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Alfonso Maria Capriolo

Alfonso Maria Capriolo
L’ombelico del mondo

Sto partecipando, da spettatore curioso, ai numerosi incontri politici promossi nella mia città, Ancona, da vari soggetti e a vario titolo, che vedono la presenza di esponenti nazionali del Partito Democratico.

Da socialista non settario e realista, riconosco che il PD rappresenta comunque la forza più importante della sinistra italiana, cui spetterebbe il compito di aggregare attorno ad una sua proposta politica di centro-sinistra, le altre componenti della sinistra stessa, a cominciare dai partiti che nelle scorse elezioni politiche hanno dato vita alla lista “INSIEME” (PSI, Verdi, Liste civiche di ispirazione prodiana), per passare ai Radicali, alla variegata galassia di sigle che erano confluite in LEU (Art.1, Sinistra Italiana, Possibile, ecc.), agli orfani di Di Pietro dell’Italia dei Valori, arrivando fino ai compagni di “Servire il popolo”, tentando inoltre di coinvolgere per un progetto di governo “progressista” anche quel che resta di forze che pure hanno avuto un ruolo nella storia di questo Paese come i repubblicani, i socialdemocratici non confluiti nel PSI, gli ex-Alleanza Democratica, ecc.

Non ho particolare nostalgia per le “ammucchiate” de “I Progressisti” o dell’Ulivo, anche tenendo conto del fatto che non è più in vigore il sistema elettorale del “Mattarellum” che le aveva favorite e rese quasi obbligatorie.

Tuttavia, se si vuole creare un argine alla destra “sovranista” di Salvini che sta egemonizzando ciò che resta del centro-destra berlusconiano ed alla deriva autoritaria del populismo pentastellato andato al governo, bisogna mettere in campo una strategia che, per quanto basata sul riconoscimento delle differenze di ciascuna forza politica esaltate dal sistema elettorale proporzionale (che è lo stesso con il quale andremo a votare alle Europee del prossimo anno, anzi senza nemmeno la quota di collegi uninominali maggioritari), tenti di aggregare il più possibile il “popolo” del centro-sinistra su obiettivi comuni, chiari, praticabili sia nel breve che nel lungo periodo.

Mi sarei aspettato da dirigenti, nazionali e locali, di quel partito che ha retto il governo del Paese fino a sette/otto mesi fa, nonostante la batosta elettorale e il ridimensionamento del ruolo di Matteo Renzi nello scenario politico nazionale e nello stesso PD, una lucidità di analisi ed una capacità di lanciare proposte nella direzione sopraindicata.

Il 6 novembre ho assistito alla presentazione pubblica ad Ancona del candidato alla segreteria del PD, Nicola Zingaretti. Dico subito che il discorso del presidente della Regione Lazio mi è piaciuto: articolato e ragionato nella critica all’attuale governo, non iroso e senza lanciare anatemi contro la gestione renziana del suo partito, ma consapevole della necessità di cambiare l’attuale sistema organizzativo del PD, cosa che egli ha dichiarato di voler fare. Come e in funzione di quale politica non l’ha detto; lo scopriremo vivendo.

L’intervento di Zingaretti è stato preceduto dalla proiezione del video musicale “Rock’in 1000”, realizzato il 26 luglio 2015 al Parco Ippodromo di Cesena, nel quale mille suonatori (350 chitarristi, 150 bassisti e 250 batteristi) e 250 cantanti in coro si erano riuniti (senza prima conoscersi, ma rispondendo ad un appello lanciato su internet) per eseguire in sincrono un brano dei Foo Fighters, band rock da loro amata, ottenendo che, a seguito del grande successo del video sul web, il gruppo statunitense decidesse di aggiungere alle tappe italiane del proprio tour mondiale una proprio a Cesena, per soddisfare la richiesta di fan così determinati. Morale della storia: se ci si unisce assieme per perseguire un determinato obiettivo, anche se molto difficile, si può riuscire a raggiungerlo.

Ciò che però mi ha più colpito sono state le “slides” proiettate a ciclo continuo sul maxischermo in attesa dell’inizio della manifestazione: contenevano aforismi (un po’ da bigliettini dei Baci Perugina) di personaggi celebri come Martin Luther King (l’unico politico citato), la moglie del presidente statunitense Eleanor Roosevelt, il Dalai Lama, il giudice Paolo Borsellino (martire della giustizia, ma di idee dichiaratamente di destra), John Lennon, Albert Einstein e persino il filosofo inglese del 1600 John Donne, le tre senatrici a vita Rita Levi Montalcini, Liliana Segre e Margherita Hack, quest’ultima l’unica citata, assieme a Pier Paolo Pasolini, ad aver avuto un’appartenenza dichiarata alla sinistra, in quello che allora si chiamava Partito Comunista Italiano.

