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Alessia Malachiti

A Parigi “stanza del buco” per i tossicodipendenti

sala-del-bucoVenerdì 14 Ottobre verrà aperta a Parigi una sala dedicata alla somministrazione delle droghe pesanti presso l’ospedale di Lariboisière. Questa notizia ha diviso l’opinione pubblica e la politica. In particolare, la destra francese sembra non essere favorevole alla “somministrazione assistita” delle droghe pesanti.

Al di là delle idee politiche e dello scalpore che ha suscitato questa iniziativa sperimentale, è necessario considerare che l’idea ha un valore sociale importante e che, se ben gestita, può essere in grado di ridurre i decessi per overdose. Inoltre, tutti i cittadini possono trarre beneficio dal fatto che queste persone potranno utilizzare droghe pesanti in un ambiente controllato. Nell’area, infatti, si ridurrà il degrado legato al consumo in strada di queste sostanze. Ciò nonostante, per rendere l’esperimento sociale più efficace, sarebbe opportuno impedire la possibilità di utilizzare droghe reperite al di fuori della struttura, cosa che invece è specificata nel disegno della strategia.

Sostituendo questo punto, si andrebbe a ridurre la criminalità legata allo spaccio e si andrebbero a rispettare i principi dell’ utilitarismo, i quali suggeriscono che è necessario ottenere il maggiore benessere per il maggior numero di persone. Infatti, qualora Parigi decidesse di eliminare lo spaccio nella zona, mettendo a disposizione le sostanze per coloro che hanno una comprovata dipendenza,  l’ esperimento avrebbe fatto centro, poichè si eliminerebbe la criminalità legata alla vendita illegale delle sostanze.

Ovviamente, i medici ed il personale qualificato che faranno assistenza ai tossicodipendenti, dovrebbero inoltre proporre loro delle alternative, come per esempio la somministrazione di Metadone e successivamente la diminuzione graduale dello stesso al fine di poter consentire la disintossicazione.

Alessia Malachiti

Istigazione al suicidio
Oggi #JeSuisTiziana

web-tastieraTiziana, una bella ragazza napoletana di trentuno anni, è divenuta famosa sul web – e non solo – poichè venne diffuso un video hot nel quale pronunciava le parole: “Stai facendo il video? Bravo”. Della trentunenne non si conosceva soltanto la voce, ma anche il volto, il nome ed il cognome. Il tutto senza consenso: Tiziana era finita in rete a sua insaputa ed il filmino era divenuto virale, al punto che vennero realizzate – e destinate alla vendita – cover per smartphone, magliette ed altri gadget con la frase da lei pronunciata. Non solo, quelle parole vennero addirittura utilizzate da alcuni negozianti per realizzare uno slogan pubblicitario durante i saldi nella città di Salerno. Dai Vip, che non hanno risparmiato le citazioni, al commerciante sotto casa, tutti erano venuti a conoscenza del video, tanto che la vita di Tiziana era divenuta impossibile. La ragazza si era infatti rifugiata in Toscana insieme alla madre e desiderava cambiare identità per potersi costruire un futuro.

La trentunenne aveva fatto causa a diversi siti web, tra cui Facebook, per ottenere la rimozione del video divenuto virale. Se, da un lato, la sentenza ha riconosciuto il sacrosanto diritto all’oblio, dall’altro l’aveva condannata al pagamento di alcune spese legali per i siti che erano stati riconosciuti non colpevoli, per un totale di 20.000 Euro. Era però stato chiaramente sancito che Tiziana aveva diritto ad ottenere l’immediata rimozione del video, ma la sentenza è arrivata troppo tardi: soltanto pochi giorni fa. Ormai tutta Italia conosceva la ragazza per quel filmato e gli sfottò, le citazioni ed i “meme” erano già stati ampiamente diffusi.

Tiziana è stata ritrovata senza vita Martedì 13 settembre. La ragazza si è suicidata, la vergogna era troppa. All’indomani del gesto, la Procura indaga per istigazione al suicidio. Si tratta, però, di una istigazione collettiva, poichè a parte le responsabilità oggettive di coloro che hanno diffuso il video, in pratica tutto il Paese ha preso in giro Tiziana. Basti pensare alla realizzazione del “merchandising” per capire fino a che punto questa ragazza possa essersi sentita giudicata e rifiutata dalla società. Questo caso è emblematico per quanto rispecchi la superficialità del Paese: quando si parla di bullismo e di cyberbullismo, infatti, la persona è vittimizzata da un gruppo circoscritto e, tendenzialmente, riesce a trovare appoggio in altri gruppi sociali. La trentunenne, però, non è stata attaccata da un gruppo di persone, bensì da quasi tutta Italia.

Anche se ci sono persone che nulla c’entrano con quanto le è accaduto, la percezione che può aver avuto Tiziana è di aver avuto il mondo contro di sè. Per cosa poi? La ragazza non aveva fatto nulla di male e, qualora venisse confermato il fatto che il video venne girato durante un tradimento sentimentale, questo non costituisce di certo un reato. La giovane ha avuto una sola colpa: lasciarsi andare durante un momento di leggerezza senza pensare alle conseguenze che quel video avrebbe potuto portare. Tiziana, in quegli istanti, non aveva riflettuto su un’eventuale diffusione pubblica. Non avrebbe immaginato si sarebbe verificato, ai suoi danni, il grave reato di violazione della privacy.

