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Andrea Breda Minello

La paura negli occhi dell’Occidente: Personae di Franco Buffoni

394Dal 2006, anno di uscita di Più luce, padre, dialogo leopardiano tra il poeta e suo nipote sul concetto di Dio, sulla guerra e sull’omosessualità, Franco Buffoni ha affiancato la sua attività lirica alla stesura e alla pubblicazione di opere di narrativa, tra la saggistica e la fiction, da annoverare tra i risultati più interessanti di questo ultimo decennio. È passato da Reperto 74, primo testo di racconti all’ultimo, Il racconto dello sguardo acceso, percorrendo la scrittura da “docufiction” attraverso il trittico rappresentato da Zamel, Il servo di Byron e dall’autobiografico La casa di via Palestro. Senza dimenticare il suo sillabario privato, costituito da Laico alfabeto in salsa gay piccante, testo troppo presto passato in sordina e troppo poco valorizzato dalla stampa, in cui attraverso brevi prose analizza e tocca i nervi scoperti della società italiana.

Con queste opere Buffoni ha deciso di esporsi in prima linea, di testimoniare tramite lo strumento di denuncia più appropriato, il pamphlet, di affrontare gli snodi essenziali della contemporaneità o meglio della società occidentale, che tarda realmente ad accettare la propria condizione di corpo logoro e morente, autistico e sordo al rinnovamento e al dialogo. Nella sua fase matura, Buffoni si libera delle sovrastrutture e scevro di condizionamenti descrive la realtà che conosce, ponendo l’accento sui risvolti, sugli aspetti più critici e di valore civico, come i diritti civili dal matrimonio egualitario al trattamento di fine vita, dalla condizione della donna, alla politica, all’amore, al ruolo perduto dell’intellettuale nel sistema sociale del paese.

Tale premessa serve a introdurre la sua ultima fatica, la sua prima pièce, PERSONAE (Lecce, Manni, 2017). Testo teatrale in versi (genere ormai molto raro in Italia ad esclusione dell’esperienza solitaria ed esclusiva di Ludovica Ripa di Meana), cinque atti e un prologo, in cui l’autore alterna sapientemente i metri della tradizione letteraria, è agito da quattro personaggi, che si potrebbero apparentare ai fantocci di rilkiana memoria, costretti malgrado tutto ad assumere un ruolo, nonostante non siano più, a continuare a recitare la vita per assecondare la finzione imperante nell’Occidente terrorizzato da se
stesso più che dall’Altro. Inigo, Veronika, Narzys, Endy sono i quattro “revenants”, morti a causa di un atto terroristico in un teatro “dove era in corso il concerto-revival del gruppo rock dal grande passato”, (chiaro il riferimento ai fatti di Parigi). Morti che non vanno oltre, non possono, perché nella finzione dell’esistenza controllata da un deus ex machina superiore (il mezzo televisivo) essi “sono morti in modo non grave”, e visto che la televisione, diventata la prefica depositaria di verità, non può mentire (sembra molto forte la lezione del cinema di Cronenberg, si pensi a Videodrome), i quattro sostano, tornano e
discutono mettendo in scena paure e affrontando temi pregnanti come la paura atavica del diverso, il terrorismo, i rapporti tra i generi, la maternità surrogata, la contrapposizione fra la dimensione laica e quella religiosa, come se i protagonisti fossero obbligati a recitare – pirandellianamente – a soggetto non per se stessi, ma per il mondo, che solo così può assimilare le sue idiosincrasie. In questo testo Buffoni fa i conti con il fantasma dell’Occidente, con le faglie insanabili di una società che, accogliendo, in realtà esclude e storce il viso altrove pur di non vedere la cancrena in cui è precipitata, come il Roosvelt,
immerso in un Kursaal infero, nel dramma di Savinio, Alcesti di Samuele. In questo modo, stricto sensu, Personae può essere considerata l’opera più politica e politicizzata di Buffoni, ma anche quella in cui emerge tutta la sua cultura e in cui, in un sistema binario, si contrappone il mondo classico greco a quello moderno cristiano, già a partire dalla scelta dei nomi dei personaggi.

Narzys ed Endy, rimandanoal Narciso e Boccadoro di Hesse e all’interpretazione di Kerényi del mito classico; i due sono una coppia, il primo professore di filosofia, il secondo ex operaio e ora tecnico informatico, che ha due bambini nati tramite la GPA (gestazione per altri). Inigo ha cinquant’anni ed è un prete lefebvriano, vive a Montmarte, e si trova nel locale (Franco si domanda se sia passato lì solo per caso) per protestare contro i gay. Veronika è una biologa, trentacinquenne, da dieci anni a Parigi, è ricercatrice, single e
devastata da un dolore derivante da una delusone d’amore, che scopriremo durante la confessione che farà ai tre. Inigo è negazionista e accecato dall’odio, dal pregiudizio, rappresenta la stagnazione dell’essere umano, il suo implodere su se stesso, il lento morirne. Veronika simboleggia lo smarrimento, la fragilità della vita, la necessità di trovare un appiglio per essere, per sentirsi accolti, lei che dovrebbe essere vera immagine della realtà. Narzys rappresenta il rigore portato al parossismo dell’uomo di scienza e, in questo, è simile a Inigo. Endy e Veronika sono al contrario i personaggi più affamati di normalità e di sguardi. E non è un caso che Endy ricordi alla donna suo marito, il marito che per convenzione l’aveva sposata e che la tradiva con uomini. Alla fine, in didascalia, il cronista rettifica dichiarandoli effettivamente morti. E allora cosa resta di queste vite, di questa nostra dimensione precaria?

Il nome. Narzys, facendo riferimento al mito di Endimione, che entra in Selene, rivolto al suo  compagno afferma: “Non ascoltarlo, amore! In te io mi rivesto, / Entro dentro il tuo nome, mi ci immergo, / per sempre vi resto-”. Per attestare la nostra presenza al mondo siamo destinati, sembra dirci Buffoni, a diventare antropofagi dei sentimenti ed è questo il vero dramma dell’Occidente.

Andrea Breda Minello

Luca Rizzatello
e la complementarietà
del fare poesia

Luca Rizzatello (1983) è poeta, operatore culturale, editore. È l’anima della Prufrock spa edizioni. In poesia ha edito: Ossidi se piove (Valentina Editrice, 2007), Grilli per l’attesa – Una riscrittura di Pinocchio (Valentina Editrice, 2008), mano morta con dita (Valentina Editrice, 2012, incisioni di Nicola Cavallaro), faria (dot.com Press, 2016 in collaborazione con Giusi Montali). Con Roberta Durante, nel 2014, inizia il progetto Wow!els – a new fairy tales experience.

A seguito dell’intervista, tre inediti dell’autore che ringrazio di tutto cuore.

Luca Rizzatello

Luca Rizzatello

Innanzitutto partirei dal tuo spirito eclettico, una delle prime cose che colpisce del tuo lavoro è la dimensione della collaborazione con altri autori e la pluralità dei progetti messi in atto. Penso ai lavori con Giusi Montali e Roberta Durante, ad esempio. Da dove nasce questa esigenza?
Credo che ogni collaborazione debba partire da una esigenza specifica, che giustifichi il fatto di non intraprendere un viaggio in solitaria; quando una collaborazione riesce, siamo in presenza di un’opera che è stata realizzata da più di un autore, ma da meno di due. Andando nello specifico, quando Giusi Montali ed io abbiamo deciso di scrivere Faria, l’idea era quella di scambiarci dei testi, riscrivendo – o, per meglio, dire glossando – quelli dell’altra/o, per fare un libro in cui l’individualità venisse sostituita dalla complementarietà. Invece Wow!els (facebook.com/wowelsfrommars), il progetto che sto portando avanti da qualche anno con Roberta Durante, è di fatto un audiolibro a episodi, scritto da entrambi, letto da Roberta e suonato da me, in cui riprendiamo degli standard – da Il torello di Giovanni Pascoli a Waldszenen di Robert Schumann, passando per A medusa de fogo di Cassiano Ricardo –, per farne delle favole in musica in salsa tropicalista.

Sei poeta ed editore, cosa vuole dire oggi azzardarsi a pubblicare poesia? E quali sono, se ci sono, gli scogli da superare?
Premettendo che non sto cercando di aggirare la domanda: io fatico a parlare di poesia, mi riesce più facile parlare di libri di poesia. Se noi prendiamo un manoscritto, e lo facciamo pubblicare da tre editori differenti, verosimilmente usciranno tre libri differenti. Questo perché il catalogo, il progetto grafico, l’impaginazione, i materiali (solo per fare alcuni esempi), determinano radicalmente il risultato finale, e quindi la percezione del libro. Fare in modo che questi aspetti non vengano dati per scontati (o, in altri termini, che le autrici e gli autori non si accontentino di pubblicare purché sia, ovvero che i lettori non si sentano respinti dallo scaffale dei libri di poesia) è certamente uno degli scogli da superare; ma è anche una opportunità, perché consente di trovare delle soluzioni nuove a partire da criticità cronicizzate. Si tratta di essere costruttivi, di ricostruire una filiera produttiva, nella quale ogni professionalità possa esprimersi al meglio, e possa venire gratificata. Per superare questi scogli, l’editoria di poesia da sola non ce la può fare, occorrono piattaforme che consentano la divulgazione e che facciano da filtro (auspicabilmente ripristinando le stroncature, dove necessario), e spazi attrezzati per le presentazioni, per ristabilire un contatto diretto con chi i libri li legge, o vorrebbe leggerli.

Esiste oggi davvero un pubblico della poesia? E ha senso in questa nostra realtà storico-culturale?
Esistono più tipi di pubblico della poesia, nell’intervallo che va da di chi la intende soltanto come oggetto tipografico a chi la intende soltanto come oggetto orale; questo a mio parere è un elemento di salute, perché significa che il pubblico sa e può scegliere. Ciascuna casa editrice/ festival/associazione culturale cerca di comunicare la propria idea di poesia attraverso un palinsesto che renda il proprio progetto riconoscibile e condivisibile; inoltre, siamo nell’era dei mercati di nicchia, e lavorare sulla specificità è un elemento di forza, perché non va dimenticato che la sostenibilità economica è ciò che consente di proseguire nell’impresa. Al contrario, mi dispiaccio quando questa risorsa si trasforma in appiattimento dell’offerta, conformismo grafico, like come panacea; un ecosistema editoriale sano è fatto di proposte differenziate, e di confronto anche duro, se finalizzato a produrre libri sempre migliori.

