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Angelo Santoro

Europa: nessun cenno a prossimi restyling

L’ultima riunione del Parlamento europeo ha messo sotto accusa l’Ungheria, aggirando il regolamento che prevede che qualsiasi intervento sia fatto contro un Paese membro avvenga per decisione della maggioranza dei due terzi del parlamento. In quell’occasione, il Presidente Jean-Claude Junker ha tenuto il suo discorso prima delle prossime elezioni continentali.

Che il clima in Europa sia surriscaldato e non a causa di effetti climatici mi pare di tutta evidenza, così come è di tutta evidenza che l’unica cosa concreta che è stata realizzata è la moneta unica. Per il resto di particolarmente significativo non è stato fatto nulla, o poco di più.

La solfa che in Europa sono ottanta anni che non ci sono più guerre, dopo secoli e secoli di cannoneggiamenti, non regge più: i ragazzi di oggi non sanno neanche dei milioni di morti e feriti delle due guerre mondiale, oltre a non avere più anziani in casa che raccontano gli stenti e la fame che l’ultimo devastante conflitto ha generato. Quello che però avvertono è la guerra quotidiana strisciante fatta dai signori dell’Euro e della Troika, da chi impone il ricatto: “o lo spread o il rispetto dei parametri deciso nei Trattati”, da chi ha una visione della democrazia subalterna alle oligarchie finanziarie e bancarie.

I ragazzi, oggi, sono nati in Europa e si sentono europei, per questo la politica, a parte l’Erasmus, avrebbe potuto e dovuto fare molto di più. Molto di più del dire “Prima la stabilità economica, poi i diritti sociali, il lavoro, la democrazia”.
Invece, sembra che la demenza senile degli Juncker sia stata più attenta all’apparato burocratico che a ringiovanire un continente vecchio e stanco. Quando parlo di ringiovanire non necessariamente mi riferisco ad un fatto anagrafico, alla “rottamazione”… perché si può essere cretini a venti anni e capaci a settanta, come il contrario. Macron è giovanissimo, eppure è più “vecchio” di un Corbyn ad esempio.

Dall’avvento della moneta unica si parla solo di banche e finanza, ma non si è mai parlato di un fisco comune, di un welfare comune, di una scuola e lingua comune, oltre ad una giustizia comune, insomma di tutto ciò che unisce un popolo sotto un’unica bandiera e sotto le medesime istituzioni. La pace, come dicevo, è importantissima, così come sono importanti l’Euro e la NATO, ma è poco, troppo poco come risposta a quei cittadini impoveriti che mordono il freno del cambiamento.

Ho citato Juncker, solo perché il suo intervento non doveva essere l’elenco di una serie di banalità, ma avrebbe dovuto infiammare il Parlamento spalancando le porte ad un futuro che ridimensionasse i divieti e aprisse a nuovi mercati così come al rilancio dell’intervento pubblico in settori chiave come quello della ricerca e della cultura; insomma, parole di speranza per famiglie in difficoltà che non vogliono elemosine, ma opportunità.

Aver ridotto l’Europa ad una discussione continua sui migranti, aver affossato Paesi Membri come la Grecia e messo sotto accusa uno Stato sovrano come l’Ungheria in nome di regolamenti che, guarda caso, favoriscono sempre i più ricchi del Reame non mi sembrano segnali che fanno sperare in una rimonta elettorale europea a favore dell’Unione. Mai come oggi, invece, l’Unione avrebbe bisogno di un plastico di restyling a cominciare da tutto ciò che favorirebbe l’unione dei cittadini: lavoro e sviluppo, welfare, unione fiscale che consenta un’equa redistribuzione della ricchezza e una diminuzione delle diseguaglianze, investimenti in settori strategici e una Costituzione politica. Una strada che sembra oggi lontanissima, soprattutto per la mancanza di volontà di intraprenderla da parte di eurocrati come Juncker

Il nuovo sinonimo della parola lavoro è schiavitù

Quando un uomo viene costretto da un altro uomo a lavorare a frustate è fuor di dubbio che si tratta di schiavitù, ma se liberamente ottiene un lavoro retribuito accettandone le condizioni si tratta di una libera scelta. Almeno così ci insegnano i manuali di economia e il pensiero liberale. Ora, che qualcuno voglia considerare il lavoratore una persona che non è in condizione di intendere e di volere mi pare ingiusto e poco rispettoso.

