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Andrea Carnevali

Michele Placido con i “Sei personaggi in cerca d’autore”

carnevaliRecanati (Mc) – Non è la messa in scena del testo originale di Pirandello. “I Sei personaggi in cerca di autore” hanno subito dei cambiamenti profondi. Lo sceneggiatore ha riscritto il primo atto del testo teatrale per attualizzare la vicenda. La messa in scena de “Il gioco delle parti” è scomparsa nella tragicommedia diretta da Michele Placido. Gli attori, che stavano provando uno spettacolo, sono diventati dei giovani insoddisfatti della loro vita. Lo spettacolo è stato prodotto dal Teatro Stabile di Catania, Goldenart nel 2017.

Oltre ad essere regista, Michele Placido è, anche, il protagonista insieme all’attrice etnea Guia Jelo (la Madre) e alla palermitana Dajana Roncione (la Figliastra). Un cast tutto siciliano, che è in tournée per l’allestimento 2018-2019 in tutta Italia, è andato in scena lo scorso 13 novembre, al teatro Persiani.

La rottura della quarta parete restituisce alla vicenda la verosimiglianza. Il regista (Antonio Ferro) ed il suo assistente (Giorgia Boscarino) si muovono tra la platea ed il palcoscenico, mentre gli attori rimangono fissi sul palco a litigare ed a cercare delle soluzioni per migliorare la loro parte nello spettacolo. L’agitazione ed il tono della voce dei veri attori creano una certa confusione e disorientano gli spettatori che si aspetterebbero di vedere tutt’altro. Viceversa, la forte emotività introduce al racconto drammatico dei Sei personaggi che hanno scelto di mettere in scena la loro storia a teatro.

Dal buio del fondale esce Michele Placido in abiti scuri. Ci saremmo aspettati un personaggio più vicino al copione pirandelliano e meno riflessivo. Il ruolo di Placido, tuttavia, è stato importante per dare una risonanza al pensiero dello scrittore siciliano. Gli abiti scuri, indossati dagli attori, sono descritti nelle didascalie. Il regista ha voluto rispettare l’edizione del 1925 in cui troviamo indicazioni più precise sulla messa in scena. La Figliastra parla del lutto per la scomparsa del secondo marito della Madre, ma il nero è anche il sintomo delle radici della sua terra.

Il personaggio di Madama Pace non è stato dirompente, come avrebbe voluto Pirandello nel suo dramma. Luana Toscano ha recitato il ruolo della “matrona” che subito una trasformazione abbastanza profonda. I costumi sono stati ispirati agli anni trenta. Le caratteristiche del personaggio che irrompe nella scena, attirando l’attenzione del pubblico, sono state notevolmente assottigliate. È uno dei quadri di scena, tuttavia, di un certo effetto espressivo in cui la megera si presenta agli spettatori con una parrucca arancione. Ciò fa pensare alle figure del teatro futurista che richiedeva agli attori di recitare sulla scena con i capelli colorati. .

Invece Guia Jelo ha interpretato brillantemente la Madre atterrita e schiacciata da un peso intollerabile di vergogna e d’avvilimento. Il viso ammantato di “finissimo crespo” (didascalie del testo di Pirandello) è il simbolo del contrasto che si era generato, dopo la separazione dei due coniugi. Perciò i veli neri sono mezzi espressivi capaci di dare a questi corpi spenti e imperfetti un’esistenza nuova sulla scena, grazie, anche, alla luce dei riflettori sul palco che ha alimentato la tensione tra il Padre e la Figliastra.

L’autore trasformò la descrizione dei costumi dei “Sei personaggi” in un fatto sociale: gli abiti neri ricordano i vestiti delle donne, meno ricche della Sicilia (i veli e le gramaglie fitte sul volto delle donne), che erano utilizzati nella vita quotidiana e adattati ad abiti di scena poiché permettono allo spettatore di riconoscere l’estrazione sociale della famiglia.

