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Angelo Santoro

Rimborso truffati banche, decide giudice caso per caso

Il Decreto Salva Banche e l’aiuto al Monte Paschi sono stati deliberati e pagati cash in pochi minuti. Invece, le truffe ai risparmiatori effettuate da alcune primarie banche del Paese, grazie alla genialità perversa di banchieri “magliari”, devono ancora essere sentenziate da un giudice prima di liquidare (forse) i rimborsi ai risparmiatori.
Insomma, se non si patteggia bisognerà aspettare il terzo grado di giudizio per aver certezza del raggiro, ma questo era stato previsto anche dal precedente governo… cos’è che cambia, allora?

Nulla! siamo alle solite comiche, questa volta rese più roboanti dalla cifra del risarcimento di ben un miliardocinquecentomilioni di euro. I truffati dovranno pagarsi le spese legali di avvocati che non vedevano l’ora venisse stanziato quel miliardo e mezzo per i propri clienti. Questi dovranno combattere con altrettanti avvocati delle banche, ancora più agguerriti i quali, dalla loro parte, hanno tempo e quattrini a volontà, a fronte dei pochi centesimi rimasti in tasca ai poveri raggirati.

Quindi, rispetto a quanto deciso dal precedente governo non cambia nulla. Al solito è un macabro scherzo nei confronti di quanti si sono fidati della banca sotto casa. L’unica differenza, semmai, è l’enfasi messo nello slogan: “rimborseremo tutti i risparmiatori truffati dalle banche”!
Si è riaccesa la speranza per oltre un milione di cittadini risparmiatori umiliati, che si erano già rimboccati le maniche e rassegnati al dolore. Ora invece vengono di nuovo illusi, come un malato a cui si promette che è stata trovata la cura alla sua malattia. Un abominio!

Forse, piuttosto che prendere in giro gli ottantenni che qualche giudice condannerà come avidi speculatori, questo governo avrebbe potuto fare una cosa senza costi ma che avrebbe messo allo scoperto gli ammiccamenti tra i banchieri, l’Unione europea e la Banca d’Italia: sospendere immediatamente i privilegi a tutti i funzionari, fino ai presidenti e amministratori delegati della banche in odore di aver venduto in malafede i titoli azionari dei rispettivi istituti. Così si farebbe giustizia…altro che ascoltare quattro esagitati predicatori – e per una volta non mi riferisco ai politici – che hanno tentato di fare solo i propri interessi!

Tanti sono i banchieri che negli istituti veneti, per esempio, sono stati liquidati con somme faraoniche e poi riciclati in altre banche, ma per tutti i difensori dei cittadini risparmiatori cavalcare il “fico d’india” sarebbe stato scomodo e poco remunerativo, rispetto ai giochi di prestigio che hanno illuso centinaia di migliaia di persone che sono corse il 4 marzo al voto. Tutt’altra cosa rispetto alla presa in giro di rimborsare i cittadini dopo la sentenza di un giudice…vale a dire mai!

Con l’aggravante di aver illuso un’altra volta i truffati e poi fatto spendere loro gli ultimi risparmi per pagare avvocati senza scrupoli che magari si mettono pure a giocare su due tavoli per patteggiare somme che non arriveranno mai.

In questi anni nessun politico si è messo seriamente di traverso ai banchieri. Perché mai avrebbero dovuto farlo i politici del cambiamento? Del resto, anche i governanti “del popolo” tengono famiglia ed è sempre più conveniente avere una banca amica a disposizione per qualsiasi cosa (prestito, mutui, leasing o altro)…non si sa mai.

Angelo Santoro

Italiani impoveriti alla riscossa

Il titolo appare rivoluzionario, ma in realtà vorrebbe risultare grottesco, o per lo meno tra il serio e il faceto. Gli italiani si sono illusi del fatto che il governo del cambiamento li avrebbe guidati alla riscossa dopo la crisi e l’ascesa della terza Repubblica da Mario Monti in poi.

Ma cosa c’entra Mario Monti? Beh, Mario Monti c’entra sempre e a prescindere, perché gli impoveriti, nell’immaginario collettivo, sono ancora sotto choc da quel freddo e umido novembre 2011, quando un Berlusconi, vittima dei suoi amori femminili, veniva redarguito severamente al punto da lasciare la campanella al bocconiano a cui prudevano le mani per prendere a sberle gli italici già piegati dalle sofferenze, ai quali il Professore assieme alla Fornero hanno aggiunto ulteriori patimenti. Non ci credete? Andate a dirlo a qualche esodato!

Per tornare al governo del cambiamento, la nuova guardia governante ha decisamente trovato terreno fertile su cui seminare quelle promesse e quell’aspettativa di rinnovamento che ha germogliato nel 2013 per poi maturare definitivamente cinque anni più tardi. Una volta giunti alla guida del timone, però – almeno a giudicare dalle prime mosse – ci stanno quasi facendo rimpiangere il senatore a vita nominato da re Giorgio appositamente per conferirgli l’incarico di governo.
Il “cambiamento”, o presunto tale, infatti, sta facendo un casino. Non si capisce un piffero di quello che fa, a parte una continua campagna elettorale. Qualcuno dice che i nuovi devono imparare come si guida la macchina. Va bene, per carità, ma devono proprio farlo in mezzo alla folla degli impoveriti? Andassero in aperta campagna, piuttosto!

