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Alessandro Pietracci

Alessandro Pietracci
La damnatio memoriae senza fine

“L’autentica missione della politica consiste, proprio, nella capacità di misurarsi con queste novità, guidando i processi di mutamento. Per rendere più giusta e sostenibile la nuova stagione che si apre. La cassetta degli attrezzi, per riuscire in questo lavoro, è la nostra Costituzione: ci indica la responsabilità nei confronti della Repubblica e ci sollecita a riconoscerci comunità di vita”.

In queste poche parole, pronunciate nel suo discorso di fine anno, il Presidente della Repubblica ha condensato l’attuale momento storico cercando di andare oltre la cronaca, oltre “la trappola dell’eterno presente” da lui giustamente stigmatizzata. Quante volte si è detto che una civiltà (o un Paese) senza memoria è destinata al naufragio. Mattarella ha fatto benissimo a ricordare due anniversari, tra loro molto diversi ma accomunati dal loro legame con la guerra e la pace: il 2018 è il centenario dalla vittoria nella Prima Guerra mondiale; sono anche i settanta anni dall’entrata in vigore della Costituzione, una Carta che, insieme con la costruzione dell’Unione Europea, ci ha garantito pace e democrazia.

Peccato che, nel ricordare questo avvenimento, quasi tutti, in particolare la TV di Stato, hanno dimenticato – forse volutamente, in una damnatio memoriae senza fine – che i socialisti furono protagonisti, come o più di altri grandi partiti, di quella indimenticabile fase costituente (basta ricordare i nomi di Nenni e Saragat). Occorre rimarcare questa presenza non tanto per rivendicare, lamentosamente, un “c’eravamo anche noi”, ma per segnalare che quella tradizione politica è viva, anche se provata da sconfitte ed errori ed è attrezzata anche per far fronte alle incognite di questo tempo.

Come diceva Piero Calamandrei, per cui “la Carta Costituzionale è lo strumento di garanzia che si scrive da sobri e da usare per quando si è ubriachi”, oggi più di ieri occorre risalire a quelle radici. Ciò non toglie che anche la Costituzione vada aggiornata: dopo il Referendum del 4 dicembre 2016, se ne riparlerà, dopo le elezioni del 4 marzo, magari passando attraverso una nuova fase costituente.

Viene da chiedersi se pure qui da noi si debbano rivedere i documenti costitutivi della nostra autonomia. Tutti sono concordi sulla necessità di questa riforma ma in conclusione, come ha sottolineato il Presidente del Consiglio Provinciale Dorigatti in un’intervista di fine anno, non si è giunti a una proposta realistica e soprattutto condivisa dalla comunità politica e non solo. Siamo al punto di partenza nonostante il lavoro – per ora infecondo – della Consulta per il Terzo Statuto. Paradossalmente, ma non tanto, sono stati i parlamentari del centro sinistra autonomista a rendere una legislatura tormentatissima per l’Italia molto utile per il Trentino, con il raggiungimento di nuove deleghe (per esempio nel campo dell’energia).

Capiamo così la delicatezza di questa fase in cui la nostra coalizione sta valutando le candidature per le elezioni politiche. Tutti i trentini parlamentari – di maggioranza o di opposizione qui a Trento come a Roma- dovrebbero avere ben presente il senso complessivo della nostra autonomia e agire di conseguenza. Tuttavia, chi amministra la nostra Provincia quasi da venti anni ha una responsabilità in più.

Per questo la girandola di incontri, retroscena, possibili nomi deve essere assolutamente accompagnata da una seria, ponderata e trasparente riflessione. Rivolgo dunque, da queste colonne, un invito agli altri partiti: abbattiamo barriere e muri, usciamo dalle nostre case matte e cominciamo con l’indicare chi non può non esserci a rappresentare il Trentino il resto verrà di conseguenza: io sono convinto che Lorenzo Dellai debba essere in qualche modo della partita, per via della sua storia passata -spesso condivisa- e per la sua azione presente, soprattutto a livello nazionale. Conseguentemente si potrebbe costruire una squadra di candidati che non appartengano solamente alla cerchia dei partiti. Per esempio Psi, Verdi, Prodiani, presenti alle elezioni con la lista “Insieme” (spero anche con i radicali di Emma Bonino) non pretendono di indicare un loro candidato di bandiera ma sono convinti che un nome appartenente all’ area cui fanno riferimento sia un valore aggiunto per tutta la coalizione.

Il centro sinistra autonomista, pur in circostanze difficili, fa bene ad essere consapevole di rappresentare ancora la maggioranza dei trentini. Deve dunque rivolgersi per prima a loro. Poi sicuramente ci saranno anche gli equilibri nazionali da rispettare. La squadra di candidati per Camera e Senato non può scaturire dal soddisfacimento o meno di pur legittime ambizioni o aspettative personali. Ai nostri partiti va richiesto un passo in più, quello di pensare al “bene comune” che non può confliggere con i legittimi interessi di parte. Parafrasando Mattarella, occorre essere consci della responsabilità che abbiamo verso il Trentino e verso l’Italia. Pensare al nostro territorio non è localismo ma consapevolezza del fatto che la gente ci guarda. E si aspetta qualcosa di utile e di giusto per la comunità trentina.