Ogni persona ha le sue esigenze, che si tratti di libero professionista, imprenditore, prestatore d’opera o lavoratore subordinato. Il mercato del lavoro è una cosa che riguarda i soggetti coinvolti i quali, a loro volta, si iscrivono alle rispettive associazioni che fanno sintesi dei contratti tra le parti, affinché nessuno possa prevalere sugli altri approfittando dei reciproci bisogni.

In “tempi moderni” di Chaplin già si capiva dove saremmo andati a parare, ma le politiche degli anni successivi al conflitto mondiale hanno reso ancora più indispensabile il lavoro e i sacrifici per ricostruire quel mondo che avevamo distrutto; non già senza beneficiarne tutti e in special modo quelle categorie di lavoratori che, coscienti della loro indispensabilità, hanno ottenuto, oltre a retribuzioni sempre più decorose, quei diritti sociali fino ad allora circoscritti.

Il fatto è che pochi uomini hanno considerato la globalizzazione, vale a dire la libera circolazione del lavoro e delle merci, come pretesto per scatenare una guerra più devastante della precedente, perché la rete ed internet han messo in concorrenza, in tempo reale, persone lontane in una spirale al ribasso per quanto riguardo diritti e costo del lavoro.

La possibilità, ad esempio, di un romeno di offrire la propria forza lavoro per un impiego in Italia a un costo più basso di quello di mercato (o stabilito per legge, dopo tante conquiste e lotte per i diritti) ci prospetta una situazione simile a un Asta invertita, ovvero al ribasso. Come si fa per le gare d’appalto: chi è disposto di più a rinunciare ai propri diritti e a un salario dignitoso ottiene il lavoro.
Addio quindi ai diritti e alle rivendicazioni novecentesche… quelle che ti permettevano di essere retribuito persino se passavi la giornata sul divano a casa sotto un plaid perché con la febbre a 37.

Che i Cristiani predichino il settimo giorno di riposo perché le persone possano andare alla Messa è corretto, ma un ministro del Lavoro e dello sviluppo Economico deve essere attento al fatto che, tra le altre cose, la nostra industria più remunerativa è quel turismo che permette al Paese di essere leader nel mondo.
Ma cosa c’entrano mogli, mariti e figli con un orario di lavoro che, secondo il ministro, minerebbe la stabilità della famiglia? Faccio fatica ad immaginare che l’Italia possa frenare la modernizzazione del Paese, lanciata a cento all’ora, vietando il lavoro domenicale.

Altra cosa – e meriterebbe una considerazione a parte – è la questione dei diritti dei lavoratori. Perché non parlare ad esempio delle condizioni lavorative cui sono costretti gli addetti ai centri commerciali, alle grandi catene di commercio, agli outlet ecc.? Contratti precari, subappalti a cooperative di lavoro, giornate lavorative notturne pagate come quelle diurne, contratti fatti solo per il sabato e la domenica, straordinari non pagati…insomma una giungla!

Ma Santo Iddio, che si rimuova questo discorso in nome invece della riabilitazione dell’importanza del focolare domestico (in uno dei Paesi in cui il tasso dei divorzi e dei single è tra i più alti d’Europa) è assurdo.
Anziché tornare al medioevo, perché non garantire un equilibrio tra diritti sacrosanti dei lavoratori e la libertà degli esercenti e dei centri commerciali di poter svolgere la loro attività quando vogliono?

I populisti dell’anno Mille

Certo, ci si accorge sempre dopo dei propri errori, eppure di segnali ce n’erano eccome. L’impoverimento del Paese era sotto gli occhi di tutti, soprattutto degli impoveriti che lo vivevano sulla propria pelle: niente più cene fuori casa, niente più vacanze all’estero (al massimo dalla suocera al mare), niente più consumi e spese non idnispensabili e per qualcuno addirittura niente più lavoro, niente più mutuo, niente più casa.

Il riferimento ultimo e più grave è rivolto alla banche cui è stato permesso di rubare ogni ben di Dio. I banchieri continuano ad andare in giro vestiti dei paramenti più sfarzosi nei loro palazzi dorati, rimirandosi allo specchio come i più belli del reame… belli e ricchi, coi soldi dei risparmiatori!
Questi ultimi dieci anni sono stati la rivelazione dei tanti personaggi con la erre moscia che amano fare sesso con il sedere degli altri.

