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Angelo Santoro

In pancia alle banche c’è solo il verme solitario

Il termine “in pancia” si è cominciato a sentire in riferimento ai crediti deteriorati che le banche italiane hanno in sofferenza; ora non si capisce se il patimento, e conseguente dimagrimento, sia per causa della “tenia”, oppure solo una scusa per farsi compatire dalla BCE dove chiedono aiuto!

Il verme solitario delle banche è conseguente all’ingordigia dei banchieri che hanno vissuto nel lusso più sfrenato a spese dei risparmiatori a cui, in molti casi, hanno prosciugato anche i conti, vendendogli come magliari le azioni truffaldine.
Ma noi italici ignoranti beviamo ogni cosa! Nessuno pensa che le banche raccontano cazzate quando lamentano i crediti inesigibili, semmai siamo noi cittadini che ne sopportiamo i costi perché le banche defiscalizzano le perdite in giornata. Ergo, non ci rimettono nulla; semmai guadagnano perché tutto quello che racimolano con i pignoramenti è utile netto, altrimenti col piffero che venderebbero le case dei clienti creditori, ad un decimo del loro valore, alle Società-avvoltoio. Argomenti, questi, che hanno portato ad una caccia spietata al verme solitario delle banche: quella che i politici hanno promosso prima del 4 marzo, all’arrembaggio dei voti degli elettori pugnalati vigliaccamente alle spalle dagli istituti di credito.

Infatti, sono stati davvero tanti i candidati al Parlamento del Paese che sproloquiavano contro i banchieri responsabili della crisi e protagonisti di una mattanza spietata nei confronti delle piccole imprese e delle famiglie italiane. Senza dimenticare di aggiungere alla lista le centinaia di migliaia di azionisti ingannati dalle Banche Popolari, complice inconsapevole il governo di allora, prosciugando i risparmi di coloro che avevano dato fiducia alla banca “di famiglia”.

Sì, i politici sproloquiavano: molti parlavano per sentito dire, ed era facile per loro, in campagna elettorale, promettere che qualora fossero stati eletti avrebbero rimborsato tutto il cucuzzaro, senza sapere nulla di ciò di cui si parlava e tantomeno cosa e quanto avrebbero dovuto restituire.

Intanto, una volta seduti sulle fantozziane poltrone di pelle umana, hanno cominciato a darsi del tu con quella parte di banchieri che aveva spergiurato di mandare a casa (o in galera). Chissà, forse si sono resi conto che di poveracci da ingannare ce ne sono ancora tanti, anche se con pochi risparmi, mentre i banchieri sono pochi e ricchi sfondati. E con i tempi che corrono è meglio essere cauti con loro… non si sa mai, un mutuo, un prestito, può sempre tornare utile.

Angelo Santoro

Il Bar dell’alta finanza di paese

Una volta al Bar dello Sport si parlava di calcio, era il luogo dove i lavoratori si ritrovavano la sera e nei giorni di festa. E, tra un un caffè e un bianchetto di troppo, alzavano i toni per difendere la squadra del cuore, per massacrare scientemente l’arbitro sempre e comunque.

Le chiacchierate non finivano mai, al punto che, ad una certa ora, venivano buttati simpaticamente fuori dal locale. Dopodiché, una volta all’esterno, ognuno di loro continuava a difendere le proprie ragioni. Nei piccoli paesi, specialmente la domenica sera, era frequente l’affacciarsi alla finestra della nonnina, disturbata dai toni alti delle voci, che dava degli scansafatiche ai tifosi invitandoli ad andare a lavorare.

Da quando il calcio è diventato uno sport d’élite, in quanto è possibile vederlo sono sui canali a pagamento, quello stesso ceto medio di lavoratori negli anni Duemila aveva di fatto ribattezzato il Bar dello Sport in Bar della Borsa valori, perché non c’era luogo dove lo schermo della televisione era costantemente acceso sui titoli azionari.

Gli ex tifosi di calcio si davano arie da banchieri parlando di finanza. Sappiamo come è andata a finire: un po’ tutti sono stati spennati a dovere come tacchini nel giorno di Natale!

Oggi, assistiamo ad un altro fenomeno curioso: quelle stesse persone uscite rovinosamente dalla crisi dell’ultimo decennio, si ritrovano nel Bar dello Sport rinominato per l’occasione Bar dell’alta finanza.

Gente che dopo aver perso il lavoro e chiuso l’azienda, spossessati degli ultimi risparmi rapinati in gran parte dalle ex banche popolari, discute animatamente sulle grandi opportunità dell’Europa che difende con convinzione. Così come è entusiasta dell’operato di Mario Draghi alla BCE, il quale – ci raccontano – “con l’immissione di liquidità, prima di 80 miliardi di euro al mese e ora di 30, ha salvato l’Unione e soprattutto l’Italia.

La domanda sorge spontanea, diceva Antonio Lubrano: ma cosa piffero frega a queste persone quasi indigenti di parlare di finanza, economia, Europa e BCE e di tutti quei responsabili della mattanza del ceto di lavoratori che, dopo una settimana di lavoro indefesso (perché erano in condizione di svolgerlo) avevano come passatempo quello di discutere di calcio al Bar dello Sport?!

Quando sei alla disperazione, così come molti italiani lo sono (gli ultimi dati parlano di 18milioni a rischio povertà), si dovrebbe avere uno spirito rivoluzionario più che finanziario, o no? Certo che i tempi sono davvero cambiati! Gli ideali si nascondono sotto la polvere da qualche parte in soffitta e la dignità e l’onore sono ormai semplici sostantivi che abbiamo relegato nei libri di storia.