Mi ha stupito questa scelta del movimento “PiazzaGrande” – così si chiamano i sostenitori di Zingaretti alla segreteria dem – evidentemente condizionati dall’amore per la musica, visto che il nome è chiaramente ispirato all’omonima canzone di Lucio Dalla.

Nel loro “Pantheon” non figura nessun politico italiano, neppure Giuseppe Dossetti, Piero Calamandrei, Giorgio La Pira, Enrico Berlinguer, che pure erano presenti in quello del partito renziano, assieme a Gandhi, Nelson Mandela e John Fitzgerald Kennedy.

A mio avviso, questa carenza di richiamo ad una identità storica e politica la dice lunga sulla crisi del PD, il partito voluto da Walter Veltroni come “tendenzialmente maggioritario” ed autosufficiente. Piuttosto che affrontare il problema dell’identità, che rischierebbe di dividere i dirigenti di provenienza democristiana da quelli di provenienza comunista e post-comunista (per carità di patria non parliamo di quelli di provenienza socialista), si preferisce ancor oggi rimuovere il problema, pensare che il PD possa andare avanti metabolizzando tutto e il contrario di tutto, senza mai riconoscere i propri errori, del passato remoto e del passato recente, nella logica leninista, ma mutuata dalla Chiesa cattolica, secondo cui il partito ha sempre ragione, anche quando sbaglia.

I socialisti, in Italia e nel mondo, di errori ne hanno commessi tanti, ma ogni volta hanno saputo trarre lezione da questi, anche se ciò non ha impedito loro di commetterne di nuovi e diversi; ma nel frattempo, essi hanno contribuito a scrivere la storia d’Italia e d’Europa nel senso del progresso della classe lavoratrice e del rafforzamento della democrazia e dei diritti civili.

Se il PD non avvia una profonda riflessione, anche ideologica, su cosa vuol dire essere di sinistra nel terzo millennio, poveri loro e poveri noi.

Leggendo i motti dei personaggi citati, mi è venuto spontaneo pensare: “Mancano solo papa Francesco e Madre Teresa di Calcutta”. Poi, per un fenomeno mentale associativo, forse dovuto anche ai richiami musicali dei “piazzagrande”, mi è venuto in mente un verso di una canzone di Jovanotti (“Penso positivo”): «Io penso che a questo mondo esista solo una grande Chiesa, che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa …», che, a mio avviso, ben si attaglia a questa concezione un po’ pigliatutto, da “ma anche …” di veltroniana memoria. Del resto, Jovanotti aveva rivestito un posto di rilievo nel Pantheon renziano, avendo anche partecipato ad alcune edizioni della “Leopolda” fiorentina.

Sempre per associazione di idee, mi è venuto in mente il titolo di un altro tormentone di Lorenzo, “L’ombelico del mondo”.

Ecco, fintanto che i dirigenti ed i militanti del Partito Democratico non smetteranno di considerarsi “l’ombelico del mondo”, per cui l’occupazione più importante è quella di discettarne e di rimirarselo, temo che la sinistra italiana non sarà in grado di riconquistare consensi ed elettori.

L’Avanti! protagonista della lotta di Liberazione

apreL’Avanti! è sempre stato lo strumento più efficace di lotta politica e di propaganda delle idee socialiste, dalla sua fondazione nel 1896 agli anno ’70 del XX secolo, quando l’ingresso nel mercato editoriale di nuove testate o il rinnovamento di quelle esistenti con grandi investimenti tecnologici e finanziari ne hanno ridotto l’importanza nel panorama politico italiano.

Per questo, dopo la soppressione per legge da parte del regime fascista nel 1926, la principale preoccupazione del gruppo dirigente socialista in esilio in Francia o in clandestinità in Italia è stata quella di stampare e distribuire l’Avanti! per far conoscere ai compagni dispersi il punto di vista del PSI. In particolare, dopo l’armistizio con gli Alleati dell’8 settembre 1943, la stampa e distribuzione clandestina del giornale socialista nei territori della Repubblica Sociale e occupati dalle truppe tedesche darà un contributo importante all’organizzazione della lotta partigiana ed alla creazione di un’opinione pubblica ostile ai nazifascisti e desiderosa di giungere alla fine della guerra ed alla riconquista della libertà.

