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Angelo Santoro

Povertà e miseria non sono sinonimi 

Nel linguaggio comune, i termini “povertà” e “miseria” vengono spesso messi insieme per definire situazioni economiche difficili, sofferenza estrema e vulnerabilità sociale. Spesso le due condizioni si compenetrano oppure quando un gruppo sociale può passare da una condizione all’altra senza soluzione di continuità oscillando come un pendolo da uno stato di povertà ad uno più grave di miseria e viceversa, tutto si protrae all’infinito senza possibilità di fermare il ritmo perpetuo del pendolo… se non con lo sparo che segna l’inizio della rivoluzione.

Tipico, in questi ultimi anni di crisi economica, il caso dei lavoratori “ubriachi” che oscillano da condizioni di precariato a periodi di disoccupazione seguiti, nel migliore dei casi, da contratti a tempo determinato dai capricci del mercato che batte i tempi della vita dei lavoratori perennemente in rianimazione, sempre a rischio di ritornare a uno stato di disoccupazione stabile: un altro modo per fermare il pendolo senza esplodere colpi simbolici.

Ma talvolta tra povertà e miseria si insinua una sottile differenza, quasi un impercettibile spazio mentale che può aprire o negare una prospettiva di riscatto sociale, quella sottile differenza che, a livello psicologico, contraddistingue i processi di “resilienza” da quelli di “resistenza”.

Ricordo che molti di noi eravamo poveri, nati in famiglie di modeste condizioni, ma non abbiamo vissuto questa situazione come una condizione di minorità. Mio padre era fiero di essere operaio, di appartenere ad una classe sociale a cui veniva riconosciuto un valore di classe lavoratrice all’interno della società. Se da una condizione di povertà possono nascere delle occasioni di riscatto, più difficile è venir fuori da una condizione di miseria dove mancano spesso non solo le risorse materiali, ma anche culturali e talvolta anche quelle morali.

Quando tutti sono poveri si è meno consapevoli della povertà, si pensa che la vita sia dura. Ma quando si può mettere su un piatto della bilancia una situazione fragile e dolorosa e su un altro la solida tranquillità del vicino, si prova un sentimento di ingiustizia e di umiliazione. L’ingiustizia è meno penosa perché permette l’indignazione, la protesta verbale e la manifestazione fisica, mentre l’umiliazione spinge a nascondersi, a ritirarsi, a vergognarsi, a non combattere.

Bisogna lottare contro la povertà, che è soprattutto assenza di speranza e di stima da parte di altri con cui possono essere condivisi valori proiettati al futuro. Tu quando hai perso la speranza? E quando hai ripreso a sperare? Rispondiamo a queste domande e riappare la stima. La marginalità è non avere nessuno che ci stima: è non stimarsi, ossia non avere la stima di sé. Incontrare la sofferenza delle persone, sempre più disperate e isolate, significa dunque restituire la speranza e l’appartenenza.

Una ventina di anni fa un sociologo francese, Pierre Bourdieu, raccolse una serie di interviste ai nuovi “miserabili” delle grandi città francesi e della provincia: non erano più i miserabili ottocenteschi di Victor Hugo; piuttosto, erano persone normali che, con la crisi dello stato sociale, l’inizio della globalizzazione e le trasformazioni della classe operaia quando le prime fabbriche cominciavano a chiudere, si ritrovavano prive delle tradizionali risorse, quindi costretti a far fronte alla loro resilienza per adattarsi a un mondo mutato: l’ex operaio che decide di diventare, con molte difficoltà, lavoratore autonomo, la casalinga che arrotonda facendo le pulizie nelle case dei ricchi, il manovale che comincia a fare il “doppio lavoro”, lo studente che fa il cameriere la sera per pagarsi gli studi, e così via… Erano tutte figure emergenti di questo nuovo mondo che viviamo oggi, un mondo di precari e gente costretta a far fronte alla propria adattabilità per vivere (e sopravvivere). Non straccioni quindi, bensì gente d’ogni giorno, in cui ciascuno di noi può riconoscersi. Non avrebbe avuto senso, quindi, parlare di “nuovi miserabili”, piuttosto Bourdieu scelse come titolo del suo libro “La miseria del mondo”, giacché appariva già chiaro come la miseria non fosse un attributo dell’individuo, bensì una caratteristica della sua condizione sociale.

Riuscire per gli impoveriti e i declassati (il ceto medio impoverito di oggi) a prendere coscienza della propria condizione, a rifiutarla e trasformarla, a contrastare la “miseria del mondo” è il gesto più nobile che oggi si possa pensare.

Angelo Santoro

Le “catene” di Amazon 

Sembra che la cosa più grave commessa da Amazon, sia quella di non aver concordato con i sindacati i termini su come far indossare il braccialetto ai suoi collaboratori: a nessuno è venuto in mente di dire che queste cose non si fanno e basta?! Il fatto stesso che ne stiamo qui a parlare mi fa inorridire, mi fa inorridire spiegare il mio punto di vista sulla vicenda.

Ora, che lo schiavismo nel mondo non sia mai tramontato è ampiamente risaputo, ma d’altronde cosa ce ne frega se nei campi profughi governativi libici le persone vengono messe all’asta a poco più di 500€… a proposito, ne avete saputo più nulla della vicenda? perché se ci scandalizziamo solo per qualche ora su quanto scoperto dai giornalisti della Cnn, per poi dimenticare tutto il giorno dopo, allora posso capire l’indifferenza suscitata dalla decisione di Amazon!

Possibile che sia stata abolita solo quel certo tipo di schiavitù che prevede le catene ai piedi, mentre è considerato normale mettere un braccialetto elettronico a un uomo per controllare il suo lavoro? La società di oggi sembra avviata ad una escalation di rassegnazione di molti uomini che si consegnano spontaneamente ad altri uomini; una forma di vassallaggio moderno con lo stesso spirito di allora: consegnarsi al nobile perché pensi alla nostra difesa e alla nostra sopravvivenza in cambio della nostra vita.

Il braccialetto di Amazon non si può, e non si deve, discutere; ma come abbiamo potuto permettere che ciò accadesse nel cuore dell’Europa?! Certo, non dovrebbe proprio succedere da nessuna parte, ma se avviene nel vecchio Continente cosa sarà riservato al nuovo Oriente? Dunque, siamo davvero diventati tanto flaccidi e viziati da accettare ogni cosa, o in noi è rimasto quel minimo di orgoglio che ci possa spingere alla protesta per difendere quel principio di libertà che è costato il sacrificio di innumerevoli vite umane?!

