli due stati”: da tempo una pura illusione (come spiega in una sua intervista Lucio Caracciolo) a uso e consumo dei governi europei. Oggi come ieri, nè il governo israeliano nè l’Autorità palestinese hanno il minimo interesse a raggiungerlo: nel primo caso perché l’attuale situazione di stallo rappresenta la migliore delle situazioni possibili; nel secondo perché, dati gli attuali rapporti di forza ogni possibile accordo comporterebbe rinunce del tutto inaccettabili.

In questo quadro lo strappo Usa non pregiudica la situazione. Piuttosto la chiarisce. E in un senso non necessariamente negativo. Da una parte la consapevolezza palestinese, dell’impraticabilità di un processo di pace tutto legato, come è stato sinora, alla mediazione

americana; ma anche dell’impossibiltà di nuove intifada che sarebbero pagate, tutte, dalla popolazione palestinese e senza mutare in nulla l’atteggiamento israeliano. Dall’altra l’apparente soddisfazione di Israele mitigata però dalla consapevolezza che l’entrata dell’elefante Trump in un negozio di cristalleria contenga in sè il rischio di riaccendere tensioni e violenze le tensioni così da mettere a repentaglio i rapporti faticosamente costruiti con i paesi arabi oltre che con importanti potenze esterne ( in primis la Russia).

Registrare una sconfitta senza farne un dramma e senza puntare a immediate rivalse, nella convinzione di doversi muovere in una prospettiva di lungo periodo in cui l’unica risorsa ineliminabile in mano ai palestinesi sarà nel fatto di “essere lì”. E, per altro verso, incassare una vittoria dalla grande valenza simbolica, ma al tempo stesso cercare di muovere le acque il meno possibile nella prospettiva di assurgere formalmente al ruolo di protagonista riconosciuto nello scacchiere mediorientale. Sarà la vittoria dello status quo malamente coperta dalla prospettiva dell’accordo di pace e dalla soluzione dei “due popoli due stati”; rimasta sì formalmente in piedi ma semplicemente perché non se ne vedono all’orizzonte altre.

E allora l’obbiettivo delle potenze e più ancora degli uomini di buona volontà (i tifosi fanno solo danno) dovrebbe essere quello di rendere questo status quo più accettabile per i palestinesi, nel senso di accrescere i loro diritti, di migliorare le loro condizioni di vita, di favorire il moltiplicare delle iniziative comuni e dei rapporti reciproci; il tutto all’interno di progetti appoggiati dalla collettività internazionale. Un disegno, questo, cui nessuno potrebbe decentemente dire di no.

Alberto Benzoni

Il treno della Catalogna è tornato al punto di partenza

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Ma, per farlo arrivare alla giusta destinazione occorrono nuovi macchinisti. E, tra questi, non ci potrà essere Rajoy e il Pp. L’attuale capo del governo suscita simpatia per la sua aria dimessa e il suo aspetto mite. E piace anche, e come, all’Europa per la sua determinazione nell’applicare le direttive di Bruxelles. E però il Pp ha il non trascurabile difetto di non avere mai ripudiato l’eredità franchista (su cui esprime un giudizio favorevole il 30% degli spagnoli); ad un punto tale che il suo portavoce in Parlamento ha recentemente dichiarato che “la responsabilità per la morte di centinaia di migliaia di persone durante la guerra civile ricade sui repubblicani”.

Ora, di questa eredità fa parte il centralismo; e con questa il ripudio totale dell’idea che l’unità della Spagna debba fondarsi sull’accordo tra le varie nazionalità. Idea che, invece, prima con Gonzales e poi con Zapatero, aveva portato ad un accordo di ferro tra Madrid e Barcellona; o, più specificamente, tra i socialisti, sapagnoli e catalani e gli autonomisti moderati catalani. Diciamo, l’applicazione del modello sudtirolese: “A voi i soldi e il potere di gestirli; a noi il vostro consenso indefettibile nelle Cortes”.

A rompere questa intesa Aznar e poi, in modo assai più sistematico, Rajoy. Da una parte limitando in sede costituzionale qualsiasi possibilità d’evoluzione del regime di autonomia verso forme più avanzate di tipo federale; dall’altra, beninteso in nome dei vincoli di Bruxelles, privando il governo di Barcellona dei fondi necessari per lo sviluppo delle infrastrutture e per i sevizi sociali.