Un mondo così ostinatamente costretto a campare alla giornata e privato della libertà; un mondo che non sa ricorrere la fantasia perché rimbecillito dai social e dalla rete, può solo sparare cazzate come i frequentatori del Bar dello Sport di ieri, oggi ribattezzato “Il Bar dell’alta finanza di paese”.

Angelo Santoro

L’ennesimo naufragio di MPS

Non ci rimane che buttarla in neosatira perché siamo punto e a capo; infatti, appena uscita dalla camera iperbarica MPS sembra sia già sott’acqua di altri 3 mld. Certo che la banca Toscana, dall’acquisto di quella bagnarola lacustre dal nome Antonveneta, è diventata simile al barcone di migranti che salpa in continuazione consapevole del pronto salvataggio da parte dello Stato.

Uno Stato solerte solo nell’aiutare queste imbarcazioni che quando partono per nuove avventure finanziarie pensano più a rifornirsi di privilegi che benzina e, cosa ancor più grave, se ne fregano della manutenzione: tanto sanno che le rigorose regole del mare obbligano a salvare i naufraghi risparmiatori.

Le banche si avvalgono di regole altrettanto rigide di quelle marinare, nessun Paese si può permettere di abbandonare un istituto di credito in mezzo alla tempesta, la prima cosa che deve fare è salvare l’istituto in avaria, poi si vedrà.

Per il Monte Paschi a tutt’oggi siamo ancora al “poi si vedrà”. Intanto, capitani e sottoposti si scambiano di ruolo e di banca (nel senso che passano da un istituto all’altro); insomma, strambano in continuazione tanto se sfasciano il natante sanno già che arriva “pantalone”.

Nel mentre, gli impavidi corsari Rossi, bianchi e neri dedicano il loro tempo ad investire con giudizio i compensi faraonici che si sono assegnati, e nel tempo libero parlano, parlano, si riuniscono per inventarsi rotte piene di pericoli e tempeste, e si affondano l’un l’altro come giocassero alla battaglia navale a scuola, ma utilizzando l’immensa Sala Meeting, testimone di tempi e uomini migliori.

Il dramma è che durante gli affondamenti veri, quelli delle banche che dirigono, per esorcizzare la paura si concedono nuovi e costosi benefit che andranno nel conto, sapendo che tutto verrà addebitato alla collettività.

Nel caso di MPS addirittura attribuiscono la responsabilità dell’ennesimo naufragio ai dipendenti marinai semplici, accusati di uscire dal lavoro alle cinque del pomeriggio, ma chi se lo immaginava che l’ennesimo naufragio di MPS dipendesse dagli impiegati precari!

Angelo Santoro

Eliminare il contante per pagare una sola “tangente”: alle banche!

prendiamo sempre ad esempio in maniera esasperata gli Stati Uniti, al punto tale che diverse parodie – da Renato Carosone col suo “Tu vuo’ fa’ ll’americano” a Alberto Sordi col boy del Kansas City – ironizzano su questo vizio degli italiani di emulare usi e costumi d’Oltreoceano. Eppure, a volte quest’America tanto osannata la dimentichiamo proprio in quei principi di democrazia e libertà che dovrebbero essere vanto delle nostre più nobili tradizioni.
Ci riferiamo alla circolazione di quel contante che viene suonata come una fisarmonica dai governi che si succedono da un quarto di secolo, i quali recitano la farsa in funzione del pubblico che li ascolta; ecco che una volta l’importo sale e una volta scende, fino a trovare quel compromesso ipocrita che non serve allo scopo che si prefiggono ora gli uni ora gli altri.
In America non c’è limite al contante perché quando un cittadino viola le regole fiscali o peggio corrompe la pubblica amministrazione i colpevoli vanno in prigione senza se e senza ma. Chi rischia non si sogna neanche di contestare le conseguenze dei suoi atti: la giustizia è inflessibile, rapida e efficace.
Invece in Italia, e specialmente in Italia, l’ipocrisia regna sovrana: tutti sanno tutto, ma fanno finta di non sapere nulla; cadono dalle nuvole quando vengono scoperte le corruzioni nell’amministrazione pubblica, peraltro conosciute e messe in pubblico a seconda degli intrighi di Palazzo del momento. La nostra è una giustizia semaforo!
Un terzo dell’economia del Paese è in mano ad organizzazioni malavitose che riciclano il contante, quel contante che finisce fino all’ultimo centesimo nelle “banche-scimmia” che, come è noto, non vedono, non parlano e non sentono.
Capisco che sapere le provenienze del contante dei pensionati, bottegai e professionisti è importante per mappare eventuali corruttori, così come capisco che non è democratico, civile e può risultare perfino scorretto sapere chi sono i proprietari delle banche. Peccato che quegli stessi dirigenti e proprietari delle banche (è il caso ad esempio delle banche popolari) un tempo erano conosciuti, eccome! Si sapeva tutto di loro: indirizzo, dichiarazioni al fisco, patrimoni, vita, morte e miracoli. Poi, a sorpresa, con un Decreto – ad hoc – si è pensato bene di rendere rigorosamente anonimi i proprietari, a costo di mettere sul lastrico 500mila azionisti…ma come si dice “la privacy è privacy”!
Le porcherie di molti banchieri italiani sono state evidenziate e non punite in quanto considerate “porcherie in buona fede”; anzi, in molti casi sono state premiate con liquidazioni faraoniche.
Ora il punto era ed è: come poter continuare a finanziare i banchieri, evitando che il popolo si incazzi! Ecco che brillantemente con lo slogan “basta corruzione” il sistema vuole cancellare d’un colpo la circolazione del contante prendendo a spunto i Paesi nordici che neanche conosciamo.
Abbandonare il mito americano di Carosone e Sordi e obbligare per legge gli italiani ad utilizzare il bancomat per pagare persino il caffè al Bar, dunque! Sono questi i nuovi strumenti finanziari messi a disposizione da quelle banche che vanno sempre aiutate, a costo di togliere l’ultimo barlume di privacy e libertà rimasto… la nostra privacy, non certo quella dei dirigenti!
Nella testa di questi integralisti, un po’ disturbati, c’è l’idea di mandarci in banca, fare la fila per versare un euro sul conto corrente, uscire e poi andare al bar per prendere un caffè e pagarlo con la carta di credito, creando una fila all’ingresso del grande spettacolo. Quale? Quello in cui recitiamo tutti, interpretando il ruolo di pecore, sia in banca che al bar. Esagerato? Direi di no!