La cosa che colpisce in te è il grado di sperimentazione innestato su un tessuto radicato e legato stilisticamente alla tradizione letteraria. Il ricorso al sonetto, alle ottave, solo per fare qualche esempio, ne sono testimonianza. Ce ne vuoi parlare?Parlando di codice poetico, credo che ogni testo debba esprimere una sua propria intelligenza metrica, pertanto la scelta di una forma specifica è già di per sé una dichiarazione di intenti, e arriverei addirittura a dire che determina le azioni e la psicologia dei personaggi in scena (io lirico incluso). Per esempio: del sonetto, inteso nella variante della tenzone, mi interessa la dimensione argomentativa, il fatto che una matrice condivisa possa essere utilizzata per un confronto volto alla ricerca di senso (o di non-senso), per alzare l’asticella. Invece, in relazione all’ottava, Francesco De Sanctis ha espresso molto bene il concetto, nel saggio sull’Orlando Furioso: “ciò che nel Decamerone ti dà il periodo, qui te lo dà l’ottava, di una ossatura perfetta, e congegnata a modo di un quadro, col suo protagonista, i suoi accessorii e il suo sfondo. […] E non è che cerchi effetti di luce o di armonia straordinari, o lusso di colori e di accessorii: non ci è ombra di affettazione o di pretensione: ci è l’oggetto per se stesso, che si spiega naturalmente. Il poeta fissa l’esteriorità nel punto che è viva, quando cioè è atteggiata così o così per movimenti interni o esteriori; e non osserva, non riflette, non la scruta, non l’interroga, non cerca al di dentro, non la palpa, non la maneggia per volerla abbellire.”

Quali sono secondo te gli autori più interessanti della scena contemporanea?
Escludendo le autrici e gli autori pubblicati da Prufrock spa, ed escludendo le autrici e gli autori in parte storicizzati, tra i testi che ho letto negli ultimi tempi che hanno colpito maggiormente il mio interesse ci sono quelli di Renata Morresi e di Andrea Leonessa, e motivo così: Renata Morresi ti spiega come vanno le cose stando né sopra né sotto la realtà, ma di lato, nei suoi testi ci sono moltissimi livelli di lettura, quello che scrive è letteratura ma la possono leggere tutti, e non ti prende in giro. Andrea Leonessa ha una scrittura decisamente plurilinguista, che consente una immersione, o un attraversamento, ha un immaginario rigoroso, ma non punitivo, e questo aspetto risulta molto evidente anche quando produce come videomaker.

Quali sono i tuoi progetti attuali?
Direi tre cose, che in fondo sono tre punti di vista differenti rivolti allo studio dello stesso oggetto. Il primo è Numbers (facebook.com/anothernumbers), nel quale produco della musica elettronica e ci faccio rappare sopra dei morti, con una operazione di cut up dei loro discorsi celebri. Il secondo è Vivere senza poesia (viveresenzapoesia.wordpress.com), una galleria di copertine di libri inventati – al momento sono 102 –, nel quale testo i vari modi di comunicare un libro attraverso il progetto grafico, e, non secondariamente, attraverso le fascette promozionali. Il terzo è Ophelia Borghesan (facebook.com/opheliaborghesan), una poetessa-tamagotchi della quale coltivo il percorso di scrittura, facendole sperimentare i generi, con tanto di maturazione stilistica. Importante: in nessuno di questi casi c’è un intento parodistico, perché il pop è una cosa molto seria.

Tre inediti da Canile

3. In riga per cinque sulle strisce,
gli shorts, la coda alta, qualcosa
di simpatico che non diremo
mai, lo scrolling come provvidenza,
il golden goal si evita come
la peste, lo scriveremo ovunque.

8. Accorderemo i nostri ukulele
a quattrocentotrentadue hertz,
faremo piste per monopattini, 
cerchi nel grano, baffi a manubrio,
avremo caviglie di ricambio,
adolescenze in venti episodi.

17. Il porno sarà come un mandala,
diremo odi et amo, oppure ponteme,
le schermaglie al binario, il gesto
del telefonino più un bacio
dal treno in partenza, le notifiche,
il sei percento di autonomia.

Petrignani: a mani nude nella letteratura e nella vita

Continuano le interviste agli scrittori contemporanei e questa volta la voce è quella di una delle più importanti figure italiane, Sandra Petrignani.

saperedellemani_mestu_millebattute_05Ho incontrato il nome di Sandra Petrignani durante il primo o secondo anno di università quando iniziai ad appassionarmi alla poesia femminile e mi imbattei nella sua intervista, bellissima e verissima, ad Amelia Rosselli. E poi lessi le sue poesie uscite in antologie femministe degli anni Settanta. Tutto ciò mi spinse ad approfondire la sua scrittura e in un certo qual modo, come direbbe bene Ortese e con lei la nostra autrice, ad abitarla. Da allora sono trascorsi quasi vent’anni e ho avuto modo di calarmi nel suo stile, nel suo ascolto. Questa intervista vuole essere un omaggio sentito a una delle voci più limpide e forti del panorama letterario italiano. Un modo per avvicinarsi al suo mondo per chi la conosce poco e uno strumento in più per chi l’ama da sempre. Un mondo abitato da presenze femminili, da luoghi di elezione, da dimensioni geografiche, dalla memoria che trae in salvo e soprattutto da voci che si imprimono indelebili in noi. Uno dei caratteri peculiari della scrittura di Petrignani è la mise en abyme dell’arte e della letteratura, una scrittura che trasfonde i generi e che si dipana in un percorso trasognato, in cui i personaggi- che rivivono nelle loro epoche- sono sospesi in una bolla temporale. Il lettore viene trasportato in tale dimensione. Petrignani ha creato un nuovo e contemporaneo limbo. Forse è questo il suo vero luogo geografico.

petrignaniNel 1978 hai avuto la possibilità di intervistare Amelia Rosselli, così come ricordi in un tuo articolo uscito nel 2012 su Il Foglio. Che cosa rimane oggi della lezione di Rosselli, quale secondo te la sua vera essenza?

Mi trovo in imbarazzo a cercare la «vera essenza» di un testo. Quel che resta di un testo, se è destinato a restare, è la sua stessa resistenza al tempo. La sua universalità. Amelia Rosselli era costantemente a contatto con la parte più segreta, inconscia se vuoi, di sé e con i suoi fantasmi. Noi leggendola incontriamo quei fantasmi, sprofondiamo nel mistero della persona che è stata.

Sempre nel 1978 compari nella Poesia femminista italiana, a cura di Laura Di Nola (Savelli editore). Cosa ha significato per te esordire in poesia in quei tumultuosi e prolifici anni Settanta? Scrivi ancora poesie?

Il femminismo è stato l’unica esperienza di politica attiva che ho avuto, l’unica che avrei potuto avere in quel periodo turbolento, essendo per natura piuttosto anarchica e insofferente di ideologie e pensieri precostituiti. Nel femminismo politica e privato coincidevano. E’ stata una grande avventura, un grande incontro, impensabile fino a quel punto, con altre donne che non fossero le amiche del cuore. Non mi sono mai considerata, però, un’autrice femminista, perché non sono mai stata una vera militante. Ho sempre pensato che la poesia si collocasse in un’interiorità che è oltre la differenza sessuale, anteriore addirittura. Ma certo sono di sesso femminile e questo, come la famiglia da cui si nasce, la razza a cui si appartiene, la classe sociale etc. orienta il dire in un senso o in un altro. Siamo tutti figli di qualcosa, non è che veniamo dal nulla. Oltre un certo margine non siamo liberi di scegliere, non siamo mai completamente liberi. Ho smesso di scrivere poesie quando è nato mio figlio, nel 1983. Scherzando dico: «Ho smesso perché è diventato lui la mia poesia». La verità è che la poesia, a differenza della prosa, mette più a rischio l’autore. La poesia è un costante corpo a corpo con l’inconscio. Con la prosa si può entrare e uscire da questo corpo a corpo. Decidere di avere un figlio ha significato anche proteggermi, per proteggerlo. Proteggere la parte più a rischio di me, della mia natura artistica voglio dire, non permetterle di occupare interamente la mia personalità.

Un’intera vita, la tua, spesa a narrare di donne, di uomini, di esseri eccezionali, una vita a raccontare con leggerezza di calviniana memoria le esistenze. Penso a La scrittrice abita qui e allo splendido Marguerite. Riesci a ricreare l’atmosfera, anzi il tempo del vissuto attraverso una scrittura che si fa docufiction. Sbaglio? E perché queste donne?

Perché mi accendono, perché le ho lette con grande passione, perché ritrovo nell’infanzia di Duras, per esempio, o di Natalia Ginzburg, la scrittrice su cui sto lavorando al momento, qualcosa in cui mi riconosco fortemente. Un antico dolore, un disorientamento. Però, anche se è azzeccato, lo riconosco, il termine docufiction non mi piace. Come non mi piace nessuna definizione di genere. Per me la scrittura è un mare aperto in cui si pesca liberamente e con i sistemi più vari, lenza, rete, mani nude… Non uso a caso questa metafora: c’è qualcosa di violento sempre nel processo di scrivere. Appropriarsi di vite altrui e farle rivivere, se ci pensi, è un atto molto arrogante. Ma è arrogante scrivere, in ogni caso. Scrivere autobiografia non lo è ugualmente? Pensa a quanta gente viene ferita! E anche nella pura attività d’”inventare” gli scrittori hanno sempre ferito qualcuno. Qualcuno viene su a riconoscersi in un personaggio e ti toglie il saluto… Le vite degli scrittori di tutte le epoche sono costellate di simili episodi. Perché in realtà non s’inventa mai niente. Però tutto si trasforma, vita vera e vita inventata. L’attività di uno scrittore è sempre una sua personale lettura del mondo, di una anche piccolissima porzione del mondo.
Personalmente mi sono messa a scrivere sulle «vite che non sono la mia» (ma in fondo lo sono) perché stanca del romanzo tradizionale. Mi sembra che sia importante oggi, epoca senza memoria, tempo di cancellazioni, orizzontale e ignorante, far passare la conoscenza del nostro passato recente (quello che non si studia a scuola) anche attraverso i romanzi. Comunque, siccome ormai si sono messi in molti su questa strada, credo che io dopo La corsara – è questo il titolo del mio libro sulla Natalia – abbandonerò. E’ arrivato il momento d’inventarmi qualcos’altro.