Questo è uno dei fattori determinanti della crisi dell’autonomismo moderato. Crisi accelerata anche da fattori interni; primi tra tutti l’emergere di una estesa corruzione. E così, provocati dall’ostilità di Madrid e colpiti a sinistra dalla protesta sociale e indipendentista incarnata da una Esquerra republicana, erede diretta dei vinti del 1936 i vecchi “moderati” sono stati costretti ad inseguirla sul suo stesso terreno, sino a quel vero e proprio bluff della dichiarazione di indipendenza di ottobre.

E però la reazione violenta e “spropositata”di Madrid non è valsa a mutare il corso delle cose; anzi, a guardare al di là delle apparenze, si è risolta in una sconfitta per Madrid. Tutti gli organi di stampa hanno giustamente commentato la non vittoria degli indipendentisti, rimasti sulle posizioni del 2015 e, questa volta, profondamente divisi sul “che fare”. Pochi hanno invece fatto presente un dato assai più rilevante: il fatto che i “non indipendentisti” non solo sono minoranza in Parlamento ma rappresentano, tra di loro, posizioni del tutto diverse.

Una di queste appare sin d’ora fuori gioco. Perché Rajoy a suo tempo salutato dalla stampa come grande vincitore della sfida all’ok corrral, esce distrutto dalle urne. Non aveva niente da dire ai catalani e i catalani – leggi gli abitanti della Catalogna – non avevano perciò nessun motivo per votarlo. Quattro seggi su 135; quanto basta a squalificarlo politicamente ma anche, in futuro elettoralmente, come campione dell’unità del paese.

Ciudadanos, non a caso nato in Catalogna come reazione al “catalanismo, propone un agenda per i non catalani. Rilancio dell’economia, degli investimenti e della spesa pubblica per tutti in cambio della rinuncia dei catalani non solo all’indipendenza ma anche ai suoi presupposti: bandiera, imposizione della lingua, spese per la valorizzazione della catalanità. Tutto ciò che piace agli allogeni (che l’hanno non a caso premiato nelle urne come primo partito); nulla che possa essere accettato dagli altri.

Podemos, dal canto suo, propone “cose belle ma impossibili”: un accordo nazionale, qui ed ora, che, in cambio della rinuncia definitiva all’indipendenza, offra ai catalani, autoctoni e allogeni, tutto il resto.

In quanto ai socialisti, che hanno tenuto a distinguersi, nel corso della campagna elettorale, sia dagli indipendentisti che dalla coppia Pp/Ciudadanos, questi sono gli unici in grado di formulare proposte di mediazione in grado di essere ascoltate, senza preclusioni, dalle due parti. E, già che ci siamo, di promuovere un esecutivo di minoranza, basato sul coinvolgimento delle due parti (anche in virtù di passati rapporti); nella attuale condizione l’unico possibile e auspicabile.

Staremo a vedere. Con tutto l’ottimismo della volontà; anche perché di pessimismo dell’intelligenza c’è n’è in giro fin troppo…

Alberto Benzoni

Caccia all’untore

Immediatamente dopo la vittoria di Trump e nell’arco dell’anno successivo è partita prima di là e poi di qua dell’Atlantico e, in particolare, nel mondo anglosassone, la caccia all’untore. Leggi ai russi impegnati ad interferire o a stare per interferire in tutte le consultazioni elettorali svolte o anche solo previste.

Si potrebbe obbiettare che, a proposito, di interferenze l’Occidente e in particolare il suo paese leader non è assolutamente in condizione di lanciare la prima pietra. Trattandosi di una prassi consolidata e normalizzata ai tempi della guerra e sviluppata ulteriormente dalla caduta dell’Urss in poi prima per l’affermazione dei valori dell’occidente e poi in una guerra di tutti contro tutti con tutti i mezzi possibili escluso, almeno per ora, il ricorso a nuove guerre mondiali.

Ciò posto e accantonati processi e indignazioni fuori luogo, emergono da questa vicenda due elementi importanti. Il primo è che, a sostanziare il pericolo russo manca qualsiasi elemento di prova. Non lo confermano i responsabili massimi della sicurezza americana che nel loro rapporto annulla sullo stato del mondo, riprendono sì, con toni da guerra fredda, l’immagine di una Cina e di una Russia tutte protese a recar danno agli Stati Uniti e al mondo libero ma non fanno il minimo riferimento a supporto delle loro tesi all’interferenza nelle elezioni americane; così come non lo fanno quando tirati in ballo nella polemica interna. Il secondo è che queste stesse pistole quando evocate da una stampa totalmente allineata si rivelano delle bufale immani: nel caso, già noto ai nostri lettori, dei famosi 30000 dollari ma anche in molti altri. Mentre le stesse “rivelazioni”sui contatti con personalità russe, istituzionali o di altro tipo possono essere considerate rilevanti considerando ufficialmente i russi come rappresentanti del Nemico.