La fissa di punire i Benetton, gestori della A10 dove il ponte Morandi è crollato ha allungato i tempi della sua ricostruzione all’infinito, tutto in nome di uno pseudo rivoluzionarismo che nulla ha a che fare con le regole del buon senso e l’arte del compromesso e della mediazione, necessari in politica. Avrebbero dovuto ascoltare il presidente della Liguria Toti e il sindaco di Genova Bucci, anziché ignorarli.
Eppure Grillo è un genovese, accidenti! Ah, forse è proprio per questo che ha le sue personali antipatie.

Riguardo al gasdotto pugliese e alla Torino Lione, invece, oggi siamo alle comiche! Ma porca miseria, quando parlano sanno cosa dicono? La storia dei 20 miliardi come penale da corrispondere qualora i lavori della TAP cessassero è una balla, una sciocchezza! Chiunque si rende conto che la cifra sparata probabilmente si riferisce non alle penali, bensì ai costi dell’intera realizzazione della ciclopica opera che va “Dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno”, come cita “Il Cinque Maggio” del Manzoni.

Il famigerato reddito di cittadinanza è diventato come una corsa pazza sulle dune del deserto con una Dune buggy. Non si capisce chi andrebbe in galera e chi no qualora si dichiarasse il falso, se avrebbero diritto anche gli extracomunitari regolari, i criteri e le modalità di accesso a quello che è a tutti gli effetti oramai un sussidio, un’elemosina appena migliore degli 80 euro di Renzi. E, dulcis in fundo, le perplessità che si sono create facendo due conti su chi non trova occupazione.
Tentiamo di spiegarci meglio, ma se i disoccupati che hanno diritto al reddito sono sei milioni e ciascuno di loro vengono offerti tre posti di impiego, siamo sicuri che sono disponibili 18milioni di posti di lavoro? E allora perché questi presunti aventi diritto sono poveri e disoccupati?!

E con questa riflessione amletica, intanto, la classe dirigente del governo gialloverde ha conquistato la cuccagna e si sono spartiti tutti i posti remunerativi e di comando contenuti nella pentolaccia. Quindi tanto sprovveduti evidentemente non lo sono… esattamente come i loro predecessori! E questo alla faccia del cambiamento per venire in aiuto agli impoveriti.
No, davvero, non sto pensando ai gattopardi che avranno pure tanti difetti, ma non meritano di essere paragonati a codesti personaggi animati dalla solita abbuffata di potere.

Il Paese de “La Cage aux folles”

Scrivevo, proprio l’altro giorno, un articolo dal titolo “L’Italia s’è rotta”, un pezzo più rassegnato che incavolato, ma dopo aver ascoltato alcune inquietanti notizie delle ultime ore è aumentata la preoccupazione per lo stato di salute del Paese. Un Paese, il nostro, in cui non è più sufficiente un calmante; piuttosto dovremo ricorrere ad una dose massiccia di bromuro per rimanere tranquilli ed evitare quella scintilla latente che potrebbe far deflagrare un’Italia dove le persone si rimpallano le responsabilità senza mai assumersele.

Ci riferiamo all’incidente nella metro di Roma, per esempio, dove abbiamo assistito in diretta ad una improvvisa accelerazione di una delle scale mobili e questo proprio a piazza della Repubblica (a due passi dalla Stazione Termini). In quel contesto, e come spiegazione demenziale all’incidente, la responsabilità è stata tempestivamente attribuita ad alcuni tifosi russi che hanno avuto, secondo i dementi, la colpa di aver cantato e ballato durante la discesa ai binari; forse che è stata contagiata la scala mobile a tal punto che essa stessa si è messa a ballare?

Questo senza tirare in ballo i 58 Autobus di ATAC che hanno preso fuoco durante il servizio, per la maggior parte con i passeggerei a bordo, nonché l’allarme dell’Architetto Massimiliano Fuksas che, dalla Gruber, esprimeva la sua preoccupazione per i migliaia di ponti italiani in serio pericolo di collasso.

Le ragioni e le responsabilità del progressivo deterioramento del Paese risalgono ai governi che si sono succeduti dagli ultimi decenni ai giorni nostri, politici che hanno accresciuto il debito pubblico, una corruzione lunare e privatizzato le banche cui sono stati lasciati i privilegi come fossero ancora sotto il controllo del ministero del Tesoro, oltre ad una classe dirigente saccente e arrogante che ci ha portato allo sbaraglio come i concorrenti della trasmissione “La corrida” del compianto Corrado.

Evitiamo di parlare delle scuole, metà delle quali hanno ancora i tetti di amianto e se “oggi” venisse chiesta l’agibilità ai responsabili degli uffici tecnici di province e comuni nessuno di loro si prenderebbe la responsabilità di firmare alcunché. E pensare che si dice che il grado di civiltà di un Paese parta proprio dalla scuola!