Altra peculiarità della tua scrittura è l’aderenza al respiro ovvero allo stile narrativo delle vite che riporti in superficie, mantenendo sempre ed esaltando una tua originale propria fluidità narrativa, così come avviene in Elsina e il grande segreto. Cosa ti ha spinto ad affrontare (con infinita grazia) uno dei momenti più oscuri e trasfigurati in mito dalla Morante in persona?

L’infanzia delle persone, e degli scrittori in particolare, m’interessa moltissimo. Lì c’è la chiave per capire l’individuo anche al di fuori della psicoanalisi. Quella fiaba è nata da una chiacchiera con l’editore di Elsina, Massimo De Nardo. È stato lui, conoscendomi, a propormi di raccontare ai bambini la vita della bambina Elsa, una bambina geniale e difficile che ha mantenuto, adulta, queste sue premesse e promesse aurorali.

Nella tua produzione letteraria Roma occupa un posto speciale. In Addio a Roma, in cui tocchi una delle vette più alte della tua narrazione, inizi il racconto dal 1952, che è anche l’anno in cui sei nata. Perché riportare in vita ora un fervore culturale che sembra definitivamente scomparso? Oltre ad essere un omaggio commosso a chi si è tanto amato, sembra un vivo j’accuse contemporaneo.

La tendenza contemporanea a cancellare il passato per indifferenza, ignoranza, paura, o non so cos’altro, mi preoccupa. È giusto camminare in avanti ma, come l’Angelus Novus di Benjamin, con lo sguardo rivolto indietro. Tagliare le radici, ovvero il nutrimento della propria anima come della parte fisica di ciò che siamo, penso sia pericoloso, spaventoso.

Uno dei libri che più amo è Il catalogo dei giocattoli, uscito presso Theoria nel 1988 e ristampato da Beat nel 2013. Presenta la nota introduttiva di Manganelli. Da allora sono passati quasi trent’anni. Com’è cambiata Sandra come donna, la Petrignani come scrittrice?

Ho cercato una mia strada per poter continuare a narrare in un’epoca in cui l’Arte è diventata superflua nel suo senso più profondo, sacro vorrei dire. L’arte oggi è un oggetto di consumo come tutto il resto. C’è un’enorme confusione in cui chiunque si arroga il diritto del gesto artistico. Va bene così, visto che le cose stanno così. Però continuare a replicare romanzi che sono l’ombra di quelli già scritti nel passato, ridotti a ideuzze e plot più o meno avvincenti, non m’interessa.

A quale romanzo o racconto stai lavorando attualmente, se si può dire?

Come accennavo sto lavorando sulla figura di una scrittrice molto complessa, Natalia Ginzburg. Lei è se stessa e insieme una costellazione. Occuparsi della Ginzburg significa coinvolgere una parte importante della storia del nostro paese, la nascita della casa editrice Einaudi, per dire, la seconda guerra mondiale, una generazione di scrittori che ha rischiato la vita per rifondare un mondo in cui scrivere in libertà. Vuol dire fare il ritratto di una donna contraddittoria e innovatrice, l’unica in Italia che abbia mai gestito un serio potere editoriale. Una voce corsara come quella di P.P.Pasolini che, già prima di Pasolini, dalle testate giornalistiche più importanti lanciava grandi polemiche e sfide su temi scottanti. Natalia è anche le sue grandi amicizie intellettuali: Giulio Einaudi, Cesare Pavese, Felice Balbo, Cesare Garboli. C’è un interessante nodo nevrotico in lei in cui maschile e femminile s’intrecciano in un modo estremamente originale. Ho anche ricordi personali, perché mi è capitato di conoscerla e frequentarla un poco negli ultimi anni ’80. I giovani di oggi in alcuni casi non ne ricordano nemmeno il nome. È giusto renderle l’onore che merita.

Tra tutta la tua produzione a quale libro sei più legata o quale consiglieresti ai lettori dell’Avanti?

È uscito da poco il tascabile de La scrittrice abita qui, un libro a cui devo molto e che resta nel mio cuore. Però, sai, il libro a cui si è più affezionati è sempre l’ultimo e dunque, per ora, è Marguerite, pubblicato tre anni fa, un romanzo che racconta la vita di una delle scrittrici che amo di più, Duras.

Andrea Breda Minello

Vanni Santoni intervista
sul tempo presente

santoni

Vanni Santoni (1978), vive a Firenze. Dopo l’esordio con Personaggi precari ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014) Muro di casse (Laterza 2015). Scrive sul Corriere della Sera e dirige la narrativa Tunué.

Con questa intervista si vuole inaugurare una serie dedicata a scrittori contemporanei e ad aprire le danze c’è Vanni Santoni,  autore tra i più originali e atipici della scena nostrana, che ringrazio di cuore.

Raoul Bruni nella recensione a Muro di casse definisce la tua opera un romanzo saggistico, direi una sorta di docufiction. E sempre Bruni trattando dei tuoi “personaggi precari” ha evidenziato la struttura per micronarrazioni. Claudio Giunta nella sua recente antologia per i licei ha inserito un percorso sul pastiche narrativo. In questo contesto appare sempre più chiaro che la peculiarità della tua scrittura stia nel rinnovare i generi e superarli in un equilibrio direi perfetto tra forma e contenuto. E in questo sei un autore assolutamente contemporaneo. Sbaglio?

Non sta a me dire se quell’equilibrio ci sia, o quanto io sia contemporaneo. Sicuramente mi sono sempre interessate più forme espressive, ho sempre visto i generi come comparti non stagni, da cui si può uscire e rientrare (a patto di farlo con consapevolezza) o prendere ciò che ci serve, e credo che il romanzo, oggi, sia una forma così ampia da permettere di includere, in modo armonico, quasi qualunque cosa. Ho scritto due romanzi SFFAF_coverse vogliamo “ortodossi”, Gli interessi in comune e Se fossi fuoco arderei Firenze, un romanzo a tema sportivo strutturato come i novellari medievali (L’ascensione di Roberto Baggio), un ibrido saggio-romanzo come Muro di casse, due fantasy intertestuali come Terra ignota e Terra ignota 2, due libri di epigrammi (le due edizioni, diverse nei contenuti, di Personaggi precari) e due novelle (Tutti i ragni e Emma & Cleo, contenuta nell’antologia L’età della febbre). Inoltre ho coordinato i lavori di un romanzo storico a 230 mani, In territorio nemico. Dato che non sta a me neanche fare bilanci o tracciare linee interpretative di questa produzione, per quanto ora cominci a vederla con la chiarezza dell’esperienza, posso provare a spiegarla alla luce di quanto detto o scritto da altri. Sicuramente il filone centrale della mia produzione è quello che parte da Personaggi precari (che fu il mio “sketchbook” prima di assumere una propria identità letteraria), si amplia e struttura negli Interessi in comune, continua con Se fossi fuoco arderei Firenze e Muro di casse, e andrà avanti con La stanza profonda, romanzo in arrivo a primavera e legato a triplo filo (formale, tematico e editoriale) con Muro di casse, nonché col prossimo romanzo “grosso” che ho da tempo in lavorazione, il quale dovrebbe diventare, dopo Gli interessi in comune, il prossimo centro focale da cui si dipaneranno i raggi dei miei lavori a venire. Le due novelle, pure, per quanto scritte su commissione (mi furono chieste rispettivamente da Giorgio Vasta, curatore della collana Zoo in cui uscì Tutti i ragni, e da Christian Raimo, co-curatore dell’antologia in cui uscì Emma & Cleo), sono una sorta di satelliti staccatisi, o attratti, da questo blocco centrale. In un binario parallelo, poi, ci sono i romanzi fantasy, i quali però col terzo volume, in arrivo nell’autunno 2017, vedranno un collegamento con la mia produzione realistica, e in un binario ancora più distante ma sempre parallelo, quella che potremmo chiamare la mia “attività collettiva” – L’ascensione di Roberto Baggio è stato scritto a quattro mani col drammaturgo Matteo Salimbeni, mentre il coordinamento di In territorio nemico, al di là degli altri 113 autori, è stato svolto a quattro mani con lo scrittore Gregorio Magini – che ha portato alla realizzazione di due libri abbastanza lontani a livello tematico, se non strutturale, rispetto al resto della mia opera. Credo che questa mia vocazione al networking, alla visione della letteratura come attività sociale (ho del resto cominciato a scrivere unendomi a una rivista autoprodotta) abbia trovato la sua continuazione naturale nella direzione della collana di narrativa di Tunué, e che i due libri succitati rimarranno relativamente scollegati rispetto al resto della mia bibliografia, per quanto ci sia stato chi ha voluto vedere in In territorio nemico un’opera speculare rispetto a Personaggi precari: da un lato la moltiplicazione parossistica degli autori, dall’altro quella dei personaggi, sempre nel tentativo di mettere in crisi e ricomporre l’idea di romanzo (è, credo, interessante, il fatto che ci sia chi considera Personaggi precari nient’altro che un romanzo, così come è interessante il fatto che nel mondo anglosassone sia stato immediatamente classificato come “prose poetry”). Ora che il discorso di Personaggi precari si è esaurito – ho continuato a scriverne, ma sempre più occasionalmente, e la prossima edizione, che dovrebbe aver luogo nel 2018, non sarà un libro completamente diverso nei contenuti, come fu per la seconda rispetto alla prima, ma solo un aggiornamento con un pugno di testi nuovi – il mio nuovo sketchbook è diventato 999 rooms, un progetto tra l’intertestuale e il poetico, in cui la presenza di “personaggi” è decisamente ridotta – probabilmente, mi fai venire in mente adesso, proprio perché dopo i settemila e più ritratti che compongono l’intero corpus di Personaggi precari, le mie esigenze “esplorative” sono ora del tutto diverse. Tornando alla seconda parte della tua domanda, credo che oggi l’autore abbia il compito di essere anzitutto un prisma, una “funzione”, potremmo dire, di raccolta, elaborazione e riconfigurazione di contenuti. Tutte caratteristiche che ha sempre dovuto avere, ma che in quest’epoca diventano di primo piano. È chiaro che rispetto a tali modalità operative (e agli obiettivi per i quali prendono forma) gli oggetti narrativi chiusi funzionano meno: la complessità va affrontata con oggetti permeabili, e penso a una permeabilità doppia, tanto in fase di costruzione del testo, ovvero rispetto alla gamma di modalità narrative, punti di vista (il momento fertile della cosiddetta autofiction deriva del resto dalla ricerca di punti di vista non rigidi, che non rischino di rimbalzare su testure del reale ormai troppo complesse e mobili per essere raccontate in modo credibile da voci oggettivanti), generi, tipologie di testo, architetture strutturali, fonti e discipline di riferimento che si possono utilizzare, che in fase di lettura: libri non “chiusi”, quindi, ma aperti, porosi, meticci e modulari, che fungano da collegamento con altri libri e altri discorsi prima e dopo di loro, e che (ma questa è una caratteristica che hanno in generale i buoni libri) si prestino a letture diverse a seconda del contesto e del momento.