Pure, nonostante tutto questo, la caccia all’untore continua. Senza timore del ridicolo. E con toni sempre più accesi. Perché ?

Secondo me, l’attuale febbre russofoba nasce dalla combinazione di tre elementi e a tre livelli.

Negli Stati uniti, l’iniziativa parte dall’establishment clintoniano ed è portata avanti dai grandi giornali “liberal”della East Coast, New York Times e Washington Post. A determinarla è il rifiuto, viscerale ancor più che politico dell’esito “deplorevole” (cfr Hillary) delle elezioni. Un esito che non si può rimettere in discussione; mentre si può e si deve delegittimarne il vincitore. Un’operazione che non si può fondare sulla contestazione radicale delle sue scelte politiche: una cosa che sta già avvenendo ma che porta l’antagonista repubblicano a “fare blocco”con il presidente. Ma che invece può fondarsi sui suoi comportamenti; e, in particolare, sul ruolo che i russi hanno avuto, con il suo informato consenso, nel sostenere la sua candidatura. Su questa linea Hillary e i suoi possono contare sull’appoggio del complesso militare-industriale (ritrovare l’antico nemico giova agli affari) e di buona parte della destra repubblicana; quest’ultima certamente non disponibile a concorrere all’impeachment del suo presidente ma certamente disposta a limitare al massimo le sue tendenze eterodosse.

Se poi i partner europei – in particolare ma non solo la Gran Bretagna – hanno parzialmente fatto eco a queste polemiche è perché le nostre èlites hanno dei problemi con il suffragio universale. In particolare da quando il tema dell’Europa, nei decenni precedenti sostanzialmente “super partes”, è diventato materia centrale dello scontro politico. Con degli effetti – vedi referendum e successi elettorali dei cosiddetti “populisti” – potenzialmente dirompenti. Ma, a questo punto, le risposte dei nostri gruppi dirigenti sono state varie. Anche se con un punto in comune: la delegittimazione dell’Avversario; perché nemico dell’Europa, perché incapace di governare, per i suoi discutibili referenti politici. Uno schema in cui l’orso russo calzava a pennello. E che, infatti, è stato ampiamente tirato in ballo: ma attenzione, con un’intensità decrescente in funzione della distanza dall’epicentro anglosassone. Interventi striduli della May in Inghilterra, silenzio in Italia (a parte “La Stampa”), con ridimensionamento radicale del fenomeno e della sua importanza da parte delle autorità e toni di aperta irrisione da parte dei giornali.

Un altro aspetto delll’anomalia italiana ? Non direi. Semmai il rifiuto di accettare l’interpretazione che degli eventi di questi ultimi trent’anni hanno dato Washington e Londra. Tutti noi abbiamo salutato la caduta del muro di Berlino come vittoria totale della democrazia liberale e dell’Occidente. Ma, dopo la grande ubriacatura degli anni novanta ci siamo progressivamente divisi sulle modalità della sua gestione. Da una parte quelli che, in nome della propria superiorità morale, si sentivano autorizzati ad esportare i suoi valori in tutto il mondo, bollando come reprobi da combattere quelli che, per ragioni diverse o anche solo nei loro regimi interni non intendevano allinearsi. Che sono poi quelli che rifiutano di misurarsi con le ragioni della geopolitica invocate dallo zar Vladimiro, considerate come pretesto di una politica di aggressione. Dall’altra molti altri; compresa l’Italia, un paese, tra l’altro, in cui la russofobia non ha mai fatto breccia.

