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Andrea Ermano

La sinistra e l’auto-rottamazione

Il renzismo mostra i suoi limiti, com’era inevitabile. E dopo questi due anni perduti non sarà agevole affrontare il mare mosso su una nave istituzionale malsicura. Ma proprio perciò occorreranno misura e senso di responsabilità.

Un dubbio serpeggia ai piani alti del renzismo, dubbio “ovvio e intuibile”, che l’autorevole opinionista Folli riassume così: “Se l’Italia scivola un passo dopo l’altro verso i Cinque Stelle, l’Italicum rischia di consegnare ai seguaci di Grillo le chiavi di Palazzo Ghigi”.Bé, con tutto il rispetto, c’è gente che, quel dubbio ovvio e intuibile, lo evidenziava fin dall’inizio della vicenda renziana. Rosi Bindi, per dire, ha varie volte descritto l’Italicum come un’autostrada plebiscitaria verso un esecutivo populista. E su queste colonne abbiamo pubblicato numerose note “anti-Italikum” redatte da Besostri, l’avvocato socialista co-autore del ricorso contro il Porcellum.

Ma, allora, com’è mai possibile che un fattore politico di tali proporzioni sia rimasto celato alla consapevolezza dei piani alti del renzismo fino alla “non vittoria” delle Comunali di domenica scorsa? Laddove poi anche il come e il percome importano in fondo ormai poco, essendo invece determinante il che.

Il che evidenzia qualcosa di sconclusionato al vertice del PD: “Come se un partito fosse soltanto un riflesso del governo e come se vivesse di performance invece che di interessi legittimi, di improvvisazioni estemporanee invece che di tradizioni e progetti”, denuncia Ezio Mauro.

Ciò sarebbe già abbastanza grave di per sé, considerandone gli effetti sul governo del Paese. Ma il problema è più inquietante, dacché questa “maggioranza” si è messa a smanettare con la legge elettorale e la Costituzione repubblicana. Scriviamo “maggioranza” tra virgolette, trattandosi in realtà di una minoranza geneticamente modificata dalla precedente legge elettorale incostituzionale, il Porcellum, la quale poneva un ricattatorio “potere di nomina” nelle mani dei capipartito. E ciò sia detto senza contare che si sono mobilitati argomenti populistici (l’abolizione delle Provincie, l’abolizione del Senato) per cavalcare la (giusta) indignazione popolare in vista però di una revisione costituzionale ed elettorale alquanto dubbiosa.

Se non è bello modificare la legge elettorale o la Costituzione a colpi di “maggioranza” (cioè di minoranza), ci si può domandare quale sarebbe (o sarebbe stata) la via maestra. A nostro giudizio, si sarebbe dovuto imboccare un percorso analogo a quello del 1946, con l’elezio­ne proporzionale di un’Assem­blea costituente vincolata ad alcuni man­dati popolari. Allora si trattava di scegliere la forma di Stato (monar­chia o repubblica), oggi le opzioni s’impernierebbero per esempio sulla struttura parla­men­tare (bicamerale o monocamerale) e sulla forma di governo (parlamentare o presidenziale). La strada maestra di una Costituente non si è percorsa. Ma forse alla fine si dovrà percorrere, qualora al referendum di ottobre prevalesse il No (dixi et servavi animam meam).

Non sarà agevole affrontare il mare mosso su una nave istituzionale malsicura. E dunque, come si capisce, i due anni di renzismo, perduti, oggi pesano e domani peseranno ancor di più.

Che si stia navigando verso il mare mosso, è evidente. Da Rosarno i dispacci d’agenzia segnalano: “rissa tra braccianti nella tendopoli”. Un carabiniere ferito “ha sparato e ucciso un immigrato”. La dinamica dell’episodio sarà oggetto d’indagine giudiziaria, ma sulle circostanze della rissa sorge una domanda: che ci facevano questi “braccianti” in una “tendopoli”? Non stiamo parlando di studenti della Bocconi che un po’ lavorano ai raccolti agricoli e un po’ campeggiano in riva al mare. Stiamo parlando di lavoratori agricoli precari che sono “immigrati” e che vivono letteralmente accampati tra teli tenda da anni.

Foto di Andrea Rocchelli

Nella tendopoli di Rosarno (particolare) – Foto di Andrea Rocchelli

Andrea Rocchelli, Nella tendopoli di Rosarno (particolare)

La foto qui sotto appartiene a un servizio realizzato a Rosarno alcuni anni fa da Andrea Rocchelli, un giovane e valente fotografo ucciso in Ucraina al quale abbiamo dedicato il presente numero.

Basta questa immagine a fornire un’idea abbastanza precisa delle cause che rendono non contenti i lavoratori immigrati di Rosarno. E qui vale la pena svolgere una breve considerazione sulla strategia delle destre politiche ed economi­che. Le quali mirano a usare i migranti come esercito di riserva tramite il quale rafforzare il dumping salariale sui lavoratori autoctoni e, insieme, puntano a strumentalizzare i lavoratori autoctoni come vettore di pressione xenofoba sui migranti.