Andrea Carnevali

The End. Fotografia, dipinti su carta e incisioni fino al 30 settembre

senigalliaSenigallia – Lo SpazioArte della Fondazione A.R.C.A. ha dedicato alle ricerche in bianco e nero, di due artisti emiliani, l’incisore Enzo Bellini e la pittrice Cristina Messora e del fotografo Alessandro Gagliardini, una mostra dal titolo “The End”, che rimarrà aperta fino al 30 settembre. L’evento è stato curato da Andrea Carnevali.

Le ragioni di questa esposizione sono da ricercarsi nella rappresentazione della montagna come tema principale del racconto. Questo argomento è stato sviluppato con tre tecniche diverse: fotografia, dipinti su carta e incisione.

La fotografia di Gagliardini crea degli effetti atmosferici: il vento che si abbatte forte sulla cima del monte e stravolge la natura. “Il soffio del vento sul paesaggio visto da lontano, a prima vista, – ha detto Gagliardini sembra non avere effetti visivi, ma il rumore, le fronde degli alberi in movimento, il passaggio sulla pelle permette una vista diversa sull’osservato…Tento con queste fotografie di imprimere nello sguardo il senso del rumore e del movimento degli elementi del paesaggio che scorgo di fronte a me in una giornata ventosa… suggestioni di paesaggi al calar della sera quando il vento soffia”.

E’, invece, una scelta estrema per Cristina Messora dipinge le valli trasformate dall’uomo o la sommità di un monte dove l’uomo vorrebbe arrivare, scalando la pietra rocciosa.La pittrice immagina la realtà, ma si propone rigorosi obiettivi tecnici perché il risultato finale porta l’osservatore in un altro spazio, ossia quello interiore e personale.

Le acqueforti di Enzo Bellini sono il frutto della ricerca di uno spirito colto, difficile ed intellettuale che osserva i modelli del passato perché spinto dal desiderio di perfezione e di emulazione, perciò sperimenta diverse tecniche esistenti per raggiungere il risultato finale.

La vernice, che ricopre la lastra, non oppone nessuna resistenza alla punta d’acciaio. Bellini ha insistito nelle prove di stampa e ha tentato di raggiungere con il metallo risultati sempre più perfetti, riproducendo la matrice incisa col bulino o con la puntasecca, e adottando morsure multiple nella ricerca di nuovi effetti tonali

Cassandra. Una grande interpretazione di Elisabetta Pozzi

 

image1Fano (An) – In una chiesa senza tetto, lo scorso 9 agosto, Cassandra ha raccontato al pubblico il suo tragico destino: la scelta di rifiutare Apollo, a cui non volle concedersi, una volta donatele i poteri divinatori. Così il dio per vendetta, le sputò sulla lebbra, condannandola a restare sempre inascoltata. Sebbene preveda con precisioni fatti che accadranno, Cassandra si deve piegare davanti alla volontà degli uomini. Ella ha predetto la caduta di Troia e la sua stessa morte, ma le sue parole hanno lasciato increduli i troiani.

Non c’è possibilità di scampo per Cassandra: l’attende solo la morte! Il  pubblico ha applaudito forte la sua interpretazione tragico finché l’attrice non ha lasciato la platea.

Elisabetta Pozzi, nel ruolo di Cassandra, ha dato vita a un personaggio forte, drammatico e incapace di cambiare  il suo presente che la divora e la fa impazzire. Cassandra non può più vivere in questa condizione perché il suo cuore pulsa forte e  la coscienza continua a farsi sentire. Perciò la fanno impazzire. Non c’è possibilità di condivisione, la forzata solitudine della donna nel sostenere il peso della conoscenza, la divinazione,  convivono  in lei la fragilità e la forza.

La scelta del “monologo” ha permesso di mettere insieme diversi testi da cui è stata desunta la scenografia per lo spettacolo.  Elisabetta Pozzi ed il giornalista Massimo Fini (collaboratore) hanno scritto la drammaturgia calata per attrice stessa che si è mossa  dai testi antichi di Seneca, Eschilo ed Euripide alle versioni contemporanee di  Christa Wolf,  Jean Baudrillard, T.S. Eliott, Wislawa Szymborska.