Alessandro Pietracci
Segretario Provinciale PSI

Alessandro Pietracci
Serve una nuova alleanza riformista

La lettura quotidiana delle notizie che provengono dall’Europa e dal mondo desta crescenti inquietudini. L’accelerazione della storia, scandita ormai da una cronaca sempre più incalzante, segna il nostro tempo: siamo di fronte a fenomeni epocali come le migrazioni o come i cambiamenti climatici, dobbiamo fare i conti con conflitti incancreniti oppure con eventualità belliche addirittura nucleari. Ma forse è ancora più amaro e preoccupante constatare l’avvitamento della politica su sé stessa con il conseguente affanno dei partiti tradizionali, messi in crisi da populismi ed avventurismi di varia natura e colore.

La crisi è conclamata. La questione catalana è ancora pericolosamente aperta, mentre dobbiamo registrare l’inquietante ascesa dell’estrema destra, in Germania (in dimensioni ancora non allarmanti, ma comunque significative) e in Austria, con la vittoria dei popolari di Sebastian Kurz, su posizioni populiste e dichiaratamente anti europee. Il nemico più diretto è sempre quello, l’immigrato (in particolare quello di colore). In realtà la posta in gioco è anche maggiore: ne va del nostro modello di convivenza, cioè della nostra democrazia.

Queste tendenze del mondo germanico avranno pesanti influssi anche al di qua del Brennero. Non facciamoci illusioni. Dovremo fare i conti in Trentino Alto Adige con l’assertività della destra, purtroppo della peggior destra.

Naturalmente il quadro politico regionale è segnato pure da quanto accade a Roma. La situazione è molto fluida, incerta. La novità riguarda la legge elettorale, sicuramente migliorativa rispetto a quella uscita dal “taglia e cuci” della Consulta. Tuttavia rimane il disappunto per il frettoloso e sbrigativo voto di fiducia che può andar bene agli elettori di Salvini , ma non altrettanto per una sensibilità democratica e di sinistra, in questo caso autorevolmente rappresentata dall’ex presidente Napolitano.

Al di là della contingenza di questo convulso scorcio di legislatura, rimangono sullo sfondo i nodi irrisolti del Paese: fragilità delle istituzioni, trasformismo politico, incapacità di fare le riforme, crescente debito pubblico, clientele e corruzione, arretratezza di molti territori soprattutto al Sud. A ciò si aggiungono l’involgarimento della politica e, ovviamente, l’ondata populista. I cittadini sono sempre più arrabbiati. Sempre più impauriti. Sempre più confusi. E quindi tentati di dare una lezione a chi governa e di affidarsi a chi fa più rumore o la spara più grossa. L’estremismo è dietro l’angolo. Come fermarlo?

Guardando al Trentino, i sentimenti di crescente insoddisfazione, che serpeggiano anche tra gli elettori del centro sinistra autonomista, potranno essere sconfitti dando risposte adeguate ai bisogni della gente e nel contempo dimostrando capacità di governo di una società piccola, ma esigente, come la nostra. Di questi temi si è discusso nel convegno di sabato scorso, organizzato dal PSI Trentino. Nel dibattito con tre esponenti dei principali dei partiti al governo provinciale (Dellai per l’UPT, Tonini per il PD e Panizza per il PATT) è emersa, più di quanto non si voglia ammettere, la necessità del varo di una nuova alleanza riformista per i due appuntamenti del 2018. Alle fondamenta resta il patto virtuoso tra riformismo di centro e di sinistra, nonché di quello di ispirazione autonomista, di cui al Presidente Rossi va riconosciuto gran parte del merito. Per quanto riguarda le forze democratiche occorre ricordare l’alleanza – non solo elettorale – tra PD e PSI, che trova positiva concretizzazione proprio nel comune Capoluogo. La coalizione provinciale dunque, oltre che da PD, UPT e PATT, è composta anche da altre forze (il PSI e i Verdi) che da tempo ribadiscono la necessità di ritrovare urgentemente compattezza ed iniziativa politica, che da troppi mesi sembra affievolita o non adeguata. Il riconoscimento di questo apporto può dare nuovo vigore alla coalizione, non certamente per “aggiungere un posto a tavola” ma per condurre ad un aggiornamento del programma, capace di venire incontro alle nuove problematiche dei cittadini, forse non sempre interpretate in modo convincente dalle nostre forze politiche

L’allargamento del centro sinistra autonomista ad esperienze civiche locali, compatibili con la nostra visione della società e del governo provinciale, potrebbe servire per presentarsi all’opinione pubblica in maniera più compatta, dimostrandosi più “attrezzata” a guidare il Trentino in tempi che forse saranno ancora più difficili per la nostra autonomia in quanto tale.

Il PSI ha usato due parole: fiducia e rilancio. La coalizione del centro sinistra autonomista, in questa versione aperta e riformista, dovrà concentrarsi di più sui contenuti, cercando anche di recuperare un dialogo più proficuo tra i partiti che la compongono e soprattutto con la gente. È questa la strada migliore per rinsaldare la democrazia ed il rapporto di fiducia con i cittadini.

Alessandro Pietracci
Segretario Provinciale del PSI

Alessandro Pietracci
Ora ragionare sulle idee concrete

All’inizio del 2016 in un articolo di “buoni propositi” per l’anno appena iniziato auspicavo che la politica ritrovasse il proprio ruolo di cerniera con la società e che le istituzioni democratiche fossero in grado di essere al centro di una democrazia compiuta, in cui Governo e Parlamento agiscono per il “bene comune” e i cittadini si sentono parte delle decisioni assunte democraticamente. Questo augurio si è tradotto in realtà?