Alberto Benzoni

Autointerferenza

Una delle “pistole fumanti” scoperte dai cultori americani del “Russiagate” è stata l’invio all’ambasciata russa negli Stati uniti di trentamila dollari per “l’organizzazione delle elezioni”.
Verrebbe naturalmente da dire che quel cattivoni di russi devono proprio essere alla frutta per ricorrere ad uno strumento del genere: o perché non hanno più un dollaro a disposizione nei propri fondi neri o perché pensano di poter fare chissà che con i pochi spiccioli a disposizione.
Pure i media americani hanno bevuto senza discutere una informazione che non aveva alcun senso; fino a quando a smentirli non è stato un agente del Cremlino ma un giornalista di opposizione russo; facendo semplicemente presente che in Russia c’erano state, nel 2016, elezioni parlamentari e che i famigerati trentamila denari servivano, appunto, ad organizzare il voto dei cittadini all’estero. Puntualizzazione, naturalmente, relegata a piè di pagina dai media americani, senza un briciolo di autocritica.
Due immediate constatazioni a caldo: primo che tutta la polemica americana sul russiagate si basa sul presupposto che la Russia sia il “paese nemico” il che rende il più innocente contatto con i suoi rappresentanti un fatto criminoso; secondo che questa ostilità globale nuoce gravemente proprio all’opposizione russa, sempre più attenta a distinguere la sua opposizione al regime dalla criminalizzazione globale del proprio paese e dei suoi legittimi interessi.

Alberto Benzoni

Elezioni in Catalogna, tramonta l’indipendenza

catalogna 2La decisione del governo centrale di Madrid di indire le elezioni in Catalogna e la disponibilità del fronte indipendentista a parteciparvi accettandone implicitamente il verdetto comportavano, per ambedue le parti, la rinuncia ad uno scontro frontale- in questo caso chiaramente a somma zero. Il che lasciava, oggettivamente, sul tappeto solo la prospettiva negoziale.

E però quello che si è verificato dopo- leggi la frantumazione dello stesso fronte indipendentista con la conseguente nuova articolazione dell’offerta politica di Barcellona e il relativo andamento dei sondaggi- rendono il negoziato più complesso e difficile anche per l’atteggiamento rigido dello schieramento “centralista”.

Abbiamo assistito alla rottura tra il partito di Puigdemont e quello di Junqueras: che significa separazione tra l’indipendentismo moderato del primo e quello radicale del secondo ma anche tra due forze che erano arrivate ad un accordo partendo da tradizioni del tutto diverse. In concreto Puigdemont è l’erede dell’autonomismo contrattato d Pujol e di Mas: da decenni sostenitori del governo centrale del momento in cambio della concessione di maggiori poteri a livello locale ( diciamo modello Volkspartei). Un do-ut-des che si è progressivamente rivelato impraticabile soprattutto in conseguenze del “revanscismo centralista”, con accenti autoritari praticato da Rajoy e dal suo partito negli ultimi anni. Per altro verso Junqueras e la sua “Esquerra republicana” sono gli eredi dell’indipendentismo di sinistra nella scia, almeno secondo la memoria storica coltivata dai suoi militanti, di quello che visse i suoi momenti più gloriosi e più tragici nella guerra civile del 1936/39 e nella feroce repressione dei decenni successivi ( diciamo il modello Scozia progressista contro Londra conservatrice; ma ad un livello di scontro molto più alto).

Per la cronaca, i sondaggi danno Esquerra oltre il 30% e il gruppo Puigdemont intorno al 10%. Un dato che ci chiarisce due cose: la prima è che l’era della dichiarazione di indipendenza come strumento negoziale è definitivamente tramontata anche per la mancanza del requisito de numeri. La seconda è che fermo restando il consolidamento dei due schieramenti, la posta decisiva si gioca sul terreno economico-sociale; e, come tale, coinvolge gli incerti e, in particolare quanti, provenienti da altre parti della Spagna o dall’estero, risiedono in Catalogna senza essere catalani, soprattutto per quanto riguarda l’uso della lingua.

Gente che vive soprattutto a Barcellona e nelle aree urbanizzate, turisticizzate e industrializzate lungo la costa. E che perciò ha risentito in modo particolare sia delle tensioni sociali ed economiche degli ultimissimi anni sia e soprattutto delle possibili minacce al proprio status e al proprio tenore di vita derivanti dalla separazione tra Barcellona e il resto della Spagna. Su questo gioca in particolare Ciudadanos partner di governo del Pp e ancora più intransigente di questo nel negare qualsiasi possibilità d’intesa con gli indipendentisti. Si tratta di un movimento populista di destra (e come tale acerrimo oppositore di Podemos); di un movimento che è dato a poco meno del 30% nei sondaggi; e il cui messaggio è direttamente rivolto ai non catalani della regione “in Catalogna siete destinati ad essere le prime vittime della crisi economica, anche perchè sarete considerati cittadini di serie B, sempre passibili di emarginazione se non di espulsione. Ma se chiamate in soccorso il potere spagnolo il vostro futuro sarà garantito”. È su questa linea che il partito di Rivera sarà di gran lunga la principale formazione centralista, con i popolari dati a meno del 10%

La narrazione di Esquerra repubblicana è un po’ più sofisticata; e, magari per questo, meno penetrante. Ci si presenta ai non catalani considerandoli vittime, assieme agli autoctoni, delle politiche accentratrici e antipopolari di Madrid. scommettendo, peraltro, sulla possibilità, del tutto ipotetica, che una Catalogna indipendente possa essere protagonista di una politica di sviluppo economico nell’interesse delle due comunità.