Angelo Santoro

NPL (non performing loans)

La mattanza finale del ceto medio è dietro l’angolo; infatti, mentre parliamo della nostra situazione politica dove ognuno cerca di ottimizzare il bottino del consenso elettorale, la banda dei “soliti noti” si appresta a far man bassa dei crediti deteriorati in pancia alle banche.

Quando le società-avvoltoio inizieranno ad acquistare massicciamente questi crediti, lo faranno per speculare immediatamente e quindi busseranno senza indugi alla porta dei debitori per chiedere il pagamento con pochi convenevoli, mettendo definitivamente KO una gran parte delle imprese (quelle rimaste) e le famiglie italiane.

Ma di cosa parliamo? parliamo dei crediti deteriorati, meglio noti anche come prestiti non performanti (dall’inglese: non performing loans). Si tratta, in pratica, di crediti delle banche per i quali la riscossione è dubbia perché i debitori (dalla famiglia che ha acceso un mutuo all’imprenditore che ha chiesto un finanziamento) non riescono a ripagare.
Insomma, i Non performing loans nel linguaggio bancario non sono altro che i crediti inesigibili, comunemente conosciuti come sofferenze bancarie.
Il punto è che inesorabilmente questo percorso è ineluttabile: i ricchi ordoliberali europei hanno vinto su ogni tipo di socialismo, la cui classe dirigente non ha saputo capire i problemi dei cittadini sopraffatti dalla crisi.

Una crisi – è bene ricordarlo – abilmente provocata da quelle banche che hanno dapprima “rapinato” i risparmi dei lavoratori e poi chiesto agli stati sovrani di intervenire per coprire i loro debiti, vale a dire per scaricare i costi della crisi su tutti noi contribuenti.
Ciliegina sulla torta: ora al contribuente-lavoratore, insomma colui che ha pagato interamente i costi della crisi, verrà requisita anche la casa che sarà acquistata dai sicari delle società di credito. Queste vere e proprie società-avvoltoio si apprestano a fare in maniera indisturbata shopping proprio grazie al gioco delle tre carte degli NPL “non performing loans”.

E quell’1 percento della popolazione sarà ancora più ricco alle spalle del restante 99.

Povertà e miseria non sono sinonimi 

Nel linguaggio comune, i termini “povertà” e “miseria” vengono spesso messi insieme per definire situazioni economiche difficili, sofferenza estrema e vulnerabilità sociale. Spesso le due condizioni si compenetrano oppure quando un gruppo sociale può passare da una condizione all’altra senza soluzione di continuità oscillando come un pendolo da uno stato di povertà ad uno più grave di miseria e viceversa, tutto si protrae all’infinito senza possibilità di fermare il ritmo perpetuo del pendolo… se non con lo sparo che segna l’inizio della rivoluzione.

Tipico, in questi ultimi anni di crisi economica, il caso dei lavoratori “ubriachi” che oscillano da condizioni di precariato a periodi di disoccupazione seguiti, nel migliore dei casi, da contratti a tempo determinato dai capricci del mercato che batte i tempi della vita dei lavoratori perennemente in rianimazione, sempre a rischio di ritornare a uno stato di disoccupazione stabile: un altro modo per fermare il pendolo senza esplodere colpi simbolici.

Ma talvolta tra povertà e miseria si insinua una sottile differenza, quasi un impercettibile spazio mentale che può aprire o negare una prospettiva di riscatto sociale, quella sottile differenza che, a livello psicologico, contraddistingue i processi di “resilienza” da quelli di “resistenza”.

Ricordo che molti di noi eravamo poveri, nati in famiglie di modeste condizioni, ma non abbiamo vissuto questa situazione come una condizione di minorità. Mio padre era fiero di essere operaio, di appartenere ad una classe sociale a cui veniva riconosciuto un valore di classe lavoratrice all’interno della società. Se da una condizione di povertà possono nascere delle occasioni di riscatto, più difficile è venir fuori da una condizione di miseria dove mancano spesso non solo le risorse materiali, ma anche culturali e talvolta anche quelle morali.

Quando tutti sono poveri si è meno consapevoli della povertà, si pensa che la vita sia dura. Ma quando si può mettere su un piatto della bilancia una situazione fragile e dolorosa e su un altro la solida tranquillità del vicino, si prova un sentimento di ingiustizia e di umiliazione. L’ingiustizia è meno penosa perché permette l’indignazione, la protesta verbale e la manifestazione fisica, mentre l’umiliazione spinge a nascondersi, a ritirarsi, a vergognarsi, a non combattere.