La realtà dei fatti è che ogni donna avrebbe potuto trovarsi al posto di Tiziana. Ognuna avrebbe potuto fidarsi delle persone sbagliate e sottovalutare l’ignoranza altrui. Perchè è di ignoranza che si parla quando si diffonde un video del genere senza consenso, dato che manca la conoscenza del dolore che una persona può provare, quasi come se si trattasse di un deficit di empatia. E’ un ulteriore sintomo di ignoranza collettiva ridere di una vittima e sfruttare il fatto a proprio vantaggio per realizzare sfottò di ogni tipo o vendere gadget.

Contro l’ignoranza e la superficialità che hanno ucciso Tiziana, contro un Paese che non è in grado di rispondere ad emergenze come queste applicando in tempi celeri i provvedimenti necessari a rispettare il diritto all’oblio, contro la violenza psicologica, contro un’Italia che istiga le vittime al suicidio, oggi scrivo: #JeSuisTiziana .

Alessia Malachiti

Terremoto. Conseguenze e considerazioni sociologiche

terremoto1217A seguito di tragedie come quella del terremoto nel Centro Italia, ci si interroga su cosa si è imparato e come si possono migliorare i servizi e le normative. Senza dimenticare l’importante esempio di solidarietà ed umanità che l’Italia ha trasmesso al mondo, non passa in secondo piano il contributo dei cani, che hanno aiutato i soccorritori ad estrarre vive dalle macerie decine di persone. Di fronte ad uno scenario di questo tipo ci si sofferma sia sugli avvenimenti più commoventi, che sui fattori più positivi, poiché è così che tutta la popolazione si sente coinvolta.

La maggior parte degli italiani ha speso parole solidali nei confronti dei connazionali colpiti dal sisma, ma molte sono state le critiche nei confronti dei migranti. Questi ultimi, smentendo il pregiudizio, non soltanto hanno aiutato i soccorritori se si trovavano nelle vicinanze delle zone distrutte, ma hanno anche mostrato vicinanza nei confronti di coloro che li hanno aiutati nel momento della necessità. È l’esempio di Armin, che ora vive ad Amsterdam, ma che è sbarcato da profugo in Italia, che ha scritto sulla pagina Facebook della BBC: “Dio benedica gli italiani. Quando mi trovavo in Italia come profugo mi hanno dato acqua e cibo, gli vorrò bene per sempre. Sono persone benedette dal Signore”. Le critiche, però, sono giunte per lo più sul fronte economico: sono stati in diversi a sostenere che i migranti ed i profughi si troverebbero in hotel di lusso e pagati 35 € al giorno, mentre ai terremotati spettavano le tendopoli. A tal proposito, è stato dunque sottolineato dai più informati, che i “famosi” 35 € vengono conferiti agli alberghi che fanno domanda per ospitare i migranti e che a loro spetterebbero poco più di 2 € per poter acquistare beni di prima necessità.

Una delle “lezioni” più importanti che si è imparata a seguito del sisma, dunque, è di stampo sociologico: non vi è spazio per il pregiudizio di fronte al dolore, in questo caso specifico sia perchè i migranti hanno aiutato i soccorsi e dimostrato solidarietà completa, sia perchè gli italiani stessi si sono mobilitati nell’informare i più sospettosi che il paragone tra albergo e tendopoli è una questione che nulla c’entra con la tragedia, anche perchè sono stati numerosi gli hotel e le strutture (tra cui quella della cantante Fiorella Mannoia) che hanno offerto ospitalità totalmente gratuita ai terremotati. Inoltre, con il denaro stanziato dallo Stato e con le donazioni nazionali ed internazionali, si dovrebbe poter garantire una sistemazione adeguata a tutti coloro che ne hanno necessità.

A tal proposito, però, una seconda “lezione” giunge direttamente da L’Aquila, per via del fatto che i fondi destinati alla città colpita dal sisma nel 2009 potrebbero non essere stati spesi nel modo consono. Come spiegato dal presidente del Senato, in questa delicata fase post-terremoto è necessario prestare estrema attenzione «agli speculatori ed ai criminali». Grasso ha specificato: «Il rischio è che dietro a ditte e appaltatori ci siano presenze criminali che prendono i lavori ma poi bisogna stare attenti se usano più sabbia o cemento». È per questa ragione che il governo dovrebbe garantire appalti trasparenti, preoccupandosi anche di rendere accessibili tutte le informazioni sull’utilizzo dei fondi destinati alla ricostruzione. Infine, una commissione speciale fatta di esperti in costruzioni (e non facenti parte delle ditte appaltatrici) dovrebbe sostenere il commissario straordinario che verrà nominato, offrendo la competenza necessaria a valutare i progetti ed i lavori. In questo modo, anche se la speculazione e la criminalità non si possono estirpare del tutto in nessun contesto, si potrebbero comunque limitare.

