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Andrea De Luca

Verso (centro) sinistra e oltre. Il riposizionamento

Andrea OrlandoIn principio erano tre leader scissionisti, poi divenuti due, come due erano – fino a ieri – i candidati in corsa per la Segreteria, che da oggi diventano tre.
Dietro questi incidenti algebrici si cela, con ogni probabilità, il futuro del Partito Democratico e di una buona parte della sinistra italiana. Lo zoccolo duro della agguerrita minoranza “tricefala”, compattatasi nelle ultime settimane attorno alle figure di Enrico Rossi, Roberto Speranza e Michele Emiliano, è stato ridimensionato dal colpo di coda a sorpresa del governatore della regione Puglia. I tre, riuniti sotto l’egida di un perentorio “no” ad un Renzi-bis, sembravano aver trovato un’intesa nell’esigenza di riformare il partito a partire da un Congresso da tenersi nei mesi estivi, così da dare modo a tutti, nelle loro parole, di presentare idee, discutere approfonditamente e sfidarsi su un terreno equo. Ma, quando in seguito all’Assemblea del 19 febbraio, Emiliano ha annunciato in Direzione di non essere più intenzionato a lasciare il PD e, anzi, di voler sfidare il dimissionario Matteo Renzi per il ruolo di Segretario, lo scenario è mutato e il quadro è stato ridisegnato.
Al versante interno della competizione si è aggiunto, nelle ultime ore, il ministro della Giustizia (già nel governo Renzi ed ora nel governo Gentiloni), Andrea Orlando. Il guardasigilli, che già negli ultimi tempi aveva cominciato a esprimere, in maniera neppur troppo sommessa, le proprie perplessità verso l’operato degli ultimi esecutivi, specialmente dopo il flop della campagna referendaria, ha ufficializzato la sua candidatura davanti ai giornalisti e agli iscritti del Circolo PD Marconi, nella zona sud di Roma. “Non mi rassegno all’idea di non dare una risposta a quel segnale venuto dal voto del 4 dicembre” ha affermato Orlando, aggiungendo: “Non ci sarà la conferenza programmatica a precedere il Congresso? Allora la farò da me”, alludendo a un grande evento di partecipazione popolare, che avrà luogo nell’arco temporale che precederà le primarie Dem (la cui data è ancora da stabilire fra aprile e maggio) e che si svolgerà a Napoli “in quel Mezzogiorno dove più che altrove ha lasciato il segno questa crisi sociale”. Soggetto chiave, nelle parole di Orlando – che sembra aver già riunito attorno a sé il sostegno di importanti esponenti del PD fra cui Cuperlo, Damiano e Zingaretti – è il popolo; il “ritorno all’ascolto del popolo” come unico “antidoto contro i populisti”.
E di popolo aveva già parlato anche l’ex-premier Matteo Renzi, fisicamente estraniatosi dall’agone politico di queste ore e in viaggio “di studio” nel sud degli Stati Uniti, dichiarando come “su questi temi (popoli e populismi, nda) dovrebbe confrontarsi una forza che vuole ambire a cambiare l’Italia e l’Europa, non certo sulla data di un congresso o sulla simpatia del leader di turno”, quasi anticipando la risposta al suo nuovo competitor interno e, al tempo stesso, lanciando una stoccata ai detrattori scissionisti.
La reazione alla candidatura di Orlando passa anche per le parole di Emiliano, che ha commentato a caldo “Orlando è una brava persona, un uomo competente. Ha un solo difetto: ha fatto parte del governo Renzi fino ad oggi, e dunque, come sfidante di Renzi, devo capire ancora esattamente a quale obiettivo stia mirando”, aggiungendo tuttavia che “se fosse rimasto con Renzi sarebbe stato molto peggio […] Essere in due piuttosto che da soli, secondo me, è meglio”.
A sinistra del centro-sinistra, intanto, i fronti si ricompattano e le strategie cominciano a delinearsi con sempre maggior nitidezza. Nel fine settimana – o al più tardi entro fine mese – i fuoriusciti al seguito di Rossi e Speranza, fra cui i filobersaniani, presenteranno i nuovi gruppi parlamentari (si parla di 37 uomini a Montecitorio e una quindicina di senatori – “adesioni oltre le aspettative”, ha dichiarato con soddisfazione il deputato Nico Stumpo), di cui, con molta probabilità, faranno parte anche gli ex di Sinistra Italiana, in attesa di capire quale potrà essere e sarà la reale portata di questo nuovo soggetto politico.