Nello spazio dell’ex chiesa di san Francesco, anche, le luci e le musiche hanno avuto un ruolo importante per creare delle forte suggestioni. Negli altari sconsacrati della chiesa le luci colorate hanno prodotto delle forme indefinite, inducendo a pensare alla  bellezza delle decorazioni del passato. Tutto ciò  svaniva quando veniva accesa la luce bianca. Sicché il pubblico ripiombava nello squallore di un edificio che sta cadendo sempre più in rovina.

Andrea Carnevali

Antigone riempie il “Plauto Festival”. Il mito che piace ai giovani

antigoneSarsina (FC) – Tutto pieno per il “Plauto Festival”, lo scorso 6 agosto.  Il pubblico in silenzio: la tensione era forte per l’inizio dello spettacolo. La direzione artistica di Cristiano Roccamo è riuscita a richiamare l’attenzione di molti persone. E l’adattamento scenico di Nicola Fano è stato interessante, così come brillanti sono state l’interpretazione e la regia di Massimo Verturiello.

Dopo  l’ingresso del coro,  Antigone e Ismene incominciano a parlare di un destino avverso che incombe su di loro: esse sono state generate da un’unione contro natura, ossia da Edipo e sua madre Giocasta. In un colloquio con la sorella Ismene, la protagonista manifesta la sua contrarietà alla diversità di trattamento tra i due fratelli morti: Eteocle è stato sepolto, mentre il corpo di Polinice sarà sbranato dagli avvoltoi.  Antigone, devastata dal dolore, vuole disubbidire agli ordini di Creonte che ha deciso di non seppellire Polinice perché lo considera un traditore della patria. Il senso della giustizia è forte in lei e il popolo di Tebe si mostra solidale con la donna: ma è tutto inutile! Neanche l’intercessione del futuro marito della ragazza, il figlio di Creonte, potrà aiutarla perché il tiranno ha una visione distorta della realtà.

Antigone  è un personaggio, ancora amato dai giovani, perché rappresenta la donna emancipata che si oppone alle leggi arcaiche e non vuole rispettare. Sicché Antigone  sente che sia giusto trasgredire le leggi degli uomini. Nessuno può soccombere senza il volere degli dei!  Giulia Sanna ha gridato al pubblico  con forza la parola “libertà” dalla tirannia del vecchio sovrano.

La visione della legge sia per Antigone sia per Creonte arriverà a conseguenze estreme: la donna il simbolo, però, di un ideale premorale in cui contano i sentimenti e la coscienza personale più che le leggi scritte.  Nello spettacolo di Massimo Venturiello ha avuto un ruolo importante, anche, il coro  che ha avuto la funzione di coscienza. Dunque è necessario, che il coro vigili davanti ai fatti che stanno accadendo. Non rimane ai quattro personaggi maschi altro che fare ragionare Creonte, ma inutilmente!

Molto intensa è stata, anche, la parte di Carla Cassola nel ruolo di Tiresia. Le predizioni dell’indovino potrebbero fermare  una situazione che si potrebbe trasformare in tragedia: purtroppo è tardi. Antigone, rinchiusa in una caverna, si è uccisa e Emone si toglierà la vita davanti al padre.

La scena finale è stata di grande drammaticità. Il palazzo e il trono, simboli del potere di Creonte, hanno reso ancora più duro il finale. L’ultima scena è stata giocata su momenti: dal un lato del palco Creonte con il  braccio il figlio morto, mentre dall’altro sul trono sua moglie Euridice, senza alito di vita.  Ella non ha sopportato il dolore della morte di Emone. Quel che più spicca è la premessa dell’azione futura della donna e l’avverarsi del presagio di Tiresia.  La donna è già vestita di nero con indosso dei veli che muove mentre  parla con il marito.  La costumistaHelga Williams per realizzare gli abiti di scena ha attinto dalla tradizione del teatro italiano del Novecento, dove il colore nero era stato utilizzato dai commediografi del calibro di Pirandello e di Moravia.

Il sipario è fatto calare da Venturiello – così come vuole la tradizione letteraria – su Creonte diventato consapevole delle sue azioni. Egli è stato il responsabile della fine della sua famiglia, perciò non gli rimane che supplicare gli dei affinché possa morire per non avere più rimorsi.