Un ultimo spunto di riflessione riguarda le normative vigenti. Dovrebbero essere introdotte delle regolamentazioni nazionali che garantiscano l’anti-sismicità delle strutture in considerazione del territorio specifico ed in considerazione del rischio sismico locale. Una documentazione dovrebbe poi essere rilasciata al cittadino proprietario. È solamente in questo modo che si possono acquistare o affittare immobili in modo consapevole, ma, soprattutto, è tramite il rispetto di una regolamentazione ufficiale che è possibile individuare con certezza eventuali responsabilità colpose all’indomani di una tragedia. È proprio il voler evitare un coinvolgimento colposo che aiuterebbe a ridurre il rischio.

Alessia Malachiti

Società, paure
e influenza dei media

austriaLa mattina del 16 agosto un uomo di sessant’anni, di nazionalità tedesca, ha ferito in modo grave due persone su un treno diretto a Bregenz, nell’Austria dell’Ovest. Secondo quanto riportato dai media, l’aggressore, che appariva essere in stato confusionale, avrebbe seri problemi mentali. Considerando i fatti recenti e gli attacchi compiuti da singoli individui che nulla hanno a che fare con l’Isis, ci si interroga comunque su quanto le recenti violenze e gli atti di terrorismo possano influire sulla mente di soggetti potenzialmente pericolosi.

L’attuale periodo è caratterizzato da un forte cambiamento sociale, propria o per via della guerra al terrore, ma non solo: l’incertezza economica nell’ultimo decennio è oramai divenuta -paradossalmente- un elemento stabile. Questi due fattori giocano, inevitabilmente, un ruolo fondamentale ed influiscono sulla vita quotidiana di ogni persona. Una propaganda politica fatta d’odio, di barriere e che erroneamente suggerisce il “diritto a difendersi dagli altri con la forza” va inoltre a rompere il senso di multietnicità, solidarietà ed accoglienza che si era stabilito durante gli scorsi decenni.

Come tutti, anche coloro che hanno problemi mentali vengono costantemente “bombardati” dalle informazioni negative che trasmette la società. Questi input, seppure spesso siano impliciti, si tramutano facilmente in odio e aggressività in quei soggetti a rischio. La teoria dell’anomia spiega come i fattori sociali vadano ad influire sull’aumento della criminalità, indicando anche che i periodi di cambiamento infondono confusione e quindi incertezza. Immaginando dunque come possano percepire l’anomia le persone con menti particolarmente labili, si può trarre la conclusione che possano vivere il tutto in maniera decisamente più amplificata, sentendo in modo più forte l’instabilità che si crea.

Riguardo al caso dell’aggressione in Austria, i media hanno specificato che il sessantenne avrebbe attaccato le due persone al culmine di una lite. Questo elemento va a confermare il fatto che la mente dell’aggressore potrebbe aver percepito che le informazioni trasmesse dalla società suggeriscono che, ad oggi, è frequente aggredire per difendere se stessi o le proprie opinioni, a prescindere dal fatto che questo possa sembrare giusto o sbagliato al soggetto dalla mente labile. Infatti, il “bombardamento” mediatico sui fatti analoghi non è d’aiuto alle persone malate di mente, le quali potrebbero avere una propria percezione dei fatti raccontati, che spesso risulta poi essere alterata.

Per queste ragioni una possibile soluzione potrebbe essere quella di limitare alle persone con problemi mentali l’accesso alle informazioni che raccontano di stragi, terrorismo e violenza. Un’alternativa potrebbe essere quella di raccontare loro i fatti suggerendo una chiave di lettura oggettivamente corretta. Questo, però, non è sempre possibile per via del fatto che molte persone con problemi, o con menti particolarmente fragili, sono spesso abbandonate a se stesse, dunque ritorna alla luce il tema del Welfare.

Alessia Malachiti

Stupro di Salerno, i genitori accusano la vittima

stuproAncora uno stupro di gruppo: questa volta è avvenuto in provincia di Salerno, ai danni di una sedicenne. Secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, a compiere la violenza sarebbero stati cinque minori, tra i quindici ed i diciassette anni. Questi ultimi si sarebbero avvicinati alla ragazzina mentre camminava per le vie del centro di San Valentino Torio.

Dopo i fatti di Rio de Janeiro, ci si trova nuovamente di fronte ad una violenza condivisa, davanti a delle azioni compiute da giovani che, probabilmente, si sono sostenuti tra di loro nel compiere l’aggressione. Questo caso è l’ennesima conferma che il senso di aggregazione gioca un ruolo importante, viene infatti da chiedersi: lo stupro sarebbe avvenuto ugualmente se anche solo uno di loro si fosse tirato indietro?

Un’altra domanda a cui bisognerebbe trovare una risposta è: questi ragazzini sono stati adeguatamente educati a rispettare le donne? Andrea Malavilla (27 Giugno 2016) ha scritto che i genitori dei giovani accusati di stupro avrebbero difeso i propri figli, sostenendo che si sarebbe trattato di «una ragazzata». Gli adulti avrebbero anche sottolineato che la sedicenne avrebbe provocato i ragazzini poiché «vestita in modo provocante». Qualora venissero confermate, queste affermazioni peserebbero come un macigno sul senso di collettivo civiltà.