Andrea De Luca

Nomine Campidoglio. Raggi e la ‘Matassa Capitale’

raggi-fasciaÈ un’indagine per reato d’abuso d’ufficio, allo stato ancora senza indagati, a colpire la giunta Raggi in una settimana delicata, che aveva preso inizio con le dimissioni dell’assessore all’ambiente Paola Muraro. L’inchiesta, viene fatto sapere, prenderà in esame tutte le nomine deliberate dalla sindaca e dalla sua squadra. I fascicoli ed il materiale saliente sono stati prelevati nella giornata di ieri dagli inquirenti in seguito ad un esposto presentato da Carla Romana Raineri, ex capo di gabinetto, che aveva rassegnato le proprie dimissioni nel mese di agosto in seguito a un intervento perentorio dell’Anac di Raffaele Cantone. Proprio in merito alla Raineri, la Raggi, intervenuta oggi sulla vicenda tramite una conferenza stampa estemporanea organizzata in Campidoglio, esprime le proprie perplessità: “È simpatico che tutto sia partito dall’ex capo di gabinetto (ovvero la Raineri, ndr) che fu nominata con una procedura diversa rispetto a quella che io avevo individuato, dunque con una forzatura a cui sono stata indotta […] È interessante notare come l’unica persona che sia stata nominata con una procedura irregolare stia levando gli scudi”.
Secondo quanto si apprende, l’attenzione dei pm Francesco Dall’Olio e Paolo Ielo, a cui è stato assegnato il caso, sarebbe concentrata principalmente sui nomi di Salvatore Romeo, capo della segreteria politica della sindaca, e Raffaele Marra, ora al dipartimento per il personale, oltre a quello della già citata Raineri. L’aspetto principe su cui la procura si troverà a dover fare chiarezza è quello della presunta esistenza di “corsie preferenziali”, fuori dal recinto della legalità, per favorire l’assunzione di un candidato a danno di un altro.
Dall’interno del Movimento 5 Stelle non filtrano comunque particolari allarmismi. La stessa sindaca ha parlato di “atto dovuto” e ha tenuto a precisare la trasparenza dell’operato della propria giunta in un tweet: “Perquisizioni? Nulla da nascondere. Messo a disposizione i documenti richiesti in assoluta serenità”.

Lo studio delle carte da parte degli inquirenti avrà inizio nei prossimi giorni, in concomitanza con la convocazione delle prime udienze per ascoltare eventuali persone “informate sui fatti”, al fine di sbrogliare la matassa capitale.

Andrea De Luca

Grillo e il MoV5Stelle. ‘Nettuno’ mi può giudicare

grillo-di-maio“Andrà avanti e noi vigileremo”. Virginia Raggi, sindaca di Roma, il soggetto della prima sentenza. Di più difficile identificazione quel plurale (maiestatis?) che Beppe Grillo scaglia dal palco di piazza Cesare Battisti, nel centro di Nettuno, piccolo comune del litorale laziale, a pochi passi dalla capitale. Chi comandi all’interno del Movimento 5 Stelle, chi prenda le decisioni in quello che si dichiara un “movimento di liberi cittadini” (guai! a tirar fuori la parola tabù ‘partito’), non era chiaro prima e, se possibile, lo è anche meno alla luce degli ultimi avvenimenti.
Esiste una stanza dei bottoni “a cinque stelle”? A giudicare da episodi passati riguardanti rimozioni, sospensioni, allontanamenti forzati di esponenti, o regole e codici di comportamento rigidamente calati dall’alto, per citarne alcuni, sembrerebbe difficile da negare. Ma chi spinga materialmente i bottoni pentastellati, resta di altrettanto ardua interpretazione. In parte per la confusione mediatica che puntualmente sorge intorno alle uscite pubbliche di esponenti del Movimento; in parte per quell’alone, un vero e proprio scudo di cui i membri di quest’ultimo si circondano e da cui traggono, forse, vicendevolmente forza per affrontare i tiri mancini delle opposizioni (per giunta piuttosto variegate, nel loro caso).

