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Aldo Boraschi
Giornalista - Faccia di culatello

Di solidarietà, politica e… preti

L’altro giorno ho visto un’amichetta di mia figlia seduta sul bordo del marciapiede. Si chiama Francesca. Era sola e non appena ha visto mia figlia, un sorriso bello come il sole le ha illuminato il visino. Anche sua mamma è sola e deve lavorare per poter permettersi il sostentamento suo e quello di Francesca. Una storia banale; come tante, in tutte le parti del mondo. Quando finisce la scuola, puntuale come la morte, si apre il dilemma di “che cosa fare dei bambini”.

La mamma di Francesca, come migliaia di altre madri, con o senza marito, il lusso di fare tre mesi di vacanza con i propri figli non se lo possono permettere. Chi è venuto incontro ai bisogni di quella bambina e di sua madre? L’amministrazione comunale? No, ci ha pensato la parrocchia.

Almeno per un mese, il Don, assieme a dei ragazzi che volontariamente si dedicano al benessere dei bambini del quartiere, le hanno fatto fare cose molto interessanti e divertenti, formative e salutari. Da un po’ di anni a questa parte le cose funzionano in questo modo. Ma non sempre è andata così.

Un tempo i Comuni davano una scelta ottimale di opportunità per l’accoglienza dei bambini durante il periodo estivo; era un po’ il fiore all’occhiello delle giunte di comuni piccoli e grandi, progressisti o meno, di sinistra o di centro. Per questo, e non solo per questo, le città erano cambiate e la vita della gente era migliorata in modo tattile. Il paese o la città erano una sorta di famiglia allargata. E il personale politico capiva la gente e la gente capiva il personale politico. Quei Politici (la maiuscola non è un refuso) raccoglievano attorno a sé i volenterosi della comunità, e tutti lavoravano duramente in modo non troppo diverso dai ragazzi che stanno accudendo Francesca. Quella Politica (come sopra) e i suoi uomini sono finiti da un pezzo.

Durante i governi nazionali che si sono susseguiti dagli anni ’80 ad oggi, si è addirittura teorizzato che la cura del benessere morale della comunità, era roba da parrocchie, da volontariato. Queste idee erano, purtroppo, patrimonio di una sinistra illuminata o presunta tale. Hanno iniziato ad occuparsi di cose più serie; c’era da discutere con il presidente degli Stati Uniti l’assetto dell’universo e dovevano andare a prenotare il viaggio per le vacanze.

Ora nelle città gli amministratori dicono: non ci sono più soldi e tagliamo i servizi. Naturalmente è vero. Ma solo in parte.

Date un’occhiata ai bilanci di una qualunque città. Confrontate la voci del bilancio di quest’anno con quelli di trenta anni fa. Oggi si spendono cifre impressionanti per l’immagine. Si spendono soldi per convincere i cittadini che la città non fa così schifo come la loro (la nostra) difettosa percezione li porterebbe a credere. Le città hanno un city manager che costa cento volte quanto spende la parrocchia per accudire i bambini del quartiere. E sarebbe interessante misurare se il city manager ha reso alla comunità servizi maggiori, uguali o minori a quelli della parrocchia.

Ma un city manager fa molto vetrina.

Come fanno la loro figura i presidenti di qualcosa, gli amministratori e i direttori generali di qualcos’altro istituito in nome di un’efficienza e una modernizzazione che non diventa mai materia concreta, mai progresso reale di vita. Perché, mentre il Prete sgobba per accudire le varie Francesche, chi amministra la città ha una visione più sfumata del suo compito. Il ruolo dell’amministratore moderno è più globale, fatto di acronimi in lingua inglese, che il popolo deve percepire attraverso immagini persuasive e invasive: farlo pensare sarebbe deleterio.

Il Prete crea realtà, costruisce e accudisce. E la comunità lo capisce. Francesca e la sua mamma sentitamente lo ringraziano. E io mi associo..

Aldo Boraschi

Perché insistere?

Nessuno me lo toglie dalla testa: Matteo Renzi sta costruendo le basi di una nuova forza politica. Considerando il suo inesausto curriculum politico (fateci caso: è sulla breccia da una decina di anni, ma sembra coevo di Giorgio Napolitano), potrebbe chiamarla, che so, la Cosa 5 o 6. È stato segretario del Pd, presidente del Consiglio, candidato premier del centrosinistra: tutte e tre le cariche in pectore, naturalmente. La sua peculiarità è quella di prendere tremende scoppole (vedi referendum, scissioni, esiti delle elezioni, sberleffi da mezza Europa) con la rara capacità di incassare il colpo senza spettinarsi.