Purtroppo sembra proprio di no. E il quadro nazionale e internazionale non aiuta di certo. Anzi il 2016 ha visto peggiorare sostanzialmente il clima generale ad ogni livello. Referendum (in Gran Bretagna, ma ancor più quello italiano) ed elezioni (come quelle americane), hanno segnato una svolta in negativo di cui non abbiamo ancora compreso la portata e le possibili conseguenze. Nell’ambito sociale la rabbia della gente aumenta, e cerca una valvola di sfogo generalmente prendendosela prima con il governo in carica,  poi con qualche “nemico” esterno.

Oggi il capro espiatorio è l’immigrato, che viene accusato di tutto, dal terrorismo alla mancanza di lavoro. Sappiamo benissimo che questi fenomeni trovano altre ragioni e sono determinati da altri fattori: ma tant’è; sempre più persone si illudono di trovare benessere e sicurezza in scorciatoie populiste o nazionaliste. E poi ci sono innumerevoli focolai di crisi nel resto del mondo. Veramente basterebbe un fiammifero per dare fuoco alle polveri. E nel 2017 ci potrebbero essere varie occasioni perché ciò accada.

Come è ovvio, i’Italia, da sola, può fare ben poco a fronte di questo scenario che riguarda in primo luogo l’ Europa. A livello globale la democrazia, come l’abbiamo conosciuta finora, è in severa crisi ad ogni livello. Lo vediamo anche nel nostro Partito, a cominciare dalla deriva giudiziaria imboccata da un piccolo gruppo di compagni, a livello nazionale, anzichè utilizzare tutti gli strumenti offerti dal confronto democratico.

I Partiti politici possono essere realmente impegnati a governare seriamente, avere magari buone idee per il futuro, programmi innovativi coraggiosi e validi e magari avere leader in possesso di un’ottima preparazione; tutto questo significa poco o comunque è insufficiente a conquistare consensi e convincere i cittadini. Succede purtroppo che l’opinione pubblica, a volte, preferisca le urla di un comico, con invettive violentissime contro il “ceto politico” e affermazioni contraddittorie o grottesche. Non possiamo rassegnarci a questa condizione, assolutamente pericolosa per la nostra democrazia.

Per rispondere a questo clima le forze politiche più responsabili dovrebbero fare un salto di qualità. E invece… Il 2016, anno di elezioni e referendum, ha fatto registrare forti tensioni e scontri. La classe politica si sta autodistruggendo. Sono premiati i peggiori, mentre le persone “normali” scappano a gambe levate. Difficile distinguere i capaci dagli inadeguati. Citando Hegel è scesa una notte “in cui tutte le vacche sono nere”, indistinguibili, invisibili anche quando sono “sul corridoio”, secondo l’immaginifica metafora di Bersani.

Non si sa da dove cominciare. L’Italia sconta problemi endemici che oggi esplodono, a causa di una crisi che dura ormai da oltre un decennio, debilitando il tessuto sociale del Paese: il mai risolto rapporto tra magistratura e politica; la corruzione e il malaffare; l’incontenibile debito pubblico; l’alternarsi delle leggi elettorali; le riforme mancate o incompiute. In fondo la debolezza del sistema che rimane intatta – o si accentua – dopo l’esito referendario, ha penalizzato fortemente chi governa.  Staremo a vedere, anche se elezioni politiche anticipate sono dietro l’angolo.

Da qualche giorno si è concluso l’ iter formativo del nuovo Governo, presieduto da Paolo Gentiloni, che vede la presenza del nostro Segretario Sen. Nencini. L’ augurio che possiamo fare è che non ci si limiti a galleggiare, a tirare a campare, ad amministrare l’ordinarietà, ma a ricercare nuovi slanci ideali e riforme incisive.

Non ci possiamo permettere che si ripeta un altro 2016, con l’aggiunta dell’avvicinarsi della scadenza delle elezioni: notoriamente, a ridosso delle consultazioni, non si mettono in campo opere o proposte significative, al massimo le si promette. La debolezza, anzi la rissosità interna, dei nostri partiti grandi e piccoli, si riversa sulle istituzioni, assediate da una opposizione spesso distruttiva e, all’esterno, da una “piazza” in perenne, anche se silenzioso, tumulto. Ma abbiamo ancora bisogno dei partiti, che rimangono, con i loro difetti e con i loro limiti,  l’ossatura costitutiva dell’ Italia. La democrazia diretta è una chimera, o forse un incubo.

Non si riesce a rinunciare a qualcosa del proprio per costruire qualcosa al servizio della comunità. Questa incapacità è alla base dell’attuale crisi. Questa però è una “predica inutile”, come avrebbe detto Luigi Einaudi.  Penso che la coalizione di Governo, al di là delle inevitabili separatezze tra alleati, anche molto diversi, debba rapidamente trovare la sua ragion d’essere e, soprattutto debba comunicarla ai cittadini in maniera più convincente o più credibile, di quanto non abbiamo fatto finora, la clamorosa sconfitta del 4 dicembre deve pur farci riflettere: il consenso deve essere conquistato e mantenuto giorno per giorno. Come classe dirigente dobbiamo dire qualcosa di chiaro,  elencare le priorità,  ricordare i risultati raggiunti,  pensare a nuovi obbiettivi.