Voi pensate che questa strategia sia stupida perché conduce alla radicalizzazione del disagio sociale? Ma tanto peggio, tanto meglio: nel calcolo cinico e neo-populista delle destre basterà attendere che la “radicaliz­za­zio­­ne” degli immigrati si “islamizzi” e quella degli autoctoni si “fascistoi­diz­zi” (“lepenizzi”, “salvinizzi”, ecc.). Ed ecco che il problema esce magicamente dall’orizzonte delle politiche sociali e sindacali per essere sussunto a titoli immaginifici come “scontro di civiltà”, “guerra di religione”, “lotta titanica al terrorismo” eccetera. Il risultato sarà quello di de­sta­bilizzare dalle fondamenta ogni ragionevole proposta politica. Ma intanto i profitti di lor signori sono assicurati.

Così si scherza con il fuoco, ovviamente. Ma oggi in Europa la lista dei giochi proibiti si allunga di giorno in giorno: lo sgoverno anarco-capitalista dell’economia è intessuto di speculazioni finanziarie; gli scenari collegati a una possibile Brexit si coniugano alle grandi manovre militari nel Nordest continentale, sicché perigliosamente ci approssimiamo al rischio combinato di una disunione europea e di un “contatto” tra grandi potenze nucleari.

Ma fermiamoci qui. La sensazione predominante è che superficialità e frettolosità non re­gnino sovrane solo da noi. E anzi l’Italia, come pur talvolta accade, appare il peggior paese d’Europa, fatta eccezione per quasi tutti gli altri. Alla fin dei conti, il nostro centro-sinistra è messo meglio che altrove e “unito potrebbe essere ancora – forse – la spina dorsale del sistema politico e istituzionale”.

Certo, il renzismo ha ormai mostrato i suoi limiti, com’era inevitabile. Renzi dovrà decidere se dare fuoco alla casa e auto-rottamarsi oppure superare il proprio atteggiamento divisivo, riaprendo un dialogo con le componenti di sinistra, all’interno e al di fuori del suo partito.

Il senso della misura e della responsabilità consiglierebbero a tutti uno sforzo di riflessione unitario. Perché ogni grande disastro ha una ricetta relativamente semplice, ma infallibile: soprav­valutare le forze proprie sottovalutando del pari l’entità dei problemi da affrontare.

Andrea Ermano
da L’Avvenire dei Lavoratori

Migranti, quando a Zurigo
davano la ‘caccia’ a noi

Minatori italiani

Minatori italiani

Questa settimana un lettore, esponendo alcune riserve sulla linea editoriale “filo-migranti” dell’ADL, mi ha scritto di ritenere che tanta debolezza sia da attribuirsi alla mia non più giovane età, per causa della quale sarei indotto a trascurare i molti effetti negativi prodotti dall’immigrazione, tra cui: “a) La mamma italiana che non trova posto nell’asilo nido per il figlio perché sopravanzata in graduatoria da famiglie immigrate; b) La competitività al ribasso sui salari portata dagli immigrati; c) L’ordine pubblico”.

A parte che le parole sono pietre, visto che parliamo d’età non più giovane, mi pare opportuno menzionare la fondazione della nostra testata, avvenuta nel 1897. Soprattutto perché quell’evento incrocia il secondo dei punti sollevati, ossia la “competitività al ribasso sui salari portata dagli immigrati”.

In quell’epoca lontana, ma anche vicina, gli immigrati eravamo noi italiani. Alla fine del luglio 1896 nel quartiere popolare “Aussersihl” di Zurigo si scatenò una vera e propria caccia all’immigrato (cioè all’italiano) che culminò in episodi di guerriglia urbana e tenne occupate le forze dell’ordine zurighesi per diversi giorni.

I lavoratori italiani furono accompagnati fuori città, insieme alle loro famiglie, sotto scorta armata, in diverse migliaia. Altrimenti il rischio era di venire ammazzati di botte per strada.

Accadde, quell’esplosione di violenza, a causa della “competitività salariale”? In parte sì. E i nostri predecessori di allora, Serrati e Greulich, risolsero che fosse giunto il momento di procedere alla costruzione di un sindacato di lingua italiana in Svizzera, il cui organo di stampa sarebbe diventato proprio L’ADL, che all’epoca nacque recando il titolo un po’ incendiario de “Il Socialista”, ribattezzato due anni dopo nel più moderato “L’Avvenire del lavoratore”, con la dicitura al singolare declinata infine al plurale nel 1941 da Ignazio Silone “L’Avvenire dei lavoratori”.

Corriere della Sera 1896 - Caccia agli italiani a Zurigo

Domenica del Corriere 1896 – Caccia agli italiani a Zurigo

Venne, dunque, fondato insieme a questo giornale il sindacato di lingua italiana in Svizzera. E fu posta la parola “fine” alla concorrenza salariale al ribasso.

Scomparve del pari la xenofobia? Tutt’altro. Quella ci ha sempre accompagnati, giorno dopo giorno, per tutti questi centoventi anni. Durante i quali la comunità italiana, in quanto comunità di migranti, non ha per nulla portato “effetti negativi” alla società ospite e anzi ha dato ben più di quanto abbia avuto, come sempre accade in “esilio”: Tu proverai sì come sa di sale… lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.

Quanto alla mamma italiana deprivata di posto all’asilo per il figlio italiano, quanto al dumping salariale e alle questioni di ordine pubblico, è bene dirlo con chiarezza: non si tratta in nessunissimo modo di fenomeni “prodotti” dai migranti. Non serve avere letto Carlo Marx per comprendere come alla base di ciò stiano politiche economiche molto ciniche o anche solo molto stupide. Perché i problemi reali restano tali finché non vengono affrontati in un altro modo… e risolti.

In che modo?