L’edizione clandestina per il nord Italia dell’Avanti! del 16 marzo 1944 proclamava: “La classe operaia in prima fila nella lotta per l’indipendenza e per la libertà”, con sottotitolo: “Lo sciopero generale nell’Italia Settentrionale contro la coscrizione, le deportazioni e le decimazioni”. Si tratta del grande sciopero del 1° marzo 1944, che paralizzò la produzione industriale delle fabbriche milanesi per un’intera settimana. Ha ricordato Marcello Cirenei, all’epoca segretario del PSIUP per l’Alta Italia: «Lo sciopero generale riuscì una impressionante e davvero imponente dimostrazione della volontà e potenza delle masse lavoratrici — compresi gli intellettuali — di abbattere il nazifascismo e di conquistare la libertà. Il partito Socialista ha avuto nella preparazione e nella esecuzione dello sciopero una parte essenziale, in fraterna e intima collaborazione con il partito Comunista». Il New York Times del 9 marzo 1944 scrisse: «In fatto di dimostrazioni di masse non è avvenuto niente nell’Europa occupata che si possa paragonare con la rivolta degli operai italiani. È il punto culminante di una campagna di sabotaggio, di scioperi locali e di guerriglie, che ha avuto meno pubblicità del movimento di resistenza francese perché l’Italia del nord è stata più tagliata fuori dal mondo esteriore. Ma è una prova impressionante che gli italiani, disarmati come sono e sottoposti a una doppia schiavitù combattono con coraggio e audacia quando hanno una causa per la quale combattere …» (Marcello Cirenei (M. Clairmont), “Il primo Comitato di Liberazione Alta Italia ed il problema istituzionale”, in “Contributo socialista alla Resistenza”).

EUGENIO COLORNI

Eugenio Colorni

L’edizione romana dell’Avanti! clandestino era curata (come ricordò Sandro Pertini in un numero unico del giornale del 25 dicembre 1946 dedicato al Cinquantenario dell’Avanti!), da Eugenio Colorni e Mario Fioretti: «[…] Ricordo come Colorni, mio indimenticabile fratello d’elezione, si prodigasse per far sì che l’Avanti! uscisse regolarmente. Egli in persona, correndo rischi di ogni sorta, non solo scriveva gli articoli principali, ma ne curava la stampa e la distribuzione, aiutato in questo da Mario Fioretti, anima ardente e generoso apostolo del Socialismo. A questo compito cui si sentiva particolarmente portato per la preparazione e la capacità della sua mente, Colorni dedicava tutto se stesso, senza tuttavia tralasciare anche i più modesti incarichi nell’organizzazione politica e militare del nostro Partito. Egli amava profondamente il giornale e sognava di dirigerne la redazione nostra a Liberazione avvenuta e se non fosse stato strappato dalla ferocia fascista, egli sarebbe stato il primo redattore capo dell’Avanti! in Roma liberata e oggi ne sarebbe il suo direttore, sorretto in questo suo compito non solo dal suo forte ingegno e dalla sua vasta cultura, ma anche dalla sua profonda onestà e da quel senso di giustizia che ha sempre guidato le sue azioni. Per opera sua e di Mario Fioretti, l’Avanti! era tra i giornali clandestini quello che aveva più mordente e che sapeva porre con più chiarezza i problemi riguardanti le masse lavoratrici. La sua pubblicazione veniva attesa con ansia e non solo da noi, ma da molti appartenenti ad altri partiti, i quali nell’Avanti! vedevano meglio interpretati i loro interessi». Purtroppo, il 28 maggio 1944, pochi giorni prima della liberazione della capitale, Colorni venne fermato in via Livorno da una pattuglia di militi fascisti della famigerata banda Koch: tentò di fuggire, ma fu raggiunto e ferito gravemente da tre colpi di pistola. Trasportato all’Ospedale San Giovanni, morì il 30 maggio sotto la falsa identità di Franco Tanzi. Nel 1946 gli fu conferita la medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

1944 - 07.06 - assassinio di Bruno BuozziIl giornale uscì a Roma in clandestinità fino alla liberazione della capitale il 4-5 giugno 1944. L’edizione straordinaria del 7 giugno 1944 diede la notizia dell’eccidio romano de La Storta del 4 giugno, titolando: “Bruno Buozzi Segretario della Confederazione Generale del Lavoro assassinato dai nazisti con 14 compagni” (in realtà il numero dei martiri assassinati dai nazisti era di 14, compreso Buozzi).

L’Avanti! riprese la diffusione pubblica nella capitale e nei territori italiani via via liberati, mentre rimase clandestino nei territori della Repubblica Sociale.

