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Alessandro Zampella

Alessandro Zampella
Dalle Comunali a Listopoli

A fotografare lo stato del Partito Democratico napoletano è bastato uno dei soliti commenti al vetriolo di Antonio Bassolino: “Il PD a Napoli è in sala rianimazione”. È una frase semplice, secca, breve, ma che racchiude in sé l’essenza di anni di fallimenti e torbide vicende. L’ultima, in ordine di tempo, è storia nota alle cronache nazionali: nove candidati della lista civica “Napoli Vale”, lista costruita per sostenere Valeria Valente nella corsa al Comune di Napoli, sono stati infilati nella competizione elettorale a loro totale insaputa. La ricerca dei responsabili di questa squallida faccenda è ancora in corso: al momento l’unico indagato è il consigliere comunale Madonna, autenticatore delle firme false degli ignari candidati, ma sotto l’occhio del ciclone sono in tanti, a cominciare dai presentatori della lista. La procura ha richiesto anche l’elenco dei finanziatori della campagna elettorale della Valente e ha annunciato che l’inchiesta verrà estesa ai candidati di tutte le altre liste che hanno sostenuto la deputata napoletana, fatta eccezione per la lista del PD, le cui firme sono state autenticate da un notaio.
Le responsabilità politiche sono evidenti e ricadono sulla candidata sindaco e sul partito principale della coalizione di centrosinistra. Sono le ennesime responsabilità conclamate per un partito che a Napoli ormai è evitato come la peste, persino dai suoi iscritti: ne è una dimostrazione l’ultima assemblea metropolitana, cui hanno partecipato 58 delegati su 400, e che nei fatti è un organismo del tutto privo di senso politico. Dal 2009 a oggi, numeri alla mano, il PD ha perso tutte le elezioni locali affrontate, fatta eccezione per le Regionali 2015, vinte per un soffio grazie all’alleanza dell’ultimo secondo tra De Luca e De Mita, che fino al giorno prima della presentazione delle liste sosteneva il centrodestra caldoriano. Nel capoluogo le ultime elezioni comunali, sia nel 2011 sia nel 2016, sono state precedute da primarie torbide, terminate in entrambi i casi con scandali e polemiche. Il partito, in città, è percepito come luogo di malaffare. Una sciocchezza, considerata l’enorme quantità di brave persone che lo abitano e lo vivono, ma quanto incidono sull’opinione pubblica vicende come Listopoli o come le fritture di pesce del governatore? E restano in ogni caso la non-politica, la totale assenza di opposizione all’amministrazione, le sconfitte, il fuoco interno incrociato e la sensazione che i democrat abbiano imboccato un tunnel senza alcuna via d’uscita. Al punto tale che lo stesso De Luca sembra avviato a un lento distacco e a concentrare tutte le sue energie sul movimento personale Campania Libera. Il PD insomma, a Napoli, si avverte solo per gli scandali, le polemiche e le inchieste giudiziarie.
E i socialisti? Il PSI è più che mai assente dal dibattito politico cittadino, e a quest’assenza sicuramente hanno contribuito e contribuiscono le scelte politiche degli ultimi nove mesi. Lo scorso anno tentammo, pur consci dell’improba impresa, di partecipare alle primarie del centrosinistra con una candidatura esterna all’agone politico, che rompesse gli schemi e modificasse un quadro ormai già dipinto. Col senno di poi si è rivelato di certo un errore, ma all’epoca operammo questa scelta, mostrando anche una buona dose di coraggio, per due motivi: primo, per dare un segnale della nostra presenza all’opinione pubblica, dato che, come sa chi si interessa della gestione del partito a tutti i livelli, non è affatto facile farvi breccia; secondo, per evitare che la competizione si risolvesse in un affare interno al PD. Le altre formazioni politiche del tavolo del centrosinistra infatti non davano segnali in questo senso: o partecipavano già proiettate altrove o non ritenevano di avere la forza di presentare candidature oppure si limitavano ad avallare tutte le scelte del partito di maggioranza relativa. A una settimana dal voto poi subimmo, a opera dei “democratici”, una scorrettezza sul piano umano e politico. Decidemmo di andare fino in fondo per rispetto al nostro candidato, ai cittadini e a tutti quelli che avevano lavorato alla campagna elettorale. Ma questa vicenda, unitamente allo strascico di scandali e polemiche che coinvolse la vittoria della Valente, ci schiarì le idee. Abbandonai la commissione delle primarie, cui partecipavo in rappresentanza del partito, di cui allora ero Vicesegretario Provinciale, e in segreteria, collegialmente, decidemmo di sottoporre agli iscritti del PSI un’alternativa: sostenere alle elezioni l’amministrazione di sinistra uscente, guidata da Luigi de Magistris. Per qualcuno, ancora oggi, si trattava di un’operazione squisitamente tattica, motivata dall’esigenza di eleggere consiglieri comunali, a seguito di una coalizione data già allora per vincente. Per me, che guardavo all’area arancione da tempo, era ben altro: scorgevo in quella sinistra fluida, torrentizia, varia, in formazione, multicolore, un’alternativa seria al centrosinistra cui eravamo ormai assuefatti da anni, prigioniero delle logiche di governo e delle alleanze con alfaniani e verdiniani. Pensavo, e penso tuttora, che i socialisti avrebbero potuto contaminare positivamente questa sinistra magmatica e alternativa, infondendo in essa la necessaria cultura politica riformista.
Il resto è storia nota, sebbene qualcuno abbia cercato e cerchi di alterarla. Nonostante le assicurazioni pervenute inizialmente da Roma, fu presto chiaro che non avremmo mai potuto seguire la strada alternativa, nel frattempo votata anche dall’assemblea provinciale e dalle assemblee degli iscritti. A meno di un mese dalla presentazione delle liste, in data 8 Aprile, annunciammo le dimissioni di tutta la segreteria provinciale, in realtà mai formalizzate, perché consci che da Roma non ci avrebbero permesso di presentare la lista di partito nella coalizione de Magistris. Il giorno dopo scoprimmo dalla stampa che la Federazione era stata affidata a un commissario, che si attivò subito per formare una lista a sostegno della candidata Valente, coadiuvato peraltro da due dirigenti che fino al giorno prima sostenevano le nostre tesi. Ancora oggi lo ritengo un sopruso: la volontà degli iscritti della Federazione fu prevaricata senza appello. Tutti noi conoscevamo bene il PD, e d’altro canto lo conoscevano i cittadini napoletani: fu una disfatta per la Valente, ancor più per il PSI, che con una lista di 40 candidati (speriamo tutti consapevoli!) ottenne 1677 preferenze, pari allo 0,4% dei voti validi espressi.
Nessuno, né il segretario nazionale, né il segretario regionale, né tantomeno l’attuale gruppo dirigente napoletano, compresi i due strateghi che fino al giorno delle dimissioni della precedente segreteria provinciale sostenevano l’opzione de Magistris, salvo poi essere folgorati sulla via di Damasco in poche ore, nessuno di costoro ha pensato, neanche per un secondo, di fare pubblica ammenda per quanto avvenuto e per le responsabilità di cui si sono fatti carico. Hanno gettato al vento anni di lavoro, condannando la comunità socialista a non avere rappresentanti nelle istituzioni cittadine per un’altra consiliatura, e hanno trascinato il PSI a rimorchio di un PD nei fatti impresentabile, ancor più oggi dopo la vicenda Listopoli. E non una sola, singola scusa è arrivata verso chi, nei fatti, ha avuto ragione.