Mi chiedo dove sia finito l’acciarino che provoca la scintilla di una rivoluzione contro il tentativo dell’uomo di ricondurre l’altro uomo alla schiavitù. Eppure, la storia recente ci narra di episodi terribili raccontati con gli occhi di chi li ha vissuti, possibile che abbiamo tutti i riflettori accesi ancora sul passato e affrontiamo il futuro al buio certi che la storia non si ripeta!

Personalmente credo che i condizionamenti psicologici, quelli alimentati dal bisogno, l’accettazione consapevole di farci privare della libertà, sia l’anticamera di quei drammi che non dobbiamo dimenticare; ma a volte, come in questo caso, ci chiediamo dov’è quella scintilla pronta a provocare l’esplosione, se non negli uomini trattati da schiavi da altri uomini.

Dalle “catene” di Amazon indietro non si torna, ed è per questo che devono essere impedite: costi quel che costi!

È tempo di pantegane: si salvi chi può!

In natura la specie delle nobili pantegane è associata a fiumi, stagni ed in genere a pozze permanenti d’acqua anche salmastra: si tratta tuttavia di una specie che predilige trasformare gli ambienti naturali per soddisfare le proprie esigenze, spesso a scapito dell’equilibrio ecologico.
Diciamolo, la loro grande passione è colonizzare le fognature per dispensare come gran sultani le epidemie di peste più devastanti.

Ma a proposito di diffusione della sporcizia, della fame e della conseguente peste di manzoniana memoria ci viene in mente, con riferimento puramente casuale, che le banche hanno venduto per un boccone di pane i loro crediti incagliati in mezzo alle povertà di ultima generazione alle società avvoltoio usuraie le quali vivono lo stesso habitat delle nobili pantegane.

In breve, sono quegli esseri spietati che, comperati i crediti a quattro soldi, passano all’incasso con maniere brusche e se non puoi pagare ti convincono, in un modo o nell’altro, a partecipare agli affari di famiglia.

Parliamo di quel genere di uomini che per raggiungere i loro scopi assoldano spacciatori di droga emarginati, ma soprattutto trovano manodopera tra quelle persone indebitate che, con la promessa di essere lasciate in pace, si trasformano per fame da gente per bene in promotori d’affari improvvisati e pericolosi, perchè non abituati a giocare con la violenza tout court che gli può sfuggire di mano.

Insomma, per certi versi, vengono assoldati con la logica dei drogati che, per pagare la loro dose di cocaina, diventano spacciatori.
In questo campo inesplorato stanno per approdare vere e proprie orde di uomini, assoldati per lavorare in questi nuovi mestieri lasciati in ereditá dai banchieri i quali, rientrati delle perdite perchè defiscalizzate, hanno buttato sul mercato i loro ex debitori da spolpare, in pasto alle orde di barbari che li hanno comperati.

Ma siamo ancora all’antipasto di quanto accadrá con gli NPL, custodi giudiziari delle abitazioni pignorate, in quanto date a garanzia di prestiti non corrisposti dai clienti degli istituti di credito.

Stante agli ultimi rilevamenti della Banca d’Italia, i dati ci raccontano che il 35% delle aziende italiane sono passate a miglior vita e se aggiungiamo le persone che vi lavoravano – di cui una parte aveva chiesto un mutuo per la casa – provate a pensare al disastro sociale che si sta per consumare con una politica impegnata ad affrontare la campagna elettorale con lo slogan: “si salvi chi può”.

Angelo Santoro

Draghi non è sempre stato l’eroe degli stati del Sud

Abbiamo raccontato tre storie di malafinanza (esiste la malavita, la malasanità, perché non cominciare a parlare anche di “malafinanza”?). Tre storie con un lo stesso fil rouge: Bankitalia tra scandali, imbrogli, crack e scalate illecite; Bankitalia qualche volta protagonista attiva (vedi la gestione di Fazio), più spesso come spettatrice passiva, ma ugualmente e a ragione pregiudizievolmente coinvolta.

Potevamo dimenticarci della Bankitalia di Draghi?
Innanzitutto, non si può fare a meno di esprimere un plauso per la gestione della BCE da parte di Draghi: se oggi l’Europa si ritrova un po’ meno sotto la bandiera dell’austherity, nonostante fiscal compact e Trattato di Maastricht, lo dobbiamo anche a Draghi che ha messo un freno ai tentativi di espansione “coloniale” e dominante della Germania.

Ma Draghi non è sempre stato l’eroe salvatore degli stati del Sud che i giornali italiani e stranieri dipingono. Anzi, tutt’altro.
La nostra storia comincia nel marzo 2007 a Padova. Il dott. Minnella, zelante direttore della Filiale 221 della Banca d’Italia, telefona ai suoi capi a Roma. Si accinge così a comunicare il risultato della perizia da lui svolta.

Il rapporto dell’ispezione era inequivocabile: Banca Antonveneta era ormai un fantasma, un cadavere che restava inspiegabilmente in piedi, chissà ancora per quanto però. Che fine aveva fatto quel rapporto non ci è dato saperlo. Forse “riposava” in qualche cassetto di Palazzo Koch a via Nazionale, prima che l’archeologo… ehm, scusate l’avvocato Paolo Emilio Falaschi, legale degli azionisti “bidonati” del Monte lo riportasse alla luce, come un reperto fossile proprio in questi giorni.

Forse non è neppure mai stato consultato o visionato. Fatto sta che a novembre di quello stesso anno il Monte dei Paschi di Siena acquista quel “cadavere” per ben 9 miliardi (che poi diventano addirittura 17), scelta che si rivela dopo pochi mesi disastrosa per il Monte e per l’intero sistema bancario. Ed è proprio Mario Draghi a benedire nel marzo 2008 l’ingresso definitivo del gruppo Monte dei Paschi in Antonveneta.

Eppure, ci risulta difficile pensare che Mister Draghi non fosse stato a conoscenza di quel documento, pervenuto a via Nazionale con tanto di protocollo. Bankitalia era quindi al corrente della situazione. Come, del resto, era al corrente anche del prestito di quasi 9 miliardi che la stessa Antoveneta aveva ricevuto dagli olandesi di Abn Amro, i quali non tardarono, una volta scoppiato lo scandalo, ad esigerne la restituzione.

Ne erano a conoscenza sicuramente, oltre a Draghi, il direttore generale Saccomani (poi ministro dell’Economia) e la responsabile della Vigilanza Anna Maria Tarantola (poi presidente della Rai). Ma siamo pure sempre in Italia, e si sa: se hai un posto dirigenziale e fai una bestialità, hai la carriera assicurata ai vertici di aziende o delle cariche di Stato; se stai zitto e omertoso, hai un successo ancora più assicurato!