A livello di contenuto hai scelto di muoverti in luoghi impervi o meglio ti sposti in terre poco esplorate o vergini come Iacopo, Cleo e Viridiana che vivono a pieno la stagione dei rave, ma penso anche ai lacerti che compongono l’umanità composita di quell’invenzione stilistica che sono i personaggi precari o gli uomini e le donne che si incontrano in quella atipica guida romanzata che è Se fossi fuoco arderei Firenze. Cosa ti spinge a scegliere quelle “personae”, quel tessuto narrativo?

In generale prendo ispirazione dal mondo intorno a me, da me stesso e dalle persone che mi circondano, o almeno così è avvenuto per Gli interessi in comune e Se fossi fuoco arderei Firenze (avviene anche in Personaggi precari, ma lì le suggestioni che danno origine a questo o quel personaggio sono spesso anche puramente letterarie). Per certi cover_MDC_smallversi può valere anche per Muro di casse, ma il caso dei suoi tre protagonisti è particolare. Lì sapevo di lavorare a un libro, se non “a tesi”, sicuramente “a tema”, quindi ho raccolto prima tanti materiali, che andavano dai report dei miei viaggi per feste e teknival, a quelli dei miei amici e conoscenti, fino a quelli, raccolti appositamente per il libro attraverso interviste, ai primissimi protagonisti, inglesi, della scena rave. Poi sono arrivati i materiali concettuali, frutto delle letture programmate per il libro – penso ai vari Bey, Hofmann, Lapassade, Rouget, Turner, fino a Deleuze, Lyotard e Thoreau. Solo dopo aver capito cosa volevo raccontare e di quali contenuti volevo innervare tali racconti, ho cominciato a pensare ai personaggi. Il primo che ho definito è stato quello di Viridiana, perché lo avevo già in parte sviluppato in un altro romanzo, incompiuto, una parte del quale si svolgeva nell’ambito della scena free tekno. Viridiana era la crasi di varie donne forti e controverse che avevo conosciuto nella scena rave, e con le quali in alcuni casi avevo fatto anche un po’ di strada assieme, ed era dunque perfetta per condurre la parte del romanzo in cui si raccontano i “duri e puri”, l’anima profonda e irriducibile della controcultura tekno. È stato lì che ho capito che si poteva avere un libro in tre parti, corrispondenti a tre progressivi stati di coscienza e a tre progressivi livelli di partecipazione a quel movimento. Se Viridiana rappresentava lo spirito e il grado massimo di partecipazione, allora doveva collocarsi nella terza parte, e prima di lei ci dovevano essere i due gradi logicamente precedenti: una figura che rappresentasse l’intelletto e una partecipazione media (e mediata da altre ragioni), e una che rappresentasse i sensi e una partecipazione solo occasionale. Per quest’ultima figura, mi serviva quindi un edonista, abbastanza sveglio da poter “reggere” i discorsi e le riflessioni che gli avrei fatto fare, ma anche scanzonato, spigliato con l’altro sesso e dotato magari di una vena malinconica (giacché comunque uno dei temi di Muro di casse è quello dei paradisi perduti). Mi accorsi che lo avevo già, era Iacopo Gori degli Interessi in comune. Si trattava solo di far passare dieci anni dalla fine di quel libro e immaginarlo diventato raver, cosa che del resto era nel personaggio. È stato anche interessante vedere come un personaggio, nato come mio alter-ego o quasi, fosse oggi completamente un’altra persona: eravamo diventati adulti in modo differente. Fatti Iacopo e Viridiana, restava da ideare la figura di mezzo. Quella parte centrale del libro avrebbe avuto caratteristiche differenti dalle altre due: se la prima e la terza erano per lo più narrative, nella seconda, anche per il suo essere dominata dalla dimensione intellettuale, ci sarebbe stato il grosso della “teoria” che avevo accumulato, quindi mi serviva una figura adatta a una sorta di dialogo platonico, qualcuno che fosse molto competente sia a livello sociologico che storico-politico, magari un po’ polemico e tranchant, se non un filo respingente, così da animare il dialogo e non rendere pedante o, peggio, propagandistica, la somministrazione di così tanto materiale teorico. Così è nata Cleo. Un personaggio che però aveva anche, ben nascosto, un lato sentimentale. Da quel filone è nato il racconto lungo Emma & Cleo contenuto nella raccolta L’età della febbre uscita per minimum fax in contemporanea a Muro di casse.

Sei anche autore di una prospettata trilogia di romanzi fantasy. Evento atipico per il nostro panorama, se si eccettua il caso Morselli, che omaggi firmandoti posponendo al tuo nome le sue iniziali o penso anche alla poetessa Gilda Musa che ha dedicato un’intera vita alla narrazione di fantascienza, anche curando la collana Urania. Da dove nasce questa tua passione? E come riesci a coniugare in qualche modo queste due facce di uno stesso scrittore?

La passione nasce nel 1986, quando mio padre, quasi per caso, portò a casa dalla sua libreria di fiducia la “scatola rossa”, il set base di Dungeons & Dragons. Fu un’epifania istantanea: fin da piccolo mi dedicai ai giochi di ruolo come dungeon master. Tuttavia questa passione rimase sempre confinata alla dimensione ludica, o al massimo al cinema, dove apprezzavo quella stagione fantasy anni ’80 che ci ha dato diverse pacchianate (che comunque amo incondizionatamente) ma anche un paio di capolavori come il Conan di Milius e l’Excalibur di Boorman. Ho sempre apprezzato molto il fantastico “colto” dei vari Borges, Calvino, Buzzati, Landolfi, e ovviamente la mia passione per Ariosto, Carroll, Tolkien e Lovecraft, cominciata, pure, nell’infanzia, non era mai venuta meno, ma le mie letture di riferimento erano comunque altre: mi sono formato veramente come lettore sui romanzi russi e francesi dell‘800 e sulla poesia, sempre ottocentesca, francese e inglese; quando poi, a ventisei anni, mi sono messo pure a scrivere, ho sviluppato un interesse e una passione, dettati anche dalla necessità di “recuperare terreno”, per la letteratura contemporanea nord e sudamericana. L’idea di scrivere un fantasy la devo infatti a Martina Donati, che ai tempi era in Giunti (inizialmente la saga doveva uscire lì, poi è subentrata Mondadori). Un giorno me la buttò là: “hai fatto il master IMG_9879per anni, sai scrivere romanzi e non hai ancora fatto un fantasy?”. Quella sera, quasi per gioco, dopo aver riletto qualche passo del Sandman di Gaiman, tirai giù qualche pagina. Erano quelle che oggi costituiscono i primi due capitoli del primo Terra ignota: anche se in versione embrionale, avevo “visto” la triade di protagonisti Ailis-Breu-Vevisa. Potevano esistere. Anzi, esistevano, perché stavo già scrivendo una nuova scena… Via via che andavo avanti, iniziavo a rendermi conto che, per quanto i miei gusti (e i miei interessi) letterari puntassero altrove, il fantasy, attraverso altri medium, era stato una parte cruciale della prima metà della mia vita. Con i fumetti, come col Sandman che andavo rileggendo o col Berserk di Kentaro Miura, col cinema, coi giochi di ruolo, con le grandi saghe videoludiche come Ultima, fino a quei veri e propri feuilleton fantastici, anche se non strettamente fantasy, che erano cartoni animati come Ken il guerriero, il primo Dragon Ball, Conan il ragazzo del futuro, I cavalieri dello zodiaco… Il materiale c’era: anzi, la mia distanza dalla parte più manierista e derivativa del genere, quelle interminabili serie di paperback che riuscivano solo a fatica a staccarsi dal magistero tolkeniano (quando non gygaxiano) poteva diventare un punto di forza. Mi rilessi allora tutto il Signore degli Anelli, mi procurai i romanzi considerati i nuovi capisaldi del genere, da Queste oscure materie al Trono di spade a Harry Potter, misi mano anche a vecchi ma cruciali testi come il Tito di Gormenghast di Mervyn Peake o The worm Oroboros di Eric Rücker Eddison e cominciai a inquadrare il tiro. Capii che poteva essere interessante creare un’opera intertestuale (oltre che transmediale nelle fonti) che includesse elementi dell’intero canone fantastico occidentale, ma senza sfoggi manifesti di cultura o, peggio, distacco ironico, quanto piuttosto “prendendolo sul serio”, ovvero inquadrando il tutto in modo più aderente possibile dentro gli schemi narrativi e gli stilemi del romanzo fantasy avventuroso classico. Mondadori mi è venuta dietro con molta attenzione e disponibilità anche nel packaging, che è perfettamente “heroic fantasy”, proprio come desideravo.

Sei anche direttore della collana di narrativa di Tunué. Come vedi la situazione sul versante italiano? Quali sono secondo te i punti di forza soprattutto dei giovani autori?

La situazione è di estremo interesse, ma non solo oggi: direi che da almeno un decennio sono apparsi, e continuano ad apparire, molti giovani autori e autrici che mostrano un grande potenziale, specie a livello stilistico. Adesso alcuni dei primi autori a essere comparsi stanno entrando nella loro fase di maturità e ciò sta portando e porterà a molti lavori interessanti.