Bisogna lottare contro la povertà, che è soprattutto assenza di speranza e di stima da parte di altri con cui possono essere condivisi valori proiettati al futuro. Tu quando hai perso la speranza? E quando hai ripreso a sperare? Rispondiamo a queste domande e riappare la stima. La marginalità è non avere nessuno che ci stima: è non stimarsi, ossia non avere la stima di sé. Incontrare la sofferenza delle persone, sempre più disperate e isolate, significa dunque restituire la speranza e l’appartenenza.

Una ventina di anni fa un sociologo francese, Pierre Bourdieu, raccolse una serie di interviste ai nuovi “miserabili” delle grandi città francesi e della provincia: non erano più i miserabili ottocenteschi di Victor Hugo; piuttosto, erano persone normali che, con la crisi dello stato sociale, l’inizio della globalizzazione e le trasformazioni della classe operaia quando le prime fabbriche cominciavano a chiudere, si ritrovavano prive delle tradizionali risorse, quindi costretti a far fronte alla loro resilienza per adattarsi a un mondo mutato: l’ex operaio che decide di diventare, con molte difficoltà, lavoratore autonomo, la casalinga che arrotonda facendo le pulizie nelle case dei ricchi, il manovale che comincia a fare il “doppio lavoro”, lo studente che fa il cameriere la sera per pagarsi gli studi, e così via… Erano tutte figure emergenti di questo nuovo mondo che viviamo oggi, un mondo di precari e gente costretta a far fronte alla propria adattabilità per vivere (e sopravvivere). Non straccioni quindi, bensì gente d’ogni giorno, in cui ciascuno di noi può riconoscersi. Non avrebbe avuto senso, quindi, parlare di “nuovi miserabili”, piuttosto Bourdieu scelse come titolo del suo libro “La miseria del mondo”, giacché appariva già chiaro come la miseria non fosse un attributo dell’individuo, bensì una caratteristica della sua condizione sociale.

Riuscire per gli impoveriti e i declassati (il ceto medio impoverito di oggi) a prendere coscienza della propria condizione, a rifiutarla e trasformarla, a contrastare la “miseria del mondo” è il gesto più nobile che oggi si possa pensare.

Angelo Santoro

Le “catene” di Amazon 

Sembra che la cosa più grave commessa da Amazon, sia quella di non aver concordato con i sindacati i termini su come far indossare il braccialetto ai suoi collaboratori: a nessuno è venuto in mente di dire che queste cose non si fanno e basta?! Il fatto stesso che ne stiamo qui a parlare mi fa inorridire, mi fa inorridire spiegare il mio punto di vista sulla vicenda.

Ora, che lo schiavismo nel mondo non sia mai tramontato è ampiamente risaputo, ma d’altronde cosa ce ne frega se nei campi profughi governativi libici le persone vengono messe all’asta a poco più di 500€… a proposito, ne avete saputo più nulla della vicenda? perché se ci scandalizziamo solo per qualche ora su quanto scoperto dai giornalisti della Cnn, per poi dimenticare tutto il giorno dopo, allora posso capire l’indifferenza suscitata dalla decisione di Amazon!

Possibile che sia stata abolita solo quel certo tipo di schiavitù che prevede le catene ai piedi, mentre è considerato normale mettere un braccialetto elettronico a un uomo per controllare il suo lavoro? La società di oggi sembra avviata ad una escalation di rassegnazione di molti uomini che si consegnano spontaneamente ad altri uomini; una forma di vassallaggio moderno con lo stesso spirito di allora: consegnarsi al nobile perché pensi alla nostra difesa e alla nostra sopravvivenza in cambio della nostra vita.

Il braccialetto di Amazon non si può, e non si deve, discutere; ma come abbiamo potuto permettere che ciò accadesse nel cuore dell’Europa?! Certo, non dovrebbe proprio succedere da nessuna parte, ma se avviene nel vecchio Continente cosa sarà riservato al nuovo Oriente? Dunque, siamo davvero diventati tanto flaccidi e viziati da accettare ogni cosa, o in noi è rimasto quel minimo di orgoglio che ci possa spingere alla protesta per difendere quel principio di libertà che è costato il sacrificio di innumerevoli vite umane?!

Mi chiedo dove sia finito l’acciarino che provoca la scintilla di una rivoluzione contro il tentativo dell’uomo di ricondurre l’altro uomo alla schiavitù. Eppure, la storia recente ci narra di episodi terribili raccontati con gli occhi di chi li ha vissuti, possibile che abbiamo tutti i riflettori accesi ancora sul passato e affrontiamo il futuro al buio certi che la storia non si ripeta!

Personalmente credo che i condizionamenti psicologici, quelli alimentati dal bisogno, l’accettazione consapevole di farci privare della libertà, sia l’anticamera di quei drammi che non dobbiamo dimenticare; ma a volte, come in questo caso, ci chiediamo dov’è quella scintilla pronta a provocare l’esplosione, se non negli uomini trattati da schiavi da altri uomini.

Dalle “catene” di Amazon indietro non si torna, ed è per questo che devono essere impedite: costi quel che costi!

È tempo di pantegane: si salvi chi può!

In natura la specie delle nobili pantegane è associata a fiumi, stagni ed in genere a pozze permanenti d’acqua anche salmastra: si tratta tuttavia di una specie che predilige trasformare gli ambienti naturali per soddisfare le proprie esigenze, spesso a scapito dell’equilibrio ecologico.
Diciamolo, la loro grande passione è colonizzare le fognature per dispensare come gran sultani le epidemie di peste più devastanti.