Nei prossimi mesi il PSI dovrebbe farsi promotore di queste istanze. Il nostro piccolo partito non ha posizioni di potere da difendere, quindi è più libero del PD di ragionare sulle idee concrete, quelle che più interessano i cittadini. L’augurio per il 2017 è proprio quello di poter ragionare sulle cose da fare senza attardarsi in insulti reciproci, in assetti di poltrone o in giochi di palazzo. Perché fuori tutto sta cambiando: bisogni, gusti, abitudini, aspettative, visioni del mondo.

Alessandro Pietracci

Alessandro Pietracci
Il rancore dopo il referendum

Nella vita e nella storia, individuale e collettiva, siamo chiamati a compiere scelte spesso difficili, se non laceranti o dolorose, che, quando non riguardano esclusivamente la nostra dimensione personale, finiscono sempre per scontentare qualcuno. Le opinioni sono tante, i desideri diversificati, le attese incomponibili, i punti di vista singolari: dal condominio allo Stato, le decisioni prese non trovano quasi mai un consenso unanime. Come fare affinché l’altro (sia esso un nostro familiare, un collega di lavoro, oppure un partito di opposizione in Parlamento…) accetti la nostra scelta benché non l’abbia affatto voluta e approvata?
Le civiltà umane si sono date diverse risposte, cercando di costruire comunità che permettano a tutti di sentirsi “a casa”, a prescindere da chi detiene in quel momento il potere. Esistono fattori identitari, ambientali, etnici e culturali, che determinano e cementano questa collaborazione reciproca. Tuttavia mano a mano che le comunità si sono allargate, diventando più complesse, servono regole giuridiche stabilite, procedure condivise e istituzioni riconosciute per garantire coesistenza pacifica e capacità di gestione. Essere in grado di litigare, di discutere, di contrapporsi e infine di decidere a maggioranza senza ricorrere alla violenza: questa è la politica. Che poi può assumere varie forme. La democrazia è un modo per scegliere senza violenza, con in più l’idea che al centro del processo debba esserci l’interesse collettivo.
La democrazia parlamentare è un sistema, in Italia, ormai consolidato dal secondo dopo guerra: un’immagine ideale per cui i cittadini, teoricamente liberi e coscienti del proprio ruolo, partecipano alla vita pubblica attraverso la partecipazione a questo o quel partito e soprattutto attraverso il voto In realtà in Italia abbiamo assistito negli ultimi quarant’anni ad una drastica diminuzione dell’affluenza alle elezioni: siamo passati dal 93% del 1976 al 73% del 2013 (nello stesso periodo per le consultazioni referendarie siamo scesi dal 87% del 1974 al 65% di oggi.
Questo è un campanello d’allarme drastico anche perché si accompagna ad una disaffezione generalizzata verso la classe dirigente, ad una sfiducia nella possibilità di cambiare realmente le cose. A lungo andare queste circostanze minano alle fondamenta la democrazia. Aggiungiamoci l’aumento della disuguaglianza e l’impoverimento della “classe media”, e arriviamo alla situazione odierna. Economia “molecolare”, “rancore” verso la “casta”, “rintanamento” nel quotidiano: queste alcune tendenze evidenziate nell’ultimo rapporto Censis sulla situazione dell’Italia. Di qui, secondo l’istituto di ricerca, “Il grande distacco tra potere politico e popolo; in crisi la funzione di cerniera delle istituzioni”.
Una democrazia forte non ha paura della divisione. Nel 1946 lo scarto tra i favorevoli alla Repubblica e quelli alla monarchia era più sottile dal divario tra i Sì e No a questo ultimo referendum. E si trattava di una scelta di peso molto diverso! Eppure adesso abbiamo paura di dividerci in due. Nonostante ciò, restiamo sulle barricate, l’un l’altro armati (per fortuna per ora soltanto a parole). Le forze politiche (in particolare il centro sinistra) si sentono assediate dai “populisti” o meglio dai rivoluzionari 2.0 che promettono di distruggere tutto per una palingenesi ottimistica con un afrore di imbroglio.
Certamente nella consultazione del 4 dicembre, si sono contrapposti anche i favorevoli innovazioni introdotte dalla riforma e quanti preferivano mantenere la Costituzione vigente, pur con i limiti tante volte denunciati. Ma l’Italia si sta divaricando di più tra i “sommersi” ed i “salvati” della globalizzazione; tra chi si vede scivolare nella povertà e chi immagina un futuro migliore; tra chi cerca un capro espiatorio e chi si rimbocca le maniche; tra i “senza diritti” e i super tutelati; tra chi crede ancora nelle istituzioni e chi dirà sempre “No”. Un No che negli Stati Uniti si tramuta in quell’urlo nelle urne del successo di Trump, che in Europa si scaglia contro l’immigrazione, rea di ogni tipo di nefandezza. Siamo meno ricchi: colpa del governo, dell’Europa, degli stranieri, della politica in generale. Così i demagoghi, quelli che usano il “linguaggio della gente” (sempre retrivo e volgare), i moralisti che a parole si contrappongono ai corrotti, hanno fiato e consenso. Metterli concretamente alla prova di governo sarebbe però inquietante e pericoloso.
Intanto la nostra democrazia rischia e la classe dirigente viene accusata, spesso a ragione, di essere lontanissima dai bisogni della gente. D’altro canto però le promesse facili – quelle che magari possono portare voti – alla prova dei fatti hanno un effetto contro-producente: innalzano e fanno cadere in un brevissimo lasso di tempo. Quello di cui abbiamo bisogno è di recuperare fiducia nelle istituzioni. In che modo? Ce ne sono tanti, ma forse è meglio cominciare da noi stessi, magari impegnandoci di più e meglio nella cosa pubblica.