Dal nostro specifico punto di vista, la situazione è eccellente, visto che abbiamo portato al successo libri di esordienti che puntavano tutto sulla lingua, libri a volte anche del tutto privi di un apparente potenziale commerciale, come è stato il caso di Dettato di Sergio Peter, sostanzialmente privo di trama, o etichettabili come “difficili” per la presenza di elementi dialettali, come nello Scuru di Orazio Labbate, o ancora dotati di temi secondo alcuni troppo forti, come per Dalle rovine di Luciano Funetta. Il fatto che lettori e librai abbiano invece accolto da subito e con grande entusiasmo la collana credo dimostri che in realtà bisogna puntare sul lettore da trenta o cinquanta libri l’anno, non su quello, se mai esiste ed è intercettabile, da uno.

Anche la bella partenza dell’ultimo nato, lo schizoide Medusa di Luca Bernardi, pare confermare tutto questo, ma per continuare a vincere bisogna anche saper cambiare mentre tutto va bene, e per questo in primavera usciremo con un libro atipico anche per noi, La stanza di Therese di Francesco D’Isa, che stupirà molti per i rischi stilistici e soprattutto formali che si prende.

Qual è il tuo prossimo progetto narrativo?

Sto lavorando a tre romanzi. Uno lo sto ultimando in questi giorni e sarà, come ti accennavo sopra, un libro gemello di Muro di casse, dedicato a un’altra sottocultura giovanile molto diversa da quella rave, ma che ha con essa in comune il fatto di essere stata stigmatizzata, derisa e, in alcuni casi, criminalizzata, quando in realtà si trattava di un’avanguardia: quella dei giocatori di ruolo. Il libro è simile a Muro di casse nell’ibridare saggio e romanzo, sebbene vada forse ancora un po’ più verso il romanzo, si intitolerà La stanza profonda e uscirà per Laterza la prossima primavera.

Ho poi in lavorazione un terzo libro fantasy per Mondadori, che sarà il completamento, in forma di prequel, della saga di Terra ignota. A differenza dei primi due volumi, però, pur mantenendo l’approccio intertestuale, non sarà un heroic fantasy “puro”, ma quello che oggi viene definito, non sempre appropriatamente, “urban fantasy”, ovvero un romanzo in cui gli elementi fantastici agiscono e sono presenti nel mondo contemporaneo. Ciò perché la funzione di questo “capitolo zero”, che avrà anche un titolo a sé stante, sarà anche di collegare i due Terra ignota al resto della mia continuity, o micro-canone, generale. Qualcuno ha infatti cominciato a notare, credo da quando ho messo lo Iacopo Gori degli Interessi in comune anche tra i protagonisti di Muro di casse, che tutti i miei romanzi sono collegati tra loro, quindi non è più un segreto, lo si può dire: in realtà, pur mantenendo la loro totale indipendenza, i miei libri sono tutti parte di un’unica macronarrazione. Anche La stanza profonda avrà infatti tra i protagonisti quel Paride già visto tra i personaggi degli Interessi in comune, e vi compariranno altri personaggi noti ai miei lettori.

C’è poi, come ti dicevo sopra, un terzo progetto, un romanzo molto grosso a cui sto lavorando già da diversi anni. Il titolo di lavorazione è I fratelli Michelangelo, ma è ancora troppo presto per parlarne nel dettaglio.

Consiglieresti ai lettori un tuo libro e il libro di altro autore che in quest’ultimo anno hai particolarmente amato?

Quest’anno, per la straniera, mi sono piaciuti particolarmente Satantango di László Krasznahorkai (Bompiani), Terminus radioso di Antoine Volodine (66and2nd), Abbacinante – L’ala destra di Mircea Cărtărescu (Voland) e Bussola di Mathias Énard (E/O). Tra i libri italiani ho apprezzato Absolutely nothing di Giorgio Vasta e Ramak Fazel (Quodlibet/Humboldt), Storia umana della matematica di Chiara Valerio (Einaudi), Candore di Mario Desiati (Einaudi), Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci (minimum fax). Ho apprezzato anche Il grande animale di Gabriele di Fronzo (Nottetempo), un esordio interessante sia per atmosfera che per struttura, che mi sarebbe davvero piaciuto fare nella mia collana. Circa i miei libri, non posso sceglierne uno – niente favoritismi tra i propri “figli” – ma spero che i lettori continueranno a seguirmi e ad apprezzare anche i prossimi.

Andrea Breda Minello

Marina Jarre,
la signora della memoria

Nella vita di ciascuno di noi vi sono persone non conosciute nel quotidiano ma che sono parte costitutiva del nostro essere, sostano tra l’emisfero della ragione e quello profondo dei sentimenti. Tali persone entrano nella nostra vita all’improvviso, senza più lasciarci, e lo fanno attraverso lo strumento a loro più adatto, la voce, la scrittura, che si tramuta in respiro. Questo è il compito di un autore.
Sapere dell’esistenza di Marina Jarre leniva il mio giorno, ascoltarla rinnovava la speranza nel genere umano, nonostante tutto. Avere la consapevolezza della sua voce critica, la certezza di poter leggere sempre riflessioni su questa trasandata contemporaneità, era fonte di gioia. Ma Marina Jarre ci ha lasciati nel pomeriggio di una domenica estiva, il 3 luglio. Aveva 90 anni. Ed era l’ultima grande scrittrice del Novecento italiano. Nata a Riga, in Lettonia, nel 1925 da Samuel Gersoni, ebreo italiano e da madre valdese, lascia con la mamma e la sorella il paese baltico nel 1935, a seguito del divorzio dei genitori e da allora inizia la sua vita. Una vita percorsa talvolta dal senso di colpa (il padre nel 1941 verrà ucciso dai nazisti) e dal tentativo costante di riannodare la memoria senza falsificarla. Crescerà a Torre Pellice e frequenterà il Collegio Valdese. All’Università si dedicherà agli studi di letteratura cristiana antica, laureandosi su Tertulliano. Nel 1949 sposerà l’ingegnere Giovanni Jarre da cui avrà quattro figli. E da allora per venticinque anni Marina Gersoni Jarre insegnerà letteratura francese nei licei di Torino. Questi sono i dati essenziali, contingenti, della biografia della donna. E poi? Poi resta, per fortuna nostra, la sua scrittura, il suo stile, il suo sguardo sempre lucido e spesso impietoso, essenziale.

In questi giorni si è sottolineato come la Jarre fosse il cantore dell’epopea valdese, in un certo qual modo la cantastorie capace di salvaguardare un’identità culturale che spesso è stata minacciata. Certo è stata anche questo, ma è assai riduttivo e non rende giustizia alla poetica dell’autrice. Al mondo valdese, ai suoi usi e costumi, sovente alle sue contraddizioni, Marina Jarre ha dedicato pagine bellissime, asciutte, senza fronzoli, scrivendo un romanzo storico fondamentale, come Ascanio e Margherita (1990, Bollati e Boringhieri), in cui fa rivivere la resistenza dei barba contro l’oppressione perpetrata nel tentativo di sterminare i valdesi da parte dei Savoia e di Luigi XIV. Il contesto storico è intrecciato al grande amore tra i due protagonisti divisi dalla contingenza del tempo e dalla stoltezza delle religioni. Divisi, ma non per sempre, perché Jarre crede nella coscienza collettiva del bene. Nel 1994 il regista Renzo Sicco mette in scena la riduzione teatrale del testo, Fuochi (Claudiana, 2014), pièce scritta insieme con Jarre, e sarà un successo. Nel 2011 sempre la Claudiana pubblicherà Neve in Val d’Angrogna. Cronache di un ritorno.
Libro particolare e bellissimo: Padri lontani (Einaudi, 1987), autobiografia posta come una serie di domande al Dio degli antichi valdesi. Ecco: se la produzione letteraria di Marina Jarre si fosse fermata qui, a ben diritto avremmo dovuto incanalarla negli stereotipi di una letteratura di nicchia ed esclusivamente dedicata a un tema ricorrente, ma non possiamo e non dobbiamo farlo.
Esordisce nel 1962 per Einaudi nella collana dedicata ai ragazzi con Il tramviere impazzito e altre storie e continua a collaborare con Giulio Einaudi pubblicando Negli occhi di una ragazza (1971), Un leggero accento straniero (1972), Viaggio a Ninive (1975). Negli Anni Novanta passa a Bollati e Boringhieri e oltre Ascanio e Margherita, pubblica Tre giorni alla fine di luglio (1993), Un altro pezzo di mondo (1997).

Scrive in italiano, nella lingua della madre, una lingua imparata sui libri. Altri i codici linguistici da bambina: russo, polacco, tedesco, svedese e il francese parlato correntemente in famiglia. Anche quella una scelta precisa, dunque. Nel capolavoro In ritorno in Lettonia (Einaudi, 2003) si legge: “La lingua di mia madre, divenuta forse quella dei miei sogni – ma i sogni hanno davvero accordi e grammatica, o non parlano nella nostra anima, e intanto dormiamo, con parole invece tutte e soltanto loro? – lingua però non immediata, che devo ogni volta riafferrare e controllare, da impropria rendere propria. Che non è mai intima. La impiego in quanto strumento […]”.

Non si può – sosteneva Jarre – raccontare o testimoniare l’orrore del Novecento, si deve essere pudichi e accostarci e ascoltare chi ha vissuto: non possiamo rivivere le vite, ma farcene carico sì, assimilare, imparare, con pudore e affetto. Come se davvero la vita fosse una continua morte mancata. E Jarre lo fa in italiano per porre tra lei e il dolore la giusta distanza.

Marina Jarre una scrittrice pienamente novecentesca che della memoria e delle contraddizioni umane si è fatta carico eppure per chi la conosce o si accosterà a lei soltanto ora è uno degli autori contemporanei più vivi ed importanti. I suoi romanzi, i suoi resoconti autobiografici o storici non hanno nulla della prosa proustiana, ad esempio molto affine a una grande scrittrice come Lalla Romano, sono scritti in una lingua che si rinnova e che vive nel momento in cui la si intona. Romanzi e racconti che sono un’interrotta dissertazione sul genere umano e in fondo sulla sua bellezza. Non le è mai interessato il dato biografico se non portava con sé un valore universale, collettivo. E ha sempre scritto con un senso rigoroso ed etico della vita.