Il punto è che quando nella vita si incanalano una serie di sbagli, inesorabilmente se ne commettono altri: un po’ come un mezzo ubriaco che si rende conto del suo stato ma continua la marcia dando gas all’acceleratore. In un mio recente articolo sulle malefatte dei banchieri, scritto per Avanti! online, un commentatore al pezzo scriveva: hanno arrecato più danni Renzi e la Boschi che tutti i funzionari delle banche italiane.

A pensarci bene è così. Forse il Renzi politico avrebbe dovuto cercare il voto subito dopo la vittoria alle Europee del 2014 dove, come è noto, il suo consenso superò d’un balzo il 40%. Forse avrebbe dovuto evitare di far estromettere dal Senato Silvio Berlusconi. Forse il patto del Nazzareno doveva essere portato avanti, avrebbe dovuto condividere con lui la scelta di Mattarella a Capo dello Stato e non avrebbe dovuto personalizzare il referendum del 4 dicembre 2016. Certo è che, di forse in forse, non arriviamo da nessuna parte.

Il punto ora è che i populisti dell’anno Mille, i quali uscivano invasati e con lo spadone dalla chiesa di via Prè a Genova per massacrare i musulmani al grido “è Dio che lo vuole”, si sono reincarnati e al prossimo attentato faranno politicamente piazza pulita di ogni arrogante che voleva provare l’ebbrezza di fare sesso con il sedere degli impoveriti.

Quello che preoccupa è la ricerca dell’identità cristiana che serpeggia, in maniera strumentale, tra i facinorosi che vogliono metaforicamente scendere di nuovo nella via Prè. Per massacrare, stavolta, non solo musulmani, ma tutti i migranti, vittime sacrificali di un’Europa impazzita che pare voglia di nuovo menare le mani perché nostalgica della guerra dei Cent’anni.

Catastrofico? Forse! Però meglio la paura che guidare ubriachi e a fari spenti nella notte, come recitava una nota canzone di Mogol e Battisti.

I banchieri “ladri” hanno spalancato le porte al populismo

La crisi economica, il fallimento del 40% delle aziende e la conseguente perdita dei posti di lavoro hanno visto attori resonsabili della debacle produttiva italiana quei banchieri incapaci e sponsorizzati dalla politica, di cui molti di loro disonesti, chiedere a gran voce “giù le mani dall’euro”. Questo, senza minimamente fare un trascurabile mea culpa durante l’ultima assemblea dell’ABI che ha rieletto il ravennate Patuelli, così come era successo a novembre scorso con Visco alla Banca d’Italia; quasi ad ostentare un trionfo: “sistema bancario vincente, non si cambia!”.

In questi giorni, poi, sempre gli stessi banchieri, gracchiano ancora il loro inno “più Europa, più Europa”, un po’ come li prodi scudieri che seguivano lo cavaliere da Norcia (alias, Mario Draghi), cantavano “Branca, Branca, Branca, Leon, Leon, Leon, Fiii… Bum!”. Ma ciò che stona non è il divertente ritornello, sono gli operai e le piccole imprese venduti dai politici alla finanza europea e ai banchieri de noantri, per una importante percentuale figli dei “furbetti del quartierino” che ha continuato a suonare una musica scritta su un vecchio spartito.

Tutto questo, drammaticamente, ha infuriato gli italiani al punto di convertirne la maggioranza al populismo. Non per convinzione strategica personale, ma perché schifati da una incapacità e un’arroganza inaspettata da parte di quella politica che, per prima, avrebbe dovuto pensare ai cittadini che pagavano le tasse piuttosto di finanziare, come hanno finanziato con il Decreto salva banche, gli stipendi faraonici dei banchieri i quali, quasi a ricambiare, avevano a loro volta finanziato la politica con i risparmi delle famiglie.

La conseguenza di queste azioni “opache” ha portato oltre il 55% degli elettori italiani ad iscriversi il 4 marzo, in cabina elettorale, al quel populismo sottovalutato e schernito in Italia, quanto preso sul serio in Europa. Un’Europa che, nonostante tutto, non ha mai accennato al cambiamento, un’Europa letteralmente affascinata dallo starnazzare dalle sirene di Ulisse di quei banchieri che continuano a cantare stonate “più Europa, più Europa” per compiacere il capo di questa congrega di segreti e sporchi interessi dal nome Barbon. Non come barbone, ma osceno burlone, il quale ha consentito a sua insaputa (perché costantemente ubriaco) ai banchieri ladri e disonesti di spalancare le porte al populismo.