Cosa sono le polemiche attuali che coinvolgono Visco e la Vigilanza di Bankitalia a confronto di precedenti così “nobilitanti”? Oggi Casini, il quale presiede la Commissione parlamentare, ha intenzione di convocare gli ex vertici di Mps Profumo e Mussari che, poverini, dopo il disastro bancario, sono divenuti rispettivamente amministratore delegato di Leonardo e Presidente dell’associazione bancaria italiana fino al 2013. Sì, proprio Pier Ferdinando Casini, che casualmente si è sposato a Siena con Azzurra Caltagirone, figlia del grande “palazzinaro” nonché amico stretto dell’ex Presidente ABI e della Banca MPS – Mussari.

Assieme all’ex direttore generale Antonio Vigni, Mussari è indagato per reati gravi come manipolazione dei mercati attraverso false comunicazioni (aggiotaggio) e ostacolo all’attività di vigilanza. Nel novembre 2007, secondo gli inquirenti, Mussari “comunicava, al di fuori del normale esercizio della professione” la notizia dell’acquisto di Antonveneta all’allora sindaco di Siena Maurizio Cenni e all’allora presidente della Provincia Fabio Ceccherini.

Si da il caso che erano proprio Comune e Provincia a nominare i vertici della Fondazione Mps, principale azionista di controllo della banca, nonché diretta precedentemente da Mussari stesso. Lo stesso Mussari comunicava le stesse informazioni riservate (reato di insider trading) a Bombieri, un banchiere dell’americana di JP Morgan. Ma reati quali “Falso” e “manipolazione del mercato” per il reperimento delle risorse finalizzate all’acquisizione di Antonveneta sono per Mussari una passeggiata di salute.

Perché per gli inquirenti Mussari, in concorso con Vigni e Baldassarri, sarebbe responsabile dell’occultamento con mezzi fraudolenti del contratto “mandate agreement” stipulato a luglio 2009 tra Nomura e Mps sul derivato Alexandria. Questo contratto è stato rinvenuto nella cassaforte di Mps, anche in questo caso non da archeologi, bensì dai nuovi dirigenti di Mps tre anni dopo la stipulazione.

Sull’ex Presidente di Mps Profumo (che ricoprì la carica dal 2012 al 2015), invece, pende un’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza, mentre il Gip Cristofano ha già disposto per lui e per Fabrizio Viola, ex amministratore delegato di Mps, l’imputazione coattiva per aggiotaggio.
Le cause del dissesto di Mps, secondo la Procura, non sono da rintracciare nella crisi internazionale dei mercati finanziari, bensì nella cattiva gestione della banca, in particolar modo per l’acquisto a prezzi spropositati di quel cadavere che era Antonveneta e per una cattiva gestione dei crediti deteriorati che hanno cercato poi disperatamente di svendere a prezzi stracciati.

Dunque, si diceva: a novembre del 2007 Mps Acquista Antonveneta, senza premurarsi di analizzare le condizioni di salute di quel “cadavere”, né di introdurre clausole per un’eventuale ridiscussione del prezzo.
Sull’acquisizione di Antonveneta gli inquirenti hanno aperto grandi armadi pieni di scheletri. Si diceva dei 9 miliardi e rotti sborsati da Mps per l’acquisto, ma a questi vanno aggiunti ulteriori 8 miliardi per dotare Antonveneta di liquidità al fine di portare avanti la normale operatività. E gli inquirenti che hanno accertato pagamenti “anomali”, realizzati dalla banca o da intermediari si chiedono: e se, dietro questi, si celassero mazzette?

Ciò che è certo è che i derivati sottoscritti con le banche Nomura e Deutsche Bank servivano per abbellire i bilanci e nascondere il dissesto causato dall’acquisizione di Antonveneta. Su questo fronte, l’indagato è Baldassari, il capo della “banda del 5 percento” (ma un tempo le bande non erano fatte da banditi? O meglio, forse è così anche oggi, solo che i banditi contemporanei non rapinano più le banche, ma le acquistano e poi manomettono i conti).

Ebbene questa banda, capitanata da Baldassari e composta da esperti di finanza internazionale, per oltre dieci anni avrebbero sfruttato triangolazioni con finanziare italiane e straniere per fare “la cresta” sulle operazioni di Mps, mettendosi in tasca il bottino. Poi c’è il caso dei derivati rischiosissimi “Alexandria” e “Santorini”. I derivati hanno la funzione di spostare il rischio che si assume sull’andamento di un indice di borsa, di un’azione o di un titolo di debito pubblico o privato su soggetti terzi che se ne farebbero carico.

Ma in questo caso, i derivati “Alexandria” e “Santorini” sono serviti per coprire le perdite nette in bilancio di Mps, spostandole su esercizi futuri. Anche in questo caso questi “giochi di prestigio” sulla pelle degli azionisti sono sfuggiti ai controlli di Bankitalia. Ancora un’altra svista dei controllori?
La sensazione è che, giorno dopo giorno, le indagini rivelano nuovi elementi che aggravano la situazione. Come il bandolo di una matassa che non smette di crescere sembrerebbe che questa vicenda, fatta di connivenze politiche-affaristiche, manipolazione delle informazioni, vigilanza ostacolata o deliberatamente non svolta e quant’altro, sia destinata a rivelare ulteriori particolari che estendono il coinvolgimento di attori e istituzioni.

Che dietro questa fitta trama non ci siano responsabilità evidenti della Banca d’Italia di Draghi, al cui confronto Visco potrebbe essere un docile agnellino? Che forse più che un vizio degli ultimi tempi, la svista dei controllori di Bankitalia non sia un elemento ricorrente in certi casi, ovvero in vicende di mala-finanza? Chissà se gli indagati cominceranno a fare qualche nome… quel che è certo è che ne vedremo delle belle.

Quanto ai dirigenti della vigilanza di Bankitalia consigliamo due cose, per star sicuri e non sbagliare ancora: una bella visita oculistica e un paio d’occhiali nuovi. Così che se dovessero esserci ulteriori fenomeni strani di malafinanza non potranno più giustificarsi dietro al “si è trattata di una svista”.

Visco, la cremazione delle banche venete e molto altro 

La maledizione delle banche venete si chiude con le note vicende riguardanti Veneto Banca, Banca Popolare di Vicenza e il governatore di Bankitalia Visco.

Fa sorridere la mozione presentata a suo tempo alla Camera dal PD per escludere il rinnovo dell’incarico di Ignazio Visco a governatore di Bankitalia. Fa sorridere perché nonostante gli interessi di Renzi, il governatore della Banca d’Italia viene nominato dal presidente della Repubblica su proposta del Consiglio dei ministri e del Consiglio superiore della Banca d’Italia; nulla può dunque il parlamento. Per il PD di Renzi Visco è responsabile di non aver vigilato adeguatamente e prevenuto l’esplosione delle crisi bancarie e degli scandali che hanno coinvolto le quattro banche del centro Italia, più le due banche venete.

