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Alfonso Siano

Difesa Comune per rilanciare integrazione UE

esercitoeuropeoLe Ministre della Difesa di Italia, Francia, Germania e Spagna stanno lavorando ad un documento congiunto sulla Difesa Comune Europea che sarà presentato il prossimo mese di ottobre e che potrebbe costituire il primo passo per il rilancio dell’integrazione europea. E’ quanto emerso da un convegno che si è tenuto lo scorso 25 luglio al Centro Studi Americani a Roma, in cui è stato presentato il libro “Difendere l’Europa” di Lorenzo Pecchi, Gustavo Piga ed Andrea Truppo. Oltre agli autori, erano presenti studiosi di politica estera, militari, giornalisti e parlamentari. Marta Dassù ha presieduto i lavori, che sono stati conclusi dal Ministro della Difesa Roberta Pinotti.

La costruzione di una Difesa Comune Europea rappresenta sempre più una priorità per il nostro continente e l’Amministrazione Trump – con i suoi richiami agli alleati affinché contribuiscano maggiormente alle spese militari della NATO – sta in qualche modo accelerando questo processo. Infatti, sebbene la NATO continui a rappresentare un valido presidio per quanto concerne la deterrenza nucleare e la minaccia sul fronte orientale, potrebbe non essere l’attore migliore per fronteggiare efficacemente alcune sfide che interessano oggi l’Europa, quali la minaccia sul fronte meridionale rappresentato dai flussi incontrollati dei migranti o il possibile decoupling della Turchia dall’Occidente.

Ecco quindi la necessità di una nuova alleanza – la Difesa Comune Europea – che potrebbe mettere insieme le parti migliori degli eserciti e delle forze di difesa nazionali per gestire le crisi e le missioni di stabilizzazione nel Mediterraneo Occidentale, nel Nord Africa e, per certi versi, nell’Africa Sub-Sahariana, dove il brand UE è ancora accettato. Anche se difficilmente la Difesa Comune Europea potrà fronteggiare minacce statali o parastatali, potrà certamente contribuire alla stabilizzazione del fianco sud dell’Europa.

Va anche tenuto conto che il progetto a cui stanno lavorando Italia, Francia, Germania e Spagna, costituirà uno stimolo alla razionalizzazione dell’industria bellica europea, ancora troppo frammentata, ed a processi di aggregazione tra attori nazionali. Un “must” se si paragona l’esorbitante numero dei sistemi d’arma europei, che in teoria dovrebbero dialogare reciprocamente sul campo di battaglia, con quello ben più limitato e gestibile degli Stati Uniti.

Peraltro l’industria bellica rappresenta anche un motore della crescita e dello sviluppo economico. Sono ancora pochi i Paesi che hanno compreso quanto i budget per la Difesa siano essenziali ai fini dell’avanzamento tecnologico: tra questi, oltre chiaramente agli Stati Uniti, ritroviamo Israele, la Cina ed il Giappone. In Italia, se si considerano anche i Carabinieri, lo Stato annualmente stanzia circa 23 miliardi di Euro per la Difesa, una cifra corrispondente al 1,1% del PIL. Una percentuale ritenuta dagli studiosi insufficiente: occorrerebbe arrivare al 2,5% del PIL affinché la spesa per la Difesa rappresenti un reale stimolo per lo sviluppo economico. Ma non è detto che i fondi debbano essere unicamente statali: senza il Pentagono probabilmente non esisterebbe la silicon valley, ossia il fatto che negli Stati Uniti vi sia un acquirente certo della tecnologia che viene prodotta, favorisce i finanziamenti privati dei venture capitalist agli inventori e sviluppatori della tecnologia. Qualcosa dovrebbe cambiare anche da noi visto che il Ministro Pinotti ha confermato la creazione di un “Pentagono” italiano ossia di una struttura in cui Esercito, Marina ed Aeronautica potranno operare a stretto contatto e con un coordinamento unico.

A livello europeo, grazie anche all’uscita del Regno Unito dall’Unione, si apre ora una finestra di opportunità per realizzare la Difesa Comune, una nuova alleanza complementare alla NATO, con cui gestire le crisi del Mediterraneo, rispondere a minacce che ormai non sono più solo nazionali ma condivise a livello europeo. Si tratta di una importante occasione per rilanciare il processo di integrazione europea, per colmare il gap tecnologico con gli Stati Uniti, per stimolare l’economia e, soprattutto, per gestire meglio i problemi di casa nostra. La Libia, a tale proposito, potrebbe rappresentare nei prossimi anni il primo banco di prova di questa nuova entità.

Alfonso Siano

Un tempo era lotta di classe
oggi è lotta di classi

Quarto Stato-PasquinoIl nuovo libro di Ugo Intini, dal titolo “Lotta di Classi”, sottotitolo “Tra Giovani e Vecchi?” (edizioni Ponte Sisto), analizza le conseguenze dello straordinario processo di invecchiamento della popolazione italiana. La piramide dell’età, infatti, si è drasticamente capovolta negli ultimi 150 anni: nel 1862 gli anziani erano il 4,2% della popolazione italiana, oggi sono il 21,7%; mentre i ragazzi sotto i 15 anni, che al tempo erano il 34,2% della popolazione, ora ne rappresentano solo il 13,8%.
Dunque pochi giovani alla base e molti anziani al vertice. È questo un fenomeno  di cui si parla ancora troppo poco, ma che rischia di ipotecare seriamente il futuro del nostro Paese. Ugo Intini ci invita a riflettere su come la concezione tradizionale della vecchiaia, immutata per millenni e descritta ad esempio da Cicerone nel De Senectute, sia cambiata profondamente insieme alla demografia. Se gli antichi accettavano la riduzione delle proprie forze e organizzavano diversamente l’esistenza con l’avanzare degli anni, oggi gli anziani tendono a non rassegnarsi al peso dell’età e a non cambiare il proprio stile di vita, anche per quanto riguarda i piaceri, entrando, anche grazie alla famosa ‘pillola blu’, paradossalmente in competizione con i più giovani. E se prima gli anziani avevano una certa autorevolezza, data non solo dalle esperienze fatte in vita, ma anche dal fatto che costituivano una ristretta minoranza della popolazione depositaria della tradizione, oggi l’“inflazione” di vecchi ne forse ha diminuito il valore.

Pensionati-CalabriaIl nuovo rapporto tra vecchi e giovani, tra nazioni vecchie e nazioni giovani, rischia di rivoluzionare gli equilibri mondiali. L’Europa ormai si è guadagnata l’appellativo di “vecchio continente” e rischia di contagiare con la sua “malattia”, ossia la vecchiaia, anche altri popoli. Oggi la popolazione dell’Unione Europea è meno del 7 per cento di quella mondiale. Nel 2050 i suoi abitanti saranno poco più di 5 su 100 cittadini del mondo; gli italiani saranno lo 0,5 percento. Agli inizi dello scorso secolo gli Europei rappresentavano un quarto della popolazione mondiale.
Occorre dunque essere realistici e consapevoli che, di questo passo, Europa ed Italia saranno sempre più marginali sulla scena mondiale.
Intini ci aiuta a leggere anche le guerre coloniali del passato ed il fenomeno migratorio del presente con la lente della demografia, importante per comprendere i mutamenti degli equilibri geopolitici. E la vecchia Italia, nel caso in cui la natalità rimanga invariata nei prossimi anni e decenni, ovvero catastroficamente bassa, sarà destinata ad essere sempre più incalzata dai Paesi giovani aldilà del Mediterraneo. Un Paese vecchio e rassegnato sa lamentarsi degli immigrati, ma non persegue l’unico obiettivo che possa ridurli: la nascita, finalmente, di un numero ragionevole di italiani.