Lettera ad un parlamentare eletto per caso

Ma si, lo farei anche io! Dopo una faticosa campagna elettorale, nella quale hai raccontato un sacco di puttanate a cui, francamente, ti veniva anche un po’ da ridere, non ti è parso vero di entrare a Palazzo dopo una vita da precario, passata magari a leccare le natiche al parlamentare che ti ha preceduto e a cui adesso hai tolto la poltrona.

Hai camminato per tanto tempo sotto il solleone delle promesse che qualcun altro ha fatto a te. Loro ti vendevano il sole, ti dicevano sarebbe sorto un sole raggiante, anche se non riuscivi a fare a meno di vedere sopra la tua testa solo le nuvole di un cielo che più plumbeo non si può. Ecco, ora quelle stesse promesse mirabolanti sei stato tu a rivolgerle ai tuoi elettori, sponsor del tuo fondoschiena che ti ha permesso di entrare in Parlamento.

A quel punto come fai ad impegnarti in aula per realizzare le promesse che erano solo una fesseria? Meglio godersi la vincita della cuccagna e sbafarsi il contenuto della pentolaccia, perché solo quando vedi cosa c’è dentro ti accorgi che è tutta una sorpresa in positivo e perfino superiore a qualsiasi sogno avessi fatto. E il ricordo di quando da piccino dormivi nel divano letto del salone della casa popolare dei tuoi genitori disoccupati a poco svanisce. E con questo, anche il tuo sogno di un lavoro onesto e di una società più equa e giusta.

Ma perché mai dovresti farti prendere la mano dai gatti e dalle volpi del Palazzo per arrotondare quello stipendio che, tra annessi e connessi, a fine mandato ti renderà più di quanto avresti guadagnato in tutta la tua vita a fare “lavoretti” onesti?
Meglio assistere pazientemente ad ogni seduta, rinunciando ad accettare altri incarichi. Meglio limitarsi a votare in aula diligentemente come suggerito dal quel partito di cui fai parte e di cui non ti ricordi nemmeno il nome.

Cinque anni a timbrare quel cartellino che mamma e papà avevano sempre sperato per te. Solo che piuttosto che stare in un call center, sei in Parlamento. Gli uscieri ti ossequiano, le persone ti ossequiano e quando vai al paese a trovare la nonna ti toccano tutti come portassi fortuna.
Il segreto è non parlare, non pronunciarti su nessuna domanda; solo in questo modo molti elettori possono anche pensare che sei uno che che le cose le conosce… quando invece non sai un piffero.

È un po’ quello che hanno fatto alcuni parlamentari eletti con l’Italia dei Valori poi passati a Forza Italia: un paio di legislature, giusto il tempo di maturare il vitalizio. Quello stesso vitalizio che ora sei deciso a togliere… ma sei impazzito?! Guarda ad esempio il senatore Antonio Razzi che, pur essendo una persona onesta, ha accettato di proseguire il suo mandato passando da un partito all’altro al solo fine di ottenere il vitalizio e, già che c’era, di arrotondare lo stipendio con qualche incarico in più!

Il problema non è che ha fatto tutto ciò, ma il fatto che l’abbia detto! Lì, infatti, ha firmato la sua condanna a morte come politico, perché tutti hanno capito il gioco di un ex camionista che lavorava in Svizzera, senza aver chiaro bene cosa dovesse fare ora in Italia e perché il suo posteriore sedesse lì, su una poltrona parlamentare. Probabilmente, ha seguito qualche consiglio di un suo compaesano entrato in Forza Italia: “dai retta a me, paesa’, tieni calda ‘sta sedia! Il seggio non si abbandona mai! E’ come il gioco della sedia che facevamo da bambini, ti ricordi? Se ti alzi e non fai in tempo a risederti subito, sei fottuto! Dà retta a me: non ti alzare mai, fatti rieleggere e tieni la poltrona in caldo!”.

I parlamentari eletti “per caso” come te dovrebbero far tesoro di queste esperienze e godersi la vita senza montarsi la testa a furia di sentirsi chiamare “onorevole”. Importante è non prendersi sul serio e neanche prendere seriamente quel mestiere caduto dal cielo di cui non conosci nulla, né le regole del gioco, né i contenuti. Perché nulla sai fare. Il rischio che la festa dell’albero della cuccagna finisca e vada alla rovina è solo il tuo, sciocco idealista. Perché una volta che sei entrato a Palazzo, ma cosa caspita vuoi importi a qualcuno del popolo credulone?! Allora, impara bene questa regola: la campagna elettorale serve solo a salire in barca. Una volta su, di fronte alle promesse fatte siamo tutti marinai.