Ma a proposito di diffusione della sporcizia, della fame e della conseguente peste di manzoniana memoria ci viene in mente, con riferimento puramente casuale, che le banche hanno venduto per un boccone di pane i loro crediti incagliati in mezzo alle povertà di ultima generazione alle società avvoltoio usuraie le quali vivono lo stesso habitat delle nobili pantegane.

In breve, sono quegli esseri spietati che, comperati i crediti a quattro soldi, passano all’incasso con maniere brusche e se non puoi pagare ti convincono, in un modo o nell’altro, a partecipare agli affari di famiglia.

Parliamo di quel genere di uomini che per raggiungere i loro scopi assoldano spacciatori di droga emarginati, ma soprattutto trovano manodopera tra quelle persone indebitate che, con la promessa di essere lasciate in pace, si trasformano per fame da gente per bene in promotori d’affari improvvisati e pericolosi, perchè non abituati a giocare con la violenza tout court che gli può sfuggire di mano.

Insomma, per certi versi, vengono assoldati con la logica dei drogati che, per pagare la loro dose di cocaina, diventano spacciatori.
In questo campo inesplorato stanno per approdare vere e proprie orde di uomini, assoldati per lavorare in questi nuovi mestieri lasciati in ereditá dai banchieri i quali, rientrati delle perdite perchè defiscalizzate, hanno buttato sul mercato i loro ex debitori da spolpare, in pasto alle orde di barbari che li hanno comperati.

Ma siamo ancora all’antipasto di quanto accadrá con gli NPL, custodi giudiziari delle abitazioni pignorate, in quanto date a garanzia di prestiti non corrisposti dai clienti degli istituti di credito.

Stante agli ultimi rilevamenti della Banca d’Italia, i dati ci raccontano che il 35% delle aziende italiane sono passate a miglior vita e se aggiungiamo le persone che vi lavoravano – di cui una parte aveva chiesto un mutuo per la casa – provate a pensare al disastro sociale che si sta per consumare con una politica impegnata ad affrontare la campagna elettorale con lo slogan: “si salvi chi può”.

Angelo Santoro

Draghi non è sempre stato l’eroe degli stati del Sud

Abbiamo raccontato tre storie di malafinanza (esiste la malavita, la malasanità, perché non cominciare a parlare anche di “malafinanza”?). Tre storie con un lo stesso fil rouge: Bankitalia tra scandali, imbrogli, crack e scalate illecite; Bankitalia qualche volta protagonista attiva (vedi la gestione di Fazio), più spesso come spettatrice passiva, ma ugualmente e a ragione pregiudizievolmente coinvolta.

Potevamo dimenticarci della Bankitalia di Draghi?
Innanzitutto, non si può fare a meno di esprimere un plauso per la gestione della BCE da parte di Draghi: se oggi l’Europa si ritrova un po’ meno sotto la bandiera dell’austherity, nonostante fiscal compact e Trattato di Maastricht, lo dobbiamo anche a Draghi che ha messo un freno ai tentativi di espansione “coloniale” e dominante della Germania.

Ma Draghi non è sempre stato l’eroe salvatore degli stati del Sud che i giornali italiani e stranieri dipingono. Anzi, tutt’altro.
La nostra storia comincia nel marzo 2007 a Padova. Il dott. Minnella, zelante direttore della Filiale 221 della Banca d’Italia, telefona ai suoi capi a Roma. Si accinge così a comunicare il risultato della perizia da lui svolta.

Il rapporto dell’ispezione era inequivocabile: Banca Antonveneta era ormai un fantasma, un cadavere che restava inspiegabilmente in piedi, chissà ancora per quanto però. Che fine aveva fatto quel rapporto non ci è dato saperlo. Forse “riposava” in qualche cassetto di Palazzo Koch a via Nazionale, prima che l’archeologo… ehm, scusate l’avvocato Paolo Emilio Falaschi, legale degli azionisti “bidonati” del Monte lo riportasse alla luce, come un reperto fossile proprio in questi giorni.

Forse non è neppure mai stato consultato o visionato. Fatto sta che a novembre di quello stesso anno il Monte dei Paschi di Siena acquista quel “cadavere” per ben 9 miliardi (che poi diventano addirittura 17), scelta che si rivela dopo pochi mesi disastrosa per il Monte e per l’intero sistema bancario. Ed è proprio Mario Draghi a benedire nel marzo 2008 l’ingresso definitivo del gruppo Monte dei Paschi in Antonveneta.

Eppure, ci risulta difficile pensare che Mister Draghi non fosse stato a conoscenza di quel documento, pervenuto a via Nazionale con tanto di protocollo. Bankitalia era quindi al corrente della situazione. Come, del resto, era al corrente anche del prestito di quasi 9 miliardi che la stessa Antoveneta aveva ricevuto dagli olandesi di Abn Amro, i quali non tardarono, una volta scoppiato lo scandalo, ad esigerne la restituzione.

Ne erano a conoscenza sicuramente, oltre a Draghi, il direttore generale Saccomani (poi ministro dell’Economia) e la responsabile della Vigilanza Anna Maria Tarantola (poi presidente della Rai). Ma siamo pure sempre in Italia, e si sa: se hai un posto dirigenziale e fai una bestialità, hai la carriera assicurata ai vertici di aziende o delle cariche di Stato; se stai zitto e omertoso, hai un successo ancora più assicurato!