Ora lancia il guanto di sfida alla compagine di Governo con una coalizione Repubblicana, strizzando palesemente l’occhio ai sodali di Forza Italia (anche loro, malinconicamente, sul viale del tramonto) e a tutti i partiti dell’arco costituzionale purché non abbiamo nuance grilline o leghiste.

Come in tutte le altre coalizione che lo sostenevano, cerca di incollare i pezzi del suo personale collage, fatto più o meno con le stesse tessere, ma ogni volta con una composizione leggermente diversa, come un virtuoso dell’ikebana.

Esattamente come Di Pietro, la sua sfortuna è quella di non capire che quando una cosa riesce a meraviglia, è meglio non sfidare ulteriormente la sorte. La storia dei due è molto simile.

Renzi con lo straordinario successo delle europee del 2014, Di Pietro con l’arresto di Mario Chiesa, avevano segnato un gol alla Messi. Lo stadio li applaudiva, la critica li osannava. Li aspettava la gratitudine eterna del popolo e una bella doccia calda.

Perché insistere?…

Aldo Boraschi

Il prezzo dell’informazione

C’era una volta l’intellettuale. Ovvero la persona che usava l’intelletto in tutte le sue molteplici sfaccettature. Antonio Gramsci era uno di questi. Dei tanti argomenti dei quali si occupò c’era anche quello del prezzo dei quotidiani. Gramsci diceva che il prezzo dei giornali non doveva essere troppo basso perché indicava il valore – non solo economico – che gli editori attribuivano ai giornali e (soprattutto) ai giornalisti. Anche la politica e i “poteri forti” entravano in questo ragionamento.

Al giorno d’oggi i quotidiani che vanno per la maggiore, soprattutto nelle grandi città, sono i free press, ovvero contenitori su carta di informazioni alla rinfusa a prezzo zero; ci sono addirittura gli strilloni che ti vengono incontro con la copia fresca di stampa. Stesso discorso per le televisioni: i palinsesti delle Tv sono alla portata di tutte le tasche, ma la conduzione dei programmi è affidata troppo spesso a shampiste o bellimbusti imbellettati. Per capire lo spessore giornalistico dei Tg basta dare un’occhiata alle scalette.

L’intellettuale comunista non è vissuto abbastanza per assistere allo sbarco dei quotidiani su internet: i giornali si leggono gratis e il loro sostentamento è basato essenzialmente sulla pubblicità, con buona pace della terzietà dei giornalisti. Stesso dicasi per siti internet e blog. Insomma tonnellate di informazioni, rigorosamente gratis. Ma il prezzo – per niente economico – che stiamo pagando è altissimo.

C’è una frase di uno scrittore colombiano che sintetizza a meraviglia la situazione attuale. Efraim Medina Reyes dice: “La stupidità è un male che si diffonde anche leggendo spazzatura”.

Come dargli torto?

Aldo Boraschi

Colletti bianchi, incazzati neri

Si stanno letteralmente scannando per inezie politiche. Non è un’eccezione; è la prassi del dibattito di oggi. Intanto per le strade succede qualcosa che assomiglia sinistramente alla guerriglia: roghi, manganelli, molotov. Assetti da guerra.
La gente è povera, depressa e confusa. Lo dicono tutte le statistiche che ogni giorno ci vengono portate all’attenzione. Ma nemmeno questi tre aggettivi rendono bene l’idea; la verità è che siamo incazzati, incazzati neri. Dico noi che siamo il ceto medio; i privilegiati, i tranquilli, gli speranzosi. Il nerbo progressivo del Paese. Gli ex di tutto questo.

Ovviamente è meglio non spingersi a dare un’occhiata al ceto basso: non aprite quella porta. Quelli sono carne bruciata, gente che non compare nemmeno nelle statistiche, malignamente predisposta com’è a dare un’immagine distorta del Paese. Fa talmente schifo il ceto da 800 euro al mese che c’è da sporcarsi solo ad ammettere che ha qualche problema. Nessuno perde tempo per loro. Il fatto è che il ceto medio, ora, sta andando incontro a quello basso.

All’appuntamento ci sta andando in picchiata. Cominciamo ad andare in giro con un dente sì e uno no, perché i soldi per tutti non li abbiamo più. Per via della nostra scarsa sorveglianza sull’andamento dell’economia, come dice il nostro (ricco) presidente. Stiamo diventando anche ignoranti; perché i soldi per l’altro dente li abbiamo sottratti al conto in libreria. Serpeggia un pestilente senso di colpa di chi ha perso l’abitudine a pensare al bisogno come a un fatto della vita reale, vera e concreta, di chi si è abituato a vederlo col binocolo, incartato nelle brutte notizie, assieme al maltempo e alla scomparsa di ragazzine.