Quando avvengono dei crimini, di qualunque tipo, le persone vicine a chi li commette dovrebbero cercare di aiutare loro a capire la gravità delle azioni compiute. Solamente in questo modo si può innescare quel sistema secondo cui la vicinanza dei familiari può aiutare a ridurre la possibilità che il soggetto commetta altri crimini. La letteratura criminologica presenta infatti numerose teorie per le quali i criminali potrebbero desiderare di voler cambiare vita per non deludere la propria famiglia. Ovviamente sussistono anche degli altri fattori che influiscono sul rating del “re-offending”, ma, soprattutto per quanto concerne i giovanissimi, i genitori restano delle figure di riferimento fondamentali.

È per questa ragione che le famiglie di questi minorenni dovrebbero cercare di capire fino in fondo che cosa è accaduto e, qualora venisse emessa una sentenza definitiva sul caso, dovrebbero evitare di giustificare i propri figli facendo ricadere le colpe sulla vittima. Sarebbe fondamentale stare loro vicini, ma consentendo alla giustizia far comprendere loro le conseguenze delle azioni compiute.

Alessia Malachiti

 

Terrorismo e shootings: ideologie per menti labili

armiLa ricerca empirica dimostra che non c’è un collegamento diretto tra malattia mentale e comportamento criminale. Ciò nonostante, sussistono dei fattori indiretti che influenzano notevolmente il comportamento dell’individuo afflitto da problematiche mentali, per esempio e l’isolamento sociale, l’abuso di farmaci e di altre sostanze, l’assenza di supporti psicologici efficaci. Questo significa che le persone malate di mente potrebbero commettere atti criminali laddove sussistano degli elementi indiretti, inoltre, il fattore di rischio aumenta nei casi di psicosi e schizofrenia, che risultano essere, ad oggi, particolarmente difficili da gestire e portano spesso all’abuso di sostanze, proprio perchè i pazienti tendono a cercare la strada più semplice per alleviare i sintomi. Qualora invece i sintomi non venissero adeguatamente trattati, gli individui affetti da tali problematiche potrebbero sviluppare tendenze aggressive. Mettere a disposizione programmi di supporto e trattamenti efficaci è dunque fondamentale, sia per la salute dell’individuo, sia per la riduzione dei crimini violenti.

Considerando inoltre la facilità con cui è possibile reperire un’arma negli Stati Uniti, è palese che le opportunità di commettere i “mass-shootings” aumenti, basti pensare al fatto che, nel Dicembre 2015, si contavano 64.747 armerie e venditori individuali di armi (Misra, 2016). Nello stesso anno, nella città di Chicago (Illinois), dove si contavano 101 armerie, si sono verificati 13 mass-shooting (Misra, 2016). Un dato ancora più allarmante arriva dalla città di Charlotte (North Carolina), nella quale i venditori di armi erano 264 e superavano di gran lunga gli “Starbucks”, che erano solamente 79 (Misra, 2016). Ciò non significa che gli statunitensi preferiscano le armi ai Cappuccini, ma, tralasciando i metodi illeciti per reperire le armi, in alcune aree ottenerle potrebbe essere facile quanto bere un caffè. Certamente la licenza per la detenzione gioca un ruolo fondamentale, ma bisogna anche tenere in considerazione che non viene effettuata una valutazione del rischio quando la licenza viene conferita al cittadino. Inoltre, bisognerebbe sempre tenere a mente che non tutti coloro che hanno problemi mentali hanno anche alle spalle trattamenti psicologici o psichiatrici, pertanto per molti individui potenzialmente pericolosi, non sussistono delle documentazioni in grado di provare le loro condizioni.

A posteriori, è inutile per parenti ed amici pronunciare frasi come “Non avrei mai detto che sarebbe stato capace di farlo”. Una parte di responsabilità è anche di coloro che vedono, ma non agiscono: poiché non è possibile non notare i cosiddetti “campanelli d’allarme” di una situazione psicologica o psichiatrica difficile, che si aggrava proprio per la mancanza di un trattamento efficace. Infatti, anche prima di arrivare a compiere una sparatoria “di massa”, la mente dell’individuo era labile. Sono proprio la condizione psicologica difficile ed i fattori indiretti che possono spingere la persona a sposare ideologie di ogni tipo, per sentirsi parte integrante di una micro-società e per trovare motivazioni di vita dietro obiettivi comuni. Questo riguarda anche coloro che abbracciano le idee dell’Isis compiendo stragi in nome di un gruppo terroristico che nulla ha a che fare con la religione. Per capire il motivo della guerra del terrore, basterebbe pensare al fatto che i terroristi chiedono dazi ai Paesi non musulmani (o non conformi alla loro idea di Islam) in cambio della loro “protezione”, proprio come avveniva nei tempi antichi. Per ovvie ragioni, l’Isis ha dovuto fornire delle motivazioni per le quali sarebbe “necessaria” questa sorta di protezione. I terroristi, però, si coprono dietro alla religione per poter assodare più “soldati”, facendo così gioco-forza sul senso di appartenenza ad un gruppo e sulla necessità dell’essere umano di perseguire obiettivi comuni per sentirsi integrato.