Andrea Carnevali

Anfiteatro di Urbisaglia. In scena un classico latino: “Troiane” di Seneca

carnevali

Urbisaglia (Mc) – La platea piena. Il pubblico in silenzio davanti a Ecuba che nel buio parla alla città distrutta. Il palco si illumina con piccole fiamme: una scenografia convincente per rievocare la distruzione di Troia. Lo sgomento del pubblico davanti al monologo della donna che aveva perso il marito e i figli per mano dei  Greci in battaglia, dopo dieci duri anni di guerra.

Dopo alcuni brevi dialoghi tra gli attori, il pubblico riesce a conoscere tutti i personaggi della tragedia di Seneca: Ecuba, Talbitio, Pirro, Agamennone, Calcante, Andromaca, Ascianatte, Ulisse, Elena e  Polissena.  .

Dalla un lato la paura dei Greci che non vogliano poche il figli di Ettore si vendichi, dall’altro dei sconfitti che credevano di essere al sicuro nella propria città: ciò crea una vera e propria tensione tragica. Ѐ successo qualcosa che è irreversibile: la città di Troia potenza asiatica, è crollata. Non è servito a nulla l’aiuto degli  alleati. La città è stata distrutta e incendiata. Del passato glorioso e non rimane più niente. Gli uomini sono stati uccisi e le donne violentate e fatte schiave alla fine dei conti.

Il regista e lo scenografo hanno voluto rispettare il testo di Seneca; infatti troviamo sul palco, anche, la rappresentazione della rocca di Torre che è quasi distrutta e tutto intorno è in fiamme e brucia. Le donne che si riuniscono e  parlano  – contrite dal dolore  – devono accettare quel che è accaduto alla loro città. La distruzione fu predetta da Cassandra che non venne ascoltata, ma lei stessa mentre aspettava Paride, sognò di partorire una fiaccola che avrebbe incendiato la città. A queste vicenda, le donne troiane sopravvissute cercano di dare una spiegazione, ma non riescono.  Quindi, la colpa non è dunque di Ulisse: è della Storia. Il fuoco ha distrutto tutto. A questo punto non si deve neanche incolpare Diomede per ciò che è avvenuto. Non rimane a Ecuba e Andromaca, così come alle altre donne di “dire sì” e salire sulle nave dei Greci vincitori in ritorno nella loro patria.

La drammaturgia di Fabrizio Sinisi è stata convincente: il testo teatrale di Seneca non è stato stravolto grazie, anche,  alle scelte registiche di Alessandro Machìa. Il pubblico ha applaudito a lungo l’interpretazione degli attori che sono richiamati sul palco più di una volta. Una menzione speciale va a Edoardo Siravo, interprete di Ulisse che ha fatto risaltare le doti di intelligenza e di astuzia di uno dei personaggi più affascinanti dell’antichità. Appassionate, invece, sono state le parole dell’attrice Alessandra Fallucchi nel ruolo di Andromaca.

Lo spettacolo, andato in scena, lo scorso 31 luglio, all’Anfiteatro di Urbisaglia, è stato prodotto da LAROS e AC SERKAL. Nel cartellone estivo dell’AMAT/TAU sono in programma, per la stagione estiva 2018, altri interessanti appuntamenti nelle aree archeologiche delle Marche.

Andrea Carnevali       

Le “Medee”. Un mondo che non c’è più, ma che non possiamo dimenticare

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ANCONA – Spettacolo di successo quello delle “Medee”. Lo scenario è stato il Palazzo Tibaldi, sede del Museo Archeologico Nazionale delle Marche, che è stato illuminato di giallo, di blu e di rosso. I colori, che fanno da sfondo alle parole di Medea, permettono di suddividere la scena in vari episodi. La drammaturgia è il risultato della riduzione di diversi autori classici che hanno raccontato la storia del mito di Medea.