Naturalmente i ricchi sono più ricchi, visto che il denaro non ha la proprietà metafisica di svanire nel nulla. La Fiat diminuisce la produzione delle sue macchinette (oh, la Punto è uscita di produzione), la BMW aumenta quella delle sue fuoristrada da 100.000 euretti. Non tutto va male nell’industria, non in quella del sollazzo d’alto bordo.

Il ceto basso intanto continua a pulire le strade, a infilare le lettere nelle cassette, a mungere le vacche, a tornire bulloni, con la certezza di non potersene mettere nemmeno la metà di denti, senza la speranza di potersi fare una risonanza al fegato in tempo per non lasciarci la pelle. Senza la forza contrattuale di poter prendere a schiaffi chi gli dice: “fammi ancora un po’ più ricco, che poi quello che mi avanza è tutto per te”. Mentre noi, orgoglio del paese, abbiamo smesso da tempo di fare quello che dovevamo: almeno studiare, almeno inventare, almeno saper trovare qualche buona idea. Tanto buona da poterci governare un paese…

Non è un paese per vecchi

Quei rari esempi che ancora si riesce a vedere in giro, zampettano come tarantolati da una gamba all’altra, fanno strani avvitamenti e cercano nel loro orizzonte ottico una costruzione che non c’è: il Vespasiano, elemento architettonico cancellato dai moderni urbanisti (Hanno altro a cui pensare. La plebea urina? Puah!). Per questo oramai “l’anziano che cazzeggia per le strade e staziona nei bar” è in via di estinzione.

Ma erano belli, dai. Li vedevi sorvegliare i cantieri in tutte le parti della città, oppure a controllare incroci trafficatissimi, scambiando due parole con i vigili, che là erano obbligati a stare. Tra loro e la linea di confine tra cielo e terra, si stagliava il cappello in paglia della Landini Trattori. La divisa invernale di ordinanza comprendeva pantaloni neri di gabardine con piega e risvolto da far invidia ai camerieri italiani in Svizzera, camicia blu postino quasi normale e pulloverino damascato contrario alla convenzione di Ginevra. D’estate, immancabile era il sandalo con calzini bianchi e la maglietta della più desolata crasi cromatica (rintracciabile anche oggi nella sezione scampoli dei peggiori mercati rionali).

I discorsi che intavolavano con qualunque umano avesse avuto la sfiga di imbatterli – scremati da concetti inattendibili come “i preti sono sicari della FBI” e “le suore vanno a letto con gli UFO” – , attingevano da improbabili suggestioni e inesistenti letture.

Usavano salmodiare in maniera zen (pretendendo l’attenzione generale) su banalità agghiaccianti come il gol su calcio d’angolo di Chiarugi o il filotto perfetto che fece Tonio il Gessista non più tardi di 12 anni fa. Se si avanzava una timida critica, assumevano un atteggiamento estremamente ostile, e chiudevano definitivamente il dialogo con il dogma “io ho fatto la guerra e tu no”.

Tipiche erano anche le rivisitazioni grammaticali e sintattiche delle loro affermazioni. “Sono sceso a pisciare il cane” e “in bicicletta bisogna attraversare la strada smontati”, sono entrati prepotentemente nell’appendice del Devoto-Oli.

Ma erano simpatici, dai. Ora sono scomparsi; hanno tolto loro due accessori indispensabili: le panchine e i Vespasiani. La iattura della prostata li costringerebbe a bere troppi caffè.

E poi, magari, la toelette è fuori servizio…

A proposito di socialismo

L’altro giorno l’ho visto. Aveva quasi le lacrime agli occhi. Si rigirava tra le mani una foto depigmentata dal tempo. Era quella di suo fratello. Il fratello di mio babbo, mio zio. È morto giovane, cadendo dalla moto. Papà ha alzato gli occhi sentendomi arrivare. L’ho guardato, mi ha guardato. Ogni cosa si è astenuta dall’accadere. Gli è arrivata in soccorso una frase. Non parlò dell’incidente e nemmeno degli episodi di gioventù. Disse solo: “Era un grande operaio”.

Essere un grande operaio. È una frase che non ricordo di aver mai sentito pronunciare, non negli ultimi venti anni; esprime un’idea di un uomo, del suo lavoro, della natura del suo agire che, collocata in una sera qualunque di questi ultimi anni ne risulta del tutto estranea, addirittura priva di senso.