Si tratta dello stesso meccanismo che viene utilizzato da quelle sette che plagiano persone labili. È proprio così che avviene il reclutamento, al quale tendono a rispondere positivamente quelle persone che, proprio per le loro problematiche psicologiche/psichiatriche e sociali, sentono la necessità di dare “uno scopo” alle proprie vite. La facilità con cui le armi sono messe a disposizione negli Stati Uniti, rende il tutto ancora più semplice per questi soggetti. Riflettendo sull’argomento, viene dunque da chiedersi quanto possa essere importante prevenire il tutto lavorando sulla salute mentale e sull’integrazione delle persone che presentano problemi psicologici. La risposta potrebbe sembrare ovvia, ma garantire trattamenti adeguati non è così semplice, poiché le persone tendono a negare i dati di fatto, a partire alcuni genitori che sottovalutano, o non accettano le problematiche che potrebbero avere i figli.

Per poter ridurre i “mass-shooting” è necessario, prima di tutto, cambiare approccio nei confronti delle devianze psicologiche e psichiatriche, tenendo a mente che i trattamenti potrebbero anche risolvere i problemi. In secondo luogo sarebbe opportuno fare un’adeguata prevenzione e preparare i terapeuti ad affrontare le metodologie con cui gruppi come Isis e affini reclutano potenziali terroristi. Infine, è fondamentale rendere le armi meno accessibili ai cittadini, riducendo così in modo notevole le opportunità di compiere crimini violenti. A tal proposito, sarebbe anche importante effettuare d’ufficio, prima di conferire le licenze di detenzione, delle valutazioni del rischio tramite gli strumenti specifici, insieme ad una valutazione psicologica approfondita ed imparziale.

Alessia Malachiti

L’Anomia tra femminicidio, crisi e mutamento sociale

Femminicidio-Locatelli-PsiSecondo la teoria dell’Anomia di Emile Durkheim, i cambiamenti sociali portano, inevitabilmente, all’aumento del crimine. Il suo studio è iniziato quando notò che i suicidi aumentavano nei periodi di crisi economica. Durkheim attribuì la colpa di tale fenomeno al fatto che la società non poteva più rispondere alle esigenze dei cittadini ed all’assenza di regolamentazioni che potessero limitare in modo effettivo il comportamento atto unicamente ad ottenere i propri scopi. Inevitabilmente, però, un eccesso di regolamentazioni causa allo stesso modo un aumento dei suicidi (per esempio quelli militari). Questa teoria potrebbe essere applicata per spiegare anche in quei casi di omicidio-suicidio che avvengono durante l’attuale crisi economica e nei momenti in cui avvengono cambiamenti sociali in modo rapido (per esempio le guerre).

Uno studio successivo di Robert Merton considera il crimine in senso più ampio. L’Anomia, secondo Merton, si verifica quando la società non è allineata con le aspirazioni dei cittadini, in questo modo il crimine aumenta, poiché essi tendono a voler raggiungere i propri obiettivi a prescindere dalle regolamentazioni. Ed è così che aumentano anche i reati finanziari e quei crimini dettati da fattori pseudo “culturali”: un esempio ne può essere la trilogia de “Il Padrino”, nella quale vengono esaltati dei valori e degli obiettivi illegittimi, che però vengono considerati come “tradizione e cultura” dai protagonisti, poiché essi, chiudendosi tra di loro nel voler ottenere i propri scopi, vanno a costituire una sorta di sub-cultura esaltando gli obiettivi comuni, “la causa” per cui commettere i reati. In fine, può sussistere un atteggiamento di ribellione nei confronti dei cambiamenti sociali, che può portare allo sviluppo del comportamento criminale.

Come può influire tutto questo, però, sul femminicidio? Un collegamento tra aumento generale del crimine, crisi economica e cambiamento sociale è innegabile. Un vero e proprio “link” può essere trovato analizzando gli obiettivi degli individui che si macchiano di tale reato, che per la maggior parte dei casi intende mantenere il controllo su una donna, che spesso è la ex fidanzata. Il cambiamento sociale che può influire sulle menti di questi soggetti può essere l’emancipazione femminile, che negli ultimi decenni ha regalato sempre più indipendenza alle donne, nonostante ci sia ancora molto su cui lavorare per rendere ogni donna emancipata ed indipendente. Questo cambiamento, associato allo stress causato dall’incertezza economica, potrebbe andare a costituire una spiegazione all’aumento dei femminicidi, ma ancora più rilevante potrebbe essere il fatto che l’uomo, che tendenzialmente non è più in grado di provvedere alla propria donna e di costruire una famiglia per via della situazione economica instabile, cerchi delle alternative violente poiché viene a mancare il senso di “devozione totale” della donna nei suoi confronti.

Cercando di trarre una conclusione, gli uomini che vorrebbero poter ricreare il senso di “relazione” e “famiglia” che vi era fino a qualche decennio fa, potrebbero anche voler ricreare quel senso di controllo che la donna non vuole più -giustamente- conferirgli. Se questi uomini, però, sono soggetti tendenzialmente violenti, emotivamente frustrati e senza prospettive economiche sicure, potrebbero essere considerati come potenzialmente pericolosi qualora si trovino di fronte ad una donna indipendente che decide di porre fine ad una relazione. Studiando il femminicidio è quindi importante considerare la teoria dell’Anomia, che potrebbe spiegare -almeno sul piano teorico- il perchè dell’aumento degli omicidi ai danni delle donne.