Angelo Santoro

La Francia è responsabile dei migranti che arrivano dalla Libia

Campi profughi indegni perfino per gli animali, uno Stato sovrano, la Libia, ridotto ad essere governato da fantocci per volontà dell’Occidente, oltretutto complice delle tribù del deserto alle quali fornisce armi in cambio di oro nero. Benvenuti nel Paese dove lo schiavismo è violento al punto da mortificare l’uomo nella carne, nello spirito e nella dignità umana. Ebbene, tutto ciò ha un responsabile: la Francia di Nicolas Sarkozy.

Il presidente francese in carica nel 2011 ha segnato l’inizio del terrorismo in Europa e la distruzione della Libia, governata per decenni da Gheddafi, nonché avamposto che impediva l’immigrazione di moltitudini africane in Europa. Nessuna ipocrisia, sappiamo bene che le truppe scelte dai Paesi europei, in accordo con gli Stati Uniti, hanno partecipato al disastro libico poco dopo che la Francia aveva sganciato le sue bombe. L’italia di Berlusconi, poi, sembrava un cane bastonato quando, obtorto collo, ha eseguito gli accordi che Napolitano aveva preso a sua insaputa.

Morto politicamente Sarkozy, per fatti personali che si suppone siano stati all’origine dei precipitosi bombardamenti dei francesi per far secco Gheddafi, gli è succeduto quel tombeur de femmes di Hollande insediato all’Eliseo dalla Total, da sempre interessata a superare l’Eni nella gara ad accaparrarsi il petrolio libico.

Infine, ecco l’enfant prodige Emmanuel Macron apparire all’orizzonte accompagnato dalla sua professoressa, il quale sostiene di non voler avere nulla a che fare con i migranti perché non è compito della Francia farsene carico, dimenticando di essere stato eletto dagli stessi francesi che avevano incoronato il buon Sarko che pare abbia piegato severamente la Francia agli interessi personali. Almeno è questo ciò che dicono le indiscrezioni della magistratura francese.

Il commercio di uomini in Libia è esploso dopo quella guerra insensata fortemente voluta dal presidente Sarkozy che ha coinvolto la NATO in un’avventura di cui oggi l’Europa ne subisce le conseguenze, soprattutto a causa del gran numero di migranti economici che si va sempre di più concentrando in Libia.
Solo gli scemi o le persone in malafede potevano pensare che Gheddafi avesse le armi di distruzione di massa.

Eppure, non era passato molto tempo dal precedente errore commesso in Irak qualche anno prima, quando si credeva che Saddam avesse l’atomica sporca, ma l’avidità di prendere l’oro nero e, nel caso dell’ex presidente francese sembra anche dell’altro, ha portato l’Occidente a prendere una decisione sbagliata di cui la Francia per prima dovrebbe farsi carico. Quantomeno dei processi migratori che l’esito di quel conflitto ha attivato: una enorme falla in quel territorio libico che vede prosperare i traffici più infami.

L’affare migranti

Sono anni ormai che i governi che si succedono sparano sulla questione dei migranti come fumogeni per confondere ogni cosa. La quasi totalità dell’informazione e dell’opinione pubblica è dedicata a questi pochi disgraziati che rischiano la vita per cercane una nuova.

Ma come si fa a pensare che qualche decina di migliaia di disperati possano mettere in crisi un Paese di 60 milioni di abitanti, facente parte del G7, nonché una delle dieci potenze economiche più importanti del mondo?!
Semmai, il problema è la sciatteria e il lassismo politico (cioè l’assenza di politiche di integrazione adeguate), sostenuto dall’ipocrisia dei benestanti che, dall’alto dei loro attichetti nei quartieri più chic della città, non sanno nulla dei disagi delle aree povere e delle periferie. Eppure, dal loro pulpito, danno lezioni umanitarie su come accogliere e gestire le emergenze.