Sempre Pertini fu protagonista della stampa e diffusione del primo numero del giornale a Firenze, immediatamente dopo la liberazione della città: «[…] improvvisamente all’alba dell’undici agosto, la “Martinella” – il vecchio campanone di Palazzo Vecchio – suonò a distesa; risposero festose tutte le campane di Firenze. Era il segnale della riscossa. Scendemmo, allora, tutti i piazza; i fratelli nostri d’oltre Arno passarono sulla destra, i partigiani scesero dalle colline, la libertà finalmente splendeva nel cielo di Firenze. Ci mettemmo subito al lavoro; tutti i compagni si prodigavano in modo commovente. Il nostro fu il primo Partito a pubblicare un manifesto rivolto alla cittadinanza e pensammo di fare uscire immediatamente l’Avanti! sotto la direzione del compagno Albertoni… Nel pomeriggio dell’undici agosto noi tutti uscimmo dalla sede del Partito di via San Gallo con pacchi di Avanti! ancora freschi di inchiostro e ci trasformammo in strilloni. L’Avanti! andò a ruba. Ricordo un vecchio operaio. Mi venne incontro con le braccia tese chiedendomi con voce tremante un Avanti!. Il suo volto, splendente di una luce che si irradiava dal suo animo, sembrava improvvisamente ringiovanire. Preso l’Avanti! se lo portò alla bocca, baciò la testata piangendo come un fanciullo. Sembrava un figlio che dopo anni di forzata lontananza ritrova la madre».

Andrea Lorenzetti

Andrea Lorenzetti

A Milano l’edizione clandestina dell’Avanti! era curata da Andrea Lorenzetti; nel periodo settembre 1943-maggio 1944, uscirono ben ventotto numeri, quasi uno la settimana: “L’Avanti! clandestino era regolarmente pubblicato: Lorenzetti si occupava della stampa e della ricezione e raccolta degli articoli: ne inviavano Guido Mazzali, e anche altri, tra i quali Ludovico d’Aragona, Lodovico Targetti, Giorgio Marzola” (Marcello Cirenei, op. cit.).

Il 10 marzo 1944 Lorenzetti fu catturato dalla Gestapo, assieme alla quasi totalità del gruppo dirigente socialista di Milano, nel corso della dura repressione seguita allo sciopero del marzo precedente. Gli esponenti socialisti, dopo un periodo di detenzione nel carcere milanese di San Vittore e di internamento nel campo di concentramento di Fossoli, vennero poi tutti deportati nel campo di sterminio di Mauthausen, dal quale uno solo fece ritorno.

Guido Mazzali

Guido Mazzali

Subito dopo l’arresto della redazione, la direzione milanese del giornale clandestino fu affidata a Guido Mazzali, grazie al cui impegno il giornale raggiunse una tiratura di 15 mila copie; esso aveva un recapito nei caselli daziari

Così Sandro Pertini ricordò l’impegno di Mazzali: «L’organizzazione politica e quella militare del nostro Partito procedeva nel Nord in modo febbrile e sempre più soddisfacente per opera di Morandi, di Basso, di Bonfantini. L’anima di questa organizzazione era l’Avanti! clandestino. Nel settentrione usciva in diverse edizioni: a Milano, Torino, Venezia, Genova, Bologna. Insieme all’Avanti! facevano uscire altri giornali clandestini… La pubblicazione di questi fogli in Milano la si deve alla tenacia, alla abnegazione, alla intelligenza di Guido Mazzali. Sempre sereno, egli non si turbava delle mie richieste di far uscire nuovi giornali: ascoltava tranquillo le mie sfuriate quando lo incitavo a pubblicare con più frequenza l’Avanti! e si metteva paziente al lavoro. Il giornale lo faceva lui, e lui ne curava la stampa e la diffusione. Si pensi che nella sola Milano siamo riusciti a stampare fino a 30.000 copie per numero dell’Avanti!. Il nostro giornale era lettissimo, soprattutto perché non si limitava a fare opera di patriottismo, come facevano i giornali di altri Partiti, ma prospettava sempre quelle che poi dovevano essere ed erano le finalità della guerra di liberazione, e cioè: l’indipendenza, la Repubblica, il Socialismo…».

«… nel tardo pomeriggio del 25 aprile 1945, un signore, tutto trafelato e dall’aria distinta circolava impavido per Milano insorta, con una bicicletta malandata e una borsa piena di carte che altro non erano che materiale da pubblicare su un giornale. Questo signore era Guido Mazzali che attraversava Milano per arrivare al Corriere della Sera. Il giorno successivo, il 26 aprile 1945, usciva finalmente, dopo vent’anni, il primo numero normale dell’Avanti!, alla luce del sole …» (Giuseppe Manfrin, Mazzali Guido: la tensione etica, in Avanti della Domenica del 22 settembre 2002, anno 5, numero 34).