Alessia Malachiti

Femminicidio. Tre storie
di donne per ricordare

carolloSi intitola “Le amiche che non ho più – Lucia, Federica, Roberta” ed è l’ultimo libro di Francesca Carollo. Da anni, la giornalista di Mediaset, si dedica con passione alle inchieste di cronaca nera, seguendole da vicino e cercando di portare alla luce la verità. Nel libro vengono raccontate le storie di Roberta Ragusa, Lucia Manca e Federica Giacomini: tre donne apparentemente molto diverse, ma che avevano in comune il sogno di raggiungere la felicità tramite relazioni stabili.

Francesca Carollo, portando l’attenzione sul tema del femminicidio, sottolinea l’importanza di agire prima che le situazioni diventino irreparabili, anche alla luce dei fatti di cronaca più recenti. Considerando, per esempio, l’omicidio di Sara Di Pietrantonio -avvenuto per gelosia-, e l’omicidio di Isabella Noventa -il cui corpo non è ancora stato rinvenuto-, è impossibile non riconoscere che, ad oggi, in Italia, il femminicidio è divenuto un “fenomeno” sempre più cruento.

La speranza della giornalista è quella che, tramite il suo libro, si capisca l’importanza di prendere in mano la propria vita prima che accada l’irreparabile. Francesca Carollo, con il garbo che la contraddistingue, entra in punta di piedi nella vita delle donne che leggono “Le amiche che non ho più”, fornendo loro degli spunti di riflessione tramite i dettagli sulle inchieste che ha seguito.

Intervista a Francesca Carollo

Come mai ha scelto di parlare, nel suo libro, delle storie di Roberta, Lucia e Federica?
«Perché queste tre inchieste hanno condizionato la mia vita negli ultimi quattro anni. Si tratta di inchieste che ho seguito personalmente e che hanno occupato non solo le mie giornate, ma anche la mia testa ed il mio cuore. Sono quindi tre donne a cui sono particolarmente legata e che per tante ragioni sono simili a me e simili tra loro, anche se sembrano essere così diverse, se pensiamo, per esempio, che Roberta Ragusa è una mamma, mentre Federica Giacomini è invece una pornostar. Sembrano dei mondi lontani, ma in realtà, come tutte le donne, sognavano un amore positivo ed una famiglia. Sono donne che sono diventate mie amiche, perché ho passato tanto del mio tempo a indagare su di loro e sulle loro storie. Conoscendole a mano a mano, sono diventate tali: amiche che, però, come dice il titolo del libro, “io non ho più”, perché non ci sono più».

Lei definisce queste donne sue “amiche”: qual è il legame che si è instaurato tra lei e le storie di queste donne?
«Continuando a raccontare le loro storie è come se continuassi a portare ogni giorno un fiore alla loro memoria. Se per due di loro, Lucia e Federica, sappiamo cosa è successo loro, perché sono due vittime, invece Roberta è ancora formalmente una persona scomparsa, ma questo non cambia la sostanza. Sono tre donne che io ho piano piano conosciuto anche tramite le parole delle loro amiche, dei loro familiari ed anche parlando con i loro carnefici. Quando si segue un’inchiesta di cronaca e ci si mette la testa ed il cuore, è impossibile che queste persone rimangano slegate da te. Se, per esempio, una persona segue queste storie alla televisione, durante un programma, quando poi la trasmissione finisce la persona si distacca da quello che ha visto e sentito. Se, però, si segue un’inchiesta in modo profondo, è difficile che queste siano solo figure che passano: ti rimangono nel cuore».

Il fenomeno degli scomparsi è allarmante: secondo lei, che cosa manca in Italia per poterlo contrastare?
«È una domanda difficile che mi sono fatta io stessa un milione di volte. Manca una banca dati del Dna, ma manca anche l’attenzione. Le prime quarantotto ore sono fondamentali. Molto spesso se si sbagliano le ricerche in questi primi due giorni, si sbaglia l’inchiesta. Un esempio è il caso di Roberta Ragusa, all’inizio si cercava una donna in stato confusionale, quindi è stata cercata in un certo modo, in determinate zone ed entro determinate distanze da casa. Se, invece, si deve cercare un cadavere, lo si fa in modo differente. Se subito non vengono attuate delle cose che possono anche sembrare basilari, per esempio parlare con i parenti, si rischia di sbagliare tutto. Questa, per esempio, è una cosa ovvia, che però, spesso, non viene fatta: subito non si riesce a capire quale può essere il problema, quindi si fanno delle cose sbagliate. Anche nel caso di Roberta Ragusa, si sarebbe dovuto andare a fondo dall’inizio. In Italia ci sono tantissimi bravi investigatori, però bisogna subito allarmarsi. Anche i familiari devono allarmarsi immediatamente. Non bisogna perdere neanche un istante, perché ogni istante è fondamentale».