La difesa di Visco è tempestiva: la politica legifera bail-in e programmi salvabanca? non è riuscita a prevedere che con il coinvolgimento degli obbligazionisti le crisi delle banche sarebbero usciti dai salotti della finanza per entrare in quelli della gente comune?!

Secondo Visco Bankitalia avrebbe “difeso il risparmio nazionale limitando i danni. Questi non potevano non esserci, data la gravissima condizione dell’economia; alcuni casi di gestione bancaria cattiva o criminale, sono stati contrastati per quanto consentito dalla legge e, quando opportuno, segnalati alla Magistratura”.
Per quale motivo allora Visco viene accusato di mancata vigilanza nei confronti degli scandali bancari che si sono susseguiti?

Tempo fa Affari&Finanza, dati alla mano, se ne uscì in questo modo: “una decina di istituti sono scomparsi, portandosi via 61,5 miliardi di euro (conteggio per difetto, che non comprende crediti d’imposta, erogazioni mancate, costi sociali degli esuberi ed altri effetti collaterali). Un terzo dei miliardi a carico dei contribuenti, il resto tra azionisti, obbligazionisti e banche concorrenti, che per evitare contagi hanno preferito metter mano al portafoglio, con i conferimenti al ramo volontario del Fondo interbancario e al Fondo Atlante”.

Lo scandalo, come si ricorderà, inizia con l’esplosione di quella bomba ad orologeria che fu Banca Etruria che, a seguire, trascina dietro Banca Marche, Carichieti e Cariferrara. A poco a poco, emerge che ai risparmiatori di queste “associazioni a delinquere” – che a stento riusciamo a chiamare “banche” – erano state vendute negli anni obbligazioni scadenti.

I risparmiatori, di cui una gran parte anziani non in grado di capirne di finanza o semplici persone che si sono fidate dell’ex compagno di scuola divenuto direttore della filiale, si sono trovati in poco tempo in mano carta straccia. La risoluzione del decreto Salva-banche che istituisce il bail-in (ovvero il prelievo forzoso dei conti con più di 100mila euro) azzera anche in un battibaleno il valore delle azioni e delle obbligazioni emesse da Banca Etruria e dalle altre banche.

Un pensionato di Civitavecchia, a novembre 2015, decide di togliersi la vita. La responsabilità non è soltanto di quel furto legalizzato che chiamiamo “bail-in”e del decreto Salva-banche del governo Renzi.

Sul pc del sessantottenne la moglie trova una lettera indirizzata al direttore di Etruria news, nel quale il marito accusa la banca di non voler cedere alle sue richieste di rientrare, almeno in parte, dei risparmi tolti. L’uomo accusa, inoltre, di avergli cambiato il profilo da basso ad alto rischio e di averlo imbrogliato attraverso l’intercessione di un funzionario di Arezzo che lo avrebbe rassicurato che i suoi risparmi erano in buone mani.

Che fossero pulite o no queste mani, non ci interessa. Non ci interessa, in questo momento, né entrare nei particolari degli illeciti compiuti da questi signorotti, “cafoni arricchiti” come Mario Brega macellaio dei film di Verdone, né aizzare una protesta di moralità. Ci interessa, invece, soffermarci su un particolare: l’uomo era correntista di Banca Etruria da oltre cinquanta anni. Cinquanta anni, porca miseria!

Cosa gli è stato tolto all’uomo? Non solo i risparmi di una vita (non si pensi fosse uno zio Paperoni, era un semplice operaio Enel, facente parte di quell’aristocrazia operaia che riceveva alti salari sì, ma pur sempre solo salari); ciò che è stata assassinata, nell’uomo, attraverso il suo disperato gesto suicida, è la speranza. La speranza e la fiducia.

Speranza in un futuro migliore del presente, in cui avrebbe finalmente goduto dei risparmi che per una vita, come una piccola formica, ha messo da parte. Fiducia nella banca che, per oltre cinquanta anni, lo ha coccolato, aiutato, protetto, consigliato. Speranza di poter prima o poi godere dei propri risparmi, nonostante la crisi e il prelievo forzoso del bail-in. Fiducia nei dipendenti e nei direttori della sua banca; fiducia nel genere umano. Via. Spazzate via, per sempre.

Ventidue gli ex dirigenti indagati per bancarotta (tra questi non c’è il vicepresidente dell’Etruria, nonché papà della Boschi, coinvolto in un’altra inchiesta di bancarotta).
Nonostante le quattro banche siano state salvate in fretta e in furia sotto Natale 2015, con la felicità di papà Boschi, l’accusa rivolta a Visco è di essere intervenuto tardivamente.

Visco s’affanna elencare le ispezioni mosse e si giustifica col fatto che i rapporti ispettivi di vigilanza sono stati inviati entro i tempi all’Autorità giudiziaria.
Qualche mese dopo esplode lo scandalo delle Banche Venete. Per loro scatta il fondo Atlante: Intesa San Paolo acquisisce con un euro il controllo delle banche, i cui costi e responsabilità si scaricano interamente sullo Stato.

Finiscono nel mirino Vincenzo Consoli, padrone incontrastato dell’istituto di Montebelluna e Luigi Zonin, ribattezzato “il Re di Vicenza”. Banche diverse nel nome, ma affini per storia. Le due banche hanno per oltre vent’anni concesso prestiti a amici, parenti e compagni di merende, senza valutazioni obiettive. Il risultato è che, ben presto, tutto ciò diventa una sofferenza insostenibile per i bilanci dei due istituti. Il patrimonio veniva raccolto finanziando gli stessi soci che l’avrebbero sottoscritto. Il circolo vizioso, quindi, era inevitabile. Anche le banche venete, dunque, erano due bombe a orologeria, pronte ad esplodere.

Fatto sta che appena nel 2014 un titolo azionario della banca vicentina era del valore circa di 62,5 euro, mentre un titolo di Veneto banca all’incirca era valutato 40 euro, mentre appena due anni dopo il Fondo Atlante ricapitalizzerà entrambe le banche a 10 centesimi per azione. Finiscono sul lastrico 88mila soci di Consoli e 111mila di Zonin.

Bankitalia plaude il proprio operato, giacché per Visco sono state proprio le ispezioni di via Nazionale a sollevare il polverone. Secondo coloro i quali vorrebbero la testa di Visco al patibolo la responsabilità, invece, è proprio dei ritardi e delle lungaggini di Bankitalia, che interviene sempre dopo la detonazione delle bombe.