1945-27-aprile-Avanti-Vento-del-NordVenerdì 27 aprile 1945, mentre nell’Italia settentrionale si andava completando la liberazione dei territori dall’occupazione tedesca, apparve sull’Avanti! un articolo, a firma di Pietro Nenni, il cui titolo divenne famoso: “Vento del Nord”. In esso il leader del PSIUP, nell’esaltare lo sforzo dei partigiani che erano riusciti a cacciare o a costringere alla resa i nazifascisti, individuava nella volontà di riscatto e di rinnovamento delle popolazioni del Nord il “vento” che avrebbe spazzato via i residui del regime che aveva governato l’Italia per oltre vent’anni: «Vento di liberazione contro il nemico di fuori e contro quelli di dentro».

Avanti del 1-¦ maggio 1945Il 1º maggio 1945 uscì a Milano il primo numero dell’Avanti! dedicato alla festa del 1º maggio, che venne celebrata per la prima volta dopo 20 anni con uno storico comizio di Sandro Pertini. Nella prima pagina compariva la foto di Bonaventura Ferrazzutto, sopra il titolo Gli assenti, in cui si ricordavano i compagni caduti sotto il piombo nazifascista o vittime della deportazione nei campi di sterminio.
Dopo la Liberazione l’Avanti! costituirà, con gli infuocati articoli di Nenni, uno straordinario strumento di propaganda per il voto a favore della Repubblica nel referendum istituzionale e per il PSIUP nelle elezioni per l’Assemblea Costituente del 2 giugno 1946.

Alfonso Maria Capriolo

Vittoria Nenni nell’inferno di Auschwitz

In occasione della Giornata della Memoria è giusto ricordare, tra i milioni di deportati ebrei, rom, omosessuali, testimoni di Geova, oppositori politici e combattenti contro il nazifascismo assassinati nei campi di sterminio del Terzo Reich, la figura di Vittoria Nenni, una giovane donna che, non ancora ventottenne, il 15 o il 16 luglio 1943 morì, per il tifo e la denutrizione, nel campo di Auschwitz-Birkenau, in Polonia, marchiata con il n.31635.

Il 31 ottobre 1915, nasceva al numero 9 della via Fornaci (oggi via Fornaci comunali) di Ancona una bambina a cui per volere del padre venne imposto il nome di Vittoria, secondo nome Gorizia, come auspicio per il trionfo delle armi italiane nell’offensiva in corso per conquistare la città friulana nella guerra iniziata il 24 maggio contro l’Impero d’Austria e d’Ungheria.

Fu la terza delle quattro figlie di Carmen (Carmela) Emiliani e di Pietro Nenni, il politico faentino che per oltre 50 anni fu leader del Partito Socialista Italiano, quel partito che, assieme alla Democrazia Cristiana ed al Partito Comunista Italiano, fu tra i fondatori della Repubblica, gli estensori della Costituzione e i costruttori dell’Italia democratica.

Si può dire che, già dal suo concepimento, il destino di Vittoria fosse di vivere in situazioni di grande conflitto storico e politico. Ella infatti può essere definita la “figlia della Settimana Rossa” di Ancona, città in cui Nenni, all’epoca esponente del Partito repubblicano, non ancora ventitreenne, aveva assunto, nel dicembre 1913, la direzione del periodico repubblicano e anticlericale “Lucifero” e l’incarico di segretario della Federazione giovanile repubblicana.

Nenni venne arrestato il 23 giugno 1914 nel centro di Ancona e poi rinviato a giudizio davanti alla Corte d’Assise del Tribunale de L’Aquila (dove il processo era stato trasferito per legitima suspicione) per aver capeggiato, assieme all’anarchico Errico Malatesta, la manifestazione anconetana che diede origine allo sciopero generale spontaneo e alle rivolte a carattere insurrezionale in Romagna e nelle Marche, note come la “Settimana Rossa”. Venne liberato dal carcere nel dicembre 1914, prima che si arrivasse a sentenza, grazie ad un’amnistia. A coronamento della ritrovata libertà di Nenni, giunse, giusto nove mesi dopo, la terza figlia.

Nenni, accanito interventista, fece di tutto per partecipare al primo conflitto mondiale; il giorno della nascita della figlia egli era già arruolato. Era in corso l’offensiva per conquistare Gorizia: ecco quindi il nome benaugurale di Vittoria, secondo nome Gorizia, che egli decise per la sua figliola, anche se, come amaramente commentò poi Nenni nel suo diario, “il bel nome non le ha portato fortuna”.