Mi chiedo cosa c’entrano i gialloverdi con tutto questo?! Il colpo di accelerazione all’impoverimento degli italiani passa anche attraverso le truffe perpetrate da alcune banche ai risparmiatori già provati dalla crisi.
Tentare di attribuire le responsabilità della debacle italiana a Di Maio e Salvini è sbagliato. E questo lo pensano anche gli elettori italiani che nei sondaggi continuano a premiarli, perché sperano nel cambiamento. Credo che la classe dirigente che ha governato l’Italia negli ultimi decenni dovrebbe riconsiderare il suo operato…altro che fare gli inquisitori nelle trasmissioni televisive

Certo, anche l’attuale governo sembra scimmiottare i comportamenti di un recente passato, imitandone gli stessi vizi come, per esempio, quello di aver infilato a sorpresa (la famosa “manina” tutt’altro che “morta”) il condono edilizio di Ischia insieme ad Decreto di Genova dove hanno perso la vita 43 persone. Del resto, è vero che noi italiani abbiamo la memoria corta: così corta da dimenticare che la Lega, benché abbia fatto un restyling (a cominciare dal nome, togliendo il “Nord”) fu al governo con Berlusconi per quasi un ventennio, seppure non consecutivamente.
L’aumento dei carburanti e sigarette, poi, è come fosse stato consigliato da un redivivo della Democrazia Cristiana. Sarà bene che il governo corregga immediatamente il rinascere del “Il vizietto”, e non mi riferisco a “La Cage aux folles” di Ugo Tognazzi.

Intanto, drammaticamente, in alcune regioni italiane non va a scuola un bambino su tre, senza nessun controllo degli assistenti sociali, e bande infami di uomini dalla pelle bianca, nera e gialla insozzano, spacciano e uccidono nelle nostre città fino a spingere qualcuno a desiderare di affidarsi al sempreverde uomo forte al comando che possa avere l’autorità per riordinare un sistema che fa acqua da tutte le parti. Dimenticando, però, che la storia ci insegna che spesso quell’uomo forte che arriva è solo l’altra faccia della medaglia dello stesso sistema che si vuole demolire.

Angelo Santoro

Banchieri: un tapiro d’oro per i nostri risparmi

Si narra che i cittadini del Bel Paese siano dei risparmiatori formidabili e per anni abbiano conteso il primo posto al Giappone, ma non sono mai riusciti a superarlo, rassegnandosi ad essere secondi al mondo (forse terzi).

Si narra, inoltre, che la ricchezza degli italiani sia notevolmente più alta del debito pubblico, talmente alta che potremmo pagare i creditori e ne avanzerebbero per vivere felici per il resto della vita nostra e delle generazioni future.

Ma, come si sa, le favole affascinano i bambini protetti dall’amore di mamma e papà che gli raccontano le storie più incredibili per alimentare la loro fantasia e lasciarli il più possibile nel mondo ovattato di Andersen perché le delusioni della vita li possano svegliare il più tardi possibile.
Ed è così che si addormentano i piccolini, con il peluche da una parte e una manina sul salvadanaio a porcellino per proteggere i loro tesoretti dall’altra.

Ecco, questa è l’immagine dei lavoratori che dormono tranquilli perché sanno che, in caso di necessità, possono contare sui risparmi dopo lunghi anni di duro lavoro.
Il punto è che se una mattina dovessero svegliarsi con il desiderio di comperare un giocattolo al nipotino, rifarsi la dentiera, dover fare una visita di controllo urgente da quel medico che visita privatamente, partire in vacanza, comperare il vestito nuovo per il matrimonio del figlio e pagare un funerale di seconda classe, non potranno farlo perchè i loro  soldi saranno stati “requisiti” dalla banca che li ha investiti.
Senza contare poi le spese e il maxistipendio del direttore, i viaggi dei dipendenti pagati dall’istituto, ecc. Insomma, dal monitor dei computer i soldi risultano esserci, peccato però non si possano toccare.

Il direttore, sorridente, ci dice che abbiamo un aspetto magnifico: “buongiorno, la vedo fresco e riposato… no, ma quale dottore o vacanza, non ne ha assolutamente bisogno! E poi i bambini sono già pieni di giocattoli, per carità… lasci pure i suoi risparmi a dormire sonni tranquilli sul suo conto!” –  ci suggerisce suadente.

I banchieri sono tali perché fanno girare i tuoi soldi con cui acquistano il debito pubblico; poi gli amici delle multinazionali sono sempre al verde e pompano quattrini come idrovore. Le famiglie dei collaboratori più stretti sono sempre più avide e dopo la vacanza al mare già pensano alla montagna. E poi c’è la scuola in Svizzera, l’auto nuova ogni 6 mesi con tanto d’autista, lo shopping sfrenato, i ristoranti alla moda. Accidenti, come si fa a rinunciare a tutto questo?! Ne va della pace familiare! Cosa volete, che i figli vadano in crisi di identità e la moglie diventi alcolizzata se dovesse venire a mancargli l’indispensabile per una vita decorosa?

Il risparmiatore, intanto, dorme tranquillo come quando era bambino con la manina su quel salvadanaio a porcellino di cui non sente più tintinnare le monetine, perché il funzionario gli ha raccontato che dentro c’è un titolo di credito che vale molto di più: una cambiale a babbo morto dai toni sfumati di azzurro e rosa, rispettivamente per i maschietti e le femminucce.
La nostra ricchezza è al sicuro, racchiusa nella pancia dei banchieri porcellini che si sono mangiati tutto, compresi i salvadanai di zucchero che a pezzettini hanno già messo nel caffè.
Certo che questi avidi banchieri fanno proprio una vita da re con i nostri risparmi, al punto quasi da meritare un tapiro d’oro.