Il comizio di Nettuno, che nasce da uno spunto quasi casuale, da quella che in un primo momento sarebbe dovuta essere semplicemente la tappa conclusiva del tour “coast to coast” del deputato Alessandro Di Battista nelle piazze italiane, per la propaganda del NO al referendum costituzionale in autunno, regala conferme e qualche sorpresa. Quella più grande e più paradossale: Grillo. Un Grillo “parlante” che ultimamente sembrava destinato sempre più ad eclissarsi, salvo qualche sporadica apparizione senza il rilascio di dichiarazioni (come in occasione dell’elezione di Virginia Raggi e Chiara Appendino), quasi inghiottito, fagocitato dall’ingombrante Direttorio. L’ideatore del Movimento, probabilmente sollecitato dal momento critico vissuto dai suoi nella capitale, coglie la palla al balzo per tornare in scena di gran carriera, rispolvera il repertorio retorico riavvolgendo il nastro di una decina d’anni e manda in scena un vaffa-day in tono minore, un vaffa-happy hour piuttosto. Con tanto di insulto finale, in memoria dei bei tempi, al cielo di Nettuno. Non un discorso epocale, si può dire, ma un segno di vita importante, un colpo battuto per far percepire ancora la propria presenza.

Se Grillo, la mente, il fondatore, si riduce ad essere la sorpresa dello show a cinque stelle – uno scenario quasi impossibile da pronosticare solo qualche mese fa – la certezza è un’altra, anzi altre cinque. Il palco, a Nettuno, è tutto per le cinque stelle dei cinque stelle, la pentadirigenza, la nomenklatura 2.0: in una parola, il Direttorio. Di Battista, Ruocco, Sibilia, Fico e, soprattutto, quel Luigi Di Maio che all’inizio la piazza fatica ad applaudire in maniera unanime. La colpa, come si sa, quella di aver taciuto sulla posizione dell’assessora Paola Muraro, sebbene informato (il 5 agosto) della situazione giudiziaria da una lettera della collega Paola Taverna, e dunque, con la decisione di lasciar correre e non intervenire, di esser venuto meno a quei principi teorici di trasparenza e integrità a cui il M5S con tanto ardore afferma di rifarsi. Di Maio è giovane, giovanissimo, ma il lessico politico, il lessico del comizio, lo padroneggia già con sicurezza. E allora bastano un paio di riferimenti qua e là al “sistema dei partiti e dell’informazione legata ad essi”, rei di aver “montato un caso incredibile” nei suoi confronti e nei confronti del Movimento tutto, addolcite da un “ho commesso un errore” (come se fraintendere il senso della parola ‘indagata’ fosse una quisquiglia, per uno che, in fondo, avrebbe come incarico proprio quello di non fraintendere nulla, in un contesto simile) e la pace è presto fatta. Il gelo si tramuta presto in uno scroscio di applausi. Che aumentano, se possibile, agli sfoghi plateali del leader ritrovato: “dov’erano i giornalisti quando mafia capitale si mangiava Roma, dov’erano?”.
Chissà dov’era Di Maio, invece. E chissà dov’erano tutti gli altri e dove saranno nei prossimi tempi, che si prospettano tutt’altro che sereni per Roma e i romani, in primis. Speriamo solo non scivolino troppo in fondo alla trincea, ostile al confronto e alla comunicazione franca, dell’”onestà” presunta, rivendicata. La puerile trincea del “io buono, tu brutto e cattivo”, la trincea del pregiudizio. Da lì, un futuro stellato per la capitale sarebbe difficile vederlo.
Figuriamoci un futuro pentastellato.