Alessandro Zampella

Primarie, l’ultima spiaggia
per Napoli e il centrosinistra

Napoli veduta VesuvioPer essere pratici, un ritrattista che volesse fissare su tela la politica napoletana del presente raffigurerebbe il seguente stato dell’arte: un centrodestra esitante, ancora stordito dalla sconfitta di Caldoro, monco di Area Popolare, ossia NCD e demitiani, e indeciso sulla candidatura di Gianni Lettieri, che però sarà in campo in ogni caso, con o senza partiti; una forza politica, il Movimento Cinque Stelle, primo partito in città alle recenti consultazioni regionali, che è con ogni evidenza invischiato in una lotta interna per la candidatura a sindaco; l’uscente De Magistris, dato per spacciato sino alla vigilia delle scorse elezioni metropolitane, e invece pienamente rinvigorito e dotato di una peculiare immagine, quella di uomo del popolo che de-renzizza la città e supera le inique avversità giudiziare; un centrosinistra senza marce, paradossalmente illuso dalla vittoria di De Luca, panacea che ha sepolto tonnellate di polvere sotto il tappeto, intrappolato dal costante balletto del PD primarie sì, primarie no, e sempre in ritardo nei momenti decisivi; infine il cosiddetto partito dell’astensione, che lo scorso maggio a Napoli ha toccato quota 60%, un dato più che allarmante, e ancora più allarmante è il fatto che non se ne discuta e che sia del tutto assente dal dibattito politico.