Alessandro Pietracci,
Segretario Provinciale del Psi

Alessandro Pietracci
Meglio una riforma ora
che il declino futuro

La discesa agli inferi del linguaggio politico italiano si accelera con l’avvicinarsi della scadenza elettorale del 4 dicembre. Stigmatizzare questo fenomeno è doveroso. Non ci stancheremo mai di farlo, anche se sembra essere inutile: l’imbarbarimento dello scambio verbale è il prodromo di una volgarizzazione dell’intera società, preda di pulsioni irrazionali fomentate ad arte da troppi “cattivi maestri”.

Un buon maestro invece, il maestro Kong, cioè Confucio, più di 25 secoli fa connetteva la capacità di governo all’utilizzo di un linguaggio appropriato. Interrogato su argomenti politici, Confucio rispose: “Quando non sa di cosa sta parlando, un uomo di valore preferisce tacere. Se i nomi non sono corretti, non si possono fare discorsi coerenti. Se il linguaggio è incoerente, gli affari di governo non si possono gestire”. Molti leader politici, e non solo, dovrebbe imparare a memoria queste parole.

Nel caso del referendum costituzionale avviene l’opposto: chi non sa nulla della materia, sproloquia e riempie notiziari e talk show (nonché la Rete); i discorsi coerenti – anche di chi in passato o fino a ieri auspicava le necessarie riforme – lasciano il posto alla più bieca propaganda; “la buona gestione degli affari di governo” viene trascurata, travolta anch’essa da fattori esterni che non la dovrebbero condizionare. Gli esempi concreti si sprecano. Lasciando perdere la trivialità da trogolo di Beppe Grillo, stupisce l’atteggiamento del costituzionalista Pace che minaccia impugnazioni del risultato elettorale “se la vittoria del Sì dovesse essere determinata dai voti degli italiani all’estero”. Ma come? E se vincesse il No grazie a quei voti, tutto sarebbe regolare?

L’Italia sta perdendo la testa. Non possiamo permettercelo viste l’incandescenza del contesto internazionale, l’ondata demagogica che travolge l’Europa e una  nuova crisi economica dietro l’angolo. Questo dovrebbe essere il tempo del ragionamento, dell’equilibrio, magari di qualche “forse”. Certamente la logica referendaria non prevede zone di grigio. Le posizioni per forza si devono divaricare. O Sì o No. Le sfumature non esistono.

Varrebbe allora la pena di entrare nel merito, di stemperare le tensioni. E appunto di “rettificare i nomi” come diceva Confucio. Non ci troviamo di fronte a un golpe istituzionale, a uno stravolgimento della Costituzione. Essa ci ha garantito un indubitabile progresso democratico. Non si può però rimanere ancorati alle nostalgie. Neppure evocare complotti inesistenti. La riforma incide su tre ambiti specifici: il Senato, il rapporto tra Stato e Regioni, altre questioni, che sembrano divenute minori o non appassionanti (disciplina del referendum, abolizione del Cnel, modifiche nell’iter dei decreti legge, innalzamento del quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica, cancellazione delle Province…).

Si modifica il bicameralismo paritario. Era ora, perché l’Italia è uno degli ultimi Paesi del mondo ad avere due Camere che fanno l’identico lavoro, che ricoprono le stesse funzioni. Il Senato poteva essere abolito completamente? La normativa poteva essere scritta meglio? Forse, ma bisognerebbe dirlo a chi, dal 1979 in poi, auspica la grande riforma. Troppi smemorati si aggirano in Italia. Personaggi illusi (o in perfetta malafede) dicono che, una volta bocciata la riforma Renzi, in poco tempo si possa attuare “la migliore delle riforme possibili”, dimenticando che “il meglio è nemico del bene”. Qualcuno non si rende conto della fragilità del nostro sistema. Il realismo impone di fare qualcosa. Questa riforma è un primo passo. Non è un traguardo, ma è il massimo ottenibile in questo momento.

Come ovvio tuttavia questo referendum si è colorato di altre tinte più sanguigne. Troppo ambita è la preda Renzi. Una scrofa, dice Grillo. Qualcuno rimpiange la caccia al “cinghialone”, al socialista Craxi, autore del primo tentativo di grande riforma costituzionale, finita nel nulla per la sorda opposizione di chi è sempre pronto alle riforme predicate e mai portate a compimento. L’errore di Renzi è stato quello di personalizzare troppo la consultazione. Il plebiscito sul giovane premier non farà bene all’Italia, a prescindere dall’esito.

I socialisti non possono essere che per il Sì al referendum, consci come sono che soltanto riforme positive, anche se parziali (o”spicciole”), possono garantire altri anni di benessere. Stare a guardare non serve a nulla. Qualcuno dice: “Meglio nessuna riforma che una cattiva riforma”. Ma il motto ora dovrebbe essere questo: “Meglio una riforma ora che il declino futuro”.