Rimangono, a questo punto, le due formazioni che potrebbero e non solo per il loro peso elettorale, (complessivamente, sempre negli ultimi sodaggi, intorno al 25%) essere protagoniste di una possibile mediazione.

Parliamo dell’alleanza tra Podemos e vari movimenti civici che ha portato all’elezione della militante di base, Anna Colau, a sindaco di Barcellona. E che oggi si colloca decisamente fuori dalla scontro Rajoy-Puidgemont o meglio centralismo-indipendentismo; proponendo una sorta di patto nazionale che assicuri alla Catalogna le risorse, sinora negare, per una grande politica di sviluppo e di sostegno ai ceti svantaggiati. E parliamo del partito socialista che, non dimentichiamolo ha condizionato il suo sostegno alle misure del Pp all’impegno di quest’ultimo per il rilancio della politica delle autonomie.

A tutt’oggi la prima stenta a far udire la sua voce in uno scontro, almeno nei toni, frontale. Il secondo, invece, stenta ancora a pronunciarsi forse perché paralizzato da permanenti divisioni interne.

Sullo sfondo, un appuntamento elettorale oramai alle porte. Anche se la nostra stampa sembra non essersene accorta…

L’elefante  saudita nella cristalleria  libanese

In genere, i regimi conservatori sono retti da governanti pessimisti. Questi operano in una logica difensiva: un sistema di alleanze atto a tenerli lontani dai conflitti; una rete di rapporti politico-econimici tale da rafforzare la loro utilità sistemica, un costante uso del “soft power” nel senso della mediazione.

Capita anche però, come nel nostro caso, che questi regimi capitino nelle mani di giovani ambiziosi e scriteriati ansiosi di gettare il cuore (e anche qualcos’altro) oltre l’ostacolo e di cercare ad ogni angolo di strada sfide e conflitti tali da temprare e rinvigorire un regime altrimenti votato ad un’inevitabile decadenza.

È questo il caso del giovane bin Salman, uomo forte dell’Arabia saudita e presentato da vari media occidentali come campione del riformismo e della modernità, implacabile nemico della corruzione e, ciliegina sulla torta, sostenitore dell’”islamismo moderato” e degli interessi americani e occidentali nella lotta contro l’ultimo stato canaglia della regione: l’Iran degli ayatollah.

Non siamo naturalmente in grado di valutare l’autenticità di queste credenziali, almeno sul piano della politica interna. Anche se sarebbe il caso di conservare un qualche fondato sospetto sulle aperture liberali (solo possibilità di guidare per le donne?’), sulla lotta alla corruzione che assomiglia tanto ad una resa dei conti con il vecchio e sperimentato establishment saudita e soprattutto sul significato concreto dell'”islam moderato”.

Si può invece affermare che, in politica internazionale il Nostro si è mosso come un elefante in negozio di cristallerie, con il risultato di alternare i disastri con i fallimenti.

Parliamo del passato e del presente. È stata l’Arabia saudita a lanciare la crociata contro Assad e gli sciiti: con il risultato di internazionalizzare irrimediabilmente il conflitto e di partorire l’Isis come suo effetto collaterale.

È stata l’Arabia saudita a dichiarare guerra alle tribù sciite dello Yemen, senza essere in grado di vincere un classico conflitto asimmetrico e al prezzo di una catastrofe alimentare (milioni di persone in una situazione di gravissima carestia) e sanitaria (centinaia di migliaia di persone infettate dal colera), bloccando i soccorsi della comunità internazionale.

È stata l’Arabia saudita ad aprire a freddo un conflitto con il potente Qatar, sulla base di perentori ultimatum: salvo a ritirarsi con la coda tra le gambe quando questi sono stati bellamente ignorati.

Questo per venire all’ultima e tragicomica vicenda: quella libanese. Qui il nostro eroe è preoccupato per il rafforzamento di Hezbollah sulla scena libanese e mediorientale. Preoccupazione, peraltro, condivisa da molti e in primo luogo dagli israeliani; i quali però, si limitano a segnalare a chi di dovere i limiti che non possono essere oltrepassati; aggiungendo che, finché questi limiti non verranno oltrepassati non c’è, per lo stato ebraico, alcun “casus belli”; messaggio che, per inciso, viene debitamente raccolto dagli interessati.