Ma all’origine delle critiche allo sfaccendato-faccendiere Visco vi è, tra tutti, quella che viene ritenuta essere la pessima gestione del Monte dei Paschi di Siena, roccaforte senese del PD.

La maxi-acquisizione di Antonveneta (ricordate lo scandalo dei furbetti del quartierino?) e la presenza di contratti derivati in pancia all’istituto hanno condotto a un serio deterioramento del bilancio dell’istituto. Appena nel 2013 Visco sottolineava come l’intervento di Bankitalia abbia consentito “di preservare la stabilità della banca in un contesto di gravi e crescenti tensioni finanziarie, migliorandone il grado di capitalizzazione e avviando a normalizzazione la precaria situazione della liquidità”, ma in verità è proprio l’operato di Bankitalia a essere sotto accusa, per la mancanza di tempestività e una cattiva vigilanza sulle operazioni.

A tornare alla ribalta, proprio in questi giorni, sono le vicende riguardanti la Banca Intermobiliare per il quale la Procura di Roma ha aperto un fascicolo, a seguito di un esposto dell’ex amministratore delegato Pietro D’Aguì, sul comportamento della Vigilanza all’epoca dell’acquisizione di BIM da parte di Veneto Banca. Stiamo parlando di fatti avvenuti a cavallo tra 2010 e 2011.

Per non parlare del caso riguardante la Tercas di Teramo e la Popolare di Bari. Il Tribunale civile de l’Aquila ha deciso di condannare gli ex amministratori delegati e il direttore generale della Tercas a risarcire la banca pugliese di svariati milioni, frutto di un cattivo salvataggio dell’istituto abruzzese da parte della Popolare di Bari che venne eseguito proprio su indicazione di Bankitalia.

Dalla procura di Roma sono emerse le modalità di spolpamento della banca, come se si trattasse di un tacchino da servire in un banchetto il giorno di ringraziamento, con a tavola iene fameliche, vigliacche e feroci. Si tratta di prestiti e affidamenti facilitati ad aziende amiche e, addirittura – perché siamo in Italia e la famiglia è sacra – a familiari diretti. Ma sì, dall’Abbruzzo a Bari, siamo tutti italiani, siamo tutti paesani! L’acquisizione dell’istituto abbruzzese ha comportato un vortice al ribasso del valore dei titoli, a causa di una serie di aumenti incontrollati di capitale.

Pare che Bankitalia non abbia accertato nessun profilo di rilievo sanzionatorio e che, stante all’ultima interrogazione parlamentare, il Mef abbia dichiarato che il livello di patrimonializzazione sia buono.

Nel frattempo Visco e i vigilanti di via Nazionale dormono sonni tranquilli, e gli azionisti e obbligazionisti, che fanno? Sono corrosi dalla rabbia, dalla perdita di fiducia e della speranza, il patrimonio più grande del quale sono stati scippati. Attendono, quasi rassegnati, un cenno, una novità, qualcosa che gli dia la speranza di un cambiamento. Incollati, giorno dopo giorno, alla prima pagina del Sole24Ore o davanti al Telegiornale delle otto, non hanno che da scegliere: vivere passivamente e rassegnati, seguire l’esempio del pensionato civitavecchiese… o ribellarsi.

Angelo Santoro

Antonio Fazio e il suo allevamento di volpi

Protagonista di questa storia è, ancora una volta, una banca veneta: non l’Ambrosiano di Calvi, né Veneto banca o Banca popolare di Vicenza, bensì la Banca Antoniana popolare Veneta, detta semplicemente Antonveneta.

Estate 2004. Fa caldo, molto caldo in Italia. Nulla a che vedere con il caldo che ci sarebbe stato l’estate successiva, quando esplode lo scandalo che le testate battezzano col nome di “Bancopoli”. Tutto ha inizio quell’estate, quando l’olandese ABN Amro chiede alla Banca d’Italia l’autorizzazione per diventarne la maggior azionista in Antonveneta.

Qualche mese dopo, Banca d’Italia concede alla Banca Popolare di Lodi il permesso per detenere fino al 15percento del capitale di Antonveneta. Il 29 marzo 2005, la banca spagnola BBVA lancia un’offerta pubblica di acquisto per ottenere la maggioranze delle azioni della BNL, mentre il giorno dopo è la volta della banca olandese ABN AMRO che lancia un’offerta pubblica di acquisto su Antonveneta. Il 29 aprile è il turno della BPL che lancia un’Offerta Pubblica di Scambio su Antonveneta.

No, noi che stiamo raccontando come sono andate le cose non stiamo giocando a battaglia navale o a Risiko. Forse però la verità è che quei “furbetti del quartierino” – come sono stati prontamente ribattezzati dalla stampa i banchieri coinvolti – credevano di starci giocando, con le quote azionarie delle banche al posto degli Stati.

Lo scandalo scoppia in pieno luglio, quando la procura di Milano procede al sequestro dei titoli di Antoveneta, detenuti da BPL. Perché?

Giampiero Fiorani, amministratore delegato della BPL, è amico di Antonio Fazio, Governatore della Banca d’Italia. Fin qui, nulla di male. Si dà il caso, però, che Fazio favorisca la celerità delle autorizzazioni richieste da BPL, mentre rallenta quelle degli olandesi di ABN Amro. Si dà inoltre il caso che la BPL abbia rastrellato azioni dell’Antonveneta fin dal novembre del 2004.

All’epoca la BPL di Fiorani deteneva il 2percento del controllo di Antonveneta, ma nel febbraio 2005, grazie a un patto tenuto segreto, riescirà a controllare il 52percento del capitale bancario, assieme a Fingruppo, GP Finanziaria, Unipol e Magiste, tutte società legate a BPL. Come avviene tutto ciò? Semplice: prelevando illecitamente denaro attraverso gonfiamenti delle commissioni bancarie e sottrazioni da conti correnti di persone defunte. Defunte?!!! Sì, questi vampiri, all’occorrenza, fanno sorgere come zombie pure i morti, pur di racimolare qualche migliaio d’euro in più!

Il Primo maggio il Consiglio d’amministrazione di Antonveneta elegge tutti i quindici candidati di Fiorani, il quale diventa pertanto amministratore delegato. Non si dovrà aspettare tanto tempo affinché il silenzio su queste operazioni si rompa: il giorno seguente, infatti, la procura di Milano apre un fascicolo contro ignoti per aggiottaggio in Antonveneta, ovvero manipolazione del prezzo delle azioni bancarie, attraverso la diffusione di false notizie.