Il conflitto tra generazioni ha dunque sempre avuto un peso nella storia tra le nazioni, ma anche all’interno delle stesse nazioni. Quando una generazione più giovane vuole prendere il posto di quella anziana si parla educatamente di “ricambio generazionale” o, più crudamente, di “rottamazione”. E le giovani generazioni assumono un ruolo di primo piano nello scontro, nell’agitazione, nel movimento. Fortunatamente, nelle democrazie e nei loro partiti, per lungo tempo i giovani sono cresciuti in un contesto non di rottura, ma di fraterna comunione con gli anziani. Lo spirito non era quello della lotta fra classi di età, ma di staffetta tra generazioni. Eppure, qualcosa negli ultimi anni segnala che questo delicato equilibrio potrebbe rompersi.
Ugo Intini individua almeno due terreni sui quali rischia di esplodere il conflitto tra giovani ed anziani: quello delle pensioni e quello del lavoro.

Anziani-vacanzeLa spesa per le pensioni in Italia ha raggiunto livelli inopinatamente elevati: nel 1901 il nostro bilancio pubblico per l’istruzione era quasi sette volte più grande di quello per la previdenza; nel 1951 si è arrivati al pareggio; adesso le pensioni pesano quattro volte più della scuola. I giovani accusano i seniores di aver versato con i contributi previdenziali molto meno di quanto hanno incassato o incasseranno in pensione, considerata anche la più lunga aspettativa di vita. Gli anziani resistono facendo leva sui diritti acquisiti.

Ugo Intini evidenzia come la vicenda dei contributi di solidarietà sulle pensioni d’oro sia solo la punta dell’iceberg: se passa il concetto che la massa di denaro distribuita ai pensionati non sia coperta dai contributi versati, ad essere toccati non saranno solo i pensionati d’oro ma potenzialmente tutti coloro che hanno maturato la pensione con il sistema retributivo. Lo squilibrio tra i contributi precedentemente versati dagli anziani e la somma erogata dallo Stato era pari nel 2012 a 46 miliardi di Euro, su un totale di 186,9 miliardi di Euro distribuiti a 11,3 milioni di pensionati. E la lotta fra classi potrebbe trovare proprio su questa immensa torta un terreno di scontro cruento: il patto intergenerazionale secondo il quale i giovani lavorano per pagare le pensioni agli anziani, perché i bambini di oggi contribuiranno a pagare le loro pensioni in futuro inizia a scricchiolare. Qui Ugo Intini difende le ragioni degli anziani e denuncia gli argomenti a suo avviso “liberisti” che oppongono il sistema “virtuoso” del contributivo a quello “assistenziale” del retributivo.

Ma anche il lavoro è un altro possibile terreno di scontro fra classi di età. La disoccupazione giovanile tocca in Italia livelli impressionanti: il 40 per cento, contro il 7,6 della Germania o il 25,4 della Francia. Se quasi un giovane su due in Italia è senza lavoro, il tasso di occupazione fra gli anziani è invece al livello dei Paesi più virtuosi: il 5,2 per cento nella fascia di età tra i 60 e i 64 anni.
Mentre dunque in una società normale i giovani dovrebbero lavorare più dei vecchi, da noi avviene il contrario, con il danno evidente per l’economia in generale, privata dell’apporto di energie fresche. Intini però ci fa anche riflettere su come da noi i dati su scolarizzazione siano drammatici e quindi ci pone il dubbio che non sempre esistano competenze adeguate per sostituire chi va in pensione.
Giovani-in-fugaTroppe le lauree di tipo umanistico, proporzionalmente molto di più di fine ‘800 quando si avevano idee molto più chiare su quali percorsi universitari consentissero di cavalcare il progresso scientifico: nel decennio 1881-1890 gli studenti universitari di materie scientifiche erano il 32,8 per cento del totale, contro l’attuale 20 per cento.
L’autore pone in evidenza un altro elemento: la legge stabilisce in modo uguale per tutti il momento del passaggio dal ruolo attivo al pensionamento, il che sembrerebbe in contraddizione con la enfatizzazione dei principi opposti ispirati al liberismo dominante di enfatizzazione delle scelte individuali. Perché allora, non consentire una maggiore progressività per l’uscita dal lavoro per le persone anziane?

Il libro di Intini offre una nuova chiave di lettura per l’economia e per il costume e ci spiega come l’invecchiamento della popolazione influenzi vari aspetti del nostro vivere sociale. Siamo un Paese che consuma poco, dove si compra poco, dove si moltiplicano i mercatini di roba antica o vecchia; dove le aziende investono poco per rintanarsi nelle prudenze familiari; dove sono diventati vecchi la letteratura, il cinema, la musica; dove i protagonisti dei media sono sempre gli stessi e non solo.

Dunque un bel libro, molto ben documentato, di agevole lettura e quanto mai utile per capire il presente, come confermato da quattro notizie “vecchie” meno di un mese: la Corte Costituzionale in una recente sentenza ha affermato la legittimità del contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro; Pippo Baudo, alla veneranda età di 80 anni, probabilmente sarà il conduttore di Domenica In nella prossima stagione televisiva Rai; l’Italia è il Paese con il tasso di natalità più basso dell’Unione Europea; la Cassazione ha restituito la figlia ad una coppia di genitori anziani, affermando il principio che, se sussiste la capacità genitoriale, non ci sono limiti di età per essere padre e madre.

Alfonso Siano


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Ugo Intini
Lotta di Classi
Tra giovani e vecchi?
pp 150 – Euro 12,00
Edizioni Ponte Sisto
In vendita nelle librerie e online

Ispi: l’Italia sia leader
nel Mediterraneo

Mediterraneo

E’ stato recentemente presentato a Roma il Rapporto 2016 dell’ISPI, dal titolo “Le nuove crepe della governance mondiale. Scenari globali e l’Italia”. Al convegno è intervenuto anche il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che ha tratteggiato con estrema accuratezza l’attuale politica estera italiana.

Il rapporto dell’ISPI di quest’anno è dedicato al moltiplicarsi delle crepe politiche ed economiche nel consesso internazionale, che sta evidenziando l’inadeguatezza degli strumenti esistenti di governance mondiale. La mancanza o il ritardo di risposte concertate tra i principali Paesi in gioco approfondisce le fratture esistenti e rischia di crearne di nuove, come sta avvenendo negli ultimi mesi di fronte alla guerra civile siriana o alla crisi migratoria in Europa.

Sul terreno politico è continuata negli ultimi mesi l’implosione dell’ordine internazionale, tanto su scala globale quanto su scala regionale, e questo è avvenuto in particolare nel contesto euro-mediterraneo, che costituisce il quadrante obbligato della politica estera italiana. Inoltre le crisi del Medio Oriente e della sponda sud del Mediterraneo hanno investito direttamente l’Europa comunitaria. In primis con i flussi migratori e l’espansione della rotta balcanica in parallelo a quella marittima; poi con le incursioni terroristiche nel cuore dell’Europa, che hanno colpito la Francia, elevando il livello della minaccia anche in tutti gli altri Paesi europei. Infine, le crisi del Mediterraneo allargato hanno finito per mettere in evidenza la fragilità identitaria ed istituzionale dell’Europa, favorendo la proliferazione di risposte nazionali, che hanno messo a nudo crepe materiali e simboliche nella costruzione europea, tale da rovesciare l’immagine di spazio politico ed economico unitario coltivato enfaticamente a partire dagli anni Novanta.

Molto interessante l’intervento del Ministro Paolo Gentiloni, il quale ha evidenziato come ci troviamo in un contesto allarmante, visto l’accavallarsi di crisi internazionali che finiscono per avere conseguenze dirette anche in Europa. Rispetto al passato è dunque aumentata la consapevolezza dell’opinione pubblica sull’importanza di esercitare la politica estera. L’Italia appare in prima linea di fronte a queste sfide ma, secondo Gentiloni, il treno su cui ha viaggiato il Belpaese nel dopoguerra non esiste più: essere atlantici ed europeisti non è più sufficiente. Non è possibile ripercorrere sentieri già noti, perché semplicemente non esistono più le superpotenze in grado di imporre l’ordine mondiale. Viviamo dunque in un’epoca che è contemporaneamente post-sovrana ed iper-sovrana: post-sovrana perché alcune tematiche, come, ad esempio, quelle legate al mondo dell’economia e dell’ambiente, sono ormai di stampo globale e sovrastano i singoli Paesi; iper-sovrana perché è emersa negli ultimi anni una forte determinazione dei Paesi medi, e anche  di quelli piccoli, di fare politica estera ed esercitare una propria sfera di influenza sull’ordine mondiale.