Alessandro Pietracci
Segretario Provinciale PSI Trento

Alessandro Pietracci
In Trentino ripartiamo
dalla democrazia

Da qualche anno la ripresa dell’attività politica trentina coincide con la Giornata dell’Autonomia, in programma per il 5 settembre.

Dopo le brevi vacanze estive anche la coalizione del centro sinistra autonomista ha ripreso ad incontrarsi per fare il punto della situazione. Per i cittadini, il più delle volte, queste riunioni degli “addetti ai lavori” sembrano rituali inutili, oppure, ancora peggio, tavoli per spartirsi posizioni di potere. Intendiamoci, a volte è proprio così. Tuttavia occorre rivendicare la centralità del confronto tra le diverse componenti, grandi e piccole: esso è utile per affinare le scelte, per discutere sulle linee strategiche e per correggere gli errori. I partiti oggi non godono più della credibilità che avevano in passato, ma fino ad ora non abbiamo trovato vie alternative capaci di coniugare rappresentanza e partecipazione, che in fondo sono i cardini della democrazia.

Sono due parole che dovremmo sempre tenere presenti, declinandole però nel concreto della situazione. Facciamo l’esempio della Consulta provinciale per la revisione dello Statuto di Autonomia che proprio in questi giorni comincerà i suoi lavori. La partecipazione e il dibattito intorno a questo organismo sono stati ampi ma piuttosto effimeri. Certo non si può dire che sia mancata l’informazione. Ne è scaturita una Consulta di 25 membri che rappresentano, in qualche modo, la società trentina, ma è sopratutto la presidenza, affidata al professor Falcon, a costituire una garanzia per tutti. Emerge tuttavia un’altra questione fondamentale, quella cioè dell’effettiva capacità di governo, in questo caso della reale incidenza di tale organismo. In un anno si dovrà arrivare a una proposta operativa che porterà all’attivazione dell’articolo 103 dello Statuto di Autonomia, che disciplina l’iter per la revisione dello Statuto (che ricordiamo deve trovare il suo sbocco naturale e positivo nel Parlamento). Dunque va coinvolta la delegazione parlamentare regionale. Le incomprensioni dei mesi scorsi tra i nostri deputati e senatori con il Consiglio provinciale andranno assolutamente evitate in futuro; anche perché siamo alla vigilia del referendum confermativo sulle riforme costituzionali volute fortemente dal governo Renzi, sulle quali il centro sinistra autonomista trentino non si è ancora espresso in modo univoco, come da tempo auspicato dal Presidente Rossi. Parlando di autonomia trentina, i socialisti sostengono il sì alla riforma perché essa non intacca le nostre competenze, ma anzi apre la possibilità di cambiamenti nello Statuto concordati con le due province autonome di Trento e Bolzano. Lo Stato non potrà fare da solo. Ecco che, nei prossimi mesi, ci aspetta una grande responsabilità: dimostrare, ancora una volta, di saper utilizzare meglio ed in modo più virtuoso le risorse ricevute.

Partecipazione, rappresentanza, capacità di governo. La politica non può abdicare al proprio ruolo. Il quadro istituzionale è importantissimo, ma la gente guarda soprattutto alle scelte concrete. Che, lo ribadiamo, coinvolgono la vita quotidiana. Ciò che garantisce il nostro benessere. La salute, il lavoro, la sicurezza, le infrastrutture, ma anche l’innovazione e lo sguardo al futuro. La politica deve parlare di questo, coinvolgendo al massimo l’opinione pubblica.
Prendiamo il caso della sanità. In un anno l’assessore Zeni si è trovato a dover dirimere questioni davvero complesse e controverse: dai punti nascita al Not (nuovo ospedale), dall’organizzazione delle RSA fino alla medicina primaria e territoriale; per non parlare dell’avvicendamento del direttore generale dell’Azienda sanitaria. Molto si è fatto in questi mesi. Però all’insegna dell’emergenza. D’ora in poi servirebbe un piano di azione coerente e certo su cui concentrarsi per il resto della legislatura.

Il lavoro: anche in questo caso la Provincia ha operato intensamente cercando di lenire l’impatto di una crisi economica durissima. Ci sono stati buoni risultati, ma la capacità produttiva del Trentino può essere aumentata. Come Socialisti poniamo quest’istanza come punto fondamentale dell’agenda politica.
La comunità deve poi avere garantita la sicurezza. Essa però non può esaurirsi alla questione dello spaccio intorno alla Portela. E neppure al più impattante problema dei richiedenti asilo. La presenza di stranieri – anche dei profughi – non può essere, infatti, rubricata soltanto sotto la categoria “ordine pubblico”. Può essere invece occasione di crescita e di innovazione. Nell’età della globalizzazione, la società chiusa e identitaria è un’ illusione pericolosa. Il Trentino potrebbe essere invece un modello di un’accoglienza intelligente, che coinvolge i cittadini e che genera sviluppo.

Questo è il futuro (immediato) che ci aspetta. Il capoluogo parlerà di nuovi scenari nella Smart City Week: una due giorni di eventi all’insegna dell’innovazione; proprio su quegli aspetti fondamentali per il benessere: salute, sostenibilità ecologica, trasporti e mobilità, nuove tecnologie. Tutti aspetti interessantissimi, ma poi ci deve essere qualcuno a fare sintesi. Ed ecco che ritorna la politica, con il suo ruolo di coordinamento e decisione, ma questa è un’altra storia.