Cosa sono le polemiche attuali che coinvolgono Visco e la Vigilanza di Bankitalia a confronto di precedenti così “nobilitanti”? Oggi Casini, il quale presiede la Commissione parlamentare, ha intenzione di convocare gli ex vertici di Mps Profumo e Mussari che, poverini, dopo il disastro bancario, sono divenuti rispettivamente amministratore delegato di Leonardo e Presidente dell’associazione bancaria italiana fino al 2013. Sì, proprio Pier Ferdinando Casini, che casualmente si è sposato a Siena con Azzurra Caltagirone, figlia del grande “palazzinaro” nonché amico stretto dell’ex Presidente ABI e della Banca MPS – Mussari.

Assieme all’ex direttore generale Antonio Vigni, Mussari è indagato per reati gravi come manipolazione dei mercati attraverso false comunicazioni (aggiotaggio) e ostacolo all’attività di vigilanza. Nel novembre 2007, secondo gli inquirenti, Mussari “comunicava, al di fuori del normale esercizio della professione” la notizia dell’acquisto di Antonveneta all’allora sindaco di Siena Maurizio Cenni e all’allora presidente della Provincia Fabio Ceccherini.

Si da il caso che erano proprio Comune e Provincia a nominare i vertici della Fondazione Mps, principale azionista di controllo della banca, nonché diretta precedentemente da Mussari stesso. Lo stesso Mussari comunicava le stesse informazioni riservate (reato di insider trading) a Bombieri, un banchiere dell’americana di JP Morgan. Ma reati quali “Falso” e “manipolazione del mercato” per il reperimento delle risorse finalizzate all’acquisizione di Antonveneta sono per Mussari una passeggiata di salute.

Perché per gli inquirenti Mussari, in concorso con Vigni e Baldassarri, sarebbe responsabile dell’occultamento con mezzi fraudolenti del contratto “mandate agreement” stipulato a luglio 2009 tra Nomura e Mps sul derivato Alexandria. Questo contratto è stato rinvenuto nella cassaforte di Mps, anche in questo caso non da archeologi, bensì dai nuovi dirigenti di Mps tre anni dopo la stipulazione.

Sull’ex Presidente di Mps Profumo (che ricoprì la carica dal 2012 al 2015), invece, pende un’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza, mentre il Gip Cristofano ha già disposto per lui e per Fabrizio Viola, ex amministratore delegato di Mps, l’imputazione coattiva per aggiotaggio.
Le cause del dissesto di Mps, secondo la Procura, non sono da rintracciare nella crisi internazionale dei mercati finanziari, bensì nella cattiva gestione della banca, in particolar modo per l’acquisto a prezzi spropositati di quel cadavere che era Antonveneta e per una cattiva gestione dei crediti deteriorati che hanno cercato poi disperatamente di svendere a prezzi stracciati.

Dunque, si diceva: a novembre del 2007 Mps Acquista Antonveneta, senza premurarsi di analizzare le condizioni di salute di quel “cadavere”, né di introdurre clausole per un’eventuale ridiscussione del prezzo.
Sull’acquisizione di Antonveneta gli inquirenti hanno aperto grandi armadi pieni di scheletri. Si diceva dei 9 miliardi e rotti sborsati da Mps per l’acquisto, ma a questi vanno aggiunti ulteriori 8 miliardi per dotare Antonveneta di liquidità al fine di portare avanti la normale operatività. E gli inquirenti che hanno accertato pagamenti “anomali”, realizzati dalla banca o da intermediari si chiedono: e se, dietro questi, si celassero mazzette?

Ciò che è certo è che i derivati sottoscritti con le banche Nomura e Deutsche Bank servivano per abbellire i bilanci e nascondere il dissesto causato dall’acquisizione di Antonveneta. Su questo fronte, l’indagato è Baldassari, il capo della “banda del 5 percento” (ma un tempo le bande non erano fatte da banditi? O meglio, forse è così anche oggi, solo che i banditi contemporanei non rapinano più le banche, ma le acquistano e poi manomettono i conti).

Ebbene questa banda, capitanata da Baldassari e composta da esperti di finanza internazionale, per oltre dieci anni avrebbero sfruttato triangolazioni con finanziare italiane e straniere per fare “la cresta” sulle operazioni di Mps, mettendosi in tasca il bottino. Poi c’è il caso dei derivati rischiosissimi “Alexandria” e “Santorini”. I derivati hanno la funzione di spostare il rischio che si assume sull’andamento di un indice di borsa, di un’azione o di un titolo di debito pubblico o privato su soggetti terzi che se ne farebbero carico.

Ma in questo caso, i derivati “Alexandria” e “Santorini” sono serviti per coprire le perdite nette in bilancio di Mps, spostandole su esercizi futuri. Anche in questo caso questi “giochi di prestigio” sulla pelle degli azionisti sono sfuggiti ai controlli di Bankitalia. Ancora un’altra svista dei controllori?
La sensazione è che, giorno dopo giorno, le indagini rivelano nuovi elementi che aggravano la situazione. Come il bandolo di una matassa che non smette di crescere sembrerebbe che questa vicenda, fatta di connivenze politiche-affaristiche, manipolazione delle informazioni, vigilanza ostacolata o deliberatamente non svolta e quant’altro, sia destinata a rivelare ulteriori particolari che estendono il coinvolgimento di attori e istituzioni.

Che dietro questa fitta trama non ci siano responsabilità evidenti della Banca d’Italia di Draghi, al cui confronto Visco potrebbe essere un docile agnellino? Che forse più che un vizio degli ultimi tempi, la svista dei controllori di Bankitalia non sia un elemento ricorrente in certi casi, ovvero in vicende di mala-finanza? Chissà se gli indagati cominceranno a fare qualche nome… quel che è certo è che ne vedremo delle belle.