In questo contesto, conta molto la dignità del singolo Paese, il suo status ed anche la sua auto-rappresentazione. Il Ministro ha quindi ricordato che l’Italia resta uno dei primi 10 Paesi al Mondo, tra i primi in Europa e che, proprio per difendere la dignità dell’Italia, oltre che per difendere la memoria di un nostro connazionale, per quanto riguarda il caso di Giulio Regeni, l’Italia non desisterà dinanzi all’Egitto fino a quando non sarà appurata la verità sull’omicidio del giovane ricercatore.

Continuando, Gentiloni ha ricordato come, se nel passato la minaccia veniva dai cosiddetti Evil States (gli Stati diabolici), oggi la minaccia è portata principalmente dai Failed States (Stati falliti). Gli Stati Uniti d’America non sono più in grado di esercitare il ruolo di poliziotti del mondo, nonostante dispongano del più imponente apparato militare della storia dell’umanità.  E questo non è dovuto, come alcuni sostengono, alla politica di disimpegno militare adottata da Obama. Altrettanto semplicistico è ricondurre le crisi in atto, con particolare riferimento all’intervento russo in Siria o in Ucraina, a vecchi schemi, quali la guerra fredda USA-URSS.

Dunque di cosa c’è bisogno nella politica estera italiana? Primo, occorre investire di più in difesa, cooperazione e diplomazia. Secondo, occorre focalizzarsi sul Mediterraneo, incluse le sue propaggini in Africa e Medio Oriente. Il Mediterraneo deve costituire il cuore della nostra politica estera, perché proprio in questa area ci sono le nostre maggiori potenzialità economiche: si pensi, ad esempio, alle recenti scoperte di idrocarburi in Egitto o alla nostra presenza in Libia ad opera dell’ENI; ma si consideri anche che l’Italia è il quarto partner commerciale dei Paesi del Mediterraneo, alle spalle di Stati Uniti, Germania e Cina; infine, si tenga presente che le potenzialità di sviluppo di questa area sono straordinarie,  nonostante tutte le crisi in atto.

Terzo, occorre essere presenti e propositivi in Europa. Il recente incontro tenuto a Roma dei sei Ministri degli Esteri dei Paesi fondatori dell’Unione Europea, ha fatto emergere un sentire comune sull’esigenza di una risposta univoca ai flussi migratori. Non sarà facile far adottare all’Europa una sola politica, ma è importante che l’Italia coltivi su questo tema l’asse con la Germania, a cui potrebbe poi aggiungersi anche la Francia. L’alleanza di questi tre Paesi indurrebbe anche altri Paesi ad aderire e, seppure non fosse raggiunta l’unanimità in sede europea, potrebbe così essere assunta una decisione a maggioranza per gestire in modo univoco i flussi migratori.  Inoltre, in quello stesso incontro, si è discusso di una Europa a due velocità, con il Regno Unito fuori dalla cerchia ristretta. Ed è emerso che l’Eurogruppo può rappresentare un punto di partenza ma che occorre anche allargare la cerchia a Paesi non ancora facenti parti dell’area Euro, ma disposti a stringere legami più forti con gli altri Paesi europei.

Quarto, l’Italia deve ricercare e dare un contributo alla costruzione di un multilateralismo efficace. Un esempio positivo di questo multilateralismo è la risoluzione della crisi iraniana. Su altre crisi, tuttavia, come quella siriana o quella libica, non si è trovata ancora una quadra, stanti i prevalenti interessi nazionali dei tanti Paesi intorno a questi tavoli. Quindi la sfida delle diplomazie è quella di contribuire a determinare regole del gioco condivise che consentano di affrontare, gestire e, forse, risolvere le crisi che abbiamo davanti e compito dell’Italia è contribuire a costruire il sistema di regole multilaterali soprattutto nella regione del Mediterraneo.

Alfonso Siano

Un superministro delle finanze per l’Eurozona

eurozonaNegli ultimi giorni si è fatto vivace il dibattito sulla creazione di un Superministro delle Finanze per l’Eurozona, dibattito inizialmente stimolato dal Presidente della BCE Mario Draghi, dal Presidente della Bundesbank Jens Weidmann e dal Governatore della Banca di Francia Francois Villeroy. Nel dibattito è poi intervenuto direttamente anche Matteo Renzi con una lettera a Repubblica, in cui il Presidente del Consiglio sostiene che la questione del Superministro non sia il nodo centrale in Europa, ma che invece la priorità sia la direzione da dare alla politica economica. Per Renzi è quindi necessario puntare su crescita, investimenti, innovazione, come negli ultimi otto anni hanno fatto gli Stati Uniti d’America per uscire dalla crisi, e non solo su austerity, moneta, rigore come ha invece fatto l’Europa. Parole assolutamente condivisibili.

Ma se partiamo dal presupposto che nel medio termine neanche la Germania da sola sarà in grado di contare nel consesso mondiale quanto in passato, a fronte della crescita impetuosa che ormai da molti anni registrano Cina ed India, capiamo bene che è interesse di tutti, davvero di tutti, puntare alla creazione degli Stati Uniti di Europa, proprio per non essere marginalizzati – e non restare fuori dai tavoli in cui si prendono le decisioni – in un’economia che sarà sempre più globalizzata.

E gli Stati Uniti di Europa non si creano da un giorno all’altro. Forse non sarà sufficiente un lustro. Deve valere dunque la politica dei piccoli passi, quella stessa politica che anche Draghi è stato in grado di imporre nel direttivo della BCE e che, evidentemente, grazie al quantitative easing ha intanto salvato l’Unione Europea dalle rovine.

Ma Draghi ha comprato tempo, ha evitato solo temporaneamente la débâcle europea, ora tocca ai leader politici fare la propria parte. E la creazione di un Superministro delle Finanze che sia in grado di coordinare e controllare le riforme economiche appare coerente con una simile politica, dei piccoli passi per l’appunto, che porti al traguardo di costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Teniamo a mente che le riforme non sono solo una necessità italiana: anche la Germania dovrà allungare l’età pensionabile, anche la Francia dovrà riformare il mercato del lavoro, per restare sui due maggior Paesi dell’Eurozona. Quindi non dobbiamo ritenere che una simile figura possa nascere contro il nostro Paese. Occorre dunque partecipare a questo progetto.

La proposta Weidmann-Villeroy è certamente migliorabile. Ad esempio ipotizzando l’assegnazione di un vero e proprio budget a disposizione del Superministro, da utilizzare per la risoluzione delle crisi come quella dei migranti. Ma non solo. Budget che potrebbe essere destinato alle spese relative all’istruzione, alla scuola, all’università, alla ricerca. La Cina trenta anni fa ha pianificato quello che oggi sta realizzando e se le università cinesi stanno scalando le classifiche internazionali e la Cina dispone di tecnici ed ingegneri adeguati al salto tecnologico che ha inteso intraprendere è perché ha scientemente destinato parte delle proprie risorse a questo scopo. Il Superministro potrebbe pure contribuire ad indirizzare gli investimenti europei, magari facendo leva sul grande risparmio presente in Europa.

Il budget del Superministro sarebbe riveniente da tasse pagate dai cittadini europei e quindi, in virtù del principio no taxation without representation, occorrerebbe stabilire dei meccanismi democratici di elezione del Superministro.  Ad esempio, insieme al Presidente della Commissione Europea ed all’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, potrebbe essere eletto direttamente o, quanto meno in una prima fase, “designato” con primarie dagli elettori europei. In questo modo si configurerebbe non una cessione di sovranità ma un trasferimento di sovranità, che continua ad appartenere al popolo, dagli Stati Nazionali all’Unione Europea.