Il punto è che se all’accoglienza non si accompagna la possibilità di un effettiva integrazione e inclusione sociale il risultato è che ai poveri della metropoli si aggiungeranno altri poveri, immigrati, che in quanto tali, cioè poveri non integrati, non inseriti nel mercato del lavoro, non occupati in alcuna attività, magari per il fatto che molti di loro si dedicano all’accattonaggio o stazionano nei parchi pubblici, nei parcheggi o nei pronto soccorso degli ospedali, danno l’idea di essere molti di più. Da qui, l’idea dell’ “invasione”.

L’immigrazione senza pianificazione degli interventi e integrazione è una buona occasione per la malavita, per il lavoro nero a basso costo e soprattutto per far vivere in emergenza un Paese che di emergenze ne ha davvero tante, ma certamente non quella dei migranti.

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, oltre ad operare perché l’Europa faccia fronte comune sulle problematiche di una migrazione economica che diventerà sempre più pressante, contestualmente deve chiedere ai sindaci più intransigenza nell’applicare le leggi sull’ordine pubblico esistenti.

Gli anni Settanta è Ottanta in Italia si sono tristemente contraddistinti per i sequestri di persona che avvenivano regolamente, ma quando lo Stato ha applicato la legge sul sequestro dei beni e i familiari dei rapiti non hanno potuto più pagare il riscatto ai rapitori, l’affare si è sgonfiato fino a scomparire del tutto.

I malavitosi delinquono se c’è da guadagnare, non lo fanno certo per divertimento. Questo per dire che oggi la mafia non gira più con la coppola e la doppietta a tracolla, ma viaggia per il mondo in prima classe e dove c’è da fare affari si impegna con grande capacità e profitto.

Ora, sembra che vadano in Africa a convincere gli africani a venire in Italia per la modica spesa all inclusive di 5.000$ a testa, dove troveranno non solo una possibilità di futuro ma soprattutto l’assistenza sanitaria gratuita. Questo particolare spinge le persone che perdono la vita per una semplice infezione a salvare la loro vita nel nostro Paese.
Poi, per l’integrazione e il lavoro, si vedrà.
Bloccare le partenze dalle coste africane significa eliminare la possibilità di speculare dei mafiosi che, perdendo l’affare, smetteranno di sradicare gli africani dalle loro case e dai loro affetti.

In Africa le guerre provocate ad arte da noi occidentali per depredarne i territori in questo momento scarseggiano, i migranti sono tutti economici…o quasi.

Il dio Denaro favorisce l’egoismo 

I ricordi del Dopoguerra, quando la migrazione italiana era tutta interna, ci raccontano che nelle famiglie povere la porta era sempre aperta, dimenticando di dire che non c’era nulla da portare via. In fondo, quando non si possiede niente la vita trascorre con una certa inedia e non si fa caso al nuovo vicino di casa e alle sue abitudini. Il riferimento è sempre a quegli anni che hanno visto le regioni più dinamiche del Paese crescere grazie alle braccia di uomini in cerca di fortuna che stipavano i treni diretti al Nord per avere una vita.

La porta blindata, all’inizio degli anni Settanta, è stata messa con l’idea che avrebbe protetto le nostre cose, non certo per difendere quello che all’epoca nessuno attentava. Erano i segni del benessere, quel benessere che d’improvviso ci aveva trasformato da altruisti in egoisti. Finalmente, dopo anni di rinunce e miseria, avevamo da perdere qualcosa.

Erano gli anni della speranza, della scalata ai diritti sociali che offrivano a tutti la possibilità di curarsi e vivere più a lungo; anni in cui la catena di montaggio sociale aveva saputo creare un’armonia tra il tempo dedicato al lavoro e quello dedicato al tempo libero, tra opportunità lavorative ed economiche e libertà dei diritti, tra risparmio, investimenti e consumi.

Le banche reinvestivano oculatamente i depositi prestando danaro ad imprenditori coraggiosi che con il loro impegno creavano le condizioni per la crescita di nuove opportunità di lavoro. E là dove non arrivava l’iniziativa privata, ci pensava lo Stato, la mano pubblica ad intervenire, generando una continua crescita della domanda interna.

Ancora oggi, in molti luoghi, le persone sono fiduciose e accolgono chi è in difficoltà, ma la maggior parte si è incattivita quando si è vista espropriata del lavoro e della sicurezza sociale garantita da tutele e diritti. In una parola, quando ha visto ridursi quel modesto benessere su cui si reggeva la fiducia del futuro. Non capire tutto questo si è rivelato devastante per la nostra società.