Che ti fa invece, il nostro bin Salman? Convoca, con un pretesto il primo ministro libanese. E poi lo sequestra togliendoli persino l’uso del telefonino; salvo a portarlo in televisione a dire che la sua vita è in pericolo e che non tornerà nel paese finché la situazione non sarà normalizzata magari, così si suggerisce, con l’eliminazione di H di tenere in piedi il governo di unità nazionaleezbollah dal governo.

Qui si sta veramente giocando col fuoco. E con la pelle degli altri, vedi dei libanesi. In parole povere Ryad avrebbe tanta voglia di misurarsi direttamente con gli iraniani. Ma non può. Perché non gode della copertura né di Washington né di Gerusalemme. E allora ci prova passando per Beirut.

Ma a questo punto si scontra con due reazioni. Ambedue del tutto prevedibili. Quella dei libanesi. E quella dell’Europa e soprattutto della Francia e dell’Italia.

I libanesi, dai cristiani, agli sciiti fino ad una parte importante della stessa comunità sunnita (cui  appartiene Hariri ), non hanno la minima intenzione di riaprire una nuova guerra civile. Ne hanno già sperimentate diverse. E tutte terribili. E, allora, mai più; nunca mas.

Perciò si denuncia la violenza saudita. E si chiede ad Hariri di tornare e di spiegarsi: la linea, condivisa da tutti è  di tenere in piedi il governo di unità nazionale salvaguardando il ruolo di Hezbollah come forza libanese riducendo o magari non aumentando la sua esposizione internazionale (leggi Siria). La prima questione sarà risolta all’interno; alla seconda penseranno russi e americani.

All’organizzazione del ritorno e del reintegro dello stesso Hariri nella normalità penseranno i francesi. Il ministro degli esteri che si precipita a Ryad chiedendo il suo rilascio immediato i pena una serie di rappresaglie economiche; e che organizza il ritorno del premier via Parigi e Macron, da cui sarà debitamente catechizzato.

A riflettere sull’avvvenimento, sul valore del modello libanese, unico caso di libera e consentita convivenza tra le varie comunità politiche e religiose e, al tempo stesso, sulla sua permanente fragilità – per concludere sul ruolo della comunità internazionale nel preservarlo – saremo invece noi italiani: in un convegno che vedrà insieme, rappresentanti della comunità cristiana libanese e autorità istituzionali e della società civile del nostro paese. In sé e per sé un piccolo episodio; ma anche un importante conferma del ruolo da sempre sostenuto dall’Italia a sostegno della causa della pace nel Libano.

Alberto Benzoni

Il suonar di trombe di Trump

In sé e per sé una proposta razionale. Parlare, oggi, di “due stati due popoli” è pura illusione. Mentre ciò che è fattibile e doveroso è alleviare le sofferenze e le offese quotidiane subite dai palestinesi a causa della pratica dei fatti compiuti e dell’annessione strisciante portata avanti dal governo Netanyahu. Nella realtà è più che probabile che questo stesso governo interpreti l’allentamento di qualsiasi pressione nei suoi confronti come via libera per andare avanti come se nulla fosse.

Così stando alle cose, il richiamo ad una specie di “Nato mediorientale” è del tutto fuorviante. La Nato è un’organizzazione fortemente strutturata; non una specie di Bancomat a copertura delle necessità, delle ambizioni o, peggio, delle avventure personali dei suoi singoli componenti. Mentre, nel caso specifico, Ryad e Gerusalemme sembrano sì aver realizzato, dopo la visita di Trump, l’obbiettivo di avere insieme il massimo appoggio Usa e la massima libertà d’azione ma sono anche o dovrebbero essere consapevoli della necessità di non tirare troppo la corda.