“La mia vita è stata un’unica giornata, a sera chiuderò l’uscio e andrò a dormire. In questa sola giornata si raccoglie quel dolore nudo, spoglio degli orpelli delle cerimonie e dei ricordi personali, ma come riversato in un bacile che continua a colmarsi dell’indistinto e non distinguibile dolore di tutti”. (Il silenzio di Mosca, Einaudi, 2008).

Marina Jarre signora della memoria e degli improvvisi scarti dell’esistenza.

Andrea Breda Minello

Nelo Risi, il poeta civile
del Novecento

Nelo RisiA vent’anni ero redattore di una rivista letteraria bolognese (Daemon) e all’epoca, per la rubrica di recensioni, ne scrissi una sul penultimo volume mondadoriano di Nelo Risi: Ruggine (2004). Una sera Franco Buffoni mi chiamò a casa pregandomi di telefonare a Risi, che voleva ringraziarmi per l’articolo. Intimorito chiamai e subito mi colpì la voce: ferma e gentile, come la persona che conobbi da lì a poco. Ci incontrammo più di dieci anni fa a Gorizia, perché l’università aveva deciso di celebrare la sua attività di cineasta, di omaggiare l’autore di pellicole come Andremo in città (1966), dal romanzo della moglie Edith Bruck, con una splendida Geraldine Chaplin e Nino Castelnuovo, Diario di una schizofrenica (1968), che resta a tutt’oggi uno dei migliori studi sul tema, Una stagione all’inferno (1971), il più valido e interessante biopic su Rimbaud con Terence Stamp e  Florinda Bolkan.

E così all’arrivo nella città friulana mi trovai di fronte a un uomo elegante, aristocratico, fiero, generoso, che in mano teneva alcune prime edizioni dei suoi libri di cui mi fece dono. E ancora in me è impresso il ricordo dei suoi capelli lunghi e canuti, che alla mente mi riportarono l’integrità del Catone dantesco. Parlava dell’Italia con disincanto e disappunto, col piglio anarchico che mai lo abbandonò; e del documentario che aveva intenzione di girare, un film su Zanzotto, sulla vita più che sulla poesia, testimonianza del Novecento appena trascorso. Una pellicola, Possibili rapporti – Due poeti, due voci (2008), che riuscì a portare a termine pochi anni dopo e che risulta essere il suo ultimo atto politico e umano. Come atti politici e di impronta socialista furono i cortometraggi sul Delitto Matteotti (1956)  e sui Fratelli Rosselli (1959). Sempre in prima linea.

L’incontro fu l’unica occasione di parlare con il Maestro: di lui mi rimangono il sostegno, la stima e alcune lettere preziose, che serbo tra le cose più care della mia formazione culturale e umana. Nelo Risi se ne è andato giovedì scorso all’età di 95 anni, accudito nella sua casa romana dalla moglie Edith Bruck. L’avvenimento è il dato contingente, la notizia, ma non può essere- questo- un coccodrillo, un addio: oggi dovremmo celebrare il poeta, il traduttore, il cineasta (per nulla all’ombra del fratello maggiore Dino), l’antifascista, l’anarchico aristocratico. L’uomo.

Risi è stato il maggiore poeta-traduttore del Novecento, eccelse e insuperabili le sue versioni di Jouve (varie edizioni nel corso dei decenni e ora in Mondadori, 2001), di Laforgue (Moralità leggendarie, prima Guanda, poi Garzanti, 2008), Supervielle (In viaggio con Supervielle, All’insegna del pesce d’oro, 1956), e ancora la mitica antologia di Kavafis per Einaudi o l’Edipo re per SE. Spero che Franco Buffoni riesca a rieditare il Compito di francese e d’altre lingue 1943-1993 (Guerini e Associati, 1994), essenziale punto di partenza per conoscere il mondo di Risi: in tutta la sua produzione vige il dettato di Mallarmé secondo cui sussiste poesia lì dove vi è tensione allo stile, al respiro intrinseco della parola. E in tutto Risi è presente la necessità primigenia di dire, di enunciare, di testimoniare, di non tralasciare nulla, fin dalle primissime pubblicazioni (Le opere e i giorni, 1941 – L’esperienza, 1948 – Polso teso, 1956) e che lo attestano come maestro indiscusso della poesia civile italiana: si pensi a Dentro la sostanza (1966) e ancor più a Di certe cose che dette in versi suonano meglio che in prosa (1970), con cui vincerà il Viareggio.

Di cultura e matrice illuministica, appartenente a una famiglia dell’alta borghesia milanese, laureatosi medico, come il fratello Dino, Risi fu inserito, anche se in realtà non si riconosceva in tale tendenza, come uno degli alfieri della anceschiana linea lombarda con Erba, Orelli e naturalmente Sereni, soprattutto per l’impulso endemico del dire, di non arrendersi agli orrori del quotidiano occidentalizzato: “Scrivere è un atto politico”. Anche quando si parla d’amore (“è un trapano sottile / una brutta bestia / di insonnia / il naufragio d’amore.”) o si celebrano gli artisti e gli intellettuali che hanno plasmato e codificato la propria esistenza, come ne I fabbricanti del “bello” (Mondadori, 1983): Tasso, Chagall, Chopin, Cvetaeva, Clara Schumann, Leopardi, l’atto civile è in E, come per il conte, sub-stanziale diventa la ricerca della felicità, il percorso intrapreso per adempiere al compito di ogni essere umano: tendere alla bellezza, specillo per la guarigione e la sanità e strumento di indignazione contro gli impulsi di morte sempre in agguato.

I poeti, sosteneva Moravia ai funerali di Pasolini, nascono di rado e solitamente uno ogni secolo. Nelo Risi è uno di questi, anche perché sa: “che disarmato è il cuore / dove più la corazza è alta / tutta borchie e lastre, e come sotto / è tenero l’istrice”.

Andrea Breda Minello 

L’attenzione amorevole nei versi di Giovanni Turra

L'autore del libro di poesie uomo, Giovanni Turra

L’autore del libro di poesie uomo, Giovanni Turra

Con Giovanni Turra (Mestre, 1973) siamo alla quarta intervista ai poeti contemporanei. Veneto, Turra è poeta e studioso trai più colti e preparati delle ultime generazioni. Laureatosi a Venezia, ha conseguito nella stessa città il Dottorato di ricerca e ivi ha insegnato a contratto. Si occupa, a livello critico, di Biamonti, Cecchinel, Zanzotto. In poesia ha esordito con “Planimetrie” (Book, 1998) ed è apparso nel “IX quaderno di poesia contemporanea” con la raccolta “Condòmini e figure” (Marcos y marcos, 2007). Nel 2014 esce “Con fatica dire fame”, summa di un quindicennio poetico, per l’editore La vita felice, con cui è finalista al ‘Premio Dedalus’. Continua a leggere

Sociologia della letteratura nei ‘Quaderni italiani di poesia italiana’

Poesia contemporaneaDa venticinque anni (il primo uscì nel 1991 e aveva la presenza di Stefano Dal Bianco, Maurizio Marotta, Antonio Riccardi, Nicola Vitale), Franco Buffoni cura i Quaderni italiani di poesia italiana. Da allora un quarto di secolo è passato, e i poeti antologizzati oramai sono più di ottanta. Nel corso degli anni, a cadenza biennale o triennale, il mondo poetico aspetta l’uscita dei sette autori prescelti nel novero di un centinaio di invii e candidature. Con l’acume e la sensibilità, che lo contraddistinguono, Buffoni è riuscito a dare una mappatura quasi completa, se non esaustiva, del nostro panorama letterario. Vi sono state esclusioni eccellenti, questo sì, ma in generale le personalità inserite si sono affermate come autori consolidati e hanno dato prova del loro talento, intuito dal curatore. Penso a Dal Bianco, a Riccardi, Damiani, Fo, Deidier, Villalta, Bocchiola, Febbraro, Zuccato, Nove, Bonito, Lo Russo, Munaro, Raos, Biagini, Santi, Turolo, Raimondi, Inglese, Bianconi, Calandrone, Giovenale, Socci, Pugno, fino ai più giovani: Turra, de Alberti, Bajec, Policastro, Matteoni, Benigni, Gezzi, D’Agostino, Simonelli, Frungillo.

Si potrebbe fare davvero sociologia della letteratura attraverso i Quaderni, considerati strumento critico di analisi (dal terzo fino al nono, la presenza femminile si è attestata a un’autrice, dal decimo le presenze sono due o tre). Veniamo a questo XII Quaderno, che presenta vari spunti di riflessione e che è stato rinnovato nella grafica: in copertina vi è un’opera di Andrew Logie, Graphic Representation of Sound-Scape. Questa antologia è l’ultima ad aver poeti nati negli Anni Settanta e questo fa comprendere come viva sia la volontà di cogliere il presente, di dare spazio a voci nuove. Come sempre avviene con i Quaderni, vi è una pluralità di poetiche e intenti: non si vuole in alcun modo proporre una tendenza o una scuola, bensì far ascoltare autori spesso molto distanti tra di loro, ma con un dettato in nuce ben distinto e riconoscibile. E lo si dirà subito, questa antologia è fra le migliori uscite in assoluto.

Due sono le poetesse inserite: Maddalena Bergamin, prefata da Pusterla, e Maria Borio, con un’introduzione di Emmanuela Tandello. La prima, veneta, classe 1986, vive a Parigi e svolge un dottorato alla Sorbonne. Si presenta con la silloge, Scoppieranno anche queste stagioni e quello che colpisce subito sono i versi icastici degli exergo e delle chiuse, che portano a una circolarità dei componimenti; in effetti quasi tutte le poesie presentano i primi due versi che possono essere collegati agli ultimi due, creando in tal modo un componimento ulteriore. La silloge è un canzoniere innestato in un paesaggio straziante, una poesia che grazie all’ironia e al sentimento amoroso salva dalla tragedia individuale e collettiva: “Vedo resistere nel mondo le cose / e crollare […] e così ti muovi / nel crollo e lo lasci come sospeso / dentro cornici d’argento”.