La scalata all’Antonveneta, secondo gli inquirenti, avrebbe comportato nel novembre dell’anno precedente acquisti di titoli di circa 500milioni di euro, spingendo il prezzo delle azioni Antonveneta a un livello nettamente superiore a quello dell’OPA proposto dalla banca olandese che si vede così costretta a non poter effettuare altri acquisti di azioni.

Durante quel maggio che precede quell’estate bollente, la Consob fa luce sulla vicenda. Beh, non proprio luce, però accende un faro… un lumino. Fiorani, di concerto con altri soci di Antonveneta, avrebbe stretto un patto occulto per superare la soglia del 30percento di Antoveneta, affinché BPL potesse effettuare l’Offerta Pubblica d’Acquisto entro una settimana.

Qualche giorno più tardi scattano i primi avvisi di garanzia per Fiorani e 18 imprenditori sospettati di essere stati finanziati dalla BNL per rastrellare buona parte delle azioni di Antonveneta: spiccano i nomi di Emilio Gnutti di Fingruppo, Gp Finanziara e Hopa, nonché artefice della scalata Telecom Italia assieme a Roberto Colaninno di Olivetti, nonché vicepresidente di Monte dei Paschi di Siena, condannato per Insider Trading.

Agli inizi di giugno il tribunale di Padova sospende il neonato consiglio di amministrazione dell’Antonveneta, mentre Fiorani viene iscritto nel registro degli indagati della procura di Roma a metà luglio. Anche Francesco Frasca, responsabile dell’organo di vigilanza in Bankitalia, viene indagato con l’accusa di abuso d ufficio per varie irregolarità nei controlli alla BPL (che a giugno cambia nome in BPI) di Fiorani.

Il 25 luglio vengono sequestrate le azioni Antonveneta detenute da BPI (ex BPL) e dagli altri imprenditori “ingordi” coinvolti nella scalata, mentre a settembre il “furbetto” Fiorani si dimette da amministratore delegato, in quanto indagato per aggiotaggio, insider trading, ostacolo all’attività di vigilanza della Consob, falso in bilancio, falso prospetto, falsa dichiarazione a pubblico ufficiale.

A dicembre, l’accusa di “associazione a delinquere”, aggiotaggio e appropriazione indebita (quella dei soldi che Fiorani avrebbe sottratto, come uno sciacallo o un tombarolo, dai conti correnti dei clienti defunti) lo priverà della libertà. Pochi giorni dopo, la Consob accerta il “patto segreto” tra Unipol e Deutsche Bank e a finire sul registro degli indagati per manipolazione del mercato e ostacolo all’autorità di vigilanza nell’ambito dell’inchiesta sulla scalata a BNL e per aver aiutato Fiorani a rastrellare le azioni di Antonveneta è Giovanni Consorte, amministratore di Unipol.

Nel frattempo, sollecitato da più parti del mondo della politica, Fazio si dimette.

Intanto, gli olandesi della ABN Amro acquisiscono la maggioranza del controllo dell’Antonveneta e lanciano l’OPA alle stesse condizioni dell’offerta lanciata l’estate precedente, mentre a gennaio 2006 Bankitalia blocca l’OPA di Unipol su BNL. Ma il sipario, anzi il siparietto non si chiude qui.

Infatti, Il 2 gennaio Il Giornale pubblica le intercettazioni telefoniche tra Consorte di Unipol e Fassino, allora segretario DS che, seppur prive di interesse ai fini giudiziari, solleveranno un gran polverone alla vigilia delle elezioni di aprile, alimentato anche dalle dichiarazioni di Berlusconi circa le pressioni fatte dal centrosinistra su Generali Assicurazioni, affinché quest’ultimi vendessero a Unipol la propria quota di BNL.

Il Presidente delle Generali smentisce che di aver ricevuto pressioni per la vendita da parte di esponenti del centrosinistra, ma afferma di averle ricevute, ancora una volta da lui: l’ex governatore Fazio, burattinaio e capo dei furbetti del quartierino.

E per finire, ciliegina sulla torta, come ogni buon giallo all’italiana che si rispetti, non poteva mancare la nota di colore complottista, che tinge di mistero tutta la vicenda. Come ha fatto il Giornale ad accedere alle intercettazioni tra Consorte e Fassino, dal momento che i nastri originali delle registrazioni erano ancora in una busta sigillata? Che siano i correntisti defunti della BPL di Fiorani che, dall’al di là, abbiano voluto fare uno scherzo?

Angelo Santoro

Dove tutto ebbe inizio,
Calvi e il Banco Ambrosiano

Roberto Calvi entra nel Banco Ambrosiano come semplice impiegato e ne esce da morto, dopo una carriera da faccendiere che gli valse addirittura il titolo altisonante di “Banchiere di Dio”. A poco a poco, inizia la sua scalata tra i consigli di amministrazione di diverse controllate estere del Banco. Cominciano anche i rapporti con lo IOR, la banca vaticana.

Divenuto a metà degli anni Settanta direttore, lancia il Banco Ambrosiano come un razzo nell’Olimpo della grande finanza internazionale. Come? Grazie all’appoggio dell’amico-socio in affari Michele Sindona che lo introduce all’interno della Loggia P2. Tra gli amichetti di Calvi non ci sono solo massoni dal cappuccio nero, personcine gentili e distinte del calibro di Licio Gelli, il quale proprio in quegli anni intrattiene rapporti con la mafia corleonese, con la finanza internazionale e dà una mano a chi mette le bombe nelle piazze e nelle stazioni.

Tra i “compagni di merende” del banchiere ci sono mafiosi, esponenti dei servizi segreti italiani e internazionali: in particolare quelli latino-americani, impegnati a contrastare con ogni mezzo possibile “l’ideologia filomarxista” (come ebbe modo di scrivere Calvi in una lettera a Papa Giovanni Paolo II poco prima di morire e venuta alla luce solo parecchi anni dopo).

Siamo a metà degli anni Settanta. E’ dal golpe cileno, infatti, che la CIA non perde occasione per destabilizzare qualsiasi forma di socialismo democraticamente eletto. Dall’altro lato, la Chiesa cattolica, con l’elezione di un Papa polacco nel ’78, comincia a lavorare operativamente per quella che sembrava essere l’imminente caduta dei regimi comunisti. Interessi della finanza internazionale in America Latina e interessi della finanza vaticana si intrecciano. E Calvi è il fil rouge di questi due mondi.

Tra gli anni Settanta e i ruggenti anni Ottanta, cominciano le prime disavventure delle banche Venete. No, non ci riferiamo a Veneto banca e a Banca Popolare di Vicenza, ma alla Banca Cattolica del Veneto e a Credito Varesino, due controllate del Banco Ambrosiano che cominciano a finanziare ingentemente l’Università Bocconi. Chi c’è nel nel Consiglio di amministrazione della Bocconi? Roberto Calvi! Qualcuno comincia a nutrire dei dubbi sulla legalità di questi finanziamenti, ma a parte qualche radicale che propone interrogazioni parlamentari sulla vicenda, nel Belpaese, come sempre, regna il silenzio.