L’ipotesi intorno alla quale stiamo ragionando è l’istituzione di un “Esercito del lavoro”, secondo l’idea illustrata da Ernesto Rossi nel suo celebre saggio del 1947, Abolire la miseria (ripubblicato da Laterza a cura di Paolo Sylos Labini).

Oggi questo “Esercito del lavoro” andrebbe strutturato in due grandi organizzazioni del Servizio civile, l’una sostanzialmente riservata a cittadini italiani, giovani o disoccupati, e collegata a un salario di cittadinanza; l’altra focalizzata sui migranti e strutturata anch’essa lungo un percorso di lavoro e formazione in una credibile prospettiva di inserimento nella società ospite.

Con il sostegno di un ‘Esercito del lavoro’ sarebbe relativamente facile aprire e gestire un numero congruo di asili, superare il problema della concorrenza salariale al ribasso, affrontare con efficacia anche molti altri problemi, non da ultimo quello del controllo territoriale a sostegno delle forze dell’ordine, per esempio sui treni e nelle stazioni ferroviarie. Senza contare il drenaggio dei canali di Venezia, l’imbrigliamento dei torrenti di montagna, un fattivo sostegno alle opere di riconversione eco-compatibile e tutta una serie di altri interventi che non vengono nemmeno “percepiti” dal libero mercato essendo essi eterogenei rispetto al criterio unidimensionale del massimo profitto.

Progettare e attuare politiche sociali di grande respiro sarebbe oltre tutto necessario affinché non cali su di noi, ma soprattutto sui più giovani, una nube di rassegnazione e risentimento. Anche perché assisteremmo allora al trionfo del populismo che mesce i rancori e moltiplica i problemi.

Inversamente, se in un Municipio, in una Regione o sul territorio della Repubblica l’esperimento di un “Esercito del lavoro” iniziasse, sarebbe poi possibile immaginarne un’estensione europea con gran vantaggio di tutti. Ovviamente, occorrerà ancora discutere in modo approfondito di finanziabilità, ma anche di strumenti economici innovativi, come appunto il salario di cittadinanza, l’introduzione di monete locali, la regolamentazione di banche del tempo.

A questo punto il nostro lettore potrebbe ribattere: “Magnifico. Ma è wishful thinking.” Perché le belle utopie, quando atterrano sulla realtà, si aggrovigliano non poco, diventando intrattabili, come le mamme italiane dell’oggi (non quelle ipotetiche del futuro) che se la prendono con le mamme immigrate dell’oggi sui posti in asilo oggi mancanti…

Sì. La realtà. Senza dubbio. Ma la realtà sarebbe soprattutto e anzitutto questa: che è una vile ingiustizia prendersela con gli immigrati. Non loro producono il dumping salariale, la mancanza d’asili, la precarietà dell’ordine pubblico, dove sussiste. E noi sfidiamo chiunque a dimostrare l’accusa con dati e cifre alla mano.

Dopodiché, in tema di realtà, anche l’essere umano è quel che è: un animale che predilige gli alibi d’odio e disprezzo contro lo straniero all’uso adulto del proprio sano intelletto. Sicché nel momento in cui questa “realtà umana” (cioè questa nostra stupidità, in fondo) non ha ancora determinato ogni sua conseguenza, noi, dimentichi del benessere in cui ci culliamo, già diamo fuoco alle ultime chance per lo scegliere piuttosto la cecità che il vedere l’effetto vero dei nostri stessi atti.

Ciò detto, vorrei menzionare qui un incontro tenuto a Verbania il 1° maggio dove abbiamo discusso di questi e altri temi collegati alla lunga crisi politica attuale nell’ambito di un bel convegno promosso dal locale Circolo Arci nel 70° dalla scomparsa di Zappelli, “il sindaco delle due libertà”.

Luigi Zappelli (Vigone di Verbania 1896 – Losanna 1948) era stato emigrante a Losanna agli inizi del Novecento, poi sindaco della sua città natale fino all’avvento del fascismo, quindi di nuovo emigrante a Losanna, dove svolse un’intensa attività politica nell’organizzazione socialista del Centro Estero, trasferitasi da Parigi a Zurigo nel 1941 in seguito all’occupazione nazista della Francia.

Dopo la Liberazione Zappelli rientrò in Italia, entrò a far parte della Costituente e fu rieletto sindaco finché – provato da una vita intensamente dedicata alle idee in cui credeva, alla giustizia e alla libertà – cedette in salute. Nell’agosto del 1948 si ammalò gravemente d’otite, complicatasi in meningite, fu portato a Losanna e operato, cadde bruscamente in coma nel tardo pomeriggio dell’8 agosto e si spense all’indomani, all’età di 62 anni.

Il convegno di Verbania è stato organizzato da Gianni Natali insieme al sindaco emerito Mino Ramoni, autore di una preziosa serie di saggi dedicati alla storia del socialismo cittadino (“Verbania documenti”).

Insieme a chi scrive, sono intervenuti al convegno: Felice Besostri, ex senatore diessino nonché avvocato socialista assurto agli onori delle cronache per il ricorso in Corte Costituzionale che portò all’abrogazione del “Porcellum”, Giovanni Alba, assessore al Patrimonio, e Greta Moretti, consigliera comunale del PD. Le conclusioni sono state pronunciate da Giuseppe Mantovan, segretario generale della CGIL Novara-Vco.