“Siamo cose leggere / che sillabano e vivono”, questo è l’incipit di una delle più belle poesie della perugina Maria Borio, studiosa di letteratura italiana, esperta di Sereni e Montale. La silloge “Vite nuove” palesa immediatamente l’amore che l’autrice porta per alcuni grandi del Novecento e la sua cultura sconfinata. Eppure i testi non sono mai il tentativo intellettualistico di dimostrare una bravura, un’erudizione, anzi, pare che la Borio faccia i conti con i “padri” per divenire leggera, per ottenere un respiro sereno e “dolce per sé”. Testi che, come afferma in filigrana Tandello, risentono della lezione filosofica di Simone Weil (senza citarla in realtà) e di Antonella Anedda: “Le noci aperte sul tavolo / sono ancora suono” o ancora: “Identiche, vicine ti minacciano / portano nell’aria / quello che vorresti”.

Lorenzo Carlucci (Roma, 1976) con “Prose per Ba’al”, dimostra una volta di più- se fosse necessario- la sua impronta, la sua peculiarità nel panorama poetico italiano. Carlucci non è catalogabile, e per fortuna, anzi disorienta e conduce il lettore nel suo mondo. Non è uno sperimentatore, nel senso stretto della parola, non è un avanguardista, è semmai un poeta-indagatore e un poeta- oracolo (senza alcun riferimento all’orfismo, ma piuttosto alla figura religiosa-politica dei tibetani). Come sottolinea bene Dal Bianco, Carlucci è interessato al Divino, alla sua assenza, a una questione etica ed estetica, che si fondono nelle prose poetiche. E al centro dunque vi è Ba’al, la raffigurazione del male (e penso a un recente e importante saggio di Arturo Mazzarella: “Il male necessario”), che diventa una, e forse la più pregnante, categoria conoscitiva della contemporaneità: “Si raggiunge così, passeggiando tra gli alberi bianchi, in un pomeriggio di una primavera, il dolore”.

Alessandro De Santis (Roma, 1976) ci presenta “Il verso del taglio” con un’introduzione di Benedetti, che giustamente individua nelle apparizioni, nelle epifanie, aggiungerei in negativo, di paesaggi e persone, la poetica di questo autore. Il disagio sociale, la sofferenza dei giorni, vengono stemperate da alcuni versi, da uno sguardo gettato per comprendere e trovare una tregua. Bellissimo è il ciclo di “Fermate”, dedicato al percorso prossimo venturo della Metro C: “Non c’è proprio niente da ridere, stronzi / il matto parla / dice, sputacchia, impreca ad alta voce / lui, spesso dice la verità”.

Niccolò Scaffai firma l’introduzione, preziosa e illuminante non solo per l’autore in questione, a “Da un uomo a un altro uomo” di Marco Corsi. Il prefatore sottolinea la peculiarità del giovane autore a partire dai pronomi utilizzati per attestare una poetica permeata sul passaggio, sulla “relazione mutevole del soggetto, a sua volta oscillante  tra lo statuto dell’io e quello del noi, con le forme d’esistenza”. In questo modo Corsi partecipa a un tentativo della lirica contemporanea di declinare, in maniera originale, la voce e un mondo verso un luogo comune, riconosciuto. E lo fa anche e soprattutto grazie a campi semantici e lessemi contaminati e contaminanti. Scaffai utilizza una definizione calzante: “lirismo biologico”. C’è tutto questo in Corsi, ma anche la parodia, in senso prettamente greco di canto parallelo, parodia enunciata già nel titolo: “da un uomo a un altro uomo / per eccesso di confidenza / è successo di tutto / deriva di contagio sociale: / “una patologia degli affetti”, / in mancanza totale di addestramento / a tutto, al sesso, all’uso del corpo / in un clima d’evasione morale / e di abuso.”

Anche Diego Conticello (Catania, 1984) è poeta colto, anzi coltissimo e nella sua poesia volutamente vi è la lezione dei maestri amati e studiati: Piccolo, Cattafi, Consolo, maestri omaggiati e rivissuti. Ma ciò che colpisce di più in “Le radici del senso” è l’equilibrio linguistico di Conticello, un equilibrio difficile se si pensa all’azzardo, alle contaminazioni improvvise e ricercate, agli scarti, alla compenetrazione di lessemi della tradizione letteraria con quelli atavici della sua terra e ancora a parole in disuso e recuperate per essere rivissute. Conticello rifonda un barocco, un barocco particolare ed affascinante: “è giunto un vento / di falangi sommerse / ad incrinare / le vetrate altere / della notte // e le gocce / della mente / barcollano d’un abisso / dal tempo tutto umano”.

Ultimo autore inserito, con la silloge “Fino a che sangue non separi”, è anche il più giovane fra i sette. Samir Galal Mohamed (1989), figlio di madre italiana e padre egiziano, è il primo poeta di “sangue misto”, pubblicato oggi in Italia. Chi scrive spera che, in un futuro non molto lontano, si possa e si debba parlare dell’opera del poeta, senza specificare le sue origini, come in questo caso, o il genere per altri casi (superando dunque la contrapposizione di maschile/femminile). Se ne è voluto parlare, perché l’inserimento di Galal rappresenta l’abbrivio verso un’apertura e uno sguardo diverso, rispetto a un’Italia retrograda e in ritardo sulle questioni sociali e civili.

Lo dirò subito, al di là della giovane età, Samir è poeta di talento assoluto, capace di alternare la biografia privata (la storia dei suoi genitori) con una dissertazione sulla condizione dei giovani d’oggi, in una dimensione prettamente novecentesca: “la rivoluzione è / identitaria e io non ho collocazione […] ogni verso necessario e sufficiente (perduta nello sforzo dell’essere / Poeta la grazia di un’esistenza civile) adempie il mio dovere / di poeta di regime” o ancora:  “Verrà l’eterno frastuono della contraddizione / e il suicidio dialettico / rimandato (a tutta una vita) / sarà Riparazione”. Questi testi palesano l’impianto discorsivo-filosofico dell’opera di Galal, che tiene conto della lezione sullo scandalo di Pasolini e i versi di Bellezza, cui è dedicato un componimento splendido: “Lacerato; lo sterno / troppo sottile. // Nulla ti è più congeniale / della morte / e della vita eterna”. Ma la prima parte del libro è al contrario permeata di éblouissements, di lacerti e chiarori lirici, che procedono per scarti e accensioni: “poi / i tuoi vandalici baci volgesti / a deflorare le mie labbra corinzie” e ancora: “l’affusolarsi timorato di una schiena / scoprendosi animale”. Chi leggerà Samir si ritroverà di fronte a una sensualità radicata e naturale. Infine è da sottolineare la parola chiave di questo poeta: resurrezione, un risorgere laico e di nuovo pasoliniano (si pensi “All’usignolo della Chiesa cattolica”): “il sacrificio dell’attesa / nell’eucaristica venuta mia.”, “bruciare la sindone di odori quotidiana: / risorgere ogni giorno”, “Nel pieno di un silenzio pieno risorgi e palpiti e / io brillo…”

Andrea Breda Minello 

“Il tempo del raccolto”. Le parole antiche del tempo

Il tempo del raccolto-Del Re“Il tempo del raccolto” (Secop edizioni, 2015, con prefazione di Stefano Coletta, vicedirettore di RaiTre, e postfazione di Angela De Leo) è la prima opera poetica di Francesco Paolo Del Re, classe 1980. Critico d’arte e organizzatore culturale, Del Re – pugliese d’origine – vive a Roma e lavora per la trasmissione “Chi l’ha visto?”.

Lo si dirà subito: rispetto alla giovane produzione poetica italiana, questo lavoro sembra porsi in controtendenza, poiché i testi inseriti sembrano più l’opera di un autore anagraficamente collocabile in decadi differenti rispetto a questa nostra. E qui sta in realtà il suo punto di forza. Un esordio non è mai cosa facile, si sa, soprattutto se il poeta in questione si è sempre dedicato ad altro e con coraggio e forza decide ora di esporsi. Il titolo suggerisce fin da subito il tema precipuo della silloge ovvero il tentativo di riflettere costantemente sulla semina, che copre l’arco di quattro anni, sull’accezione che l’individuo dà alla propria storia personale, ma anche e soprattutto ciò che il tempo concede a se stesso. Una lunga disamina in forma lirica di un passaggio e del tentativo di attestarsi, di essere corporalmente. Una questione di flusso, dove le cose sono o accadono semplicemente. Le cose o i piccoli gesti che queste racchiudono. E in questo senso la copertina (“Cesto con mollette” dell’artista spagnolo Gonzalo Orquìn) ne è la riprova.

In questo volume di poesie vi è un nume tutelare, dedicatario dell’intera opera, la nonna recentemente scomparsa: “alla dormiente, che con parole antiche ha segnato la mia strada”. E antico è l’attributo che permea e rende affascinante e seducente nel suo “pudore trattenuto” la scrittura di Del Re,che con rigore e costruzione sempre presente a se se stessa, costruisce una storia fatti di minimi scarti e nuances, in cui sembra non accadere nulla o poco e invece si costituisce la vita. Il tempo – qui – “si incanta” “in attesa della sfida / di un altro / tempo, di un rivoltato firmamento, / tramato di esultanze in filigrana”. Le parole a disposizione di Francesco sono mirate, scelte e desiderate, precise, come la scelta dell’endecasillabo che nobilita e sostiene gli spazi e e le ore delle stagioni che si susseguono. Sono parole di derivazione alta, leopardiana sicuramente, ma che sono incistate nei versi per non disperdere il dire e il suo sentimento: antico, rimembranza, vacue vanno di pari passo con un bisogno atavico di essere con la natura in respiro, cogliere il momento. Qui troviamo la sua voce: “di tassidermia senza memorie, / di intercessione senza preghiere”.