Andrea De Luca

Maduro, Erdogan e la retorica della minaccia

erdoganA voler dare i numeri sulla situazione in Turchia basta ricordare poche cifre.
40 sono i giorni trascorsi dal fallito tentativo di golpe nella terra del Bosforo.
60.000 (e oltre) sono le persone che fra corpo militare, sistema giudiziario, incarichi civili e mondo dell’istruzione, il governo di Recep Erdogan ha fin qui arrestato, sospeso dalla propria carica o posto sotto indagine.
4262, invece, le istituzioni il cui servizio è stato ad oggi congelato.
Sui sottili (per usare un eufemismo) equilibri della politica interna turca si è abbondantemente discusso e le immagini del trattamento riservato ai putschisti nel post-golpe sono state per giorni sotto gli occhi di tutti.
Mostrare i muscoli, mettere in vetrina la propria virilità politica, sembra ormai un ritornello destinato ad imporsi sempre più come un trend nel prossimo futuro. L’ultimo, in ordine temporale, a ravvivare la sagra del machismo di Stato risponde al nome di Nicolas Maduro. In un discorso tenuto la passata settimana nella regione di Monagas, il presidente venezuelano, l’erede designato di Chávez, non ha lesinato convinte ostentazioni della propria forza. Cominciando, naturalmente, con l’ennesima rivendicazione sul successo nazionale dei CLAP.
I CLAP (comitati locali di razionamento e produzione), centri a gestione statale che prendono in carico il 70% della distribuzione del cibo nel Paese, non sono altro che l’ultima trovata di Maduro per tentare di tamponare la disperata emergenza in cui è sprofondato il Venezuela negli ultimi anni. Il politologo Luis Vicente Leon ha racchiuso la descrizione dell’efficienza dimostrata finora dai CLAP in una sentenza laconica: “L’unica cosa che distribuiscono è la carestia. E, per giunta, la distribuiscono male”. “Che ne sarebbe stato del Venezuela se non avessi ideato i CLAP?”, è però la domanda del presidente. Una domanda che sarebbe interessante rivolgere a quel 30% della popolazione venezuelana che, come rilevato da sondaggi Consultores, non supera i due pasti giornalieri da mesi e mesi, o a quel 70% che ha dichiarato di rinunciare ormai ad alimenti base come latte, zucchero o riso perché irreperibili o troppo cari. O perché no, a quei circa 500 bambini che un mese fa hanno iniziato a svenire nelle loro classi, per i morsi della fame, in un istituto cattolico della periferia di Caracas. E che importa se, come faceva notare già qualche mese fa dalle colonne di El Mundo la coordinatrice di Izquierda Democratica (Sinistra Democratica), Lisbeth Cordero, “con i CLAP si richiede di entrare in liste di attesa, mentre la fame del popolo non può stare ad aspettare dei turni”? O se Rafael Padrino, esponente dell’intellighenzia venezuelana già a giugno avvisasse di come “(i CLAP) si configurano come un malizioso strumento di addomesticamento sociale e politico […] come una nuova forma di apartheid”? A Maduro, certamente non rinomato per la sua considerazione verso le varie forme di opposizioni, sembrerebbe non molto. Non pago, rincara anzi la dose.

Ed eccoci tornare a Erdogan, all’asse immaginario Istanbul-Caracas. “In caso di golpe in Venezuela, mi comporterei più duramente di Erdogan”. E ancora: “Erdogan passerebbe per un lattante (niño de pecho) in confronto a ciò che metterebbero in atto gli uomini della rivoluzione bolivariana se l’opposizione osasse un golpe”. La gara tutta personale del clamore, la gara delle parole che materializzano fantasmi (e i fantasmi, si sa, una volta evocati sono difficili da scacciare), la gara della minaccia come mezzo privilegiato per il consolidamento della propria autorità bistrattata. La gara, insomma, a chi ce l’ha più grosso. Il pugno duro, s’intende.

Andrea De Luca

UKIP, il labile confine
fra successo e sconfitta

brexitVincere una battaglia ma perdere la guerra. Peggio. Vincere una battaglia e rischiare di non poterla neppure proseguire, la guerra. Pare riassumersi così il tragicomico destino dello UKIP. Il partito per l’indipendenza del Regno Unito, meglio noto in patria sotto l’acronimo di UKIP (United Kingdom Independence Party), si è ritrovato nel giro di un mese a passare dall’euforia smodata per il successo referendario del ‘Leave‘, il voto per l’uscita dall’Unione Europea, ad un clima di smarrimento e incertezza per quanto riguarda proprio futuro. I postumi di quella che sembrerebbe diventare per il partito ultra-conservatore una clamorosa vittoria di Pirro, rischiano difatti di relegare gli indipendentisti in un angolo buio del panorama politico britannico, da cui diverrebbe veramente arduo tornare a vedere la luce.