A questi cari compagni e a tutti gli intervenuti vorrei esprimere un ringraziamento particolare per il livello e la serietà del confronto.

Andrea Ermano
(Editoriale dell’ADL, titolo originale “I Migranti e gli Autoctoni”)


Immigrati italiani in Svizzera

La “saldatura”. Migranti di ieri,
autoctoni di oggi

Le politiche migratorie applicate in Europa hanno avuto finora l’effetto di rafforzare la rigerarchizzazione delle nostre società. In cima alla piramide sociale globale sta un ottimato d’individui e gruppi economico-finanziari molto danarosi e potenti, variamente intrecciati con patriziati “autoctoni” che stanno in cima alle strutture del potere nazionale. Sopra gli ottimati globali pare esserci ormai soltanto Dio, che già ne sente però il fiato sul collo. Sotto l’Altissimo, gli ottimati e i patriziati ci sono le medie e le piccole borghesie occidentali. Più sotto ancora gli strati popolari “autoctoni”.
Tutti questi sottostanti “autoctoni” formano un inedito aggregato interclassista, composto da corpi un tempo disomogenei, per non dire antagonisti tra loro. Oggi sono tutti “cittadini autoctoni”. E intorno a essi si sono assiepati, o sono stati fatti assiepare, i “non-cittadini non-autoctoni”: una cintura sociale d’immigrati destinati a lavorare in condizioni di minorità.
La minorità dei lavoratori immigrati nasce, formalmente, dal non godere essi di tutti i diritti di cittadinanza. Una minorità “formale” che si traduce poi però inevitabilmente in minorità anche economica, formativa e sociale, cui conseguono episodi persistenti di marginalizzazione, esclusione e discriminazione.
La discriminazione degli “ultimi” finanzia una serie di piccoli privilegi per i “penultimi”, i quali a loro volta vengono sottoposti da decenni a un processo di proletarizzazione, precarizzazione e pauperizzazione.
Come si vede, sono qui in gioco due transfer di ricchezza: l’uno prende ai sottostanti in generale per arricchire i super-ricchi soprastanti; l’altro meccanismo di trasferimento prende invece agli “ultimi” per risarcire (parzialmente, miseramente, simbolicamente) i “penultimi”, cioè i ceti medi e popolari “autoctoni”.
La propaganda ideologica populista alligna in gran parte nei meccanismi del secondo trasloco di beni, quello che ha luogo dagli “ultimi” ai “penultimi”.
Nelle società europee contemporanee gli stranieri “ospiti” vengono complessivamente gerarchizzati secondo anzianità d’immigrazione e luoghi di provenienza, criteri che a loro volta si combinano con il grado d’istruzione individuale, la conoscenza della lingua locale, certe abilità, eccetera.
Sempre più massicciamente agli stranieri “regolari” si sono (o sono stati) affiancati gli “irregolari”, i “clandestini”, i sans papier. Questi sono gli “ultimissimi” ed essi, per parafrasare il grande Silone, stanno molto sotto ai cavalli da corsa, ai cani da passeggio e ai gatti da salotto dei patriziati autoctoni. Stanno sotto persino ai cafoni “autoctoni”, che pure ritornano lentamente ma inesorabilmente al livello sociale zero da cui erano evasi con la Liberazione.
L’ordine costituzionale che era uscito dalla seconda guerra mondiale e che sanciva l’uguaglianza di tutti i cittadini in quanto titolari di eguali diritti si rattrappisce vistosamente, sostituito da una ri-gerarchizzazione caotica e altamente pericolosa. Non solo continuano a esserci cittadini e cittadini, ma anche cittadini e… non-cittadini. E poi financo non-cittadini di serie A, B, C e così via. Perché sempre nuovi non-cittadini, nuovi stranieri, nuovi paria, nuovi schiavi entrano in gioco. Un gioco che, a ogni ondata migratoria, incrementa l’inesorabile – ora sottile, ora sprezzante – discriminazione con cui vengono “accolti” gli ultimi arrivati, le loro famiglie, i loro bambini.
Con l’arrivo d’immigrati provenienti dalla nazione islamica questo sistema di gerarchizzazione, apparentemente indistruttibile, sembrò raggiungere il suo punto di massima perfezione.
Di lì in poi il conflitto sociale poteva essere riformulato in termini di mamma li turchi, battaglia di Lepanto ecc. Così, invece di dover contrattare aumenti salariali con gli “autoctoni”, li si poteva convogliare emotivamente in fantastiche campagne contro le moschee, i minareti e gli infedeli…
In Italia, ricordate, abbiamo assistito all’impiego di maiali leghisti, cioè di suini in carne ed ossa fatti passeggiare, pisciare e cacare – a scopo dissacratorio preventivo – su quei terreni in cui era stata autorizzata l’edificazione di moschee. In Svizzera, patria della democrazia diretta, fiorivano intanto iniziative su iniziative referendarie anti-stranieri. La destra populista di altri paesi colse fior da fiore gli “empi esempi” e in Germania nord-orientale si diffuse financo l’uso d’incendiare baracche di profughi, preferibilmente di notte, con dentro donne vecchi e bambini, in perfetto stile Ku-Klux-Klan.
Intanto veniva avanti un conflitto “titanico”, così lo definì George W. Bush, tra Jihadismo e Occidente.
Oggi si dice delle guerre sulla sponda sud del Mediterraneo che esse riguardino in ultima analisi “solo” problemi di egemonia interni al mondo mussulmano. Per capire che le cose non stanno così, basterebbe pensare all’Iraq e alla Libia. Senza contare che persino nei teatri più strettamente connessi alla lotta per l’egemonia interna all’Islam le varie fazioni combattono anche per “decidere” la strategia da opporre all’Occidente, vuoi nel concreto contrasto post-coloniale circa la proprietà e l’uso delle risorse, vuoi nel conflitto culturale globale d’ispirazione apocalittica circa la destinazione della Storia e dell’Uomo presi in mezzo tra Spirito, Natura, Ragione, Rivelazione, Salvazione e Perdizione. Temi oggi considerati noiosissimi, di cui si parla poco persino nelle aule universitarie e sulle pagine culturali dei giornaloni.
I giornaloni! Il fatto che non ti spieghino mai nulla con chiarezza e che invece confondano regolarmente le carte comprova la loro vergognosa vocazione di asservimento all’anarco-capitalismo straripante, una forza cieca e incapace di sostituirsi alla politica che però tenta in ogni modo di devastare al solo scopo di non cambiare niente.