Il lettore seguirà il passaggio delle stagioni, partendo dall’autunno, e si troverà tramite “una mappatura /d’una appartenenza senza radici” a modulare il respiro su quello del poeta in un tempo fuori dal tempo: “e questo senso di vertigine del già saputo / di non avere peso e neppure sputo // fiotto come fiato, riflusso e fiumana / (cosa sarebbe il mondo senza le stagioni?) / in questa smania di schianto / che voragine chiama”. Il poeta mescola il miele col sale, la sua amata Puglia e un mondo atavico, forte, con la Roma che vive e in cui si muove, anche grazie alla lezione di Pasolini e di Bellezza (si veda la bellissima “Luglio del cementificio”: “perché lama di sole non perdura / se non il tempo fratto di un naufragio” o il testo dedicato a Porta Portese o il “Notturno partigiano e renitente”).

Sfarzi assolati, scogli e corpi, il sole e il favonio, gli uliveti, la salsedine del desiderio quasi. Questi versi cercano l’equilibrio della grazia e facendo ciò Del Re palesa in moltissimi testi una sensualità dolce, un soffuso erotismo, mai banale, che attrae e incanta. Dopo le stagioni, ci troviamo di fronte al “raccolto del tempo”, liriche interamente dedicate alla figura femminile che ha alimentato Francesco con la sua presenza: “il disarmo mi ammaina le mani e / non avalla neppure il beneficio / di un ritorno. Sono vuote le stanza / che nella memoria abitavamo / insieme. Rimane un passo dispari”. Una donna che ha plasmato e reso il poeta uomo, che l’ha ricondotto all’origine delle cose: “e in quale trina / ho dipanato le radici”. Ritrovarsi per amare, mossi dal desiderio di cogliere ciò che siamo e soprattutto riconoscere ed accettare lo stupore che ci rende così umani.

Andrea Breda Minello

Il poeta è un guerriero.
Parola di M.G.Calandrone

Maria Grazia CalandroneMaria Grazia Calandrone (Milano, 1964, vive a Roma) è poetessa, drammaturga, artista visiva, performer, organizzatrice culturale, autrice e conduttrice di programmi culturali per Radio 3; collabora con “la 27ora” del “Corriere della Sera” e cura la rubrica di inediti “Cantiere Poesia” per il mensile internazionale “Poesia”. Ha edito in poesia: La scimmia randagia (Crocetti, 2003, premio Pasolini Opera Prima), La macchina responsabile (Crocetti, 2007), Sulla bocca di tutti (Crocetti, 2010), La vita chiara (Transeuropa, 2011), con il poeta Amarji ha composto: Rosa dell’animale (Zona, 2014). Il suo ultimo lavoro è Serie fossile (Crocetti, 2015). Nel 2011 ha edito per Sossella editore L’infinito mélo, pseudoromanzo con Vivavox, cd di letture dei propri testi. Per Sonia Bergamasco ha scritto tre monologhi: La scimmia bianca dei miracoli, Pochi avvenimenti, felicità assoluta ed Elle di prossimo allestimento. Sta lavorando a Ti chiamavo col pianto, libro-inchiesta sulle vittime della giustizia minorile in Italia.

Vorresti spiegare al lettore il titolo del tuo ultimo lavoro, Serie fossile?

Il titolo anticipa e concentra l’idea centrale del libro, il quale dice di una possibilità che la vita ci offre per rimettere in movimento un gesto che è rimasto bloccato nella nostra preistoria: una richiesta, un richiamo, un’offerta, pietrificata a volte prima della coscienza. Detta fuor di metafora: certi rarissimi amori arrivano a fare una carezza sul volto del bambino ferito che eravamo e custodiamo nel più sensitivo segreto di noi.

Nel precedente La vita chiara (Transeuropa 2011) sono presenti testi rivolti alla Guerra civile spagnola e ai fatti di Marzabotto.  Dunque il poeta deve e può ancora testimoniare eticamente?

Chi fa il poeta è generalmente incline alla non violenza. La guerra, la violenza, pubblica e privata, lo stupiscono, lo indignano e lo fanno soffrire. Non possono non restare tracce, nella sua opera, di questo sguardo sul mondo, che è lo sguardo di chi vede come vanno le cose e però non si rassegna, perché ricorda come invece dovrebbero andare. E spende la sua vita a testimoniarlo. Nei casi più onesti, con la sua stessa vita. Penso a Dante, a Celan, a Caproni, penso a Hikmet, a Mandel’stam e ad alcune poetesse arabe del nostro tempo. Questi non sono illusi, ci vedono benissimo. Non sono sognatori, sono combattenti che remano contro l’ingiustizia, il disinganno, l’adattamento e la rinuncia.

A dicembre, per Zona contemporanea, è uscita Rosa dell’animale, che segna la tua collaborazione con il poeta arabo Amarij. Come è stato confrontarsi con una voce e una realtà altra rispetto alla tua?

Suggestivo e istruttivo: ho imparato che quelle che per noi sono parole retoriche per i poeti arabi sono avventurose: ricche di senso, sensi e profondità. Ho riscoperto i doppifondi e il contenuto sostanzioso di parolette come “amore” e “fiore”, che solo Caproni si era permesso di usare, presso gli ultimi noi – e anche giustificandosene, con la sua apparentemente infantile leggiadria. Così, scrivendo in un serrato, emozionante botta e risposta, io ho ritrovato fiducia in certa scrittura e Amarij, sotto la macina del mio occidentale disincanto, ha cominciato ad appesantire simboli e astrazioni, a cercare nel mondo gli a noi ben noti correlativi oggettivi, a dare corpo e gravità ai suoi stessi dei.

Ogni nostro atto, sosteneva Szymborska, è un atto politico. Dunque anche la poesia contemporanea, che è apparentemente lontana dalla realtà del contingente, lo è?

La realtà è una cosa, il contingente un’altra. Fai bene a distinguere. La poesia ha sempre a che fare con la realtà – e non è nemmeno del tutto vero che attualmente abbia meno a che fare con il contingente, se per contingente intendiamo i fatti del mondo: si lamenta di continuo la scomparsa della “poesia civile”, eppure molti poeti scrivono precisamente “di questo mondo”, per utilizzare un bel titolo di Daniela Attanasio. Penso a Magrelli, a Buffoni, ad Annovi, ad alcuni testi di Anedda. Sembra che i poeti non si occupino più del mondo delle cose semplicemente perché la loro voce non scalfisce l’evidenza delle cose e dei dibattiti politici. Ma non l’ha mai fatto davvero – e i poeti continuano a occuparsi di come va il mondo, a denunciare o a testimoniare, poiché, come ho detto, sono per propria stessa natura “civili”, cittadini del mondo coinvolti con il mondo, cittadini contrari a ogni forma di sopraffazione. Aggiungo inoltre che il gesto stesso di fare poesia è per sua natura politico, civile, resistente.

Vorresti consigliare al lettore un poeta contemporaneo da scoprire o da approfondire?

Mario Benedetti. Perché la sua è un’opera decisamente collettiva.

Qual è lo stato odierno della poesia. Davvero è stato già tutto detto?

Da sempre è stato tutto già detto. Dai miti greci. Ma questo non impedisce di continuare a dirlo. Perché, naturalmente, la poesia è stile, oltre che contenuto – è anche raccogliere le parole del mondo circostante. E quelle, sì, per fortuna, cambiano continuamente.

Da quale libro si dovrebbe partire a leggerti e perché?

Ignoro perché si dovrebbe partire a leggermi. Tuttavia, qualora il gesto dovesse risultare indispensabile, direi dall’ultimo libro, perché l’ultimo è sempre il migliore, perché è l’ultima tappa di un percorso. Nel caso mio, la poesia è stata uno strumento di conoscenza della così detta realtà, un modo per sfondare e sfrondare le apparenze e, una volta intravista (o, nei casi più fortunati, individuata) la sorgente della gioia originaria: testimoniarla.

Andrea Breda Minello

da Serie fossile

۩ – età dell’oro

dico di quando, per la troppa gioia

d’essere amati, cadiamo

sulla terra oh!, viva carne

che perderai la voce

nel pianto, dico di quando

ispirati, noi costruiamo con martello e chiodi lo scenario

e il fossile di un angelo stacca

le ali dalla calce

dei muri, a fondoscena. dico di quando

io abbracciavo in te tutta la vita: la tua

e la mia, che brillavano unite da una gioia preistorica

nella notte, che accadeva da ovest

sulla campagna. dico di quando

tu ritornavi vergine per me

in una trasparente emorragia di luce – oh!, cosa

straordinaria

di natura ordinaria – oh!, vita

tutta intatta, tutta

disordinata, prima che l’amore

pulisca

tutto, all’indietro

tutto, la vita intera

9.10.13

da La vita chiara

 

DIECIMILA CIVILI (*)

II

Marzabotto, 29 settembre 1944

Uscimmo dopo che fu silenzio

dal bosco sotto il picco di Monte Sole e conoscemmo

che i maiali mangiano la nostra carne: mio nipote

era sotto il pergolato e mio padre

una povera cosa messa male su altri

posati in due

lati a cavalcioni

di un davanzale, neri

delfini arenati

su una scogliera e dell’ultimo

rimaneva la cuffia sotto la bocca, da fuoco.

Alla prima esplosione conoscemmo ancora

che quelli avevano minato i corpi

così che i morti uccidessero i vivi

che uscivano dai boschi a ricomporli, a sciogliere

mani aggrappate

una all’altra come piccoli ormeggi nella buia insenatura della morte

perché ognuno fra i morti ritornasse solo

e ognuno dei vivi

potesse nominare quella solitudine

come la solitudine di un parente lontano,

potesse premere su quella lontananza la sua bocca, su quelle mani

di polvere e corallo protese

come nei giorni di sole

quando tutto era prossimo alla somiglianza.

Così tutti si sono inchinati, hanno tenuto

bassa la testa

su un numero più grande di ogni corpo.

Roma, 3 settembre 2007

(*) durante la ritirata i nazifascisti fecero strage di civili in numero di circa diecimila tra vecchi, donne e bambini.

EXTÁS, quello che resta della voce

(11 lunazioni più una su Teresa d’Avila)

1.2. Teresa, che guardi?

con la freccia mirata nel petto fai che la bocca affiori dal cielo

e dalla bocca fai passare il cielo se con la bocca se con tutto il cielo stai dicendo sì

ma non guarda più niente

lui le solleva il lembo della veste

lo scapolare forse, con quel sorriso

disumano –

Teresa, che guardi? questo angelo è ancora un bambino

ma sorride, sorride…

(2007)