Vittoria però era un nome troppo impegnativo per una bambina e in famiglia venne contratto nel più affettuoso Vivà.

Il 24 marzo 1921 Pietro Nenni, nel frattempo trasferitosi a Milano e allontanatosi dal partito repubblicano, accorse per dare manforte alla riorganizzazione della sede del giornale socialista Avanti!, devastata nella notte precedente dalle bombe di una squadraccia fascista. Lì conobbe il direttore del giornale Giacinto Menotti Serrati che pochi giorni dopo gli chiese di andare a Parigi come corrispondente dell’Avanti!. A Parigi Nenni si iscrisse al PSI e rapidamente ne divenne uno degli esponenti più importanti.

Con un padre così impegnato nell’azione politica, l’infanzia e l’adolescenza di Vivà furono segnate dalle frequentazioni della sua casa da parte dei compagni di lotta di Nenni, dalle sue frequenti assenze, perché all’estero o in carcere, ma anche dal clima di odio e dalla violenza fascista: nel 1926, come racconta Nenni nel suo diario, «i fascisti che invasero il mio appartamento in corso XXII marzo 29, incontrarono per le scale una delle mie figliole la quale usciva per andare al ginnasio, con la cartella sotto il braccio. Le strapparono i libri di mano, glieli stracciarono, la lasciarono piangente minacciandola di far fare a suo padre “la fine di Matteotti”».

Scrivendo queste memorie nel 1927 Nenni non poteva sapere che quella profezia, in un certo modo, si sarebbe avverata, non per lui, ma per Vittoria.

Questa intimidazione alla sua famiglia convinse Pietro Nenni che non c’era più spazio per un’opposizione aperta in Italia e che bisognava intraprendere la via dell’esilio. La sera del 13 novembre 1926 – quattro giorni dopo il varo delle leggi eccezionali – Nenni passò la frontiera svizzera.

Nenni si installò poi a Parigi dove nel 1928 lo raggiunse la sua famiglia. Nella capitale francese, nonostante le difficoltà dell’esilio, Vittoria riuscì a completare i suoi studi secondari. Giovanissima si fidanzò con Henri Daubeuf, un simpatico giovane francese pieno di vitalità che cercava la sua strada. Rifuggendo l’impegno politico sin troppo presente nella sua famiglia Vivà viaggiò con Henry nel sud della Francia, passando assieme giorni spensierati e felici.

Mora, slanciata, di una bellezza particolare e raffinata, a 20 anni Vivà il 4 gennaio 1936 sposò Henry. I due si installarono definitivamente nel 19° arrondissement di Parigi, lo stesso quartiere in cui il marito decise di aprire una tipografia, la “Società francese di stampa e di edizione”.

Nel 1940 i tedeschi occuparono Parigi e il Nord della Francia, asservendone progressivamente tutto l’apparato statale, economico e produttivo agli interessi della Germania; a parte coloro che condividevano l’ideologia dei nazisti o che decisero di fare affari con loro, si diffuse nella popolazione francese una vasta contrarietà verso gli occupanti, che andava dal mugugno al sabotaggio, fino all’adesione diretta o indiretta ai movimenti di resistenza, anche da parte di chi, fino ad allora, si era completamento disinteressato della politica,

In questi momenti maturò in Vivà e in altri giovani la convinzione che bisognava fare qualcosa e che la partecipazione all’attività di resistenza fosse l’unica scelta da fare. Vennero create delle reti per fare girare le informazioni. Le tipografie divennero così uno dei centri nevralgici della Resistenza. Di giorno stampavano materiale non compromettente, la notte producevano riviste, opuscoli, giornali che inneggiavano al boicottaggio ed alla lotta contro l’invasore nazista.

Nel 1942 il marito di Vivà accettò l’incarico di stampare dei volantini comunisti. Non è chiaro se Vittoria ne fosse al corrente.

Il 18 giugno 1942 scattò un’operazione della Gestapo, con il controllo di numerose tipografie parigine. Henry venne avvertito poco prima della perquisizione e riuscì a far sparire le pubblicazioni compromettenti. Era quasi salvo, ma quando la Gestapo stava per lasciare la tipografia, un tedesco urtò inavvertitamente una rotativa e ne fuoriuscì una pagina rimasta incastrata nei rulli. Henry fu fermato con l’accusa di aver stampato e diffuso manifestini antinazisti e di avere svolto “propaganda gollista antifrancese” e venne condotto nel “deposito” della prefettura di polizia. Il 10 agosto 1942 fu trasferito presso la fortezza di Mont-Valérien, dove il giorno successivo fu fucilato insieme agli altri uomini della rete clandestina “Tintelin”, dal nome del tecnico tipografico che presiedeva all’organizzazione di stampa e distribuzione dei fogli della Resistenza comunista.