Come riportare i cittadini napoletani alle urne? Ossia, come riagganciare la gran parte della popolazione alla politica, che nella sua accezione originaria è l’organizzazione della vita civile?
È questo il grande quesito della contemporaneità cui nessuno riesce a trovare valide risposte, e che certo non riguarda solo Napoli. Sembra evidente che i partiti, nel terreno del confronto e della partecipazione, abbiano ceduto qualcosa alle associazioni, ai comitati civici, alle rappresentanze di quartiere. C’è dunque disaffezione non tanto nei confronti della vita politica, cui anzi molti vogliono concorrere, bensì nei confronti dei classici corpi intermedi. Ma la questione non è facilmente liquidabile con un de profundis dei partiti: essi in realtà non sono chiusi, come qualcuno strumentalmente vuol far credere, ma non riescono a capire come coinvolgere, come stimolare la partecipazione, come trascinare iscritti, simpatizzanti, cittadini. In poche parole hanno enormi difficoltà a interpretare la realtà del presente e a immaginare le necessità del futuro. E proprio di futuro questa città ha un disperato bisogno.

Quello del Sindaco è un mestiere difficile, quello del Sindaco di Napoli è il mestiere più difficile del mondo. La prossima amministrazione dovrà fare i conti con diverse questioni vecchie e nuove, ormai senza tempo: Bagnoli, il ciclo dei rifiuti, il recupero e la riqualificazione delle periferie, il rilancio delle attività produttive, il ruolo del Porto, la destinazione di Palazzo Fuga e di tanti altri immobili del patrimonio comunale, la manutenzione degli edifici, il crollo del trasporto pubblico su gomma, il caos delle “movide”, le occupazioni improprie, i rischi ambientali, la salute pubblica e tanto altro ancora. Senza dimenticare tutte le difficoltà legate al tema della sicurezza. La nuova criminalità dei ragazzini, dei giovanissimi senza pietà, getta un’ombra terribile sugli anni a venire: privi della possibilità di ottenere un’istruzione e una formazione, senza alcuna prospettiva di lavoro, essi sono inevitabilmente attratti dal gorgo del malaffare e da forme di occupazione maledette e malvagie. Incrementano le già corpose fila delle fasce sociali totalmente prive di cultura e informazione, nell’indifferenza assoluta delle altre, che invece dovrebbero indirizzare la crescita collettiva.

Ad oggi questo cortocircuito sociale e culturale rappresenta forse il principale problema della città.

Napoli necessita di una rivoluzione che investa le menti, soprattutto dei più giovani, attraverso la creazione e la moltiplicazione in tutto il territorio cittadino, municipalità per municipalità, di strutture sportive, associative e ricreative; di “biblioteche del futuro”, ossia spazi che coniughino le forme più diverse di intrattenimento e crescita culturale; di luoghi d’incontro che offrano ai giovanissimi, in special modo a quelli deprivati, la possibilità di non frequentare la “strada” e di avere un’alternativa. L’istruzione, il progresso individuale, l’ambizione di migliorarsi e di migliorare ciò che ci circonda sono le speranze concrete per poter almeno immaginare il cambiamento, ad oggi così distante e lontano.

Napoli è un edificio traballante e bisogna avere la forza e il coraggio di guardare oltre: la nuova classe dirigente dovrà da un lato rattoppare ove possibile le falle del presente e dall’altro gettare le fondamenta di un nuovo edificio: dovrà in sostanza seminare un progetto per il futuro i cui frutti saranno raccolti nella migliore delle ipotesi tra venti o trent’anni. Senza questo coraggio e senza quest’assunzione di responsabilità Napoli è destinata a restare ferma ed immobile nel tempo, come da anni a questa parte, o peggio ancora è destinata a correre all’indietro.

Chi si candida a guidare la città ha quindi il difficilissimo compito di traghettare i napoletani in avanti. Il centrosinistra ad oggi è in quarta posizione nelle previsioni dei più.
De Magistris e Lettieri sono in perenne campagna elettorale perché già candidati da tempo; i grillini raccoglieranno comunque i consensi di protesta cui ormai sono abituati, anche se la vicenda Quarto e le titubanze su alcuni, fondamentali disegni di legge ne hanno minato profondamente la credibilità e la graniticità. Le primarie sono l’unica possibilità del centrosinistra di creare una mobilitazione e una partecipazione ormai smarrite e di recuperare credito nei confronti della città.
Pur fragili e monche per assenza di una regolamentazione uniforme sul territorio nazionale, le primarie rappresentano in ogni caso un momento di confronto e di condivisione impagabile per partiti e cittadini. Se avremo una competizione trasparente, ben regolamentata, combattuta, pulita ed efficace, e nessun indicatore fa pensare il contrario, con ogni probabilità la coalizione eseguirà quello scatto in avanti sufficiente per recuperare il terreno perso e per scavalcare gli avversari. Se la politica tornerà vera protagonista, ne beneficeremo tutti.

Alessandro Zampella