Il peculiare harakiri tutto made in UK ha inizio il 4 luglio con l’auto-decollazione, le dimissioni dell’istrionico leader Nigel Farage. Nella patria di Conan Doyle e della Christie non saranno di certo nuovi alle dinamiche del mistero, ma le cause reali dell’addio di Farage restano oscure ai più. “Ho raggiunto il mio obiettivo”, “non ho mai voluto fare il politico di professione”, “ora me ne posso tornare alla mia vita” e una serie di frasi, più o meno discutibili, su questa falsa riga sono tutte le spiegazioni che Mr. Brexit si è sentito di fornire alla stampa in merito alla propria decisione. Resta da capire chi sia in errore: siamo ormai troppo abituati all’idea della colla sulla poltrona per pensare che un politico possa davvero defilarsi dopo uno schiacciante successo? O forse – e questa appare la versione più plausibile – Farage non è mai stato quel capo illuminato di cui ora più che mai fra i seguaci dell’UKIP si avverte la mancanza?

È il maggio 2015 quando Douglas Carswell, unico parlamentare indipendentista eletto nella House of Commons, in un’intervista al Guardian afferma che Farage dovrebbe seriamente considerare l’idea di prendersi una pausa (“take a break“) e fare un passo indietro dai vertici del partito. E ancora, andando a ritroso nel tempo, dicembre 2014. James Kirkup dalle colonne del Telegraph non sceglie la linea morbida nel parlare di Farage e in un articolo dal titolo piuttosto eloquente “Nigel Farage non se ne sarà scolata una di troppo?” (“Has Nigel Farage had one too many?“), liquida quest’ultimo come un “beone abituale” (nel testo letteralmente “habitual boozer“) con scarse possibilità di fare una differenza reale nel futuro prossimo della politica inglese. Scarso appeal sulla nuova generazione e un elettorato dall’età media preistorica. Non esattamente le referenze di un perfetto candidato inquilino di Downing Street. Tanto più se, come già anticipato, la fronda interna è tanto autorevole quanto quella esterna.

Forse Nigel Farage non sarà stato il leader più irreprensibile della storia del Regno Unito, ma è impossibile negare che al termine dei suoi dieci anni consecutivi al timone (se si esclude una breve parentesi fra il 2009 e il 2010) ha centrato il bersaglio grosso. E allora viene da domandarsi se quella dello UKIP decapitato sia realmente una sconfitta o se piuttosto non sia l’unica forma plausibile di vittoria a cui il movimento fondato nel 1993 potesse aspirare. Ora che “la missione è compiuta”, ora che il primo punto sulla lista, evidenziato e cerchiato in rosso più e più volte, si appresta ad essere raggiunto, ora che il Regno Unito otterrà questa tanto agognata indipendenza, l’eclissi degli indipendentisti, in una sorta di vortice kamikaze degli eventi, non appare forse poi così assurda, soprattutto per un partito che conta poco meno di 4 milioni di elettori e un solo seggio all’attivo. Un big crunch politico. Raggiunto l’apice, l’espansione massima, pare giunto il momento dell’involuzione, del ritorno all’origine. E ora che anche la Tory neo-eletta premier Theresa May sembra aver sposato la linea del “Brexit means Brexit” (“Brexit significa Brexit”), come fa notare Matthew Goodwin, docente dell’università di Nottingham, nonché uno dei massimi esperti in circolazione sulle vicende di casa UKIP, resta solo da capire quanto bisognerà attendere per il ritorno a casa dei figlioli prodighi, per il riassorbimento nelle file dei conservatori. Salvo colpi di scena dell’ultimo minuto. Che con un personaggio come Farage (e una pinta di birra sotto mano, magari) pare difficile escludere in maniera definitiva.

Andrea De Luca