A raffreddare eventuali bollori, il fatto che nel Medio oriente di oggi “ci siano molte più cose” di quante ne contemplino gli strateghi di Washington. E quasi tutte tendenti ad attutire lo scontro e a scoraggiare nuove avventure. Vale, a questo riguardo la crescente consapevolezza dell'”inutilità della strage”. Quella che ha portato, qualche tempo fa al grande accordo (sponsorizzato, per inciso, dalla componente cristiana) tra sciiti e sunniti libanesi, in vista dell’elezione di un nuovo presidente della repubblica, di un nuovo governo e di una nuova e non divisiva legge elettorale. Quella che porta, ogni giorno di più i palestinesi a puntare su di una resistenza pacifica e di lunga durata, che conti sulla semplice evidenza della presenza fisica di otto milioni di persone nell’area dal Giordano al mare (coinvolgendo anche lo stesso Hamas che si appresta a modificare la sua carta accettando l’ipotesi di uno stato palestinese nei limiti delle frontiere del 1967). Quella che sta portando, passo dopo passo, in Siria ad un accordo di cessate il fuoco, che porrà fine a qualsiasi sogno di vittoria totale dividendo il paese più o meno sulla base dell'”uti possidetis”. Quella, infine, che ha portato l’Iran a reagire senza alcun isterismo agli squilli di tromba provenienti da Ryad; rieleggendo Rouhani con una maggioranza schiacciante e rimanendo fedeli sia al disegno di apertura internazionale che a quello di diventare una potenza regionale riconosciuta come tale. Così come lo sono ridiventati, come sponsor di loro stessi: i russi e i turchi e magari anche i curdi.

Forse allora l’epoca delle crociate è finita. Forse ci si avvia ad una sistemazione. dell’area nella logica un pò cinica di Kissinger e del suo amato trattato di Westfalia. Una sistemazione che tutti finiranno con l’accettare.

La sistemazione che lo stesso Obama auspicava, salvo a ritirarsi sdegnato dalla scena per l’incapacità degli americani di capire quello che lui aveva rinunciato a spiegare e per il rifiuto dei suoi alleati mediorientali di accettare il ruolo loro assegnato.

Ma niente paura. Spesso accade, nella storia, che gli incolti e incompetenti riescano, per l’eterogenesi dei fini, a realizzare gli obbiettivi sfuggiti ai loro predecessori assai più illuminati. A quel punto vedremo lo stesso Trump (sempre che superi le sue difficoltà interne…) spiegarci che il suo suonar di trombe intendeva annunciare non una nuova grande battaglia ma la fine del conflitto; e che questa era tutto merito suo. Saremo, allora, tutti disposti a dargliene atto.

L’America Donald Trump
e il ritorno di Kissinger

trumpTutti sembrano concordare sul fatto che Trump sia, sul piano internazionale, un ignorante. Ma di che tipo? Su questo regnava e regna tuttora la massima incertezza. Un isolazionista semplice? Un isolazionista muscolare? Un unilateralista? Un anticinese, antiiraniano, antiislamico, antitedesco, antieuropeo, antimessicano e ora, magari, anche antirusso? Un interventista cauto alla Reagan o spericolato alla Bush jr o globale alla Clinton? Questo e altro è stato scritto e ipotizzato su di lui. Ma non che fosse un seguace di Obama. O un real politico alla Kissinger.

Pure qualche indicazione in quest’ultimo senso non mancava. Dal rozzo pragmatismo del personaggio (” prima meno, anzi minaccio di menare, poi tratto”). Dalla cautela, rara nel suo caso, con cui ha affrontato il dossier siriano. E infine e soprattutto dall’interesse diciamo così attivo dimostrato da Putin per la sua candidatura (cosa in cui non riesco a vedere nulla di peccaminoso o di illegale: da sempre i russi, come i cinesi, hanno
preferito interlocutori repubblicani; in quanto alle “interferenze” solo chi non ha peccato può scagliare la prima pietra; e gli americani sono gli ultimi a poterla scagliare…).

Oggi però, gli indizi si sono moltiplicati sino ad assumere la dignità di prove. Lo stesso Kissinger ha avuto un lungo incontro con Trump. L’amministrazione ha comunicato ufficialmente che Donald e Putin hanno regolari contatti telefonici, così come i rispettivi capi di stato maggiore. E soprattutto, prova suprema, vera e propria pistola fumante, abbiamo l’accordo sulla Siria, portato avanti formalmente dai mediatori russi, turchi e iraniani con il concorso dell’inviato Onu ma accolto con favore dagli americani, presenti agli incontri,e avallato, cosa ancora più importante, da isrealiani e sauditi.

Come nasce questa intesa? Che cosa comporta? E quali scenari anticipa?
Tutto parte, nella sostanza, da russi e turchi. I primi sono intervenuti massicciamente e brutalmente per salvare Assad e il suo regime. Ma hanno ora bisogno di tirare i remi in barca consolidando i risultati raggiunti. I secondi, già in prima fila nella lotta armata contro Damasco vedono nella prosecuzione del conflitto e nei suoi effetti collaterali (Isis, curdi, magari anche iraniani) una minaccia grave per i loro interessi nazionali. L’obbiettivo, realistico, non è dunque quello di “fare la pace” o di “riaprire il dialogo nazionale” ma di fare cessare il conflitto.

