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Alfonso Isinelli

L’astensione non è roba da gufi

È andata peggio di quanto si potesse immaginare: fra Calabria ed Emilia Romagna sono andati a votare quattro elettori su dieci. E se nella regione meridionale l’astensionismo è stato “relativamente” più basso rispetto alle Europee della primavera scorsa (47 contro 44%), nella regione rossa per eccellenza, che si era sempre distinta per la più alta partecipazione nazionale al voto, c’è stato un letterale crollo dei votanti, che si sono quasi dimezzati, passando dal 68 al 37,5%.

Il neoeletto Presidente della Regione, Bonaccini, che ha ottenuto un già non esaltante, in termini percentuali, 49%, è stato in realtà votato dal 18,5% del corpo elettorale. Governerà legittimamente, ma senza legittimazione popolare. E il fenomeno riguarda, naturalmente tutti i partiti: la stessa Lega che ha riportato in Emilia il 20% dei consensi, ha preso meno voti di quanti ne ottenne nel 2010, alle precedenti regionali.

E questa è anche la versione di Renzi: l’astensione è un problema, secondario, di tutta la politica italiana, legata anche a questioni locali, ma abbiamo vinto noi e da quando io sono al governo, abbiamo strappato quattro regioni al centrodestra.

Ma può bastare questa lettura, solamente e semplicemente agonistica, di fronte ad un disagio sempre crescente, che sfocia in indifferenza e rassegnazione nelle urne e in disagio e rabbia, sperando che non vada oltre, nelle piazze e nelle periferie delle città? E l’astensione, che ci pare poco responsabile definire problema secondario, soprattutto quando si manifesta in questi termini, non è anche, se non soprattuto, problema a carico di chi governa?

Si continua a parlare di gufi, lo slogan resta sempre quello del noi andremo avanti, non ci fermeremo, rivoluzioneremo il paese, ma la gente sembra, dopo il boom delle europee, crederci sempre di meno. Dovremo rassegnarci ad un paese che nella sua maggioranza, esprime disagio, quando non ripulsa, verso la politica e resta a casa il giorno delle elezioni? A vantaggio di chi?

Alfonso Isinelli
dal blog della Fondazione Nenni

Italicum 2.0

Dunque pare che Renzi abbia calato un nuovo asso: l’Italicum versione 2.0 avrà il premio di maggioranza alla lista, come nei suoi desiderata e non alla coalizione, come nella prima versione. Berlusconi, pur non essendo d’accordo, avrebbe ingoiato il rospo, assieme a quello relativo alla soglia del 3% per accedere in Parlamento, voluto da tutti i piccoli partiti siano di maggioranza che di opposizione. In cambio ottiene, solamente, di poter nominare tutti i futuri parlamentari: con i collegi aumentati a 100 ed i capilista bloccati, stando ai voti delle europee e agli ultimi sondaggi, i futuri deputati di Forza Italia non supereranno nella migliore delle ipotesi le 80 unità. Ma soprattutto Berlusconi conta di avere un ruolo determinante nell’elezione del nuovo Capo dello Stato e spera che Renzi mantenga l’impegno di andare a votare nel 2018, o giù di lì. Ma deve stare attento, perché il Presidente del Consiglio sugli impegni, non è sempre affidabile…

Tirando le somme che dire di questa legge elettorale, al netto delle modifiche che potranno intervenire in sede parlamentare?

Dovrebbe garantire maggiore governabilità, perché una singola lista (nell’auspicio di Renzi una singola forza politica, sia essa il PD o il futuribile Partito della Nazione), superi il 40% o vinca al ballottaggio, avrà un’ampia maggioranza. Il resto del Parlamento sarà frastagliato fra opposizioni grandi e piccole, prive di una linea comune, andando da SEL a M5S, da FI alla Lega, per finire a Fratelli d’Italia. I poteri della maggioranza ne saranno accresciuti. Sulla questione delle preferenze si è addivenuti ad una scelta che salverebbe capra e cavoli, per cui avremmo un Parlamento di nominati circa al 50%: i restanti parlamentari scelti dagli elettori, apparterranno prevalentemente al partito che vincerà le elezioni, chi le perde avrà la consolazione di avere un gruppo di fedelissimi scelti a tavolino. La Corte, se sarà chiamata ad occuparsene, darà il via libera?

Sulla legge elettorale e i suoi tempi di approvazione, così come su quelli delle riforma del Senato, si staglia la questione dell’elezione del Presidente della Repubblica. A sentire i rumors quirinalizi, fra fine gennaio ed inizio febbraio, si dovrebbe iniziare a votare per il nuovo Capo dello Stato. Chi sarà? Il rinnovato Patto del Nazareno, sembra far fuori definitivamente l’ipotesi Prodi. Vittorio Feltri sul Giornale, house organ berlusconiano, ha lanciato con entusiasmo la candidatura Veltroni. Ma chi entra Papa, esce quasi sempre cardinale….

Alfonso Isinelli
dal blog della Fondazione Nenni