Il Superministro delle Finanze si potrebbe poi occupare anche del coordinamento delle politiche di bilancio degli Stati Membri dell’Eurozona, in modo da assicurare stabilità finanziaria alla stessa. Si tratta di una strada ragionevole, se vogliamo che la Germania condivida rischi che altrimenti non condividerebbe mai. In altri termini, stando con i piedi per terra, possiamo mai immaginare che la Germania o anche l’Italia possano sottoscrivere o garantire titoli del debito pubblico della Grecia senza avere il modo di coordinare a monte quello che accade a livello di politica economica in quel Paese? E questo principio vale a livello incrociato per tutti i Paesi dell’Eurozona; dicevamo sopra che nessun Paese dell’Eurozona è esente dalla necessità di riformare la propria economia.

Dunque un consiglio non richiesto a Matteo Renzi: non basta rinverdire la memoria di Ventotene ed auspicare la creazione sull’isola di un centro di formazione per le future classi dirigenti europee. Occorre più visione e più coraggio. Matteo sei giovane, hai le energie ed anche il consenso per rilanciare e portare avanti un grande progetto di integrazione europea. Chi meglio di te potrebbe davvero farsi paladino degli Stati Uniti d’Europa?

Alfonso Siano

‘Vivà’ Nenni, un’eroina
senza tempo

Vivà Vittoria NenniVivà era il nome con cui in Francia era conosciuta Vittoria Nenni, terzogenita di Pietro Nenni. Ed è anche il titolo di un bellissimo libro di Antonio Tedesco, appena pubblicato dalla Fondazione Nenni, in cui si racconta la storia di Vivà, dapprima bambina sbarazzina e gioiosa e poi eroina della resistenza francese durante la seconda guerra mondiale. E’ una storia di grande trasporto, in cui l’autore riesce a coniugare episodi storici con momenti di vita vissuta familiare, grazie alle testimonianze documentali ma anche alle fonti orali, quali quella di Maria Vittoria Tomassi, discendente della famiglia Nenni.

Nel 1927 Vivà ha dodici anni. Dopo non poche peripezie, con la mamma e le sorelle raggiunge il padre, esule a Parigi. Il clima in Italia era molto pesante e la scelta di vivere esuli all’estero per chi era esposto politicamente era quasi obbligata: pochi mesi prima a Milano le squadracce fasciste avevano aggredito la piccola Vittoria al ritorno da scuola e poi devastato la casa di Pietro, minacciandone la morte. Arrivata a Parigi, Vittoria vi si ambienta bene: le piacciono le passeggiate nei boulevard con la sorella Vany, le vetrine illuminate, lo studio e la frequenza delle compagne francesi. Vivà era forse, tra le quattro figlie di Nenni, quella meno impegnata in politica. Era giovane e desiderava approfittare della vita e di quanto le offriva Parigi, una città socialmente e culturalmente molto avanzata rispetto alle altre capitali europee che vivevano all’ombra del nazifascismo. A Parigi le donne potevano esprimere la loro personalità,Presentazione libro Vivà Nenni mentre in Italia, ad esempio, prevaleva la retorica e la donna era relegata al ruolo di guardia del focolare domestico. La Francia rappresentava dunque un baluardo di libertà e a Parigi avevano trovato rifugio molti esuli antifascisti. Qui il giornalista Pietro Nenni, pur tra mille difficoltà contingenti, portava avanti la sua battaglia contro il fascismo ed il franchismo.

Poi arriva la guerra. Pietro Nenni à costretto a rifugiarsi nei Pirenei per non cadere nelle mani dei nazisti e lascia alle due figlie Vivà e Vany la gestione della tipografia che, dopo mille sacrifici, era riuscito ad acquistare a Parigi. Vittoria, che nel frattempo si era sposata con l’amato Henri Daubeuf, pian piano inizia a collaborare con la resistenza francese. Alla ragazza sbarazzina subentra, quasi in continuità, una donna che lotta per i principi di libertà. Quei principi che, congiuntamente alle amicizie che aveva coltivato a Parigi, la inducono a mettere la tipografia a disposizione per la stampa notturna di opuscoli e giornali clandestini, trascinando in questa avventura il riluttante Henri. Il principale obiettivo era quello di risvegliare le coscienze, spingendo i francesi a resistere all’occupante. Così come poi puntualmente avvenne, tanto da scatenare la reazione tedesca, decisa, con l’aiuto dei collaborazionisti francesi, a smantellare le reti clandestine di propaganda. In una retata di polizia, fu arrestato Henri e, poco tempo dopo, la stessa Vittoria.

Già in tale occasione, Vivà avrebbe avuto la possibilità di scappare, ma decise di restare accanto al marito, che in seguito morirà fucilato. Nel duro carcere Vivà si ritrova con una serie di prigioniere politiche che, come lei, avevano animato la resistenza francese. Qui ebbe una seconda occasione per sottrarsi all’amaro destino: se avesse rivendicato la sua nazionalità italiana, avrebbe evitato la deportazione. Non lo fece, preferendo restare con le sue compagne. Il peggio, però, doveva ancora arrivare. E così, nel gennaio del 1943, fu deportata ad Auschwitz insieme ad altre 229 prigioniere politiche antitedesche. Con loro condividerà la prigionia, terribile. Dopo appena quindici giorni dall’ingresso al campo, saranno 27 le decedute. Vittoria resiste ed anche nell’orrore di Auschwitz riesce a tenere alto il morale suo e delle sue amiche, tanto da diventare per le stesse un punto di riferimento. Sarà proprio l’amicizia, la solidarietà e l’unità a tenere in vita il gruppetto di otto amiche con cui Vittoria condivide gli stenti e le tragiche difficoltà di quei mesi. Purtroppo, proprio quando sembrava profilarsi un’alternativa ai duri lavori forzati all’esterno del campo, con la possibilità di un lavoro all’interno di una fabbrica, Vittoria si ammala di tifo e si spegne nel luglio del 1943.

Il padre Pietro porterà sempre nel cuore l’angoscia di non aver fatto tutto il possibile per salvare la figlia. Appresa la morte di Vivà dopo la liberazione dei campi, due anni dopo, nell’estate del 1945, Pietro Nenni si tormentava di non aver scritto al nemico-amico Mussolini, con il quale in gioventù aveva condiviso la cella in carcere, per chiedere che la figlia fosse salvata dagli orrori del campo. Avrebbe potuto farlo, ma i suoi principi glielo avevano impedito. Il suo rimpianto fu placato solo quando Charlotte Delbo, francese di origini italiane, la più vicina a Vittoria fra le deportate ad Auschwitz, riferì al padre a guerra finita che Vittoria le aveva lasciato questo messaggio: “Dite a mio padre che ho avuto coraggio fino all’ultimo e che non rimpiango nulla”.

Una storia, quella di Vivà e della famiglia Nenni, di libertà, di solidarietà, di coraggio, di umanità. Una storia che l’autore Antonio Tedesco ha saputo raccontare in modo eccellente, affrescando la narrazione con la descrizione dei luoghi e degli animi dei protagonisti. Grazie anche alle fotografie di archivio, sembra davvero di essere lì, con Vittoria, ma anche con Pietro, Carmen, Giuliana, Vany, Luciana, condividendone le aspirazioni, le difficoltà, i dolori, le angosce. Una storia racchiusa in un libro che non è assolutamente grigio, ma che sprigiona vitalità in ogni pagina. Una storia di grande attualità, che meriterebbe di essere raccontata nelle scuole. Si rifletta su come il fascismo poco a poco, complice anche la legge elettorale Acerbo, abbia occupato il potere e soppresso le libertà, spingendo gli uomini liberi all’esilio, e su come la barbarie, che credevamo ormai confinata alla storia, sta riemergendo sotto altre spoglie. Ma Vivà è anche la storia di Pietro Nenni, un uomo che non si dato mai per vinto e che ha sempre sentito la necessità di dover dare un esempio morale, non temendo le conseguenze per sé e la sua famiglia.

