BLOG
Alessandro De Rossi

Il nuovo carcere di Nola,
burocrazia e declamazioni

carcereNon abbiamo ancora avuto esiti o resoconti di stampa riguardanti il dibattito che si è appena tenuto il 24 maggio al Convento di Santo Spirito a Nola sul tema “Spazio della pena, quale carcere per Nola”. Certo è che si è riunita buona parte di coloro che in vario modo hanno avallato l’attuazione di questo mostro architettonico, portandone sulle spalle una qualche responsabilità. Il nuovo carcere di Nola rimarrà scolpito nella storia negativa dell’edilizia carceraria alla faccia di quanto declamato nei tanti buoni propositi, gli annunci, le passerelle dei sedicenti archistar, ove molto è stato detto e scritto negli Stati Generali dell’esecuzione penale, ma poco e male (dopo) è stato fatto. E’ più che evidente che le passerelle che sul territorio nolano sono fatte servono a gettare acqua sul fuoco a fronte delle tante critiche che da più parti vengono rivolte al progetto, ai progettisti e in ultimo all’apparato politico-burocratico che contraddice se stesso circa le decisioni assunte in merito ai buoni propositi destinati ad una nuova concezione della detenzione.

In tal senso non valgono le giustificazioni burocratiche, né tantomeno alcune fantasiose descrizioni del progetto che non servono ad attenuare le responsabilità oggettive di un apparato che nel suo complesso ha sostenuto un progetto costoso, ingestibile e di troppo vecchia concezione. L’assenza del coordinamento sistemico tra le decisioni tecnico progettuali e la chiarezza di obiettivi sul significato dell’esecuzione penale in linea con gli Stati generali, insieme alla distanza di un pur vago indirizzo politico, hanno consentito l’attuazione della gara relativa al megamostro nolano. Un obbrobrio in primo luogo sociologico e poi economico/gestionale, destinato a una comunità di oltre 1200 detenuti. Numero sicuramente destinato ad aumentare viste le “necessità” del sovraffollamento in continua crescita data la carenza di strutture adeguate, unita ai ritardi programmatici. Un intervento edilizio, che nonostante le migliori descrizioni che da parte degli autori responsabili del progetto sono state rese, non riesce ad ingannare alcuno circa le preoccupanti disattenzioni concernenti l’impostazione funzionale e formale prescelte nell’organizzazione progettuale.

Viene il dubbio che l’elefantiaco apparato burocratico della funzione pubblica, per sua natura limiti la capacità di capire e risolvere i problemi, a causa della cronica mancanza di una cultura sistemica necessaria alla condivisione delle conoscenze tra i diversi settori, uffici e funzioni. Questo è il caso di un perverso modo di concepire e promuovere anche gli interventi più sbagliati facendosi scudo della cosiddetta competenza di settore, che dietro lo schermo della prassi politico/amministrativa assolve se stesso e qualsiasi operazione quando ben incastrati nel rigido mosaico burocratico. Da qui la conseguente “deresponsabilizzazione di individui e interi uffici, come sostengono Lippi e Morrisi nel loro “Scienza dell’Amministrazione” Il Mulino – Bologna 2005, dinnanzi alla soluzione di problemi che esulano dalla stretta definizione del compito, a causa della tendenza di ciascuna mansione o ufficio a svolgere i propri compiti ignorando la logica dell’azione collettiva e lo scopo dell’amministrazione”.

In tal senso spontaneo e sempre più forte viene il dubbio che l’apparato non intenda “risolvere” il problema in quanto a risoluzione avvenuta verrebbe meno la sua stessa finalità e ragione di esistere. Il progetto del carcere di Nola risolve purtroppo tale dubbio anteponendo la prassi burocratica e gli interessi connessi alla sua inamovibilità, con la copertura ideologica dei vari esperti di settore all’uopo chiamati a garanzia concettuale.