Angelo Santoro

La decadenza di un tenore di vita dignitoso

Leggendo il titolo dell’articolo, forse è un po’ questa la chiave che ha scatenato quel populismo attribuito ai gialloverdi: la decadenza di un tenore di vita dignitoso e coerente con la propria posizione sociale.
Che poi…i giornali e le Tv parlano di populismo, ma la realtà è che non si sa bene cosa sia sto populismo di cui ci riempiamo la bocca, nel senso che lo mangiamo tutti i giorni, a colazione, pranzo e cena mentre con avidità divoriamo più le notizie politiche del telegiornale che la lasagna appena sfornata dalla nonna.

Gli impoveriti sono tali perché hanno lavorato una vita per avere qualche privilegio economico e poi si sono visti dimezzare i risparmi dei loro sacrifici solo perché alcuni politici “collusi” con i poteri forti ci hanno fatto portare via parte dei nostri averi dalle banche e dallo Spread.

Magari sono diventati meno ricchi anche i ricchi, quelli che le cose le hanno sempre avute, ma certo non hanno sofferto come chi aveva contato ogni goccia di sudore per mettere da parte qualche soldo in più per la vecchiaia.
Chi è sempre vissuto in un castello, neanche si accorge se perde qualche stanza in un’ala del maniero, ma se sei costretto a vendere una villetta a schiera comprata col mutuo perché impoverito e vai ad abitare in un condominio al quarto piano senza ascensore ti arrabbi. Figuriamoci come vanno le cose per chi stava al quarto piano di un palazzo popolare e adesso non ha più un piffero…

Tutto per colpa del direttore di banca che ti aveva suggerito di investire i risparmi in titoli del suo stesso istituto di credito, solo per farsi apprezzare dal funzionario che gli aveva promesso un premio. Oppure, più banalmente, per la contrazione dei salari, per la disoccupazione crescente, per l’ “esodazione” (cioè chi è divenuto esodato), la cui causa ultima risiede sempre nella speculazione finanziaria operata dalla finanza europea e internazionale dall’89 in poi.

La fine di quelle banche è nota; meno nota quella dei politici che hanno difeso i banchieri e fatto gli interessi della finanza europea e globale (remember Monti e Fornero?) che sono la reale ragione del perché l’impoverito oggi si diverte a sfasciare tutto e si converte alla fede populista.

Si tratta di una ribellione “di pancia” nei confronti di quella sinistra che è la causa indiretta del fallimento del 40% delle imprese italiane e dell’impoverimento del Paese conseguente alla scelta di abbracciare il dogma liberista e di leccare il sedere ai burocrati europei e alle banche centrali anziché difendere il popolo. E continuano ad usare quei paroloni che fanno apprezzare ancora di più il linguaggio semplice e diretto dei gialloverdi.

Quando capiranno di aver abbandonato il popolo nel momento del bisogno per correre in aiuto delle banche, forse sarà un giorno propizio per poter riconquistare il cuore degli impoveriti. Ma forse non verrà mai quel giorno, perché il 1789, il 1848 e persino il 1917 sono date di una modernità passata che non tornerà più, di una storia che non ci appartiene più e non significa più nulla. Neanche per questa sinistra contemporanea.

Angelo Santoro

La fiducia nell’Europa in 10 anni è calata del 50%

2008, 70% – 2018, 35%: i numeri della fiducia degli italiani nei confronti dell’Europa sono impietosi, le cause semplici e affatto molteplici. Una per tutte è la concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi privilegiati, amici di amici, a danno della maggior parte dei cittadini italiani impoveriti. Il caso “banche Venete” è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, visto che l’Europa ha mostrato solo la faccia finanziaria dell’Unione, mentre quella politica, civica, solidale ancora non è pervenuta. Lo ripetiamo fino alla noia: aver consentito nel 2014 l’ascesa di Juncker alla Presidenza della Commissione è stato uno sbaglio imperdonabile.

Analizzare le cause dei pro e dei contro dell’Unione ormai non è più importante, giacché l’onda lunga che si è formata in alto mare continuerà la sua corsa fino a devastare le coste italiche.
Quindi, un’onda talmente articolata e vasta che sembra impossibile arrestare: anche nel remoto caso in cui venissero messi nelle tasche degli italiani una montagna di soldi e le amministrazioni pubbliche fossero a disposizione dei cittadini con efficacia, rapidità e competenza, eliminando sprechi, burocrazie inutili e garantendo servizi e diritti universali al cittadino.

C’è sempre un punto di non ritorno, una rottura emotiva nel cittadino che è in grado di sopportare qualsiasi angheria fin quando il vaso non trabocca, sempre per restare nella metafora dell’acqua. Spesso, quindi, accade un fatto specifico che lo irrita al punto da imprimere in lui una reazione di sabotaggio: “ora basta: muoia Sansone e tutti i Filistei”.
Nonostante ciò, i cittadini, che hanno liberamente scelto di dare fiducia ai gialloverdi si sentono dileggiati da quelle che oggi sono diventate ricche minoranze e i loro lacchè intellettuali.