Due grandi emergenze neofasciste si stagliano sullo sfondo di questa nostra contemporaneità stupidissima e tragica: da un lato c’è il neofascismo di marca populista occidentale che fomenta la guerra anti-islamica promettendo un residuo benessere ai “penultimi”; dall’altro lato c’è il clerico-fascismo islamista che rifrange gli interventi armati occidentali nella forma asimmetrica del terrorismo globale, promettendo agli ultimissimi di salvaguardare la loro miserabile dittatura misogina sulle ultimissime.
Quindici anni dopo l’attentato alle Twin Towers è maturata sopra l’Europa una temibile costellazione: a) nell’ulteriore peggioramento delle condizioni geo-politiche dentro l’area euro-mediterranea si sono installate le scuole d’odio dell’Isis; b) nell’ulteriore proletarizzazione, precarizzazione e pauperizzazione delle classi medie “autoctone” si vanno a ingrossare le fila populiste; c) nell’ulteriore aggravamento delle pratiche di marginalizzazione, esclusione e discriminazione riguardanti le masse immigrate continua a incubarsi potenziale manodopera terrorista.
Finché l’esportazione della “democrazia” (ma soprattutto l’importazione di materie prime) comportava l’ammazzamento di decine di migliaia di civili chissà dove… Finché veniva accoppato Olof Palme, o Rabin, o qualche mezzo centinaio abbondante di giovani antirazzisti… Finché le tremende tensioni interne ed esterne andavano a scaricarsi sugli USA o su Israele… Fin lì, a noi euroscettici, che ce ne calava, di tutto ciò?
Oggi però assistiamo alla “saldatura”.
Il rimbalzo caotico dei nostri export/import geo-politici si ricombina con gli effetti della lotta di classe condotta “dall’alto” contro i ceti medi inquieti e tutto questo si salda con gli effetti di una xenofobia massiccia, cinica e totalmente priva di pudore.
Questa saldatura ha portato agli orrendi attentati di Parigi e di Bruxelles. Ed essa potrebbe portare a eventi ancor più luttuosi, se andiamo avanti così. Ieri le autorità belghe temevano per le centrali nucleari. Il domani, lungo questa escalation, potrebbe riservarci tremende sorprese. Anni fa da Assisi l’ex ministro della difesa americano Robert McNamara ci metteva in guardia dal rischio di subire attacchi nucleari “sporchi” nelle nostre città.
È questo ciò che vogliamo?!
Lo otterremo, se non respingeremo le pulsioni oscure che ci abitano e che tendono a perderci sia nel conflitto geo-politico, sia nella spirale delle misure recessive e antisociali, sia nella deriva d’odio populista e xenofobo che incede verso il baratro, mano nella mano con lo stragismo di marca jihadista.

Andrea Ermano

L’AVVENIRE DEI LAVORATORI

Allons Enfants

Loro sono giovani criminali europei. Questo sono, e definirli altrimenti non ci aiuterebbe a decifrare il venerdì nero di Parigi. Non più di quanto quarant’anni fa poteva servire una sofisticata analisi delle teorie rivoluzionarie dietro alle quali si nascondevano gli assassini di Aldo Moro e della sua scorta. Vili azioni criminali da perseguire, senza dispute dottrinarie, laicamente, senza teatralità o frasi storiche. E senza cadere nella tentazione emergenziale.

    All’epoca, contro le Brigate Rosse fu messo in campo, sul piano culturale, il “pensiero debole”, che scalzò l’egemonia marxista e agevolò il “riflusso”. Nel nostro “quotidiano” di allora ogni rigida serietà divenne oggetto di minuziose pratiche ironizzanti. L’allentamento delle strutture sociali “forti” subì un’ulteriore spinta. E così, dieci anni dopo il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, verso la fine degli anni Ottanta, i brigatisti apparvero a tutti come residuati di arcaiche glaciazioni novecentesche: tragici prigionieri di una fiaba idiota, fatta di chiasso e furore che non significava più nulla.

    Però, da allora il rilasciamento dei costumi e un certo edonismo militante ci accompagnano… In origine questi fenomeni furono attribuiti alle responsabilità del Governo Craxi e del nuovo corso socialista… Qual enorme sopravvalutazione! La “società liquida” ha continuato a liquefarsi anche dopo l’inabissamento del PSI e dell’intera Prima Repubblica. I mega-trend planetari procedono imperterriti, né si curano dei nostri governi, partiti, correnti e sottocorrenti.