Alessandro Pietracci
Segretario Provinciale del PSI

L’uomo solo al comando

La politica trentina sembra non avere pace. Congressi che avrebbero dovuto essere risolutivi e chiudere (finalmente!) mesi convulsi, si trascinano ulteriormente tra conflitti interni (Upt) e scivoloni su cui non mi soffermo (Patt). E così di progetti concreti non si parla più, delegando nei fatti alla giunta provinciale ogni decisione e mediazione. La crisi dei partiti è drammatica. Siamo peraltro in buona compagnia: questa situazione si riscontra a livello, oserei dire, globale. Pure meccanismi democratici rodati, come le primarie negli USA, (praticate da oltre un secolo) sembrano vacillare a fronte delle nuove tendenze populiste. Così c’è il rischio che il partito repubblicano venga travolto dal ciclone Trump. In Europa si affacciano nuove forze, a destra come a sinistra, che anche in questo caso sovvertono equilibri decennali. In Germania per la prima volta un partito a destra della Cdu ottiene vasto consenso: il sostanziale bipolarismo tedesco è un ricordo con Spd e Cdu “condannati” a governare insieme per lungo tempo.

Venendo all’Italia il quadro delle elezioni amministrative è estremamente complesso e articolato.  Quella che fu la coalizione berlusconiana è implosa tra veti incrociati, candidati impresentabili e desiderio di contarsi. Alla fine sembra prevalere l’estremismo di Salvini. A sinistra ritorna la gara al “farsi male da soli”: si moltiplicano liste, (in molti casi più annunciate che reali), mentre  tornano in scena vecchi amministratori, come nel caso di Bassolino. Nel PD la minoranza bersaglia quotidianamente il quartier generale renziano, ma i cannoni sparano pallottole di carta che non scalfiscono l’impostazione personalistica del Segretario-Presidente del Consiglio.

Sembra quasi che l’unica alternativa al disfacimento dei partiti sia “l’uomo solo al comando”, l’uomo forte (perché telegenico o “battutaro”), il miliardario  che rompe il politically correct. Poiché il problema è strutturale, sarebbe sbagliato dare pagelle e distinguere i buoni dai cattivi. Le dinamiche della politica non sono quelle dell’etica. Probabilmente è la crisi, spero stagionale, della democrazia liberale a causare inevitabilmente questo tracollo del livello generale del personale politico.

Sempre di meno sono coloro che si impegnano dentro un partito, una parte crescente della società se ne tiene alla larga e quindi bisogna prendere quanto in quel momento offre la piazza. In conclusione però sarà questo personale politico di mediocre livello a scegliere i candidati, gli eletti e dunque i governanti.

Basta farsi notare un poco e subito si viene cooptati anche con ruoli di responsabilità, come è accaduto per il Presidente del Patt Pedergnana. Dopo l’esplosione del caso Rossi e Panizza si sono affrettati a dire che non conoscevano i trascorsi del Pedergnana, raccogliendo le critiche dell’ex compagno di partito Carlo Andreotti, stupito dal fatto che la classe dirigente del Patt non venga scelta in maniera più accurata. Così accade un po’ ovunque, gli autonomisti sono in buona compagnia visto che, come detto, la questione è strutturale. Pochi militanti, scarsa possibilità di scelta, partiti porosi e “scalabili” da chiunque, qualità dell’amministrazione in discesa.

Il problema ci riguarda tutti grandi e piccoli. E osservando da vicino il Trentino sembra che la Giunta di Ugo Rossi sia una sorta di “governo tecnico” avulso da partiti, i quali sembrano incapaci di elaborare idee utili per risolvere problemi che interessano i cittadini, perdendo identità e capacita di confronto. Il Presidente Rossi, a causa delle circostanze,  ma un po’ anche per sua scelta, diventa anch’egli di fatto un “uomo solo al comando”. Forse con questa consapevolezza lo stesso Rossi, dopo parecchi mesi, convoca il “tavolo della coalizione”, cioè i rappresentanti delle forze politiche del centro sinistra autonomista. Non credo che una riunione di segretari di partito e consiglieri provinciali rappresenti la soluzione, tuttavia fa capire che al di là della Giunta esiste ancora qualche rimasuglio di politica in Trentino.

Il PSI, non ha rappresentanza in consiglio provinciale, è dunque più libero di parlare  di progetti e cose concrete anziché di equilibri e di posti. Siamo ritornati spesso su questi pochi punti all’ordine del giorno: problemi istituzionali (la Consulta per il terzo Statuto servirà a qualcosa?); priorità per questi ultimi due anni di legislatura (nuovo assetto della sanità trentina? Riordino del sistema museale? Ulteriore sburocratizzazione?); un percorso politico che porti a un progetto condiviso anche per il 2018, sia per i contenuti programmatici che per il sistema di scelta del candidato presidente. Ogni possibile criterio può essere valido: importante che sia condiviso e chiaro fin dai prossimi mesi.

Le forze politiche devono assolutamente scegliere in modo partecipato, pena una disaffezione che sembra davvero inarrestabile.