Quanto ai dirigenti della vigilanza di Bankitalia consigliamo due cose, per star sicuri e non sbagliare ancora: una bella visita oculistica e un paio d’occhiali nuovi. Così che se dovessero esserci ulteriori fenomeni strani di malafinanza non potranno più giustificarsi dietro al “si è trattata di una svista”.

Visco, la cremazione delle banche venete e molto altro 

La maledizione delle banche venete si chiude con le note vicende riguardanti Veneto Banca, Banca Popolare di Vicenza e il governatore di Bankitalia Visco.

Fa sorridere la mozione presentata a suo tempo alla Camera dal PD per escludere il rinnovo dell’incarico di Ignazio Visco a governatore di Bankitalia. Fa sorridere perché nonostante gli interessi di Renzi, il governatore della Banca d’Italia viene nominato dal presidente della Repubblica su proposta del Consiglio dei ministri e del Consiglio superiore della Banca d’Italia; nulla può dunque il parlamento. Per il PD di Renzi Visco è responsabile di non aver vigilato adeguatamente e prevenuto l’esplosione delle crisi bancarie e degli scandali che hanno coinvolto le quattro banche del centro Italia, più le due banche venete.

La difesa di Visco è tempestiva: la politica legifera bail-in e programmi salvabanca? non è riuscita a prevedere che con il coinvolgimento degli obbligazionisti le crisi delle banche sarebbero usciti dai salotti della finanza per entrare in quelli della gente comune?!

Secondo Visco Bankitalia avrebbe “difeso il risparmio nazionale limitando i danni. Questi non potevano non esserci, data la gravissima condizione dell’economia; alcuni casi di gestione bancaria cattiva o criminale, sono stati contrastati per quanto consentito dalla legge e, quando opportuno, segnalati alla Magistratura”.
Per quale motivo allora Visco viene accusato di mancata vigilanza nei confronti degli scandali bancari che si sono susseguiti?

Tempo fa Affari&Finanza, dati alla mano, se ne uscì in questo modo: “una decina di istituti sono scomparsi, portandosi via 61,5 miliardi di euro (conteggio per difetto, che non comprende crediti d’imposta, erogazioni mancate, costi sociali degli esuberi ed altri effetti collaterali). Un terzo dei miliardi a carico dei contribuenti, il resto tra azionisti, obbligazionisti e banche concorrenti, che per evitare contagi hanno preferito metter mano al portafoglio, con i conferimenti al ramo volontario del Fondo interbancario e al Fondo Atlante”.

Lo scandalo, come si ricorderà, inizia con l’esplosione di quella bomba ad orologeria che fu Banca Etruria che, a seguire, trascina dietro Banca Marche, Carichieti e Cariferrara. A poco a poco, emerge che ai risparmiatori di queste “associazioni a delinquere” – che a stento riusciamo a chiamare “banche” – erano state vendute negli anni obbligazioni scadenti.

I risparmiatori, di cui una gran parte anziani non in grado di capirne di finanza o semplici persone che si sono fidate dell’ex compagno di scuola divenuto direttore della filiale, si sono trovati in poco tempo in mano carta straccia. La risoluzione del decreto Salva-banche che istituisce il bail-in (ovvero il prelievo forzoso dei conti con più di 100mila euro) azzera anche in un battibaleno il valore delle azioni e delle obbligazioni emesse da Banca Etruria e dalle altre banche.

Un pensionato di Civitavecchia, a novembre 2015, decide di togliersi la vita. La responsabilità non è soltanto di quel furto legalizzato che chiamiamo “bail-in”e del decreto Salva-banche del governo Renzi.

Sul pc del sessantottenne la moglie trova una lettera indirizzata al direttore di Etruria news, nel quale il marito accusa la banca di non voler cedere alle sue richieste di rientrare, almeno in parte, dei risparmi tolti. L’uomo accusa, inoltre, di avergli cambiato il profilo da basso ad alto rischio e di averlo imbrogliato attraverso l’intercessione di un funzionario di Arezzo che lo avrebbe rassicurato che i suoi risparmi erano in buone mani.

Che fossero pulite o no queste mani, non ci interessa. Non ci interessa, in questo momento, né entrare nei particolari degli illeciti compiuti da questi signorotti, “cafoni arricchiti” come Mario Brega macellaio dei film di Verdone, né aizzare una protesta di moralità. Ci interessa, invece, soffermarci su un particolare: l’uomo era correntista di Banca Etruria da oltre cinquanta anni. Cinquanta anni, porca miseria!

Cosa gli è stato tolto all’uomo? Non solo i risparmi di una vita (non si pensi fosse uno zio Paperoni, era un semplice operaio Enel, facente parte di quell’aristocrazia operaia che riceveva alti salari sì, ma pur sempre solo salari); ciò che è stata assassinata, nell’uomo, attraverso il suo disperato gesto suicida, è la speranza. La speranza e la fiducia.

Speranza in un futuro migliore del presente, in cui avrebbe finalmente goduto dei risparmi che per una vita, come una piccola formica, ha messo da parte. Fiducia nella banca che, per oltre cinquanta anni, lo ha coccolato, aiutato, protetto, consigliato. Speranza di poter prima o poi godere dei propri risparmi, nonostante la crisi e il prelievo forzoso del bail-in. Fiducia nei dipendenti e nei direttori della sua banca; fiducia nel genere umano. Via. Spazzate via, per sempre.