Lo spettacolo, prodotto dal Teatro dei Calanchi della Basilicata, diretto da Matteo Tarasco, è stato interpretato da Martina Cassenti, Federica D’Angelo, Serena Ferraiuolo, Annamaria Ghirardelli, Alice Giroldini, Diletta Masetti e Maddalena Serrator. La performance è stata inserita nel cartellone teatrale dell’AMAT Marche ed è andato in scena, lo scorso 10 luglio.

La drammaturgia è stata desunta da Appollonio Rodio “Argonautiche”, Seneca “Medea”, Ovidio “Eroidi”, Franz Grillparzer “Il Vello d’oro”, Heiner Muller “Materiai per Medea”, Christa Wolf “Medea voci”.

medee 2Il regista ha voluto raccontare un mondo che non c’è più, ma che non possiamo dimenticare perché fa parte delle nostre radici, quindi “inalienabile”. La scenografia del palazzo accresce il pathos; Medea è cacciata con i suoi figli da Corinto. Dall’interno del palazzo provengono lamenti e gemiti e si sentono parole di maledizione che sono pronunciate da Medea. Allora l’attrice in piedi davanti alla platea di Palazzo Tibaldi incomincia a parlare cercando di raccogliere consensi dal pubblico: ella vuole la solidarietà tra la gente. Le parole di Medea sono volenti; diventano accese e infuocate pensando a Giasone che era riuscito a impadronirsi del velo d’oro nella Colchide e di aver fatto uccidere Pelia. Il monologo della donna diventa sempre più tragico. Le sue parole sono pronunciate con concitazione: Giasone è disposto solo darle esilio. L’uomo la considera una barbara. Così Medea riesce a strappagli la promessa di esilio nella sua città. Inatteso passando da Corinto, tornando da Delfi, il sovrano di Atene Egeo cui Medea chiede asilo nella sua città. Non le rimane a questo punto che la vendetta!

Il cuore non è ascoltato e Giasone diventa un nemico. Perciò non rimane che la vendetta che è inneggiata con forza e passionalità fino alla morte. Queste caratteristiche di Medea non sono sempre presenti in tutti i personaggi del teatro moderno, e ancor meno in quello contemporaneo. “ Fare teatro oggi – ha detto Matteo Tarasco – ci ricorda che il valore della parola si riconosce nel silenzio dell’ascolto”. La figura di Meda è ancor’oggi attuale. La donna si sente straniera perché parla una lingua diversa e una vera e propria appartenenza a un popolo o ad una nuova comunità non sarà possibile per lei. Rimarrà una barbara…

Andrea Carnevali

In teatro Festival. Un laboratorio aperto per la libertà di Nassim

ancona teatro

Ancona – La sala è quasi piena. Il pubblico rimane in silenzio in attesa dell’inizio dello spettacolo. Arturo Cirillo in abiti da lavoro – camicia e pantaloni grigi – è presentato da un collaboratore del Teatro delle Muse. Fin qui, niente di nuovo!

La commedia in due atti, andata in scena il 29 giugno scorso, è stata scritta e interpretato da Nassim Soleimanpour.

Lo spazio scenico è diventato un’officina aperta in cui anche gli spettatori sono stati chiamati a recitare: applausi, interventi e partecipazione attiva, dunque. Una sorta d’idea pirandelliana ossia di “teatro nel teatro”.

Nel retroscena Nassim aspetta Arturo: l’iraniano offre un tè al suo amico servito in una tazzina appoggiata sopra una tovaglia verde ornata da ricami dorati. Grazie alle telecamere gli spettatori sono riusciti a vedere quello che accadeva nelle quinte. Così il “mistero” – del vero o del verosimile del teatro – è stato svelato. Il divertimento non è più nell’improvvisazione: la risata è stata strappata dalle emozioni, dalle gaffe e dalla scoperta dell’altro, ossia dal personaggio di Nassim.

La lingua iraniana, che appare, talvolta, un ostacolo insuperabile nella comunicazione, invece, insegnata grazie al gioco, alle immagini e alle fiabe, diventa un elemento di aggregazione. L’idioma per Nassim rappresenta la memoria, dove sono conservati i suoi ricordi, che vorrebbe raccontare al suo amico Arturo. Il libro delle favole con disegni, parole e cancellature illustra la sua infanzia. Egli ha purtroppo solo lo strumento della scrittura perché Nassim è muto!