Alessandro Pietracci
Segretario Provinciale PSI

 

Trentino-A. Adige, regione da non buttare

Alla fine resterà soltanto l’orchestra Haydn. L’istituzione musicale sembra essere destinata a diventare l’unica e ultima iniziativa di una Regione, il Trentino – Alto Adige/Sudtirol, ormai svuotata di qualsiasi funzione, di qualche rilievo.

Montagna fioriIl Consiglio regionale sembra essere il vascello fantasma della leggenda nordica, resa celebre dall’opera wagneriana “L’olandese volante”. Il racconto si attaglia perfettamente alla nostra situazione: il vascello fantasma, il cui equipaggio è composto anch’esso di presenze evanescenti, appare e scompare tra i flutti; qualche volta ha contatti con la terraferma, cioè con la realtà; alcuni però dicono che non esista, altri che invece sia in procinto di nuove scoperte, di nuovi viaggi capaci di rinverdire antiche glorie.
Così sembra essere la Regione fantasma: esiste o non esiste? Che cosa fa? Qual è il suo ruolo? E gli ammiragli che si sono susseguiti pensano di restaurare o di smantellare una volta per tutte il logoro vascello? Certo è che la rotta Bolzano, Trento, Roma sembra non avere mappe certe né punti di riferimento adeguati per un viaggio tranquillo. Sembra che la bussola e il cannocchiale siano stati da tempo gettati in mare. Si naviga a vista, tra le nebbie e le scogliere. La rotta viene così modificata, invertita, deviata senza un disegno preciso. Il rischio di incappare nella tempesta definitiva è sempre più alto, sopratutto in questo momento di forte e crescente sentimento, nel Parlamento e nel Paese, contrario alle autonomie speciali.
Fuori di metafora, la situazione della Regione è davvero preoccupante. In queste prime settimane dell’anno sono stati varati due organismi consultivi che dovrebbero aiutare nel lungo cammino verso il cosiddetto Terzo statuto. Alto Adige e Trentino sono andati ciascuno per proprio conto: a Bolzano è nata una Convenzione, a Trento una Consulta. Queste iniziative, per altro utili e nobili almeno nelle intenzioni, rischiano però di essere ancora una volta orpelli retorici completamente ininfluenti a livello concreto. In contemporanea infatti i “nostri” parlamentari depositavano un disegno di legge costituzionale che, se ho ben compreso, svuota di fatto, ulteriormente, la Regione privandola di una delle sue residue competenze, quella sugli enti locali.
A mio avviso giustamente il presidente del Consiglio provinciale di Trento, Bruno Dorigatti, ha chiesto chiarimenti con un tono  eccezionalmente deciso ed energico. Le repliche piccate di Ugo Rossi (che è anche Presidente della Regione) superano una normale dialettica istituzionale. Tutto sembra visto con fastidio. Così però aumenta la confusione.
Come socialisti non possiamo che auspicare che questa tensione tra le massime autorità della Provincia trovi uno sbocco positivo e che prevalga finalmente la volontà di ricercare una unità pragmatica, antidoto alle “pulsioni suicidogene” che si manifestano sempre più spesso e ad ogni livello nel centro sinistra autonomista trentino.
Perché la posta in gioco è troppo alta. Non si tratta più di equilibrismi o della malcelata intenzione della SVP di andare verso la certificazione di morte della Regione. Come avvenuto negli ultimi decenni la SVP ammicca i trentini con belle parole, lusinghe e promesse, salvo poi alla prova dei fatti perseguire la stessa strategia: in sede romana ridurre di anno in anno le competenze, mettendo in campo i suoi voti, sempre utili e a volte necessari al Governo.
Così potrebbe continuare fino allo svuotamento completo della Regione. E il Terzo statuto certificherebbe la nascita di due enti separati, con gravissime conseguenze per l’autonomia trentina. Forse a questo non si arriverà mai e rimarrà una cornice istituzionale unitaria sempre più invisibile. Oppure no. Non è detto che tutto rimanga come adesso.
Quello che preoccupa di più risiede però, a mio avviso, nella scarsa consapevolezza politica di questa fase. Ora la SVP è molto inquieta per l’intenzione austriaca di ripristinare il confine del Brennero a causa della crisi dei migranti. Sarebbe un fatto di eccezionale gravità. Che però evidenzierebbe una realtà da cui non si può prescindere: il fatto cioè che l’Alto Adige/Sudtirol è Italia e non Austria. Pensavamo che il confine fosse ormai abbattuto per sempre. Sognavamo la nascita di Regioni europee transfrontaliere. Nell’ambito di un’Europa sempre più unita, gli Stati nazionali avrebbero contato sempre di meno, mentre sarebbero sorte in tutto il continente Regioni autonome guidate da un governo centrale europeo. La storia sembra invece andare in un’altra direzione. Ritornano i confini, le nazionalità, la chiusura dentro se stessi. In questo quadro la Regione Trentino – Alto Adige/Sudtirol dovrebbe essere invece rilanciata, come espressione collettiva e voce di questo territorio, come unione di minoranze, come prova di una convivenza possibile non solo tra i gruppi etnici storici, ma anche con i nuovi arrivati che fuggono da guerre e violenza. Questo è l’orizzonte a cui dobbiamo tendere.
Alessandro Pietracci
Segretario Provinciale del PSI

Dal Giornale Trentino, 17 febbraio 2016, p.1

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