La sinistra del Paese, che pochi anni fa veleggiava con il vento in poppa, ha commesso due errori di comunicazione letali: aver difeso l’indifendibile come le banche e i mercati finanziari, rei dell’impoverimento di massa di questi anni, e insistito sulla Ius Soli come fosse la priorità assoluta in un momento in cui gli italiani naufragavano (altro che barconi!), senza nessuna guardia costiera che li salvasse: naufragavano le imprese e il lavoro, naufragava il costo della vita, impennato rispetto alla minor disponibilità di reddito, naufragavano i diritti sociali e le conquiste dei nostri nonni, naufragava la protezione sociale, il diritto a una pensione, a una casa, a un lavoro dignitoso.

A tal proposito, mi vengono in mente quelle immagini d’oltreoceano degli anni trenta, quando nei porti americani tutte le mattine venivano scelti a simpatia gli scaricatori per lavorare qualche ora, mentre accuratamente venivano scartati gli iscritti al sindacato. Ricordate Fronte del Porto con l’impareggiabile Marlon Brando?
Continuare ad attribuire le cause della crisi a irrisolvibili cause di forza maggiore, a fantomatici mercati internazionali così come allo spread, ha fatto dire basta a tante persone che ora, non avendo più alcun sicurezza economica, si scagliano contro quell’Europa ritenuta responsabile del loro impoverimento.

La mia non è un’opinione, ma un fatto, perché i consumi interni continuano a diminuire non solo per quanto riguarda i beni di prima necessità, ma anche per quanto concerne le spese mediche. Tutto ciò alla faccia di chi, con la pancia piena, contesta le scelte elettorali di quel “popolino” ignorante che insegue leaders populisti che non sanno neppure il congiuntivo.
Di fronte a queste drammatiche situazioni, forse dovremmo avere tutti un minimo di rispetto per gli impoveriti e tacere.

Gli amministratori delle banche, longa mano di una finanza insaziabile, dovevano essere cacciati contestualmente al “Decreto Salva Banche”. abbiamo invece assistito alla sceneggiata ipocrita della Commissione Parlamentare d’Inchiesta che ha dato il colpo di grazia al precedente governo.
Una fiducia stabilmente sopra il 50% nei confronti dei membri dell’attuale classe dirigente politica del Paese (che è cosa ben diversa dalle intenzioni di voto) merita più considerazione. Così come ignorare che la fiducia degli italiani nell’Europa sia diminuita nell’arco di soli dieci anni del 50% (dal 70% al 35% ) è altrettanto pericoloso e rischia di prendere sottogamba la questione della possibile dissoluzione dell’Europa.

Questa sottovalutazione è, per l’appunto, pericolosissima, perché se è vero che l’Europa così com’è fa schifo (perché rappresenta gli interessi esclusivi di una casta finanziaria e del potere oligarchico dei banchieri), è vero anche che alternative non ce ne sono ed il conto per un’eventuale dissoluzione dell’eurozona e Italexit sarebbe ben più pesante e salato dell’inferno che abbiamo attraversato in questi anni di crisi.