Grande operaio. Ci può dunque essere stata grandezza nel lavoro di un operaio; mio zio ha compiuto un tempo qualcosa di memorabile, che resta dopo cinquant’anni intatto nella memoria di chi ha partecipato della sua opera. Escluso che tutto questo possa essere coniugato al tempo presente modo indicativo. Mi chiedo a chi mai oggi salterebbe in mente di dire “grande” di un operaio e del suo lavoro.

Infatti la grandezza non è una qualità richiesta. E neppure gradita. Se mai un giovane operaio si sentisse di poter fare grandi cose nel suo lavoro, il suo sentimento sarebbe fonte di sgradevoli frustrazioni, strumento di umiliazione, e in definitiva di sconfitta esistenziale. Un grande operaio rappresenta un costo troppo alto per la società che gli sta attorno. Maturerebbe sentimenti di fierezza ed orgoglio, sarebbe un uomo appagato, libero, con energie sufficienti anche per l’esercizio gratuito del pensiero e del ragionamento. Tutta roba scarsamente produttiva e fortemente destabilizzante.

Non oso immaginare il danno che subirebbe il sistema economico e politico attuale se si trovasse a fare i conti con un Paese fatto di grandi operai, grandi insegnanti, grandi imprenditori, grandi intellettuali. Dove la grandezza è quella sottintesa nel ricordo di mio padre. Cesserebbe di esistere, semplicemente. Perché è un sistema che si alimenta nella negazione di quella grandezza, e nella affermazione della mediocrità come stato propizio delle cose.

Il principio della mediocrità è così essenziale al sistema che viene imposto anche con la violenza, se necessario. Violenza sulle menti e sulle anime delle persone che potrebbero essere “grandi”…

Aldo Boraschi

Lettera aperta a Berlusconi

Se io fossi B. avrei da tempo venduto parte delle vaste proprietà, avrei messo i proventi in un paio di container – aggiungendoci magari un centinaio di carnet di assegni, frutto di anni di onorato lavoro – e sarei partito, per sempre. In un bosco islandese o un in un villaggio del Belize, senza computer, né fax o francobolli per posta prioritaria. Solo una bella scorta di romanzi e qualche pillola blu (non si sa mai).

Nascosto dietro una barba o una parrucca mechata, mi sarei rifatto una vita e disfatto di quella precedente. Avrei giocato a burraco o a backgammon con gli indigeni, ridendo a crepapelle davanti ad un tiepido infuso alle erbe sul mio passato da “statista”. Avrei, finalmente, fatto amicizia con un netturbino o un cameriere o un giocatore di boccette. Non ho alcun intento beffardo scrivendo questo post.

Provo sincera commiserazione per il signor B., che da oltre vent’anni a questa parte ha avuto conoscenze solo dal milione di reddito in su. Non c’è imprenditore, potente, politico che non sia passato dall’enorme cruna del suo ago. I potenti vivono come pazzi, non c’è da meravigliarsi se poi, negli anni, diventano vaneggianti tromboni. Vivono nelle loro enormi regge, sospettosi, disperati, vendicativi. Soli, alle mercé di spietati tornacontisti.

Mi dia retta, Signor B., vada a vedere come procedono i cantieri nella tratta tra Manaus e Santa Helena di Juaren e tra un rimbrotto e l’altro agli operai creoli (già me lo vedo: “Mi consenta, negretto”), racconti come qualche anno prima occupasse anche lo scranno di Primo Ministro.

E giù grasse risate…

Musica, maestro

Ci sono cascato. Mi ero ripromesso che mai e poi mai sarei caduto nel tranello. E invece eccomi qua a combattere una lite di media intensità con mio figlio Matteo, di anni 20. Egli ha una discreta passione per la musica e una buona predisposizione alla manipolazione di una chitarra elettrica. Così dicasi per i suoi amici e i loro rispettivi strumenti musicali. A me piace la musica; si può quindi tranquillamente affermare che questa cosa ci accomuna. Il muro – solido, impenetrabile e inamovibile – si alza quando si discorre sui brani da interpretare (loro fanno prevalentemente cover). Chiedendogli distrattamente quali fossero le loro band di riferimento, mi ha snocciolato nomi incomprensibili e mai uditi dalle mie orecchie scarsamente – e colpevolmente – poco informate suoi nuovi “talenti” in campo musicale. Testardo, ho cercato un punto d’incontro. Una boa a cui aggrapparmi.    E pensavo di averla trovata; “Ti dice nulla Starway to heaven?”. Risposta: “Così, su due piedi, no. Dovrei pensarci un attimo…”.                                                           L’ultima, definitiva cazzuolata di malta sul muro che ci divide, è stata gettata.