Ed è per queste ragioni che la Fondazione Nenni, grazie anche all’attivo interessamento del Presidente Giorgio Benvenuto, ha promosso la realizzazione di questo libro, recentemente presentato a Roma presso la sede nazionale della UIL. La Fondazione Nenni ha inoltre in serbo per il prossimo anno una serie di iniziative tese a celebrare la figura di Pietro Nenni come padre della Repubblica Italiana e l’apporto dei socialisti alla Carta Costituzionale. Oltre al consueto premio giornalistico, sarà infatti ripubblicato con commenti un libro autobiografico dello stesso Pietro Nenni, in cui il leader socialista descrive gli anni della fanciullezza, che tanto peso avranno poi sulle sue scelte di vita. Un ulteriore passo per dare continuità nel tempo a quegli ideali di libertà, fratellanza e solidarietà di cui Pietro Nenni e la figlia Vittoria sono stati fulgidi esempi.

Alfonso Siano

Europa al bivio

Dal 2008 in avanti l’Europa è stata colpita da molte crisi. Da quelle che sembrano essere alle nostre spalle l’Europa è emersa, seppure lentamente e con fatica, più forte di prima. Ulteriori sfide sono in corso ed altre ancora si profilano all’orizzonte. Tuttavia la storia recente dovrebbe insegnare ad avere fiducia, ed essere uno sprone per superare le crisi attuali e future in modo sempre più unitario.

Volgiamo per un attimo lo sguardo al passato e ci accorgiamo del percorso fatto in pochi anni. Dapprima la crisi finanziaria ed economica, importata dagli Stati Uniti, ha dato luogo ad una nuova disciplina nei bilanci statali, il famoso “fiscal compact”. Ma anche ad una serie di misure volte a ridurre la frammentazione dei mercati dei capitali europei, come ad esempio l’unione bancaria, di cui sono stati completati due pilastri su tre, restando ancora non realizzato il meccanismo europeo di protezione dei depositi.

Poi la crisi della Grecia, che ha palesato un conflitto interno all’Unione Europea, con l’affermarsi di un metodo intergovernativo che talora si è sovrapposto alla normale operatività delle istituzioni europee, nonché il rischio concreto della fuoriuscita dall’Eurozona di un Paese fondante della cultura occidentale. Un rischio che tuttavia alla fine è stato superato anche grazie alla saggia accettazione da parte dei governanti greci di un protocollo di salvataggio, che, per quanto indigesto, consentirà al popolo ellenico di non andare alla deriva.

Quindi la crisi ucraina, che ha visto l’Europa rispondere assumendo una posizione comune dinanzi alla Russia, cui sono state imposte sanzioni economiche, anche se tale imposizione ha significato per alcuni Paesi, tra questi l’Italia, una perdita netta in termini di scambi commerciali.

E veniamo alle crisi più recenti: quella del flusso migratorio e quella del terrorismo in casa nostra. A queste crisi, tra loro correlate, l’Europa non ha saputo ancora dare una risposta univoca. Più che per mancanza di solidarietà, per l’assenza di una visione comune. Il peso dei migranti – richiedenti asilo o migranti economici che fossero – è in prima battuta gravato unicamente sui Paesi di frontiera. L’Italia ha adottato una politica che, sostanzialmente, mira a salvare vite umane. Ma l’Europa non si è mostrata pronta a farsi carico dei flussi in arrivo e le decisioni prese per una ripartizione degli stessi non hanno finora trovato un’applicazione concreta. Al contrario, molti Paesi europei – tra cui l’Ungheria ma anche la Francia – hanno risposto tramite una chiusura o maggiori controlli ai confini, di fatto prima bloccando il flusso dei migranti e poi ostacolando il piano di redistribuzione. In questo scenario si è distinta soltanto la Merkel, che, andando controcorrente, ha mostrato per una volta di essere un leader con una visione europea ed ha aperto il proprio Paese, soprattutto ai rifugiati siriani. L’Europa si è dunque mossa in modo disarticolato dinanzi ad un problema epocale che ha messo in crisi due accordi: quello di Dublino e quello di Schengen. Entrambe le convenzioni necessitano di un aggiornamento, ma se dovessimo rinunciare alla libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione Europea allora verrebbe meno uno dei pilastri sui cui si è fondata la stessa Unione. E l’avremmo data vinta ai nostri nemici, che hanno attaccato i nostri valori fondanti. Deve comunque esser chiaro a tutti che la crisi dei migranti eccede le possibilità di soluzione a disposizione dei singoli Paesi ma, al contempo, che l’Unione Europea non può accettare un numero illimitato di immigrati. La risposta più razionale dovrebbe essere innanzitutto quella di rafforzare gli interventi di controllo delle frontiere europee, stabilendo standard più cogenti ed attuando una maggiore condivisione delle banche dati in possesso dei vari Paesi, fino ad arrivare alla creazione di una vera e propria polizia di frontiera europea. Un controllo basato su protocolli comuni, seri, che, facendo salva la vita umana, miri a respingere chi non ha titolo per entrare nell’Unione, favorirebbe anche la gestione condivisa di coloro a cui temporaneamente sarebbero aperte le porte europee. In seconda battuta, anche per arginare il fenomeno terroristico, si dovrebbe intervenire con una sola voce in quei Paesi da dove le migrazioni hanno origine, senza guardare unicamente agli interessi nazionali. A tale proposito, sarebbe utile riprendere il percorso verso la strutturazione di una reale forza di difesa europea.

Mentre le crisi di cui si è detto sono ancora sul tavolo, altre crisi si affacciano già all’orizzonte: tra queste la possibilità che il Regno Unito tenga entro il 2017 un referendum per decidere se restare o meno nell’Unione Europea. Pochi giorni fa, per la prima volta, i sondaggi hanno evidenziato che la maggioranza dei cittadini inglesi sarebbe a favore della Brexit. Ebbene, anche qui bisognerebbe porsi dinanzi alle richieste avanzate da Cameron senza pregiudizi. E con uno spirito costruttivo. Da un lato essendo consapevoli che alcune deleghe nazionali sono ormai inefficaci e che quindi sarebbe opportuno spingere verso una maggiore integrazione, dall’altro tenendo conto che le diversità europee sono un patrimonio ma che non possono costituire un freno all’integrazione europea. Quindi dobbiamo saper andare avanti con chi è d’accordo ad una maggiore integrazione, intessendo al contempo una cooperazione rafforzata con quei Paesi europei non disponibili ad intraprendere questo percorso, in modo da lasciare aperta la possibilità non solo ad una Europa a due velocità ma anche ad una Europa costituita da gruppi di Paesi con obiettivi diversi. Certo, a minori oneri corrisponderebbero minori benefici e minore capacità decisionale.

Il mondo è cambiato rispetto a soli trenta o quaranta anni fa. L’Europa si confronta oggi con il venir meno di una visione condivisa dell’ordine mondiale, con visioni di stampo universalistico che non corrispondono a quelle che sono storicamente europee. Assistiamo alla progressiva perdita della capacità di incidere sul mondo. L’Unione è dunque attrezzata dinanzi a queste sfide esterne, di sicurezza ma anche culturali, che mettono a rischio l’esistenza stessa dell’Europa? Non è facile rispondere a questa domanda, ma senza dubbio l’Europa è arrivata ad un bivio: o impara a parlare con una sola voce o rischia di essere ridotta al silenzio.

Alfonso Siano

Italia da ‘resettare’
ci serve un progetto

bandiera italiana e europaGiovanni Brauzzi e Luigi Tivelli, diplomatico di lungo corso il primo e civil servant al servizio di vari Governi il secondo, hanno recentemente condotto un’analisi lucida ed imparziale sulle “ombre” politiche e sociali che da venti anni a questa parte si stendono sull’Italia. I due autori non si sono limitati solo a descrivere i cattivi costumi, hanno anche evidenziato le “luci” che possono illuminare un progetto di rifondazione e rinascita del nostro Paese. Ed è proprio questo progetto, che dovrebbe nascere dalla collaborazione di tutte le classi dirigenti del Paese, il fulcro del loro bel libro intitolato “Reset Italia”, edito da Guerini e Associati.