Vivà non sapeva dove fosse incarcerato il marito. Disperata, si recava ogni giorno alla prefettura di polizia, implorando notizie di Henri; ciò suscitò sospetti anche su di lei, in quanto moglie di un pericoloso “terrorista” e figlia di uno dei più noti rifugiati antifascisti italiani.

Gli amici le consigliavano la fuga, ma lei non smise di insistere presso le autorità per ottenere di poter vedere l’amato marito. Alla fine venne anch’essa arrestata e detenuta in un primo tempo nel “deposito”. Il 10 agosto 1942, assieme alle altre donne arrestate, fu trasferita nella prigione allestita dai tedeschi nel Forte di Romainville.

Qui il comandante le fece presente che avrebbe potuto ottenere la libertà rivendicando la sua cittadinanza italiana. Vittoria rifiutò, per non mettere in difficoltà il padre che stava combattendo contro il fascismo, temendo che Mussolini potesse usare la sua scarcerazione come arma di ricatto nei suoi confronti. Ella rispose “que son père aurait eu honte d’elle (che suo padre si sarebbe vergognato di lei)”. Inoltre coltivava la romantica e vana speranza di ricongiungersi con l’amato marito in prigione.

Vittoria Nenni non era iscritta al Partito socialista, ma era semplicemente, istintivamente, antifascista ed antinazista. A Romainville incontrò altre giovani donne francesi, per lo più aderenti al partito comunista clandestino, con cui poi condivise la tragica esperienza della deportazione ad Auschwitz-Birkenau. Tra queste, Charlotte Delbo Dudach, resistente francese comunista, divenne amica di Vivà. Sopravvissuta al lager, raccontò in due suoi libri la storia di Vittoria Nenni e quella di altre sue compagne nel campo.

Vivà partì una domenica in un carro bestiame piombato con “Il convoglio del 24 gennaio», detto anche “dei 31000” perchè il numero di matricola del campo che fu tatuato sull’avambraccio destro delle deportate iniziava per 31, cifra distintiva del loro convoglio, seguita da altre tre cifre in progressione; a Vittoria venne assegnato il n° 31635.

Il convoglio comprendeva 230 donne. Nell’estate del 1943, dopo alcuni mesi ad Auschwitz, erano ancora in vita 57 di loro. “Un così alto numero di sopravvissute – scrisse Charlotte Delbo – dopo sei mesi di campo, è eccezionale, unico nella storia del campo”. E ancora: “Ciascuna di noi sopravvissute sa che senza le altre non sarebbe ritornata”. Alla fine sopravvissero in 49, ma non Vittoria Nenni, che morì per il tifo e la denutrizione il 15 o il 16 luglio 1943.

Così Charlotte Delbo ha ricordato la fine di Vittoria Nenni: “L’ho vista il 15 luglio 1943. Sembrava stesse bene. I suoi capelli, rasati sei mesi prima, erano ricresciuti in grossi boccoli. Qualcuno gli aveva procurato un pettine fine: lo passava senza tregua nei suoi capelli ed uccideva i pidocchi, uno ad uno, sul pettine, con le sue unghie che erano diventate lunghe da quando non lavorava più nei campi. Gli ho annunciato che gli alleati erano sbarcati a Nettuno, l’avevamo appreso da un giornale tedesco che avevamo rubato nella tasca di una SS a Raisko. “Mio padre ritornerà presto a casa. Come dev’essere felice!” (in effetti Pietro Nenni, arrestato in Francia, era allora in prigione in Italia). Poi, con la stessa voce, si è messa a raccontarmi che sua sorella era venuta a vederla, che si facevano dei preparativi per rimandarla in Francia, che sua sorella l’aspettava. Delirava, a freddo. Era il delirio del tifo.”

Il pensiero di Vittoria non abbandonò mai Nenni, che nei suoi Diari la ricorda frequentemente, sempre sostenuto dalla speranza di rivederla.

Nenni ebbe le ultime notizie della figlia il 30 gennaio 1943, da una cartolina di Vittoria, gettata dal treno diretto ad Auschwitz. Poche righe tracciate in fretta, con alla fine la fiduciosa promessa “Nous nous reverrons! (Ci rivedremo!)”.