La scelta della scenografia e l’uso della tecnologia non rendono lo spettacolo davvero originale. Invero, l’idea di raccontare la sua storia personale con un testo teatrale è il punto di forza della messa in scena. La scrittura è la depositaria della memoria: essa è un sistema antico che deve essere studiato e utilizzato se si vuole agire nella società e integrarsi. La scelta di far recitare lo stesso copione ad altri attori è un mezzo per affermare la propria libertà. Sia nell’interpretazione che nel linguaggio gestuale si scoprono delle differenze. Dal che si può apprende una lingua. Così Nassim Seleimanpour ha fatto salire sul palco in cinque giornate, anche, Neri Marcorè, Marco Baliani, Lella Costa e Lucia Mascino. “Ogni sera un attore diverso ha esposto il concetto di libertà, esilio e le limitazioni del linguaggio”( testo di presentazione dello spettacolo).

Andrea Carnevali

“La città sognata” di Cristina Messora, omaggio a Italo Calvino

cristina messora 1ANCONA – Si ispira al Marcovaldo di Italo Calvino la mostra allestita al Museo del giocattolo di Ancona di Cristina Messora dal titolo “La città sognata”, dal 19 maggio a 15 giugno 2018.
La pittrice, legata alla didattica nella scuola, – perché svolge il lavoro di docente  – sembra cancellare la condizione della città metropolitana di Ancona – Falconara Marittima che si materializza soprattutto nel lavoro: il porto è il fulcro delle attività economico-commerciale del capoluogo dorico, mentre la raffineria è  la fonte principale di occupazione nel litorale marittimo a nord del capoluogo.
L’artista si è occupata di bambini, anche, in altre due mostre: “Narratio in charta” a Macerata e “Senigallia per Benoffi e Messora – Divergenze di stile” nella città roveresca. Nelle sue esposizioni  si scoprono i bambini giocare all’aria aperta.
Nei dipinti delle passate esposizioni, si vedono i bambini giocare nella campagna vicina  alle case   oppure giovani che parlano: e in  un quadro del ciclo “Narratio in charta” ricorda, anche, la passione di suo padre per la motocicletta e la velocità.
Appesa alle pareti dello “SpazioArte” di Senigallia (An) della Fondazione A.R.C.A.,  a volte quasi dimenticati per le modeste dimensioni della galleria, i suoi dipinti sulla campagna marchigiana mettono a fuoco l’esperienza figurativa dell’arte contemporanea marchigiana perché la pittura si concentra sulla composizione.
cristina messora 2Così ha fatto anche nella mostra “Le distanze tra i filari” presso la Cantina Garofoli di Castelfidardo (An): i suoi quadri esposti erano ispirati alla terra brulla, ai filari, ai piccoli centri visti in lontananza e all’immagine leopardiana della luna che non si stanca mai di guardare la terra (il riferimento qui è a Le operette morali di Giacomo Leopardi).
Nelle opere di Cristina Messora lo spazio  del quadro deve dialogare costantemente con la realtà circostante, ossia la città o la campagna.
Il paesaggio è ordinato dai segni che sono tracciati dai gessetti neri e dai tagli sulla superficie della carta. Lo spazio si colloca attraverso una progressione di piani che sono realizzati nella superficie simmetrica e armonica della composizione.
I materiali, da cui nascono le opere, sono i più diversi,  carta, legno e acrilici  oppure tutta la gamma dei colori naturali che sono serviti a dipingere il legno (casse panche, armadi, tavoli ecc.).
Fra tutti spicca l’uso costante della carta che testimonia quasi il punto di partenza di ogni ricerca dell’artista modenese che è grafica prima di tutto. Il disegno, i tagli, le piegature sono prima realizzate utilizzando questo docile mezzo rigorosamente bidimensionale. Un adeguato approfondimento, però, sulla poetica di Cristina Messora si può raggiungere visitando il suo atelier. Infatti, accanto ai barattoli di colore, alla tavolozza, la carta, gli arnesi per tagliare e incorniciare, mozziconi di matite, gessetti colorati,  si possono vedere, anche, dei fogli che sono lo strumento per fermare le sue idee prima  di incominciare a lavorare. La tecnica pittorica da lei utilizzata  non è riflessiva, ella opera di getto: cerca di  tradurre in pittura subito le sensazioni che vive e le immagini impresse nella sua testa.
cristina messora 3Cristina Messora è tuttavia, un’artista precisa perché incide la carta e attraversa la superficie del quadro con una certa disciplina. La sua creatività è dominata dal senso dell’equilibrio che si respira in molti quadri, nonostante si possa intravvedere una certa autoironia nella composizione.  L’oggetto da rappresentare – sulla carta dipinta con colori accesi – è illuminato da una luce bianca che rende la scena del racconto molto omogenea.
L’uso del colore rimanda, tuttavia, a una simbologia precisa: l’acqua, il vento, l’aria e la terra che sono racchiusi all’interno delle forme naturali come la luna, la conchiglia ecc..
Eppure la pittrice vorrebbe chiamare in causa la psicologia per stabilire un confronto tra due sistemi interpretativi del presente, appunto la psicologia e la pittura. Ritengo che ella non creda nella spontaneità davvero del gesto, ma pensi ad azioni automatiche, quindi nella razionalità delle  scelte di forme e colori che devono  costruire la composizione.