È vero. Niente è più trito e fastidioso dei rimbrotti ai giovani di oggi fatti dai giovani di ieri. Quindi, è da considerarsi un errore pacchiano contrapporre il culto dei Tokio Hotel a quello dei Led Zeppelin: ci si limiterebbe a constatare che ogni adolescenza ha i suoi sogni. E che tutti i sogni vanno rispettati. Sono d’accordo. Ma sento che qualche cosa non quadra.

Per quanto io cerchi di relativizzare le mie esperienze giovanili rispetto a quelle odierne (e cercando di non ricalcare le pedanterie che ho dovuto subire in passato), io so, fortissimamente so, che i Tokio Hotel e i Led Zeppelin non sono la stessa cosa. E la so non in quanto giovane di ieri, ma in quanto persona che avverte la siderale differenza di qualità e di valore che passa tra i geni del Novecento (Beatles, ma anche Picasso e Mastroianni) e gradevoli mestieranti.

Questo vi piaccia o no, fa una differenza. Anzi, fa la differenza. Parlare di questa differenza è difficile: si ricade nello stereotipo dell’adulto saccente. Non parlarne, fa anche peggio.

Si ricade nella decrepita categoria dell’adulto ipocrita…

Alieni in Italia

Si intavolano le discussioni più strane all’osteria di Brunin. C’è Adelmo che pare fatto apposta per trovare le storie più bizzarre che accadono nell’universo mondo. L’altra sera se ne è arrivato al bar con un ritaglio di giornale. C’era scritto che un’organizzazione mondiale paga appositamente – e profumatamente – un donna per accogliere gli alieni in caso di improvvisa apparizione. Sbalorditivo. Brunin era distratto da Carmelo il marocchino che voleva affibbiargli il ventitreesimo paio di calzini bianchi da tennis. Lui oppone un netto rifiuto, ma alla fine cederà. Sono sicuro. Praticamente il mio oste è un campionario vivente della merce venduta da Carmelo (come del resto tutti noi). Un po’ per alleviare il nervosismo della contrattazione, un po’ per sentire anche l’opinione di Giovanni da Padivarma – un giramondo venditore di marmi – Brunin la butta lì: «E se dovessimo dare un oggetto ad un alieno per simboleggiare l’Italia che cosa gli potremmo dare?». Silenzio di tomba.

Il primo ad esprimersi è stato Carmelo (che dopo i calzini stava tirando pericolosamente fuori dalla borsa di plastica un pullover damascato: orribile): «Un piatto di spaghetti», e giù a ridere. Prova Adelmo: «In quadru» (Un dipinto: nota del traduttore). Io, Carmelo e Brunin facciamo cenni di assenso per sottolineare la saggezza della proposta.                                 Ma i nostri sguardi vanno a Giovanni, che nelle ristrette mura dell’osteria è noto come Cassazione, vista la sua micidiale cultura e la sua insaziabile sete di apprendimento. Giovanni Cassazione scrolla la testa è pronuncia la sua sentenza: «Io gli darei una foto degli ultimi G8». Silenzio di tomba. Carmelo approfitta del buco audio per decantare le qualità del pullover damascato. Ma è zittito da tutti noi.                                                        Cassazione comincia a spiegare.

Gli alieni potrebbero essere stranamente interessati alle vicende politiche italiane, viste le anomalie che sono oramai sulla bocca di tutti. Basterebbe mettergli davanti al muso le foto di gruppo dei G8 che si sono svolti in Italia. A quello di Napoli nel 1994 c’erano Clinton, Major, Mitterand, Kohl, Eltsin, il canadese Chretien, il giapponese Murajama e Berlusconi. Nel 2001 a Genova c’erano Bush, Blair, Chirac, Schroder, Putin, Chretien, Koizuni e Berlusconi.                                                                                                                              A L’Aquila nel 2009 erano presenti Obama, Brown, Sarkozy, Merkel, Harper, Aso.                       E naturalmente Berlusconi.

Cassazione non ha aggiunto altro, ha finito la sua birra e se ne è andato, non prima di aver indossato un orribile pulloverino damascato…

Alieni in Italia

Si intavolano le discussioni più strane all’osteria di Brunin. C’è Adelmo che pare fatto apposta per trovare le storie più bizzarre che accadono nell’universo mondo. L’altra sera se ne è arrivato al bar con un ritaglio di giornale. C’era scritto che un’organizzazione mondiale paga appositamente – e profumatamente – un donna per accogliere gli alieni in caso di improvvisa apparizione. Sbalorditivo. Continua a leggere