Speranza che, pur tra il timore e la preoccupazione, non abbandonò mai il leader socialista, fino a quando, pochi giorni dopo la fine della guerra, ebbe la notizia della sua morte. Nenni apprese della morte della figlia solo il 20 maggio del 1945 dal suo compagno di partito e amico fraterno Giuseppe Saragat, all’epoca ambasciatore d’Italia in Francia: «Una giornata angosciosa. Tornato in ufficio… informato che c’è una lettera di Saragat a De Gasperi che conferma la notizia della morte di Vittoria. Ho cercato di dominare il mio schianto e di mettermi in contatto con De Gasperi che però era al Consiglio dei ministri. La conferma mi è venuta nel pomeriggio, da De Gasperi in persona, che mi ha consegnato la lettera di Saragat. La lettera non lascia dubbi. La mia Vivà sarebbe morta un anno fa nel giugno. Mi ero proposto di non dire niente a casa, ma è bastato che Carmen mi guardasse in volto per capire … Poveri noi! Tutto mi pare ora senza senso e senza scopo. I giornali sono unanimi nel rendere omaggio alla mia figliola. Da ogni parte affluiscono lettere e telegrammi. La parola che mi va più diretta al cuore è quella di Benedetto Croce: “Mi consenta di unirmi anch’io a Lei in questo momento altamente doloroso che Ella sorpasserà ma come solamente si sorpassano le tragedie della nostra vita: col chiuderle nel cuore e accettarle perpetue compagne, parti inseparabili della nostra anima”.

Povera la mia Vittoria! Possa tu, che fosti tanto buona e tanto infelice, essere la mia guida nel bene che vorrei poter fare in nome tuo e in tuo onore».

Il 10 agosto 1945 Pietro Nenni incontrò nell’ambasciata italiana di Parigi Charlotte Delbo Dudach.

Scrisse più tardi nel suo diario: “Mi è sembrato che chi può fiorire una tomba conserva un’apparenza almeno di legame con i suoi morti. Non così per me che penso disperatamente alla mia Vittoria e non ho neppure una tomba dove volgere i miei passi. Il 31 ottobre era l’anniversario della mia figliola. Avrebbe avuto trent’anni e tutta una esistenza ancora davanti a sé … quanto sarebbe stato meglio davvero che io, in vece sua, non fossi giunto al traguardo”.

Nell’agosto del 1947 Nenni fece visita al campo di Auschwitz, dove oggi una teca ricorda le ultime parole di Vittoria: “Dite a mio padre che non ho perso coraggio mai e che non rimpiango nulla”.

Negli anni successivi non mancò di incontrare altre superstiti, compagne di prigionia della figlia.

Nel maggio del 1971 Nenni, accompagnato dalla figlia Giuliana, fece un viaggio in Israele. A circa 25 chilometri da Gerusalemme visitarono la “Foresta dei martiri” dove un cippo e una lapide riportano una semplice scritta: “Bosco in memoria di Vittoria Nenni Daubeuf 1915-1943”. Quel giorno nel suo diario Nenni annotò «Da oggi in poi ho un luogo in Israele dove venire o al quale pensare quando più forte mi assale l’angoscia per la morte crudele di mia figlia».

Della tragica esperienza di Vittoria Nenni Daubeuf nel campo di sterminio di Auschwitz è rimasta solo la sua scheda segnaletica con la foto in divisa da deportata, rinvenuta negli archivi del lager dai militari sovietici. Nel 1956 Suslov (all’epoca Presidente del Dipartimento internazionale del Comitato Centrale del Partito comunista dell’Unione Sovietica) l’inviò a Nenni con l’atto di morte di Vittoria: in esso i medici del campo avevano annotato che la deportata n° 31635 era deceduta il 16 luglio 1943 per “influenza”.

Ancona, sua città natale, ha onorato Vittoria Nenni nel 1968 dedicandole una via del quartiere Palombare-Pinocchio.

Nel 1988, a 45 anni dalla morte, le venne dedicata la tessera di quell’anno del Partito Socialista Italiano, riproducente un suo struggente ritratto in divisa da deportata dipinto da Renato Guttuso.

Così Pietro Nenni ricordò il sacrificio della figlia e di quanti persero la vita per la libertà: “Molti non sono tornati – non è tornata la mia figliuola Vittoria – e pure domani è giorno ancora, cioè la morte stessa è un atto di vita, quando chi l’affronta, e non la teme, con il sangue sottoscrive i più alti ideali della umanità”.

La vicenda umana e politica di Vittoria Nenni è più diffusamente narrata nel libro “Vivà, la figlia di Pietro Nenni dalla Resistenza ad Auschwitz” (Collana “Bussole” delle Fondazioni Nenni e Buozzi”, Bibliotheka edizioni, 320 pagine, 18€), giunto già alla terza edizione in due anni, opera di Antonio Tedesco, Segretario generale della Fondazione Nenni.

Alfonso Maria Capriolo