Ricerche per un’esposizione al Museo del giocattolo
La mostra elettrizza l’artista che vede interagire le sue opere con un ambiente designato a contenere oggetti antichi appartenuti ai bambini. I dipinti esposti possono essere valorizzati e possono avere un ruolo preciso all’interno del museo.
La nuova collezione, ispirata ai racconti contenuti nel “Marcovaldo” di Italo Calvino, è stata ben progettata dall’artista modenese e le opere restituiranno il volto ludico e ammiccante dell’arte.
Il rischio di una mostra come quella “La città sognata” è di apparire fredda. Ma non è così!
A questo punto è necessario dire quello che non è stato raccontato fino a questo momento. Le opere di Cristina possono essere lette se si ha fantasia, altrimenti tutto diventa più difficile, e talvolta, incomprensibile. I quadri allineati alle pareti potranno affascinare, non  solo come oggetti d’arte, ma anche come espressione dell’immaginazione. E poi la disposizione dello spazio del museo che segue un percorso rettilineo è ingigantito dalle linee rette tracciate sulla superficie del quadro con i gessetti neri. La cornice rigorosamente geometrica; inoltre, si allinea con la forma quadrata dell’ambiente espositivo e della corte esterna del palazzo.

“Ri-trattiMarche”,
una nuova mostra
sul paesaggio marchigiano

2Renzo_TortelliSenigallia – Ѐ stata inaugura la mostra “Ri-trattiMarche”, Cinzia Battistel e Renzo Tortelli alla galleria SpazioArte della Fondazione Arca che rimarrà aperto al pubblico fino al 9 luglio. Questa mostra ha un significato soprattutto per il nuovo modo di vedere e di rappresentare il paesaggio: l’intento è quello di superare la rappresentazione oggettiva delle cose e di portare alla luce, invece, i significati profondi che si celano sotto la superficie del “paesaggio ri-tratto”. La scelta di accostare due autori di generazioni diverse nasce da una idea di valorizzare alcuni aspetti dell’arte contemporaneità che in questi ultimi anni sembrano essere stati dimenticati.

3Renzo_TortelliL’opera di Renzo Tortelli risente della poetica di Mario Giacomelli, che in tutti questi anni ha continuato a giganteggiare per l’originalità assoluta della sua ricerca visionaria. Questa è anche un’occasione preziosa per ripercorrere la storia di un’amicizia che si è trasformata in sodalizio culturale.