E grazie al silenzio, Calvi nel frattempo agisce indisturbato creando società fantasma in Svizzera e in altri paradisi fiscali e utilizzando le stesse per intercedere con lo IOR, la banca vaticana. Affinché continui a regnare il silenzio, Calvi escogita un meccanismo di compensazione dei conti tra le diverse istituzioni bancarie. Cominciano, quindi, i finanziamenti a diversi Paesi latinoamericani e ad associazioni cattoliche dell’Europa comunista. Gli ispettori della Banca d’Italia, allora, cominciano a insospettirsi; denunciano diverse irregolarità e le inviano al magistrato Emilio Alessandrini. Poiché però siamo nell’Italia della fine degli anni Settanta e si spara un po’ a casaccio, è proprio Alessandrini – ma guarda un po’ il caso – a morire qualche tempo dopo per mano di un commando di Prima linea. E sempre guarda il caso, l’allora governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi e il vice direttore generale Mario Sarcinelli, artefici delle ispezioni, si trovano sotto accusa per alcune irregolarità. Sbattuti agli arresti domiciliari, saranno prosciolti “perché il fatto non sussiste” solo nell’83, dopo la morte di Calvi.

Il silenzio però si rompe nel 1981, allorquando scoppia lo “scandalo P2” e, connesso a questo, quello del Banco Ambrosiano. Calvi disperato cerca protezione dal Vaticano e dallo IOR, ma non aveva fatto i conti con lo sport di cui gli italiani vantano un primato olimpionico: l’affondamento della testa nella sabbia, come gli struzzi. Viene quindi arrestato per reati valutari, processato e condannato.

Rilasciato in libertà provvisoria in attesa dell’appello, torna a presiedere il Banco Ambrosiano e nel tentativo estremo di salvare i conti, stringe legami con “Il sardo” Flavio Carboni, altro bravo ragazzo legato a Licio Gelli, al boss mafioso Pippo Calò e alla banda della Magliana. E sarà proprio grazie a Carboni che Calvi riesce a intravedere la luce in fondo al tunnel. Carboni lo aiuta nel riciclaggio del denaro sporco; intercede con la banda della Magliana che attenta la vita del vicepresidente del Banco Rosone, perché non è più disposto a concedere prestiti senza garanzie allo stesso Carboni; infine, aiuta Calvi a fuggire all’estero.

Il 16 Giugno dell’82 Carboni parte da Amsterdam per raggiungere Calvi latitante a Londra. Due giorni dopo, un impiegato delle poste della Royal Mail londinese trova Calvi impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri del Tamigi. Ha le mani legate dietro la schiena e, nelle tasche, accanto a un passaporto falso, vengono ritrovati 15000 dollari e un foglietto con alcuni nominativi di industriali, pidduisti (tra cui spicca il nome del dirigente BNL Ferrari), e politici, come il democristiano Aggradi e il Ministro delle finanze Rino Formica. Seguono altri suicidi eccellenti, come quello della segretaria di Calvi, Graziella Corrocher, che si lancia dal quarto piano della sede del Banco Ambrosiano.

Il “suicidio” di Calvi e l’omicidio per avvelenamento di Sindona chiudono definitivamente un pezzo importante della storia bancaria italiana: quella dei misteri e degli scandali. Di lì a poco, la caduta del muro e del regime sovietico, la normalizzazione della Mafia internazionale e il crollo della Prima Repubblica avrebbero ceduto il passo a una nuova stagione, caratterizzata dal rampantismo di una nuova generazione di banchieri.

Angelo Santoro

Casini veste i panni di Diogene
e cerca banchieri onesti 

Domani e dopo la Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulle Banche, presieduta da Pier Ferdinando Casini già Presidente della Camera dei deputati, ascolterà il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e Federico Ghizzoni, ex Amministratore Delegato di Unicredit.

Perché tanta attenzione su questa vicenda che, nelle sue battute conclusive, si colora dei Thriller più emozionanti, come se il presidente Casini, indossate le vesti di Diogene, ci stesse per regalare un finale da brivido e svelare di aver trovato un banchiere onesto? Beh, decine di milioni di italiani sono titolari di un conto corrente in banca e ora l’uno, ora l’altro, certo per errore sono stati come “truffati” dai rispettivi istituti di credito per l’addebito di spese non dovute; tassi di interesse non concordati; firme che non avevano mai messo; vendita di titoli spazzatura o azioni della stessa banca dove erano titolari del conto.

Insomma, la crisi del sistema bancario italiano, che ha visto intervenire lo Stato con due Decreti Salva Banche, ha alimentato l’insoddisfazione dei cittadini già provati dalla mancanza di lavoro e dalla conseguente revoca di prestiti e mutui che gli erano stati concessi. Dal dicembre 2015, quando è stato approvato il primo dei due Decreti, d’improvviso è letteralmente saltato il coperchio del vaso di Pandora che ha evidenziato la drammatica situazione provocando il finimondo. Un finimondo che ha costretto il Parlamento a mettere su, in fretta e furia, una Commissione Parlamentare d’Inchiesta per capire cosa fosse successo.

Il punto è che, la Commissione presieduta da Pier Ferdinando Casini, ha coinciso con la fine della legislatura e una campagna elettorale dai toni più accesi che mai. Infatti, quanto accaduto, ha falsato tutto ciò che abbiamo ascoltato sulla situazione bancaria, diventata uno scandalo vergognoso per alcuni – mentre altri tendono a difendere l’indifendibile.

Eppure, il nostro sistema bancario veniva raccontato come tra i migliori al mondo, almeno è così che lo descrivevano gli ultimi Governi, compreso quello di Mario Monti, il quale durante il suo mandato ha aiutato i sistemi bancari in crisi di Germania e Spagna, tanto per fare alcuni esempi, con decine di miliardi: rifiutando con un certo sdegno ogni aiuto per noi stessi. E così via, Matteo Renzi che, fino a qualche mese addietro, invitava i risparmiatori ad aver fiducia di Monte Paschi, la banca più “solida” e antica del mondo.

Ora, il libro sta per finire e ci verranno lette le ultime pagine del thriller proprio domani e dopo, con le audizioni di Ignazio Visco e Federico Ghizzoni: il primo  dovrebbero smentire i detrattori, mentre il secondo sbugiardare le parole scritte a pagina 209 del volume di Ferruccio de Bortoli, per ritrovare la fiducia nelle istituzioni, ma sarà così oppure scopriremo che è tutto vero?