Disoccupazione scesa al 9%: se riduciamo ancora i salari la azzeriamo

Motivo di grande entusiasmo nelle ultime ore: l’Oracolo in Italia ci dice che ormai abbiamo tutti un posto di lavoro, o quasi. Infatti, la disoccupazione è scesa stabilmente sotto la soglia psicologica a due cifre: 9% e rotti.
Ora, non è minimamente importante che, rispetto a prima della crisi, le retribuzioni siano state dimezzate, che una gran parte dei contratti sono precari o nascondono dietro false prestazioni occasionali con partite iva il peggior sfruttamento da lavoro
subordinato. Alcuni lavorano qualche ora la settimana e altri ancora “a chiamata”: come nel film “Fronte del porto” interpretato da Marlon Brando.
Solo che piuttosto che presentarsi davanti al molo del porto di mattina e sperare che il padrone o il caporale scelga te a scapito di altri dieci, ora queste forme di sfruttamento sono tutte telematiche e “impersonali”: basti pensare alle App come Foodora o Deliveroo (aziende che si occupano della distribuzione tramite fattorini di cibo direttamente a casa dei clienti) che ti danno l’illusione di essere tu a scegliere quando e come lavorare.
Tu devi dare solo la disponibilità oraria e un ALGORITMO sceglierà il tuo turno di lavoro; dopodiché pettorina catarifrangente e zainetto col brand e, automunito di bicicletta o scooter, si va… si inizia a lavorare, casa per casa, e più velocemente che puoi, perché più pizze consegni in poco tempo e più l’algoritmo darà la priorità a te per lavorare il giorno dopo.
Quindi, che importa se vieni pagato “a cottimo”, in una continua competizione con altri disgraziati come te… l’importante è consegnare più pizze possibili, stando accorto a non essere travolto dalle auto in corsa mentre sei in strada.
Questo è uno dei tanti casi di lavoretto sottopagato che viene conteggiato nelle statistiche degli occupati in Italia. Non faremo in tempo a elencare i vari lavori della logistica o delle “catene”, o addirittura i lavoretti svolti dagli interinali che lavoro nelle
cooperative che hanno subbappalti da parte delle grandi catene commerciali (Carefour ad esempio), il cui lavoro viene svolto in deroga al contratto collettivo nazionale (pensate appena superiore alle cinque euro l’ora con turni anche superiori alle otto ore,
notturni compresi alla stessa paga).
Siamo tutti occupati, dunque. Soprattuto a fare l’elenco delle miserie in cui siamo costretti a lavorare o delle rinunce che facciamo quotidianamente non solo per i beni superflui, ma anche per quelli di prima necessità e delle cure mediche (chi può oggi permettersi di pagare onerosi ticket della sanità pubblica?). Una cosa, quidni, è chiara: i diritti sociali, conquistati dai nostri padri e nonni, sono ridotti al lumicino.
L’economia italiana, il made in Italy in qualità di fior all’occhiello dell’economia post-industriale europea – quella delle piccole aziende artigianali o industriali nelle quale direttori e dipendenti facevano la pausa pranzo assieme con pane e salame e un bicchiere di vino – è stata definitivamente asfaltata dalle banche che hanno preferito favorire le grandi catene di distribuzione e le multinazionali. Le stesse multinazionali che sono del resto azionisti degl istituti di credito da cui traggono finanziamenti.
Questo circolo vizioso fiNa(n)zista è responsabile del massacro dell’intero ceto medio del Paese, il cui impoverimento generalizzato ha spiazzato persino i guru della Banca d’Italia che hanno preferito poi girare il loro viso dall’altra parte.
La fiducia dei lavoratori è stata spezzata definitivamente dal governo Mario Monti e dalla sua ministra del lavoro Elsa Fornero, quando già nel gennaio del 2012 si apprestavano a massacrare chi stava per andare in pensione per accattivarsi le simpatie dell’Europa, spezzando le reni alle persone che avevano lavorato una vita, oramai divenute esodati e in assenza di prospettive di futuro.
Gli italiani, colpiti a freddo dal pugno che li ha lasciati senza fiato, però, non si sono persi d’animo e con la loro inventiva si sono rimboccati le maniche, iniziando a risparmiare persino sui pannoloni del nonno e ripescando dai vecchi bauli in soffitta i fasciatori di quando erano bambini.
Premesso tutto ciò ,“Stanno tutti bene”, come titolava il film diretto da Giuseppe Tornatore, nel quale un anziano vedovo (Marcello Mastroianni) decide di andare a far visita ai suoi cinque figli, sicuro di trovare ambienti familiari sereni e felici, mentre trova una realtà compeltamente diversa dalle sue aspettative: i suoi figli sono tutti falliti e frustrati nella vita, soprattutto nel lavoro. Solo la figlia Tosca tira avanti economicamente perché in realtà non fa la modella, come aveva sempre lasciato credere, ma la escort di lusso.
Ecco, non vorrei, che a furia di dar conto delle preoccupazioni degli eurocrati di Bruxelles che si scandalizzano per una manovra che sfiora il vincolo di bilancio e minaccia la reazione dello Spread e dei mercati come se fossero le cavallette bibliche, facessimo la stessa fine dei figli di Mastroianni nel film.Cioè, ad arrangiarci come possiamo, tra frustrazioni, rinuncie e aspettative deluse, poiché l’unica prospettiva è fare come Tosca: quella di prostrarsi e prostituirsi all’Europa di Juncker che spesso ti fotte e neanche ti paga.

Riesumato Totò per vendere fontana di Trevi e pagare i patti elettorali

L’Europa è nei nostri confronti tranquilla, i mercati sono sereni, gli investitori esteri bussano alla porta per far man bassa del nostro debito pubblico. In prospettiva, sembra andare tutto a gonfie vele per l’italia.

Ma qual è il segreto di questa scorpacciata di fiducia che ci concede il mondo? Accidenti, non penseranno mica che abbiamo riesumato Totò per vendere la fontana di Trevi? Assolutamente no! Sono certi, o quasi, che i gialloverdi troveranno la soluzione, più semplice e diretta, per recuperare i fondi necessari e far fronte ai debiti pregressi dell’Azienda Italia, oltre a mantenere le promesse elettorali.

Come? Incassando le tasse in sospeso, magari con un piccolo sconto, e far pagare a tutti – che più tutti non si può – le imposte di domani e pure di dopodomani. È il coniglio dal cilindro che tutti i governi tirano fuori ogni volta che gli elettori/spettatori chiedono a gran voce di mantenere le promesse elettorali. Che poi, va da sé, c’è sempre qualche giornalista o ficcanaso (a seconda del punto di vista dell’altro, di governo o d’opposizione) che chiede pure dove un governo possa trovare le risorse per passare dalle promesse ai fatti.

Il punto è che nelle precedenti legislature l’ipotesi di innalzare le tasse veniva paventata come minaccia per rimangiarsi le promesse (della serie: non ci sono soldi perchè il buco lasciato sal precedente governo è alto, a meno che voi non vogliate che vi alziamo le imposte).
Invece, questi signori vestiti dai colori sgargianti (giallo e verde, come al palio di Siena) lo faranno sul serio, alla faccia del popolo degli incazzati che li hanno votati, i quali, peraltro, ancora non hanno realizzato che saranno i primi ad essere chiamati a fare il loro dovere per la Patria.