D. Alessandro De Rossi
LIDU onlus Presidente Commissione Diritti della persona privata della Libertà

Statistiche contraddittorie
su sovraffollamento carceri

Leggo con preoccupazione sul numero 243 di ottobre, dalla rivista della Polizia Penitenziaria, che “secondo i dati ufficiali del DAP (il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, n.d.a) aggiornati al 30 settembre scorso, nelle carceri italiane ci sono 54.465 persone detenute ospitate nei 49.796 posti detentivi disponibili (ma da altre fonti ministeriali pubbliche, risultano più di 4.000 posti non disponibili). Quindi, a conti fatti, in Italia sono ristrette 4.669 persone in più rispetto ai posti dichiarati disponibili, che determinano una percentuale di affollamento delle carceri del 109%. La percentuale del 109, si badi bene, è quella che viene tirata in ballo ad ogni dichiarazione ufficiale dal Ministro e dal Capo del DAP quando vogliono dimostrare che la situazione del sovraffollamento ormai è sotto controllo. Il semplice calcolo aritmetico avrebbe senso se in Italia avessimo un unico ed enorme carcere da 50mila posti in cui cercassimo di far entrare 55mila detenuti. Invece, di carceri in Italia ne abbiamo 193: alcune piccole, alcune grandi, alcune molto sovraffollate, altre mezze vuote”. Il record negativo, secondo le rilevazioni di settembre, lo detiene il carcere di Como con un indice di affollamento intollerabile pari al il 176%. La regione più stipata è la Puglia con 3.211 detenuti per 2.347 posti che raggiunge in media un indice del 137% di affollamento! Naturalmente ci sono anche situazioni cosiddette più normali, con indici di presenze meno preoccupanti qual’è per esempio la Sardegna.
Ma ciò che conta nell’analisi di questi dati è che le statistiche a seconda del modo come vengono esposte, aggregando i dati o disaggregandoli a seconda delle convenienze della comunicazione, offrono quadri assolutamente diversi delle diverse realtà che si intendono descrivere.
Per quanto si apprende dal mensile della Polizia Penitenziaria “i dati del DAP andrebbero presi con le pinze e quel dato medio del 109% di affollamento delle carceri italiane, non significa nulla, almeno per coloro che vogliono davvero capire qualcosa del sistema penitenziario italiano”.
Quando un carcere è sovraffollato, tutti (e non solo i detenuti…), subiscono una condizione di ulteriore penalizzazione: meno servizi, meno ore a disposizione per i colloqui con educatori, psicologi, meno tempo per l’utilizzo di attrezzature, per i corsi di formazione, drastica riduzione di spazi fisici insieme a pesanti disagi e super lavoro per coloro che lavorano nel carcere (personale civile e Polizia penitenziaria). In una parola minore sicurezza. Dati alla mano leggiamo che l’affollamento reale oggi in Toscana è del 115% e che oltre il 76% delle persone detenute nella regione vivono in una penosa condizione di sovraffollamento. Se gli stessi calcoli li riportiamo sul dato nazionale succede che la situazione peggiora ulteriormente. In Italia ben 131 carceri su 193, sono sovraffollate: in pratica il 68% di quelle in funzione. “Sommando il numero dei detenuti in più rispetto alle capienze di queste 131 carceri, arriviamo alla cifra di 8.844 detenuti in eccesso che corrispondono a quasi il 18% dei posti detentivi ufficiali. A conti fatti, continua l’articolo, si deve affermare che in Italia, al 30 settembre 2016, c’era una situazione di affollamento delle carceri del 118% e non del 109% come ottimisticamente affermato dai vertici del DAP e del Ministero della Giustizia”.
In conclusione, quelli appena presentati sono calcoli e numeri che si discostano di molto dalle statistiche presentate dal DAP ed utilizzate dal Ministero della Giustizia. Dati oggettivi attraverso i quali invece si dovrebbe iniziare a ragionare per migliorare il sistema penitenziario italiano. Sono anni che si attende da parte del ministero della Giustizia non l’ennesima promessa di un Piano carceri, ma l’autorevole avvio di un programma ove siano previsti, insieme ad una più aggiornata filosofia della esecuzione penale, nuovi istituti, dismissioni di quelli vecchi e inadatti e seri programmi di riabilitazione comportamentale. Sono anni che scrivo, sollecitando con articoli, dibattiti ed anche attraverso i miei libri (“L’universo della detenzione” del 2011 e “Non solo carcere” del 2016), la creazione di un Centro di pianificazione efficiente, composto da professionalità multidisciplinari, che abbia effettiva capacità di coordinare gli interventi da fare. Sappiamo bene quanto sia difficile la situazione economica del nostro Paese in questo momento. Abbiamo cognizione di quante opere chiedano di essere compiute insieme alla manutenzione del territorio, del soccorso alle popolazioni terremotate, delle infrastrutture di trasporto e altro ancora. Ma sappiamo anche che la detenzione in Italia deve essere affrontata almeno attraverso una prima bozza di un serio piano strategico, tale da essere presentato alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo quando inevitabilmente richiamerà il nostro Paese, per censurarlo nuovamente per il modo come tuttora detiene uomini e donne nelle sue carceri. E in quel caso, a difesa dell’Italia, le statistiche contraddittorie serviranno a poco.

Alessandro de Rossi,
Presidente Commissione
Diritti della Persona privata della Libertà – LIDU Onlus