Oggi il fenomeno terroristico globale produce, al ritmo di circa due attentati all’ora e migliaia di morti l’anno, una carneficina permanente. Ce ne accorgiamo solo se e quando questo fenomeno percuote le nostre città.

    Nelle nostre città, secondo Rossana Rossanda, gioca un ruolo importante il disagio sociale: integrazione è spesso sinonimo di frustrazione. Molti giovani musulmani europei si vedono progressivamente defraudati delle loro chances a causa delle diffuse discriminazioni che essi subiscono e che si ricombinano con la lunghissima crisi economica in atto, gran fomentatrice di xenofobia.

    Ma c’è un “ma”.

    I terroristi di oggi “non sono i dannati della terra. A giudicare dai casi passati non sono neppure i più poveri”, riflette Rossanda: “Non posso pensare che siano tutti mussulmani integralisti che si fanno uccidere perché sarebbero accolti da bellissime vergini. È un fenomeno che nel ‘900 non c’era, e c’è la necessità di capire come e perché avviene”.

    Se, come suggerisce la psicoanalista Elisabeth Roudinesco, proviamo a scindere la nozione di “disagio sociale”, inteso in senso strutturalmente economico, da una dimensione di horror vacui, ciò che ci si configura sul monitor è un’immagine di panico terrore: “Il terrore di perdere la famiglia, il padre, la nazione, tutto”.

    Ecco allora una doppia simmetria tra polarità esteriormente contrapposte, ma intimamente alleate: la simmetria “islamismo vs. razzismo” e la simmetria “disagio sociale vs. horror vacui”.

    Che islamismo e populismo siano due facce della stessa crisi dovrebbe apparire assolutamente chiaro a chiunque. Basta rendersi conto che il voto popolare francese (ma non solo francese) tende a smottare tutto a destra: “Marine Le Pen ha surrogato i valori di sinistra sostituendoli con dei falsi. È questa la nuova peste politica che non a caso si nutre e prende forza da ogni attacco dell’islam radicale. Si fanno forza l’un con l’altro”, ragiona Roudinesco.

    L’escalation delle due estreme destre opposte-e-alleate – il fondamentalismo islamico e il populismo europeo (laddove quest’ultimo coincide per lo più con il tradizionalismo cristiano) – contiene un “minimo comun denominatore” che lega entrambi i fenomeni a un totale, violento rifiuto dello Stato laico. Ché quest’è la Francia nell’immaginario collettivo di tutti noi: lo Stato laico per antonomasia.

    Agli occhi di ogni teologia politica fascistoide, il pluralismo delle opzioni, delle preferenze e delle inclinazioni personali – costituzionalizzato dopo il 1945 secondo un principio fondamentale di intangibilità della dignità umana – viene percepito come vettore di una vera e propria dissoluzione nichilistica (beninteso, il nichilismo avanza al galoppo nelle nostre società, ma certo non a causa dal rispetto, lacunoso, dei diritti umani).

    Insomma, non siamo davanti soltanto al problema di un’integrazione fallita, quindi, ma anche a quello di un simmetrico rifiuto verso qualsiasi integrazione. Questi “sparano perché hanno paura dell’integrazione”, conclude Roudinesco: “resistono a modo loro”, reagendo in modo inaccettabile all’horror vacui di un modello sociale a sua volta assurdo, imperniato com’è sull’individualismo più sfrenato e insofferente di ogni remora.

    Come scacciare l’immagine nietzschiana dell’Uomo folle che irrompendo sulla piazza del villaggio globale nell’era del suo sfarinamento relativista a propulsione turbo-finanziaria per proclamare che Dio è morto?

   Consideriamo che – se Dio è morto, se tutto è permesso, se ogni perentorietà viene edipicamente sospinta verso un “oltre” indefinito e angosciante – allora dietro l’angolo ci aspetta una nuova weimarizzazione delle Grandi Insicurezze europee.

    Questo, e non l’Isis, pare a me il nostro problema più serio. Perché la destra estrema – nelle due componenti predette – ha buon gioco a rivendicare il ritorno del Padre Padrone, sia esso inteso nel senso del tradizionalismo europeo sia in quello del fondamentalismo jihadista. Ovviamente, non ci sarà alcuna restaurazione patriarcale, ma in compenso l’escalation tra i rivali-alleati – populisti e islamisti – rischia di trascinarci in una conflagrazione assolutamente psicopatica.

Molti commentatori in questi giorni inneggiano alla “guerra”, non però gli esperti di questioni strategiche e geo-politiche: «La bandiera nera non sventolerà in Piazza San Pietro né in nessuna capitale occidentale. Il nostro destino dipende da noi. I terroristi suicidi vogliono spingerci al suicidio civile e politico, alla “guerra santa”». Così riassume i termini della questione Lucio Caracciolo.

    Bando, dunque, alle retoriche militariste. E bando alle doppiezze: a quelle della “famiglia sunnita di stampo waabita” (Emma Bonino), ma anche a quelle di molti altri Paesi che vendono armi e comprano petrolio dall’Isis (Giovanni Salvi).