Nel suo libro c’è un’appendice del generale Garofano che detta delle linee guida che possono essere attuate in caso di scomparsa. Questo tipo di vademecum viene seguito d’ufficio dalle autorità?
«In realtà dovrebbe essere così, si tratta di regole molto semplici stipulate dopo anni ed anni di esperienza. In realtà, il modo in cui viene trattato ogni caso dipende dall’intuito delle autorità. Bisogna avere subito l’arguzia di capire di che cosa si tratta. Come dicevo prima, ci sono investigatori molto bravi, però a volte le situazioni possono sfuggire, perché spesso lo scenario che si presenta non è semplice da capire. Se si pensa al caso di Isabella Noventa, che sto seguendo, quando l’amico raccontava di averla portata in centro a Padova, ha anche mostrato il Gps, che ha registrato il tragitto. A quel punto si è potuto pensare che Isabella, dato che aveva problemi legali ed era una donna libera ed indipendente, potesse essersi allontanata volontariamente. Poi, però, non è stato così: ci vuole veramente il fiuto e la capacità di andare subito oltre le apparenze. L’ultima nota del decalogo del generale Garofano riporta che la prima cosa a cui si deve pensare è che si tratti di omicidio. La direzione, purtroppo, e ce la indicano i fatti che accadono tutti i giorni, è quasi sempre quella. È sotto gli occhi di tutti: c’è un femminicidio ogni due giorni. Nelle ultime settimane ce ne sono stati sei, tra i più efferati. Quello che spero di fare con questo libro è di parlarne ancora una volta. Sembra un tema già affrontato tante volte, ma per me non c’è mai stato niente di così attuale. Le donne dovrebbero veramente prestare attenzione a tutto quello che succede loro. Per esempio, se una persona si accorge che una parente viene trattata male dal coniuge, non deve aspettare che succeda l’irreparabile. Io, purtroppo, racconto storie irreparabili, ma si può lavorare sulle cose molto prima. Bisogna stare attenti ad ogni piccolo segnale».

Lei ha notato un aumento di femminicidi negli ultimi anni?
«Secondo me si. Assolutamente. Anche se non possiamo negare che esistesse già. Chiaramente ora la stampa se ne occupa di più. Questi delitti, però, sono diventati sempre più efferati. È ormai saltato qualsiasi equilibrio, anche perché le donne, in qualche modo, sono più forti ed anno anche una maggiore indipendenza economica che spesso porta a delle difficoltà, nell’uomo, di accettare una donna che è libera di andarsene e che può stare anche senza di lui. Mi sono interrogata anche con tanti psichiatri sul perché di questo fenomeno, ma la risposta nessuno è stato in grado di darmela. Se penso al marito di Lucia Manca, che aveva paura di un divorzio in cui lui avrebbe perso dei beni, o al compagno di Sara Di Pietrantonio, che ragionava “o con me o con nessun altro”… Non trovo una spiegazione a questa follia, nonostante mi sia interrogata con tante persone che si occupano di queste cose. Rimango ogni volta spettatrice attonita come tutte noi donne. Ho tentato, con il libro, di metterlo nero su bianco. Se anche una donna, leggendolo, presterà più attenzione, farà un gesto in più, allora sarà stato un grande risultato».

A proposito di risultati… Quali sono quelli che vorrebbe ottenere e a chi si rivolge il suo libro?
«Come dicevo, credo che se il mio libro aiuterà a sensibilizzare anche solo una persona, sarà un gran risultato. Mi stanno chiamando anche gli assessorati alle Pari Opportunità dai comuni delle varie regioni. Tante donne lo stanno leggendo e mi scrivono e questo mi riempie di orgoglio. Quello che vorrei è poter portare la mia testimonianza ad altre donne riguardo le inchieste che sto seguendo e vivendo. Le donne non devono arrivare al punto di scomparire o di essere uccise, se per esempio una di loro dovesse essere spinta dalle scale dal compagno, dovrebbe fare subito qualcosa. So che è difficile, ci sono mille barriere, ma abbiamo la responsabilità ed il dovere di puntare il faro su questo problema».

Vuole aggiungere qualcosa?
«I fatti di questi giorni lasciano l’amaro in bocca a tutte noi donne. Io non sono una mamma, ma credo che le donne che sono mamme abbiano un compito importante nell’educare i loro figli, che saranno gli uomini e le donne di domani. Chiedo a loro un grande sforzo perché la gioventù sia migliore, perché si arrivi ad una parità di diritti più grande. È vero che le donne hanno ottenuto tanti risultati, ma il quotidiano ci dimostra che c’è ancora tanto da fare. Io posso parlare come giornalista e prego con il cuore le mamme perché facciano la loro parte: sono importantissime per il futuro dei nostri figli».

Dove è possibile acquistare il suo libro?
«Su Amazon e nelle librerie. Inoltre sarà in tutte le edicole di Italia per tutto il mese di Giugno».

Alessia Malachiti

Femminicidio. Sara, vittima
di un sistema maschilista

Sara Di PietrantonioSara Di Pietrantonio, uccisa dal suo ex fidanzato – il reo confesso Vincenzo Paduano – sarebbe stata maltrattata da quest’ultimo una settimana prima del delitto. Il ragazzo avrebbe visto la giovane baciare il suo nuovo fidanzato così, dopo averla presa per un braccio e fatta entrare nella propria automobile, le avrebbe detto: «Te la farò pagare». Sara, che non è stata libera di decidere della propria vita, aveva giustificato l’ex sostenendo: «Vincenzo è una brava persona, sta soffrendo».