Ora, non si capisce chi lo racconterà al 60% di simpatizzanti che sono saltati, e continuano a saltare sempre più numerosi sul carro dei vincitori, perché sembra che Matteo Salvini sia in partenza per la Libia dove andrà a parlare con oltre 100 tribù. E visti i riti e le usanze, per ora che entri in tenda, bevi il the mentre parli di cavalli e cammelli, hai voglia te a entrare in argomento per sbloccare la situazione. Ci vorrà del tempo prima che torni in Italia.
Mentre il presidente Conte, aiutato dal personal trainer della comunicazione Rocco Casalino, è preso dal pallottoliere e sta contando quanto conta. Lui, il Conte che non è nemmeno nobile, per nulla al pari del Marchese del grillo quando diceva “io so’ io… e voi non siete un cazzo!”.

Quindi, sembra proprio che sarà Luigi Di Maio ad assolvere questo compito, forte del suo sorriso tranquillizzante. E si rivolgerà agli impoveriti per dire: non c’è più motivo per essere incazzados, perché è grazie a tutti voi che risolveremo i problemi irrisolti del Paese. Paghiamo le tasse e come capo politico del Movimento 5 Stelle, Vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro, ministro dello Sviluppo Economico e pure depurato, vi prometto che cambierò l’Italia.
Certo, con tutti i titoli sopra citati, che sono quasi di più di quelli di un pari di Spagna, c’è da credergli.

Occhio, cari simpatizzanti dei gialloverdi, perché il prete di campagna Di Maio, detto Don Gigi, titolo che avevo volutamente omesso, lo farà sul serio, levando sulle nostre teste la spada di Damocle della giustizia.
Peraltro, con l’appoggio del collega ministro Alfonso Bonafede che, dietro ai 32 denti bianchi, nasconde parole di grande severità con coloro che non rispetteranno le centinaia di migliaia di leggi mai cancellate dall’Unita d’Italia. Sì, Luigi Di Maio le tasse le farà pagare davvero, alla faccia di quanti, tra gli antichi governanti, lo hanno sempre solo annunciato, senza seguitare coi fatti.
E tanto per far capire che andranno fino in fondo inizieranno subito con un condono… ops, pace fiscale.

Ah, quasi dimenticavo, i due ministri, Di Maio e Bonafede, avranno l’appoggio incondizionato anche del ministro Matteo Salvini, se vorrà rimpatriare i 500.000 immigrati che, secondo lui, non hanno diritto a rimanere in Italia.
E il presidente Conte? Ma ve lo abbiamo già detto…è preso dal pallottoliere, troppo impegnato a fare i conti di quanto conta.

Angelo Santoro

Europa: nessun cenno a prossimi restyling

L’ultima riunione del Parlamento europeo ha messo sotto accusa l’Ungheria, aggirando il regolamento che prevede che qualsiasi intervento sia fatto contro un Paese membro avvenga per decisione della maggioranza dei due terzi del parlamento. In quell’occasione, il Presidente Jean-Claude Junker ha tenuto il suo discorso prima delle prossime elezioni continentali.

Che il clima in Europa sia surriscaldato e non a causa di effetti climatici mi pare di tutta evidenza, così come è di tutta evidenza che l’unica cosa concreta che è stata realizzata è la moneta unica. Per il resto di particolarmente significativo non è stato fatto nulla, o poco di più.

La solfa che in Europa sono ottanta anni che non ci sono più guerre, dopo secoli e secoli di cannoneggiamenti, non regge più: i ragazzi di oggi non sanno neanche dei milioni di morti e feriti delle due guerre mondiale, oltre a non avere più anziani in casa che raccontano gli stenti e la fame che l’ultimo devastante conflitto ha generato. Quello che però avvertono è la guerra quotidiana strisciante fatta dai signori dell’Euro e della Troika, da chi impone il ricatto: “o lo spread o il rispetto dei parametri deciso nei Trattati”, da chi ha una visione della democrazia subalterna alle oligarchie finanziarie e bancarie.

I ragazzi, oggi, sono nati in Europa e si sentono europei, per questo la politica, a parte l’Erasmus, avrebbe potuto e dovuto fare molto di più. Molto di più del dire “Prima la stabilità economica, poi i diritti sociali, il lavoro, la democrazia”.
Invece, sembra che la demenza senile degli Juncker sia stata più attenta all’apparato burocratico che a ringiovanire un continente vecchio e stanco. Quando parlo di ringiovanire non necessariamente mi riferisco ad un fatto anagrafico, alla “rottamazione”… perché si può essere cretini a venti anni e capaci a settanta, come il contrario. Macron è giovanissimo, eppure è più “vecchio” di un Corbyn ad esempio.

Dall’avvento della moneta unica si parla solo di banche e finanza, ma non si è mai parlato di un fisco comune, di un welfare comune, di una scuola e lingua comune, oltre ad una giustizia comune, insomma di tutto ciò che unisce un popolo sotto un’unica bandiera e sotto le medesime istituzioni. La pace, come dicevo, è importantissima, così come sono importanti l’Euro e la NATO, ma è poco, troppo poco come risposta a quei cittadini impoveriti che mordono il freno del cambiamento.