La politica è andata fuori strada perché diventata incapace di guidare il Paese, distratta dalle luci colorate dei ricchi egoisti che hanno fatto pagare un prezzo altissimo della loro crisi alla popolazione. Quelle lucine colorate hanno distratto gli stessi governanti, attratti come api sui fiori dalla promessa di ricchezza, lusso e prestigio, per quanto forte era la brama di frequentare gli ambienti più esclusivi e prestigiosi.

La semplicità, quel volano che aveva fatto crescere l’Italia, è stata sostituita da sistemi più sofisticati e le parole come Nasdaq sono entrate nella nostra vita. Così siamo caduti nell’errore di pensare si potesse vivere meglio senza lavorare, ma diventando noi stessi speculatori dei nostri risparmi. Cosicchè abbiamo autorizzato banchieri senza scrupoli a giocare con noi come il gatto e la volpe, salvo poi essere stati sopraffatti dalla morsa della speculazione e della finanza mondiale.

Questa è la triste parabola di quell’egoismo generato dalla nostra avidità e dalla nostra bramosia di arricchimento che ci ha condotto oggi dritti dritti nel vicolo cieco dell’impoverimento, della distruzione del ceto medio e, con esso, di ogni sicurezza sociale ed economica. Oltre – ed è questa la cosa peggiore – ad aver cancellato in noi ogni forma di sano altruismo. Che avesse ragione Pasolini a rimpiangere l’italia delle borgate e del mondo contadino? Quell’Italia del dopoguerra e del boom che il dio Mercato e il dio Denaro han fatto sì che scomparisse nell’arco di una manciata di anni.

Angelo Santoro

In Italia 1milione di bambini vive in miseria

L’Istat che monitora la povertà del Paese ha lanciato l’allarme su centinaia di migliaia di minori che vivono in miseria. Proprio come la nota favola di Andersen “La piccola fiammiferaia”.

La fiaba così esordisce: “Era l’ultimo giorno dell’anno: faceva molto freddo e cominciava a nevicare. Una povera bambina camminava per la strada con la testa e i piedi nudi. Quando era uscita di casa, aveva ai piedi le pantofole che, però, non aveva potuto tenere per molto tempo, essendo troppo grandi per lei e già troppo usate dalla madre negli anni precedenti. Le pantofole erano così sformate che la bambina le aveva perse attraversando di corsa una strada: una era caduta in un canaletto di scolo dell’acqua, l’altra era stata portata via da un monello. La bambina camminava con i piedi lividi dal freddo. Teneva nel suo vecchio grembiule un gran numero di fiammiferi che non era riuscita a vendere a nessuno perché le strade erano deserte. Per la piccola venditrice era stata una brutta giornata e le sue tasche erano vuote. La bambina aveva molta fame e molto freddo.”

Oggi, per certi aspetti, milioni di bambini vivono una situazione miserevole e forse peggiore della piccola fiammiferaia: vendono consapevolmente loro stessi a spregevoli orchi che sporcano il mondo, sempre pronti ad approfittare delle situazioni disagevoli dei minori.

Il nostro dito è puntato in maniera cruda e diretta su di loro e sulla situazione di violenza di cui sono responsabili; i piccoli esseri umani, invece, che vivono in miseria e in condizioni di povertà estrema, non hanno alcuna responsabilità. Forse non ci farà piacere leggere di queste cose, così come negli anni Settanta i nostri genitori cambiavano canale quando la televisione ci proponeva le immagini sconvolgenti dei bambini del Biafra.

Non possiamo, non dobbiamo permettere più che dei ragazzini paghino le peggiori violenze che una società sempre più vigliacca è capace di infliggere loro, in quanto indifesi. Lo Stato, in questo caso, deve essere davvero inflessibile e di esempio, penetrando e rompendo il clima omertoso che avvolge la parte più buia e violenta della vita.

L’elenco degli abusi non può essere ridotto a tale, perché sono incommentabili le cose orripilanti e le peggiori porcherie che si possono infliggere ad un innocente. Coloro che praticano le punizioni più severe ai figli sono quegli stessi genitori che comprano la purezza per pochi spiccioli, spesso utilizzati per l’acquisto di droghe.

Siamo ben oltre i confini del male; siamo nella parte più fetida della società; siamo al mercimonio di fragili vite che non hanno chiesto di venire al mondo.