Vincenzo Paduano, guardia giurata, ha raccontato che la sera dell’omicidio aveva intenzione di incendiare l’automobile del nuovo fidanzato della ragazza, aggiungendo: «Volevo spaventarla. Non ho colpito Sara. Ho acceso la sigaretta. Eravamo vicini, stavamo continuando a discutere, c’è stata una fiammata. Me ne sono andato. Mi vergognavo». La presenza di liquido infiammabile, però, per gli inquirenti lascia pensare alla premeditazione e saranno inoltre da valutare i risultati degli accertamenti tecnici in corso.

Riguardo «la crudeltà con la quale Sara è stata uccisa», Pia Locatelli, capogruppo del PSI e presidente del Comitato Diritti Umani alla Camera, ha dichiarato, durante un’intervista al giornale “Il Mattino”, che «deve spingere tutti a riflettere: dal gennaio dell’anno scorso ad oggi si contano 155 femminicidi. Nel nostro Paese vive ancora una cultura maschilista che concede attenuanti agli uomini violenti: è bene che tutti, magistrati compresi, siano formati alla luce di una cultura paritaria che spezzi l’onda lunga del pregiudizio in un Paese in cui il delitto d’onore è rimasto in vigore fino al 1981».

A confermare la tendenza maschilista e “di controllo” nei confronti della vittima vi è il fatto che Vincenzo Paduano avrebbe utilizzato un’applicazione di geolocalizzazione per spiare Sara. A tal proposito, dai media sono stati sollevati dubbi morali sull’utilizzo di questo tipo di applicazioni per smartphone, che potrebbero violare la privacy e, come in questo caso, facilitare il carnefice nel seguire la propria vittima. La natura di questi sistemi dovrebbe essere utilizzata in modo differente, ovvero tra membri della famiglia per poter seguire bambini minorenni, o persone che potrebbero avere la necessità di essere rintracciate (ad esempio persone con problemi di memoria). Ciò nonostante, anche nell’ambito familiare, quando si giunge ad una separazione tra coniugi, è opportuno prendere precauzioni affinchè le applicazioni utilizzate in precedenza cessino di funzionare, impedendo alle “App” di consentire la geolocalizzazione dalle impostazioni del telefonino e cambiando le password condivise.

Alessia Malachiti

Brasile. Il profilo di “eros & branco” degli stupratori

Stupro violenza sessualeUna notizia giunta dal Brasile ha sconvolto l’intero mondo Occidentale: trentatré persone avrebbero violentato una ragazzina di sedici anni ed avrebbero poi pubblicato foto e video dello stupro sui social network. Il terribile episodio, avvenuto in una favela di Rio de Janeiro, è stato accolto sul web con oltre 550 “mi piace”, cosa che ha turbato ancora di più la società.

La sedicenne, nei filmati, sembra essere stata drogata, probabilmente al fine di rendere più facile la violenza. Considerando che nelle favelas brasiliane la povertà genera degrado e, a sua volta, il degrado genera il crimine (Broken Windows Theory), non è difficile immaginare che sia facile abusare di sostanze stupefacenti. Uno stupro però, oltretutto compiuto da trentatré persone ai danni di una minore, non può trovare giustificazione nelle teorie criminologiche legate al degrado delle aree urbane.

L’analisi da compiere è più profonda: parte dall’abuso di droga, che può contribuire a rimuovere i freni inibitori, e finisce con la comparazione dei profili psichologici/psichiatrici degli stupratori con le statistiche riportate in letteratura. Certamente coloro che si macchiano di tale reato rispecchiano, almeno in parte, le caratteristiche dei “criminali sessuali”. Nel caso specifico, i trentatré uomini brasiliani potrebbero rientrare nel profilo – descritto dal professore di psicologia forense Dennis Howitt nei suoi libri – degli stupratori che erotizzano la rabbia, che è il più raro. Il comportamento assunto da coloro che rispecchiano la categoria, comprende, oltre ad una forte violenza – in questo caso rappresentata dal numero eccessivo di persone-, la pianificazione dello stupro e la ripresa dell’atto tramite video o fotografie. Inoltre, potrebbe anche aver giocato un ruolo importante, nelle menti dei trentatré uomini, la falsa credenza che una donna ubriaca o drogata, soprattutto se dimostra interesse nei confronti di una singola persona, può essere considerata come “facile”, tanto da risultare una preda “ideale”.

Verrebbe da chiedersi quanto, nelle favelas, le condizioni di degrado e l’assenza di istruzione possano contribuire nell’impossibilità di attuare trattamenti preventivi efficaci nei confronti di coloro che sviluppano una sessualità deviata ed un comportamento aggressivo. Prendendo in considerazione le statistiche, sembra che in Brasile vi sia un vera e propria problematica legata all’eccessivo numero di stupri, che avvengono, per la maggioranza, ai danni delle donne. La Inter Press Service ha riportato che, nell’anno 2012, se ne sarebbero compiuti almeno 6.029 -senza considerare le violenze non denunciate-. Di queste oltre seimila vittime, 4.993 sarebbero donne: si tratta del 24% in più rispetto all’anno precedente.

Alessia Malachiti