L’ultimo ventennio è stato per il nostro Paese una sorta di brutte époque in cui abbiamo registrato la più bassa crescita fra i Paesi OCSE, la forte caduta dell’etica pubblica, il chiaro degrado dei rapporti civili, l’ulteriore dissesto idrogeologico del territorio, la frantumazione del Mezzogiorno, l’impoverimento delle famiglie e dei ceti medi, segnati dalla netta discesa dell’occupazione, specie giovanile. L’Italia non può dunque continuare ad essere una sorta di “società mangiagiovani”, che ruba il futuro ad intere generazioni, e non può nemmeno ambire ad avere un ruolo leader in Europa fin quando più di un terzo del Paese è incluso fra le aree più arretrate e depresse del continente.

Ciò detto, il Belpaese ha anche tutta una serie di punti di forza sui cui occorre far leva: dalle risorse legate ai beni ambientali, artistici e culturali, a quelle legate alla valorizzazione del turismo; da un tessuto imprenditoriale e manifatturiero fatto di molte imprese competitive ed orientate all’esportazione, alle start-up innovative, anche giovanili, ad altri fattori.

Il quadro è dunque quello di un’Italia a luci ed ombre, in cui però manca una idea organica, una visione del Paese. Lampante è il deficit culturale nella politica del giorno per giorno, del carpe diem. E, seppure vada dato atto al premier Renzi di aver avviato una serie di riforme da troppo tempo rinviate e necessarie, superando il cosiddetto “riformismo immobile”, secondo gli autori non è con alcune isolate riforme che si può dare la scossa ad un Paese afflosciato dopo venti anni di sostanziale “non-governo”. Soprattutto non è con le riforme che nascono dalla logica dell’uomo solo al comando che si riavvia realmente il nostro Paese e si supera definitivamente la politica politicante, il cicaleccio fine a se stesso, il dilettantismo imperversante.

È invece responsabilità di tutte le classi dirigenti, politiche e non, del Paese non lasciare solo il premier, facendosi portatrici di “una nuova idea dell’Italia” nell’ambito di un progetto a medio lungo termine.

Il messaggio che Brauzzi e Tivelli cercano di diffondere è chiaro: è giusto ridare alle istituzioni ed alla politica il potere e la capacità di decidere, ma si deve restituire lo scettro al “Principe-cittadino”.  Occorre dunque cominciare a gettare al più presto fondamenta solide, basate su un progetto coerente che si sviluppi in un arco quanto meno decennale, altrimenti il degrado del Paese è destinato a continuare.

E di qui a un decennio l’Italia ha due scadenze: una certa, il Giubileo del 2025, e una probabile, le Olimpiadi del 2024. Secondo gli autori si tratta dunque di cogliere queste scadenze come opportunità per condurre in porto un progetto di rifondazione del Paese. Un progetto a medio-lungo termine, molto ben articolato in “Reset Italia”, che nei primi due anni può già dare effetti significativi sul piano economico e che al termine del primo quinquennio produrrebbe la gran parte del suo impatto sull’amministrazione, l’economia e la società italiana.

Un progetto che dovrebbe essere predisposto col contributo delle migliori forze vive del Paese, da convocare in una sorta di Stati Generali dell’Italia. Ne parliamo con Luigi Tivelli, già consigliere parlamentare, civil servant al servizio di vari Governi ed editorialista, autore di una ventina di libri in materia di politica ed economia.

Dott. Tivelli, quali sarebbero le tre principali priorità del nuovo progetto globale per il Paese?
Direi che le tre priorità principali sono: primo, ridurre al massimo il peso ed il perimetro del settore pubblico nell’economia italiana, tagliando al massimo la spesa pubblica, ciò che non fa assolutamente la politica economica dei vari Governi e anche del Governo Renzi, come dimostra questa pessima legge di stabilità, in cui i tagli alla spesa pubblica sono ridicoli ed in cui  si finanzia in deficit la riduzione delle imposte. La seconda priorità riguarda il Mezzogiorno, che, come evidenziato da Svimez, negli ultimi dieci anni ha avuto una performance nettamente peggiore di quella della Grecia: come si può pensare di essere leader in Europa se più di un terzo del Paese sta peggio della Grecia? La terza priorità riguarda l’occupazione giovanile perché con quasi tre milioni di giovani che né studiano né lavorano, e con oltre il 40% di disoccupazione giovanile, non si va da nessuna parte. Per tutte e tre queste priorità nella terza parte del libro formuliamo progetti e programmi concreti e fattibili.

Cosa intende per Stati Generali dell’Italia?
Quello che più mi allarma è che è la prima volta nella storia italiana che praticamente tutti e quattro i leader delle principali forze politiche hanno un’impronta populista: dal populismo di origine padana di Salvini a quello poggiato sulla sabbia di Grillo, al populismo mediatico di Berlusconi a quello riformista di Renzi. Ed è tipico del populismo, ad ogni latitudine, oscurare, e non voler o saper affrontare i problemi reali, tramite continue invenzioni di nuovi idola fori e continui appelli al popolo, scavalcando i corpi intermedi. Occorrerebbe invece finalmente coinvolgere i rappresentanti delle imprese e delle varie forze sociali, dei sindacati, del mondo del lavoro, le élite intellettuali, tutti oggi un poco dormienti, depressi o latitanti, in un progetto di rifondazione e rilancio del Paese. Perché è vero che si è diffuso un facile ottimismo di comodo, ma rispetto al 2007 abbiamo perso una decina di punti di PIL, più di un milione di posti di lavoro, un quinto della produzione industriale. Non è che li recuperiamo grazie al fatto che nel 2015 il PIL crescerà dello 0,9% … Quindi l’emergenza c’è ancora tutta, e senza un progetto, con il coinvolgimento più largo possibile, non se ne esce.

Alfonso Siano

Italia da ‘resettare’
ci serve un progetto

bandiera italiana e europaGiovanni Brauzzi e Luigi Tivelli, diplomatico di lungo corso il primo e civil servant al servizio di vari Governi il secondo, hanno recentemente condotto un’analisi lucida ed imparziale sulle “ombre” politiche e sociali che da venti anni a questa parte si stendono sull’Italia. I due autori non si sono limitati solo a descrivere i cattivi costumi, hanno anche evidenziato le “luci” che possono illuminare un progetto di rifondazione e rinascita del nostro Paese. Ed è proprio questo progetto, che dovrebbe nascere dalla collaborazione di tutte le classi dirigenti del Paese, il fulcro del loro bel libro intitolato “Reset Italia”, edito da Guerini e Associati.

L’ultimo ventennio è stato per il nostro Paese una sorta di brutte époque in cui abbiamo registrato la più bassa crescita fra i Paesi OCSE, la forte caduta dell’etica pubblica, il chiaro degrado dei rapporti civili, l’ulteriore dissesto idrogeologico del territorio, la frantumazione del Mezzogiorno, l’impoverimento delle famiglie e dei ceti medi, segnati dalla netta discesa dell’occupazione, specie giovanile. L’Italia non può dunque continuare ad essere una sorta di “società mangiagiovani”, che ruba il futuro ad intere generazioni, e non può nemmeno ambire ad avere un ruolo leader in Europa fin quando più di un terzo del Paese è incluso fra le aree più arretrate e depresse del continente.

Ciò detto, il Belpaese ha anche tutta una serie di punti di forza sui cui occorre far leva: dalle risorse legate ai beni ambientali, artistici e culturali, a quelle legate alla valorizzazione del turismo; da un tessuto imprenditoriale e manifatturiero fatto di molte imprese competitive ed orientate all’esportazione, alle start-up innovative, anche giovanili, ad altri fattori.

Il quadro è dunque quello di un’Italia a luci ed ombre, in cui però manca una idea organica, una visione del Paese. Lampante è il deficit culturale nella politica del giorno per giorno, del carpe diem. E, seppure vada dato atto al premier Renzi di aver avviato una serie di riforme da troppo tempo rinviate e necessarie, superando il cosiddetto “riformismo immobile”, secondo gli autori non è con alcune isolate riforme che si può dare la scossa ad un Paese afflosciato dopo venti anni di sostanziale “non-governo”. Soprattutto non è con le riforme che nascono dalla logica dell’uomo solo al comando che si riavvia realmente il nostro Paese e si supera definitivamente la politica politicante, il cicaleccio fine a se stesso, il dilettantismo imperversante.