Principale ostacolo, lo stesso Assad ( e con lui gli Hezbollah libanesi ). Questi, dimentichi del fatto che a salvarli è stata Mosca, sperano, o mostrano di sperare in una vittoria; e, come da copione, non vogliono nemmeno discutere con i loro nemici interni considerati, tutti, come “terroristi”.
E’ dunque sul no del regime al cessate il fuoco e alla relativa ricollocazione dei gruppi in lotta in “aree tutelate” che il negoziato si incaglia; per riprendere, però, e per concludersi con il consenso palese o tacito di tutti (un quadro che non comprende naturalmente l’Isis anche se include gruppi qaedisti) dopo qualche settimana.

Cos’è accaduto nel frattempo? C’è stato il bombardamento di Idlib, con annesse vittime del gas. E c’è stata la reazione americana, evento politicamente assai più rilevante del primo. (Ed è il caso di aggiungere, per inciso, che le due versioni opposte sui colpevoli del massacro non convincono affatto; e che manca, per la sua ricostruzione, una componente essenziale: la tracciabilità della redistribuzione dei depositi di gas nervino all’indomani della risoluzione dell’ sul loro stoccaggio, trasferimento e successiva distruzione. Del resto la stessa risoluzione del Consiglio di Sicurezza, bloccata dal veto russo e cinese, intendeva condannare Damasco per l’uso del gas ma si riferiva al 2014/2015 e non al 2017 …).

La reazione americana è estremamente misurata e, oltre tutto, non dico concordata con Mosca ma preventivamente comunicata a chi di dovere. E il messaggio è chiarissimo: Washington non prenderà pretesto dal bombardamento per rilanciare la crociata contro il Dittatore sanguinario; ma vuole che questi si dia una calmata; che rinunci ai suoi sogni di vittoria totale; e che Mosca faccian pressione su di lui per fargli intendere ragione. Messaggio ricevuto. Perché Assad firmerà il nuovo accordo; e perché, coincidenza significativa, anche i gruppi qaedisti lo accetteranno di fatto, lasciando i sobborghi di Damasco (dove erano accerchiati e sotto potenziale attacco per rifugiarsi ad Idlib).
E qui siamo in pieno nell’universo kissingeriano. Nessuna pace vera e nemmeno qualcosa che le assomigli (non a caso, l’obbiettivo conclamato è quello della de-escalation del conflitto), nessuna, almeno esplicita, divisione di sfere di influenza. Piuttosto l’auspicio -avvertimento espresso, insieme, da Mosca e Washington. Si auspica che il conflitto finisca per esaurimento o meglio per la fine delle sue varie “spinte propulsive”; si dà sostanza a questo auspicio facendo presente che non verranno tollerati ulteriori tentativi di utilizzare la Siria come trampolino. per disegni più ambiziosi e destabilizzanti (che siano turchi o curdi, sunniti o sciiti, sauditi o iraniani).

Il messaggio sembra, qui e ora, essere stato raccolto da tutti. E cosa oggettivamente rilevante, accolto con particolare favore da Israele (in contatto sia con Mosca che con Washington).
Per lo stato ebraico sancisce non solo la divisione definitiva della Siria; e cioè del punto di passaggio obbligato dell’asse teheran-Damasco-Beirut, con il relativo sostegno logistico e militare agli Hezbollah. Ma mette definitivamente al suo incubo storico: quello dell’unità del mondo arabo che, in tutte le sue versioni storiche-nasserismo, panarabismo, primavera araba, egemonia sciita- sarebbe o diventerebbe comunque ostile alla presenza stessa di Israele.

Oggi Siria ma anche Iraq sono morti, ora e nel futuro immediatamente prevedibile, come stati unitari; e anche nella penisola arabica, dallo Yemen a Bahrein le fessure religiose – non tollerate dal regime saudita diventano sempre più irrimediabili.
Una situazione che sarà fonte di infinite scosse di assestamento. Ma non di Grandi progetti tanto ambiziosi quanto totalizzanti e sanguinosi. La situazione ideale per vecchi e nuovi emuli di quella vecchia e cinica canaglia che si chiama Henry Kissinger ma anche guarda caso per noi, italiani ed europei. Dopo tutto, per apprezzare la pace di Westfalia, basta avere conosciuto le guerre di religione.