La scelta di esporre alcune fotografie di grande formato di Renzo Tortelli è dettata dal desiderio di raccontare storie che creino un contatto tra il “verismo” e la sensibilità dell’osservatore. Le influenze dello stile di Giacomelli si scorgono, anche, nelle attenzioni rivolte all’ordine e al disordine del paesaggio agricolo e alle persone che lavorano i campi.

Le opere non raccontano solo la società contadina del passato, ma anche la famiglia, il lavoro nei campi, la vita domestica e le tradizioni rurali che hanno stimolato la creatività di Battistel e Tortelli e sono stati campi di indagine della loro ricerca.

Renzo_TortelliLo spazio espositivo non ospiterà solo la mostra, ma sarà animato, anche, da dibattiti, incontri con autori ed esecuzioni di progetti di ricerca sulla didattica dell’arte. Con il programma delle attività estive, la fondazione si propone di essere un punto di incontro e di dialogo continuo con il territorio, vivificato da eventi e iniziative.

Pesaro. Il Futurismo per Guido Armeni

1CartolinaLa scelta di un tema sacro, come la bellezza natura e della vita degli alberi, costituisce la prima rivelazione della genuina di capacità di Guido Armeni, artista marchigiano, di riproporre un tema sacro. Le ricerche di Guido Armeni si ispirano al “Manifesto dell’arte Sacra Futurista” (1932). Il bianco-azzurro dei alcuni quadri dello scultore marchigiano richiamano l’arte di Gerardo Dottori che fu il primo futurista a rinnovare l’Arte Sacra, Nella mostra, dal titolo Seeing things in “black or white”, dal 19 maggio al 2 giungo, all’Hotel Alexander museum sono esposti più di 20 oggetti tra sculture e quadri della nuova collezione di Armeni, ispirata alle Avanguardie. L’inaugurazione sarà  il 19 maggio, alle ore 19,00. Intervengono: Conte Alessandro Narcuccci Pinoli, Hotel Alexander Museum Place, Andrea Carnevali, Critico e curatore della mostra, Dialogo con l’arte Walter Guido Armeni, scultore e Donatella Pazzelli, scrittrice camerte, Roberto Rossini, attore, Lettura dei testi,  Futurismo/Vorticismo, Derek Jan Barns, reading, Vorticism. Nell’esposizione, inoltre, si potrà vedere la scultura  Yin ([ín]) e Yang  ([jǎŋ]) che ha ottenuto il premio “InOpera 2010-Sulle grandi orme di Matteo Ricci”, a Palazzo Buonaccorsi di Macerata, consegnato da Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani.

Le opere hanno una grande energia perché riescono a fare dialogare le sculture con lo spazio scenico dell’albergo, moderno e accogliente, con la sintesi formale e dinamica della scultura futurista di Armeni. Sebbene futurista, la scultura conserva l’ “involucro” esterno, i rami e le foglie. La sagoma delle piante si riconoscono per mezzo di un’associazione, cioè una “macchia” bianca o nera oppure nei quadri bianco-azzurro. L’opera, inoltre, si sviluppa mediante l’alternarsi di cavità, rilievi, pieni e vuoti che generano un frammentato e discontinuo chiaroscuro fatto di frequenti e repentini passaggi dalla luce all’ombra del giorno o elettrica. Osservando il tronco delle piante per esempio sembra essere pieno, mentre muovendosi intorno alla scultura da sinistra a destra, si nota che il fusto è esile e la leggerezza della pianta è sorprendente. Così figura stilizzata dell’albero si modella a seconda dello spazio circostante ed assume così la funzione per così dire di plasmare le forme. Anche la linea di contorno si sviluppa come una sequenza di curve ora concave, ora convessa: in tal modo i contorni irregolari non limitano la figura come di consueto, ma la dilatano espandendola nello spazio. Le linee, che formano la chiama delle piante, avvolgono la sagoma dell’albero.

Lo stretto rapporto che intercorre tra la natura e la rappresentazione figurativa deriva da idee, da pratiche religiose e da teorie personali sul senso della vita. La successiva semplificazione delle immagini e i simboli grafici non hanno privato l’artista, tuttavia, della ricerca formale basata su schemi geometrici che caratterizzano, anche, le moderne opere figurative.