Ventidue gli ex dirigenti indagati per bancarotta (tra questi non c’è il vicepresidente dell’Etruria, nonché papà della Boschi, coinvolto in un’altra inchiesta di bancarotta).
Nonostante le quattro banche siano state salvate in fretta e in furia sotto Natale 2015, con la felicità di papà Boschi, l’accusa rivolta a Visco è di essere intervenuto tardivamente.

Visco s’affanna elencare le ispezioni mosse e si giustifica col fatto che i rapporti ispettivi di vigilanza sono stati inviati entro i tempi all’Autorità giudiziaria.
Qualche mese dopo esplode lo scandalo delle Banche Venete. Per loro scatta il fondo Atlante: Intesa San Paolo acquisisce con un euro il controllo delle banche, i cui costi e responsabilità si scaricano interamente sullo Stato.

Finiscono nel mirino Vincenzo Consoli, padrone incontrastato dell’istituto di Montebelluna e Luigi Zonin, ribattezzato “il Re di Vicenza”. Banche diverse nel nome, ma affini per storia. Le due banche hanno per oltre vent’anni concesso prestiti a amici, parenti e compagni di merende, senza valutazioni obiettive. Il risultato è che, ben presto, tutto ciò diventa una sofferenza insostenibile per i bilanci dei due istituti. Il patrimonio veniva raccolto finanziando gli stessi soci che l’avrebbero sottoscritto. Il circolo vizioso, quindi, era inevitabile. Anche le banche venete, dunque, erano due bombe a orologeria, pronte ad esplodere.

Fatto sta che appena nel 2014 un titolo azionario della banca vicentina era del valore circa di 62,5 euro, mentre un titolo di Veneto banca all’incirca era valutato 40 euro, mentre appena due anni dopo il Fondo Atlante ricapitalizzerà entrambe le banche a 10 centesimi per azione. Finiscono sul lastrico 88mila soci di Consoli e 111mila di Zonin.

Bankitalia plaude il proprio operato, giacché per Visco sono state proprio le ispezioni di via Nazionale a sollevare il polverone. Secondo coloro i quali vorrebbero la testa di Visco al patibolo la responsabilità, invece, è proprio dei ritardi e delle lungaggini di Bankitalia, che interviene sempre dopo la detonazione delle bombe.

Ma all’origine delle critiche allo sfaccendato-faccendiere Visco vi è, tra tutti, quella che viene ritenuta essere la pessima gestione del Monte dei Paschi di Siena, roccaforte senese del PD.

La maxi-acquisizione di Antonveneta (ricordate lo scandalo dei furbetti del quartierino?) e la presenza di contratti derivati in pancia all’istituto hanno condotto a un serio deterioramento del bilancio dell’istituto. Appena nel 2013 Visco sottolineava come l’intervento di Bankitalia abbia consentito “di preservare la stabilità della banca in un contesto di gravi e crescenti tensioni finanziarie, migliorandone il grado di capitalizzazione e avviando a normalizzazione la precaria situazione della liquidità”, ma in verità è proprio l’operato di Bankitalia a essere sotto accusa, per la mancanza di tempestività e una cattiva vigilanza sulle operazioni.

A tornare alla ribalta, proprio in questi giorni, sono le vicende riguardanti la Banca Intermobiliare per il quale la Procura di Roma ha aperto un fascicolo, a seguito di un esposto dell’ex amministratore delegato Pietro D’Aguì, sul comportamento della Vigilanza all’epoca dell’acquisizione di BIM da parte di Veneto Banca. Stiamo parlando di fatti avvenuti a cavallo tra 2010 e 2011.

Per non parlare del caso riguardante la Tercas di Teramo e la Popolare di Bari. Il Tribunale civile de l’Aquila ha deciso di condannare gli ex amministratori delegati e il direttore generale della Tercas a risarcire la banca pugliese di svariati milioni, frutto di un cattivo salvataggio dell’istituto abruzzese da parte della Popolare di Bari che venne eseguito proprio su indicazione di Bankitalia.

Dalla procura di Roma sono emerse le modalità di spolpamento della banca, come se si trattasse di un tacchino da servire in un banchetto il giorno di ringraziamento, con a tavola iene fameliche, vigliacche e feroci. Si tratta di prestiti e affidamenti facilitati ad aziende amiche e, addirittura – perché siamo in Italia e la famiglia è sacra – a familiari diretti. Ma sì, dall’Abbruzzo a Bari, siamo tutti italiani, siamo tutti paesani! L’acquisizione dell’istituto abbruzzese ha comportato un vortice al ribasso del valore dei titoli, a causa di una serie di aumenti incontrollati di capitale.

Pare che Bankitalia non abbia accertato nessun profilo di rilievo sanzionatorio e che, stante all’ultima interrogazione parlamentare, il Mef abbia dichiarato che il livello di patrimonializzazione sia buono.

Nel frattempo Visco e i vigilanti di via Nazionale dormono sonni tranquilli, e gli azionisti e obbligazionisti, che fanno? Sono corrosi dalla rabbia, dalla perdita di fiducia e della speranza, il patrimonio più grande del quale sono stati scippati. Attendono, quasi rassegnati, un cenno, una novità, qualcosa che gli dia la speranza di un cambiamento. Incollati, giorno dopo giorno, alla prima pagina del Sole24Ore o davanti al Telegiornale delle otto, non hanno che da scegliere: vivere passivamente e rassegnati, seguire l’esempio del pensionato civitavecchiese… o ribellarsi.

Angelo Santoro