Ho citato Juncker, solo perché il suo intervento non doveva essere l’elenco di una serie di banalità, ma avrebbe dovuto infiammare il Parlamento spalancando le porte ad un futuro che ridimensionasse i divieti e aprisse a nuovi mercati così come al rilancio dell’intervento pubblico in settori chiave come quello della ricerca e della cultura; insomma, parole di speranza per famiglie in difficoltà che non vogliono elemosine, ma opportunità.

Aver ridotto l’Europa ad una discussione continua sui migranti, aver affossato Paesi Membri come la Grecia e messo sotto accusa uno Stato sovrano come l’Ungheria in nome di regolamenti che, guarda caso, favoriscono sempre i più ricchi del Reame non mi sembrano segnali che fanno sperare in una rimonta elettorale europea a favore dell’Unione. Mai come oggi, invece, l’Unione avrebbe bisogno di un plastico di restyling a cominciare da tutto ciò che favorirebbe l’unione dei cittadini: lavoro e sviluppo, welfare, unione fiscale che consenta un’equa redistribuzione della ricchezza e una diminuzione delle diseguaglianze, investimenti in settori strategici e una Costituzione politica. Una strada che sembra oggi lontanissima, soprattutto per la mancanza di volontà di intraprenderla da parte di eurocrati come Juncker

Il nuovo sinonimo della parola lavoro è schiavitù

Quando un uomo viene costretto da un altro uomo a lavorare a frustate è fuor di dubbio che si tratta di schiavitù, ma se liberamente ottiene un lavoro retribuito accettandone le condizioni si tratta di una libera scelta. Almeno così ci insegnano i manuali di economia e il pensiero liberale. Ora, che qualcuno voglia considerare il lavoratore una persona che non è in condizione di intendere e di volere mi pare ingiusto e poco rispettoso.

Ogni persona ha le sue esigenze, che si tratti di libero professionista, imprenditore, prestatore d’opera o lavoratore subordinato. Il mercato del lavoro è una cosa che riguarda i soggetti coinvolti i quali, a loro volta, si iscrivono alle rispettive associazioni che fanno sintesi dei contratti tra le parti, affinché nessuno possa prevalere sugli altri approfittando dei reciproci bisogni.

In “tempi moderni” di Chaplin già si capiva dove saremmo andati a parare, ma le politiche degli anni successivi al conflitto mondiale hanno reso ancora più indispensabile il lavoro e i sacrifici per ricostruire quel mondo che avevamo distrutto; non già senza beneficiarne tutti e in special modo quelle categorie di lavoratori che, coscienti della loro indispensabilità, hanno ottenuto, oltre a retribuzioni sempre più decorose, quei diritti sociali fino ad allora circoscritti.

Il fatto è che pochi uomini hanno considerato la globalizzazione, vale a dire la libera circolazione del lavoro e delle merci, come pretesto per scatenare una guerra più devastante della precedente, perché la rete ed internet han messo in concorrenza, in tempo reale, persone lontane in una spirale al ribasso per quanto riguardo diritti e costo del lavoro.

La possibilità, ad esempio, di un romeno di offrire la propria forza lavoro per un impiego in Italia a un costo più basso di quello di mercato (o stabilito per legge, dopo tante conquiste e lotte per i diritti) ci prospetta una situazione simile a un Asta invertita, ovvero al ribasso. Come si fa per le gare d’appalto: chi è disposto di più a rinunciare ai propri diritti e a un salario dignitoso ottiene il lavoro.
Addio quindi ai diritti e alle rivendicazioni novecentesche… quelle che ti permettevano di essere retribuito persino se passavi la giornata sul divano a casa sotto un plaid perché con la febbre a 37.

Che i Cristiani predichino il settimo giorno di riposo perché le persone possano andare alla Messa è corretto, ma un ministro del Lavoro e dello sviluppo Economico deve essere attento al fatto che, tra le altre cose, la nostra industria più remunerativa è quel turismo che permette al Paese di essere leader nel mondo.
Ma cosa c’entrano mogli, mariti e figli con un orario di lavoro che, secondo il ministro, minerebbe la stabilità della famiglia? Faccio fatica ad immaginare che l’Italia possa frenare la modernizzazione del Paese, lanciata a cento all’ora, vietando il lavoro domenicale.

Altra cosa – e meriterebbe una considerazione a parte – è la questione dei diritti dei lavoratori. Perché non parlare ad esempio delle condizioni lavorative cui sono costretti gli addetti ai centri commerciali, alle grandi catene di commercio, agli outlet ecc.? Contratti precari, subappalti a cooperative di lavoro, giornate lavorative notturne pagate come quelle diurne, contratti fatti solo per il sabato e la domenica, straordinari non pagati…insomma una giungla!

Ma Santo Iddio, che si rimuova questo discorso in nome invece della riabilitazione dell’importanza del focolare domestico (in uno dei Paesi in cui il tasso dei divorzi e dei single è tra i più alti d’Europa) è assurdo.
Anziché tornare al medioevo, perché non garantire un equilibrio tra diritti sacrosanti dei lavoratori e la libertà degli esercenti e dei centri commerciali di poter svolgere la loro attività quando vogliono?