    Né l’intera Europa né gli USA né la NATO possono uscire vittoriose da un terzo conflitto mesopotamico (che per altro è esattamente ciò a cui puntano gli strateghi islamisti). Se Obama, Putin e Hollande si coordineranno, in tempi ragionevoli il “Califfo” sarà messo in ginocchio (Romano Prodi). L’Occidente deve solo evitare di colpire le popolazioni civili inermi. Una ricomposizione della guerra civile siriana è ormai alle viste, dopo il “passo indietro” preannunciato da Assad.

    Nel nostro Continente dobbiamo del pari guardarci dalla cultura dell’emergenza (Sergio Romano), coordinare i servizi d’intelligence (Enrico Letta) e sconfiggere il razzismo (Bernard-Henri Lévy).

    E la Francia, dove nacque l’esercito di leva della Rivoluzione, può procedere oggi a una trasformazione di quel glorioso ideale del patriottismo democratico: la promozione di un “esercito del lavoro” europeo capace di prosciugare la disoccupazione fornendo a tutti i giovani occasioni di esperienza e apprendimento finalizzate ad aggredire in positivo le sfide globali.

    Come sostiene Jacques Attali, l’Europa può ritornare grande se sceglie la grandezza dell’altruismo, se indica al mondo una via d’uscita dall’attuale crisi, una via diversa dal conflitto di civiltà, nell’accudimento dell’ambiente, nella solidarietà sociale e nell’accoglienza dei migranti che continueranno comunque ad approdare alle nostre frontiere.

Andrea Ermano
L’Avvenire dei Lavoratori

Crispi, Scalfari e il Rottamatore

Domenica scorsa Scalfari ha ‘revisionato’ l’immagine storica di un uomo politico italiano nato nel 1818 e morto nel 1901, Francesco Crispi, che il Fondatore della Repubblica associa a Bettino Craxi, a Mussolini, a Berlusconi e anche a Matteo Renzi: “Personaggi che provenivano tutti dal socialismo e che instaurarono qualche cosa che somiglia molto alla democratura”.

Tesi inopinata e strana. Vediamo meglio.

Crispi nacque politicamente liberale, divenne poi repubblicano, non fu mai socialista e abbandonò Mazzini subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia diventando monarchico, talché i Savoia lo nominarono due volte Capo del Governo. Nel corso del suo secondo mandato esecutivo si distinse per alcune riforme sociali e istituzionali di peso, ma anche per la sanguinosa repressione dell’allora nascente Partito socialista. Nel 1893 Crispi promulgò la legge marziale dei “Fasci Siciliani” autorizzando esecuzioni sommarie e arresti in massa di lavoratori e militanti. Forse fu, dunque, un campione della “democratura”, ma presumergli provenienze socialiste postume e posticce proprio non si può.

Veniamo al Mussolini. Costui era stato socialista da giovane, ma poi fu cacciato dal Psi – un secolo fa – a causa del voltafaccia a favore della Grande Guerra, voluta dalla grande industria, che tanti lutti portò all’Italia e non solo all’Italia. Giunto al potere con la violenza del manganello, proclamò la propria “responsabilità storica, morale e politica” per il brutale assassinio del leader socialista Matteotti. E non fu che l’inizio di uno stillicidio durato vent’anni. Ma il tributo dei socialisti alla Liberazione d’Italia è per il Fondatore della Repubblica meno degno di memoria a paragone con la rinnegata militanza giovanile del capo del fascismo. Il cui regime non può, però, definirsi “qualche cosa che somiglia molto alla democratura”. Quest’espressione suona banalizzante. Il fascismo fu genocidio imperialista, fu leggi razziali, fu alleanza hitleriana e fu suicidio guerrafondaio di una nazione; non dunque mera “democratura”, ma vera e propria dittatura, tra le più sanguinarie della nostra lunga storia.

Stazione Tiburtina, 16 ottobre 1943, la salita al convoglio Roma-Auschwitz

Stazione Tiburtina, 16 ottobre 1943, la salita al convoglio Roma-Auschwitz

Due parole ora su Bettino Craxi. Ebbe la regia del finanziamento (“irregolare e illegale”) del suo partito, non diversamente in questo dagli altri leader politici della Prima Repubblica. Però, secondo il procuratore capo Francesco Saverio Borrelli, portò su di sé anche l’aggravante morale di un notevole “rampantismo”. Vero. E non si obietti, per favore, che l’aggravante morale non conta né sul piano politico né su quello giuridico, perché così non è. Craxi sbagliò, ritenendo di doversi aprire a ogni costo un varco tra la DC e il PCI, due “chiese” zeppe di dollari e di rubli che tenevano bloccata la democrazia italiana dentro l’incantesimo del “bipartitismo imperfetto”. Craxi fu duramente sconfitto. Nel biennio 1992-1994 venne tramutato nel capro espiatorio di uno scandalo italiano vasto, profondo e permanente. Finì annegato in un mare d’ipocrisia, ciò che non ha fatto bene al nostro Paese, il quale di lì in poi è ancor più sprofondato nella corruzione. Sicché lo stesso Borrelli ha dichiarato: “Chiedo scusa per il disastro seguito a Mani Pulite. Non valeva la pena di buttare il mondo precedente per cadere in quello attuale.”

Ciò detto, il leader del Psi non somiglia per niente né a Crispi né a Mussolini essendo sempre rimasto fedele alla sua vocazione di leader socialdemocratico. Mai trasformista. Non come il Fondatore della Repubblica, il quale, dopo la giovanile militanza littoria, passò al partito radicale, poi al PSI (di cui fu parlamentare indipendente), giù giù fino al berlinguerismo, all’andreottismo, al veltronismo e ora all’antirenzismo. Beninteso, ognuno ha diritto di cambiare idea. Ma non è giusto accusare di “democratura” Craxi solo perché trent’anni fa, dal 1983 al 1987, ha governato l’Italia, legittimamente e piuttosto bene, restituendo, infine, il suo mandato secondo Costituzione.