È invece responsabilità di tutte le classi dirigenti, politiche e non, del Paese non lasciare solo il premier, facendosi portatrici di “una nuova idea dell’Italia” nell’ambito di un progetto a medio lungo termine.

Il messaggio che Brauzzi e Tivelli cercano di diffondere è chiaro: è giusto ridare alle istituzioni ed alla politica il potere e la capacità di decidere, ma si deve restituire lo scettro al “Principe-cittadino”.  Occorre dunque cominciare a gettare al più presto fondamenta solide, basate su un progetto coerente che si sviluppi in un arco quanto meno decennale, altrimenti il degrado del Paese è destinato a continuare.

E di qui a un decennio l’Italia ha due scadenze: una certa, il Giubileo del 2025, e una probabile, le Olimpiadi del 2024. Secondo gli autori si tratta dunque di cogliere queste scadenze come opportunità per condurre in porto un progetto di rifondazione del Paese. Un progetto a medio-lungo termine, molto ben articolato in “Reset Italia”, che nei primi due anni può già dare effetti significativi sul piano economico e che al termine del primo quinquennio produrrebbe la gran parte del suo impatto sull’amministrazione, l’economia e la società italiana.

Un progetto che dovrebbe essere predisposto col contributo delle migliori forze vive del Paese, da convocare in una sorta di Stati Generali dell’Italia. Ne parliamo con Luigi Tivelli, già consigliere parlamentare, civil servant al servizio di vari Governi ed editorialista, autore di una ventina di libri in materia di politica ed economia.

Dott. Tivelli, quali sarebbero le tre principali priorità del nuovo progetto globale per il Paese?
Direi che le tre priorità principali sono: primo, ridurre al massimo il peso ed il perimetro del settore pubblico nell’economia italiana, tagliando al massimo la spesa pubblica, ciò che non fa assolutamente la politica economica dei vari Governi e anche del Governo Renzi, come dimostra questa pessima legge di stabilità, in cui i tagli alla spesa pubblica sono ridicoli ed in cui  si finanzia in deficit la riduzione delle imposte. La seconda priorità riguarda il Mezzogiorno, che, come evidenziato da Svimez, negli ultimi dieci anni ha avuto una performance nettamente peggiore di quella della Grecia: come si può pensare di essere leader in Europa se più di un terzo del Paese sta peggio della Grecia? La terza priorità riguarda l’occupazione giovanile perché con quasi tre milioni di giovani che né studiano né lavorano, e con oltre il 40% di disoccupazione giovanile, non si va da nessuna parte. Per tutte e tre queste priorità nella terza parte del libro formuliamo progetti e programmi concreti e fattibili.

Cosa intende per Stati Generali dell’Italia?
Quello che più mi allarma è che è la prima volta nella storia italiana che praticamente tutti e quattro i leader delle principali forze politiche hanno un’impronta populista: dal populismo di origine padana di Salvini a quello poggiato sulla sabbia di Grillo, al populismo mediatico di Berlusconi a quello riformista di Renzi. Ed è tipico del populismo, ad ogni latitudine, oscurare, e non voler o saper affrontare i problemi reali, tramite continue invenzioni di nuovi idola fori e continui appelli al popolo, scavalcando i corpi intermedi. Occorrerebbe invece finalmente coinvolgere i rappresentanti delle imprese e delle varie forze sociali, dei sindacati, del mondo del lavoro, le élite intellettuali, tutti oggi un poco dormienti, depressi o latitanti, in un progetto di rifondazione e rilancio del Paese. Perché è vero che si è diffuso un facile ottimismo di comodo, ma rispetto al 2007 abbiamo perso una decina di punti di PIL, più di un milione di posti di lavoro, un quinto della produzione industriale. Non è che li recuperiamo grazie al fatto che nel 2015 il PIL crescerà dello 0,9% … Quindi l’emergenza c’è ancora tutta, e senza un progetto, con il coinvolgimento più largo possibile, non se ne esce.

Alfonso Siano

L’Italia reagisca da protagonista alla barbarie

Quanto successo a Parigi è un game changer, un qualcosa che inevitabilmente modificherà le regole del gioco. Da un lato potrebbe costituire uno stimolo allo sviluppo di strumenti di politica estera, ad esempio in termini di maggiori fondi all’intelligence, alla difesa, alla cooperazione, alle politiche migratorie. Dall’altro lato potrebbe avvenire l’esatto opposto ossia prevalere, in Italia come in Europa, una politica di paura e di chiusura.

Ma è proprio quello che non deve succedere, anche se la disintegrazione dell’Europa è un rischio concreto. La pessima gestione della crisi finanziaria prima, gli incontrollati flussi migratori poi ed ora gli attentati nel cuore dell’Europa occidentale, stanno facendo sì che nuovi muri, metaforici e non solo, siano eretti fra i vari Paesi europei. Alle divisioni interne si associa una sempre maggiore pressione esterna: anche il Mediterraneo brucia, anche se oggigiorno parlare di Mediterraneo come di un qualcosa di uniforme ha poco senso. Troppo variegati sono ormai i Paesi che vi si affacciano, con obiettivi diversi e divergenti fra loro: l’unico Paese che sembra uscire in modo positivo dal fenomeno delle primavere arabe è la Tunisia, in cui si sono rafforzate le istituzioni democratiche. Per altri versi Marocco, Algeria ed Egitto, seppure abbiano ancora molta strada da fare sul cammino della democrazia, almeno quanto meno stabili. La Libia è invece una pentola in ebollizione, come del resto la Siria. La Turchia ambisce ad un ruolo di superpotenza regionale, considerando l’era repubblicana come una sorta di parentesi. Libano ed Israele sono nel mezzo di giochi regionali più ampi, che vedono contrapporsi da un lato l’Iran e dall’altro l’Arabia Saudita. Insomma una situazione molto variegata e dinamica aldilà dei nostri confini.

Ma anche in uno scenario come questo l’Italia può e deve giocare un ruolo da protagonista. Gli attentati di Parigi ci toccano profondamente, e non solo per l’approssimarsi del Giubileo, ma soprattutto perché ci rendiamo conto che il terrorismo non è solo un’emergenza ma una sorta di rumore di fondo con il quale, pure in Europa, dovremo imparare a convivere per molto tempo.

In prima battuta dovremmo definire quale è il fronte di battaglia. Chi sono gli amici e quali i nemici. Non è facile, visto che alcuni attori giocano tre o quattro partite contemporaneamente, cercando di lucrare il più possibile dalla situazione. Troppe le ambiguità di alcuni dei Paesi del Golfo, che da un lato si classificano come alleati e dall’altro costruiscono o favoriscono delle proxies che poi regolarmente sfuggono loro di mano. Occorre quindi fare chiarezza, con i nostri alleati turchi in primis, ma anche con le monarchie del Golfo, avendo in mente se privilegiare gli aspetti economici o quelli di sicurezza.

Poi occorre guardare alle priorità e per il nostro Paese la priorità numero uno è senza dubbio la Libia. Qui l’Italia dovrebbe riappropriarsi dello spirito di iniziativa, senza appoggiarsi unicamente alle mediazioni degli inviati ONU, che, come l’esperienza insegna, possono essere viziate da inconfessati interessi particolari. Ebbene l’Italia, che può legittimamente ambire ad avere un ruolo di leadership nella composizione del conflitto libico, dovrebbe parlare non solo con i clan presenti sul territorio libico, ma anche e soprattutto con Al Sisi. L’Egitto, a cui potrebbe essere lasciato un ruolo importante nella gestione della Cirenaica, è un attore fondamentale che potrebbe contribuire a risolvere molte criticità sul terreno. Più in generale occorre definire fronti ed alleanze con chi ha interesse a contenere la deriva islamista. E tra questi vi sono sicuramente sia gli Stati Uniti che la Russia, grandi Paesi che devono necessariamente ritornare a parlarsi e trovare una strada comune. Del resto gli USA non possono disimpegnarsi troppo dal Mediterraneo, se questo comporta il rischio di una destabilizzazione dell’Europa, che resta, nonostante tutto, il migliore e più vicino alleato degli Stati Uniti nella gestione delle crisi internazionali.