Tutto ciò non si risolve con la Misericordia; la Misericordia in questo caso ha bisogno dell’aiuto di una società che, soprattutto in un ricco Paese d’Occidente, si deve ribellare fino al punto di prelevare forzosamente i capitali accumulati con le più torbide speculazioni finanziarie, frutto del gioco d’azzardo dei banchieri che addebitano le perdite ai risparmiatori tenendo per loro i profitti.

La povertà ha bisogno di risorse, non di ladri. E, per favore, facciamola finita nei salotti più esclusivi di arrivare sempre alle solite conclusioni. Vale a dire che per aiutare i poveri non c’è altra soluzione che far diventare più ricchi i miliardari.

L’impoverimento dei cittadini di ultima generazione è un fenomeno nuovo e per questo dai risvolti sconosciuti. Sarei più cauto e allo stesso tempo determinato al posto di chi governa una miseria che sembrava sconfitta dal lavoro e dalle tutele sociali.

Angelo Santoro

Le mense dei poveri aiutano molti italiani a sopravvivere

Sono 2.700.000 gli italiani sopravvissuti nel 2017 grazie alle mense dei poveri. Cifre poco note a causa dell’imbarazzo e della dignità di chi non è mai stato abituato a farlo, perché “prima ce la faceva”, tutto sommato.

Ed è così che di Aquarius in Aquarius la catena dell’ipocrisia lascia i pasti pagati. Come a Napoli con il meccanismo del “caffè sospeso”, quando coloro che hanno facoltà lasciano, a loro buon cuore, un caffè pagato per chi ne ha più bisogno. Così, ogni tanto capita che si affaccia qualcuno alla porta del bar per chiedere dignitosamente se c’è un “caffè sospeso” per lui.

Ciò che banalmente non si capisce è il fatto che la Lega ha costruito il suo consenso non sulla pelle dei poveri migranti, ma contro l’ipocrisia di quanti si rifiutano perfino di “toccare” il vicino della porta accanto perché colpito da miseria, mentre riversano tutta la loro umanità nei confronti del migrante. Gli stessi che percepiscano come “vomitevoli” – per usare un linguaggio sprezzante à la Macron, con tanto di naso all’insù – coloro che non possono pagare nemmeno il ticket per una visita medica o che sono in fila alla Caritas.

Si odono all’orizzonte i tamburi di un prossimo e devastante scontro sociale. Una guerra civile strisciante e silente. Fu peraltro lo stesso Macron a parlarne quando a Strasburgo espresse la sua preoccupazione per una possibile Guerra civile europea.
Immaginiamo che il padrone dell’Eliseo si riferisse a quella Rivoluzione che solo qualche anno fa (era il 1789) cambiò l’Europa e il mondo.

Perché, a ben vedere, non c’è motivo di allarmarsi ulteriormente sui corsi futuri: la guerra civile è già in atto da tempo! Ci riferiamo a quello scontro economico ben più crudele, per il quale i Paesi si combattono all’ultimo penny, cercando di infliggere povertà al nemico con l’arma che non si inceppa mai: quella di indebolire l’avversario, impoverendolo con il maggior numero di feriti possibili. D’altronde, i morti costano solo un sacco di plastica nera.

I feriti di ultima generazione delle Nazioni più ricche sono i migranti che assorbono il massimo delle risorse sociali di quei Paesi che sono forzati a farli sbarcare. Costretti da quegli uomini che prima portano guerra nei territori da dove scappano i migranti – tutto per qualche barile di petrolio (e hanno la faccia tosta di parlare di “esportazione della democrazia”!) – e poi danno le pagelle di bontà, mentre sorseggiano Misericordia.

Certo, una volta integrati i migranti diventano delle preziose risorse, ma nel frattempo debbono spartire le fila delle mense degli impoveriti, i quali non avranno tempo per vedere germogliare le virtù di chi arriva, avendoli concorrenti da subito nella corsa al piatto di minestra.

Una visione cruda di una realtà che solo gli ipocriti non vogliono convincersi, infettati da quel buonismo che li vede sul fronte delle parole a dirottare i disperati sempre a casa di qualcuno purché non sia la loro.

Anzi, se possono, con la scusa di promuoverli perché utili alla nostra crescita sociale, li fanno lavorare per due euro l’ora. D’altronde, dovranno pur trovare i soldi per pagarsi le vacanze nelle spiagge più esclusive, no?!

Angelo Santoro