Bettino Craxi (Milano, 24.2.1934 – Hammamet, 19.1. 2000)

Bettino Craxi (Milano, 24.2.1934 – Hammamet, 19.1. 2000)

Basti di ciò. Andiamo a concludere sulla questione più saliente del fondo domenicale del Fondatore della Repubblica e cioè sul preavviso di garanzia inviato al Rottamatore. Eccone il testo: «Un Parlamento di “nominati” in un sistema monocamerale è una “dependance” del potere esecutivo che fa e disfà senza più alcun controllo, salvo quello della magistratura se dovesse trovare un reato contemplato dal codice penale.» Se dovesse trovare un reato…

Traduzione: Forse tu pensi, Matteo, che codesti stravolgimenti di regole e assetti democratici ti varranno una gran preminenza, grazie alla quale credi di levar fuori l’Italia dalla crisi. Ma dimentichi, Matteo, che basterà un trattamento mediatico-giudiziario ben congegnato per stenderti al tappeto. E allora la “democratura” che stai plasmando per te, e magari anche a fin di bene, si trasformerà in un ghiotto pezzo in presa sulla scacchiera dei poteri forti…

Stando così le cose, Renzi si starebbe sostanzialmente scavando la fossa con le proprie mani.

Ma non è mai troppo tardi. Il Rottamatore ha ancora due opzioni alternative: 1) Un assennato compromesso dell’ultimo minuto con la minoranza interna, possibilmente imperniato sulla proposta di legge elettorale elaborata a suo tempo dal PD. 2) Le dimissioni nelle mani del Capo dello Stato.

Dopodiché tutti dicono di lui che anche stavolta sbaraglierà tutti e non avrà bisogno di nessuno né dovrà accordarsi né dimettersi. Eppure ciascuna delle due uscite di sicurezza di cui sopra sarebbe preferibile rispetto al tentativo di strattonare il Parlamento e l’intero Paese dentro a un vicolo che francamente ci pare cieco.

Andrea Ermano
da L’Avvenire dei Lavoratori

 

Quando il Papa non fa notizia

“Non si può tollerare che il Mar Mediterraneo diventi un grande cimitero”, ha dichiarato papa Francesco di fronte all’Europarlamento martedì scorso. Si parva licet, ne siamo laicamente convinti anche noi, e non da oggi. Parole sante, dunque, ma non fanno notizia.

Jorge Maria Bergoglio non è il primo non-europeo approdato al soglio di Pietro, il quale Pietro era anche lui un extracomunitario. Secondo gli odierni parametri era un extracomunitario mediorientale, tecnicamente un ex pescatore disoccupato di nazionalità ebraica, con suocera a carico, senza permesso di soggiorno. A lui faranno per altro seguito nel corso di un lungo tempo santi padri Africani e Asiatici e Greci e Polacchi e Tedeschi.

Martedì scorso, dicevamo, il papa Sudamericano, venuto “dalla fine del mondo”, ha esposto al Parlamento di Strasburgo il proprio punto di vista sui mali e i rimedi dell’attuale crisi europea.

È stato il primo discorso di un Pontifex extraeuropeo all’Europarlamento. Un discorso a favore della dignità della persona, dei diritti e dei doveri di ciascuna persona, di ciascuna famiglia e di ciascun popolo. Un discorso a favore del lavoro, della multiculturalità, del pluralismo e della pace. Discorso contro una “opulenza ormai insostenibile” in un mondo abbastanza scettico a fronte di quest’Europa vecchia e depressa, in cui “la forza politica espressiva” dei popoli rischia di vedersi assoggettata “alla pressione di interessi multinazionali non universali”, cioè omologata “al servizio di imperi sconosciuti”. (Ovazione)

A Strasburgo, in Parlamento, questo discorso è stato accompagnato da molte ovazioni, e da quasi altrettante divisioni: applaudito a turno, ora dalle destre (difesa della famiglia, no all’aborto), ora dalle sinistre (difesa del lavoro, no alla schiavitù). Con un momento grave d’imbarazzo dipinto sul volto di taluni xenofobi, quando è risuonato lo j’accuse: “Non si può tollerare che il Mar Mediterraneo diventi un grande cimitero”. (Ovazione)

I siti delle destre europee, finanziate da Putin (come ormai si sa), non meno che quelli delle grandi testate connesse all’anarco-capitalismo globale si sono messi a parlar d’altro. E così riferiscono dettagliatamente di rapinatori arrestati in Croazia. Illustrano ammirati le gesta di elefantini coraggiosi nello Zambia. Condannano severi le patatine fritte negli USA. Piangono sconsolati le tigri prima liberate, ma poi abbattute in Cina. Danno conto, doverosamente, dell’ottimismo confindustriale italiano circa la ripresa l’anno venturo. S’interrogano allusivi sul Piano Juncker. Eccetera.

Resta un punto. Che il Mar Mediterraneo non deve diventare un grande cimitero.  Ma su questo punto, evidentemente, non tutti sono d’accordo.

Andrea Ermano
dal sito L’Avvenire dei Lavoratori