La priorità numero due è il fronte europeo, dove occorre proseguire sul cammino dell’integrazione. Anche qui l’Italia potrebbe giocare un ruolo importante su almeno due tavoli: il completamento dell’Unione Bancaria e la gestione del flusso dei migranti. Sul primo tema, laddove si riuscisse a trovare una soluzione condivisa al debito sovrano eccessivamente detenuto dalle banche, si potrebbe poi attivare un meccanismo europeo di garanzia dei depositi che senza dubbio aiuterebbe la costruzione dell’Europa economica. Sul secondo aspetto, si dovrebbe lavorare al superamento del Trattato di Dublino, che impone oneri eccessivi ai Paesi di frontiera. A tal proposito occorrerebbe lavorare alla costruzione di una polizia di frontiera europea capace di controllare efficacemente i confini europei, unitamente ad un meccanismo chiaro e condiviso di gestione dei flussi di rifugiati, che non addossi unicamente agli Stati di frontiera l’accoglienza e la gestione degli stessi.

In Europa andrebbe privilegiato l’asse con la Germania e dovremmo lavorare affinché, nei limiti del possibile, si possa trovare una soluzione alle questioni recentemente poste dal Regno Unito. E’ chiaro che troppe opzioni di uscita non hanno senso, ma si potrebbe effettivamente iniziare a pensare ad una Europa a due velocità, in cui, senza creare nuove istituzioni, al centro vi sarebbe il nucleo dei Paesi che hanno adottato l’Euro, per i quali è auspicabile una maggiore integrazione economica e politica, e ai margini i Paesi appartenenti all’Unione ma fuori dall’Euro, che non dovrebbero avere nessuna possibilità di ingerenza sulle decisioni dei primi, a cui potrebbe essere lasciata una maggiore flessibilità, facendoli beneficiare di una sorta di partenariato rafforzato. Dell’anello esterno, potrebbe far parte non solo il Regno Unito, ma anche la Turchia.

L’Italia dunque può ambire a giocare un ruolo maggiore sia in Europa che nella gestione delle crisi esterne che la riguardano più da vicino. Visti i contributi dati sul campo, si pensi alla presenza in Afghanistan, Libano, Iraq, alla prolungata azione umanitaria nel Mare Nostrum, il nostro Paese può realisticamente chiedere di far parte di leadership groups ristretti in cui siano decise le sorti dell’Europa e del Mediterraneo.
Alfonso Siano

Dopo Vanoni chi scriverà un piano per l’economia?

Ezio VanoniNei giorni scorsi si è tenuto un convegno presso la sede della Enciclopedia Treccani a Roma dal titolo “Fiducia nel futuro – Una riflessione a 60 anni dal Piano Vanoni”, organizzato da Fondazione Socialismo e Mondoperaio, cui è intervenuto anche il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Ezio Vanoni è stato un economista e politico italiano della prima metà del Novecento, più volte ministro delle Finanze e del Bilancio tra il 1948 ed il 1956 nei Governi di De Gasperi. Vanoni era un esponente illustre della Democrazia Cristiana e tra gli intellettuali che parteciparono all’elaborazione del cosiddetto Codice di Camaldoli, ossia un documento programmatico di politica economica stilato nel 1943 da esponenti delle forze cattoliche italiane, che nel dopoguerra funse da ispirazione e linea guida per la politica economica della Democrazia Cristiana. Pochi sanno però, come rivelato da Luigi Covatta durante il convegno, che il giovane Vanoni nel 1921 era iscritto al PSI di Matteotti.

Il nome dell’economista è legato soprattutto alla legge Vanoni ed al Piano Vanoni. La prima consisteva in una riforma tributaria che aumentò considerevolmente le entrate dello Stato, introducendo l’obbligo della dichiarazione dei redditi. Il secondo era un piano decennale per l’economia italiana da attuarsi tra il 1955 ed il 1965, con l’obiettivo di produrre piena occupazione, ridurre gli squilibri tra Nord e Sud Italia e risanare i bilanci dello Stato. Il Piano, per raggiungere i propri obiettivi, utilizzava come strumento principale l’aumento del tasso di investimento, ma presupponeva una crescita del Prodotto Interno Lordo superiore al 5% annuo.

In quegli anni l’Italia ebbe una crescita anche superiore, ma il Piano Vanoni non fu mai pienamente realizzato così come concepito. Ciò nonostante si può affermare che quel tentativo di programmazione economica, quella sequenza logica di obiettivi e politiche economiche, era l’esplicitazione di una strategia politica sottostante, quando la Politica era fatta da giganti. Oggigiorno, esiste ancora una strategia politica da parte di chi ci Governa? Oppure si naviga senza bussola e senza rotta in un mare in tempesta?  Possiamo avere fiducia nel futuro?  E, soprattutto, il futuro esiste ancora?

Secondo il ministro Poletti, la nostra idea di futuro è stata costruita su tempi ed assetti che sono saltati. Il presente si consuma così rapidamente che non dà la possibilità di costruire una idea di futuro. Un primo tema è dunque quello del tempo e della velocità: noi oggi siamo incalzati da fenomeni non sempre razionalmente prevedibili. Se così è, le previsioni si rivelano inutili, rischiano di disperdere energie e farci arrivare sempre tardi rispetto alla sequenza degli eventi.

Come si può fronteggiare una situazione di questo tipo? Il problema non è solo italiano, ma di buona parte del mondo occidentale. È innanzitutto un problema di assenza di cultura globale, di mancanza di un pensiero usabile nel tempo. Un secondo tema è quello della rappresentanza politica e della rappresentanza sociale: la rappresentanza sociale si è plasmata sulla rappresentanza politica. I corpi intermedi erano costruiti come piccoli Partiti. Ora non si vogliono colpire questi corpi intermedi, ma si vuole da essi un aiuto per costruire una nuova idea di democrazia più adatta ai tempi. Nel nostro Paese c’è bisogno di un cambiamento, di una rottura che abbiamo evitato per troppo tempo, preferendo guardare le cose accadere, invece di produrre il cambiamento che avremmo voluto. Occorrono dunque leader in grado di far succedere le cose. Come sostiene Poletti, è necessario combattere le rendite, che hanno una insana tendenza ad allearsi fra loro, e moltiplicare le opportunità:  la scelta del Governo è quella di attaccare le rendite radicate a vari livelli nella società tutte insieme e contemporaneamente.

Infine la velocità degli eventi richiede decisioni semplici e rapide, che però comportano un alto rischio di errore. E se la Politica normalmente non ha l’attitudine a riconoscere gli errori, secondo Poletti il Governo considera la possibilità di commettere errori e di correggerli. A tal fine il ministero del Lavoro si è attrezzato per rappresentare sistematicamente i risultati delle proprie politiche, producendo un report periodico che viene consegnato all’opinione pubblica. Quel report può certificare anche un errore del governante, ma la partecipazione dei cittadini è ben accetta perché produce maggiore efficienza nella Pubblica Amministrazione.

Se dunque Vanoni aveva il tempo di programmare, oggi non è più così. Gli eventi non solo si susseguono troppo rapidamente, ma a volte hanno una dimensione che non può essere più ricondotta alla mera sfera nazionale. Anticipare gli avvenimenti e far accadere le cose che vogliamo accadano, questa la ricetta del ministro del Lavoro per costruire una credibilità in ambito europeo, credibilità che poi diventa fondamentale quando si tratta di negoziare in Europa una maggiore flessibilità nei vincoli di bilancio e quindi avere maggiori chances di crescita per la nostra economia. Ecco il moderno Piano Vanoni. A questo punto verrebbe solo la curiosità di chiedere ad Obama se la pensa allo stesso modo…

Alfonso Siano