Noi, da parte nostra, staremo ad ascoltare comodamente seduti in poltrona con un panettone da un chilo e mezzo, un fiasco di vino e rutto libero di fantozziana memoria.

Angelo Santoro

Azionisti di banca privati
anche della dignità

Le banche sono quasi imbattibili, ma i banchieri una volta accerchiati si possono catturare. Allora ci poniamo una domanda: se il cliente ha ragione ed è stato palesemente imbrogliato, come è successo ai tanti azionisti in generale e a quelli veneti in particolare, non è possibile fare nulla per riscattare i loro risparmi? Certamente, tanto per cominciare, ci vuole un buon avvocato, sporgere denuncia e fare una causa, ma per l’esito ci vuole tempo, denaro e il rischio concreto di mangiarsi il fegato; mentre i banchieri se la godono perché possono permettersi lunghe e costose cause utilizzando proprio i soldi dei risparmiatori.

Allora, come è possibile difendersi ed avere giustizia? Beh, l’idea è che ogni gruppo di persone che ha sottoscritto l’acquisto di azioni in una determinata filiale di banca dovrebbe denunciare per false informazioni i funzionari che gli hanno venduto carta straccia; l’effetto domino sarebbe imbarazzante per l’istituto di credito di riferimento, il quale dovrebbe correre ai ripari e scendere a patti per trattare almeno una parte di risarcimento!

In parole povere, la banca vince perché con la sua potenza economica aggredisce un azionista debitore per volta, lo butta a terra e gli sequestra la bottega che era stata chiesta a garanzia in cambio del prestito per comperare le azioni. Se invece a parti invertite un gruppo di azionisti “truffati” sporge denuncia contro ogni singolo funzionario responsabile di aver venduto le azioni in mala fede, la Procura non può rifiutare la querela; ovvio, salvo poi dimostrare di aver ragione.

Però, vorrei proprio vedere, per esempio, se i 207.000 azionisti delle banche venete querelassero singolarmente i rispettivi direttori di filiale che hanno imposto la vendita di azioni, pena la revoca dei fidi, i giudici come potrebbero non tenere in considerazione le ragioni degli azionisti ingannati?!
L’idea è quella di una rivoluzione gandhiana contro l’arroganza del potere bancario.

La metafora è che per catturare il leone l’unica possibilità è allontanarlo dal branco e dal suo regno, la foresta; altrimenti ogni lotta è perduta in partenza e l’azionista “turlupinato” è destinato ad essere sbranato una seconda volta.

La riflessione ha dei fondamenti che vale la pena approfondire, in quanto sarebbe sufficiente che un migliaio di azionisti, meglio se iscritti ad una sola associazione, sporgessero querela contro i direttori di filiale in malafede per far saltare i nervi alle banche. Qualcuno azzarda anche l’ipotesi che, i funzionari chiamati a rispondere della responsabilità di aver venduto le azioni “truffaldine”, sarebbero disponibili a rinunciare perfino all’arroganza.

Con questa azione si potrebbe attirare il banchiere/leone fuori dalla foresta bancaria e dare una svolta allo scontro, che vedrebbe l’azionista gabbato battersi ad armi pari; mentre attualmente il comportamento dei bancari è vigliacco, in quanto pur sapendo di avere torto, ma forti dei soldi che non sono i loro, si rivolgono ai Tribunali per pignorare la casa che era stata chiesta in garanzia per finanziare l’acquisto di azioni “fantasma”.
Prima di arrendersi varrebbe la pena combattere “uniti” e determinati un’ultima volta per recuperare i risparmi, altrimenti non rimane che cedere ai “malfattori” anche la dignità e stremati rinunciare ad ogni azione.

Angelo Santoro

Le banche vendono ancora diamanti?

Di recente pensavo che sarebbe opportuno fare un’inchiesta sul caso degli istituti bancari che, tra un bonifico, un fax, un blocchetto di assegni e qualche bolletta dell’Enel quietanzata con lo schiocco del timbro “pagato” – di quei timbri così marchiati che ti mandano a casa sereno e soddisfatto d’aver fatto il proprio dovere di cittadino – sotto sotto vendono diamanti.

Il fatto che alcune banche siano state trasformate in incaute venditrici di diamanti sicuramente non contribuisce ad accrescere la fama di un sistema bancario eticamente irreprensibile. Coi soldi dei nostri risparmi, queste banche sono entrate in società con altre società a responsabilità limitata (per i banchieri, forse… non certo per quei poveri clienti indotti ad acquistare pietre, spacciate per diamanti preziosi) con la finalità di mettere al riparo i loro gruzzoli.

La storia è più o meno questa: alcuni alti funzionari di istituti di credito erano gli stessi che sedevano nei consigli di amministrazione di altisonanti società diamantifere – che di altisonante avevano ben poco, in quanto erano soliti comprare i brillanti da commercianti, a loro volta acquistati da altri ancora – , sono stati per lunghi periodi intenti a vendere questi brillocchi ai poveri creduloni, clienti dei loro istituti.

Infatti, i sempliciotti venivano chiusi nell’ufficio del direttore della filiale che gli proponeva, da grande esperto diamantifero qual era, l’affare della vita, mettendo in evidenza la sua posizione di forza nei confronti del malcapitato cliente che, con voce tremante, fantozziana, mentre firmava l’acquisto, chiedeva intimidito: “ma signor dottore, se poi voglio monetizzare, sicuro che la banca li riprende indietro, vero?”; puntualmente l’azzardoso funzionario rispondeva: “mi dovrà pagare un caffè quando dovesse succedere, vedrà come sarà cresciuto il suo gruzzoletto!”.

Un cazzo: ogni qual volta capitò esattamente quanto temuto dal malcapitato, non solo lo stesso veniva trattato con sufficienza, ma si vedeva ridurre il prezzo del prezioso investimento del 50 percento rispetto al prezzo d’acquisto, sentendosi addurre come scusa implausibile una rivolta africana a ridosso delle miniere, la stretta europea sulle politiche fiscali d’importazione, il ritorno del bolscevismo, l’arrivo dei marziani e l’innalzamento incontrollato dei gas serra.

Hai capito che faine le banche! Volevano fare anche i gioiellieri con i soldi dei risparmiatori, che poi strozzavo puntualmente! Passata la moda dei diamanti per qualche malcapitato ribelle che cominciava a minacciare di menare le mani, i banchieri hanno cambiato musica, ma non la solfa: sono passati prima ai derivati e poi alle azioni “fantasmine”. Come se negli istituti di credito si festeggiasse sempre Halloween.